domenica 19 luglio 2026

«Le verità sono malate, le bugie altrettanto»…

Per una «liberazione» degli intellettuali *
- di André Breton -

Compagni,
    se gli organizzatori di questa giornata hanno voluto concedere uno spazio - sottraendolo ai delegati di potenti formazioni il cui tempo di parola era già stabilito -  a uno scrittore; ecco che allora questo scrittore, il quale non può pretendere di rappresentare altro che sé stesso, cercherà comunque di stabilire che la causa qui difesa si identifica in modo assai generale con quella per cui lottano da sempre sia lo scrittore e che l’artista. Questo scrittore non si propone altro che svegliare dalla loro letargia quegli ambienti intellettuali assai estesi e metterli di fronte a quella che è la loro responsabilità specifica, e ordinare loro, in nome di ciò che li qualifica nel loro stesso proprio ruolo, che alcuni di essi si liberino di quella tolleranza, stupefatta in alcuni e sprezzante in altri, ma troppo spesso opportunista e codarda, in modo da poter così fermare una buona volta i danni causati dalla peggiore intolleranza, che agisce al servizio della menzogna e dell’odio. Ciò che mi sembra possa soprattutto giustificare l’intervento dello scrittore a questa tribuna è che, quali che siano le sue tendenze specifiche, egli assume un compito cui, se non al prezzo di una totale squalificazione, non può sottrarsi: quello di custode del vocabolario. Spetta a lui vigilare affinché il senso delle parole non si corrompa, denunciare impietosamente chi oggi fa professione di falsarlo, elevarsi con forza contro il mostruoso abuso di fiducia che costituisce la propaganda di una certa stampa.Chi non vede, oggi più chiaramente che mai, che è proprio a causa di questa profonda alterazione – voluta da alcuni – del significato di certe parole chiave che stiamo morendo prima del tempo; chi non vede che è  proprio subendo passivamente questa alterazione che ci lasciamo trascinare lentamente verso la guerra di sterminio che ci stanno preparando? Queste parole chiave, sulle quali si esercita una sapiente disintegrazione, sono oggi sulla bocca di tutti: parole come democrazia, socialismo, libertà, coscienza umana. L’ultima a essere stata cinicamente deviata dal suo significato comune, fino a rischiare di perdere ogni senso per l’uomo della strada è la parola pace.

   Abbiamo infatti appena assistito a un cosiddetto Congresso della Pace, i cui partecipanti non hanno perso occasione per dimostrare che concepivano la pace solo tra di loro e soprattutto non con gli altri. I quali, del resto, proprio mentre predicavano la pace da questa parte del mondo, erano più che mai ferventi sostenitori della guerra nell'altra parte, in Asia. Il che lasciava abbastanza intendere che la loro rivendicazione pacifista mascherasse la loro intenzione di guadagnarsi una tregua, il tempo strettamente necessario alla produzione degli ordigni che avrebbero alimentato il prossimo massacro [...] Faccio fatica a guardare in faccia alcuni dei miei vecchi amici che si compromettono per avere posizioni di comando in questa galera, ma se i nostri sguardi si incrociassero, di certo non sarei io a distogliere gli occhi. Non chiederemo mai abbastanza conto a loro di aver gettato il peso della loro opera, e il credito che la loro attitudine passata aveva loro valso - trionfo dopotutto dello spirito - nel campo della domesticazione dello spirito. La stanchezza e l’invecchiamento rendono ancora più odioso il calcolo dell’astuzia, e devo ammettere che sopporto assai male, spazientito, vedere Picasso che dà pubblicamente la parola a un Ilya Ehrenbourg, “ufficiale della Legione d’onore” dice il manifesto, e comunque falso testimone accertato, quello stesso che cercò di far passare come veleno elaborato nelle officine naziste *Il Silenzio del mare* di Vercors e, nel 1934, di presentarci - io e i miei amici surrealisti - come pédérastes e magnaccia, per cui mi vanto ancora di averlo corretto di mia mano.

   C'è stato un tempo, non molto lontano, in cui lo scrittore poteva considerarsi esonerato da ciò che non è il libero e degno compimento del suo vero lavoro; così come avviene per tutto ciò che viene richiesto al lavoratore, al contadino. Il peso crescente, su di lui, di una mano sempre più pesante e vincolante, accompagnata da una minaccia di rovina universale imminente, lo costringe a liberarsi a qualsiasi costo (contrappongo questa liberazione al cosiddetto "impegno" con cui siamo stati bombardati). Liberarsi significa rifiutare di passare attraverso i canali prestabiliti, significa proclamare ad alta e chiara voce che, qualunque cosa accada, non ci si arrenderà agli argomenti di nessuna delle due propagande nemiche, vale a dire, che siamo ancora assai lontani dall'aver perso la speranza nel risveglio di un buon senso che possa rifondare la comunità umana. Liberarsi significa anche accusare e smascherare instancabilmente coloro che falsificano e ingannano. Significa, senza distinzione di schieramento, marchiare con il segno dell’infamia coloro che, a fini politici, riempiono i campi di lavoro e uccidono. No, sulla base della mia opinione più o meno autorevole, nessuno potrà negare che il pensiero libero e l’arte libera abbiano stasera voce in capitolo. Sono loro ad avere voce in capitolo, innanzitutto in considerazione di quel margine di futuro che la loro ragion d’essere ci porta a immaginare. Già solo per questo motivo, è oscurantismo della peggior specie limitare loro lo spazio di manovra, per non parlare poi di quando lo si sopprime del tutto. È il domani a essere minacciato, come un campo arato che anela a una manciata di semi. Ma se il pensiero libero e l’arte libera hanno voce in capitolo, ciò è anche perché i regimi totalitari hanno in comune il fatto che è proprio contro tale pensiero e tale arte che questi si scagliano per primi, perché è su di essi che fin dall’inizio si abbatte il pugno e si esercita la persecuzione più implacabile. La via stalinista, sotto questo aspetto, darebbe una lezione a quella hitleriana! Si sa bene cosa ne è stato di Majakovskij, di Esenin: entrambi usurpati nonostante il rifiuto categorico rappresentato, come minimo, dal loro suicidio. Ma chi si preoccupa, ad esempio, della sorte riservata ai due più grandi artisti della Rivoluzione, i costruttivisti Tatlin e Lissitzky? Dove è finito l’ultimo grande esponente della poesia russa, Boris Pasternak, che nel 1935 osservavamo, non senza apprensione per il suo destino più o meno imminente, al “Congresso internazionale per la difesa della cultura”? Perché non lo si dirà mai abbastanza: il terrore che regna nella letteratura e nell’arte della zona russa si estende fino a noi in forma strisciante. Coloro che hanno il compito di promuoverlo dispongono di mezzi considerevoli, mentre il talento e la convinzione non sembra occupare in loro un posto di primo piano. Si tratta di un vero e proprio trust con ramificazioni di natura poliziesca, il cui solo funzionamento mette già in pericolo il pensiero indipendente e la ricerca artistica disinteressata, cui lavora sistematicamente a minare sia ideologicamente che materialmente.

   A tale scopo, è ovvio che tutti i mezzi diventano buoni, in particolare la calunnia come si è visto nel caso di Paul Nizan; durante il mio viaggio in Messico io stesso sono stato presentato, attraverso una lettera circolare della "Maison de Culture", come se fossi un nemico particolarmente perfido della Repubblica spagnola, è stato poi stampato che alla radio di New York mi sarei specializzato nel lodare Pétain. Benché tutte queste invenzioni un po’ grossolane non abbiano lunga vita, non si esita tuttavia a ricorrere a modi più attivi di intimidazione. In queste condizioni, non sorprende che i rari esemplari poetici o plastici che il dirigismo culturale lascia arrivare fino, a noi tramite traduzione o riproduzione, presentino un carattere ultra-convenzionale e stereotipato dei più spiacevoli. Nulla di meno adatto alla necessità di esaltazione di un regime che comunque primeggia su ogni altra ambizione imposta. Si può immaginare il freddo che susciterebbe a Parigi una mostra di pittura e scultura russa contemporanea, fatta con un secolo di ritardo, rispetto al Rêve de Détaille e al Quand même di Antonin Mercié. È un peccato che questi prodotti siano riservati al consumo interno, o quasi. Tutto ciò sarebbe solo un male parziale, se non avessimo buone ragioni di credere che l’arte sia uno specchio avanzato della vita (come si dice di un orologio che vada avanti o che ritardi), uno specchio la cui funzione è quella di prefigurare l’uomo in ciò che lo aspetta.

   C'era, nel pensiero di Marx, una falla da cui il male poteva entrare, l'embrione di una di quelle vegetazioni parassite capaci di tutto divorare e di tutto ricoprire, ed  è quello che ci siamo chiesti molte volte e che ancora ci chiediamo con ansia. Ci pensavo di nuovo recentemente, rileggendo la lettera così umana e profetica di Proudhon a Marx, datata Lione, 17 maggio 1846 (centotre anni fa, compagni): « Non prometto di scrivervi molto né spesso, i miei impegni di ogni genere, uniti a una naturale pigrizia, non me lo permettono… Cerchiamo insieme, se volete, le leggi della società, il modo in cui queste leggi si realizzano, il progresso secondo il quale riusciamo a scoprirle; ma, per Dio! dopo aver demolito tutti i dogmatismi a priori, non pensiamo a nostra volta di indottrinare il popolo… non creiamo per l'umanità un nuovo lavoro con nuovi pasticci… solo perché siamo alla guida di un movimento, non diventiamo capi di una nuova intolleranza, non ci poniamo come apostoli di una nuova religione, anche se questa religione fosse la religione della logica, la religione della ragione.» Mi commuove poter far risuonare qui questa voce che dissipa ogni forma di corruzione, anche se dovesse trovare ascolto solo presso i nostri compagni anarchici. Devo precisare che, tenendo questi discorsi, non sto guardando all’America, o meglio a ciò che si fregia del nome d’America; gli USA, così come si dice l’URSS (queste abbreviazioni, dove il senso originale si perde, ci mettono a nostro agio). Contro gli USA, chiunque mi conosca sa che ho le peggiori rimostranze, assai meno personali piuttosto che extra-personali, al punto che durante cinque anni di soggiorno non vi ho contratto alcuna amicizia. Odio tanto quanto chiunque, e più di quanto essi stessi possano odiarlo, il modo in cui gli USA si comportano con i miei amici neri e, se possibile, ancora di più, il modo in cui si sono comportati con i miei amici indiani. Ho orrore per l’ipocrisia sessuale che regna negli USA e per la licenza vergognosa che ne consegue. Provo una certa fobia verso una lingua che è come un impasto d’inglese e nella quale la parola "angoscia", per esempio, non può più essere tradotta. Ho anche paura di quel passaggio, laggiù sempre invisibile, dell’uomo alla sua tomba, tutto considerato, di quelle cerimonie funebri dove il morto, truccato come vivo e con i suoi abiti migliori, piegato artificialmente in una poltrona e per poco con il sigaro in bocca, riceve, nel contesto dei gusti che ha manifestato – che possono essere i Tropici o Versailles – i suoi ultimi ospiti chiacchierando davanti a lui come se nulla stesse succedendo. Degli Stati Uniti, nulla mi è più contrario del loro pragmatismo da quattro soldi, nulla mi disgusta intellettualmente come la loro invenzione dei "Digests", nulla mi rivolta tanto quanto il loro complesso di superiorità. Detesto il loro dominio, sotto la copertura del denaro, sull’America centrale e sull’America del Sud. Considerando la loro situazione attuale e costretto a constatare che stanno estendendo al Vecchio Continente il loro disegno imperialista, nego con veemenza che la stupidità della Coca-Cola, dei suoi dirigenti e dei suoi banchieri possa avere la meglio sull’Europa, che nel corso dei secoli ha portato tante volte la stella sulla fronte e che, sotto sembianze così antiche, è ancora capace di metamorfosi. Al di là di ogni pregiudizio settario, vorrei concludere con queste parole di Georges Bernanos che non temo di fare mie:

