lunedì 26 luglio 2021

Tecnicamente

La nuova normalità è un susseguirsi di fatti imprevedibili. Nei primi vent'anni di questo millennio il mondo ha già vissuto tre grandi crisi: quella terroristica del 2001; quella finanziaria del 2008; quella della pandemia da Covid-19 nel 2020. Dobbiamo e possiamo imparare a conviverci. Iniziamo da subito. Siamo entrati in un'era di turbolenza in cui le vicende dell'economia si mescolano con quelle della politica, con quelle militari, con le malattie, con i disastri ambientali e tanto altro, per formare una miscela esplosiva di cui è difficile capire sviluppi e conseguenze. Se abbiamo vissuto tre crisi epocali in vent'anni, è molto probabile che ne vivremo altre nei prossimi anni e che il nostro futuro sarà un succedersi di crisi che si sovrapporranno e interromperanno il corso della storia per reindirizzarlo verso nuove tendenze, senza mai raggiungere una fase di equilibrio, ma sempre transitando da un evento a un altro. Non dobbiamo preoccuparci di sapere in anticipo se e quale sarà la prossima crisi. Non lo possiamo sapere, perché tante possono essere le cause scatenanti e molte di esse possono non avere molto a che fare con l'economia. Ma sappiamo per certo che, se avremo rafforzato il nostro paese e se avremo a disposizione servizi pubblici adeguati e di buona qualità, qualunque sarà la prossima crisi, sapremo gestirla meglio e superarla per riprendere a vivere il più rapidamente possibile. È questa la nuova normalità del futuro.

(dal risvolto di copertina di: "La nuova normalità. Istruzioni per un futuro migliore", di Innocenzo Cipolletta. Laterza, €16)

Liberi dalla schiavitù del dover fare
- L'automazione realizza la nostra piena umanità e apre la strada all'era del welfare digitale -
di Maurizio Ferraris

