giovedì 29 ottobre 2020

Come in tanti romanzi…

Il successo, per Luigi Pirandello, giunse alle soglie della vecchiaia, travolgente, improvviso, forse nemmeno più atteso. E fu un successo planetario, coronato nel 1934 dal premio Nobel per la letteratura. Il frutto tardivo di centinaia di novelle, racconti, romanzi, saggi, opere teatrali rappresentate sui palcoscenici di tutto il mondo. Ma prima? Com'era la vita prima che si alzasse il sipario? Prima che i personaggi diventassero le «maschere» della condizione umana? Prima cioè che Pirandello diventasse Pirandello? Divorato dall'ansia di emergere e disposto ad annientare se stesso pur di vedere riconosciuti il proprio talento e la propria arte, per quarant'anni lo scrittore siciliano non si risparmiò sofferenze e frustrazioni. Lo testimoniano innumerevoli documenti che consentono di seguire il processo della sua creazione artistica, la messa in prova della «vita che si scrive», dell'io che si narra. Impareggiabile, Pirandello si racconta nelle lettere ai famigliari, un universo impastato di affetti, interessi, dipendenze e ricatti, un groviglio di finzioni e menzogne, di desideri spacciati per realtà in cui l'autore comincia a dare un volto e una voce a quei fantasmi della mente che non lo avrebbero mai abbandonato. Attraverso questi documenti - molti dei quali indagati qui per la prima volta - Annamaria Andreoli ricostruisce gli anni della giovinezza dello scrittore, le tappe della sua formazione a Palermo, a Roma, a Bonn, la sua vicenda intima e sentimentale, le spigolosità del suo carattere, i malesseri tormentosi. Poi gli esordi letterari, l'assidua ricerca di un editore, la scrittura a getto continuo di opere straordinarie e tuttavia misconosciute. Il bisogno di denaro, un matrimonio che presto si rivela una prigione infernale, la grigia routine dell'insegnamento all'Istituto Superiore di Magistero, i contrasti con i committenti. E soprattutto il confronto a distanza - soffertissimo - con d'Annunzio, smagliante protagonista della nascente industria culturale italiana, capace di trasformare come d'incanto ogni parola, ogni gesto in un successo senza precedenti. Il confronto si risolverà soltanto dopo la prima guerra mondiale, quando la fama dello scrittore del Caos varcherà i confini nazionali. Ma a quel punto, gravato dall'«obbligo di vivere», della gloria del suo tempo l'artista sembrerà non curarsi affatto. Un'altra, l'ennesima maschera di un autore che più di tutti sembra "uno, nessuno e centomila".

(dal risvolto di copertina di: "Diventare Pirandello. L'uomo e la maschera", di Annamaria Andreoli. Mondadori)

