martedì 31 marzo 2026

SUPER–SPARTA !!!

La Cupola di Ferro sta intercettando le nostre possibilità di un futuro normale
- I sistemi di difesa missilistica israeliani hanno drasticamente ridotto il costo della guerra — e una società che non teme la guerra è destinata a convivere per sempre con essa -
di Guevara Bader ***

   Negli ultimi decenni, l'ingegneria israeliana ha prodotto qualcosa di assai vicino a quel che dovrebbe essere la meraviglia tecnologica finale: un sistema di difesa missilistica a più livelli in grado di trasformare i missili in arrivo in uno spettacolo pirotecnico nel cielo notturno. Ma sotto questa copertura protettiva è avvenuta una trasformazione, poco evidente ma di grande portata, ancora più pericolosa dei missili stessi: l’Iron Dome ha eliminato negli israeliani la paura della guerra. Ed ecco che, così, una tecnologia progettata per preservare la vita serve a promuovere un senso di immunità quasi totale, facendo così diventare la catastrofe della guerra solo un disturbo tollerabile, se non un asettico prodotto di consumo; qualcosa che possa essere assorbito nella vita quotidiana con indifferenza, qualcosa che stia a  metà strada tra il telegiornale serale e la consegna a domicilio di cibo. Quando svanisce la paura della guerra, ecco che allora si allontana anche la spinta a porvi fine da parte dell'opinione pubblica. In un tale contesto, la sicurezza tecnologica non accorcia le guerre, ma contribuisce a mantenerle facendole diventare una condizione permanente. Nell'era della Cupola di Ferro, Israele non appare più come se fosse solo una società civile vivace che mantiene anche un esercito; piuttosto, si vanta di essere essenzialmente una grande base militare attorno alla quale si organizza la vita civile. A dare forma a questa trasformazione, è stato un raro momento di sincerità da parte del primo ministro Benjamin Netanyahu, quando lo scorso settembre, in un discorso rivolto ai funzionari del ministero delle Finanze, è intervenuto per mettere in guardia sul fatto che Israele stesse affrontando un crescente isolamento internazionale, e per questo avrebbe dovuto trasformarsi in una sorta di “super-Sparta” economicamente autosufficiente. In seguito, dopo che le quotazioni alla Borsa di Tel Aviv avevano subito un crollo, era tornato sui suoi passi definendo quella dichiarazione come un “lapsus”. Ma se anche fosse stato davvero un lapsus, si è trattato comunque di un lapsus rivelatore. Ciò che Netanyahu ha sottolineato, è il contesto politico e culturale ibrido in cui vivono gli israeliani: quello in cui il dinamismo liberale e creativo di Atene si è fuso con la rigida disciplina e il militarismo di Sparta. Per dirlo nel 2026, in maniera rozza e rudimentale, Atene progetta l'algoritmo e Sparta preme il grilletto. Il risultato è quello in cui vediamo una società che funziona come se fosse un complesso militare fortificato, governato da dei processi democratici nominali, dove però il confine tra le sfere civili e quelle militari è diventato sempre più, e del tutto, sfumato. L'industria israeliana è diventata una macchina ben oliata di innovazione militare, che ha trasformato la guerra, da un fallimento della diplomazia, fino a farlo diventare una caratteristica che definisce l'esistenza stessa dello Stato. Questa perdita interna dello strumento deterrente costituisce un vero e proprio disastro nazionale, poiché una società che non teme la guerra è una società destinata a convivere con essa per sempre.

La guerra in versione "abbonamento mensile"
    Per comprendere la profondità di questa distorsione, serve rivolgersi al linguaggio che gli israeliani usano per descriversi. In Israele, non esistono "cittadini"; di certo non nel noioso senso di “partecipazione democratica” che si attribuisce a questo termine. Esiste, invece, un "fronte interno"; un termine questo, che serve a concepire il corpo pubblico - il cittadino -  come la retroguardia passiva della forza militare in combattimento. La sua funzione è quella di assorbire l'impatto della situazione, e mantenere la calma nel mentre che simultaneamente si acclama l'esercito impegnato nelle manovre sul campo. In pratica, il "fronte interno" trasforma i cittadini in delle unità di supporto logistico, le quali devono "dimostrare resilienza": eufemismo con cui si indica il soffrire senza opporre resistenza, al fine di non turbare lo sguardo calmo del cecchino mentre porta a termine il prossimo assassinio. Questo principio organizzativo è emerso con insolita chiarezza lo scorso giugno. Dopo la prima fase dei combattimenti contro l'Iran, Amos Harel - analista militare di "Haaretz" - ha mostrato al pubblico dei dati che mettevano a confronto le morti israeliane con il numero di missili che avevano penetrato le difese aeree del paese. La conclusione, una morte ogni tre missili che colpivano delle aree popolate, è stata presentata come una prova che dimostrava che «le vittime civili non sono state poi così tanto catastrofiche come si temeva in precedenza.» In un calcolo simile, la morte diventa così solo una cifra in un registro funebre, la quale non viene vista come una catastrofe, ma bensì come un costo operativo accettabile, una fredda statistica che permette al sistema di poter continuare a funzionare. Il prezzo, da pagare per decidere, è talmente basso che i soggetti decisionali finiscono per prendere semplicemente la penna e chiedere, senza alcuna ironia, «Dove firmiamo?»
Quando, tra un viaggio e l'altro nei rifugi, le statistiche permettono alle persone a Tel Aviv di tornare a bere il caffè, ecco che l'urgenza di porre fine al ciclo comincia a svanire. La guerra diventa solo una quota mensile per un abbonamento - e smette di essere un rischio esistenziale - la quale può essere sostenuta fino a ché il costo può essere sopportato. Questo costo, ovviamente, ricade in modo sproporzionato sui cittadini palestinesi di Israele, i quali, rispetto agli israeliani ebrei, hanno un accesso assai più limitato a rifugi adeguati e risiedono in zone classificate come “aree aperte” , dove il sistema Iron Dome è programmato in modo da consentire ai missili di cadere, o agli intercettori di esplodere proprio sopra le loro teste.Questo processo di normalizzazione si è tradotto in un modello economico senza precedenti, nel quale Israele non si considera più semplicemente come una fortezza assediata, quanto piuttosto come una linea di produzione di tecnologie per la difesa, per cui ogni conflitto funge da banco di prova permanente. Ogni intercettazione genera dati; ogni escalation perfeziona il sistema. Visto in tal senso, il "fronte interno" finisce per funzionare come equivalesse a un vasto gruppo di beta tester, le cui interruzioni vengono assorbite nei cicli di ricerca e sviluppo. Il successo non viene misurato solo attraverso il conteggio delle vite salvate, nelle misurazioni del rendimento che fa salire il valore dei titoli del settore della difesa durante le esposizioni di Parigi e Singapore. Il mondo non si limita a guardare con preoccupazione. Simile ai fedeli clienti Apple in attesa del prossimo iPhone, l'opinione pubblica osserva quali sono le tecnologie più performanti in “condizioni reali”. È la guerra stessa a rappresentare la migliore campagna di marketing e, quando l'economia nazionale si basa sulla superiorità militare globale, ogni aspirazione alla pace viene percepita come un sabotaggio deliberato della linea di produzione nazionale.