Mai sprecare una crisi, diceva Churcill citato qualche giorno fa da Michela Serri. Aggiungerei: soprattutto, mai pensare che una crisi alieni la nostra umanità. È più facile che la riveli. Il lockdown ci ha insegnato che una forma di vita umana può svolgersi, sia pure con limitazioni, attraverso la mediazione di apparati tecnici. Quello su cui è necessario riflettere è che senza tecnica non ci sono esseri umani, ma solo animali particolarmente svantaggiati. Ecco perché il mondo ipertecnologico del lockdown era all'orizzonte da sempre, dal primo nostro antenato che abbandonando la condizione puramente animale, si dedicò a una attività tecnica, quella dello scheggiare una selce per trarne quello che gli antropologi chiamano, un po' curiosamente, «ascia da pugno».
Quel gesto antidiluviano, preceduto probabilmente dall'uso di un bastone, che però non si è conservato, diede avvio all'epopea dell'Homo faber, ossia dell'uomo che produce. Un'epopea che precede di molto quella dell'Homo sapiens, senza dimenticare che quest'ultima è punteggiata da enormi macchie di imbecillità, ossia, non dimentichiamolo, di mancanza di bastone, cioè di tecnica, giacché imbecillis viene da in-baculum, senza bastone. Se la vicenda dell'Homo sapiens non si è chiusa (c'è ancora molto lavoro da fare), probabilmente stiamo assistendo alla fine dell'Homo faber. Il mondo del lockdown ha rappresentato l'accelerazione di un processo di cui non abbiamo ancora preso le misure, e che va anzitutto compreso e governato, perché avvia una rivoluzione invisibile e silenziosa.
L'automazione ha fatto sì che noi umani non siamo più l'appendice delle macchine a cui forniamo energia e obiettivi, bensì semplicemente il loro destinatario. Riflettiamoci un istante: posso utilmente creare una macchina per produrre sushi, così come posso creare una macchina per distribuire sushi. In entrambi i casi, il vantaggio è evidente, perché le macchine non si stancano, non muoiono, non hanno diritti. Ma se inventassi una macchina per consumare sushi avrei creato la migliore approssimazione della macchina inutile. Perché le macchine esistono solo in funzione degli umani, dei loro bisogni, della loro mortalità, e questo vale in primo luogo per quella macchina universale che è l'intelligenza artificiale.
Questa «intelligenza» non ha nulla di diabolico né mai prenderà il potere, limitandosi ad archiviare e a elaborare forme di vita umane per capitalizzarle a fini di automazione, che altro non è se non il processo che abilita una macchina a comportarsi come un umano. Così era nell'ascia da pugno, che si limitava a potenziare la forza della mano, e così è, a molto maggior ragione, per il sistema di dettatura che adopero in questo momento. Tuttavia, diversamente dall'ascia paleolitica, dalla falce o dal martello, l'intelligenza artificiale non ha più bisogno della nostra forza; diversamente dagli aerei o dai fucili, non ha bisogno della nostra attenzione o perizia. Ciò di cui ha bisogno assoluto, pena la scomparsa istantanea (cosa sarebbe una intelligenza artificiale senza intelligenza naturale?) è la nostra umanità, le nostre astuzie e le nostre imbecillità, i nostri bisogni e i nostri sprechi, e tutto ciò che si condensa in una parola che ci sembra ovvia, e deprecabile, ma non è né l'una né l'altra cosa: ossia appunto «consumo».
Senza il consumo, cioè senza la molla della mobilitazione umana, quella che spingeva i nostri antenati a cacciare, poi a coltivare, poi a produrre industrialmente, e oggi a passare la vita sul web sia per rispondere ai bisogni sia per tenere a bada quel mostro delicato e squisitamente umano che è la noia, tutta la storia che ho descritto fin qui non avrebbe avuto luogo. Tranne - ecco l'evento che non dobbiamo lasciarci sfuggire - che i web ha introdotto un salto qualitativo: tradizionalmente, il consumo non lasciava tracce tolte le bucce, le ossa o le scatolette. Oggi, invece, il consumo, non solo materiale ma spirituale, ossia l'insieme delle forme di vita umana riversate sul web, è registrato, e produce valore: dati che vengono raccolti e sistematizzati dalle piattaforme che li trasformano in automazione, distribuzione, conoscenza, ricchezza.
Ed è proprio da questo salto ontologico, perché tocca la sostanza delle cose, che bisogna prendere l'avvio per la ripartenza. Non si tratta tanto di rimpiangere lavori che nella pandemia si sono rivelati fragili, ma di riconoscere l'implacabile produzione di valore, cioè l'enorme lavoro invisibile, che l'umanità esercita connettendosi al web, arricchendo le piattaforme invece che sé stessa, semplicemente perché non è consapevole di lavorare. Di qui la proposta politica: invece che sognare tasse sui patrimoni o biasimare le piattaforme per la loro ricchezza (è ovvio che una fabbrica che non paga i propri operai non può che arricchirsi) cerchiamo di ridistribuirla attraverso una tassazione equa, avviando un welfare digitale di cui la pandemia ha posto le premesse in termini di accelerazione tecnologica, ma che va preso concettualmente e orientato politicamente.
Le condizioni storiche sono favorevoli. Invece di lamentarci a vuoto del «capitalismo di sorveglianza» (il capitalismo non è interessato a noi e alle nostre idee, ma ai nostri soldi), osiamo immaginare l'enorme welfare che può derivare da una tassazione delle piattaforme, che - diversamente da ciò che è avvenuto nella Cina comunista, che le ha nazionalizzato decantando il suo miracolo economico e politico - resterebbero commerciali, cioè disinteressate alle nostre idee, ma ridistribuirebbero il loro plusvalore. E per farlo, come europei, non limitiamoci ad accettare la timida tassa di Biden, che ha per scopo la creazione di un'area anti-cinese, ma procediamo a una tassazione delle piattaforme più severa perché più motivata, giacché non si tassa la ricchezza, ma si retribuisce il lavoro che l'ha prodotta. Una tassazione, dunque, capace di far ripartire l'umanità come umanità, sostenendola nei suoi bisogni e facendola fiorire nella educazione e nella invenzione. Ecco ciò che per millenni è stato impossibile, e che si può e si deve fare, oggi, mettendo in soffitta, insieme all'homo faber, la più triste delle leggi della scienza triste, l'economia: quella che recita che «nessun pasto è gratis».