Pirandello, bugiardo da Premio Nobel
- di Salvatore Silvano Nigro -

L'episodio risale al mese di dicembre del 1889. Luigi Pirandello ha ventidue anni. Si trova a Bonn dove studia Filologia romanza. Invia una lettera alla famiglia. Scrive: «Io vi comunico, miei Cari, che in aprile sarò Dottore in Filologia romanza, e che appena ottenuta la laurea e il titolo passerò a insegnare Lettere italiane in questa università di Bonn con emolumento annuo di circa 4 mila lire italiane, suscettibili d'illimitato aumento, oltre il provento delle iscrizioni al mio corso e un'indennità di alloggio. Di ciò vado debitore al pofessor Foerster, del quale non so perché, mi sono cattivata tutta la simpatia». La notizia è da festeggiare con invio di soldi da parte del padre. Bisogna comprare una rendigote e pagare il diploma. La famiglia è orgogliosa. E desidera avere una fotografia del figlio che si addottora. Luigi manda un ritratto disegnato da lui. Aggiunge una didascalia: «Prof.Dott. Luigi Pirandello con relativa rendigote». Tutto bene, se le notizie non fossero delle sfacciate fandonie. A Bonn, Pirandello si è tenuto lontano da Foerster che lo dava per disperso. Nel primo semestre non ha scritto nessuna tesi di laurea. Piuttosto il mentitore si è trastullato con una giovane amante, Jenny. Pirandello ha montato una mascherata, per prendere tempo e spillare soldi al padre. Prenderà la laurea nel 1891, con una tesi sulla parlata agrigentina.
In Sicilia, Pirandello si è fidanzato ufficialmente con una sua cugina isterica. Considera la promessa di matrimonio un intralcio. Ha sogni di gloria. Ed è impaziente. Vuole rendersi libero. Ricorre a un altro sotterfugio. Indossa la sua maschera di bugiardo. E recita un'altra commedia. Finge svariate (e costose) visite mediche. Servono altri soldi. E in più il responso è triste. Si è aggravata la sua endocardite. I medici gli hanno addirittura proibito di sposarsi. Con il matrimonio andrebbe incontro all'«ansima» e all'«epilessia». Ne sarebbe morto dopo circa due anni di vita matrimoniale. Il bugiardo «condannato a morte» scrive lettere spudorate, alquanto patetiche (subdole e affettivamente ricattatorie) alla fidanzata Lina e al padre: «Cara Lina... tra il sentimento e il dovere a chi debbo appigliarmi? Per me sarebbe nulla - dandomi a te non farei un sacrificio della mia vita, ma raggiungerei il sogno mio più agognato - non importa se per un anno o due - morirei felice a canto a Te. È ad altro che io penso, a esseri a cui si ha il torto di non pensar mai, quando si è ancora in tempo, prima cioè di procrearli. Ho il diritto di legar Te e altri possibilmente, a questa catena? Puoi Tu accettare il peso di tanta responsabilità?»; «Papà mio, consigliami tu, col tuo senno, col tuo amore, con la tua esperienza... Io ho Te, io ho la Mamma, io ho voi tutti, a cui debbo vivere, non è vero?». Alla commedia aggiunge il suo bisogno di uno scarico di coscienza: «Che sarà della Lina? Che dirà ella? Io ho un gran bisogno di sentirmi dire che non sono colpevole. È forse questo un segno che io lo sono? Ma se io ho troppo lavorato, se questa è la mia colpa, è stato per lei, per affrettare il tempo, in cui sarei stato in grado di osservar la promessa».
Pirandello agognava il matrimonio, a credergli, e si era sacrificato nel lavoro solo per amore. Luigi si sposerà nel 1894, con un'altra cugina, Maria Antonietta Portulano. E sarà un matrimonio d'interesse, «un affare commerciale»: infelice comunque (la moglie paranoica lo accuserà di essere una «mignatta», una sanguisuga).
Annamaria Andreoli, nella sua documentatissima biografia (Diventare Pirandello. L'uomo e la maschera), non monumentalizza la figura di Pirandello. Il grande scrittore, l'inarrivabile drammaturgo, il poeta, giunse molto tardi al successo. Negli anni giovanili fu un bugiardo compulsivo. Recitò in famiglia una farsa che millantava importanti incontri, decisivi rapporti, entrature nel mondo dell'editoria e del teatro. Si arrabattò. Nelle sue tantissime lettere ai famigliari (lette collegialmente) edificò il sofferto sogno di un genio promesso alla gloria. Anticipò di troppo i tempi. Recitò la maschera di sé stesso. E visse l'immaginazione come realtà. Si fece forza e si aprì la strada facendo di D'Annunzio non solo un concorrente, ma un nemico da odiare ossessivamente. L'elezione di un nemico è un ostacolo funzionale. Ha scritto Umberto Eco: «Avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità ma anche per procurare un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell'affrontarlo, il valore nostro». Alla fine la gloria arrivò, quella vera non quella inventata. Ma «troppo a lungo», dice l'Andreoli, «Luigi Pirandello ha temuto che la sua grandezza d'artista non sarebbe mai emersa. Desidera la fama fino allo spasimo, e invece per anni e anni il suo talento misconosciuto resta compresso nell'oscurità». Diventò uno scrittore di successo planetario. Nel 1934 venne insignito del premio Nobel per la letteratura.
Le pagine più affascinanti della biografia scritta dalla Andreoli sono quelle che riguardano il Pirandello giovane. C'è anche il resto, naturalmente. Ma già si viaggia nel noto e quasi noto. Il libro è prima di tutto un saggio. Ed è anche uno stupendo florilegio dell'epistolario pirandelliano, criticamente letto tra le righe, dietro e sotto le parole. Sono eleganti le pagine nelle quali Andreoli legge, con fulminante sintesi e profondità di sguardo le opere di Pirandello. Basta l'esempio del Fu Mattia Pascal: «Numerosi i detrattori dell'eroe pirandelliano, che muore appunto fintamente a trent'anni, l'età di Cristo, per risorgere con una falsa identità. Si fatica a comprendere che Pascal è variante degradata dell'uomo-dio: uomo-burattino come Pinocchio, anche lui risorto. Nella trama compaiono in controluce due ladroni (il gatto e la volpe), un sentenzioso teosofo (il grillo parlante), una giovane «mammina» vestita d'azzurro (la fata turchina). Se il naso non diventa lungo, le bugie attanagliano il personaggio finché non è più in grado di sostenerle. Per tornare alla verità deve fingere di morire un'altra volta».
La narrazione procede nella biografia lungo studiati andirivieni che tengono in tensione i lettori, così inchiodati alle pagine, come in un romanzo.

