mercoledì 31 gennaio 2024

TRAUMA

Non so in che situazione e perché (ché a quei tempi per una foto necessitava che ci fosse un perché) mi abbiano scattato questa fotografia. Si dovrebbe essere più o meno a metà del mese di giugno del 1963, e avevo appena finito la prima media. E forse la foto è stata fatta proprio per quello, come a certificare che in quella che a tutti gli effetti è stata la mia "prima volta"…avevo vinto io. E dal sorriso si riesce a capire come avessi imparato la mia prima lezione. Dite che non si capisce? Allora, ora vengo e mi spiego!

Alcuni mesi prima – vale a dire, un’eternità prima, per chi ha quell’età –, il Primo ottobre del 1962, forte di un esame di ammissione - ché in quell'anno, se non volevi andare alle "professionali", evitando così di dover fare l'operaio, c'era  da dimostrare di essere "portato allo studio" -  iniziavo il mio anno scolastico in prima media, senza sapere che stavo per andare incontro a un TRAUMA che avrebbe davvero condizionato e deciso tutto il resto della mia esistenza. Nel bene e nel male. 

Allora, la scuola mi piaceva e ci andavo volentieri, e poi a nove anni - che tanti ne avevo allora - ci si fanno i primi amici, si condividono i primi interessi, i giochi cominciano ad acquistare una loro importanza decisiva per la vita che viene. 

Ragion per cui non mi sarei certo aspettato che, in un freddo giorno di gennaio, sarebbero venuti a comunicarmi, in classe, davanti a tutti quei compagni che avevo da tre mesi, senza nemmeno chiamarmi discretamente in direzione per dirmelo, che no, che io il giorno dopo non sarei dovuto tornare in classe, e nemmeno nei giorni successivi. E mi sarebbe stato risposto - a me con le lacrime che salivano agli occhi mentre elemosinavo un perché - che no, che io ero troppo giovane, ero praticamente un bambino (come se quelli che ne avevano 11 o 12 fossero uomini fatti!!), e non potevo per questo continuare a star lì con gli altri. Insomma, per la miseria chi diamine era stato che mi aveva fatto entrare ?!!?? E come avevo fatto io, ad entrare!?

E infatti, pochi giorni dopo, fu proprio quella la domanda che venne loro posta in un Ricorso che il fratello di mia madre ci suggerì di fare immediatamente, e che venne accolto grazie al parere del ministro della Pubblica Istruzione di allora, Gui, il quale - da democristiano consumato qual era - argomentò che l'errore era stato alla base ( mi avevano fatto sostenere l'esame di ammissione) e che quindi ora non se lo potevano più rimangiare. Insomma, cosa fatta capo ha! Una lezione, questa, che ho appreso subito, e che poi ho usato a mio vantaggio in altri frangenti simili. Ma oramai il "male" era stato fatto, ed io, stando a casa un mese, come ferito, avevo perso la mia innocenza. Avevo imparato a odiare il potere e a non ingoiare le ingiustizie. L'avrebbero pagata!!

Vabbè , mi piaceva chiuderla così, come in un romanzo d'appendice, dove nel quale "il cattivo" (però vittima della società!!) medita e promette vendetta. Fatelo nel mentre che guardate il viso angelico di quel bambino, per indovinare il male che si nasconde dietro quel sorriso di sfida.

Il pulcino, appena uscito dall’uovo…

Le ricerche di Giorgio Vallortigara, uno degli scienziati italiani più noti a livello internazionale per le sue indagini sui meccanismi neurali della cognizione animale, stanno ridisegnando il confine tra la biologia e il mondo astratto delle speculazioni metafisiche. Ne è un esempio questo saggio affascinante sull’imprinting e l’origine della conoscenza che vede protagonisti i pulcini, oggetto di studi sperimentali condotti per quasi trent’anni in parallelo con quelli sui neonati umani. Tali studi ci mostrano come, prima di qualsiasi esperienza specifica di apprendimento, un pulcino conosca le proprietà meccaniche degli oggetti e sappia che essi non solo occupano un determinato spazio con specifiche proprietà euclidee ma possono essere dotati di certe numerosità, che è in grado di stimare eseguendo in maniera non verbale e non simbolica le quattro operazioni dell’aritmetica. Così, fin dalla schiusa, il pulcino sa ravvisare gli indizi della presenza nel mondo di creature animate, quali un volto o la semovenza, presupposto per la costruzione di un cervello sociale. Alla luce di queste scoperte, la contrapposizione tra eredità e ambiente, natura e cultura appare irrimediabilmente datata. La mente, argomenta Vallortigara, non è una tabula rasa. L’apprendimento dall’esperienza è possibile solo se il sistema nervoso possiede in partenza una struttura atta a favorirlo. Le ricerche sui pulcini corroborano dunque la tesi delle conoscenze innate sintetizzata da Lorenz nell’espressione «l’a priori kantiano è un a posteriori filogenetico». Una sapienza di cui non siamo depositari esclusivi: condividiamo schemi di comportamento, predisposizioni, emozioni, organizzazioni neurali con creature da cui ci dividono trecento milioni di anni di evoluzione. Come i piccoli dell’uomo, anche i «pulcini di Kant» cercano la mamma. Divertono, commuovono e fanno pensare.

(dal risvolto di copertina di: GIORGIO VALLORTIGARA, "Il pulcino di Kant". Illustrazioni di Claudia Losi. ADELPHI, Pagine 171, €20)

Anche il pulcino sa il fatto suo. Vero,Kant?
- di Orazio Labbate -

È un saggio narrativo appassionante, comprensivo di interessanti disegni d’accompagnamento, Il pulcino di Kant. La prosa è di una semplicità che seduce, grazie a una lingua spigliata e svelta. Colpisce, soprattutto, il ritmo entusiastico delle frasi — nette, precise e morbide — che mai ricadono nello sterile didatticismo, anzi suonano delicate come fossero micro-favole scientifiche e metafisiche. Sin dalla prefazione in cui l’autore — Giorgio Vallortigara è docente di Neuroscienze e Cognizione animale all’Università di Trento — spiega i motivi reconditi e umani della scelta del tema oggetto del libro.

Un tema originale e stimolante che vede come protagonisti i pulcini. L’oggetto dell’analisi di Vallortigara ha a che fare, infatti, con l’imprinting su questi cuccioli, in comparazione e, in parallelo, con quello sui neonati umani. Secondo questo studio i pulcini mostrano come, ben prima di qualsiasi tipo di percezione reale dei movimenti attorno, da parte di oggetti animati o meno, conoscano le stesse proprietà meccaniche. In sostanza, riescono a individuare lo spazio occupato da creature in movimento o in semovenza che si animano. Percepiscono gli indizi della loro presenza ambientale. Ciò tenta di dimostrare i presupposti di un cervello sociale in questi piccole creature, di uno schema di apprendimento innato, di ciò che Konrad Lorenz definisce così: «L’a priori kantiano è un a posteriori filogenetico».

«Come nel caso dell’equivalenza fra testa di gallina e testa di faina, siamo alle prese con una predisposizione biologica che non è calibrata sui tratti particolari della specie. I pulcini non sembrano avere una concezione precisa di come debba essere il movimento della chioccia. Ne posseggono piuttosto una sorta di idea generale, uno schema astratto che si riduce al movimento di tipo semirigido, il quale è peraltro comune a tutti i vertebrati: galline, esseri umani, gatti».

Il pulcino di Kant, con uno stile favolistico e discorsivo, per mezzo di una struttura a capitoli fulminante — intervallata dalle ottime illustrazioni di Claudia Losi, a mo’ di schizzo, a sostegno della narrazione — offre un’incursione saggistica di veloce e appassionante consumo. Il lettore è come guidato nel cammino sperimentale e non risente, tuttavia, della base scientifica di cui è imbevuto il libro, semmai si ha l’impressione di accostarsi a un agile libro pop dall’aura metafisica. Per queste eccellenti qualità espositive, il volume di Vallortigara sembra possedere la stessa capacità di sintesi romanzesca dello psicoanalista James Hillman. Lavorano a opere di branca opposta, certo, ma narrano con lo stesso piglio letterario, carico di furore e di felicità di trattazione.

«Il punto non è dimostrare che un qualche barlume di conoscenza è presente in assenza di qualsivoglia esperienza, bensì dimostrare che una certa specifica esperienza è necessaria perché quel barlume di conoscenza si riveli. Considerate un pulcino appena uscito dall’uovo. Certamente interagirà nel suo ambiente con oggetti solidi, ma non soltanto con questi. Ci sono entità nel mondo che non offrono resistenza alla beccata […] Poi ci sono entità assai bizzarre come le ombre, la nebbia o le luci riflesse sulle superfici...»

- Orazio Labbate - Pubblicato su La Lettura del 10/9/2023 -

martedì 30 gennaio 2024

La vittoria della ragione e dell’arte !!

"La première cigarette", di Poulbot, 1911.

Nel raffigurare un monello di strada, visto nel mentre che si accende la sigaretta al riparo dal vento sotto le gonne di una ragazzina che non indossa le mutandine, a questo disegno, apparso allora su un giornale, si guadagnò la sua brava e dovuta citazione a comparire davanti al giudice istruttore, con l'accusa di atti osceni. [*]

I disegni di Francisque Poulbot (1879-1946) - un vignettista francese diventato famoso per i "suoi" bambini che egli disegnava collocandoli per le strade di Parigi - cominciarono ad apparire sulla stampa già dal 1900, quando egli aveva 21 anni. Durante le due guerre mondiali, avrebbe firmato anche manifesti e cartoline patriottiche. Assai legato a Montmartre, e alla vita che scorreva in quel quartiere, tra il 1920 e il 1921 Poulbot contribuì a creare la "République de Montmartre", un'associazione che aveva come scopo quello di tenere alto lo spirito e la solidarietà nella Montmartre degli artisti, oltre a salvaguardare quello spirito "festaiolo" che veniva promosso dalla Libera Comune di Montmartre, che aveva come scopo, tra le altre cose, anche quello di proteggere il quartiere dagli eccessi dei costruttori. Per aiutare i bambini bisognosi di Montmartre, nel 1923 venne aperto un ambulatorio, ancora esistente: Les P'tits Poulbots. Il neologismo "poulbot" si riferiva proprio a quei bambini che apparivano nelle sue illustrazioni: i monelli di strada, il cui emblema è da sempre Gavroche, il famoso personaggio de "I Miserabili" di Victor Hugo.

[*] Per la citazione a comparire davanti al magistrato, va detto che molti giornali si schierarono dalla parte di Poulbout. Il processo venne archiviato. Il giornale "Le Sourire" organizzò un banchetto per celebrare «la vittoria della ragione e dell'arte!» al quale vennero invitati artisti, musicisti, attori e pittori. Fu una festa memorabile, in cui lo humour e l'allegria si scontrarono con il moralismo bigotto, senza odio.

fonte: @Literatura y algo más

lunedì 29 gennaio 2024

Il Canale della Crisi

Il Medio Oriente sull'orlo di una grande guerra?
Minaccia di un'ulteriore escalation dopo gli attacchi degli Stati Uniti e degli alleati contro le postazioni Houthi
  di Tomasz Konicz 

In Medio oriente, il 12 gennaio si è aperto un nuovo fronte: gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno attaccato le posizioni della milizia sciita Houthi, alleata dell'Iran nello Yemen, che da settimane sta interrompendo con successo quella che è una delle rotte marittime più importanti del mondo. Inoltre, la milizia sciita ha cercato più volte di attaccare Israele, facendo uso di sciami di droni, e di razzi. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, dopo aver parlato di attacchi «andati a segno», hanno detto che «non avrebbero tollerato» ulteriori interruzioni della navigazione nel Mar Rosso. Da parte loro. gli Houthi hanno immediatamente annunciato rappresaglie, minacciando Washington e Londra, che avrebbero pagato «a caro prezzo» per gli attacchi.

In effetti, con i loro attacchi alle navi mercantili, gli alleati yemeniti dell'Iran hanno saputo colpire un punto sensibile. La rotta marittima che attraversa il Mar Rosso e il Canale di Suez, e che collega l'Europa ai combustibili fossili della regione del Golfo e alla fabbrica globale in Estremo Oriente, dopo diversi attacchi da parte degli Houthi, ha smesso di essere una rotta sicura. Gran parte di quello che costituisce il volume del commercio viene ora deviato, a caro prezzo, verso il Capo di Buona Speranza, facendo crollare di oltre il 50% il movimento delle merci attraverso il Canale di Suez. Tutto questo, mentre aumentano a dismisura i tempi e i costi di trasporto.