Uno stato permanente di rimando
   Questo processo si è sviluppato gradualmente. Dal sistema di difesa missilistica Arrow, entrato in funzione nel 2000, all’Iron Dome nel 2011, e successivamente al David’s Sling nel 2017, ogni innovazione ha rafforzato il senso di sicurezza degli israeliani e, di conseguenza, ha attenuato la percezione di vulnerabilità. Ciò perché, quando il tetto viene sigillato ermeticamente, non c’è più bisogno di cercare una via d’uscita politica, né di immaginare un futuro fuori dal conflitto. Oggi stiamo entrando nell'era dei sistemi laser. Il sistema Iron Beam, recentemente integrato nell'Aeronautica Israeliana, può intercettare i missili con accuratezza, rapidità e «un trascurabile costo marginale», si è vantato il Ministri della Difesa alla fine dello scorso anno. Lungo il percorso, il confine tra realtà e rappresentazione è diventato sempre più sfumato. Nel corso di una trasmissione assai seguita, un importante commentatore militare del Canale 12 ha analizzato delle sequenze tratte da dei videogiochi come se fossero la documentazione di un attacco americano all'Iran, credendoli la prova di un bombardamento in corso. «Questo è un filmato americano, ce lo stiamo semplicemente godendo», ha detto, mentre i pixel digitali lampeggiavano sullo schermo. «Il B-2 sta attaccando da giorni… Ciò a cui stiamo assistendo è lo sfoggio della potenza americana in tutta la sua forza». Più inquietante del suo errore nell’identificare le immagini, è stato vedere come la guerra si trasformi in una forma di intrattenimento. A presiedere tutto questo è una leadership politica in lotta con pressioni legali e diplomatiche. Netanyahu rimane nella sua residenza di Cesarea con un mandato di comparizione aperto per L’Aia. Anche l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant è ricercato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi a Gaza, mentre il presidente Isaac Herzog è citato nelle prove presentate alla Corte internazionale di giustizia per aver sostenuto che tutta la popolazione di Gaza sarebbe responsabile degli attacchi del 7 ottobre. In questo contesto, dove la leadership israeliana viene perseguita dagli agenti del diritto internazionale, ecco che la guerra perpetua comporta delle implicazioni che vanno ben oltre la strategia. Questo influisce sugli incentivi, legando più strettamente la sopravvivenza politica al protrarsi della crisi. Il risultato finale è un circolo vizioso concettuale. Le tecnologie difensive, come gli intercettori, proteggono la popolazione; la stabilità della popolazione sostiene l’ordine politico; e tutto questo assieme riduce la pressione a risolvere il conflitto stesso. La visione di una “super-Sparta” riassume e cristallizza questa condizione di ansia esistenziale in un’unica, sterile soluzione ingegneristica, nella quale garantire il presente con una precisione sempre maggiore rende possibile un rinvio indefinito alla risoluzione del conflitto nel futuro. Con un tasso di successo pari al 97% l’Iron Dome sta intercettando ogni possibilità che abbiamo di avere un futuro normale.

- Guevara Bader ***  - 25/3/206 - Pubblicato su https://www.972mag.com/ -
- Una versione di questo articolo in ebraico è stata pubblicata su:
https://www.mekomit.co.il/ -

*** Guevara Bader è un cittadino palestinese residente in Israele e attualmente frequenta un master presso l'Università Ben-Gurion.

lunedì 30 marzo 2026

“Indigeni”: un’avventura metafisica !!

Louisa Yousfi: "La grande narrazione conservatrice"
- di Faris Lounis -

   Fin dalla sua pubblicazione avvenuta il 20 febbraio 2025, "La Grande Méthode" (La Fabrique) - il secondo libro della giornalista e attivista de-coloniale Louisa Yousfi – quella che è una "avventura metafisica" è stata presentata come se si trattasse di una forma letteraria ibrida, sospesa tra narrativa, narrazione e manifesto, la quale ha ricevuto un'ottima accoglienza critica. E in effetti, va detto giustamente che il libro mostra delle vere qualità letterarie. E lo fa raccontando la storia di una famiglia proveniente dall'immigrazione post-coloniale, la quale intraprende un viaggio in Algeria per andare a seppellire il padre nella sua propria terra natale; e questo viaggio funebre cattura con grande sensibilità la questione del patrimonio – materiale e immateriale – che i proletari nordafricani lasciano ai loro figli, così come la questione relativa alla sua trasmissione, spesso incompleta. Raccontati con particolare forza, i due capitoli dedicati alla veglia e al funerale illustrano in "La Grande Méthode" ciò che è intimo e universale allo stesso tempo: l'arrivo del corpo, a Blida, nella casa di famiglia; e lo fa evocando il silenzio che regna intorno alla bara per un'intera notte, la sepoltura, l'accettazione della morte e l'aprirsi di un nuovo ciclo di vita. Strutturato com'è intorno all'Algeria, il libro avrebbe potuto – soprattutto per convincere il pubblico algerino – limitare il suo soggetto a quest'esperienza che riesce a catturare il lettore grazie alla sua profondità umana. Ma tuttavia, purtroppo, il resto dei capitoli - fortemente impregnato di una religiosità che legge la storia in termini di purezza e di contaminazione - organizza il mondo intorno a una artificiale suddivisione tra "Oriente" e "Occidente"; tra "credenti" e "non credenti". Già nel suo "Rester barbare" (La Fabrique, 2022) - un saggio letterario e politico dedicato al rap e alla cultura urbana degli "Indigènes" - l'autrice arrivava a formulare una tesi stimolante. Nella quale, il "barbaro" - di cui lei sostiene di essere la portavoce - non è affatto un essere radicalmente estraneo al cosiddetto "Impero", ma bensì è «il prodotto di questa civiltà», di cui egli «testimonia una mutazione non programmata, che non è codificata dal processo civilizzatore». Ponendosi «di fronte alla civiltà», questa figura mette a nudo le menzogne «repubblicane» sull'integrazione, così come fa con le accuse paranoiche riguardanti l'«inselvaggimento» della società e del «processo di decivilizzazione» presumibilmente in atto nei «territori conquistati dall'islamismo». Criticando le strategie del discorso assimilazionista, il quale esorta i "barbari" ad abbandonare tutto ciò che li collega alla loro storia familiare, e a dimostrare quotidianamente la loro fedeltà alla Repubblica, il libro si scontra tuttavia con una forma di ossessione riguardante un ritorno a una "natura" – la «barbarie» – che la "civiltà occidentale" avrebbe minato. In tal modo, dalla necessaria e legittima inversione dello stigma, ci troviamo pertanto a scivolare verso l'invenzione di un altro stigma: vale a dire, quello di resistere agli attacchi della destra dura ed estrema, mobilitando i cosiddetti attributi «barbari» postulati dal mascolinismo di alcuni riferimenti rap, Booba e PNL in primo luogo. Riprendendo, in chiave spirituale, il paradigma de-coloniale e gli schemi essenzialisti del suo primo libro, in cui tracciava una linea di demarcazione tra i «Beaufs» dei quartieri popolari e i «Barbari» delle periferie, questo nuovo libro è un tentativo di pensare l’emancipazione del «popolo degli Indigeni della Repubblica» a partire da un metodo che concepisce l’appartenenza in maniera esclusivamente teologica e ritualistica. «Anche se non ci credi. Anche se dubiti. I gesti valgono per ciò che evocano, non per ciò che dimostrano. Riprendi a digiunare, a donare, a purificarti. La fede si nasconde dietro i gesti che compi senza pensarci.»

Orientalismo inverso
    Se "Rester barbare" integrava, in maniera discutibile Kateb Yacine, l'autore di "Nedjma" (Seuil, 1956) - un ateo senza freni, che però veniva rivendicato dalla Yousfi come se fosse un laico e un internazionalista impenitente, ponendolo all'interno di una narrazione che egli invece ha sempre osteggiato; quella dell'autenticità dell'identità e della purezza religiosa -  "La Grande Méthode" mette invece in atto un posizionamento diverso. Affermando che «La trascendenza e gli immaginari sacri sono parte integrante della vita quotidiana dei subalterni », il libro imbarca in un nuovo viaggio de-coloniale verso l'Est, senza chiedere loro il permesso, tutti coloro che sono legati alla cultura islamica. Per chiunque possegga una conoscenza anche solo superficiale delle correnti del pensiero arabo, leggere un saggio simile gli ricorderà il cosiddetto concetto di "orientalismo inverso", così come viene proposto da Sadik Jalal al-Azm in un suo opuscolo pubblicato a Beirut nel 1981, e poi tradotto in francese nella raccolta "Ces interdits qui nous hantent. Islam, censure, orientalisme" (Parenthèses/MMSH/IFPO, 2008). Questo concetto non si riferiva a nessuna critica dell'orientalismo, quanto piuttosto a una critica che, pur denunciando le categorie orientaliste classiche, ne rinnova comunque gli schemi essenzialisti, e lo fa invertendone semplicemente la valenza: all'Oriente passivo e irrazionale si sostituirebbe un Oriente portatore di una singolarità spirituale e di una sostanzialità culturale che attraversa, senza alterazioni, le aree geografiche e i periodi storici. Oggi, la confutazione della rottura immaginaria tra "Est" e "Ovest", proposta da Sadik Jalal al-Azm, rimane utile al fine di contestare l'esistenza di quei «mondi invisibili» nei quali i loro «segreti» sono inaccessibili a degli esseri limitati quali i «Bianchi». A partire dalla fede nell'esistenza di un «gene» dell'Islam, ne "La Grande Méthode" l'identità dell'uomo algerino viene descritta come se si trattasse di un «homo islamicus» privo di capacità di agire. Egli non vive in una società in movimento, attraversata da antagonismi sociali e da lotte politiche severamente represse, bensì in una «cosmologia» radicalmente altra: seppellire i morti senza la presenza delle donne («noi, le sorelle cui è vietato l'accesso al cimitero: assistiamo alla scena da casa, incollate allo schermo. Disobbediamo e obbediamo allo stesso tempo») sarebbe quindi questo l'orizzonte del popolo algerino, agli occhi di Louisa Yousfi. Le donne algerine e franco-algerine dovrebbero rispettare gli «equilibri» locali, e non adeguarsi ai criteri del «femminismo liberale», che le indurrebbe a invadere i cimiteri. Nel corso della presentazione di “La Grande Méthode” sul media de-coloniale “Paroles d’honneur”, la conduttrice del programma e la saggista Houria Bouteldja hanno accolto con entusiasmo il fatto che, nella scena del funerale, le donne siano rimaste al «loro» posto: a casa, anziché al cimitero, con gli uomini. Senza dubbio, condividono l’opinione di Bouabdellah Ghlamallah, alto dignitario algerino che nel maggio del 2021 ha dichiarato che «l’algerino non può essere che musulmano». A tal proposito, la mancanza di interesse per le dinamiche sociali che attraversano oggi la società algerina, può solo offendere le donne algerine e franco-algerine che hanno vissuto in prima persona l'ideologia dei fondamentalisti religiosi e dei nazional-conservatori locali, i qual hanno fatto del "loro" Islam un espediente repressivo che limita severamente le libertà dei cittadini.