- Salvatore Silvano NigroPubblicato sul Sole del 25/10/2020 -

mercoledì 28 ottobre 2020

Arriva sempre il momento …

È un'espressione araba e serve a troncare una conversazione, o una relazione, che ha fatto, alla lettera, il suo tempo. Parla di un rapporto che è - come dire - ... scaduto. Volendo, si può tradurre, più o meno alla lettera, con qualcosa che assomiglia a «Ci vediamo ieri». Nell'originale, « Ashufakembereh! », è molto più bella. Sembra quasi una formula magica, da pronunciare per far sparire l'indesiderato!

(già pubblicato sul blog il 14 gennaio 2008)

martedì 27 ottobre 2020

Il centro di interesse del pianeta ??!??

Chi se ne frega delle elezioni negli Stati Uniti
- di Raúl Zibechi -

C'è stato un tempo in cui le elezioni negli Stati Uniti suscitavano interesse, e perfino entusiasmo, nel mondo. Non solo tra le élite politiche, ma anche tra la popolazione, e si credeva che il trionfo di una delle due opzioni avrebbe potuto cambiare lo stato delle cose. Tale convinzione si è sgretolata, poiché sia i democratici che i repubblicani hanno dimostrato ben poche differenze nella politica internazionale. Nel bel mezzo della campagna elettorale, ora i democratici promettono di rivedere la politica estera di Trump, e questo non perché la considerino inadeguata, ma perché «altri quattro anni con Donald Trump, pregiudicherebbero la nostra influenza in maniera irreparabile ».
Questa frase tratta dal programma democratico, rivela come le intenzioni dei due candidati siano del tutto identiche: mantenere su tutto il pianeta, il dominio della superpotenza in declino. I democratici si impegnano a fare di più di quella che è la stessa cosa, insistendo sullo stesso candidato, e perfino sulla stessa iconografia che ha fallito nel 2016. Forse è per questo che il bollettino del mese di maggio del Laboratorio Europeo di Anticipazione Politica (LEAP) ha titolato l'articolo sulla campagna elettorale - sotto una foto in cui ci sono Biden e l'ex candidata democratica Hillary Clinton - «Il Ritorno dei Morti Viventi».
«Biden è Hillary Clinton bis», spiega il LEAP. «Visto che questo gruppo ha avuto un particolare successo nell'impossessarsi del partito democratico, ora questo partito non può fare altro se non produrre un'altra volta Biden e Clinton... ancora un'altra volta». Di fatto, la candidatura di Biden rappresenta una versione degli Stati Uniti che non esiste più, quella della Guerra Fredda e dell'egemonia della popolazione bianca e maschile. Gestisce un discorso che i grandi media mainstream riconoscono essere poco entusiasmante tra e per i giovani, i latini, i neri, una parte decisiva dell'elettorato. Per cercare di rimediare a tale svantaggio, Biden ha scelto come candidata alla vicepresidenza Kamala Harris, nella speranza che una donna non bianca attragga un elettorato che, per quanto rifiuti la rielezione di Trump, esita parecchio ad appoggiare Biden. La Harris è stata procuratrice del distretto di San Francisco dal 2004 al 2011, e dopo procuratrice generale della California dal 2011 al 2017, e si definisce «progressista». Nel luglio del 2019, quando la Harris si era candidata nelle elezioni interne dei democratici, Marjorie Cohn, professoressa di diritto nella Thomas Jefferson School of Law di San Diego, California, ed ex presidente della National Bar Association, ha scritto un articolo dal titolo: «Kamala Harris, una brillante carriera al servizio dell'ingiustizia». La Cohn la accusa di «cattiva gestione», in quanto avrebbe coperto l'esistenza di alcuni informatori all'interno delle prigioni della California, per «ottenere confessioni in maniera illegale»; «incentivando la criminalizzazione dell'assenteismo scolastico»; aumentando le cauzioni dei prigionieri utilizzati come manodopera a basso costo; opponendosi alle «indagini indipendenti del Pubblico Ministero su dei conflitti a fuoco con la polizia in cui ci sono stati dei morti». La Cohn afferma che non c'è niente di progressista nella candidata alla vicepresidenza di Biden. Secondo il filosofo e giornalista francese Philippe Grasset, direttore della rivista De Defense, la Harris ha «la reputazione di essere una persona dura, del tipo "Legge e Ordine"», oltre ad essere «estremamente ricca», appartenendo al famoso 0,1%, con un fatturato di 1,8 milioni di US$ nel 2018.
