sabato 23 maggio 2026

“Bianchezza Ebraica” e “Filo-Semitismo Statale” …

Teoria del Complotto, Critica sociale e Antisemitismo
- Le crisi, che hanno già segnato il ventunesimo secolo - dall'11 settembre alla pandemia di coronavirus - hanno scatenato molti dibattiti circa la legittimità della critica sociale, nel momento in cui essa diventa cospirativa.
In questo testo, Balázs Berkovits contribuisce, mettendo in discussione ciò che non viene preso in considerazione da chi giustifica la teoria del complotto: vale a dire, la critica antisemita è una critica come tutte le altre? -

Indice: - Difesa politica delle teorie del complotto -  Quando le teorie del complotto diventano antisemite -  Spiegazioni del complotto e scienze sociali -  L'antisemitismo come critica anti-egemonica -  "Filosemitismo di Stato" -  Studi critici sulla bianchezza e la cospirazione ebraica. -
- di Balazs Berkovits -

L'11 settembre, e gli interventi militari statunitensi che ne sono seguiti sembrano siano serviti da catalizzatori per una nuova ondata di pensiero complottista, inaugurando un periodo segnato da una crescita esponenziale delle teorie del complotto (inizialmente basate sull'11 settembre stesso) strettamente legato all'espansione dei social media, alla diffusione non filtrata di informazioni anonime, e all'indebolimento del ruolo di vigilanza svolto dai giornalisti professionisti. Molti sostengono che la diffusione delle teorie del complotto - le quali creano delle vere e proprie "realtà alternative" che poi si sviluppano in vere e proprie "visioni del mondo" - abbia finito per degradare le condizioni necessarie a una discussione libera e razionale, causando così un dibattito pubblico frammentato.

La difesa politica delle teorie del complotto
    Eppure... È importante notare come le teorie del complotto siano strettamente legate all'idea di una  critica sociale, e a quella di scienze sociali critiche, come è dimostrato dai numerosi dibattiti che riguardano la libertà di espressione e il corretto funzionamento della democrazia; in contrasto con la segretezza e il governo da parte di un'élite antidemocratica [*1]. Infatti, tra gli scienziati sociali e i teorici politici, vediamo che ci sono molti sostenitori delle teorie del complotto. Da un lato, essi sostengono che queste teorie siano parte integrante di una sfera pubblica democraticamente funzionante (e questo nonostante le possibili carenze cognitive), che incarna sia un discorso anti-egemonico che la diffidenza verso le cosiddette interpretazioni autorevoli, siano esse governative che scientifiche [*2]. In tal modo, per alcuni, le teorie del complotto sono solo una manifestazione estrema, seppur comprensibile, di come gli oppressi tentino la critica radicale: «La tendenza [...] a comprendere tutti i fatti del potere come se fossero cospirazioni, dovrebbe soprattutto essere letta come la deriva patologica di un movimento che vuole porre fine alla espropriazione di uno sforzo che viene compiuto da parte di individui comuni per riappropriarsi del pensiero della loro situazione; del pensiero del mondo in cui vivono e che è stato confiscato da dei governanti separati circondati dai loro esperti» [*3]. Dall'altra parte, i teorici del complotto tendono a insistere che esistano delle reali teorie del complotto. Di conseguenza, la forma di queste spiegazioni del mondo, vale a dire il fatto che invocano l'esistenza di complotti, non permette, a priori, di considerarle ingiustificate [*4]. Per chi le difende, potrebbe esistere una definizione neutrale e "descrittiva" delle teorie del complotto, della quale sarebbe impossibile, prima di una verifica empirica, poter dire se siano false o meno. Secondo questa definizione, le cospirazioni sono semplicemente il lavoro di un gruppo di agenti, i quali agiscono insieme, in segreto e consapevolmente, al fine di promuovere un risultato desiderato, ispirato da intenzioni maliziose. Il termine "teoria", non evoca edifici concettuali immaginari o chimerici, ma al contrario esso segnala qualcosa di simile a una teoria scientifica normale; in attesa della sua conferma o confutazione. Tutto ciò equivale a proporre di prendere sul serio le teorie del complotto, soprattutto perché queste dovrebbero essere uno strumento importante di critica al potere. Ed è anche una critica a coloro per i quali le teorie del complotto sono sempre ingiustificate, fittizie o fantasmagoriche. In una sorta di inversione dialettica, alcuni arrivano persino ad affermare che la caccia ossessiva alle teorie del complotto rivelerebbe piuttosto la tendenza paranoica di coloro che occupano posizioni dominanti nella nostra società. Per paura di perdere il monopolio sull'interpretazione del mondo, sarebbero pertanto portati a squalificare i punti di vista divergenti chiamandoli "teorie del complotto". Pertanto, la proliferazione di «teorie del complotto è decisamente insufficiente a spiegare l'ossessione per le teorie del complotto [...]. La sensazione di essere attaccati, la sindrome ossidionale della fortezza assediata, svolgono un ruolo decisivo in un universo mediatico in cui tutte le negazioni di essere ausiliari di un sistema di dominazione, ora danno loro solo più credito. […] La crociata mediatica contemporanea contro le fake news, avrà difficoltà a nascondere che la stampa stessa è il luogo più autorevole per la circolazione delle fake news[*5]

Quando le teorie del complotto diventano antisemite
    Tuttavia, coloro che ritengono che le teorie del complotto possano essere usate per criticare le strutture di potere e il discorso anti-egemonico, raramente menzionano quelle che provengono dalla destra, o da chi detiene il potere (come Donald Trump o Viktor Orbán). Ma il fatto è che le teorie del complotto non sembrano più avere uno status esclusivamente marginale o "alternativo": hanno fatto diverse incursioni nell'opinione politica dominante, e vengono spesso professate da una posizione di potere (ad esempio, il recente movimento QAnon negli Stati Uniti, la teoria dello "Stato profondo", le accuse contro George Soros negli Stati Uniti e nell'Europa dell'Est, o la "lobby israeliano-ebraica" negli Stati Uniti - sebbene quest'ultimo discorso provenga anch'esso dalla sinistra). Quello che i teorici della cospirazione non menzionano, è che le teorie del complotto sono anche antisemite, o strettamente legate a visioni del mondo che si pongono sotto l'ombrello dell'antisemitismo. Quando si considera che le teorie del complotto sono sempre state principalmente rivolte contro gli ebrei, ecco che allora diventa particolarmente difficile difendere il pensiero complottista vedendolo come atteggiamento anti-egemonico. È infatti innegabile che il pensiero complottista e l'antisemitismo siano per lo più associati: la "voce sugli ebrei", secondo quelli che sono i termini di Adorno e Horkeimer, rivela un aspetto fondamentale del mito antisemita. Moishe Postone, invece, considera il pensiero complottista come se fosse l'essenza stessa dell'antisemitismo, e questo nella misura in cui quest'ultimo deriva - secondo lui - proprio dall'incapacità di pensare in modo astratto. Ed è anche parecchio consapevole della capacità di come le teorie del complotto antisemite abbiano l'aria di essere un discorso anti-egemonico: «La visione moderna antisemita, concepisce la dominazione astratta del capitale – il quale sottopone le persone al vincolo di forze misteriose e impercettibili – come dominazione dell'ebraismo internazionale. L'antisemitismo, pertanto, può apparire addirittura come anti-egemonico.» [*6] Per riuscire a comprendere l'antisemitismo moderno, è importante sottolineare il modo in cui esso feticizza e personifica dei processi complessi come forma di dominazione sociale che, nel capitalismo moderno, hanno sempre una dimensione in gran parte astratta: «Sono gli ebrei, e solo gli ebrei, che sono stati percepiti come se stessero dietro dei processi e dei fenomeni sociali astratti; e quindi come se fossero dei cospiratori intangibili.» [*7] Le teorie del complotto divennero in tal modo, dalla fine del XIX° secolo in poi, il principale schema antisemita. In effetti, una delle principali caratteristiche dell'antisemitismo (la sua "differenza specifica" dal razzismo) è la fede in una cospirazione ebraica – più influentemente "codificata" dai "Protocolli dei Savi di Sion", un falso risalente ai primi anni del XX° secolo. Pertanto, se la critica del complotto viene reinterpretata come se si trattasse di una semplice forma di critica anti-egemonica, nella quale l'elemento antisemita è insignificante, se non addirittura immaginato (cosa che alcune interpretazioni critiche fanno [*8]); ecco che allora a essere trascurato sarà qualcosa di essenziale. E,  viceversa, se la critica anti-egemonica, a causa di un quadro cospiratorio, scivola nell'antisemitismo, essa allora diventa altrettanto problematica, se non di più. Quando i critici di sinistra affermano che « nella retorica populista, i Rothschild simboleggiano il dominio socio-economico dei "plutocratici'", mentre gli ebrei, come popolo, non vengono affatto messi in discussione, o attaccati, per ciò che sono, o per ciò che essi rappresentano.» [*9], ecco che questo non può fare a meno di evocare le parole di un leader autocratico di destra nel mezzo della sua campagna contro George Soros. Solo perché Soros è ebreo - egli  dice - ciò non significa che per lui, nel tentativo di proteggere la nazione, debba essere fatta un'"eccezione": «Contro coloro che minacciano la sicurezza dell'Ungheria, useremo il potere politico e legale dello stato ungherese, indipendentemente da origine, religione o ricchezza.»[*10].

Spiegazioni del complotto e scienze sociali
    Secondo l'opera del filosofo della scienza Karl Popper, molte discussioni si sono concentrate sul rischio di vedere le scienze sociali critiche diventare complottiste, e questo a causa del modo in cui esse spiegano i fenomeni sociali. Oggi, alcuni teorici - adottando la posizione opposta a quella di Popper - affermano persino che le scienze sociali critiche siano per loro natura "paranoiche", e questo poiché il sospetto è alla base del loro approccio; inoltre, trattano necessariamente i collettivi come se essi fossero dotati di intenzionalità, dal momento che c'è pochissimo altro modo di parlarne [*11]. Ciò significherebbe che le scienze sociali critiche non potevano, e non dovevano, evitare la presupposizione dell'esistenza di fenomeni cospiratori. Allora questo significa forse che, sia a livello epistemologico che a livello normativo, non può esserci una distinzione chiara tra teorie del complotto e critica sociale? Tuttavia, l'argomentazione di Popper non mira a una denuncia generale delle scienze sociali, né della loro dimensione critica; ciò è evidente se consideriamo quel che nelle sue "Congetture e Confutazioni" dice su Marx. Qual è la teoria del complotto della società, di Popper? «È la convinzione che tutto ciò che accade nella società – ivi comprese le cose che generalmente non sono gradite alle persone, tipo guerra, disoccupazione, povertà, carenze – sia il risultato diretto della progettazione di alcuni individui o gruppi potenti.»[*12] In questo modo, la visione cospiratoria della società cerca una causa determinante nel comportamento individuale: tutto può essere spiegato a partire  dall'azione deliberata degli agenti coscienti, e dalla loro collaborazione sulla base di "interessi" comuni. Secondo Popper, «La visione complottista della società non può essere vera perché equivale a presumere che tutti i risultati, anche quelli che potrebbero sembrare spontanei a prima vista, siano il risultato inteso delle azioni di una persona interessata a tali risultati. A questo proposito, va ricordato che lo stesso Karl Marx fu uno dei primi a sottolineare l'importanza, per le scienze sociali, delle conseguenze inaspettate: [...] Il capitalista non è un cospiratore demoniaco, ma un uomo che le circostanze costringono ad agire come egli fa; non è più responsabile del proletariato, dello stato delle cose.» [*13] Ma naturalmente, enfatizzando degli sviluppi negativi che sarebbero sempre il risultato di una volontà malevola, finisce che in tal modo la visione cospirativa della società finisce per semplificare il compito critico, fino all'eccesso, e non impedisce a molte persone di approvarla come tale. Come gli rimprovera Popper, il "marxismo volgare" ha introdotto delle spiegazioni complottiste nella teoria sociale; e si è quindi allontanato dalle intenzioni originali e dal metodo cauto della teoria marxista, che può essere interpretato come una patologia della critica; una critica che non si comprende da sé sola.

