mercoledì 11 dicembre 2019

Bussole per Rumi

I libri della notte; forse cento, forse mille

« Dobbiamo a Lucie Delarue-Mardrus questa frase straordinaria: “Gli orientali non hanno alcun senso dell’Oriente. Il senso dell’Oriente siamo noi occidentali, noi rumi ad averlo. (E mi riferisco a quei rumi, comunque abbastanza numerosi, che non sono dei tangheri)”. Per Sarah queste righe condensano tutto l’orientalismo, l’orientalismo come sogno, l’orientalismo come compianto, come esplorazione sempre delusa. I rumi si sono infatti impadroniti del territorio del sogno e sono stati loro, dopo i narratori arabi classici, a sfruttarlo e a percorrerlo, al punto che tutti i viaggi si misurano con quel sogno. Tanto che nasce un ricco filone costruito proprio su questo sogno, nel quale il viaggio non è più necessario, il cui esponente più illustre è forse Marcel Proust con la sua Ricerca del tempo perduto, cuore simbolico del romanzo europeo: Proust fa delle Mille e una notte uno dei suoi modelli – il libro della notte, il libro della lotta contro la morte. Come Sheherazade lotta ogni sera, dopo l’amore, contro la sentenza che incombe su di lei raccontando una storia al sultano Shahriyar, così ogni notte Marcel Proust prende la penna, molte notti, dice, “forse cento, forse mille”, per lottare contro il tempo. Più di duecento volte, nella Ricerca, Proust fa allusione all’Oriente e alle Notti, che conosce nelle traduzioni di Galland (quella della castità dell’infanzia, quella di Combray) e di Mardrus (quella più torbida, più erotica, dell’età adulta) – lungo tutto il suo immenso romanzo tesse il filo d’oro del meraviglioso arabo; Swann ode un violino come un genio uscito da una lampada, una sinfonia rivela “tutte le pietre preziose delle Mille e una notte”. Senza l’Oriente (quel sogno in arabo, in persiano e in turco, apolide, chiamato Oriente) non ci sarebbe Proust, non ci sarebbe Alla ricerca del tempo perduto. »  - (da: Mathias Énard. Bussola. Edizioni E/O) -

martedì 10 dicembre 2019

Vestiti nuovi

A poco a poco, negli ultimi vent'anni le città italiane si sono vestite di un abito nuovo, la street art.
«Nell'era dei social, le strade continuano a parlarci, raccontando mostri vecchi e nuovi. Sono appunti per il futuro che colgono meglio di tanti saggi lo spirito del tempo che viviamo. La street art può essere una bussola nuova per capire la storia contemporanea, per ridurre all'essenziale i fatti e le tendenze della nostra società.»
I murales, inizialmente per lo più illegali, sono diventati oggi decorazioni urbane che catturano e divertono lo sguardo. Opere in perpetua trasformazione, fragili ed effimere (spesso vengono cancellate o rimosse), non hanno però un valore esclusivamente estetico. Sono anche, o forse innanzi tutto, specchio e commento dell'attualità. Dipingono persone e fatti, individuano comportamenti e tendenze in una chiave nuova - ora commossa, ora ironica, ora irriverente -, mai piatta. Questo libro nasce da un'idea originale. Marco Imarisio, che da vent'anni racconta l'Italia giorno dopo giorno, si lascia ispirare dall'arte urbana per cogliere i fenomeni più significativi del nostro tempo dall'immigrazione alle battaglie per i diritti, dalle questioni "a margine" (TAV, trivelle...) agli eroi come Totti, Maradona e Pavarotti. Se poi i poster estemporanei di TvBoy leggono lucidamente la vita politica del Paese, gli occhi tristi del contadino ritratto da Vhils sui silos del porto di Catania ci portano alle vicende della Diciotti e della Aquarius che sono state bloccate proprio lì davanti. Armando Cossutta in versione Andy Warhol fa pensare alla trasfigurazione di un'ideologia, oggi tanto mutata rispetto al secolo scorso. Al contrario, le sfumature di nero e di grigio del cadavere di Moro o del ritratto di Falcone e Borsellino ci ricordano lutti che la nostra società non potrà mai elaborare. Ricchissimo di immagini preziose (alcuni dei murales riportati non esistono più e ne sono state recuperate rare foto da archivi specializzati), Le strade parlano è un libro unico per capire quanto siamo cambiati nell'ultimo quarto di secolo, come si siano evolute le nostre città - da una Milano all'avanguardia europea, ma ancora memore di luci e ombre del suo passato, a una Genova sempre ferita, tra G8 e Ponte Morandi - e quali fattori abbiano forgiato immaginario, bisogni e desideri di tutti noi.

(dal risvolto di copertina di: Marco Imarisio, "Le strade parlano. Una storia d’Italia scritta sui muri", con la cura fotografica di Christian Gangitano. Rizzoli, pp. 234, euro 24.)


