mercoledì 27 ottobre 2021

Pharmakon !!

Le fogne delle città antiche? Erano infestate da piovre mostruose. Gli imperatori romani? Erano costantemente impegnati a tramare contro i propri stessi sudditi, eliminando geniali inventori che avrebbero potuto rendere più semplice ed economica la vita di tutti, e persino complottando con i barbari per distruggere Roma. La guerra di Troia era stata scatenata da Zeus per risolvere un problema di sovrappopolazione mondiale. E poi c’erano seducenti ladre di organi e demoni etruschi che facevano piovere misteriose scie dal cielo. Dopo l’avvento del cristianesimo, poi, si cominciò a parlare di messaggi satanici nascosti in preghiere apparentemente innocue, e persino di un libro di memorie di Lazzaro, dai contenuti sconvolgenti, che sarebbe stato occultato dagli Apostoli. Tutto questo ci ricorda qualcosa? Tante «notizie impossibili» di oggi non sono nate con i social networks ma sono vecchie, anzi vecchissime. Sì, neanche Greci e Romani erano immuni dal fascino delle leggende metropolitane.

(dal risvolto di copertina di: «Miti vaganti» di Tommaso Braccini, Il Mulino. €15 )

Zeus prima di Bill Gates. L’eternità dei complotti
- di Donatella Puliga -

«Un male di cui niente è più veloce. Trova vigore nel suo movimento, acquista forma con l'andare; dapprima piccola e timorosa, poi si solleva nell’aria, e avanza sul suolo, celando il capo tra le nubi... Mostro orrendo, con tanti occhi, tante lingue, altrettante bocche che risuonano e orecchie che si protendono». Così, nel IV libro dell’Eneide, Virgilio descrive la fama: etimologicamente legata al verbo fari (parlare), fama è la parola potente, autorevole, quasi oracolare. La sua casa, poi — secondo Ovidio — «vibra di ogni voce che percepisce e la riecheggia. Mille voci vere, confuse e diffuse con le false, mormorano parole indistinte, e rovesciano lunghi discorsi in orecchie ben disposte a riceverli, o riferiscono quello che hanno raccolto da precedenti narrazioni, e le invenzioni crescono spudoratamente, perché ognuna, ripetendo un racconto, vi aggiunge qualcosa di suo. Lì abitano la Credulità, l’Errore, i Timori che prostrano».
Basterebbero questi versi a farci comprendere che parlare di ponti tra il presente e il passato, anche sul tema della trasmissione e diffusione delle notizie, non è retorica né vezzo nostalgico. Il tempo che stiamo vivendo a livello planetario, però, ce ne dà ulteriore conferma, che si mescola a un certo senso di stupore.
Mentre si porta avanti in maniera decisa la campagna dei vaccini anti-Covid (che era stata inizialmente — ma con poca fortuna — denominata Eos, non un acronimo ma il bellissimo nome greco dell’Aurora, divinità della luce che sorge dopo le tenebre), non smettono di levarsi voci sempre crescenti con l’andare, anzi con l’impazzare sui social e sui canali di comunicazione, che gridano al complotto mondiale, che mettono in guardia sul comportamento di quei «poteri forti» che sarebbero all’origine — o almeno avrebbero in gran parte collaborato — alla diffusione della pandemia, con un piano tanto diabolico quanto subdolo: decimare, ridurre, sterilizzare, rendere infeconda e disabile la popolazione mondiale. Insomma, un silenzioso genocidio a base di vaccini perpetrato ai danni di noi tutti, ignari cittadini di un pianeta in corsa verso l’apocalisse.
E se l’informazione corre sulle ali della rete, chi se ne fa promotore, in modo assai poco silenzioso, si erge a paladino di battaglie di avanguardia, legate a doppio filo a un presente da smascherare, in vista di un futuro da rifondare su basi di consapevolezza.
Il passato sembra assai poco coinvolto in questa dinamica comunicativa, anche perché soltanto un’epoca in cui il pianeta è abitato da molti miliardi di persone sembrerebbe giustificare la convinzione che qualcuno di molto potente stia operando per una riduzione demografica. Eppure sappiamo che non è così. Molte volte nel corso dei secoli, in epoche assai meno esplosive della nostra dal punto di vista demografico, non ha mancato di levarsi il grido di «non ce lo dicono», refrain oggi diffusissimo nel no-vax speech. In corrispondenza del diffondersi di epidemie, da quella della peste a quella del colera, una parte della popolazione si è rivoltata contro autorità istituzionali e sanitarie, incolpandole della diffusione della malattia e del fatto di condannare i malati a morire negli ospedali.
Una interessantissima e spiazzante riflessione su questo tema è quella di Tommaso Braccini, autore di Miti vaganti (il Mulino), che ci fa addentrare nei meccanismi di diffusione di teorie complottiste e di leggende metropolitane a partire dal mondo antico. Possiamo risalire indietro nel tempo, molto più di quanto non ci aspetteremmo, per ritrovare tracce vistose della convinzione che poteri occulti (e perciò particolarmente forti) tramano in vista dello sfoltimento della popolazione. La testimonianza più antica, in questo senso, almeno per quanto riguarda la cultura dell’Occidente, è costituita da un testo epico del VI secolo a.C., I canti ciprii, di cui possediamo solo frammenti, e che racconta i precedenti della guerra di Troia. Ebbene, quel conflitto che fu all’origine di tutti gli altri, la madre di tutte le guerre, sarebbe stato scatenato da uno Zeus che «voleva distruggere la stirpe dei mortali, troppo numerosa». Sembra echeggiare qui il nucleo folklorico già presente nel poema babilonese Atrahasis (XVII secolo a.C.) che descrive il dio Enlil infastidito per l’eccessivo rumore degli uomini sulla terra e deciso perciò a decimarli con malattie e carestie.
Insomma, ogni grande disastro che colpisce l’umanità — si tratti di una guerra o di un’epidemia — sembra essere il prodotto di occulte manovre più o meno riuscite, e se oggi Bill Gates pare essersi seduto con abile manovra sostitutiva sul trono di Zeus, non molto è cambiato nello schema della lettura complottista: qualcuno trama contro di noi, e il fatto che la scienza ci fornisca oggi dei (presunti) antidoti alla pandemia attraverso i vaccini è semmai considerato elemento che fa parte, in modo ancora più subdolo, del piano di distruzione.
Racconta Cassio Dione, storico e senatore vissuto nel II e III secolo, e autore di una monumentale Storia romana scritta in greco, nella quale indulge non poco a particolari dicerie di tipo magico, che sotto l’impero di Domiziano alcune persone andavano in giro «con degli aghi intrisi di un veleno, e pungevano chi capitava loro sotto tiro. Molte persone morivano senza neanche rendersene conto, e molti di quegli avvelenatori furono denunciati e condannati. Questo fatto si verificò non solo a Roma, ma in tutta l’oikoumene, la terra abitata».
In queste figure di untori ante litteram, che distribuiscono morte a cittadini inconsapevoli, non sarebbe improprio ravvisare anche — per chi è sorretto da uno sguardo complottista — gli archetipi degli odierni dispensatori di vaccini, che — in una certa visione antiscientifica — si ritiene iniettino con i loro aghi sostanze letali. Anche sotto l’impero di Commodo accadde qualcosa di simile: «Si verificò un’epidemia tra le più gravi che io ricordi — continua lo storico —. Morivano a Roma anche duemila persone al giorno, ma in tutto l’impero moltissimi morivano per mano di uomini malvagi: costoro intridevano di veleni letali (il greco pharmakon dice tutta l’ambivalenza di un termine che indica insieme il veleno e la medicina!) dei piccoli aghi e iniettavano, dietro compenso, il male nelle persone».
Anche in questo caso, ecco l’ombra del guadagno, dell’interesse economico. Complottismi di ieri e di oggi si intrecciano poi a leggende che sempre più impropriamente di definiscono «metropolitane» e che (come il saggio di Braccini ci ricorda) è più corretto chiamare contemporanee, proprio nel senso che appartengono a ogni epoca che le produce, che sono coeve del loro tempo. Così, il sospetto e la rivelazione che i poteri forti tengano nascoste risorse che basterebbero a migliorare il tenore di vita dell’umanità attraversa i secoli e le culture: spacciare per verità «oscurate» (ma si può nascondere definitivamente la verità, che nel suo nome greco, aletheia, porta invece l’idea di ciò che non può restare celato?) dicerie e voci infondate era già lo sport preferito dei parvenu protagonisti della cena di Trimalcione, nel Satyricon di Petronio. Anche in questo caso, un «sentito dire» che passava di bocca in bocca — di blog in blog, di tweet in tweet, di post in post diremmo oggi — voleva che un umile artigiano avesse scoperto la formula del vetro flessibile, resistente ai colpi e quindi infrangibile. L’imperatore, preoccupato che questa invenzione potesse fare crollare il prezzo dei metalli preziosi, con i quali si fabbricavano oggetti resistenti alle cadute, non avrebbe esitato a fare giustiziare il povero artigiano, non senza essersi assicurato che la sua formula scendesse con lui nella fossa.
Il complottismo ha un cuore antico, dunque. E forse varrebbe la pena di smettere di domandarsi «a cosa servono i classici» nel nostro mondo iper-moderno. Perché la risposta sarebbe che non servono a nulla. Nel senso che aiutano a non farci servi, a non accettare di essere schiavi di paure alimentate da ideologie, pregiudizi e false letture della realtà. A non accontentarci di una sbrigativa per quanto sfiziosa ricerca delle colpe per dedicarci alla faticosa e sublime attività del rerum cognoscere causas, dell’esplorazione della conoscenza delle cose. E ad accettare la nostra fragilità, a tutte le latitudini del tempo.

- di Donatella Puliga - Pubblicato sul La Lettura del 24/10/2021 -

Dai, Muoviti !!

«L'immediatista ha sempre bisogno di disegnare il nuovo su una passiva fotografia del vecchio. Gramsci chiamò il suo immediatismo "concretismo", e non avvertì che ogni concretismo è controrivoluzione». (A. Bordiga, 1957).

Come ultima moda, viene rimproverato, a chi non ritiene sia il caso di associarsi alle ben note manifestazioni settimanali di quest'ultimo periodo, di non avere, in alternativa, alcunché da proporre come argomento per poter riempire le cronache mediatiche. E nel far questo, sembra di sentire come la voce di un nuovo imperativo "produttivo", che per i «cavallerizzi dell'onda disponibile» si DOVREBBE risolvere in una sorta di "fordismo delle piazze", secondo il quale bisognerebbe per forza produrre cortei e manifestazioni di piazza, sempre più e sempre più non importa su che cosa e con chi. Come se si trattasse di un'irresistibile tendenza al «pragmatismo politico» (Kurz), da applicare a ciò che rimane della sinistra in tutto il mondo, in un desiderio smodato di efficacia sociale, peraltro privo di qualsivoglia chiarificazione dei suoi presupposti, in modo che così possa portare - cosa cui stiamo già assistendo - alla totale paralisi del pensiero e dell'azione critica nei confronti del capitalismo.

martedì 26 ottobre 2021

Da vedere !