- Maurizio Ferraris - Pubblicato sulla Stampa del 22/6/2021 -

domenica 25 luglio 2021

per caso …


In Austerlitz, W.G. Sebald posiziona strategicamente una menzione alla novella di Balzac, Il colonnello Chabert, che funziona come una sorta di dispositivo che permette il ritorno di fantasmi e spettri del passato - così facendo, Sebald propone e fornisce un commento su Balzac che costituisce anche un uso del testo, una performance e un'attualizzazione fatta a partire da un testo del passato (che diventa a sua volta parte della dinamica di un testo del presente, esemplificando in questo modo l'idea sebaldiana - difesa in diverse sfaccettature in tutto Austerlitz - che passato e presente sono sempre in un dialogo, in costante relazione tra di loro). Vera porge ad Austerlitz «due fotografie di piccolo formato», scoperte «per caso la sera precedente in uno dei cinquantacinque volumi rosso carminio delle opere di Balzac, capitatole in mano non sapeva nemmeno lei come»; trova le fotografie «mentre sfogliava le pagine dedicate alla storia del colonnello Chabert, la quale tratta com’è noto di una grande ingiustizia», ma «In che modo le due foto fossero finite tra quelle pagine rimaneva per lei un mistero»; questi artefatti hanno «una imperscrutabilità», «propria di foto come quelle, emerse dall’oblio»: l’impressione «che in esse si agiti qualcosa, ci sembra di udire lievi sospiri di disperazione», «quasi le immagini avessero anche loro una memoria e si ricordassero di come allora eravamo noi, i sopravvissuti, e di com’erano quegli altri che adesso ci hanno lasciato.» (p.178-180).

Il romanzo di Balzac costituisce così sia un elemento scenico - che occupa un determinato spazio nella trama, il quale contribuisce a offrire informazioni che fino a quel momento non si avevano - sia un complesso cristallo in cui si condensano temporalità e idee (il colonnello morto che ritorna, l'infanzia sepolta di Austerlitz che ritorna). A partire da Balzac, Chabert diventa pertanto questa entità del passato che ha una «memoria propria» e che ricorda com'erano i sopravvissuti e i non sopravvissuti, soprattutto Napoleone; in Sebald, questa potenza dell'entità che viene dal passato viene resa come se fosse diffusa e incanalata in un commento sull'aura ambigua della fotografia - una dimensione diffusa, che tuttavia è resa palpabile e forte attraverso il ricorso al libro come artefatto e oggetto, trovato «per caso». 

fonte: Um túnel no fim da luz

sabato 24 luglio 2021

Il tempo della nostra vita …

Il lavoro: definisce la nostra posizione nella società, determina dove e con chi passeremo gran parte della nostra giornata, è il mediatore della nostra autostima e un mezzo per trasmettere i valori in cui crediamo. Se gli economisti moderni profetizzavano la progressiva scomparsa del giogo del lavoro, oggi siamo sempre più indaffarati e sempre più occupati, a discapito del tempo dedicato a noi stessi. Ma lavorare fa davvero parte della nostra natura?
Per rispondere, James Suzman ripercorre la storia dell’umanità dalle origini ai nostri giorni, spaziando tra antropologia e zoologia, fisica e biologia evolutiva, economia e archeologia. Se è vero che oggi troviamo una realizzazione e uno scopo nel lavoro, i nostri antenati concepivano in modo molto diverso se stessi e il tempo a loro disposizione. Il mito odierno dell’occupazione, considerata quasi una virtù, è un’evoluzione relativamente recente nella nostra storia millenaria, che ha avuto origine con l’avvento dell’agricoltura e con la nascita delle città, con la domesticazione degli animali e, successivamente, con la comparsa delle macchine. Lavoro racconta come nei secoli si siano trasformati radicalmente non solo la nostra capacità di produzione e il nostro impatto sull’ambiente, ma anche i concetti stessi di noia, ozio e tempo libero, seguendo i mutamenti dettati da ideologie, religioni e scoperte scientifiche.
A lungo abbiamo faticato per noi stessi e per gli altri – talvolta fino a morirne –, ci siamo chiesti se ne valesse la pena, abbiamo lottato per ricavare qualche ora di libertà da dedicare alle persone e alle cose che ci piacevano. Oggi, alle soglie di un’era che promette di automatizzare gran parte delle nostre attività, James Suzman ci invita a riflettere sui valori e desideri cui vogliamo dare spazio nell’uso che facciamo del tempo della nostra vita.