Arte di strada, anzi di più
di VINCENZO TRIONE

Come insegnare storia contemporanea? Certo, è possibile continuare ad affidarsi a ricostruzioni che, pur se serie e rigorose, appaiono spesso poco coinvolgenti, lontane dalla sensibilità dei ragazzi di oggi. Forse, però, esistono anche altre strade. Prima di ripercorrere le avventure, le conquiste e i drammi del XX e del XXI secolo, si potrebbe muovere dal racconto di quello che sta accadendo adesso. Integrando le narrazioni manualistiche con prospettive diverse, laterali: più eccentriche. Come quelle suggerite in un libro di Marco Imarisio, edito da Rizzoli, Le strade parlano, che propone un’efficace combinazione tra testi e immagini.
Imarisio sceglie come campo d’indagine le esperienze corsare degli street artist italiani, i quali, sulle orme dei graffitisti e dei writer, senza committenza, con modi «barbarici», servendosi di pennelli, di spray, di sticker (adesivi autoprodotti), di plotter (poster dipinti a mano) e di stencil (decorazioni fatte con mascherine e sagome ritagliate in studio), creano murales e wall painting.
A differenza dei loro «antenati» degli anni Ottanta (da Keith Haring a Jean-Michel Basquiat), essi non tracciano comunicazioni selvagge e spontanee, irruente e vitalistiche, poco docili e impervie. Preferiscono affidarsi a fulminee apparizioni, che sembrano urlare senza gridare. Le loro sono figurazioni di immediata efficacia mediatica e di facile riconoscibilità, simili a messaggi nella bottiglia, che arrivano subito a destinazione. Ricorrenti i paragoni arditi e le soluzioni ironiche, che lambiscono le vette della satira e del grottesco. Frequenti i rimandi alla storia della pittura (da Raffaello a Tiziano), ma anche i richiami alle culture pop, ai cartoon, al cinema, alla letteratura, al giornalismo.
«Le strade sono i nostri pennelli e le piazze le nostre tele», aveva scritto Vladimir Majakovskij agli inizi del Novecento. Siamo dinanzi a esercizi di un’arte pubblica, accessibile a tutti, spontanea, «improvvisa, non improvvisata», ricca di assonanze con il rap, nata dal basso, che, sovente, si deposita in spazi dal forte valore simbolico: «Il luogo è spesso parte del significato, lo completa, (…), nelle città come in posti più remoti, dove la sua presenza» costituisce «un segno di vitalità contro la decadenza e l’abbandono», ricorda Imarisio.
Accade così che facciate cieche di palazzi, infrastrutture, blocchi in cemento armato di cavalcavia e sottopassaggi periferici vengano trasformati nelle pagine di un diario dilatato, su cui si incontrano paure, ansie, appunti. Come autentici inciampi visivi, che catturano subito gli sguardi — talvolta l’irritazione e l’indignazione — dei cittadini, sfidando le regole del decoro e dell’ordine pubblico.
Si tratta di una forma ingenua e poco sofisticata di una urban art, destinata a non resistere. Dipinti di nascosto, i graffiti, spesso, vengono censurati, negati, ricoperti. Ne restano solo le «riprese» di turisti, di residenti o di semplici passanti, che con i cellulari scattano fotografie, subito postate sui social: un modo per conservare drammaturgie potenti ma effimere.
Oltre ad avere una specifica qualità artistica, però, la street art, secondo Imarisio, ha una profonda tensione politica: «Può essere una bussola nuova e privilegiata, perché non guidata da interessi di sorta, per capire meglio la storia contemporanea, per ridurre all’essenziale i fatti e le tendenze della nostra società».
Iniziamo, dunque, a sfogliare l’album dell’Italia del nuovo millennio attraverso gli occhi, i segni e i colori dei nostri street artist (che tendono a nascondere le proprie identità dietro nomi di battaglia). Le trasfigurazioni di TvBoy: dalle effusioni tra Renzi e Berlusconi al bacio tra Di Maio e Salvini, alle «tre grazie» Conte-Di Maio-Zingaretti, sorvegliate dal Cupido-Renzi. L’affaire-Nazareno. Il j’accuse contro i «plutocrati» (Trump, Merkel). Le invenzioni da cartoonist di Maupal, che trasforma Papa Francesco in Super Pope. Gli omaggi a Falcone e a Borsellino e quelli a Emanuela Orlandi, a Valeria Soresin, a Giulio Regeni. Le affabulazioni mitografiche (su Maradona, su Pantani, su Senna, su Simoncelli, su Giorgio Gaber, su Fabrizio De André, su Alda Merini). Infine, i «reportage» sulle emergenze ambientali e civili dell’Italia del nostro tempo (dalle battaglie dei No Tav al movimento #MeToo). Momenti decisivi, in questa cartografia, l’affresco di Pignon-Ernst in cui si vede un Pasolini doppio, che tiene tra le braccia il proprio corpo. E Triumphs and Laments di William Kentridge, rilettura lirica della storia di Roma, dall’età augustea alla morte di Pasolini.
Scorrono le sequenze di un film vagamente neorealista. Ipotesi per riattivare la tradizione della pittura di storia, d’impronta naive, prive di ogni «tentazione» concettuale, queste opere en plein air hanno un valore di tipo essenzialmente giornalistico-testimoniale. Ne sono autori artisti-cronisti, i quali pensano il proprio mestiere come un modo originale per osservare il presente che, ha sottolineato Claudio Magris, si dà come «brogliaccio di un tentacolare e gigantesco romanzo ormai globale», testo surrealista nel quale si trovano a convivere l’assurdità, il bene e il male, il coraggio, le inimmaginabili trasformazioni del mondo. La sfida: far affiorare l’eroismo dell’attualità, cercando di salvare dall’oblio alcuni episodi e alcune figure.
Nell’accostarsi, i vari episodi di street art scelti e commentati da Imarisio ci consegnano così il ritratto sintetico e mosso dell’Italia di oggi. Ecco, Le strade parlano è innanzitutto questo: un’ipotesi diversa per riattraversare significative pagine della nostra storia contemporanea.

- Vincenzo Trione - Pubblicato sul Corriere del 24/11/2019 -

lunedì 9 dicembre 2019

«Spiriti Animali» in un mondo fantastico!

Il mondo fantastico va avanti
- di Michael Roberts -

Il mondo fantastico continua. Negli Stati Uniti e in Europa, gli indici dei mercati azionari hanno raggiunto nuovo massimi storici. Anche i prezzi delle obbligazioni si avvicinano ai massimi storici. Gli investimenti, sia in azioni che in obbligazioni, stanno generando enormi profitti per le istituzioni finanziarie e per le compagnie. Per contro, nell'economia «reale», in particolare quella dei settori produttivi e dell'industria dei trasporti le cose vanno in maniera deprimente. L'industria automobilistica mondiale si trova in grave declino. Nella maggior parte delle compagnie automobilistiche, i licenziamenti dei lavoratori sono già stati messi in agenda. Nelle compagnie delle maggiori economie, i settori manifatturieri si stanno contraendo. E come misurato dai cosiddetti "Purchasing Manager Indexes" (PMI) [indici dei direttori degli acquisti], che sono indici che misurano la situazione e le prospettive della compagnie, stanno rallentando e ristagnando anche i grandi settori dei servizi.
Ieri, è stata resa pubblica l'ultima stima della crescita del PIL reale degli Stati Uniti. Nel terzo trimestre di quest'anno (giugno-settembre), l'economia degli USA si è espansa in termini reali (vale a dire, dopo che è stata dedotta l'inflazione dei prezzi) secondo un tasso annuo del 2.1%, in calo rispetto al 2,3% del precedente trimestre. Sebbene questa sia, storicamente una crescita modesta, l'economia degli Stati Uniti sta facendo meglio di qualsiasi altra grande economia. Il Canada sta crescendo solo all'1,6% l'anno, il Giappone solamente l'1,2%, l'are Euro dell'1,2%; e il Regno Unito solo dell'1%. Quelle che sono le cosiddette "economie emergenti" più grandi, come il Brasile, il Sudafrica, la Russia, il Messico, la Turchia e l'Argentina stanno crescendo ad una percentuale inferiore all'1%, o si trovano ora in recessione. E la Cina e l'India da decenni registrano quelli che sono i loro più bassi tassi di crescita. La crescita complessiva globale viene stimata in diversi modi intorno al 2,5% l'anno, il più basso tasso dalla Grande Recessione del 2009.
Il rallentamento delle economie capitaliste può trovare un po' di sollievo e scampo alla debole crescita interna solo esportando. Ma viceversa, il commercio mondiale è in contrazione. Secondo i dati forniti dal CPB World Trade Monitor, a settembre il commercio globale è diminuito del 1,1% rispetto allo stesso mese di settembre nel 2018, segnando così la quarta contrazione consecutiva su base annua ed il periodo più lungo  di calo degli scambi dalla crisi finanziaria del 2009.
È vero che nelle maggiori economie il tasso di disoccupazione è stato il più basso degli ultimi 20 anni. E questo ha contribuito a mantenere in una certa misura quella che è stata la spesa dei consumatori.
Ma ciò significa anche che la produttività (misurata come produzione divisa per occupati) è stagnante perché la crescita dell'occupazione corrisponde, o perfino sorpassa la crescita della produzione. La aziende stanno assumendo lavoratori con salari invariati, anziché investire in tecnologie per risparmiare lavoro ed aumentare la produttività.
Secondo il Conference Board degli Stati Uniti, globalmente, la crescita della produzione per lavoratore, nel 2018 è stata dell'1,9%, paragonata al 2% del 2017 e si prevede che tornerà al 2% nel 2019. Le ultime stime estendono la tendenza al ribasso della produttività globale del lavoro, da un tasso medio annuo del 2,9% del periodo 2000-2007 al 2,3% del 201-2017. «Gli effetti sulla produttività, lungamente attesi, a  partire dal trasformazione digitale, sono ancora troppo piccoli per poter essere visti. Una ripresa della produttività è molto necessaria al fine di impedire all'economia di scivolare verso una crescita sostanzialmente più lenta di quella sperimentata negli ultimi anni.»
Il Conference Board riassume così: «Nell'insieme, siamo arrivati a quello che appare come un mondo di crescita stagnante. Mentre nell'ultimo decennio non si è verificata alcuna recessione globale diffusa, la crescita globale è ora scesa al di sotto di quella che era la sua tendenza a lungo termine di circa il 2,7%. Il fatto che negli ultimi anni la crescita del PIL globale non sia diminuita ulteriormente, è dovuta soprattutto alla solida spesa dei consumatori e ai forti mercati del lavoro in quelle che sono le maggiori economie del mondo».
L'OCSE arriva a conclusioni simili: «Il commercio globale sta ristagnando e porta giù con sé l'attività economica in quasi tutte le maggiori economie. L'incertezza politica sta minando gli investimenti insieme ai posti di lavoro ed ai redditi futuri. . Il rischio di una crescita ancora più debole continua ad essere alto, anche a causa di un'escalation di conflitti commerciali, tensioni geopolitiche, e della possibilità di un rallentamento della Cina, insieme ad un cambiamento climatico peggiori del previsto».
La ragione per un basso PIL reale e di una bassa crescita della produttività risiede nei deboli investimenti nei settori produttivi, se paragonati con gli investimenti  o alla speculazione nelle attività finanziarie (ciò che Marx chiamava «capitale fittizio», dal momento che le azioni e le obbligazioni  sono in realtà solo dei titoli di proprietà di un qualche profitto (dividendi) o degli interessi derivanti da investimenti produttivi nel capitale «reale»). Ovunque, gli investimenti delle imprese sono deboli. Come percentuale del PIL, gli investimenti nelle maggiori economie sono meno del 25-30% più bassi di quanto lo fossero prima della Grande Recessione del 2009.