Scienze umane e cosmologie dei «popoli indigeni»
   Questo essenzialismo spiega le numerose estrapolazioni mistico-teosofiche del libro, che mascherano male quello che è un evidente vuoto teologico: una spiritualità concepita, non come filosofia di vita, ma a mo' di slogan. Il capitolo che racconta il passaggio dal consolato ne offre un chiaro esempio. Per la narratrice, l'impiegata sciovinista, la cui esistenza sarebbe votata a impedire che «l'indegnità dei mondi» occidentali possa «contaminare il [loro] sacro tempio» , possiede il diritto assoluto di trattare i cittadini che hanno doppia nazionalità francese e algerina come degli «algerini di carta». Di fronte alle «merde occidentali» che potrebbero minacciare la «terra dei [loro] antenati martirizzati e dei liberatori del [loro] popolo», ella diventa il Cerbero guardiano della purezza nazionale e religiosa. Attenta a non dissolversi nel «trionfante razionalismo del nostro tempo», la narratrice adotta la postura dell'iniziato, penetrando, con la forza della fede, i segreti di un'Algeria «che è rimasta intatta, congelata fuori dal tempo, fedele alle sue tradizioni e alle sue regole». Questa Algeria che, fungendo da «ancora mitica», parlerebbe ai «puri» che recano nel cuore il loro Dio. Sul piano politico, una simile matrice non è affatto senza conseguenze. All'assegnazione identitaria dei francesi musulmani si aggiunge un messianesimo intorno alla Palestina, illustrato dalla visione di una massa umana «in viaggio verso la Palestina liberata» e di una Gerusalemme «vasta come una madre che li sta aspettando da mille anni» e che dice ai suoi figli «occidentali»: «Venite, figli miei che siete là lontani. Mi avete sognata, ma ormai non state più sognando me. Lo giuro in nome di Dio, perché Dio è con me.» Curiosamente, questo immaginario apocalittico tiene però poco conto delle parole – spesso espresse in arabo – con cui i palestinesi descrivono la loro lotta contro l'impresa coloniale. Nei racconti di Ghassan Kanafani, nei romanzi di Adania Shibli, nella poesia di Najwan Darwish, nei racconti di Nasser Abu Srour, nei libri di storia di Walid e Rashid Khalidi, non c'è traccia di un simile messianesimo. Per quanto riguarda gli scritti palestinesi che sono stati pubblicati dall'inizio del genocidio a Gaza, vediamo che non c'è alcuna esortazione all'arcangelo della morte simile a quella di Louisa YousfiO Azrael, sbrigati. Il cielo trema sotto la mia agonia – presto si chiuderà... »), bensì testimonianze di dignità unite a perseveranza anticoloniale. Il poeta Refaat Alareer, assassinato dallo Stato di Israele nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 2023 nel corso di un attentato a un quartiere di Gaza, ha semplicemente testimoniato: «Se io dovessi morire / Tu devi vivere / Per raccontare la mia storia…» Un'affermazione del tipo «la Palestina è l'anima delle nostre anime» gli sarebbe totalmente estranea.

I limiti dell'inversione accusatoria
   «Quando ho finito di scrivere il libro, mi sono detta: “Ma cos’è che i bianchi potranno mai capire? Quando l’ho scritto non ho mai pensato a loro”», rivela Louisa Yousfi. Ossessionato com'è dal pericolo del «contagio bianco», "La Grande Méthode", a causa dell'antropologia differenzialista che sviluppa (da un lato, lo «spirito orientale» che avrebbe accesso alla vera conoscenza; e dall'altro, lo «spirito occidentale» che ne sarebbe stato irrimediabilmente privato)  appare essere un testo problematico. Per un algerino, o un arabo - che padroneggi quella parte dell'eredità ellenista e razionalista della propria tradizione - affermazioni quali «L'Islam non è una religione del visibile», oppure,  «Le anime [musulmane] si riuniscono attorno a un centro invisibile» non possono che essere scandalose: rinnovano una rappresentazione ferocemente occidentale dell'Islam, presentata come il vettore di una «barriera invisibile» che immunizzi i «buoni credenti» da una presunta cultura francese corruttrice. Rimane tuttavia un paradosso. Se il saggio afferma l'esistenza di una scienza tipicamente «islamica», accessibile solo ai musulmani di lingua araba o persiana, e accusa la Repubblica di corrompere l'anima dei suoi «indigeni» attraverso i «morsi» dell'integrazione, è davvero possibile emanciparsene attingendo a testi – come il “Cantico degli uccelli” di Attar o “L’Arcangelo purpureo” di Sohravardî - trasmessi grazie alle traduzioni erudite realizzate dagli orientalisti europei? Lo stesso Sohravardî - nell'introduzione a Kitâb Hikmat al-Ishrâq ("Il Libro della Saggezza Orientale") - segue comunque le orme tracciate da Socrate, Platone, Avicenna e dai saggi persiani. E allora che cos'è "La Grande Méthode"? Un'inversione accusatoria estetizzata, una passeggiata esotica tra i meandri di una «scienza alata», una grande narrazione conservatrice pensata per incantare il mondo per mezzo della preghiera e le abluzioni. «Tu costruisci un mito per colmare un vuoto. Scambi il silenzio di tuo padre per una leggenda. Innalzi un culto basato sul nulla. » Innegabilmente, la scrittura febbrile de “La Grande Méthode” trasforma il racconto della morte e della sepoltura di un padre, nato come «soggetto francese» -  e quindi «non cittadino» - nell’Algeria francese, in un’epopea che restituisce la loro dignità ai discendenti dei lavoratori stranieri. Tuttavia, malgrado le nuove possibilità offerte in termini di narrazione e riflessione sulla ricchezza dei volti e delle sensibilità che compongono la Francia di oggi, il testo di Louisa Yousfi presenta due ostacoli principali. Da un lato, l'affermazione secondo cui il «bianco» sarebbe incapace, dal punto di vista ermeneutico, di cogliere il «segreto» dei «colonizzati» immaginari, finisce per assomigliare a una forma di segregazione culturale, che annulla ogni possibilità di dibattito e di scambio di idee tra i gruppi sociali. In secondo luogo, sostenendo che l’emancipazione consisterebbe in un ritorno a un Islam identitario, “La Grande Méthode” finisce, in definitiva, per riprendere in modo inverso lo schema delle argomentazioni dell’estrema destra di Boualem Sansal o di Kamel Daoud, per i quali questa religione costituirebbe «il» maggior pericolo per «la continuità storica della Francia»: una sorta di «colonialismo arabo-islamico-turco-africano» che intende prima «inghiottire la Repubblica e poi anche il resto del mondo».