L'antisemitismo come critica anti-egemonica
    Si può presumere che questo malinteso - che si traduce in forme critiche volgari - si sia perpetuato fino ai nostri tempi. Ciò è legato alla superficialità epistemologica, alla povertà del ragionamento, al pensiero dicotomico o persino manicheo, così come alla sete di radicalismo. La critica radicale spesso si presenta sotto forma di categorie essenzializzate, e appare come basata su un "dualismo metodologico"[*14]. Man mano che le categorie di critica diventano sempre più dicotomiche (oppressore-oppresso, indigeno o colonizzante, indigeno/razziato o membro della classe bianca dominante), avviene che particolarità, ambivalenze, contraddizioni e ambiguità vengono trascurate, ignorate, appiattite. Il "dualismo metodologico", può essere osservato in diversi centri parzialmente interconnessi di critica radicale della società e - in stretto contatto con essi - in alcune forme di critica agli ebrei. Può essere rilevato nella contemporanea "teoria critica della razza", così come nella rigida opposizione tra antisemitismo e razzismo, la quale relega l'antisemitismo a un'epoca passata; e/o lo considera sostituito dal razzismo anti-musulmano. Nelle categorie dicotomiche della critica - sia come minoranza (in Occidente) sia come maggioranza (in Israele) - vediamo che gli ebrei appaiono dalla parte degli oppressori, piuttosto che da quella degli oppressi. Non si dice che siano "razzializzati" o discriminati: non esiste un "razzismo" anti-ebraico, almeno non in una forma "istituzionalizzata", ma esiste solo come fenomeno marginale. Quando i termini binari di razza e "colore" vengono applicati nel discorso di dominazione e "privilegio", allora gli ebrei vengono messi dalla parte "bianca", e l'antisemitismo viene rimosso dalla lista delle preoccupazioni [*15]. L'antisemitismo razziale tradizionale è stato codificato nel linguaggio del razzismo, mentre l'antisemitismo politico, visto nella sua forma cospiratoria, non verrà considerato nulla di significativo. Questa neutralizzazione teorica dell'antisemitismo, rende le spiegazioni delle teorie del complotto ancora più legittime e, al contrario, l'accettazione delle spiegazioni del complotto in quanto critica anti-egemonica, fa sì che ciò che finora è stato considerato antisemitismo, venga ora considerato un non-soggetto. Ciò significa che, nelle società occidentali, la critica agli ebrei viene vista come una legittima critica sociale, che non deriva dall'ostilità verso gli ebrei, ma da una posizione politica supportabile da delle argomentazioni razionali (allo stesso modo in cui l'antisionismo viene anch'esso considerato come una semplice posizione politica che non ha nulla a che fare con l'antisemitismo). La scorciatoia "critica" più semplice, è certamente costituito dal ragionamento complottista; altrimenti, la forma complottista del ragionamento emerge da una variante povera della critica sociale. È vero che l'antisemitismo, anche nella sua formulazione "classica" da parte di Wilhelm Marr, e soprattutto di Otto Glagau che alla fine del diciannovesimo secolo equiparò esplicitamente l'antisemitismo alla critica sociale; affermando che «la questione sociale È la questione ebraica» [*16]. Tuttavia, la differenza è che a quel tempo il riferimento ebraico non era solamente esplicito, ma anche primordiale: agitatori professionisti lo riempivano di contenuti socio-politici, al punto che l'ebraismo era diventato la metafora di tutti gli effetti dannosi della modernizzazione. Oggigiorno, invece, la parola ebreo viene apparentemente relegata in secondo piano, e sostituita da qualifiche quasi sociologiche e politiche. Trasposta nel vocabolario della critica sociale, la critica agli ebrei diventa apparentemente legittima: passa per essere una spiegazione scientifica della società, in un ambito anti-egemonico. È questo il caso quando gli ebrei vengono presentati come parte dell'élite di potere, sia finanziaria che politica; o quando diventano l'incarnazione delle classi privilegiate, "tradendo" la loro posizione originaria di paria (come si può spesso sentire in tutti i contesti in cui si parla di "bianchezza ebraica", come vedremo); o quando vengono rimproverati per essere favoriti dallo Stato e dalle sue istituzioni a danno di altri gruppi o minoranze (spesso chiamato "filo-semitismo statale"). Per le ragioni sopra menzionate, la natura cospiratoria della spiegazione, non porta automaticamente a screditarla; anzi, sarebbe persino probabile che piuttosto ne rafforzi l'autorità critica.

« Filo-semitismo statale »
   Come minoranza, in alcuni discorsi gli ebrei sono stati criticati per mezzo dei concetti di "indigeneità postcoloniale" e di "filo-semitismo di stato". Il termine "indigeno" qui non va inteso come nativo, ma nel senso rivendicato dal "movimento dei nativi della Repubblica" (e successivamente dal partito, il Partito dei Popoli Indigeni della Repubblica) fondato nel 2005 da Houria Bouteldja. Esso si riferisce ai sudditi "post-coloniali" che vivono nella metropoli francese, ma lo fanno ancora sotto il dominio degli eredi dei loro colonizzatori, esprimendo così un'identità sia razziale che politica [*17]. È come se la colonia fosse stata trasferita nella metropoli stessa, laddove lo stesso tipo di relazioni si sarebbero riprodotte tra nativi e colonizzatori. Ma cosa c'entrano gli ebrei con questa storia? Il movimento indigeno ci offre un caso di critica radicale, in cui il ruolo attribuito agli ebrei, accanto ai colonizzatori, diventa un aspetto importante. La nozione di "filo-semitismo statale" - particolarmente diffusa in Francia - esprime l'idea che gli ebrei costituiscano una minoranza protetta e valorizzata dalla Repubblica, mentre le altre minoranze non ne beneficiano, e vengano persino attaccate e stigmatizzate dallo Stato e dalle sue istituzioni. Gli ebrei sono considerati da Bouteldja, e dagli altri portavoce delle minoranze, come se fosse una minoranza che avrebbe integrato la maggioranza dominante, abbandonando volontariamente la sua situazione originale, venendo così cooptati dalla maggioranza. Un elemento importante del "filo-semitismo statale" consisterebbe nel trattamento privilegiato della repressione dell'antisemitismo, rispetto alle altre forme di razzismo. Secondo Bouteldja e altri [*18], il "filo-semitismo di stato" contribuisce a stigmatizzare arabi e neri, attribuendo loro un presunto antisemitismo, al fine di rafforzare le gerarchie razziali esistenti. Esiste una complicità essenziale tra gli ebrei e gli apparati statali, poiché gli ebrei, nonostante la loro storia come minoranze perseguitate, portano una certa responsabilità nella costruzione del nuovo "ordine identitario" in Francia. Allo stesso tempo, Bouteldja interpreta l'antisemitismo proveniente da gruppi minoritari come una semplice reazione al "filo-semitismo statale", rendendolo così una risposta politica degli oppressi al contributo degli ebrei all'oppressione statale [*19]. In tal modo, l'antisemitismo (in contrapposizione al razzismo, che è autentico e diretto contro le popolazioni razzializzate e oppresse della storia coloniale francese) viene reinterpretato come se si trattasse di una semplice forma di critica al potere, una risposta politica alla dominazione ebraica. Lo stesso tipo di argomentazione lo si può trovare in molti autori, riguardo lo scandalo dell'antisemitismo all'interno del Partito Laburista britannico. I difensori della sinistra corbynista furono assai rapidi a denunciare una cospirazione contro il leader laburista; una difesa che poi in seguito acquisì una certa sistematicità teorica, come vediamo nel seguente estratto: «[...] la narrazione contro Jeremy Corbyn, non è semplicemente contro la sinistra. Essa costruì una nuova politica di interesse ebraico, riallineando uno stato britannico attorno a una definizione di identità ebraica. […] Sebbene gli ebrei possano essere stati essenzializzati in quanto popolazione emarginata associata al comunismo e all'usura, ora vengono invece essenzializzati in quanto guardiani della legittimità occidentale, dentro e fuori dal paese[*20]. L'autore sostiene che le classi medie e alte ebraiche, si identificano facilmente, e colludono con le élite dominanti, poiché hanno interessi comuni nel mantenere lo status quo economico e sociale. Allo stesso tempo, si prendevano di mira ebrei di sinistra e della classe operaia; come dimostrato, ad esempio, dal fatto che dei membri ebrei del Partito Laburista furono in modo sproporzionato presi di mira per presunti antisemitismi e poi sospesi o espulsi. Un altro autore sostiene che gli ebrei vengono «sempre più designati dagli stati occidentali come difensori della legittimità del mondo occidentale nei confronti del Sud Globale, così come difensori delle popolazioni nere e asiatiche nei loro stessi paesi.» [*21]. Prosegue poi affermando che i "leader ebrei" britannici accettarono l'offerta nel tentativo di integrarsi meglio nei circoli d'élite. Ancora una volta, la lotta di classe e l'oppressione razziale dovrebbero dimostrare il vuoto del concetto di antisemitismo, il quale si dissolve così sotto lo sguardo materialista; a sua volta, questa interpretazione cerca di legittimare gli attacchi e le critiche rivolte agli ebrei, o a certi gruppi ebraici, in vena cospiratoria, come se si trattasse di qualcosa che verrebbe rivolto solo alle élite al potere. In che modo viene costruito l'argomento? Innanzitutto, si dice che le élite al potere, inclusi gli ebrei, attacchino i sinistri attraverso l'antisemitismo, e che quindi sia legittimo chiamare questo un "gioco di prestigio" (è questa la famosa "formulazione di Livingstone") [*22]) ; secondo, ebrei di spicco colludono e cospirano oggettivamente con l'élite britannica per mantenere l'ordine sociale gerarchico esistente; e terzo, «una guerra contro l'antisemitismo significa pertanto una guerra contro gli ebrei della classe operaia e di sinistra,» così come contro altri progressisti, e questo sarebbe l'unico "vero" antisemitismo oggi, proveniente dallo Stato. Il concetto di antisemitismo viene così svuotato della sua sostanza, strumentalizzato in modo assurdo, e trasformato nel suo opposto: «L'affare Corbyn è il nostro processo postmoderno a Dreyfus del XXI° secolo» [*23]. Gli autori citati intendono dimostrare, in due modi, che le accuse di antisemitismo costituiscono una farsa: non solo mascherano la lotta di classe, ma sono anche uno strumento per condurla contro gli oppressi e la sinistra "progressista"; inoltre servono a mettere a tacere le critiche rivolte al dominante. Ed è attraverso questo gesto, attraverso la neutralizzazione dell'antisemitismo, che le teorie del complotto che coinvolgono gli ebrei - affermando la loro collaborazione sulla base di un interesse di classe comune - cercano di diventare una spiegazione rispettabile, unita a una critica anti-egemonica.