Perché gli investimenti delle imprese sono così deboli?
In primo luogo, è chiaro che l'enorme iniezione di liquidità/credito da parte delle banche centrali, e la riduzione a zero dei tassi di interesse - le cosiddette politiche monetarie non convenzionali - non  sono riuscite a stimolare gli investimenti nelle attività produttive. Negli USA, la domanda di credito per investire è in calo, non in aumento. E in questo caso, finora, il taglio delle imposte sulle società di Trump, l'incremento della spesa fiscale e l'innalzamento del deficit di bilancio hanno fallito nel ripristinare gli investimenti. Negli Stati Uniti, nel terzo trimestre, la spesa in conto capitale delle 500 compagnie di Standard & Poor è cresciuta di appena lo 0,8%, rispetto al secondo trimestre, vale a dire che messi insieme sono 1,38 miliardi di dollari. Ma anche quel modesto incremento va imputato a pochi grandi investitori: Amazon e Apple, da sole, hanno aumentato la loro spesa conto capitale di 1,9 miliardi di dollari durante il trimestre. Senza di essi, la spesa totale delle altre 438 società in questo trimestre si sarebbe leggermente ridotta. E la spesa complessiva sarebbe scesa del 2,2% senza l'incremento di altre tre società: Intel Corp., Berkshire Hathaway Inc. e NextEra Energy Inc. Insieme, le cinque compagnie hanno incrementato il loro budget di 4,7 miliardi di dollari, vale a dire, il 30% dal secondo trimestre al terzo, come dimostrano i dati dell'indice Dow Jones.
La spiegazione mainstream/keynesiana per gli investimenti bassi è stata di nuovo espressa in un recente blog sul Financial Times: «perché gli investimenti fissi sono in calo? Una risposta - osiamo suggerirla - è una carenza di domanda. Senza una domanda che faccia aumentare l'offerta, perché un'azienda dovrebbe investire in un nuovo stabilimento, in un negozio o in una sede regionale, quando i rendimenti derivanti dal riacquisto di azioni o dalla distribuzione di dividendi sono notoriamente più alti?»
Ma questa spiegazione, nella migliore delle ipotesi è una tautologia, e nella peggiore è sbagliata ed ha torto. Innanzitutto, in quale area della domanda c'è una "carenza"? Nella maggior parte delle economie capitaliste, la domanda e la spesa dei consumatori reggono, data la maggiore occupazione, e nell'ultimo anno perfino un qualche aumento dei salari. Ad annaspare è la "domanda" di investimento. Ma dire che gli investimenti sono deboli perché è debole la "domanda" di investimento non è altro che una tautologia senza alcun significato.
Ragion per cui, si fa avanti la risposta più esplicativa proveniente dalla teoria keynesiana. Il motivo per cui le politiche monetarie e le riduzioni fiscali delle banche centrali hanno fallito nello stimolare gli investimenti «si riassume solo in una scarsa propensione al rischio».
Questa è la classica spiegazione di Keynes che si basa sugli "spiriti animali". I capitalisti hanno solo perso "fiducia" nell'investire nelle attività produttive. Ma perché? La precedente citazione tratta dal Financial Times dice proprio questo; «perché un'azienda dovrebbe investire in un nuovo stabilimento, in un negozio o in una sede regionale, quando i rendimenti derivanti dal riacquisto di azioni o dalla distribuzione di dividendi sono notoriamente più alti?» Ma i rendimenti (redditività) degli investimenti nel capitale fittizio sono più alti perché la redditività degli investimenti nelle attività produttive è troppo bassa. Questo l'ho spiegato fino alla nausea in tutti i miei precedenti post ed articoli, insieme alle prove empiriche portate a sostegno.
Net terzo trimestre del 2019, i profitti delle società statunitensi sono diminuiti dello 0,8% rispetto all'anno precedente, mentre i margini (utili per unità di produzione) rimangono compressi al 9,7% del PIL - dopo essere quasi continuamente diminuiti per quasi cinque anni. Ma, naturalmente, l'incapacità a riconoscere o ad ammettere il ruolo svolto dalla redditività in quella che è la salute di un'economia capitalista è comune sia alla teoria e all'argomentazione keynesiana che a quella neoclassica mainstream.
La bassa redditività dei settori produttivi della maggior parte delle economie ha stimolato, nelle imprese, il passaggio dei profitti e della liquidità verso la speculazione finanziaria. Il metodo principale, usato dalle compagnie, per investire in questo capitale fittizio è consistito nel riacquisto delle proprie azioni. E infatti, negli Stati Uniti e in una qualche misura in Europa, il riacquisto è diventato la più grande categoria di investimenti. Nel 2018, i riacquisti statunitensi sono arrivati a quasi 1 trilione di dollari. E questo è solo circa il 3% del mercato totale delle prime 500 società per azioni statunitensi, ma aumentando così il prezzo delle proprie azioni, le compagnie hanno attratto altri investitori, spingendo così gli indici del mercato azionario a registrare nuovi record.

