lunedì 26 settembre 2022

Senza qualità !!

Attraverso la storia di un fascista esemplare - un eroe di guerra diventato un importante gerarca al comando delle Camicie nere - Victoria de Grazia mostra come il personale diventi politico nella ricerca fascista di potere e virilità. La storia che Victoria de Grazia racconta in questo libro parte ricordandoci che «fascisti si diventa, non si nasce». Il libro capta, nella figura di Attilio Teruzzi, l’archetipo del piccolo uomo del primo Novecento che da persona decente e buon soldato finisce per guidare squadre di picchiatori fascisti e partecipare alla marcia su Roma da ufficiale decorato di guerra di bella presenza, per arrampicarsi in cima alle gerarchie del regime e infine collaborare con le SS. Basandosi sulle carte del suo infausto matrimonio con Lilliana Weinman, giovane diva dell’opera, ebrea, newyorkese, viene fuori la storia sociale di un uomo che si fa largo attraverso una rete di relazioni sia umane che politiche: un impietoso ritratto del fascismo italiano.
Il perfetto fascista ci invita a vedere nel vano, leale, licenzioso e impetuoso Attilio Teruzzi, un ufficiale dell’esercito decorato privo di scrupoli e con un debole per le parate militari, un esempio dell’Uomo Nuovo fascista. Perché Teruzzi repentinamente si liberò della donna che aveva così intensamente corteggiato? E perché, quando venne il momento di trovare un’altra compagna, scelse un’altra donna ebrea come sua moglie putativa? Nel racconto coinvolgente di Victoria de Grazia, vediamo Teruzzi vacillare tra il volere del Duce e ciò che il cuore gli dettava. In ogni società il matrimonio è un atto fondativo. È il cuore del nostro modo di considerare cosa conta davvero nella vita. Il perfetto fascista prende in esame il matrimonio di Teruzzi come punto di partenza per un’esplorazione della vita morale sotto il regime fascista. Indaga lo scopo perseguito da Mussolini nel considerare il movimento fascista una rivoluzione «spirituale» ed «etica», una «politica del cuore» in contrasto con quella da lui denigrata come la sterile «politica della mente» della società liberale. Esplora il modo in cui Mussolini strumentalizzò un nuovo ordine morale che esaltava una ipermascolinità razzialmente omogenea per consolidare il proprio potere, e rivela fino a che punto questo nuovo ordine morale si imperniasse sulle guerre mosse all’estero e all’interno del Paese. Esamina la natura dell’Uomo Nuovo fascista e rivela la fondamentale inadeguatezza dell’ambizione di Mussolini di creare una reincarnazione novecentesca dell’Impero romano.

(dal risvolto di copertina di: Victoria de Grazia, "Il perfetto fascista". Einaudi, pagg. 522, € 36)

Il fascismo attraverso la vita di Attilio Teruzzi
- di Raffaele Liucci -

Gli antifascisti hanno sempre dipinto il fascismo come una brutale dittatura. Ma la maggioranza degli italiani non lo percepì affatto così. Si lasciò cullare dolcemente dal manganello e dalle adunate oceaniche, sino al ’42 inoltrato. E già alla fine del ’45, metà del Paese cominciava ad elevare nuovi altarini al «buonuomo» Benito (copyright Indro Montanelli). Non fosse entrato in guerra a fianco di Hitler, il duce sarebbe morto anziano e riverito, come Franco in Spagna. Per cercare di capire come mai il fascismo non fu quell’«invasione degli Hyksos» evocata da Benedetto Croce, bensì un movimento e poi un regime profondamente incistato nella società del tempo, la storica statunitense Victoria de Grazia ha scelto di ripercorrerne la parabola attraverso una figura oggi poco conosciuta, quella del milanese Attilio Teruzzi (1882-1950), figlio di un vinattiere di Porta Genova. Vicesegretario del Partito Nazionale Fascista, governatore della Cirenaica, capo della Milizia, ministro dell’Africa Italiana, fascista convinto ma non fanatico, Teruzzi fu un piccolo «uomo senza qualità». Forgiato dalla Grande Guerra, vide nello squadrismo e nella Marcia su Roma del ’22 - di cui era stato uno degli artefici - soprattutto un’occasione di riscatto. Fu un «perfetto fascista», come recita il titolo del libro? Difficile a dirsi, non esistendo il «fascista perfetto». Questa però non è soltanto la biografia politica - di affascinante lettura, anche se talvolta un po' prolissa e con qualche svista - di un personaggio qualunque, asceso alle più alte cariche esecutive del regime. È anche un lungo viaggio nella sua sfera sentimentale, ricostruita grazie alle carte personali di Teruzzi, e non solo. Centrale è il «matrimonio fascista», da lui contratto nel ’26 con una facoltosa cittadina americana di ascendenza ebraica (Lilliana Weinman), promettente cantante lirica, e celebrato in pompa magna a Roma alla presenza dello stesso duce. Tre anni più tardi, Teruzzi ripudierà pubblicamente la moglie. L’unico modo per ottenere il “divorzio” sarà quello di rivolgersi ai tribunali della Chiesa. Ne sorgerà un’interminabile vertenza giudiziaria, conclusasi soltanto nel ’48, in un’altra Italia, con una sentenza definitiva della Sacra Rota che darà torto all’uomo (in quel momento in carcere per «atti rilevanti» a favore del regime), legatosi da tempo a un’ebrea romena. È stupefacente quanti temi traspaiano dai quasi ventennali scartafacci processuali, qui meritoriamente recuperati: la vita morale e famigliare sotto il fascismo, la condizione sottomessa della donna, il mito della virilità, ma anche l’indipendenza dei giudici ecclesiastici all’indomani della Conciliazione (’29). Sullo sfondo, «un sistema politico intriso di corruzione strisciante» e il crescente antisemitismo, sfociato nelle leggi del ’38.

- Raffaele Liucci -  Pubblicato su Domenica del 14/8/2022 -

domenica 25 settembre 2022

Blood for Gas !!

Gas naturale dall'Azerbaigian in cambio di sangue armeno
- Povera, circondata da nemici, senza alleati: l'Armenia si trova in una situazione geopolitica disperata, come dimostra il reiterato e continuo attacco dell'Azerbaigian -
di Tomasz Konicz

Il tempismo dell'attacco su larga scala, lanciato a tarda notte il 12 settembre, è stato perfetto. Nello stesso momento in cui, in Ucraina orientale l'esercito russo subiva quella che, dai tempi dell'implosione dell'Unione Sovietica, è stata la sua più grande sconfitta, l'Azerbaigian sferrava i suoi attacchi massicci sul territorio armeno. Città, infrastrutture e installazioni militari che si trovano nella regione di confine meridionale dell'Armenia, sono state attaccate con artiglieria pesante e droni. In poche ore, Yerevan ha dovuto registrare decine di morti civili e militari. L'intensità degli attacchi si è un po' attenuata il 14 settembre, in seguito agli appelli provenienti dall'Occidente e dalla Russia, ma tuttavia si è continuato a registrare attacchi di artiglieria contro città e villaggi armeni. Allo stesso tempo, secondo fonti azere non ufficiali, l'esercito di Baku è riuscito a conquistare diverse postazioni strategiche nella zona di confine con l'Armenia; il che significa che l'artiglieria azera può ora esercitare il suo controllo su ampie zone dell'Armenia sud-orientale. Gli attacchi sferrati dall'Azerbaigian, a cui è stato assicurato il pieno sostegno della Turchia, suo stretto alleato, avvengono solo due anni dopo l'invasione della regione armena del Nagorno-Karabakh [*1]; separatasi dall'Azerbaigian negli anni '90 conseguentemente a una sanguinosa guerra che era seguita al crollo dell'Unione Sovietica. Nell'autunno del 2020, Baku, che considera il Nagorno-Karabakh parte dell'Azerbaigian, è riuscita a conquistare gran parte di quest'area di insediamento armena, e a espellere la sua popolazione mediante un'invasione coordinata con la Turchia [*2]. In seguito a questa sconfitta - che in Armenia ha ridestato il trauma del genocidio turco avvenuto nel 1915 - l'esercito di Erevan non è più stato in grado di tenere testa, militarmente, alla schiacciante alleanza turco-azera. L'Armenia è povera, priva di risorse minerarie e di fonti energetiche. Invece l'Azerbaigian, al contrario, grazie ai ricchi giacimenti di gas naturale e petrolio, non solo può permettersi di disporre di un budget militare superiore all'intero bilancio nazionale dell'Armenia, ma può utilizzare anche l'«arma del gas», come leva diplomatica per isolare l'Armenia. Ciò si è reso evidente - non solo nel corso dell'attacco da parte di Azerbaigian e Turchia avvenuto nel 2020, allorché né l'Occidente né la Russia potevano essere convinti a dare un sostegno sostanziale all'Armenia - proprio nel momento in cui oggi sta emergendo un costellazione geopolitica simile. L'Armenia è un membro dell'alleanza militare post-sovietica a guida russa, l'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC), che il Cremlino intendeva trasformare nella controparte eurasiatica della NATO. Poco dopo i primi attacchi azeri, diretti principalmente contro il territorio armeno riconosciuto a livello internazionale, Erevan si è rivolta all'Alleanza che comprende sei repubbliche ex sovietiche, in una videoconferenza, con una richiesta di assistenza. Ma Mosca - la cui arcaica macchina militare sta ora raggiungendo il suo punto di rottura nell'Ucraina orientale - ha reagito in maniera evasiva. Putin ha acconsentito solamente a inviare una squadra di osservatori dell'OTSC.