Da parte sua, il LEAP ritiene che le elezioni negli Stati Uniti non siano più «il centro di interesse del pianeta» e che, sebbene a causa della pandemia non ci siano state le primarie, coloro che passano come se fossero la vecchia guardia «appaiono posizionarsi come su un piano bipartitico». La chiave di tutto è che il Think tank europeo considera Trump come «il becchino della vecchia America», aiutato in questo dalla pandemia di Coronavirus. «Trump ha incarnato l'eccesso di una certa America, e così facendo ha messo fine ad essa». Per spiegare meglio questa affermazione, viene offerta una decina di «rivelazioni».
La prima è quella che Trump «ha portato alla luce la volgarità di una cultura imprenditoriale che da decenni gli Stati Uniti continuano ad infliggere al mondo»; così come fanno con «il maschilismo ed il razzismo radicato del sistema di potere americano, risvegliando così dal suo letargo la società civile». Ma ha così mostrato anche la debolezza degli Stati Uniti, i quali non hanno più i mezzi per perseguire i loro obiettivi globali. Tra questi, uno dei più importanti gira intorno al «problema della presenza degli Stati Uniti in Medio Oriente», rivelando in questo modo che essi creano solo dei problemi che sono poi incapaci di risolvere. Tra le altre «rivelazioni», il LEAP conferma il fatto che la presidenza Trump ha dimostrato la dipendenza degli Stati Uniti dalla Cina e dal mondo, a partire dal fatto che la pandemia «è l'ultimo colpo mortale per quello che è il sistema sanitario e sociale della prima potenza mondiale». In sintesi, sotto Trump, proprio nel momento in cui stiamo vivendo il momento di massima flessione del sistema debito-petrolio-dollaro che tiene in pugno il pianeta, ecco che l'impero appare nudo.
E infine, la questione della disuguaglianza, la quale si trova in costante crescita e sta arrivando ad avere dei livelli insostenibili. L'ultima relazione annuale dell'Istituto di Politica Economica afferma che gli stipendi dei CEO [Amministratori delegati] delle 350 maggiori imprese degli Stati Uniti sono 320 volte superiori a quello che è il salario medio di un lavoratore. Nel 2019, i redditi dei principali CEO sono cresciuti del 14%, rispetto al 2018. Ma il fatto più importante è che nel 1989 la differenza di reddito tra i CEO ed i lavoratori era di 61 a 1, cosa che indica che la differenza di reddito si è quadruplicata in solo tre decenni. Gli autori del bollettino ritengono che entro il 2020 gli stipendi dei CEO potrebbero nuovamente aumentare, nonostante il collasso economico causato dal Coronavirus. La disuguaglianza sta distruggendo i sogni dei giovani, delle minoranze razziali e dei migranti, di quelli che il 25 maggio, dopo l'assassinio dell'afroamericano George Floyd sono scesi in strada per denunciare la violenza poliziesca. Ma l'enorme disuguaglianza distrugge anche la legittimità del sistema politico americano e neutralizza la democrazia.
Quando si entra in una crisi sistemica, le differenze tra le proposte politiche che vengono formulate internamente smettono di essere alternative, dal momento che aderiscono alla continuità di ciò che già esiste, e temono di modificarlo; cosa che spiega il perché negli Stati Uniti entrambi i partiti preferiscono affondare con il sistema piuttosto che correre il rischio di modificarlo.

