domenica 17 marzo 2019

Reliquie

Nelle sue "Memorie di un antisemita", Gregor von Rezzori parla di un mondo che in parte è anche quello di Joseph Roth o di Freud, oppure anche quello di scrittori posteriori, come Hermann Brochsono un figlio di sonnambuli», scrive von Rezzori, arrivato quasi alla fine delle "Memorie") e Döblin; ma dal momento che von Rezzori nasce nel 1914, la sua esperienza del periodo fra le due guerre è quella del bambino e dell'adolescente che ha vissuto come se fosse stato sepolto da quei preconcetti e pregiudizi che nella sua famiglia venivano trasmessi da una generazione all'altra. Von Rezzori cresce in un mondo già diviso ma che, tuttavia, celebra ancora il passato - la sua mentalità in formazione viene come colonizzata dal sentimento della nostalgia di un periodo che egli non ha vissuto direttamente, ma che lo circonda in forma fantasmatica (nelle fotografie, negli oggetti, nei racconti ripetitivi dei membri della famiglia). Ma la voce narrante, modellata dalla narrazione degli eventi in modo da poterli spiegare, è altrettanto forte del periodo storico che viene vissuto. Il narratore delle Memorie va avanti e indietro nel tempo , con ironia e mantenendo una profonda attenzione ai dettagli, dove si muovono gli innumerevoli parenti, i conoscenti, i vicini, gli artisti che via via incontra e perde poi di vista: «Lei ormai non viveva più nel suo stesso mondo, e a separarla erano le frontiere di sei nuovi Stati, e ben presto aveva smesso di parlare la sua lingua, ad accompagnarla rimaneva solo la vita di quelle persone amate e diventate sempre più distanti attraverso l'astrazione delle notizie che arrivavano per mezzo delle lettere, le quali, nel migliore dei casi, erano integrate dalle fotografie, oltre che dalle impressioni generali circa i cambiamenti introdotti dai nuovi tempi documentati dai reportage fotografici sulle riviste illustrate» (Gregor von Rezzori, Memorie di un Antisemita. Longanesi). Questo passaggio, che ci parla della proliferazione dell'Impero dopo la prima guerra mondiale, è interessante perché si avvicina e costituisce un approccio a questa segmentazione nazionale ed identitaria di quella che era un'incipiente cultura di massa, della quale, in quegli stessi anni, saranno tanti ad occuparsi (Benjamin, ovviamente, ma anche Warburg e Freud - come sostiene Jonathan Crary in "Suspensions of Perception: Attention, Spectacle and Modern Culture"). La vediamo innanzitutto nelle lettere, a volte accompagnate da delle fotografie e, ad un terzo livello, da ritagli di riviste illustrate.
Tutto questo va a formare quell'archivio personale - fatto di spostamenti e traumi che avvengono nel corso di generazioni - che poi sarà centrale per la narrazione di W.G. Sebald, per esempio, il quale in tutti i suoi romanzi cercherà di rintracciare tutte queste reliquie - fotografie, ritagli, diari, annotazioni, biglietti, ecc..

«L' Epiro, per partire dall' elementare, è l' Albania? E la Podolia dove sta, forse vicino alla Bucovina che appare e scompare dalle carte geografiche (un punto fermo: qui era nato il bravissimo e affascinante Gregor von Rezzori, l' autore di Un ermellino a Cernopol e delle Memorie di un antisemita)? Sfido chiunque a collocare da qualche parte questi quattro staterelli: Kartalia, Cahetia, Imeretia e Samtskhe. E i ruteni chi sono? Risposta: non lo sanno nemmeno loro, perché vivono in sei stati, la loro lingua può essere scritta in cinque differenti versioni, nell'alfabeto cirillico e in quello latino, e si considerano variamente ukraini, slovacchi, ungheresi, polacchi, rumeni, jugoslavi e anche carpato-rusyns, che non so cosa significhi. » (Stefano Malatesta, in "Mi manda Bisanzio", su La Repubblica del 27/7/1999)

giovedì 14 marzo 2019

Razionalità

Alcune sue teorie furono confutate solo nel Settecento, altre ancora dopo. La biologia di Aristotele (Stagira 383/4 a.C. – Calcide 322 a.C.) è studio scientifico di tutti i viventi, espressa attraverso trattati e trattatelli costituiti da appunti, dispense, opere interne alle aule del Liceo, non di prima mano del maestro. D’altra parte in tale veste ci sono giunte quasi tutte le opere aristoteliche, ben poco abbiamo di quelle rifinite, lineari, rivolte al pubblico esterno alla scuola. Dai trattati sui viventi dobbiamo aspettarci dunque un linguaggio a tratti aspro, ripetitivo, non sempre coerente, che molto fa rimpiangere l’assenza della voce di Aristotele che glossava, aggiungeva, spiegava. Siamo inoltre di fronte a due enormi novità: prima, non esisteva una scienza dei viventi, inoltre prima di Aristotele nessuna scienza era espressa in testi che non mescolassero diverse discipline, senza escludere la teologia e il sacro. Qui invece troviamo le Ricerche sugli animali, che descrivono quasi seicento specie diverse di animali direttamente osservati, classificati nelle Parti degli animali con la distinzione fondamentale tra ovipari e vivipari, nonché per esempio l’attribuzione di balene e delfini ai mammiferi, per il loro respirare tramite polmoni e non tramite branchie. La Riproduzione degli animali descrive la riproduzione sessuale, intesa come l’infusione attiva della forma da parte del maschio nella materialità della femmina. A brevi opere sulla percezione, la memoria, il sonno, i sogni, la lunghezza della vita e la respirazione segue il trattatello sul Moto degli animali, movimento che viene ricondotto alla forza di un assoluto primo immobile, necessario a ogni forma di mobilità.

(dal risvolto di copertina di: Aristotele. La vita. Bompiani)

L’Aristotele di Lanza e Vegetti, corpo dell’animale e lettura marxista
- di Massimo Stella -

La riedizione delle Opere biologiche di Aristotele tradotte, commentate e introdotte da Diego Lanza e Mario Vegetti (La vita, Bompiani «Il Pensiero occidentale», pp. 2496, euro 60,00) offre l’occasione di ricordare alla comunità dei lettori italiani (che già conoscono l’opera, che ancora non la conoscono, studiosi o cultori del mondo antico) l’importanza di questo imponente lavoro – uscito da Utet nel 1971 (2ª ed. 1996) per la collana «I classici della scienza» allora diretta da Ludovico Geymonat – nel panorama bibliografico internazionale dell’antichistica e, più in generale, della storia del pensiero occidentale. «Lavoro imponente» si diceva, lavoro fondamentale nella storia degli studi filologici, epistemologici, filosofici, quanto di rottura: è lo snodo cruciale tra anni sessanta e anni settanta, e per un certo tipo di intellettuale marxista, autenticamente radicale e libertario come lo furono convintamente durante tutta la loro attività Lanza e Vegetti, la tradizione umanistica, insieme al suo storicismo di matrice idealistica e al suo culto delle belles lettres rimodellato wilamowitzianamente da edificio scientifico dei realia, non poteva più convivere (per molti classicisti continuava e continua, invece, a farlo) con quella Kulturkritik che deriva la sua origine specifica dall’economia politica (prima ancora che dalla filosofia politica) di Marx. Lanza e Vegetti non erano certo figure disponibili al compromesso tra conformismo accademico e esercizio del pensiero. Ora come allora, dunque, non si può capire assolutamente nulla della loro ricerca intorno alle opere biologiche di Aristotele se non si parte da tale premessa, soprattutto perché proprio essa è la ragione strutturale e immediata dell’innovatività scientifica unanimamente riconosciuta dagli aristotelisti all’opera dei due studiosi. Ed è un’innovatività ancora oggi fiammante per quella sua impostazione marxista, della quale vorrei ricordare qui i punti essenziali.