“L’effondrement”, la serie francese che mette in scena il collasso della società
- di Daniel Ruis -

"L’effondrement", ossia Il Collasso, è una serie TV francese che si ispira alle tesi derivate dal recente concetto di “collassologia”: lo studio interdisciplinare dei rischi legati al collasso della società e della civiltà industriale. Il termine “collassologia” (in ing. Collapsology) è stato coniato da Pablo Servigne e Raphaël Stevens nel loro libro Come tutto può collassare (2015). Tuttavia, il modello scientifico della distruzione antropogenica della biosfera è datato al 1973, con I limiti dello sviluppo scritto dal Club di Roma. La serie è stata creata, scritta e prodotta dal collettivo Les Parasites e trasmessa da Canal+ tra novembre e dicembre 2019, giusto prima che scoppiasse la crisi del Coronavirus in Europa. Ha vinto almeno 6 premi, incluso il premio Berlin Special Projection e un Emmy come miglior miniserie. Ultimamente Les Parasites hanno prodotto film corti come Whistleblowers, Board Games e Crisis of Empathy, che mettono in dubbio, con ironia e humor nero, la sorveglianza generalizzata, gli eccessi del capitalismo e l’individualismo. Questa serie segue i percorsi di individui, gruppi e famiglie in momenti differenti e in posti differenti, mentre cercano di sopravvivere in svariati modi in un mondo sul quale non hanno più controllo, in una situazione di collasso. Nel corso degli episodi, lo spettatore rimane all’oscuro delle cause precise alla base del collasso della società. Vengono mostrati i passaggi e i processi di risposta, le reazioni dei personaggi e delle loro comunità, sempre segnati da eventi scatenanti, apparentemente innocui che tutti noi abbiamo sperimentato prima (interruzioni di corrente, mancanza di provviste nei supermercati, carenza di carburante, etc.) che portano a eventi più gravi (furti, uso di armi) che rischiano di generare delle situazioni sempre più violente. Alcuni episodi mostrano lotte per la sopravvivenza e modalità di resistenza, mentre altri presentano modi di organizzazione di aiuto reciproco. Con un budget di due milioni di euro, ciascun episodio è stato prodotto con una elaborazione minimale in una o più riprese. La serie ha otto episodi di circa 20 minuti ciascuno. Il titolo di ciascun episodio si riferisce a un luogo specifico, così come il tempo passato dal D-Day: primo giorno del collasso. Ciascun episodio mostra un avanzamento cronologico rispetto al precedente, fino al giorno 170 dell’episodio 7. Solo l’ultimo episodio, l’ottavo, parte da 5 giorni prima del D-Day, rappresentando attivisti che cercano di avvertire delle conseguenze osservate negli episodi precedenti, entrando sul set di un programma televisivo molto ascoltato.

Episodio 1, “Il Supermercato”. Ambientato nel giorno D+2. Rappresenta Omar, un cassiere del supermercato, che dovrebbe aiutare la sua ragazza Julia e i suoi amici a ottenere provviste per scappare dalla città. Non c’è elettricità e i beni di prima necessità scarseggiano. Il manager del supermercato ne approfitta speculando sulla mancanza di beni. I sistemi di comunicazione e i le carte di credito iniziano a non funzionare. Omar ha paura di perdere il suo lavoro e rifiuta di seguire il gruppo, ma li aiuta a scappare senza pagare. Finalmente Omar cerca di raggiungere gli amici, ma è catturato dalle forze di sicurezza e dagli agenti. I temi principali dell’episodio sono: la fragilità della società industriale; la cieca fede della società dei consumi; lo sfruttamento delle crisi da parte delle élite per speculare; l’uso della violenza da parte della classe al potere.
Episodio 2, “Il distributore di benzina”. Ambientato nel giorno D+5. C’è una lunga coda al distributore di benzina, che accetta solo pagamenti tramite cibo. Un uomo cerca di pagare offrendo il frutto delle sue giovani figlie, ma è rigettato perché il frutto è deperibile. I proprietari, Christophe e Marianne, e il loro figlio disabile hanno preparato il loro furgoncino per scappare prima che la situazione degeneri. Un poliziotto minaccia con la pistola affinché il suo serbatoio venga riempito completamente, ma le riserve di benzina stanno finendo e la folla inizia a saccheggiare la stazione. L’uomo con le figlie prende il furgoncino di Christophe minacciandolo con la pistola del poliziotto e fugge dal trambusto. I temi principali di questo episodio sono: il valore relativo delle cose (cibo, pistole, soldi, …) durante una crisi; la legge della giungla e il crollo dei controlli sociali; l’eccessiva dipendenza dal combustibile fossile.
Episodio 3, “L’aeroporto”. Ambientato nel giorno D+6. Laurent Desmarest dorme nella sua lussuriosa villa con l’amante quando è svegliato dalla chiamata del suo assicuratore, che lo avverte che gli rimangono 15 minuti per arrivare all’aeroporto più vicino per essere prelevato. Cerca di raggiungere sua moglie Sofia che è via, per salvare anche lei, ma senza successo. Si precipita con la sua auto all’aeroporto portando con sé alcuni dipinti di valore. Una folla di persone sfollate occupa la strada. Lungo il percorso Laurent si inietta un chip di identità nel suo braccio. Perde il volo, ma è informato che può ancora provare a prendere il successivo che parte tra 50 minuti in un altro aeroporto. Cerca di corrompere il proprietario di un aereo privato per portarlo fino a lì, ma finisce per rubare l’aereo dal momento che sa come pilotarlo lui stesso. I temi dell’episodio: l’estrema disuguaglianza di ricchezza, opportunità, informazioni, capacità, rischi, sicurezza; il valore (o la perdita di valore) del denaro.
Episodio 4, “Il Villaggio”. Ambientato nel giorno D+25. Un abitante di una città guida un gruppo di sfollati che ha incontrato lungo la strada per arrivare a un eco-villaggio. La comunità dell’eco-villaggio si riunisce per decidere se ammetterli o meno. Karine, una degli sfollati, ha paura che saranno rigettati e convince due dei suoi compagni a scappare con il cibo e le medicine della comunità. Lei uccide il figlio del capo della comunità che li scopre rubare e poi uno degli sfollati che la vede mentre nasconde il cadavere. Alla fine, il gruppo è autorizzato a rimanere, ma Karine scappa. I temi dell’episodio: la lotta per la sopravvivenza; i vantaggi delle aree rurali durante le crisi; il valore della vita; la sicurezza; l’individualismo vs solidarietà; la fiducia.
Episodio 5, “La centrale nucleare”. Ambientato nel giorno D+45. Amine sta guidando un gruppo di volontari nel disperato tentativo di raffreddare manualmente il reattore nucleare fintanto che le riserve d’acqua non saranno ripristinate. La centrale alla fine esplode e molti di loro rimangono feriti. Iniziano l’evacuazione in un raggio di 50 km ma si verifica una seconda esplosione. I temi dell’episodio: disastro tecnologico; la fine della civiltà industriale; la leadership; il sacrificio; l’altruismo.
Episodio 6, “La casa di riposo”. Ambientato nel giorno D+50. Marco è l’ultimo impiegato rimasto nella casa di riposo. È molto gentile con gli anziani, ma le medicine e il cibo stanno scarseggiando. Un vecchio impiegato arriva per rubare il cibo e convince Marco ad andarsene per mettere in salvo la sua vita. Alla fine Marco acconsente, ma prima di farlo uccide tutti i pazienti con una bombola di gas. I temi: giustizia intergenerazionale; compassione; eutanasia; anziani.
Episodio 7, “L’isola”. Ambientato nel giorno D+170. Sofia Desmarets (la moglie di Laurent dell’episodio 3) si trova su un’isola tropicale e sta cercando di scappare da due uomini che cercano di rubare lo yacht. Mentre naviga verso l’isola lei cerca di mandare la sua posizione e la sua identità via radio, ma senza successo. In vista dell’isola, la barca colpisce un muro galleggiante al quale altre navi (con dei cadaveri a bordo) sono ormeggiate. Un piccolo drone fa fuoco e la ferisce, ma lei riesce a distruggerlo con una pistola segnaletica. Finalmente, riesce a mostrare la sua ID di sicurezza a un secondo drone e subito dopo una piccola imbarcazione arriva per salvarla. I temi dell’episodio: ghetti di sopravvivenza dei ricchi; intelligenza artificiale e armi automatiche; muri.
Episodio 8, “La trasmissione”. Torna indietro al giorno D-5. L’ambientalista Jacques Hombla irrompe in una trasmissione televisiva che ospita la Ministra dell’ambiente Sofia Desmarets, con la quale lui ha lavorato qualche tempo addietro. Jacques vuole avvertire il pubblico dell’imminente collasso ambientale che è già iniziato nel Sud del mondo. La ministra vuole rassicurare il pubblico, ma Jacques sostiene che la crescita verde sia un’illusione per ingannare il pubblico. L’umanità deve essere pronta a sopravvivere al collasso della civiltà, che ormai è inevitabile dal momento che non è stato fatto nulla negli ultimi 50 anni. Dovrebbero essere adottate delle misure per ridurre la carestia, la carenza d’acqua, i milioni di morti e lo sfollamento. Il presentatore prende una pausa per sbarazzarsi di lui, mentre Sofia cerca di reclutarlo. Temi: i politici, accademici e media mercenari; il pubblico credulone; la società dell’intrattenimento.

Filmato totalmente in sequenza, la serie risplende attraverso la sua tecnica, che permette allo spettatore di essere il più vicino possibile ai protagonisti e di seguire le loro avventure in tempo reale. Si odono alcune note musicali, ma il formato rimane grezzo e tralascia tutti gli elementi che tradizionalmente caratterizzano un film o una serie. Il metodo è molto interessante perché permette di osservare l’ininterrotta recitazione degli attori, tenuti a rimanere nel loro personaggio fino all’ultimo momento. Gli episodi portano lo spettatore attraverso la graduale distruzione della società, a causa di una catastrofe non identificata ma generata dalla società industriale stessa. A parte alcune eccezioni, le istituzioni (governo, università e media) sono al servizio di una élite avida e corrosiva. Il pubblico manipolato e persino una parte dell’élite stessa (come Sofia) crede nel mito neoliberale del mercato, mentre gli altri oligarchi sono ben consapevoli dei rischi e si preparano a sopravvivere in luoghi remoti con l’aiuto di compagnie di sicurezza private. Questa serie, consapevolmente, incita alla paura e all’ansia per cercare di obbligare il pubblico a reagire. La pandemia di Covid-19, e il collasso limitato che essa ha portato con sé, sono un momento per guardare questa serie, in modo tale da permetterci di pensare che qualcosa di più pericoloso potrebbe capitare. Come afferma Ugo Bardi, il collasso non è un errore ma una caratteristica di sistemi complessi, come la nostra società industriale.

- Daniel Ruis - 19/12/2020 -  Pubblicato originariamente su Scienza & Pace Magazine -

Riferimenti Bibliografici

Bardi U. (2020), Before the Collapse. A Guide to the Other Side of Growth. Springer
Bardi Ugo (2017). The Seneca Effect: Why Growth is Slow But Collapse is Rapid. Springer.
Cardoso Pedro et al. (2020) “Scientists’ warning to humanity on insect extinctions”, Biological Conservation 242 (2020) 108426
Cavicchioli Ricardo et al. (2019), “Scientists’ warning to humanity: microorganisms and climate change”, Nature Reviews Microbiology volume 17, September 2019, 569
Costanza R (2007), Sustainability or Collapse? An Integrated History and Future of People on Earth. MIT Press
Diamond J. (2005), Collapse: How Societies Choose to Fail or Survive, Viking Press.
Dmitry Orlov (2008), Reinventing Collapse: The Soviet Example and American Prospects. New Society Publishers
Heleno Ruben et al. (2020), “Scientists’ warning on endangered food webs”, Web Ecol., 20, 1–10, 2020
Jenny Jean-Philippe et al. (2020) “Scientists’ Warning to Humanity: Rapid degradation of the world’s large lakes”, Journal of Great Lakes Research Volume 46, Issue 4, August 2020, Pages 686-702
Meadows D. et al. (1972), The Limits to Growth, The Club of Rome.
Mosaddeq Nafeez (2016): Failing States, Collapsing Systems. BioPhysical Triggers of Political Violence. Springer
Ripple William et al. (2020), “World Scientists’ Warning of a Climate Emergency”, BioScience January 2020 / Vol. 70 No. 1
Rockström J et al (2009), “A safe operating space for humanity”, Nature, vol. 461, no 7263,? 23 september 2009, p. 472–475.
Servigne P & Stevens R (2015), Comment tout peut s’effondrer. Petit manuel de collapsologie à l’usage des générations présentes. Seuil.
Steffen W et al. (2018), “Trajectories of the Earth System in the Anthropocene”, PNAS.
Tainter (1988), The Collapse of Complex Societies. Cambridge University Press
The Expert Group of the International Military Council on Climate and Security (2020), The World Climate and Security Report 2020
United Nations (1987), Report of the World Commission on Environment and Development: Our Common Future, the World Commission on Environment and Development.

fonte: Scienza & Pace Magazine

lunedì 25 ottobre 2021

La Tesi XII !

