giovedì 17 gennaio 2019

Dopo la rivoluzione

Quello che può durare nella lotta dei Gilet Gialli
- di Temps critiques, 12 gennaio 2019 -

La maturazione del movimento
Quello che si può dire, è che senza trascendere dal suo punto di partenza, il movimento ha già modificato il suo anti-fiscalismo originale a favore di esigenze più sociali e generali (passando dalla giustizia fiscale dei piccoli commercianti o degli imprenditori, alla giustizia sociale). Già la lotta sul prezzo della benzina era una lotta che andava oltre la questione dell'aumento, per denunciare l'arbitrio di un prezzo senza alcun rapporto con qualsivoglia valore. I Gilet gialli non sono degli esperti economisti, ma sanno che il prezzo del barile, e quello del gas variano enormemente, sia in un senso che nell'altro, mentre il prezzo della benzina o del gas sono dei prezzi amministrati, vale a dire, dei prezzi politici. La riforma di Macron aveva una sua base materiale: il rincaro dei costi dei trasporti individuali utilizzati essenzialmente per il lavoro. Ma una semplice analisi marxista, svolta nei termini dell'aumento della difficoltà a riprodurre tale forza lavoro, mancava dell'essenziale, cioè di quello che aveva permesso di passare dal malcontento alla rivolta, vale a dire, la presa progressiva di coscienza che si tratta del  «sistema» e non della «piccola causa». Nei paesi capitalisti sviluppati, dove non ci troviamo effettivamente nella situazione delle sommosse a causa della fame, la rivolta riguarda il maggior numero di persone, diversamente da come avveniva per le vecchie tasse sul carburante, come per i camionisti, o per i berretti rossi. Come avverrà successivamente, con la rivendicazione di un aumento dello SMIC [salario minimo interprofessionale di crescita], il movimento vuole innanzitutto sostituire all'arbitrio dello Stato, o a quello dei prezzi di monopolio, una sorta di «prezzo equo », alla Proudhon.

Un'unità che si costruisce...
Il movimento non si basa affatto su un'unità di rottura (per esempio, un'unità direttamente anticapitalista, dal punto di vista ideologico), bensì su un'unità di esistenza a partire dalla condivisione delle condizioni materiali e sociali, perfino anche politiche, percepite come degradate. Una tale situazione tende a far rinascere quelle condizioni di «Tous ensemble»  del 1995, questa volta però su delle basi non sono più le stesse di prima, non sono più quelle del lavoro salariato, in senso stretto, ma piuttosto quelle di un insieme di singoli individui che all'improvviso costituiscono una massa. Quest'unità è poco divisiva in quanto procede per mezzo di scorciatoie semplificatrici (i poveri contro i ricchi, il popolo contro le élite, ecc.) anziché passare per degli schemi teorici poco elaborati rispetto alle classi. Essa forma un consenso che si oppone al consenso dominante, quello che riunisce, al di là delle loro differenze, lo Stato, il padronato «illuminato» e le classi medie colte, quelle che lavorano nell'insegnamento, nella cultura, nei media, in quanto anche questo blocco non procede per definizione ed esclusione ideologica a priori, purché gli individui o i gruppi di pressione, o i movimenti sociali, rispettino il quadro istituzionale ed il politicamente corretto.
In tutto questo, il movimento dei Gilet gialli è una risposta popolare alla politica, né di destra né di sinistra,  dei politici di Stato in lotta per il potere, che si ritengono gli unici depositari positivi; mentre gli altri ricadono tutti nel negativo del termine «populismo», servendo così a stigmatizzare tutti gli estremi della politica politicante (da Le Pen a Mèlenchon, mentre il PCF non fa parte della carretta, dal momento che si colloca, ancora una volta, dalla parte dell'ordine e del rispetto delle istituzioni in carica) e, se sarà necessario tutte queste «brave persone» che non sanno più come fare ad arrivare alla fine del mese, sfideranno le regole della civiltà a favore dell'insulto, del disimpegno e della volgarità.