I limiti linguistici e discorsivi
Innanzitutto, Lanza e Vegetti guardano ad Aristotele (come sempre, in generale, guardavano all’Antico) a partire dalla Modernità: non si tratta di un posizionamento storico (o tantomeno attualizzante) bensì analitico, nel tentativo di tracciare i limiti linguistici e discorsivi (entrambi condividevano l’archeologia foucaultiana) dell’osservazione e della riflessione di Aristotele sull’animale, sul funzionamento delle sue parti e della sua struttura – fermo restando il fatto, sia chiaro, che l’unico tratto di discontinuità tra l’animale e l’uomo è la sophia. Il costante riferimento alla biologia, alla fisiologia e alla zoologia moderne, tra Harvey e Linneo, tra Cuvier, Lamark e Darwin, è dunque essenziale ai due curatori per definire lo stile di razionalità (non dunque il «razionalismo») aristotelico nelle sue caratteristiche intrinseche insieme al linguaggio che gli corrisponde. Ne risulta che la biologia di Aristotele è un sapere antropologico, calato nella memoria collettiva, e tuttavia dislocato dalla teoria e dal teorico sull’ulteriore livello dell’argomentazione. Ciò significa riconoscere alla biologia di Aristotele lo statuto di pensiero scientifico, nel quadro, però, di una prospettiva completamente differente da quella positivista ed evoluzionista, sostenuta, ad esempio, da Jaeger. Piuttosto e alternativamente, la biologia aristotelica, nella lettura di Lanza e di Vegetti, ci restituisce il lato fenomenologico della scienza, cioè il movimento teoretico-linguistico interno a un sapere dell’esperienza che, tutt’al contrario e in modo decisamente retrogrado, l’umanesimo storicista considera risolto nella verifica.
A questo proposito, Lanza e Vegetti sottolineano che la linea di demarcazione spesso tracciata tra scienza moderna e scienza aristotelica dagli odierni epistemologi sul filo della speculazione finalistica è una forzatura dovuta al peso della tradizione medievale, perché la dottrina biologica di Aristotele non si fonda tanto sulla causalità finale, quanto piuttosto sulle modalità causali. La vita stessa, secondo Aristotele, non è altro se non una particolare forma o struttura assunta dalla materia. E si tratta di un elemento particolarmente importante da sottolineare, in questa sede, soprattutto per spirito di servizio ai lettori, perché il titolo editoriale della riedizione Bompiani è, come detto: Aristotele, La vita (formula che scarta dal denotativo titolo Utet Opere biologiche). Lanza e Vegetti sono molto chiari nel merito: la scienza biologica di Aristotele non si pone, infatti, il problema della «vita», nell’accezione «vitalistica» del termine, l’anima stessa essendo semplicemente la struttura funzionale del corpo. E d’altra parte, per Lanza e per Vegetti, la conciliazione tra l’Aristotele biologo e l’Aristotele metafisico è un atto di pura falsificazione. Piuttosto, c’è uno psichismo tutto biofisiologico del corpo animale legato alle funzioni della percezione e della memoria: ed è Lanza in particolare a studiare da vicino, nelle sue note di commento e nelle introduzioni alle opere psicologiche, i processi di acquisizione conoscitiva (dall’esterno verso l’interno del corpo) e quelli che, invece, si originano in un impulso (dall’interno del corpo verso la realtà esterna), veri e propri dinamismi psicomotori in cui è possibile riconoscere un’interessante anticipazione del concetto ben più recente di «stimolo nervoso».
C’è poi l’altra importante intuizione aristotelica intorno al legame tra l’attività psicomotoria e l’immaginazione: vista dalla parte della macchina corporea, l’immaginazione non è il gioco del «fantasticare», bensì il prodotto dell’incontro e dell’intreccio tra esperienza somatica e rielaborazione emotiva di quella stessa esperienza. Ne è un chiaro esempio il funzionamento del ricordo, descritto da Aristotele nel De memoria come il vorticare di una forma in un fluido, posto che l’equilibrio dei fluidi (e soprattutto del sangue) è il perno della fisiologia aristotelica. Possiamo davvero dire, dunque, che, nell’intero panorama del mondo antico, è proprio Aristotele a scoprire il corpo nella sua natura strutturalmente mista di biologico e di pulsionale, aprendo, di fatto, problemi che soltanto, per un verso, le ricerche di Piaget (la sua psicogenesi della conoscenza, i suoi studi sulla costruzione dell’intelligenza e sulla capacità mimetica umana), e, per l’altro, la psicoanalisi pre-freudiana e freudiana avrebbero esplorato fecondamente a cavallo tra XIX e XX secolo (sia detto incidentalmente: se l’attuale trend neuroscientifico degli studi letterari ritornasse all’Aristotele «psicologo», ci guadagnerebbe in apertura).

Contro ogni accademismo
Questa riedizione Bompiani, con l’aggiornamento bibliografico a cura di Giuseppe Girgenti e una bibliografia degli scritti di Diego Lanza e Mario Vegetti, ha il merito di rendere nuovamente e materialmente disponibile in libreria per il grande pubblico le Opere biologiche apparse da Utet (Ricerche sugli animali, Le parti degli animali, La locomozione degli animali, La riproduzione degli animali, Parva naturalia, Il moto degli animali, tutte con testo greco a fronte) e di tenere viva la testimonianza di un lavoro che rappresenta, al di là del suo altissimo apporto specifico agli studi aristotelici, un esemplare saggio di metodologia marxista senza obbedienze diplomatiche o fideistiche a nessun accademismo culturale e politico. Credo che oggi – in questi nostri tempi di «caduta delle ideologie» e, per fatale conseguenza, di studi «alla moda» i cui risultati sono sempre più spesso oggettistica di mercato e poco più che rassegne bibliografiche aggiornate all’ultima segnalazione google – sia importante ribadirlo: un’opera scientifica che resti fondamentale e duratura non è mai costruita primariamente sull’informazione e sul rispecchiamento delle tendenze en vogue, e nemmeno sulla pur nobilissima erudizione, ma su esatte scelte di pensiero che posizionino lucidamente lo sguardo critico a distanza strategica dalla struttura dei fatti e dei fenomeni analizzati.

- Massimo Stella - Pubblicato sul Manifesto del 3/2/2019 -

mercoledì 13 marzo 2019

Antisionisti ??!!??

Riflessione sul termine «antisionismo»
- di Vincent Présumey -

Proibire che ci si possa dichiarare «antisionisti», o associare l'antisionismo all'antisemitismo all'interno di una definizione normativa che abbia portata giuridica, è ovviamente una provocazione che non si rivolge all'antisemitismo, bensì alla libertà di espressione e alla libertà politica, e quindi dev'essere combattuta in quanto tale. Ma questo vorrebbe forse dire che non ci sia niente che debba essere chiarito per quel che riguarda la relazione antisionismo/antisemitismo? Certamente no.
Rivolgendosi soprattutto a quei militanti che si considerano anticapitalisti e rivoluzionari, le riflessioni che seguiranno intendono far saltare gli schemi di pensiero che vengono ritenuti dogmi, nel contesto di quello che è un terreno «scottante». Suggerendo però che anche quei compagni che soggettivamente detestano con la massima sincerità l'antisemitismo, sono tuttavia prigionieri di rappresentazioni che, in ultima analisi, lo rivelano; potrebbe anche offenderli. Ma si tratta di un male necessario. Stando così le cose, si richiede di fare attenzione, in quanto questo piccolo testo non parla dell'antisemitismo in quanto tale, ma di una questione ad esso connessa, e col quale ha a che fare.
In realtà, «antisionismo», «antisionisti» sono dei termini polisemici e ambigui. Innanzitutto, bisogna prima scartare anticipatamente quelli che sono i loro significati «deboli». Criticare la politica del governo israeliano, criticare a lungo termine, al di là del governo, la politica dello Stato israeliano, e denunciare in particolare l'occupazione della Cisgiordania, di Gerusalemme, il blocco della striscia di Gaza, e l'occupazione del Golan; ecco quelle che sono delle posizioni che vengono frequentemente definite come «antisioniste», ma che non lo sono necessariamente, in quanto vengono sostenute perfino sia dai sionisti di sinistra, dai sionisti moderati, e addirittura da quei sionisti che si collocano nella continuità con l'Israele precedente al 1967, e che rifiutano ogni logica relativa alla «grande Israele».
Ci sono altri sionisti che, al contrario, sono all'interno di una simile logica, e che ne hanno fatto - come Netanyahu, l'erede politico di Jabotinsky - un'opzione etno-religiosa ad orientamento segregazionista, se non peggio. Rispetto ai loro oppositori, questi ultimi sono degli «antisionisti», ma lo sono solo relativamente ad essi. Fa loro molto comodo che la critica di quella che è la loro politica razzista venga definita antisionista, o perfino «antisemita». E, fra parentesi, questo vale anche per coloro il cui «antisionismo» è effettivamente antisemita.
Va aggiunto che questo significato «debole» del termine - in realtà improprio - rimane anche quando le critiche e le rivendicazioni rivolte allo Stato di Israele si riferiscono a degli eventi precedenti al 1967, e che attengono ad una vera e propria uguaglianza di diritti per gli abitanti non ebrei di Israele, arabi o drusi, a partire dal riconoscimento della Nakba (espulsione in massa dei palestinesi arabi, musulmani o cristiani, avvenuta nel 1947), che comporta un diritto al risarcimento, se non al ritorno che va effettuato in condizioni da stabilire: si tratta di una rivendicazione democratica, analoga a quella dei discendenti dei tedeschi espulsi dai Sudeti, o dalla Silesia e dalla Pomerania, ed altrove nell'Europa centrale ed orientale, alla fine della seconda guerra mondiale. Tale rivendicazione democratica chiama sicuramente in causa dei caratteri strutturali dello Stato di Israele, ma non necessariamente la sua esistenza e, in questo senso, non è «antisionista». E ciò in quanto il vero senso di «antisionista» - a differenza degli usi impropri del termine di cui abbiamo appena discusso - è la messa in discussione dell'esistenza di questo Stato, e quindi la prospettiva della sua distruzione assunta positivamente. Per un attivista che si consideri in maniera del tutto sincera come un rivoluzionario e come ostile all'antisemitismo, questa posizione può essere riassunta nel modo seguente: lo Stato israeliano è di natura particolare, non perché sia ebreo, ma in quanto impostato in maniera coloniale, e in controtendenza, nel momento in cui altrove è in corso la decolonizzazione. Basandosi sulla negazione dei diritti nazionali dei palestinesi, o perfino della loro esistenza, si è costituito in maniera predatoria e si perpetua continuando questo processo predatorio nei territori occupati, e sviluppando una logica sempre più militare, reazionaria, etnico-nazionalista, che contraddice sicuramente gli ideali affermati dal primo sionismo in quelle che erano le sue componenti maggioritarie, ma che inevitabilmente non poteva svilupparsi se non in questo modo. I suoi leader sono arrivati al punto di investire sull'antisemitismo e si sono alleati a correnti cristiane evangeliche nordamericane ultra-reazionarie e bellamente antisemite, che vorrebbero vedere tutti gli ebrei in Israele. Per tutte queste ragioni, questo Stato dev'essere distrutto, in favore di una repubblica palestinese laica e democratica, nella quale i discendenti dei coloni sionisti potranno liberamente diventare dei cittadini realmente liberi, poiché «un popolo che ne opprime un altro non può essere libero» (Marx).