Studi critici sulla bianchezza e la cospirazione ebraica
    Come abbiamo visto - oltre agli elementi metodologici che spingono la critica a diventare cospiratoria - in alcuni discorsi critici, gli ebrei vengono spesso, ed esplicitamente, designati come dominanti o, secondo il vocabolario in voga oggi, come "bianchi", i quali parteciperebbero attivamente all'oppressione delle persone di colore. È questo genere di approccio che caratterizza la maggior parte delle analisi degli ebrei visti nel contesto degli "studi critici sulla bianchezza". Nel pretendere di utilizzare determinati concetti e procedure delle scienze sociali, gli studiosi di bianchezza e razza spesso sostengono implicitamente - ma talvolta anche esplicitamente - tutta una serie di concezioni anti-ebraiche. le quali vengono presentate come se fossero delle posizioni anti-egemoniche.  Negli Stati Uniti, la critica alla "bianchezza" degli ebrei viene inquadrata in termini di vantaggi immeritati, privilegi derivanti dall'integrazione nella società mainstream, e persino "sovra-rappresentazione" in certi ambiti (come nei media, nell'industria cinematografica, o tra gli intellettuali pubblici, ecc.). La tesi generale veicolata dagli studi sulla bianchezza, è quella secondo cui i bianchi (o gruppi, e tra loro gli ebrei, che «sono diventati bianchi» nel corso di un processo socio-storico) avrebbero beneficiato del "sistema di oppressione" dei non bianchi [*24]. Tuttavia, da questo momento in poi, la spiegazione comincia a dividersi, a seconda che segua un percorso "collettivista", oppure "individualista". Uno dei pilastri degli "studi sulla bianchezza", e della "teoria critica della razza", che funge anche da simbolo del radicalismo, è la concezione di un "razzismo sistemico", che si pone alla base dell'interpretazione "collettivista". Esso si basa su assunzioni mono-causali, «attribuendo ogni caso di disparità razziale al privilegio bianco [...] al lavoro in una data interazione sociale» [*25], senza però descrivere quali siano i suoi meccanismi concreti, e ignorando quali siano gli altri fattori che contribuiscono al sistema di disuguaglianza. Tuttavia, la concezione di "razzismo sistemico" non richiede che i bianchi siano individualmente e consapevolmente razzisti, dal momento che il razzismo è radicato nel "sistema". Tuttavia, esiste anche un'ipotesi parallela e individualistica, secondo cui gli ebrei bianchi abbiano effettivamente sposato e sfruttato questa struttura razziale che è stata scelta per loro. In realtà, così facendo, la storia degli ebrei che diventano bianchi viene raccontata due volte. Innanzitutto, l'interpretazione struttura i risultati in termini di mobilità sociale e di acculturazione -  gradualmente ottenuti dopo la Seconda Guerra Mondiale -  che non vengono attribuiti agli ebrei stessi in quanto attori, ma alle condizioni sociali che li favorivano (pur essendo svantaggiosi per gli altri). Ragion per cui, sarebbe impossibile aggirare la gerarchia razziale, la quale inevitabilmente governa il sistema di disuguaglianza. In altre parole, è un «mito che gli ebrei siano usciti dalla situazione da sé soli» [*26]. Apparentemente, quindi, avrebbero raggiunto queste posizioni non come ebrei, ma in quanto bianchi; non come attori, ma come gruppo favorito dalle forze strutturali. Gli ebrei vengono così diluiti nel gruppo bianco, visto che le particolari caratteristiche socio-storiche degli ebrei non vengono considerate. Tuttavia, per gli studiosi della bianchezza, la mobilità sociale degli ebrei è anche il segno di un "tradimento" della loro autentica posizione minoritaria, e insieme di una loro alleanza con un sistema capitalista visto essenzialmente come razzista. Gli ebrei, seguendo i propri interessi, vengono pertanto accusati di contribuire al mantenimento della supremazia razziale ed economica bianca , non solo nella misura in cui dimostrano che è possibile che una minoranza abbia successo, ma anche sostenendo furtivamente la causa del razzismo. In tal modo, il modo più semplice per rivitalizzare una critica "strutturalista", diventa quello di introdurre elementi cospirativi nella spiegazione. È vero che in questo caso la spiegazione strutturale (gli ebrei sono presumibilmente favoriti da forze strutturali razzializzate) viene completata a partire da una rilevanza critica apparentemente contraddittoria. Naturalmente, esiste già un germe di critica (non complottista) in quella che è la parte strutturale della spiegazione: se gli ebrei non sono arrivati a occupare la loro posizione grazie ai propri meriti, ma piuttosto perché sono stati favoriti da dei fattori esterni, allora non avrebbero dovuto raggiungerla. Ma non è tutto, poiché nel paradigma della "bianchezza" gli ebrei dovrebbero avere un interesse diretto a mantenere la gerarchia razziale della società americana, pur rimanendo volutamente ignoranti delle "realtà" di razza e razzismo [*27]. Secondo questa visione, gli ebrei «hanno adottato un'identità americana che li ha resi sentimentalmente legati a una struttura politica che, a sua volta, ha creato per loro delle opportunità di vita eccezionali, e pertanto sono diventati riluttanti a confrontarsi con le politiche e con i modelli storici che hanno reso molto diversi gli Stati Uniti in cui vivevano i neri.» [*28]. Gli ebrei vengono pertanto accusati di cercare attivamente quello che è il privilegio bianco, e di collaborare con le élite bianche, riducendoli così allo status di attori; purché essi difendano i propri interessi a spese di altri gruppi minoritari. Un'azione con delle connotazioni negative. viene pertanto "compiuta" da loro in quanto ebrei (per quel che riguarda la loro identificazione con la maggioranza bianca e il loro presunto razzismo), vendendoli così come dei consapevoli traditori della loro posizione minoritaria; mentre, come abbiamo visto, le azioni con connotazioni positive vengono attribuite alle strutture, e non ai loro "meriti" (la loro mobilità sociale ascendente). Così, alla fine della linea di ragionamento, l'agenzia degli ebrei diventa sinonimo di cospirazione; e questo innanzitutto a partire dal fatto che rende possibile soddisfare le aspettative normative della teoria, vale a dire, diventare critici verso il presunto gruppo di dominanti (gruppo che ora include gli ebrei). Ma allo stesso tempo l'agenzia viene anche considerata cospiratoria, poiché si presuppone che possono possederla solo gruppi che si trovano già in posizione dominante, e che la useranno consapevolmente a danno dei gruppi dominati/oppressi. La cospirazione, diventa così l'altro nome per l'azione, in un paradigma in cui non dovrebbe esserci azione, perché gli obiettivi dei gruppi dominanti sono percepiti come invariabilmente raggiunti, in modo meccanico.

Concludiamo!
    A quanto pare, sembra che, nelle società occidentali, la critica agli ebrei venga sempre più legittimata come critica sociale, come se essa provenisse da una posizione politica ragionata, lontana da qualsiasi intenzione o conseguenza antisemita. A mio avviso, gli è soprattutto che gli ebrei e l'antisemitismo (e persino la memoria della Shoah) costituiscono un ostacolo alla critica volgare; ed è per questo che affascinano così tanto certi focolai della critica mainstream contemporanea. Questo, poiché l'antisemitismo fatica a essere compreso nel linguaggio del razzismo (basato sulla discriminazione), e viene pertanto considerato inesistente, anche come arma concettuale che possa servire a reprimere la ribellione e il cambiamento sociale. Tuttavia, ciò richiede la ricodifica sistematica degli ebrei, in modo da essere intesi come dominanti, e l'accettazione delle teorie del complotto che devono assurgere a strumento di critica (la quale viene, però, poi impoverita e resa popolare). Ma quando - potendo indicare dei "colpevoli" -  si vuole assumere una posizione anti-egemonica, non si assume forse un certo vantaggio?

- Balázs Berkovits - Pubblicato il 5/6/2024 - fonte: K. La Revue -

NOTE:

