sabato 25 maggio 2019

Malati di mente

Per Aby Warburg, le immagini celavano al loro interno fantasmi spesso terrifici, che tentavano di tenere a bada: senza mai riuscire fino in fondo a nasconderne le tracce. È un'idea cruciale per il nostro modo di leggerle, che nel tempo ha trovato innumerevoli riscontri. Pochi, però, nitidi quanto quelli che ha lasciato dietro di sé Opicino de Canistris. Nato a Pavia alla fine del Duecento, scriba alla corte papale di Avignone, nel corso di una vita irrequieta e tormentosa Opicino ha lavorato a una serie di tavole straordinarie. Formalmente ispirate alle mappe dei cartografi genovesi che aveva a lungo maneggiato in Francia, le carte di Opicino sono qualcosa fra una cosmologia blasfema e un diario - quanto mai minuzioso - di quella catastrofe dell'anima che abbiamo imparato a chiamare psicosi. Ma rimangono in definitiva un affascinante enigma, tutto da decifrare. E questa, narrata da Sylvain Piron, è la loro storia.

(dal risvolto di copertina di: Sylvain Piron, "Dialettica del mostro". Adelphi)

Atlante universale della follia
- di Michele Mari -

Jorge Luis Borges ha immaginato un uomo di chiesa che ogni sera, al termine delle proprie mansioni, si chiude in uno studiolo per disegnare ossessivamente carte geografiche non destinate a nessuno; in queste mappe, dove la geografia vera si mescola alla geografia fantastica e dove comunque i nomi sono dislocati, egli sparge indizi della propria vita, nasconde disegni di figure umane e mostruose, crea trompe l’oeil ed effetti ottici per cui altre immagini esistono in negativo oppure appaiono ruotando il foglio, sovrappone o pone a cornice complessi diagrammi labirintici, e soprattutto inserisce anche all’interno delle immagini bizzarri testi latini che sembrano descrivere tutt’altro.
Transitivamente e metamorficamente, come nell’attività onirica, un neo su una guancia può essere una città, mentre una città o un golfo sono anche un sesso femminile; in particolare ricorre, con esiti deliziosamente feticistici, lo ” stivale” dell’Italia. Assillato dall’onere di cartografare il mondo e di interpretarne la morfologia in chiave metafisica, quest’uomo è però un malato di mente, sicché il vero oggetto delle mappe è la sua stessa psicosi, tradotta in meravigliosi cristalli grafici da una tecnica e da un virtuosismo che fanno pensare all’arte di Escher. In realtà, pur potendolo immaginare, Borges non ha mai scritto di quest’uomo, che è esistito veramente. Si chiamava Opicino de Canistris, nacque in provincia di Pavia alla fine del ’ 200, e lavorò come scrivano presso la corte pontificia di Avignone.
Della sua vita sappiamo solo quanto al suo capriccio è piaciuto insinuare nelle mappe, spesso sciogliendo il dato biografico nel simbolismo e nel delirio esoterico: non è un caso che le medesime modalità autobiografiche si trovino anche nell’opera di un altro famoso malato mentale, Adolf Wölfli, che in trentacinque anni di reclusione manicomiale consegnò la propria vita a 25mila pagine di testo integrato da migliaia di disegni di rara bellezza.
E come l’opera di Wölfli è stata “scoperta” e divulgata dal suo stesso psichiatra, Walter Morgenthaler, così le mappe di Opicino, contenute in due manoscritti vaticani, sono state riscoperte dal gruppo di Aby Warburg: Saxl, Panofski, e Salomon, cui apparve chiara la matrice patologica di un simile miracolo.
I warburghiani si rivolgevano agli specialisti; a raggiungere un pubblico più vasto ha provveduto Sylvain Piron, con un’appassionata monografia comprensiva di riproduzione fotografica, purtroppo molto selettiva.
Incrociando Freud con Jung ( che dopo aver visto qualcuna di queste mappe commentò shakespearianamente: «C’è del metodo nella follia»), Piron ha buon gioco nel suggerire una ricca messe di possibili interpretazioni, spesso legate al senso di colpa per una nascita traumatica e “mostruosa”, alla sindrome edipica e alla sublimazione della figura materna nell’immagine dell’Ecclesia Triumphans.
Tuttavia la bellezza di questi disegni e di questi maniacali diagrammi alfanumerici rifulge anche (se non soprattutto) in assenza di spiegazione, come per una sovrana autosufficienza.
Guidato da uno straordinario senso compositivo, Opicino deduce una forma dall’altra, un sistema arterioso dal delta di un fiume, un occhio da una mandorla bizantina che iscrive un Cristo che come attraverso un prisma si riflette in un altro Cristo capovolto, le cui braccia definiscono in negativo le fauci di un mostro: e ovunque, nascosti come in un gioco della Settimana Enigmistica, falli, vulve, bocche.
Ci parla della creazione di Dio, Opicino, o di quella del Diavolo? Sicuramente ci parla dei mostri, intesi come tali e, alla latina, come prodigi; e la commovente raffigurazione di se stesso bambino, sulla circonferenza di un sistema di cerchi concentrici corrispondenti agli eventi della sua vita e alle sfere celesti, ci appare come una rivelazione e una firma: io, Opicino, signore dei mostri e ordinatore del caos.

