mercoledì 23 settembre 2026

Negando la “Negazione” !!

Le disavventure del settarismo rivoluzionario
- di Alain Bihr -

Un'alleanza sorprendentemente innaturale
     Per tutti quelli che oggi cercano di essere gli storici del revisionismo e del negazionismo [*1], la minore delle sorprese probabilmente non è quella di notare il ruolo decisivo svolto da certi gruppi che, in Francia, si dichiarano ultra-sinistra [*2]. Ma piuttosto è proprio la specificità della negazione francese dell'Olocausto: in altri paesi come Germania, Gran Bretagna o Stati Uniti, la negazione dell'Olocausto viene essenzialmente difesa da individui, gruppi e organizzazioni che appartengono a una discendenza apertamente fascista. Al centro di questo specifico dispositivo c'era Pierre Guillaume, ex membro prima del gruppo "Socialisme ou Barbarie" e poi di "Pouvoir ouvrier", proprietario per alcuni anni (1965-1972) di una libreria nel Quartiere Latino, La Vieille Taupe, specializzata in letteratura rivoluzionaria, e appartenente a gruppi minoritari e poco conosciuti. Fondando per l'occasione una casa editrice che prendeva il nome della sua ex libreria - il che alimenterà una confusione che favorirà numerose derive - divenne l'instancabile propagandista delle tesi negazioniste difese da Robert Faurisson, non appena queste divennero pubbliche, soprattutto dopo la creazione della sua rubrica su Le Monde del 28 dicembre 1978, intitolata "Il problema delle camere a gas o la voce di Auschwitz". Solo lui farà eco alle tesi di Faurisson quando egli verrà attaccato, pubblicando le sue "Memorie in difesa di coloro che mi accusano di falsificare la storia, in nome della difesa della libertà di espressione". Allo stesso modo, pubblicherà l'opera di Serge Thion, un altro "storico" negazionista, "Verità storica o Verità Politica?": senza dubbio la maggior difesa e illustrazione delle tesi di Faurisson realizzate fino ad oggi da uno dei suoi discepoli. Dalla metà degli anni '80, Guillaume estese la sua attività di editore a tutta la letteratura revisionista e negazionista. Così ripubblicò alcuni scritti di Rassinier ("Le Mensonge d'Ulysse" "Ulysse trahi par les siens"), il diretto precursore di Faurisson, fino ad allora curato da Maurice Bardèche [1907-1998, cognato del collaborazionista Robert Brasillach], che si era sempre definito un intellettuale fascista [*3]. Curò anche la traduzione di un grande classico di questa letteratura, "Il mito di Auschwitz" di Wilhelm Stäglich. Tra il 1987 e il 1990 pubblicò persino una recensione intitolata "Annales d'histoire révisionniste", la cui copertina imitava la famosa recensione degli "Annales" di Marc Bloch, con l'obiettivo di dare un aspetto accademico alla negazione dell'Olocausto. Nel contenuto degli otto numeri di questa recensione, sfileranno tutti i negazionisti della negazione francese, e talvolta straniera. Nel 1990-1991, Guillaume gestì nuovamente una libreria nel Quartiere Latino, ancora con il nome di "La Vieille Taupe", ma dovette chiudere il negozio di fronte alle proteste del quartiere. Alcune delle sue pubblicazioni furono poi distribuite dal libraio Ogmios, specializzato in letteratura neonazista. Il cerchio fu così chiuso e l'anima dannata del revisionismo ultra-sinistro finì per riunirsi ai suoi compagni naturali nella lotta. Infine, ricordiamo che Guillaume si è appena distinto pubblicando, per la prima volta, l'ultima opera negazionista di Roger Garaudy [figura eminente del PCF, espulso nel 1970; questo protestante si convertì all'Islam nel 1982 e pubblicò, nel 1996, l'opera intitolata "I miti fondanti della politica israeliana"]. Nel frattempo, la sua fama aveva spinto altri esponenti della corrente di estrema sinistra a sostenere il negazionismo. Cominciando dal gruppo che pubblicava la rivista "La Guerre Sociale", il cui n° 3, apparso nel giugno 1979, aveva  pubblicato un lungo articolo dal titolo "Dallo sfruttamento nei campi allo sfruttamento dei campi": dove si può leggere che «la nostra preoccupazione non è dimostrare l'inesistenza delle "camere a gas", ma vedere in che modo sia stata stabilita una verità ufficiale, e come essa venga difesa" (pagina 24). La conclusione dell’articolo, che si basa essenzialmente su Rassinier, è comunque che questa «verità ufficiale» non sia in realtà altro che una menzogna che riprende e avalla una voce nata nei campi di concentramento nazisti (cfr. pagine 29 e 31). Contemporaneamente, questo gruppo distribuì a Lione un volantino in difesa di Robert Faurisson, dal titolo provocatorio "Chi è l'ebreo?" (la risposta implicita: è Faurisson quello perseguitato oggi, mettendo così le vittime della Shoah allo stesso livello di chi la nega), dove si riproducono passaggi importanti dell'articolo precedente. Nel 1981, questo gruppo lo farà di nuovo pubblicando, con lo stesso titolo "De l'exploitation dans les camps à l'exploitation des camps", un opuscolo che attaccava Pierre Vidal-Naquet, definendolo un "Klarsfeld di carta", a causa della sua critica a Faurisson, fatto su un numero della rivista Esprit; così come una lunghissima risposta di Pierre Guillaume alla lettera loro indirizzata da uno dei suoi ex compagni politici, lui stesso deportato, che aveva rotto con lui a causa del suo impegno negazionista. Prova che non tutti gli attivisti ultra-sinistri hanno sperimentato la deriva negazionista in questione qui, e che quindi non è stata fatale. Tra i portavoce ultra-sinistri dell'impresa revisionista, vi era anche il gruppo "Per un intervento comunista". Il quale, in diversi numeri della sua rivista "Jeune Taupe", ci terrà a sottolineare il proprio contributo «alla denuncia generale delle mistificazioni capitaliste, ivi compreso, in particolare, l'antifascismo» (n. 27 luglio-settembre 1979, pagina 5), facendosi così propagandista delle tesi di Rassinier e di Faurisson. Inizialmente, il suo ruolo si limitava a citare e commentare le pubblicazioni di "La Vieille Taupe" o "La Guerre Sociale". In tal modo, nel suo numero 31 (aprile-maggio 1980), pubblicò il trattato "Chi è l'ebreo?" La sua originalità diverrà più marcata a partire dal n° 34 (novembre-dicembre 1980) quando ripubblicherà un articolo apparso prima della guerra su una rivista americana, intitolato "The Brown Shirts of Zionism"; questo articolo denunciava la natura fascista di una certa tendenza nel sionismo dell'epoca, raggruppatosi attorno a un certo Jabotinsky, una tendenza allora qualificata come "revisionista", all'interno del movimento sionista stesso! Il desiderio di fusione era evidente e "Jeune Taupe" non lo nascondeva, dichiarando a proposito di questo articolo: «La sua pubblicazione non può essere separata dall'attuale controversia sul fenomeno dei campi di concentramento e su quella a proposito della "religione dell'Olocausto", e dalle reazioni che ha provocato. L'intera stampa sionista (cioè, quasi tutta la stampa!) si è sentita stavolta mobilitata a mettersi al servizio della peggiore censura in nome dei "sei milioni di morti" (!?)» (pagina 4).L’antisemitismo traspare chiaramente dal riproporre questa vecchia tiritera dell’estrema destra secondo cui la stampa sarebbe nelle mani degli ebrei (ribattezzati per l’occasione “sionisti”). Pur dichiarando di non voler "prendere formalmente posizione" sulla questione dell'esistenza di un genocidio, Jeune Taupe afferma che «questa cifra di sei milioni è certamente solo una pura fantasia (e che costituisce persino un'impossibilità materiale virtuale) e che «la volontà di "sterminio" che nasconde è molto discutibile» (pagina 5). Successivamente, parte del gruppo pubblicò una nuova recensione, "Révolution sociale", nella quale una rubrica intitolata "News from the Devil" sarebbe tornata regolarmente su "l'affare Faurisson" e avrebbe testimoniato un impegno sempre più chiaro nei suoi confronti. Così leggeremo nel suo primo numero il seguente sofisma: «Anche se Faurisson fosse un antisemita, non si può rifiutare la sua opera in nome di questo unico argomento. Se Pasteur fosse stato antisemita, le sue conclusioni sarebbero state respinte?»(pagina 5). Il paragone tra Faurisson e Pasteur dà un'idea dell'alta considerazione nella quale questa "giovane guardia" dell'ultrasinistra teneva il primo. Ciò fu ulteriormente attestato in un numero successivo della stessa rivista, datato gennaio 1983, e ciò avvenne sotto forma di una lunga intervista al «professore accusato di "falsificazione"» (Faurisson non aveva mai avuto il titolo di professore, era docente). In questa intervista, i suoi giovani ammiratori si preoccupavano persino dei mezzi di cui aveva bisogno  per «aiutarlo a coprire tutti i costi legali e, prima di tutto, quelli necessari per i ricorsi alla Corte di Cassazione» (pagina 2). Questi diversi gruppi, sebbene spesso gelosi l'uno dell'altro, collaborarono tutti alla diffusione delle tesi negazioniste. Così le squadre che pubblicavano "La Guerre Sociale" e "Jeune Taupe", rinforzate per l'occasione da altri gruppi ultra-sinistri ("Le Frondeur", il gruppo "Comune di Kronstadt", il "Gruppo Operaio per l'Autonomia Operaia", "Gli Amici del Potlatch"), firmarono e distribuirono insieme, in decine di migliaia di copie - durante le manifestazioni che seguirono l'attacco antisemita in rue Copernic (ottobre 1980) - un volantino intitolato "Il nostro regno è una prigione", in cui si poteva leggere: «La voce sulle camere a gas, ufficializzata dal Tribunale di Norimberga, ha permesso di evitare una critica reale e profonda del nazismo. È stato proprio questo orrore mitico a consentire di nascondere le cause reali e banali dei campi di concentramento e della guerra.» Un vero e proprio insulto alla memoria delle vittime della Shoah sul luogo di un attacco che annunciava, tuttavia, che alcuni erano pronti a ripetere l'impresa genocida nazista. In definitiva, questi gruppi non furono certamente i promotori del movimento revisionista o negazionista, ma è innegabile che ne siano stati i portavoce più attivi, sebbene non abbiano mai riunito, in totale, più di qualche decina di persone. Essi hanno garantito a queste tesi una certa visibilità, non tanto attraverso le loro riviste, che avevano un pubblico relativamente ristretto, quanto grazie alla loro tattica provocatoria basata sulla distribuzione di volantini. Questi diversi gruppi di estrema sinistra sono così diventati i principali propagandisti delle tesi di Faurisson, facendo uscire tali tesi dalla marginalità e dalla riservatezza nelle quali erano rimaste confinate fino ad allora. D’altra parte, sono diventati i principali sostenitori di Faurisson nel momento in cui egli ha iniziato ad avere problemi con la giustizia. Infine, hanno conferito a questa causa di estrema destra - che è il negazionismo -  una patina di “sinistra”, se non addirittura “rivoluzionaria”, rendendola così apparentemente presentabile, e contribuendo in tal modo a confondere le carte, a disorientare le menti e a confonderne più di una. Questo ha gettato un'ombra di sospetto sulle loro amate referenze rivoluzionarie, contribuendo così a screditarle in un'epoca che ha visto trionfare una controrivoluzione ideologica dalle molteplici sfaccettature. I nomi di Marx e Rosa Luxemburg, i richiami ai grandi momenti della lotta rivoluzionaria del proletariato ( la Comune di Parigi, la rivoluzione sovietica, la Catalogna del 1936-37) dovevano perciò essere mescolati, supremo disonore, in questa impresa di falsificazione della Storia! A causa di quale perversione politica e intellettuale dei militanti dell’estrema sinistra, alcuni figli del Maggio ’68 e delle “lotte antimperialiste”, hanno finito per ritrovarsi fianco a fianco con i veterani dell’estrema destra? Come spiegare una simile alleanza contro natura? Cominciamo col dare ascolto, a questo proposito, ad alcuni dei principali interessati [*4].