1 - Mark Fenster, "Teorie del complotto: segretezza e potere nella cultura americana," Minneapolis: University of Minnesota Press, 1999; David Coady, "Cosa credere ora: applicare l'epistemologia alle questioni contemporanee", Malden, MA: Wiley-Blackwell, 2012; Matthew R. X. Dentith, "La filosofia delle teorie del complotto", Palgrave Macmillan, 2014; Julien Giry, "Archeologia e usi dello stile paranoico". Per un'epistemologia critica", Critica Masonica, Critica's Friends, 12, 2018.
2    Jaron Haramban e Stef Aupers, "Contestare l'autorità epistemica: teorie del complotto al confine della scienza", Public Understanding of Science, 24 (4), 2014.
3    Frédéric Lordon, "La cospirazione dell'anti-complotto. Squalificati per poter dominare meglio". Le monde diplomatique, 3 ottobre 2017.
4    Vedi, ad esempio: M R. X. Dentith, "Teorie del complotto sospettose", Synthesis, Vol. 200, No. 243, 2022.
5    Lordon, op. cit. cit.
6    Moishe Postone, "Storia e impotenza: mobilitazione di massa e forme contemporanee di anticapitalismo", Public Culture Vol. 18, No.199, 99.
7    Lars Rensmann e Samuel Salzborn, "La teoria di Moishe Postone e la sua rilevanza storica e contemporanea", Antisemitism Studies Vol. 5, No. 1, 2022, 62-63.
8    Giry, op. cit. cit., Lordon, op. cit. cit.
9    Giry, op. cit. cit., 7.
10    András Király, "Pont a zsidóktól inkább egy kis segitségre számitott volna Orbán" [Dagli ebrei, Orbán avrebbe voluto un po' di aiuto], 444.hu, 7 luglio 2017.
11    Luc Boltanski, Misteri e cospirazioni, Cambridge, Polity Press, 2014.
12    Karl Popper, Congetture e Confutazioni, New York – Londra, Basic Books, 341.
13    Ivi. 342.
14    Robert Fine e Philip Spencer, "Antisemitismo e la Sinistra. Sul ritorno della questione ebraica", Manchester University Press, 2017.
15    Vedi ad esempio: Cugino, Glynis e Robert Fine, "Una causa comune." Società europee. 14:2, 2012; Balázs Berkovits, "Di che colore sono gli ebrei?" K., 16 giugno 2021.
16    Vedi Shulamit Volkov, "Tedeschi, ebrei e antisemiti. Processi nell'emancipazione", Cambridge University Press, 2006.
17    Houria Bouteldja, "Bianchi, Ebrei e Noi. Verso una politica dell'amore rivoluzionario", Semiotext(e), 2017.
18    Eric Hazan, "En descendant la rue Ramponeau." Lunedì mattina, 2 febbraio.
19    Houria Bouteldja, "Razzismo/i di Stato e filosemitismo o come politicizzare la questione dell'antirazzismo in Francia?'", 2015,
20    Benjamin Balthaser, "I nuovi anti-dreyfusards. Sionismo e antisemitismo di Stato in Occidente", Spectre, 16 aprile 2023.
21    Sai Englert, "Recentring the State: Una risposta a Barnaby Raine sull'antisemitismo", Salvage, 17 dicembre 2019.
22    David Hirsh, Antisemitismo contemporaneo di sinistra, Routledge, 2017.
23    Benjamin Balthaser, op. cit. cit.
24    Karen Brodkin, "Come gli ebrei sono diventati bianchi?", Rutgers University Press, 1998
25    Jonathan David Church, "Reinventando il razzismo", 2020.
26    Karen Brodkin: "Come sono diventati bianchi gli ebrei?".
27    Balázs Berkovits, "Studi critici sulla bianchezza e il problema ebraico." Zeitschrift für kritische Sozialtheorie und Philosophie 5(1), 2018.
28    Jane Anna Gordon, "Cosa dovrebbero pensare i neri quando gli ebrei scelgono la bianchezza? E Ode a Baldwin", Critical Philosophy of Race, Vol. 3, No. 2, 2015, 231.

mercoledì 20 maggio 2026

Il «vuoto pathos della rottura assoluta» ?!!???

Lo stalinismo del denaro
- Alcune note per il dibattito sulla trasformazione dell'economia di mercato -
di Robert Kurz

   Il socialismo di Stato "potrebbe" anche affondare, mentre l'economia di mercato, in quanto tale, invece "non può" farlo. Questo, almeno secondo Michael Brie, Il quale, riesce a riconoscere solo «il vuoto pathos della rottura assoluta», l'«apocalisse», ecc., nella mia analisi teorica, secondo la quale la modernizzazione dell'economia di mercato è già arrivata alla sua fine storica; a causa del limite assoluto auto-generatosi nel processo di valorizzazione del lavoro astratto (razionalizzazione, globalizzazione, ecc.). Ragion per cui, pertanto, si rende necessaria una trasformazione sociale che porti oltre il sistema delle monete delle merci, (ND-Forum del 16/17 luglio 1994). Devo perciò concludere da tutto questo che Brie rifiuti -  semplicemente, fin dall'inizio - qualsivoglia concepibile alternativa al moderno sistema di produzione delle merci. La società umana deve così rimanere una società "che fa soldi" o che deve perire: è questa la sua conclusione (non la mia). Tutto ciò che è terreno, umano e storico ha una fine: solo il mondo moderno di produzione totale di denaro non dovrebbe mai avere  fine? Affermare che tutte le formazioni sociali precedenti siano state soggette a transitorietà storica, ma che la modernità invece debba "continuare a modernizzarsi" per l'eternità, con le sue categorie sociali di base, non costituisce altro che un fondamentalismo quasi religioso, in un sistema sociale apparentemente illuminato. Attualmente stiamo assistendo a una vera e propria proliferazione di quelle che sono delle teorie opportunistiche volte a perpetuare la modernità, e che, pur non negando completamente la grande crisi mondiale della fine del XX° secolo, intendono comunque permettere alla modernizzazione (sotto forma di mercato e di denaro) di continuare a tutti i costi sotto forma della cosiddetta «modernizzazione riflessiva» (Ulrich Beck). Se mai c'è stato un ”sermone domenicale” accademico che si sia rivelato come una formula vuota, una sorta di litania, allora è stato proprio questa. Michael Brie, quando afferma che «La modernità non sta per finire, ma rimane essenzialmente semi-moderna, o addirittura non moderna» (loc. cit.), si trova sulla medesima lunghezza d'onda. Un sistema mondiale che è diventato totale - con automazione, esternalizzazione globale, intelligenza artificiale, comunicazione satellitare, un alto grado di individualizzazione delle persone, ecc., e che ha già devastato e degradato socialmente metà del mondo – nel quale questa mostruosità nata dal denaro continuerà a "modernizzarsi" nella stessa forma eterna, insensata e feticistica?!?? Non stiamo forse così già superando i limiti della follia sociale e storica usando tutto il linguaggio elaborato della sociologia? Il fondamentalismo non dichiarato della modernità, corrisponde a uno pseudo-pragmatismo eccessivamente zelante. Il pseudo-pragmatismo consiste nel fatto che, nonostante si lavori con ogni tipo di concetto per riuscire a superare la crisi, alla fine non si tratta mai davvero di affrontare pragmaticamente le risorse materialmente sensibili (terra, natura, forze produttive, conoscenza umana, energia) ai fini di una "buona vita"; ma, invece piuttosto, tutto il pragmatismo presuppone, e sempre senza pietà, tutti i criteri astratti feticistici del sistema che produce la merce; negando in tal modo, così a sua volta, il suo stesso presunto pragmatismo. Tutto è possibile, ma solo se si sottomette a priori alla legge sfrenata del denaro.

   Proprio allo stesso modo in cui un cattolico si fa il segno della croce di fronte a ogni proprio pensiero, anche Michael Brie si inchina di fronte all'«interesse per la redditività dell'economia di mercato» (loc. cit.), che egli canonizza ancor prima di aver chiarito la condizionalità storica di tale criterio. Il fatto che l'economia pianificata statale-burocratica non abbia rispettato il criterio di redditività, non dimostra la correttezza e l'eternità di un simile criterio; ma dimostra solo che il socialismo di Stato poteva essere misurato per mezzo di esso, poiché era carne della carne della modernità produttiva di merci (vale a dire, il modo specifico di ammissione per i ritardatari storici). Le proposte che ne derivano, in termini di ingenuità e utopia fallimentare, sono ben lontane da qualsiasi vera critica al denaro, proprio perché cercano disperatamente di rimanere “moderne”. Michael Brie, ad esempio, vuole seriamente "ridefinire" davvero la categoria economica feticistica del "valore": «Il valore del lavoro dev'essere trasformato – pena la scomparsa dell'umanità – in un altro valore, in un valore di riproduzione. E nel valore della riproduzione, il valore del lavoro continua a essere simultaneamente il suo momento immanente» (loc. cit.). Quello che qui si vede è solo una superstizione teorica, la quale intende, per così dire, ingannare la morte per mezzo di una formula magica (cfr. la critica di Hans-Christoph Linke a Brie nel ND-Forum del 6/7 agosto 1994). E Brie non è il solo: più la crisi sistemica avanza, più si moltiplicano le suggestive proposte di ribattezzare il sinistro “valore” economico – che sta rendendo “prive di valore” la natura e sempre più persone – in un filantropico “valore sociale”, oppure di creare uno splendido “valore della natura” ecc. Sebbene ci sia la sensazione che certe cose non vadano più bene in termini di “valore”, finora ciecamente dato per scontato, si continua a rimanere disperatamente attaccati a questa categoria centrale della socializzazione della modernità. In questo senso, la febbre della "ridefinizione" sembra essere particolarmente dilagante tra l'intellighenzia delle scienze sociali e della pedagogia sociale. Si tratta della classica reazione borghese alla crisi: voler lavare il pelo senza bagnarlo. Al contrario, per affrontare la crisi, non credo affatto che sia necessario dimenticare l’ABC della teoria di Marx. Il “valore” economico non è altro che la fantasmatica “rappresentazione” sociale della quantità di lavoro astratto incorporata nelle merci. Questa assurda maniera di misurare il dispendio di tempo e di materia è dovuta alla separazione tra di loro dei produttori di merci, che si relazionano solo indirettamente, attraverso il meccanismo del mercato (il rapporto merce-denaro). Tuttavia, quando si raggiunge una fase dello sviluppo delle forze produttive, in cui le scienze naturali applicate riducono al limite della loro “capacità di rappresentazione” le quantità di lavoro che appaiono fantasmaticamente nei prodotti, a quel punto il modo di produzione basato sul “valore” (nel linguaggio corrente: la trasformazione permanente del lavoro in denaro) giunge storicamente al termine, punto e basta.

   Tutte le reinterpretazioni teoriche sono inutili quanto lo sarebbe “ridefinire” arbitrariamente una granata a mano chiamandola caffettiera: essa continuerebbe a mantenere la sua forma oggettivata. In fondo, tutti i tentativi teorici di fissare la categoria del valore, e tutti i corrispondenti «aggiustamenti alla schifezza del denaro» (come lo chiamava Marx) sono solo un'altra manifestazione dell'arroganza fondamentalista della modernità, che crede di poter controllare attraverso la "regolamentazione politica", senza dovervi rinunciare, il proprio carattere feticistico. La pianificazione burocratica statale delle relazioni commerciali non abolite, è stata solo un’altra variante (seppur storicamente molto più comprensibile) di tale arroganza, che culmina sempre nella convinzione comune a tutte le società moderne secondo cui il mezzo, “il denaro in sé”, è del tutto accettabile, e dipende solo da ciò che se ne fa “in termini di contenuto” (un errore decisamente infantile che il teorico della comunicazione McLuhan ridicolizzò giustamente già negli anni '60). Ecco perché la vera abolizione del sistema di produzione delle merci non può essere ottenuta mediante alcuna nuova forma di pianificazione statale centralista. Le nuove forze produttive, che solo ora, alla fine del XX° secolo, stanno provocando la crisi sistemica secolare della modernità, possono nel contempo mostrare anche una forma di socializzazione completamente diversa, al di là del mercato e dello Stato. Penso che l'obiettivo di un sistema in rete di cooperative di autosufficienza e autogestione (con forze produttive moderne, ma al di là dell'economia monetaria) sia molto più realistico di tutta le chiacchiere sulla crisi nell'ambito del sistema di mercato. Criticare il fondamentalismo della modernità non può essere a sua volta fondamentalista. Quindi, non si tratta di sostituire il sistema precedente con un altro sistema di coercizione generale e astratto. Ciò non sarebbe affatto radicale (nel senso di andare alle radici), ma sarebbe solo un’estensione di quello stesso fondamentalismo moderno, ormai superato. La vita non deve essere sacrificata all’economia di mercato. Tutte le risorse che non possono più essere mobilitate in modo significativo dal mercato, dal denaro e dallo Stato, devono essere liberate affinché possano essere utilizzate in modo autogestito, invece di essere distrutte, o lasciate a magazzino. È facile comprendere come questa strada possa condurre gradualmente a superare il modo di vita capitalistico. È chiaro che fare un passo in questa direzione significhi anche continuare a tenere un piede nella vecchia forma di società (contrariamente il passo non è affatto possibile).