Ma tutte le cose buone sono destinate a finire. In definitiva, i rendimenti provenienti dagli investimenti del capitale fittizio dipendono dai guadagni dichiarati dalle aziende. E negli ultimi due trimestri questi guadagni stanno scendendo. Così, nell'ultima parte di quest'anno, la spesa per il riacquisto da parte delle imprese ha cominciato a precipitare. Secondo Goldman Sacks, la spesa per il riacquisto è scesa del 18% e di 161 miliardi di dollari nel corso del secondo trimestre, e le imprese prevedono che questo rallentamento continuerà. Per il 2019, i riacquisti totali scenderanno al 15% e di 710 miliardi, e nel 2020 Goldman Sacks prevede un ulteriore calo al 5% e di 675 miliardi.
Ad ogni modo, i riacquisti sono un'area dominata dalle grandi aziende, per lo più titani tecnologici di lunga data. I top 20 dei riacquisti hanno rappresentato il 51,2% del totale per quelli che sono stati i 12 mesi che si sono conclusi a marzo, secondo l'indice Dow Jones di S&P. E oltre la metà di tutti i riacquisti, viene ora finanziata dal debito. «Un po' come se tu ipotecassi la tua casa spremendo fino all'ultimo centesimo, per poi usare quei soldi per organizzare una festa sontuosa.» Ma una volta che inevitabilmente sarà arrivata la recessione, il risultato potrebbe non essere granché bello per le compagnie che si sono indebitate, in gran parte per far fronte ai riacquisti.
Il valore di mercato del debito societario negoziabile in dollari americani è lievitato fino ad arrivare a quasi otto trilioni - più del triplo di quanto era alla fine del 2008. Dal 2015-2018, per finanziare fusioni ed acquisti, sono stati emesse oltre 800 miliardi di dollari in obbligazioni societarie di alto livello non finanziarie. Questo ha rappresentato il 29% di quelle che sono tutte le emissioni di obbligazioni non finanziarie, contribuendo così al deterioramento della posizione creditizia. E la «qualità del credito» del debito societario si sta deteriorando a causa delle obbligazioni a basso rating che ora rappresentano ora il 61% del debito non finanziario, che è aumentato dal 49% del 2011. E anche la percentuale di obbligazioni con rating tripla B è cresciuto dal 25% al 48%.
Ci sono poi quelle che vengono chiamate compagnie zombie, che guadagnano meno di quelli che sono i costi di servizio del loro debito esistente, e che sopravvivono perché stanno prendendo in prestito ancora di più. Si tratta principalmente di piccole aziende. Circa il 28% delle società statunitensi con una capitalizzazione di mercato inferiore ad un miliardo di dollari guadagna meno di quello che è il loro pagamento degli interessi, che è salito rispetto al periodo precedente alla crisi, e che avevano tassi di interesse storicamente bassi. La banca d'investimento "Bank of America Merrill Lynch" ha stimato che nell'OCSE ci sono 548 di questi zombi, contro quello che era stato il picco di 626 durante la crisi finanziaria del 2008.
Con l'indebitamento delle imprese, ora più alto rispetto al suo picco alla fine del 2008, il presidente della Fed di Dallas, Robert Kaplan ha messo in guardia riguardo al fatto che le società eccessivamente indebitate «potrebbero amplificare la gravità di una recessione.»
Tuttavia, quello che viene detto nel discorso in atto tra i molti economisti mainstream, è che il peggio sarebbe passato. Un accordo tra Stati Uniti e Cina è imminente. E ci sono segnali che la contrazione nel settore manifatturiero delle maggiori economie è sul punto di fermarsi. In tal caso, potrebbe essere evitata qualsiasi «ricaduta» in quelli che sono i settori più ampi e più elastici cosiddetti «di servizio». La crescita economica globale potrebbe diventare più lenta, dopo la Grande Recessione; gli investimenti delle imprese sono al loro minimo; la crescita della produttività diminuisce; e i profitti globali sono piatti, ma in molte economie l'occupazione è ancora forte, ed anche i salari stanno aumentando.
Quindi, nel 2020, anziché precipitare in una vera e propria recessione globale, potrebbe esserci solo un altro anno di crescita depressa in quella che è la ripresa più lunga, ma anche la più debole, per il capitalismo. E il mondo fantastico può continuare. Vedremo.

- Michael Roberts - Pubblicato il 28/11/2019 -

fonte: Michael Roberts Blog - blogging from a marxist economist

domenica 8 dicembre 2019

Uomini contro!

Ci continuo a pensare.
Sarebbe stato come se... alla fine degli anni '60, avessimo deciso di aprire una sorta di campagna sulla memoria della ... prima guerra mondiale (ché, come è stato fatto da notare da qualcuno, l'intervallo di tempo che separava il '68 dalla fine della prima guerra mondiale corrisponde a quello che oggi ci separa dalla strage di Piazza Fontana).
Chessòio, magari appoggiandoci e facendo leva su un film del 1970, come "Uomini Contro", di Francesco Rosi con Gian Maria Volonté, ispiratosi ad "Un anno sull'altipiano" di Emilio Lussu, saremmo riusciti a coinvolgere "le masse" in una rilettura di quella guerra ormai lontana, spingendo i giovani di allora a venire ad ascoltare i "vecchi" di quei tempi che sarebbero venuti a raccontare cosa succedeva nelle trincee, e cose del genere.
Sicuramente, all'iniziativa, però, non avrebbero certo partecipato schiere di "ragazzi del '99" desiderosi di rinverdire il tepore dei loro vent'anni, riempendo le sale in cui si sarebbero svolte le diverse iniziative.
Ecco, questo è stato lo spirito che ha accompagnato ( e che con ogni probabilità accompagnerà la mia quasi certa partecipazione alle imminenti future iniziative) l'aver partecipato, standomene da una parte, alla prima di queste iniziative che ha avuto luogo a Firenze in un ex carcere. E mentre lo facevo - annoiandomi nel sentirmi ripetere delle cose che conosco benissimo, e ripetendomi che in fondo è un'occasione come l'altra per rivedere qualche vecchio amico - mi continuavo a  chiedere se, per attrarre l'attenzione di chi non c'era allora e non c'è venuto  ora, non sia il caso di trovare un qualche "Barbero" che le cose le sappia raccontare, e possa richiamare gli ascoltatori, come in un buon concerto rock!

venerdì 6 dicembre 2019

Un «ebreo riluttante»

 La biografia di un giovane che, sebbene abbia vissuto ventitré anni appena, è stato salutato come precursore dell’esistenzialismo e di Heidegger in filosofia, dell’espressionismo in pittura, di Wittgenstein e della scuola viennese, di una controcultura alla Deleuze e dell’ermeneutica alla Derrida. Un genio straordinario, per molti versi ancora sconosciuto. Campailla, suo biografo accreditato e curatore delle opere, esplora il background ebraico, si addentra in un’ampia documentazione e porta elementi inediti sulla figura della misteriosa musa, Nadia Baraden, e sulle dinamiche che queste storie private hanno innescato.
«Sulla frontiera battuta dai venti della psicoanalisi, in area ebraica, nasceva un caso Michelstaedter, speculare al caso Svevo, entrambi espressione di un’avanguardia: il secondo si era fatto interprete delle problematiche della senilità, il primo sta per intero nell’orbita della giovinezza» (Sergio Campailla)

Gorizia, 1910. Un ragazzo ventitreenne si uccide con un colpo di rivoltella alla tempia nella casa paterna. È Carlo Michelstaedter che, a cento anni di distanza, verrà riconosciuto come un genio e salutato come precursore di Heidegger in filosofia, di Wittgenstein nella critica del linguaggio, di Derrida nell'ermeneutica. All'epoca del tragico gesto studente all'Università di Firenze, ne seguiamo le vicende scoprendo gradualmente le verità che hanno modellato la sua personalità controversa: dal rapporto conflittuale con il padre alla ricerca disperata del successo, dall'entusiasmo dell'adolescenza ai continui riferimenti al suicidio che ricorrono nella sua corrispondenza. Si delinea così la figura di un giovane intellettuale appassionato di Carducci, D'Annunzio, Ibsen, Beethoven, immerso nel clima culturale della Firenze del primo Novecento, che prova a farsi strada attraverso gli scritti, le caricature dissacranti, la conoscenza del greco e del tedesco. «Una festa dell'intelligenza» che Sergio Campailla, biografo e curatore delle opere, celebra in queste pagine rese vive dalle testimonianze di un'epoca e di una generazione. Elementi inediti emergono dall'esplorazione delle radici ebraiche di Michelstaedter, gettando nuova luce su un autore che vive profondamente i contrasti dei suoi anni e sviluppa uno sguardo critico sulle dinamiche che la storia, personale e politica, è capace di innescare.