  «Le verità sono malate, le bugie lo sono altrettanto… Non è del tutto certo… che l’indebolimento di una Virtù rafforzi altrettanto il vizio corrispondente. Se fosse così, la storia degli uomini e dei popoli avrebbe un altro colore e un rilievo maggiore… Quello che il mondo perde è probabilmente davvero perduto, perduto per il bene e il male, perduto senza ritorno. È di freddo che il mondo morirà.» E come potrei sentirmi in grado di esprimermi meglio, come potrei avere la presunzione di dire diversamente, quando aggiunge: «La pace è una grande opera, realizzata da un grande popolo, e da lui imposta in nome di una grande fede… Ci sono sempre abbastanza ragioni per morire, buone o cattive, si può morire benissimo per inattività, per disgusto, ma vivere richiede molta costanza e amore. La vostra società non merita più di essere amata… La pace è molto bella, solo che la gente si chiede cosa ci metterete dentro. La guerra è molto più facile da riempire della pace… In sostanza, se ho capito bene, la nostra guerra è giusta perché ci è stata imposta, è un atto di legittima difesa. Sarebbe più corretto dire che non siamo responsabili della sua ingiustizia… La vostra società non è senza dubbio più abbastanza giusta per una pace giusta… I popoli non credono più nella pace, proprio perché non credono più nella giustizia. I popoli escono dalla pace tanto facilmente quanto si esce da una casa minata – fuori o dentro, che importa? » È necessario che questa società venga cambiata da cima a fondo. Non si cambierà con il sangue. Cambierà il giorno in cui la giustizia, che era solo addormentata, si sveglierà al grande spavento dei suoi becchini e più che mai splendente si siederà sulla sua tomba.

- André Breton -

* Questo discorso scritto per il meeting del Rassemblement démocratique révolutionnaire (RDR) che si teneva il 30 aprile 1949 - Giornata internazionale di resistenza alla dittatura e alla guerra - non ha potuto essere pronunciato perché il meeting è diventato confusionario quando un fisico americano, Carl Compton (fratello di Arthur Compton, pacifista, che era stato invitato), ha fatto l'apologia dell'arma nucleare! Quella sera, né Breton né Davis hanno potuto parlare..

giovedì 9 luglio 2026

Quel Dio della politica…

Il suo dio ha piedi d’argilla [*]
- di Maddalena Porcelli -

   Dove risiede la causa delle differenze esistenti nel comportamento dei maschi e delle femmine? Nella biologia o nella cultura? La domanda è retorica, dal momento che i ruoli hanno subito variazioni da epoca a epoca, da luogo a luogo. Quando l’antropologa Margaret Mead ci fornì un’ampia descrizione, attraverso i suoi studi contenuti in “Sesso e temperamento in tre società primitive”, sugli Arapesh, i Mundugumor e i Tehambuli, tre diverse tribù della Nuova Guinea, ci offrì la possibilità di comprendere quanto l’assegnazione dei ruoli di genere sia funzionale al sistema culturale che la contiene. Tra gli Arapesh l’adulto ideale, a prescindere dal suo sesso, ha una natura gentile, accondiscendente, solare, che ricorda l’ideale femminile della classe media occidentale così come lo ha costruito una certa narrativa dominante. All’interno di questa tribù, infatti, le relazioni sessuali non implicano temperamenti diversi né comportamenti aggressivi e tutto ruota intorno al concepimento e alla procreazione e l’espressione “partorire un figlio” è usata tanto per i maschi che per le femmine. I Mundugumor hanno invece tutt’altro temperamento: entrambi i sessi si avvicinano al nostro modello ideale maschile; le donne, al pari degli uomini, sono prepotenti e vigorose; non amano concepire e allevare figli. Infine i Tehambuli sono caratterizzati da una notevole differenziazione sessuale, invertita rispetto ai nostri modelli: gli uomini sono schivi, ombrosi, amano chiacchierare, indossare ornamenti mentre le donne indossano vesti semplici, si radono i capelli, sono intraprendenti, hanno il senso pratico degli affari. Altri studi, condotti da antropologi in ogni angolo del mondo, confermano quanto dimostrato finora. Jules Henry, che osservò a lungo i gruppi indigeni nella foresta brasiliana, constatò in essi la totale assenza di differenze sessuali riguardo al temperamento. Edward Hall nel “Linguaggio silenzioso” descrisse una società patriarcale dell’Iran, dove le donne dovevano essere fredde, calcolatrici e dotate di senso pratico mentre gli uomini dovevano esprimere le loro emozioni, essere sensibili e intuitivi, preferire la poesia alla logica. L’elenco potrebbe continuare ma il punto cruciale è un altro, ed è quello di dimostrare che tutti quei comportamenti che differiscono dai nostri modelli di riferimento sono sempre considerati come un’eccezione alla regola e mai, nemmeno per un momento, portatori di valore , in grado di contribuire all’arricchimento dell’umanità. Ciò deriva dal fatto che l’intero impianto della cultura occidentale si è fondato sull’etnocentrismo inteso come principio propulsore di progresso e di civiltà. Gran parte dell’antropologia del secolo scorso è stata strumentalizzata da un approccio evoluzionista di matrice vittoriana, fortemente eurocentrato, e ha sempre guardato agli altri popoli come arretrati rispetto a una presunta scala evolutiva della quale ha presunto di occupare lo scalino più alto.

   La verità è che il bisogno di giustificare le imprese colonialiste, le quali rappresentano il culmine di un processo di dominazione e che affondano le loro radici agli albori della modernità, coincide con il programma di schiavizzazione e di culturicidio dei popoli d’oltreoceano ai fini dello sfruttamento economico. Non è un caso che si faccia strada, fin dagli ultimi anni del XVI sec., quel pensiero cartesiano dicotomizzante che sancirà la definitiva opposizione binaria tra umani e non umani, cultura e natura, anima e corpo, ragione e istinto, uomo e donna, città e campagna ecc…, corrispondenti, rispettivamente, a valori positivi e negativi, superiori e inferiori. Tutte quelle caratteristiche che osserveremo da quel momento sono il frutto della diffusione di quell’assunto. L’invenzione della razza è difatti il coronamento di quel processo, la giustificazione e l’alibi per eccellenza, che ha permesso di sfruttare il resto del mondo in tranquilla coscienza. Un indigeno africano o un amerindo verranno definiti più simili agli animali non umani, gli sarà negata un’anima e sarà schiavizzato senza alcun rimorso. Possiamo dunque affermare che in patria, con identici presupposti, si siano applicati quei sistemi educativi funzionali ai modi di produzione economica e che tutti, indistintamente, siano una risultante di fattori storici e non, come vorrebbe far intendere un bieco provincialismo inconsapevole, di “natura”. E sono sempre i diversi atteggiamenti, i diversi incoraggiamenti e i diversi sistemi educativi che hanno sospinto i differenti atteggiamenti sessuali: la pazienza per le femmine, la forza per i maschi, che tradotti in termini di funzionalità corrispondono per le prime a una docile passività, per i secondi a un’attiva aggressività. Se questi elementi li trasponiamo in un contesto di produzione economica capitalistica fondata sullo sfruttamento della forza lavoro, ci risulterà chiara la loro utilità: negare uguali diritti vuol dire differenziare le capacità e contare su un esercito di riserva che possa essere utilizzato nelle fluttuazioni occupazionali, costanti dell’economia industriale. La conseguenza è nota a tutti, dal momento che le donne non godono ancora di una retribuzione pari a quella degli uomini. Si sostiene che tutto ciò sia “naturale”, per il fatto che la donna, essendo soggetta alla responsabilità della maternità, sia necessariamente penalizzata nella sua capacità lavorativa. Ancora una volta possiamo, con l’aiuto dell’antropologia, sfatare questo mito utile: Colin Turnbull ha descritto l’attività delle madri dei Pigmei Mbuti che durante il parto erano spesso a caccia o in viaggio e non la riducevano affatto. Le caratteristiche di un rapporto tra madre e piccolo sono restrittive non in assoluto ma, nel nostro caso, relativamente alla società industriale contemporanea.

   In quest’errore di fondo è caduto anche il femminismo nordeuropeo che ha svilito le donne del sud del mondo, escludendole dal suo programma di emancipazione. Quel femminismo, nato e sviluppatosi in concomitanza con le mire espansionistiche degli Stati-nazione, ha riguardato non a caso una classe medio borghese del nord Europa e s’inserisce in quello stesso contesto discriminatorio di cui abbiamo accennato. Negli ultimi decenni dello scorso secolo si è infatti fatto strada un movimento femminista nero che ha contestato aspramente e posto in contraddizione il femminismo bianco, criticandone i presupposti. Già l’anarchica Emma Goldman, in passato e seppure con modi e intenti assai diversi, nella sua polemica contro le suffragiste aveva posto l’accento sul pericolo di un’omologazione al potere patriarcale, facendo notare come la richiesta di un’uguaglianza al diritto di voto celasse in realtà una parità vuota e acritica, come “il privilegio di diventare giudice, carceriere, boia”. La sua attenzione all’interdipendenza tra il mutamento sociale e collettivo e quello interiore, di cui è stata pioniera, viene oggi ampliato e declinato a sempre più numerosi livelli, grazie anche alla trasformazione dei luoghi deputati alla produzione del sapere: lo sviluppo di un pensiero femminile come Gender Studies ha introdotto nuove prospettive di studio, accogliendo i contributi delle donne di ogni luogo del mondo. Tornando al punto in questione, dunque, il femminismo nero, utilizzando un pensiero decostruttivista derivato da Deridda e più in fondo dal metodo lacaniano, ci ricorda che lo stesso femminismo nordeuropeo non solo si è sviluppato di pari passo con il colonialismo e il razzismo ma ha assunto uno sguardo altresì evoluzionista eurocentrico, che poneva al vertice dello sviluppo la donna bianca, occidentale, benestante e il resto delle donne come involute rispetto al loro traguardo. Le differenze, come nel caso degli studi antropologici di quel tempo, piuttosto che essere considerate come un arricchimento sono state valutate come il segno distintivo di una mancata emancipazione.