Questa unità comprende uomini e donne che stanno al di fuori di ogni riferimento in termini di sesso e di colore («tutti gialli»). Contrariamente a quanti cercano invano nel movimento una rimessa in discussione della relazione uomo/donna, le donne e i gilet gialli si pongono immediatamente come uguali agli uomini, almeno in seno al movimento. La notte, sulle rotatorie, così come nelle manifestazioni che affrontano la polizia, le donne Gilet gialle non abbandonano né la loro dimensione femminile né la singolarità della loro concezione della lotta, così come essa è stata dimostrata in tutta la Francia, nelle loro manifestazioni di domenica 6 gennaio. Se, come sempre nella storia, le donne agiscono come staffette, non si manifesto in maniera particolare come se fossero delle figure «estremiste» (incendiarie o donne libere) oppure, al contrario, come ridotte a svolgere delle funzioni logistiche o domestiche, bensì come parte pregnante, piena e completa del movimento.
Come nei movimenti rivoluzionari storici (la Rivoluzione francese, il 1848, La Comune, le rivoluzioni russe e cinesi, la Spagna. l'Ungheria 1956, ecc.) o negli sconvolgimenti rivoluzionari (maggio 1968; Italia 1968-78),  non abbiamo a che fare con un movimento puramente classista, per cui non si tratta di definirlo in maniera classista, come se la rivoluzione dovesse essere necessariamente facilitata per mezzo di una purezza di classe, e quindi non ci dovrebbe aspettare niente da un movimento come quello dei Gilet gialli, a causa del suo «interclassismo». Le lotte di classe sono state più virulente proprio quando questa purezza di classe è stata meno evidente. Contadini e sanculotti della Rivoluzione francese, artisti della Comune, declassati della nobiltà ed intellettuali nella Rivoluzione russa, i marinai di Kronstadt e i consigli dei soldati, i contadini di Makhno, il maggio 1968 e gli studenti, il ruolo primario degli operai meridionali nelle lotte di fabbrica del nord Italia testimoniano le molteplici componenti sociali di queste rivoluzioni. Quando le lotte sono guidata da una maggiore omogeneità della classe operaia, questo di solito viene pagato con una maggiore dipendenza di quello che è il rapporto reciproco capitale/lavoro (la classe operaia «garantita»).

... ma in una nuova configurazione
Per il momento, il movimento è limitato alla circolazione (ai blocchi) e alla redistribuzione delle ricchezze, più che al modo di produrle. In ciò, può essere assegnabile a tutti gli sfruttati, a partire dal fatto che ripristina la fiducia nell'azione collettiva, e lo fa attraverso l'idea che non esiste alcun sconvolgimento sociale se non viene stabilito un rapporto di forza favorevole. Una posizione questa, che seduce sempre più i sindacalisti minoritari nella CGT. i quali contano di riuscire a portare questa prospettiva dentro il prossimo congresso confederale del 13 maggio a Digione: «Quello che stanno facendo i Gilet gialli si ripercuote [...] nei dibattiti nella CGT a proposito dell'efficacia delle giornate delle manifestazione e di mobilitazione del sabato. Ora, se non coniughiamo le azioni del sabato con delle azioni nelle imprese, il MEDEF [Nd.T.: la confindustria francese] potrà continuare a dormire sonni tranquilli», si legge in un progetto preliminare di contributo al congresso. Anche se siamo lontani dalla prospettiva dei Gilet gialli che s'inscrive in una sorta di «tutto è possibile», c'è un tener conto di quella che è una nuova situazione di resistenza attiva a tutto quello che subiamo, a livelli differenti.