(dal risvolto di copertina di: Sergio Campailla, "Un'eterna giovinezza. Vita e mito di Carlo Michelstaedter". Marsilio)

Ventitré anni vissuti bruciando in solitudine
- di Raffaele Liucci -

«Questo libro è la biografia di un giovane ha ha vissuto appena ventitré anni», avverte Sergio Campailla, il più assiduo studioso di Carlo Michelstaedter (1887-1910), filosofo, poeta e pittore goriziano. Se il biografato avesse goduto di una vita più lunga, chissà quale sarebbe stato il suo destino. Forse, suddito dell'Impero Asburgico, sarebbe morto in una delle tante battaglie sull'Isonzo. O scomparso nella Shoah, che inghiottirà i suoi affetti più cari. O sarebbe diventato un rispettato professore d'università, nonostante reputasse l'accademia «tempio della rettorica» e i suoi docenti «animali burocratici». Non lo sapremo mai. Carlo Michelstaedter, infatti, si sparò un colpo di pistola alla tempia il 17 ottobre 1910 nella casa di Gorizia in cui era nato e vissuto, dopo un violento litigio con l'amatissima madre Emma. Il suo sangue macchiò la tesi di laurea sui concetti di «persuasione» e «rettorica» in Platone e Aristotele, che avrebbe dovuto discutere presso il Regio Istituto di Studi Superiori di Firenze, portata a termine in settimane di lavoro convulso e romitico. Sotto un titolo anodino, smascherava i demoni della nascente modernità, che impediscono agli uomini di vivere pienamente il presente senza ustionarsi.
La sua fine prematura, osserva Campailla, «ha fatto sì che si conservassero religiosamente disegni, carte, documenti, minute e seconde copie, tutto ciò che avesse un valore di testimonianza, più di quanto sarebbe mai accaduto se l'autore fosse sopravvissuto e avesse dovuto decidere lui cosa conservare, sotto la spinta di un'incalzante futuro». Un materiale frastagliato, enigmatico, inquietante, talvolta censurato dagli stessi famigliari e amici, che costituisce ora l'ossatura dell'informatissima biografia di Campailla (già curatore per Adelphi dell'edizione definitiva delle opere di Michelstaedter e del suo epistolario). Tanto più dispiace sia assente in questo caso non solo l'indice dei nomi, ma anche un apparato di note che riporti la fonte esatta dei documenti valorizzati. Assai fruttuoso, inoltre, sarebbe stato riprodurre i dipinti e disegni di Carlo, spesso richiamati dal biografo quale specchio della sua psicologia del profondo.
Campailla non si è infatti limitato a tracciare una biografia intellettuale di Michelstaedter interamente calata nella sua epoca, ma ha cercato anche di ricostruirne il lato umano, sgombrando il campo da ogni mitologia. «Temperamento vulcanico, con una straordinaria voglia di vivere», Carlo nascondeva sotto una maschera di allegria uno spirito saturnino. Brillante studente universitario, capace d'esprimersi in greco antico, morì «completamente sconosciuto», collezionando una catena di frustranti rifiuti giornalistici ed editoriali (s'era fra l'altro proposto a Croce come traduttore per Laterza del Mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer). Fu angustiato da una serie di malanni - fra i quali un grave morbo venereo contratto in un bordello - che certo non contribuì al suo equilibrio psicofisico.
Campailla rifugge comunque dalla facile tentazione di considerare il precoce congedo dal mondo di Michelstaedter lo sbocco di un'esistenza governata dal «vizio assurdo» del suicidio. È vero: il tema della morte volontaria fu sempre presente nella riflessione del goriziano, che collezionò diversi libri a riguardo. Ma nel suo caso si trattò di un gesto d'impeto, in seguito al litigio con l'adorata genitrice. Nulla di premeditato o, peggio ancora, di «metafisico», come insinuerà Giovanni Papini. Per certi versi, anzi, la sua filosofia, sulla scia di quella del prediletto Schopenhauer, rigettava l'idea estrema del «levare la mano su di sé».
Personaggio irregolare e alieno dalla «tacita intesa della vicendevole compiacenza», Michelstaedter scontò una solitudine intellettuale pressoché totale nell'Italia del primo Novecento. Anche per questo "La persuasione e la rettorica" risulterà «la più anomala ovvero la più eccezionale nel canone delle grandi opere della letteratura italiana» (Asor Rosa). Trapiantato nel 1906 a Firenze, Carlo non ebbe quasi contatti con il mondo delle riviste che a quel tempo - sotto la spinta di Papini e Prezzolini - guidavano il dibattito culturale. La sua tesi di laurea rappresentò anzi un controcanto a "L'arte di persuadere" di Prezzolini (1907), il quale aveva cinicamente assimilato la persuasione alla propaganda se non alla deliberata mendacia. Di ben altra tempra, agli occhi di Carlo, erano Ibsen e Tolstoj: «Entrambi presero pel petto questa società soffocata dalle menzogne e le gridarono in faccia: verità! verità!».
Sempre a Firenze, ebbe un «incontro stellare», con Nadia Baraden, la giovane artista rivoluzionaria russa di origini israelitiche «che veniva dalle notti bianche di Pietroburgo» e sembrava «un personaggio femminile di Dostoevskij». Suicidatasi in modo spettacolare nell'aprile 1907, sparandosi un colpo di revolver alla bocca davanti al caffè Paszkowski nell'ora di punta, aveva intrecciato con Carlo un rapporto conturbante, già esplorato dallo stesso Campailla ("Il segreto di Nadia B.", Marsilio 2010).
Ripercorrere la breve esistenza di Michelstaedter significa rievocare anche il suo ambito famigliare, che pagò un tributo altissimo alla Shoah. Nella tarda sera del 23 novembre 1943, le SS giunsero a Gorizia. Tra i deportati la madre quasi novantenne, che morì durante il trasporto, e la sorella Elda, che si spense nel lager di Ravensbrück . Nella sua casa, appunto «villa Elda», i nazisti avevano installato dopo l'8 settembre il loro quartier generale. Ad Auschwitz scomparve anche l'ultimo amore di Carlo, Argia Cassini.
Da par suo Michelstaedter era, diremmo oggi, un «ebreo riluttante». Pur affascinato dalle proprie radici, il suo carattere idiosincratico lo spingeva verso l'integrazione nella più vasta società italiana. Quando nel 1907 informò la famiglia del proposito di fidanzarsi con una compagna d'università cristiana, la calabrese Jolanda De Blasi, figlia di un magistrato ex garibaldino, i genitori lo costrinsero a troncare il legame, per evitare una simile mésalliance. Curiosamente, la De Blasi si affermerà come scrittrice fascistissima, «indicata a esempio nel genere femminile dallo stesso Mussolini».
Michelstaedter non sarebbe comunque diventato, suo malgrado, «una star della Mitteleuropa» senza gli amici e compagni d'università Gaetano Chiavacci e Vladimiro Arangio-Ruiz, i «dioscuri» che ne custodirono la memoria promuovendone via via le opere postume (la prima edizione de "La persuasione e la rettorica" uscì nel 1913 per Formiggini). Più defilati gli altri due sodali, i goriziani Nino Paternolli (libraio) ed Enrico Mreule (grecista), protagonisti del "Dialogo della salute", il più nitido compendio della sua Weltanschauung. Il primo morì prematuramente nel 1923, vittima di un incidente di montagna nel corso di un'escursione sul Poldanovec con il germanista Ervino Pocar. Mreule emigrò invece nel 1909 in Patagonia, lasciando all'amico la pistola con la quale si sarebbe poi ucciso. Condurrà una vita solitaria e raminga, consumato da quell'ansia di assoluto che gli aveva trasmesso Carlo. La sua figura sarà riscoperta solo nel 1991, grazie al romanzo di Claudio Magris, "Un altro mare".