« C'è, tuttavia, nella tesi stessa di Feuerbach, una carenza che è importante segnalare e che ha reso possibile alcuni volgari fraintendimenti. Il punto di partenza, lo si trova nella relazione esistente fra interpretazione (teorica), da un lato, e prassi o "trasformazione del mondo", dall'altro. Come è stato dimostrato, la riproduzione del capitalismo è sempre, anche, elaborazione delle contraddizioni, oltre che essere la progressiva interpretazione reale del mondo in sé; ma in tal modo essa diventa anche una trasformazione permanente  del mondo, vale a dire, una trasformazione interpretativa. Ciò significa che le forme categoriali del capitalismo, insieme alla relazione di scissione che le lega, vengono presupposte ontologicamente e, a partire da questo, anche la trasformazione del mondo viene a sua volta elevata a interpretazione reale, che si sviluppa storicamente, "a partire da" e "dentro" tale forma-legame (Formzusammenhang). E nel fornire le griglie di interpretazione e di legittimazione ideale, ecco che in questa trasformazione capitalistica del mondo subentra la "prassi teorica". L'attuale contrapposizione, piatta e superficiale, tra "i filosofi hanno semplicemente interpretato diversamente il mondo" e "si tratta di trasformarlo",  vista come critica del capitalismo, fallisce del tutto, poiché essa non tiene conto del ruolo giocato dalla trasformazione interpretativa-reale del mondo capitalista, in quanto prassi in sé, e suppone invece che una "prassi" in sé, in quanto tale, indeterminata, possa pretendere di contrapporsi alla semplice "interpretazione". »

( Robert Kurz, "Grigio è l'albero d'oro della vita, e verde è la teoria" - su Exit!, 2007 ) 

grazie ad Acid Prod

domenica 24 ottobre 2021

A lavorare!!

«Il lavoro è libero in tutti i paesi civili; non si tratta di liberare il lavoro, ma di abolirlo.»           (Karl Marx e F. Engels - L'Ideologia Tedesca, 1846).

A quanto pare, oggi, il problema principale in questo nostro bel paese, sembra essere diventato la «libertà del lavoro», e di conseguenza, pertanto, è la sua temporanea mancanza quella che dev'essere ripristinata, affinché non rischi di diventare definitiva. E per far questo si è costituita una sorta di «santa alleanza» che sembra aver coinvolto tutti, a partire dal sostenitore di Bolsonaro - che potete vedere nella foto - e via via tutti quanti quelli che da Forza Nuova e Casa Pound, ai «fratelli della Meloni», e passando per tutti i bottegai di varia classe e natura, arriva financo alla variegata estrema sinistra, o quanto meno a una sua parte, più o meno antagonista, più o meno extraparlamentare, laddove tutti vedono nell'abrogazione del green pass la salvezza per la «nostra bella patria», minacciata in quella sua costituzione, che dopo il collasso dell'Unione Sovietica, rimane l'unica Repubblica ancora «fondata sul lavoro»!
Quel che mi è venuto da chiedermi - e non solo a proposito di queste manifestazioni e di questa «vertenza», ma proprio in generale - è che cosa mai potrebbe accadere nel caso si «vincesse», nel caso Draghi dovesse mai arrivare a cedere, e ad accogliere la richiesta di abolire l’esibizione del green pass ai fini di poter andare al lavoro. Oppure, spostando altrove il terreno, cosa accadrebbe qualora venissero accettate ed esaudite le richieste di quello che rimane del vecchio movimento operaio, e il solito Draghi accettasse riassunzioni e/o nazionalizzazioni come piovesse, come viene chiesto a gran voce dai pochi, o molti operai coinvolti insieme ai loro sindacati? Insomma, sarebbe come se, senza nessuna rivolta, e senza «insorgere» (a proposito, qualcuno ne ha viste di rivolte o di insurrezioni, a parta gli idranti su quei «poveri cristi» con le mani abbarbicate ai loro rosari?!??), riuscissimo finalmente ad avere tutti insieme quel così tanto agognato «lavoro libero», il quale poi costituisce la quintessenza del capitalismo nel quale noi tutti viviamo e al quale, per partecipare non ci resta da fare altro che accettare le regole della «concorrenza»; che poi, se ci si pensa bene, non è altro che la sostanza della ... lotta di classe. I padroni (che accettino il green pass o meno), così come i manifestanti contro il green pass, vogliono una cosa sola: che lavori (e che voglia lavorare) quanto più gente possibile, e quanto più possibile. «Poi sui salari ci mettiamo d'accordo!» E con quanti più morti possibile, di conseguenza, come in quei «bei» giorni "bergamaschi", divisi tra il lockdown e la gente accalcata sui mezzi pubblici e senza mascherina per poter andare a lavorare.
Nel frattempo, quella che continua a mancare, e di cui nessuno sembra preoccuparsi, è una prospettiva immaginativa-utopica che vada oltre, e che abolisca - intanto, a cominciare dai cervelli - questo maledetto lavoro che è diventato il modo in cui tutti quanti parlano di ciò che considerano essere per loro l'unica possibilità di sopravvivenza (no, non di vita), e che proprio in quanto tale - proseguendo sulla strada intrapresa dalle varie «rivolte» e «insurrezioni» che sono state messe in scena - non potrà mai essere la sopravvivenza di tutti. Bisognerà conquistarsela con la concorrenza: battendo il Covid, da una parte, e ottenendo il sospirato posto di lavoro (precario e non per molto), dall'altra. E così via. Di fronte a questo non posso fare altro che manifestare tutta la mia gioia e soddisfazione per essere finalmente… vecchio!!

Marx, comunista individualista!!

Marx, comunista individualista (frammenti sull'individuo)

Una collezione di frammenti, tratti dalle opere di Marx e che fanno riferimento agli individui, alla loro subordinazione derivante dal reciproco isolamento e dalla separazione, a partire dalla quale si sottomettono a un potere alienato che, isolandoli, li unisce: il mercato, lo stato, l'impresa, il capitale, le classi. Frammenti in cui si parla della creazione di una società dove gli individui si relazionano in quanto individui (cioè non come proprietari privati, né come classi, né come detentori di cariche, o di altre identità reificate, quali la nazionalità, l'etnia, ecc.), e dove il lavoro è stato abolito a partire dalla manifestazione di sé (vale a dire, auto-espressione o auto-attività) attraverso la libera associazione degli individui secondo i loro desideri, capacità e bisogni insieme alle forze produttive storiche mondiali...

Gli estratti sono dalle seguenti opere:
Karl Marx, Grundrisse, 1858.
Karl Marx e F. Engels, Ideologia tedesca, 1846
Karl Marx e F. Engels, La Sacra Famiglia o Critica della Critica, 1845
Karl Marx, Manoscritti economici e filosofici, 1844
Karl Marx, Introduzione a Un contributo alla critica della filosofia del diritto di Hegel, 1843
Karl Marx, bozza di un articolo sul libro di Friedrich List, 1845
Lettera di Marx a J. B. von Schweitzer, 1865, 13 febbraio

Le Forze Produttive degli individui e la loro accumulazione in quanto forze della proprietà privata contro di esse

« Il bisogno dello scambio [delle merci] e la trasformazione del prodotto in puro valore avanzano nella medesima misura della divisione del lavoro, ossia col carattere sociale della produzione. Ma nella medesima misura in cui quest’ultimo si sviluppa, cresce il potere del denaro, ossia il rapporto di scambio si fissa come un potere esterno ai produttori e indipendente da loro. Ciò che originariamente si presentava come mezzo per promuovere la produzione, diventa un rapporto estraneo ai produttori. Nella stessa proporzione in cui i produttori diventano dipendenti dallo scambio, questo sembra diventare indipendente da loro, e sembra crescere l’abisso tra prodotto in quanto tale e prodotto in quanto valore di scambio. »  (Karl Marx, Grundrisse, 1858).

«La divisione del lavoro implica già immediatamente anche la divisione delle condizioni di lavoro, degli strumenti e dei materiali, e con essa il frazionamento (del capitale accumulato fra i diversi proprietari, e quindi la separazione fra capitale e lavoro, e le diverse forme della proprietà stessa. Quanto più la divisione del lavoro si perfeziona e quanto, più l’accumulazione aumenta, tanto più si accentuano anche quelle separazioni. L’esistenza del lavoro stesso dipende dal presupposto di quel frazionamento. [...] A questo punto dunque si manifestano due fatti. Innanzi tutto le forze produttive appaiono come completamente indipendenti e staccate dagli individui, come un mondo a parte accanto; agli individui, e il fondamento di ciò è in questo, che gli individui di cui esse sono le forze esistono in una condizione di frazionamento e di opposizione reciproca, mentre queste forze, d’altro lato, sono forze reali solo nelle relazioni e nel collegamento tra questi individui. Da una parte, dunque, una totalità di forze produttive che hanno assunto, per così dire, una forma obiettiva e che per gli individui stessi non sono più le forze degli individui, ma della proprietà privata, e quindi degli individui solo in quanto sono proprietari privati. In nessun periodo precedente le forze produttive avevano assunto questa forma indifferente alle relazioni degli individui come individui, perché le loro relazioni stesse erano ancora limitate. Dall’altra parte a queste forze produttive si contrappone la maggioranza degli individui, dai quali queste forze si sono staccate e are quindi sono stati spogliati da ogni reale contenuto di vita, sono diventati individui astratti, ma proprio per questo e solo per questo sono messi in condizione di entrare come individui in collegamento tra loro.» (Karl Marx e F. Engels - L'Ideologia Tedesca, 1846)

«Perciò, l’antica concezione secondo cui l’uomo, quale che sia la sua limitata determinazione nazionale, religiosa, politica, è sempre lo scopo della produzione, sembra molto elevata nei confronti del mondo moderno, in cui la produzione si presenta come scopo dell’uomo e la ricchezza come scopo della produzione. Ma in fact, una volta cancellata la limitata forma borghese, che cosa è la ricchezza se non l’universalità dei bisogni, delle capacità, dei godimenti delle forze produttive, ecc, degli individui, creata nello scambio universale? Che cosa è se non il pieno sviluppo del dominio dell’uomo sulle forze della natura, sia su quelle della cosiddetta natura, sia su quelle della propria natura? Che cosa è se non l’estrinsecazione assoluta delle sue doti creative, senza altro presupposto che il precedente sviluppo storico, che rende fine a se stessa questa totalità dello sviluppo, cioè dello sviluppo di tutte le forze umane come tali, non misurate su di un metro già dato? Nella quale l’uomo non si riproduce in una dimensione determinata, ma produce la propria totalità? Dove non cerca di rimanere qualcosa di divenuto, ma è nel movimento assoluto del divenire? Nell’economia politica borghese — nella fase storica di produzione cui essa corrisponde — questa completa estrinsecazione della natura interna dell’uomo si presenta come un completo svuotamento, questa universale oggettivazione come alienazione totale, e la eliminazione di tutti gli scopi determinati unilaterali come sacrificio dello scopo autonomo a uno scopo completamente esterno.» (Karl Marx, Grundrisse, 1858. Capitolo conosciuto anche come "Forme economiche pre-capitaliste").

«Questo fissarsi dell’attività sociale, questo consolidarsi del nostro proprio prodotto in un potere obiettivo che ci sovrasta, che cresce fino a sfuggire al nostro controllo, che contraddice le nostre aspettative, che annienta i nostri calcoli, è stato fino ad oggi uno dei momenti principali dello sviluppo storico. Il potere sociale, cioè la forza produttiva moltiplicata che ha origine attraverso la cooperazione dei diversi individui, determinata nella divisione del lavoro, appare a questi individui, poiché la cooperazione stessa non è volontaria ma naturale, non come il loro proprio potere unificato, ma come una potenza estranea, posta al di fuori di essi, della quale essi non sanno donde viene e dove va, che quindi non possono più dominare e che al contrario segue una sua propria successione di fasi e di gradi di sviluppo la quale è indipendente dal volere e dall’agire degli uomini e anzi dirige questo volere e agire.» (Karl Marx e F. Engels - L'Ideologia Tedesca, 1846)

Classi: la subordinazione degli individui in quanto individui medi contro terze parti

«Gli individui hanno sempre preso le mosse da se stessi, ma naturalmente da sé nell’ambito delle loro date condizioni e situazioni storiche, non dal «puro» individuo nel senso degli ideologi. Ma nel corso dello sviluppo storico, e proprio attraverso l’indipendenza inevitabile che entro la divisione del lavoro acquistano i rapporti sociali, emerge una differenza tra la vita di ciascun individuo in quanto essa è personale, e in quanto è sussunta sotto un qualche ramo di lavoro e sotto le condizioni relative. (Ciò non va inteso nel senso che per esempio il rentier o il capitalista cessino di essere delle persone; ma la loro personalità è condizionata e determinata da rapporti di classe determinatissimi, e la differenza emerge solo nel contrasto con un’altra classe, e per loro stessi emerge solo quando fanno bancarotta). Nell’ordine (e più ancora nella tribù) questo fatto rimane ancora nascosto: per esempio un nobile resta sempre un nobile, un roturier sempre un roturier, a prescindere da ogni altra sua condizione: è una qualità inseparabile dalla sua individualità. La differenza fra l’individuo personale e l’individuo come membro di una classe, la casualità delle condizioni di vita per l’individuo, si ha soltanto con la comparsa della classe che a sua volta è un prodotto della borghesia. Solo la concorrenza e la lotta degli individui tra di loro produce e sviluppa questa casualità come tale. Quindi sotto il dominio della borghesia gli individui sono più liberi di prima, nell’immaginazione, perché per loro le loro condizioni di vita sono casuali; nella realtà sono naturalmente meno liberi perché più subordinati a una forza oggettiva.»  (Karl Marx e F. Engels - L'Ideologia Tedesca, 1846)