L'«antisionismo», così come l'ho appena presentato, non è per niente maggioritario, ma un simile schema costituisce, in qualche modo, l'alibi di ogni antisionismo assai meno «puro»: anticolonialista, laico e democratico. Si tratta di un alibi, rafforzato dal fatto che un certo numero di ebrei condividono effettivamente queste posizioni, soprattutto all'interno della diaspora, una minoranza attiva di estrema sinistra.
Questa posizione, apparentemente impeccabile, pecca, tuttavia, su alcuni punti decisivi.
L'argomento che gli viene di solito opposto, merita di essere preso in considerazione, ma è però il più debole. È quello della cosiddetta «prescrizione». Il progetto sionista avrebbe dovuto essere denunciato in anticipo, così come avevano fatto i rivoluzionari ebrei, ivi compresi quei rivoluzionari ebrei che difendevano la costruzione di una nazione ebraica, ma extraterritoriale, vale a dire il «Bund», che venne distrutto prima da Hitler, soprattutto, e poi da Stalin; lasciando così campo aperto alle correnti sioniste. Ma ormai la cosa è fatta: questo Stato esiste, e se in generale i suoi abitanti hanno una forte mentalità colonialista, non sono principalmente dei coloni, ma ne sono gli abitanti, una popolazione mediorientale, la nazione ebraica-israeliana - la quale non è organicamente legata ad una nazione occidentale colonizzatrice che potrebbe servirle da «ritirata» in caso di espulsione, diversamente da come accadde per il «pieds-noirs» dell'Algeria francese, per esempio.
Visto sotto l'angolatura della «prescrizione», questo argomento è debole, dal momento che un'ingiustizia che perdura non ottiene una sua legittimità. Si potrebbe dire che se fossero aboliti gli Stati prodotti direttamente da un'impresa coloniale, ciò riguarderebbe tutti quelli delle due Americhe, così come dell'Australia e della Nuova Zelanda. Tuttavia, per quanto deplorevoli, i genocidi e gli shock microbici, pur lasciando una questione indigena reale, hanno reso i colonizzati, o coloro che si ritenevano tali, minoritari (senza sviluppo).
Questo argomento è più forte, considerato dal punto di vista dei diritti delle persone attuali. In quanto individui, i bambini nati da uno stupro non devono essere loro a pagare. Per riprendere un paragone fatto prima, i pronipoti dei coloni in Israele/Palestina, che sfuggirono al post-Olocausto in Europa, non devono pagare per il furto subito dagli avi dei colonizzati e degli espulsi, più di quanto non abbiano pagato i pronipoti dei contadini polacchi espulsi dall'esercito sovietico e reinsediati al posto dei contadini tedeschi, per questo furto, anche se, in tutti e due i casi, dev'essere presa in considerazione la questione democratica del risarcimento e del riconoscimento, o perfino del diritto a ritornare. Ma c'è di più: questi individui formano quello che, ci piaccia o meno, è un gruppo nazionale, formano questa nazione ebraico-israeliana se vogliamo chiamarla così (la quale è ben lungi dal raccogliere in sé tutte le identità ebraiche, ma questa è un'altra faccenda). Perciò, la distruzione del «loro» Stato può avere come bersaglio unicamente - anche se non lo si vuole - la loro esistenza nazionale. In questa fase della nostra esposizione, riferirsi ad un paragone può essere illuminante.

Cronologicamente parlando, è esistito uno Stato che ha avuto una costruzione coloniale, perfino ultra-coloniale se vogliamo, che è stato anch'esso costruito «fuori tempo», relativamente alla decolonizzazione che si verificava altrove, e rispetto alla quale costituiva un'enorme baluardo di resistenza. Si tratta del Sudafrica. In quanto Stato dell'apartheid, che veniva teorizzato e cristallizzato ad un livello superiore rispetto alle misure analoghe che esistevano in Israele, il Sudafrica doveva essere «distrutto». Ma così non fu: l'apartheid venne abolito, nel momento stesso in cui cadde il muro di Berlino, grazie al rapporto di forza imposto dalla popolazione nera, maggioritaria, e grazie al sostegno di cui beneficiare nel continente africano e altrove. Questa abolizione però non ha regolato le questioni sociali  ed inestricabilmente «razziali» eridate dall'apartheid, ma oggi vede la lotta di classe svilupparsi nel contesto sudafricano, e non nella prospettiva della distruzione di quello Stato, cosa cui in un modo o in un altro si accompagnerebbe l'espulsione o il rimodellamento dei gruppi etno-nazionali privilegiati, bianchi anglofoni e afrikaners. Il fatto che gli antagonismi e le discriminazioni razziali non vengano cancellate e che rivivano sotto nuove forme non attenua,  bensì rafforza che sia interessante constatare che il cumulo delle rivendicazioni di uguaglianza per tutti con le richieste per un'emancipazione dei neri, ha fatto sì che non significasse «distruzione del Sudafrica» o «i bianchi a mare». Per questo, ciò ha significato una trasformazione profonda dello Stato che, del resto, è incompleto e incompiuto. La stessa cosa, sotto forme diverse, vale per tutti i paesi africani che rientrano nella sfera diretta di influenza del Sudafrica, uno dei quali fra l'altro (nel corso di questo processo, ma nel 1979) ha cambiato il suo nome da Rhodesia in Zimabwe. Se trasferiamo queste riflessioni su Israele, ciò significa che la realizzazione di tutte le rivendicazioni democratiche summenzionate non hanno corrisposto alla «distruzione dello Stato d'Israele», ma ad una sua fondamentale trasformazione strutturale.
Solo che questa fondamentale trasformazione strutturale non implica la dimensione secondo cui viene attaccata, in maniera fatale da grandi masse, con lo slogan di «distruzione dello Stato d'Israele», vale a dire la distruzione del gruppo nazionale ebraico-israeliano che si identifica con quello Stato. Al contrario, come elemento chiave, comporta il riconoscimento del diritto all'autodeterminazione dei palestinesi. Quindi, la formazione di uno Stato palestinese. Perciò, non si tratta di «distruggere» Israele, ma di imporgli quella fondamentale trasformazione strutturale cui corrisponderebbe questo ricononoscimento e questa prossimità reale. Si tratta di un'esigenza realmente «di transizione», nel senso di una rivendicazione che porta più lontano ciò che viene detto nel corso di un primo approccio. Poiché la prossimità di due Stati laici e democratici potrebbe davvero portare ad una loro federazione, alla loro confederazione, perfino alla loro fusione, un modello per tutta la regione... Ovviamente è beninteso che la «distruzione di Israele» cementifichi i cittadini ebraico-israeliani in una logica da bunker coloniale, se non peggio. E questo mi porta ad affrontare due punti decisivi che devono portarci a condannare come politicamente reazionaria la posizione «antisionista» che si riassume nella formula della «distruzione dello Stato d'Isralele» (in cui la «Palestina unica, laica e democratica» dimostra di essere nient'altro che una copertura, un abito elegante ed una maschera avvenente).