- Raúl Zibechi - Pubblicato il 20 agosto 2020 su La Razòn -

lunedì 26 ottobre 2020

Patografia!

Patografia

Nella sua raccolta di saggi, "La descrizione dell'infelicità" [ Die Beschreibung des Unglücks ], W. G. Sebald scrive, proprio nella prefazione, di essere «certo che autori come Grillparzer, Stifter, Hofmannsthal, Kafka e Bernhard considerino il progresso come una scommessa persa [ den Fortschritt für ein Verlustgeschäft ]». «Tuttavia», egli continua, «la malinconia che deriva da questa situazione, la "riflessione sull'infelicità consumata", non ha niente a che vedere con il "volgare desiderio di morte"; in quanto si tratta di una forma di resistenza  [ eine Form des Widerstands ]».
Altrove, nel suo saggio su Elias Canetti, Sebald si avvicina a questo autore, che egli così tanto ammirava, a partire dalla categoria della «Patografia», la Scrittura del Pathos, della sofferenza, dell'eccesso e della follia (una patografia, per altro, che oscilla tra l'apprensione per la follia altrui e lo sviluppo di un metodo di rappresentazione che riesca a spiegare l'eccesso e possa, per quello che è possibile, assorbirlo). E alla patografia non appartengono solamente le "Memorie di un malato di nervi", del giudice Daniel Paul Schreber, analizzate da Canetti ( e da  Freud, Lacan, Deleuze e tanti altri), ma anche il metodo di lavoro sviluppato da Canetti stesso per scrivere i propri libri, in particolar modo "Massa e Potere". Malinconia, infelicità, narrazione, resistenza: sebbene non sia centrale rispetto a tutti i casi analizzati da Sebald, l'oppressione politica ricorre in quanto filo conduttore che lega i diversi termini.

sabato 24 ottobre 2020

Tacete! Il virus vi ascolta...