- Faris Lounis - Pubblicato il 27/3/2026 su Mediapart -
- fonte: @Palim Psao -

venerdì 27 marzo 2026

L’Avventura è l’Avventura …

Anti-politica
- ABC della Critica della Dissociazione del Valore -

  L'antipolitica, si riferisce a una posizione pratica e teorica radicale, la quale rompe con qualsiasi illusione su autonomia, centralità o capacità emancipatoria della sfera politica nella moderna società capitalista. Essa, pertanto, non si riferisce né all'apatia civica, né a un rifiuto morale della politica, né a una immediata postura anarchica o populista, bensì a una critica categoriale della politica e dello Stato, in quanto forme sociali storicamente specifiche, inseparabili dalla forma della merce, dal lavoro astratto e dalla valorizzazione del valore. La politica moderna, nelle sue forme democratiche o dittatoriali, non è uno strumento neutrale che possa essere riappropriato da parte delle forze progressiste, quanto piuttosto una sfera funzionale secondaria, nata dalla costituzione di feticcio della modernità del mercato, la cui funzione è l'auto-mediazione del capitale: lo Stato e il potere politico regolano, arbitrano e finanziano un processo economico cieco, che non controllano e a cui rimangono strutturalmente subordinati. Vista da questa prospettiva, la forma statale non deve essere intesa come una mera sovrastruttura, o come lo strumento di una particolare classe dominante, ma come l'autorità generale e supra-sociale responsabile di produrre e garantire il cosiddetto "interesse generale", proprio alla società capitalista, vale a dire, l'interesse collettivo di una riproduzione globale del sistema di socializzazione patriarcale delle merci. Questo "interesse generale" non si riferisce a un bene comune universale, ma alla necessità di mantenere le condizioni per proseguire la valorizzazione del capitale a fronte della frammentazione competitiva degli interessi privati. Lo Stato, può svolgere questa funzione, sia in forme democratiche, laddove la competizione di interessi e ideologie viene organizzata e arbitrata da delle istituzioni rappresentative, sia in forme autoritarie o dittatoriali, sia dove una cricca al potere impone direttamente la propria versione di questo interesse generale capitalistico. In ogni caso, la politica rimane una forma di gestione, di regolamentazione e di legittimazione dell'ordine di mercato, ivi inclusi — e spesso soprattutto — i periodi di crisi sociale, ecologica o economica. L'anti-politica, viene quindi definita come il desiderio di un'emancipazione dalla sfera politica stessa, che viene così intesa come una sfera separata, alienata e feticistica. Essa, rifiuta l'ipostasi della politica - cioè la convinzione che le contraddizioni fondamentali della società capitalista (crisi del lavoro, distruzione ecologica, miseria sociale, perdita di significato) possano essere risolte con dei mezzi politici all'interno del sistema: riforme, maggiore democratizzazione, statizzazione, conquista del potere, "buona governance" o regolamentazione statale del mercato. E in questo senso, l'antipolitica critica tanto il politicismo di sinistra - che sostituisce l'estensione della democrazia o dello Stato con l'abolizione della forma merci -  quanto il liberalismo anti-politico di destra, il quale sostiene di sciogliere la politica a favore del mercato, affermando al contempo la totale dominazione del valore. A livello pratico, l'antipolitica non significa il rifiuto di qualsiasi interazione con lo Stato: le lotte possono rivendicare risorse, protezione o mezzi materiali da tale stato, poiché esso costituisce un nodo strategico delle risorse sociali e delle forze produttive. Ma queste lotte si rifiutano però di essere costituite come progetti per la presa del potere, o come l'occupazione dell'apparato amministrativo o la gestione sostenibile dello Stato, poiché ciò equivarrebbe a far parte della riproduzione della macchina feticistica. Mentre, invece, l'orizzonte dell'antipolitica, al contrario, è la negazione concreta della sfera politica in quanto sfera separata, a favore di forme di auto-istituzione diretta, comunizzazione delle condizioni di vita, e riappropriazione collettiva della riproduzione sociale; concepite come attività comunicative consapevoli, non mediate da denaro, dallo Stato o da una legge astratta. Intesa in questo modo, l'antipolitica non è un programma positivo chiavi in mano, bensì una condizione critica negativa: essa segna la necessità di spostare critica e pratica al di fuori del quadro economico/politico della modernità capitalistica. Sostiene che l'emancipazione umana possa iniziare solo con il porre la questione delle forme sociali fondamentali - valore, lavoro astratto, merce, stato, politica  - le quali invece rendono necessari il dominio capitalistico e la sfera politica. In questo senso, in Kurz e nella critica della dissociazione del valore, l'antipolitica costituisce la condizione per una critica veramente radicale, capace di pensare all'uscita dal capitalismo visto come una totalità sociale feticistica, e non come se fosse solo la sua semplice riorganizzazione politica.

Bibliografia
- Gruppo Krisis, "La lotta contro il lavoro è una lotta anti-politica", Manifesto contro il lavoro, Albi, Crise & Critique, 2020;
- Robert Kurz, "Antieconomia e antipolitica", in Capitalism, a Clean Scard. Saggi per una riformulazione dell'emancipazione sociale dopo la fine del "marxismo", Albi, Crise & Critique, 2026;
- Robert Kurz, Lo Stato non è il salvatore supremo. Tesi per una teoria critica dello Stato, Albi, Crise & Critique, 2022;
- Robert Kurz, La fine della politica. Modernità politica e impotenza della sinistra di fronte alla crisi del capitalismo, Albi, Crise & Critica, 2026 (prefazione di Marcos Barreira).

fonte: @Palim Psao

giovedì 26 marzo 2026

Catalizzare la crisi?!!???

Mancanza di controllo nel Golfo?
- di Tomasz Konicz ***  -

   Ha senso prendere nota delle dichiarazioni del - ebbene sì - Presidente degli Stati Uniti? Dall'inizio della guerra in Iran, Trump ha cambiato posizione quasi ogni ora, passando da minacce di escalation a dichiarazioni di vittoria, a speculazioni sul ritiro, a insulti agli alleati della NATO. Al presidente,  riferimento alle dichiarazioni corrispondenti, può essere attribuito quasi tutto!
L'invio di segnali contraddittori, da parte del borderline fascista [*1] alla Casa Bianca - il cui comportamento erratico, e il suo narcisismo patogeno insieme, riflettono il crescente irrazionalismo indotto dalla crisi del capitale -  potrebbe essere semplicemente ricondotto al fondersi della psicopatologia e dell'ideologia fascista nella persona di Donald Trump. Verità, realtà, spazio-tempo, passato o futuro, non costituiscono più una linea guida per i suoi riflessi politici. Esiste solo il presente della crisi, che si manifesta con le sue convulsioni in costante aumento, e che il fascismo innesca e/o intensifica reattivamente. Il discorso sui "fatti alternativi" [*2], che abbiamo visto svolgersi all'inizio dell'era Trump, sta ora assumendo la sua piena realizzazione. Ma, almeno sotto un aspetto, questo rumore contraddittorio che Trump lancia, potrebbe essere calcolato in modo intrinseco: le minacce di escalation, che si alternano a notizie di vittoria, il mantenere aperta la fine della guerra, seguite poi da assicurazioni di una pace vittoriosa imminente; tutte queste cose sono espressione della trappola strategica in cui gli imperialisti dilettanti della Casa Bianca si sono andati a cacciare. Washington sta perdendo contro il tempo. Trump è come intrappolato, poiché attualmente non può porre fine alla guerra senza, allo stesso tempo, perderla geopoliticamente. Non può continuare la guerra a lungo, senza perdere economicamente. Per mezzo di minacce militari di escalation, l'Iran dovrebbe essere persuaso a rinunciare al blocco dello Stretto di Hormuz, e questo nel mentre che gli annunci di vittoria di Trump sono pensati per calmare i mercati finanziari e l'economia globale che si trova già sull'orlo di un'altra ondata di crisi. Se Trump dovesse riucire a sgattaiolare fuori, e a  cessare le ostilità, egli lascerebbe all'Iran una leva di potere estremamente efficace, dall'aspetto globale che, prima della guerra, il regime di Teheran non aveva: il controllo de facto dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale veniva trasportato circa il 20% della produzione mondiale di petrolio. Il regime potrebbe trasformare permanentemente questo stretto in un ufficio doganale, cosa che è già di fatto vera, e questo consentirebbe a Teheran di generare miliardi di euro di entrate aggiuntive ogni anno.