   Il dibattito che anima il presente si sviluppa in varie direzioni, avvalendosi di una tale ricchezza di contributi e di prospettive da produrre riflessioni cruciali: l’ecofemminismo queer, a partire dalla riflessione di Adrienne Rich che nel saggio pubblicato nel 1980 “Eterosessualità obbligatoria ed esistenza lesbica” indica nel lesbismo una scelta di libertà alternativa, uno spazio di resistenza e di lotta all’obbligo socialmente imposto dell’eterosessualità che ha prodotto la subordinazione delle donne; il femminismo nero e postcoloniale, che denuncia il razzismo eurocentrico teso a considerare il resto del mondo come una sua appendice ed introduce il concetto d’intersezionalità tra i vari assi della discriminazione (razza, genere, classe, sessualità), puntualizzando la necessità di riconoscerli come differenti forme di un unico sistema di potere. Uno dei testi più acuti di questo filone è “Can the Subaltern Speak?” del 1988, di Gayatri Chakravorty Spivak che, nell’analizzare il modo in cui l’Occidente rappresenta le donne colonizzate, si/ci domanda se queste donne abbiano la possibilità di autorappresentarsi dal momento che la loro voce risulta, prendendo in prestito un termine lacaniano, forclusa. Ciò che ne risulta, secondo una pluralità di sguardi differenti, come ci suggerisce Gayatri Spivak, è che sia del tutto improbabile considerare le donne bianche come referenti, perché significherebbe trovarsi nell’impossibilità di formare alleanze politiche che agiscano oltre le contrapposizioni di razza, classe e confini nazionali. Suggerisce perciò di sperimentare un essenzialismo strategico che nel riconoscimento dell’intersezione tra razza, genere ed etnicità possa, attraverso una pratica solidaristica, costruire un soggetto politico collettivo transnazionale che tenga conto delle diverse specificità. Quale più grande stimolo per pensare in termini di alternativa a una civiltà occidentale in declino che ha raggiunto i suoi limiti?

- Maddalena Porcelli – Pubblicato il 3/3/2021 su Umanità Nova -

[*] – Nota dell’autrice - La frase è tratta Da "il suffragio femminile" in "Femminismo e Anarchia" di Emma Goldman. Quel dio è naturalmente il sistema istituzionale e il voto per cui tanto si batteva il movimento delle suffragette appartenente alla classe media. Lei era invece molto più solidale con la parte proletaria (prostitute, donne di servizio di quelle stesse che scendevano in piazza ecc...) !

 

mercoledì 1 luglio 2026

La sorprendente rapidità dell’oblio…

 

TOTALITARISMO ECONOMICO
- Alla fine del XX° secolo, il capitalismo ha creato, in modo assoluto, una legge che non può più essere trasgredita -
di ROBERT KURZ

   Per la filosofia politica occidentale, il termine "totalitarismo" è diventato una sorta di spauracchio. Totalitario è sempre qualcosa che non rientra né nell'economia di mercato né nella democrazia: quanto piuttosto la pretesa esclusiva di un Partito di esercitare il controllo politico; un apparato burocratico  centralista; la repressione di qualsiasi movimento di opposizione; un sistema di potere illimitato, che domina tutti gli ambiti della vita e penetra persino nella sfera intima. Democrazia - si dice, al contrario -   porta a tutti felicità evitando idiosincrasie: è assetata di opposizione; il pluralismo delle idee e dei progetti di vita viene rispettato; la sfera privata viene considerata tabù dal potere sociale, consentendo così alle persone di essere diverse tra loro in tutta tranquillità. Così, in tal modo, a partire da tutto questo, la storia del XX° secolo, può essere intesa come se fosse un conflitto fondamentale tra democrazia liberale e dittatura totalitaria. Quanto meno, è questo ciò che si dice che e si evince a partire dai libri di testo occidentali: le dittature, nel passato, di Hitler e Stalin, erano totalitarie, e forse oggi lo sono gli "Stati religiosi" del fondamentalismo islamico. Ma sia come sia, il totalitarismo, rispetto alla libertà occidentale, viene considerato come un pensiero alieno e antagonista, un'ideologia, la cui esistenza oscura può essere invocata, in qualsiasi momento, come pericolo imminente.  È chiaro che -  in questa "teoria del totalitarismo" -  delle due sfere della società moderna, viene menzionata solamente la sfera politico-statale, mentre quella economica rimane completamente oscurata. In questo senso, può esistere solamente uno Stato totalitario, ma a quanto pare non può esistere un'economia totalitaria, un modo di produzione totalitario, un mercato totalitario. Il presupposto di questa visione unilaterale consiste nel ritenere che solo lo Stato e la politica rientrino nell’ambito sociale, mentre l’economia – come già sostenevano, nel 18° secolo, i fisiocratici e Adam Smith – appartiene presumibilmente invece alla “natura” e, di conseguenza, è pertanto estranea alla teoria sociale in senso stretto.
Ora, le “leggi naturali” non possono essere totalitarie, e mettere a repentaglio la libertà; bisogna accettarle così come sono. È con questo grossolano stratagemma, fin dall’inizio, che il liberalismo ha cercato di rendere il centro economico della modernità inaccessibile alla riflessione critica, mettendo nel contempo a tacere il fatto che le dittature totalitarie del periodo tra le due guerre avevano almeno una cosa in comune con la democrazia: le forme economiche del moderno sistema di produzione delle merci. Il concetto di totalità ha origine nella filosofia del 19° secolo. In Hegel, soprattutto, esso si ricollega al tentativo di sussumere il mondo in un unico “concetto totale”, concependolo pertanto nella sua pienezza. Non è difficile riconoscere sullo sfondo sociale di questo pensiero il fatto che l’essere umano e la natura debbano sottomettersi “totalmente” alla macchina sociale capitalistica, al fine di trasformare ciascun atomo ideale, ciascuna idea e ciascun sentimento, in materia prima che sia utilizzabile nel processo di valorizzazione. In realtà è dunque la stessa logica economica del capitalismo a suscitare la vocazione totalitaria; ed è con la trasfigurazione ideologica di questa vocazione in “legge naturale” che il liberalismo intende solo camuffare il proprio nucleo dittatoriale. Henry Ford diceva che gli acquirenti del suo “Modello T” potevano acquistarlo in qualsiasi colore desiderassero, purché fosse nero; allo stesso modo, il pluralismo liberale dà credito a tutte le idee e a tutti gli oggetti, purché essi tutti possano essere commercializzati e venduti. Fino alla metà del XX° secolo, questo totalitarismo economico era ben lontano dalla perfezione. Sopravvivevano ancora elementi di un modo di produzione più arcaico, con basi agrarie e comunali, oltre che sfere culturali della vita che si sottraevano allo spazio-tempo astratto del capitalismo. Per trasformare gli individui in materiale umano delle macchine capitalistiche, occorreva innanzitutto una mobilitazione politica delle masse: in quel periodo la sfera politica assunse l’aspetto di una “energia accumulata” fungendo così come se fosse una sorta di resistenza che si caricava, per così dire, al fine di mettere in moto il totalitarismo economico. In questo senso, è stata la politica di massa, attuata attraverso la mobilitazione militare, a fungere da potente innesco. È stato nelle trincee della Prima guerra mondiale che si è creato il prototipo democratico. Nel suo famoso romanzo di guerra “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, l’autore tedesco Erich Maria Remarque scrive: «Le differenze create dall’educazione e dalla cultura sono quasi scomparse, e difficilmente si possono riconoscere. È come se prima fossimo stati delle monete di paesi diversi; abbiamo attraversato un processo di fusione e ora tutti abbiamo lo stesso conio».

  L'uguaglianza democratica di fronte alla moneta, che fino ad allora era stata messa in pratica solo in maniera insoddisfacente, poteva essere preparata solamente nella forma di quella che è stata un'uguaglianza di morte e di mutilazione, in quelli che sono stati i "Mulini di Sangue" della Prima Guerra Mondiale. È stata proprio questa forma archetipica di democrazia del 20° secolo a garantire finalmente agli individui l’uguaglianza dell’individuo isolato. Sotto determinate condizioni storiche, come in Russia e in Germania, l'avanzamento di questo processo sociale assunse la forma del Movimento totalitario di massa e di dittatura; ma anche negli Stati Uniti, la mobilitazione per il "New Deal" venne accompagnata da sfilate militari, cortei di missili e dai fuochi d'artificio della propaganda politica. Si trattava di coinvolgere la società “nel suo insieme” e di darle “una scossa”, ben al di là degli obiettivi politici e militari immediati. Pertanto, nel 1934. lo scrittore tedesco Ernst Jünger coniò il concetto di "mobilitazione totale" Una “mobilitazione parziale” rientrava nella ”essenza della monarchia”, la quale, come egli stesso affermava, «trasgredisce i propri limiti nella misura in cui è costretta a inserire le forme astratte dello spirito, del denaro, del “popolo”, in sintesi delle forze della democrazia in crescita, nel contesto armamentista». Pertanto Jünger vedeva nella democrazia occidentale soprattutto una forma più elevata di esaurire tutte le riserve sociali: «Era stato in quel modo che la mobilitazione negli Stati Uniti, un paese con una costituzione molto democratica, aveva potuto essere attuata attraverso misure di una virulenza che sarebbero state impossibili nello stato militare prussiano (...). Già in questa guerra non si trattava più di sapere se uno Stato fosse militarizzato o meno, ma piuttosto di sapere se esso fosse capace di mobilitazione totale». Che questo processo avesse ormai trasceso di molto i propositi puramente militari, non sfuggì al generale tedesco Ernst Ludendorff, il quale, nel 1935, scrisse in un trattato sulla "guerra totale": «La guerra totale, che non riguarda solo le forze belligeranti, ma tocca da vicino anche la vita e l’anima (!) di ogni membro isolato dei popoli coinvolti nel conflitto, ha avuto qui il suo inizio (...). Dal quel momento in poi la guerra totale ha acquisito maggiore profondità grazie al perfezionamento e alla proliferazione degli aerei, delle bombe di ogni tipo, ma anche dei volantini e degli altri materiali di propaganda lanciati sulla popolazione, nonché grazie al perfezionamento e alla proliferazione delle apparecchiature di radiodiffusione rivolte contro il nemico.» Ma se  lo scopo segreto di questa "mobilitazione totale" fosse, in definitiva, quello di mettere in pratica la vocazione totalitaria dell'economia capitalista, ecco che allora il "movimento" politico-militare della prima metà del XX secolo può essere utilizzato per raggiungere la vocazione totalitaria dell'economia capitalista, ed essere facilmente decifrabile come una fase preparatoria per tagliare le catene del "mercato totale": qualcosa che accadde dal 1950 in poi.