Quel che sconcerta è che allo stesso modo in cui non è classista - l'abbiamo detto - il movimento non è nemmeno classificabile. Esso non è realmente «sociale» nel senso tradizionale di un movimento sociale, ed è per questo che a sinistra viene piuttosto respinto, però è di natura sociale (riguarda in maniera prioritaria le persone che si trovano in difficoltà finanziarie e/o professionale); non è di natura politica nella misura in cui non si definisce politicamente, ma ha un'«anima politica» come è dimostrato dai suoi riferimenti che esso a sua volta riattualizza (la Marsigliese, l'art.35 della costituzione del 1793, «governo del Popolo, dal Popolo, per il Popolo», l'appello di Commercy, ecc.). Gli individui quindi non si lasciano confinare in una situazione di dominio, e reagiscono con dei mezzi che sono al limite, vale a dire, non praticando un entrismo politico o facendo lobbying, bensì occupando lo spazio pubblico in una sorta di grande rivolta.
A questo proposito, lo slogan « Paris–Debout-Soulève-toi » (ma, nello slogan, il nome della città è intercambiabile) rimanda ad una situazione di rivolta che è più vicina a quella della rivolta dei Canuts piuttosto che a quella delle lotte di classe del XX secolo. Poiché il filo rosso storico che li lega potrebbe essere simboleggiato da « Ce n'est qu'un début continuons le combat » a cui oggi non crede più nessuno, come si è potuto vedere durante il movimento contro la loi-travail, dal momento che nonostante l'aspetto di massa del movimento quest'ultimo aveva in qualche modo, nella sua grande maggioranza, interiorizzato la debolezza della lotta nell'attuale rapporto di forza capitale/lavoro, cosa che lo ha privato di ogni possibilità di trasformare tale rapporto di forza, nel momento stesso in cui non ha prodotto uno scarto rispetto alla situazione tradizionale di uno confronto innocuo, per non rischiare la sconfitta sul campo e mantenere l'illusione.
Non classista e non classificabile, diciamo, ma d'ora in poi non inequivocabile. Perciò, nel momento in cui nel movimento stesso, questo insieme che non è una totalità (popolo), né una particolarità identificabile (classe), tende sia a volersi costituire come una totalità di dominati («le persone che stanno in basso») nelle condizioni attuali, incluse quelle che sono le trasformazioni del capitalismo, sia a voler risvegliare un Popolo essenzializzato nel grande sostegno dei simboli dell'antico Stato-nazione francese (Bandiera e Marsigliese). Ma ciò che è unisce queste due tendenze, è proprio la coscienza della trasformazione delle forme dello Stato.
Infatti, non siamo i i soli a constatare che il passaggio dalla forma dello Stato-nazione a quella dello Stato-sistema, paradossalmente ha prodotto una centralizzazione superiore fatta di retti di potere e di potere politico e di servizi pubblici insieme, di conseguenza, ad una perdita di legittimità da parte dello Stato in questa forma nuova. Una nuova forma che i Gilet gialli denunciano in  quanto, ai loro occhi, essa favorisce l'affarismo, la corruzione, le pratiche mafiose, il clientelismo e non più il bene comune o il «senso dello Stato» o della Francia.

Dopo la rivoluzione del capitale, ad essere diventato centrale è il reddito, e non più il lavoro
Non è che il movimento dei Gilet gialli non si preoccupi della questione del posto di lavoro e del ruolo che ha il capitale nel determinare le loro condizioni di vita, ma le diverse frazioni popolari non sono più strutturate a partire dalla centralità che veniva giocata prima dalla classe operaia, dalle sue organizzazioni ed associazioni, dalla sua cultura, dai suoi quartieri. La dissociazione, sempre più importante, fra luogo di vita e luogo di un eventuale lavoro, produce un decentramento della predominanza del dominio. Non si tratta più della lotta contro l'assegnazione al lavoro, e della criticava del lavoro, che avevano prevalso negli anni 1960-1970, e che avevano continuato fino ad oggi, ma delle lotte che criticano l'assegnazione alla residenza prodotta dalle politiche di «rurbanisation» [urbanizzazione dei centri rurali] (Henri Lefebvre) che avviene in un più generale processo di metropolizzazione subita. Una sorta di arresti domiciliari che vengono vissuti anche dagli immigrati e dai loro discendenti, ma anche una politica che viene subita da quest'ultimi nell'universo delle banlieue, nelle quali molti cercano di sfuggire unendosi ai comuni periferici: quegli spazi residenziali che i nuovi abitanti credono di aver scelto facendoli costruire ed accedendo a certe condizioni di vita.