(dal risvolto di copertina di: James Suzman, "Lavoro. Una storia culturale e sociale". pagine: 384 € 36,00)

IL LAVORO E L’OSSESSIONE DELLA SCARSITÀ
Antropologia. Una lettura che schiude orizzonti più vasti di quelli economici: all’elogio del buon selvaggio si associa la sfida di un futuro diverso nell’era dell’intelligenza artificiale
- di Alberto Orioli -

Sappiamo bene che il lavoro è qualcosa di più di un argomento per l’osservazione economica. È ciò che definisce il nostro essere cittadini, la nostra misura dell’autostima, il confine etico segnato da valori accatastati nei secoli dei secoli, un po’ dal pensare laico un po’ dalle religioni. È per questo che non basta mai immaginare il lavoro come frutto di domanda e offerta in un equilibrio chiamato retribuzione. Né è bastante l’odierna “guerra civile” sui blocchi dei licenziamenti o sulla iperprotezione del posto di lavoro prima ancora che dei lavoratori. C’è sempre qualcosa di più. Di ancestrale, di recondito quando si chiama in causa il lavoro. James Suzman, antropologo sudafricano che vive a Cambridge, lo spiega nelle 378 pagine di Lavoro (Il Saggiatore) ed è come se a scrivere fosse uno sciamano. Perché ci porta in una carrellata della storia dell’umanità e parte dall’epoca, l’inizio del tutto, dove a muovere i comportamenti non era ancora l’ossessione della scarsità. Il problema economico per eccellenza: studiare le azioni razionali di chi cerca di soddisfare bisogni e desideri sempre superiori alle risorse disponibili. Il limite della scarsità diventa il tabù da superare. E si supera con il lavoro e, soprattutto, con la ricchezza. È qui che nasce l’angoscia esistenziale di una società fondata sul terrore della scarsità. Tutti condividiamo la bolla della cultura occidentale che vede (e vive) la scarsità nelle materie prime, nell’acqua, nelle infrastrutture, nel lavoro, nei redditi disponibili . Non è un’illusione ottica. È la realtà del nostro quotidiano contemporaneo. Ma poi arriva Suzman ed entriamo in un mondo più largo e più lungo (nel tempo). La lettura dell’antropologo schiude orizzonti più vasti di quelli dell’economista, anche se più rischiosi e certo non riportabili con una derivata o un’equazione. Suzman ci avverte che il problema della scarsità «si basa su una valutazione negativa della nostra specie», portato evolutivo dell’homo sapiens quando crea la cultura agricola lasciando quella del cacciatore-raccoglitore. L’antropologo sudafricano sa bene come la controdeduzione immediata a questa tesi sia che le società primitive sono sempre state una incessante battaglia esistenziale di sopravvivenza contro la fame, le malattie, le aggressioni.
Che solo il progresso, pur nelle sue imperfette declinazioni, ha consentito di mitigare prima e di superare poi. Suzman sostiene che si tratta di una lettura sbagliata e pregiudiziale: non è affatto vero - sostiene - che quelle popolazioni fossero sempre sull’orlo della fame. Anzi, in genere erano molto meglio nutriti e vivevano più a lungo dei membri delle società agricole, lavoravano 15 ore a settimana e per il resto si riposavano o si svagavano. L’ennesimo elogio del buon selvaggio. Che stavolta nasce da prove: come i resoconti della vita degli ju/hoan, ad esempio, una delle popolazioni dei boscimani del Khalari, nell’Africa australe. Suzman racconta di un boscimano che, tornato a casa dalla caccia, gli dice: «Il cuore è felice, le gambe pesanti e la pancia piena». C’è un’intera visione del mondo in quelle poche parole. L’abbondanza è la bussola esistenziale, la noncuranza della ricchezza la rotta sociale e morale. Ciò che conta, ci spiega Suzman, è che i nostri antenati «hanno cacciato e raccolto cibo per il 95% dei 300mila anni di storia dell’homo sapiens e, dunque, il problema della scarsità, e dei nostri atteggiamenti verso il lavoro, risalgono alla nascita dell’agricoltura».