   Nelle democrazie commerciali del dopoguerra, le «bombe di ogni genere, i volantini e gli altri materiali di propaganda» di Ludendorff si sono trasformati nella raffica vorticosa della pubblicità e nel chiacchiericcio dei media, che, sotto forma di richiamo visivo e acustico, riempiono l’intero spazio pubblico, assumendo tratti francamente terroristici: ecco che nessuno è più in grado di sfuggire a questo chiacchiericcio infinito e alla sua sfacciata impertinenza. Ciò che qui “si rivolta contro il nemico” (e il “nemico” è tutto e tutti nella guerra permanente per la clientela, per i posti di lavoro, le carriere, il prestigio ecc. in un mondo capitalizzato fino al midollo) supera sotto ogni aspetto le origini militari della “guerra totale” tra il 1914 e il 1945. Così leggiamo il concetto di totalitarismo contro il filo dell'ideologia legittimante occidentale. Questo è tanto più evidente in un classico "della teoria del totalitarismo", il libro della filosofa americana Hannah Arendt sulle "Origini" del totalitarismo". In esso possiamo leggere: «Niente è più caratteristico dei movimenti totalitari in generale, e la natura della gloria dei suoi leader, e ci sorprende quanto velocemente possono essere dimenticati e con che velocità  si possono sostituire (...). Questa instabilità ha sicuramente qualcosa a che fare (...) con il l'entusiasmo per la mobilità dei movimenti totalitari, che possono sopravvivere solo finché continuano a muoversi, e mettono in moto tutto ciò che li circonda (...); sono proprio questa straordinaria capacità di adattamento e questa mancanza di continuità, i quali senza dubbio ne costituiscono il suo segno distintivo, se esiste davvero un carattere totalitario o una mentalità totalitaria.» Qui, Hannah Arendt ha in mente solo il lato politico-statale del totalitarismo, vale a dire, le dittature del periodo tra le due guerre. Ma solo in apparenza la massa anonima, politicamente e militarmente mobilitata dalle dittature, o dal regimi di transizione democratica, si oppone al culto commerciale dell'individuo ugualmente anonimo, del "consumatore" delle democrazie del dopoguerra. In reatà, la prima, la massa mobilitata nelle parate militari, può essere intesa come un embrione del secondo, l'individuo come consumatore isolato. L'individuo democratico “libero” del dopoguerra non è altro che un “modello” originariamente plasmato e regolato dalla macchina politico-militare, un esemplare che è stato liberato solo per adattarsi al ritmo commerciale della macchina capitalista globale. Concentrandosi sulle dittature statali totalitarie (cosa comprensibile nel 1951), Hannah Arendt ignora completamente quanto le sue formulazioni sull'essenza del totalitarismo si applichino con accuratezza al carattere di un mercato sempre più totalitario e, quindi, alla democrazia occidentale stessa. Quale altra espressione, se non quella della «sorprendente rapidità dell’oblio», potrebbe caratterizzare meglio le congiunture capitalistiche, le quali ormai non si configurano più come evoluzione umana, ma rappresentano piuttosto un processo di cose indifferenti, il cui combustibile è il denaro? E la «facilità della sostituzione»: quale descrizione potrebbe essere più appropriata per descrivere la personalità dell’essere umano, ridotta a oggetto e universalmente intercambiabile? E cosa potrebbe esserci di più “assetato di mobilità” del capitalismo stesso, il quale, in quanto sistema economico di tipo “a valanga”, di fatto “riesce a sopravvivere solo finché rimane in movimento, e mette in movimento tutto ciò che lo circonda”? Dove la «straordinaria capacità di adattamento» potrebbe essere una virtù più eccellente che nelle economie di mercato democratiche, così come viene oggi nuovamente proclamata dai paladini dell’«adattamento permanente» a un cieco «cambiamento strutturale»? E cosa, infine, potrebbe rappresentare una «mancanza di continuità» più radicale del mercato universale senza storia, il quale compie il suo movimento sempre identico in una sorta di nirvana senza tempo? Questa corrispondenza diventa ancora più chiara allorché Hannah Arendt cerca di analizzare minuziosamente la "legge del movimento" del totalitarismo: «Dietro la pretesa di dominio mondiale, tipica di tutti Movimenti totalitari, esiste sempre l'intenzione di creare un essere umano che incarni attivamente le leggi che egli altrimenti sopporterebbe solo passivamente, pieno di resistenza e mai nella sua pienezza. La pace sepolcrale che, secondo la teoria classica, la tirannia instaura nel paese (...) rimane altrettanto preclusa al paese con un regime totalitario quanto gli è preclusa la pace in generale. È vero che i suoi abitanti sono privati di ogni azione che nasca dalla libera spontaneità; ma sono però tenuti in continuo movimento in quanto esponenti del gigantesco processo sovrumano della natura o della storia, che sfreccia accanto a loro (...). Il terrore, in questo senso, è come la “legge” che non può più essere trasgredita.»

  Però, ciò che in questo passaggio viene denunciato come se fosse l'essenza del Il totalitarismo, non è altro che l'essenza stessa del liberalismo.  Questo perché non è stato nessun altro, se non la crema dell’economia politica borghese e della filosofia illuminista che, sin dall’inizio, ha fatto propria la pretesa di applicare agli uomini “le leggi della natura e della storia”.  Ed è il capitalismo totalizzato che, nello spazio sociale in cui impera, spoglia i suoi abitanti “di ogni azione che nasca dalla libera spontaneità”, poiché in tale spazio ogni attività viene assiomaticamente modellata dall’imperativo economico. Ben più implacabili delle dittature degli Stati totalitari, gli individui sottoposti all’economia di mercato globale vengono «mantenuti in movimento permanente in quanto esponenti di un gigantesco processo sovrumano», da una cieca dinamica di crescita segnata da difetti strutturali, dinamica che li «sorpassa sfrecciando» e viene proclamata dagli ideologi neoliberisti «come un processo oggettivo della natura e della storia». In realtà, ci troviamo di fronte a una continua evoluzione della storia capitalista, nella quale le dittature degli Stati totalitari e la “mobilitazione totale” delle guerre mondiali non costituiscono un modello fondamentalmente contrapposto, ma rappresentano piuttosto un determinato continuum storico, e una forma di imposizione proprio di  un'unica “economia di mercato”, e della “democrazia”: la società nella sua interezza è stata messa in moto a ritmo accelerato a tutti i livelli e in tutte le sue sfere, al fine di poter così riuscire a sostenere l’accumulazione accelerata e concentrata del capitale. Alla fine del 20° secolo, la trasformazione del totalitarismo capitalista (che da Stato totale è passato a essere mercato totale) ha portato a un inusitato “terrore dell’economia” – a una “legge” che, come ci viene ironicamente fatto notare, “non può più essere trasgredita”. E il controllo della realtà imposto dai media capitalisti può parlare ininterrottamente di libertà solo perché è da tempo che ci siamo lasciati alle spalle «1984».

- ROBERT KURZ  - São Paulo, Domingo, 22 de Agosto de 1999 -

lunedì 29 giugno 2026

Il Collasso e/o la Barbarie ?!!???

Ripensare la critica del capitalismo
- Intervista di Philipp Schmidt a Moishe Postone -
- [*1] - Il testo di questa intervista è apparso per la prima volta sul n° del Maggio 2012 di Konkret -

Philipp Schmidt: «La crisi economica continua a peggiorare. Prima si parlava di una crisi immobiliare, poi di una crisi finanziaria; Ora si parla di una crisi del debito, una crisi delle finanze pubbliche. Tutti questi fenomeni fanno parte di una crisi generale delle possibilità della valorizzazione capitalista, come dice Robert Kurz [*2], per esempio. Il capitalismo si sta scontrando con un limite interno, ed è più o meno vicino al collasso? O è solo che, con tanto rumore e ogni tipo di fallimento, è arrivato il momento di un nuovo ciclo di accumulazione?

Moishe Postone: «Sono in gran parte d'accordo con Robert Kurz e altri, nella loro interpretazione della crisi attuale. Per rispondere correttamente alla tua domanda, è però necessaria una corretta analisi del ruolo del lavoro. Criticare il capitalismo, significa criticare il lavoro sotto il capitalismo – il che è l'opposto di una critica al capitalismo dal punto di vista del lavoro; come quella svolta dal marxismo tradizionale. Una società post-capitalista dovrebbe andare oltre il carattere attuale del lavoro, dovrebbe sopprimere il proletariato. L'attuale crisi è qualitativamente diversa da quella degli anni '30. Non lo dico solo in relazione al ruolo svolto dal capitale finanziario. Questo è importante, ovviamente, ma le mie osservazioni riguardano un livello più generale. Nelle crisi precedenti, quando i dati della disoccupazione erano alti, si pensava che la crisi fosse solo ciclica e che, una volta terminata, il tasso di occupazione sarebbe aumentato; o che fosse strutturale, e quindi costituisse un segno che il capitalismo non poteva ricreare la piena occupazione, e che solo il socialismo avrebbe potuto farlo. In entrambi i casi, il lavoro proletario veniva visto in maniera positiva. Inoltre, vi era anche un riconoscimento implicito – sia teorico che politico – del fatto che questo lavoro si sarebbe sempre più ampliato. L'attuale crisi, può essere invece vista come un segnale per cui l'espansione del lavoro è arrivata al suo termine, o almeno ci si sta avvicinando. Quello che viene chiamata "globalizzazione" non significa che, semplicemente, i posti di lavoro che c'erano in Europa o in Nord America ora sarebbero andati in Cina, India o Vietnam. Anche lì la crescita del settore del lavoro sta rallentando. Sarebbe un errore credere che il proletariato cinese sia in costante aumento. Perché ovviamente, non è così. Tuttavia, contrariamente alle analisi di Robert Kurz, non credo che questi sviluppi portino necessariamente al crollo del capitalismo, anche se la dinamica di espansione si è appesantita. Al contrario, credo che gli attuali sviluppi della crisi potrebbero portare alla formazione di Stati iper-militarizzati dove un gran numero di persone sarà diventato superfluo, inutile, e verrà tenuto a bada da delle misure autoritarie-repressive. È uno scenario terribile, ma il capitalismo potrebbe sopravvivere così. Non credo in un collasso inevitabile, a meno che non si intenda una regressione in delle condizioni di barbarie capitalista.

Philipp Schmidt: «Ecco perché allora sarebbe più necessario che mai formulare una critica adeguata al capitalismo, una critica che attacchi anche il capitalismo nel suo funzionamento "normale". In effetti, c'è una rinascita della critica, ma in generale essa viene fatta in termini populisti e fortemente monchi (vedi "Occupy").»