«Questa sussunzione degli individui sotto classi determinate non può essere superata finché non si sia formata una classe la quale non abbia più da imporre alcun interesse particolare di classe contro la classe dominante. La trasformazione delle forze (rapporti) personali in forze oggettive, provocata dalla divisione del lavoro, non può essere abolita togliendosene dalla testa l’idea generale, ma soltanto se gli individui sussumono nuovamente sotto se stessi quelle forze oggettive e abolendo la divisione del lavoro. Questo non è possibile senza la comunità. Solo nella comunità con altri ciascun individuo ha i mezzi per sviluppare in tutti i sensi le sue disposizioni; solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale. Nei surrogati di comunità che ci sono stati finora, nello Stato, ecc., la libertà personale esisteva soltanto per gli individui che si erano sviluppati nelle condizioni della classe dominante e solo in quanto erano individui di questa classe. La comunità apparente nella quale finora si sono uniti gli individui si è sempre resa autonoma di contro a loro e allo stesso tempo, essendo l’unione di una classe di contro a un’altra, per la classe dominata non era soltanto una comunità del tutto illusoria, ma anche una nuova catena. Nella comunità reale gli individui acquistano la loro libertà nella loro associazione e per mezzo di essa.» (Karl Marx e F. Engels - L'Ideologia Tedesca, 1846)

«Da tutto quello che si è visto finora risulta che il rapporto di comunità nel quale entravano gli individui di una classe e che era condizionato dai loro interessi comuni di fronte a un terzo, era sempre una comunità alla quale questi individui appartenevano soltanto come individui medi, soltanto in quanto vivevano nelle condizioni di esistenza della loro classe; era un rapporto al quale essi partecipavano non come individui, ma come membri di una classe. Nella comunità dei proletari rivoluzionari, invece, i quali prendono sotto il loro controllo le condizioni di esistenza proprie e di tutti i membri della società, è proprio l’opposto: ad essa gli individui prendono parte come individui. È proprio l’unione degli individui (naturalmente nell’ambito del presupposto delle forze produttive attualmente sviluppate), che mette le condizioni del libero sviluppo e del libero movimento degli individui sotto il loro controllo, condizioni che finora erano lasciate al caso e che si erano rese autonome di contro ai singoli individui proprio attraverso il fatto che essi erano separati come individui, attraverso la loro necessaria unione, che era data con la divisione del lavoro ma che per la loro separazione era diventata un vincolo ad essi estraneo. L’unione che si è avuta finora non era affatto arbitraria, come viene rappresentata per esempio nel Contrat social, ma necessaria (si confronti per esempio la formazione dello Stato nordamericano e le repubbliche sudamericane) sulla base di quelle condizioni entro le quali poi gli individui potevano godere della casualità. Questo diritto, di poter godere indisturbati della casualità all’interno di certe condizioni, veniva finora chiamato libertà personale. Queste condizioni di esistenza sono naturalmente soltanto le forze di produzione e le forme di relazioni di ciascun periodo.» (Karl Marx e F. Engels - L'Ideologia Tedesca, 1846).

Lo Stato è una comunità illusoria

«Gli individui sono sempre partiti da se stessi, prendono sempre le mosse da se stessi. I loro rapporti sono rapporti del loro reale processo di vita. Come accade che i loro rapporti si rendono autonomi contro di loro? che le potenze della loro stessa vita diventano strapotenti contro di loro? In una parola: la divisione del lavoro, il cui grado dipende dalla forza produttiva di volta in volta sviluppata.» (Karl Marx e F. Engels - L'Ideologia Tedesca, 1846).

«Appunto da questo antagonismo fra interesse particolare e interesse collettivo l’interesse collettivo prende una configurazione autonoma come Stato, separato dai reali interessi singoli e generali, e in pari tempo come comunità illusoria, ma sempre sulla base reale di legami esistenti in ogni conglomerato familiare e tribale, come la carne e il sangue, la lingua, la divisione del lavoro accentuata e altri interessi, e soprattutto — come vedremo più particolarmente in seguito — sulla base delle classi già determinate dalla divisione del lavoro, che si differenziano in ogni raggruppamento umano di questo genere e delle quali una domina tutte le altre. Ne consegue che tutte le lotte nell’ambito dello Stato, la lotta fra democrazia, aristocrazia e monarchia, la lotta per il diritto di voto, ecc. ecc., altro non sono che le forme illusorie nelle quali vengono condotte le lotte reali delle diverse classi tra di esse.» (Karl Marx e F. Engels - L'Ideologia Tedesca, 1846).

La vera ricchezza degli individui è la ricchezza delle loro relazioni storico-mondiali

«Da ciò segue che questa trasformazione della storia in storia universale è non già un semplice fatto astratto della «autocoscienza», dello spirito del mondo o di qualche altro fantasma metafisico, ma un fatto assolutamente materiale, dimostrabile empiricamente, un fatto di cui ciascun individuo dà prova nell’andare e venire, nel mangiare, nel bere e nel vestirsi. Nella storia fino ad oggi trascorsa è certo un fatto empirico che i singoli individui, con l’allargarsi dell’attività sul piano storico universale, sono stati sempre asserviti a un potere a loro estraneo (oppressione che essi si sono rappresentati come un dispetto del cosiddetto spirito del mondo ecc.), a un potere che è diventato sempre più smisurato e che in ultima istanza si rivela come mercato mondiale. Ma è altrettanto empiricamente dimostrato che col rovesciamento dello stato attuale della società attraverso la rivoluzione comunista (di cui parleremo più avanti) e l’abolizione della proprietà privata che con essa si identifica, questo potere così misterioso per i teorici tedeschi verrà liquidato, e allora verrà attuata la liberazione di ogni singolo individuo nella stessa misura in cui la storia si trasforma completamente in storia universale. Che la ricchezza spirituale reale dell’individuo dipenda interamente dalla ricchezza delle sue relazioni reali, è chiaro dopo quanto si è detto. Soltanto attraverso quel passo i singoli individui vengono liberati dai vari limiti nazionali e locali, posti in relazione pratica con la produzione (anche spirituale) di tutto il mondo e messi in condizione di acquistare la capacità di godere di questa produzione universale di tutta la terra (creazioni degli uomini). La dipendenza universale, questa forma spontanea della cooperazione degli individui su piano storico universale, è trasformata da questa rivoluzione comunista nel controllo e nel dominio cosciente di queste forze le quali, prodotte dal reciproco agire degli uomini, finora si sono imposte ad essi e li hanno dominati come forze assolutamente estranee.» (Karl Marx e F. Engels - L'Ideologia Tedesca, 1846).

Abolizione del lavoro

«Il lavoro è libero in tutti i paesi civili; non si tratta di liberare il lavoro, ma di abolirlo.» (Karl Marx e F. Engels - L'Ideologia Tedesca, 1846).

«In tutte le rivoluzioni sinora avvenute non è mai stato toccato il tipo dell’attività, e si è trattato soltanto di un’altra distribuzione di questa attività, di una nuova distribuzione del lavoro ad altre persone, mentre la rivoluzione comunista si rivolge contro il modo dell’attività che si è avuto finora, sopprime il lavoro e abolisce il dominio di tutte le classi insieme con le classi stesse, poiché essa è compiuta dalla classe che nella società non conta più come classe, che non è riconosciuta come classe, che in seno alla società odierna è già l’espressione del dissolvimento di tutte le classi, nazionalità, ecc. [...] » (Karl Marx e F. Engels - L'Ideologia Tedesca, 1846).

«Mentre i servi della gleba fuggitivi, dunque, volevano soltanto sviluppare e fare affermare liberamente le loro condizioni di esistenza già in atto, e quindi in ultima istanza arrivarono soltanto al lavoro libero, i proletari invece, per affermarsi personalmente, devono abolire la loro propria condizione di esistenza quale è stata fino ad oggi, che in pari tempo è la condizione di esistenza di tutta la società fino ad oggi, il lavoro. Essi si trovano quindi anche in antagonismo diretto con la forma nella quale gli individui della società si sono dati finora un’espressione collettiva, lo Stato, e devono rovesciare lo Stato per affermare la loro personalità.» (Karl Marx e F. Engels - L'Ideologia Tedesca, 1846).

«[...] il lavoratore è lo schiavo del capitale, che è una "merce", un valore di scambio, il cui alto o basso livello, la crescita o la caduta del quale, dipende dalla competizione, dalla domanda e dall'offerta; in questo modo viene stabilito che la sua attività non è una libera manifestazione della sua vita umana, la quale è, piuttosto, la vendita ambulante delle sue forze, un'alienazione (vendita) al capitale delle sue abilità sviluppate in maniera unilaterale, in una parola, è questo il "lavoro". Si suppone che questo venga dimenticato. "Lavoro" è la base vivente della proprietà privata, è proprietà privata come sorgente creatrice di sé stessa. La proprietà privata non è nient'altro che lavoro oggettivato. Se si vuole sferrare un colpo mortale alla proprietà privata, essa dev'essere attaccata non solo come condizione materiale degli affari, ma anche come attività, come lavoro. Parlare di lavoro libero, umano, sociale, senza proprietà privata, è uno dei più grandi equivoci. Il "lavoro" per la sua stessa natura è attività non-libera, disumano, asociale, determinata dalla proprietà privata e che crea proprietà privata. Quindi l'abolizione della proprietà privata diverrà una realtà solo quando essa verrà concepita come abolizione del "lavoro" (un'abolizione che, naturalmente, diventa possibile soltanto come risultato del lavoro stesso, che è come dire, diviene possibile come risultato dell'attività materiale della società e che non dovrebbe essere in nessun caso concepita come sostituzione di una categoria da parte di un'altra categoria). Una "organizzazione del lavoro", dunque, è una contraddizione. La miglior organizzazione che il lavoro può darsi è quella presente, la libera concorrenza, la dissoluzione di tutta la sua precedente organizzazione apparentemente "sociale". » ( Bozza di un articolo sul libro di Friedrich List: Il Sistema Nazionale dell'Economia Politica, di Karl Marx - scritto nel Marzo del 1845 – traduzione mia: https://francosenia.blogspot.com/2015/07/il-signor-list.html

Il superamento del lavoro attraverso la manifestazione di sé (auto-espressione, auto-attività) e l'emergere delle relazioni degli individui in quanto tali

«Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente.» (Karl Marx e F. Engels - L'Ideologia Tedesca, 1846).