Certo, l’orizzonte di 300mila anni di storia rende le nostre attuali percezioni molto relative e questo impedisce di liquidare le osservazioni di Suzman come banali provocazioni. E di conseguenza ci pone in una prospettiva “laica” nell’accettare anche la domanda chiave del libro: perché per noi oggi il lavoro è molto più importante di quanto non fosse per i nostri progenitori che cacciavano e raccoglievano cibo? Perché, in un’era di abbondanza senza precedenti, siamo ancora tanto preoccupati dalla scarsità? La risposta la dà l’antropologia sociale, scienza derisa per molti anni dagli economisti, fino a quando non è diventata una delle discipline di complemento usate anche dai banchieri centrali per affinare la capacità di lettura del mondo contemporaneo per il quale l’economia da sola non basta più.
Non si tratta di immaginare un salto quantico all’indietro per la società di oggi, ma di non restare schiavizzati dall’ideologia della scarsità che altro non è se non il frutto della prevalenza, in un tempo lungo, della società agricola. Un mondo di angosce (tra cui l’idea del duro lavoro come virtù e dell’ozio come vizio) amplificate dalle repentine migrazioni verso le città. Per Suzman il salto quantico va immaginato verso un futuro diverso, ai limiti dell’utopia, soprattutto adesso che l’era dell’intelligenza artificiale schiude scenari inimmaginabili per il post-capitalismo.
La civiltà dei robot e dell’Industria 4.0 può creare le condizioni per una diffusione su larga scala dei paradigmi del lusso oggi appannaggio delle élite. E può anche indurre un riflessione generale su quali siano gli scopi ultimi del nostro vivere sociale. Il primo a farlo forse sarebbe stato proprio John Maynard Keynes che si prendeva gioco degli antropologi che ficcavano il naso nell’economia. Era il primo però a non eludere il problema della diseguaglianza e invitava a «rivalutare i fini sui mezzi e preferire il bene all’utile». In ogni caso, e su questo Suzman è carente, è proprio la possibilità/volontà di scegliere a fare l’homo sapiens. Con tutto il tormento e la responsabilità che questo comporta. Fino a scoprire che la scarsità non è fuori, ma dentro ciascuno di noi.

- Alberto Orioli - Pubblicato sulla Domenica del 13/6/2021 -

venerdì 23 luglio 2021

«L’assessore alla sicurezza di Voghera ha ucciso un uomo in piazza» !!

TUTTO CIO' CHE C'E' DA SAPERE SU ADOLF EICHMAN

- di Leonard Cohen -

OCCHI: .....................................................Medi

CAPELLI: .................................................Medi

PESO: ........................................................Medio

STATURA: ...............................................Media

SEGNI PARTICOLARI: .........................Nessuno

DITA DELLE MANI: ..............................Dieci

DITA DEI PIEDI: ....................................Dieci

INTELLIGENZA: ....................................Media

Che cosa vi aspettavate?