Sentiamo i "pentiti" che interpretano la battuta del calderone!
    Infatti, man mano che, sulla scia di Pierre Guillaume, il revisionismo e il negazionismo dell’estrema sinistra scivolavano verso posizioni apertamente antisemite, e stringevano contatti con la corrente neonazista, alcuni membri dei precedenti gruppi che avevano intrapreso quella strada si tirarono indietro di fronte a quelle posizioni estreme e abbandonarono la lotta negazionista. Se la maggior parte lo fece con discrezione, in punta di piedi, per non far più parlare di sé e cercare di farsi dimenticare, altri, pochi, hanno invece tenuto a fornire spiegazioni sulla loro precedente deriva. È stato così per quattro ex membri dell’ex gruppo che pubblicava *Jeune Taupe*. In seguito al lapsus di Jean-Marie Le Pen sul “dettaglio” costituito dall’esistenza delle camere a gas nei campi di sterminio nazisti (settembre 1987), essi hanno reagito diffondendo un testo di una dozzina di pagine intitolato ”Trop, c’est trop!”, presumibilmente inteso a prendere le distanze dal loro passato negazionista [*5]. Più recentemente, i contributi di Serge Quadruppani e di Gilles Dauvé all’opera collettiva “Libertaires et ultra-gauche contre le négationnisme”[*6] costituiscono un tentativo dello stesso genere. Nel presentarsi come se fossero delle coraggiose e lucide autocritiche, questi testi si rivelano, per lo più, solo delle argomentazioni pro domo, la cui incoerenza evoca inevitabilmente la famosa storia ebraica del calderone[*7]. Così questi cosiddetti ex-revisionisti, o negazionisti, ci spiegano simultaneamente che essi non hanno fatto nulla; ma che tuttavia avevano ragione a farlo. E che, per quanto si sbagliassero, quanto meno i principi che li hanno ispirati in questa vicenda, sono stati e rimangono eccellenti. «Non abbiamo fatto niente! O così poco che non vale nemmeno la pena parlarne.» Questo è il leitmotiv di tutti questi testi: a credere loro, questi "pentiti" non sono mai stati né negazionisti né revisionisti. Viene allora da chiedersi perché essi sentano così tanto bisogno di spiegarsi e di giustificarsi a proposito di questo argomento... Come dice François-Georges Lavacquerie, che sembra parlare da conoscitore: «Ciò che rende odiosi i "revisionisti",non sono tanto le loro tesi antisemite e bugiarde che negano il genocidio, quanto la loro disonestà dialettica che arriva a far sì che neghino la loro negazione.» [*8] In breve, applicano alle loro stesse posizioni precedenti il medesimo trattamento negazionista che avevano precedentemente fatto subire al genocidio ebraico. Come se la negazione dell'Olocausto, per loro, fosse diventata una seconda natura...   È stato così che i quattro ex membri di "Jeune Taupe", che abbiamo appena visto quanto si fossero preoccupati qualche anno prima di difendere Faurisson, ora affermarono con disinvoltura: «Per quanto ci riguarda, non siamo mai stati né revisionisti né compagni di viaggio del revisionismo... Anche se siamo contrari ai linciaggi, ai divieti di qualsiasi tipo, alle bugie di ogni tipo e agli amalgami in qualsiasi direzione! »(pagine 3-4). È quindi solo per difendere la libertà di espressione del povero "Professor Faurisson" che sarebbero venuti in suo soccorso, ratificando al contempo la sua immensa e malvagia menzogna, e alcune sorprendenti amalgama. È lo stesso processo che Serge Quadruppani utilizza nel suo testo intitolato "Quelques éclairissements sur La Banquise"; la rivista di cui egli pubblicò, insieme a Gilles Dauvé, quattro numeri tra il 1983 e il 1986. Inizia sottolineando che, delle 279 pagine che componevano in totale questi quattro numeri, solo «26 pagine riguardavano direttamente o indirettamente (a volte molto lontanamente) il genocidio e le falsificazioni» (pagina 71). Come se il contenuto di una pubblicazione potesse essere misurato dal numero di pagine, nelle quali si potevano leggere osservazioni poco sospette di revisionismo come queste: «Mentre viene schedato e registrato dalla Previdenza Sociale e da tutti gli enti statali e parastatali, l’uomo moderno considera particolarmente orribile e barbaro il numero tatuato sulle braccia dei deportati. Eppure è più facile strapparsi un lembo di pelle che distruggere un computer.» [*9] Questo però non impedisce a Quadruppani di affermare che «La Banquise è stata fondata soprattutto perché i I suoi animatori, tra cui figuravo anch’io, hanno rotto con i responsabili di *La Guerre Sociale*, che sostenevano Pierre Guillaume in una deriva revisionista che noi condannavamo.» (pagina 71) Ci si rende anche conto di quanto questa rottura con il negazionismo dichiarato di un certo Guillaume fosse una questione relativa all’epoca in cui recitavano la parte dei pinguini sulla Banquise. Ciò che Quadruppani deve del resto ammettere, a malincuore, già nella pagina successiva: «I testi della Banquise riflettono le difficoltà e le carenze di questo processo di rottura.» (pagina 72) Quanto a Dauvé, è lui quello che va più oltre nella presentazione revisionista del proprio passato revisionista. L'intero suo "Bilan et contre-bilan" è solo una composizione del ruolo decisivo che ebbe nell'istituzione dell'apparato ideologico che avrebbe generato la deriva negazionista di una parte dell'ultra-sinistra. Pertanto omette di sottolineare che fu lui a ripubblicare, nel 1973, il testo originale bordighista, "Auschwitz ou le grand alibi", di cui in seguito abbiamo potuto giudicare  fino a che punto la sua matrice teorica, basata su un marxismo ridotto a determinismo economico, racchiude in sé tutte le premesse di una deriva revisionista, contrariamente a quanto egli stesso sostiene (pagine 86-87). Allo stesso modo, egli riduce al rango di semplice “bozza” la versione primitiva dell’articolo intitolato «Dallo sfruttamento nei campi allo sfruttamento dei campi», che, come abbiamo visto in precedenza, avrebbe trasformato i militanti de La Guerre Sociale in soldati del revisionismo, prima, e poi del negazionismo[*10]. E poiché è comunque impossibile, per loro, nascondere o negare qualsiasi partecipazione all'impresa revisionista o negazionista, ecco che i "pentiti" ripiegano su una seconda linea di difesa: «Quello che abbiamo fatto (cioè, sostenere per un momento tesi negazioniste e revisioniste), abbiamo fatto bene a farlo.» In altre parole, dopo aver negato il loro passato, eccoli a rifiutarsi di negarlo. Ed è qui che il loro discorso inizia a diventare interessante, perché in parte solleva il velo sulle ragioni della loro derivazione. «Come firmatari, in qualità di membri di un gruppo ormai sciolto, del volantino *Il nostro regno è una prigione* che all’epoca fece molto parlare di sé, volevamo richiamare l’attenzione sul pericolo insito nel funzionamento mitico delle società e sulle menzogne che ne derivano per giustificare l’adesione delle popolazioni a tali rappresentazioni. Eravamo preoccupati per la «guerra del falso contro la realtà vera», scrivono gli ex militanti di Jeune Taupe (pagina 5). Tra le "menzogne" che ingannano le masse, e che essi si proponevano così di smascherare, prendendo di mira il "mito" di Auschwitz e delle camere a gas, figuravano, molto semplicemente, il regime democratico e l’antifascismo. Il regime democratico, perché trova nella barbarie nazista simboleggiata da Auschwitz un argomento a buon mercato per legittimare sé stesso e, insieme a esso, la disumanità ordinaria del capitalismo: «Ai nostri occhi, tutte le fazioni capitaliste sono condannabili, e non si deve scegliere tra la peste e il colera. Le specificità tra le molteplici atrocità devono essere comprese e riconosciute, ma non consentono in alcun caso di scagionare una banda più democratica a scapito di un’altra che si caricherebbe così sulle spalle tutti i “peccati del mondo!”» (pagine 8-9).  Antifascismo, perché facendo del fascismo la "bestia disgustosa" da massacrare, partecipa proprio a questa legittimazione del capitalismo: «Continuiamo anche a denunciare le cosiddette forze democratiche, antifasciste e antirazziste di tipo borghese, che anche, sotto le coperture umaniste, sviluppano la politica del capitalismo e le sue conseguenze violente più estreme.»(pagina 6). Stessa linea di pensiero per Quadruppani e Dauvé. Anche loro giustificano a posteriori la loro epopea revisionista con la necessità di procedere a una critica radicale del regime democratico e dell’antifascismo. «(…) sul terreno dell’antifascismo, le nostre critiche all’Unione Sacra non hanno, a mio avviso, perso nulla della loro validità (…) (poiché) l’antirazzismo e l’antifascismo costituiscono l’ideologia ufficiale di tutte le classi dirigenti, il linguaggio comune di tutti i media. L’antirazzismo è persino il discorso di chi espelle i clandestini» (pagine 75 e 77), afferma ad esempio in modo perentorio Quadruppani. È davvero l’unico ad aver colto la dimensione antirazzista delle parole di un Mitterrand che evocava una certa «soglia di tolleranza» che sarebbe stata raggiunta, o di uno Chirac che parlava di certi «odori», per non parlare di Pasqua che confessava di condividere l’essenziale dei valori del FN. Ed è proprio Dauvé a esprimere con maggiore chiarezza questo odio comune dell’estrema sinistra nei confronti della democrazia, affermando senza mezzi termini che «la democrazia parlamentare si è rivelata una delle migliori forme di soffocamento dei proletari» (pagina 83); o ancora che «i democratici non si sono mai opposti seriamente al cammino dei fascisti verso il potere» (pagine 83-84). Il che, a suo avviso, giustifica evidentemente, col senno di poi, il loro precedente smarrimento. Peraltro, in quest’opera di auto-giustificazione della loro carriera revisionista, capita ai “pentiti”… di non pentirsi affatto. Quadruppani confessa così di non pentirsi affatto di «aver difeso, nel (suo) *Catalogue du prêt-à-penser français* [*11], la libertà di espressione di Faurisson» (pag. 78), anche se ammette in una nota che oggi, il passaggio che lo riguarda,, non lo scriverebbe più allo stesso modo. Un Faurisson che si era fatto conoscere affermando che «le presunte camere a gas hitleriane e il presunto genocidio degli ebrei costituiscono un’unica e stessa menzogna storica che ha permesso una gigantesca truffa politico-finanziaria» e che «Hitler non ha mai riconosciuto che un solo ebreo sia stato ucciso a causa della sua razza o della sua religione». E cosa pensare di Dauvé che, nella versione originale del suo contributo consegnato alla stampa, continuava a definire le camere a gas un «gigantesco dettaglio della Seconda guerra mondiale »: un passaggio, questo, che curiosamente è scomparso nella versione pubblicata da Reflex; Dauvé, che non può fare a meno di seminare il dubbio indicando di sfuggita che il processo di Norimberga non fu «più truccato degli altri» (pag. 93). Proibisci al tuo istinto di manifestarsi, e tornerà, se non al galoppo, almeno di nascosto! Se esagerata, però, l'autogiustificazione rischia però di rovinare l'impresa di sdoganamento che questi testi rappresentano. Ed ecco che, come terza linea di difesa, i nostri "pentiti" riconoscono comunque alcuni errori secondari; ma la cosa serve soprattutto per affermare che in nessun modo questo invalidi i loro principi teorici o politici. In breve, anche se si sono sbagliati a salire per un po' sulla galera revisionista, la loro rotta è sempre stata comunque quella giusta. Così, nel tracciare il bilancio della sua crociata revisionista, che fu anch'essa quella di Dauvé, Quadruppani inizia con il concedersi un’autocompiacimento che lascia sbalorditi. In genere, un bilancio simile dovrebbe essere positivo: «Ritengo che, circa l'essenziale, fossimo nel giusto» (pagina 72). Così le «due principali debolezze, una riguardo al nostro atteggiamento verso Faurisson, e l'altra riguardo alla questione delle "camere a gas"» che ammette un po' più avanti (pagina 73), appaiono quindi come dettagli inessenziali. Pur affermando di non rimpiangere di aver difeso, nel suo tempo, la libertà di espressione di Faurisson, riconosce che «È stato un errore e una leggerezza mettere Faurisson sullo stesso piano di Vidal-Naquet, il quale è invece un ricercatore rigoroso e onesto, mentre Faurisson è un impostore antisemita» (ivi). In altre parole, Quadruppani non si pente di aver difeso la libertà di espressione di un impostore antisemita, mettendolo alla pari con un ricercatore rigoroso e onesto, anche se ciò significa dare credito al lavoro del primo. Ma non è stato altro che un dettaglio... Un altro dettaglio, oltre la loro palinodia sull'esistenza delle camere a gas: «Se ci sembrava davvero secondario se le camere a gas esistessero o meno, ciò è  perché, per noi, in tal modo non aggiungevano nulla all'orrore del nazismo. Se, in linea di principio, penso che avessimo ragione, mi sembra che tuttaviaa abbiamo trascurato un punto essenziale, ovvero che l'aspetto freddamente tecnico e amministrativo di queste camere a gas introducesse una novità radicale, la quale di fatto distingueva il genocidio di ebrei e zingari da quelli che lo avevano preceduto.» (pagina 74). In altre parole, pur se si riconosce l'enormità di aver ridotto l'esistenza delle camere a gas a essere un dettaglio secondario, una riduzione propria di un atteggiamento revisionista, bisogna però immediatamente aggiungere che avevano ragione a compiere tale enormità. In breve, avevano ragione a sbagliarsi... Potremmo così continuare a riempire pagine e pagine per smontare questa difesa personale, le cui incongruenze non sono altro che l’espressione della malafede e dell’incapacità di rompere definitivamente e in modo assoluto con il passato. Incapacità di cui, del resto, è prova il solo fatto che, a quasi quindici anni di distanza, questi continuano a moltiplicare i cavilli e a coltivare le ambiguità con il pretesto di fornire chiarimenti. L'esercizio è noioso e sterile, tranne quando ci rivela, come abbiamo visto, che la loro deriva non è stata fortuita, che è stata indubbiamente dovuta ad alcune delle proposizioni cardinali del corpus ideologico che definisce l'ultrasinistra (o almeno ciò che essa era diventata negli anni '70), in particolare riguardo a democrazia e antifascismo. Perché, contrariamente a quanto afferma Dauvé (pagina 87), il verme revisionista era, in una certa misura, frutto della "teoria" ultra-sinistra. Ed è proprio per questo che i nostri "pentiti" continuano a condividere per la maggior parte le premesse di questa teoria, anche se si sono allontanati dalle sue conseguenze revisioniste e negazioniste più insostenibili, e che trovano così difficile spiegare il loro passato e rompere con esso. Questa, almeno, è l'ipotesi che ora seguiremo. [*12]