«Le cose dunque sono arrivate a tal punto che gli individui devono appropriarsi la totalità delle forze produttive esistenti non solo per arrivare alla loro manifestazione personale, ma semplicemente per assicurare la loro stessa esistenza. Questa appropriazione è condizionata innanzi tutto dall’oggetto che ci si deve appropriare: le forze produttive sviluppate fino a costituire una totalità ed esistenti solo nell’ambito di relazioni universali. Questa appropriazione dunque, già sotto questo aspetto, deve avere un carattere universale corrispondente alle forze produttive e alle relazioni. L’appropriazione di queste forze non è altro essa stessa che lo sviluppo delle facoltà individuali corrispondenti agli strumenti materiali di produzione. Per questo solo fatto l’appropriazione di una totalità di strumenti di produzione è lo sviluppo di una totalità di facoltà negli individui stessi. Questa appropriazione inoltre è condizionata dagli individui che la attuano. Solo i proletari del tempo presente, del tutto esclusi da ogni manifestazione personale, sono in grado di giungere alla loro completa e non più limitata manifestazione personale, che consiste nell’appropriazione di una totalità di forze produttive e nello sviluppo, da ciò condizionato, di una totalità di facoltà. Tutte le precedenti appropriazioni rivoluzionarie erano limitate; individui la cui manifestazione personale era limitata da uno strumento di produzione limitato e da relazioni limitate si appropriavano questo strumento di produzione limitato e non facevano che arrivare a una nuova limitazione. Il loro strumento di produzione diventava loro proprietà, ma essi restavano sussunti sotto la divisione del lavoro e sotto il loro proprio strumento di produzione. In tutte le appropriazioni del passato una massa restava sussunta sotto un solo strumento di produzione; nell’appropriazione da parte dei proletari una massa di strumenti di produzione deve venire sussunta sotto ciascun individuo, e la proprietà sotto tutti. Le relazioni universali moderne non possono essere sussunte sotto gli individui altrimenti che con l’essere sussunte sotto tutti.
L’appropriazione è inoltre condizionata dal modo in cui deve essere compiuta. Essa può essere compiuta soltanto attraverso una unione la quale, per il carattere del proletariato stesso, non può essere a sua volta che universale, e attraverso una rivoluzione nella quale da una parte saranno rovesciate la potenza del modo di produzione e delle relazioni e la struttura sociale sinora esistenti, e d’altra parte si svilupperanno il carattere universale del proletariato e l’energia che gli è necessaria per compiere l’appropriazione; una rivoluzione, infine, nella quale il proletariato si spoglierà di tutto ciò che ancora gli è rimasto della sua presente posizione sociale.
Soltanto a questo stadio la manifestazione personale coincide! con la vita materiale, ciò che corrisponde allo sviluppo degli individui in individui completi e alla eliminazione di ogni residuo naturale; e vi corrispondono poi la trasformazione del lavoro in manifestazione personale e la trasformazione delle relazioni fin qui condizionate nelle relazioni degli individui in quanto tali. Con l’appropriazione delle forze produttive totali da parte degli individui uniti cessa la proprietà privata.»
(Karl Marx e F. Engels - L'Ideologia Tedesca, 1846).

Presupposti Pratici

«Questa "alienazione", per usare un termine comprensibile ai filosofi, naturalmente può essere superata soltanto sotto due condizioni pratiche. Affinché essa diventi un potere «insostenibile», cioè un potere contro il quale si agisce per via rivoluzionaria, occorre che essa abbia reso la massa dell’umanità affatto "priva di proprietà" e l’abbia posta altresì in contraddizione con un mondo esistente della ricchezza e della cultura, due condizioni che presuppongono un grande incremento della forza produttiva, un alto grado del suo sviluppo; e d’altra parte questo sviluppo delle forze produttive (in cui è già implicita l’esistenza empirica degli uomini sul piano della storia universale, invece che sul piano locale) è un presupposto pratico assolutamente necessario anche perché senza di esso si generalizzerebbe soltanto la miseria e quindi col bisogno ricomincerebbe anche il conflitto per il necessario e ritornerebbe per forza tutta la vecchia merda, e poi perché solo con questo sviluppo universale delle forze produttive possono aversi relazioni universali fra gli uomini, ciò che da una parte produce il fenomeno della massa «priva di proprietà» contemporaneamente in tutti i popoli (concorrenza generale), fa dipendere ciascuno di essi dalle rivoluzioni degli altri, e infine sostituisce agli individui locali individui inseriti nella storia universale, individui empiricamente universali. Senza di che 1) il comunismo potrebbe esistere solo come fenomeno locale, 2) le stesse potenze dello scambio non si sarebbero potute sviluppare come potenze universali, e quindi insostenibili, e sarebbero rimaste «circostanze» relegate nella superstizione domestica, 3) ogni allargamento delle relazioni sopprimerebbe il comunismo locale. Il comunismo è possibile empiricamente solo come azione dei popoli dominanti tutti in «una volta» e simultaneamente, ciò che presuppone lo sviluppo universale della forza produttiva e le relazioni mondiali che esso comunismo implica.» (Karl Marx e F. Engels - L'Ideologia Tedesca, 1846).

«Il proletariato può dunque esistere soltanto sul piano della storia universale, così come il comunismo, che è la sua azione, non può affatto esistere se non come esistenza «storica universale». Esistenza storica universale degli individui, cioè esistenza degli individui che è legata direttamente alla storia universale.» (Karl Marx e F. Engels - L'Ideologia Tedesca, 1846).

«La classe lavoratrice o è rivoluzionaria o non è niente.» (Karl Marx, Lettera a K.B. Schweitzer, 1865).

«La Società» e «la Storia» non fanno niente

«La storia non fa niente, essa non "possiede alcuna enorme ricchezza", "non combatte nessuna lotta"! è piuttosto l’uomo, l’uomo reale, vivente, che fa tutto, possiede e combatte tutto; non è la "storia" che si serve dell’uomo come mezzo per attuare i propri fini, come se essa fosse una persona particolare; essa non è altro che l’attività dell’uomo che persegue i suoi fini.»  (Marx e Engels, La Sacra Famiglia- Crítica della Crítica Crítica, 1845).

«Anzitutto bisogna evitare di fissare di nuovo la "società" come astrazione di fronte all'individuo. L'individuo è l'essere sociale. Le sue manifestazioni di vita - anche se non appaiano nella forma immediata di manifestazioni di vita in comune, cioè compiute ad un tempo con altri - sono quindi una espressione e una conferma della vita sociale. La vita individuale dell'uomo e la sua vita come essere appartenente ad una specie non differiscono tra loro, nonostante che il modo di esistere della vita individuale sia - e sia necessariamente - un modo più particolare o più universale della vita nella specie, e per quanto, e ancor più, la vita nella specie sia una vita individuale più particolare o più universale.»  (Karl Marx, Manoscritti economici filosofici, 1844)

L'auto-abolizione del proletariato

«Nella formazione d'una classe gravata da catene radicali; di una classe della società borghese, che in realtà non è una classe della società borghese; di un ceto che coincide con il decomporsi di tutti i ceti; di una sfera sociale che possiede carattere universale per aver subìto sofferenze universali e non pretende alcun diritto particolare, perché nessuna ingiustizia particolare, ma la piena ingiustizia è stata perpetrata contro di essa; di una sfera che non può più vantare un titolo storico, ma solo il titolo umano, e che non si trova in contrasto unilaterale con le conseguenze, ma in contrasto universale con le premesse dello Stato tedesco, di una sfera, infine, che non si può emancipare senza emanciparsi da tutte le altre sfere della società, emancipando insieme tutte quante, e che, in una parola, rappresenta la totale perdita dell'uomo e può quindi ritrovare se stessa col totale riscatto dell'uomo. Questa decomposizione della società, identificata in un ceto particolare, è il proletariato.
Il proletariato comincia per la Germania a diventar tale soltanto con l'irrompente movimento industriale, poiché non la povertà sorta naturalmente bensì la povertà prodotta artificialmente, non la massa di uomini meccanicamente oppressa dal peso della società ma la massa di uomini che proviene dalla sua acuta dissoluzione, anzi dalla dissoluzione del ceto medio, costituisce il proletariato, sebbene gradualmente entrino nelle sue file, com'è naturale, anche la povertà naturale e la cristiano-germanica schiavitù della gleba.»
(Karl Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. 1843)

«Proletariato e ricchezza sono termini opposti. Essi formano come tali un tutto. Essi sono entrambi forme del mondo della proprietà privata. Si tratta della determinata posizione che assumono nell’opposizione. Non basta spiegarli come due lati d’un tutto.
La proprietà privata, come proprietà privata, come ricchezza, è costretta a conservare in esistenza se stessa e con ciò il proletariato, cioè la propria antitesi. Essa è il polo positivo della contradizione, la proprietà privata soddisfatta di se stessa.
Il proletariato, invece, come proletariato è costretto ad abolire se stesso, e con ciò la sua antitesi determinante, che lo muta in proletariato, cioè la proprietà privata. Esso è il polo negativo della opposizione, l’agitazione in sè, la proprietà privata dissolta e dissolventesi.
La classe possidente e la classe del proletariato esprimono la medesima “straniazione„ umana. Ma la prima classe si sente in questa estraniazione a suo agio e confermata, intende la auto-estraniazione come la propria forza, e possiede in essa l’apparenza di un’esistenza umana; la seconda si sente nella estraniazione annullata, scorge in essa la propria impotenza e la realtà di una esistenza inumana. Essa è, per adoperare una espressione di Hegel, nell’abbiezione la rivolta contro l’abbiezione, una rivolta alla quale è necessariamente condotta dalla contraddizione della sua natura umana con la situazione della sua vita, che è la negazione aperta, decisiva e generale di questa natura.
Nel seno dunque della contraddizione il proprietario è il partito conservatore, il proletario è il partito distruttore. Da quello promana l’azione della conservazione dell’antitesi; da questo l’azione del suo annullamento.
La proprietà privata veramente nel suo movimento nazionale-economico tende da sè stessa alla propria dissoluzione, ma solo attraverso uno sviluppo da essa indipendente, inconscio, che si pone contro la sua volontà, e che è determinato dalla natura delle cose, solo in quanto essa produce il proletariato come proletariato che sappia la miseria della sua miseria spirituale e fisica, sappia il suo abbrutimento, e perciò l’abbrutimento che tende ad abolire se stesso. Il proletariato esegue la condanna che la proprietà privata fa pendere su se stessa con la produzione del proletariato, come esso esegue la condanna che il salariato fa pendere su di sé producendo la ricchezza degli altri e la propria miseria. Se il proletariato vince, esso non diventa affatto per questo il lato assoluto della società, perché egli vince solo in quanto abolisce se stesso e il suo contrario. Allora è annullato, appunto, tanto il proletariato quanto l’antitesi che ne è condizione, la proprietà privata.»
(Marx e Engels, La Sacra Famiglia- Crítica della Crítica Crítica, 1845).

Contro il comunismo volgare

«Nel comunismo volgare, la comunità non è altro che una comunità del lavoro e l'uguaglianza del salario, il quale viene pagato dal capitale comune, dalla comunità in veste di capitalista generale. Entrambi i termini del rapporto vengono elevati ad una universalità rappresentata: il lavoro in quanto è la determinazione in cui ciascuno è posto, il capitale in quanto è la generalità riconosciuta e la potenza riconosciuta dalla comunità. [...]; l'attività degli operai non viene soppressa ma estesa a tutti gli uomini; il rapporto della proprietà privata rimane il rapporto della comunità col mondo delle cose; [...] Questo comunismo, in quanto nega ovunque la personalità dell'uomo, non è proprio altro che l'espressione conseguente della proprietà privata, la quale è questa negazione. L'invidia universale, che si trasforma in una forza, non è altro che la forma mascherata sotto cui si presenta l'avidità, e in cui trova ma soltanto in un altro modo la propria soddisfazione. L'idea di ogni proprietà privata come tale è per lo meno rivolta contro la proprietà privata più ricca sotto forma di invidia e di tendenza al livellamento, tanto che questa stessa invidia e questa stessa tendenza al livellamento costituiscono persino l'essenza della concorrenza. Il comunista rozzo non è che il compimento di questa invidia e di questo livellamento partendo dalla rappresentazione minima. Egli ha una misura determinata e limitata. Proprio la negazione astratta dell'intero mondo della cultura e della civiltà, il ritorno alla semplicità innaturale dell'uomo povero e senza bisogni, che non solo non è andato oltre la proprietà privata ma non vi è neppure ancora arrivato, dimostrano quanto poco questa soppressione della proprietà privata sia una appropriazione reale.» (Karl Marx, Manoscritti economici filosofici, 1844)


fonte: Humanaesfera

venerdì 22 ottobre 2021

L’isola che non c’è più !!

Ci sono nazioni scomparse per ragioni politiche, come la Jugoslavia o la Repubblica Democratica Tedesca. Ma la Storia e` anche ricca di paesi dissoltisi per eventi bizzarri, imprevedibili, tragici e, spesso, ridicoli: proprio quelli che Gideon Defoe presenta in questo Atlante dei paesi che non esistono piu`, di confini ormai sfumati, di antiche ambizioni e di pessime idee (per esempio, insultare gli ambasciatori di Gengis Khan e pensare di farla franca insieme al proprio piccolo regno). Guerre e trattati di pace sono state occasioni per ridisegnare le mappe e, complice qualche errore qua e la`, creare zone franche i cui abitanti subito si dichiaravano indipendenti. Ricchi occidentali annoiati o avventurieri con pochi scrupoli fondavano una propria nazione ignorando i confini preesistenti e gli abitanti autoctoni, che magari volevano solo essere lasciati in pace. Aspiranti coloni si facevano fregare da descrizioni di terre meravigliose e fertilissime che, curiosamente, nessuno abitava ancora e che potevano essere ac- quistate con un modesto contributo. Ripercorrete le vicende della Repubblica di Cospaia, del Regno celeste della grande pace, della Grande Repubblica di Rough & Ready, del Regno dorato di Silla, del Libero stato del collo di bottiglia. E se volete fondare la vostra nazione seguite le regole auree per prosperare: non dichiarate guerra ai vicini se sono piu` grossi di voi e scegliete un nome breve (non come la Repubblica sovietica dei soldati e costruttori di fortezze di Naissaar).
«I paesi muoiono. A volte e` un omicidio. A volte e` un incidente. A volte e` perche´ erano troppo ridicoli per continuare a esistere.»