   Ecco perché non si può parlare di un «vuoto pathos della rottura assoluta». Prima dobbiamo imparare a disaccoppiarci parzialmente dal denaro, e ad aprire spazi di riproduzione e stili di vita che se ne liberino. Ciò porterà inevitabilmente a un nuovo conflitto sociale, dal momento che tutte le risorse sono occupate dalla logica del denaro. La questione è sapere come le forze sociali esistenti (compresa la sinistra) reagiranno a questo nel lungo periodo. Sosterranno un'iniziativa teorica e pratica che vada oltre l'economia di mercato totale, oppure si suicideranno per paura della morte, lasciandosi rinchiudere nei confini di una modernità che non è più in grado di rendere giustizia agli interessi della vita? Un riorientamento radicale comporta naturalmente anche una dimensione morale e culturale (come hanno sottolineato Hans-Christoph Linke al Forum ND del 16-17 luglio e Ruth Priese al Forum ND del 10-11 settembre 1994). Contro l'ideologia conservatrice della mera rinuncia nell'ambito del sistema dell'economia di mercato, occorre opporre un concetto di ricchezza qualitativamente diverso, che sostituisca la mania della concorrenza e del consumo di cianfrusaglie costose ed ecologicamente distruttive con altre qualità di vita materiali. Non sono solo le persone della Germania dell’Est e degli altri ex paesi socialisti di Stato che «inconsciamente, temono ancora la libertà e l’autonomia» (Ruth Priese). Accade esattamente lo stesso in Occidente, perché, al posto dello stalinismo della burocrazia, qui ha prevalso solo quello del denaro, che l’Est sta ora sperimentando a sua volta, subendone le conseguenze. L'«ammazzarsi di lavoro», senza alcun senso e in modo eteronomo per un fine feticistico fine a se stesso, è stata la caratteristica comune ad entrambi i lati, e a questo proposito l'unificazione sotto i dettami del denaro non ha cambiato nulla. La “responsabilità personale” non nasce quando le persone (e gli ideologi della gestione delle risorse umane) sostituiscono una forma di «dittatura dei bisogni» (Agnes Heller) con un’altra, ma quando osano criticare l’allucinazione sociale conquistando uno spazio vitale per l’autodeterminazione materiale e culturale. La discussione su questo argomento è solo all’inizio. Dovrà essere portata avanti su questioni concrete (nuova riforma agraria, sviluppo di nuove forme cooperative, di un’estetica e di una cultura anti-economia di mercato, rivoluzionamento del sistema scolastico ed educativo, rivendicazioni di spazi di vita e di comunicazione liberamente accessibili, cambiamento fondamentale nel rapporto tra i sessi, idee per una nuova pianificazione sociale non burocratica ecc.). Ci sono altre speranze, oltre all’attesa eterna, da parte di un idiota dipendente, del Godot “investitore”, o del «faro politico della speranza», che, come sappiamo, non arriva mai. E ci sono cose migliori da fare che rovinarsi pur di continuare a essere, o per diventare, una “sede” di quell’assurdità che costituisce il pericolo pubblico della concorrenza nell’economia di mercato. Forse la liberazione inizia proprio con una beffa ribelle contro le inconcepibili imposizioni a cui ci siamo sottoposti finora.

- Robert Kurz -  Originale: “Der Stalinismus des Geldes – Anmerkungen zur Debatte über die Transformation der Marktwirtschaft”, in exit-online.org, del 10/1994

Ancora su Kurz e Jameson !!

«Il marxismo è la scienza del capitalismo, o meglio ancora, per dare profondità contemporaneamente a entrambi i termini, è la scienza delle contraddizioni intrinseche del capitalismo.» - Fredric Jameson -

   Fredric Jameson era un vero e proprio "frullatore teorico". Come Žižek o Negri, egli si appropriò un po' di tutto, e riconciliò molte idee e concetti che erano essenzialmente antagonisti. In tal senso, in lui c'era qualcosa di una certa superficialità postmoderna. Lo riconobbe egli stesso, allorché affermò che il marxismo stesso avrebbe dovuto diventare "postmoderno". Nelle sue "Cinque tesi sul marxismo effettivamente esistente" [*1], due aspetti sono particolarmente degni di nota: il primo è tratto dalla sua lettura di "Der Kollaps der Modernisierung" di Robert Kurz, che egli asserisce essere la "lettura definitiva" del processo di modernizzazione avvenuto nel XX° secolo. Rielaborando a modo suo l'argomentazione del libro, scrive: «Il crollo dell'Unione Sovietica non fu dovuto al fallimento del comunismo, ma piuttosto al successo del comunismo; a patto che si intenda quest'ultimo - allo stesso modo in cui generalmente fa l'Occidente - come se fosse una mera strategia di modernizzazione. E questo perché è stato grazie a una rapida modernizzazione che si pensava, anche quindici anni fa, che l'Unione Sovietica avesse praticamente raggiunto l'Occidente...» Queste illusioni, che persistettero fino agli anni '70, infine vennero smentite nel decennio successivo: «L'Unione Sovietica "divenne" inefficiente, e collassò nel momento in cui tentò di integrarsi in un sistema mondiale che stava passando dalla sua fase di modernizzazione a quella postmoderna, un sistema che, secondo le sue nuove regole operative, funzionava perciò a un tasso di "produttività" incomparabilmente superiore rispetto a qualsiasi cosa esistente all'interno della sfera sovietica.» Questa formulazione, ribadisce l'argomentazione di Kurz, ma lo fa svuotandola della sua sostanza, cancellando in tal modo tutta l'intera teoria della crisi contenuta nell'analisi del mercato mondiale, e di come il crollo sovietico si inserisca in questa dinamica ben più ampia (inoltre, Jameson rimuove anche la spiegazione dei meccanismi interni del crollo, riducendola a un semplice effetto della dinamica globale). Possiamo quindi dire che si tratta di un'appropriazione superficiale e decontestualizzata degli argomenti di Kurz: un'appropriazione postmoderna. Il secondo punto, è quello secondo cui Jameson riconosce chiaramente che la nuova fase del capitalismo – che possiamo anche chiamare "globalizzazione" (la parola d'ordine degli anni '90)  - è fondamentalmente diversa dalla vecchia era "imperialista" delle rivalità nazionali: «I marxismi, che emergono dall'attuale sistema del tardo capitalismo, a partire dalla post-modernità, dalla terza fase di Mandel, quella del capitalismo informatico o multinazionale, saranno necessariamente distinti da quelli che si sono sviluppati durante il periodo moderno, quello della seconda fase, l'epoca dell'imperialismo». Qui c'è molto da dire, a partire dalla periodizzazione delle "fasi" del capitalismo che Jameson confonde sistematicamente. Tuttavia, l'idea generale converge piuttosto bene con la teoria della crisi di Kurz, il quale, a sua volta, sviluppò una periodizzazione coerente di queste trasformazioni in "Weltordnungskrieg" [2003]; in particolare nella sezione 4, "Quale imperialismo?". Un altro problema risiede nella convinzione secondo cui il marxismo avrebbe, in qualche modo, un carattere trans-storico, per cui, con ogni "nuova fase" del capitalismo, può semplicemente trasformarsi, come se non facesse parte di uno specifico contesto storico di modernizzazione. Piuttosto che un "marxismo post-moderno", attento a questa "nuova fase" della globalizzazione - come immaginava Jameson - ciò che rimane del marxismo non è altro che una negazione ideologica delle trasformazioni del capitalismo. E qui, ancora una volta, Kurz e Jameson divergono, con il primo che mostra molta più sensibilità al problema della storicità.

- Marcos Barreira / Ottobre 2024 -

1 - https://mronline.org/2024/09/26/five-theses-on-actually-existing-marxism/

ASPETTANDO ALL'AREOPORTO !!

« Ai nostri tempi, tuttavia, è stato Robert Kurz - nel suo straordinario libro, "Der Kollaps der Modernisierung", che affronta tutta la questione dello "sviluppo" globale dal punto di vista di una critica implacabile delle ideologie della modernizzazione - ad aver tratto con più forza le conclusioni ultime proprio da questa situazione dialettica della modernità, che - si ricorderà - troviamo più memorabilmente racchiuse nelle teorie di Walt Rostow circa la cosiddetta "fase di decollo", dove l'economia mondiale veniva immaginata come se fosse una sorta di aeroporto, da cui già erano partiti in volo numerosi jumbo jet (paesi del Primo Mondo, o paesi avanzati), mentre ce n'erano altri che aspettavano sulle piste, coi motori accesi, che venisse fatto il segnale (egli a tal proposito menziona Messico e Turchia), mentre invece altri ancora imbarcano ai cancelli, oppure sono in riparazione negli hangar. È stato immenso merito del lavoro inquietante di Kurz, sostenere che la modernizzazione, d'ora in poi è impossibile, dal momento che non esiste più alcuna fase di "decollo", e che è la globalizzazione stessa ad aver garantito questa "condanna a morte del mercato mondiale" nei confronti dei cosiddetti paesi sottosviluppati. »

- Estratto da Fredric Jameson, "Valences of the Dialectic", Verso, 2010 -

martedì 19 maggio 2026

L'INCENDIO UNIVERSALE !!

Anti-ebraismo e strumentalizzazione anti-sionista dell'universale
Un estratto, dal libro di Julien Chanet "L'Incendio Universale. Il tema dell'antisionismo nella sinistra" (Crisis and Critique, 2026)

Per comprendere il modo in cui  si sia potuto perpetuare e riconfigurare un entusiasmo che prima era anti-ebraico e poi anti-israeliano, partiamo da una conferenza, tenuta da Jacques Ehrenfreund poche settimane dopo il 7 ottobre [*1]. Lo storico ricordava, in quella conferenza, quali sarebbero state le fondamentali origini dell'antigiudaismo cristiano tradizionale - almeno fino al Concilio Vaticano II (1965) - sottolineando quale sia stato il ruolo centrale della teologia della sostituzione. Essa postula che l'umanità avrebbe compiuto progressi decisivi per mezzo dell'avvento del Cristo Redentore, passando così da un mondo di particolarismi tribali e sparsi – quello dell' cosiddetto "Antico Testamento" – all'unità spirituale della comunità degli uomini: il Popolo di Dio del "Nuovo Testamento", ora «liberato da un'ossessione per il Popolo e per la Legge».