Abbandonati da Putin e dall'UE
Non è solo la catastrofe militare degli ultimi giorni in Ucraina orientale a costringere Mosca - che ha dovuto ridurre la sua presenza di truppe in Armenia e nel Nagorno-Karabakh - a suggerire di esercitare una moderazione militare. L'Azerbaigian - che sguazza nella valuta estera - è uno dei più importanti clienti dell'industria bellica russa, e il dittatore azero Aliyev intrattiene ottimi rapporti con Putin. Proprio alla vigilia dell'invasione russa dell'Ucraina, il 22 febbraio, i due leader autocratici hanno firmato un accordo di cooperazione globale. L'Armenia, viceversa, nel 2018 ha vissuto la cosiddetta «rivoluzione di velluto» borghese, nel corso della quale la cricca corrotta fedele a Putin è stata spodestata, mentre sono andate al potere forze più liberali orientate all'Occidente, costituitesi attorno al presidente Pashinyan, il quale ha osato una cauta democratizzazione e un avvicinamento all'Occidente; che Mosca ha punito con il suo non intervento nella guerra del 2020. L'errore più grande di Pashinyan, tuttavia, è stato probabilmente quello di prendere sul serio la retorica democratica dell'Occidente, dato che l'UE, in maniera particolare, ora vuole promuovere l'Azerbaigian rendendolo un fornitore centrale di gas, soprattutto nel contesto della guerra contro l'Ucraina. A luglio, la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è riuscita ad accordarsi con l'autocrate azero Aliyew circa «l'estensione» del corridoio meridionale del gas attraverso la Georgia e la Turchia, il quale in futuro dovrebbe trasportare il doppio del gas verso l'UE. Il giorno dell'attacco all'Armenia, il ministro dell'Energia dell'Azerbaigian ha dichiarato che il suo paese, ben armato, solo quest'anno intende aumentare le forniture di gas all'UE del 30%. L'Azerbaigian si trova pertanto impegnato in una «politica di oscillazione», un'altalena geopolitica tra Mosca e l'Occidente, assai simile in piccola scala a quella della Turchia, al fine di riuscire a ottenere le massime concessioni da entrambi i blocchi di potere. Inoltre, per anni Baku ha semplicemente corrotto l'establishment politico di Berlino e Bruxelles, con milioni di euro, per far valere le proprie ragioni. Nelle loro dichiarazioni iniziali, i rappresentanti dell'UE hanno di conseguenza invitato entrambe le parti a una de-escalation del conflitto, occultando così il palese attacco di Baku. Bruxelles e Berlino, sembrano ora disposte a pagare il gas azero con il sangue e con il territorio armeno, per fare in modo che il processo di valorizzazione nell'UE - la base materiale di tutti gli altisonanti valori europei - non perda la sua base energetica. L'attuale ondata di attacchi dimostra che Baku e Ankara intendono cogliere l'occasione favorevole per riuscire così ad avvicinarsi a quelli che sono due obiettivi strategici: costringere l'Armenia ad abbandonare le aree di insediamento armeno nel Nagorno-Karabakh, e ottenere un corridoio terrestre tra la Turchia e l'Azerbaigian che passi attraverso il territorio dell'Armenia meridionale.

- Tomasz Konicz - Pubblicato il 14/9/2022 su analyse & kritik. Zeitung für linke Debatte & Praxis

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Note

[*1]https://www.akweb.de/politik/armenien-linkes-onlinemagazin-sev-bibar-interview-zum-krieg-in-bergkarabach/
[*2] - https://www.akweb.de/politik/bergkarabach-aserbaidschan-armenien-tuerkei-flucht-in-die-expansion

sabato 24 settembre 2022

Tutto (non) cambi ?!!???

Italia: sbandata verso destra
- di Michael Roberts -

L'Italia va alle urne domenica 27 settembre.  Si tratta di elezioni lampo che sono state imposte al presidente italiano, perché il governo "tecnocratico", guidato dall'ex capo della BCE Mario Draghi, è caduto dopo aver perso il sostegno della maggioranza in Parlamento.  Tale sostegno è stato in parte perso perché Draghi ha sostenuto con forza il sostegno della NATO all'Ucraina contro l'invasione russa - cosa cui, sia i principali partiti di destra, che i Cinque Stelle di sinistra, erano meno propensi - e in parte perché il governo Draghi era determinato a rispettare i vincoli fiscali fissati dalla Commissione UE, in cambio dell'enorme pacchetto di risanamento dell'UE che l'Italia avrebbe ricevuto per rilanciare l'economia dopo il crollo dovuto al COVID. Se i sondaggi sono corretti, l'Italia uscirà dalle elezioni politiche di domenica con un nuovo governo di estrema destra guidato dall'arciconservatrice Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d'Italia, un partito che è salito alla ribalta, spuntando dal nulla dopo le ultime inconcludenti elezioni del 2018. La Meloni e il suo alleato populista Matteo Salvini, leader della Lega (che ha perso un enorme sostegno a favore di Fratelli), insieme sembrano pronti per una vittoria decisiva su un centro-sinistra profondamente diviso.

Questo, dai tempi del dittatore fascista Benito Mussolini, rappresenterebbe il primo esperimento di governo di estrema destra in Italia, dopo un totale di 69 governi ideologicamente diversi che si sono succeduti a partire dal secondo dopoguerra. Sia la Meloni, una conservatrice di razza, la cui carriera politica è iniziata come attivista adolescente nell'ala giovanile del neofascista Movimento Sociale Italiano, sia Salvini, che è stato un ardente ammiratore del presidente russo Vladimir Putin, sono entrambi Euroscettici. Tuttavia, tra di loro esistono delle differenze che si manifesteranno dopo la formazione del nuovo governo. Mentre la Meloni si è impegnata a portare avanti le politiche di Draghi di sostegno militare all'Ucraina, e adotterebbe pertanto una linea dura riguardo le sanzioni alla Russia, Salvini, in campagna elettorale, si è invece pubblicamente lamentato del prezzo che le sanzioni stanno facendo pagare all'economia italiana. I due leader di destra sono però uniti nella loro feroce opposizione all'immigrazione, così come dal sostegno dato ai cosiddetti "valori familiari" conservatori. Ma mentre la Meloni è una convinta atlantista (favorevole agli Stati Uniti) che sostiene politiche di sicurezza nazionale repressive, la base di sostegno di Salvini include delle aziende che fino all'invasione avevano stretti rapporti commerciali con la Russia. Il nuovo governo di destra dovrà affrontare due problemi immediati.  Il primo consiste nella crisi del costo della vita, determinato dall'energia, e che sta colpendo tutta l'Europa.  Il costo dell'elettricità in Italia è secondo solo a quello del Regno Unito.  E il gas proveniente dalla Russia costituisce oltre il 40% di tutte le forniture energetiche.

Il futuro economico immediato dell'Italia dipende dalla concessione del pacchetto di 200 miliardi di euro dell'UE, per aiutare a rilanciare la sua economia cronicamente sottotono, evitando così una crisi del debito.  L'Italia ha un enorme debito pubblico, pari al 150% del PIL, e il costo del finanziamento di questo debito sta aumentando con l'aumento dei tassi di interesse globali. Questo potrebbe portare gli investitori stranieri a vendere le obbligazioni italiane, provocando così una spirale del pagamento del debito. Per questo genere di evento,  la BCE è pronta ad adottare delle misure di salvataggio speciali. Ma la speranza rimane quella che il nuovo governo sostenga la correttezza fiscale, e riporti i conti in pareggio, in modo da poter così ricevere le sovvenzioni dell'UE previste per i prossimi anni. Ciò significa che qualsiasi governo "radicale" di destra  si troverà di fronte a un dilemma: Meloni romperà con l'UE e adotterà politiche economiche e di spesa simili a quelle che vennero proposte dal governo britannico della Brexit sotto il nuovo premier Liz Truss, o da Orban in Ungheria; oppure Meloni si atterrà ai vincoli dell'UE?  Sembrerebbe che si tratterà della seconda ipotesi. La Meloni ha promesso di rispettare le regole fiscali, e ha invitato alla prudenza e alla cautela. E tutto ciò è stato accolto con favore dalla classe finanziaria italiana. «Vogliono essere percepiti come un partito col quale si possono fare affari, e che può governare il Paese», afferma Lorenzo Codogno, ex direttore generale del Tesoro italiano, parlando di Fratelli d'Italia. Ma non bisogna stupirci di questo. Il governo Mussolini, durante il suo governo fascista, appoggiò sempre l'imprenditoria e la finanza. E con la Meloni non sarà diverso, o anche con Salvini. Del resto i governi italiani che si sono succeduti, sia di destra che di sinistra, hanno generalmente rispettato le regole fiscali. Infatti,  anno dopo anno, i governi italiani hanno sempre registrato avanzi primari di bilancio (avanzo prima del pagamento degli interessi sul debito). Finora l'Italia è stata anche un contributore positivo rispetto al bilancio dell'UE. E in effetti, l'Italia è sempre stata in austerità permanente, per riuscire a coprire i costi del debito.