(dal risvolto di copertina di: "Atlante dei paesi che non esistono più", di Gideon Defoe. Il Saggiatore, pagg. 263, € 29)

C’era una volta un paese ridicolo
- Mappe strampalate. Dal Regno di Sedang, dove l’inno nazionale era il can can, al Regno celeste della grande pace fondato da uno squinternato «figlio» di Gesù: Gideon Defoe ripercorre la storia di 48 Stati scomparsi -
di Paolo Albani

Nell’introduzione al suo Atlante dei Paesi che non esistono più, lo storico e scrittore inglese Gideon Defoe (autore anche di una serie umoristica di grande successo sui pirati, nel solco del suo quasi omonimo settecentesco che fece rapire Robinson Crusoe dai pirati in un viaggio al largo delle coste del Maghreb), premette che definire un paese non è cosa facile, la definizione cambia «se siamo alle Nazioni Unite, a una partita di calcio, se stiamo concorrendo con una canzone all’Eurovision o comprando un formaggio». Defoe precisa inoltre che ha evitato di scavare troppo a fondo nel passato essendo insensato parlare di «stati nazione» a proposito di luoghi antichi. Inoltre ha ignorato, per quanto possibile, imperi, colonie e quei posti che hanno cambiato nome ma non forma sulla mappa.
L’Atlante di Defoe, ricco di bellissime illustrazioni a colori degli «zombi geografici» esaminati, è una collezione di paesi scomparsi dalla faccia della terra per vari motivi, a volte ridicoli, stupidi, eventi bizzarri, imprevedibili e tragici (di sicuro questo Atlante sarebbe piaciuto a Giorgio Manganelli che, nella quarta di copertina di un suo libro, si autodefinì «assai competente in fatto di Cose che non esistono»). La singola scheda riassuntiva di ogni paese dissoltosi, sparito nel nulla, riporta all’inizio informazioni basilari: il periodo storico della sua permanenza, l’entità della popolazione, la capitale, le lingue parlate, la valuta, la causa della morte e infine l’«oggi», ovvero dove si trova ai tempi nostri. Dopo di che, in una scrittura brillante Defoe racconta le vicissitudini del paese scomparso, fornendo ricostruzioni dettagliate sul piano storico.
Il profilo psicologico che accomuna i Tizi Che Fondano Paesi – scrive Defoe – comprende: «orfani di padre, cresciuti da una madre amorevole, infedeli cronici, un periodo nell’esercito o nella marina, scrittori o giornalisti, inaffidabili con il denaro». Dalle schede compilate da Defoe (48, divise in 4 capitoli) per il suo Atlante, scopriamo ad esempio (per chi lo ignori) che Ludovico II, quarto re del Regno di Baviera, attivo dal 1805 al 1918, ha l’abitudine di rovesciare una catinella addosso al servo che fissa lui e i suoi capelli troppo a lungo. Se non proprio pazzo, Ludovico II diviene «un po’ coglione» (testuali parole di Defoe), condannando a morte le persone per aver starnutito (condanne per altro mai eseguite).
Un altro matto – almeno tale lo ritengono una corte francese e le autorità cilene – è l’avvocato Orélie-Antoine de Tounens che per due anni, dal 1860 al 1862, è presidente del Regno di Araucanía e Patagonia, in cui vive la popolazione indigena dei Mapuche.
Dal 1851 al 1864, in Cina, prospera il Regno celeste della grande pace, capitale l’odierna Nanchino, fondato da un certo Hong Xiuquan (un altro squinternato) che, dopo aver letto un opuscolo cristiano, si mette in testa di essere il fratello minore di Gesù e di avere la missione di liberare il mondo dai demoni. Attorno a lui nasce un culto religioso noto come gli Adoratori di Dio. Il Regno è distrutto dopo una «guerra totale» contro i Qing che costa la vita a 20 milioni di persone (alcune fonti parlano di 100 milioni).
Il Regno di Sedang, presente dal 1888 al 1890 nell’attuale Vietnam, è opera di Marie-Charles David de Mayréna che si avventura in oriente dopo essere stato accusato di “raggiro” in patria. Per il suo regno s’inventa un inno nazionale, basato sulla musica del can can, e, nonostante dichiari il cattolicesimo religione di stato, per sé adotta l’Islam, poiché gli consente di avere più mogli. Sembra possieda «doti di prestidigitatore», cioè sa fare trucchi di magia.
Nel capitolo finale dell’Atlante, Defoe si occupa di alcune esperienze storiche ben conosciute, fra cui la Repubblica di Salò, la Repubblica democratica Tedesca, la Repubblica di Crimea e la Jugoslavia.
A proposito dello Stato Libero del Congo, operante dal 1885 al 1908, Defoe spiega che il nome è fuorviante e sbagliato perché si tratta in realtà di uno stato schiavista su scala industriale, creato da Lepoldo II del Belgio, che lo storico inglese chiama senza mezzi termini un «grandissimo bastardo». Leopoldo II (che non ha mai visitato il suo possedimento) ne sfrutta le risorse naturali, in particolare l’avorio e la gomma. Quando lo Stato Libero del Congo cade, sono morti oltre 10 milioni di persone.

- Paolo Albani - Pubblicato su La Domenica del 17/10/2021 -

giovedì 21 ottobre 2021

Arrivano i cinesi ?!!??

Capitalismo asiatico e crisi globale
- di Marcos Barreira e Maurilio Lima Botelho -

La teoria della crisi elaborata a partire dalla "critica del valore", afferma fin dagli anni '80 che, come effetto della Terza Rivoluzione Industriale, la produzione globale di plusvalore si trova in declino, e che la struttura produttiva sta diventando sempre più immediatamente sociale, il che porta a una crisi della riproduzione le cui radici affondano nella logica della merce [*1]. La crisi inoltre impedirebbe anche quei percorsi di "modernizzazione di recupero" secondo il vecchio modello dello sviluppo nazionale. Quest'analisi - o ciò che si ritiene che sia - deve confrontarsi, in base a ogni tipo di riscontro empirico, con la crescita delle economie dell'Asia orientale. Per cui, invece di una crisi globale, avremmo piuttosto uno spostamento a Est del centro dell'accumulazione capitalista. Tale teoria, formulata alla fine degli anni '80, e che ha in Giovanni Arrighi e Immanuel Wallerstein i suoi principali esponenti, rimane bloccata riguardo quelli che sono i dati economici grezzi, e non è in grado di spiegare adeguatamente - cioè in termini di teoria dell'accumulazione - i processi che sottendono la dinamica delle economie asiatiche viste nel contesto del capitalismo globale. Tali approcci mancano perfino del concetto stesso di produzione capitalista [*2]. A causa di questo, pertanto si aggrappano a delle dinamiche congiunturali, come il "miracolo giapponese" degli anni '80, che oramai nessuno nemmeno ricorda più, e come l'ascesa cinese dell'inizio del XXI secolo.
Dal punto di vista della critica del valore, ciò che negli ultimi tre decenni è stato interpretato come uno "spostamento del centro di accumulazione", in realtà si rivela essere: (a) una crisi del modello fordista di accumulazione (basato sul consumo di massa integrato nella struttura produttiva), il quale dà luogo a economie di nicchia di esportazione unilaterali, scollegate dalla riproduzione sociale; (b) la formazione di un'economia delle "bolle finanziarie" in cui il capitale monetario, che non trova più redditività nei processi produttivi, fugge ; (c) tutta una serie di congiunture di ripresa degli investimenti, basate su guadagni speculativi e sul credito statale.

Il primo giro del circuito del deficit del Pacifico: il "miracolo giapponese"
La teoria del "dislocamento" ha acquistato forza alla fine degli anni '80, quando si era nel bel mezzo del processo di deindustrializzazione degli Stati Uniti. In questo contesto, i primi a distinguersi, come i nuovi campioni delle esportazioni, sono stati il Giappone e la Germania (prima dell'unificazione). Ma è stato soprattutto il modello giapponese, quello che ha suscitato il maggior interesse, in quanto economia innovativa che inonda l'Occidente dei suoi prodotti. Si era persino venuto a creare un mito del "capitalismo asiatico", il quale avrebbe addirittura rivoluzionato la cultura del capitalismo [*3]. Tale crescita, però, non faceva più parte dell'espansione del capitale nel suo insieme: gli investimenti massicci nella scienza e nella razionalizzazione della produzione, erano essi stessi uno sbocco obbligatorio per tutta quella parte della massa di valore, che non poteva più essere investita con profitto secondo gli schemi prestabiliti. Si tratta della caccia selvaggia al  plusvalore relativo, a spese di altri capitali, su scala mondiale. Un processo simile apparirà come un "successo" solo dal punto di vista strettamente nazionale o regionale, e questo perché i "vincitori" potranno così esportare la crisi in altre località. Tuttavia, coloro che hanno più successo sono proprio quelli che progrediscono maggiormente nella razionalizzazione e nella scientificazione, che sono all'origine della crisi [*4]. L'apparente miracolo giapponese, tuttavia, si basava soprattutto su delle condizioni strutturali molto particolari. Nei decenni 1950-70, questo paese asiatico non aveva ancora completato il suo processo di urbanizzazione (dopo la seconda guerra mondiale, poco più del 30% della popolazione viveva nelle città). Nell'industria, le aziende leader orientate all'esportazione coesistevano con un'ampia rete di fornitura di piccole aziende a basso salario. Questa doppia logica funzionava anche per l'infrastruttura sociale, dove coesistevano fianco a fianco modernità e "arretratezza"; ma la "povertà nascosta" non era solo un residuo del passato, quanto piuttosto una condizione per la competitività dell'industria giapponese. Il secondo aspetto decisivo è stato quello dell'inserimento in un'economia di cicli di deficit. La fuga dei capitali globali eccedenti verso la sfera finanziaria, si è concentrata nello spazio del dollaro, che ospitava il flusso di denaro in cambio di titoli del tesoro USA. L'assorbimento di questa montagna di capitali, ha generato un enorme boom azionario e immobiliare. Da allora in poi, il potere d'acquisto che era diminuito insieme all'industria, si è riattivato, e in tal modo, da parte della popolazione statunitense, ha avuto inizio un'era senza precedenti, di consumo indebitato: «Il rovescio della medaglia dell'indebitamento monetario esterno, graie all'assorbimento dei flussi globali di capitale, consiste nel fatto che, in maniera speculare, vengono assorbiti anche i flussi globali di materie prime in eccesso. In altre parole: i consumatori americani (statali e privati) prendono in prestito il denaro con cui pagano i fornitori per l'inondazione di merci»[*5]. Solo grazie a un simile contesto di deficit globale, l'industria giapponese ha potuto orientarsi verso l'esportazione, e ottenere così un surplus commerciale nei confronti degli Stati Uniti.
Questo sviluppo, assai discutibile, è stato celebrato da importanti teorici come Wallerstein e Arrighi. Il primo vedeva l'ascesa del Giappone (e delle cosiddette quattro "Tigri") come parte di una grande ristrutturazione geografica del capitalismo [*6]. La sua analisi della crisi dell'egemonia statunitense, tuttavia, era basata solo sui movimenti superficiali dei mercati, o su maldestre misure politiche. Arrighi propone un'analisi identica. Lo svuotamento industriale degli USA e l'espansione del sistema finanziario vengono interpretati come se fossero l'«autunno» dell'egemonia statunitense. Questo cambiamento sul piano economico aprirebbe lo spazio per una nuova egemonia non ancora definita. Tuttavia, la «sostituzione di una vecchia regione (il Nord America) con una nuova (l'Asia orientale), vista come centro più dinamico dei processi di accumulazione del capitale su scala mondiale, è già una realtà»[*7]. Arrighi evidenzia soprattutto la posizione del Giappone (paese del «miracolo dei miracoli») e, in misura minore, quella delle "Tigri". Per entrambi gli autori, la Cina non ha giocato alcun ruolo importante nella crisi dell'egemonia statunitense. In ogni caso, non c'è alcun riferimento, e nemmeno un concetto chiaro di cosa sia l'accumulazione capitalista. In tal modo, i due autori, partendo dalla premessa di una dinamica ciclica della riproduzione sociale, che differisce dalle teorie economiche convenzionali solo per la sua prospettiva a lungo termine, liquidano in anticipo anche l'idea di una crisi fondamentale del capitalismo. Il periodo del «caos sistemico» deve così necessariamente portare a una nuova egemonia. Questo presupposto limita la comprensione sia del carattere improduttivo (del plusvalore) che ha la crescita indotta dal capitale fittizio (sotto forma tanto di credito privato, quanto di debito statale) sia dell'intreccio e della reciproca dipendenza delle economie intrappolate nel circuito del deficit. Eppure è questo contesto generale che spiega il "successo" del Giappone negli anni '80 e la sua crisi nel decennio successivo.
Ciò che sfugge del tutto a un tale approccio, è il ruolo centrale svolto dai massicci investimenti di capitale speculativo nell'economia reale giapponese. Già il mutamento del modello tecnologico, dalle grandi industrie a quelle della tecnologia e dell'informazione, è stato in parte finanziato dall'impennata dei titoli immobiliari. In tutto questo, il ruolo del capitale fittizio andava ben oltre quello che era il vecchio deficit statale del dopoguerra. Con la caduta della competitività industriale in seguito all'aumento dello yen, il governo giapponese aveva adottato misure per stimolare il consumo interno, contribuendo così a creare una congiuntura di guadagni relativi ai fondi d'investimento, ai fondi pensione, al mercato immobiliare secondario e ai circuiti finanziari in generale, tutti legati immediatamente al mercato globale. Tutto ciò aveva nuovamente stimolato gli investimenti da parte delle imprese e l'aumento dei prezzi delle azioni, che a loro volta erano garantite dagli elevati prezzi degli immobili. Questa bolla finanziaria compensava la crescente difficoltà nel campo delle esportazioni, oltre che al ribaltamento dei debiti che avevano posto le basi del "miracolo". Nel 1991, tuttavia, la crisi del mercato immobiliare e borsistico mise fine all'era della crescita indotta dal capitale fittizio. Del tutto cieco rispetto alle condizioni del "miracolo", Arrighi dichiarava: «Il crescente potere economico del Giappone negli anni '80, non si basava su alcun grande progresso tecnologico. Il suo fondamento principale era organizzativo»(!)[*8]. E ancora nel 1998, Wallerstein minimizzava la crisi, affermando che «...il Giappone rimarrà una superpotenza economica, e probabilmente emergerà all'inizio del XXI secolo [...] come il principale luogo di accumulazione capitalistica del sistema mondiale» [*9]. Il miracolo giapponese finanziato dai guadagni fittizi si è risolto sfociando in una stagnazione prolungata. Il paese non si è mai ripreso dallo scoppio della bolla, e sopravvive grazie all'iniezione permanente di risorse statali. Nella misura in cui le «misure di emergenza» diventano permanenti, la povertà di massa aumenta e gli indicatori sociali regrediscono ai livelli del periodo precedente al boom economico. Il paese della «povertà nascosta» dietro la facciata dell'ipermodernità, non nasconde più le sue contraddizioni: disparità di reddito e di genere, sottoccupazione, lunghi orari di lavoro con alti tassi di suicidio, persone senza casa o anziani senza pensione. Nel 2019, un rapporto della BBC ha rivelato che il paese stava affrontando un'ondata di crimini commessi dagli anziani: «i pensionati non vogliono essere un peso per i loro figli, e sentono che se non possono sopravvivere con la pensione statale, l'unico modo per non essere un peso è quello di andare in prigione» [*10].