     Al momento attuale, gli Stati Uniti hanno effettivamente registrato molti successi tattici militari, ma tuttavia, strategicamente, avrebbero perso la guerra; l'economia mondiale dipenderebbe dalla buona volontà dell'Iran. Per non parlare poi dell'obiettivo del "cambio di regime", espresso all'inizio.[*3] Il narcisismo morboso di Trump è capace di molte cose, ma è quasi impossibile trasformare in una vittoria. Il regime iraniano è consapevole della sua buona posizione strategica [*4], e di conseguenza avanza richieste corrispondenti agli Stati Uniti: riparazioni, garanzie di sicurezza, abbandono delle basi militari statunitensi nella regione, formalizzazione del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz. In caso di continuazione dell'escalation -  che Teheran cerca proprio attraverso l'uso di munizioni a grappolo contro Israele - il regime potrebbe anche sperare in degli effetti di solidarietà tra la popolazione; se, ad esempio, il governo di destra israeliano permettesse deliberatamente che, come parte di misure di ritorsione, venissero attaccati obiettivi civili. L'Iran punta proprio sul tempo che Washington non ha: le elezioni di novembre, l'inizio della stagflazione, una crisi economica mondiale imminente e il potenziale di crisi sui mercati finanziari instabili, trasformerebbero una lunga guerra in un fiasco economico. L'Iran, non solo può bloccare i combustibili fossili, ma può anche tagliare l'approvvigionamento essenziale di fertilizzanti e di materie prime (elio) per l'industria IT e A.I. Inoltre, simultaneamente, non è possibile rovesciare il regime semplicemente bombardandolo. Anche il controllo dello Stretto di Hormuz avrebbe potuto essere garantito solo per mezzo di un massiccio dispiegamento di truppe di terra. A tal proposito, questa trappola strategica, in cui Trump si è ora cacciato, illustra non solo i suoi deficit intellettuali, ma anche le carenze dei sistemi autoritari. Trump a suo tempo, all'inizio della guerra, mise in dubbio l'esistenza del regime iraniano e tuttavia, allo stesso tempo, non prese alcuna misura per proteggere lo Stretto di Hormuz, sperando in una rapida fine della guerra, simile all'intervento in Venezuela. [*5] Il fatto che un regime iraniano che, lottando per la propria sopravvivenza, bloccherebbe lo Stretto di Hormuz è cosa comunemente ben nota negli ambienti militari. Sicuramente, anche queste informazioni sono state portate alla Casa Bianca - ma Trump è circondato da un circolo di opportunisti e di uomini-sì, [*6] i quali agiscono solo come dei semplici incoraggiatori dell'umore del presidente. Se ora Trump spera in una ripetizione dello scenario del Venezuela, allora i suoi subordinati la vedranno in tal modo, e lo incoraggeranno in questo.

     Tutto ciò ricorda in modo evidente l'inizio della guerra in Ucraina, quando Putin era stato informato dai servizi segreti russi (FSB) con valutazioni positive della situazione, in quanto il presidente russo era fermamente convinto di poter conquistare l'Ucraina praticamente senza sforzo, dall'oggi al domani, nell'ambito di una rapida operazione militare.[*7] Poche settimane dopo il fiasco ucraino di Putin, l'FSB veniva epurato; mentre invece il presidente russo è ancora in carica. A Washington, dove Trump ora incolpa il suo estremista di destra "Segretario alla Guerra" Pete Hegseth per la guerra [*8], la situazione è simile, e probabilmente una rapida fine della guerra in Iran arriverà solo grazie a delle concessioni significative da parte di Trump. Pertanto, le negoziazioni tra Stati Uniti e Iran sono accompagnate da una rapida concentrazione delle truppe di intervento da parte di Washington: Marines specializzati in operazioni anfibie e paracadutisti vengono schierati nella regione. Allo stesso tempo, durante le negoziazioni, entrambe le parti mantengono in atto la loro guerra economica retorica (vedi "Economia di guerra vs. guerra economica") [*9]: Trump dichiara costantemente che i negoziati stanno procedendo bene in modo da alleviare così la pressione sui prezzi dell'energia e sui mercati finanziari, mentre nel contempo Teheran nega categoricamente di aver partecipato a dei colloqui per mantenere questa pressione sui prezzi il più possibile. Visto che il numero totale delle truppe di terra statunitensi sarà per il momento intorno ai 10.000 uomini, si ritengono probabili attacchi selettivi nel caso che i negoziati fallissero venerdì prossimo. Anche una protezione affidabile dello Stretto di Hormuz e della costa del Golfo iraniano, sarebbe possibile solo con un dispiegamento di circa 100.000 uomini. Ecco perché sembra più probabile un attacco al porto petrolifero iraniano sull'isola del Golfo di Charg, attraverso la quale, come è ben noto, più del 90% del petrolio iraniano viene esportato. Con l'occupazione dell'isola, l'Iran verrebbe privato di quasi tutti i ricavi petroliferi, mentre allo stesso tempo Washington potrebbe ulteriormente minare l'approvvigionamento cinese di combustibili fossili; sia il Venezuela che l'Iran esportano quasi esclusivamente il loro petrolio verso la Cina. Trump potrebbe così puntare a uno dei suoi tipici accordi: far pagare per Hormuz.

     Tuttavia, un'escalation del genere, accompagnata dallo schieramento di truppe di terra, potrebbe avere come conseguenza una perdita di controllo sulle dinamiche della guerra. Il dispiegamento delle truppe di terra statunitensi sulle Isole del Golfo al largo della costa iraniana, verrebbe probabilmente accompagnato da gravi perdite, dal momento che tali truppe possono essere facilmente colpite dalla terraferma. Per farlo, non sono necessari sistemi d'arma sofisticati, dato che le Isole del Golfo – anche l'occupazione di una catena di isole nello Stretto di Hormuz è in discussione – si trovano a meno di 30 chilometri dalla montuosa terraferma iraniana, mentre il rifornimento delle truppe statunitensi dovrebbe avvenire tramite il Golfo Persico. Questa costellazione, sarebbe perfetta per la guerra asimmetrica che viene praticata, in particolare, dalle Guardie della Rivoluzione iraniane. L'Iran amplierebbe anche i suoi attacchi alle infrastrutture degli Stati del Golfo, i quali sono già sul punto di partecipare ufficialmente alla guerra - l'Arabia Saudita viene considerata il sostenitore più importante di questa guerra, insieme a Israele. Non solo la produzione di gas e di petrolio potrebbe venire colpita, ma anche gli impianti di desalinizzazione che forniscono gran parte dell'acqua potabile della regione (oltre il 90% in alcuni Stati del Golfo!). Non solo a livello globale, ma anche regionale, le conseguenze di una simile perdita di controllo militare - in cui la logica dell'escalation verrebbe portata ai suoi estremi, che finirebbero per essere semplicemente apocalittiche. I dispotismi del Golfo, i quali dipendono dagli impianti di desalinizzazione, non potrebbero più essere riforniti anche mediante petroliere d'acqua; l'Iran sta bloccando lo stretto corrispondente. Le conseguenze di una perdita di controllo stanno diventando sempre evidenti: crisi idrica nel Golfo e in Iran, crollo economico globale e svalutazione inflazionistica, enormi interruzioni nelle catene di distribuzione e produzione, specialmente nell'industria IT, crisi globale della fame, soprattutto ai margini del sistema mondiale. L'attuale guerra con l'Iran diventerebbe un catalizzatore di crisi globale, non solo in termini economici ma anche ecologici.[*10]

- Tomasz Konicz *** - 26.03.2026 -
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NOTE:

1 https://www.konicz.info/2016/12/16/donald-trump-und-die-zeit-des-borderliners/

2 https://de.wikipedia.org/wiki/Alternative_Fakten

3 https://www.konicz.info/2026/03/01/krieg-als-krisenkatalysator/

4 https://www.wsj.com/world/middle-east/iran-war-negotiations-demands-85555522

5 https://www.konicz.info/2026/03/01/krieg-als-krisenkatalysator/

6 https://www.msn.com/en-us/news/politics/trump-admits-he-buys-shoes-for-cabinet-members-after-rubios-oversized-kicks-go-viral/ar-AA1YAwIA

7 https://www.konicz.info/2022/05/25/rackets-und-rockets/

8 https://www.msn.com/en-us/news/politics/trump-throws-hegseth-under-the-bus-and-blames-him-for-starting-iran-war/ar-AA1ZeSe1

9 https://francosenia.blogspot.com/2026/03/la-guerra-e-la-guerra.html

10 https://www.konicz.info/2026/03/01/krieg-als-krisenkatalysator/

mercoledì 25 marzo 2026

«A spese dei produttori» !!!