Queste manovre di disturbo contro le già fragili rotte commerciali globali, rappresentano un nuovo momento negli scontri regionali innescati il 7 ottobre dalla campagna di omicidi di massa di Hamas nel sud di Israele. In realtà, gli Stati Uniti, Israele e Iran stanno combattendo una guerra informale a bassa intensità, nella quale Teheran sta lasciando agire i propri alleati, in modo da evitare così lo scontro diretto. Ora, in Iran e in Siria, le milizie sciite stanno attaccando regolarmente le basi statunitensi con droni o missili, mentre gli Stati Uniti bombardano sporadicamente le basi sciite. Tuttavia, il maggior potenziale di escalation si trova in Libano, dove Hezbollah è quotidianamente impegnato in uno scambio di colpi con l'esercito israeliano su base giornaliera. La milizia sciita libanese viene considerata l'avversario più potente ai confini di Israele, disponendo di un gigantesco e moderno arsenale di armi, di truppe altamente motivate e molto ben addestrate, oltre ad avere un vasto sistema di tunnel e bunker nel sud del Libano.

Fino a questo momento, tutti gli attori sono riusciti a evitare un'escalation che porterebbe a un conflitto diretto, in una guerra su larga scala nella regione. Tuttavia, con il protrarsi della guerra, questo sembra essere sempre più difficile, non solo nel Mar Rosso, ma soprattutto nel nord di Israele e nel sud del Libano. Israele sembra trovarsi ancora assai lontano dal suo legittimo obiettivo bellico di eliminare Hamas; e questo mentre nel frattempo i costi umanitari di una tale campagna stanno già raggiungendo delle proporzioni catastrofiche. Le unità dell'esercito israeliano, stanno subendo delle pesanti perdite, e sono costrette a ritirarsi da alcune zone della Striscia di Gaza. Il governo israeliano di estrema destra, i cui fallimenti nella politica di sicurezza hanno reso possibile l'offensiva terroristica di Hamas, prevede pubblicamente che la guerra durerà a lungo. Pertanto, quello che sembra perciò diventare sempre più probabile, è uno scontro diretto tra Israele, Stati Uniti e Iran, dal momento che, a un certo punto, la gestione diplomatica della crisi, attualmente in corso dietro le quinte, dovrà raggiungere i suoi limiti.

In ogni caso, questo conflitto regionale, che è sul punto di aggravarsi, costituisce tuttavia solo un episodio delle crescenti controversie, causate dalla crisi, tra gli Stati tardo-capitalisti. Gli Stati Uniti stanno cercando di mantenere la propria posizione egemonica – e la posizione del dollaro come valuta di riserva mondiale – a qualsiasi prezzo, compreso quello militare, nel mentre che molte grandi e medie potenze (come la Turchia o l'Iran) vogliono sfruttare, ai fini delle proprie ambizioni geopolitiche, l'erosione strisciante del potere di Washington. La Russia, in particolare, sembra avere interesse che ci sia un'escalation in Medio Oriente, dal momento che questo priverebbe l'Ucraina di quelle risorse occidentali necessarie nella sua lotta difensiva. In tutto questo, appare chiara la tendenza globale: quanto più le ripercussioni economiche ed ecologiche della crisi globale del capitale colpiranno gli Stati, tanto maggiore ci sarà una spinta, da parte loro, a cercare di compensare, attraverso l'espansione esterna, quelle che sono le loro crescenti contraddizioni interne.

- Tomasz Konicz -  Pubblicato il 16/1/2024 su AK analyse & kritik Zeitung für linke Debatte & Praxis

domenica 28 gennaio 2024

Il nostro nazismo quotidiano…

Moishe Postone, ha fondato una teoria critica dell’antisemitismo e dell’ideologia, svolta a partire dalla critica di Marx al feticismo della merce, e ha indicato la connessione intrinseca tra antisemitismo e capitalismo.
Il capitalismo è fondato sull’antagonismo tra il valore della merce e il valore di scambio, da una parte, e il valore d’uso dall’altra. Postone dice che nel capitalismo il valore di scambio è «astratto, generale, omogeneo», mente invece il valore d’uso è «concreto, particolare, materiale». La logica della merce feticizza il concreto e oscura il valore, in quanto relazione sociale astratta che sottostà alla merce. Nel feticismo della merce, la dimensione astratta appare come naturale e senza fine, mentre la dimensione concreta viene vista come se fosse una cosa senza relazioni sociali. Postone sostiene che nella forma-valore, la «tensione dialettica tra valore di scambio e valore d’uso» del capitalismo viene sdoppiata nella sembianza della moneta, vista come astratto, e della merce, vista invece come concreto.

Ai fini della propria esistenza, il capitalismo richiede tanto la moneta quanto la merce: il valore di scambio e il valore d’uso, il lavoro astratto e il lavoro concreto. È il denaro a mediare lo scambio di merce, e quindi il denaro non può esistere al di fuori dalla logica delle merci. Le merci sono fatte per essere scambiate. Il denaro è l’equivalente generale di un tale scambio di merci. Pertanto le merci non possono esistere senza che avvenga lo scambio di valore, e senza che ci sia un equivalente generale (il denaro). Un altro modo per esprimere la dialettica di merce e denaro, è dire che la sfera della produzione della merce esiste in relazione alla sfera della circolazione, e viceversa.

Il feticismo della merce è una forma di apparenza, nella quale la socialità astratta delle merci viene separata dalla sua concretezza: solo il concreto immediato (vale a dire, il bene che si consuma, i soldi che si tengono in mano) viene considerato e assunto come realtà. Questo concreto immediato finisce per oscurare l’esistenza delle relazioni sociali più astratte, quelle non direttamente visibili e che stanno dietro il fenomeno immediato. Postone sostiene che, nell’ideologia antisemita, il carattere duale, di valore d’uso e di valore di scambio, della merce viene “raddoppiato” nella forma della moneta (forma manifesta del valore di scambio) e della merce (forma manifesta del valore d’uso). Mentre la merce, in quanto forma sociale, incorpora sia il valore di scambio che il valore d’uso, l’effetto di questa esternalizzazione diventa quello per cui la merce finisce per apparire solamente nella sua dimensione di valore d’uso; come puro materiale.

Il denaro, dall'altro lato, appare invece come solamente un deposito di valore - come la fonte, e come il luogo, del puramente astratto - anziché come la forma manifesta esternalizzata della dimensione valore di quella medesima forma merce. Così, Postone sostiene che l’antisemitismo moderno non sia altro che una biologizzazione e una naturalizzazione del feticismo della merce, e si basa sulla «nozione per cui solo il concreto è “naturale”, e a partire da questo il “naturale” sarebbe più “essenziale” e più vicino alle origini». «Il capitale industriale appare pertanto come se fosse il discendente diretto del “naturale” lavoro artigiano», mentre invece la “produzione industriale” appare come se fosse «un processo di creazione puramente materiale». In questo modo, l’ideologia separa il capitale industriale e il lavoro industriale dalla sfera della circolazione, dello scambio e del denaro; la quale sfera viene vista come “parassitica”.

Nell’ideologica nazista, a essere biologizzata è anche la manifesta dimensione astratta; sotto forma di ... ebreo. La contrapposizione tra il materiale concreto e l’astratto diventa così opposizione razziale degli ariani agli ebrei. L’antisemitismo moderno è una “critica” unilaterale al capitalismo, che vede la sfera della circolazione come se fosse solo tale sfera a corrispondere alla totalità del capitalismo. Biologicamente, inscrive l’ebraicità nella circolazione e nel capitalismo; mentre che esclude dal capitalismo sia la tecnica che l’industria (entrambe percepite come produttive e ariane).

Nell’ideologia nazista, il capitalismo «appariva solo in quanto sua dimensione astratta manifesta, che veniva ritenuta responsabile dei cambiamenti economici, sociali e culturali, i quali erano associati col rapido sviluppo del capitalismo industriale moderno». Così, l’antisemitismo identifica tutti i cambiamenti negativi - le dislocazioni e le deterritorializzazioni associate al capitalismo, come l’urbanizzazione, la proletarizzazione, l’individualizzazione, la tecnicizzazione e la de-tradizionalizzazione - con il lato astratto del capitalismo, il quale viene percepito come se fosse l’unico lato a corrispondere alla potente universalità del capitalismo stesso, del socialismo o di altri simili fenomeni.

«Il capitalismo appariva essere solo esclusivamente come la sua dimensione manifesta astratta, la quale, a sua volta, diventava responsabile di tutti i concreti cambiamenti sociali e culturali associati al rapido sviluppo del capitalismo industriale moderno».

(da"Tecnica, antisemitismo e media. I Quaderni neri di Martin Heidegger", di Christian Fuchs.18 novembre 2015)

sabato 27 gennaio 2024

La Shoah: «Fabbrica negativa», prodotto autentico della società occidentale !!

« (...) Per Robert Kurz, in ultima analisi, la Shoah rimane inspiegabile per il marxismo - esso stesso profondamente prigioniero dell'illuminismo. del razionalismo e della narrazione del progresso, come avviene per il pensiero affermativo liberal-democratico ed idealista – il quale, a partire dalla propria aporia, ha cercato rifugio in formule come il "percorso speciale" tedesco, la "singolarità" e lo "scontrò fra civiltà". In genere, da parte dei rappresentanti della tesi della rottura della civiltà, non viene contestato che la storia di tale civiltà abbia recato in sé immensi crimini, ad esempio nelle colonie. Tuttavia, facendo notare che lo sterminio dei nativi americani, o lo sfruttamento della popolazione nera nel cuore delle tenebre congolesi, seguiva una razionalità fra mezzi e fini mossa da interessi materiali, esso accentua, da un lato, anche quella che è una differenza categoriale relativa allo sterminio nazionalsocialista degli ebrei europei; sterminio che emerge come puro fine in sé, separato da qualsiasi collegamento razionale. Mentre in tal modo si suggerisce così che i crimini "normali" della modernità capitalista, in ultima analisi, sarebbero in opposizione rispetto a una razionalità etica superiore della civilizzazione occidentale; e pertanto, nel corso del processo storico, la tendenza a tali crimini verrebbe sempre più rimossa, finendo possibilmente per sparire. Da questo punto di vista, la guerra degli Stati Uniti contro la Germania nazionalsocialista,  avrebbe pertanto confermato l'opposizione diametrale fra le civiltà capitaliste "normali" e il caso particolare tedesco, il quale sarebbe così anti-occidentale, anti-democratico, e in un certo qual modo perfino "anticapitalista".

Tuttavia, Kurz ha anche insistito sul fatto che il nazionalsocialismo tedesco è stato caratterizzato da una "barbarie singolare",  risultante da una storia nazionale particolare; per quanto, tuttavia, non separata dal contesto generale della civiltà moderna. E sebbene corrisponda alla particolarità dello sviluppo nazionale tedesco – il quale, per esempio, è stato più statalista, e dal punto di vista ideologico anche più culturalista e biologista - rispetto all'Inghilterra o agli Stati Uniti; il nazionalsocialismo è stato tuttavia parte integrante della storia della modernizzazione, vale a dire, ha rappresentato la "versione tedesca della trasformazione vista come sviluppo fordista".

Il fatto che in questa fase di transizione e di crisi, l'antisemitismo si sia fatto strada anche nell'America capitalista liberale, così come nell'Unione Sovietica capitalista di Stato - nella prima, come abominio del capitale finanziario "rapace", nella seconda come risentimento contro l'intellettualismo astratto - indica come non si trattasse solamente di particolarità nazionali. E ci sono anche altri indizi di tendenza all'imbarbarimento, sempre inerenti alla civiltà moderna (ma soprattutto nell'era fordista della società del lavoro che diventava totale), e che vengono individuati da Kurz nell'invenzione del campo di concentramento - avvenuto alla fine del XIX secolo da parte delle potenze coloniali - e nell'adozione di tale forma moderna di amministrazione delle persone nel sistema del Gulag sovietico. Anche l'esclusione della "vita indegna di essere vissuta", vale a dire, di quelle persone che non potrebbero apportare profitto nel processo di valorizzazione del capitale, o che perturbano attivamente tale processo, così come la psichiatrizzazione conseguente dei dissidenti politici, o la sterilizzazione forzata delle persone con disabilità, sono state perciò considerate tutte solo come conseguenze della logica della valorizzazione della modernità, sia che essa venisse etichettata come democratica, come socialista o come fascista.