Moishe Postone: «Non ci si può aspettare che il manifestante abbia letto i tre volumi del Capitale. Il movimento Occupy ha avuto il merito di aver attirato l'attenzione sulla crescente disuguaglianza nella società; almeno per gli Stati Uniti. Sebbene in questo paese la disuguaglianza sociale sia maggiore rispetto ad altre società occidentali, molti americani pensano il contrario. Certo, molte delle analisi del movimento Occupy non sono buone, ma hanno tuttavia cambiato il quadro in cui avviene il dibattito negli Stati Uniti. Fino ad ora, la crescente disuguaglianza non esisteva nello spazio pubblico americano. Certamente, gli intellettuali ne avevano parlato, ma non venivano ascoltati molto. Un grande problema, tuttavia, è quello per cui non esiste un movimento di sinistra che abbia una teoria adeguata del capitalismo. Negli anni '90, negli Stati Uniti ci furono tentativi di riattivare l'internazionalismo, e andare oltre il pensiero bipolare della Guerra Fredda. Il concetto di "internazionalismo" era diventato, insieme alla Terza Internazionale, il nome in codice del nazionalismo del blocco socialista. In realtà quello che esisteva era solo un modo nazionale – e non internazionale – di guardare il mondo. Negli anni '90 negli Stati Uniti, quindi, c'erano ancora i movimenti anti-sweat-shop che analizzavano le condizioni di lavoro in Indonesia e Vietnam, dove le peggiori condizioni di lavoro potevano ancora essere difese come socialiste, sulla base della costellazione ideologica della Guerra Fredda. Una simile prospettiva, che fosse andata oltre motivazioni ideologiche del genere, avrebbe potuto essere l'inizio di un nuovo internazionalismo. Invece, dopo l'11 settembre e la "guerra al terrore", questi sforzi hanno perso importanza e l'anti-imperialismo, che è solo una variante dell'"internazionalismo" della Guerra Fredda, è tornato potente. Tali analisi anti-imperialiste si basano implicitamente sull'idea che tutti coloro che si oppongono agli Stati Uniti sarebbero automaticamente progressisti. Non contribuiscono affatto alla comprensione del capitalismo globale. Alcuni accademici rinomati negli Stati Uniti, ad esempio, non hanno problemi a considerare Hezbollah e Hamas tra le sinistre globali. [*3] Non ha senso! E il populismo di Occupy, con la sua critica al capitalismo finanziario, non aiuta certo ad andare avanti. C'è molto lavoro da fare. Quando Marx scrisse: "I filosofi hanno interpretato il mondo solo in modi diversi; ma ciò che conta è trasformarlo", se non ricordo bene egli non trascorse certo i successivi quarant'anni scendendo in piazza a manifestare!»

Philipp Schmidt: «La tua analisi del capitalismo è particolarmente deludente dalla prospettiva dell’azione politica di coloro che vorrebbero avere un’immagine chiara del nemico e un potente soggetto rivoluzionario al cui fianco schierarsi.»

Moishe Postone: «È vero, stiamo affrontando un compito molto difficile. In un certo senso, Foucault ha formulato un tema che ha caratteristiche in comune con le mie. Per Foucault, non stiamo trattando soggetti che sono la forza trainante delle trasformazioni sociali, ma stiamo affrontando un sistema di discipline e strategie biopolitiche. Anche in Foucault non c'è soggetto rivoluzionario. Tuttavia, a differenza di un progetto di critica del capitalismo, questo filosofo non aveva idea di come le cose potessero essere cambiate. Le analisi di Foucault furono una reazione unilaterale al marxismo tradizionale. Oggi, la difficile dialettica politica consiste nel fatto che, da un lato, gli interessi dei lavoratori devono essere difesi, mentre dall'altro dovrebbe invece esistere un movimento volto all'abolizione del lavoro. Ma non ho la risposta su quale strategia avrebbe senso nella situazione attuale.»

Philipp Schmidt: «Sembra che nessuno lo sappia davvero.»

Moishe Postone: «Sì, e questo dipende anche dalla mancanza di immaginazione. La crisi degli anni '70 ha fatto sì che molte rappresentazioni altamente creative della fine degli anni '60 e dell'inizio degli anni '70 andassero perdute. La paura inconscia di essere uno dei perdenti della crisi, ha portato a far sì che molte questioni abbiano smesso di essere messe in discussione. Il sociologo conservatore americano Charles Murray, che ebbe il suo momento di fama negli anni '80 con la pubblicazione di "The Bell Curve", scrisse un libro sul declino della classe operaia bianca. In esso, considerava i processi sociali come se fossero fenomeni puramente culturali. Tuttavia, il modo in cui egli descrive le conseguenze culturali del declino della classe operaia bianca, in termini di disgregamento familiare, istruzione insufficiente, uso di droghe, ecc., è interessante. Per quanto Murray sia reazionario, fornisce parecchi argomenti che potrebbero essere utilizzati anche in modo progressista. Il problema è che negli Stati Uniti molti progressisti sono anche populisti. Vedono la crescente disuguaglianza sociale come se fosse una conseguenza delle azioni di pochi cattivi di cui bisognerebbe sbarazzarsi. Un'analisi marxista ha però il vantaggio che il concetto di "maschera di carattere" è a tua disposizione. Le persone, nelle loro funzioni per il processo di accumulazione, sono delle personificazioni di categorie economiche. Se questa persona o quella persona non fosse in quel posto, qualcun altro sarebbe lì, e avrebbe fatto le stesse cose. Coloro che sembrano cattivi sono quindi intercambiabili.»

Philipp Schmidt: «Un movimento di emancipazione non dovrebbe scendere al di sotto di questa posizione. Cosa dovrebbe sviluppare oltre a questo?»

Moishe Postone: «Un compito essenziale è quello di riattivare l'internazionalismo. Ci sono movimenti che, da questo punto di vista, meritano particolare attenzione. Ad esempio, molti movimenti ambientalisti tendono verso l'internazionalismo. Ma, o ricadono in un romanticismo sommario, oppure trattano il loro campo di intervento come se fosse sfuggito al resto dell'evoluzione sociale. Naturalmente, ecologia ed economia non devono essere considerate in modo indipendente. Questi movimenti ambientalisti presentano anche gravi carenze. Ma, almeno, in alcune parti di essi c'è una sensibilità al fatto che stiamo affrontando un problema globale, un problema sistemico. Il ruolo della sinistra è mostrare queste connessioni e crearle. Finora, questo è poco riuscito, e la sfida enorme rimane. Quando si sviluppa una critica fondamentale al capitalismo – una critica molto più ampia di quella del marxismo tradizionale – diventa particolarmente difficile, in un periodo di crisi, immaginare come sarebbe una società post-capitalista. Non possiamo più accontentarci di dire: abolizione della proprietà privata e dell'economia pianificata. Trenta o quarant'anni fa, era sicuramente ancora facile immaginare una società non capitalista perché a quel tempo la crisi del lavoro non era ancora così avanzata. Era più facile immaginare un lavoro che soddisfacesse tutti. Ma oggi c'è una crescente polarizzazione nella distribuzione sociale del tempo di lavoro. Parte della popolazione lavora più a lungo, altre non hanno lavoro. E questa carenza di manodopera alienata non significa l'abolizione di questo tipo di lavoro. Oggi, a São Paulo, Città del Messico e Lagos, ci sono mega-baraccopoli che milioni di uomini chiamano casa.Tali realtà rovinano i sogni. Eppure molti credono che la soluzione risieda nel ritorno al keynesianesimo – senza mettere in discussione che esso abbia raggiunto i suoi limiti quarant'anni fa. Lo sviluppo di una comprensione adeguata della situazione attuale è reso ancora più difficile, per la sinistra, dal fatto che il carattere settario di quest'ultima si esprime oggi in maniera assai forte.»

Philipp Schmidt: «Ma per non cadere in questa trappola, e favorire l'unità, non sarebbe meglio dimenticare i conflitti? Come hai detto tu stesso (e questo è particolarmente vero anche per la sinistra tedesca), è proprio nel movimento anti-imperialista che si sostengono posizioni assai diverse da quelle progressiste.»

Moishe Postone: «Ovviamente, i dibattiti politici e teorici devono continuare, ma ci sono anche divisioni tra dei gruppi che hanno davvero molto in comune. Troppa energia viene dedicata ai combattimenti settari. Questo vale anche per la Francia. Non fraintendetemi: non ho quasi nulla in comune con gli anti-imperialisti, non li considero progressisti. Ho la sensazione che stiano diventando sempre più reazionari. Ad esempio, hanno difeso per anni i peggiori regimi del Medio Oriente. Tuttavia, ci troviamo di fronte a una sfida immensa, quella di rilanciare la sinistra sociale, anche nel senso di visioni e programmi su larga scala. La grande crisi del capitalismo non è una crisi che la sinistra potrà semplicemente applaudire e celebrare con il motto: "Il capitalismo se ne va, eccoci!"»

Philipp Schmidt: «Parola chiave: aspettare. In un saggio intitolato "The End of Utopia", Herbert Marcuse insisteva sulle possibilità offerte dal capitalismo sviluppato: "Tutte le forze materiali e intellettuali che possono contribuire alla realizzazione di una società libera sono effettivamente presenti." Questo è ciò che Marcuse scrisse nel 1967. Da allora, le possibilità materiali sono aumentate enormemente.»

Moishe Postone: «Questa, è anche la mia impressione. In fin dei conti, Marcuse è stato un ottimista rivoluzionario, nel miglior senso della parola. Ma da allora, le cose sono diventate estremamente complicate. Dovrebbe esserci uno scambio tra persone che hanno prospettive diverse sulla questione. Purtroppo, da un lato ci sono molti attivisti interessati a problemi pratici come la povertà sociale o l'esodo rurale/l'espulsione rurale nel "terzo mondo", ma che però hanno una comprensione della società tristemente poco sviluppata, mentrer dall'altro ci sono piccoli gruppi che si concentrano sullo sviluppo di una teoria sociale, ma che però in gran parte si isolano dai veri movimenti sociali. Negli Stati Uniti, questo è un grosso problema. Qui, l'attivismo è particolarmente anti-intellettuale.»

Philipp Schmidt: «In Germania, c'è una retorica politica che dice alle persone: avete vissuto oltre le vostre possibilità! Ora dobbiamo stringere la cintura! Questa utopia dell'ascetismo deve essere applicata come programma politico in tutta Europa.»

Moishe Postone: «L'ideologia dell'austerità è particolarmente forte in Europa. Negli Stati Uniti, keynesiani, come fa Paul Krugman ad esempio, criticano regolarmente gli europei per la loro falsa idea di austerità. Krugman crede che l'Europa stia andando verso una crisi assai grande proprio per questo motivo. L'atteggiamento tedesco. è oltretutto anche spiacevolmente e ingiustamente moralizzante. Uno dei motivi per cui l'economia tedesca per l'export funziona così bene è proprio perché l'euro esiste. Se i tedeschi avessero ancora avuto una propria valuta, non sarebbero mai stati in grado di esportare così tanto. Traggono profitto da ciò di cui si lamentano. I tedeschi amano presentarsi come vittime.»

Philipp Schmidt: «Nella crisi, i risentimenti e le spiegazioni date dal mondo antisemita, sembrano trovare una congiuntura particolarmente favorevole. Il tuo saggio "Antisemitismo e Nazionalsocialismo" [*4], pubblicato in Germania nel 1982, ha avuto una grande influenza in certi ambienti per quel che riguarda lo sviluppo teorico dell'antisemitismo. Quali sono i punti chiave della tua analisi?»