Artigli?

Incisivi enormi?

Saliva verde?

Follia?

- Leonard Cohen -

giovedì 22 luglio 2021

Cospirazioni portatili …

Quando Enrique Vila-Matas scrive "Storia abbreviata della letteratura portatile", sceglie di usare una frase di Paul Valéry, da Monsieur Teste: «L'infinito è una questione di scrittura. L'universo esiste solo sulla carta» (è curioso pensare come questa frase, tratta da un romanzo degli anni ‘80, evochi la frase scritta da Derrida in Della Gramatologia, « il n'y a pas de hors-texte » [«non esistono fuori-testo», frase che a sua volta già evocava indirettamente Valéry). Con tale epigrafe, Vila-Matas prepara il terreno che proporrà  per la sua riconfigurazione scherzosa della storia della letteratura e dell'arte del XX secolo - dal momento che l'universo «esiste solo sulla carta», è possibile proporre una sua evocazione portatile come se fosse qualcosa che allo stesso tempo accade e non accade contemporaneamente (Crowley, Duchamp, Picabia, Walser...).

Il gioco di scale che Duchamp propone nel suo "Boîte-en-valise" serve a Vila-Matas come slogan per proporre, a sua volta, una cospirazione portatile, mostrando come alla fine esista anche il "fuori-testo" (vale a dire, esso  riguarda il movimento dei corpi nello spazio, nelle strade, nei caffè, nei luoghi segreti: è fondamentale creare un'opera portatile affinché essa possa essere spostata, cosicché possa essere parte della città, dello spazio, della comunità). Questa traccia sotterranea di Storia Abbreviata tornerà a riemergere in superficie solo dopo quasi vent'anni, con "Parigi non finisce mai", del 2003, un libro in cui Vila-Matas dichiara la sua appartenenza immaginativa al situazionismo e alla sua teoria dell'occupazione dello spazio urbano.

In "Suicidi esemplari", Vila-Matas cita Pessoa: «viaggiare, perdere paesi» (come il salvataggio di Valéry fa pensare a un Derrida che non esisteva ancora, l'evocazione di Pessoa fa pensare a un Debord che non era ancora nato). A seconda del percorso scelto per leggere la Storia abbreviata (sempre in chiave parodica, per esempio), ecco che il Valéry dell'epigrafe, da parte sua, può essere anche un'evocazione di Borges e Pierre Menard: parlando del « Borges francofobo », Juan José Saer difende l'idea secondo cui sarebbe Valéry la figura che dà sostanza a Menard, servendo sia da modello che da bersaglio parodico, esaltando e dissolvendo nello stesso movimento la sua «opera visibile» (pertanto, ecco che proprio come avviene nel Menard di Borges, l'evocazione di Valéry fatta da Vila-Matas può essere non solo celebrativa, ma costituire nascostamente un accenno alla vanità degli "uomini di lettere").

fonte: Um túnel no fim da luz

mercoledì 21 luglio 2021

Il soggetto e la rappresentanza

« Quella greca, è una società in cui non c'è alcuna soggettività e, quindi, nessuna rappresentanza.
Si distingue a partire dal fatto che è una società che contiene conflitti e ingiustizie, ma che è sostanzialmente libera e, quindi, il conflitto e l'ingiustizia rimangono trasparenti e intellegibili.
Nella società greca solo alcuni vengono riconosciuti liberi, ma questa libertà è concreta e realizzata. Coloro che non sono liberi vengono identificati come schiavi, e in tal modo il conflitto tra sfere sociali ugualmente valide viene riconosciuto da tutti.
Nelle società successive tutti vengono ripresentati come se fossero liberi, ma in questo modo la libertà non si realizza per nessuno, e pertanto la mancanza di libertà non viene riconosciuta.
»

- da Gillian Rose - "Hegel Contra Sociologia". Verso Editor - p. 125-126 -

già pubblicato sul blog il 29/4/2012

martedì 20 luglio 2021

Fuori i dati: ché dobbiamo reinventare il capitalismo !!