L'ultrasinistra di fronte al fascismo
    Per poter capire perché i militanti dell'ultrasinistra abbiano potuto lasciarsi ingannare dalla spazzatura negazionista, è necessario, di fatto, tornare criticamente alla matrice teorica che era loro e che, per la maggior parte, rimane loro. Essa conteneva tutta una serie di proposte che allora resero possibile, se non inevitabile, la loro successiva deriva. A partire dalle loro posizioni riguardo all'antifascismo, di cui abbiamo appena fatto una panoramica. Queste posizioni possono essere condensate in una sorta di sillogismo, la cui sostanza è la seguente.
Prima premessa: la denuncia dell'antifascismo in quanto ideologia. L'ultrasinistra ha sempre accusato l'antifascismo di essere in fin dei conti nulla più di un'ideologia al servizio della democrazia borghese e dello stalinismo.Nel coprire il proprio nemico (in particolare il nazismo) dall'infamia dei crimini più atroci, nel demonizzarlo, nel presentarlo come il male assoluto, l’antifascismo avrebbe finito per legittimare o rilegittimare la democrazia e lo stalinismo, coprendo i loro stessi crimini, sia durante la guerra (ad esempio i bombardamenti di Dresda o di Hiroshima) sia nel dopoguerra (in particolare durante le guerre coloniali o nella repressione delle rivolte popolari nell’Europa dell’Est). «In realtà, l'antifascismo è stato usato per coprire e giustificare molte sciocchezze contro questa o quella popolazione. E prima di tutto, ha reso possibile coprire un ripugnante razzismo anti-tedesco. Ma anche la repressione colonialista: i rivoltosi algerini di Setif [1945], massacrati, sarebbero stati degli "hitlerani". Si legga ancora, per esempio, nel trattato-manifesto "Il nostro regno è una prigione"; o ancora: «La messa in risalto dei crimini nazisti, ha come funzione principale quella di giustificare la Seconda guerra mondiale e, più in generale, la difesa della democrazia contro il fascismo: la Seconda guerra mondiale non sarebbe tanto un conflitto tra nazioni o imperialismi, quanto una lotta tra l’umanità da un lato e la barbarie dall’altro.» [*13] Inoltre, e forse soprattutto, per quei rivoluzionari che i membri di questi vari gruppi dell’estrema sinistra aspiravano a essere - sostituendo l’antagonismo reale tra borghesia e proletariato con l’opposizione “fittizia” tra democrazia e dittatura - l’antifascismo avrebbe finito per trascinare quest’ultimo in una lotta che non era la sua, in una lotta tra fazioni e forme rivali del capitale, mettendolo quindi, in definitiva, al servizio di quello che era il suo proprio padrone: «L’ideologia antifascista intende salvare con ogni mezzo possibile la democrazia dal fascismo e dalle dittature stataliste cui esso è più o meno assimilabile. Ma in realtà questa ideologia è innanzitutto il mezzo con cui affogare nella confusione le prospettive proprie del proletariato, integrando questa classe nella difesa del mondo capitalistico. L’opposizione tra fascismo e antifascismo, di cui è stato fatto un concetto assoluto, è stata soprattutto uno scherzo di cattivo gusto che gli sfruttatori e i politici hanno giocato al proletariato.». Nel libro “Notre royaume est une prison” , si legge anche che, in questo senso, l’antifascismo svolgerebbe la medesima funzione del fascismo, vale a dire quella di alienare il proletariato mettendolo al servizio di una causa contraria ai suoi stessi interessi, dimostrandosi altrettanto controrivoluzionario quanto il fascismo stesso: «Nel capitalismo tedesco, scosso dagli eventi del periodo successivo al 1914-1918, l’antisemitismo è servito cinicamente a unificare politicamente strati sociali eterogenei, e a farli aderire allo Stato. L’antifascismo svolge la stessa funzione politica e utilizza gli stessi meccanismi psicologici, anche se l’obiettivo è cambiato. Bisogna porre fine all’antisemitismo. Bisogna porre fine all’antifascismo. Entrambi sono il “socialismo degli imbecilli”. L’antifascismo è una forma più evoluta e più sottile dell’antisemitismo, ma non per questo meno controrivoluzionaria.» [*14] Seconda premessa. Ogni ideologia sarebbe innanzitutto una menzogna: si nutrirebbe di menzogne e diffonderebbe solo menzogne. Im modo che non appena consideriamo la lotta di classe, e la lotta politica a essa collegata come una guerra civile permanente, veniamo subito portati a concepire l'ideologia in modalità propaganda di guerra: bluff e "lavaggio del cervello". Ad esempio, in questa letteratura ultra-sinistra, notiamo che: «L'antifascismo democratico e l'antinazismo da sex shop (sic) non hanno ancora terminato il loro tempo, anche se oggi sono più vulnerabili alle critiche. Criticarlo significa rivelare i meccanismi più generali della propaganda di guerra, delle menzogne, che funzioneranno — più o meno bene e, si spera, il più male possibile — fino alla distruzione del capitalismo.» [*15] Oppure ancora: «Anche se si può non essere d'accordo con l'approccio, e alcune tesi, di Faurisson e Rassinier, va notato che le persecuzioni e le coperture che persistono in questa vicenda nascondono una menzogna fin troppo evidente in cui sono coinvolte grandi frazioni del capitale (in particolare la sinistra). Ecco perché nella lotta contro le mistificazioni capitaliste, qualsiasi contributo o rivelazione a riguardo sarà positiva» [*16]. Conclusione: gran parte, se non tutto, di quello che l'antifascismo ha detto sul fascismo è un intrigo di menzogne; a cominciare dall'esistenza delle camere a gas, simbolo dello sterminismo nazista. Così possiamo leggere nel volantino intitolato "Chi è l'ebreo?": «La leggenda delle "camere a gas" venne ufficializzata dal tribunale di Norimberga, dove i nazisti venivano giudicati dai loro vincitori. La sua prima funzione è stata quella di permettere al campo stalinista-democratico di distinguersi assolutamente da quello nazista e dei loro alleati.» Queste pubblicazioni ultra-sinistre rivelano una vera ossessione per le "mistificazioni capitaliste" riguardo la Seconda Guerra Mondiale, l'idea che il resoconto che ne è stato fatto e le spiegazioni date e divulgate siano solo il "punto di vista dei vincitori", essenzialmente inteso a coprire o almeno mitigare la propria responsabilità, sia nello scoppio della guerra (ad esempio, il sostegno dato, almeno inizialmente, al nazismo dalle forze borghesi) sia nella sua condotta (ad esempio, la loro indifferenza o addirittura complicità nei crimini nazisti); così come più in generale nel riconquistare la verginità: «Deve essere chiaro che se il capitale mantiene dei miti, o espone — con visite organizzate — un 'Museo degli Orrori' come quello di Auschwitz o di altri campi di concentrazione, ciò serve a difendersi meglio dall'orrore del suo sfruttamento quotidiano nelle prigioni dei lavoratori salariati, nelle città dormitorio o sulle autostrade, e a mascherare meglio la sua preparazione alla distruzione di vite umane, ancora più di massa rispetto alle due guerre mondiali o dal 1945.» [*17] L'approccio dell'ultra-sinistra all'antifascismo può essere riassunto anche in un altro modo: come molti altri prima, essa credeva che i nemici (i negazionisti) di quello che considerava il suo nemico politico (antifascismo) potessero essere solo suoi amici. Questo si vede chiaramente nella risposta indirizzata dalla "giovane Talpa" -  nel suo gergo -  alla lettera di un compagno britannico che le rimprovera di essersi gettata nella tana del leone: «L'uso che può essere fatto di certe opere da parte di certe fazioni della borghesia (in questo caso l'estrema destra) contro altre fazioni è, a nostro avviso, un falso problema (...) Tutto ciò sposta la domanda, che è la seguente: il lavoro di R. Faurisson (come quello di P. Rassinier) può contribuire – anche se non è una teoria rivoluzionaria – a una chiarificazione rivoluzionaria? Per quanto ci riguarda, riteniamo che sia così, nel senso che essi rappresentano un'arma importante per distruggere tutta la storiografia ufficiale costruita dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale.» [*18] Ecco perché, come abbiamo visto, ai militanti di Jeune Taupe non poteva importare se Faurisson fosse antisemita o meno. Alla fine, fu il loro odio insaziabile per l'antifascismo, considerato come la più seria mistificazione ideologica del capitalismo postbellico, a accecare questi gruppi ultra-sinistri al punto da precipitarli tra le braccia dell'estrema destra: attaccando il "mito delle camere a gas", credevano di poter porre fine una volta per tutte alla loro bête noire politica.il fatto che, nel dopoguerra, sia stato “strumentalizzato” per fini di (ri)legittimazione sia dalle élite politiche delle democrazie occidentali, sia dalle dirigenze staliniste dei cosiddetti partiti comunisti, sia a Est che a Ovest, non deve far dimenticare che esso si è forgiato nelle lotte operaie e popolari del periodo prebellico, dallo sciopero generale degli operai tedeschi contro il tentativo di colpo di Stato di Kapp nel 1920 e fino all’azione spesso decisiva dei maquis e dei “francotiratori" in molti paesi occupati dai nazisti, passando per l’assalto sferrato a mani nude dal popolo di Madrid o di Barcellona alle caserme presidiate dalle truppe sediziose all’annuncio del pronunciamento di Franco [*19]. Per quanto riguarda la riduzione dell'ideologia a delle menzogne, vale a dire, a un semplice strumento di manipolazione delle masse al servizio della classe dirigente o dello Stato, ciò poteva essere solo il risultato di una concezione poliziesca, o peggio: letteralmente paranoico nei confronti di una Storia, la quale trasforma il "nemico di classe", il capitale, in un soggetto demiurgico dotato di una formidabile capacità mistificante, e scruta alcune manovre o complotti oscuri da parte sua, dietro a qualsiasi movimento politico che non sia l'espressione dell'attività rivoluzionaria del proletariato. Nella misura in cui il concetto di ideologia ha un significato, esso designa al contrario un insieme di rappresentazioni relative all'esperienza vissuta delle relazioni sociali, con la parte inevitabile di errore e illusione insite in ogni esperienza vissuta, piuttosto che una menzogna consapevolmente organizzata e usata. In breve, dietro la critica all'antifascismo, troviamo l'equivalenza, stabilita negli anni Venti dall'ultra-sinistra, tra fascismo, democrazia borghese e "comunismo" stalinista, e i tanti regimi le cui differenze sarebbero solo evidenti, come se fossero tutte tante maschere del potere statale del capitale. In "Our Kingdom is a Prison", ad esempio, leggiamo: «La mitologia dell'antifascismo, liberale o stalinista, riscrive la storia e nasconde la profonda unità delle forme democratiche e dittatoriali che lo Stato assume. La democrazia sarà sempre pronta a trasformarsi in una dittatura, o viceversa, a salvare lo stato!». E questa equivalenza si basa essa stessa sulla tradizionale svalutazione, fatta dall'ultrasinistra, della democrazia borghese, parlamentare, rappresentativa e delle sue "libertà formali", ridotte (anche qui) a una semplice ideologia, intesa a mascherare e giustificare la perpetuazione delle relazioni capitaliste di sfruttamento e dominazione. Criticare questa concezione di democrazia politica ci porterebbe però oltre lo scopo di questo articolo. Contentiamoci quindi qui solo di ricordare che, per quanto limitata e illusoria possa essere, la democrazia borghese ha comunque offerto al proletariato la possibilità di organizzarsi in associazioni, sindacati e partiti politici e, così facendo, di limitare almeno la propria dominazione e sfruttamento. È in questa veste che i suoi elementi più consapevoli hanno sempre difeso spontaneamente questo regime, contro tutte le forze che minacciavano di privarli di queste condizioni elementari per l'organizzazione della loro lotta di classe. Notiamo anche di sfuggita il semplicismo di un pensiero che vede, al massimo, differenze di grado e non di natura tra le varie forme politiche che assumerebbe il dominio capitalistico: democrazia, stato forte, stato di eccezione, bonapartismo, dittatura militare, fascismo. È questa stessa propensione a ridurre la complessità essenziale della realtà a pochi schemi semplicistici, e poi a negare la realtà stessa non appena si dimostra di resistere a questa riduzione, che troveremo in gioco nel modo in cui questi gruppi ultra-sinistri si sono avvicinati ad Auschwitz.