- Michele Mari - Pubblicato su Robinson del 20/5/2019 -

venerdì 24 maggio 2019

Fantasie maschili

La femminilità tossica in «Game of Thrones»
- di Slavoj Žižek -

L'ultima stagione di Game of Thrones ha scatenato un grande clamore, che è culminato in una petizione (firmata da quasi un milione di spettatori indignati) che chiedeva l'annullamento della stagione e che se ne registrasse una del tutto nuova. La rabbia che ha segnato la discussione è, di per sé, un'indicazione del fatto che in gioco ci siano molte cose, in termini di ideologia.
L'insoddisfazione ruotava intorno a due punti principali: una brutta sceneggiatura (scritta sotto la pressione di voler chiudere rapidamente la serie, pregiudicando così la complessità della narrazione) e una cattiva psicologia  (la trasformazione di Danereys in una Mad Queen [una regina folle] non può essere giustificata nei termini della traiettoria del personaggio). Nel dibattito, una delle poche voci intelligenti è stata quella dello scrittore Stephen King, il quale ha sottolineato come l'insoddisfazione non sarebbe stata causata dal brutto finale, ma dall'esistenza stessa di un finale: in questa nostra epoca delle serie, che sembrano cominciare in modo che continuino indefinitamente, ad essere intollerabile è l'idea stessa di una chiusura narrativa. È vero che, nella rapida conclusione della serie, prevale una strana logica - ma si tratta di una logica che viola non tanto la verosimiglianza della psicologia, quanto piuttosto quelli che sono i presupposti stessi di una serie televisiva. Dopo tutto, l'ultima stagione si riduceva ai preparativi per una battaglia, al dolore e alla distruzione che seguono dopo la battaglia, e al combattente posto di fronte a tutta questa insensatezza - che per me, è qualcosa di molto più realistico di quanto lo siano i soliti grovigli melodrammatici gotici.
L'universo di Game of Thrones (così come quello de Il Signore degli Anelli) è un universo spiritualizzato ma sprovvisto di Dio: ci sono forze soprannaturali, ma esse fanno parte della natura, e non ci sono né Dei superiori né tanto meno sacerdoti al loro servizio. All'interno di un tale contesto, il quadro dell'ottava stagione è profondamente coerente: in essa vengono inscenate tre battaglie consecutive. La prima viene combattuta fra l'umanità ed i suoi inumani Altri (rappresentati dall'Esercito della Notte del Nord, guidato dal Re della Notte). Quindi, in seguito, la disputa si svolge fra i due principali gruppi di umani (i malvagi Lannister e la coalizione contro di loro guidata da Daenerys e dagli Stark). Infine, poi, c'è il conflitto interno fra Daenerys e gli Stark. Ed è per questo che le battaglie dell'ottava stagione seguono un percorso logico che parte da un'opposizione esterna per arrivare alla scissione interna: la sconfitta della disumana Armata della Notte, la sconfitta dei Lannister e la distruzione di Approdo del Re, fino ad arrivare all'ultimo scontro fra gli Stark e Daenerys - in ultima analisi, allo scontro tra la «buona» e tradizionale nobiltà, rappresentata dagli Stark, che protegge lealmente i propri soggetti dagli artigli dei malvagi tiranni, e la figura di Daenerys, vista come un leader forte di nuovo tipo, come una sorta di bonapartista progressista che agisce per conto di quelli che sono meno privilegiati. Per riassumere in modo semplice la cosa, nel conflitto finale, quel che è in gioco è quanto segue: la rivolta contro la tirannia dovrebbe svolgersi nel quadro di una mera lotta per il ritorni alla precedente versione antica, un po' più gentile, del medesimo ordine gerarchico? Oppure, dovrebbe evolvere nel senso della ricerca di un nuovo ordine necessario?
Gli spettatori insoddisfatti hanno un problema con quest'ultimo scontro - la cosa non sorprende, dal momento che esso mescola il rifiuto di una trasformazione radicale insieme ad un vecchio tema anti-femminista che troviamo nelle opere di Hegel, Schelling e Wagner. Nella sua Fenomenologia dello Spirito, Hegel introduce il suo famoso concetto di femminilità vista come «l'eterna ironia della comunità»: la donna «trasforma con i suoi intrighi il fine universale del Governo in un fine privato, converte la sua attività universale nel prodotto di un qualche individuo particolare, e perverte la proprietà universale dello Stato in patrimonio ed in ornamento della famiglia» [*1] Questa linea narrativa si incastra perfettamente con la figura di Ortrud, dell'opera Lohengrin, di Richard Wagner: per lui, non esiste niente di più orribile e disgustoso di una donna che interviene nella vita politica, motivata da un desiderio di potere. A differenza di quanto accadrebbe con l'ambizione maschile, la donna, incapace di cogliere quella che è la dimensione universale della politica statale, bramerebbe il potere solo al fine di promuovere i suoi propri stretti interessi familiari - o peggio, i suoi capricci personali. Come non riportare alla mente il passaggio di Schelling, secondo il quale «il principio che funziona e che ci sostiene con la sua inefficacia è quello stesso che ci consumerebbe e ci distruggerebbe con la sua efficacia»? [*2] - è il potere che, se viene tenuto al suo posto adeguato può essere benigno e pacificatore, si converte nel suo opposto radicale, nella furia più distruttrice, non appena esso raggiunge un livello più alto, un livello che non è il suo. Quella stessa femminilità che, all'interno del circolo chiuso della vita familiare, configura quello che è il suo proprio potere di amore protettore, ecco che essa si trasforma in frenesia oscena, quando si manifesta al livello di quello che sono gli affari pubblici, al livello dello Stato. Il punto più basso della sceneggiatura, è il momento in cui, nel dialogo, Daenerys dice a Jon Snow che se lui non può amarla come regina, regnerà la paura - l'archetipo volgare in maniera imbarazzante della moglie sessualmente insoddisfatta che esplode in una furia distruttiva.
Ma ora passiamo alle cose spiacevoli: che dire delle esplosioni omicide di Daenerys? Il massacro spietato di migliaia di persone comuni di Approdo del Re può davvero essere giustificato come un passo necessario verso la libertà universale? Si tratta di qualcosa di fatto davvero imperdonabile: ma parlando di questo, dobbiamo ricordare che la sceneggiatura è stata scritta da due uomini. L'immagine di Daenerys come una regina folle è una fantasia rigorosamente maschile (i critici hanno avuto ragione a sottolineare che la sua discesa nella follia non possa essere giustificata psicologicamente). La scena in cui lei, volgendo intorno uno sguardo di rabbia e di follia, sorvola la città mentre cavalca il suo drago incendiando case e persone è semplicemente espressione dell'ideologia patriarcale, e della paura che tale ideologia ha di una donna politicamente forte.
Il destino finale delle protagoniste femminili in Games of Thrones si inserisce in queste coordinate. Ad essere centrale è l'opposizione fra Cersei e Daenerys, le due donne legate al potere, il messaggio che deriva dal loro conflitto è chiaro: anche se vince il bene, il potere corrompe le donne. Arya (che ha salvato tutti quando ha ucciso, da sé sola, il Re della Notte) scompare anche lei, imbarcandosi in un viaggio ad ovest dell'Occidente (come se andasse a colonizzare l'America). Quella che rimane (come regina del regno autonomo del Nord) è Sansa, un tipo di donna amata dal capitalismo contemporaneo: riunisce in sé delicatezza comprensione femminile insieme ad una buona dose di intrigo, e quindi si adatta pienamente in quelle che sono le nuove relazioni di potere. Questa marginalizzazione delle donne è un momento chiave della lezione liberal-conservatrice generale dell'ultimo episodio: le rivoluzioni devono finire male, e generano nuove tirannie. [...] La lezione liberal-conservatrice traspare assai più chiaramente dalle parole detta da Jon Snow a Daenerys: «Non avrei mai immaginato che i draghi sarebbero nuovamente esistiti; nessuno lo avrebbe immaginato. Le persone che ti seguono sanno che tu hai fatto qualcosa di impossibile. Forse questo li aiuta a credere che tu possa far sì che avvengano altre cose impossibili: costruire un mondo differente dalla merda che hanno sempre conosciuto. Ma se tu li usi [i draghi] per radere al suolo castelli e per bruciare città, non sei per niente diversa. Si tratta più o meno della stessa cosa.» Così, Jon uccide per amore (salvando da sé stessa la donna maledetta, secondo quella che è la vecchia formula sciovinista) l'unico agente sociale della serie che aveva realmente combattuto per qualcosa di nuovo, per un mondo nuovo che avrebbe messo fine alle vecchie ingiustizie. Perciò non sorprende che l'ultimo episodio della stagione sia stato ben accolto: ha prevalso la giustizia - ma che tipo di giustizia? Ciascuno viene collocato in quello che è il posto che gli spetta: Daenerys, che ha perturbato l'ordine stabilito, è morta ed è stata portata via dal suo ultimo drago. Il nuovo re è Bran: storpio, onnisciente, che non vuole niente - evocando così quella saggezza insipida secondo la quale i migliori governanti sarebbero quelli che non vogliono il potere. In quello che è un finale supremamente politicamente corretto, governa uno storpio, ora aiutato da un nano, ed eletto dalla nuova élite saggia. (Un nel dettaglio: le risate che ne conseguono quando uno di loro propone una scelta più democratica del re). Ed è impossibile non notare che quelli che rimangono fedeli a Daenerys hanno tutti la pelle scura - il suo grande comandante è nero - e sono per lo più orientali, mentre i nuovi governanti sono chiaramente tutti nordici bianchi. La regina radicale che vorrebbe più libertà per tutti indipendentemente dalla loro posizione sociale e dalla razza è state eliminata, le cose tornano alla normalità, e la miseria viene mitigata per mezzo della saggezza.

- Slavoj Žižek - Testo inviato direttamente dall'autore al Blog da BoiTempo il 19/5/2019 -

NOTE:

[*1] - «Questa femminilità - l'eterna gloria della comunità - muta per mezzo dei suoi intrighi il fine universale del Governo in un fine privato, trasforma la propria attività universale in un'opera di questo determinato individuo, e perverte la proprietà universale dello Stato in patrimonio ed ornamento della famiglia.» (G. W. F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito).

[*2] - F. W. J. Schelling, Die Weltalter. Fragmente. In den Urfassungen von 1811 und 1813.

fonte: Blog da BoiTempo

giovedì 23 maggio 2019

Lo Stato e il Dominio

Il potere dello Stato, dall'inizio dell'età moderna ad oggi
- Lo Stato-nazione come ostetrico e fornitore di servizi per la produzione di merci -
di Gerd Bedszent

Introduzione
Sulla questione del potere dello Stato circolano le più assurde affermazione e analogie, sui libri e sulla stampa, così come nei tanti forum di Internet. Sono soprattutto i sostenitori della destra radicale a credere che gli sviluppi storici possano essere semplicemente annullati ed invertiti, attraverso l'esercizio di una violenza brutale che ci faccia tornare ad un tempo nel quale la società sarebbe stata presumibilmente «ordinata», e dove c'erano frontiere stabili che separavano gli Stati ed i popoli gli uni dagli altri, e non c'erano crisi economiche. Ma alcune eccentricità vengono espresse anche da autori ed autrici di sinistra. Gli attivisti politici anarchici, per esempio, ritengono ancora che tutti i mali del mondo derivino dall'esistenza degli apparati di potere dello Stato, e che abolirli creerebbe inevitabilmente una società di individui liberi. I teorici del movimento operaio classico, dall'altro lato, si sforzano di collocare le "persone giuste" in posizioni chiave della burocrazia statale, o di costruire un "proprio Stato" in mezzo alle rovine della macchina statale fatta a pezzi - il capitalismo potrebbe quindi essere abolito per mezzo di un atto di pura volontà e sostituito da una società socialmente giusta. In un simile contesto, gli sviluppi economici non sono percepiti, oppure vengono completamente dissociati da quella che è la realtà del potere statale. L'interazione tra potere statale e produzione di merci, che non viene mai compresa veramente dai teorici della sinistra tradizionale, insieme alla riduttiva percezione di quelle che sono le realtà sociali risultanti da questo deficit, offre un fianco scoperto alle idee irrazionali degli ideologhi di estrema destra [*1]. Come risultato di una percezione così tanto riduttiva, già da qualche tempo, i media della comunicazione di sinistra sono ossessionati dall'idea che il tema della nazione e del nazionalismo non dev'essere lasciato esclusivamente alla destra. Però, teoricamente e praticamente, non si ottiene nulla. Lo Stato-nazione ed i suoi apparati di violenza non vengono visti dagli ideologhi estremisti di destra come una componente ed uno strumento dell'economia di mercato, bensì come un'autorità presunta come superiore [*2].