"I nazisti", conclude Kurz, "non provenivano da un altro pianeta, essi erano carne della carne della storia della modernizzazione". La caratterizzazione nazionalsocialista degli ebrei, visti come anti-razza, è stata la conseguenza della loro posizione secolare nella storia europea, in quanto stranieri per eccellenza. Allo stesso tempo, però, rappresentava anche il risultato dell'identificazione degli ebrei con il denaro, con il capitale astratto straniero, il quale veniva considerato come se fosse un principio contrario al buon capitale industriale concreto, creatore di valore. Secondo Kurz - che riguardo a ciò si basa sugli studi del sociologo canadese Moishe Postone - nel pensiero nazionalsocialista gli ebrei incarnano tutti quei poteri moderni che provocano crisi e catastrofi sociali, e che, senza nessuna direzione reale, modellano anonimamente, “alle spalle dei soggetti”, lo sviluppo delle società. E Auschwitz, "prodotto autentico della civiltà occidentale", ha rappresentato una "fabbrica negativa", capitalisticamente anticapitalista, volta a "distruggere valore".

Lo sterminio degli ebrei della Germania, oggi viene visto invece come il risultato di una storia nazionale specifica, e anche come la conseguenza di una follia generale della civiltà moderna (effetto della "pulsione di morte" del Capitale, che aveva già scaricato la sua furia, sia nelle case di lavoro dell'inizio dell'età moderna, così come nei massacri della colonizzazione): ecco che così questa posizione, soprattutto nel contesto della discussione tedesca, può essere dislocata con leggerezza dalle parti di quel revisionismo storico che opera per mezzo di tutta una serie di equiparazioni relativizzanti. Ma, nonostante simile tentativi di renderlo tabù, è da tempo arrivato il momento di analizzare con serietà sia quello che è il nesso di causalità menzionato da Kurz.

(…) Lo sconsiderato discorso a proposito della cosiddetta "rottura della civiltà" - una medaglietta che viene fornita dallo studioso, per essere appuntata sulle vuote frasi di preoccupazione che vengono pronunciate nei discorsi-memoriali dei politici - è quindi diventato ormai inutile; serve solo a mantenere la costernazione di fronte alle uccisioni in massa tedesche. Con il crepuscolo degli dei nazionalsocialisti tedeschi, non è stata definitivamente soddisfatta la "pulsione di morte del capitale", per quanto, tuttavia, negli anni dorati dopo la fine dell'era delle guerre mondiali, la barbarie aperta sia stata messa in secondo piano. È vero che riguardo questo periodo Kurz menziona anche - contrariamente ai keynesiani e ai vecchi socialdemocratici nostalgici del "buon capitalismo" – e soprattutto i danni legati alla transizione di successo verso l'Auto-mobilizzazione, il fordismo e il consumo di massa: vedendo in questo la vittoria della totalità dell'economia di mercato, della soggettività giuridica astratta e della democrazia; ma si trattava però di qualcosa che era qualitativamente differente rispetto alle configurazioni precedenti, così come lo sarebbero state quelle seguenti.(...)»

Klaus Kempter - da "La storia del capitalismo II: crisi. guerre, barbarie) - pubblicato su Exit!

venerdì 26 gennaio 2024

Aspettando il Green Pass e l'Intelligenza Artificiale…

«L'immediatista ha sempre bisogno di disegnare il nuovo su una passiva fotografia del vecchio. Gramsci chiamò il suo immediatismo "concretismo", e non avvertì che ogni concretismo è controrivoluzione». (A. Bordiga, 1957)

Devo confessare che non amo troppo sentir bussare alla mia porta. Che si tratti di Tecnocasa o di Lotta Comunista, la cosa non cambia poi così di tanto. È il Mercato quello, che in alcuni dei tanti suoi aspetti, viene a disturbare; sempre e comunque. Non cambia di molto se ti vogliano comprare casa o cercare di venderti un giornaletto. E la cosa non cambia neppure se, più discretamente, su un "social", vengono a invitarti a «Una giornata di riflessione, confronto, collegamento». «STATO DI EMERGENZA Obblighi repressione e controllo sociale» !!!

E così, continuando a leggere, scopro che si tratta ancora del Covid & Green Pass. Non demordono. Del resto, l'iniziativa è indetta e organizzata da un sindacato, l'USI-CIT, e lo sappiamo tutti che obiettivo del sindacato - di tutti i sindacati - è quello di farci lavorare, a ogni costo. Lockdown & Green Pass, devono averli disturbati non poco, nella loro frenesia lavoratrice, e ora cercano di tornare a darsi da fare. Le occasioni non mancheranno loro: tra agrari in rivolta e difesa del copyright, contro l'Intelligenza Artificiale e contro ogni limitazione della loro libertà di lavoratori/consumatori di benzina, avranno il loro bel daffare!! Come non augurare loro... BUON LAVORO ?!!???

Sopravvivere in città !!

Non siamo soli nelle nostre città. Confuse tra i fiori dei balconi volteggiano farfalle variopinte; al limitare della strada, volpi furtive sgusciano e si nascondono fra gli arbusti dei parchi, scomparendo nel loro labirintico sottobosco in cerca di cibo; nel buio della notte metropolitana, una civetta va a caccia, padrona delle ombre. Per quanto impressionante ci possa sembrare, ognuno di loro – zanzare e topi compresi – contribuisce a mantenere in equilibrio un ecosistema unico e che perlopiù ci è ignoto, sebbene proliferi sotto i nostri occhi. Il biologo Marco Granata ci apre le pagine di questo sorprendente bestiario urbano. Il suo è un inedito manuale illustrato dell’ecosistema cittadino, che ci porta alla scoperta degli animali che abitano gli spazi a noi più prossimi, raccontandoci in che modo si siano adattati alla nostra presenza: dalle cornacchie, che hanno imparato a riconoscere le luci dei semafori per farsi aprire le noci dalle automobili, alle vespe, la cui femmina dopo la fecondazione inizia da sola la costruzione del proprio nido nei sottotetti o nelle cavità dei muri in cemento; dai grandi scarabei eremiti che profumano di pesca alle testuggini dalle orecchie rosse, alieni che hanno invaso i laghetti dei nostri parchi. Un racconto scientifico in prima persona dei misteriosi collegamenti che la biologia intesse tra la sala e il tetto, tra le grondaie e le fognature, tra i campi di periferia e le grandi piazze. Bestiario invisibile ci svela i segreti delle città selvatiche, dell’universo che vive silenziosamente accanto a noi. Un’opera che ci mostra come in ogni momento e in ogni contesto sia possibile trovare qualcosa di straordinario nascosto nelle pieghe dell’ordinario, perfino sotto la terra di un vaso o tra i fili d’erba al centro di una rotonda.

(dal risvolto di copertina di: Marco Granata, "Bestiario invisibile. Guida agli animali delle nostre città". il Saggiatore, pagg. 320, € 22)

Le nostre città, habitat ideale di blatte e gabbiani
- di Giulia Bignami -

Di bestiari ne ho letti tanti: letterari, immaginari, fantastici, metafisici, poetici, moderni, sentimentali, ma nessuno invisibile, come quello del biologo Marco Granata. E forse è proprio quello che ci mancava per ritrovare e riscoprire gli animali persino dove non pensiamo di vederne, grazie a una meticolosa e paziente educazione del nostro sguardo. Il sottotitolo, Guida agli animali delle nostre città, potrebbe far pensare a una guida da campo tradizionale, ma l’introduzione fa capire che si tratta invece di «un tentativo personale, scientifico, sentimentale e partigiano di raccontare la vita e la morte degli animali che vivono nelle nostre città». Tuttavia, l’attenzione del pubblico è spesso concentrata sui vertebrati, tralasciando quei «tanti piccoli coinquilini» che sono i protagonisti indiscussi della prima parte del libro. Grazie ad approfonditi appunti di entomologia domestica ci si avventura negli interstizi tra mobili e pareti, nelle fessure tra le piastrelle, sotto frigoriferi e lavatrici per scoprire che le nostre case non sono veramente nostre, ma inevitabilmente ecosistemi abitati da una varietà di specie. Il primo traumatico incontro casalingo avviene a colazione con delle blatte, per la precisione con uno scarafaggio nero già morto ma eterna sorgente di disgusto umano (nonché inconfessata passione dell’autore). Questa nobile casata del mondo animale è vecchia di circa trecento milioni di anni, è sopravvissuta a estinzioni di massa e realisticamente, nonostante lo schifo che ci fa, ci sopravvivrà. D’altronde si racconta che il biologo inglese John B. S. Haldane, interpellato da un ecclesiastico circa la sua concezione di Dio, abbia risposto che Dio doveva avere un entusiasmo inconsulto per gli scarafaggi. Come dargli torto. Uscendo di casa, si attraversano pagine in cui strade, giardini e periferie assumono le sembianze di veri e propri laboratori urbani per lo studio dei processi ecologici ed evolutivi, approdando a quello che può essere definito il paradosso dell’inurbamento: se le città, infatti, sono tristemente note per frammentare, sottrarre e distruggere gli habitat naturali, allo stesso tempo offrono ad alcune specie, in particolar modo a quelle più generaliste, grandi opportunità per prosperare.

Questo perché le città offrono abbondanza di cibo, basti pensare alle discariche e prestare attenzione ai gabbiani che, immemori del loro passato di pescatori, frugano tra i nostri rifiuti in modo «poco dignitoso, ma redditizio» per usare le parole del gabbiano reale di Chivasso, immaginariamente intervistato da Primo Levi. In aggiunta, negli ambienti urbani la temperatura è tipicamente più alta di diversi gradi rispetto alla campagna, grazie al fenomeno dell’isola di calore, dovuto al fatto che, oltre al traffico, alle industrie e alle attività domestiche, le superfici di edifici e strade hanno un’elevata capacità di assorbire l’energia della radiazione solare, poi rilasciata in forma di calore soprattutto di notte. Infine nella città si possono trovare grandi opportunità di rifugio per difendersi dai predatori: anfratti, fessure, cavità di vecchi edifici, grondaie e tetti rappresentano quella «città negativa» di calviniana memoria e, in fin dei conti, non sono poi così diversi da una parete rocciosa. Le città possono quindi offrire molto, ma solo a chi si sa adattare anche alle minacce più subdole, come quella della frammentazione degli habitat: un contesto nel quale l’ambiente naturale non viene distrutto o deteriorato, ma interrotto dall’intervento umano come, per esempio, nel caso delle strade che attraversano i parchi.

Se, per esperienza personale, garantisco che istruire un cigno o un rospo ad attraversare la strada sia impresa davvero ardua, le cornacchie, al contrario, hanno addirittura imparato a sfruttare i semafori rossi, per depositare le loro noci in strada di fronte alle macchine, verdi, per farle schiacciare dagli pneumatici in transito, e nuovamente rossi, per andare a recuperarle aperte e pronte da mangiare. Sopravvivere in città però, alle volte, non è solo questione di semafori, ma anche di cravatte, come succede al maschio cittadino di cinciallegra, che porta sul petto giallo una cravattina nera più sottile rispetto al maschio delle campagne, a rappresentazione della maggior prudenza premiata nella frenetica vita cittadina. Pure il canto della cinciallegra di città si è dovuto adattare, alzando la frequenza per superare l’inquinamento acustico urbano e riuscire a farsi sentire dai propri simili. Questi adattamenti ovviamente non salvano tutti, le comunità naturali si disgregano, gli habitat si perdono e un processo di omogeneizzazione della fauna porta alla diffusione di una manciata di specie generaliste a spese della biodiversità originale. Ci sarebbe da chiedersi quale sia la percentuale minima di pianeta che dovrebbe essere protetta per salvare la biodiversità e l’entomologo statunitense Edward O. Wilson, in effetti, se lo è chiesto, arrivando alla conclusione che basterebbe proteggere il 50% della Terra per salvare oltre l’85% delle specie. È perciò importante riconoscere, salvaguardare e magari solo imparare a vedere la natura in città, come ci insegna a fare questo libro, perché tutte le specie meritano l’attenzione dei cittadini e, come scriveva il grande esploratore tedesco Alexander von Humboldt, perché «La visione del mondo più pericolosa è quella di coloro che non hanno visto il mondo».

- Giulia Bignami - Pubblicato su Domenica del 10/9/2023

«Piegare» i testi…

Anne Carson, arrivata più o meno verso la metà circa del suo libro "Eros il dolceamaro",ci dice che i «testi pieghevoli e [del]le tavolette [che] erano una realtà nel mondo antico». Ne parla come se si trattasse di qualcosa di assai comune, di ricorrente: «La superficie di scrittura più comune per lettere e messaggi, in epoca arcaica e classica» - continua Carson - «era il deltos, una tavoletta di legno o di cera che veniva ripiegata su se stessa dopo essere stata adoperata, perché il contenuto rimanesse nascosto». Poi, «esistevano anche tavolette di metallo per la scrittura, impiegate soprattutto da chi consultava gli oracoli».