- Raffaele Liucci - Pubblicato sul Sole del 24/11/2019 -

giovedì 5 dicembre 2019

La produzione e la finanza sono carne della stessa carne

Un mondo affogato nel capitale: la caduta globale dei tassi di interesse e il nuovo giro di crisi strutturale del capitalismo
- di Maurilio Lima Botehlo [***] -

Il tasso di interesse di base in Brasile (selic), alla fine di ottobre è stato adeguato al 5%, arrivando così al traguardo storico del minor rendimento. Per quest'anno, l'inflazione prevista è del 3,26%, mentre l'inflazione annuale accumulata in ottobre è stata del 2,54%. [*1] Se si deduce l'inflazione del tasso di base, il tasso di interesse reale viene ad essere inferiore al 3% annuo - non tutti i titoli di debito emessi dal governo seguono questa percentuale di base, ma anche così ci troviamo di fronte ad un minimo che nel nostro paese non ha precedenti. Nei mercati e nelle industrie, la gente tesse le lodi la caduta graduale e regolare del tasso, in controtendenza la situazione del passato recente, in cui i tentativi di riduzione erano sempre stati «forzati» dal governo. Tuttavia, chi elogia la caduta dei tassi si comporta come il medico che festeggia la bassa temperatura del paziente senza rendersi conto che sia morto - ad esempio, due mesi fa abbiamo avuto una deflazione, la quale è un indicatore di una grave situazione economica.
Questo scenario, secondo la logica economica keynesiana, dovrebbe stimolare l'investimento produttivo e tenere lontano il "rentismo" [reddito da rendita], ma l'economia non sembra indicare un movimento contrario a quello dei tassi di interesse e di ripresa delle attività: a settembre, la produzione industriale brasiliana aveva accumulato un calo del 1,7%. Maggiori investimenti, fatti per sfruttare lo scenario dei bassi tassi, aggreverebbe solamente lo scenario della stagnazione: più del 25% del parco produttivo brasiliano è fermo - l'inattività è diventata cronica. In alcuni settori, come quello dei beni strumentali (macchinari ed attrezzature), c'è quasi il 40% di inattività. Nell'industria automobilistica, 3 automobili su 10 sono invendute. [*2] Con la delicata situazione economica che c'è in Argentina, le cose dovrebbero peggiorare ancora, poiché si tratta del principale mercato di consumo delle automobili prodotte in Brasile. Potrebbe sembrare logico concentrarsi sugli investimenti nelle infrastrutture di trasporto e sulla logistica, tradizionalmente considerati come dei «colli di bottiglia» dell'economia brasiliana, ma anche qui la stagnazione è elevata: in media, i porti accumulano il 50% di inattività. Vale a dire, qualsiasi nuovo investimento non farebbe altro che promuovere ulteriormente la capacità inattiva e, a medio e lungo termine, l'aumento della produttività di quelli che sono i fattori di produzione, ridurrebbe i posti di lavoro. Monetaristi e Keynesiani si trovano ad essere immobilizzati da una realtà economica fallimentare - ed il problema non riguarda solamente l'«economia nazionale».
Ci troviamo di fronte ad un contesto inedito nello scenario globale di quelli che sono i tassi di interesse reali negativi. In tutto il mondo, sono già stati investiti 17.000 miliardi di dollari in titoli governativi con rendimenti negativi - un quarto di quello che è l'intero mercato del debito pubblico mondiale. È l'Austria, ad essere stato uno dei paesi pionieri in tal senso, investendo 3,5 miliardi di euro, nel 2017, in titoli con rendimento all'1,7%. Il dettaglio consiste nel fatto che le obbligazioni maturerebbero nel 2117! [*3] Oggi, gran parte dell'Europa opera con emissioni di debito sovrano che hanno rendimenti reali negativi o intorno allo 0%, Il Giappone sta seguendo la medesima strada. Recentemente, l'ex presidente della Fed, Alan Greenspan, ha ammonito a proposito del fatto che non sarebbe una sorpresa se presto anche gli Stati Uniti cominciassero ad operare con tassi reali negativi sulle loro emissioni del debito. [*4] Fino a quando ciò non accadrà, gli investitori (e i fondi sovrani) per sicurezza cercano conforto nei titoli statunitensi, per quanto siano di bassissimo rendimento: il mondo continua a finanziare il sistematico indebitamento degli Stati Uniti, sostenendo il suo deficit record - che quest'anno dovrebbe arrivare a quasi 1.000 miliardi di dollari . e rafforzando così il potere del dollaro come ultima valuta egemonica. Il «ciclo virtuoso» della crescita sotto Trump è dovuto più a questo che a qualsiasi altro effetto reale della sua economia, la quale continua ad essere una vorace consumatrice mondiale di merci e, nonostante una guerra commerciale con la Cina, ha avuto nel primo semestre del 2019 un deficit commerciale di quasi 500 miliardi di dollari.
E la tendenza negativa al ribasso non riguarda solo il settore statale: la società di consulenza Bianco Research ha calcolato che, in solo otto mesi di quest'anno, in tutto il mondo c'è stata una crescita delle obbligazioni societarie con rendimenti negativi, che sono passate da 20 miliardi a mille miliardi di dollari. Un brusco salto gigantesco. [*5] In questo momento, tutto ciò che finora è stato prodotto dalla teoria economica non ha più senso: non c'è nessuno che sappia spiegare il paradosso di una situazione mondiale nella quale gli investitori cercano sempre più di convertire il loro capitale in obbligazioni che verranno rivendute ad un prezzo finale inferiore a quello anticipato. Ovviamente, l'unica spiegazione  è la paura del futuro: «l'incertezza economica globale», afferma uno dei principali portavoce del mercato finanziario. [*6]
Ma questa è una formulazione banale, ed è più una descrizione della situazione della malattia capitalistica che una spiegazione del quadro clinico del moribondo mercato mondiale. Senza dubbio, l'orizzonte di è così tanto deprezzato in termini di investimento che è diventato preferibile scommettere sul dei titoli sicuri a rendimento zero, o con una piccola perdita, piuttosto che rischiare tutto in delle scommesse senza sbocchi nell'industria o sui mercati a rischio - la fuga di capitali verificatasi quest'anno nella Borsa di São Paulo, anche di fronte allo «shock del capitalismo» promesso da Guedes, è dovuta a questo. [*7] Ma se questo meccanismo di fuga degli investimenti produttivi verso la «sovrastruttura finanziaria» ormai è già una logica ben nota, perché ora si stanno deprezzando gli stessi rendimenti finanziari?
La spiegazione non si trova nei libri di economia, e dev'essere cercata in quel maledetto pensatore del XIX secolo che allora scrisse esattamente una critica dell'economia politica, presupponendo che le categorie economiche come il valore, la merce, il denaro ed il profitto sono dotate di una «oggettività fantasmagorica» che sfugge al controllo degli agenti sociali. Forse oggi tutto questo è didatticamente esplicito, dal momento che un numero sempre più crescente di operatori del mercato finanziario ormai non sono più in grado di «speculare» in maniera proficua, e sono così più che altro dei«supporter» delle forze del mercato, piuttosto che essere «padroni dell'universo».
Una delle formulazioni culminanti della critica dell'economia politica di Marx è stata quella della «legge della caduta tendenziale del saggio di profitto»: a lungo termine, la tendenza dell'investimento capitalista è quella di incrementare i mezzi di produzione in modo tale che, in termini relativi, questi diventino molto più grandi di quanto si il capitale mobilitato sotto forma di forza lavoro, Tuttavia, il lavoro rimane l'unica fonte del valore e, quanto maggiore sarà il volume del capitale convertito in macchinari ed attrezzature, tanto minore sarà il grado di crescita della nuova ricchezza che viene aggiunta al sistema. Dal momento che l'economia capitalista funziona a partire dalla coazione al profitto, e che il profitto non è altro che una funzione di questa relazione tra il volume totale degli investimenti realizzati e la quantità di valore prodotta dal lavoro, ecco che allora ne consegue una caduta secolare dei profitti capitalisti. Nel corso del tempo, si potrebbero verificare degli effetti attenuanti, come il minor costo delle stesse macchine e delle attrezzature, o il dirottamenti del capitale verso settori meno intensivi in tecnologia. Ma poiché il mercato è un insieme di vasi comunicanti, i prezzi in caduta delle macchine e delle attrezzature portano ad una loro generalizzazione, la quale ha effetto sui costi del lavoro e la coercizione della concorrenza spinge di nuovo verso il basso i profitti. Alla fine, nonostante tutte le «controtendenze», con la «tendenza allo sviluppo assoluto delle forze produttivo» [*8], finirà per prevalere la caduta  generalizzata dei profitti.
Con la rivoluzione informatica e con l'avanzare dei progressi tecnologici della Terza rivoluzione industriale, questo scenario appariva consolidato. Non si trattava solamente di una sproporzione quantitativa di quelli che erano gli investimenti in macchinari ed in attrezzature rispetto alla forza lavoro umana: era la stessa capacità produttiva inedita della flessibilità microelettronica che stava licenziando lavoratori ad ondate crescenti, e da qui la disoccupazione di massa in tutto il mondo. Ma i guadagni in caduta negli investimenti produttivi hanno costretto ad una corsa ai mercati finanziari, e così è stato possibile compensare, temporaneamente, i mancati profitti della produzione con gli interessi degli investimenti. L'aumento dei tassi di interesse divergeva rispetto ai profitti in calo.
Tuttavia, uno dei pilastri della critica di Marx al capitalismo consiste proprio nel deperimento di tutte le categorie economiche a partire dalla figura del valore - allo stesso modo in cui, per la usa esistenza, il profitto dipende dalla produzione eccedente di valore, l'interesse finanziario non ha vita autonoma ed è una mera deduzione dai profitti della produzione. È vero che la formazione di capitale fittizio potrebbe, soprattutto in una economia senza la zavorra del denaro contante (la fine dello standard dollaro-oro a partire dal 1970), allargare i guadagni speculativi e far sembrare che fosse stato ottenuto il miracolo della moltiplicazione del denaro, indipendentemente dalla produzione di merci. Tuttavia, anche la pretesa autonomia dei mercati finanziari con la loro «accumulazione monetaria» (Marx) bisogna che si basi sulla coazione alla concorrenza: il capitale eccedente in abbondanza alla ricerca di «merci finanziarie», ad un certo punto e alla fine deve portare ad una caduta generalizzata dei tassi di interesse. Per quanto dissociate, a partire dalla rottura di base tra denaro e merce avvenuta con la fine sancita a Bretton Woods - già essa stessa un effetto della caduta del saggio di profitto -, [*9] la produzione e le finanze sono carne della stessa carne, funzioni sociali istituzionalizzate di quella che è la forma economica generale del capitale, e pertanto devano soffrire sempre a causa delle sue leggi interne e dei suoi limiti
È questo ciò che vediamo in tutto il mondo in questo momento e che deve dirigersi anche verso il «centro egemonico». La tendenza secolare della caduta del saggio di profitto è arrivata ad avere un livello talmente coercitivo che gli stessi interessi sono stati costretti al loro minimo, a causa della massa storica di capitale monetario globalmente disponibile. Non si può più affermare che  la «causa dei rendimenti negativi in tutto il mondo sia l'eccesso di capitale che non ha opportunità di investimento produttivo» [*10] - questa è stata la base dell'«ipertrofia finanziaria» cominciata da almeno 35 anni. Ciò di cui si tratta ora, è un'eccedenza di capitale talmente mostruosa (alimentata con iniezioni sistematiche da parte delle banche centrali attraverso la «flessibilizzazione monetaria») per cui abbiamo sempre meno redditività anche perfino negli investimenti speculativi. La «sovraccumulazione assoluta di capitale» (Marx) ha raggiunto un livello tale che la massa di capitale fittizio in circolazione è esageratamente gigantesca rispetto ai meccanismi di redditività offerti. La caduta del saggio di profitto, in un mondo affogato nel capitale, appare sempre più anche come una caduta generale del tasso di interesse. Ora, lo squilibrio storico tra un tasso e l'altro appare come liquidato, e tutti i tassi seguono la medesima tendenza al ribasso. Il disastro finanziario globale è in agguato, e resta da sapere se avverrà prima o dopo che la Banca centrale degli Stati Uniti comincerà ad operare con tassi di interesse reali negativi.