Cos'è l'imperialismo di crisi?
- E in cosa differisce dall'imperialismo classico delle epoche precedenti? -
di Tomasz Konicz

   Con "Imperialismo di crisi" si fa riferimento alla ricerca dell'ottenimento di un dominio statale – attuato con mezzi economici, politici o militari – in quella che è un'epoca segnata dalla contrazione del processo di valorizzazione del capitale. Gli apparati statali dei centri del sistema mondiale aspirano a stabilire la loro supremazia, in quello che è il contesto di una crisi sistemica alimentata, da un lato, da un incremento permanente di produttività che, da un lato, crea regioni di terra bruciata economicamente ed ecologicamente, principalmente ai margini, mentre dall'altro rende impossibile l'emergere di un nuovo regime di accumulazione nel quale il lavoro salariato in massa verrebbe sfruttato nella produzione di merci. Questo processo di crisi, viene accompagnato da un debito, il quale cresce più rapidamente di quanto lo faccia la produzione economica mondiale, e che in tal modo porta al formarsi sempre più di un'umanità economicamente superflua; così come esplicitato, ad esempio, dalle crisi migratorie degli ultimi anni. Ed è qui che risiede la differenza fondamentale rispetto all'imperialismo delle epoche precedenti, dal momento che quest'ultimo si è svolto invece in una fase storica di espansione di un'espansione del capitale – iniziata in Europa nel XVI° secolo – e che fu proprio alimentata per mezzo dello sfruttamento omicida di masse di operai. Il saccheggio di risorse - quali oro e argento nell'America Latina - e l'istituzione di nuovi mercati nei paesi del Sud del Mondo - canna da zucchero, spezie, ecc. - poteva essere raggiunta solo attraverso lo sfruttamento massiccio del lavoro, di solito ottenibile solo attraverso il lavoro forzato. La scia di sangue, lasciata da questa espansione imperialista del sistema mondiale capitalistico, che ha incessantemente integrato sempre più, nel mercato mondiale, le nuove regioni periferiche - facendolo spesso attraverso la violenza militare - si estende a partire dal genocidio dei popoli indigeni dell'America Latina e Centrale, e passa per il triangolare commercio atlantico degli schiavi, o per lo sfruttamento dell'India da parte dell'Impero Britannico, e arriva alle atrocità dell'imperialismo belga nel Congo della fine del XIX° secolo - le cui ripercussioni si fanno sentire ancora oggi - allorché il mancato rispetto della produzione delle quote di gomma, da parte dei lavoratori forzati, portò alle più gravi mutilazioni, come l'amputazione delle mani. La sete di espansione - in ultima analisi militare - degli Stati imperialisti, deriva dal vincolo oggettivo che il capitale ha a valorizzarsi, laddove le tendenze imperialiste riescono a ottenere dinamismo proprio in risposta alle contraddizioni interne del processo di valorizzazione: l'eccessiva accumulazione di capitale alla ricerca di investimenti, le crescenti tensioni sociali che la colonizzazione dovrebbe placare, oppure la domanda di capitale, relativa a materie prime e fonti energetiche che non possono essere sfruttate sul territorio nazionale, spesso incoraggia gli Stati, che hanno mezzi sufficienti di potere, a intraprendere le corrispondenti forme di espansione imperialista.

  Dopo il XX° secolo, durante il quale - a causa della "Guerra Fredda - furono attuate pratiche di imperialismo piuttosto informali, le quali consistevano nell'installare, nella periferia - tramite pressioni economiche o per mezzo di colpi di stato orchestrati dai servizi segreti, - regimi dipendenti, ma formalmente sovrani. Questo secolo, vide così la ricomparsa di forme di aggressione imperialista diretta, e che interagiva con il declino imperiale degli Stati Uniti, e con le crescenti tendenze alla disintegrazione statale e sociale nella periferia. Cosa che comportava anche il rischio di grandi guerre tra le principali potenze imperialiste. Durante la sua fase di espansione storica, il sistema capitalista mondiale fu caratterizzato da dei cicli egemonici in cui una grande potenza imperialista riuscì a conquistare una posizione egemonica, tollerata, almeno temporaneamente, dalle potenze concorrenti. Il XIX° secolo era stato pertanto segnato da un ciclo egemonico britannico, e il XX° da un ciclo egemonico americano, basato però sull'ascesa industriale seguita poi dal declino. Il moltiplicarsi dei conflitti militari, è l'espressione del declino egemonico degli Stati Uniti, e questo sebbene la crisi socio-ecologica del capitale impedisca l'emergere di una nuova potenza egemonica. La Cina, impegnata in una lotta egemonica globale con Washington, non è in grado di succedere agli Stati Uniti in quanto "poliziotto mondiale", e questo a causa delle crescenti contraddizioni interne legate alla crisi (crisi del debito e del settore immobiliare). L'attuale fase di escalation del conflitto militare, è pertanto solo una satira sanguinosa, e molto reale, del discorso di un "ordine mondiale multipolare", che viene sostenuto da tutti i concorrenti imperiali degli Stati Uniti in declino. La crisi sistemica impedisce l'emergere di un nuovo egemone, e questo mentre molti apparati statali continuano comunque a cercare - invano, in definitiva - di diventare potenti quanto gli Stati Uniti; nel momento in cui l'erosione dell'egemonia americana dà loro lo spazio per manovrare e portare avanti le proprie avventure militari. Inoltre, le crescenti contraddizioni interne, stanno facendo riemergere la sete di espansione imperiale (ad esempio, Russia, Turchia).

     Una importante differenza concreta, rispetto a quella che è stata la ricerca della dominazione imperiale nei secoli passati, risiede perciò nel fatto che la ricerca di canali commerciali e di "manodopera", che possano essere sfruttati tramite un'integrazione forzata nel mercato mondiale, oggi non gioca più alcun ruolo, e questo a causa della crisi sistemica di sovrapproduzione menzionata sopra che colpisce il sistema mondiale globalizzato. Nell'imperialismo di crisi tardivo del capitalismo della fine del XXI° secolo, la sete di espansione imperialista si traduce nei tentativi di isolamento e di emarginazione attuati nei confronti delle masse della periferia, ormai diventate economicamente superflue; e questo sia nella "Fortezza Europa" che negli Stati Uniti. In tal senso, l'espansione si trasforma perciò nella compartimentazione che divide i centri dalla periferia, la quale non svolge più alcun ruolo se non quello di mercato outlet. La periferia decadente, con i suoi "Stati falliti", ora svolge solo un ruolo di fornitore di materie prime visto nel contesto dell'estrazione, la quale si basa anche su delle forme di disgregazione rispetto a quello che era stato l'"imperialismo informale" del XX° secolo, nella misura in cui - per esempio riguardo all'estrazione del cobalto nel Congo - le strutture di potere locali post-statali (milizie, gang, sette, ecc.) ora organizzano autonomamente l'estrazione delle risorse, per poi trasportarle sul mercato mondiale attraverso dei percorsi oscuri, tramite degli intermediari. Militarmente, i centri interagiscono con le regioni della cosiddetta "terra bruciata" solo nel contesto della "guerra per l'ordine mondiale" (Robert Kurz), nella quale la periferia dev'essere stabilizzata per mezzo dei processi di costruzione statale ("costruzione della nazione") o quanto meno neutralizzata militarmente, essendo un fattore dirompente. La campagna mondiale d'attacco con droni condotta dagli Stati Uniti, un tempo «gendarme del mondo», nell'ambito della «guerra al terrorismo», o anche gli interventi, tutti destinati al fallimento, dell’Occidente in Afghanistan e in Somalia, rientrano in questa categoria di lotta imperiale contro i mulini a vento, intrapresa dai centri nella periferia, contro le conseguenze sociali della crisi sistemica che proviene dai centri stessi. L'era attuale dell'imperialismo di crisi si caratterizza, pertanto, a partire dall'interazione tra il dominio da parte dello Stato e il processo di crisi del capitale che persegue una dinamica feticistica autonoma mediata dal mercato e alimentata dalle contraddizioni interne del capitale (e che, nella competizione di mercato, tende a liberarsi della propria sostanza: il lavoro che crea valore). Le élite funzionali degli apparati statali si trovano così di fronte alle conseguenze della crisi, la quale si svolge «a spese dei produttori» (Marx), rimanendo così esposta a una forza esterna e naturale, e questo sebbene le contraddizioni, e le crescenti distorsioni (debito, erosione sociale, crisi economiche e ambientali, ecc. siano il prodotto inconscio degli attori di mercato, nella loro ricerca della massima valorizzazione del capitale. Così facendo, il capitale ha generato una formazione sociale che non controlla tutta questa dinamica cieca, e che viene infine spinta, da essa, verso il collasso sociale ed ecologico.