Insomma, la cera per gli amori terreni, e il metallo, invece per quelli divini. In proposito, Carson fa un esempio: «A Dodona, dove c’era un santuario oracolare attivo già dal settimo secolo, gli archeologi hanno scoperto circa centocinquanta tavolette su cui erano stati incisi quesiti per l’oracolo di Zeus. La grande varietà di grafia, ortografia e grammatica riscontrabile su queste tavolette indica che ciascuna sia stata compilata dal richiedente stesso. Le tavolette sono di piombo. Ciascuna è tagliata in una striscia stretta come un nastro, con scritte da due a quattro righe che ne percorrono l’intera lunghezza. In quasi tutti i casi la striscia, dopo l’iscrizione, è stata piegata ordinatamente più volte per nascondere il messaggio al suo interno». Per poi concludere (e qui cita una nota del libro di H.W. Parke, The Oracles of Zeus, in un'edizione del 1967) con, «le parole che si scrivono sul piombo a Dodona sono un segreto tra noi e l’oracolo di Zeus».

Perciò, così facendo, Anne Carson richiama l'attenzione sulla materialità della scrittura nell'Antichità: sui gesti coinvolti nella scrittura e nella lettura; a partire da come si può vedere in quella che è la dinamica della piegatura delle tavolette, che lei sottolinea quando afferma che «I testi pieghevoli e le tavolette erano una realtà nel mondo antico». Tuttavia, nel capitolo successivo, va a esplorare, nelle scene di lettura e di scrittura, anche la dimensione metaforica di questa oscillazione tra il "mostrare" e il "nascondere", e l’analizza a partire dalla narrazione del mito di Bellerofonte, che ne fa Omero nel sesto capitolo dell'Iliade.

E qualcosa di simile appare anche nel libro di Jacques Derrida, dedicato al Fedro di Platone, "La farmacia di Platone" (Jaca Book, 2015), dove l'analisi di una scena di lettura viene condotta sia attraverso la materialità che la metaforicità: Socrate vuole ascoltare la lettura del manoscritto di Lisia che Fedro ha con sé.

fonte: Um túnel no fim da luz

giovedì 25 gennaio 2024

Tutti i formicaleone si chiamano Emilio…

«Da quando Darwin mi ha definito “un osservatore inimitabile”, questa qualifica mi è stata applicata molte altre volte qua e là, senza che ne abbia ancora capito il motivo. Interessarsi a tutto ciò che brulica attorno a noi è così naturale, mi sembra, così alla portata di tutti, così appassionante! A ogni modo sorvoliamo, e ammettiamo pure che il complimento sia fondato. Ma se devo affermare che sono curioso di tutto ciò che riguarda l’insetto, non ho più alcuna esitazione. Sì, sento di avere il pallino, l’istinto che mi spinge a frequentare questo mondo singolare; sì, mi riconosco capace di dedicare a simili studi tempo prezioso, che sarebbe impiegato meglio nel prevenire, se possibile, la povertà della vecchiaia; sì, confesso di essere un appassionato osservatore dell’animale. Come si è sviluppata questa inclinazione caratteristica, allo stesso tempo croce e delizia della mia vita? E, soprattutto, che cosa deve essa all’atavismo?». Jean-Henri Fabre

(dal risvolto di copertina di: Jean-Henri Fabre, "Ricordi di un entomologo. Volume Terzo", Adelphi, pagg. 744, € 42)

il fascino mortale del formicaleone
- di Giorgio Vallortigara -

Il mio animale d’affezione, Emilio il formicaleone, dimora con agio in ufficio dentro un ampio terrario sopra la scrivania. Si tratta in realtà di una molteplicità di individui, sempre diversi a ogni estate, perché dopo qualche mese la larva si imbozzola trasformandosi in ninfa e poi in insetto adulto, ma tutti i miei formicaleoni si chiamano Emilio, per la stessa misteriosa ragione per cui, come asserì il poeta Christian Morgenstern, tutti i gabbiani hanno l’aria di chiamarsi Emma. Mi pareva di ricordare che l’animale fosse menzionato nei Ricordi di un entomologo di Jean-Henri Fabre, così quando Adelphi ha pubblicato il terzo volume sono andato a cercarlo. L’ho trovato a pagina 531, là dove Fabre descrive il comportamento delle larve predatrici, che stanno in agguato nascoste attendendo la loro selvaggina.

Il primo esempio narrato riguarda il comportamento della larva della cicindela, lo scarabeo tigre, che scava un pozzo verticale che poi chiude con la sua testa basculante per farvi sprofondare l’incauto che ci passi sopra. Poi è la volta del formicaleone. La larva di questo insetto disegnando circoli nella sabbia mentre si muove a marcia indietro fabbrica un imbuto trappola, con un pendio ripido e franoso, dal quale la formica ha difficoltà a uscire. Difficoltà accresciuta dal fatto che il formicaleone usa la sua nuca come una catapulta per colpire con precisi lanci di sabbia la malcapitata vittima, che così lapidata precipita sul fondo dell’imbuto dove viene ghermita e sparisce alla vista, trascinata sotto la sabbia. Terminato di suggerne i succhi con le sue mandibole, il formicaleone lancia fuori dall’imbuto l’esoscheletro della formica ormai vuoto.

Forse attratto dalle simmetrie in tutto ciò che è atroce lo scrittore giapponese Kobo Abe menziona la prima di queste bestiole nelle pagine iniziali de La donna di sabbia (Longanesi, Milano, 1972), la seconda, in una versione muliebre, nel resto del romanzo. Il protagonista, un insegnante che impiega le vacanze per coltivare la sua passione segreta da entomologo dilettante andando a caccia di insetti che vivono nella sabbia, nella speranza di dare il proprio nome a una nuova specie, è alla ricerca di un coleottero della famiglia delle cicindele, Cicindela japonica. Giunto in piena estate su una remota costa del Giappone, si fa cogliere dalla notte tra le dune ancora immerso nella sua ricerca. Smarrito, viene soccorso da un vecchio che lo conduce verso un alloggio, una baracca sistemata in una buca come quella di un formicaleone, con una donna che vi abita, rimasta vedova. La donna, che esercita un’intensa attrazione erotica sull’entomologo, come tutti gli abitanti del villaggio deve spalare di continuo per non finire sopraffatta dal continuo scivolare della sabbia lungo le pareti delle buche in cui giacciono le abitazioni del villaggio. L’uomo non uscirà più dall’imbuto di sabbia, la polizia, allertata dalla moglie, non potrà che registrarne la misteriosa scomparsa. Kobo Abe durante la sua infanzia ebbe tre interessi, la raccolta degli insetti, la matematica e la lettura. Congetturo che sia l’attenzione ossessiva per la minuzia (le varianti nella forma delle zampe anteriori sono indizi cruciali per classificare le differenti specie di coleotteri osserva il protagonista del romanzo) che dà origine alla straordinaria qualità della scrittura degli appassionati di entomologia, sia nella letteratura, da Kobo Abe a Vladimir Nabokov fino al nostro Primo Levi, sia nella saggistica, da Jean-Henri Fabre a Eugène N. Marais fino a Edward O. Wilson.

La fascinazione che le larve del formicaleone hanno da sempre esercitato nel mondo delle idee è così ampia che vi sono persino dei siti web dedicati all’argomento ( https://www.antlionpit.com/culture.html ). Dalla ciotola Mimbres, dei nativi americani del New Mexico che riproduce stilizzata una larva di formicaleone le cui immagini a scacchiera e a vortice hanno probabilmente la loro ispirazione nelle esperienze degli indigeni con gli allucinogeni, alle sculture di una larva di formicaleone di un metro di lunghezza realizzato dall’artista americano Patrick Bremer; dal primo charm pubblicato nel 1876 da Mark Twain nelle Avventure di Tom Sawyer – Doodle-bug, doodle-bug, tell me what I want to know –, recitato in seguito dall’astronauta dell’Apollo16 Charles Duke quando confronta i crateri lunari con quelli del formicaleone, alle innumerevoli altre filastrocche che fanno parte del folklore nordamericano: Doodle-bug, doodle-bug, come out and get a grain of corn / Your house is burning up; oppure: Doodle, doodle, doodle / your mother and grand-daddy are dead. Nel 1845 Edgar Allan Poe scrisse una variazione satirica delle Mille e una notte. Il narratore dichiara di aver scoperto un testo orientale da tempo perduto che conterrebbe la storia autentica di Scheherazade. Il testo menziona una notte «mille e due» durante la quale la principessa racconta la seguente storia: «Abbiamo lasciato tale regno in gran fretta e, dopo alcuni giorni, siamo giunti in un altro, dove siamo rimasti stupiti nel vedere miriadi di animali mostruosi con corna simili a falci sulle loro teste.
Queste bestie orribili si scavano vaste caverne nel terreno, a forma di imbuto, e rivestono i lati di essi con rocce, disposte l’una sull’altra in modo che cadano all’istante, quando vengono calpestate da altri animali, precipitandole così nelle tane dei mostri, dove il loro sangue viene immediatamente succhiato, e le loro carcasse poi scagliate con disprezzo a una distanza immensa dalle caverne della morte.
»

Un aggiornamento alla sitografia pare necessario: recentemente è stato pubblicato un manoscritto inedito che Giacomo Leopardi scrisse a quattordici anni, il Compendio di Storia Naturale (Mimesis, 2021). L’incantamento per l’inquietante creatura occorre sempre nella prima gioventù e Leopardi evidentemente non ne fu indenne; etichetta l’animale come «Mirmicoleone», e dice che «è provveduto di due corna falcate verso la cima, che gli spuntano dalla fronte». Chiara Valerio nel suo romanzo Così per sempre (Einaudi, 2022), che ha per protagonista un coltissimo conte Dracula, che vive a Roma e si chiama Giacomo Koch, descrive un personaggio, Renato Campi, che studia la coscienza degli insetti e tiene in camera dei formicaleoni dentro contenitori dei Ferrero Rocher riempiti di sabbia. Non sappiamo abbastanza dell’infanzia di Renato Campi per capire come ebbe origine nel suo caso la malia per la larva terribile.

Nel romanzo di Arthur C. Clarke A Fall of Moondust del 1961 Pat Harris il capitano della nave Selene che naviga i mari lunari sfiorando la superficie della sabbia – a differenza di quelli terrestri i mari lunari sono fatti di sabbia fine, non di acqua – si ritrova improvvisamente ad affondare in un vortice gigantesco. La situazione terrificante gli fa tornare alla mente un ricordo d’infanzia: «Era di nuovo un ragazzo, che giocava nella sabbia calda di un’estate dimenticata. Aveva trovato una minuscola fossa, perfettamente liscia e simmetrica, e c’era qualcosa in agguato nelle sue profondità... qualcosa di completamente sepolto tranne che per le fauci in attesa. Il ragazzo aveva guardato, meravigliato, già consapevole del fatto che quello era il palcoscenico di un dramma microscopico. Aveva visto una formica, irragionevolmente intenta alla sua missione, inciampare sull’orlo del cratere e precipitare giù per il pendio. Sarebbe scappata abbastanza facilmente, ma quando il primo granello di sabbia era rotolato sul fondo della fossa, l’orco in attesa era uscito dalla sua tana. Con le zampe anteriori aveva scagliato una raffica di sabbia contro l’insetto che si dibatteva, finché la valanga l’aveva travolto e l’aveva fatto scivolare nella gola del cratere».

- Giorgio Vallortigara - Pubblicato su Domenica del 10/9/2023 -

Spettralità…

"Spectrality, Marxism, and the Critique of Value", di Thomas Waller
- Pubblicato su "Critique. Journal of Socialist Theory - Volume 49, 2021 - Issue 1-2  -

Questo saggio fa dialogare criticamente "Spettri di Marx" (1993) di Jacques Derrida con la scuola di teoria marxista, di lingua tedesca, nota come Wertkritik: per mezzo di un confronto con teorici critici del valore, come Robert Kurz e Norbert Trenkle, ma anche con figure che possono essere associate alla "neue-Marx Lektüre", come Moishe Postone e Alfred Sohn-Rethel, il saggio espone e porta avanti quattro tesi, tra di loro correlate:

1°: Derrida - rispetto al Marx "esoterico" - privilegia il Marx "essoterico", dal momento che egli non ha alcun interesse alla critica categoriale all'economia politica borghese, svolta da Marx;
2°: Derrida, nella sua lettura de Il Capitale, proietta su di esso quelli che sono invece alcuni aspetti dell'opera giovanile di Marx, e lo fa in modo tale da rendere Marx stesso una sorta di "cane di paglia" contro cui scagliare la sua famosa critica alla metafisica occidentale;
3°:
Derrida trans-storicizza la categoria del lavoro, facendole poi condividere alcuni assunti fondamentali di quello stesso marxismo tradizionale che egli intende criticare;
4°: Derrida fraintende e travisa le categorie di valore d'uso e di valore di scambio, alle quali attribuisce un processo teleologico, quando invece una simile relazione non esiste.