Coprifuoco: il messaggio criptato
- Postscript a "De virus illustribus" -

di Sandrine Aumercier, Clément Homs, Anselm Jappe e Gabriel Zacarias

Il 14 ottobre 2020, Emmanuel Macron è stato intervistato in televisione per spiegare ai francesi il coprifuoco che verrà decretato in otto metropoli (oltre alla regione dell'Île-de-France) nel tentativo di frenare il diffondersi del virus. «L'obiettivo», ha spiegato il Presidente della Repubblica, «è di poter continuare ad avere una vita economica, a funzionare, a lavorare, a far sì che le scuole, i licei, le università siano aperte e funzionanti, in modo che i nostri cittadini possano lavorare in modo del tutto normale» (Per inciso: «del tutto normalmente», ma non senza il tele-lavoro, non senza il distanziamento sociale, non senza il gel igienizzante, non senza la mascherina, non senza la paura di rimanere senza un reddito, non senza la preoccupazione o il timore di contrarre il virus o di trasmetterlo a qualcuno, ecc.). Ad aver prevalso è stata la tesi secondo cui «sono gli incontri privati, gli anniversari, i momenti di convivialità» a diffondere il contagio: e in effetti, si tratta dei momenti di relax. A tal fine, nelle grandi città  interessate dal coprifuoco dovranno rimanere chiusi tutti i luoghi di svago notturno, anche se questo «potrà dipendere», ha precisato Macron, in quanto «abbiamo messo in atto degli elementi di concertazione locale».
Immaginiamo che in molti si siano chiesti se sarebbero stati tra i fortunati beneficiari di una deroga, visto che il clima sociale si trova sul punto di diventare quello della concorrenza più sfrenata di alcuni settori economici contro altri. Interrogato a proposito della situazione economica degli esercizi obbligati a chiudere, il Presidente ha risposto che ci sarebbe stato un tentativo di riorganizzare tutto prima delle riprogrammazioni; cosa che faceva subito supporre che il virus fosse meno contagioso alle 18:00, di quanto lo sarebbe poi stato alle 21:00. (È vero che l'alcol che scorre, e quindi il rilassamento  la sera sono minori, ma questo il Presidente non lo ha detto.) Di fronte a questa obiezione, Macron si è giustificato dicendo che «in molti locali, ristoranti, teatri, cinema, abbiamo elaborato collettivamente delle regole che fanno sì che si sia ben protetti.» Arrivato a questo punto del discorso presidenziale, il telespettatore non sapeva più, di fatto, se si trovava ad essere troppo esposto oppure troppo protetto. Evidentemente, Macron stava camminando su delle uova, e ogni suo concittadino era autorizzato a domandarsi se stesse raccontando solo frottole.
Macron era perfettamente consapevole del fatto che alcuni settori verranno duramente colpiti, o addirittura «dovranno chiudere, poiché i loro costi fissi sono troppo elevati»: a questo ha poi fatto seguito tutto l'elenco delle misure di sostegno garantite dal governo ai settori in crisi. Poi, alla domanda sulla contraddizione tra le restrizioni alle uscite e l'esortazione a partire per le vacanze, pronunciata dal segretario di Stato per il Turismo (il quale ha avuto il coraggio di pubblicizzare le vacanze nella Guyana francese), il Presidente ha spiegato, paternalisticamente, che sarebbe stato esagerato rifiutare ai francesi le vacanze di Ognissanti, ma che naturalmente avrebbero dovuto rispettare quelle regole che diventano sempre più invadenti: «vanno mantenute anche all'interno del nucleo familiare, e dappertutto in Francia».
Alle domande sui giovani e sul "divertimento", Macron ha risposto fraintendendo del tutto la questione, vale a dire che con i loro esami annullati e la ricerca di un posto di lavoro rimandata, i giovani stanno vivendo tempi terribili! (A quanto pare, non ha previsto che questo avrebbe potuto giustificare alcuni di loro.) Ma il culmine dell'ambiguità è stato raggiunto quando Macron ha annunciato l'arrivo di una nuova App che si chiamerà «Tous AntiCovid»: sebbene quest'App chiami i francesi a mobilitarsi contro il Covid-19 attraverso il tracciamento delle persone contattate, il suo nome richiama spiacevolmente lo slogan sentito nel corso delle manifestazioni che si sono svolte in Germania, sotto la direzione di diversi movimenti di estrema destra, per denunciare le misure anti-Covid! Dal momento che anti-Covid, può voler dire tanto mobilitarsi contro la sua diffusione quanto negare la sua esistenza e la sua importanza. L'intervista del Presidente si è conclusa con un vibrante appello al sentimento nazionale che non è sembrato troppo diverso rispetto alla retorica che era stata profusa durante la prima ondata. Va ricordato che Macron non ha mai smesso di insistere sulla necessità di continuare a lavorare (soprattutto di giorno) a discapito della convivialità (soprattutto di notte). Dal discorso presidenziale sono emerse delle nuove coppie oppositive: il giorno contro la notte, il lavoro contro la festa, le vacanze contro la vita notturna... Una rete di contraddizioni il cui filo rosso rimane quello di non toccare né il lavoro né l'economia. La «lettura» popolare di un simile monumento di ambiguità e ambivalenza rischia purtroppo di spingere ancora una volta i recalcitranti e gli scettici a non vedere in tutto questo nient'altro che mera malvagità. Come? Il virus è abbastanza grave da poterci privare delle nostre serate, ma quando si tratta di lavorare ecco che esso diventa «sotto controllo»?