L'ideologia ultra-sinistra di fronte ad Auschwitz
    In questo caso, oltre alle sue posizioni particolari su fascismo e antifascismo, è l'intera matrice teorica dell'ultrasinistra quella che dovrebbe essere messa in discussione e incriminata. Questa matrice viene essenzialmente ridotta a una vulgata marxista, la quale, da un lato, combina un economicismo convinto che il corso del mondo contemporaneo possa essere strettamente dedotto dalle leggi di funzionamento oggettivamente determinabili del capitale, e ispirando allo stesso tempo una concezione iper-razionalista della storia contemporanea, la quale così cade in effetti nell'idealismo (in senso filosofico), più vicina in questo senso a Hegel che a Marx [*20] ; d'altra parte, e inoltre contraddittoria, c'è la fede nella capacità del proletariato di aprire la strada al comunismo, che talvolta alimenta un vero messianesimo rivoluzionario. Tuttavia, poiché questa capacità è stata smentita dal corso degli eventi, l'ideologia ultra-sinistra si è gradualmente arroccata in un economicismo a tendenza catastrofica, prevedendo che se non si fosse impegnata nella costruzione del socialismo, la civiltà contemporanea potrebbe solo sprofondare completamente nella barbarie. La ristrettezza di una simile matrice teorica, aggravata dal dogmatismo specifico di questo ambiente, poteva solo predisporre l'ultra-sinistra - dal momento che si sarebbe trovata di fronte al formidabile compito di comprendere (spiegare e interpretare) Auschwitz - a una deriva revisionista, e subito dopo, semplicemente, negazionista [*21]. Poiché, nel contesto di una simile matrice, Auschwitz diventa semplicemente incomprensibile, o ancor peggio: inconcepibile e implausibile. Al primo livello di questa deriva negazionista, la negazione di Auschwitz riguarda solo la sua specificità in quanto genocidio, riducendolo a un caso, certamente estremo, di barbarie capitalista. Ad esempio, nel testo dei “pentiti” di "Trop, c’est trop", si continua a leggere: «Per noi, gli orrori molto reali di Auschwitz o di altri campi – anche se la morte è stata più lenta e amministrata con tecniche diverse rispetto alle bombe convenzionali o nucleari – non differisce per natura da quella di Guernica, Dresda, Setif o Hiroshima. La barbarie capitalista non ha limiti e può essere esercitata con qualsiasi mezzo, a meno che gli sfruttati e gli spossessati non pongano fine a questo sistema fondamentalmente disumano. Naturalmente, non si tratta di mettere tutto allo stesso livello riduttivo (con un ragionamento stupidamente analogico) e, nell'analisi della panoplia del gangsterismo capitalistico, è necessario distinguere, ad esempio, i crimini di origine più particolarmente razzista da quelli direttamente legati a radici economico-politiche. Ma, nelle sue conseguenze, la barbarie non comporta responsabilità più o meno gravi di altre: ai nostri occhi, tutte le fazioni capitaliste sono condannabili e non dobbiamo scegliere tra peste e colera.» (pagina 8) Notiamo di sfuggita che qui troviamo questo desiderio di mettere allo stesso livello - nonostante le negazioni su questo argomento -  fascismo e antifascismo, democrazia e dittatura. Sono innumerevoli i passaggi di questo tipo che punteggiano la letteratura revisionista ultra-sinistra. Ciò che qui viene frainteso, o addirittura negato, è il carattere sterminista dell'impresa nazista, diversa nella sua stessa natura e non solo nella sua portata (l'entità del massacro, l'entità dei mezzi tecnici, amministrativi, di polizia e militari impiegati), da tutti i massacri che accompagnano l'instaurazione o il mantenimento di relazioni di sfruttamento e dominazione. Cercare di sterminare una popolazione sistematicamente, usando tutti i mezzi necessari per farlo, e cercare di dominare o sfruttare una popolazione, sono due imprese non solo diverse, ma letteralmente contraddittorie, per la semplice ragione che non si possono né sfruttare né dominare cadaveri, ma solo uomini viventi. Naturalmente, ogni impresa di sfruttamento e dominazione ha aspetti criminali. Così uno sfruttamento eccessivo della forza lavoro porta alla morte più o meno rapida degli sfruttati; e, in questo senso, a volte possiamo giustamente parlare di sterminio tramite lavoro. Ma uno sfruttamento così estremo è possibile solo se il lavoro da sfruttare è abbondante, facilmente disponibile e a basso costo. Allo stesso modo, ogni tentativo di dominazione è criminale, anche solo nella misura in cui un giorno o l'altro finisce per opporre la violenza alla resistenza aperta e alla rivolta dei dominati. Ma che ne sarebbe stato di un tiranno che si fosse impegnato a massacrare sistematicamente tutti i suoi sudditi? Avrebbe lavorato inaspettatamente per porre fine alla sua stessa tirannia... Rinchiudendoli nei ghetti per farli morire di fame o malattie, facendoli massacrare dagli Einsatzgruppen, che operavano alle spalle delle unità della Wehrmacht sul Fronte Orientale, deportandoli in campi di sterminio dove quasi tutti avevano promessa la morte immediata, i nazisti non cercarono di dominare o sfruttare ebrei o zingari, ma di sterminarli. Bombardando Dresda o Hiroshima, gli Alleati non miravano a sterminare sistematicamente l'intera popolazione tedesca o giapponese, ma a indebolire materialmente, e soprattutto moralmente, il loro potenziale di resistenza per precipitare così  la caduta dei regimi nazista o giapponese. Qualunque cosa si pensi di tali metodi, che spingono la "logica" della "guerra totale" al limite, una delle cui caratteristiche è proprio quella di non distinguere più tra la popolazione civile e le unità militari da combattimento, essi fanno parte di una logica di dominazione, non di sterminio. Allo stesso modo, massacrando alcune decine di migliaia di algerini nella regione di Setif, dopo la rivolta dell'8 maggio 1945, soprattutto venne seminato terrore per ricreare le condizioni per la sottomissione coloniale di una popolazione che aveva avuto la ingenuità e il coraggio di credere che fosse arrivato anche l'ora della sua liberazione; Ma terrorizzare i vivi per continuare a soggiogare loro non significa sterminarli. Nonostante la sua processione di orrori, ogni guerra coloniale si basa sempre su una logica di dominazione e sfruttamento della popolazione coloniale, e non su uno sterminio sistematico di questa popolazione. Inoltre, i nazisti stessi sperimentarono la differenza e persino la contraddizione tra queste due logiche. Da un lato, non è un caso che essi abbiano introdotto i campi di sterminio accanto ai campi di concentramento. Se i campi di concentramento e di lavoro operavano secondo una logica di sfruttamento, anche se eccessiva, della forza lavoro, non era così per i campi di sterminio (Auschwitz-Birkenau, Belzec, Chelmno, Maidanek, Sobibor, Treblinka), progettati non per sfruttare la forza lavoro dei prigionieri, ma per farli giustiziare altrettanto rapidamente, nella maniera più economica e segreta possibile. Qualsiasi estrapolazione dell'esperienza dalla prima alla seconda maniera può solo portare al nascondere o addirittura al negare la dimensione sterminista dell'impresa nazista.D’altra parte, la contraddizione tra le esigenze dello sfruttamento e quelle dello sterminio si è talvolta manifestata chiaramente all’interno degli stessi campi. Anche sotto questo profilo, Auschwitz rimane una figura emblematica. Auschwitz comprendeva infatti tre campi: al campo di concentramento originario (Auschwitz I) si erano aggiunti il campo di sterminio di Birkenau (Auschwitz II) – quello che conosciamo soprattutto e che è diventato la figura emblematica della barbarie nazista – ma anche l’immenso campo di lavoro di Monowitz (Auschwitz III), vero e proprio centro industriale con i suoi quarantatré “kommandos” esterni e uno dei nodi nevralgici della macchina da guerra nazista. Tuttavia, la carenza di manodopera qualificata necessaria al funzionamento di questa macchina costrinse le autorità di Monowitz a prelevare costantemente contingenti di operai e artigiani ebrei destinati a Birkenau, “salvandoli” così temporaneamente, o talvolta definitivamente, dalla morte immediata che li attendeva [*22]. Infatti, ancora una volta, si potevano far lavorare solo uomini vivi; la forza lavoro di un cadavere è inesistente. È comunque curioso che un pensiero improntato a un economicismo così primitivo come quello dell’estrema sinistra non sia riuscito a concepire un argomento del genere, che pure rientra nelle considerazioni economiche più elementari.