Moishe Postone: «È difficile riassumere tutto questo in poche parole. Il capitalismo non significa solo il dominio di una classe su un'altra. È molto più un sistema di mediazione sociale che domina tutti i membri della società. Gli uomini sono naturalmente influenzati in vari modi da questa dominazione. Nel capitalismo, si tratta di una forma di dominazione impersonale che soggioga anche la borghesia. Se i capitalisti non rispettano i vincoli della competizione, presto non saranno più capitalisti. Questa è una differenza molto grande con la nobiltà, per esempio. Un aristocratico può perdere tutto, ma non smetterà mai di essere un nobile. Ma un capitalista è borghese solo se realizza con successo gli imperativi che gli sono stati imposti dalla mediazione sociale astratta. Gli uomini sono soggetti a un movimento che si compie in modo invisibile, sfuggente e incomprensibile. È da questo punto di vista che dobbiamo spiegare l'idea diffusa di una cospirazione segreta, di persone che agiscono dietro le quinte. La grande differenza tra razzismo e antisemitismo sta proprio nel fatto che, nella visione antisemita del mondo, gli ebrei non sono una "razza" sottomessa, ma sono invece immaginati come estremamente potenti. Sono immaginati come una "contro-razza" perché rappresentano i principi che in realtà stanno dietro l'incomprensibile. Nell'antisemitismo, la dominazione strutturale del capitalismo è opera degli ebrei. Ecco anche perché l'antisemitismo si vede come emancipatore e anticapitalista. I nazisti volevano "liberare" il mondo. Mentre, nell'analisi marxista, l'astratto e il concreto sono solo aspetti diversi della forma della merce, molti teorici considerano il concreto non come socialmente formato, ma come naturale. Al contrario, interpretano l'astratto come parassita, come soggiogante del concreto. Questa osservazione si applica altrettanto alla riduzione della critica del capitalismo a quella del capitale finanziario. Un'analisi del genere vieta la concettualizzazione del capitalismo come totalità – cosa che è. Invece, si sta diffondendo l'idea che i mercati finanziari siano parassiti della "sana economia nazionale" di piccoli imprenditori, lavoratori e dipendenti. Per molti versi, Marx intraprese una teoria del feticismo nel Capitale. La questione è sempre di come la relazione del capitale si presenti a diversi livelli come "naturale". Le merci appaiono come cose naturali che circolano tramite il denaro, che appare anche come un portatore naturale di valore.»

Philipp Schmidt: «Si potrebbe criticare la tua analisi per il fatto di rimanere solo al livello oggettivo delle relazioni sociali, e per non aver affrontato le condizioni soggettive dell'antisemitismo.»

Moishe Postone: «Penso che molti lettori non abbiano compreso il livello logico della mia analisi sull'antisemitismo. Si svolge a un livello molto astratto. Pertanto, non sto cercando di spiegare perché l'antisemitismo sia diventato così virulento proprio in Germania. Per farlo, sarebbe stato necessario considerare un intero insieme di mediazioni concrete. Quello che volevo spiegare era come potesse emergere un'ideologia che alla fine portò ad Auschwitz. Quando ero in Germania e seguivo le numerose discussioni tra funzionalisti e intenzionalisti [*5], notai che la questione di come fosse possibile la distruzione degli ebrei europei veniva evitata. Rimproverare la mia analisi per questo livello di riduzionismo sarebbe un po' come lanciarsi nel primo capitolo del Capitale e chiedere: ma perché il Capitale finanziario non viene affrontato?»

Philipp Schmidt: «Teme che nel corso della crisi la tendenza antisemita si rafforzerà?»

Moishe Postone: «Sì, e può assumere forme diverse. Ad esempio, c'è questa varietà di anti-sionismo che attribuisce a Israele una posizione di potere globale che questo paese non possiede affatto. L'intero problema del Medio Oriente continua a essere giustificato dall'esistenza dello Stato di Israele. Questo pensiero è molto potente e temo che possa guadagnare influenza.»

NOTE:

[*2] –Ultimo libro in francese: Vies et mort du capitalisme, Fécamp, Lignes, 2011.

[*3] - Cfr. in particolare Noam Chomsky, che elogia la resistenza di Hezbollah. Anche gli studiosi francesi non sono da meno, a cominciare da Alain Badiou che, in quel concentrato d ideologia fossilizzata intitolato *De quoi Sarkozy est-il le nom?* (2007), include «tra le sequenze politiche [che] contribuiscono a ristabilire l’ipotesi comunista» l’Hezbollah libanese e l’Hamas palestinese (Badiou esprime comunque una riserva riguardo alla loro appartenenza religiosa). Anche a costo di contraddirsi in seguito nel suo scambio con Finkielkraut (Explication, 2010) dove  afferma il contrario: «Capite bene che un universalista come me non potrebbe del resto avallare forze del tipo di Hamas. Ho sempre considerato che questi gruppi politici articolati attorno a una presunta religione fossero gruppi identitari nel peggiore senso del termine» (NdT).

[*4] - « Nationalsozialismus und Antisemitismus. Ein theoretischer Versuch », paru initialement dans Merkur, 1, 1982, pp. 13 – 15, puis dans Dan Diner et Seyla Benhabib (dir.), Zivilisationsbruch. Denken nach Auschwitz, Frankfurt Fischer Taschenbuch, 1988.

[*5] - Moishe Postone fa qui riferimento agli storici della Germania nazista e della Shoah, che si dividono in due gruppi. I funzionalisti sottolineano che l’ideologia nazista si è strutturata attorno al «problema ebraico» e che sono state prese in considerazione diverse soluzioni. Per loro, la «Soluzione finale» non si è imposta se non sotto la pressione degli eventi, man mano che le altre soluzioni si rivelavano inattuabili. Gli intenzionalisti, dal canto loro, sottolineano che la Shoah è un progetto di Hitler formulato già nel Mein Kampf. I primi rimproverano ai secondi di demonizzare Hitler e di scusare gli altri protagonisti del nazismo. Al contrario, gli «intenzionalisti» rimproverano ai «funzionalisti» di esonerare Hitler e gli altri protagonisti del nazismo dalle loro responsabilità. Da parte sua, Postone cerca di superare queste spiegazioni parziali proponendo un’analisi dell’antisemitismo e del nazismo basata sulle categorie centrali del capitalismo (NdT).

martedì 23 giugno 2026

Non solo geopolitica !!

Il prezzo del fertilizzante artificiale
- Il blocco dello Stretto di Hormuz, i prezzi dei fertilizzanti alle stelle e il cambiamento climatico minacciano di scatenare una crisi alimentare globale -
di Tomasz Konicz

   A prima vista sembra assurdo, ma gli abitanti del sistema mondiale tardo capitalista si nutrono, per così dire di combustibili fossili. Senza quei fertilizzanti artificiali, che hanno avuto un ruolo centrale nell'industria agricola dalla cosiddetta rivoluzione verde, al più tardi nella seconda metà del XX° secolo, le rese globali delle colture, che da allora sono aumentate drasticamente, crollerebbero bruscamente. Oltre il 40% della popolazione mondiale, senza fertilizzanti artificiali, non potrebbe più essere nutrita; concorda la maggior parte degli scienziati. Nei fertilizzanti minerali, sono tre i componenti indispensabili: azoto, fosforo e potassio. Il fertilizzante azotato è a base di ammoniaca, la quale viene ottenuta a partire dal gas naturale tramite il processo Haber-Bosch: un processo ad alta intensità energetica, il quale è responsabile di circa il tre% delle emissioni globali di CO2. Lo zolfo - necessario per la lavorazione della roccia fosfatica e da cui dipende la produzione di fertilizzanti fosfatici - è un sottoprodotto della produzione di petrolio e gas. Pertanto, la produzione di fertilizzanti minerali è collegata all'estrazione di combustibili fossili. Circa il 50% dei costi di produzione alimentare, si trova ora a essere rappresentato dal consumo energetico da parte di un'industria agricola altamente automatizzata. Ecco perché l'aumento dei prezzi del petrolio sta causando, tra le altre cose, un aumento dei costi di produzione e distribuzione alimentare; ad esempio, a causa dell'aumento del costo del diesel. Come parte della loro strategia di diversificazione, gli Stati del Golfo, che ora soffrono del blocco dello Stretto di Hormuz, sono riusciti a diventare un importante sito di produzione di fertilizzanti artificiali e dei loro prodotti intermedi, oltre a essere un punto centrale di trasbordo per quei beni dell'industria agricola diventati essenziali negli ultimi decenni. In questa cosiddetta integrazione verticale, i paesi produttori di materie prime cercano di dominare la più parte possibile di quella che è la catena produttiva industriale. Riuscendoci con successo: circa il 43% di quello che rappresenta uno dei fertilizzanti azotati più comuni - l'urea -  viene esportato attraverso lo Stretto di Hormuz. Gli stati del Golfo erano, tra le altre cose, anche responsabili di circa il 45% delle esportazioni globali di zolfo. Nella regione, avviene circa il 30% della produzione di ammoniaca, soprattutto in Arabia Saudita e Oman. In generale, la regione ora bloccata produce circa un quinto di tutto il fertilizzante utilizzato nel mondo. Secondo il Financial Times di aprile, si starebbe sviluppando una crisi alimentare globale, la quale difficilmente potrà essere alleviata; e questo anche se lo Stretto di Hormuz dovesse aprire immediatamente, da subito! Vediamo così che, da un lato, le capacità produttive nelle aree concorrenti dell'industria dei fertilizzanti - come Russia e Bielorussia - non sono abbastanza grandi da compensare queste enormi perdite. La creazione di nuovi siti produttivi richiederebbe anni. Il riavvicinamento tra Stati Uniti e Bielorussia, avvenuta a marzo e accompagnato da rilasci di prigionieri e da una riduzione delle sanzioni statunitensi, mirava proprio a promuovere la produzione e l'esportazione dei fertilizzanti bielorussi, in modo da alleviare questa crisi di approvvigionamento. Ma il fattore decisivo di crisi risiede nel semplice fatto che la coltivazione alimentare è un'industria stagionale. Il periodo della semina, e il corrispondente utilizzo dei fertilizzanti, sono già stati raggiunti o superati in molte regioni del mondo. E in molte regioni povere che si trovano ai margini, o semi-periferici, del sistema mondiale, i produttori agricoli, semplicemente, non riescono a far fronte all'aumento dei prezzi dei fertilizzanti. A metà aprile, questi prezzi sono esplosi, del 20% e  fino al 49% del prezzo dell'urea, rispetto a quelli che erano subito prima della chiusura dello Stretto di Hormuz. Ciò significa che verrà semplicemente usato meno fertilizzante, e  il che inevitabilmente porterà a un crollo delle rese agricole previste. Più la regione è povera, maggiori sono le perdite del raccolto. L'Africa subsahariana, dove agricoltori finanziariamente deboli riescono a malapena a comprare abbastanza fertilizzante per ottimizzare le rese, ne viene particolarmente colpita. L'aumento dei prezzi dei fertilizzanti porta così quasi automaticamente a una riduzione del consumo di fertilizzanti, e quindi a un calo delle rese. A livello regionale, i paesi dell'Africa orientale - Kenya, Somalia e Tanzania - dipendono in maniera particolare dalle forniture di fertilizzanti esteri provenienti dalla regione del Golfo, dove i costi di trasporto sono aumentati fino al 300%. La devastata struttura post-statale del Sudan, invece, costituisce il punto zero dell'imminente crisi della fame, ma a causa della guerra civile: lì, circa 21 milioni di persone sono minacciate da una grave insicurezza alimentare, e circa 375.000 abitanti muoiono di fame. Secondo l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura, il numero di persone estremamente povere affette da fame acuta, quest'anno potrebbe salire di 45 milioni, raggiungendo così un record di 363 milioni, a causa della guerra in Iran e del blocco dello Stretto di Hormuz. Miliardi di persone probabilmente saranno colpite da un peggioramento della situazione alimentare, causando l'aumento della malnutrizione. Nella semi-periferia del sistema mondiale capitalista, India e Brasile in particolare soffrono per il limite di guerra imposto alle esportazioni di fertilizzanti: più della metà dei fertilizzanti importati dall'India, è stata finora trasportata attraverso lo Stretto di Hormuz, mentre il Brasile - uno dei più importanti produttori agricoli al mondo - prima dello scoppio della guerra, aveva il 45% . Persino l'Australia ha importato il 70% dei suoi fertilizzanti passando dalla regione del Golfo. Nel caso dell'India - il paese più popoloso del mondo - la situazione è particolarmente drammatica: la produzione interna di fertilizzanti dipende in gran parte dal gas naturale, che attualmente non può essere trasportato, attraverso lo Stretto di Hormuz, nelle fragili ancore di gas liquido, dove attacchi o mine marine causerebbero esplosioni gigantesche. All'inizio di maggio, il Primo Ministro indiano Narendra Modi ha invitato i suoi connazionali a ridurre il consumo di olio da cucina, il consumo di combustibili fossili e l'uso di fertilizzanti. Dipendenze simili, a causa del gas del Golfo, esistono anche nella produzione di fertilizzanti in Pakistan e Bangladesh. A prima vista, la situazione nei centri del sistema mondiale sembra meno drammatica: se il blocco si protraesse fino all'estate, secondo le stime del Financial Times, l'inflazione dei prezzi alimentari negli USA rischia di penetrare nella cosiddetta "fascia a doppia cifra" , da circa il precedente 4%. Qualcosa di simile probabilmente accadrà anche nell'UE. L'industria agricola statunitense - essenziale per nutrire il mondo, e i cui dipendenti, se americani, fanno parte dell'elettorato centrale di Donald Trump - sta già soffrendo a causa delle guerre tariffarie e commerciali condotte dal suo presidente estremista di destra; e ora, dopo la guerra in Iran, anche a causa dell'aumento dei prezzi delle fonti energetiche e dei fertilizzanti. Il primo, da sé solo, nel 2025 ha portato a un aumento del 46% di fallimenti agricoli, rispetto all'anno precedente. Nel 2024, gli Stati Uniti sono stati il maggior esportatore di prodotti agricoli, davanti al Brasile, ed erano leader nella coltivazione di mais e soia.