Innanzitutto, se è assolutamente vero che lo Stato d'Israele è di natura coloniale, e quindi razzista, tendenzialmente etno-nazionalista e segregazionista, possiede tuttavia quella che è e rimane una specificità assoluta, che lo distingue radicalmente dal Sudafrica di prima del 1990, o dalle altre costruzioni coloniali, dal momento che la sua origine consiste nell'essere un fenomeno che ne ha fatto un rifugio per dei gruppi perseguitati. Tutto questo non conferisce alcuna legittimità alla predazione e alla repressione dei palestinesi. Tuttavia, rimane un dato imprescindibile, che ha avuto il suo culmine nell'arrivo dei rifugiati sfuggiti alla Shoah, e più precisamente dalla fuga dell'Europa centrale ed orientale che era stata resa inabitabile per quelli che erano sopravvissuti, ma, contrariamente a quel che per lo più si pensa, un tale dato di fatto era presente prima, ed ha continuato ad esserlo dopo, e lo è ora. Ovviamente, la Shoah è il punto centrale che lo rende ancora più imprescindibile, ma la cosa non si riduce a questo.
Prima della Shoah, il termine «patria nazionale» significava rifugio, ed il sionismo, in quanto movimento nazionale, è stato una reazione all'antisemitismo (e non deroga alla regola secondo cui la più parte dei fenomeni di costruzione nazionale sono legati alla reazione contro un'oppressione: e questo è anche il caso della nazione palestinese, costituita come reazione all'oppressione israeliana).
Dopo la Shoah e dopo la proclamazione di Israele, praticamente, tutti i paesi arabi tranne il Marocco e la Tunisia hanno messo in atto un'epurazione etnica, aperta o mascherata, che fa sì che i sefarditi si rifugiassero in Israele. Questo è stato anche il caso dei Falascià etiopi, degli ebrei dell'Unione Sovietica, e successivamente della Russia, la cui migrazione, soprattutto dopo il 1991, assume un aspetto economico, compiendo una svolta che tuttavia non cancella la sua dimensione di «rifugio», in quella che ne è la percezione da parte dei suoi attori. Questa costruzione, che avviene attraverso migrazioni successive, pone altresì dei problemi di «integrazione», se non addirittura di razzismo, all'interno del gruppo ebraico-israeliano, la cui coesione esige ancor più la mentalità di bunker coloniale.
La persistenza dell'antisemitismo è un fenomeno mondiale che non è direttamente legato all'esistenza di Israele, ma tale esistenza rende permanente il carattere di rifugio per quel che riguarda il territorio di quello Stato. E questo, che ci piaccia o meno, è una cosa che dev'essere presa in considerazione.
In relazione alla trasformazione democratica strutturale e fondamentale di cui si è parlato, essa ha come conseguenza che se anche un giorno dovesse arrivare perfino a nascere una Palestina/Israele laica e democratica ... non facendo seguito alla «distruzione di Israele», ma attraverso una transizione ai due Stati, ciò implicherebbe che avrebbe ancora questa sua specificità di essere un rifugio per gli ebrei; salvo considerare che, dopo tutto,  una Palestina/Israele laica e democratica non sarebbe né più né meno utopica della fine dell'antisemitismo, a livello globale, nel quadro di trasformazioni rivoluzionarie così tanto necessarie.
In secondo luogo, il tema della «distruzione dello Stato d'Israele» è condiviso anche da molti antisemiti e, nel settore mediorientale, viene sostenuto dall'Iran, da Hezbollah, da Hamas (cosa che non impedisce a quest'ultimo di essere oggettivamente sempre più alleato di Israele), e teoricamente è anche uno degli obiettivi di Bashar al-Assad (che ha massacrato molti più palestinesi di quanto abbia fatto Israele), ed è quindi fra i primi punti di un programma cosiddetto «antimperialista», e di fatto ultra-reazionario, di rimodellamento della regione. Una simile «distruzione» potrebbe anche essere accompagnata dall'epurazione etnica, dall'espulsione o dal massacro del gruppo nazionale ebraico-israeliano, la quale andrebbe di pari passo con dei massacri simili a quelli avvenuti in Siria, o come quelli avvenuti in Iraq, Turchia, Iran, che hanno preso di mira i curdi (per soprammercato, nel XX secolo, in Medio Oriente, si è già verificato un doppio genocidio che non è stato riconosciuto da nessuno dei regimi che sostengono di «combattere Israele», vale a dire di quello commesso contro gli armeni e gli assiri, o caldei, avvenuto nel corso della prima guerra imperialista mondiale). Pertanto, l'eventuale espulsione degli ebrei-israeliani, nella probabile eventualità storica della sua attuazione, non si annuncerebbe come una qualche sorta di sfortunata deviazione, che pareggerebbe costi e benefici, vista nel contesto di una vittoria antimperialista - simile a quello che è stato l'esodo dei «pieds-noirs» nel 1962 - ma piuttosto come il culmine di una regressione generalizzata.
Attenersi ad una «Palestina laica e democratica», mentre si nasconde la polvere di questa triste eventualità sotto il tappeto della rubrica delle inevitabili spese accessorie, dal momento che non sarebbe possibile fare una frittata senza rompere le uova, finisce per essere in realtà una posizione irresponsabile, in quanto reazionaria. A questo si aggiunge che l'espulsione-esodo dei pied-noir (come quella degli Harki e degli ebrei d'Algeria, quest'ultimi verso Israele) non è stata il necessario risultato di una vittoria democratica della nazione algerina sull'imperialismo francese, ma bensì l'infelice conseguenza del suo ritardo e delle politiche di entrambi, e che i suoi effetti reazionari sono pesanti (non serve per questo ricordare quanto gli debba l'impresa politica del clan della famiglia Le Pen). Ancora più terribili sarebbero gli effetti reazionari, su scala mondiale, di una «distruzione dello Stato d'Israele» nell'unica modalità realistica del suo verificarsi come espulsione e come massacro! I rivoluzionari seri, ai loro tempi, hanno potuto giocare il ruolo di Cassandre per quel che riguardava il progetto sionista. Oggi invece, nella nostra epoca, sono obbligati a giocare il ruolo di chi denuncia il progetto antisionista. E un tale ruolo, non porta in alcun modo ad aderire e ad unirsi al sionismo contemporaneo, o a coprire la repressione antipalestinese. Al contrario!

Ecco quali mi sembrano essere i due argomenti centrali che invalidano, da un punto di vista proletario, democratico, rivoluzionario, l'«antisionismo». Questi argomenti non rendono gli «antisionisti» - dei quali si sta discutendo qui la posizione - antisemiti, ma devono portarli a capire il perché a volte possono essere scambiati per tali, e perché sulla base delle loro posizione si assumono dei seri rischi di essere confusi e mescolati. Ci sono ancora due considerazioni che si rendono necessarie: Chiunque osservi un po' il mondo in generale, e gli ambienti militanti, vecchi o giovani che siano, tradizionali del nostro vecchio mondo, a lungo andare, non può non essere colpito dalla dimensione compulsiva, ossessiva, irrazionale, che ha preso il nome di questione israelo-palestinese. Se venisse colta razionalmente come quella questione di oppressione nazionale che effettivamente è, sarebbe oggetto di campagne di difesa, di solidarietà, e messa in relazione con altre questioni analoghe come, per esempio, quella dei curdi. Ma non è così: essa viene colta come se si trattasse di una questione identitaria, per la quale bisogna infiammarsi. E non sto parlando affatto solo dei «giovani delle banlieue», i quali, in realtà, sono i primi a parlarne in maniera spontanea. Quante migliaia di militanti di sinistra ci sono in Europa, che hanno, per i loro sentimenti e per le loro azioni di solidarietà internazionale, solo delle assai vaghe nozioni geografiche, e ignorano il genocidio commesso in Ruanda contro i Tutsi, e che non sanno niente della Siria, identificando il nemico con alcuni paesi, come gli Stati Uniti e Israele, per l'appunto, e non si chiedono mai per quale motivo bisogni sempre manifestare preferibilmente, se non esclusivamente (e senza alcun risultato apparente!), a favore di alcuni territori di piccola taglia, perfino quando negli ultimi ottant'anni, la dittatura siriana o la monarchia giordana sono stati i più grandi massacratori di palestinesi?
Non capiscono niente ma sanno una cosa, e questa cosa è che in un posto che si chiama «Gaza» i bambini soffrono (cosa che è vera), e che in quel posto almeno si capisce chi sia gentile e chi cattivo. Come si spiega questo strano fenomeno psico-politico di massa? Mi sembra evidente che decenni di eredità stalinista, uniti a secoli e secoli di eredità cristiana, non possono essere estranei a tutto questo.
Perciò, i nostri coraggiosi militanti sarebbero degli antisemiti? Se l'antisemitismo fosse esplicito, sarebbero contrari. Ma il loro comportamento semi-cosciente rivela in parte quelli che sono dei fantasmi, insieme a delle rappresentazioni che costituiscono l'antisemitismo. E tutto ciò non per «stupidità», ma perché le condizioni della produzione e dello scambio, sotto il capitalismo, alimentano questo genere di rappresentazioni feticistiche (cosa che qui non intendo sviluppare). Quanti di questi militanti si definiscono, fieramente, se non con orgoglio, «anticapitalisti, antimperialisti, anticolonialisti, antirazzisti» ... e, «antisionisti» ?
Perché «antisionisti», oltre a tutto il resto? E non - non saprei - «antifranchisti», contro la monarchia spagnola, o antinucleari, o qualche altra cosa? Perché, quando ci sono milioni di Uiguri che si trovano nei campi di concentramento, quando ci sono i Rohingya che vengono massacrati, quando ... ecc., ecc. ... questa fissazione su una, ed una sola questione nazionale, che, territorialmente e demograficamente parlando, non è di gran lunga né la più importante né la più terribile, perché è stata eretta, in un accesso di fissazione universale, a simbolo del Male radicale, incarnando l'infelicità del mondo, fino al punto di sostituirsi ad esso? Non è forse strano? Perché questa compulsione ad affermarsi - nelle strade di Parigi, di Londra o di Berlino, e nelle aule di Columbia o di Boston - come «antisionisti», senza che d'altronde, a rigore, questo possa apportare niente alle legittime aspirazioni dei bambini di Gaza? Per chiarire ulteriormente quale sia il punto, anche se mi sembra che non ce ne sia più bisogno, ma che va detto, perché è vero:
sapete quando è apparso massicciamente, per la prima volta, il termine «antisionista» (a parte alcuni utilizzi assai circostanziali, soprattutto da parte del Bund nelle lotte politiche interne al mondo ebraico, e tranne anche da parte dei religiosi ebrei antisionisti)? Andate a rivedere il film di Kosta Gravas, La Confessione [L'aveau. 1970], e avrete la risposta: sono i torturatori stalinisti a dire alle loro vittime che a farlo sarebbero stati i «sionisti», per non dire «ebrei». Il termine compare, accanto a quello di «anti-cosmopolita», durante il processo Slansky (Praga, 1952), e poi nella caccia agli «assassini in camice bianco» (Mosca, 1953). La sua retorica sostituisce, e di fatto impedisce, il proseguimento di un discorso razionale contro l'istituzione dello Stato d'Israele, contro le sue modalità e contro la sua politica, vista nell'ambito del registro democratico ed anticoloniale.
Va notato anche che «antisionista» può anche essere inteso, e quindi compreso da alcuni, come «nemico di Sion», essendo «Sion» il luogo satanico evocato nel famoso falso, e modello di tutte le teorie del complotto, costituito da "I Protocolli dei Savi di Sion". L'utilizzo di antisionista è innanzitutto antisemita e stalinista, ed è solo in seguito che il termine viene ripreso, con tutto ciò che porta in sé senza rendersene conto, per significare la difesa della causa palestinese.