È questa possibilità di incontri, di apertura, di accesso alla città, insieme a quello che essa aveva di «progressista», che i Gilet gialli rifiutano in maniera contraddittoria, ragion per cui molti di loro sono contenti di poter trovarsi ancora lontani dal tormento della città, dalla sua delinquenza, dal suo inquinamento, ecc. A tal proposito, le prime grandi manifestazioni del movimento, a Parigi, non vanno intesi come un'aspirazione ad appropriarsi della grande città. In primo luogo, assume il significato di esistenza e visibilità collettiva nei luoghi del potere, nello spazio centrale di una delle capitali mondiali del capitale globalizzato, degli «invisibili in abito giallo». Vale a dire, che all'Arco di Trionfo siamo a casa nostra, così come a place de l'Opéra, o sugli Champs-Élysées. Non si tratta della conquista di un luogo di vita iperurbano, ma piuttosto l'affermazione politica ed esistenziale che «Parigi è anche noi»; un modo per dire allo stesso tempo anche «lo Stato è anche noi», e che noi intendiamo combattere quelli che lo organizzano per il loro solo tornaconto.
Molte persone, sociologhi, esponenti della sinistra o altri sindacalisti si pongono il problema di sapere perché i Gilet gialli non attacchino il padronato, o lo attacchino così poco. È vero che un'inchiesta mostra quanti pochi siano a conoscere l'acronimo MEDEF [l'equivalente francese della Confindustria italiana], ed è vero che la sede di questa MEDEF non è stata depredata durante i sabati del 1° e dell'8 dicembre - che per quanto riguarda i beni, sono stati i più distruttivi - sebbene si trovasse al centro degli avvenimenti, nel quartiere dell'Étoile e degli Champs-Élysées
Innanzitutto, è un punto di vista che dev'essere relativizzato: gli attacchi contro «il mondo degli affari», il CAC 40 [indice azionario], le multinazionali e le banche sono frequenti, e in questo i Gilet gialli non sono molto diversi dai movimenti degli anni '30 contro le «Duecento famiglie», ma anche da Occupy Wall Street, solo che semplicemente non hanno l'etichetta «di sinistra». I Gilet gialli hanno una coscienza immediata di quello che è il processo di globalizzazione, e questo li porta a non attaccare il capitale proprietario dei mezzi di produzione, ma ad attaccare il capitalismo in quanto «sistema» (si tratta in ogni caso dell'attuale evoluzione del movimento che è passato dall'antifiscalismo ad una posizione «anti-sistema» più vicina all'anticapitalismo tradizionale - che ha avuto origine sia a destra che a sinistra - che al conservatorismo anti-statale dei movimenti simili al Tea Party.
Non possiamo, senza contraddirci, da un lato essere contenti della scomparsa di ogni mediazione che affossa le nostre rivolte e, dall'altro, deplorare il fatto che la rivolta avvenga contro quella che è la forma più globale del dominio, a livello di ciascun paese, che è quella dello Stato incaricato della riproduzione dei rapporti sociali all'interno di questo quadro limitato rappresentato dal territorio nazionale. Questo Stato che impone la sua politica, i suoi prezzi, le sue forme di tassazione, la sua legislazione. Il movimento è ostile solo contro il grande padronato e la finanza, ma non contro il piccolo imprenditore, che è il più grande creatore di posti di lavoro, e ancor meno contro l'auto-imprenditore occasionale che è appena arrivato al lavoro salariato. Perciò, il movimento non pone la questione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Per lo più, i Gilet gialli non lavorano nelle grandi imprese, perché essi sono il prodotto della ristrutturazione del capitale, del suo nomadismo e della sua flessibilità, essi sono poco permeabili all'idea dello sciopero (tranne, eventualmente, allo sciopero generale) e oscurano in maniera quasi naturale quello che è la relazione di sfruttamento fra capitale e lavoro, poiché percepiscono che essa viene giocata ad un altro livello; a quello del dominio politico dello Stato, o a quello della Comunità europea, ecc. È questa forma di coscienza a-classista che gioca contro la coscienza operaia della classe, e fa sì che chiedano rispetto per quello che consente al loro piccolo capitale di lavorare produttivamente... e un forte aumento dello SMIC [salario minimo] potrebbe essere sostenuto solo dalle grandi imprese.