Smettiamola di vedere la cosa come se si trattasse solamente di una particolare forma di crudeltà, e consideriamola invece come il mandato essenziale di questo governo e di tutti gli altri governi. Angela Markel non dice niente di diverso; è vero, senza fare però tutte queste contorsioni. Diversamente, come possiamo capire perché attualmente il Senato di Berlino, a fronte dell'aumento dei casi di infezione, consenta eventi chiusi fino a 1.000 persone, mentre le riunioni private non possono superare le 10 persone? I primi fanno funzionare l'economia, i secondi no. Per la prima volta, la pandemia ha intimato agli amministratori della crisi di dover decidere, in tempo reale, tra salvare vite umane e salvare l'economia. Ora, come sanno tutti, «la borsa o la vita» è un scelta impossibile in un mondo in cui proprio la vita dipende dall'economia, che minaccia di mettere fuori gioco milioni di persone; cosa che significa togliere loro indirettamente la vita. Cosa succederebbe se Macron dicesse alla gente di fare baldoria, ma che però devono smettere di lavorare qualunque cosa accada! Molti lo considererebbero un assassino a causa delle conseguenze dirette che dovrebbero affrontare, dal momento che l'economia collasserebbe ancora più rapidamente. I governanti si trovano in una posizione in cui,  indipendentemente da qualsiasi cosa facciano, sbagliano. Ciò dimostra che sua santità il popolo condivide quelle che sono le scelte fondamentali  fatte dai loro rappresentanti intrappolati tra l'incudine sanitaria ed il martello economico.
La critica personificante che cospira contro le élite funzionali, senza mai mettere in discussione la questione dei rapporti sociali, di cui essi sono specifiche «maschere di carattere» (Marx), è sempre insufficiente, nel senso che manca quello che è il suo vero obiettivo. Anziché accusare "ad hominem" i governanti delle conseguenze di questa situazione, sarebbe l'ora di analizzare la struttura e di cominciare a rifiutare una scelta talmente barbara da intrappolare sia «le persone in alto» che «le persone in basso» (ovviamente, con retribuzioni ed oneri molto disuguali, ma dove una migliore ripartizione non cambierebbe in niente quella che è l'impasse sistemica). La mediazione messa in atto da Macron tra un'economia moribonda, da un lato, ed una vita minacciata dappertutto, dall'altra, rappresenta solo un assaggio della crisi che ci aspetta. Non ci possiamo aspettare nient'altro che una risposta politica sempre più repressiva: finché non verranno superati il capitalismo ed il suo dilemma costitutivo, in quanto tali, le crisi  non offriranno alcun scenario di uscita, se non quello di un giro di vite sempre più stretto. Si tratta di fare in modo che la riproduzione della vita cessi radicalmente - e questo non solo al tempo del Coronavirus - di dipendere dall'economia, in modo che una simile mediazione non abbia più ragion d'essere. Tutto questo non avverrà «rafforzando le strutture pubbliche», le quali sono esse stesse intrinsecamente dipendenti dalla crescita economica, e sono perciò coinvolte in quel ciclo di dipendenza infernale del quale stiamo ora realizzando i suoi più intimi effetti su scala planetaria. Anche la salute delle persone è solo una funzione della salute dell'economia (in quanto solo i lavoratori sani possono far girare l'economia). Ma potrà essere ottenuto solo riappropriandosi dell'organizzazione della nostra riproduzione fisica e sociale.
Puntare il dito contro il cinismo dei leader, significa dimenticare che essi sono stati eletti proprio per compiere una tale missione. Pertanto, coloro che denunciano il coprifuoco in nome del loro rifiutarsi «di vedere un porco presidenziale che si diverte in maniera oscena a stringere la vite» (così ha detto il collettivo dei "Cerveaux non disponibles"), ostinandosi a personalizzare in maniera infantile la situazione. Sono quegli stessi che sostengono che «la preoccupazione principale di ogni governo, è solamente il controllo della popolazione» e non vogliono avere niente a che fare con la natura fondamentale del mandato politico - indipendentemente da quale sia il colore del governo - che è quello di preservare a qualsiasi costo l'economia, senza la quale nessuna promessa dello Stato moderno durerebbe più di cinque minuti. È evidente che se crolla l'economia non ci sarà sicurezza pubblica, né sanità pubblica, né istruzione pubblica, né strade pubbliche, e di certo non ci saranno né mascherine né tamponi gratuiti. Emmanuel Macron è ben consapevole della gravità della situazione (economica). Ma né lui né i suoi critici di sinistra sono disposti a menzionare e a superare il dilemma nel quale il sistema capitalista ci stringe sempre più in una morsa. Forse non sono pronti a rinunciare alle sue false promesse: piena occupazione, villa, automobile, vacanze per tutti... Preferiscono rifugiarsi tutti quanti nel discorso regressivo che consiste nel cercare di chi sia la colpa di una simile situazione generale; alcuni indicano i giovani festaioli o le riunioni di famiglia, gli altri accusano i cosiddetti porci che ci guidano. Tali cristallizzazioni vanno a costituire un terreno favorevole ai grandi movimenti anti-élite e cospirazionisti di ogni tipo che fioriscono in questo momento, e che gettano il mondo in un imbarbarimento intellettuale altrettanto drammatico dell'imbarbarimento economico: si tratta di un fuoco incrociato di accuse mirate che evitano di mettere in discussione le categorie fondamentali di un sistema al quale ciascuno partecipa in maniera differente.