Statalismo e dominio
La visione classica della storia, in genere non distingue tra Stato-nazione borghese e strutture di potere feudale, o pre-feudale. Pertanto, gli Stati in genere appaiono come qualcosa di naturale, che in qualche modo è sempre esistito. Anche il capitalismo, viene ugualmente percepito in maniera riduttiva: quelle che sono le differenze tra l'economia fissata nel capitale ed il funzionamento delle società pre-moderne, vengono in parte, deliberatamente, oscurate, retroproiettando in maniera completamente astorica categorie reali, quali lo Stato, il mercato ed il capitale, su tutta la storia dell'umanità. Alla fine, sono oramai decenni che i teorici della sinistra tradizionale hanno affermato che «popolo» e «nazione» non sono sempre esistiti secondo quello che è l'attuale uso linguistico. La parola tedesca «Volk» proviene da un dialetto germanico del periodo della migrazione, e originariamente si riferiva ad un gruppo guerriero, inteso come unità di base militare (Haarmann 2004, 8). Più tardi, il termine mutò in un'associazione di tribù e clan legati fra di essi dalla lingua. In quello che è l'utilizzo scientifico della lingua, il termine «popolo», oggi politicamente screditato, è stato nel frattempo sostituito da «etnia». E, come ha recentemente affermato la storica austriaca  Andrea Komlosy, facendo riferimento al suo collega tedesco Hans-Heinrich Nolte, il termine «Stato» è stato coniato solo all'inizio dell'età moderna per descrivere uno «status», uno stato di potere affidabile e calcolabile, la cui descrizione richiede della «statistiche» (Komlosy 2018, 69). Le basi di questo Stato moderno sono state poste nel periodo iniziale dell'Assolutismo. L'assolutismo era un'alleanza di intenti fra quei potentati che dominavano il territorio e la borghesia delle città. Lo strumento necessario del dispotismo assolutista era quindi la burocrazia statale, con il suo braccio militare. Commercianti, banchieri e gestori di manifatture lucravano attraverso la sostituzione delle tradizionali norme feudali con un'amministrazione ed una giustizia stabili, e potevano anche fornire, lucrandoci sopra, una tale amministrazione, incluso il tribunale assolutista, insieme alle forniture necessarie. I primi tentativi di creare un apparato amministrativo e repressivo organizzato burocraticamente, sono stati fatti durante il periodo dell'Alto Medioevo europeo, Ma è solo verso il XIV secolo, che gli autocrati dinamici riuscirono a stabilirsi nelle diverse regioni dell'Europa occidentale, e, per mezzo di un apparato governativo da essi creato, si mossero gradualmente al fine di rendere possibile la regolamentazione della relazione del capitale. Il filosofo e politico italiano Niccolò Machiavelli, vissuto durante il Rinascimento, ha descritto e giustificato l'implementazioni delle nuove relazioni di potere con rara franchezza: «Deve pertanto un Principe non si curare dell’infamia di crudele, per tenere i sudditi suoi uniti, e in fede» (Machiavelli, 97).
Inizialmente, i nuovi apparati di potere vennero finanziati attraverso le entrate dei domini agrari dei rispetti potentati, ma anche per mezzo del credito da parte della classe arte urbana. Solo quando le necessità finanziarie dei governanti, crescenti in maniera permanente - derivanti soprattutto dalla necessaria costituzione di eserciti di mercenari armati - causarono un'enorme montagna di debiti, fu allora che venne realizzata, concretizzandosi gradualmente, l'introduzione dei dazi doganali sulla circolazione delle merci, insieme alle tasse per l'utilizzo delle infrastrutture dello Stato. La classe privilegiata dei nobili proprietari terrieri dell'Alto Medioevo si oppone ferocemente alla tassazione, ma alla fine deve cedere all'uguaglianza con i non nobili. La figura del «robber baron», un cleptocrate nobile che si arricchisce a spese dei padroni dell'economia delle merci, senza fornire in cambio alcun servizio, ancora oggi presente e domina la semplicità della letteratura di evasione. I governanti assolutisti, ovviamente, non avevano inventato l'economia nazionale al fine di assistere la produzione di merci, e conseguire così un progresso mondiale. La loro preoccupazione era piuttosto quella di sfruttare l'economia come se fosse una «specie di serva» (Kurz 1991, 25). È probabile che il fatto che i potentati, come conseguenza dello sviluppo che avevano innescato,fossero entrati una irreversibile, e sempre maggiore, dipendenza dalla borghesia, per loro non sia stato chiaro fin dall'inizio. Le convulsioni armate all'inizio dell'età moderna non servirono a trasformare la società, ma piuttosto ad insegnare alle figure che si trovavano ai vertici del potere dello Stato quali fossero i rapporti di potere reali. Ragion per cui, diversi monarchi divennero perciò vittime dell'apparato giudiziario che avevano costruito, così come divennero vittime delle machine di esecuzione che erano state sviluppate sotto la loro direzione. Dopo l'eliminazione dei distruttivi prodotti della decomposizione dell'ordine feudale, la dualità del potere statale e del capitale diede origine all'odierna economia nazionale. Da un lato, lo Stato serviva da strumento per stabilire le condizioni-quadro del sistema di produzione delle merci e, dall'altro lato, fungeva come organo regolatore per la manutenzione ed il mantenimento di questo sistema. Robert Kurz ha descritto adeguatamente il duplice carattere dell'emergente Stato-nazione: «Storicamente, nella sua forma proto-moderna, assolutista o borghese-rivoluzionaria e dittatoriale, divenne, da una parte, la levatrice del sistema produttore di merci e, dall'altra, il suo componente immanente» (Kurz 1991, 40).

Leggi sanguinose e deportazione
Il capitalismo primitivo, e lo sviluppo che ha portato allo Stato-nazione, che vengono generalmente visti come un'opportuna sostituzione dell'arbitrarietà del principe con lo stato di diritto borghese, sarebbero una vittoria del pensiero scientifico sui poteri della più oscura superstizione, un abbandono di quella che era la cattiva amministrazione feudale, e della povertà da essa derivante?
Questa è un'interpretazione altamente unilaterale degli eventi di quell'epoca. La sottomissione delle persone al sistema precursore della produzione di merci, ha avuto luogo a partire dell'uso della forza bruta. Nella sua famosa opera, Il Capitale, Karl Marx ha definito il potere statale come «la violenza concentrata e organizzata della società, per fomentare artificialmente il processo di trasformazione del modo di produzione feudale in modo di produzione capitalistico e per accorciarne i passaggi.»  (Marx 1962, 779). Nel corso di un simile processo di trasformazione, l'economia agraria dell'Alto Medioevo, relativamente ludica e poco repressiva, con la sua alta proporzione di tempo libero personale, è stata gradualmente trasformata in un sistema di affitti e locazioni capitalistici, monetarizzati e sottomessi ad un rigido regime di tempo. In questo contesto, quelli che erano i resti della vecchia proprietà comune ancora esistente - pascoli utilizzati collettivamente, diritti di caccia, di pesca e di sfruttamento del legname - che erano sopravvissuti fino a quel momento grazie alla copertura esercitata dai rapporti feudali, vennero spietatamente espropriati. Gli abitanti dei villaggi che non avevano avuto la fortuna di ottenere un contratto di locazione, ed essere così integrati nel nuovo sistema, da un giorno all'altro, si videro privati di ogni mezzo di sussistenza. A proposito di un simile processo di furto organizzato, Marx ha scritto che: «[...] La storia di questo esproprio si trova inscritta negli annali dell'umanità a caratteri di sangue e fuoco» (Marx 1962, 743). Cosa avvenne con le persone che erano diventate «superflue» nel corso di questa espropriazione e razionalizzazione capitalista agraria? Orde di mendicanti e di vagabondi attraversavano la Terra, alla ricerca disperata di cibo e di un riparo. Non ci si poteva aspettare alcun aiuto proveniente dalle autorità - al contrario. A quel tempo, le autorità avevano largamente rinunciato al cattolicesimo e quella che era la sua cura per i poveri e, d'ora in poi, si orientarono verso il protestantesimo, il quale diffondeva l'operosità borghese e l'etica del lavoro . Ne Il Capitale, Marx cita una fonte contemporanea secondo la quale in quel periodo i mendicanti che popolavano le strade della Scozia erano 200.000 (ivi, 750). Ma quali erano i profittatori di questo sviluppo verso il capitalismo primitivo?
È chiaro che fossero i signori della terra, così come la borghesia urbana dell'«alta finanza uscita dal guscio» e quella dei «padroni delle grandi manifatture che si facevano scudo delle tariffe protettive» (ivi, 752). A soffrire erano i contadini espulsi dalla terra e trasformati in vagabondi, mendicanti e ladri, e che, a meno che non finissero sul patibolo a causa di leggi barbare e sanguinarie, si dirigevano verso le città nella speranza di ottenere qualche tipo di reddito. L'esplosione della povertà urbana fu accompagnata da ondate di repressione statale. Nel 1729, lo scrittore Jonathan Swift, noto soprattutto per la sua velenosa satira sociale, I Viaggi di Gulliver, ha descritto l'orribile miseria della popolazione agraria espropriata, nell'Irlanda governata dalla Gran Bretagna e, facendo uso dell'esagerazione che gli era propria, suggerì di commercializzare la carne dei bambini irlandesi come «nutrimento estremamente gustoso, nutriente e completo» (Swift 1979, 221). Anche se un tale cibo poteva essere un po' caro, sarebbe stato «molto adeguato ai proprietari terrieri - dal momento che questi divoravano già la maggior parte dei genitori, avrebbero dovuto avere diritto di prelazione sui loro figli» (ivi, 222).
Furono necessari molti più atti di violenza per trasformare in proletariato moderno quei gruppi di popolazione concentrati nei quartieri poveri. Gli apparati burocratici, al servizio sia dei governanti assolutisti che delle dittature di transizione bonapartiste o dei governi borghesi-liberali, rinchiudevano un grande numero di poveri urbani nei penitenziari e nelle case di lavoro, reprimevano brutalmente le rivolte della fame e portavano alla forca o alla ghigliottina quelle persone che si opponevano ad essere trasformati in soggetti dell'economia delle merci. Le numerose atrocità, che ancora oggi riempiono la storiografia come se fossero prove della brutalità e dell'arretratezza della società feudale, in realtà erano causate dalla trasformazione delle condizioni feudali  nell'economia di mercato  del primo capitalismo. Come ha scritto Marx, nel contesto di questo sconvolgimento sociale dell'epoca, «la popolazione delle campagne, espropriata forzatamente della terra, espulsa e resa vagabonda, è stata fustigata, marchiata a fuoco e torturata a causa di leggi grottescamente terroristiche, per imporre la disciplina necessaria al sistema del lavoro salariato» (Marx 1962, 765).
Il contadino espropriato, che trascorreva in qualche modo la propria vita mendicando e rubando, divenne così il lavoratore manifatturiero subordinato in un regime di tempo eterodeterminato. Non era raro che gruppi di popolazione che resistevano si trasformassero in lavoratori salariati, oppure che, solo perché  non c'erano sufficienti posti di lavoro disponibili, venissero deportati all'estero, senza alcun indugio. Per fare solo un esempio: al tempo dell'occupazione britannica del Nord America, una grande percentuale di coloni era costituita da lavoratori forzati e prigionieri. Dopo che le «Tredici Colonie» si furono separate dalla «patria» inglese, e dopo che gli Stati Uniti, così fondati, avevano dato inizio ad uno sviluppo indipendente in direzione del capitalismo, fu l'Australia a diventare la destinazione di nuove deportazioni di massa. In maniera assurda, i deportati costretti contro la loro volontà assicuravano che lo stesso sistema di cui erano stati vittime si diffondesse in altre parti del mondo.
La strada che porta alla società borghese è lastricata di cadaveri. La burocrazia statale che agiva brutalmente è stata lo strumento del processo di imposizione della società del lavoro e dell'economia delle merci. Robert Kurz ha descritto tale processo nella seguente forma: «È solo lo Stato moderno, attraverso i suoi apparati di repressione e di amministrazione umana, a garantire che la popolazione del suo territorio non sono venga definita in quanto materiale del processo di valorizzazione capitalista, ma anche che questa definizione possa essere applicata, e che sia duratura, fino a diventare un'abitudine» (Kurz 2005, 38). Ma l'implementazione delle relazioni proto-capitaliste avrà davvero portato, almeno, ad un miglioramento delle condizioni di vita delle persone, e ad una maggior speranza di vita? Contrariamente a quella che è l'opinione popolare, questo non è avvenuto in alcun modo. Facendo il paragone con la presunta povertà dell'Alto Medioevo feudale, la popolazione europea nei secoli XVI, XVII e XVIII si è sempre trovata in una situazione peggiore. Robert Kurz ha descritto, con ragione, l'era pre-industriale del capitalismo come se fosse un «inferno dantesco di impoverimento» (Kurz 1999a, 16). Solo nel XIX secolo, vale a dire, con l'inizio dell'industrializzazione, avviene che il livello di vita della popolazione europea torni lentamente al livello che aveva già avuto nel XIV secolo (ivi, 18s.).
Come ha scritto inoltre sempre Robert Kurz, la «la struttura duplice del mercato mondiale e dell'economia nazionale/Stato nazionale, che includeva la corrispondente struttura di dissociazione, si sviluppava pienamente solo nel XIX secolo» (Kurz 2005, 53) e cominciava a «elaborare a partire dalle proprie basi» (ivi, 54). La fornitura di materie prime a partire dai territori soggetti al dominio coloniale, o costretti alla dipendenza economica, così come la vendita di prodotti industriali destinati a questi stessi territori, sono stati fattori essenziali per il trionfo dell'industrializzazione dell'epoca. E, con questo trionfo, anche la popolazione rurale espropriata all'inizio dell'era capitalista e «temporaneamente immagazzinata» nelle aree di povertà urbana ha potuto alla fine essere proletarizzata ed integrata nel nuovo sistema economico.