Negli ultimi vent'anni i colossi del settore digitale sono progressivamente riusciti a concentrare sui loro server una quantità di dati impressionante. Questi monopoli di informazioni, se possono far bene agli azionisti di Facebook, di Amazon e di Google, fanno invece male al progresso. Che si tratti di sconfiggere il coronavirus, di far funzionare i treni in modo puntuale o di combattere con successo la povertà, è indispensabile che i dati siano accessibili a tutti: dagli scienziati ai cittadini che lavorano, dalle startup innovative alle aziende tradizionali, da chi si occupa di politiche sociali alle ong. È arrivato dunque il momento di obbligare le superstar digitali a condividere il loro tesoro, e di ripensare la protezione dei dati tanto strenuamente difesa, soprattutto in Europa. I dati hanno infatti una qualità sorprendente: dal punto di vista economico sono un «bene non rivale», che si trasforma in valore solo quando viene utilizzato e il cui valore aumenta anzi a ogni uso aggiuntivo. Non si tratta dunque di espropriare le Big Tech, visto che in senso strettamente legale i dati non possono essere «posseduti» e nemmeno scompaiono se più soggetti li usano. Semplicemente è assurdo lasciare che poche grandi piattaforme ricche di dati limitino il valore e la conoscenza che la società nel suo complesso può ottenere da essi. I tempi sono insomma maturi perché il Regolamento generale sulla protezione dei dati, tanto necessario per difendere i diritti individuali, lasci il posto a un nuovo Regolamento generale sull'uso dei dati, ancor più necessario per la democrazia e la prosperità di tutti noi, in qualsiasi Paese del mondo. "Fuori i dati!" è un libro molto acuto dal punto di vista dell'analisi economica, tanto tecnologicamente documentato quanto politicamente controverso.

(dal risvolto di copertina di: Thomas Ramge e Viktor Mayer-Schönberger, "Fuori i dati!". (Egea, pp. 160, euro 17)

Diamo al popolo il potere dei Big Data
-La provocatoria proposta di due studiosi inglesi: “Rompiamo i monopoli dell’era digitale”-
di Massimiliano Panarari