«Auschwitz o il grande alibi»
   In realtà, il carattere sterminazionista  dell'impresa nazista, così come è simboleggiato da Auschwitz, non è stato sempre negato dall'ultrasinistra. Il testo più significativo a questo riguardo è senza dubbio quello che con il titolo "Auschwitz ou le grand alibi" è stato pubblicato dalla corrente bordighista sul numero 11 della sua rivista "Programme communiste", nel 1960, che poi questa stessa corrente ripubblicò in forma di opuscolo nel 1979, con una prefazione. Innanzitutto per la sua collocazione temporale, grazie alla quale può essere considerato come uno dei testi che hanno dato origine a questa deriva, insieme agli scritti di Rassinier [*23]. Dall'altro lato, esso rappresenta il tentativo più chiaro di spiegare l'impresa nazista di sterminio, facendolo in termini della vulgata marxista praticata dall'ultrasinistra. Mettendo così in evidenza l'assurdità di un simile approccio, e il modo in cui il suo inevitabile fallimento poteva solo aprire la strada a quella che sarebbe poi diventata una negazione ancora più radicale di Auschwitz. Questo articolo si propone di denunciare «l’errore» e «l’ipocrisia » della spiegazione comune di Auschwitz, che sarebbe improntata all’« idealismo borghese », e che vorrebbe « far credere che siano il razzismo e l’antisemitismo ad essere di per sé responsabili delle sofferenze e dei massacri, e in particolare ad aver provocato la morte di sei milioni di ebrei durante l’ultima guerra » (pagina 1). A tal fine, occorre opporvi un’analisi «materialista», che metta a nudo «le radici reali dello sterminio degli ebrei, radici che non vanno ricercate nel campo delle “idee”, ma nel funzionamento dell’economia capitalista e negli antagonismi sociali che essa genera» (ibidem). È quindi proprio in base alla propria matrice teorica che questa corrente dell’estrema sinistra propone qui un’analisi di Auschwitz volta a dimostrare che quest’ultimo è riducibile alle leggi eterne del funzionamento del capitale. Visto da una simile prospettiva, come viene spiegato lo sterminio sistematico degli ebrei in tutta Europa da parte del regime nazista? Semplicemente tramite una sorta di regolamento interno dei conti all'interno della piccola e media borghesia tedesca! Nel contesto della crisi degli anni Venti e Trenta, la minaccia permanente che per questa classe era rappresentata dalla concentrazione del capitale, avrebbe assunto una forma parossistica, lasciandola senza nessuna altra scelta che scendere a un compromesso: condannare una parte dei suoi membri a scomparire per salvare così il resto della classe; e furono gli ebrei, allora essenzialmente concentrati in questa classe, cui sarebbe stato inflitto il colpo fatale: «Fu in reazione a questa terribile minaccia che la piccola borghesia "inventò" l'antisemitismo. Non tanto, come dicono i metafisici, per spiegare le sventure che la colpirono, quanto per cercare di proteggersi concentrandole su uno dei suoi gruppi. Alla terribile pressione economica, alla minaccia di distruzione diffusa che rendeva incerta l'esistenza di ciascuno dei suoi membri, la piccola borghesia reagì sacrificando una delle proprie parti, sperando così di salvare e garantire l'esistenza delle altre. L'antisemitismo non deriva da un "piano machiavellico" e più che da "idee perverse", ma esso sarebbe piuttosto il risultato diretto di una vincolo economico. L'odio verso gli ebrei, ben lontano dall'essere la ragione a priori della loro distruzione, è solo l'espressione di questo desiderio di delimitare e concentrare su di loro la distruzione.» (pagina 11). Le obiezioni a questa assurda spiegazione economica dello sterminismo nazista, ovviamente abbondano, anche da un punto di vista marxista. Senza nemmeno riprendere qui la discussione sulla natura di classe del regime nazista o del fascismo in generale, che in ogni caso non è riducibile a un semplice movimento di reazione di panico da parte della piccola borghesia[*24], ma notiamo fin dall'inizio che, lungi dallo spiegare l'antisemitismo, questa analisi lo presuppone; perché sennò come potremmo spiegare, senza di esso, che è stato proprio da parte ebraica che la piccola borghesia "scelse" di deviare il colpo mortale inflitto dal grande capitale? Nelle parole della famosa battuta,[*25] perché gli ebrei anziché i barbieri? Era necessario che, per storia precedente e in un modo specifico, la popolazione ebraica fosse oggetto di un odio comune proveniente da una parte significativa del resto della popolazione tedesca. Del resto, se si fosse trattato solo di distruggere una parte della piccola e media borghesia in quanto tale, la sua semplice espropriazione sarebbe stata più che sufficiente: per distruggere socialmente una classe proprietaria, non è necessario distruggere fisicamente i suoi membri, basta privarla dei suoi mezzi di produzione. E fu con tale espropriazione che i nazisti iniziarono, incoraggiando così gli ebrei (almeno quelli che ancora potevano) a lasciare la Germania; e, da questo punto di vista, il loro compito fu ampiamente compiuto entro il 1938 [*26]. Ma per l'appunto, non si sarebbero fermati lì, cosa che assolutamente non può essere spiegata da alcuna domanda o conseguenza immediata delle contraddizioni sociali che il processo di accumulazione del capitale genera. In terzo luogo, ammettendo che la maggior parte degli ebrei tedeschi fosse concentrata nella piccola e media borghesia, e questo certamente non era il caso degli ebrei dell'Europa centrale e orientale (specialmente in Polonia, Ucraina, Russia, Balcani); in quanto lì la maggior parte del mondo ebraico apparteneva al proletariato e persino all'attività contadina. Se per la piccola borghesia tedesca si fosse trattato solo di liquidare i suoi concorrenti ebrei, il nazismo non avrebbe avuto motivo di attaccare queste popolazioni ebraiche dell'Europa centrale e orientale. E invece, nell'Olocausto, sono stati proprio loro a pagare il prezzo più alto. E la medesima obiezione potrebbe essere ripetuta anche riguardo ad altre popolazioni vittime dell'impresa genocida nazista, a partire dagli zingari o dai malati mentali. Infine, l'analisi precedente non spiega nemmeno perché - sebbene all'epoca la contraddizione tra grande capitale e piccola borghesia fosse diffusa in Europa - sia stato sotto l'egida del regime fascista tedesco che questa contraddizione portasse alla distruzione sistematica degli ebrei. Inoltre, abbiamo visto un altro regime fascista, quello di Mussolini, non solo non seguire tale percorso, ma mettere ostacoli all'impresa genocida nazista, almeno fino a quando esso non fu trasformato in un regime fantoccio nelle mani dei nazisti, dopo il 1943, nell'ambito della "Repubblica di Salo" [*27]; mentre, al contrario, certi regimi non sempre qualificati come fascisti, sebbene includessero componenti fasciste autentiche - come il regime di Vichy o quello di Antonescu in Romania - si sono dimostrati collaboratori zelanti in questa impresa genocida. In altre parole, antisemitismo e fascismo non coincidevano, e non andavano necessariamente di pari passo. In breve, da qualsiasi lato lo si guardi, si scopre quella specificità sterminista e antisemita della politica nazista che l'analisi sviluppata dall'ultrasinistra è incapace di spiegare e che, allo stesso tempo, tende costantemente a nascondere o negare. Poiché, cercando di ridurre questa politica a un semplice effetto oggettivo delle contraddizioni dell'accumulazione di capitale, si fa tutto il possibile per negare alla fine l'intenzione e la volontà sterminista del regime nazista, almeno così come poté manifestarsi dal 1941 al 1942 in poi [*28]. Questo appare assai chiaro in questo passaggio di "Notre royaume est une prison": «Non è la volontà dei suoi dirigenti che ha reso il fascismo omicida (...) La deportazione e la concentrazione di milioni di uomini non possono essere ridotte a un'idea infernale dei nazisti, ma è stata soprattutto la mancanza di manodopera necessaria per l'industria bellica a renderla necessaria. Il fascismo, con sempre meno controllo sulla situazione, e prolugandosi la guerra, che radunava forze molto superiori contro di esso, non riuscì a nutrire adeguatamente i deportati e a distribuire correttamente il cibo.» Ancora un po' e ci avrebbero detto che erano stati gli Alleati i responsabili della morte dei prigionieri nei campi nazisti, a causa del blocco imposto alla Germania! Allo stesso modo, leggiamo ne "La Guerre Sociale": «Le deportazioni di massa di ebrei e non ebrei avvennero soprattutto nel 1942-44, perché la Germania allora aveva bisogno di tutte le sue forze in una guerra che stava iniziando a perdere. Mobilita il lavoro rendendolo obbligatorio (...) anche i campi dell'Est erano innanzitutto un mezzo per mettere da parte una serie di persone inutili o dannose per lo Stato, ma non per massacrarle: piuttosto per usare gli inutili per fare qualcosa che almeno avrebbe servito lo Stato.» [*29] Se fosse stato così, allora perché i nazisti avrebbero deportato bambini e anziani chiaramente inadatti al lavoro? Infatti, in questi passaggi, che mantengono deliberatamente la confusione tra campi di lavoro, campi di concentramento e campi di sterminio [*30], i prigionieri morti in questi campi vengono trasformati in vittime dirette o indirette dell'economia di guerra e dell'esacerbamento delle condizioni di sfruttamento capitalistico che essa ha generato. Non viene più posta alcuna questione sul desiderio nazista di sterminare, sulla volontà nazista di sterminio nei confronti degli ebrei e degli zingari, e non può esserci dubbio su una tale visione del mondo, che conosce e comprende — e anche allora in modo molto semplicistico — solo la logica economica dello sfruttamento e non il delirio omicida che si trova alla base dell'ideologia nazista. Perché cosa potrebbe essere più "anti-economico" per un regime che mobilitare una parte significativa delle risorse intellettuali, amministrative, di polizia e persino militari di un paese in guerra su più fronti per distruggere sistematicamente una parte della popolazione che controlla? [*31] Alla fine, l'impresa genocida nazista è semplicemente irriducibile all'economicismo marxista e all'iper-razionalismo hegeliano, i quali servono solitamente come griglia di lettura teorica per l'ultra-sinistra: Auschwitz non si lascia dedurre direttamente dalle leggi della riproduzione del capitale, né si adatta agli schemi di una storia che dovrebbe essere opera di una ragione immanente. Conclusione: poiché la teoria non prevede un tale fenomeno e non si discute di quest'ultimo (dato che esso è l'unico che si suppone possa spiegare la storia contemporanea), avvine semplicemente che allora il fenomeno non si è verificato. È questo implicito "ragionamento" che porterà una parte dell'ultra-sinistra sulla strada del negazionismo. "Ragionamento", che dice molto circa il carattere profondamente irrazionale del loro pensiero, che rifiuta la prova della realtà come norma di verità; un irrazionalismo che è sempre solo l'altra faccia del loro delirio iper-razionalista. Il carattere profondamente inconcepibile dell'impresa genocida nazista, vista nel quadro deli presupposti dell'ideologia ultra-sinistra, non appare mai così bene come avviene nel passaggio successivo, in cui la realtà di ciò che era l'impresa nazista di sterminio viene, in solo e stesso movimento, perfettamente riassunta e semplicemente dichiarata impossibile, perché è letteralmente incomprensibile e inconcepibile alla luce di queste presupposizioni: «Da mezzo al servizio di una politica nazionalsocialista, il razzismo "ariano" - in primo luogo antisemita, ed espresso tra l'altro in Mein Kampf - sarebbe diventato un fine in sé. Da contributo odioso all'istituzione del Terzo Reich, l'ideologia antisemita sarebbe stata trasformata in un oggetto primordiale, in qualche modo trascendente gli imperativi delle relazioni di produzione capitaliste, fino a pianificare un "crimine perfetto": lo sterminio di sei milioni di ebrei - la "soluzione finale" - avrebbe pertanto significato una deportazione di massa, e l'organizzazione di "campi di sterminio" volti a raggiungere questo obiettivo. Attraverso l'azione del diavolo nazista, gli interessi dei boia sadici, avrebbe sostituito quella di un sistema che aveva bisogno di carnefici per perpetuarsi come sistema di profitto. Il miraggio di possibilità "autonome" illimitate attribuito a un'ideologia staccata dalle relazioni di produzione.» [*32] In altre parole, i presupposti dell'ultrasinistra devono averla resa cieca, non solo alla reale autonomia che la politica (lo stato) e l'ideologia (in questo caso il razzismo antisemita) possono acquisire riguardo all'economia (relazioni di produzione, interessi di classe) all'interno di regimi dittatoriali come il regime nazista; ma lo hanno fatto soprattutto per quanto riguarda tutto ciò che la dominazione stessa del capitale comporta, l'irrazionalità e, ancor di più,  tutto ciò che richiede e mobilita dell'irrazionalismo, sia da parte di coloro che ne diventano "funzionari", così come di chi afferma di opporsi a essa su basi alienate e illusorie (per esempio nazionaliste); e le due cose possono essere confuse. Ma il fascismo (e soprattutto il nazismo) era in un certo senso un movimento di questa natura, che soddisfaceva le richieste più estreme della ristrutturazione del capitale, pur affermando di superarle in nome degli interessi nazionali o addirittura razziali. Una breve frase, tratta da "Notre royaume est une prison", testimonia questa concezione iper-razionalista della storia, e l'incapacità che essa implica di pensare all'irrazionalità e all'irrazionalità come delle forze che agiscono nella storia: «Non c'è nessun mostro davanti a noi. I nostri nemici sono le relazioni sociali, anche se sono difese dagli uomini che dobbiamo affrontare» Purtroppo la Mostruosità esiste, e nel mondo contemporaneo, in termini marxisti, può persino essere rigorosamente definita come la personificazione delle estreme necessità della dominazione del capitale, con ciò che questa personificazione può liberare a partire da fantasie deliranti e investimenti totalmente irrazionali, come quelli che l'antisemitismo, per esempio, ha trasmesso in modo ancestrale. Come possono coloro che incarnano questa relazione di oppressione che è il capitale. non diventare mostruosi, non appena si danno o sono costretti a darsi la missione di adempiere anche alle richieste più estreme di questa oppressione? Più fondamentalmente, l'incapacità dell'ideologia ultra-sinistra di spiegare l'impresa nazista di sterminio ha senza dubbio rivelato alcune carenze del marxismo in generale, in particolare l'inadeguatezza della sua teoria politica, così come la sua tradizionale cecità verso la "questione ebraica" e l'antisemitismo, e quindi l'inadeguatezza della sua teoria della religione [*33]. Senza pregiudicare la capacità di un marxismo liberato dalle sue catene economiche di affrontare la sfida teorica che Auschwitz continua a lanciarci, sarebbe stato quanto meno appropriato menzionare il problema.

L'ultrasinistra come settarismo rivoluzionario
Al di là, o piuttosto al di sotto, delle posizioni teoriche dell'ultrasinistra, è la sua pratica politica stessa che deve essere messa in discussione, se vogliamo comprendere le ragioni della deriva negazionista di alcuni suoi membri. Eredi di correnti ultra-minoritarie del movimento operaio, i diversi gruppi che lo compongono sono tradizionalmente caratterizzati da un funzionamento politico settario. Della setta politica, questi gruppi presentano effettivamente alcuni dei tratti archetipici. Partendo dalla loro comune convinzione che siano gli esclusivi detentori di una "verità rivoluzionaria" che hanno la missione di far sentire e di propagare - contro la menzogna generalizzata in cui si dice viva il mondo circostante - una verità che deve essere condivisa con tutti e difesa da tutti. Questo porta inevitabilmente al dogmatismo più ristretto: alla rigidità dottrinale, al feticismo dei testi, alla cieca fiducia in coloro che dovrebbero essere i depositari e gli interpreti autorizzati di essi (un Guillame, per esempio), in breve a un'ossessione per la "purezza dottrinale". Abbiamo visto come questa rigidità abbia portato certi gruppi dell'ultra-sinistra a negare la realtà nella sua complessità essenziale, anziché modificare la loro "griglia di lettura", poiché ciò si è ovviamente rivelato insufficiente. Questa ossessione per la "purezza rivoluzionaria" non è meno caratteristica di un funzionamento settario, che incita una sorta di corsa sfrenata verso l'ipercritica - (per distinguersi dalle forze classiche della sinistra e persino dai "sinistristi"), ulteriormente accelerata dall'idea, classica per l'ultrasinistra - secondo cui il crollo del capitalismo sia imminente, e che esso debba essere accelerato infliggendo colpi fatali. Da qui, ad esempio, l'escalation del radicalismo rivoluzionario tra i diversi gruppi dell'ultrasinistra, ognuno dei quali è costantemente incline a sospettare e denunciare negli altri tale "tiepidezza", o residuo di "ideologia borghese", che li porta a compromessi o deviazioni. Da qui anche la loro ricerca deliberata di provocazioni e scandali, che sono inoltre l'unico modo per conquistare un pubblico e che li faccia emergere dalla loro marginalità. E, da questo punto di vista, la causa negazionista era perfetta, ed è per questo che si affrettarono a sostenerla: per un ambiente che tendeva a misurare l'autenticità e la radicalità del suo impegno politico dalla capacità di causare scandali, di antagonizzare allo stesso tempo sia la stampa mainstream che l'università, ma anche le tradizionali organizzazioni rappresentative del movimento operaio, Quale migliore opportunità per sognare? [*34]  Ancor più - e questa è anche una caratteristica del funzionamento settario - ciò ha permesso loro di presentarsi come martiri della verità rivoluzionaria: come vittime della persecuzione che colpisce ovunque e sempre gli autentici detentori della verità critica e della pratica rivoluzionaria. Da quel momento in poi, critiche, attacchi o procedimenti penali sono diventate tutte prove della verità inaudibile e scandalosa che il gruppo porta: esso può avere ragione solo nella misura in cui gli altri, tutti gli altri, gli danno torto. È una caratteristica propria di ogni pensiero paranoico. In altre parole, quando, in linea di principio, l'eredità del pensiero critico, della discussione collettiva e della disciplina (autocontrollo) del gruppo avrebbe potuto e dovuto evitare eccessi di questo tipo, il carattere settario del funzionamento dei gruppi ultra-sinistri lo ha al contrario favorito, interrompendo tutte queste garanzie. Da questo punto di vista, la setta rivoluzionaria, di cui i gruppi ultra-sinistri furono un buon esempio negli anni '70 e '80, appare ancora più pericolosa del "partito di tipo leninista", di cui alcuni di questi gruppi volevano comunque essere una critica concreta. Non essendo in grado come quest'ultimo di sperare di prendere ed esercitare il potere, nemmeno mettendosi in tale prospettiva, né essere costretto come quest'ultimo a fare i conti con la realtà (anche solo sotto forma dell'opinione pubblica) nella marcia verso il potere o nell'esercizio reale del potere, la setta rivoluzionaria può dare via libera al suo delirio verbale. In breve, compensa la sua reale impotenza politica con l'ipercritica. Per il potere reale, che è inaccessibile, sostituisce il potere fantasmatico delle parole, l'unico capace alla fine di dissolvere magicamente la realtà, anche se è della dimensione di Auschwitz.