Regolazione militare
Perfino i militari, come braccio armato dello Stato, vengono spesso considerati come qualcosa che è «sempre» esistito. La verità è che ci sono state solo delle violente lotte di distribuzione fra gruppi di popolazione molto prima che avesse inizio il dispiegamento del capitalismo. Le milizie contadine e gli eserciti aristocratici delle prime culture agrarie, così come le orde dei nomadi a cavallo, avevano tuttavia poco a che fare con un esercito nazionale moderno. L'emergere graduale di un tale esercito, è il prodotto dello sviluppo che porta al capitalismo ed è, allo stesso tempo, anche il motore di questo sviluppo. Ma torniamo all'inizio: il periodo della fine del Medioevo è stato accompagnato da numerose sollevazioni della popolazione agraria. Nella tradizionale storiografia di sinistra, questa ondata di rivolte armate viene considerata come se fosse un'«iniziale rivoluzione borghese» e, pertanto, viene vista come se fosse un supporto allo sviluppo del capitalismo.
Tuttavia, le richieste tradizionali degli insorti dicono qualcosa di assai diverso. Ad essere ripetutamente rivendicate, erano la libertà di caccia e di pesca, i diritti sui pascoli e sul legname, così come l'abolizione degli eccessivi oneri imposti ai contadini dai signori della terra (Lenk, 1980). La popolazione rurale non voleva una trasformazione rivoluzionaria della società; si aggrappava al tradizionale, a quelli che erano i resti ancora esistenti della proprietà comune e all'autodeterminazione del villaggio, del borgo. Lottava contro il crescente saccheggio in atto da parte dei signori della terra, contro la forzata riduzione delle sue libertà tradizionali. Ed era determinata a difendere il suo modo di vita con le armi. Mentre, nell'Alto Medioevo, nei conflitti militari che avvenivano fra eserciti di contadini ribelli ed eserciti aristocratici, questi ultimi talvolta perdevano, nel XV e nel XVI secolo tali rivolte dovevano fallire. Con l'inizio della sostituzione degli anacronistici eserciti di cavalieri con dei gruppi di mercenari professionali equipaggiati con armi da fuoco, l'equilibrio di potere cambiò radicalmente. Anche nella «Grande Guerra Contadina tedesca» dell'inizio del XVI secolo, gli insorti fallirono soprattutto a causa dei gruppi di soldati a contratto che combattevano dall'altra parte. Indubbiamente, l'emergere del mercenario professionale, come nuova professione, non è dovuto solo alla lotta contro le insurrezioni. Nel corso della dissoluzione della società del tardo Medioevo, erano aumentati anche i conflitti fra gli aristocratici signori della terra. Con la crescente monetarizzazione dell'economia agraria, le demarcazioni fra proprietà e sfere di interessi, precedentemente definite dal diritto consuetudinario e attraverso accordi verbali, svilupparono improvvisamente un enorme potenziale di conflitto. Ogni signore della terra che si trovava in difficoltà finanziarie, era ansioso di cambiare a proprio favore quella che era la demarcazione delle proprietà registrate in maniera inaccurata. Tutto ciò interessava non solo le comunità contadine, ma anche gli altri signori della terra confinanti. E la maggioranza di essi non tollerava le violazioni dei propri diritti, né la riduzione delle loro proprietà. Tali conflitti venivano frequentemente risolti con le armi: l'omicidio, il saccheggio e la cattura di ostaggi erano moneta corrente alla fine del Medioevo. Nel XVI secolo, l'utilizzo e la subordinazione di nobili scagnozzi al potere e alla giustizia territoriale del principe veniva rafforzato militarmente . Sotto forma di duelli fra nobili annoiati, i resti della giustizia medievale sono arrivati fino al XIX secolo. I signori della terra della fine del Medioevo che non volevano essere depredati territorialmente dai loro vicini, o pestati a morte dai contadini indignati, dovevano essere preparati in maniera permanente a qualsiasi disputa, e dovevano disporre delle più moderne armi. Il trionfo dell'arma da fuoco, che sostituiva sempre più la spada e l'armatura del cavaliere medievale, è stato il motore ed il prodotto di questo sviluppo. Tuttavia, i combattenti di entrambe le parti non potevano più rifornirsi di nuove armi, in quanto questo generalmente eccedeva le loro possibilità. Le armi dovevano essere fornite dai signori della terra, oppure dai leader dei mercenari professionisti, e la cosa era assai pesante in termini monetari. Se la produzione degli strumenti di assassinio dei nobili cavalieri poteva essere ancora fatta da dei semplici fabbri dei villaggi, la fusione dei cannoni e la produzione della polvere da sparo esigeva delle officine assai più grandi. E i loro proprietari si facevano pagare a caro prezzo per l'armamento delle truppe mercenarie. La crescente conseguente penuria finanziaria dei signori della terra, generava nuovi conflitti con i vicini, che a loro volta producevano nuovi ordinativi di armi. La spirale del reciproco armarsi, non si limitava solo alle armi da fuoco. La logica militare costringeva alla costruzione di fortificazioni in modo da proteggersi contro le armi della parte avversa. E con le prime strategie per la costruzione di eserciti nazionali moderni, crebbe la produzione di uniformi. La corsa agli armamenti - dapprima fra i signori della terra nemici, poi fra gli apparati militari degli Stati-nazione emergenti - fu una forza motrice per il trionfo della manifattura, dalla quale nacque l'attuale produzione industriale. Con lo sviluppo e l'applicazione delle armi da fuoco, cambiava anche il modo in cui veniva combattuta la guerra. L'aristocrazia, i contadini e i cittadini, che si univano per formare eserciti quando si rendeva necessario e poi tornavano a riprendere le solite attività, venivano sostituiti dai mercenari professionisti, che facevano per denaro tutto quello che veniva loro chiesto di fare. Erano pagati ed equipaggiati dal loro capitano, il quale a sua volta li rendeva disponibili insieme ai soldati che aveva reclutato per il signore che offriva di più. Mentre i semplici mercenari morivano sui campi di battaglia o, gravemente feriti, finivano per condurre da allora in poi una vita di mendicanti, gli «imprenditori della morte» (Robert Kurz) riuscivano spesso ad accumulare delle ricchezze significative, saccheggiando, estorcendo denaro in cambio di protezione, o semplicemente accumulando salari. Robert Kurz ha scritto: «Non è stato il pacifico commerciante, o il diligente risparmiatore o il produttore immaginato, ad essere all'inizio del capitalismo, ma piuttosto il contrario: proprio come i "soldati", in quanto sanguinari artigiani con armi da fuoco, sono stati i prototipi dei moderni operai salariati, così anche i leader militari ed i condottieri, “che facevano soldi”, sono stati i prototipi della moderna imprenditoria e della sua«disposizione a correre rischi» (Kurz 1999, 19s.).
Solo dopo la catastrofe della Guerra dei Trent'Anni - quando orde di soldati devastarono grandi zone dell'Europa centrale con omicidi e saccheggi, finendo per sfuggire in gran parte al controllo dei loro rispettivi datori di lavoro - quello che era il libero imprenditore della violenza lasciò gradualmente il posto al moderno esercito nazionale. In questo contesto, si interruppe la continua distruzione dei contadini da parte della proprietà terriera: sia i regimi assolutisti che la dittatura di transizione dell'inizio dell'Età Moderna, esigevano che la popolazione rurale fornisse soldati. A partire da allora, però, i contadini rimasti, che dovevano supportare l'enorme fardello delle spese militari attraverso dei tributi, quando si rese necessario vennero reclutati a forza dalle autorità e mandati in guerra. Il servo soldato, eternamente affamato e saccheggiatore, venne sostituito dal granatiere, stretto e curvo sotto il bastone del suo caporale e costretto a entrare nei ranghi. È ovvio che tutto questo non cambiava niente nella corsa militare delle emergenti economie nazionali - l'industria delle armi, in quanto forza motrice della produzione manifatturiera e dell'industrializzazione,  cominciava davvero solo adesso, con questo passo.
I militari svolgevano una funzione che non dovrebbe essere sottovalutata, in quanto pionieri nell'adattamento della popolazione a quelle che erano le costrizioni della società moderna. I soldati del tardo Medioevo, che si offrivano spesso per pura necessità di partecipare alle campagne militari, sono stati i «primi  "lavoratori salariati" moderni, che dovevano riprodurre completamente le loro vite attraverso il reddito monetario ed il consumo di merci» (Kurz 1999, 19); i granatieri che marciavano al passo dell'oca verso lo scontro a fuoco omicida, da quel momento, sono stati i precursori degli operai della catena di montaggio, che eseguivano monotonamente i medesimi movimenti sotto la muta coercizione della timbratura del cartellino. I leader predatori dei mercenari e gli operai che fondevano le armi dell'inizio della modernità sono stati i bisnonni dei successivi lavoratori industriali. E dalle fabbriche della polvere da sparo e dalle fonderie dei cannoni dell'epoca si sviluppò gradualmente l'industria attuale.

