
Anti-ebraismo e strumentalizzazione anti-sionista dell'universale
Un estratto, dal libro di Julien Chanet "L'Incendio Universale. Il tema dell'antisionismo nella sinistra" (Crisis and Critique, 2026)
Per comprendere il modo in cui si sia potuto perpetuare e riconfigurare un entusiasmo che prima era anti-ebraico e poi anti-israeliano, partiamo da una conferenza, tenuta da Jacques Ehrenfreund poche settimane dopo il 7 ottobre [*1]. Lo storico ricordava, in quella conferenza, quali sarebbero state le fondamentali origini dell'antigiudaismo cristiano tradizionale - almeno fino al Concilio Vaticano II (1965) - sottolineando quale sia stato il ruolo centrale della teologia della sostituzione. Essa postula che l'umanità avrebbe compiuto progressi decisivi per mezzo dell'avvento del Cristo Redentore, passando così da un mondo di particolarismi tribali e sparsi – quello dell' cosiddetto "Antico Testamento" – all'unità spirituale della comunità degli uomini: il Popolo di Dio del "Nuovo Testamento", ora «liberato da un'ossessione per il Popolo e per la Legge».
L'universalismo cristiano visto come fine della storia
In un tale schema, gli ebrei diventano le vestigia di un mondo passato: abbastanza minoritari da consentire loro di ricordare il passato, senza minacciare l'orizzonte di una comunione universale a venire. È questa, quanto meno, la concezione canonica della Chiesa primitiva, formulata soprattutto da uno dei suoi padri fondatori, Sant'Agostino. Intrappolato nella rete di un sistema di pensiero profondamente xenofobo, egli identifica i pericoli che gravano sul mondo, usando, per farlo, un prisma ebraico, e presentando «gli ebrei come se fossero l'antitesi, non solo dei cristiani ma anche degli esseri umani in generale» [*2]. Contrariamente alla concezione più assolutista attribuita a San Giovanni, Agostino sosteneva però di non uccidere gli ebrei. Come spiega David Nirenberg, «Gli ebrei sono i migliori garanti della verità della Legge. […] Così come avviene con i fossili per i naturalisti, la presenza degli ebrei sulla Terra è la prova di una tappa precedente, che nell'evoluzione verso la salvezza è stata ormai superata.» [*3]. Qui, è importante essere precisi: l'anti-ebraismo cristiano di ispirazione agostiniana, è stato costruito sia contro gli ebrei sia indipendentemente dalla loro presenza effettiva, per mezzo della figura del cosiddetto "ebreo ermeneutico". Nutrito sia dall'anti-ebraismo pagano sia dalla xenofobia statale specifica dell'Impero Romano, tale figura mirava a contenere e a neutralizzare il potere simbolico dell'ebraismo, all'indomani della fondazione fratricida del cristianesimo. Questa impresa consisteva nel ridurre gli ebrei a delle funzioni strumentali – "confinati", "esiliati" – destinate a segnare la strada verso una nuova comprensione del mondo, definita in opposizione a essi. Ehrenfreund osserva che l’antisemitismo moderno ha, per un certo periodo, rotto con il classico antigiudaismo cristiano per creare così una figura dell’ebreo ormai puramente negativa, anche nella sua potenza immaginaria. Questa rottura è stata tuttavia di breve durata. Come ci ricordano Horkheimer e Adorno, «gli antisemiti si fanno esecutori dell'Antico Testamento: si assicurano che gli ebrei che hanno assaggiato i frutti dell'albero della conoscenza tornino alla polvere» [*4]. In altre parole, l'antisemitismo razziale moderno non abolisce l'eredità teologica, ma radicalizza alcune delle sue motivazioni che ne derivano. Dopo l'Olocausto, in Europa si diffuse un potente movimento volto a delegittimare l'antisemitismo razziale. Quest'ultimo poi avrebbe rilanciato una forma di "ambivalenza" ereditata dall'antico antigiudaismo. Ora, il significato della storia viene considerato come se costituisse una via d'uscita