Per ciò che attiene alla violenza del movimento
Bisogna distinguere quello che vogliamo rispetto alla prospettiva della comunità umana (nessun essere umano è estraneo alla nostra condizione umana comune) dalla realtà dei rapporti sociali che fa sì che certi individui, nelle loro funzioni o nei loro comportamenti, non si comportano come esseri umani. Questo è ad esempio il caso delle forze dell'ordine, così come in certe condizioni quello dei militari. Ciò non significa che siano riducibili a questo.
Ma nella funzione repressiva essi non hanno alcun margine, com'è dimostrato dalla loro azione, divenuta al giorno d'oggi essenziale: quella di gasare, accecare e manganellare, allo stesso tempo in cui, il giorno prima, sulle rotatorie, stavano cercando di simpatizzare con i Gilet gialli. Da allora in poi, sono sempre più obbedienti agli ordini, ed è stato loro chiesto di piantarla con la gentilezza e di assumere l'atteggiamento della cattiveria. Quando abbiamo detto che l'aver messo in discussione i rapporti sociali sul posto di lavoro ha creato un gap rispetto alla funzione richiesta dai padroni, dai capi o da altri, e la cosa riguardava il salariato di base -  e non un particolare tipo di lavoratore salariato, sia esso poliziotto o guardia carceraria - numericamente ultra-minoritario, ma che per il potere dominante è molto più importante di milioni di lavoratori salariati medi. 
Per queste categorie specifiche, un semplice scostamento non può bastare, ma devono disertare (come facevano i soldati refrattari durante la guerra del '14, come Jean Moulin durante l'occupazione tedesca). A partire dal fatto che sappiamo che, per vincere contro lo Stato, noi non avremo mai la potenza militare (in senso lato), evidentemente non si tratta di essere soddisfatti per uno slogan che sentiamo ovunque: «Tutti odiano la polizia». Ma quanto meno questa formula possiede una certa efficacia durante le manifestazioni, assai più importante di quella del '68 (CRS=SS) in quanto è molto più proporzionata. E durante le manifestazioni, quando cala la notte e nell'oscurità potrebbe succedere tutto, possiamo vedere fino a che punto gli sbirri sono sensibili alla vergogna che può rappresentare il loro proprio lavoro, cercano di massacrare dei «casseur» o dei giovani delle banlieue, e si vengono a trovare sotto gli occhi della gente che sanno che vivono nelle loro stesse condizioni , che soffrono come loro... ma che rinunciano pubblicamente e perfino tranquillamente ai loro 150 euri, spesi in mezza giornata di sciopero. è il prezzo dei gas lacrimogeni e della manganellate o dei flash-ball. Dalla vergogna, puo’ nascere qualsiasi cosa: più spesso la reazione immediata, ancora più rabbiosa, ma mista alla paura. In un secondo tempo, la cosa dipende dall'evoluzione del movimento nei suoi rapporti di forza con lo Stato. Ma per il momento, il movimento non vive altro che nell'immediatezza e nel breve periodo. Oscurando parzialmente la relazione di capitale nel lavoro, che costituisce in sé stessa una mediazione, che è quella del salariato, il rapporto sociale si esprime nella sua brutalità: il movimento di fronte e contro il «sistema» capitalista ed il suo apparato statale.