Il problema dell'Italia non è la spesa pubblica dissennata, ma la scioccante incapacità del capitalismo italiano di crescere e aumentare la produttività della forza lavoro per competere con Germania, Francia (le altre economie del G7 nell'Eurozona) e persino con la Spagna. L'Italia si trova ancora al secondo posto nell'UE, dopo la Germania, per la produzione industriale, soprattutto grazie alle strutture economiche delle regioni settentrionali. E si colloca al terzo posto per le esportazioni di beni, subito dopo la Francia, mantenendo un suo primato riguardo l'ingegneria meccanica, nella costruzione di veicoli e nei prodotti farmaceutici. Però, se si misura la crescita del PIL reale e della produttività, vediamo che l'Italia è diventata il "malato" d'Europa . Dopo il boom della ricostruzione del dopoguerra, il capitale italiano si è mostrato particolarmente corrotto e oligarchico. La disuguaglianza tra ricchi e poveri e tra il Nord Italia industriale - vicino a Germania e Francia - e il Sud Italia rurale continua a rimanere assai accentuata.

La crisi del prezzo del petrolio degli anni '70 ha messo ancora più in evidenza questa situazione, dando luogo a disordini politici e al declino economico. La crescita della produttività italiana ha cominciato il suo costante declino a partire dagli anni '70, diventando negativa negli anni successivi all'ingresso dell'Italia nell'area dell'euro. In Italia, il tasso medio annuo di crescita pro capite, dall'adozione dell'euro (1999-2016), è stato pari a zero. A titolo di confronto, quello della Spagna è stato dell'1,08, quello della Francia dello 0,84, e quello della Germania dell'1,25 per cento. Gli altri tre Paesi, i quali hanno adottato l'euro contemporaneamente all'Italia, dall'introduzione dell'euro sono cresciuti, in media, di circa l'1% ogni anno, mentre l'economia italiana ha ristagnato.

Crescita reale media annua pro capite in Italia, Spagna, Germania e Francia. (1999-2016).
Francia Germania Italia Spagna
0.84% 1.25% 0.00% 1.08%

La demografia italiana è particolarmente negativa, con una quota crescente di anziani. Ciò significa che la crescita dell'occupazione è bassa.  A ciò si aggiunge un alto tasso di disoccupazione giovanile (circa il 25%); il che significa che la creazione di valore dalla parte potenzialmente più produttiva della forza lavoro umana viene trascurata. Tra questi giovani disoccupati, la quota di disoccupazione di lunga durata raggiunge il 40%, secondo Eurostat, soprattutto a causa della scarsa istruzione, e del fatto che per lo più vivono nel Sud Italia.  Meno del 20% della forza lavoro italiana ha ricevuto un'istruzione di livello terziario. Di conseguenza, nel corso dei decenni, gli italiani più qualificati hanno dovuto abbandonare il Paese, peggiorando ulteriormente la performance economica nazionale. Combinando la bassa crescita dell'occupazione con la bassa crescita della produttività, non c'è da stupirsi che l'economia italiana, a lungo termine, abbia un basso tasso di crescita potenziale non superiore all'1% annuo. La crescita della produttività ha ristagnato anche perché il capitale italiano non investe in modo sufficientemente produttivo. I livelli di investimento sono ancora ben al di sotto di quelli che erano stati raggiunti prima della Grande Recessione.

E la ragione di questo è chiara. Nel corso dei decenni, la redditività del capitale produttivo in Italia è diminuita drasticamente, ma in particolare ciò è avvenuto dopo l'ingresso nell'area dell'euro e dopo il collasso finanziario globale.

Mentre nel secondo dopoguerra la redditività del capitale italiano era molto più alta rispetto a quella di Germania e Francia, grazie alla manodopera a bassissimo costo e all'uso del credito americano per riqualificare l'industria italiana del dopoguerra, la crisi di redditività degli anni Settanta ha colpito un'economia italiana che era più debole di quella tedesca e francese. Il periodo di ripresa neoliberista degli anni '80, con l'espansione dell'UE, ha aiutato in qualche modo il capitale italiano. Ma l'ingresso nell'area dell'euro ha ben presto messo l'Italia in una posizione di svantaggio competitivo rispetto alla Germania, dove la redditività è aumentata, fino alla Grande Recessione.

Nessuno dei fallimenti del capitale italiano, verrà affrontato dal nuovo governo di destra. Non farà meglio dei precedenti governi italiani di centro-sinistra, centro-destra o "tecnocratici". Anzi, è probabile che peggiori ulteriormente la situazione, adottando politiche reazionarie e antioperaie, e questo lo farà per sostenere la propria coalizione.

- Michael Roberts - Pubblicato il 23/9/2022 -

fonte: Michael Roberts blog. Blogging from a Marxist economist

venerdì 23 settembre 2022

Un’Avventura Autoimmune !!

All'inizio del suo libro "Il principio responsabilità", Hans Jonas cita un'«antica voce», il canto del coro dell'Antigone di Sofocle, andando in cerca di un'archetipica «nota tecnologica» (dal momento che nel suo libro, il nocciolo dell'argomentazione di Jonas è proprio questo: il modo in cui la promessa della tecnologia si trasforma alla fine in una minaccia, richiedendo pertanto una rinnovata riflessione etica).

Il coro di Sofocle canta le meraviglie della natura, precisando come però la più grande di queste meraviglie sia proprio l'uomo: per quanto schiumoso sia il mare, l'uomo si spinge avanti; per quanto dura possa essere la terra, l'uomo con i suoi strumenti apre solchi e pianta semi; l'ingegnoso essere umano intrappola con le sue reti i più piccoli pesci; con il medesimo ingegno addomestica gli animali selvatici, facendo del cavallo un compagno, del toro un servo; e per quanto possa aver scoperto rimedi a molte malattie, tuttavia l'uomo rimane impotente di fronte alla morte (il grande ostacolo contro il quale non esiste alcun ingegno possibile).

Certo, esisteva l'orizzonte infinito della natura, delle sue risorse e dei suoi misteri (come testimoniato dagli dei, queste finzioni che cristallizzano l'astrazione dell'infinito). Ma già con Marx emerge l'idea del capitale visto come un'avventura autoimmune, come una dinamica di espansione che conduce necessariamente alla sua implosione (un Saturno che non divora non i suoi figli, bensì sé stesso: Erisittone, colui che per quanto più mangi, tanto più ha fame, e che viene recuperato da Anselm Jappe ne "La società autofaga"). E arriviamo così a un altro profeta del negativo, Kafka, il quale scrive che «c'è una speranza, una speranza infinita, solo che non è per noi» (e non è certo a caso che Kafka compaia nel libro di Jonas in quanto contro-argomento al "principio di speranza" di Ernst Bloch).

fonte: Um túnel no fim da luz

giovedì 22 settembre 2022

Il debito e le eccedenze commerciali ...

Basta con le eccedenze commerciali
- di Tomasz Konicz -

Per la prima volta in oltre 30 anni, la Germania ha registrato una bilancia commerciale negativa. Il modello economico tedesco, fissato sulle esportazioni, sta entrando in crisi.

Il "campione mondiale delle esportazioni" ormai è una storia del passato: a maggio, per la prima volta dal 1991, la bilancia commerciale tedesca ha registrato un deficit, sebbene ancora di poco inferiore a un miliardo di euro. L'industria tedesca, che era stata viziata dal successo, e che dagli anni '90 era stata responsabile di avanzi commerciali (quasi sempre consistenti), ora a quanto pare si trova di fronte a dei grossi problemi. I fattori decisivi sono due: il rapido aumento dei prezzi delle fonti energetiche e delle materie prime, e la continua perturbazione delle catene di approvvigionamento globali, a causa della quale le aziende tedesche mancano di componenti per la produzione, e i prezzi delle importazioni aumentano. Di conseguenza, rispetto all'anno precedente, il costo delle importazioni è salito del 27,8%, raggiungendo i 126,7 miliardi di euro, mentre le esportazioni sono aumentate solo dell'11,7%, raggiungendo i 125,8 miliardi di euro. Rispetto al mese di aprile, la nuova tendenza appare ancora più chiaramente: il valore delle esportazioni tedesche è aumentato solo dello 0,5%, mentre le importazioni sono aumentate del 2,7%.
Sembra che i rappresentanti delle aziende tedesche si stiano preparando al fatto che l'era degli elevati surplus commerciali tedeschi - già scesi da 224 a 173 miliardi di euro all'anno tra il 2019 e il 2021 a causa della pandemia - rischia di finire. Volker Treier, responsabile del commercio estero dell'Associazione delle Camere dell'Industria e del Commercio tedesche (DIHK), all'inizio di luglio ha parlato di una «flessione delle esportazioni» a lungo termine. E la fine degli aumenti dei prezzi, così come quella dei problemi della catena di approvvigionamento, non si riesce ancora a vedere. La Federazione tedesca del commercio all'ingrosso, del commercio estero e dei servizi (BGA) ha commentato dicendo che le «conseguenze della guerra di aggressione russa, e le interruzioni alle catene di fornitura internazionali» lasceranno nella bilancia commerciale tedesca «tracce assai più grandi», soprattutto se si dovesse verificare «un'interruzione nelle forniture di gas dalla Russia». Ci sono stati dei quotidiani, come il Tagesspiegel, che a causa del deficit commerciale, che mette in pericolo il «modello tedesco di prosperità», hanno visto in tutto questo un'«epocale inversione di tendenza». I giornalisti economici del Die Welt sono arrivati persino a chiedersi se il «declino» della Germania avrebbe portato a una «crisi sociale».