Scritto dagli autori di "De virus illustribus. Crise du coronavirus et épuisement structurel du capitalisme", Editions Crise & Critique, septembre 2020.
Sandrine Aumercier, Clément Homs, Anselm Jappe e Gabriel Zacarias - 18 ottobre 2020

fonte:  Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

venerdì 23 ottobre 2020

Strato su strato, giace sepolto…

Già a partire dal suo primo libro sull'interpretazione dei sogni (pubblicato nel 1899 con la data 1900), Freud insiste sulla "ricostruzione archeologica dell'inconscio": la memoria è fatta a strati, come di livelli pressati insieme, di sopravvivenze compattate che si riferiscono a differenti periodi di esperienza. Nel suo saggio de 1937 (scritto nel 1934), "Costruzioni in Analisi", Freud sostiene che il lavoro dell'analista e quello dell'archeologo sono «identici», anche se il primo lavora in condizioni migliori, dal momento che ha accesso a più materiale ausiliario, perché è rivolto a qualcosa che è «vivo, non un oggetto distrutto». L'archeologo si occupa di artefatti che hanno perso delle parti - l'oggetto psichico, da parte sua, ha una sua preistoria che viene indagata dal lavoro analitico. E ciò perché, in tal caso, «tutto quanto l'essenziale si è conservato, sebbene sembri essere del tutto dimenticato; eppure questo è ancora presente in qualche modo e da qualche parte, solo che si trova sepolto, inaccessibile all'individuo».

fonte: Um túnel no fim da luz

giovedì 22 ottobre 2020

Cemento

Cemento
Arma di costruzione di massa del capitalismo
di Anselm Jappe
Edizioni L'Echappée - Data di uscita: 6 novembre 2020

Il cemento incarna la logica capitalistica. Rappresenta il lato concreto dell'astrazione mercantile. Così come fa questa, esso annulla ogni differenza ed è praticamente sempre la medesima cosa. Prodotto in maniera industriale ed in quantità astronomica, con delle conseguenze ecologiche e sanitarie disastrose, ha ormai esteso la sua diffusione al mondo intero, assassinando l'architettura tradizionale ed omogeneizzando tutti i luoghi attraverso la sua presenza.
Monotonia del materiale, monotonia delle costruzioni, le quali vengono costruite in serie a partire da alcuni modelli di base e con durata assai limitata, in conformità con il Regno dell'Obsolescenza Programmata. Trasformando definitivamente le costruzioni in merce, questo materiale contribuisce a creare un mondo in cui non riusciamo più a trovare noi stessi.
Ragion per cui si è reso necessario ripercorrerne la sua storia: rievocare i progetti dei suoi innumerevoli adepti - di ogni tendenza ideologica - e le perplessità e le riserve dei pochi detrattori; denunciare le catastrofi che ha generato a più livelli; rivelare il ruolo che ha avuto nella perdita di tutto un bagaglio di competenze, e nel declino dell'artigianato; e infine dimostrare come questo materiale si inscriva a pieno titolo nella logica valore e del lavoro astratto.
Questa critica implacabile del cemento, illustrata per mezzo di numerosi esempi, è anche - e forse soprattutto - la critica dell'architettura moderna e dell'urbanistica contemporanea.

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

La sostanza di un’epoca

« La posizione che un'epoca occupa nel processo storico, può essere determinata in maniera più significativa a partire dall'analisi delle sue espressioni meno appariscenti alla superficie, piuttosto che dai giudizi che quell'epoca dà di sé stessa. Poiché tali giudizi sono espressione delle tendenze di una particolare epoca, essi non offrono alcuna testimonianza definitiva circa quella che è la costituzione complessiva generale dell'epoca stessa. Invece, le espressioni di superficie, meno appariscenti, in virtù della loro natura inconscia, forniscono un accesso immediato alla sostanza fondamentale dello stato delle cose. Viceversa, la conoscenza di questo stato delle cose dipende proprio dall'interpretazione di quelle espressioni superficiali e meno appariscenti. La sostanza fondamentale di un'epoca e quelli che sono i suoi impulsi inascoltati e ignorati, si illuminano vicendevolmente. »

- da: Siegfried Kracauer, "The Mass Ornament", 1927 -