Ed è proprio perché non c'era alcuna mediazione in cui il movimento abbia potuto credere, in un primo tempo, é stato possibile diventare pappa e ciccia con le forze dell'ordine («siamo tutti Gilet gialli», si poteva sentire, e inoltre alcuni Gilet gialli potevano anche avere dei familiari o degli amici nella polizia) e di conseguenza occupare la strada, e più in generale lo spazio pubblico, senza alcun problema, in quanto, come proclamano i Gilet gialli «manifestare è un diritto». Si può perfino pensare che sia provenuta da questa ingenua confidenza, l'idea secondo la quale non era più necessario fare domanda, per ottenere delle autorizzazioni, in cui si comunicava il tragitto.
È stato solo essere stati manganellati sul viso ed asfissiati dai gas, che i Gilet gialli si sono resi conto che ciò che all'inizio appariva loro come un diritto, ridiventava ora qualcosa da conquistare, da imporre allo Stato, a questo governo ed al suo appartato repressivo. A partire da questo, l'atteggiamento faccia a faccia delle forze dell'ordine non poteva che cambiare, in primo luogo perché i manifestanti non erano più dei novellini, in quanto gli scontri erano diventati strutturalmente obbligatori, malgrado il pacifismo globale dei manifestanti (ivi compresi quelli violenti, ma disarmati; sotto quest'aspetto, niente a che vedere con il '68) e l'ordine di risparmiare le energie (evitare il contatto diretto); in secondo luogo, perché se potevano esserci ancora delle illusioni intorno alle rotatorie, dove i poliziotti e i gendarmi presenti facevano dei turni e sembravano essere degli individui come gli altri, ma in uniforme, nelle manifestazioni di città non si trattava di individui, ma corpi di Stato che reagivano in quanto tali, fino a quando non si sfaldavano.

A proposito di organizzazione
Sebbene in molte regioni non esista un vero e proprio coordinamento, c'è una tendenza reale a moltiplicare le richieste di coordinamento nazionale. Come nel caso del secondo appello del Commercio, del coordinamento di Tolosa o di Marsiglia. Ma come potrebbe essere possibile passare direttamente ad un coordinamento nazionale che non sia dotato di un guscio mediatico costituito da dei portavoce auto-proclamatisi? Questo sarebbe un mettere il carro davanti ai buoi, col pretesto che il Commercio si sarebbe organizzato in questo modo. In ogni caso, l'esempio concreto di coordinamento regionale al quale abbiamo partecipato è stato abbastanza caricaturale ( si veda in proposito, il nostro rendiconto sul bollettino dei Gilet gialli su https://blog.temps­cri­ti­ques.net/ ), ma allo stesso tempo è stato anche indicativo di una differenza di situazione fra le grandi città, da un lato, e le piccole cittadine dall'altro. Il movimento è partito da quest'ultime, e dalle campagne, attraverso l'utilizzo delle rotatorie e dei caselli di pagamento dei pedaggi, come punti di aggregazione. Un'organizzazione minimale e locale, controllabile, che screditava immediatamente tutti quelli che sono gli apprendisti portavoce che vanno a Parigi, per discutere con il potere, o con i media. Ma nelle grandi città c'erano solo le manifestazioni del sabato, ed era difficile essere soddisfatti dal loro ripetersi.
Nel mentre, sono emersi dei tentativi di organizzazione attraverso assemblee al fine di cercare di «definire» un movimento che diversamente non faceva altro che sposare la fluidità e la temporalità delle manifestazioni con cadenza settimanale. Ma è un'impresa difficile, in quanto allo stesso tempo, in maniera contraddittoria, necessaria ed artificiale; e poi perché non coincide bene con quelle che sono le caratteristiche originarie di un movimento che ha coniugato ad un livello assai locale azione, riflessione e comunità di lotta  e, in maniera trasversale insieme ad altri, si è trasformata come se fossero delle comunità affini di lotta.