dalla storia conflittuale, in modo che così, tra le nazioni riconciliate possano emergere pace e unità , al di là dei particolarismi e delle narrazioni nazionali antagonistiche. In un simile contesto, paradossalmente, la memoria dello sterminio degli ebrei essa la base stessa di questa trascendenza della storia: viene in tal modo chiamata a garantire che ci possa essere un ingresso in un mondo pacificato, libero dalla violenza del passato. Il 1948, con l'adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, viene pertanto interpretato come se fosse stato l'emergere di un nuovo mondo riconciliato con sé stesso. Questa proclamata rottura con il particolarismo, con l'elezione e con l'iscrizione nazionale dell'identità, trova in Hegel una formulazione filosofica emblematica: «È solo nel principio cristiano che, essenzialmente, lo spirito personale individuale acquisisce un valore infinito e assoluto; Dio vuole salvare tutti gli uomini.» [*5]. L'universalismo cristiano, è divenuto così l'implicito quadro normativo del periodo postbellico. Fu in questo contesto, che la creazione dello Stato di Israele avvenuto nel 1948 - risuggellando un legame politico e materiale tra gli ebrei e una terra – rilanciò la vecchia accusa della "sfrontatezza ebraica" che in tal modo si rifiutava di dissolversi nella comunione universale. In altre parole, osserva Ehrenfreund, «gli ebrei stanno ancora una volta dimostrando di non aver compreso quale sia il messaggio universalista.» Pertanto, i sionisti appaiono allo stesso modo in cui apparivano gli ebrei dell'"Antico Testamento"; vale a dire, gli ebrei che, nel corso della storia, vanno contromano. Come scrive lo storico Karma Ben Johanan: «I critici del sionismo, pertanto, non odiano lo Stato di Israele perché è un progetto ebraico; come ci si aspetterebbe dagli antisemiti più radicali. Ma, al contrario, l'opposizione a Israele non costituisce un odio diretto contro gli ebrei ovunque essi si trovino, ma contro gli ebrei ovunque essi apparentemente rifiutino di comprendere qual è il "vero" significato della storia ebraica». [*6] Ehrenfreund aggiunge poi, nello stesso spirito, che: «L'Olocausto avrebbe dovuto far loro capire che il loro particolarismo era finito». Tuttavia, le radici del sionismo – molteplici ed eterogenee – sono inseparabili dal carattere, strutturalmente inospitale, dell'Europa nei confronti degli ebrei; dai pogrom all'Olocausto. [*7] Secondo il punto di vista dei fondatori, tali circostanze hanno giustificato l'imperiosa necessità di fondare uno Stato, con tutto ciò che ciò esso comporta in termini di sovranità, difesa e confini. Così, in questa lettura critica, il sionismo viene pertanto squalificato, essendo visto come se fosse un reperto anacronistico – il nazionalismo statale – in opposizione al presunto senso progressista della storia. Si dice che gli ebrei abbiano tratto una «conclusione nazionale e particolarista» dalla Shoah, e ciò di cui vengono accusati è che: si trovano dalla "parte sbagliata della storia". Questa visione teleologica, e meccanicamente progressista, della storia, sebbene in gran parte datata, continua comunque a essere applicata senza che avvenga un vero e proprio esame critico quando e qualora si parla di nazionalismo ebraico. Il parallelo con la teologia della sostituzione risiede - tanto per Ehrenfreud quanto per Karma Ben Johanan - nel rifiuto della persistenza ebraica; ancor più del suo ritorno nell'ambito politico. Questo, non senza incoerenza, poiché è proprio postulando l'avvento di società post-nazionali che noi possiamo qualificare il sionismo di essere un anacronismo che minaccia la pace e l'unità dell'umanità; delineando così i contorni di un antigiudaismo contemporaneo che non sempre ammette apertamente la propria natura.