In questo modo, con il suo saggio, Derrida cerca di contribuire allo sviluppo di un concetto di Spettralità, che viene vista come una caratteristica immanente della forma-valore nel capitalismo.

mercoledì 24 gennaio 2024

I Fratelli Sanzionati ?!!??

L'Alleanza dei Sanzionati
- L'Iran e la Russia si sono parzialmente ritirati dal sistema di pagamento Swift -
di Tomasz Konicz

Ecco come, in pratica, dopo una lunga fase di coordinamento, si presenta oggi la de-globalizzazione:  all'inizio di gennaio, l'Iran e la Russia hanno deciso di abbandonare il sistema di pagamento Swift, per passare ai pagamenti bilaterali e ai bonifici bancari diretti.

L'integrazione tra i sistemi bancari russo e iraniano, era già  stata avviata all'inizio del 2023. Ma ora, le transazioni non saranno più regolate in dollari statunitensi, bensì nelle valute dei due paesi, le quali sono soggette a sanzioni da parte dell'Occidente. Entrambi i paesi sono membri di quella che costituisce un'alleanza dei mercati emergenti BRICS (l'Iran lo è solo da quest'anno), la quale, tra le altre cose, si è posta anche l'obiettivo di agire contro il dominio del dollaro USA in quanto valuta di riserva mondiale. Tuttavia, per adesso, il commercio bilaterale tra Iran e Russia avverrà nelle valute nazionali che sono al di fuori del sistema SWIFT, mentre invece lo scambio di merci con gli altri paesi BRICS continuerà a essere gestito secondo il sistema di pagamento occidentale.

È da tempo che la Cina sta cercando di realizzare un sistema di pagamento globale in concorrenza con il "Cross-Border Interbank Payments System" (Cips), che tuttavia, con solo 1.484 partecipanti, rimane sottosviluppato e pertanto continua a fare affidamento su Swift: circa l'80% dei trasferimenti di denaro Cips continua ancora a essere elaborato tramite Swift. Questo parziale ritiro, dell'Iran e della Russia, dall'ordine finanziario dominato dal dollaro e da SWIFT, è dovuto alle sanzioni occidentali,che utilizzano la valuta di riserva mondiale, e il sistema di pagamento, come sanzione. Nel 2018, in seguito al fallimento dell'accordo sul nucleare iraniano, numerose banche iraniane sono state escluse dalla rete SWIFT. Lo stesso è avvenuto nei confronti di diverse istituzioni finanziarie russe, alla fine di febbraio 2022, come risposta all'invasione russa dell'Ucraina. Inoltre, a questo, bisogna aggiungere che dopo l'inizio dell'invasione c'è stato il congelamento dei beni russi all'estero; descritto come un «furto» dal ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. Pertanto, il crescente utilizzo del dollaro USA come "strumento di sanzione" tende a minare quella che la posizione egemonica della valuta statunitense nel sistema finanziario globale. Le sanzioni - che nel caso della Russia si estendono, nella guerra in Ucraina, fino ad arrivare a essere un conflitto militare indiretto con gli Stati occidentali - ha rafforzato l'asse Teheran-Mosca.

Questa alleanza di paesi sanzionati - se così la vogliamo chiamare - ha di fatto creato una realtà economica. Già a metà del 2023, le agenzie di stampa iraniane riferivano che in un anno le esportazioni iraniane verso la Federazione Russa erano aumentate del 30%. Alla fine del 2023, anche l'Unione economica eurasiatica - dominata dalla Russia, e che comprende anche Armenia, Bielorussia, Kirghizistan e Kazakistan - ha firmato un accordo di libero scambio con l'Iran. Questo dovrebbe eliminare quasi il 90% dei dazi doganali tra i partner commerciali, con un risparmio annuo per le aziende russe pari a 294 milioni di dollari, secondo quanto dichiarato dal ministro dell'Economia russo Maksim Reshetnikov in occasione dell'adozione dell'accordo. Finora, la cooperazione economica tra Iran e Russia si è concentrata sul complesso militare-industriale. La cooperazione militare tra i due paesi esiste da tempo: nel 2016,  l'Iran ha acquisito l'avanzato sistema di difesa missilistica russa S-300. Dopo l'invasione russa dell'Ucraina, l'Iran ha fornito i famigerati droni kamikaze Shahed, che l'esercito russo utilizza per effettuare attacchi terroristici alle infrastrutture ucraine nelle profondità dell'entroterra. Nel frattempo, l'industria militare russa è arrivata ora a costruirsi da sé sola questi droni. A sua volta, da parte sua, a novembre la Russia si è impegnata a fornire all'Iran i moderni caccia Su-35 e gli elicotteri da combattimento Mi-28. Verranno anche forniti gli aerei da addestramento Yak-130. Si sta discutendo anche di un altro accordo di armamento globale, in cui la Russia acquisterebbe dall'Iran missili balistici a corto raggio per poter attaccare l'entroterra ucraino con una forza ancora maggiore.

Oltretutto, la Russia è diventata anche uno dei più importanti fornitori di grano dell'Iran. Nell'anno di guerra 2022, il 13% di tutte le esportazioni di grano russo è stato destinato all'Iran, che in tal modo ha sviluppato una forte dipendenza dalle forniture alimentari di base provenienti dalla Russia, diventandone così la terza destinazione più importante: nel 2022, il 72% di tutte le importazioni di grano iraniano proveniva dalla Federazione Russa. L'intensificarsi della cooperazione economica e militare sta perciò portando allo sviluppo e all'espansione di una nuova rotta commerciale eurasiatica tra quelli che sono i due "paesi sanzionati".

Il flusso di merci deve scorrere lungo una rotta che sia al sicuro dalle interferenze occidentali, e nella cui espansione Iran e Russia stanno investendo miliardi. Il Mar Caspio funge da principale corridoio di trasporto, collegando  l'Iran settentrionale con la Russia meridionale, laddove il Volga funge da naturale via di trasporto economica. Si trova inoltre in fase di progettazione un canale che possa collegare Volgograd con il Mar d'Azov. L'obiettivo strategico è quello di stabilire catene di approvvigionamento che gli Stati occidentali non possano più toccare, attraverso le sanzioni. A rendere possibile tutto questo dovrebbe essere tutta una serie di accordi bilaterali di cooperazione economica nel quadro dello sviluppo e della produzione di componenti automobilistici, materie plastiche, turbine e dispositivi medici.

- Tomasz Konicz - Pubblicato su Jungle Word il 18/1/2024 -

martedì 23 gennaio 2024

Una forma di menzogna storicamente appropriata…

Il gergo reazionario della Decolonialità
- Ammantato di un gergo impenetrabile, la "decolonialità" destoricizza e culturalizza il colonialismo. È un vicolo cieco politico e intellettuale per i socialisti. -
di Neil Larsen

Sono passati ormai diversi anni da quando il termine "decoloniale", insieme alla sua inflessione verbale più attiva, "decolonizzare", sono diventati familiari nella cultura popolare e mediatica, specialmente in connessione con le politiche identitarie. Un'altra variante ancora, la "decolonialità", si aggiunge a queste, anche se è limitata a un lessico accademico più ristretto e arcano. La "decolonizzazione", che si trova in un punto intermedio di inserimento discorsivo, è ormai seguita. Qui, tuttavia, coloro che hanno sufficiente consapevolezza, se non una memoria residua del suo contesto storico, riconosceranno nella "decolonizzazione" un termine più antico con una distinta risonanza politica che può essere fatta risalire considerevolmente più indietro agli anni '40, '50 e '60, se non prima, alla Rivolta di Pasqua del 1916 in Irlanda e al massacro di Amritsar del 1919 nell'India governata dagli inglesi. Certamente, al tempo della storica Conferenza di Bandung del 1955 sulle ex colonie relativamente indipendenti e d'ora in poi (per un certo periodo) non allineate in Asia e in Africa, un termine come "decoloniale" sarebbe stato indissolubilmente legato ai movimenti di liberazione nazionale anticoloniali contemporanei e all'effettivo processo storico di decolonizzazione allora all'incirca al suo apogeo. in particolare in ciò che rimaneva del colonialismo formale europeo in molte parti dell'Asia e in gran parte dell'Africa. Non a caso, è stato anche un periodo ben prima che il più immediato precursore del decoloniale nel gergo accademico corrente, il "postcoloniale", iniziasse a fare la sua comparsa. Questo accadeva negli anni '80, grazie in parte alla precedente apparizione e all'impatto della pietra miliare dell'Orientalismo di Edward Said. L'ascesa intellettuale del post-strutturalismo e del postmodernismo aveva chiaramente lasciato un'impronta anche su questa terminologia. Il postcoloniale, che comprende la teoria postcoloniale, gli studi postcoloniali e la letteratura postcoloniale, sembra finora aver resistito allo spostamento da parte del decoloniale. Ciò è probabilmente dovuto ai vantaggi retorici della risonanza più strettamente descrittiva e meno militante del post-colonialismo quando si tratta, ad esempio, di cose come le assunzioni accademiche e i curricula. Un chiaro vantaggio di "decoloniale" rispetto a "postcoloniale", tuttavia, è la facilità con cui può essere trasformato nell'imperativo o nell'esortazione, più convenientemente nel verbo transitivo "decolonizzare". Questo, nel miglior modo in cui posso renderlo, significa "eliminare il razzismo da" o "esporre il pregiudizio eurocentrico in" qualsiasi bersaglio percepito come bisognoso di tale denuncia o critica. Insieme a un numero sempre maggiore di pubblicazioni che utilizzano il termine "decolonizzare" (ad esempio, titoli di libri come Decolonizing the Map; Decolonizzare l'Università; e Decolonizing Data), vedi la nuova serie "Decolonize That!" pubblicata da OR Books, con titoli del 2022 come Decolonize Museums; Decolonizzare gli hipster; Decolonizzare la cura di sé; e l'imminente Decolonize Multiculturalism. Il postcoloniale chiaramente non si presterà così bene a questo tipo di creazione di slogan. Questa è senza dubbio una delle ragioni della sfida sul fianco sinistro del post-colonialismo alla sua nicchia come gergo più convenzionale dello status quo.