Al contrario, nelle grandi città, l'aggregazione è più anonima, più centralista; essa introduce rapidamente verticalità e delega, e soprattutto politica, nel senso peggiore del termine, perché cerca di ideologizzare il movimento, di dargli un colore politico. Anche se in una piccola cittadina come quella di Villefranche-sur-Saône, questo è opera del Fronte Nazionale, mentre nelle altre città sembrerebbe essere piuttosto effetto della sinistra di La France Insoumise e di quello che rimane di Nuits Debout.
Per adesso - è più di un'osservazione - la lotta è aperta... e i problemi restano intatti, dal momento che, vista la singolarità del movimento, all'orizzonte non si vede alcun guadagno.
Infatti, la forma della rete, quando veniva esercitata sul modo di occupazione dei territori, utilizzava le tecnologie digitali come supporto della rete. Ma oggi, a causa del giro di vite repressivo sulle rotatorie, e alle manipolazioni da parte di certi leader autoproclamatisi tali attraverso i media e Facebook, i quali hanno tutti delle referenze meno interessanti di quelle del gruppo Commercy, le reti tendono a diventare delle consorterie, e l'assemblearismo alla Commercy sembra essere la forma più appropriata. Ma tutto ciò non impedisce affatto, malgrado la maggiore riflessività, manifestata pubblicamente e diffusa da questo gruppo, che si tratti anche di un tentativo di coordinamento nazionale dall'alto. Se possiamo esprimere delle riserve in rapporto al formalismo assembleare di Commercy, è difficile immaginare quale sia la forma di rete che possa sostituirlo, e inoltre sono essi stessi a parlare di comitati popolari, visti come base dell'insieme. Ragione per cui ci sono molte esitazioni.
Più concretamente, nella discussione, le due tendenze principali che emergono sono quelle che, da una parte ritengono che la diffusione sia un vantaggio e quelli, che dall'altro lato pensano che bisogna coordinarsi subito a livello centralizzato, poiché diversamente non si va da nessuna parte, in quanto non si riesce a dare veramente fastidio. Il problema è che dietro quella che appare come un'opposizione di strategie, si nasconde anche una differenza di quelle che sono le situazioni oggettive; la prima posizione viene assunta dalle persone che vivono nelle regioni periferiche, la seconda dagli abitanti delle grandi città, in quanto quest'ultimi trovano che sia difficile potersi inserire nel movimento senza partecipare alle manifestazioni del sabato, o senza cercare di prendere il comando politico del movimento.
Indubbiamente, bisogna che il movimento faccia esperienza della obsolescenza della forma assemblea. Il movimento è sorto e si è allargato sotto la forma della Rete; una forma che esprime già una pratica che va al di là della forma tradizionale dell'assemblea generale. Ad esempio, si tratta di solidarietà concreta fra coloro che mantengono in maniera permanente l'occupazione delle rotatorie, da una parte, e gli abitanti dei territori lì vicino, dall'altra; oppure, ancora, si tratta di uno scambio di esperienze di lotta attraverso i diversi supporti digitali, o per mezzo dei telefoni cellulari. La preparazione delle decisioni collettive coinvolge solo alcune poche riunioni specifiche, e quando queste vengono tenute ciò avviene nella vicinanza delle rotatorie o dei caselli per il pagamento dei pedaggi autostradali. Non esiste uno spazio politico fisico consacrato esclusivamente alla discussione ed all'organizzazione delle lotte. La forma rete adottata dai Gilet gialli non separa la lotta dalla vita quotidiana. Così come non ci sono rappresentanti di movimento che si confrontano con i poteri esterni, è la presenza di ciascuno nelle azioni  dirette del movimento a costituire il corpo politico comune dei Gilet gialli. È questo uno dei significati del titolo del supplemento: «Un abito giallo che fa comunità».