Il "Tradimento israeliano": una narrazione anti-sionista... e suprematista ebraica
Esistono, tuttavia, delle teorie che seguono la stessa linea anti-giudaica, ma che superano tale incoerenza. Pur iscrivendosi nel carattere nazionalitario (e non post-nazionale) del mondo attuale, gli ebrei avrebbero tradito un ideale di emancipazione che si incarnava nella figura dell'Ebreo Errante [*8]. Il nazionalismo ebraico, e la sua realizzazione sionista attuata attraverso la costruzione dello Stato di Israele, vengono teorizzati in questo quadro teorico nel medesimo modo, ma all'inverso rispetto al ruolo che i primi cristiani, sotto l’influenza agostiniana, attribuivano agli ebrei: perciò esso non è più il ricordo e la testimonianza di un progresso ineluttabile, ma rappresenta, piuttosto, la nostra decadenza nazionalista. [*9] L' oggettivizzazione [*10] non riguarda solo gli ebrei. E il costituirsi di un Popolo-Oggetto palestinese [*11] si perpetua nella memoria sotto forma di un popolo martire, attraverso la denuncia del genocidio, ma anche come quella di un Popolo-Cristo, con tutte le sue virtù redentrici. E così ora, all’"ebreo ermeneutico" di sant’Agostino - simbolo negativo di una visione del mondo ormai superata - fa ora da contrappunto il "palestinese ermeneutico", simbolo positivo, redentore dei nostri peccati imperialisti, capitalisti ed ecologici. Quella che viene giocata qui, è un'anacronistica, escatologica e occidentale, strumentalizzazione scollegata dalla realtà, la quale continua a colpire. Poiché la critica a Israele, quando non si basa su una metafisica oziosa del sionismo ma rivolge contro un vero e proprio "kahanismo" [*12], colpisce nel segno. Per non riuscire a vedere quella che è la situazione parossistica di una deriva nazionalista e messianica, bisogna essere disonesti . Tutto ciò si traduce in un avvilimento delle norme, incluse quelle belliche e militari, a favore di un rovinoso futuro di tipo spartano, sia in termini di potenza esterna (crimini di guerra, crimini contro l’umanità) che interna, nonché sul piano della difesa degli ebrei ovunque essi si trovino, dato che l’apparato statale israeliano non esita a stringere alleanze con dei veri e propri antisemiti – tutte cose documentate, tra l’altro, dalla rivista K [*13], ragion per cui non mi soffermo oltre. Bisogna solo aggiungere che, a tal proposito, una posizione "filo-palestinese" e, più in generale, "anti-imperialista" è del tutto legittima. Tanto quanto una posizione “sionista”, che si rifacesse anche solo minimamente alla Dichiarazione d’Indipendenza, che oggi sembra ormai così lontana, ma la cui dimenticanza non farebbe altro che avallare l’operato dei fautori della distruzione all’interno di Israele, quegli stessi che danno libero sfogo alla persecuzione dei palestinesi [*14] : «Lo Stato di Israele svilupperà il paese a beneficio di tutti i suoi abitanti; verrà fondato sui principi di libertà, giustizia e pace come ci sono stati insegnati dai profeti di Israele; garantirà la completa uguaglianza di diritti sociali e politici per tutti i suoi cittadini, senza distinzione di credo, razza o sesso» [*15]. Ma l'antisionismo è fuori strada, soprattutto quando si fa portavoce del “palestinese ermeneutico”. In Occidente, le letture "ermeneutiche", o simboliche, di "ebreo" e "palestinese" si distinguono a partire dalla loro visione del mondo. Essendo il primo legato alle ingiustizie, avviene che la lucidità e la verità si collocano dalla parte dell’antigiudaismo, mentre invece l’errore e la falsità si collocano nel “giudaismo”; mentre il secondo termine viene invece associato a una forma di mediazione redentrice. Ma tuttavia entrambi, sotto forma di una buona coscienza occidentale, condividono la condizione di quelli che sono i "limiti" del progresso umano. Pertanto, rendendo così tutta l'antichità ebraica come se fosse esclusivamente un'espressione "palestinese" – ad esempio, facendo di Gesù un palestinese, anziché un ebreo – finisce che gli ebrei israeliani, non solo incarnano esclusivamente la figura dello straniero usurpatore e ladro di terra (una visione xenofoba), ma vengono persino resi complici di un deicidio simbolico: l’uccisione del Popolo-Cristo.