- Maurilio Lima Botehlo [***] - Pubblicato il 29/11/2019 su Blog Da Boitempo -

Note:

[*1] -  Daniela Amorim, “Inflação de outubro é a menor para o mês desde 1998”, Estadão, 7 nov. 2019.
[*2] - “Maioria dos setores da indústria opera com ociosidade acima da média”, RBA, 22 abr. 2019.
[*3] - Joy Wiltermuth, “That near–$17 trillion pile of negative-yielding global debt? It’s a cash cow for some bond investors”, MarketWatch, 22 ago. 2019.
[*4] - “Greenspan não descarta juro negativo nos EUA”, Valor, 15 ago. 2019.
[*5] - Joy Wiltermouth, “That near–$17 trillion pile of negative-yielding global debt? It’s a cash cow for some bond investors”, MarketWatch, 22 ago. 2019.
[*6] - Maggie Fitzgerald, “Amount of global debt with negative yields balloons to $15 trillion”, CNBC, 7 ago. 2019.
[*7] - Juliana Machado e Ana Carolina Neira, “Saída mensal de capital externo na bolsa é recorde”, Valor, 04 set. 2019.
[*8] -  Karl Marx. Il Capitale: Critica dell'economia politica, Libro III: Il processo complessivo della produzione capitalista.
[*9] - Maurilio Lima Botelho. “Rumo ao desconhecido: endividamento mundial, crise monetária e colapso capitalista”, Blog da Boitempo, 23 jul. 2019.
[*10] - FS Staff, “Jim Bianco Says Negative Rates Could Lead to Disaster”, Financial Sense, 19 ago. 2019.