L'universalismo cristiano visto come fine della storia
    In un tale schema, gli ebrei diventano le vestigia di un mondo passato: abbastanza minoritari da consentire loro di ricordare il passato, senza minacciare l'orizzonte di una comunione universale a venire. È questa, quanto meno, la concezione canonica della Chiesa primitiva, formulata soprattutto da uno dei suoi padri fondatori, Sant'Agostino. Intrappolato nella rete di un sistema di pensiero profondamente xenofobo, egli identifica i pericoli che gravano sul mondo, usando, per farlo, un prisma ebraico, e presentando «gli ebrei come se fossero l'antitesi, non solo dei cristiani ma anche degli esseri umani in generale» [*2]. Contrariamente alla concezione più assolutista attribuita a San Giovanni, Agostino sosteneva però di non uccidere gli ebrei. Come spiega David Nirenberg, «Gli ebrei sono i migliori garanti della verità della Legge. […] Così come avviene con i fossili per i naturalisti, la presenza degli ebrei sulla Terra è la prova di una tappa precedente, che nell'evoluzione verso la salvezza è stata ormai superata.» [*3]. Qui, è importante essere precisi: l'anti-ebraismo cristiano di ispirazione agostiniana, è stato costruito sia contro gli ebrei sia indipendentemente dalla loro presenza effettiva, per mezzo della figura del cosiddetto "ebreo ermeneutico". Nutrito sia dall'anti-ebraismo pagano sia dalla xenofobia statale specifica dell'Impero Romano, tale figura mirava a contenere e a neutralizzare il potere simbolico dell'ebraismo, all'indomani della fondazione fratricida del cristianesimo. Questa impresa consisteva nel ridurre gli ebrei a delle funzioni strumentali – "confinati", "esiliati"  – destinate a segnare la strada verso una nuova comprensione del mondo, definita in opposizione a essi. Ehrenfreund osserva che l’antisemitismo moderno ha, per un certo periodo, rotto con il classico antigiudaismo cristiano per creare così una figura dell’ebreo ormai puramente negativa, anche nella sua potenza immaginaria. Questa rottura è stata tuttavia di breve durata. Come ci ricordano Horkheimer e Adorno, «gli antisemiti si fanno esecutori dell'Antico Testamento: si assicurano che gli ebrei che hanno assaggiato i frutti dell'albero della conoscenza tornino alla polvere» [*4]. In altre parole, l'antisemitismo razziale moderno non abolisce l'eredità teologica, ma radicalizza alcune delle sue motivazioni che ne derivano. Dopo l'Olocausto, in Europa si diffuse un potente movimento volto a delegittimare l'antisemitismo razziale. Quest'ultimo poi avrebbe rilanciato una forma di "ambivalenza" ereditata dall'antico antigiudaismo. Ora, il significato della storia viene considerato come se costituisse una via d'uscita dalla storia conflittuale, in modo che così, tra le nazioni riconciliate possano emergere pace e unità , al di là dei particolarismi e delle narrazioni nazionali antagonistiche. In un simile contesto, paradossalmente, la memoria dello sterminio degli ebrei essa la base stessa di questa trascendenza della storia: viene in tal modo chiamata a garantire che ci possa essere un ingresso in un mondo pacificato, libero dalla violenza del passato. Il 1948, con l'adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, viene pertanto interpretato come se fosse stato l'emergere di un nuovo mondo riconciliato con sé stesso. Questa proclamata rottura con il particolarismo, con l'elezione e con l'iscrizione nazionale dell'identità, trova in Hegel una formulazione filosofica emblematica: «È solo nel principio cristiano che, essenzialmente, lo spirito personale individuale acquisisce un valore infinito e assoluto; Dio vuole salvare tutti gli uomini.» [*5]. L'universalismo cristiano, è divenuto così l'implicito quadro normativo del periodo postbellico. Fu in questo contesto, che la creazione dello Stato di Israele avvenuto nel 1948 - risuggellando un legame politico e materiale tra gli ebrei e una terra – rilanciò la vecchia accusa della "sfrontatezza ebraica" che in tal modo si rifiutava di dissolversi nella comunione universale. In altre parole, osserva Ehrenfreund, «gli ebrei stanno ancora una volta dimostrando di non aver compreso quale sia il messaggio universalista.» Pertanto, i sionisti appaiono allo stesso modo in cui apparivano gli ebrei dell'"Antico Testamento"; vale a dire, gli ebrei che, nel corso della storia, vanno contromano. Come scrive lo storico Karma Ben Johanan: «I critici del sionismo, pertanto, non odiano lo Stato di Israele perché è un progetto ebraico; come ci si aspetterebbe dagli antisemiti più radicali. Ma, al contrario, l'opposizione a Israele non costituisce un odio diretto contro gli ebrei ovunque essi si trovino, ma contro gli ebrei ovunque essi apparentemente rifiutino di comprendere qual è il "vero" significato della storia ebraica». [*6] Ehrenfreund aggiunge poi, nello stesso spirito, che: «L'Olocausto avrebbe dovuto far loro capire che il loro particolarismo era finito». Tuttavia, le radici del sionismo – molteplici ed eterogenee – sono inseparabili dal carattere, strutturalmente inospitale, dell'Europa nei confronti degli ebrei; dai pogrom all'Olocausto. [*7] Secondo il punto di vista dei fondatori, tali circostanze hanno giustificato l'imperiosa necessità di fondare uno Stato, con tutto ciò che ciò esso comporta in termini di sovranità, difesa e confini. Così, in questa lettura critica, il sionismo viene pertanto squalificato, essendo visto come se fosse un reperto anacronistico – il nazionalismo statale – in opposizione al presunto senso progressista della storia. Si dice che gli ebrei abbiano tratto una «conclusione nazionale e particolarista» dalla Shoah, e ciò di cui vengono accusati è che: si trovano dalla "parte sbagliata della storia". Questa visione teleologica, e meccanicamente progressista, della storia, sebbene in gran parte datata, continua comunque a essere applicata senza che avvenga un vero e proprio esame critico quando e qualora si parla di nazionalismo ebraico. Il parallelo con la teologia della sostituzione risiede - tanto per Ehrenfreud quanto per Karma Ben Johanan - nel rifiuto della persistenza ebraica; ancor più del suo ritorno nell'ambito politico. Questo, non senza incoerenza, poiché è proprio postulando l'avvento di società post-nazionali che noi possiamo qualificare il sionismo  di essere un anacronismo che minaccia la pace e l'unità dell'umanità; delineando così i contorni di un antigiudaismo contemporaneo che non sempre ammette apertamente la propria natura.

Il "Tradimento israeliano": una narrazione anti-sionista... e suprematista ebraica
    Esistono, tuttavia, delle teorie che seguono la stessa linea anti-giudaica, ma che superano tale incoerenza. Pur iscrivendosi nel carattere nazionalitario (e non post-nazionale) del mondo attuale, gli ebrei avrebbero tradito un ideale di emancipazione che si incarnava nella figura dell'Ebreo Errante [*8]. Il nazionalismo ebraico, e la sua realizzazione sionista attuata attraverso la costruzione dello Stato di Israele, vengono teorizzati in questo quadro teorico nel medesimo modo, ma all'inverso rispetto al ruolo che i primi cristiani, sotto l’influenza agostiniana, attribuivano agli ebrei: perciò esso non è più il ricordo e la testimonianza di un progresso ineluttabile, ma rappresenta, piuttosto, la nostra decadenza nazionalista. [*9] L' oggettivizzazione [*10] non riguarda solo gli ebrei. E il costituirsi di un Popolo-Oggetto palestinese [*11] si perpetua nella memoria sotto forma di un popolo martire, attraverso la denuncia del genocidio, ma anche come quella di un Popolo-Cristo, con tutte le sue virtù redentrici. E così ora, all’"ebreo ermeneutico" di sant’Agostino - simbolo negativo di una visione del mondo ormai superata -  fa ora da contrappunto il "palestinese ermeneutico", simbolo positivo, redentore dei nostri peccati imperialisti, capitalisti ed ecologici. Quella che viene giocata qui, è un'anacronistica, escatologica e occidentale, strumentalizzazione  scollegata dalla realtà, la quale continua a colpire. Poiché la critica a Israele, quando non si basa su una metafisica oziosa del sionismo ma rivolge contro un vero e proprio "kahanismo" [*12], colpisce nel segno. Per non riuscire a vedere quella che è la situazione parossistica di una deriva nazionalista e messianica, bisogna essere disonesti . Tutto ciò si traduce in un avvilimento delle norme, incluse quelle belliche e militari, a favore di un rovinoso futuro di tipo spartano, sia in termini di potenza esterna (crimini di guerra, crimini contro l’umanità) che interna, nonché sul piano della difesa degli ebrei ovunque essi si trovino, dato che l’apparato statale israeliano non esita a stringere alleanze con dei veri e propri antisemiti – tutte cose documentate, tra l’altro, dalla rivista K [*13], ragion per cui non mi soffermo oltre. Bisogna solo aggiungere che, a tal proposito, una posizione "filo-palestinese" e, più in generale, "anti-imperialista" è del tutto legittima. Tanto quanto una posizione “sionista”, che si rifacesse anche solo minimamente alla Dichiarazione d’Indipendenza, che oggi sembra ormai così lontana, ma la cui dimenticanza non farebbe altro che avallare l’operato dei fautori della distruzione all’interno di Israele, quegli stessi che danno libero sfogo alla persecuzione dei palestinesi [*14] : «Lo Stato di Israele svilupperà il paese a beneficio di tutti i suoi abitanti; verrà fondato sui principi di libertà, giustizia e pace come ci sono stati insegnati dai profeti di Israele; garantirà la completa uguaglianza di diritti sociali e politici per tutti i suoi cittadini, senza distinzione di credo, razza o sesso» [*15]. Ma l'antisionismo è fuori strada, soprattutto quando si fa portavoce del “palestinese ermeneutico”. In Occidente, le letture "ermeneutiche", o simboliche, di "ebreo" e "palestinese" si distinguono a partire dalla loro visione del mondo. Essendo il primo legato alle ingiustizie, avviene che la lucidità e la verità si collocano dalla parte dell’antigiudaismo, mentre invece l’errore e la falsità si collocano nel “giudaismo”; mentre il secondo termine viene invece associato a una forma di mediazione redentrice. Ma tuttavia entrambi, sotto forma di una buona coscienza occidentale, condividono la condizione di quelli  che sono i "limiti" del progresso umano. Pertanto, rendendo così tutta l'antichità ebraica come se fosse esclusivamente un'espressione "palestinese" – ad esempio, facendo di Gesù un palestinese, anziché un ebreo – finisce che gli ebrei israeliani, non solo incarnano esclusivamente la figura dello straniero usurpatore e ladro di terra (una visione xenofoba), ma vengono persino resi complici di un deicidio simbolico: l’uccisione del Popolo-Cristo.