- Vincent Présumey - Pubblicato su Solitudes Intangibles il 22/2/2019 -

martedì 12 marzo 2019

Una democrazia poco amata

Uscita nel 1929, Deutschland, Deutschland über alles è probabilmente l’opera satirica più provocatoria di Kurt Tucholsky. In questo testamento politico accompagnato dalle fotografie dell’artista dada John Heartfield, Tucholsky punta il dito contro la Repubblica di Weimar, denunciando senza mezzi termini la corruzione della giustizia e della società. Le parole dell’autore berlinese scatenarono polemiche talmente accese da indurre lo scrittore a fuggire definitivamente in Svezia. Un corrosivo affresco dell’epoca che ancora oggi continua a graffiare le coscienze.

(dal risvolto di copertina di: John Heartfield, Kurt Tucholsky, "Deutschland, Deutschland über alles". Meltemi)

Miseria e lussuria
- Il destino di Weimar -
di Ranieri Polese

Alla vigilia delle elezioni europee, torna il ricordo dei brevi, tempestosi anni della Repubblica di Weimar. La prima repubblica della storia tedesca, nata all’indomani della sconfitta e dell’abdicazione del Kaiser Guglielmo II (novembre 1918), durò fino alla presa del potere di Adolf Hitler nel 1933. Parlando dell’edizione italiana di Deutschland, Deutschland über alles (appena uscita da Meltemi), violento manifesto di satira politica di Kurt Tucholsky con le immagini di John Heartfield, pubblicato nel 1929, Vittorio Giacopini scrive: «Torniamo a leggere questo libro adesso, tristissimamente è il momento giusto». E così, sulla «Frankfurter Allgemeine Zeitung», Wolfgang Schneider: «Di questi tempi, ripensare alla Repubblica di Weimar provoca un diffuso senso di angoscia», nel timore appunto che la sorte di quella «democrazia poco amata» possa ripetersi. Siamo del resto in presenza di una crisi economica che, se non può essere paragonata all’iper-inflazione del 1923 e al crollo del 1929-30, genera comunque crescente disagio e scontento. Qualcuno, addirittura, ha rievocato la durezza con cui i vincitori della guerra costrinsero la Germania a pagare le riparazioni di guerra (nel 1923 l’esercito francese occupava la Ruhr) parlando del modo con cui Bruxelles e Berlino hanno trattato la Grecia.
Se infinite tracce (una sterminata bibliografia, nuovi studi, ristampe di opere di allora, cinema e mostre d’arte) ci riportano a Weimar, si torna a ricordare la sfortunata Repubblica anche perché, cento anni fa, nell’agosto del 1919, il presidente Friedrich Ebert promulgava la nuova Costituzione votata dall’Assemblea nazionale riunita in quella città della Turingia. Prendeva forma, con quel testo, una Repubblica semipresidenziale che introduceva il suffragio universale per uomini e donne. Se quella democrazia fu poco amata, spiegano gli storici, fu perché nell’opinione corrente era stata imposta dai vincitori della guerra e perché dovette sottoscrivere le pesanti riparazioni di guerra previste dal trattato di Versailles. Inoltre circolava con crescente successo la teoria della «pugnalata alla schiena»: se i tedeschi avevano perso la guerra, la colpa era dei ricchi banchieri ebrei.
Esposta a continui attacchi da destra e sinistra, la Repubblica ebbe una vita difficile: a renderla fragile cooperavano miseria, disoccupazione, scioperi, disordini nelle strade. Ci furono tentativi di golpe della destra estrema: quello di Wolfgang Kapp (1920: fu bloccato dallo sciopero generale) e quello di Hitler a Monaco, il «Putsch della birreria» del 1923 (Hitler, arrestato e processato, finì in prigione, dove scrisse Mein Kampf). Terroristi di destra uccisero, nel 1921, il politico cattolico Matthias Erzberger e, l’anno dopo, il ministro degli Esteri Walther Rathenau, entrambi colpevoli di aver sottoscritto gli impegni di Versailles. Anche l’estrema sinistra tentò di rovesciare la Repubblica per creare uno Stato socialista sul modello sovietico: nel gennaio del 1919, l’esercito e le squadre armate dei Freikorps («Corpi franchi», milizie di destra) soffocarono nel sangue la rivolta, e il 15 gennaio Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, fondatori del Partito comunista tedesco (Kpd), furono arrestati e uccisi. Il presidente della Repubblica, il socialista moderato Friedrich Ebert, aveva stretto un patto con lo stato maggiore dell’esercito e aveva dato mano libera ai Freikorps: questo «tradimento» segnò per sempre la frattura tra i comunisti e i socialisti, che presentandosi divisi alle elezioni non riusciranno a contrastare l’avanzata di Hitler.
Eppure, superato l’inverno del 1923 («l’inverno dei cavoli» perché erano l’unica cosa da mangiare), per la Repubblica di Weimar si apriva un periodo migliore. Grazie agli americani, il piano Dawes — una sorta di anticipazione del piano Marshall del secondo dopoguerra — fece arrivare in Germania una grossa quantità di dollari come investimenti nelle industrie tedesche. Per cinque o sei anni (dal 1924 al 1930) l’economia riprese a funzionare, Berlino diventò una delle più vive e attraenti capitali europee. Sono gli anni in cui il ministro degli Esteri Gustav Stresemann ottenne una revisione del trattato di Versailles e fece entrare la Germania nella Società delle Nazioni. Con la sua morte nell’ottobre del 1929 e l’arrivo in Europa delle conseguenze del crollo della Borsa di Wall Street, gli «anni d’oro» finirono. La depressione produsse una enorme disoccupazione e ad approfittare del malessere fu l’estrema destra, il Partito nazista, le cui squadre d’assalto, le SA, seminavano il terrore. L’ultimo atto si consumò nel gennaio 1933, quando il presidente von Hindenburg affidava a Hitler, che aveva ottenuto il 33 per cento dei voti alle elezioni politiche del novembre 1932, l’incarico di formare il governo. Dopo l’incendio del Parlamento (Reichstag) di cui venne incolpato un comunista olandese (27 febbraio) e l’arresto dei deputati della Kpd, nelle nuove elezioni del marzo Hitler ottenne il 43,9 per cento e con i voti dell’alleato Partito popolare nazionale tedesco e del Centro cattolico fece approvare la legge dei pieni poteri (24 marzo), che segnò l’inizio della dittatura.

Anni folli
All’inizio del 1919, Harry Graf Kessler, aristocratico, diplomatico, collezionista d’arte, scriveva nel suo diario: «Stiamo ballando sulla bocca di un vulcano». E un americano in visita in quei giorni a Berlino raccontava che tutti i locali notturni di Friedrichstrasse — bar, cabaret, sale da ballo — erano pieni. Ma quando si usciva, ci si trovava in mezzo agli scontri a fuoco fra comunisti spartachisti e soldati: questo però non scoraggiava i frequentatori di quei luoghi di piacere. L’aneddoto si trova nel libro Es wird Nacht im Berlin der Wilden ZwanzigerScende la notte sulla Berlino dei folli anni Venti»), pubblicato da Taschen un anno fa e ora uscito in edizione inglese e francese. Il testo è di Boris Pofalla, scrittore e critico d’arte del quotidiano «Die Welt», mentre Robert Nippoldt è l’autore delle bellissime illustrazioni: immagini che riprendono fotografie dell’epoca che Nippoldt traduce in un contrastato bianco e nero a cui aggiunge campiture di beige a far da sfondo, a suggerire luci e ombre. Correda il volume un Cd con registrazioni d’epoca (Marlene Dietrich, Anita Berber, Jan Kiepura, Lotte Lenya, Kurt Weill, Friedrich Holländer fra gli altri). Gioca, il titolo del libro, sull’equivoco: può voler indicare le folli notti di Berlino-Babilonia, champagne, droga, sesso; ma vuole anche alludere alla buia notte della dittatura che nel 1933 chiuderà i brevi anni della Repubblica di Weimar.
Certo, comunque, testo e immagini raccontano il clima frenetico e tragico di quel periodo, di cui si ritrova l’eco nei romanzi di Volker Kutscher (Feltrinelli pubblica adesso il secondo volume della serie berlinese: La morte non fa rumore) tradotti maestosamente nel film-tv Babylon-Berlin trasmesso da Sky Atlantic. Anni durissimi con migliaia di reduci di guerra senza lavoro, famiglie senza più casa né cibo. Il culmine venne toccato nel 1923, con la iper-inflazione, quando un semplice pezzo di pane arrivò a costare milioni di marchi. È quello il mondo rappresentato dai disegni e dai dipinti di George Grosz, con i mutilati di guerra che chiedono l’elemosina e i ricchi speculatori che bevono champagne.