- Alain Bihr - fonte: https://alencontre.org/

Note

1. Poiché questi termini strutturano l'intera analisi, è necessario procedere con la loro definizione preliminare:
La negazione dell'Olocausto consiste nella pura e semplice negazione dell'impresa genocida nazista: durante la Seconda Guerra Mondiale, il regime nazista non sviluppò una politica volta allo sterminio sistematico, in varie forme, di alcune categorie delle popolazioni sotto il suo dominio, identificate sulla base di criteri razziali e/o politici. La negazione dell'Olocausto divenne così particolarmente polarizzata sulla questione dell'esistenza delle camere a gas sia come strumento sia come simbolo della politica nazista di sterminio.
Il revisionismo, meno radicale, si accontenta di banalizzare questa impresa genocida: non ne nega esplicitamente l'esistenza, nega la sua originalità radicale, in particolare oscurandone la dimensione razzista, riducendola alle dimensioni di altri crimini perpetrati nel corso della storia, cercando spesso anche di minimizzare la sua magnitud. Il passaggio è spesso insensibile da uno all'altro negli stessi testi, il revisionismo appare spesso come anticamera del negazionismo. I negazionisti francesi, seguendo il loro mentore Faurisson, si presentano come "revisionisti" quando sono autentici negazionisti; definendosi "revisionisti", cercano di dare credito all'idea che stiano solo esercitando la consueta critica interna ed esterna dei documenti su cui si basa tutto il lavoro degli storici, e che l'opposizione che incontra da parte degli storici""censura ufficiale" è censura pura e semplice. Il revisionismo è più diffuso in Germania che in Francia, come dimostra la "lite degli storici" (der Historikerstreit) scatenata negli anni 1986-87 dalle opere e articoli di Ernst Nolte, Joachim Fest, Andreas Hilgruber, Klaus Hildebrand; vedi su questo argomento Prima della Storia. Les documents de la controversy sur la singularité de l'extermination des Juifs par le régime nazi, Parigi, Cerf, 1988; Yannis Thanassekos e Heinz Weismann (sld), Revisione della storia. Totalitarismes, crimes et génocides nazis, Parigi, Cerf, 1990; Martin Broszat, "Plaidoyer pour une historisation du national-socialisme" e "Correspondance entre Martin Broszat et Saül Friedlandler sur l'historisation du national-socialisme" nel Bulletin de la Fondation Auschwitz, no 24, aprile-settembre 1990, Bruxelles.

2. Il concetto di ultrasinistra tradizionalmente designa correnti e gruppi emersi, più o meno direttamente, dalle varie "sinistre comuniste" (olandese, tedesca, italiana) formate nei primi anni Venti in reazione alla doppia presa tra socialdemocratico e bolscevico (poi stalinista) sul movimento operaio europeo. Queste diverse "sinistre comuniste" erano comunque contrarie, mentre l'italiana raggruppata attorno a Bordiga perpetuava un'eredità leninista che la donna tedesco-olandese rifiutava, sostenendo di essere una "comunista da consiglio" come Pannekœk o Korsch. Già una minoranza negli anni Venti, queste correnti furono rapidamente schiacciate negli anni Trenta, rimanendo intrappolate tra fascismo e stalinismo. Negli anni '50 e '60, rimanevano solo pochi "tumuli testimoni" negli Stati Uniti (intorno a Paul Mattick) e in Francia (intorno alla rivista bordigista Invariance).

3. Dall'inizio degli anni '50, Paul Rassinier (1906-1967), comunista e poi socialista militante prima della guerra, pacifista convinto, che fu comunque deportato per atti di resistenza, iniziò a pubblicare opere, la maggior parte delle quali con editori di estrema destra, in cui per la prima volta si dubitava dell'esistenza delle camere a gas nei campi nazisti così come della politica di sterminio del regime nazista. Faurisson fu direttamente ispirato dall'opera di Rassinier, la cui eredità egli rivendica.

4. Lo scopo di questo articolo quindi non è rispondere, in sostanza, agli argomenti pseudo-negazionisti; ciò è già stato fatto, e in modo eccellente, da Nadine Fresco, "Les redresseurs de morts", Les Temps Modernes, giugno 1980; Alain Finkielkraut, L'avenir d'une négation, Parigi, Le Seuil, 1982; e in particolare Pierre Vidal-Naquet, Les assassins de la mémoire, Parigi, La Découverte, 1987. L'obiettivo qui è comprendere i cambiamenti ideologici e politici attraverso cui militanti e gruppi del movimento ultra-sinistro sono arrivati a sostenere e propagare tesi negazioniste, segnando al contempo la natura illusoria della loro deriva.

5. Questo testo, che sembra aver circolato negli ambienti ultra-sinistri, non è mai stato pubblicato. Mi è stato inviato da uno dei suoi editori, che desidera rimanere anonimo.

6. Pubblicato dalla rete Reflex, giugno 1996. La prefazione di Gilles Perrault a questo libro, in cui cercava di scagionare Serge Quadruppani e Gilles Dauvé dal loro passato, causò profondi tumulti all'interno della rete Ras l'Front, che portarono alle dimissioni di Perrault dalla carica di direttore del mensile Ras l'Front.

7. Moshe prestò un calderone a Samuele, che glielo restituì. Moshe si lamenta di questo e Samuel si difende dicendo che ha restituito il calderone intatto; che, inoltre, era già trafitto quando Moshe glielo prestò; e che, inoltre, Moshe non gli prestò mai un calderone.

8. Libertari e l'ultrasinistra contro la negazione dell'olocausto, op. cit., pagina 63.

9. La Banchia di Ghiaccio, no 1, pagina 27.

10. Ecco come Dauvé e Quadruppani presentarono questo stesso episodio nel numero 2 de La Banquise (pagina 42): "Nel 1977, una bozza di testo era stata consegnata a La Guerre Sociale di G. Dauvé. Modificato con la collaborazione diretta o indiretta di diverse persone, tra cui P. Guillaume, apparve nel 1979 nel no 3 di La Guerra Sociale. » Che si trattasse di una "bozza" o di una "bozza di testo", Dauvé partecipò all'elaborazione di questo articolo revisionista con tendenze negazioniste. E lui, così come Quadruppani, approvava comunque il suo contenuto durante una riunione del gruppo della Guerra Sociale tenutasi nella primavera del 1980 (cfr. La Banquise, no 2, pagina 42).

11. Pubblicato da Balland nel 1983.

12. Questa è l'ipotesi esposta nel testo collettivo intitolato "I nemici dei nostri nemici non sono necessariamente nostri amici", che denuncia la negazione ultra-sinistra dell'Olocausto, pubblicato su vari giornali libertari nel 1992, apparso come appendice a Libertari e ultra-sinistra contro la negazione dell'Olocausto. Ho firmato questo testo, ignorando all'epoca il passato revisionista di alcuni dei suoi redattori e firmatari, che così si sono scagionati a basso costo, denunciando una truffa e una merda senza specificare la parte diretta che aveva assunto. Questo mi ha portato a servire involontariamente come garante per loro, essendo vittima della loro doppiezza. Ecco un altro esempio di questa duplicità: nello stesso momento in cui co-firmava il testo "Basta basta", presumibilmente per rompere con la negazione dell'Olocausto, Daniel Cosculluea inviò una lettera all'Unione degli Atei per protestare contro il tumulto causato dall'adesione di Robert Faurisson, una lettera che iniziava con... "Basta così!".

13. "Dallo sfruttamento nei campi allo sfruttamento dei campi" in La Guerre Sociale, no 3, giugno 1979, pagina 10.

14. Dallo sfruttamento nei campi allo sfruttamento dei campi, op. cit., pagina 11.

15. Ibid., pagina 13.

16. Giovane Talpa, no 31, aprile-maggio 1980, pagina 17.

17. Giovane Talpa, no 29, dicembre 1979-gennaio 1980, pagina 19.

18. Giovane Talpa, no 34, novembre-dicembre 1980, pagina 13.

19. Per un'ulteriore discussione su questo tema, vedi il mio contributo "Le ambiguità della memoria antifascista" al Colloquio "Storia e memoria dei crimini e genocidi nazisti", Bruxelles, novembre 1992, pubblicato nel Volume I degli Atti di questo Colloquio, Bollettino della Fondazione Auschwitz, no 36-37, Bruxelles, aprile-settembre 1993.

20. Il principio di questo idealismo è riassunto dalla famosa formula hegeliana: "Tutto ciò che è reale è razionale, tutto ciò che è razionale è reale.»

21. Prendo Auschwitz qui in senso metonimico, come simbolo di tutti i crimini e genocidi nazisti.

22. Cfr. Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei d'Europa, traduzione francese, Parigi, Fayard, 1988, pp. 794-810. Il film di Steven Spielberg, Schindler's List, illustra questa stessa contraddizione in un altro caso particolare.

23. Va notato che questo opuscolo bordigista era stato ripubblicato come tale da La Vieille Taupe nel 1970. E l'analisi bordigista viene ripresa quasi parola per parola da La Guerre Sociale in "De l'exploitation dans les camps à l'exploitation des camps", op. cit., pagina 21.

24. Vorrei fare riferimento alla chiarificazione che ho tentato su questo argomento nel Capitolo VI di Pour en finir avec le Front national (Parigi: Syros, 1993).

25. "Domani arresteremo tutti gli ebrei e tutti i parrucchieri!disse uno. "Perché i parrucchieri?risponde l'altro.

26. Cfr. Raul Hilberg, op. cit., capitolo V, che dimostra che l'espropriazione è una fase necessaria ma insufficiente nell'intero processo di distruzione. Vedi anche Yannis Thanassekos, "Dall'antisemitismo ai genocidi nazisti: dinamiche cumulative e il progetto della società" nel Bulletin de la Fondation Auschwitz, no 32-33, aprile-settembre 1992, Bruxelles.

27. Cfr. Raul Hilberg, op. cit., pp. 570 e segg.

28. Non posso ripetere qui il dibattito che divide gli storici dell'Olocausto in "intenzionalisti" e "funzionalisti". Mentre i primi credono che lo sterminio sistematico degli ebrei fosse parte delle opinioni del regime nazista (i suoi leader) fin dall'inizio, i secondi sostengono che sia stato essenzialmente il risultato delle circostanze (il corso opposto della guerra mondiale) e delle contraddizioni interne del regime nazista. Su questo dibattito, cfr. EHESS, L'Allemagne nazie et le génocide juif, Parigi, Gallimard/Seuil, 1985; Philippe Burin, Hitler et les Juifs: genèse d'un génocide, Parigi, Le Seuil, 1989; François Bédarida (sld), La politique nazie d'extermination, Parigi, Albin Michel, 1989.

29. "Sfruttamento nei campi... ", La Guerra Sociale, no 3, op. cit., pagine 12 e 20.

30. Questa confusione si trova anche in questo passaggio di De Sfruttamento nei campi: "C'erano 'camere a gas' in alcuni campi di concentramento? La storia ufficiale ha rinnegato l'esistenza del gassaggio a Dachau. E Auschwitz?(pagina 9). In realtà, le camere a gas funzionavano solo nei campi di sterminio (come Auschwitz-Birkenau) e non — con pochissime eccezioni, incluso Struthof in Alsazia — nei campi di concentramento (come Dachau). [Nota dal dottorato di dottorato, 2013: Alain Bihr si sbaglia. Diversi campi di concentramento erano dotati di camere a gas per scopi di omicidio, ma non per il massacro di ebrei, bensì per l'eliminazione di schiavi esausti o malati dei campi di concentramento e per esperimenti con il pretesto di "medicina". Il loro bilancio ammonta a diverse migliaia di vittime e non a diversi milioni come avviene per gli ebrei uccisi nei centri di sterminio industriali. Inoltre, Dachau era dotata di una camera a gas, ma il suo uso effettivo è da tempo poco consolidato dalla storiografia. È stato usato solo pochissime volte. È quindi una menzogna dire, come fanno i negazionisti e gli utili idioti dell'ultra-sinistra, che gli storici (il sintagma "storia ufficiale" è un tic linguistico negazionista) abbiano "rinunciato" ai gassaggi di Dachau: è vero il contrario. Oltre a Struthof, si verificarono assassinii tramite gassaggi a Orianenburg, Sachsenhausen, Mauthausen-Gusen, Ravensbrück, Neuengamme. La confusione denunciata da Alain Bihr deriva da una classica falsificazione di un testo dello storico Martin Broszat da parte dei negazionisti dell'Olocausto, studiata altrove su PHDN.]

31. Questo è stato sottolineato in particolare da Saul Friedlander in "Dall'antisemitismo all'exterminio. Esquisse historiographique» su Le débat, no 21, settembre 1982.

32. Dallo sfruttamento nei campi allo sfruttamento dei campi, op. cit., pagina 14.

33. Su questo argomento, vedi Enzo Traverso, Le marxisme et la question juive, Parigi, La Brèche, 1990.

34. È indubbiamente una miscela simile di spirito non conformista, gusto per la provocazione e desiderio di radicalismo politico a spiegare perché, nonostante la sua deriva, Rassinier riuscì a continuare a essere un attivista nella Federazione Anarchica negli anni '50 e perché le sue tesi furono allora ben accolte da una parte significativa dell'ambiente libertario. L'irresponsabilità politica di un certo "ambiente rivoluzionario" purtroppo non si dimostra più...

martedì 22 settembre 2026

Spediamolo nella Storia !!