Anacronismo di Israele: l'attualità di una vecchia polemica
È avendo questo in mente che bisogna leggere i testi antisionisti contemporanei. Lo storico britannico Tony Judt - nel suo libro Israel: The Alternative (2004) - naviga le acque turbolente di una teologia della sostituzione applicata alla geopolitica [*16]. Preconizzando un "Stato unico", multietnico e multiculturale, Judt appare soprattutto essere desideroso di cancellare l'esperienza statale israeliana. Nel preambolo al suo libro, egli cita "La lotta contro i Magiari" di Engels, un testo che contiene forti reminiscenze di quello che è stato un hegelismo represso - se non addirittura quasi-darwinista, per i meno indulgenti – che subordinava il socialismo all'eliminazione di alcuni gruppi etnici, che erano rimasti orfani dal processo storico ed evolutivo, e che avevano trovato rifugio sotto l'ala della protezione di alcuni imperi reazionari (in questo caso, l'Impero austriaco degli Asburgici). Engels rimprovera loro, in nome della loro autodeterminazione, di aver preferito preservare la propria "identità nazionale", piuttosto che l'internazionalismo; questo movimento reazionario sarebbe pertanto stato la causa dei fallimenti rivoluzionari del 1848. Il parallelo assume così sostanza: Israele, nel voler preservare la propria identità ebraica, e ponendosi sotto la protezione di un impero (gli Stati Uniti), si metterebbe così ora dalla parte sbagliata della storia; quella del nazionalismo etnico, contro l'internazionalismo socialista. Per Judt: « Il problema di Israele non è, come talvolta si suggerisce, quello di essere una sorta di “enclave” europea in un mondo arabo, ma piuttosto quello di essere arrivata troppo tardi. Ha imposto un progetto separatista tipico della fine del 19° secolo in un mondo che nel frattempo si è evoluto, un mondo fatto di diritti individuali, di frontiere aperte e di diritto internazionale. L’idea stessa di uno “Stato ebraico” – uno Stato in cui gli ebrei e la religione ebraica godono di privilegi esclusivi da cui i cittadini non ebrei rimangono per sempre esclusi – affonda le sue radici in un altro tempo e in un altro luogo. In breve, Israele è un anacronismo.» [*17] Pertanto, Tony Judt, morto nel 2010, scrisse nel 2004 che in Palestina il nazionalismo ebraico era anacronistico. In tal modo, si inscrive in una tradizione anti-ebraica post-Shoah - così come l'abbiamo prima definita con Ehrenfreund - laddove questo orientamento critico può solo sollevare delle domande riguardanti il contesto regionale. Il "Medio Oriente" contemporaneo non è infatti noto per il suo entusiasmo post-nazionale, e i cosiddetti stati "laici e socialisti" della regione - in Iraq, così come in Siria - non sono stati secondi a nessuno nell’instaurazione dei regimi di terrore, e nell’uso della violenza di Stato su larga scala. Eppure Judt sostiene che oramai esiste uno status quo di stati "post-razziali", per così dire, la cui pace viene minacciata dalla "nazione nascosta", che - curiosamente - è Israele! Egli cita le armi nucleari israeliane come se fossero il principale ostacolo alla non proliferazione; affermando che «Israele è stata una delle principali ragioni dell'invasione statunitense dell'Iraq, mettendo nel mirino la Siria» [*18] . Lo "stato unico" multietnico e multiculturale, difeso da Judt si basa quindi su premesse a dir poco controverse, se non addirittura paradossali. Il sionismo, presentato come il traditore di una modernità post-razziale che sarebbe stata già raggiunta altrove, dovrebbe essere superato in modo da poter così permettere l'avvento di una sovranità post-nazionale su scala globale. L'onere della prova, ricade perciò sugli ebrei in quanto tali, che così vengono chiamati a incarnare questa ipotesi universalista; al prezzo di cancellare la loro propria esperienza storica e politica. Il sionismo, pur seguendo una propria strada, non rimane impermeabile alle diverse concezioni politiche del suo tempo, e si può intendere come il proseguimento del processo di emancipazione degli ebrei a metà del XIX° secolo [*19], piuttosto che come in opposizione a esso. La modernità sionista opera pertanto per prorogare la promessa emancipatoria, non più fondandosi su uno Stato-nazione, giudicato ormai incapace di difendere e proteggere gli ebrei, anche quando questi ultimi si adeguano alla modernità, ma assumendosi la necessità di “fare nazione” per conto proprio. Questa emancipazione, prima nazionale e poi statale – anch’essa costellata di ostacoli – è stata attraversata da cima a fondo dagli strumenti di auto-interpretazione propri della prospettiva liberale. L’emancipazione quindi ne ha assimilato e ripetuto alcuni difetti, anche all’interno del sionismo, ma non tutti. Lo Stato di Israele – Stato per gli ebrei – appare allora come lo spazio di una sintesi dialettica tra esilio e territorio, tra universale e particolare. Il sionismo, in quanto prosecuzione dell’emancipazione degli ebrei a partire dalla metà del XIX° secolo, costituisce quindi un salto nella “modernità”, utilizzando le parole di Bruno Karsenti [*20], la quale può essere innanzitutto compresa nella sua dimensione interna: «Se la nazione consiste di rapporti sociali determinati, essa esisterà e si realizzerà solo all’interno di tali rapporti: è il risultato di una storia, e questa storia è sociale. Ecco perché non designa un carattere prestabilito, la cui condivisione sostanziale basterebbe a definire l’identità reale, ma bensì una forma di vita costruita e conquistata attraverso determinate pratiche […]». [*21] Sebbene per i popoli (intesi come nazioni) e per gli Stati (talvolta privi di una nazione definita) non esista alcuna fatalità che li costringa a costituirsi in Stati-nazione dove comunità politica e comunità etnica si sovrappongono, tuttavia avviene che entrambi siano spinti a investire nell’ingegneria stato-nazionale al fine di non essere relegati al rango di “nazioni-scarto” perdenti del gioco inter-stato-nazionale, diffuso dal sistema mondiale dei rapporti sociali capitalistici. Poiché la modernità deve essere compresa in una prospettiva dialettica, essa stessa produce delle opposizioni alle tendenze criminali o omogeneizzanti inerenti alla ricerca della sovranità, in particolare per vie giuridiche sovranazionali o etiche, puntando ad esempio sui diritti umani. A loro volta, questi ultimi devono essere oggetto di una critica dialettica, in modo da separare il grano (la solidarietà, la libertà e l’uguaglianza e la necessità di approfondirle insieme) dal loglio (il discorso dei diritti umani al servizio di una politica dell’efficienza dei mercati) [*22].
Cosa si intende per “distruzione delle istituzioni sioniste”?
Nel momento in cui viene posto questo punto di teoria politica, esso autorizza, come minimo, un profondo sospetto nei confronti di chiunque affermi di volere la distruzione di Israele – anche fosse solo la distruzione- della "istituzione sionista" - anche sebbene affermi, simultaneamente, di non voler distruggere la società israeliana, né, a fortiori, tentare di ucciderne tutti i suoi membri. Un approccio durkheimiano allo Stato, respinge radicalmente una simile dissociazione. E questo dal momento che lo Stato è il luogo dove le emanazioni sociali e simboliche di una società si concretizzano istituzionalmente - vale a dire, politicamente e legalmente - per cui, allora, la distruzione "dall'alto" delle strutture statali equivale necessariamente al desiderio di distruggere le stesse strutture sociali, lasciando il campo aperto a una nuova élite che possa disporre della popolazione. Naturalmente, le istituzioni non possono essere ridotte allo Stato; ma, al contrario - a meno che non adottiamo una lettura neoliberale - esse costituiscono l'architettura stessa dello Stato. L'obiettivo appare pertanto chiaro, sebbene raramente venga formulato come tale: attaccando le "istituzioni sioniste", si tratta perciò di rifiutare autorevolmente qualsiasi ritorno degli ebrei nella sfera politica autonoma, e chiudere definitivamente la parentesi israeliana. Essendo un impero fasullo, frutto di un pensiero magico, anti-dialettico e profondamente antimarxista, distruggere Israele, inteso come “istituzione sionista”, per mano di forze esterne, non ha in realtà nulla a che vedere con la teoria marxista del deperimento dello Stato. Allo stesso modo, le prospettive post-statali, confederali o federative rientrano in orizzonti teorici distinti, che non possono essere confusi con una pura logica di distruzione. Pertanto, in un’epoca in cui Jean-Luc Mélenchon – per il quale Volodymyr Zelensky ora non sarebbe altro che il “presidente di nulla” [*23] – sostiene la Russia, e quindi di fatto Vladimir Putin, per il quale l’Ucraina non è altro che“nulla”, e viene celebrato dallo pseudo-marxismo “decoloniale” in piena deriva teorica, ecco che non c’è da stupirsi se - per la sola forza del pensiero astratto e di un imperialismo antiebraico - alcuni vogliono far sparire un paese che non gradiscono.