Eppure gli slogan costruiti intorno ai termini "decoloniale" e "decolonizzare" possono in alcuni casi essere riconducibili alla "decolonialità", nonostante sia il termine più strettamente accademico dell'arte – e persino a un originale spagnolo, "decolonialidad". Forse non è possibile esserne certi, ma è probabile che tale possibile incrocio sia dovuto in gran parte al critico e studioso Walter D. Mignolo. Occupando una cattedra alla Duke University, Mignolo è senza dubbio l'autorità più frequentemente citata nell'attuale esplosione di studi che proclamano la fedeltà politica e teorica alla decolonialità. Originario dell'Argentina, inizialmente formatosi come studioso sia di semiotica che di letteratura latinoamericana del periodo coloniale, Mignolo attribuisce al sociologo peruviano Aníbal Quijano il merito di aver introdotto il concetto di decolonialità, qui in relazione alla teoria di Quijano della "matrice coloniale del potere" (originariamente "la colonialidad del poder"), presumibilmente articolata per la prima volta nel suo articolo del 1991 "Colonialidad y modernidad / racionalidad" ("Colonialità e modernità / razionalità"). Nei numerosi scritti di Mignolo, che risalgono al 1995 con The Darker Side of the Renaissance: Literacy, Territoriality, & Colonization e che comprendono la sua monografia del 2000, Local Histories / Global Designs: Coloniality, Subaltern Knowledges and Border Thinking, la decolonialità deve ancora fare la sua apparizione letterale o non ha ancora assunto la sua attuale posizione discorsiva. Fino al libro di Mignolo del 2011, The Darker Side of Western Modernity, la prima preferenza è ancora data a coniazioni precedenti, come quella preferita di Mignolo, "post-occidentalismo", e all'ormai (e ancora) onnipresente "pensiero di confine". In tutte le iterazioni delle teorizzazioni ad alta visibilità di Mignolo, tuttavia, la presunta spinta sovversiva e de-occidentalizzante di quella che ora è una decolonialità ufficialmente registrata viene fatta risalire a un punto molto precedente all'inizio quasi contemporaneo del suo gergo. Le sue origini risalgono presumibilmente agli inizi della penetrazione, della conquista e della colonizzazione europea delle Americhe, dell'Africa e dell'Asia meridionale e orientale tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo. In quanto tale, si dice già che quello che si pretende essere il potere sovversivo della decolonialità contemporanea risieda in una resistenza decoloniale indigena e non europea – una resistenza a cui le prime imprese coloniali europee hanno sicuramente dato origine. Qualunque sia la verità e qualunque sia la terminologia attualmente affibbiata e proiettata su di esse, l'eredità sociale e politica e l'importanza di tali lotte storiche sono spesso ignorate e sottovalutate. Ma al posto di un'analisi storica più approfondita, ciò che prevale nell'opera di Mignolo è quello che chiamerò il mero gergo della decolonialità, che spesso scade nella vera e propria ampollosità. Questo è certamente vero per l'ultimo libro di Mignolo in inglese. The Politics of Decolonial Investigations (d'ora in poi PDCI) è una raccolta di quattordici saggi e articoli pubblicati in precedenza ed evidentemente in qualche modo rivisti, per un totale di oltre cinquecento pagine. Con quasi totale uniformità, coerenza e monotonia, si legge come un loop di termini e frasi quasi ritualizzati, auto-ripetitivi, quasi incantatori che, nella loro gamma vertiginosa e ripetitiva, parodiano un sistema teorico genuino. Quijano, qui celebrata come una sorta di oracolo – provenendo, come ci viene più volte ricordato, dalle "Ande sudamericane" (corsivo mio) – è accreditata da Mignolo per aver smascherato una "matrice coloniale del potere" (CMP) onnipervasiva, occidentale ed eurocentrica. A questo, una "opzione decoloniale" opposta viene offerta a quelli di noi disposti – o culturalmente o etnicamente predisposti – a "scollegarsi", cioè a praticare la "disobbedienza epistemica". In risposta a chiunque sia abbastanza scortese da osservare i confini intra-accademici della decolonialità, il suo gergo diventa particolarmente denso, casistico e imperioso. Mignolo invoca "la conoscenza della vita quotidiana in comunità per le quali la conoscenza accademica, accademica e scientifica è perfettamente irrilevante" – lasciando il lettore a chiedersi, nel frattempo, quanta "teoria decoloniale" queste stesse "comunità" stiano leggendo. Ma Mignolo è attento a precisare che "sganciarsi dall'epistemologia e dall'estetica occidentali non equivale a sganciarsi dalle istituzioni". La decolonialità deve essere "introdotta" in quest'ultima (non ricollegata?) ma "con attenzione per evitare di contaminarla con l'accademismo". Pur ammettendo che "la decolonialità potrebbe essere consumata alla moda", il PDCI, come il leggendario re Canuto della Gran Bretagna ma senza l'ironia o l'umiltà di quest'ultimo, ordina alle maree di ritirarsi: "i compiti politici del lavoro decoloniale non devono essere distratti dal suo consumo alla moda". L'esercizio dell'opzione decoloniale attiva ulteriormente una serie di neologismi decoloniali ufficiali e offuscati, troppo sovrapposti, idiosincratici e intorpiditi barocchi per essere catalogati integralmente in questa sede. Ma questi ultimi seguono uno schema coerente e sgargiante formato dalle corrispondenze puramente terminologiche, dalle variazioni spesso ridondanti e dalle sostituzioni pro forma che dovrebbero essere familiari a chiunque sia esposto con riluttanza a molti gerghi intellettuali e accademici moderni. Così, l'occidentalizzazione che si dice essere antitetica alla decolonialità ci dà non solo una corrispondente "de-occidentalizzazione", ma anche un successivo pericolo esplicitamente controriformazionale di "ri-occidentalizzazione". E ancora: di fatto sinonimo di decolonialità e de-occidentalizzazione è quello che Mignolo chiama, in tono sommesso, "il Terzo Nomos della Terra" – uno spin-off ironico e significativo di Carl Schmitt.

Nel frattempo, l'ascesa di quelli che Mignolo definisce gli "stati-civiltà" (distinti dagli stati-nazione occidentalizzati) della Russia, della Cina, dell'India e dell'Iran contemporanei – con l'aggiunta della Turchia a volte per buona misura – è citata dal PDCI come un segno che è iniziata un'era radicalmente nuova di de-occidentalizzazione. In un'indicazione eloquente di come anche le oscillazioni politiche e i cambi di governo relativamente congiunturali, volatili e reversibili possano evidentemente determinare la differenza tra l'"Occidente" e il suo altro antitetico, è, secondo il PDCI, solo la caduta di Lula e Dilma Rousseff e il declino dello stesso Partito dei Lavoratori Brasiliano (PT), che ha lasciato il posto all'elezione di Jair Bolsonaro alla fine del 2018. che ha fatto precipitare il Brasile nel campo della ri-occidentalizzazione. Mignolo crea qui l'impressione che Bolsonaro abbia effettivamente portato il Brasile fuori dal vertice BRICS, ma questo è falso. Lo stesso Brasile, rappresentato dal neoeletto e pienamente impegnato Bolsonaro, ha ospitato l'undicesimo vertice BRICS nel 2019. Ha continuato a prendere parte al dodicesimo e al tredicesimo conclave nel 2020 e nel 2021, eventi in cui il capo di Stato brasiliano ha condiviso il podio con "de-occidentalizzatori" come Vladimir Putin, Xi Jinping e Narendra Modi. Per quanto riguarda lo "stato-civiltà" che è l'India di Modi e del BJP, Mignolo è, non sorprendentemente, tutt'altro che silenzioso, così come lo è riguardo alla Turchia di Recep Tayyip Erdogan e all'Iran di Ebrahim Raisi e ai mullah. Laddove questi ultimi sono citati di sfuggita, il gergo della decolonialità après Mignolo assume un sapore equivoco tutto suo: «Le attuali tendenze in Cina, Russia, India e Turchia a mutare lo stato-nazione in stato-civiltà stanno rivelando segni di restituzione di ciò che è stato indigente. Non sto dicendo che gli stati-civiltà saranno "migliori" degli stati-nazione. Sto solo dicendo che molto probabilmente lo saranno.» I BRICS, per Mignolo, diventano la CRI (Cina, Russia e Iran): i "tre pilastri" della de-occidentalizzazione. Sigle come CRI e l'onnipresente CMP, grandiosi marcatori epocali come il Terzo Nomos della Terra e la stessa decolonialità, e soprattutto i prefissi acquistano uno status particolarmente significativo ed esaltato nel gergo della decolonialità: «Il cambiamento d'epoca [da quello di "occidentalizzazione" a "de-occidentalizzazione" o "decolonialità"] non può più essere catturato aggiungendo il prefisso "post-". Il prefisso post- è valido all'interno della ri-occidentalizzazione, la controriforma che intende mantenere i privilegi costruiti in cinquecento anni di occidentalizzazione, ma è privo di significato per la de-occidentalizzazione e la decolonialità. Il prefisso "de-" prende il sopravvento, scomponendo l'universalità e la totalità occidentali in molteplici temporalità, conoscenze e prassi del vivere. Il prefisso de- significa che si disobbedisce e ci si scollega dalla credenza nell'universalità e nell'unipolarità; Prendete ciò di cui avete bisogno per restituire ciò che è stato privato e che è rilevante per il sorgere del multipolarismo nelle relazioni interstatali e nella pluriversalità.»

Alla faccia del post-coloniale! Il "de-" del decoloniale, geloso come il dio dell'Antico Testamento, non avrà altri prefissi davanti a sé. "Multipolarità" e "pluriversalità" sono anche fissazioni lessicali continuamente evocate nel gergo della decolonialità certificato da Mignolo. Altri includono "miseria", "restituzione", "gnoseologico" (evidentemente sostituendo e sostituendo un epistemologico decolonialmente sospetto) e "estesia" o "l'estetica", qui evocando un'estetica decolonizzata. Ma sicuramente la caratteristica più rivelatrice del gergo della decolonialità sono le istruzioni pontificanti del PDCI al lettore sul significato genuino e pieno – epocale, escatologico e al limite del cosmico – di nient'altro che un cambiamento di prefissi. Incontrarsi con tali estremi di spavalderia retorica e ostentazione fa venire in mente Il gergo dell'autenticità, la graffiante e ancora attuale denuncia critica di Theodor Adorno dello svilimento del linguaggio nella filosofia esistenzialista tedesca di Martin Heidegger e Karl Jaspers – descritta a un certo punto come un gergo determinato "dal fatto che le singole parole siano caricate a spese della frase, la sua forza proposizionale e il contenuto del pensiero". Mettendo da parte la questione se nel PDCI e nel gergo mignolo-esco della decolonialità ci sia ancora molto, se non nessuno, contenuto di pensiero a livello di frase disponibile per essere sacrificato alla forza di culto delle singole parole, Mignolo qui poggia il futuro stesso dell'umanità sulle variabili di un livello linguisticamente subatomico – sulla differenza tra il "de-" e il "post-". Dopo una prolungata esposizione al gergo della decolonialità, il "de-" in "decolonial" comincia in realtà a suonare più appropriato: significando, come potrebbe benissimo, la cancellazione o l'inversione non del colonialismo in sé, ma del suo concetto e del suo referente storico. Perché, dopo tutto, c'è così poco da trovare nel PDCI – e in generale in tutti i massetti decoloniali di Mignolo – riguardo alle specificità del colonialismo stesso, alle sue basi materiali e alle sue condizioni, per non parlare dei dettagli reali, praticamente inesauribili, della sua storiografia, movimenti anticoloniali che non fanno eccezione a questa regola? Quali che siano le ragioni più profonde, questo deficit fattuale è cruciale per la critica e la decifrazione critica del gergo della decolonialità – quasi come se le sue stravaganze e ridondanze terminologiche e la sua arroganza retorica fossero una compensazione ironica per un vuoto storico sottostante. Parte della risposta rifletterà senza dubbio anche la portata tipicamente contemporanea e cosmopolita degli appelli più vernacolari alla "decolonizzazione". Mentre, come slogan, quest'ultimo non ignora necessariamente l'impatto storico del colonialismo sulle questioni dell'ingiustizia razziale odierna e delle lotte contro le barriere poste dal privilegio nazional-imperiale, anche la richiesta più pratica e impegnata di decolonizzazione di solito non va oltre i limiti della politica identitaria e del suo sfondo intellettuale convenzionale, il culturalismo. Il culturalismo equivale, in breve, alla teoria secondo cui le identità e le differenze culturali ed etniche sono ciò che in ultima analisi spiega il mondo. Di conseguenza, la causa dell'emancipazione sociale viene definita e determinata dalla lotta contro i miti di inferiorità e superiorità etnoculturale che sono alla base di uno status quo oppressivo. Mignolo e il gergo della decolonialità non fanno eccezione: è il culturalismo, in questo senso, a costituire l'orizzonte onnipresente che delimita ciò che può e non può essere detto e pensato in opere come PDCI e nei voluminosi scritti di Mignolo che l'hanno preceduta, risalendo almeno fino a Local Histories / Global Designs del 2000. Così, anche se un'opera come PDCI può sembrare esteriormente interessata alla storia nella sua realtà oggettiva e complessiva, la sua portata storica e il suo acquisto sono in realtà fortemente limitati e impoveriti. Pur impegnandosi in ripetute, generiche e ampie invocazioni dell'epoca, a partire dalla fine del XV secolo, della conquista e della colonizzazione del mondo europeo e occidentale, questo riferimento storico molto generale (con eccezioni minori e incidentali) è l'unica indicazione dell'interesse o dell'impegno di Mignolo per la storicizzazione della decolonialità.