Il secondo giro del circuito del deficit del Pacifico: il nuovo "miracolo" della crescita cinese
Prima della bolla finanziaria, il modello giapponese rimaneva ancora una risposta parzialmente nazionale al problema dell'arretratezza economica. Diverso il caso delle «piattaforme di esportazione», emerse nell'ultimo decennio del secolo scorso grazie agli investimenti occidentali (e anche al capitale giapponese) in paesi asiatici più piccoli come Taiwan e la Corea del Sud.[*11] L'apparente successo del modello delle «tigri asiatiche», che fra l'altro non sopravvisse agli anni '90, suggeriva già la fine del progetto di sviluppo nazionale. L'industrializzazione autonoma, e un forte mercato interno hanno lasciato il posto a un orientamento unilaterale verso l'esportazione basato su bassi salari e su un tasso di cambio mantenuto artificialmente basso. A differenza del paradigma sviluppista - che veniva associato allo stile di vita fordista, che ha prevalso nel XX secolo, vale a dire l'integrazione tra produzione e consumo di massa - le piattaforme di esportazione hanno invece finito per rompere il nesso tra stato nazionale ed economia nazionale. Queste economie sono ora in una relazione immediata con il mercato globale. Nell'era fordista, l'industrializzazione era allo stesso tempo anche un meccanismo di coesione sociale. Ciò si riferiva non solo all'integrazione sociale, ma anche alla struttura economica e ai meccanismi di regolazione interna; per tale motivo, era necessario costituire una strategia di sviluppo che fosse basata, simultaneamente, sull'industria di base, passando attraverso la produzione di beni in grado di raggiungere il settore dei beni di consumo.
La Cina, ha fatto i suoi primi passi verso l'integrazione nel mercato globale, proprio a partire da questo modello di esportazione, applicato in alcune poche città che si rifacevano agli esempi di Taiwan, Hong Kong, ecc. Gli investimenti nelle nuove zone di produzione a basso salario, sono stati fatti principalmente dal capitale occidentale (e anche dal Giappone, o dalla Corea) e, come era già avvenuto per le "Tigri", si trattava di una zona di esportazione che dipendeva dal capitale eccedente delle corporazioni globali. Un meccanismo del genere non potrebbe durare a lungo, poiché un orientamento unilaterale alle esportazioni, basato su mercati di nicchia, non potrebbe produrre alcuna struttura economica interna equilibrata - e questo, per un paese come la Cina è ancora più vero. In poco più di un decennio, tuttavia, la capacità produttiva del gigante asiatico è stata ampliata e diversificata, mentre simultaneamente è cresciuto il ruolo svolto dalle banche pubbliche, insieme a quello  svolto da un sistema di credito parallelo e dalle imprese locali, soprattutto quelle statali.
A partire dagli anni 2000, la Cina è andata a occupare il posto del Giappone nell'allora traballante circuito del deficit del Pacifico, diventando il campione mondiale delle esportazioni. Laddove gli Stati Uniti potevano ancora risucchiare il flusso delle merci poiché, contrariamente a com'era avvenuto nel modello giapponese, la bolla del mercato azionario e la bolla immobiliare si erano sviluppate a ritmi diversi - e la seconda bolla si era legata, non tanto alle imprese commerciali e ai nuovi servizi, quanto piuttosto alla trasformazione dei mutui residenziali in consumo diretto delle famiglie. Questa nuova congiuntura globale, aveva di nuovo alimentato, e con ancora più forza, l'idea di una dislocazione dell'accumulazione verso l'Asia orientale - sempre riferendola a una nozione puramente descrittiva ed empirica di «accumulazione». Arrighi, per esempio, aveva predetto il «rinascimento dell'Asia orientale», ma ora a partire da Pechino. Veniva riproposta, non solo la prognosi ottimista, ma addirittura il meccanismo stesso del deficit: l'economia statunitense era diventata la principale destinazione dei prodotti fabbricati in Cina, e quest'ultima era diventata il principale acquirente dei titoli del tesoro americano. A partire dal primo decennio del XXI secolo, la grande crescita cinese era dipesa principalmente dalle esportazioni verso gli Stati Uniti, mentre in quest'ultimi la crescita era stata alimentata dall'espansione del consumo indebitato, anch'esso principalmente di beni prodotti in Cina. Robert Kurz aveva riassunto questa nuova situazione di deficit del Pacifico nel suo saggio "Das Weltkapital", nel 2007, nello stesso anno della prognosi di Arrighi: «La vendita di buoni del tesoro americani in tutto il mondo, non solo ha finanziato il boom della vendita armi a debito, ma parallelamente ha anche gonfiato i mercati azionari americani negli anni '90, e i mercati immobiliari dopo la fine del secolo. In tal moso. sono state gettate le basi di una nuova forma di indebitamento [...] Il boom dei consumi si nutre tuttora non tanto del regolare reddito salariale quanto piuttosto, e in primo luogo, delle bolle finanziarie dei mercati azionari e immobiliari» [*12]. L'aumento dei prezzi delle azioni e degli immobili è servito quindi come garanzia per il debito delle famiglie, e per i mutui, negli Stati Uniti. Aggiungiamo che la maggior parte della produzione industriale cinese è diventata redditizia solo grazie a una moneta che si è svalutata sulla scena mondiale, e che in ultima analisi deve essere sovvenzionata dallo Stato con sempre più deficit. Questa posizione raggiunta dalla Cina, ha coinciso con lo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti, La quale si è rapidamente diffusa sotto forma di crisi finanziaria globale del 2008. La drastica riduzione del consumo nei mercati occidentali, ha costretto la Cina a rivolgersi al proprio mercato interno. Il boom dei consumi della crescente classe media cinese, tuttavia, non era però altro che un sottoprodotto del suo stesso flusso unilaterale di esportazioni. Il peso relativo di tale strato rispetto all'economia nel suo insieme è rimasto abbastanza esiguo, così come il reddito pro capite del paese. Gli alti tassi di crescita, che hanno impressionato il mondo negli ultimi due decenni, a causa del punto di partenza estremamente basso in termini di urbanizzazione e base industriale, vanno pertanto visti in tale prospettiva. Rispetto al Giappone - anch'esso un ritardatario della modernizzazione - la Cina non ha ancora raggiunto il livello di urbanizzazione raggiunto dal suo vicino (il quale, ha ora più del 90% della popolazione che vive nelle città) negli anni '60. In termini assoluti, l'industrializzazione accelerata presenta alti tassi di crescita, ma il 40% della popolazione vive ancora in zone rurali. La popolazione impiegata nell'industria, invece, rappresenta già meno del 30% della forza lavoro - e tende a diminuire con l'avanzare della razionalizzazione microelettronica. In altre parole, il ciclo accelerato di "sviluppo" cinese non segue un modello simile a quello che si è diffuso a partire dall'Europa, anche nella sua versione «di recupero». Assomiglia più al modello del Terzo Mondo con la sua «urbanizzazione terziaria» che, nell'età dell'oro dei paesi centrali, nel corso della lunga transizione industriale, ha integrato gran parte della popolazione nei settori produttivi . Durante i decenni di crescita, inoltre, le disparità sociali e regionali si sono allargate drammaticamente. Tutto ciò indica che, in termini relativi, il consumo interno rimane debole. Pertanto, l'iniezione di risorse da parte delle banche statali, dopo il crollo del 2008, si è sempre più rivolta agli investimenti in infrastrutture. Come avveniva nel Giappone degli anni '90, i debiti giganteschi ora vengono ammortizzati e ridistribuiti dal governo verso altri settori. Nell'edilizia, nuovi massicci investimenti hanno finora prodotto delle enormi città fantasma, con edifici e centri commerciali deserti. Ciò nonostante, il debito delle famiglie segue altri percorsi, ancora meno trasparenti di quelli delle banche ufficiali: «... gran parte del boom del credito in Cina, è dovuto al settore bancario non regolamentato, in cui vari attori finanziari forniscono prestiti completamente illegali, con alti tassi di interesse, a dei mutuatari che diversamente non sarebbero in grado di ottenere alcun credito nel settore bancario regolare. Queste banche ombra, prima del 2008 non avevano giocato quasi nessun ruolo. Nessuno sa con esattezza quanto siano diventati grandi, dato che sono strettamente interconnesse con il settore bancario ufficiale. Ci sono diverse stime, le quali parlano di un volume di mercato che potrebbe partire da un equivalente di 2,5 trilioni di euro (circa il 40% del PIL cinese!), e che potrebbe arrivare fino a 4,4 trilioni.» [*13]
Come è avvenuto a metà dello scorso decennio, quando lo spostamento verso il mercato interno non ha avuto l'effetto desiderato di mantenere il ritmo accelerato della crescita, ancora una volta la debolezza dei consumi interni viene indicata dai media economici internazionali come deludente per l'attuale "ripresa" nel contesto post-pandemico, che è di nuovo basato sulle esportazioni, però su una base più ristretta a causa dell'impatto della crisi nel mondo. [*14] In ogni caso, oggi, la ridotta crescita della Cina continua a essere ancora parte dell'economia globale delle bolle finanziarie, e il gigantesco potere centrale continua ad assorbire le perdite e a trasferirle verso altre istituzioni, alcune create proprio per questo scopo, oltre a emettere denaro e obbligazioni senza valore. Questi sono tutti normali espedienti del capitalismo in crisi. Molto meno normale, tuttavia, è che tutto ciò venga salutato come se si trattasse di un promettente modello di sviluppo.
C'è tuttavia un problema di fondo, che riguarda non solo la Cina ma l'intero contesto economico globale, ovvero la relazione tra crescita economica e massa di valore. La prima, non è affatto sinonimo di produzione di plusvalore. Solo il positivismo economico confonde la costruzione di infrastrutture produttive con la creazione di valore. Questa si viene a stabilire, non immediatamente, nei luoghi di produzione, e deve essere mediata a partire da degli standard globali di produttività, visti nel contesto del mercato globale. Ecco perché, non si può stabilire immediatamente, a partire da regioni o paesi presi isolatamente, né il successo né la crisi della produzione di valore. Nel caso cinese, il gigantesco divario degli standard di produttività, rispetto all'industria occidentale all'avanguardia, è stato per qualche tempo parzialmente compensato dai bassi salari. Questa massa di diseredati e di lavoratori con dei salari da fame (soprattutto quella forza lavoro che si spostava dalle campagne alle città e alle zone industriali, e in particolare le donne migranti), rimaneva comunque assai meno produttiva (di valore) rispetto alla forza lavoro impiegata nelle industrie ad alta intensità di capitale e tecnologia. In termini globali, il ritorno del plusvalore assoluto presso i ritardatari storici della modernizzazione - come dire, un'espansione del lavoro produttivo, ma con il contagocce - non sta segnalando affatto una nuova era di espansione generale del capitale, ma è piuttosto un meccanismo locale di differimento della crisi sistemica. Dalla Cina, d'altronde, questo meccanismo di super-sfruttamento è già stato esportato verso la periferia economica asiatica, a partire dal fatto che la sua produzione ha cominciato a diventare altrettanto dipendente sia dalle infrastrutture sociali improduttive che dalle applicazioni scientifiche d'avanguardia, si quanto lo è già l'industria occidentale. Se in Occidente, il potenziale di razionalizzazione e di automazione ha oramai superato da tempo la capacità di espansione dei mercati, in Cina invece questo processo che elimina il lavoro produttivo immediato, precede la formazione stessa di un mercato di consumo sostenibile. Il problema è che non si tratta più di uno sviluppo nazionale coeso, bensì di un momento particolare della struttura produttiva globale in crisi: «L'esaurimento di quelli che erano importanti mercati interni, o i crescenti flussi unilaterali di esportazione e il loro finanziamento tramite deficit o bolle finanziarie, non costituiscono un dislocamento di quella che sarebbe una svolta sostenibile dell'accumulazione, ma sono già di per sé delle vere e proprie manifestazioni di una crisi estrema. Così, per inciso, anche la presunta ascesa della Cina non è un proseguimento dell'espansione esterna o interna del capitale [...] dal momento che questo "miracolo" viene sostenuto principalmente da deficit interni ed esterni.» [*15]