È l’«oro del Terzo Millennio», in grado di produrre immense fortune private, e di dare formidabili strumenti conoscitivi ai poteri pubblici. Come pure – il dark side del «totalitarismo soft» del Tecno-Leviatano illiberale e del capitalismo della sorveglianza – di mettere occultamente a repentaglio le libertà individuali e la sfera privata dei cittadini. Il traffico per streaming e serie tv ha cominciato a calare, come mostrano i flussi sulla rete Internet nazionale – segnale del ritorno alla vita (seppure nella formula new normal) – ma la «caccia ai dati» prosegue, con ben altra portata strategica. Ed è diventata una questione che investe la stessa qualità della democrazia, intorno alla quale si moltiplicano studi e strumenti di indagine (come la Rivista di Digital Politics, diretta da Mauro Calise).
Un ambito della riflessione si sta concentrando su quello che rappresenta un fattore economico essenziale della rivoluzione digitale: il gigantismo inarrestabile delle imprese che traggono i loro profitti dallo sfruttamento dei dati. L’acquisizione di una taglia oversize da parte dei colossi di Big Tech deriva da plurime cause, sottolineano gli studiosi (dividendosi sulla «bontà» della destinazione finale del processo): il conseguimento del traguardo delle economie di scala e l’ottimizzazione attraverso la diversificazione interna. Chi controlla le infrastrutture distributive vuole possedere i contenuti da farvi transitare e si interessa a quelli che rispetto al loro core business vengono classificati come old media (e che piacciono anche per simboliche ragioni di blasone). L’umana, troppo umana tentazione – antitetica alla dottrina liberale di mercato e alle ragioni della concorrenza e della convenienza per i consumatori – di sbarrare la strada ai competitor, «meglio» ancora se in via preventiva.
Tutte tendenze che conducono al monopolio (o all’oligopolio) quale direzione di marcia obbligata (e incontrastata) dell’egemonia delle corporation delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Ovvero, quella che con il titolo del libro di Tim Wu (docente della Columbia Law School e già advisor presso la Federal Trade Commission e funzionario dell’Amministrazione Obama) si può etichettare come La maledizione dei giganti (Il Mulino, pp. 152, euro 14).
Una minaccia per la stabilità finanziaria, come pure, giustappunto, per la libertà politica e la coesione sociale delle democrazie liberal-rappresentative determinata dall’accumulo di diseguaglianze che accompagna questa tipologia di capitalismo digitale. Da cui l’esigenza – inderogabile, come sostiene Wu – di rinverdire le tradizioni antimonopolistiche del passato per spezzettare i colossi high-tech, ripristinando le condizioni di competitività e concorrenza. Oppure, come propone un altro libro, rompendo il loro monopolio nella materia prima di cui sono gli inesauribili e inesausti accaparratori (anche, talvolta, al di là della legalità). Una risorsa, quella dei dati, che risulta cruciale per il controllo di quell’altra (e accelerata) rivoluzione che risponde al nome di Intelligenza Artificiale. Questa ricetta suggestiva (e «provocatoria») sta al centro delle tesi del volume Fuori i dati! (Egea, pp. 160, euro 17) di Thomas Ramge (ricercatore presso il Center of Advanced Internet Studies di Bochum e collaboratore dell’Economist) e Viktor Mayer-Schönberger (professore di Internet Governance
and Regulation
all’Università di Oxford e componente del Digitalrat, l’organo consultivo del governo tedesco sulle tematiche digitali).
La loro idea di fondo è che per fare ripartire il progresso autentico – perché, come insegna molta teoria economica, lo status monopolistico riduce le possibilità di produrre innovazione (uno degli incubi di Joseph Schumpeter) – si debba disarticolare il possesso esclusivo delle informazioni. E che i dati vadano, pertanto, assimilati a un «patrimonio dell’umanità», entrando anche nella disponibilità degli altri operatori economici: start-up e piccole e medie imprese, ma anche Ong e soggetti che si occupano di innovazione. L’Occidente si ritrova difatti sprofondato in quello che i due studiosi definiscono «un periodo di frenetica stasi dell’innovazione», in cui gli incrementi di produttività risultano tra i più scarsi della storia contemporanea e la registrazione dei brevetti avviene a opera di un numero sempre più limitato di aziende. Mayer-Schönberger e Ramge notano che i dati raccolti nella fase odierna si rivelano circa sette volte superiore a quelli effettivamente impiegati anche solo una volta, con i relativi problemi di costi di conservazione come di violazione (potenziale o reale) della privacy. Dovrebbe, quindi, scoccare l’ora della condivisione, senza per giunta che ciò comporti alcun «esproprio proletario» (o, per meglio dire, «cognitario») di Big Tech, visto che in un’accezione propriamente legale i dati non possono essere posseduti.
A farsi promotrice di questa «rivoluzione gentile» non potrebbe che essere l’Europa, inventandosi una terza via tra l’anarcocapitalista Silicon Valley e l’autocratica Cina, nel nome della spesso evocata sovranità digitale.
Per combattere il «colonialismo dei dati» e dare vita a un libero ed equo ecosistema digitale le istituzioni comunitarie dovrebbero, però, procedere alla realizzazione di un «vasto programma». Vale a dire, il superamento del Gdpr e la sua integrazione con un diverso regolamento generale sull’uso dei dati, rendendo facilmente accessibili tutte le informazioni che non risultano sottoposte a vincoli di riservatezza. Non «i soviet più i Big Data» (al posto dell’elettrificazione), come potrebbe affermare qualche agit-prop dell’Ideologia californiana bensì, più opportunamente, il potere dei Big Data al «popolo», alle pmi e alla società civile.

- Massimiliano Panarari - Pubblicato sulla Stampa del 13/6/2021 -