CHE SIATE PRONTI O MENO, ECCOLO CHE STA ARRIVANDO !
- La crisi del sistema sta per entrare nella sua fase più acuta: riuscirà la sinistra residua a orientare l'imminente processo di trasformazione in una direzione emancipatoria? -
di Tomasz Konicz

   In quella che è la crisi mondiale del capitale in atto, esiste un prerequisito fondamentale, ai fini di una prassi emancipatoria, che semplicemente non può più essere ignorato: bisogna dire alle persone che cosa sta succedendo. Ciò che la maggior parte delle persone sospetta, o percepisce vagamente, bisogna che venga nominato con chiarezza in modo che possa così diventare la base dei movimenti sociali e delle lotte: il capitalismo è giunto al termine; e nella sua agonia minaccia di trascinare con sé nell'abisso tutta l'umanità, privandola dei suoi mezzi di sussistenza sociali ed ecologici. Il sistema mondiale capitalistico sta cozzando contro quelli che sono i suoi propri limiti allo sviluppo, sia interni che esterni. La crisi economica e climatica rappresenta solo i due momenti di un unico processo di crisi, nel quale la costrizione si limita alla crescita del capitale – vale a dire, l'intento di guadagnare sempre più denaro sfruttando il lavoro nella produzione di merci – produce un mondo ecologicamente devastato e un'umanità economicamente superflua. Di conseguenza, diventa importante cercare consapevolmente delle vie d'uscita dal capitalismo di crisi e di catastrofe, nella lotta sociale e nel discorso, nel momento in cui il mondo minaccia di sprofondare nella barbarie. Il superamento della relazione di capitale, diventa quindi il principio guida di tutti gli sforzi pratici di sinistra. Le lotte sociali, le proteste e i movimenti devono pertanto essere compresi e guidati in quanto momenti parziali di una lotta trasformativa per una società post-capitalista. Questo - il superamento della compulsione del capitale a valorizzare e di tutto ciò che sta scatenando nel mondo - è il minimo assoluto, la conditio sine qua non per qualsiasi sviluppo civilizzatore nel XXI° secolo. Pertanto, dire cosa sta succedendo significa definire chiaramente il superamento del collasso del capitale come una necessità per la sopravvivenza della civiltà. Ogni pratica progressista deve essere guidata da questa realtà di trasformazione sistemica. Ed è proprio questa insistenza sulla necessità di una trasformazione del sistema emancipatorio che rappresenta anche la chiara linea di demarcazione dall'opportunismo di sinistra – che si concretizza nello sforzo di fare rapidamente carriera come amministratori di crisi attraverso la demagogia - praticato dalla DSA (Democratic Socialists of America) o dal "Left Party" con il loro populismo. Le organizzazioni o correnti di sinistra, un tempo cieche alla crisi, possono di fatto essere descritte come post-sinistra – sebbene si considerano ancora di sinistra. La trasformazione del capitale in storia rappresenta l'ultimo vincolo capitalistico. Qualsiasi gruppo o partito che si definisca di sinistra, e predichi un cambiamento graduale senza affrontare esplicitamente la crisi sistemica e che non sottolinei la necessità di una trasformazione del sistema è in realtà opportunista, se non reazionario. Nella crisi sistemica in escalation, non c'è più alcuna possibilità di elaborare politiche di riforma che possano "riuscire", poiché questa impresa è semplicemente ostacolata dalle distorsioni della crisi che stanno aumentando di intensità. La pratica progressiva ed emancipatoria può svilupparsi solo attraverso lo sforzo di raggiungere un percorso progressivo di inevitabile trasformazione del sistema. Non si tratta di "radicalismo" di sinistra, ma di un realismo acquisito dall'intuizione del carattere della crisi. La crisi procede come un processo feticistico e incontrollabile sulla società, il quale si svolge in modo competitivo e mediato dal mercato, senza prestare alcuna attenzione alle opinioni e ai calcoli degli occupanti del tapis roulant capitalista. Questa non è una gara di popolarità: anche se i lavoratori non volessero ammetterlo, anche se tutte le sezioni rilevanti della popolazione, inclusa la classe operaia, si aggrappassero al capitalismo, il sistema crollerà a causa delle sue contraddizioni interne. Resta da vedere, però, cosa verrà dopo – ed è proprio per questo che la lotta, la lotta per la trasformazione, deve essere condotta. Tuttavia, un movimento emancipatore può prevenire una caduta nella barbarie, durante il processo di trasformazione imminente e aperto, solo se questo sconvolgimento sarà riflesso, compreso e consapevolmente plasmato da esso nell'ambito della lotta per la trasformazione altrettanto inevitabile. Per poter raggiungere questo obiettivo, la sinistra, basandosi sulla teoria della crisi radicale, deve prima dire alle persone cosa sta succedendo. Questo è il prerequisito per tutte le pratiche di trasformazione emancipatoria. Altrimenti, lo slancio feticistico del capitale renderà il mondo inabitabile. E poiché in realtà non esiste alcun soggetto rivoluzionario, nessuna classe in senso stretto, che possa funzionare come soggetto rivoluzionario in virtù della sua posizione nel processo produttivo, l'unica speranza rimasta è la formazione di una coscienza di crisi radicale nella popolazione, che fungerebbe da base per un movimento di trasformazione emancipatoria.

Il feticismo del capitale
    Ma che cos'è il capitale, cos'è che dev'essere spedito nella storia prima che trascini l'umanità nell'abisso del suo crollo? È il denaro che genera più denaro attraverso il lavoro salariato nella produzione di merci – con il lavoro come unica merce che crea più valore di quanto esso valga. Il capitale va inteso come una relazione sociale che la società attraversa in quanto semplice fase transitoria in quella che è la sua infinita attività di profitto nel contesto della produzione di merci. Solo all'interno di tale movimento di valorizzazione – bruciare risorse tramite il lavoro al fine di massimizzare il profitto – le persone, o le cose, devono diventare capitale. Il capitale, in tutte le sue contraddizioni sociali ed ecologiche, è quindi anche una reale astrazione che subisce un cambiamento di forma, dal denaro alla merce e infine a più denaro, in ogni ciclo di valorizzazione. Nella società nel suo insieme e a livello globale, il capitale produce una dinamica propria: il feticismo sociale. Le dinamiche distruttive della valorizzazione del capitale, prodotte inconsciamente dai soggetti del mercato –  che avvengono "alle loro spalle", in quanto mediate dal mercato – appaiono essere come un fenomeno naturale della società. Questo feticismo appare particolarmente evidente nelle crisi, nel momento in cui "l'economia" improvvisamente va fuori controllo, e le "tempeste di crisi" o "i terremoti di mercato" devastano intere regioni dal punto di vista socio-economico – come se fossero eventi meteorologici estremi. La sensazione di essere alla mercé di forze quasi naturali, anonime e opprimenti, diventa così evidente. La stessa è evidente anche nella crisi climatica; che sta influenzando sempre più la valorizzazione stessa del capitale. Ciò che deve quindi essere superato, è questo movimento cieco del capitale, che sta devastando la società umana e gli ecosistemi. Questo feticismo distruttivo va sostituito dalla comprensione consapevole da parte dei membri della società per quel che riguarda il processo riproduttivo della società. Con la crisi del capitale crollano anche le istituzioni e le strutture sociali che esso ha storicamente generato. Pertanto, la riproduzione sociale post-capitalista non può avvenire sotto forme di "nazionalizzazione" immaginate dai sinistri ortodossi, dal momento che lo Stato, nella sua qualità di "capitalista collettivo ideale", è un'istituzione capitalistica storicamente cresciuta e necessaria, che deve essere finanziata dal capitale attraverso le tasse – motivo per cui molti stati sovra-indebitati della periferia sono crollati diventando "stati falliti" già negli anni '90, non appena il processo di crisi aveva superato un certo livello di maturità. Lo Stato non è la soluzione, ma è parte del problema. Un altro stallo si crea a partire dai tentativi di dimostrare il proprio valore in unità autogestite, in aziende o in comuni agricoli in un mercato in crisi, poiché qui, nonostante l'autogestione, prevalgono inevitabilmente i vincoli di mercato. Si tratta quindi davvero dell'intera società intrappolata nel feticismo del capitale.

Emancipazione e fuga dalla prigione capitalista del pensiero
    Il feticismo del capitale, dà origine anche al concetto di emancipazione: si tratta di un'emancipazione dal feticismo sociale, vale a dire, dalla "eteronomia" dei soggetti che avviene attraverso dinamiche sociali che questi stessi soggetti producono inconsciamente, però sempre mediate dal mercato. Questo può essere raggiunto solo grazie a un movimento consapevole della propria situazione, che sia consapevole del carattere di crisi descritto. Solo in una lotta consapevole per un futuro post-capitalista, derivante dall'intuizione della necessità, potrebbero ancora emergere momenti di emancipazione. Esiste quindi una regola di condotta politica a cui i movimenti, i gruppi o i partiti emancipatori del XXI secolo dovrebbero attenersi se vogliono continuare a operare come forze sociali progressiste nell’attuale epoca di sconvolgimenti e crisi, senza degenerare in una “post-sinistra” aperta alla destra. Il capitalismo deve essere trasformato in storia il più rapidamente possibile, il rapporto di capitale deve essere abolito. Tutte le azioni di sinistra, tutte le tattiche, tutte le proposte di riforma, tutte le strategie dovrebbero essere guidate da questo imperativo categorico. E la lotta per un futuro post-capitalista in cui valga la pena vivere non è "radicalismo". È esattamente il contrario: è l'adesione alle forme di socializzazione capitalista che stanno passando alla dissoluzione, al mercato e allo Stato, che porta alla barbarie, all'estremismo fascista del centro. I successi della destra nella crisi derivano proprio dal fatto che si può ulteriormente brutalizzare quell'ideologia che era efficace nel centro neoliberista della società tardo capitalista, come la competitività e il darwinismo sociale. Qui, è essenziale che in questa competizione "razziale", religiosa o nazionale, non ci sia rottura con il neoliberismo e con il suo implicito pensiero posizionale nazionalista. In queste linee ideologiche di continuità si trova il segreto, non così segreto, del successo della rivolta conformista della Nuova Destra. Non ci si libera così dalla prigione capitalista del pensiero e dai suoi cosiddetti vincoli pratici. Al contrario, le personalità autoritarie rimangono sulla via ideologica, ormai battuta, che conduce dal centro neoliberista all'estrema barbarie. Ecco perché la destra è la principale beneficiaria della crisi attuale. Diventare nazisti è molto facile. Il fattore decisivo è quindi la fuga intellettuale dalla prigione capitalista del pensiero, che deve andare di pari passo con la pratica emancipatoria, per poter prevenire la deriva verso un estremismo fascista del centro. Ecco perché è importante dire alle persone cosa sta succedendo. Alla luce della crisi letale del capitale, la lotta per un'alternativa vivibile al sistema, è l'unica cosa ragionevole, media, moderata. Il progresso può essere realizzato solo oltre il capitale. Ancora una volta, ciò non è necessario per la volontà dei sudditi, o per gli stati d'animo e le sensibilità della popolazione, ma proprio perché il capitale, come totalità globale feticistica, si sta disgregando da solo. L'idea che il sistema sia in una grave crisi è ormai onnipresente. E i sconvolgimenti crescenti stanno dando origine alla consueta interazione tra declino sociale e crescente comportamento competitivo. È proprio questa competizione di crisi, alimentata dall'istinto nudo di sopravvivenza, che contribuisce causalmente all’imbarbarimento del capitalismo e all'ascesa della Nuova Destra; che avvolge questa competizione di crisi con razzismo, nazionalismo, antisemitismo, fanatismo religioso e così via. Questo istinto di sopravvivenza, intrappolato nella crescente competizione quotidiana del tardo capitalismo e messo in atto inconsciamente, dovrebbe essere “sublimato” nell’ambito di una pratica emancipatoria. Ciò va inteso in quanto riflesso consapevole delle cause inconsce dell'azione sociale; in questo caso l'interazione tra il pensiero competitivo e il processo di crisi sistemica. Così come l'istinto cieco di sopravvivenza dei soggetti di mercato accelera solo la dinamica della crisi e apre la porta alla barbarie, così, allo stesso modo, un riflesso impulso collettivo di sopravvivenza, assicurato dalla necessità di superare il capitale a favore della società nel suo complesso, potrebbe costituire un potente fattore motivante per le forze emancipatrici nella lotta per la trasformazione del capitalismo tardo. Una coscienza di crisi radicale è quindi consapevole dell'insolubilità della doppia crisi capitalistica socio-ecologica e di una trasformazione del sistema vista come necessità per la sopravvivenza. Ed è proprio per questo motivo che è importante proteggere questo processo di trasformazione che si svolge oggettivamente – per quanto possibile – e impedire che derivi nell'illusione ideologica e nella barbarie fascista, diffondendo un'adeguata consapevolezza della crisi. Forse la consapevolezza di un'alternativa valida al collasso climatico e capitalista potrebbe svilupparsi solo in modo ampio in un movimento combattivo. Non mancano dispute e lotte nella crisi sistemica che accelera.