In realtà, nel XXI secolo, il successo economico della Repubblica Federale si è basato sul fatto che le eccedenze commerciali con l'estero, alle quali erano pervenuti per oltre 60 anni, durante questo periodo avevano toccato vette straordinarie. Per molti altri Paesi questo è stato devastante, poiché alle elevate eccedenze commerciali della Germania, che spesso hanno superato i 200 miliardi di euro - nel 2017 addirittura 247 miliardi di euro - hanno corrisposto deficit altrettanto consistenti. Nel dibattito economico tedesco, guidato dall'ideologia, una tale connessione viene in genere ignorata, ma dovrebbe essere ovvio per tutti che le eccedenze e i deficit nei saldi commerciali con l'estero devono uniformarsi su scala globale. La prosperità della Germania - la cui distribuzione ineguale, tra l'altro, si sta accentuando sempre più - si è quindi basata de facto sull'esportazione del debito verso i Paesi destinatari dell'offensiva tedesca sulle esportazioni. In questo Paese,  il fatto che la Germania sia ancora uno dei principali Paesi industriali viene considerato come un grande successo. La preservazione e l'espansione dell'industria tedesca è avvenuta a spese di altri Paesi, dove la deindustrializzazione ha assunto proporzioni enormi e la disoccupazione e il debito sono cresciuti. Ad esempio, le enormi esportazioni dell'industria tedesca hanno portato al declino della concorrente industria nell'Europa meridionale. Gli screzi che ci sono stati tra il governo federale e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump - che aveva promesso ai suoi elettori di ridurre l'enorme deficit commerciale degli Stati Uniti - derivano anche da questo contesto sociale. Trump si era insediato nel 2016, promettendo di restituire prosperità a quei settori in declino della società statunitense, spostando la produzione industriale negli Stati Uniti, sia attraverso il protezionismo sia facendo pressione sui grandi Paesi in surplus, come Cina e Germania, e che per di più avevano approfittato della relativa debolezza dell'euro rispetto al dollaro. E nel mentre che minacciava l'industria automobilistica tedesca con i dazi, la sua amministrazione aveva imposto alla Cina delle tariffe sulle importazioni che, curiosamente, non sono poi state ritirate dall'attuale amministrazione statunitense guidata da Joe Biden.

Queste tendenze protezionistiche, nei conflitti di politica commerciale, preceduti da gare di svalutazione monetaria, sono una conseguenza della crisi sistemica del capitale, il quale non dispone di un nuovo regime di accumulazione, nel quale il lavoro salariato di massa, impiegato nella produzione di merci, possa così essere valorizzato con profitto, a quello che è il livello di produttività globalmente dato. Invece avviene che, al contrario, i capitali in competizione si trovano impegnati in una lotta sempre più feroce, per cercare di tenere a bada al meglio gli effetti della crisi. Così, questa crisi sistemica si manifesta concretamente in un debito globale, che cresce più velocemente dell'economia mondiale, e che ora ammonta a 296.000 miliardi di dollari, circa il 350% della produzione economica mondiale. Il sistema iper-produttivo sta funzionando, per così dire, a credito. La competizione di crisi tra le diverse località economiche, in cui la Repubblica Federale ha ottenuto un grande successo, è consistita nel trasferire il vincolo del debito verso altre economie, attraverso le eccedenze commerciali. Gli elevati avanzi commerciali della Germania, sono una conseguenza dell'introduzione dell'euro e della cosiddetta Agenda 2010. L'attuale saldo del bilancio commerciale tedesco, il quale tiene conto dei servizi, oltre che del commercio di merci, negli anni '90 si trovava ancora in equilibrio, mostrando solo delle eccedenze relativamente gestibili. È stata l'introduzione dell'euro a determinare le enormi eccedenze commerciali della Germania, soprattutto nei confronti degli altri Paesi dell'Eurozona. Questo perché la moneta unica ha impedito ai Paesi dell'euro di reagire al rapido aumento delle eccedenze commerciali tedesche, per mezzo di svalutazioni monetarie, nel mentre che le leggi Hartz hanno garantito la svalutazione del lavoro in Germania.

Questa strategia da parte di quello che poi sarebbe diventato il futuro campione mondiale delle esportazioni, è stata resa possibile solo grazie al corrispondente accumulo di debito pubblico, soprattutto nell'Eurozona meridionale. Le bolle speculative e del debito che ne sono derivate, sono scoppiate nel 2008. Dopo l'esplodere della crisi dell'euro, la Germania - grazie al dettame dell'austerità, incarnato dal ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble (CDU) - è stata in grado di trasferire le conseguenze sociali di quella crisi ai Paesi della periferia meridionale dell'Unione monetaria. Allo stesso tempo, a causa della sottovalutazione strutturale dell'euro rispetto alla performance dell'industria tedesca, veniva attuato simultaneamente un riallineamento geografico dei flussi commerciali tedeschi. Mentre la crisi nell'Europa meridionale indeboliva la domanda di beni tedeschi, le eccedenze commerciali tedesche nelle esportazioni verso i Paesi extraeuropei erano cresciute rapidamente. L'Eurozona, che inizialmente aveva un bilancio commerciale in pareggio, dopo la crisi dell'euro generava crescenti surplus commerciali, e questo dopo che l'unione valutaria era stata trasformata in una "Europa tedesca" per mezzo di politiche di austerità e di svalutazione interna. Ma ora anche questo è arrivato alla sua fine: secondo l'ufficio statistico Eurostat, il deficit commerciale destagionalizzato dell'Eurozona nello scorso aprile è aumentato, dai 13,9 miliardi di euro del mese precedente a 31,7 miliardi di euro. Dalla creazione dell'Unione valutaria, si tratta del deficit commerciale estero di gran lunga più elevato. È questa la ragione sistemica che si trova dietro la crisi dell'industria tedesca delle esportazioni: nei due decenni in cui il debito globale è passato da meno del 200 a più del 350 percento della produzione economica mondiale, la Germania era stata ancora in grado di trasferire la litigiosa crisi ad altri, attraverso il suo surplus di esportazioni, ma ora questa crisi minaccia di estendersi a quello che è il nucleo economico dell'Eurozona.

La situazione di bilancio stabile degli ultimi anni, con tassi di interesse bassi, a volte negativi, sulle obbligazioni emesse, si era basata anche su anni di esportazioni di debito, consentendo al governo tedesco di mobilitare centinaia di miliardi di euro in modo da attutire così anche le conseguenze economiche della pandemia di Covid-19 e della guerra di aggressione russa. Ora tutto questo è a rischio, per quanto il ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner (FDP) continui a promettere che si atterrà al cosiddetto freno al debito. Quanto meno, questo dovrebbe mettere a tacere la retorica economica sciovinista dell'opinione pubblica tedesca nei confronti dei Paesi debitori dell'Eurozona, grazie alla quale il più grande esportatore di debito d'Europa si indigna per quelle montagne di debito che esso stesso costringe gli altri Paesi ad accumulare. Tuttavia, è probabile che questa sarà l'unica conseguenza politica interna positiva della temuta «flessione delle esportazioni»; se questa tendenza di crisi dovesse diventare permanente. Alla crisi delle esportazioni, probabilmente le élite funzionali tedesche reagiranno nello stesso modo brutale con cui avevano avviato il boom del commercio estero per mezzo delle leggi Hartz: svalutando all'interno, ulteriormente, la merce lavoro, la bilancia commerciale potrebbe venire riportata in territorio positivo, in modo da difendere così il modello di accumulazione tedesco in crisi. Inoltre, la fine del boom delle esportazioni potrebbe riuscire a dare un nuovo impulso all'estrema destra e all'euroscetticismo nella Repubblica Federale, nel caso che l'Eurozona, da vantaggio competitivo, si dovesse trasformare in un mero fattore di costo, e se le preoccupazioni per un'immagine della Repubblica Federale che promuove le esportazioni all'estero finissero per passare in secondo piano.