Eppure, le notti di Berlino continuavano a essere eccitanti...
Ecco, in questa contemporanea presenza di piaceri e tragedia, di lussuria e miseria, risiede il fascino inquietante, perverso di quella Berlino. Il cui simbolo, forse, è il ritratto della cantante di cabaret Anita Berber eseguito da Otto Dix. Giovanissima, Anita aveva dato scandalo presentandosi nuda sul palcoscenico; poi, molto prima di Marlene Dietrich, andava in scena vestita da uomo, con lo smoking e il cappello a cilindro. Nel dipinto, fasciata in un abito rosso fuoco, sguardo sprezzante, la bocca rossa come una ferita, Anita Berber esibisce una faccia bianca, quasi spettrale. Un effetto della cocaina, spiega lo storico dell’arte Rainer Metzger. Del resto, il suo soprannome era «la regina della neve». Morì nel 1928, a soli 29 anni per un eccesso di droga e alcol. Quando, nel 1924, la situazione tedesca aveva cominciato a migliorare, Berlino, città senza tabù, divenne il luogo in cui scrittori, intellettuali, artisti arrivavano per cercare stimoli e ispirazione. È quello che si legge nel libro di Luigi Forte, Berlino città d’altri (Neri Pozza), dove si raccontano i soggiorni berlinesi di Joseph Roth, Luigi Pirandello, Simone Weil, Georges Simenon, Thomas Wolfe, Vladimir Nabokov, Boris Pasternak. Senza dimenticare gli inglesi Wystan Hugh Auden, Christopher Isherwood, Stephen Spender, che vissero a Berlino negli ultimi anni della Repubblica. Isherwood nel 1929 raggiungeva l’amico Auden, che gli aveva descritto il clima euforico di una città dove c’erano tanti ragazzi bellissimi e disponibili. Dei tre, Isherwood rimase a Berlino fino alla primavera del 1933, quando ormai Hitler era al potere. Ebbe il tempo di vedere la fine di Babilonia, e la persecuzione di comunisti, omosessuali ed ebrei. Di questa tragica delusione parlano i suoi romanzi berlinesi, Mr Norris se ne va e Addio a Berlino (quest’ultimo, nel 1972, sarebbe diventato il musical Cabaret di Bob Fosse, con Liza Minnelli, vincitore di otto Oscar). Folle e spensierata, comunque, è la Berlino di Lili Grün, la ragazza ebrea di Vienna che arrivava in cerca di musica e divertimento. Il suo romanzo Tutto è jazz (tradotto da Enrico Arosio per Keller) è una cronaca allegra. La vita di Lili Grün fu invece tragica: fuggita da Berlino dopo l’arrivo di Hitler, nel 1942 si trovava in Ucraina. Rastrellata insieme agli altri ebrei dai nazisti che avevano invaso l’Unione Sovietica, fu uccisa e gettata nelle fosse comuni.

Babylon Berlin
Berlino, in quegli anni, è il cinema (Friedrich Wilhelm Murnau, Fritz Lang, Georg Wilhelm Pabst), è il teatro (Max Reinhardt, Bertolt Brecht), è la letteratura (Alfred Döblin, Erich Kästner, Heinrich e Klaus Mann, Else Lasker-Schüler, Gottfried Benn e Vicki Baum), è l’arte (George Grosz, Otto Dix, Christian Schad), è l’architettura e il design della scuola del Bauhaus. Ma è anche la capitale dove tutto è permesso. A farci da guida in quel mondo c’è il libro di Pofalla e Nippoldt, che fa il ritratto di politici, uomini di cultura, attori e attrici, musicisti e cantanti. Ma insieme elenca grandi magazzini, ristoranti, caffè, locali notturni, club; descrive le mode che imponevano alle ragazze pettinature a caschetto alla Louise Brooks e gonne corte (ma anche pantaloni da uomo), mentre tutti sembravano impazzire per il jazz e i nuovi balli (tango, fox-trot, charleston). Nel 1932, ricorda Pofalla, si contavano 119 licenze per night-club di lusso e 400 per bar e sale da ballo. I ristoranti con licenza erano 20 mila, uno ogni 280 abitanti (a New York la proporzione era di uno ogni 433). Notti illuminate, quelle di Berlino ribattezzata «Città della luce»: nel Tiergarten, la ditta Osram aveva eretto una Torre della luce alta 25 metri (ma nel 1939 il regime nazista collocò al suo posto la Colonna della vittoria); sulle facciate e sulle torri dei grandi magazzini Karstadt (1929) una cinquantina di colonne di luce davano l’immagine di un imponente castello.
Per i piaceri consentiti, il luogo preferito era Haus Vaterland vicino a Potsdamerplatz: dodici ristoranti con le cucine del mondo, un cinema da 1.400 posti, una sala da ballo e una terrazza-ristorante in cui si riproduceva il suono del temporale. Ma poi c’erano tutti i peccati possibili, dalla cocaina al sesso in ogni sua declinazione e varietà. Fa testo un libro uscito nel 1931, Berlino, guida alla capitale dei vizi (ripubblicato di recente da be.bra Verlag), il cui autore, lo scrittore Kurt Moreck, proponeva al lettore «in cerca di esperienze, avventure, sensazioni forti» un viaggio nelle notti della moderna Babilonia, la città in cui — scriveva Spender — «non ci sono vergini, nemmeno fra i gatti». Notte e giorno, in ogni parte della città, si trovavano prostitute, quelle registrate presso la polizia e sottoposte a controllo medico, ma anche donne che avevano perso il lavoro, impiegate, madri di famiglia che occasionalmente battevano il marciapiede. Uno studio recente calcola che negli anni Venti c’erano circa 130 mila prostitute. Ma altrettanto numerosi erano i gay: nel rapporto di un commissario di polizia nel 1922 risultano 100 mila, di cui 25 mila minorenni. Nonostante il paragrafo 175 del Codice penale, che puniva l’omosessualità come un reato, c’erano circa 170 bar, pub, sale da ballo per gay: il più famoso era l’Eldorado, per omosessuali maschi e femmine e travestiti (ma era frequentato anche da eterosessuali, in cerca di eccitanti novità). Il Top-Keller era solo per lesbiche. La più grande sala da ballo per gay e lesbiche, il Nationalhof, proponeva serate a tema come il «Ballo degli Apache». Berlino era anche la sede dell’Istituto per la ricerca sulla sessualità, fondato e diretto da Magnus Hirschfeld, paladino della depenalizzazione dell’omosessualità, morto in esilio in Francia. Luci, musiche, piaceri che non bastavano a nascondere l’altra metà della capitale, il sotto-mondo della miseria. Berlino era divisa in due, l’Ovest ricco e pieno di bar e cabaret alla moda, l’Est miserabile e disperato. A Est c’erano mense per poveri e dormitori pubblici affollati. Alcuni dei quali, con lo spirito caustico dei berlinesi, erano stati ribattezzati con i nomi di locali di lusso: Le Palme, Sala da ballo Froebel.

Marlene se ne va
La sera del 1° aprile 1930, al Gloria Palast di Berlino, ci fu la prima mondiale del film L’angelo azzurro di Josef von Sternberg, con Marlene Dietrich nel ruolo di Lola-Lola, la cantante che porta alla rovina il timido e puritano professor Unrat. Quando si accesero le luci, applausi e ovazioni salutarono la nuova divina. Che, subito dopo, correva a prendere il treno per Amburgo, da dove si sarebbe imbarcata per l’America. Immagine simbolo della Germania sull’orlo dell’abisso, Marlene arrivava al cinema dopo qualche apparizione in spettacoli di varietà. Per il provino, cantò un fox-trot da un film appena uscito, Wer wird denn weinen, wenn man auseinander gehtPerché piangere se uno se ne va, tanto all’angolo di strada ne trovi subito un altro...»). La sfacciata postura e il canto allusivo affascinarono von Sternberg.
Molti anni dopo, nelle sue memorie piene di bugie, di falsità e di risentimenti, Leni Riefenstahl avrebbe raccontato che anche lei aveva sostenuto il provino, «ma il regista cercava una puttana, perciò scelse la Dietrich». Grazie a quel film Marlene sarebbe diventata una star internazionale nemica giurata del nazismo, la Riefenstahl sarebbe stata la regista prediletta di Hitler.