Contro l'antisionismo e la strumentalizzazione dell'universalismo: liberarsi dai residui nazionalisti e reazionari
Va inoltre precisato che, durante questo periodo di emancipazione, l’integrazione delle “nazioni ebraiche” (figure collettive parossistiche dell’Altro, e a lungo percepite come estranee alla storia) nel progetto moderno ha avuto un’importanza esemplare. Se un popolo così essenzializzato e considerato estraneo alla storia poteva accedere alla modernità politica basandosi sulla propria tradizione e sulla propria storia singolare, allora qualsiasi altro gruppo avrebbe dovuto poter, a sua volta, aderire a quel progetto. A questo titolo, le nazioni ebraiche apparvero, al termine di aspri dibattiti [*24], come dei veri e propri esempi di integrazione, strettamente legati all’idea di comunità nazionale. Il XIX° secolo vede infatti gli Stati europei riconfigurarsi, assorbire le diverse “nazioni” che li compongono ed esigere, di conseguenza, dagli ebrei - lo straniero per eccellenza - che essi rinuncino alle proprie forme di organizzazione tradizionali, per integrarsi pienamente nel progetto moderno. Tuttavia, il successo di quest'integrazione fu tale da suscitare ben presto dei sospetti: come avrebbe potuto, un popolo reputato aver vissuto così tanto a lungo "al di fuori della storia generale" partecipare così facilmente alla vita sociale, economica e intellettuale? È qui che si formula il moderno "problema ebraico". Per autori antisemiti come Drumont, questa integrazione è evidente: gli ebrei si ricostituirebbero in sottogruppi etnici, perpetuando le loro tradizioni nonostante, o addirittura contro, il progetto moderno. "Loro" non avrebbero giocato il gioco liberale dell'emancipazione individuale, ma avrebbero agito attraverso delle reti invisibili, sfuggendo alla trasparenza civica, e diventando così inaffidabili. Il risultato sarebbe una situazione paradossale: lo status giuridico e sociale degli ebrei si trasformerebbe così in direzione dell'integrazione, rinnovando simultaneamente proprio quelli che sono i termini del "problema ebraico". In tal modo, il loro stesso successo diventa sospetto, e viene reinterpretato come il nascondersi di strutture tradizionali persistenti. L'antisemitismo che ne derivò non era più principalmente razziale, ma veniva presentato come la diagnosi di un "male sociale". I meccanismi di omogeneizzazione dello Stato-nazione moderno, diventavano così una delle forze trainanti dell'oppressione degli ebrei al cuore stesso della modernità, costituendo - un ulteriore paradosso - una motivazione profondamente moderna per la creazione di una vera e propria "casa" politica. Il progetto moderno, a cui le comunità ebraiche avevano in gran parte risposto, implicava così la costituzione di un immaginario nazionale tendente verso delle forme di omogeneizzazione culturale, linguistica o etnica [*25]. Se "l'eterotopia esistenziale” [*26], destinata a realizzare l'utopia sionista, intendeva inizialmente distanziarsi dai canoni romantici del nazionalismo europeo, la sua effettiva realizzazione ne ha tuttavia ripreso alcuni tratti costitutivi. Questa evoluzione si spiega sia con i conflitti interni al movimento sionista, che hanno portato progressivamente a un consenso nazionale-statale, sia con un contesto geopolitico ostile, sia con le complesse relazioni con le potenze occidentali alleate e con i paesi arabi negli anni Venti e Trenta. Nulla di tutto ciò era tuttavia scritto in anticipo. Come sottolinea Gershom Scholem, gli intensi dibattiti e le profonde divergenze tra le diverse correnti - socialiste, sioniste nazionaliste, stataliste o culturali - testimoniano un vero e proprio «pluralismo di correnti e [il] gioco delle fazioni. […] Questa proliferazione smentisce la tesi di una visione dogmatica e unitaria». [*27] Tuttavia, viene perpetuata così la tesi di una cosiddetta unicità "sionista". Questa lettura di una storia monolitica, viene alimentata sia da alcune fazioni della classe dirigente israeliana, che fanno leva sul bisogno di sicurezza - dove il nemico palestinese serve a cementare la società israeliana attorno a un omogeneizzato "progetto sionista" - sia da una larga parte del militantismo anti-sionista, per il quale il sionismo viene indiscriminatamente confuso con il razzismo, il capitalismo, il colonialismo o l'imperialismo. Questo rifiuto a considerare la tradizione sionista in tutta la sua estensione storica, la sua pluralità interna e la sua costruzione dialettica, al fine di ridurla esclusivamente alla versione reazionaria dell'ideologia sionista promossa oggi dallo Stato di Israele, costituisce un riduzionismo problematico - se non sospetto - da parte di militanti che oggi si dichiarano critici e progressisti. Non si tratta più di analizzare una tradizione politica, ma di congelare un significante comodo che può essere immediatamente mobilitato come nemico. In quanto tale, il nome stesso di "sionismo" - presentato come avversario stabile e disponibile - appartiene allo stesso registro retorico di altre categorie squalificanti - "razzista", "indigenista", "islamo-sinistra", ecc.- la cui funzione principale è quella di suscitare, nel pubblico, rapidamente, rifiuto, disgusto e un senso di unità, a discapito di qualsiasi intelligibilità storica e politica.