   La concorrenza tra gli Stati, derivante da questa crisi sistemica di sovrapproduzione, porta pertanto all'emergere di un imperialismo che si fonda su base economica, e che cerca di ottenere i più alti surplus commerciali possibili. Grazie a queste eccedenze commerciali, la crisi di sovrapproduzione, così come il vincolo relativo al Debito che l'accompagna, vengono esportati in quei paesi che mostrano un deficit sempre più grande. Su questo terreno, dopo l'introduzione dell'Euro, la Repubblica Federale Tedesca si è dimostrata particolarmente efficace. Il dominio politico della Germania nell'eurozona, è per l'appunto il risultato dei colossali surplus commerciali tedeschi realizzati nel periodo tra l'introduzione dell'euro e la crisi dell'euro, e che hanno portato alla crisi del debito nell'Europa meridionale, e alla deindustrializzazione nei paesi indebitati; nel mentre che la base industriale dell'industria esportatrice tedesca rimaneva intatta. Dopo lo scoppio della crisi dell'euro, il ministro delle Finanze tedesco Schäuble riuscì a imporre unilateralmente, agli Stati in crisi - sotto forma di una rigida politica di austerità, e dopo aspri scontri politici -  le conseguenze dello scoppio delle bolle del debito europeo, le quali erano andate di pari passo con i surplus commerciali tedeschi, allargando così il divario economico già esistente tra Berlino e la "sua" zona euro; consolidando in tal modo la pretesa della Germania alla leadership, mentre gli Stati soggetti a distruttive politiche di austerità, come la Grecia, dovevano accettare notevoli perdite di sovranità. Il protezionismo crescente degli ultimi anni, emerso dalla prima amministrazione Trump, costituisce una reazione a una simile tendenza - nata dalla crisi - a cercare surplus commerciali più elevati possibile. Prima delle guerre commerciali aperte scatenate da Trump a causa della progressiva deindustrializzazione degli Stati Uniti, molti Stati avevano già cercato di migliorare il proprio equilibrio commerciale per mezzo di politiche di svalutazione competitiva della loro moneta. In tal modo, il processo di crisi oggettiva del capitale si sviluppa pertanto attraverso i corrispondenti scontri tra Stati imperialisti in crisi; vale a dire che l'attuazione della dinamica di crisi, mediante lotte di potere economiche, geopolitiche, di intelligence o militari, costituisce il nucleo oggettivo del modo di agire dell'imperialismo di crisi. E questo non vale non solo per i centri in via di erosione (ad esempio nell'Europa meridionale), ma vale anche per la periferia del sistema mondiale, dove il processo di crisi è più avanzato, e dove la disintegrazione sociale generalizzata si trasforma in disintegrazione statale. Gli interventi imperialisti in Siria e in Libia, dopo la "Primavera Araba", quando i regimi di modernizzazione falliti, diventati delle cleptocrazie, vennero minacciati da delle disperate rivolte, apparve chiaramente come i disordini legati alla crisi avessero aperto lo spazio a delle manovre per interventi imperiali. Le tensioni sociali nello spazio post-sovietico, laddove l'egemonia russa si è rapidamente erosa, fino ad arrivare allo scoppio della guerra in Ucraina, hanno rivelato una simile dinamica di protesta, di rivolta e di interventi esterni. La Russia di Putin ha scelto di lanciare la guerra d'aggressione contro l'Ucraina, proprio sotto l'influenza delle rivolte in Bielorussia e Kazakistan.

   A volte, gli Stati con ambizioni imperiali sfruttano direttamente le conseguenze delle crisi: la Turchia islamo-fascista di Erdogan, ad esempio, ha usato i flussi migratori verso l'Unione Europea come leva di pressione per estorcere concessioni e denaro a Bruxelles e a Berlino. In maniera analoga, l'espansione imperialista nel nord della Siria, e nel nord dell'Iraq, è stata giustificata da Ankara a partire dal desiderio di voler concentrare, in futuro, i rifugiati in queste regioni. L’imperialismo quindi non deve essere considerato, da un punto di vista storico, semplicemente come un precursore ideologico e pratico degli eccessi fascisti: lo stesso processo si sta verificando anche nell’attuale crisi sistemica. La ricerca del dominio imperialista interagisce anche con la crisi ecologica del capitale che, a causa del suo imperativo di crescita, è incapace di stabilire una riproduzione dell'umanità che rispetti le risorse e il clima. Un esempio, ne sono le tensioni nel Lontano Nord, nell'Artico, laddove il rapido scioglimento della calotta glaciale sta aprendo nuove rotte marittime, rendendo così accessibili nuovi giacimenti di combustibili fossili; il cui sfruttamento diventa così oggetto di una disputa tra i paesi rivieraschi di Russia, Stati Uniti, Canada e Unione Europea. Il conflitto tra Russia e Occidente sull'Ucraina, iniziato nel 2013, come una lotta tra aree economiche concorrenti (UE e Stati Uniti contro la desiderata "Unione Eurasiatica" di Putin), ora ha assunto una sua componente di politica climatica. L'Ucraina ha dei terreni neri-argillosi assai fertili che - di fronte alle imminenti carenze alimentari legate al clima e alle future crisi alimentari - stanno ora rapidamente guadagnando valore, in quanto leva di potere geopolitico; il cibo potrebbe diventare il petrolio del XXI° secolo. La crisi spinge perciò i mostri statali del tardo capitalismo a confrontarsi tra loro; sia economicamente che ecologicamente. L'imperialismo di crisi è pertanto simile - per restare nella metafora della crisi climatica - a una lotta spietata per la sopravvivenza su un iceberg che si sta sciogliendo, o sul Titanic che sta affondando. Ma dal momento che la crisi socio-ecologica del sistema non può essere risolta nel quadro del sistema mondiale capitalistico, L'imperialismo di crisi trova così il suo sfogo in una grande guerra che, a causa del potenziale distruttivo accumulato nel tardo capitalismo, avrebbe oggi delle conseguenze catastrofiche. Senza una trasformazione emancipatoria del sistema, il crollo della civiltà capitalista rischia pertanto di portare a una catastrofe climatica e a una guerra nucleare.