Anacronismo di Israele: l'attualità di una vecchia polemica
    È avendo questo in mente che bisogna leggere i testi antisionisti contemporanei. Lo storico britannico Tony Judt - nel suo libro Israel: The Alternative (2004) - naviga le acque turbolente di una teologia della sostituzione applicata alla geopolitica [*16]. Preconizzando un "Stato unico", multietnico e multiculturale, Judt appare soprattutto essere desideroso di cancellare l'esperienza statale israeliana. Nel preambolo al suo libro, egli cita "La lotta contro i Magiari" di Engels, un testo che contiene forti reminiscenze di quello che è stato un hegelismo represso - se non addirittura quasi-darwinista, per i meno indulgenti – che subordinava il socialismo all'eliminazione di alcuni gruppi etnici, che erano rimasti orfani dal processo storico ed evolutivo, e che avevano trovato rifugio sotto l'ala della protezione di alcuni imperi reazionari (in questo caso, l'Impero austriaco degli Asburgici). Engels rimprovera loro, in nome della loro autodeterminazione, di aver preferito preservare la propria "identità nazionale", piuttosto che l'internazionalismo; questo movimento reazionario sarebbe pertanto stato la causa dei fallimenti rivoluzionari del 1848. Il parallelo assume così sostanza: Israele, nel voler preservare la propria identità ebraica, e ponendosi sotto la protezione di un impero (gli Stati Uniti), si metterebbe così ora dalla parte sbagliata della storia; quella del nazionalismo etnico, contro l'internazionalismo socialista. Per Judt: « Il problema di Israele non è, come talvolta si suggerisce, quello di essere una sorta di “enclave” europea in un mondo arabo, ma piuttosto quello di essere arrivata troppo tardi. Ha imposto un progetto separatista tipico della fine del 19° secolo in un mondo che nel frattempo si è evoluto, un mondo fatto di diritti individuali, di frontiere aperte e di diritto internazionale. L’idea stessa di uno “Stato ebraico” – uno Stato in cui gli ebrei e la religione ebraica godono di privilegi esclusivi da cui i cittadini non ebrei rimangono per sempre esclusi – affonda le sue radici in un altro tempo e in un altro luogo. In breve, Israele è un anacronismo.» [*17] Pertanto, Tony Judt, morto nel 2010, scrisse nel 2004 che in Palestina il nazionalismo ebraico era anacronistico. In tal modo, si inscrive in una tradizione anti-ebraica post-Shoah - così come l'abbiamo prima definita con Ehrenfreund - laddove questo orientamento critico può solo sollevare delle domande riguardanti il contesto regionale. Il "Medio Oriente" contemporaneo non è infatti noto per il suo entusiasmo post-nazionale, e i cosiddetti stati "laici e socialisti" della regione - in Iraq, così come in Siria - non sono stati secondi a nessuno nell’instaurazione dei regimi di terrore, e nell’uso della violenza di Stato su larga scala. Eppure Judt sostiene che oramai esiste uno status quo di stati "post-razziali", per così dire, la cui pace viene minacciata dalla "nazione nascosta", che - curiosamente - è Israele! Egli cita le armi nucleari israeliane come se fossero il principale ostacolo alla non proliferazione; affermando che «Israele è stata una delle principali ragioni dell'invasione statunitense dell'Iraq, mettendo nel mirino la Siria» [*18] . Lo "stato unico" multietnico e multiculturale, difeso da Judt si basa quindi su premesse a dir poco controverse, se non addirittura paradossali. Il sionismo, presentato come il traditore di una modernità post-razziale che sarebbe stata già raggiunta altrove, dovrebbe essere superato in modo da poter così permettere l'avvento di una sovranità post-nazionale su scala globale. L'onere della prova, ricade perciò sugli ebrei in quanto tali, che così vengono chiamati a incarnare questa ipotesi universalista; al prezzo di cancellare la loro propria esperienza storica e politica. Il sionismo, pur seguendo una propria strada, non rimane impermeabile alle diverse concezioni politiche del suo tempo, e si può intendere come il proseguimento del processo di emancipazione degli ebrei a metà del XIX° secolo [*19], piuttosto che come in opposizione a esso. La modernità sionista opera pertanto per prorogare la promessa emancipatoria, non più fondandosi su uno Stato-nazione, giudicato ormai incapace di difendere e proteggere gli ebrei, anche quando questi ultimi si adeguano alla modernità, ma assumendosi la necessità di “fare nazione” per conto proprio. Questa emancipazione, prima nazionale e poi statale – anch’essa costellata di ostacoli – è stata attraversata da cima a fondo dagli strumenti di auto-interpretazione propri della prospettiva liberale. L’emancipazione quindi ne ha assimilato e ripetuto alcuni difetti, anche all’interno del sionismo, ma non tutti. Lo Stato di Israele – Stato per gli ebrei – appare allora come lo spazio di una sintesi dialettica tra esilio e territorio, tra universale e particolare. Il sionismo, in quanto prosecuzione dell’emancipazione degli ebrei a partire dalla metà del XIX° secolo, costituisce quindi un salto nella “modernità”, utilizzando le parole di Bruno Karsenti [*20], la quale può essere innanzitutto compresa nella sua dimensione interna: «Se la nazione consiste di rapporti sociali determinati, essa esisterà e si realizzerà solo all’interno di tali rapporti: è il risultato di una storia, e questa storia è sociale. Ecco perché non designa un carattere prestabilito, la cui condivisione sostanziale basterebbe a definire l’identità reale, ma bensì una forma di vita costruita e conquistata attraverso determinate pratiche  […]». [*21] Sebbene per i popoli (intesi come nazioni) e per gli Stati (talvolta privi di una nazione definita) non esista alcuna fatalità che li costringa a costituirsi in Stati-nazione dove comunità politica e comunità etnica si sovrappongono, tuttavia avviene che entrambi siano spinti a investire nell’ingegneria stato-nazionale al fine di non essere relegati al rango di “nazioni-scarto” perdenti del gioco inter-stato-nazionale, diffuso dal sistema mondiale dei rapporti sociali capitalistici. Poiché la modernità deve essere compresa in una prospettiva dialettica, essa stessa produce delle opposizioni alle tendenze criminali o omogeneizzanti inerenti alla ricerca della sovranità, in particolare per vie giuridiche sovranazionali o etiche, puntando ad esempio sui diritti umani. A loro volta, questi ultimi devono essere oggetto di una critica dialettica, in modo da separare il grano (la solidarietà, la libertà e l’uguaglianza e la necessità di approfondirle insieme) dal loglio (il discorso dei diritti umani al servizio di una politica dell’efficienza dei mercati) [*22].

Cosa si intende per “distruzione delle istituzioni sioniste”?
   Nel momento in cui viene posto questo punto di teoria politica, esso autorizza, come minimo, un profondo sospetto nei confronti di chiunque affermi di volere la distruzione di Israele – anche fosse solo la distruzione- della "istituzione sionista" - anche sebbene affermi, simultaneamente, di non voler distruggere la società israeliana, né, a fortiori, tentare di ucciderne tutti i suoi membri. Un approccio durkheimiano allo Stato, respinge radicalmente una simile dissociazione. E questo dal momento che lo Stato è il luogo dove le emanazioni sociali e simboliche di una società si concretizzano istituzionalmente - vale a dire, politicamente e legalmente - per cui, allora, la distruzione "dall'alto" delle strutture statali equivale necessariamente al desiderio di distruggere le stesse strutture sociali, lasciando il campo aperto a una nuova élite che possa disporre della popolazione. Naturalmente, le istituzioni non possono essere ridotte allo Stato; ma, al contrario - a meno che non adottiamo una lettura neoliberale - esse costituiscono l'architettura stessa dello Stato. L'obiettivo appare pertanto chiaro, sebbene raramente venga formulato come tale: attaccando le "istituzioni sioniste", si tratta perciò di rifiutare autorevolmente qualsiasi ritorno degli ebrei nella sfera politica autonoma, e chiudere definitivamente la parentesi israeliana. Essendo un impero fasullo, frutto di un pensiero magico, anti-dialettico e profondamente antimarxista, distruggere Israele, inteso come “istituzione sionista”, per mano di forze esterne, non ha in realtà nulla a che vedere con la teoria marxista del deperimento dello Stato. Allo stesso modo, le prospettive post-statali, confederali o federative rientrano in orizzonti teorici distinti, che non possono essere confusi con una pura logica di distruzione. Pertanto, in un’epoca in cui Jean-Luc Mélenchon – per il quale Volodymyr Zelensky ora non sarebbe altro che il “presidente di nulla[*23] – sostiene la Russia, e quindi di fatto Vladimir Putin, per il quale l’Ucraina non è altro che“nulla”, e viene celebrato dallo pseudo-marxismo “decoloniale” in piena deriva teorica, ecco che non c’è da stupirsi se - per la sola forza del pensiero astratto e di un imperialismo antiebraico - alcuni vogliono far sparire un paese che non gradiscono.