- Julien Chanet -
NOTE:
1 - Jacques Ehrenfreud, « Le retour de la guerre, les juifs et la crise de l’histoire », Musée d’art et d’histoire du Judaïsme, 14 décembre 2023. Le texte de la conférence est paru dans K.
2 - David Niremberg, Antijudaïsme, un pilier de la pensée occidentale, Genève, Labor et Fides, 2023 (2013).p. 169.
3 - Ibid., p. 191
4 - Max Horkheimer et Theodor W. Adorno, La dialectique de la Raison, Paris, Gallimard, 1983, p. 195.
5 - Cité par Ivan Segré, Les pingouins de l’universel, Antijudaïsme, antisémitisme, antisionisme, Paris, Lignes, 2017., p. 38.
6 - Karma Ben Johanan, « Les Juifs, encore à contresens de l’histoire… », K. La revue – Les Juifs, l’Europe, le XXIe siècle, 24 janvier 2024.
7 - Spécifiquement les pogroms se déroulant durant les guerres civiles russes (1918-1921) : « au moins 100 000 tués, 200 000 blessés et invalides, des dizaines de milliers de femmes violées, 300 000 orphelins dans une communauté de quelque 5 millions de personnes », dans Nicolas Werth, Lidia Miliakova (dir.), Le livre des pogroms. Antichambre d’un génocide, Ukraine, Russie, Biélorussie, 1917-1922, Paris, Calmann-Lévy, 2010, p. 30.
8 - Voir Michel Feher, Redevenir juif. Les mésaventures d’un pacte de blanchiment réciproque, La découverte, 2026. « Dans Redevenir juif, le philosophe Michel Feher défend la culture et la condition des juifs diasporiques, cauchemar des antisémites, contre les fermetures identitaires et la dérive d’Israël ». Xavier De La Porte, Le Nouvel Obs, 7 mai 2025.
9 - Cette thématique du souvenir des Juifs ancestraux et de la trahison est très présente dans la littérature « décoloniale » française, notamment chez Houria Bouteldja.
10 - L’emprunt de ce mot au vocabulaire psychanalytique consiste à rendre compte d’un rapport pathologique avec un objet satisfaisant une pulsion. Les Palestiniens, dont on ôte leur capacité à apparaître comme acteur de leur propre destin mais également comme acteurs singuliers au sein même de l’oppression qu’ils subissent, sont traités comme un moyen, une surface de projection ou un outil de satisfaction.
11 - La réduction instrumentale et objectacle de la « cause palestinienne ». Le contenu du syntagme Peuple-Objet est à destination des Occidentaux, et ne décrit pas une réalité (sur le même modèle que l’Orientalisme). Il construit sur le dos de la Palestine une théorie métaphysique (hylémorphique) consistant à faire correspondre une matière (la défense de la Palestine) avec sa forme (la pratique militante de l’antisionisme). Voir Julien Chanet, L’Incendie universel, Le sujet de l’antisionisme à gauche, Crise et Critique, 2026 p.118.