A proposito di riscaldamento globale
    Tutte queste conseguenze geopolitiche della crisi ,sono interconnesse con la crisi climatica causata dal capitalismo ora in gran parte ignorata, ma le cui conseguenze stanno comunque sempre più minando le fondamenta ecologiche del processo di civiltà. Nel frattempo, vengono ignorate file e file di valori storici relativi alle temperature massime, o alla durata delle siccità - come è accaduto più recentemente a marzo negli USA -  senza che ciò venga nemmeno riconosciuto pubblicamente. Nell'opinione pubblica, la costrizione feticistica del capitale a sfruttare, che comporta l'eterno grido di richiamo alla crescita e ai posti di lavoro - da Trump al Partito di Sinistra - ha da tempo prevalso sui veri vincoli fisici della crisi climatica. Negli ultimi anni, gli aumenti dei prezzi alimentari, sono già stati causalmente alimentati da degli estremi meteorologici sempre più frequenti e duraturi, quali siccità e forti piogge, caratteristici della manifesta crisi climatica: cacao in Africa e Sud America, olio d'oliva in Europa, verdure negli Stati Uniti occidentali, riso in Giappone, cipolle e patate in India sono stati tutti colpiti; gli eventi climatici estremi sono diventati più frequenti nell'ultimo mezzo decennio. Gli Stati Uniti in particolare, attualmente si trovano in una siccità primaverile storicamente senza precedenti, che ha colpito circa il 60% delle terre agricole. Il sud-est degli USA, è stato colpito, in particolare Alabama, Georgia e Florida, dove gli agricoltori a volte hanno smesso di seminare a causa dell'alto costo del diesel e dei fertilizzanti, così come il Midwest, la cui superficie di grano dovrebbe diminuire quest'anno fino ad arrivare al livello più basso dal 1919 con il raccolto più basso mai visto, secondo il Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti. In Kansas e Oklahoma, oltre il 40% della superficie di grano si trova adesso in "condizioni povere o molto cattive". Nell'UE, dopo anni di siccità prolungate, la situazione non è molto migliorata: quasi la metà delle aree coltivate è minacciata dalla siccità, e un ulteriore 17% si trova persino in una condizione di siccità acuta. Quasi tutti gli stati dell'UE, così come il sud-est della Gran Bretagna, sono stati colpiti in misura maggiore o minore. Dopo una storica assenza di piogge a marzo e aprile, la Polonia sta emergendo in quanto centro di siccità, dove le rese agricole probabilmente crolleranno a causa della bassa umidità del suolo. Lo stesso vale per la Germania orientale, l'Europa sud-orientale, la Spagna e la Francia. In effetti, l'Europa si trova da tempo in una lunga fase di prosciugamento: la crisi climatica è una realtà. Ad aprile, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura (FAO) ha avvertito che i periodi di "caldo estremo" stavano spingendo il sistema alimentare globale sull'orlo del collasso. Ulteriori shock climatici stanno emergendo nel breve e medio termine. Secondo le previsioni scientifiche. L'evento El Niño di quest'anno potrebbe essere particolarmente intenso. Le masse d'acqua nel Pacifico orientale, si riscaldano a un ritmo superiore alla media, e il che può portare siccità anche nei paesi del Pacifico occidentale, in Sudafrica o nella regione amazzonica; ma nell'America Latina occidentale a inondazioni - con delle conseguenze corrispondenti sulle rese agricole. La siccità estrema in molte regioni del mondo ha già portato a degli incendi boschivi che di anno in anno divorano sempre più aree forestali.Nel lungo termine, l'indebolimento della Corrente del Golfo, parte della Circolazione Meridionale Atlantica di Ribaltamento (Amoc), è anch'essa probabilmente uno dei fattori di crisi climatica più forti in Europa e Nord America. Gli studi scientifici hanno confermato la vecchia regola della scienza del clima, secondo cui le previsioni più pessimistiche di solito riflettono in modo più adeguato la realtà del clima. La Corrente del Golfo porta le calde acque caraibiche all'Atlantico del Nord, dove sprofonda lentamente e scorre di nuovo verso sud come un nastro trasportatore, conferendo all'Europa un clima relativamente mite rispetto alla stessa latitudine della Siberia, per esempio. Lo scioglimento della calotta glaciale della Groenlandia minaccia di indebolire questa circolazione già indebolita, basata sulle differenze di densità tra acqua salata e dolce, fornendo acqua dolce, secondo studi, forse già alla fine del secolo. Tuttavia, il fattore incertezza è ottimo. Le conseguenze sarebbero forti sconvolgimenti climatici come un calo delle temperature e la desertificazione - specialmente nell'Europa occidentale - a cui il malmesso sistema agricolo tardo capitalista difficilmente sarebbe stato in grado di adattarsi.

Capitale vs. Clima
    Il capitale, nella sua costrizione sconfinata a sfruttare, non è solamente la causa della crisi climatica; come si può vedere dalle emissioni di CO2, le quali aumentano quasi parallelamente alla crescita economica globale. L'aumento della produttività della macchina del capitale agricolo non porta alla conservazione dei suoli e delle risorse agricole rimanenti, ma piuttosto all'istituzione di un sistema agricolo, non solo ecologicamente rovinoso, ma anche dannoso per la salute, il quale, ad esempio, ha reagito all'esplosione delle rese di mais inventando e diffondendo dello sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio (HFCS); un concentrato di zucchero, che nella produzione alimentare ha sostituito lo zucchero ordinario, ed è responsabile per la epidemia di obesità negli USA. L'orientamento della produzione alimentare verso uno scopo irrazionale di massimo rendimento possibile, rende il settore agricolo sempre più instabile e soggetto a crisi: le conseguenze sono monocolture, lisciviazione del suolo, bassa variabilità genetica della popolazione zootecnica, estinzione estesa della popolazione di insetti in molte regioni agricole intensivamente coltivate. La crisi climatica è una crisi climatica capitalista sotto due aspetti: il capitale è la causa, e in più aggrava le conseguenze sociali della sua crisi ecologica. Tutti questi fattori sopra elencati aumentano la vulnerabilità del sistema alle crisi; il che rende necessaria una rapida reazione. Questo è stato persino riconosciuto dal Financial Times, che ha promosso una svolta verso un'agricoltura sostenibile, in cui le monocolture sarebbero state sostituite da rotazioni delle colture. Un aumento dell'uso di fertilizzanti naturali sarebbe necessario, quanto lo sarebbe dare priorità alla "salute del suolo" rispetto agli aumenti di rese a breve termine. Inoltre, ci sarebbe anche il necessario e ampio sollievo dal debito per tutti i paesi della periferia, i quali ben presto saranno colpiti, particolarmente dalla prossima crisi alimentare. Quanto sia probabile un cambiamento riformista del genere, in un capitalismo apocalittico che sta reagendo alla sua crisi manifesta, non solo in Germania, con una fuga intensificata verso la mania della crescita dei combustibili fossili, ciò è stato chiarito dalla più recente grande riforma agricola dell'UE nel 2020, che, nonostante alcune concessioni ecologiche marginali, ha aderito alle basi dell'agricoltura precedente: il 25% dei sussidi agricoli UE era legato alla partecipazione degli operatori alle misure climatiche, cosicché agli Stati membri è stata data in gran parte carta bianca su cosa essi intendano per "programmi climatici". Probabilmente si tratta di meno di una goccia nell'oceano: secondo l'Agenzia Federale per l'Ambiente, le emissioni nell'agricoltura UE sono diminuite più lentamente (meno 25% tra il 1990 e il 2023) rispetto alla media della società nel suo complesso (meno 36% nello stesso periodo). A livello globale, le emissioni di CO2 continuano a aumentare.