- Ranieri Polese - Pubblicato sulla Lettura del 10/2/2019 -

lunedì 11 marzo 2019

Durò appena 75 giorni…

Parigi 1871, un mostro alla Comune
- di Ranieri Polese -

Hervé Le Corre scrive romanzi noir, anzi è l’autore di noir più premiato in Francia. Abita a Bordeaux, è un professore di liceo in pensione da qualche anno. Vicino alle idee della sinistra radicale (nel 2012 aveva votato per il Front de gauche di Jean-Luc Mélenchon, ma non ha sopportato la trasformazione di Mélenchon in líder maximo), Hervé Le Corre riconosce, in un’intervista su «Libération» del 4 gennaio scorso, che le rivendicazioni dei Gilet gialli nascono da un profondo disagio sociale, dalla «grande frattura che divide chi vive in condizioni di miseria e di umiliazione e chi comanda» ma per questi problemi i governi degli ultimi 15 anni non hanno fatto niente. Di fronte però all’emergere di frange xenofobe e razziste dichiara: «Quando sento alcuni di loro chiedere meno aiuti per i migranti, e quando vedo l’estrema destra riprendere le loro rivendicazioni e loro, i Gilet gialli, acconsentono senza proteste, questo non lo posso accettare».
Le Corre nei suoi romanzi ama i personaggi estremi, malvagi senza ripensamento, affascinati dal male. Così era Albert Darlac (Dopo la guerra, e/o), il poliziotto collaborazionista di Bordeaux che aveva venduto gli amici ebrei ai tedeschi e che, 15 anni dopo, cerca di sfuggire alla vendetta di un sopravvissuto. E feroci come belve sono i personaggi di Scambiare i lupi per cani (e/o) ma la più cattiva è Jessica, ragazza senza tabù che manipola gli uomini che seduce fino a distruggerli. Ora Le Corre torna in libreria con Dans l’ombre du brasier (All’ombra dell’incendio, Rivages-Noir, in Italia uscirà da e/o), che ci porta ai giorni della Comune di Parigi e al breve tentativo di instaurare un ordine nuovo che doveva abolire disuguaglianze, sfruttamento, ingiustizia. Durò appena 72 giorni (18 marzo-28 maggio 1871). Parigi, assediata e bombardata dall’esercito della Repubblica nata dopo la sconfitta di Napoleone III nella guerra contro la Prussia e installata a Versailles, dovette soccombere e i militari dettero il via ai massacri.
Perché proprio la Comune, gli chiedono. Per evitare possibili equivoci, dichiara a «Libération»: «Con questo libro non volevo dire: ecco, oggi ci vorrebbe una nuova Comune. Certo, la Comune conserva ancora un posto importante nel cuore della sinistra, anche per me. Nonostante la sua disfatta, o forse proprio per quello» spiega. E cita il saggio di Enzo Traverso, Malinconia di sinistra (Feltrinelli), che esamina appunto l’attaccamento sentimentale ai fallimenti rivoluzionari: «Perché i militanti pensano che le macerie delle battaglie perdute siano il cuore da cui nascono nuove idee e nuovi progetti».
Ma anche qui, fra le battaglie dietro le barricate, il coraggio di chi non si vuole arrendere, la brutalità dei Versagliesi («Tre domande e un colpo di pistola» è l’ordine impartito ai soldati che rastrellano le strade), compare il Mostro, l’incarnazione del Male. Si chiama Henri Pujols, rapisce giovanissime ragazze e le consegna a un fotografo che, dopo averle drogate, le ritrae in pose pornografiche. Quando i borghesi finalmente avranno spazzato via quella marmaglia di anarchici e comunisti, dice il fotografo, quelle immagini le potrà vendere a peso d’oro. Le ragazzine, dopo essere state stuprate, finiscono rinchiuse in una cantina, condannate a morire di fame. Mostruoso anche nell’aspetto (ha il volto sfigurato, senza una arcata sopraccigliare, con l’occhio che sembra schizzare fuori dal cranio), Pujols è un personaggio già noto ai lettori di Le Corre. Era il protagonista de L’homme aux lèvres de saphirL’uomo dalle labbra di zaffiro», 2004, tradotto in Italia da Piemme con il titolo Il perfezionista) che si ambientava a Parigi, negli ultimi mesi del Secondo Impero, che crolla nel settembre 1870 con la sconfitta di Sedan. È lui l’autore seriale di delitti raccapriccianti: le vittime sono sempre giovani ragazzi biondi che Pujols sventra lasciando che gli intestini fuoriescano dal corpo. Uccisioni che sono accompagnate da complesse messe in scena con un’accorta scelta dei luoghi: la Colonna Vendôme, il Panthéon. Delitti che somigliano a sacrifici compiuti per compiacere un «maestro di crudeltà», un suo amico, il giovane poeta Isidore Ducasse, che con lo pseudonimo di Conte di Lautréamont ha composto I Canti di Maldoror (il titolo originale del romanzo di Le Corre è ripreso dal Canto VI), lungo poema in prosa che Pujols ha letto nel manoscritto. Quel libro maledetto, pubblicato integralmente solo in Belgio 4 anni dopo la morte di Ducasse (1870), deve la sua fortuna ad André Breton e ai Surrealisti che si innamorarono del superuomo satanico che trova piacere nelle sofferenze inflitte alle sue vittime, e il cui nome contiene le parole dolor e horror.
Pochi mesi dopo la vicenda narrata da Il perfezionista, il Mostro ritorna in azione nel nuovo romanzo. Ma tutto è cambiato. A Parigi è stata proclamata la Comune e il popolo si mobilita per resistere all’assedio dei Versagliesi. Seppure in mezzo a questo clima di guerra, i misfatti del Mostro non passano inosservati. Sulle sue tracce si muove un onesto poliziotto, Antoine Roques, che ha preferito restare nella città assediata. Ma c’è anche Nicolas Bellec, giovane sergente della Guardia Nazionale che va in cerca della compagna Caroline, finita anche lei prigioniera di Pujols. Intanto, però, ai rivoluzionari con poche armi e scarse munizioni restano solo pochi giorni. Siamo nella Settimana di sangue (21-28 maggio), cedono le difese a ovest e a nord. Da Montmartre, caduta in mano ai Versagliesi, i cannoni distruggono e incendiano interi quartieri. Comincia la caccia all’uomo, molti vengono fucilati per strada, il grosso dei prigionieri viene trasferito in luoghi di raccolta come il Giardino del Luxembourg, dove il plotone di esecuzione lavora a tempo pieno. È un massacro. Perché, come scrive Le Corre, nella guerra con un Paese straniero «principi e generali finiscono sempre per mettersi d’accordo. Ma quando si tratta di combattere il popolo, la guerra è senza quartiere, non c’è tregua. Si deve solo massacrare, fare a pezzi, perché resti solo il silenzio. E il terrore». E le pagine dedicate alla lotta disperata dei Comunardi nella Parigi che brucia acquistano un tono epico, grandioso; ci si dimentica del Mostro per seguire lo spettacolo tragico della sconfitta. Pochissimi si salveranno, a loro toccherà il compito di conservare la memoria.

- Ranieri Polese - Pubblicato sul Corriere del 23/2/2019 -

domenica 10 marzo 2019

La linea curva della letteratura

Ad aver sostituito il monumento a Karl Marx nel centro di Tashkent, c'è ora una statua di "Amir Timur". Precedentemente condannato dai marxisti in quanto despota barbaro, Timur, o Tamerlano, oggi che ecco improvvisamente appare come se avesse compreso in sé tutte le forme della vita socio-economica: nomade, agricola, urbana. Si è persino arrivato ad affermare che non solo fosse un genio militare, ma che sia stato anche addirittura l'inventore di un gioco chiamato «gli Scacchi perfetti», una variante degli scacchi che si gioca su una scacchiera di centodieci case, in cui ciascun giocatore dispone - oltre che delle pedine standard - di due giraffe, due cammelli, due macchine da guerra e un visir.
Sono rimasto particolarmente affascinato dagli Scacchi perfetti, i quali mi hanno ricordato "La mossa del cavallo", un libro del critico formalista russo Viktor Šklovskij. Nella Mossa del Cavallo, Šklovskij suggerisce come la storia della letteratura non proceda lungo una linea retta, ma segue invece una linea curva, simile a quella a "L" del movimento del cavallo nel gioco degli scacchi.
Gli autori, in qualche modo, si influenzano a vicenda, e non sempre la cosa avviene come ci si potrebbe aspettare: «l'eredità non viene trasmessa di padre in figlio, ma da zio a nipote». Oltretutto, «sono le forme letterarie stesse a crescere assimilando materiale esterno o extra-letterario, cambiando rotta e formando nuove angolature» (da Elif Batuman, I posseduti, Einaudi).
Jurij Nikolaevic Tynjanov, un altro formalista russo, dedica un suo intero saggio al problema dell'«evoluzione letteraria», ed è Ricardo Piglia, in "Respirazione Artificiale" a conferire proprio a Tynjanov i diritti d'autore riguardanti la filiazione «zio-nipote» (che Elif Batuman assegna invece a Šklovskij): «Qualcuno, un critico russo, il critico russo Jurij Tynjanov, afferma che la letteratura evolva passando da zio a nipote (e non di padre in figlio)».
Da parte sua, Victor Erlich sembra voler risolvere la questione nel suo libro "Il formalismo russo" (satelliti Bompiani), citando il testo di Šklovskij in cui il critico russo afferma: secondo la legge secondo cui - e per quanto ne so, egli è stato il primo a formularla nella storia dell'arte - l'eredità non viene trasmessa da padre a figlio, ma da zio a nipote( Erlich cita un opuscolo pubblicato da Šklovskij nel 1923, "Literatura i kinematograf", mai tradotto in inglese; rimane da sapere se è sempre la medesima idea di filiazione "zio-nipote", quella che viene presentata da Šklovskij nei suoi due libri; sia da quello citato da Batuman ("La mossa del cavallo") che in quello citato da Erlich.

fonte: Um túnel no fim da luz


sabato 9 marzo 2019

Ladri di biblioteche

Nella primavera del 2012, Massimo De Caro viene arrestato per avere svaligiato l'antica biblioteca dei Girolamini di Napoli, di cui si è fatto nominare direttore. È l'epilogo di una parabola esistenziale che nel giro di quindici anni ha trasformato «Max Fox», bravo ragazzo di provincia, studente svogliato e bibliofilo dilettante, non soltanto in un predatore seriale di libri antichi, ma anche in un falsario prodigioso, e in un faccendiere spregiudicato. Forse, però, la rocambolesca vicenda di De Caro non parla soltanto di lui. Parla di un mondo che è il nostro: il mondo post-verità e post-onestà. Ed è sotto la spinta di questo dubbio civile che Sergio Luzzatto accetta il rischio di una «relazione pericolosa». Incontra il detenuto De Caro, ne studia i moventi, ne ricostruisce le reti. Coniugando lo sguardo analitico dello storico alla passione affabulatoria del narratore, trasforma la vicenda di un uomo nel romanzo di un'epoca.