Tomasz Konicz - Originariamente pubblicato in Jungle World il 21/7/2022 -

fonte: Exit! in English

La vita come sogno …

Tutti i racconti di uno dei «cattivi maestri» della letteratura e della cultura italiane
Considerato da Borges e Calvino, come pure da Caillois, un maestro del fantastico, Papini si impose all’attenzione del pubblico come narratore fin dalla gioventù, con l’uscita delle raccolte Il tragico quotidiano (1906) e Il pilota cieco (1907). Da allora continuò a coltivare l’arte del racconto fino agli anni Cinquanta, proponendo uno stile limpido e allucinato al tempo stesso, che insinua l’ombra del mistero tra le pieghe della cronaca quotidiana. Dopo oltre sessant’anni di assenza dalle librerie, il lettore ritrova finalmente in un unico volume tutte le raccolte narrative di Papini e i suoi racconti dispersi. Ne emerge il profilo di un narratore di statura europea, da riscoprire anche per la sua capacità di prefigurare le inquietudini del mondo attuale.
L’edizione è accompagnata da un ampio saggio introduttivo, da un apparato ricco di dettagli storici e filologici, e da due brillanti interventi d’autore che rendono omaggio al grande scrittore oggi in gran parte dimenticato.

(dal risvolto di copertina di: Giovanni Papini, I Racconti. A cura di Raoul Bruni. Clichy. Pag. 720. €25)

Giovanni Papini. Lo scrittore indegno
- di Piero Melati -

Più che un eretico irriducibile, fu bastian contrario al modo del suo amato Michelangelo. Quando nel 1949, sette anni prima di morire, scrisse la biografia del genio rinascimentale, era già stato futurista in rotta con i suoi sodali, interventista poi pentito nella prima guerra mondiale, invischiato col fascismo dopo la conversione religiosa del 1921, che lo porterà a scrivere una Storia di Cristo, tanto irriverente da valergli quasi la scomunica. Ma fu nel lavoro su Michelangelo che il fiorentino Giovanni Papini decise di tagliare i ponti. Nel libro sullo scultore, dapprima, sposerà l’audace tesi michelangiolesca sulla Pietà, che vede nel celebre capolavoro esposto in San Pietro una Madonna raffigurata con il volto addirittura più giovane del Cristo suo figlio. Michelangelo, che per  questo venne criticato in vita, aveva a suo tempo spento le accuse citando il canto XXXIII del Paradiso dantesco, dove San Bernardo definisce Maria “Vergine Madre, Figlia del tuo Figlio”. Papini, dopo averlo condiviso, ne approfitta per rincarare la dose: in quella innaturale e giovane bellezza di Maria c’è “il riflesso di un mondo che non è ancora il cielo ma non è più la terra”. Insomma, prima che una “voragine” dottrinale teologica, la Pietà è una epifania del paradiso, una fessura apertasi verso altre dimensioni sconosciute. Così il vecchio ex futurista, alla velocità degli amati treni-icone della sopraggiunta modernità (un mito condiviso con Palazzeschi all’inizio del ’900) e con la stessa furia con cui Marinetti definì la guerra “igiene del mondo”, si tuffa in un volo magico come un mistico delle lettere. Se in punto di morte, tormentato da una sclerosi laterale amiotrofica, riceverà l’estrema unzione da terziario francescano, col nome di frà Bonaventura, in vita sceglierà la carta dell’opposizione totale del pensiero (decretando, per esempio, la morte della filosofia, usando Nietzsche come arma, salvo poi abbattere anche il maestro) e in letteratura (dismesse le scorribande futuriste e ripresosi dall’assalto della sua abitazione fiorentina dopo la Liberazione, da parte della brigata partigiana Garibaldi) esalterà il genere fantastico inteso come mistica.

Borges, c’è sempre Borges a redarguirci, ogni volta che dimentichiamo quanto in Italia — sin dai tempi di Ariosto e Tasso, e poi di Verga e Pirandello — questo “genere” fantastico, codificato in letteratura da Todorov e Callois, spinse anche Calvino (che certo non ne fu immune) a curarne una imbattuta antologia. E su Papini ci fu ancora Borges a dedicargli il secondo volume del 1975 della sua Biblioteca di Babele edita da Franco Maria Ricci, dal titolo Lo specchio che fugge. Lo scrittore argentino rivendicò l’oblio della memoria, a proposito di quei racconti di Papini mal tradotti e che avrebbe letto in gioventù, ma poi dimenticati, dai quali ricaverà comunque il celebre sospetto borgesiano: può essere il mondo — e nel mondo noi — niente altro che i sogni di un sognatore segreto che ci sogna? Il primo ad azzardare questa ipotesi fu proprio Papini. Oggi, per chi vuole riscoprirlo, viene in soccorso il volume I racconti edito da Clichy, a cura di Raoul Bruni. A partire da “L’ultima visita del gentiluomo malato”, inserito dallo stesso Borges nella Antologia della letteratura fantastica del 1940, e poi i quattro racconti dalla raccolta Il tragico quotidiano del 1906 e i sei dal Pilota cieco del 1907, selezionati per la Biblioteca di Babele. Roger Caillois, in proposito, ha più prosaicamente sostenuto che nel suo Rovine secolari Borges non avrebbe fatto altro che copiare Papini, in quel modo “intimo, nuovo e triste” con cui lo scrittore toscano ripropose la questione della “vita come sogno”. Sono stati citati Hoffmann e Poe, per cavare dal nido di ragno dell’autore i suoi stessi natali. Ma forse vi si celano piuttosto due filosofi, Berkeley e Schopenhauer. Il primo, teologo e vescovo anglicano irlandese, che con Locke e Hume costituisce la trimurti degli empiristi britannici, già nel Seicento ci confondeva sostenendo che noi, proprio come in un sogno, non possiamo essere certi delle nostre percezioni. “Le cose esistono anche quando nessuno le vede?” si chiedeva il vescovo filosofo. E Schopenhauer, dal canto suo, ha versato nell’alambicco di Papini quel tocco di metafisica orientale che spinse il nostro scrittore verso sponde teosofico-esoteriche.

A ben vedere, può darsi che Papini non abbia mai abbandonato le ispirazioni di quel movimento, il futurismo, che agli inizi del secolo scorso battezzò l’avvento della velocità come il “messia tecnico” di un nuovo mondo. La rottura con le culture precedenti (“Uccidiamo il chiaro di luna!” recitava il primo manifesto), la necessità di “strappare le anime dai solchi della vita comune”, “l’audacia di essere pazzi”, il motto di Rimbaud (“cambiare la vita”) da allora coniugato in una infinità di desinenze, compreso l’antiparlamentarismo, il culto della violenza, il generico anarchismo. Tutti atteggiamenti che a Papini valsero, tra l’altro, gli strali dal carcere di Antonio Gramsci. Si possono riproporre, per lui, gli stessi interrogativi che per Cèline, Malaparte o Ezra Pound. “Come vedete, cari amici, il mio spiritaccio scompaginatore non vuol lasciarmi in pace. Ma chissà che io non scriva apposta per mettervi una pulce nell’orecchio” annotò nel febbraio del 1914 nella rivista Lacerba. Subito dopo i suoi stessi compari d’avventura lo bollarono per la prima volta come “indegno”. Da allora è rimasto sempre tale.

- Piero Melati - Pubblicato su Robinson del 13/8/2022 -

mercoledì 21 settembre 2022

Rivendicare Marx, ma solo fino a un certo punto !!

Eleutério F. S. Prado, ansioso e desideroso di sottolineare i meriti della Critica del Valore, e di Anselm Jappe, cerca inutilmente di "salvare" tutto il pacchetto – oltre a  salvare simultaneamente in qualche modo anche il marxismo - depurandola di quel suo abbaglio, che secondo lui sarebbe solo quello di ritenere che "la lotta di classe sia solo un feticcio". Per farlo, scomoda anche Ruy Fausto, senza però accorgersi che ciò di cui continua a parlare - tirando in ballo Marx, a prescindere - non è altro che la sostanza del capitale: si tratta di quel lavoro che, ormai allo stremo, continua a lottare per i propri interessi, e che il destino vuole che coincidano con quelli del suo gemello, il capitale. Privo di una teoria della crisi - e resosi conto che in Marx manca qualsiasi teoria della lotta di classe - lo aveva sempre ammesso Marx stesso, che la lotta di classe era solo un concetto preso in prestito, non certo inventato da lui - Prado si attacca come può a quel che ha a disposizione tra i suoi sodali, e arriva persino a minacciarci ... di morte !!