- Tomasz Konicz - 21 giugno 2026 -  Jungle World, 2026/22 -

lunedì 15 giugno 2026

PROPOSTA…

L'UNICA VIA D'USCITA
- di JEHU -

Una settimana lavorativa di 15 ore, potrebbe porre fine al capitalismo mondiale, e allora perché mai non c'è nessuno che lotta per questo? La classe operaia, ha un'unica vera speranza: porre fine alla produzione di valore e, in tal modo, porre fine anche a sé stessa in quanto classe. Questo non è uno slogan. È una deduzione logica, svolta a partire dalla critica di Marx all'economia politica. La forma pratica di questa speranza consiste in una radicale riduzione della settimana lavorativa. Non a 35 ore, e neppure a 32: a 15 ore, senza alcuna perdita di stipendio settimanale. Rappresenterebbe il momento in cui il lavoratore cede talmente così poco tempo di lavoro non retribuito al capitale, per cui l'intera relazione di valore inizia a disintegrarsi. A diventare la misura della ricchezza, sarebbe il tempo libero, e non più il tempo di lavoro.

Non è una fantasia utopica. È una possibilità reale.
   Oggi, le forze produttive globali sono sufficientemente sviluppate, da consentire che 15 ore di lavoro - socialmente organizzato e distribuito in modo intelligente- potrebbero servire a soddisfare tutti i bisogni umani.
L'unica cosa che costituisce un ostacolo su questa strada, è la forma del valore; e lo Stato che la impone.
Pertanto, ecco la domanda che dovrebbe essere nella mente di ogni socialista:
Ma se la settimana di 15 ore è possibile, materialmente e logicamente, perché mai non c'è nessuna classe operaia, in nessun paese capitalista avanzato, che abbia mai fatto una richiesta seria, sostenuta e massiccia per ottenerla?Né negli anni '30. Né negli anni '60. Né dopo la crisi del 2008. Né nel periodo dell'emergenza COVID. Né negli Stati Uniti, in Germania, in Giappone, in Francia o in Gran Bretagna. Nemmeno una volta in novant'anni.
Questo silenzio non è casuale: ma rappresenta lo scandalo, centrale e sottaciuto, del marxismo rivoluzionario.

La logica è solida
   Chiariamo cosa effettivamente comporterebbe  una settimana lavorativa di 15 ore.
Per prima cosa, verrebbe ribaltato quel rapporto di credito che nasconde lo sfruttamento: nel capitalismo, il lavoratore anticipa la propria forza lavoro al capitalista, cioè lavora per una settimana prima di essere pagato. Tale prestito è un credito senza interessi che il lavoratore concede al capitale. Con la giornata lavorativa di 15 ore, tale anticipo si riduce a tal punto che sarà il capitalista a dipendere dalla collaborazione del lavoratore, e non il contrario.
In secondo luogo, porterebbe l’automazione fino alla sua logica conclusione. Marx ha dimostrato ne *Il capitale*, vol. 3, capitolo 9, che un capitale che non impiega manodopera viva (v=0) può continuare a realizzare profitti, ma esclusivamente sotto forma di trasferimento da altri capitali, che invece impiegano lavoratori. Un singolo paese che riducesse la settimana lavorativa a 15 ore non crollerebbe. Provocherebbe una fuga di capitali, sì, ma la fuga di capitali è una conseguenza, non un fallimento. Il capitale si sposta là dove è necessario. E ovunque esso finisca, i lavoratori avanzeranno le stesse richieste.
Terzo, questo spezzerebbe l'egemonia globale del dollaro. Gli Stati Uniti non sono solo uno Stato capitalista nazionale. Ma si tratta piuttosto del garante delle relazioni globali di valore che vengono svolte attraverso il dollaro, in quanto valuta mondiale.
Una classe operaia americana che ottenesse la settimana lavorativa di 15 ore, distruggerebbe quella  che è la base interna di una tale egemonia. La crisi che ne risulterebbe, costringerebbe tutti i paesi dipendenti dalle esportazioni a ridurre la propria settimana lavorativa.
O in caso contrario, ad affrontare una disoccupazione catastrofica.
La logica è inconfutabile. La settimana lavorativa di 15 ore sarebbe la miccia che farebbe esplodere il capitalismo globale. Perché allora nessuno si sta muovendo in questa direzione?

Le scuse strutturali
Le consuete risposte marxiste non sono errate, ma sono semplicemente incomplete. Sì, certo, lo Stato è diventato il capitalista nazionale: il gestore permanente di un sistema moribondo. Reprime i salari, espande il credito e impone lunghe giornate lavorative; e schiaccerà qualsiasi movimento favorevole alla settimana lavorativa di 15 ore con tutte le armi a sua disposizione: repressione, cooptazione, divisione e guerra. Sì, certo l'aristocrazia operaia esiste. I lavoratori americani - in particolare - sono stati comprati - e non con salari alti (che sono stagnanti da cinquant'anni), ma piuttosto con dei prodotti a basso costo prodotti da una  manodopera super-sfruttata all'estero, con un credito che sostituisce il reddito e con il salario psicologico della razza bianca e dell'impero. Sì, la classe operaia è frammentata, divisa per competenze, razza, genere, geografia e la costante minaccia della precarietà. Questi sono tutti ostacoli reali. Ma non sono ostacoli assoluti. La classe operaia ha superato ben di peggio. La domanda non è se gli ostacoli siano grandi. È piuttosto perché non sono stati affrontati seriamente negli ultimi novant’anni.

La variabile mancante: la sconfitta
Ecco la risposta che nessun marxismo strutturale vuole ammettere: la classe operaia non ha sollevato questa richiesta perché è stata sconfitta; non solo in scioperi e rivoluzioni, ma anche nella sua capacità di immaginare. Le sconfitte del XX° secolo sono state devastanti e crescenti.

1917 - 1923: In tutta Europa, le rivoluzioni vengono schiacciate. Il sogno dei consigli operai sta svanendo.
1933: La classe operaia tedesca, la più organizzata al mondo, non riesce a fermare Hitler.
1936–1939: La Rivoluzione Spagnola affoga nel sangue.
1945–1948: L'ordine del dopoguerra stabilizza il capitalismo, offrendo consumo anziché emancipazione.
1956: Ungheria. 1968: Cecoslovacchia. L'Unione Sovietica, uno Stato operaio ormai deformato, diventa un monito contro qualsiasi scorciatoia.
1973: Cile. L'ultima via democratica verso il socialismo viene relegata al passato.
Anni '80: Neoliberismo. I sindacati vengono smantellati, i salari ristagnano e nasce la gig economy.

Ogni sconfitta ha ridotto l'orizzonte delle possibilità. Ciò che era pensabile nel 1919 -  la giornata lavorativa di sei ore, il controllo operaio, l'abolizione del lavoro salariato - è diventato impensabile nel 1999. La richiesta di una giornata lavorativa di 15 ore, oggi sembra una follia. Non perché sia economicamente impossibile, ma perché la classe lavoratrice ha interiorizzato la propria impotenza. Negli ultimi 90 anni, la porta avrebbe potuto aprirsi in qualsiasi momento. Ma la classe lavoratrice non crede più che si tratti di una porta.

Il blocco ideologico
Il più grande risultato dello Stato non è stato il Welfare sociale o la Guerra.
È la naturalizzazione della settimana lavorativa di 40 ore.
Oggi, 40 ore sembrano essere un evento naturale. Non lo sono.
Si tratta di un esito politico, per il quale il capitale ha lottato ferocemente per poterle stabilire (contro la giornata di dieci ore, la giornata di otto ore, il fine settimana), e che da allora si è bloccato.
Ogni volta che senti un lavoratore dire: «Non potrei mai lavorare meno - perderei la casa, l'assicurazione sanitaria, la mia identità» senti l'eco di novant'anni di sconfitta. Lo Stato e la capitale sono riusciti a collegare la sopravvivenza al lavoro salariato e a ltempo pieno. Credito, debiti, mutui, prestiti studenteschi, assistenza sanitaria, assistenza all'infanzia: tutto ciò dà per scontato una settimana di 40 ore. Pretendere 15 ore significa pretendere l'impensabile: la completa riorganizzazione della riproduzione sociale. La sinistra ha fatto ben poco per sfidare questa situazione. Invece, oggi lotta per riforme graduali: congedo retribuito, malattia, salario minimo da 15 dollari. Va tutto bene. Tutto è necessario. Ma nulla di tutto ciò mette in discussione la settimana lavorativa stessa. Ed ecco la crudele ironia: tali riforme graduali sono assai spesso più difficili da realizzare di quanto lo sia una riduzione radicale delle ore, perché si muovono interamente dentro la logica del capitale. Una settimana di 15 ore rompe questa logica. È un tipo di combattimento diverso. Ma non puoi vincerla se non combatti per essa.

Cosa ci vorrebbe?
Non lo so. E questa è la risposta onesta.
Non posso dirti quando, o come, la classe operaia si sveglierà dalla sua letargia di novant'anni. Non posso dirti quale crisi - collasso ecologico, automazione massiccia, una pandemia, una crisi fiscale - farà sì che le 15 ore possano sembrare non utopiche, ma necessarie.
Non posso dirti come superare frammentazione, paura, sconfitta interiorizzata.
Ma posso dirvi questo: l'unica richiesta socialista che minaccia davvero il capitalismo è che i lavoratori lavorino meno - molto meno - per lo stesso salario.
Ma non perché sia più radicale come slogan, ma poiché attacca la forma del valore alla sua radice: e fa equiparare il tempo di lavoro alla ricchezza sociale.
Qualsiasi altra richiesta - salari più alti, benefici migliori, sindacati più forti - può essere assorbita dal capitale. Farà salire i prezzi, automatizzerà, offshorerà, o la farà franca con l'inflazione.
Ma una settimana lavorativa di 15 ore senza riduzione dello stipendio non può essere assimilata. È un limite che il capitale non può superare.
È il momento in cui la classe operaia smette di essere un venditore di forza lavoro e inizia a diventare un essere umano con del tempo a disposizione.

Il rompicapo è sempre lì
Bene, eccoci qui. La logica è solida. Le condizioni materiali ci sono. La porta è lì che aspetta da novant’anni.
E la classe operaia, in tutti i paesi capitalisti avanzati, ci è passata davanti più e più volte; e non perché sia stupida, non perché sia stata corrotta, non perché sia stata ingannata, ma perché è stata distrutta.
Il compito dei comunisti non è fingere di avere una risposta a questo rompicapo. Il compito è smettere di fingere che il rompicapo non esista.
Non possiamo costringere la classe lavoratrice ad avanzare una rivendicazione che non sente. Ma possiamo smettere di proporre rivendicazioni che lasciano intatta la forma-valore.
Possiamo costruire organizzazioni che rendano conto alle comunità della classe lavoratrice, e non allo Stato. Possiamo analizzare i meccanismi - credito, debito, alloggio, sanità - che legano i lavoratori alle 40 ore.
Possiamo dare un nome alla sconfitta, invece di ignorarla. E forse, in una crisi che nessuno può prevedere, alcuni lavoratori qua e là cominceranno a porre la domanda proibita:
perché continuo a lavorare quaranta ore quando le macchine potrebbero farlo in quindici?
Se a porla, saranno in numero sufficiente, forse allora la porta si aprirà, finalmente.
E dall’altra parte non c’è il socialismo come slogan. C’è il tempo libero: l’unica ricchezza che conta.

- JEHU - Pubblicato il 15/06/206 su https://necplusultra.noblogs.org/