Contro l'antisionismo e la strumentalizzazione dell'universalismo: liberarsi dai residui nazionalisti e reazionari
    Va inoltre precisato che, durante questo periodo di emancipazione, l’integrazione delle “nazioni ebraiche” (figure collettive parossistiche dell’Altro, e a lungo percepite come estranee alla storia) nel progetto moderno ha avuto un’importanza esemplare. Se un popolo così essenzializzato e considerato estraneo alla storia poteva accedere alla modernità politica basandosi sulla propria tradizione e sulla propria storia singolare, allora qualsiasi altro gruppo avrebbe dovuto poter, a sua volta, aderire a quel progetto. A questo titolo, le nazioni ebraiche apparvero, al termine di aspri dibattiti [*24], come dei veri e propri esempi di integrazione, strettamente legati all’idea di comunità nazionale. Il XIX° secolo vede infatti gli Stati europei riconfigurarsi, assorbire le diverse “nazioni” che li compongono ed esigere, di conseguenza, dagli ebrei - lo straniero per eccellenza - che essi rinuncino alle proprie forme di organizzazione tradizionali, per integrarsi pienamente nel progetto moderno. Tuttavia, il successo di quest'integrazione fu tale da suscitare ben presto dei sospetti: come avrebbe potuto, un popolo reputato aver vissuto così tanto a lungo "al di fuori della storia generale" partecipare così facilmente alla vita sociale, economica e intellettuale? È qui che si formula il moderno "problema ebraico". Per autori antisemiti come Drumont, questa integrazione è evidente: gli ebrei si ricostituirebbero in sottogruppi etnici, perpetuando le loro tradizioni nonostante, o addirittura contro, il progetto moderno. "Loro" non avrebbero giocato il gioco liberale dell'emancipazione individuale, ma avrebbero agito attraverso delle reti invisibili, sfuggendo alla trasparenza civica, e diventando così inaffidabili. Il risultato sarebbe una situazione paradossale: lo status giuridico e sociale degli ebrei si trasformerebbe così in direzione dell'integrazione, rinnovando simultaneamente proprio quelli che sono i termini del "problema ebraico". In tal modo, il loro stesso successo diventa sospetto, e viene reinterpretato come il nascondersi di strutture tradizionali persistenti. L'antisemitismo che ne derivò non era più principalmente razziale, ma veniva presentato come la diagnosi di un "male sociale". I meccanismi di omogeneizzazione dello Stato-nazione moderno, diventavano così una delle forze trainanti dell'oppressione degli ebrei al cuore stesso della modernità, costituendo - un ulteriore paradosso - una motivazione profondamente moderna per la creazione di una vera e propria "casa" politica. Il progetto moderno, a cui le comunità ebraiche avevano in gran parte risposto, implicava così la costituzione di un immaginario nazionale tendente verso delle forme di omogeneizzazione culturale, linguistica o etnica [*25].  Se "l'eterotopia esistenziale[*26], destinata a realizzare l'utopia sionista, intendeva inizialmente distanziarsi dai canoni romantici del nazionalismo europeo, la sua effettiva realizzazione ne ha tuttavia ripreso alcuni tratti costitutivi. Questa evoluzione si spiega sia con i conflitti interni al movimento sionista, che hanno portato progressivamente a un consenso nazionale-statale, sia con un contesto geopolitico ostile, sia con le complesse relazioni con le potenze occidentali alleate e con i paesi arabi negli anni Venti e Trenta. Nulla di tutto ciò era tuttavia scritto in anticipo. Come sottolinea Gershom Scholem, gli intensi dibattiti e le profonde divergenze tra le diverse correnti - socialiste, sioniste nazionaliste, stataliste o culturali - testimoniano un vero e proprio «pluralismo di correnti e [il] gioco delle fazioni. […] Questa proliferazione smentisce la tesi di una visione dogmatica e unitaria». [*27] Tuttavia, viene perpetuata così la tesi di una cosiddetta unicità "sionista". Questa lettura di una storia monolitica, viene alimentata sia da alcune fazioni della classe dirigente israeliana, che fanno leva sul bisogno di sicurezza - dove il nemico palestinese serve a cementare la società israeliana attorno a un omogeneizzato "progetto sionista" - sia da una larga parte del militantismo anti-sionista, per il quale il sionismo viene indiscriminatamente confuso con il razzismo, il capitalismo, il colonialismo o l'imperialismo. Questo rifiuto a considerare la tradizione sionista in tutta la sua estensione storica, la sua pluralità interna e la sua costruzione dialettica, al fine di ridurla esclusivamente alla versione reazionaria dell'ideologia sionista promossa oggi dallo Stato di Israele, costituisce un riduzionismo problematico - se non sospetto - da parte di militanti che oggi si dichiarano critici e progressisti. Non si tratta più di analizzare una tradizione politica, ma di congelare un significante comodo che può essere immediatamente mobilitato come nemico. In quanto tale, il nome stesso di "sionismo" - presentato come avversario stabile e disponibile - appartiene allo stesso registro retorico di altre categorie squalificanti  - "razzista", "indigenista", "islamo-sinistra", ecc.- la cui funzione principale è quella di suscitare, nel pubblico, rapidamente, rifiuto, disgusto e un senso di unità, a discapito di qualsiasi intelligibilità storica e politica.

- Julien Chanet -

NOTE:

1 - Jacques Ehrenfreud, « Le retour de la guerre, les juifs et la crise de l’histoire », Musée d’art et d’histoire du Judaïsme, 14 décembre 2023. Le texte de la conférence est paru dans K.
2 - David Niremberg, Antijudaïsme, un pilier de la pensée occidentale, Genève, Labor et Fides, 2023 (2013).p. 169.
3 - Ibid., p. 191
4 - Max Horkheimer et Theodor W. Adorno, La dialectique de la Raison, Paris, Gallimard, 1983, p. 195.
5 - Cité par Ivan Segré, Les pingouins de l’universel, Antijudaïsme, antisémitisme, antisionisme, Paris, Lignes, 2017., p. 38.
6 - Karma Ben Johanan, « Les Juifs, encore à contresens de l’histoire… », K. La revue – Les Juifs, l’Europe, le XXIe siècle, 24 janvier 2024.
7 - Spécifiquement les pogroms se déroulant durant les guerres civiles russes (1918-1921) : « au moins 100 000 tués, 200 000 blessés et invalides, des dizaines de milliers de femmes violées, 300 000 orphelins dans une communauté de quelque 5 millions de personnes », dans Nicolas Werth, Lidia Miliakova (dir.), Le livre des pogroms. Antichambre d’un génocide, Ukraine, Russie, Biélorussie, 1917-1922, Paris, Calmann-Lévy, 2010, p. 30.
8 - Voir Michel Feher, Redevenir juif. Les mésaventures d’un pacte de blanchiment réciproque, La découverte, 2026. « Dans Redevenir juif, le philosophe Michel Feher défend la culture et la condition des juifs diasporiques, cauchemar des antisémites, contre les fermetures identitaires et la dérive d’Israël ». Xavier De La Porte, Le Nouvel Obs, 7 mai 2025.
9 - Cette thématique du souvenir des Juifs ancestraux et de la trahison est très présente dans la littérature « décoloniale » française, notamment chez Houria Bouteldja.
10 - L’emprunt de ce mot au vocabulaire psychanalytique consiste à rendre compte d’un rapport pathologique avec un objet satisfaisant une pulsion. Les Palestiniens, dont on ôte leur capacité à apparaître comme acteur de leur propre destin mais également comme acteurs singuliers au sein même de l’oppression qu’ils subissent, sont traités comme un moyen, une surface de projection ou un outil de satisfaction.
11 - La réduction instrumentale et objectacle de la « cause palestinienne ». Le contenu du syntagme Peuple-Objet est à destination des Occidentaux, et ne décrit pas une réalité (sur le même modèle que l’Orientalisme). Il construit sur le dos de la Palestine une théorie métaphysique (hylémorphique) consistant à faire correspondre une matière (la défense de la Palestine) avec sa forme (la pratique militante de l’antisionisme). Voir Julien Chanet, L’Incendie universel, Le sujet de l’antisionisme à gauche, Crise et Critique, 2026 p.118.
12 - De Meir Kahane, fondateur du parti fasciste, raciste, suprémaciste et homophobe Kach, interdit en 1988. L’idéologie kahaniste s’incarne chez Itamar Ben Gvir. Voir Nicolas Zomersztajn, « Kahane est mort, son idéologie raciste est vivante », Regards, n°1075, 27 septembre 2024.
13 - Pensons à la récente « La conférence internationale sur la lutte contre l’antisémitisme » qui s’est tenue à Jerusalem le 27 mars 2025. Voir, dans K., La conférence de la honte, Michael Brenner, 26 mars 2025.
14 - Isabelle Mandraud, En Cisjordanie, l’impunité absolue des colons israéliens ayant commis des crimes, Le Monde, 17 avril 2026.
15 - https://langloishg.fr/documents/guerre-et-paix/la-proclamation-de-letat-disrael-14-mai-1948/
16 - Voir John-Paul Pagano, « Tony Judt and the Velvet Genocide », The socialism of fools, 10 janvier 2010.
17 - Tony Judt, « Israel: The Alternative », The New York Review, 23 octobre 2003.
18 - John-Paul Pagano, « Tony Judt and the Velvet Genocide », art.cit.
19 - « Depuis leur émancipation en 1791, les Juifs de France se hissent progressivement dans l’échelle sociale, d’une génération à l’autre, et dans tous les domaines. L’égalité juridique promise par la Révolution est pleinement mise en oeuvre sous la Monarchie de Juillet. Sous le Second Empire, les pouvoirs publics contribuent à cette ascension, favorisant, sur les bases de l’État-nation intégrateur, leur assimilation. Leur promotion économique, sociale et culturelle s’accélère sous la Troisième République. Beaucoup d’entre eux “identifient leurs propres intérêts à ceux de la République à laquelle ils sont reconnaissants de les avoir émancipés, l’alliance devient ainsi naturelle entre la République et les Juifs” », dans Grégoire Kauffmann, « Rothschild & Cie. La bourgeoisie juive vue par Édouard Drumont », Archives Juives, vol. 42, no 1, 2009, p. 51-68.
20 - Bruno Karsenti, La question juive des Modernes, Paris, PUF, 2017
21 - Bruno Karsenti et Cyril Lemieux, Socialisme et sociologie, Paris, Éditions de l’EHESS, 2017., p. 17.
22 - Voir Justine Lacroix et Jean-Yves Pranchère, Le Procès des Droits de l’homme. Généalogie du scepticisme démocratique, Paris, Seuil, 2016 ; Les droits de l’homme rendent-ils idiots ? Paris, Seuil, 2019.
23 - Mathieu Dejean, « Ukraine : aux Amfis, La France insoumise rattrapée par son campisme », Médiapart, 23 août 2025.
24 - Voir par exemple : Pierre Birnbaum, Est-il des moyens de rendre les Juifs plus utiles et plus heureux ? Le concours de l’Académie de Metz (1787), Paris, Le Seuil, 2016.
25 - Actuellement, la fièvre suprémaciste blanche est un symptôme de cet écueil, de même que les flambées identitaires tendancieusement xénophobes indienne ou chinoise (Han), toutes intriquées dans la dialectique des orientations concomitamment nationalistes et impérialistes des politiques du capital.
26 - Lorsqu’il advient dans la modernité, Israël est hétérotopique en ce sens qu’il constitue cet espace singulier qui, selon la définition de Michel Foucault, « a le pouvoir de juxtaposer en un seul lieu réel plusieurs espaces, plusieurs emplacements qui sont en eux-mêmes incompatibles ». Si Foucault pense ici au cinéma, au théâtre ou aux jardins, le versant hétérotopique du sionisme se trouve nécessairement confronté à cette pluralité d’échelles, à cette coexistence de registres historiques, symboliques et politiques – autrement dit à une dimension multiscalaire et profondément « intersectionnelle ». […] L’hétérotopie [israélienne] s’est trouvée immédiatement confrontée à un espace déjà habité, traversé par des histoires, des appartenances et des conflictualités irréductibles à toute projection compensatrice. ». Voir Julien Chanet, L’incendie universel, op.cit., p.145-154.
27 - Denis Charbit, « Les sionismes au XXe siècle, entre contextes et contingences », Vingtième siècle. Revue d’histoire, 2009/3 no 103, p. 27-46.