Sotto il cielo nero del capitale
- di Eleutério F. S. Prado - [*1]

Il nome dato a questo articolo deriva da una mera traduzione del titolo dell'ultimo libro di Anselm Jappe, "Sous le soleil noir du capital", recentemente pubblicato [*2] in Francia. Già fin dall'inizio - ed è fortemente consigliato - va notato il suo carattere iperbolico: se il sole giallo che fa il giorno e si nasconde nella notte garantisce la vita sulla faccia del pianeta, allora un sole nero non può che rappresentare la morte. Il sole nero, com'è noto, è anche un simbolo fascista. La negazione della vita che ciò rappresenta, è quindi enfatica, terribile, assoluta. Nasce da un profondo risentimento, e persino dall'odio generato da quelle frustrazioni che il capitalismo garantisce a molti, soprattutto ai membri della classe media. Ma nell'opera dell'autore, una simile cupa visione non costituisce una novità. Vale la pena ricordare che anche il suo penultimo libro, "La Société autophage. Capitalisme, démesure et autodestruction", preannunciava una conclusione tragica. Il libro raccoglie venticinque articoli che sono stati scritti negli ultimi dieci anni da uno dei principali attuali leader di quella corrente di pensiero critico che si fa chiamare "critica del valore" o "critica della dissociazione-valore". Fondata da Robert Kurz all'inizio degli anni '90, attualmente conta seguaci in Germania, Francia, Brasile e in altri Paesi, ma sempre sotto forma di piccoli gruppi. Il libro comincia con una breve storia della critica del valore basata sugli scritti di Kurz, discute il feticismo in Lukács e in Adorno, insieme ad altri temi, per chiedersi poi, alla fine, cos'è che manca ai bambini.

Da dove viene Anselm Jappe?
In tal senso, vale la pena ricordare quali sono gli inizi di questa corrente di pensiero che rivendica Marx, ma solo fino a un certo punto. Essa viene alla luce lo stesso anno della caduta del Muro di Berlino. L'Unione Sovietica con il suo modello di accumulazione centralizzata si era già appena dissolta, i liberali celebravano la fine del comunismo, ma Kurz invece annunciava nel suo libro - quasi oscuramente - il crollo del capitalismo, pubblicando in Germania,  nel 1991, "Il collasso della modernizzazione" . Come sappiamo, una traduzione di quest'opera venne pubblicata in Brasile [*3] nel 1992, con la precisazione che si trattava di «un libro audace». Roberto Schwarz, grazie alla sua lucidità e perspicacia, aveva considerato che la sua pubblicazione sarebbe stata un contrattacco nei confronti dell'avanzata del liberismo e del neoliberismo, in quanto veniva messa in dubbio la tesi che nella caduta del comunismo storico vedeva la fine del comunismo. La tesi di Kurz andava controcorrente, nella misura in cui all'epoca prevaleva in maniera quasi unanime il senso comune: per il quale, all'epoca ciò che si vedeva all'orizzonte era la vittoria indiscussa e incontrastata del capitalismo. Secondo quell'anomalo critico, invece, ciò che la rovina del socialismo reale aveva mostrato non era il trionfo dell'«economia di mercato», bensì l'inizio spettacolare del graduale crollo del sistema economico basato sulle merci, sul lavoro astratto, sul denaro borghese e sull'insaziabile accumulazione di capitale. Per Kurz, ricorda Jappe, «il modo di produzione capitalistico aveva raggiunto, dopo due secoli, i suoi limiti storici: la razionalizzazione della produzione, che sostituisce la forza lavoro con le tecnologie, aveva già minato le basi della produzione di valore e plusvalore». E senza più - sempre più  - "plusvalore", come è noto, il sistema del capitale non può fare altro che entrare in una crisi strutturale definitiva. Nel capitolo di apertura, Jappe traccia i riferimenti della corrente di pensiero della "critica del valore". In primo luogo, essa si presenta come critica radicale e incorruttibile che non fa concessioni: «difende la salutare tradizione del filosofare con il martello, contro tutti gli eclettismi, gli irenismi, le elaborazioni consensuali e gli ossequi ai "cari amici"». Si tratta di criticare il capitalismo e non solo il neoliberismo, la finanziarizzazione o la cattiva distribuzione del reddito e della ricchezza. E soprattutto, non intende e non ritiene possibile far rivivere il keynesismo, che è stato in voga per circa trent'anni nel secondo dopoguerra. Mostrando,subito, fin dall'inizio la sua caratteristica più rilevante, quella che sottolinea l'estraneità a ciò che egli definisce il marxismo tradizionale, egli afferma in maniera perentoria che «una vera critica del capitalismo è necessariamente una critica del capitale e del lavoro». È noto che il marxismo classico, al contrario, considera in maniera positiva il lavoro non alienato; lo afferma in quanto condizione eterna dell'esistenza dell'uomo, sebbene squalifichi l'attività lavorativa nel capitalismo vedendola come aliena all'essere umano. Or, ciò dimostra come questa corrente di pensiero sia marxista e, in un certo senso, sia anche non marxista. Il libro qui citato presenta molte cose interessanti nei suoi vari capitoli e, anche per questo motivo, è impossibile recensirlo nel suo complesso. Eppure, se non verrà trattato in sequenza né con le pinze né con il martello, non verrà nemmeno semplicemente applaudito. In realtà, l'obiettivo è quello di esaminare il suo punto più sensibile, quello che vede proprio la sua divergenza centrale rispetto al marxismo tradizionale.

La critica del valore rimprovera a questa tradizione il fatto che essa considera l'opposizione tra capitale e lavoro come la contraddizione fondamentale del modo di produzione capitalistico e, allo stesso tempo, come la leva che ne permetterebbe la trasformazione. In questo modo, trasforma la critica del capitale in un sociologismo che guida e allo stesso tempo disorienta tutta l'azione politica della sinistra. «Pertanto» - spiega Jappe - «in base a una lettura che personifica la struttura sociale, il capitale e il lavoro vengono identificati, senza mezzi termini, rispettivamente con i "capitalisti" e con i "lavoratori". E in questo modo apre la porta a un anticapitalismo 'tronco', se non  addirittura al populismo, all'antisemitismo e al cospirazionismo». Che sia diffusa ampiamente, o che invece rimanga limitata a una ristretta conoscenza, una tale critica - che costituisce il punto centrale di questa corrente di pensiero - è stata formulata da Robert Kurz ed Ernst Lohoff, già a partire dal 1989, nel testo "Il feticismo della lotta di classe". Secondo loro, infatti, la lotta di classe costituisce il feticismo del marxismo tradizionale. E se questa critica sintetizza quanto evidenziato nel paragrafo precedente, allora essa pone un'analogia che richiede un'analisi più approfondita. Com'è noto, il concetto di feticismo della merce viene introdotto da Marx nell'ultimo paragrafo del primo capitolo del Capitale, e si riferisce alla confusione spontanea tra la forma valore e la base di tale forma, un'illusione che viene generata dal modo stesso di essere della socialità capitalista. Un'espressione molto forte di quest'illusione, appare quando si dice che «l'oro è denaro», poiché all'oro in quanto tale viene attribuita la proprietà di avere valore, quando invece il valore è la forma di una relazione sociale che esprime una certa quantità di lavoro astratto.

Ora, in che modo possiamo analizzare, in maniera corrispondente, l'espressione «feticcio della lotta di classe»? In base a quanto già detto, nella loro forma, sembra che lavoratori e capitalisti debbano essere intesi come dei collettivi di persone-funzione, empiricamente esistenti nella società costituita dal modo di produzione capitalistico. E sempre per quel che attiene alla loro forma, sembra che le classi debbano essere intese non come semplici collettivi, ma piuttosto come delle presunte totalità, vale a dire, come universali metafisiche. La confusione così generata, tuttavia, non può essere considerata spontanea, ma si tratta in questo caso di un prodotto del discorso erroneo praticato dal marxismo tradizionale. A questo punto, però, quella che sorge inevitabilmente è una domanda cruciale: Marx stesso era caduto in questo equivoco concettuale? Aveva così brillantemente creato la nozione critica di feticismo, per poi riferirsi alla reificazione dei rapporti sociali in questo modo di produzione; ma in modo volgare, aveva stupidamente finito per creare una religione politica che associa operai e capitalisti a partire da dei concetti astratti di classi sociali antagoniste, separando in tal modo, nettamente, proletari e borghesi? La risposta che si trova negli scritti degli autori che si inseriscono nella corrente della "critica del valore" è un netto e deciso «»; e Marx, in fin dei conti, era caduto in questa trappola, maldestramente, come un uccellino indifeso. E con questo «», non solo individuano l'esistenza di una sociologia esistente nel marxismo tradizionale - in alcuni filoni che storicamente vi si sono rifugiati - ma pensano anche di trovarla negli stessi testi dell'autore del Capitale. In maniera più significativa, questi autori critici sostengono che esiste un duplice Marx, suddividendo questo autore in due autori, che non si riconoscono l'un l'altro, vale a dire, un Marx essoterico della lotta di classe e un Marx esoterico della critica della relazione di capitale e del suo sviluppo costruttivo/distruttivo. Il primo sarebbe stato un volgare sociologo, mentre invece il secondo era un filosofo fondamentale che aveva rappresentato il capitale mostrando come soggetto automatico, e su questa base aveva creato l'ineludibile critica dell'economia politica.