- Tomasz Konicz, 23 giugno 2022 -  fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

martedì 24 marzo 2026

Bolle & Cannibali…

 

Capitali Cannibali
- Il potenziale dirompente dello sviluppo dell'I.A., si manifesta chiaramente nella crescente instabilità dei mercati finanziari negli USA -
di Tomasz Konicz

   Attualmente, oltre che della guerra con l'Iran, i mercati finanziari sono preoccupati a causa delle situazioni che si legano all'ascesa dell'industria dell'Intelligenza Artificiale: da un lato, c'è il timore che il potenziale produttivo dei "Large Language Models" (LLM), e quello degli agenti I.A., sia stato sovrastimato, e che pertanto i loro costi siano stati sottovalutati, se visti nel contesto della consueta formazione speculativa di bolle finanziarie. La costruzione, dispendiosa in termini di tempo delle infrastrutture, la sua rapida obsolescenza e i costi operativi assai elevati; il calcolo sobrio di questi fattori per l'azienda sta lentamente assumendo sempre più peso nel momento in cui si guarda a una landa incolta dove ancora nessuna delle grandi start-up è redditizia. Dall'altra parte, cresce invece la paura delle conseguenze che porterà la rivoluzione della I.A., qualora essa dovesse prevalere solo parzialmente: quali saranno i settori dell'economia, o i modelli operativi, che saranno assorbiti dalla nuova forma organizzativa in gran parte automatizzata? L'I.A. antropica e aperta non genera profitti, ma accumula perdite enormi, anche se sono già stati sperperati centinaia di miliardi di dollari. Tutti questi afflussi di capitale dovranno però ancora continuare a lungo: Anthropic prevede di diventare redditizia a partire dal 2028, e Open AI dal 2030. Il settore, si trova ancora nella fase di espansione, laddove il numero di utenti del servizio dovrebbe crescere il più rapidamente possibile, sempre con alte perdite finanziarie, e al fine di ridurre così successivamente tutti i costi operativi e poter aumentare i prezzi per gli utenti. Anche gli abbonamenti I.A. già esistenti vengono stimati a partire dal loro accumulo di enormi perdite; come l'abbonamento Claude A.I. di Anthropotic, che ha un prezzo di circa 200 dollari e un costo operativo stimato di 5.000 dollari per unità. Il calcolo degli investitori, è quello che prevede che le scoperte tecnologiche e le economie di scala renderanno questo modello di business redditizio. Tuttavia - a differenza delle precedenti ondate tecnologiche nell'industria IT - l'uso su larga scala di agenti LLM e IA non produce economie di scala corrispondenti, poiché la loro fame di energia costituisce un fattore di costo troppo importante. Inoltre, lo sviluppo costoso dell'infrastruttura necessaria a diffondere l'uso della A.I. sta sempre più vacillando. Nonostante i buoni risultati operativi, il gruppo IT Oracle viene ora considerato come se fosse il proverbiale canarino nella miniera dell'industria della I.A.: l'azienda si trova ora a essere fortemente indebitata, e ha stipulato dei costosi obblighi contrattuali per un valore superiore a 500 miliardi di dollari; assunti soprattutto per poter costruire dei nuovi data center. Nel frattempo, si accumulano notizie relative a progetti cancellati: Oracle e Open AI, si stanno astenendo dall'espandere il loro data center più importante in Texas, mentre Oracle vuole tagliare 30.000 posti di lavoro in modo da poter così raccogliere i fondi per continuare l'espansione, visto che le banche statunitensi limitano i loro finanziamenti. I data center di Microsoft, vogliono ritirarsi dai contratti di locazione con Open AI. Nvidia ha recentemente relativizzato il suo impegno, abbassandolo a investire solo 100 miliardi in Open AI. Nel frattempo, i costi economici e politici dei data center stanno aumentando. L'anno scorso, negli USA sono stati abbandonati 25 progetti; si stima che circa la metà dei centri mondiali previsti per il 2026 verrà ritardato, e l'effetto sarà devastante, e questo a causa della rapida obsolescenza del settore. Oracle si avvale dei chip Nvidia della generazione Blackwell, i quali bem presto diverranno obsoleti. L'azienda sta costruendo "i data center di ieri con il debito di domani"; così i media statunitensi hanno deriso la cosa.

   L'ascesa dell'industria della I.A., sta destabilizzando anche chi è già in difficoltà a causa dei fondi di private equity: si tratta assai meno dli investimenti diretti dalla I.A. - come quelli guidati da Blue Owl Capital o Softbank - e più di possibili effetti di cannibalizzazione che si verificheranno all'interno dei loro portafogli. Il loro modello di business, assai spesso consisteva nell'acquistare aziende software per poi ritagliarle in modo da poter così massimizzare i profitti. Attualmente, il colosso del settore Blackstone sta negoziando una joint venture con Anthropic, in modo da poter così ancorare il suo modello di IA, Claude, nel portafoglio di altre aziende del fondo. L'obiettivo è quello di automatizzare i processi aziendali, e aumentare la produttività. Tuttavia, è proprio qui che risiede il rischio. Molte delle soluzioni software-as-a-service (SaaS) - che sono diventate lo standard IT nelle aziende nell'ultimo decennio, e la cui ascesa è stata guidata da quegli stessi fondi di private equity – con l'IA generativa potrebbero diventare obsolete. I fondi di investimento concorrenti, come Thoma Bravo o Vista Equity Partners, specializzati nell'acquisto di tali fornitori, verrebbero particolarmente colpiti. I fondi si trovano pertanto di fronte a un dilemma: se essi si affidano costantemente alla I.A., rischiano la "cannibalizzazione" dei propri mercati. Mentre se non lo fanno, rischiano di rimanere indietro nella concorrenza di mercato, come recentemente è stato riportato dal canale business statunitense CNBC. Ed in tal modo, i fondi che hanno reso popolare il principio SaaS potrebbero così diventare essi stessi l'acceleratore di una vera e propria apocalisse software, che ha cominciato ora a riflettersi nei cali di prezzo di molte azioni IT. Simultaneamente, il settore delle società finanziarie e di investimento, nel suo complesso, sta ora entrando in difficoltà: le banche appaiono sempre più riluttanti a finanziare delle acquisizioni di società, e quelli che sono i pesi massimi, come Blackrock, a volte hanno dovuto limitare i pagamenti relativi ai singoli fondi, dopo che gli investitori avevano sempre più ritirato del capitale. Pertanto gli investitori privati sono stati, così, fondamentali nel dare vita al boom della I.A.. Se il mercato dovesse raffreddarsi, il settore ne soffrirebbe immediatamente le conseguenze; sia a causa dei fallimenti che delle storie di successo cannibalistiche.

- Tomasz Konicz - Pubblicato il 19/3/206 su "Jungle World " -

domenica 22 marzo 2026

Bastardi !!

- TURISMO IDEOLOGICO -

« Come quegli intellettuali di sinistra il cui fanatismo, o la cui stupidità, li ha definitivamente protetti dalla realtà. In questi ultimi giorni, la stesso modo in cui, una volta o di recente, sedotti dal bolscevismo e dal maoismo, venivano invitati a un viaggio lampo a Mosca o a Pechino, dove il Partito li menava per il naso in modo che, al loro ritorno, potessero così raccontarci di un'URSS e di una Cina di fantasia, alcuni tristi pagliacci della sinistra radicale sono andati a L'Avana per recitare il ruolo di combattenti della resistenza da spiaggia, alimentando in tal modo la propaganda del regime di Castro, soddisfatta di poter mostrare, in televisione e nei giornali statali, in un paese dove ogni libertà di espressione è vietata, quali sono i propri alleati.
   In questi ultimi tempi, la popolazione cubana, precipitata in una situazione economica e sociale catastrofica - aggravata negli ultimi tempi dalle misure adottate da Trump per impedire qualsiasi rifornimento di petrolio - a fronte di  una terribile carenza di cibo e soggetta a interruzioni permanenti di corrente, si è ribellato qua e là nel corso di scontri notturni, chiedendo cibo, elettricità e, soprattutto, libertà. A Moron, una piccola città nella provincia di Ciego de Avila, i giovani hanno dato fuoco alla sede locale del Partito Comunista. Ma ancora una volta, l'unica risposta del regime alla disperazione dei cubani, è stata la repressione, l'unico comparto che funziona senza intoppi in un'isola dove tutto sta andando a rotoli.
Nutriti e ospitati in hotel di lusso, dove il cittadino cubano comune non può mettere piede, ovviamente i miserabili pagliacci venuti a fare turismo ideologico non hanno avuto alcun contatto con questa popolazione abbandonata, affamata e repressa. Dal suo hotel a 5 stelle, quel mascalzone di Pablo Iglesias, quello stesso che pensa e afferma che la colpa dei comunisti spagnoli sarebbe stata quella di non aver eliminato abbastanza anarchici durante la Guerra Civile Spagnola, è intervenuto per dire che tutto sommato che non si sta così così male. Tutto questo, mentre i miseri idioti che lo hanno accompagnato in questo viaggio indecente posavano per la foto al fianco dei dignitari del Partito, carnefici di un popolo in agonia, il tutto in un'atmosfera festosa piuttosto oscena, se si pensa a ciò che stanno vivendo i cubani.
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- da: Floréal, "Tourisme idéologique", 22 mars 2026 -