Unificazione attraverso il linguaggio
Un altro mito a proposito della fase iniziale del capitalismo, è quello secondo il quale i primi Stati-nazione si svilupparono a partire dalle demarcazioni già esistenti fra i popoli e i domini territoriali. Nella loro maggioranza, i territori feudali erano delle coperte patchwork: praticamente non esisteva alcun territorio che fosse di per sé chiuso. E la popolazione di questi domini era altrettanto mescolata. In genere, il sovrano era del tutto indifferente alla lingua in cui i sudditi comunicavano, ai costumi e alle tradizioni che coltivavano. Non era raro che membri di differenti gruppi etnici vivessero insieme, fianco a fianco, nello stesso villaggio, per secoli. I dialetti cambiavano nel tempo, si sviluppavano in regioni distanti le une dalle altre; e nascevano anche lingue del tutto nuove, che si sviluppavano dalla fusione di differenti gruppi di popolazione. In molte regioni dell'attuale Gran Bretagna, oltre all'inglese antico, alla fine del tardo Medioevo venivano parlati idiomi celtici. Nella Francia moderna, si parlava il bretone, il fiammingo, il basco, l'italiano e il tedesco, oltre che il francese antico. Durante l'Alto Impero medievale tedesco, venivano utilizzati numerosi dialetti regionali; l'area fra i fiumi Elba e Oder era dominata dai Polabi e dai Sorabi che parlavano una lingua slava. La Repubblica Ceca, ancora oggi di lingua slava, a quei tempi era anche parte dell'Impero tedesco. E la Prussia, che oggi appartiene alla Polonia e alla Russia, e che allora era una conquista tedesca, era abitata da una popolazione di lingua baltica. Tra queste aree linguistiche non esistevano frontiere fisse; ma si dissolvevano e si muovevano in maniera permanente. La popolazione dell'Alto Medioevo nei domini territoriali europei non era di certo un idillio di multiculturalismo. Ma sicuramente non era nemmeno un'altra cosa: una popolazione etnica linguisticamente omogenea. E sicuramente non era una nazione. Quest'ultima era solo il risultato dello sviluppo dello Stato-nazione borghese nei primi tempi dell'età moderna. Nel mondo di lingua tedesca, l'immagine del «popolo tedesco come comunità omogenea di lingua tedesca» (Haarmann 2004, 110), immaginata a partire dal XIX secolo, ha finito per assumere i tratti sgradevoli che vennero percepiti cento anni dopo, quelli dei milioni di omicidi di massa commessi dai nazisti.
Lo sviluppo di una lingua nazionale unificata, con una scrittura ad essa associata, ha svolto un ruolo che non può essere sottovalutato per quanto riguarda la costituzione di un'economia di mercato. Un territorio amministrato burocraticamente in maniera centralista, esigeva una lingua ufficiale che venisse utilizzata e compresa sia dagli amministratori che dagli amministrati. Gruppi di popolazione precedentemente assai differenti diventavano, così, cittadini che potevano venire amministrati con relativa facilità. A tal proposito, Andrea Komlosy ha scritto: «Questa assimilazione ha portato alla formazione di un suddito statale unificato, e, con l'ottenimento dei diritti politici, ad una comprensione della cittadinanza. La nazione politica è stata quindi, detto per inciso, anche una nazione della lingua» (Komlosy 2018, 54).
La costituzione degli Stati nazionali si è basata principalmente sul modello classico francese. Nel corso di questa trasformazione in Stato-nazione, nella maggior parte delle regioni europee dell'inizio dell'età moderna, c'è stata un'oppressione selettiva della minoranze di lingua diversa. Soprattutto nelle regioni multilingue di frontiera, i gruppi di popolazione alterano frequentemente diverse volte quella che è la loro identità nazionale, a seconda della situazione politica. Lo scrittore Johannes Bobrowski ha ben sintetizzato tutto ciò nel romanzo "Levins Mühle" [Il Mulino di Levin, edizioni Garzanti]: «Avrei potuto dire che i contadini più grassi erano i tedeschi, i polacchi del villaggio erano i più poveri, sebbene di certo non fossero così tanto poveri come lo erano nei villaggi polacchi fatti di legno che si trovavano intorno al villaggio più grande. Ma non sto dicendo questo. Dico piuttosto che i tedeschi si chiamavano  Kaminski, Tomaschewski e Kossakowski e i polacchi si chiamavano Leberecht e Germann. Ed è così che è successo» (Bobrowski 1987, 9s.). Un altro esempio: l'autore di queste righe sa, a partire da una tradizione familiare, che il suo bisnonno aveva scritto «tedesco» su quella che era la domanda del censimento del 1920, al punto in cui veniva chiesta quale fosse l'appartenenza nazionale, nonostante il suo soprannome fosse stato chiaramente lituano. Questo era stato sufficiente perché da allora in poi lui ed i suoi discendenti venissero considerati come tedeschi. Ma come è successo che la standardizzazione linguistica e culturale della popolazione abbia funzionato in termini concreti?  In questo, l'educazione scolastica ha svolto un ruolo importante: l'utilizzo della lingua ufficiale è stato letteralmente ficcato a bastonate nella testa degli adolescenti. La stessa cosa valeva per gli adulti chiamati a svolgere il servizio militare. Dai pulpiti delle chiese si predicava nella lingua ufficiale. Per poter essere accettati nelle università, era necessario padroneggiare la lingua, così come lo era per poter comprendere i documenti ufficiali, e poter essere in grado di scriverli. Inoltre, c'era l'incidenza della stampa e della letteratura - il tedesco colloquiale di oggi, per esempio, è stato fortemente influenzato dagli scritti di Martin Lutero e soprattutto da quella che è stata la sua traduzione della Bibbia. Nel fare questo, Lutero si è orientato a partire dalla lingua amministrativa dell'Alta Germania centro orientale. Intorno al 1750, la formazione del tedesco, come lingua moderna, viene considerata completa (Haarmann 2006, 198). È ovvio che lo sviluppo della lingua sia anche un fatto culturale - molte opere d'arte e letteratura probabilmente non sarebbero state create senza lo sviluppo di questa lingua. L'identità nazionale tedesca, così come viene allucinata dagli ideologhi di destra a partire dall'inizio del primo Medioevo, è semplicemente una fantasia. Le costruzioni nazionali e Statali-nazionali sono assai più recenti. E non sono sorte, ma sono state imposte.