Falsa immediatezza
  Spesso, questi movimenti rimangono bloccati nella falsa immediatezza delle loro richieste dirette: ad esempio, vogliono una migliore redistribuzione della ricchezza capitalista astratta, l'impoverimento crescente porta a richieste di più stato sociale, si risponde all'inflazione con richieste di contenimento tramite sussidi o con la fissazione dei prezzi massimi, ecc. Tuttavia, queste richieste immediatamente "plausibili" finiscono per rendersi ridicole di fronte alla realtà della crisi. Le forze emancipatorie, di fronte all’urgenza del momento e alle finestre temporali che si stanno chiudendo, dovrebbero lavorare con ciò che ancora rimane. Il rifugio nella torre d’avorio della “pura dottrina” per lavorare a una graduale “diffusione” di un’adeguata consapevolezza della crisi all’interno della sinistra non rappresenta una strategia praticabile. L’unica opzione che rimane, in realtà, è quella di sfruttare le sempre nuove ondate di crisi per tentare di portare direttamente nelle lotte corrispondenti un’adeguata consapevolezza della crisi. Le probabilità che ciò accada in realtà non sono scarse, poiché anche contesti di sinistra ideologicamente accecati – ad esempio provenienti dallo spettro pro-verde, liberale di sinistra o marxista tradizionale – difficilmente possono trascurare le conseguenze della crisi. La crisi è nemica e amica del movimento progressista: restringe sempre più gli spazi di dibattito sociale, alimenta il panico e fa crescere la follia dell’estrema destra – ma allo stesso tempo costringe tutte le forze sociali che hanno ancora un minimo di lucidità a confrontarsi con l’innegabile necessità di superare radicalmente la società capitalistica ormai in fase di collasso. Il tentativo di introdurre nelle attuali controversie e nei conflitti sociali una consapevolezza della crisi che corrisponda al processo oggettivo di crisi si riduce quindi, in ultima analisi, alla lotta contro la falsa immediatezza che caratterizza tali controversie. Per falsa immediatezza si intende la tendenza dei movimenti sociali a rimanere inconsapevolmente ancorati a forme di pensiero che corrispondono proprio alle condizioni sociali e alle contraddizioni contro cui essi si oppongono. La lotta contro l’inflazione e contro l’erosione sociale, per un salario più alto o contro i tagli salariali, la lotta contro i mulini a vento della sinistra impotente e social-democratizzata contro lo smantellamento della democrazia e dello stato sociale che prosegue allegramente: tutto ciò consolida le corrispondenti strutture sociali capitalistiche e le forme di socializzazione all’interno delle quali e per il cui bene si combatte. Il lavoro, la democrazia borghese con i suoi «diritti civili» castrati dal capitalismo, lo Stato come “Stato sociale” si cristallizzano così, anche all’interno del movimento impantanato nelle lotte sociali, come presupposti quasi naturali della società umana. Gli obiettivi immediati perseguiti all'interno del sistema sono perciò "sbagliati", e portano al formarsi della falsa immediatezza sopra menzionata, poiché innanzitutto non rompono con la logica della crisi del sistema, ma al contrario la consolidano, e in secondo luogo perché devono essere combattuti all'interno di una socializzazione al collasso del capitale, rendendo la sua realizzazione completamente illusoria. Dopo il fallimento inevitabile delle principali lotte sociali nelle crisi – ad esempio nell'Europa meridionale dopo lo scoppio della crisi dell'euro – si sono fatte sentire per lo più dimissioni e apatie, poiché questi movimenti mancavano di una prospettiva trasformazionale più ampia, che potesse derivare solo da una consapevolezza della crisi adeguata al processo di crisi. Le forze coinvolte nelle crescenti proteste sociali causate dalla crisi di solito non vogliono ottenere altro che ciò che postulano: lottare per il lavoro, per salari più alti, contro i tagli sociali, contro la distruzione dei posti di lavoro, contro l'erosione costante dei "diritti civili", ecc.Sembra assurdo: in tempi di crisi, la sinistra lotta per il mantenimento delle forme di socializzazione capitalistiche che la crisi stessa sta erodendo. E allo stesso tempo non esiste alcuna alternativa realistica a queste stesse lotte, poiché si tratta soprattutto di forme più o meno aperte di nuda lotta per la sopravvivenza. L’affermazione di salari da fame, inferiori al livello di sussistenza, sta avanzando anche nei centri urbani. Sempre più spesso la perdita del posto di lavoro va di pari passo con la caduta in un pauperismo che mette a rischio la vita. La lotta contro lo smantellamento della democrazia e contro l'onnipresente fascistizzazione dell'Europa è necessaria per mantenere aperto il più a lungo possibile uno spazio di manovra per una politica emancipatoria. Finché continua a esistere il rapporto di capitale nella sua totalità sociale sopra descritta, anche le forze di opposizione rimangono incatenate alle sue forme di socializzazione.

La meta, è il cammino stesso
   Ciò non significa però che queste forze debbano rivendicare la lotta socio-ecologica solo in queste forme, né tantomeno che la debbano concepire solo in questi termini. Pertanto, risulta fondamentale la consapevolezza con cui vengono condotte le proteste e le lotte attuali, anche se il loro svolgimento concreto, inizialmente, non dovesse differire granché dalle lotte riformiste immanenti al sistema. Il discorso sull'ideologia della crisi, sulla critica riduttiva al capitalismo e sulla falsa immediatezza mira, in ultima analisi, a elevare il processo di trasformazione alla “coscienza politica” dei movimenti sociali, per poter così comprendere in primo luogo la lotta di trasformazione condotta inconsapevolmente in quanto tale e plasmarla di conseguenza in modo consapevole. La sinistra deve essere la forza che porta questa radicale consapevolezza della crisi nelle lotte sociali – altrimenti non è più sinistra e degenera in una post-sinistra opportunista e reazionaria. Il focus, l'obiettivo di uno scontro così consapevole e apparentemente sistemico (lotta per il clima, lotta salariale, protesta antifascista, manifestazioni contro lo smantellamento della democrazia, lotte difensive contro i tagli sociali) cambiano non appena sono permeati da una coscienza trasformativa; quando vengono quindi intese e propagandate come fase iniziale della lotta di trasformazione, che infuria già nella periferia con tutta la sua brutalità omicida. Per restare sull'esempio delle proteste sociali:anziché limitarsi a postulare semplicemente che i ricchi debbano pagare, dovrebbe essere chiarito che i ricchi devono pagare per la trasformazione; purché il denaro abbia ancora valore, e abbia senso fare questa richiesta. Il percorso diventa l'obiettivo: l'auto-organizzazione del popolo nei corrispondenti movimenti di opposizione dovrebbe quindi già essere sostenuta dallo sforzo di formare momenti di socializzazione post-capitalista. Il percorso dell'organizzazione progressista nelle lotte sociali contribuisce quindi all'obiettivo di una società post-capitalista emancipata dal feticismo. Ma oltre alle misure di redistribuzione e di espropriazione, sorgerà anche la domanda: come possono essere organizzati sanità, cibo, abitazioni, ecc. senza le risorse finanziarie adeguate o i posti di lavoro redditizi disponibili? Nel momento in cui l’inflazione svaluta il denaro attraverso la svalutazione del valore e tutto rischia di chiudere o di ridimensionarsi a causa della mancanza di redditività, l’organizzazione della riproduzione sociale secondo criteri diversi da quelli capitalistici diventa una priorità. Non secondo lo slogan «Come si può finanziare la pensione?», ma piuttosto «Come si può organizzare la ricchezza materiale e sociale affinché gli anziani possano vivere con dignità?». Non «Come si possono creare posti di lavoro?», ma «Come si dovrebbero mobilitare le persone e le risorse e cosa si dovrebbe fare affinché si possano garantire alimentazione, alloggio, salute ecc.?» (e non certo a livello di Hartz IV, di baraccopoli o di gulag). O la sinistra si impegna su questo piano radicale, oppure diventa una “post-sinistra” e sarà costretta a partecipare all’attuazione di soluzioni immanenti al sistema, il che non porterà ad altro che a spedire gli anziani in gulag assistenziali a basso costo o a eliminarli in modo “socialmente accettabile”. Le richieste e le forme di organizzazione, nella resistenza contro la catastrofe climatica imminente, contro le imposizioni dell'amministrazione di crisi, devono quindi contenere in sé già delle forme germinali di socializzazione post-capitalista. In questo contesto, l’obiettivo centrale dovrebbe essere quello di configurare innanzitutto spazi di dibattito aperti – anche su Internet – all’interno dei movimenti di opposizione intrinseci al sistema. Il dibattito sulla crisi, che non è più possibile a livello dell’intera società (e che viene sabotato dal Partito di Sinistra o dal DSA per calcoli opportunistici), deve essere condotto quanto meno all’interno dell’opposizione di sinistra residua. Inoltre, nel consenso sulle strategie e sulle forme di protesta emerge già l’auspicato processo di comprensione post-capitalista riguardo alla riproduzione sociale nel suo complesso. Gli spazi di discussione dovrebbero quindi essere mantenuti aperti il più a lungo possibile, anche di fronte alla crescente repressione. Il processo di discussione aperto, l’organizzazione e il coordinamento della lotta trasformativa: proprio queste potrebbero fungere da forma preliminare di autocomprensione consapevole e globale della società mondiale riguardo alla sua stessa riproduzione. Ecco perché, tra l’altro, è così necessaria la lotta democratica per mantenere il più a lungo possibile le libertà democratico-borghesi residue, al fine di poter influenzare il più a lungo possibile il processo di trasformazione attraverso forme di conflitto non militari. Inoltre, è difficile valutare la necessità di passare dalla lotta democratica agli scontri militanti-militari, poiché essa dipende dal grado di fascistizzazione e dalle tendenze alla disgregazione dello Stato e della società in questione. Una simile lotta armata, che può essere imposta alle forze emancipatorie nel corso di una crisi, rappresenterebbe tuttavia anche una sconfitta. La struttura aperta del discorso, gli approcci all’autogestione, che potrebbero costituire i germi di future società, rischiano di cedere il passo alle esigenze dell’organizzazione militare. A quel punto, le linee guida pratiche leniniste diventano effettivamente inevitabili – e si profila il rischio di una «sovietizzazione» autoritaria delle alternative post-capitalistiche.

Il denominatore comune
   Non si tratta più di riparare un sistema malato, bensì di trovare modi ottimali per uscire dalla crisi capitalistica permanente sulla base di lotte concrete, e questo proprio perché un crollo del capitale che sfociasse nella barbarie e nel collasso segnerebbe l’ultima sconfitta della sinistra. La sinistra deve pertanto comprendere la crisi vedendola come un processo che si svolge in fasi, e quindi pensare anche ai processi, agli sviluppi, percepire le strutture sociali esistenti come in un processo di decadimento, individuare le contraddizioni decisive e, in previsione degli enormi sconvolgimenti a venire, creare le migliori condizioni sociali possibili: il punto di partenza ottimale per la trasformazione emancipatoria.In questo contesto si pone sempre, in modo molto concreto, la questione di quali strutture politiche e quali configurazioni di potere sociale debbano prevalere in occasione della prossima ondata di crisi. Il processo di crisi che si sviluppa alle spalle dei soggetti potrebbe trovarsi di fronte a società tardo-capitalistiche con strutture molto diverse tra loro. Queste possono essere di orientamento oligarchico, prefascista o democratico-borghese, piuttosto egualitarie o basate sugli ordini sociali, nazionaliste o cosmopolite, laiche o religiose-fasciste e così via. È tuttavia essenziale evitare di gerarchizzare le lotte distinguendo tra contraddizioni principali, legate alla lotta di classe, e altre secondarie. La lotta di classe, alimentata da una consapevolezza radicale della crisi, può fungere da forma embrionale e momento parziale della lotta per la trasformazione proprio come lotta per il clima. Gli scontri di lotta di classe nelle vertenze salariali, o nelle proteste sociali, possono servire, solo su un piano di parità con altre lotte sociali; come l’antifascismo, la lotta per il clima, l’antimilitarismo, il femminismo, la difesa della democrazia, l’autodeterminazione sessuale ecc.: tutto questo visto all’interno di un movimento trasformativo, nel corso degli scontri, volto a superare la loro falsa immediatezza. Le lotte sociali, le proteste, o le lotte per la ridistribuzione, diventerebbero, grazie all’introduzione di una consapevolezza radicale della crisi, momenti di una lotta di trasformazione che si intensificherebbe sempre più rapidamente con il superamento di alcuni punti di svolta sociali o ecologici, che probabilmente coincideranno sempre più spesso. La crisi, insieme al processo di trasformazione, è il denominatore comune di quasi tutte le lotte sociali, che devono essere condotte come lotte di trasformazione: In che direzione tende la dinamica della crisi? Dove si collocano le contraddizioni decisive? Quali forze, quali costellazioni potrebbero contribuire a un corso emancipatorio della trasformazione? La sinistra deve ragionare in termini di processi, dinamiche e contraddizioni, invece di rimanere ancorata alla consueta reificazione. È quindi necessario, nonostante tutte le evidenze, lottare per trasformare questo inevitabile movimento di trasformazione - che sicuramente sostituirà lo stato attuale e il cui corso e esito sono ancora incerti - in un movimento che agisca in modo consapevole nella lotta per la trasformazione. Non c’è alternativa: la trasformazione del sistema è inevitabile, ciò che conta è indirizzarla in una direzione progressista ed emancipatoria; nella lotta contro le forze della barbarie che il capitale, nella sua crisi, sta nuovamente sprigionando. Se oggi esiste un campo di battaglia che dovrebbe avere la priorità nell’attuale fase di crisi, è quello di un antifascismo impegnato a costruire un’alleanza il più ampia possibile, poiché il fascismo, in quanto forma apertamente terroristica di crisi del dominio capitalista, si sta già delineando chiaramente. Il "fronte trasversale" che da tempo si sta diffondendo nella sinistra tedesca, la Nuova Destra profondamente intrecciata con l’apparato statale tedesco e il prefascismo in ascesa stanno già scalpitando per rispondere alla crisi del capitale con un ennesimo precipitare nella barbarie.

- Tomasz Konicz - Pubblicato il 17/9/2026 su https://direkteaktion.org/ -