[***] - Maurilio Lima Botelho é Professor de geografia urbana da Universidade Federal Rural do Rio de Janeiro (UFRRJ), e autor do artigo “Crise urbana no Rio de Janeiro: favelização e empreendedorismo dos pobres” que integra o livro Até o último homem: visões cariocas da administração armada da vida social, organizado por Pedro Rocha de Oliveira e Felipe Brito (Boitempo, 2013), e do artigo “Guerra aos ‘vagabundos’: sobre os fundamentos sociais da militarização em curso”, publicado na revista Margem Esquerda #30. Colabora com o Blog da Boitempo esporádicamente. Dele, leia também, “Rumo ao desconhecido: endividamento mundial, crise monetária e colapso capitalista“, “O suicídio da classe média” e “A aprovação do fim do mundo” (este último no dossiê “Não à PEC 241” do Blog).

fonte: Blog Da Boitempo

mercoledì 4 dicembre 2019

E ora, pedala!

«Il viaggio umano è entrato colla bicicletta nel periodo della liberazione… la bicicletta è una scarpa, un pattino, siete voi stessi, è il vostro piede diventato ruota, è la vostra pelle cangiata in gomma, che scivola nel terreno» ( Alfredo Oriani)

Indispensabile nella vita contemporanea, strumento di svago e di lavoro, simbolo di libertà: la bicicletta ha 150 anni e non li dimostra. Ci ha accompagnato dentro la prima modernità industriale, ha cambiato lo stile di vita di uomini e donne. Una marcia vincente ma non priva di ostacoli: ai suoi inizi essa infatti parve un attentato alla pudicizia femminile, una minaccia alla dignità dei sacerdoti cui ne fu proibito l’utilizzo, persino un incentivo alla criminalità, dando luogo a dibattiti accaniti e grotteschi. Una storia straordinaria, che attraversa tutte le vicende del Novecento, dalle guerre alla Resistenza, alla ricostruzione che s’incarnò nei trionfi di Coppi e Bartali, per giungere ai giorni nostri che vedono ormai nella bicicletta il mezzo d’elezione della nuova sensibilità ambientalista.

(dal risvolto di copertina di: Stefano Pivato, "Storia sociale della bicicletta". Il Mulino)

Preti, donne, militari: giù dalla bicicletta! Su quei sellini offendete il pubblico decoro
- La storia di un mezzo di trasporto, dall’Ottocento all’anticonsumismo di oggi -
di Giovanni De Luna

Nell’Italia del Nord occupata dai tedeschi, tra il 1943 e il 1945 la bicicletta fu il mezzo di trasporto più diffuso. Le reti ferroviarie e tramviarie erano state sconvolte dai bombardamenti, le distanze sembravano essersi mostruosamente allungate; allentatisi i collegamenti tra città e città, difficili anche quelli tra il centro e la periferia, lo spazio pubblico finì per frantumarsi in tanti piccoli mondi separati: la famiglia, il quartiere, la comunità, il villaggio. Le strade cittadine si affollarono di carretti a mano, robusti cavalli da traino, motofurgoni a carbonella. In quello scenario la bicicletta affermò il suo predominio, attirando, per le sue potenzialità «sovversive», anche l'ovvia attenzione degli occupanti e dei loro collaboratori fascisti.
Dopo l'8 settembre si impose infatti ai ciclisti l'obbligo di un apposito «permesso» per circolare durante le ore di oscuramento. In seguito, per scoraggiare le azioni dei partigiani, quest'obbligo fu esteso anche alle ore diurne. La bicicletta doveva essere denunciata in Questura; le famiglie dei renitenti alla leva e dei disertori dovevano obbligatoriamente consegnarle in Municipio. L'ordine valeva anche per chi - senza specifiche necessità di lavoro - ne possedeva una con portabagagli.
Nella sua lunga storia sociale - puntualmente ripercorsa in un bel libro di Stefano Pivato, Storia sociale della bicicletta - non era la prima volta che la bici diventava un simbolo dell'eversione  e del disordine. Anzi si può dire che fin dalla sua comparsa - verso la fine dell'Ottocento - era stata vissuta come la pericolosa manifestazione di una modernità pronta a sconvolgere le rassicuranti certezze del mondo ottocentesco. Nel suo dinamismo, nella sua velocità si intravvedevano i segni «di un attentato al decoro di quanti rivestivano un ruolo  pubblico», così da proibirla ai preti e agli ufficiali dell'esercito «perché ne metteva in disordine le vesti e le uniformi». Ovvia era anche la «sconvenienza» per le donne, costrette a «una scandalosa posizione a cavalcioni sulla sella» che veniva considerata un vero e proprio attentato alla loro tradizionale pudicizia.
Pivato documenta una diffusa «ciclofobia» in cui - accomunati dall'avversione verso le due ruote - si ritrovarono fianco a fianco Cesare Lombroso (pronto a denunciare i tratti inquietanti del ciclista delinquente) e le alte gerarchie del clero che parlavano addirittura di «neopaganesimo». E forti resistenze si riscontravano anche nel nascente movimento operaio, allora tendenzialmente contrario a uno sport che, così come veniva interpretato, non serviva che «a speculazioni industriali... e a innescare nelle masse giovanili un nazionalismo gretto e assurdo».
In realtà la bici era destinata a un futuro radioso e molti di questi atteggiamenti si sgretolarono di fronte a uno sviluppo impetuoso che - proprio sull'onda della modernità e del progresso - vide gli italiani impadronirsi del nuovo mezzo per lavorare e per divertirsi. Così anche grazie a una progressiva diminuzione dei costi, il cicloturismo da un lato e la propaganda legata alle prime gare ciclistiche dall'altro, favorirono una sua sempre più importante diffusione. Il Touring Club ciclistico Italiano, fondato nel 1894, ne fece poi una pietra miliare del progetto di «fare gli italiani», utilizzandola come strumento di educazione e accompagnando le «passeggiate» dei soci con l'idea di patria e di nazione, in un'intesa opera di pedagogia civile.
A sdoganarla definitivamente intervenne la Prima guerra mondiale. Legata per sempre all'immagine eroica del bersagliere ciclista Enrico Toti, la bici fu più prosaicamente impiegata prima come mezzo di comunicazione per trasportare la posta, poi «come strumento strategico di offensiva». Da quel momento in poi, il suo percorso si intrecciò con tutte le fasi che scandirono progressivamente la nostra vicenda storica. A cominciare dai tumulti del «biennio rosso» e della conquista del potere da parte del fascismo, dai primi vagiti di un divismo sportivo che negli Anni Trenta Mussolini usò come efficace strumento di propaganda, e incrociando poi la guerra, la ricostruzione, la guerra fredda, (efficacemente riassunta nella rivalità tra Bartali e Coppi), il boom economico e l'avvento di un'Italia che della motorizzazione fece la bandiera del consumismo e del tempo libero. Per la bici si prospettava un inesorabile declino. E invece... lo shock petrolifero del 1973 segnò una svolta radicale. Le risorse energetiche del pianeta non erano infinite. Un nuovo modello di vita e di sviluppo si imponeva, pena la nostra estinzione. Nacque allora quello che Pivato definisce «un nuovo umanesimo».
Ed è come se oggi si stia per affermare una religione destinata a fare molti proseliti, con  i suoi luoghi di culto (le piste ciclabili che contendono lo spazio urbano alle auto), i suoi riti collettivi (celebrati sulle strade del Giro d'Italia o lungo i tornanti affrontati dalle folle dei ciclisti della domenica), i suoi valori (la frugalità, l'anticonsumismo, il risparmio energetico con l'uso di energie rinnovabili). Più che nel segno dell'anti-modernità, direi che il cerchio si chiude attribuendo alla bici gli stessi caratteri potenzialmente eversivi dei suoi esordi.

- Giovanni De Luna - Pubblicato sulla Stampa del 30/11/2019 -