Economia statale e mercato
Secondo il punto di vista tradizionale, lo sviluppo del capitalismo è stato segnato dall'inconciliabile contraddizione fra il mercato e lo Stato. Per mezzo della vittoria del liberalismo sulle costruzioni dell'economia statalista, il capitalismo sarebbe stato in grado di svilupparsi adeguatamente. Nella mente dei radicali della linea dura del mercato, lo Stato sembra essere un mostro che consuma il denaro dei contribuenti e controlla assurdamente l'economia [*3].
Di fatto, a prima vista, i regimi dell'inizio della modernità, con le corporazioni di artigiani ed imprese commerciali, la concessione di monopoli commerciali, la fissazione statale dei prezzi ed il rigido controllo dei processi economici da parte della burocrazia statale, avevano poco a che fare con la concorrenza di mercato che domina oggi il capitalismo. Quel che tuttavia viene quasi sempre ignorato, è che, nel suo insieme, questo controllo statale dei processi economici è stato il «brutale ostetrico» (Kurz 1991, 33) del capitalismo. La lotta degli ideologhi liberali contro la presunta prepotenza dello Stato era quindi, pertanto, una lotta contro il proprio passato. Nel processo di dissoluzione dell'assolutismo, la produzione artigianale ed il commercio riuscirono a liberarsi gradualmente dalle barriere restrittive, ma vennero ghermiti da un altro mostro, il cosiddetto «mercato». Da allora in poi, le economie capitaliste sono state caratterizzate dal dualismo fra settore statale e imprese private che concorrevano fra di loro. Le coercizioni imposte dalla concorrenza di mercato, si sono dimostrate più devastanti di quanto precedentemente lo sia stata la manipolazione dominante che veniva esercitata attraverso gli ordini di anacronistiche corporazioni e stupidi apparati burocratici. I liberi artigiani sono stati sempre più divorati dalle manifatture, e le manifatture hanno dovuto lasciare il posto alle moderne fabbriche. Ed ognuna di queste trasformazioni è avvenuta a spese dei produttori. L'inizio del XIX secolo, quando la produzione industriale capitalistica diede inizio alla sua marcia trionfale, fu anche segnato da rivolte a causa della fame, che sono state spesso soppresse dai militari. La concorrenza dei prodotti a basso costo provenienti dalle fabbriche, ha creato miseria di massa fra i piccoli produttori. A quel tempo, gli edifici di nuova costruzione destinati ad ospitare delle fabbriche, venivano assaltati e devastati dai lavoratori furiosi che ritenevano che le macchine stessero togliendo loro salario e pane. Per tutto il XIX secolo, l'alta società dell'epoca si rese conto che era più praticabile assorbire le conseguenze sociali degli sviluppi di crisi, e non solo sotto forma puramente repressiva, ma anche socio-economica, al fine di garantire stabilità al sistema dell'economia di mercato. L'apparato amministrativo è stato integrato per mezzo di un sistema di assistenza sociale controllato burocraticamente. Allo stesso tempo, le leggi sociali hanno limitato le ore di lavoro giornaliere e settimanali. Le istituzioni della sanità pubblica, i servizi per l'impiego e i sistemi di sicurezza sociale hanno sostituito i servizi di assistenza sociali per i poveri che venivano forniti dalla Chiesa o da associazioni private. Tutto ciò non aveva a che fare tanto con considerazioni umanitarie, quanto con il rendersi conto che simili regolamentazioni dello stato sociale erano più economiche di quanto lo fosse la manutenzione permanente di un gigantesco sistema repressivo di polizia e dei servizi di intelligence, costantemente impegnati a soffocare i movimenti insurrezionali e a togliere dalla circolazione bande criminali di miserabili. Perfino gli economisti liberali non hanno mai messo in dubbio seriamente la legittimità di tali settori apparentemente «improduttivi» dell'economia - ma solo il grado secondo il quale meritano di essere finanziati. Non è mai stato messo in discussione nemmeno il ruolo dello Stato in quanto organo di rimedio, che doveva intervenire per regolare gli imprevisti effetti secondari dell'economia di mercato. Un esempio attuale di quello che è il ruolo moderatore ed organizzatore degli apparati statali nella manutenzione del sistema feticistico capitalista, lo si può vedere nella sua reazione all'ultimo grande crollo bancario del 2007. Quando nel giro di pochi giorni è collassato il sistema finanziario globale e intere economie nazionali si sono trovate sull'orlo di un abisso senza fondo, sono stati quegli stessi ideologhi che poco prima avevano denunciato tutte le attività delle autorità statali come «distorsioni del mercato», a reclamare ad alta voce un intervento di salvataggio da parte di quello stesso Stato. È risaputo che il «salvataggio delle banche» è stato avviato il più rapidamente possibile, anche se persino il più stupido economista dove aver capito, allora, che il debito pubblico che ne derivava non avrebbe mai potuto essere ripagato.
Come ha scritto Robert Kurz, «l'economia liberale ha sempre avuto un nucleo statalista» (Kurz 2011, 109). Ciò ha caratterizzato come non storica, l'affermazione di uno sviluppo stabile dell'economia statale in direzione della libera concorrenza sul mercato, descrivendo le varie fasi dell'attività economica capitalistica come «quel movimento storico ondulatorio, nel quale domina ora lo statalismo, ora il monetarismo, senza che mai si raggiunga l'equilibrio di una riproduzione non perturbata: dallo statalismo assolutista e rivoluzionario della modernità primitiva, fino al liberalismo di Manchester e fino allo "Stato guardia-notturna" del nascente capitale industriale in ascesa; in seguito, dallo statalismo dell'economia di guerra dell'era imperialista, fino allo Stato anti-crisi del keynesismo e, infine, alla reazione monetarista e alla "deregolamentazione" globale, che oggi sembra essere diventata obsoleta» (Kurz 1991, 41).

L'espansione verso il mercato globale
Con noiosa regolarità, gli ideologhi estremisti di destra affermano che l'attuale dissoluzione dell'economia nazionale nel mercato globale ha portato all'abbandono della sovranità. Cosa che, chiaramente, è un'assurdità senza senso. Il mercato mondiale, nella sua forma di scambio di merci fra economie nazionali, è vecchio quanto l'economia di mercato. Come ha scritto Robert Kurz, il «mercato capitalista emergente [...] si è mosso in maniera trasversale agli Stati territoriali assolutisti che stavano emergendo. E, per mezzo dell'espansione coloniale verso l'estero, tutto questo si presentò fin dall'inizio come mercato mondiale» (Kurz 2005, 51). Quest'espansione coloniale dell'economia dei mercati  nelle zone delle società pre-moderne, tuttavia, ebbe delle conseguenze terribili per quest'ultime società. Ma torniamo all'inizio: le economie nazionali delle prime potenze capitaliste emergenti si trovavano in concorrenza feroce fra di loro. Negoziavano, ma anche lottavano le une con le altre. Si trattava di concludere dei contratti con terzi, di controllo delle rotte commerciali, di restrizioni alle importazione e alle esportazioni, di livello dei dazi doganali, ecc. Tutti gli apparati statali lottavano per gli interessi delle loro «proprie» imprese. Via via che aumentava il loro fatturato, aumentavano anche le entrate fiscali. I conflitti militari degli apparati degli Stati coinvolti, risultanti dai conflitti fra imprese commerciali, avevano meno il carattere di guerre di conquiste, e più quello di guerre economiche. Friedrich Engels, in uno dei suoi primi testi, sottolineò l'importanza di tali conflitti: «[...] La vecchia avidità di denari e l'egoismo [...] irrompevano ogni tanto nelle guerre, che in quel periodo erano tutte basate sulla disputa commerciale. In queste guerre divenne anche evidente che il commercio, così come il furto, si basava sul diritto del più forte; non c'erano scrupoli nell'imporre con la truffa o per mezzo della violenza quelli che erano i trattati che venivano considerati come i più favorevoli» (Engels 1981, 499s.). Questa «disputa commerciale», come la chiamava Engels, fu in definitiva anche una delle cause dell'espansione coloniale cominciata allora. All'inizio, tuttavia, ci fu uno sforzo per espandere il commercio in maniera normale. Le manifatture urbane svilupparono una fame di materie prime che difficilmente poteva essere soddisfatta; allo stesso tempo, le compagnie commerciali erano ansiose di avere opportunità  di vendita per i prodotti delle manifatture. Di conseguenza, ogni Stato-nazione emergente cerca di esplorare nuove rotte commerciali per la «propria» economia, e di tenerle segrete ai navigatori delle potenze concorrenti. È noto il fatto che la scoperta del continente americano da parte dei navigatori spagnoli, avvenuta alla fine del XV secolo, fu abbastanza accidentale, ed avvenne nel corso di uno di questi viaggi di esplorazione. E la colonizzazione portoghese in Africa, a quei tempi già iniziata, fu anche un sottoprodotto delle nuove rotte marittime. Alla «scoperta» di nuovi territori, seguì la loro occupazione militare. In fin dei conti, l'obiettivo era quello di impedire che altre potenze che non partecipavano all'esplorazione non ne beneficiassero. Nei secoli XVI e XVII, l'Oceano Atlantico e l'Oceano Indiano erano diventati il teatro di guerre navali ferocemente combattute, quando l'Inghilterra, l'Olanda e più tardi anche la Francia tentarono di catturare anche i territori che erano già stati conquistati dai loro concorrenti spagnoli e portoghesi. Cosa che in gran parte riuscirono a fare.
Fin dall'inizio, il colonialismo si era basato sfacciatamente sul furto dichiarato. I saccheggiatori armati, che attaccarono per primi le avanzate civiltà dell'America Centrale e del Sud, derubandole dei metalli preziosi, si trasformarono rapidamente in burocrazie amministrative. Oppure si appropriarono di depositi di materie prime e di grandi proprietà, facendolo a spese della popolazione locale, Karl Marx ha descritto il processo capitalistico di colonizzazione: «Le scoperte delle terre dell'oro e dell'argento in America, lo sterminio, la schiavizzazione e il seppellimento della popolazione nativa nelle miniere, l'inizio della conquista e del saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dell'Africa in una riserva di caccia commerciale di pelle nera, segna l'aurora dell'era della produzione capitalista» (Marx 1962, 779). I territori soggiogati dell'America, Africa e Asia non divennero componenti alla pari dei rispettivi Stati-nazione, bensì appendici politicamente dipendenti dall'economia nazionale della «metropoli» che gli corrispondeva. Alla colonizzazione per mano di saccheggiatori armati, ha fatto rapidamente seguito l'espropriazione della popolazione agraria.
I gruppi di popolazione che sembravano inadeguati ad adattarsi alle condizioni capitaliste agrarie, subirono l'espulsione o lo sterminio più brutale; più tardi, i rimanenti sopravvissuti di quei gruppi etnici vennero intrappolati in riserve. Mentre le assassine condizioni di lavoro di quella che era l'economia delle miniere e delle piantagioni consumavano rapidamente la popolazione locale, venivano importati lavoratori da regioni distanti. Questo fece nascere il lavoro schiavistico capitalista. Milioni di africani rapiti dovevano svolgere lavori forzati, fra l'altro, per soddisfare la fame insaziabile delle manifatture e delle fabbriche dell'Europa occidentale di canna da zucchero, caffè, cacao, indaco e cotone. L'economia schiavista è stata la forma più brutale dell'adattamento alle coercizioni dell'economia delle merci. Per poter descrivere le terribili condizioni di lavoro e di vita, la storica Heide Gerstenberger ha citato lo scrittore francese di viaggi , il Barone von Wimpffen, che visitò una piantagione nella colonia francese di Santo Domingo (oggi Repubblica di Haiti) alla fine del XVIII secolo. Nella descrizione di Wimpffen, il giorno «cominciava con lo schioccare delle fruste, le urla represse e i rantoli soffocati dei negri. Essi vedono l'alba solo per maledirla. Ed è solo il dolore a ricordare loro di essere vivi. Sono questi i suoi che si odono qui la mattina, e non il canto del gallo. È stata questa la melodia infernale che a Santo Domingo mi ha svegliato dal sonno» (Gerstenberger 2018, 225s.). Naturalmente, c'era resistenza da parte di coloro che erano stati rapiti e costretti ad entrare nell'inferno della schiavitù. Gli schiavi fuggivano ripetutamente, e formavano comunità di agricolture di sussistenza, vivendo liberi nascondendosi in regioni remote. L'amministrazione coloniale britannica sull'isola della Giamaica era stata persino costretta a stilare contratti con i Quilombole che controllavano l'interno dell'isola. Gruppi più grandi di schiavi fuggiti, sono esistiti temporaneamente all'interno del Brasile e in regioni remote montagnose dell'isola di Cuba. Alcuni africani catturati, rifiutarono di svolgere lavoro forzato, suicidandosi, mentre altri insorsero contro l'imposizione del lavoro forzato. In seguito, il potere statale, sotto forma di amministrazione coloniale, fece uso dell'esercito, che nella maggior parte dei casi ebbe rapidamente ragione delle rivolte. La rivolta più nota degli schiavi delle piantagioni, che abbiamo già citato, avvenne nel 1791, nella colonia di Santo Domingo. Essa fu anche l'unica che si concluse con l'auto-liberazione della popolazione schiavizzata. Tuttavia, furono necessari decenni di guerra perché gli schiavi ribelli riuscissero alla fine a gettare in mare quelli che erano i resti delle truppe coloniali francesi. Heide Gerstenberger cita una relazione che documenta la crudeltà delle battaglie in quell'epoca: «I corpi dei ribelli negri erano stati appesi agli alberi; le fortificazioni dei negri erano decorati con i teschi dei francesi» (ivi, 229).
Anche sotto la pressione di ripetute rivolte armate, la schiavitù venne gradualmente abolita e dichiarata illegale dalle nazioni industrializzate sviluppatesi nel corso del XIX secolo. L'economia delle piantagioni, tuttavia, continuò ad essere il settore economico più importante nelle colonie di quegli stessi Stati, così come nella neo indipendente Repubblica di Haiti. E poiché le piantagioni dipendevano dal lavoro, il lavoro forzato continuò ad esistere in certi luoghi sotto forme più sottili: schiavitù per contratto, schiavitù per debiti, imposizione fiscale, e così via. Nell'economia delle piantagioni, il lavoro salariato libero riuscì ad affermarsi solo tardivamente, con il trionfante avanzamento della meccanizzazione, e con la rigida razionalizzazione ad essa associata. Questa razionalizzazione capitalista agraria, tuttavia, creò anche una popolazione «superflua» permanente. L'assurda logica dell'economia delle merci, aveva prima costretto con la forza milioni di persone ad entrare nell'economia delle piantagioni, e dopo li rivomitava. Le repubbliche insulari di Haiti e Giamaica, una volta baluardi dell'economia delle piantagioni, garanzia permanentemente di manodopera miserabile, diventava ora una base permanente di disoccupazione strutturale.