Ma dove sarebbe stato commesso l'errore? Gli autori di questa corrente - assumendo le classi come un'opposizione empirica di quelli che sono dei collettivi di operai e di capitalisti - sostengono che, nel processo di accumulazione, i loro interessi non sono inconciliabili; infatti, si tratterebbe solo in ultima analisi di confraternite in competizione per l'appropriazione del reddito. In fondo, entrambi avrebbero un interesse comune che consiste nel mantenimento della forma merce in quanto forma di produzione sociale. Così facendo, gli autori, sostengono quindi che questa analisi sociologica sarebbe in funzione dei fatti storici osservati nell'evoluzione del capitalismo realmente esistente. Ma, dopo tutto, per Marx, a cosa servono le classi? E qui troviamo una vera e propria problematica, a partire dal fatto che possiamo davvero parlare di una lacuna in quelli che sono stati gli sviluppi teorici di questo autore. Come sappiamo, la sua opera può essere divisa in due parti: una prima, più importante, in cui abbiamo la rigorosa esposizione dialettica del sistema del capitale, visto come totalità concreta, e una seconda, costituita da testi sparsi, nei quali troviamo esposizioni storiche e/o pezzi di intervento politico. La prima parte è rimasta incompleta, e quindi senza un vero collegamento esplicito con la seconda. Ora, una risposta rigorosa alla domanda appena posta [a cosa servono le classi in Marx?], potrebbe essere formulata solo all'interno della precedente esposizione dialettica. Come dice Ruy Fausto, riguardo tale questione chiave: «in realtà, in Marx, la teoria delle classi non è né presente né assente. È presupposta [nell'esposizione del Capitale], ma non viene postulata. Se prende una posizione, questa la si trova solo in quei testi che sono rimasti frammentari» [*4]. Come è noto, nel Capitale la lotta di classe è presente nella sua forma di lotta economica, non espressamente politica, cioè nella prospettiva della classe in sé, mai in quella della classe per sé. E anche in questo caso, come si sa, l'esposizione ricostruita da Engels non può certo essere considerata completa. Nel Capitale, dice Fausto, «ciò che si trova è solo l'inizio, purtroppo, di una teoria delle classi che viene inserita in una presentazione dialettica. Come per gli altri problemi, ad esempio lo Stato, l'insufficienza della tradizione marxista risiede nel fatto che essa si allontana dalla rappresentazione dialettica». E nel farlo, vuole ottenere un risultato solo deducendo immediatamente la lotta di classe a partire dalle categorie socio-economiche. «Il risultato di un simile equivoco, è un marxismo la cui comprensione si rivela sterile e poco rigoroso. Per poter analizzare le classi, così come per riuscire ad analizzare lo Stato, bisogna prima trovare il punto in cui esse vengono inserite in una rappresentazione dialettica», vale a dire, nella rappresentazione che si trova nell'opera omnia. Tuttavia, la critica del valore non ha risolto questo problema; al contrario, è rimasta al livello del marxismo tradizionale, sebbene non lo abbia fatto in modo affermativo, ma critico. Per questo motivo è stato oggetto di accuse volgari come quella che fa riferimento a un duplice Marx. Per risolverlo, sarebbe necessario prima, come mostra Fausto nei suoi commenti all'opera di questo autore, ricostruire la rappresentazione delle classi in sé, per poi mostrare come si possa passare dialetticamente dalle classi in sé alle classi per sé, e per sé stesse. In un tale movimento, ciò che viene solo presupposto nell'esposizione del Capitale verrebbe posto, o meglio, esposto in qualche modo.  Solo così sarebbe possibile fare una buona - senza dubbio necessaria - critica dell'esperienza storica. Ma questo appunto, improntato alla franchezza nei confronti della critica del valore, non vuole essere distruttivo. Non si vuole sostenere che nei testi di questi autori non si trovino idee interessanti. Per inciso, uno studio più completo di questa corrente richiederebbe molto più spazio. E va anche aggiunto che il problema dell'esposizione dialettica rigorosa delle classi e del passaggio dall'in-sé al per-sé non può essere affrontato con leggerezza. I testi di Ruy Fausto ci portano in questa direzione. [*5]

In questa sede, per non chiudere bruscamente il discorso, vengono citati solo i passi principali necessari per arrivare alle classi in senso politico. Le classi vengono presupposte nel Capitale, ma poi appariranno nel corso dell'opera attraverso dei momenti che le collocano, ma non pienamente. I primi a comparire sono i supporter, le incarnazioni della forza lavoro e del capitale. In quanto tali, sono solo ruoli, seppur attivi, nella struttura dei rapporti di produzione, cioè semplici soggetti negati. Ma già nel I Libro possono apparire, in nuce, attraverso le lotte occasionali, tra gli agenti economici collettivi, per i salari, per la durata della giornata lavorativa, ecc. Alla fine del Libro III, le classi appaiono per inerzia, poiché ora vi si definiscono solo attraverso le forme di quelli che sono i loro rispettivi redditi, i quali derivano dai tipici modi di proprietà dei fattori di produzione: la forza-lavoro riceve salari, il capitale guadagna profitti e la proprietà terriera guadagna rendite dalla terra. In questo modo essi denotano solo l'apparenza del sistema, e lo fanno in modo mistificato, poiché tutte queste fonti sembrano essere indipendenti l'una dall'altra. Qui non c'è né lotta economica né lotta politica, e nemmeno funzione. Insomma, come spiega Fausto, a grandi linee, «nel Capitale, Marx studia solamente la tendenza oggettiva del sistema, e non gli effetti della lotta di classe». È solo a partire da qui che si può cominciare a pensare alle classi in termini di pratiche politiche trasformatrici, siano esse riformiste o radicalmente democratiche (vale a dire che realizzano una società basata «su lavoratori liberamente associati»). Al di là del Capitale in quanto opera realizzata, ma visto sempre nella prospettiva della rappresentazione dialettica, sarebbe necessario passare dalla classe presupposta alla classe che possa essere posta come tale, ossia nella condizione di una possibilità oggettiva che si realizza - o meno - nel corso della storia. In caso positivo, la classe cesserebbe di apparire come mero genere, per diventare un'esistenza politica sostanziale, un insieme integrato di relazioni di solidarietà. È qui che la classe operaia che era implicita, che prima era solo possibile, sarebbe diventata a questo punto esplicita attraverso un processo di insorgenza; i soggetti negati, che normalmente agiscono solo come supporti, sarebbero stati trasformati e costituiti nel processo di lotta come una totalità postulata di soggetti politici. Se così fosse, avremmo la costituzione di un universale concreto nella prassi sociale - e non un'ipostasi metafisica.  Dal momento che questo percorso non ha avuto luogo storicamente, allora forse gli autori della critica del valore vorrebbero sostenere che alla fine, in ultima analisi, sarebbe un'utopia. In linea di principio, tuttavia, sembra dubbio che si possa trovare una buona prova in tal senso. Ma, se ciò è fattibile, la prova non potrebbe basarsi su fatti storici passati; ecco, una prova rigorosa potrebbe essere fornita solo nel corso dell'esposizione dialettica. Naturalmente, molte delle complicazioni legate alla questione non sono state menzionate in questa sede, come, ad esempio, il problema se una simile trasformazione sarebbe spontanea, o se richiederebbe anche il catalizzatore di movimenti politici organizzati. Forse l'ostacolo più grande è rappresentato proprio dalle condizioni in cui questa unificazione della pratica operaia può avvenire. Tuttavia, sembra necessario aggiungere che se questo processo, per qualsiasi motivo, venisse bloccato, allora forse non ci sarebbe alcuna alternativa che potrebbe permettere agli esseri umani di andare oltre il capitalismo. Perché l'unica prospettiva storica ineludibile che rimane è quella secondo cui il "sole nero", alla fine, prevarrà. E, insieme ad esso, la morte.

- Eleutério F. S. Prado - Pubblicato il 18/9/2022 -

NOTE:

[1] Professor aposentado do Departamento de Economia da FEA/USP.Email: eleuter@usp.br. - Blog su internet: https://eleuterioprado.blog

[2] Jappe, Anselm – Sous le soleil noir du capital – Chroniques d’une ère de ténèbres. Paris: Crise & Critique, 2021.

[3] Kurz, Robert – O colapso da modernização – Da derrocada do socialismo de caserna à crise da economia mundial. Rio de Janeiro: Paz e Terra, 1992.

[4] Fausto, Ruy – Marx: Lógica e Política. Tomo II. São Paulo: Editora Brasiliense, 1987, p. 202-203.

[5] Fausto, Ruy: Marx: Lógica e Política. Tomo III. São Paulo: Editora 34, 2002, p. 229-271.


fonte: Economia e Complexidade

martedì 20 settembre 2022

Il «tempo violentato» !!