Non ha molto senso esplorare le basi storico-materiali più profonde del colonialismo se, come afferma Mignolo, il "reale" stesso è semplicemente "una proiezione epistemica" e se "governo ed economia" non sono altro che "invenzioni epistemiche". Il PDCI è sempre pronto a proclamare l'alba storica, per quanto combattuta, di una nuova era de-occidentalizzata o di un Terzo Nomos della Terra, ma categorie chiave come la matrice coloniale del potere e la decolonialità stessa rimangono assoluti sovra-storici che possiedono origini quasi mitiche non soggette a storicizzazione. Aderire alla teoria decoloniale mignoliana significa rinunciare all'idea che i fattori materiali e sociali che condizionano la formazione storica e l'apparizione di assoluti come "l'Occidente", la "de-occidentalizzazione" e la "decolonialità" possano essi stessi essere indagati e determinati. Questo è uno stato di cose piuttosto sbalorditivo e scandaloso in qualsiasi opera che rivendichi l'acquisto effettivo di qualcosa di così tipicamente storico come il colonialismo, compreso l'anticolonialismo e la decolonizzazione. Si pone, tra l'altro, la questione – che sarà affrontata nella quarta e ultima sezione di questa recensione – di come sia possibile che una qualsiasi "teoria" relativa al colonialismo, ma praticamente priva sia di riferimenti storici dettagliati che di qualsiasi impegno intellettuale con le lotte contemporanee contro il neocolonialismo e l'imperialismo, possa attrarre così tanti convertiti "decoloniali" come evidentemente ha fatto. Ma deriva, logicamente e inevitabilmente, dal fondamentale e disastroso errore di categoria a cui i culturalismi come quello di Mignolo sono irrevocabilmente condannati una volta che si avventurano su un terreno che invita o richiede una spiegazione storica. La cultura e l'etnia sono, per forza di cose, explanandum: ciò che deve essere spiegato prima, in quanto categorie, può diventare explanans, cioè capace di spiegare qualsiasi altra cosa. Ed è in definitiva solo la storia – un universale che resiste e rifiuta la culturalizzazione – che condiziona e rende possibile questa funzione esplicativa locale. Il culturalismo di Mignolo riduce inevitabilmente la categoria dell'universale stesso (donde anche la storia) allo status di artefatto, se non di artificio, di una cultura particolare, quella dell'Europa e dell'Occidente. Ma se, in virtù della loro presunta origine culturale, tutti gli universali dovessero essere realmente eliminati, il risultato sarebbe la paralisi cognitiva. Non si può pensare, teorizzare o criticare senza la categoria dell'universale più di quanto non si possa fare senza quella del particolare. Un'universalità proscritta rientra semplicemente nel gergo della decolonialità dalla porta di servizio come, diciamo, de-occidentalizzazione, decolonialità stessa, o pluriversalità. Perché non spingersi ancora più in là e lanciare una rivendicazione di "pluri-universalità"?

Da un tale errore derivano implicazioni ancora più sinistre. Rifiutando come eurocentriche e occidentalizzate tutte le pretese di universalità, Mignolo in PDCI spiana la strada al rientro surrettizio di altri universali ancora sottilmente camuffati, molto più insidiosi delle parodie di sé come la pluriversalità – a patto, cioè, che possiedono l'alibi di essere anti-occidentali. In effetti, l'esplicito sostegno di Mignolo agli "stati-civiltà" anti-occidentali di Cina, Russia e Iran mette a nudo un flagrante flirt decoloniale con l'autocrazia e gli sciovinismi delle grandi nazioni. Ciò è più chiaro nell'aperto, esplicito e spesso ribadito sostegno del PDCI alla Cina di Xi Jinping e alla sua sfida alla ri-occidentalizzazione. Perché, sebbene "la decolonialità non sia" – e "non possa essere" – "un compito guidato dallo Stato", "la de-occidentalizzazione . . . può essere portata avanti solo da uno Stato forte, economicamente e finanziariamente solido. Questo è il motivo per cui la Cina sta aprendo la strada a questa traiettoria". Dopo un cenno stranamente condiscendente e sprezzante a Mao Zedong (chiaramente una presenza scomoda e in gran parte superflua sulla scena decoloniale), Deng Xiaoping è accreditato da Mignolo di aver slegato la Cina dai dettami occidentali, così come celebrato per aver presumibilmente disaccoppiato il capitalismo dal liberalismo e dal neoliberismo. "'Capitalismo con caratteristiche cinesi'", osserva Mignolo, "è stato un commento sarcastico sui media occidentali. E in effetti lo era ed è. E ci si potrebbe chiedere: cosa c'è di sbagliato in questo?" A rischio di peccare contro la decolonialità, si è portati a chiedersi, insieme all'evidente aumento del numero di giovani lavoratori cinesi che aderiscono alla filosofia del "tang ping" e scelgono di "sdraiarsi" piuttosto che lavorare ore infinite solo per, nella migliore delle ipotesi, rimanere al loro posto, se ciò che è sbagliato in questo non è solo il capitalismo stesso. Ma le simpatie e l'ammirazione di Mignolo per Deng Xiaoping, Xi Jinping e le alte sfere della civiltà-stato cinese non sembrano estendersi agli stessi lavoratori cinesi di base. La chiara tendenza di Mignolo a subordinare la contraddizione di classe a questioni di gerarchia e differenza culturale ed etnica – se non a ignorare del tutto la classe – non può nascondere un'approvazione de facto decoloniale delle attuali politiche dominanti della classe capitalista, fintanto che possono essere identificate come "de-occidentalizzanti". Nel frattempo, Mignolo liquida allegramente l'ex Unione Sovietica, e con essa un'intera epoca nella storia dell'anticolonialismo e dell'antimperialismo di enorme, praticamente incalcolabile importanza. Non c'è una sola parola nel PDCI riguardo al ruolo sovietico, certamente ambiguo, sovradeterminato durante la Guerra Fredda, ma comunque storico, almeno fino agli anni '70, nell'aiutare a far avanzare lotte anticoloniali e antimperialiste senza precedenti, comprese quelle della stessa Repubblica Popolare Cinese insieme a Cuba, Vietnam e Angola. L'URSS era, secondo il PDCI: «un modo fallito di affrontare la differenza imperiale, perché agiva su un sistema di idee occidentali che non corrispondeva o non emergeva dalla storia locale russa. Ciò che era locale erano la rabbia e la rabbia contro lo zarato russo. Ma lo strumento, in questo caso il comunismo, è stato preso in prestito.» Nessun panslavista, incluso lo stesso Putin, l'avrebbe messa diversamente. Il fatto che il liberalismo e il marxismo, gli "eredi dell'Illuminismo", non potessero assumere una forma russa locale deve essere uno shock per gli storici seri della Russia del diciottesimo, diciannovesimo e inizio ventesimo secolo. Applicando i criteri di un'ideologia così palesemente culturalista, anzi, orientalista, ci si chiede come Mignolo classificherebbe figure storiche e culturali russe pre-sovietiche come Pietro o Caterina la Grande, Aleksandr Puškin, Ivan Turgenev o Nikolaj Cernyševskij. Si tratta di russi occidentali o locali? E che dire dei milioni di sudditi imperiali della Russia presovietica e zarista che non erano essi stessi di etnia russa o esclusivamente o principalmente russofoni? Si trovano, dunque, al di fuori della storia russa? Putin e i suoi seguaci potrebbero, a dire il vero, preferire vedere le cose in questo modo.

Gi studenti di storia che hanno imparato a conoscere le opere di Karl Marx e il vasto archivio di storiografia, scienze sociali e filosofia che hanno contribuito a generare e a plasmare avranno imparato da tempo come contrastare le fallacie dell'anti-universalismo culturalista. Ma per evidenziare, brevemente, le idee di base: l'Europa è il luogo di nascita storico del capitalismo e della sua correlata formazione sociale, non il luogo della loro partenogenesi etnoculturale puramente mitica. Questa formazione sociale, un tempo popolarmente nota come società borghese, tenta, in un primo momento con relativo successo, di proiettare gli interessi della classe che la domina come universali, come identici agli interessi della società nel suo insieme. Non passa molto tempo, tuttavia, prima che questa pretesa di universalità venga contestata dall'interno delle masse dell'umanità oppresse e sfruttate dal capitalismo, comprese le vittime dei suoi interventi coloniali e imperiali e delle violente conquiste e usurpazioni territoriali. E contro quella della borghesia – sempre meno credibile man mano che il capitalismo e i suoi interessi di classe diventano più apertamente repressivi – si oppone la pretesa opposta di universalità avanzata dal socialismo rivoluzionario e dal comunismo, l'universalità internazionale e sociale di una società senza classi che aspira. Tutto questo può sembrare il gergo ortodosso della decolonialità nient'altro che una "restituzione" eurocentrica del privilegio occidentale e della matrice coloniale del potere, ma non c'è nulla di egregiamente "colonizzante" in questo. Né sembra plausibile che la più ampia simpatia per la "decolonizzazione" delle istituzioni cosmopolite contemporanee o anche per una più generica decolonialità di ispirazione mignolò scelga di tracciare qui le sue linee di battaglia anti-universaliste. Nonostante tutto il suo culturalismo predefinito, e la sua propaganda di "pluriversalità", la teoria decoloniale, per Mignolo, di regola, sembra riluttante a definire un capitalismo globale in termini strettamente culturali o a dichiararlo come una mera "proiezione epistemica". Fatta eccezione per quei casi meno evidenti in cui può essere infilato sulla scia della "de-occidentalizzazione" e dei suoi "stati-civiltà" (si veda ancora l'approvazione indiretta di Mignolo del "capitalismo con caratteristiche cinesi"), il capitalismo in quanto tale alla fine e di fatto esce dal quadro generale immaginato implicitamente nel PDCI e nel gergo della decolonialità. Nella misura in cui il capitalismo si avvicina al punto di fuga nella visione del mondo della decolonialità, lo stesso vale per il marxismo, qui inteso come la teoria e la critica più sistematica e radicale del capitalismo. E man mano che quest'ultima, in quanto qualcosa di diverso da una caricatura iper-astratta, si allontana dalla vista, scompare insieme ad essa ogni concezione rigorosa dell'anticapitalismo o di una società postcapitalista liberata come universali pienamente storici e concreti. Un punto meno ovvio, ma non meno cruciale, da ricordare qui, è che la forma di società a cui il capitalismo moderno dà luogo, una formazione sociale mediata e "sintetizzata" (per usare il termine di Alfred Sohn-Rethel) dai rapporti inscritti nell'astrazione reale della merce o della forma-valore, appare, necessariamente agli individui che la compongono, essere esso stesso qualcosa di astratto e, di conseguenza, universale in contrasto con tutte le forme precedenti di società. Questa è una delle ramificazioni del fenomeno ben noto, ma ancora spesso poco compreso, del feticismo (l'"oggettività fantasma") delle merci, scoperto per la prima volta da Marx e spiegato teoricamente nel Capitale. Una società "sintetizzata" dalla produzione e dallo scambio di merci – dalle relazioni sociali iscritte nel valore – assume una forma che è insieme astratta ed estranea, che sembra esistere solo (per usare l'espressione di Marx) "dietro le spalle" di coloro che la compongono. L'Europa, inizialmente le sue zone occidentali e settentrionali, è di nuovo il luogo in cui questa forma di società emerge per la prima volta pienamente. Ma a differenza dell'universalità che può essere attribuita e ridotta all'immediatezza sociologica dell'ideologia borghese, e quindi relativamente più facilmente falsificabile, l'universalità profondamente strutturale ed estranea della società mediata dalle merci non può essere così facilmente o facilmente smascherata o falsificata. In effetti, non si tratta, su un piano più immediatamente ideologico, di un falso universale, ma piuttosto di una forma di falsa coscienza socialmente necessaria. Affinché la falsità della sua apparente universalità possa essere smascherata, è necessario che i rapporti sociali di produzione delle merci entrino essi stessi in crisi e si elevino al livello di coscienza teorica e sociale. Non varrebbe allora la pena di chiedersi se il divieto della decolonialità sugli universali, la loro dogmatica relegazione a uno pseudo- o astorico "eurocentrismo", non sia di per sé sintomatico della persistente intrattabilità teorica e intellettuale della falsa universalità del capitalismo sul suddetto piano profondamente strutturale? Questo potrebbe almeno aiutare ad arrivare a una spiegazione, per quanto ipotetica, del fascino non trascurabile di Mignolo e del gergo della decolonialità tra gli intellettuali e gli studiosi, molti dei quali evidentemente più giovani, di tendenza progressista e identificati, se non nativi, con le regioni del Sud del mondo postcoloniale. Escludendo input statistici ed empirici che esulano dallo scopo di questa revisione e potrebbero essere impossibili da ottenere, non possiamo esserne certi. Ma nessuna critica alla decolonialità autorizzata da Mignolo, soprattutto considerando l'assoluta banalità del suo gergo, potrebbe alla fine essere considerata completa senza uno sforzo per spiegare quello che è, a dir poco, il fatto sconcertante della sua relativa popolarità. Si consideri, inoltre, che nella congiuntura che risale addirittura all'inizio del millennio – lo stesso che ha visto la pubblicazione delle maggiori opere di Mignolo e la sua ascesa alla ribalta intellettuale – gli universalismi volgari e palesemente ideologici che rivendicano il mantello della civiltà borghese "occidentale" sono sempre più facilmente smascherati come particolarismi sciovinisti e quindi, Nonostante le loro crescenti basi di sostegno "populiste", tanto più prontamente screditate. Si pensi, ad esempio, ai manifesti alla Samuel Huntington che proclamano lo "scontro di civiltà" o, in modo ancora più sfacciato e più au courant, agli idilli distopici suprematisti bianchi e spesso cristiano-nazionalisti degli odierni "populismi" di estrema destra alla Donald Trump, Viktor Orbán, Jair Bolsonaro e Marine Le Pen. La loro capacità di conquistare un numero apparentemente maggiore di aderenti rispetto a trenta, venti o anche dieci anni fa avviene al costo di una crescente polarizzazione sociale che allo stesso modo aumenta il numero dei loro antagonisti. Ma questo traspare anche se la verità sociale e storica dell'astrazione della merce "reale" del capitalismo e della corrispondente forma di universalità, ideologicamente più ermetica, rimane relativamente più resistente alla divulgazione cosciente e secolare. Le pretese etniche e culturali di universalità, cioè, sono più facilmente smascherate come false e perniciose, ma la loro fonte sottostante – l'universalità socio-storica, strutturale, ma alienata del capitalismo – vola sotto il radar del culturalismo, per così dire. L'effetto si fa sempre più trasparente, mentre la causa, culturalmente invisibile ma storicamente contingente e quindi non meno ideologica alla fine, rimane oscura.