La miseria della modernizzazione ritardata
Il processo di decolonizzazione della fine del XX secolo si è concluso con la reciproca demarcazione delle sfere di influenza delle economie nazionali concorrenti. Le truppe europee si sono ritirate dai territori occupati; sono rimasti gli apparati amministrativi che erano stati stabiliti sotto il loro controllo, e si sono costituiti come apparati statali formalmente indipendenti. Anche l'economia delle merci che era stata stabilita nel periodo coloniale continua ad esistere. La formazione dello Stato-nazione, tuttavia, in molti di questi territori post-coloniali non è andata a buon fine. Ciò è stato dovuto, certamente, all'arbitraria delimitazione delle frontiere messa in atto dalle potenze coloniali, le quali hanno avuto difficoltà a far sì che i cittadini si identificassero con il nuovo Stato. Tuttavia, ad un certo punto, l'unificazione della popolazione in cittadini funzionali sarebbe sicuramente avvenuta comunque , ma assai spesso gli Stati di recente fondazione non avevano il tempo necessario per farlo. La principale ragione del loro fallimento, tuttavia, risiedeva nel fatto che il tentativo per recuperare il ritardo relativamente alla modernizzazione, era stato fatto durante quelli che erano gli inizi. Come ha scritto Robert Kurz, i «ritardatari storici, con una scarsa base di accumulazione, [...] si erano trovati davanti il problema di non essere, da un lato, essi stessi in grado di produrre l'equipaggiamento scientifico-tecnologico e la logistica che fosse ad un livello sufficiente, né, di possedere, dall'altro, quella forza del capitale che potesse loro permettere di comprare tale equipaggiamento all'estero» (Kurz 2005, 48). Fin dall'inizio, gli Stati di recente creazione avevano solo tre possibilità di sopravvivere, contro quella che era la concorrenza travolgente delle economia nazionali già sviluppate.
La prima variante era     quella dell'isolamento dell'economia nazionale dalla concorrenza straniera; variante analoga a quella che era stata la fase iniziale dell'attività capitalistica. questo isolamento funzionò temporaneamente, grazie all'equilibrio internazionale delle forze tra gli stati occidentali sviluppati e i regimi di modernizzazione dell'Europa dell'Est. Nel momento in cui questo equilibrio si è rotto, alla fine del XX secolo, le economie occidentali sono state facilmente in grado di forzare l'abolizione delle politiche economiche protezionistiche di quelli che erano i ritardatari economici - sebbene anche le stesse economie occidentali non avessero, in alcun modo, ridotto i programmi di appoggio statale alle proprie economie. Le localizzazioni industriali in Africa e in Asia, che erano state immaginate a partire da un credito zero, cominciarono a collassare in serie subito dopo, oppure diedero inizio ad un graduale processo di erosione. In generale, i tentativi di modernizzazione si lasciarono alle spalle montagne di debiti che non avrebbero mai più potuto essere ripagati. I regimi che non volevano piegarsi alla pressione politica, ignorando che l'equilibrio delle forze era stato alterato, ed insistevano nel continuare la loro politica protezionistica, sono state sovente vittime di misure economiche coercitive, o di operazioni di intervento militare. Vari apparati di Stato che erano instabili crollarono; il loro territorio si trasformò in un campo di battaglia di milizie etniche, di settari religiosi o di banditi comuni in lotta per impadronirsi della fallimentare massa costituita da ciò che rimaneva del fallito tentativo di modernizzazione. Milioni di persone fuggirono dalle regioni contese.
La seconda variante dello sviluppo economico ritardatario è stata, e continua ad essere l'inflazione rabbiosa dei lavoratori locali, così come dei lavoratori a basso salario e a margine della legge, situazione in cui i beni prodotti rimanevano competitive , nonostante l'arretratezza tecnologica. In realtà, si è trattato di un ritorno all'era della crudeltà sociale dell'inizio del XIX secolo. Il classico caso del successo di una simile politica economica, a spese della popolazione stessa e a spese dell'ambiente, coincide con l'ascesa economica della Cina. Tuttavia, rimane discutibile se a lungo termine la popolazione dei paesi coinvolti accetti o meno questa politica. I danni ambientali che derivano da questa strategia economica sono ormai irreparabili.
E la terza di queste varianti, è stata e continua ad essere quella che continua a svolgere il ruolo di fornitore di materie prime alle nazione industrializzate sviluppate, attribuito fin dall'era coloniale - anche senza tener conto in alcun modo di quali siano le conseguenze sociali ed ecologiche. In alcuni mini-Stati ricchi di risorse naturali - come gli Emirati del Golfo, produttori di petrolio - questa strategia economica è stata, di fatto, coronata dal successo. Nella maggior parte degli altri Stati, però, l'espropriazione e l'espulsione di interi gruppi di popolazione da parte delle grandi imprese capitalistiche agricole, che hanno avuto inizio nell'Europa occidentale alla fine del Medioevo ed hanno proseguito nelle regioni coloniali conquistate, continua ad essere orribilmente perseguita. Come scrive Heide Gerstenberger, solo nel primo decennio del XXI secolo, ha avuto luogo l'espropriazione di almeno 200 milioni di ettari di terreni agricoli, la cosiddetta «land grabbing» che ha colpito le popolazioni agricole post-coloniali (Gerstenberger 2018, 578). Usa un esempio per dimostrare quali sono le conseguenze sociali di queste nuove relazioni di proprietà o di locazione: «Se in Etiopia vengono affittati 600.000 ettari, questo significa che  devono essere sfollate circa 300.000 famiglie, poiché la maggior parte dei contadini etiopi possiede appena due ettari di terra. [...] Se l'investimento agricolo crea effettivamente 20.000 nuovi posti di lavoro, saranno molte migliaia le persone che piomberanno nell'indigenza» (ivi, 581). Come scrive l'autrice, più di un milione di questi contadini etiopi sono già stati sfollati, o hanno ricevuto istruzioni in tal senso (ivi, 584).
Ciascuno di questi tre tentativi di integrare in qualche modo, sul mercato mondiale, l'economia nazionale dei regimi di modernizzazione ritardata ha prodotto, e continua a produrre, miseria di massa. Le persone fuggono dalle guerre e dalle guerre civili. Altri sono vittime dell'espropriazione delle loro terre e della conseguente successiva orribile miseria, così come della lotta criminale delle bande che si contendono le aree urbane povere. Altri stanno ancora fuggendo dalla siccità o dalle inondazioni causate dallo sviluppo economico globale che avviene senza alcun riguardo per l'ambiente.
Robert Kurz, già nel 2003 ha scritto dell'ondata delle migrazioni della miseria di allora: «Il termine "rifugiato economico", creato in maniera declassificante da parte delle amministrazioni democratiche della miseria, finisce per puntare il dito contro coloro che lo hanno creato, nella misura in cui si riferisce all'economicismo globale del capitale , in quanto motivo generalizzato di fuga. Si tratta sempre di forme derivate di questo motivo primordiale, dove è tutto il moderno potenziale catastrofico e di disperazione che costituisce, secondo gradazioni variabili, le categorie di quelle che sono le ragioni della fuga e dei rifugiati» (Kurz 2003, 157).