«Il tempo è parte integrante della cultura umana. Negli ultimi due secoli il rapporto delle persone con il tempo è stato trasformato dall'industrializzazione, dal commercio e dalla tecnologia. Ma la prima trasformazione che ha cambiato la vita, sotto l'influenza del cristianesimo, è avvenuta nella tarda antichità. Fu allora che il tempo cominciò a essere concettualizzato in modi nuovi, con discussioni sull'eternità, sulla vita dopo la morte e sulla fine dei giorni. Anche gli individui cominciarono a vivere il tempo in modo diverso: dalla settimana di sette giorni all'ordine della preghiera quotidiana e al calendario festivo di Natale e Pasqua. Con l'abilità e la versatilità che lo contraddistinguono, Simon Goldhill, classicista di fama mondiale, scopre questo cambiamento di pensiero. Esplora come ha preso forma nella scrittura letteraria della tarda antichità e come risuona ancora oggi. La sua nuova e audace storia culturale piacerà a studiosi e studenti di classici, storia della cultura, studi letterari e cristianesimo primitivo.»

("The Christian Invention of Time. Temporality and the Literature of Late Antiquity", Simon Goldhill. Cambridge University Press, pagg. XVI + 500, £ 34,99)

Poche opere hanno avuto la capacità di illuminare un intero paesaggio storico come quelle realizzate nelle catacombe dove i cristiani, autorizzati dal potere imperiale, seppellivano i loro morti. Partendo dall’analisi di bassorilievi, incisioni e affreschi tardo antichi l’autore si interroga sul controverso rapporto fra immagini e secolarizzazione e sullo spazio del “sacro”, delineando un percorso originale dove l’uso dell’immagine aiuta a capire la storia, religiosa e non solo. Attraverso un appassionante viaggio negli antri oscuri in cui sono nate le prime raffigurazioni cristiane, il volume ricostruisce il processo di esplosione liberatoria e profanazione provocata dalla pratica di fede e dall’elaborazione teologica con cui il cristianesimo dei primi secoli ha preso le distanze dalle ritualità dei culti precedenti introducendo elementi – “ripetizione”, “prefigurazione”, “trasfigurazione” – che hanno lasciato il segno nella concezione delle “arti belle” e dell’immagine nell’epoca moderna. L’ampiezza di indagine, storica, filosofica, teologica, fa di questo libro una delle trattazioni più complete sull’arte figurativa cristiana delle origini e sulla cultura da cui essa è scaturita.

(dal risvolto di copertina di: "Immagini cristiane e cultura antica", di Daniele Guastini. Morcelliana, pagg. 616, € 38)

Come immaginarsi le le ore e i giorni di Dio
- Il tempo cristiano. Una vasta ricognizione delle Sacre Scritture, delle fonti tardo antiche e delle iconografie, permette di ricostruire l’idea di temporalità nei primi secoli del Cristianesimo -
di Pietro Boitani

Leggere insieme i due libri di Simon Goldhill e di Daniele Guastini è un’esperienza affascinante, perché, per quanto gli autori siano profondamente diversi – l’uno, a Cambridge, scrittore di una ventina di volumi che spaziano dall’Orestea di Eschilo a Sofocle, dalla tarda antichità a Gerusalemme; l’altro, alla Sapienza di Roma, commentatore della Poetica di Aristotele, autore di Prima dell’estetica. Poetica e filosofia nell’antichità e di Philia e amicizia – sono eppure entrambi classicisti, e i loro due volumi si occupano in sostanza dello stesso periodo, la tarda antichità, discutendo aspetti fondamentali del passaggio dalla cultura pagana a quella cristiana: cruciale, ma dotato di una buona dose di continuità. Il libro di Goldhill è in due parti, una prima fatta di dieci saggi che vanno dal tempo di Dio a quello della morte, dall’attesa alla simultaneità, dall’atemporalità al “tempo violentato”; e una seconda storicoletteraria, nella quale trovano posto la Parafrasi del Vangelo di Giovanni di Nonno (una nuova versione del Principio esaminato nel Tempo di Dio all’inizio) e, dello stesso Nonno, le Dionisiache (eterno ritorno); poi il Giorno di Natale di Gregorio di Nazianzo (regolazione del tempo), gli Inni di Ambrogio e Prudenzio «sul giorno cristiano», e Sulpicio Severo e Orosio con le loro «storie del mondo cristiano». Un disegno generale di grande armonia, con un’introduzione brillante, uno scintillare continuo di idee e una scrittura vigorosa. Prendiamo, per esempio, proprio il Principio, il Tempo di Dio. All’inizio del capitolo 2 della Genesi, il testo ebraico racconta che «nel settimo giorno» Dio «portò a compimento ciò che aveva fatto» e «cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro». Quando la Bibbia fu tradotta in greco nel III secolo a.C. dai Settanta rabbini inviati da Gerusalemme per soddisfare il desiderio di Tolomeo Filadelfo, re d’Egitto (Goldhill dipana con gusto i tre resoconti al riguardo di Aristea, Filone d’Alessandria e Giuseppe Flavio, ognuno dei quali ha nozione e motivazione diverse del tempo), la sequenza greca fu alterata: Dio completò il suo lavoro «nel sesto giorno» e riposò nel settimo. È la versione presente anche nel Libro dei Giubilei, la versione che leggevano gli evangelisti e Paolo. Allora: come fa Dio a compiere la Creazione il settimo giorno e quello stesso giorno riposarsi? Per i greci, la soluzione logica è quella di dire che Dio operò in sei giorni, e riposò il settimo (quello che diventerà il “sabato”). Ma la logica e il tempo greci non sono gli stessi di quelli ebraici. I midrashim conservati nel Berešit Rabbâ del V secolo, menzionando esplicitamente la traduzione greca per Tolomeo, dicono: «È come colui che picchia col martello sull’incudine, lo alza quando è giorno, e lo abbassa quando fa scuro». E ancora: «Un mortale che non conosce tempo né minuti né ore, aggiunge del profano al sacro, ma il Santo, Egli sia benedetto, conosce i tempi, i minuti e le ore, e non vi entra che per un filo di capello».

Tempo di Dio, tempo dell’uomo. Distinzione che si ritrova nell’Odissea, dove gli dei, e Calipso, sono immortali e mai invecchiano, mentre Ulisse, Penelope e gli esseri umani tutti invece invecchiano e muoiono. Esiodo prescrive i tempi cui devono corrispondere i lavori nei campi nelle Opere e i giorni, crea un tempo della generazione divina nella Teogonia. Il saggio di Goldhill si muove verso gli Inni omerici e Pindaro, quindi vola verso i Padri greci, Gregorio di Nissa, Basilio, Gregorio di Nazianzo, il Concilio di Calcedonia (451), l’Agostino delle Confessioni: tutti si occupano della Creazione, tutti del tempo di Dio. E creano il tempo cristiano. Capitolo spettacolare, questo, per rapidità, lucidità, precisione, come molti della Christian Invention of Time (se dovessi scegliere, indicherei dalla seconda parte quelli su Nonno). Del resto, anche Guastini non scherza, e della temporalità si occupa nelle pagine centrali di Immagini cristiane: ma su un piano diverso, quello storico-teorico. Volendo dar conto della nascita e del prevalere delle immagini nel mondo cristiano, parte dai concetti di secolarizzazione, di sostituzione e ripetizione mimetica, di trasfigurazione tipologica – da Aristotele, Girard e Gadamer – per planare sull’Ingresso di Gesù a Gerusalemme scolpito sul sarcofago di Giunio Basso (post 359), sugli affreschi nelle catacombe romane e nel monastero di Santa Caterina sul Sinai e, con un percorso in avanti e indietro, quasi sussultorio, verso la statuaria classica e tardo-antica, i mosaici pagani e cristiani, sino a Cimabue, Beato Angelico e Signorelli (il libro contiene un centinaio di immagini a colori): come a dire dal mondo della mimesis e dall'ellenizzazione alla “consunzione del mondo antico” nella prima parte (anche in questo volume ce ne sono due).

Discorso coinvolgente, che getta le basi per la ricostruzione, insieme particolareggiata e di grande respiro, nella seconda sezione, del processo di liberazione e “profanazione” quali la pratica stessa della fede e l’elaborazione teologica dei primi secoli hanno provocato. Il capitolo centrale, il più complesso e più bello del libro, è qui quello dedicato alla “vittoria postuma” dell’apostolo Paolo, ai concetti-chiave della sua predicazione, l’agape (l’amore-carità) e la katargesis, il superamento della Legge. Diceva fra gli altri il Levitico: «Non vi farete, né metterete in piedi, idoli, sculture o stele. Nel vostro paese non erigerete pietre scolpite per prostrarvi davanti a loro, poiché io sono il Signore vostro Dio». Quando Paolo, nell’Epistola ai Romani, scrive «che forse Dio è Dio soltanto dei Giudei? Non lo è forse anche dei pagani? Certo, anche dei pagani! Poiché non c’è che un solo Dio», la katargesis è visibile. Le immagini saranno giustificate: sulla base, infine, dell’argomento dantesco che la Scrittura fornisce a Dio mani e piedi “e altro intende”, perché è così che occorre parlare al nostro ingegno «però che solo da sensato apprende / ciò che fa poscia d’intelletto degno».

- Piero Boitani - Pubblicato su Domenica del 7/8/2022 -