Dal circuito del deficit al deficit ideologico delle sinistre occidentali
L'entusiasmo, da parte di settori della sinistra occidentale per l'economia cinese, non deriva solo da una situazione in cui le loro stesse economie hanno oramai esaurito ogni possibilità di crescita accelerata, e ora sguazzano nella recessione o negli spasmi finanziari del «capitalismo da casinò». Esiste anche un elemento ideologico relativo all'affermazione del «capitalismo asiatico», il quale mescola diverse concezioni: gli scoppi e i balzi orientali di modernizzazione, alimentati dal credito privato e dal deficit pubblico, sono sempre stati come avvolti da una rinnovata etica del lavoro, dello sforzo e dell'«attività produttiva» che appaiono voler negare la società sprecona ed edonista dell'Occidente, già immersa nell'economia dei servizi, nella società dei consumi, o nel «parassitismo» della finanza. Anche le esperienze asiatiche di questi ultimi quaranta o cinquant'anni, hanno approfittato di una falsa opposizione, e hanno pertanto anch'esse enfatizzato ideologicamente le loro qualità «produttive», insieme alla loro dedizione e il loro sforzo per la produzione e la crescita, in contrasto con l'immagine sprecona e frivola dei loro rivali occidentali. Ma come si sa, il frutto di questa moderna mania ideologica del lavoro (che partecipa anche di una patina di antidiluviana saggezza orientale) ha finito per consistere nel suo esaurimento combinato con i bassi salari, che nel caso più recente di tale «socialismo con caratteristiche cinesi» trasforma quella che non è altro che l'emulazione estemporanea della vecchia etica puritana, svolta per mezzo di vecchi slogan sulla «capacità delle masse», in un'esaltazione del lavoro che assume tratti sempre più ascetici e nazionalistici [*16].
La confusione ideologica di un'epoca ormai post-ideologica si manifesta nel fatto che, agli occhi delle correnti «progressiste» occidentali, l'esperienza cinese diventa non solo un modello di salvezza dal capitalismo, ma addirittura un ideale di «trasformazione sociale». Questo finisce per ridurre la prospettiva di «emancipazione», solo a una mera apologia delle relazioni economiche naturalizzate. Una parte della sinistra occidentale intende il processo di crescita cinese sotto il «comando» del PCC - il quale è in realtà un progressivo adattamento del «socialismo con caratteristiche cinesi» agli imperativi del mercato mondiale - come il consolidamento di un grande soggetto collettivo di «lavoro sociale» totale puramente ideologico, a partire dal fatto che questa forza lavoro si confronta con le forze produttive sociali solo (e sempre più) in quanto sono individui privati mediati dal denaro. Questa sinistra filo-cinese occidentale, elogia l'incorporazione su larga scala delle masse povere delle campagne nella produzione industriale e nella vita urbana, conferendo in tal modo a queste forme un carattere di per sé emancipatorio e, allo stesso tempo, attenuando per mezzo dell'ideologia del socialismo di Stato, quelle che sono le disparità e le gerarchie sociali, le relazioni di genere, ecc. che in Occidente si mobilitano in maniera riduttiva contro il capitalismo.
Durante il conflitto sistemico durante la guerra fredda, per quanto, nella sua modernizzazione arretrata, il «socialismo da caserma» riproducesse  le medesime categorie di base del sistema produttore di merci, la sua forma concentrata di statalismo lo collocava su un piano a parte, segmentato e visto come il nemico del libero mercato e delle grandi corporazioni occidentali. Era pertanto più plausibile che una parte dell'opposizione in Occidente nutrisse illusioni circa una società svincolata dal controllo totalitario del mercato mondiale, sebbene collocata in una versione opposta, e basata sul controllo statalista. Con l'attuale integrazione delle catene di produzione globale - con il circuito deficitario del Pacifico che tiene insieme il mercato di consumo statunitense con la produzione industriale cinese, insieme all'onnipresenza dei flussi di denaro globali che ignorano i confini nazionali - il fissarsi, di una parte della sinistra, sul modello cinese visto come alternativa al capitalismo occidentale, non è solo un deficit teorico, ma una vera e propria completa perdita di ogni senso della realtà. Senza contare che, dalla fine del regime di Bretton Woods, il potere d'acquisto del dollaro, come moneta mondiale che assorbe la maggior parte dei prodotti cinesi, dipende non solo dai deficit fiscali, ma proprio dal ruolo che hanno gli USA in quanto potenza militare globale. Su basi simili, nessuna «nuova guerra fredda» può più esistere, come un conflitto di sistemi dell'era delle modernizzazioni nazionali «non simultanee», ma tutt'al più solo come un inasprimento della concorrenza all'interno del mercato globale immediato. Perfino la possibilità di un nuovo sistema monetario internazionale, che viene auspicata dai sostenitori del modello cinese ad ogni nuovo round di dispute commerciali nel WTO tra Stati Uniti e Cina, non è altro che fantasia. [*17] Il fatto è che l'«alternativa» proveniente dall'Est, non è più un'alternativa in alcun modo, visto che i suoi stessi impulsi di crescita interna sono stati raggiunti attraverso il trasferimento esterno di capitale in eccesso e di un deficit a tutti i livelli. L'attuale declino della crescita cinese (come lo è stata la stagnazione giapponese a partire dagli anni '90), tuttavia, non può essere compreso come una semplice difficoltà nazionale, ma va visto piuttosto come un momento della dinamica della crisi strutturale del capitalismo. Nel suo processo di decadimento storico, il capitalismo alimenta slanci locali di crescita, insieme ad aspettative illusorie di modelli di salvezza che si alternano a crisi sempre più frequenti, che appaiono in mezzo a quello che non è altro che il deterioramento accelerato delle condizioni generali di riproduzione economica e sociale.

- Marcos Barreira e Maurilio Lima Botelho

Pubblicato su Margem Esquerda n° 37 - II semestre 2021 -



NOTE:

[*1] - Robert Kurz, A crise do valor de troca, Rio de Janeiro, Consequência. 2018.
[*2] - Sui limiti dell'elaborazione teorica di Arrighi, si veda: Moishe Postone, Teorizando o mundo contemporâneo. Robert Brenner; Giovanni Arrighi; David Harvey, Novos estudos - CEBRAP  no.81 São Paulo, 2008;
[*3] - Questo temporaneo successo giapponese non era frutto di un nuovo "approccio" orientale. Solo negli anni '50 e '60, in un contesto di forti lotte sociali, i giapponesi, sotto l'influenza di esperti di processi produttivi come William E. Deming, avevano dato inizio ai loro programmi di "miglioramento della qualità" . Si trattava quindi di un processo selvaggio di disciplinamento della forza lavoro importato dall'Occidente stesso, e che riproduceva, in una nuova confezione ideologica e in un nuovo standard tecnologico, dei metodi analoghi a quelli del periodo dell'imposizione della società industriale in Occidente.
[*4] - Robert Kurz, ivi.
[*5] - Robert Kurz, Poder mundial e dinheiro mundial, Consequência Ed., Rio de Janeiro, 2015.
[*6] - Immanuel Wallerstein, O fim do mundo como o concebemos. Ciência social para o século XXI.  RJ, Revan, 2002. 
[*7] - Giovanni Arrighi, O longo século XX, Contraponto, RJ; UNESP, SP, 1996, p. 344.
[*8] - Giovanni Arrighi, Adam Smith em Pequim. São Paulo, Boitempo, 2008, p. 352.
[*9] -  Immanuel Wallerstein, op.cit, p. 89.
[*10] - https://www.bbc.com/portuguese/geral-47086935
[*11] - La formazione di queste piattaforme di esportazione nei paesi delle due generazioni di «tigri asiatiche», dipendeva interamente dall'industria giapponese. Rappresentava, per così dire, una riproduzione su scala minore del meccanismo del deficit nel contesto di scambio delle economie asiatiche, per mezzo del quale, insieme alla gestione dei crediti «non recuperabili» dalle banche, il Giappone ha esportato parte della sua crisi. 
[*12] - Robert Kurz, Poder mundial e dinheiro mundial, Consequência Ed., Rio de Janeiro, 2015.p. 29-30.
[*13] - Tomasz Konicz, "La Cina è sull'orlo del collasso? La crescita dell'economia cinese finanziata dal debito non ce la fa più. http://www.obeco-online.org/tomasz_konicz4.htm
[*14] - https://www.cnbc.com/2021/06/21/slow-income-growth-is-holding-back-the-chinese-consumer-barclays.html
[*15] -  Robert Kurz, Dinheiro sem valor. Linhas gerais para uma transformação da crítica da economia política. Antígona, Lisboa, 2014, p. 273.
[*16] - Ching Kwan Lee, “El Espectro de una China Globa”. New Left Review, no. 88, nov./dez. 2014, p. 32-73.
[*17] - Il franco svizzero e il dollaro canadese, negli affari internazionali, vengono più utilizzati della valuta cinese (!).