Di fronte al passato - La nuova destra
L'ascesa mondiale dei partiti e dei movimenti radicali di destra non avviene per caso. E non è neppure il risultato delle fantasie di dominio del mondo da parte di pazzi feticisti di Hitler, che pensano ancora di poter finalmente stabilire il loro Quarto Reich. Il progetto di un «fordismo basato sui carrarmati» (Kurz 1993, 188), finanziato a credito nella Germania dei decenni '30 e '40, è stato dovuto al livello di sviluppo economico di quell'epoca, e non può essere ripetuto. Tuttavia, le fantasie di sterminio che si trovano radicate nelle forme razziste di pensiero e di comportamento possono ripetersi. E oggi si trovano di nuovo chiaramente in ascesa. Tuttavia, anche così, come ha scritto Robert Kurz, «il ritorno del rimosso ed il rinnovamento ideologico delle passate figure della barbarie moderna, si incontrano sempre in condizioni e relazioni alterate» (Kurz 1993, 184). La crisi nella produzione di merci e la conseguente erosione delle strutture dello Stato-nazione, attualmente hanno assunto una dimensione tale che non possono più essere ignorati perfino da vasti settori della popolazione di quelle regioni ancora funzionanti. Dal momento che la logica interna di questi processi, così come le loro radici nell'economia, è incomprensibile per molte persone, ecco che le immagini di terrore trasportate quotidianamente dai canali delle notizie e diffuse attraverso Internet evocano solo paura e orrore. Tutto ciò promuove il comportamento irrazionale; ormai il passo in direzione della destra radicale non è lontano. Xenofobia, razzismo, antisemitismo e odio nei confronti delle minoranze in generale sono diventati il marchio di fabbrica della piccola borghesia turbata e sempre più paranoica. All'inizio degli anni '90, nel contesto dell'ondata di violenza estremista di destra di quel periodo, Robert Kurz scrisse a proposito della formazione intellettuale degli autori di quelle violenze: «Mentre la critica di sinistra ha sempre cercato, tanto disperatamente quanto inutilmente, di estendere la razionalità occidentale oltre quella che è la sua portata oggettiva, la critica di destra (e "radicale di destra") ha sempre mobilitato movimenti di irrazionalismo, che non sono altro che il lato oscuro della medesima razionalità occidentale» (Kurz 1993a, 21). Rispetto a questo, Kurz, in un altro contesto, ne ha scritto un supplemento appropriato: «Il risultato cieco di molti anni di selezione negativa della classe politica  - fatta di incompentenza galoppante, di corruzione di massa, della logica particolare dell'economia imprenditoriale e dell'ideologia dell'economia di mercato spinta fino all'assurdo - non poteva che portare in maniera quasi compulsiva a selvagge teorie di cospirazione» (Kurz 1993, 139). Esempi di simili folli teorie, sono le accuse per cui l'afflusso dei rigugiati dalla miseria, dalla guerra e dalle zone di guerra civile sarebbe un atto di aggressione da parte di barbari predatori, oppure un attacco di bande di terroristi islamici contro la cultura tedesca, istigato dalla «cospirazione ebraica mondiale». Di solito tutto questo viene normalmente completato con il presupposto secondo il quale i governi europei - che in realtà agiscono in maniera repressiva e razzista - sarebbero «tinti di verde-rosso» e lotterebbero per attuare un «ripopolamento» de loro proprio territorio. Atti del tutto senza senso dal punto di vista economico, come la decisione referendaria di ritirare la Gran Bretagna dall'Unione economica Europea (Brexit), o il desiderio di indipendenza della popolazione catalana, che domina il nord-est della Spagna, si svolgono su uno sfondo simile. Sempre più persone, si sentono prigioniere di un apparato di dominio e sviluppano un desiderio per la ristrettezza di facile compresione dei piccoli Stati del XIX secolo.
Come ha scritto Robert Kurz all'inizio degli anni '90, in occasione delle guerre di de-nazionalizzazione allora in corso nei Balcani, tali assurdi sforzi politici non sono, tuttavia, un regresso alla nazione, bensì «un ritorno del nazionalismo sotto una forma particolaristica» (Kurz 1993a, 43). La guerra civile che ha imperversato in Europa orientale negli anni '90, con l'obiettivo di formare dei mini-Stati irrealizzabili, sembra che ora abbia raggiunto il territorio dell'Europa occidentale, con 20 anni di ritardo. Di regola, questi movimenti particolatistici trasversali non hanno alcun supporto in termini di politica economica. Anche per i radicali di destra dichiarati «i programmi economici e sociali erano inesistenti, o semplicemente impraticabili, e di solito ancora più nebulosi [...] di quelli dei partiti ufficiali» (ivi, 63). Attualmente, questa valutazioni si applica esattamente per l'Afd [Alternativa per la Germania], i cui punti di vista sulla politica economica costituiscono una miscela grossolana di punti che fanno parte di programmi radicali di mercato e punti protezionisti, tenuti insieme solo dall'etichetta «Prima i tedeschi!». La nuova destra è solita ridefinire spesso etnicamente quelle che sono le linee di divisione sociale, al fine di negare agli altri gruppi di popolazione la loro quota-parte di «torta» rosicchiata dalla crisi. In sostanza, questi sforzi sono solo destinati a conferire al sistema di apartheid globale già esistente la gettimità necessaria, aumentandola ulteriormente. In realtà, i semplicistici slogan etno-nazionalisti propagandati dalla nuova destra, che si basano su una spiegazione irrazionale del mondo e della crisi, non riescono nemmeno a frenare il collasso dell'economia nazionale stessa. Negli Stati in crisi, le infrastrutture pubbliche stanno diminuendo a causa della mancanza di ricette fiscali e di altre opzioni di finanziamento. I dipendenti pubblici e i mebri delle forze di sicurezza, che non vengono pagati o che non sono pagati adeguatamente, non adempiono ai loro compiti, e vengono inevitabilmente trovate nuove fonti di reddito attraverso la collaborazione con il sottomondo del crimine, cosa che conduce ancora di più all'erosione dell'economia legale. L'indebolimento del monopolio statale dell'uso della forza, fra l'altro a favore delle milizie civili di destra, è rischia anche di favorire questo sviluppo. Le strategie dei gruppi radicali di destra non pongono quindi fine al processo di destabilizzazione in corso; al contrario, lo accelerano. L'unica conseguenza delle loro attività è la continua escalation di quella che è «la selvaggia guerra di distribuzione» (ivi, 43). Il fatto che tali scenari siano piacevoli proprio per i difensori del germanesimo militante e per coloro che invocano la grandezza nazionale, è dimostrato dai registri delle chat dei nazisti militanti, che sono state rese pubbliche nella primavera del 2018. Uno dei partecipanti, che, dopo aver fatto parte dell'associazione degli studenti di destra radicali Germania e dell'NPD [Partito Nazional Democratico], ha finito per unirsi all'AfD, e che è diventato membro della frazione parlamentare statale di Baden-Württemberg, ha scritto allora: «Vorrei tanto una guerra civile e milioni di morti. Donne, bambini. Non m'importa. L'importante è che cominci. In particolare, avrei riso a crepapelli se qualcosa del genere fosse avvenuto durante la contro-dimostrazione. Morti, gente storpiata. Sarebbe stato bello. Vorrei poter pisciare sui cadaveri e ballare sulle tombe. SIEG HEIL!» (citato in Butterwegge 2018, 200). Gli Stati-nazione d'Europa vennero costituiti, alla fine del Medioevo, in mezzo alle macerie fumanti dei campi di battaglia abbandonati. Lo smembramento di questi stessi Stati-nazione, nel corso di quello che è il declino dellìeconomia delle merci, rischia nuovamente di terminare sul campo di battaglia e fra deserti di macerie. In molte di quelle che sono le regioni del nostro «Brave New World» (Huxley) questo sta già avvenendo.

- Gerd Bedszent - Pubblicato sul n°16 della rivista EXIT! www.exit-online.org -

NOTE:

[*1] Una discussione più dettagliata dell'approccio della critica riduttiva dello Stato, si può trovare in "Não há Leviatã que vos salve", exit! nº 7/2010 e nº 8/2011. Nel suo testo (purtroppo incompiuto), Kurz riassume come, a partire dal XIX secolo, «le teorie dello Stato della sinistra continuano a girare in tondo, senza avanzare di un solo millimetro»  (Kurz 2011, 162). Una valutazione con cui attualmente si può solo concordare, quando si leggono testi stampati e forum di discussione di sinistra.

[*2] - Gli ideologhi della nuova destra, attualmente, stanno ripetutamente tentando di invocare un «anticapitalismo di destra» utilizzando pezzi di marxismo tradizionale. I loro approcci sono in genere limitati alla sostituzione della «classe» con la «nazione», o con il «popolo», senza sottoporre tali concetti ad un'analisi critica. Il francese Alain de Benoist, considerato non senza ragione un pioniere della «Nuova Destra», recentemente ha cominciato a utilizzare posizioni della critica del valore - il testo corrispondente può essere trovato in un'antologia pubblicata recentemente dall'editrice radicale di destra Jungeuropa. Benoist ignora deliberatamente le analisi delle ideologie razziste realizza dai critici e critiche della dissociazione-valore, così come la caratterizzazione del nazionalsocialismo tedesco, in questo contesto, come la forma più barbara della formazione fordista forzata.

[*3] - In contrasto con il conservatorismo borghese e con i radicali del mercato, gli ideologhi della nuova destra del nostro tempo propagandano un ritorno allo statalismo repressivo dell'inizio dell'era capitalistica, e assai spesso lo rivendono ai propri seguaci come «anticapitalismo». Le atrocità sociali di tale periodo vengono ignorate, così come il fatto che in quell'epoca le basi della produzione capitalista di merci fossero già in vigore. Le obiezioni secondo cui gli sviluppi economici non possono semplicemente essere invertiti, vengo normalmente spazzate via dal tavolo, dagli ideologhi della nuova destra.

Bibliografia

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Swift, Jonathan: Bescheidener Vorschlag, wie man verhüten kann, dass die Kinder armer Leute in Irland ihren Eltern oder dem Lande zur Last fallen, und wie sie der Allgemeinheit nutzbar gemacht werden.

fonte: EXIT!



mercoledì 22 maggio 2019

Coraggio Cesare, coraggio!

« Sarà di nuovo a Parigi. Gli avevano detto che mettersi a ballare la notte sotto la Torre Eiffel l'avrebbe proiettato nello spazio. Ma non era tornato per questo, benché la voglia di sparire fosse tanta. Torna solo perché non c'è altro posto al mondo disposto a riconoscergli il diritto all'esistenza. »

( Cesare Battisti - da "Le Cargo sentimental" )