12 - De Meir Kahane, fondateur du parti fasciste, raciste, suprémaciste et homophobe Kach, interdit en 1988. L’idéologie kahaniste s’incarne chez Itamar Ben Gvir. Voir Nicolas Zomersztajn, « Kahane est mort, son idéologie raciste est vivante », Regards, n°1075, 27 septembre 2024.
13 - Pensons à la récente « La conférence internationale sur la lutte contre l’antisémitisme » qui s’est tenue à Jerusalem le 27 mars 2025. Voir, dans K., La conférence de la honte, Michael Brenner, 26 mars 2025.
14 - Isabelle Mandraud, En Cisjordanie, l’impunité absolue des colons israéliens ayant commis des crimes, Le Monde, 17 avril 2026.
15 - https://langloishg.fr/documents/guerre-et-paix/la-proclamation-de-letat-disrael-14-mai-1948/
16 - Voir John-Paul Pagano, « Tony Judt and the Velvet Genocide », The socialism of fools, 10 janvier 2010.
17 - Tony Judt, « Israel: The Alternative », The New York Review, 23 octobre 2003.
18 - John-Paul Pagano, « Tony Judt and the Velvet Genocide », art.cit.
19 - « Depuis leur émancipation en 1791, les Juifs de France se hissent progressivement dans l’échelle sociale, d’une génération à l’autre, et dans tous les domaines. L’égalité juridique promise par la Révolution est pleinement mise en oeuvre sous la Monarchie de Juillet. Sous le Second Empire, les pouvoirs publics contribuent à cette ascension, favorisant, sur les bases de l’État-nation intégrateur, leur assimilation. Leur promotion économique, sociale et culturelle s’accélère sous la Troisième République. Beaucoup d’entre eux “identifient leurs propres intérêts à ceux de la République à laquelle ils sont reconnaissants de les avoir émancipés, l’alliance devient ainsi naturelle entre la République et les Juifs” », dans Grégoire Kauffmann, « Rothschild & Cie. La bourgeoisie juive vue par Édouard Drumont », Archives Juives, vol. 42, no 1, 2009, p. 51-68.
20 - Bruno Karsenti, La question juive des Modernes, Paris, PUF, 2017
21 - Bruno Karsenti et Cyril Lemieux, Socialisme et sociologie, Paris, Éditions de l’EHESS, 2017., p. 17.
22 - Voir Justine Lacroix et Jean-Yves Pranchère, Le Procès des Droits de l’homme. Généalogie du scepticisme démocratique, Paris, Seuil, 2016 ; Les droits de l’homme rendent-ils idiots ? Paris, Seuil, 2019.
23 - Mathieu Dejean, « Ukraine : aux Amfis, La France insoumise rattrapée par son campisme », Médiapart, 23 août 2025.
24 - Voir par exemple : Pierre Birnbaum, Est-il des moyens de rendre les Juifs plus utiles et plus heureux ? Le concours de l’Académie de Metz (1787), Paris, Le Seuil, 2016.
25 - Actuellement, la fièvre suprémaciste blanche est un symptôme de cet écueil, de même que les flambées identitaires tendancieusement xénophobes indienne ou chinoise (Han), toutes intriquées dans la dialectique des orientations concomitamment nationalistes et impérialistes des politiques du capital.
26 - Lorsqu’il advient dans la modernité, Israël est hétérotopique en ce sens qu’il constitue cet espace singulier qui, selon la définition de Michel Foucault, « a le pouvoir de juxtaposer en un seul lieu réel plusieurs espaces, plusieurs emplacements qui sont en eux-mêmes incompatibles ». Si Foucault pense ici au cinéma, au théâtre ou aux jardins, le versant hétérotopique du sionisme se trouve nécessairement confronté à cette pluralité d’échelles, à cette coexistence de registres historiques, symboliques et politiques – autrement dit à une dimension multiscalaire et profondément « intersectionnelle ». […] L’hétérotopie [israélienne] s’est trouvée immédiatement confrontée à un espace déjà habité, traversé par des histoires, des appartenances et des conflictualités irréductibles à toute projection compensatrice. ». Voir Julien Chanet, L’incendie universel, op.cit., p.145-154.
27 - Denis Charbit, « Les sionismes au XXe siècle, entre contextes et contingences », Vingtième siècle. Revue d’histoire, 2009/3 no 103, p. 27-46.