(dal risvolto di copertina di: Sergio Luzzatto, "Max Fox o le relazioni pericolose". Einaudi)

L'impostore dei Girolamini
- di Gianluigi Simonetti -

«Robespierristi, anti-robespierristi, vi supplico: per pietà, ditemi semplicemente chi è stato Robespierre». Questa, secondo uno dei più grandi storici del Novecento, è la domanda che distingue lo storico dal giudice (e dal questurino). Preferendo la verità al giudizio, la richiesta rimanda alla questione che si pone ogni scrittore vero; e che si pone specialmente il romanziere, che sa meglio di tutti quanto sia fondamentale sospendere il giudizio sui propri personaggi. Eppure l’analogia si ferma qui: perché la verità dello storico è quella delle fonti e degli archivi, catafratti dal passato, riportati in vita e sottoposti a critica; una verità senza invenzione, senza contraddizione e senza ombra, luminosa perché assoluta, terribile perché (almeno in teoria) scientifica e severa. Il romanziere, al contrario, sa perfettamente che la propria verità, sempre parziale, zampilla dall’artificio e dalla finzione. L’ombra è la sua patria; l’ironia (comica o tragica) è il ferro del suo mestiere. «Non aver paura dell’umorismo», ammonisce Bertolt Brecht da letterato, «la storia senza umorismo è stomachevole».
Traggo questa frase (come pure quella di Marc Bloch che apre questo articolo) dal nuovo libro di Sergio Luzzatto appena uscito per Einaudi. Max Fox, o le relazioni pericolose indaga la vicenda criminale di Marino Massimo De Caro, meglio noto come ’”il mostro dei Girolamini”: nel 2012, appena nominato direttore dell’omonima antica biblioteca dei padri oratoriani, monumentale scrigno della cultura napoletana (nel primo Settecento, la biblioteca prediletta da Giambattista Vico), De Caro sospende il servizio di prestito, esonera i responsabili dei servizi di sicurezza, disattiva gli impianti di videosorveglianza. Poi inizia una sistematica attività di smembramento e manomissione dei fondi librari, che culmina in pochi mesi nel furto di migliaia e migliaia di volumi, venduti sul mercato antiquario italiano e europeo col supporto di una banda pittoresca (un sacerdote ligure, un guardaspalle argentino, una modella ucraina, svariati mercanti e collezionisti di antichità). Luzzatto ricostruisce, a partire da questo esito, tutta la precedente carriera criminale di De Caro: non solo predatore di libri antichi, ma anche falsario improvvisato ma efficace, finto professore senza laurea, servo di molti padroni, portaborse di tutti i partiti (comincia come assistente di un senatore comunista, finisce braccio destro di Dell’Utri).
Figura esemplare della sua epoca – è nato nel ’73 – perché privo di identità e senso del limite: ladro ma anche guardia (è stato allievo carabiniere), famelico con il pubblico ma generoso con i privati, attratto dal lusso ma tentato dal sacro. Studente svogliato all’università di Siena, in quella di Padova, da detenuto, capace di superare brillantemente trentuno esami in un anno. Vitalistico, ma votato all’autodistruzione; per molto tempo impunito, da sempre inconsciamente alla ricerca di una punizione. Comico, nella sua totale inaffidabilità; sinistro, per le conseguenze di certe sue azioni. Una macchietta, per certi versi; per certi altri, un enigma.
Non siamo lontani, apparentemente, dallo stile di altre ricerche di Luzzatto, consacrate a figure o episodi emblematici dell’immaginario contemporaneo; penso in particolare a Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento, che nel 2007 proponeva una parabola della contraddittoria modernità italiana a partire dallo scavo archivistico di una personalità esemplare del nostro ventesimo secolo. La differenza è che stavolta non ci sono archivi né distanze, e la fonte principale è costituita da De Caro stesso (sullo sfondo di una gran mole di dati e documenti), che Luzzatto ha intervistato a più riprese, di persona o in via telematica (Max Fox è il nome dell’avatar che De Caro usa su skype), fra il 2015 e il 2018. Lo storico deve guardarsi da ogni impiego azzardato delle fonti, e da ogni cedimento al cosiddetto «ricatto del testimone» (specie quando, come in questo caso, testimone, criminale e impostore sono la stessa persona). Invece il romanziere può inventare, anzi deve, ogni volta che sente che la realtà non basta; il suo modo di conoscere non sa essere asettico, lui per primo sperimenta il fascino sottile dell’impostura. Per funzionare, le fantasie del romanziere devono entrare in sintonia, anche pericolosa, con le fantasie del suo lettore. Così, in Max Fox, la ricostruzione minuziosa del passato fa posto a un’insidiosissima storia del presente («nulla più che un ossimoro»); o più profondamente, a una riflessione sulla storia stessa come mistificazione. Il paradigma scientifico (o quasi) della storiografia lascia il posto a quello relativistico del romanzo. E romanzesca, ovvero ambigua, è la verità che Max Fox finisce per esprimere.
Della matrice letteraria della propria ispirazione Luzzatto si mostra più che consapevole; direi anzi che si diverte a celebrarla, giocando (ancora una volta, da scrittore) sul filo delle coincidenze e delle simmetrie. Nel settembre del 2015 usciva nelle librerie italiane L’impostore di Javier Cercas, storia del mitomane Enric Marco, finto militante dell’opposizione antifranchista, finto deportato nei Lager nazisti; solo un mese dopo, in ottobre, la conversazione fortuita con un libraio antiquario torinese spingerà Luzzatto a cercare e leggere la sentenza del processo a De Caro, e due mesi dopo a incontrarlo per convincerlo a raccontargli la sua storia («Il mio progetto avrebbe avuto senso unicamente se De Caro avesse accettato di diventare il mio impostore»). Non solo: quando inizia a lavorare a Max Fox Luzzatto vive già da tempo a Ferney-Voltaire, il paese alle porte di Ginevra nel quale Emmanuel Carrère si era stabilito per scrivere L’avversario, dedicato a un altro estremista della mitomania - Jean-Luc Romand, che nel ’93 aveva ucciso moglie, figli e genitori dopo aver passato una vita a far credere loro di essere, lui disoccupato, un medico e studioso di fama mondiale. All’Impostore e all’Avversario, capolavori del non fiction novel, si potrebbe aggiungere un modello più antico, occulto ma non meno sconvolgente (e forse più importante dal punto di vista letterario): A sangue freddo, di Truman Capote, indagava nel 1966 la storia di un vero massacro, mostrando lo scrittore a contatto diretto con i due assassini, e mettendo a punto quello che poi sarebbe diventato un capostipite del moderno romanzo-verità. Ma oltre a questo raccontava, implicitamente e in progress, niente di meno che l’innamoramento dell’autore per uno di quei due carnefici; regalando a quell’opera una parte non trascurabile del suo straordinario fascino.
Rispetto ai prototipi di Cercas e di Carrère Max Fox propone un narratore che parla di sé assai più sobriamente. Né d’altra parte Luzzatto si lega morbosamente al ”suo” impostore, alla maniera di Capote. Ma come i bravi narratori sanno fare, anche Luzzatto accetta, e lascia fermentare, la reazione ambivalente che produce il contatto col suo doppio – il De Caro narratore e mistificatore diabolico: in un certo senso, il De Caro romanziere. Non sembra esagerato ipotizzare che se quella di De Caro è un’ossessione per i libri come oggetto, quella di Luzzatto è un’ossessione per la scrittura come gesto; ciascuna legata a una febbre personale, ciascuna guidata dal proprio mediatore (Dell’Utri per De Caro, Cercas e Carrère per Luzzatto). Ma mentre il desiderio di De Caro è feticistico, e per questo sterile, quello di Luzzatto è creativo, e partorisce un’opera. Prima di iniziare gliel’avevano pur detto, i colleghi coscienziosi, di maneggiare con cautela la storia di quel ”mostro”: «Se serve a far capire che i “cattivi” sono i ricchi collezionisti, i mercanti, gli intellettuali silenti, e che lui è solo un povero sciocco, uno spiantato, un mitomane, allora va bene. Se alla fine lui “fa simpatia”, o peggio giganteggia, è un guaio serio». Simpatia per De Caro, Luzzatto ne prova al primo incontro; nel corso del tempo proverà per lui addirittura affetto (ricambiato), insieme a rabbia, sconcerto e delusione.
Se Max Fox funziona, sul piano letterario, lo si deve anche al fatto che non assolve e non condanna, fedele a quella legge profonda del romanzo che è l’indecidibilità morale. «Lui si vede come un eroe, ma lo si può considerare anche una carogna: io sospendo il giudizio»: così Carrère di Limonov, nel suo grande romanzo omonimo; così Luzzatto per De Caro, altro stranissimo eroe del nostro tempo.

- Gianluigi Simonetti - Pubblicato sul Sole del 24/2/2019 -