Ma dietro l'evidente, forse ancora crescente, popolarità di Mignolo e della decolonialità c'è sicuramente la realtà concreta di uno sviluppo combinato e diseguale come sperimentato nel Sud del mondo contemporaneo e nella sua diaspora metropolitana. Come il defunto Aijaz Ahmad e altri critici marxisti che all'inizio hanno sfidato le sue tendenze post-strutturaliste, incentrate sul discorso e destoricizzanti non hanno mancato di osservare all'epoca, l'ascesa della teoria postcoloniale, almeno in una prima iterazione sancita nelle opere di Said, Gayatri Spivak e Homi K. Bhabha, era chiaramente parallela alla crisi e all'effettivo collasso di ciò che ancora rimaneva dei movimenti di liberazione nazionale anticoloniali che erano stati catalizzati alla fine del XX secolo. Questo è stato uno spartiacque che Ahmad ha definito in modo memorabile "la fine dell'era Bandung", un termine storico che ha ragionevolmente collegato al trionfo della fazione islamista antilaica e antimarxista nella rivoluzione iraniana del 1979. Il crollo del blocco orientale socialista e della stessa URSS più di un decennio dopo – e la crisi e l'eventuale indebolimento delle insurrezioni e delle rivoluzioni antimperialiste centroamericane in El Salvador e Nicaragua durante lo stesso decennio successivo – non hanno fatto altro che rafforzare le tendenze culturaliste e anti-universaliste del postcolonialismo, non da ultimo nell'impatto di quest'ultimo sull'americanismo latino e sulla critica e teoria letteraria e culturale latinoamericana. Nel corso dei circa tre decenni trascorsi da allora, si può dire che la resistenza alla dominazione imperiale e neocoloniale nel Sud del mondo abbia avuto alti e bassi. Ne è testimone la cosiddetta marea rosa in molte parti dell'America Latina, dall'ascesa del PT in Brasile, soprattutto dopo il 2002, e le tendenze elettorali più recenti, anche se volatili, favorevoli alla sinistra parlamentare e socialdemocratica in Argentina, Honduras, Perù, Cile e Colombia. Ma c'è poco che suggerisca che la fine dell'era Bandung non abbia continuato a manifestarsi in tutto il Sud del mondo in modi implacabili e angoscianti. Né si può dire che le fortune dell'imperialismo (sinonimo della superpotenza statunitense) o dello stesso capitalismo globale abbiano prosperato. Anche se punteggiata da atti palesi di violenta aggressione imperiale e di superpotenza, in modo più significativo e drammatico la disastrosa invasione statunitense dell'Iraq e l'abietto fallimento della sua guerra ventennale in Afghanistan, la prolungata crisi dell'antimperialismo del Terzo Mondo negli ultimi trent'anni non è stata, nonostante una breve ondata di trionfalismo occidentale da "fine della Guerra Fredda" dopo la fine del socialismo di stato sovietico e del blocco sovietico, Il risultato è stato un corrispondente rimbalzo per le fortune imperiali degli ex colonialisti e neocolonialisti del mondo. Se, alla fine del decennio 1979-1989/91, il superamento della fase eroica del Terzo Mondo del liberazionismo nazionale era diventato conclusivo, e aveva cominciato a riecheggiare nella forma di culturalismo del postcolonialismo, influenzata dall'alta teoria, una certa memoria storica e la consapevolezza, diciamo, della fase di successo della resistenza anti-imperiale della Cuba rivoluzionaria a partire dai primi anni '60 o della sconfitta finale del Vietnam insorto contro la macchina da guerra degli Stati Uniti nel 1975 persistevano chiaramente, anche tra i meno scettici nei confronti della versione postcoloniale della sovversione "epistemica". E l'America Centrale, nel frattempo, sembrò per un certo periodo, tra la fine degli anni '70 e gli anni '80, pronta a estendere quelle vittorie, fornendo, come minimo, una schiera di testimoni e martiri alla causa dell'antimperialismo rivoluzionario, da Óscar Romero a Rigoberta Menchú.

Ma, a parte i riferimenti, sparsi e in gran parte etnici, allo zapatismo, è inutile cercare tra le pagine della PDCI o tra le tante altre opere di Mignolo il senso che questa storia sia esistita o continui a contare, anche solo per diagnosticare le ragioni della sua scomparsa, tanto meno per speculare sulle prospettive del suo riscatto in un futuro ancora solo vagamente o parzialmente discernibile. Lo stesso Mignolo è più che abbastanza grande da sapere cosa manca qui, ma per molti dei suoi seguaci, questo sembra molto meno probabile che sia vero. Che cosa può significare la fine di Bandung per quei decolonizzatori, per i quali il fatto che sia iniziata davvero rimane nebuloso nella migliore delle ipotesi? Può darsi che il diffuso sostegno all'antirazzismo e all'eliminazione del suprematismo bianco e dei pregiudizi eurocentrici dalle istituzioni sociali e culturali contemporanee, espressi negli slogan e nelle richieste del decolonialismo, operi all'interno dei vincoli di questa stessa coscienza storica gravemente diminuita. Questo, di per sé, non toglie nulla a quella che è sicuramente spesso la giustizia e l'urgenza di molti di questi slogan e campagne. Anche se, per esempio, gli appelli alla decolonizzazione delle gallerie d'arte o dell'hipsterismo non sono in grado o non vogliono collegare tali obiettivi ai recenti bombardamenti sauditi sostenuti e armati dagli Stati Uniti su migliaia di civili yemeniti, o, più in generale, alla povertà catastrofica di massa e alle minacce alla stessa sopravvivenza umana in tutto il Sud del mondo, imposte dalla divisione internazionale del lavoro del capitalismo, almeno non si traduce automaticamente o necessariamente nell'esplicito sostegno di Mignolo all'autocrazia anti-occidentale. Più limitate e localizzate sono queste campagne e rivendicazioni, cioè meno universali, minore è il rischio che si trasformino in una decolonizzazione sancita da Mignolo. Ma una volta che la volontà o anche la tentazione di teorizzare entra nella mischia, la categoria dell'universale entra con essa. Lo fa necessariamente, per quanto apparentemente screditato e sfavorito dalla realtà congiunturale prevalente. Come abbiamo visto nel caso di Mignolo e del gergo della decolonialità, la messa al bando degli universali, per fedeltà dogmatica a qualsiasi condizione immaginaria di santità o alterità culturale o etnica, conduce, nella migliore delle ipotesi, alle autoparodie e alle grottesche del "de-", del "post-" e del “re” tra i prefissi. Come dimostra il PDCI, il divieto culturalista degli universali in quanto eurocentristi a priori si trasforma facilmente nel culto repressivo e surrettiziamente universalizzante delle autocrazie de-occidentalizzanti. Questi ultimi sono semplicemente da preferire come gli unici alleati possibili o coerenti di una decolonialità che ha abiurato non solo il liberalismo e il marxismo come "eredi dell'Illuminismo" ma evidentemente la democrazia stessa. Ma quanto separa davvero una decolonialità fissata su un'ostilità manichea verso l'Occidente dai populismi di destra e autoritari attualmente in ascesa in tutta Europa, per non dire in Nord America? Nonostante l'affermazione tipicamente ma sconsideratamente sicura di sé di Mignolo, spesso ripetuta nei suoi scritti e in numerose interviste, che l'Occidente finisce a est di Gerusalemme, si tratta di un termine notoriamente relativo ed elastico, tanto facilmente e prontamente denunciato in un punto quanto potrebbe essere invocato in un altro. L'ungherese Orbán o il polacco Andrzej Duda potrebbero benissimo esprimere fedeltà ai valori occidentali-cristiani presumibilmente minacciati dall'immigrazione non europea (non bianca) e nel momento successivo denunciare la politica liberale occidentale dell'Unione Europea, apparentemente più tollerante nei confronti dell'immigrazione. L'"Occidente" è l'Occidente di qualsiasi "Oriente" etnoculturalista e cripto-universale che comanda una fedeltà decoloniale. E, mutatis mutandis, lo stesso vale per l'Oriente – o dovremmo dire il "de-Occidente"? C'è da chiedersi, visti i recenti avvenimenti in Russia e Ucraina, dove Mignolo collocherebbe quest'ultima sulla mappa mundi Est/Ovest della decolonialità.

Sembra ragionevole concludere che alcuni, forse molti, tra i sostenitori di Mignolo e della decolonialità, alla fine non lasceranno che il loro entusiasmo li porti fino agli estremi perversi e francamente reazionari che si esibiscono nel PDCI. Questa è una consolazione. Ma, fino a quando il divieto culturalista della teoria decoloniale sugli universali non sarà esso stesso messo in discussione e rovesciato, le radici materiali del colonialismo e dell'imperialismo non potranno essere ricondotte storicamente e socialmente alla loro fonte ultima: il capitalismo. E fino a quando la condizione preliminare per l'abolizione del colonialismo e dell'imperialismo e per l'eventuale liberazione delle loro vittime – della nostra liberazione – non sarà consapevolmente intesa come l'universale sociale di una società postcapitalista, senza classi, che ha trasceso il dominio della forma merce – l'universale del comunismo, in questo senso – la "decolonialità" rimane nel migliore dei casi un esercizio inutile, una deviazione e un vicolo cieco. Poco o nulla di tutto questo, sfortunatamente, sembra in grado di penetrare nel pensiero di coloro che sono stati ingannati e intrappolati nel gergo della decolonialità. Sarebbe difficile immaginare un apparato linguistico e cognitivo meglio progettato per accecare il lettore a questo piano di realtà sociale e storica di quello che è esposto nel PDCI – anche se sembra possedere poca consapevolezza di ciò che oscura.
Come scrisse Adorno in una prefazione del 1967 a Il gergo dell'autenticità, qui con insolito ottimismo:
«Per quanto irresistibile possa apparire il gergo nella Germania di oggi, in realtà è debole e malaticcio. Il fatto che il gergo sia diventato un'ideologia a sé stante distrugge questa ideologia non appena questo fatto viene riconosciuto. Il gergo è la forma storicamente appropriata di menzogna nella Germania degli ultimi anni. Per questa ragione si può scoprire una verità nella negazione determinata del gergo.»
Si esita ad accordare al gergo della decolonialità qualcosa di simile alla "forma storicamente appropriata di menzogna", per esempio, nell'attuale Nord America, molto meno in America Latina, anche se, come variazione o sottoinsieme dell'anti-universalismo culturalista, potrebbe effettivamente essere una di queste. Ma forse la sua pura opacità in relazione a qualcosa che assomigli alla realtà sociale o storica può essere la grazia salvifica negativa del gergo: la cosa più vicina alla sua auto-negazione determinata. Questo e, per cercare di essere ottimisti al riguardo, il fatto che il gergo in opere come PDCI diventa così flagrante e trasparente che, nonostante la sua dimensione più sinistra e apertamente reazionaria, invita prontamente alla parodia e al riso.

- Neil Larsen - Pubblicato su Jacobin il 29/12/2023