In questo supplemento abbiamo sostenuto che il movimento non era affatto anti-organizzazione ma a-organizzazione, e che esso rifiutava tutte le forme di organizzazione prestabilite. I rari tentativi di costituire dei «consigli di rotatoria» sono falliti. Per ora, ciò che prevale è l'immediatezza dell'azione. Ma può reggere Può diventare duratura? È questa la domanda cruciale. Poiché lo dimostra l'esperienza storica dei movimenti rivoluzionari (come quella di ogni movimento): l'organizzazione, appesantita dalla sua tentazione rappresentazionale, è assai spesso la prima tappa dell'istituzione. E l'istituzione è la fine del movimento, il segnale del suo fallimento... Il testo dei Gilet gialli di Commercy esprime un'assemblearismo di base, democraticista, che tuttavia denota una capacità riflessiva del movimento, un non immediatismo, che sembra differenziarlo da quello dei tentativi di Marsiglia o da quelli di Tolosa e, in maniera del tutto evidente, dalle iniziative di quei leader che sono alla ricerca dell'effetto carismatico e/o mediatico.
 
Quale avvenire?
Ovviamente, questo ci appare legato al carattere della risposta dello Stato, ma al di là di questo il movimento affronta da una parte la necessità di conciliare le azioni quotidiane, di tutti i giorni, ed in particolare quelle del sabato mattina; delle azioni che possano riunire, sempre più difficilmente, oltre ai Gilet gialli che sono all'origine del movimento e ad altri, tutti quegli individui di molteplice provenienza che finora hanno partecipato solo alle azioni del sabato pomeriggio nelle città, e che non indossano necessariamente il gilet giallo, né sono integrati nel movimento. È un po' come sei i partigiani delle prime azioni, decisi e organizzati a partire dalle reti sociali, e soprattutto da Facebook, si riunissero e definissero una sorta di militante tipo dei Gilet gialli: un po' rinchiuso sulle proprie fonti parallele di informazioni, i suoi video che si trasformano in un ciclo, il suo gilet giallo, impegnato a fabbricare i propri riferimenti, a rischio di tendere ad una sorta di discussione chiusa. Questa dimensione ci sembra importante, non solo per riflettere accuratamente sui fatti, ma anche per riflettere sull'avvenire del movimento, vale a dire sapere se, come la pensa la maggior parte dei Gilet gialli, tutti dovrebbero diventare Gilet gialli, oppure se il movimento crescerà in maniera tale che il gilet giallo non sarà più il segno del riconoscimento, ma solo un segno fra gli altri.
Quest'aspirazione ad un divenire collettivo comune, nel momento in cui scriviamo, può apparire come un percorso carico di potenzialità universali, ma essa non è altro che uno degli orizzonti possibili di questo movimento. Possono avere luogo anche altre soluzioni che annullerebbero queste potenzialità. Per esempio, di tipo rosso-verde e sovraniste, che potrebbero essere la controparte del populismo di destra, tipo i 5 stelle in Italia. Di fronte a questo genere di offensiva, il nostro ruolo è quello di sostenere il rifiuto, espresso da parte dei Gilet gialli, a qualsiasi centralizzazione e gerarchizzazione  che non sia imposta dalle necessità stesse dell'azione. È questo il modo di rendere più difficili le eventuali manovre politiche. Un altro modo è quello di opporsi, per quanto possibile, all'allargamento delle rivendicazioni di base, poiché attraverso il RIC [Referendum di Iniziativa Civica], e la creazione di un nuovo comitato, nascerebbero delle assemblee o dei coordinamenti, nei quali si ha l'impressione che i Gilet gialli potrebbero costituirsi in partito politico in grado di dirigere tutto e di guidare tutto. Perciò, a rischio di sembrare restrittivi bisogna tornare a delle rivendicazioni «negoziabili» - senza che per questo si cerchi di negoziarle, ma imponendole attraverso il rapporto di forza, in quanto sono a portata di mano (il potere ha già arretrato ed ha lasciato cadere qualche briciola) -  che possono mantenere quella dinamica che permetta dopo di andare più lontano e più a fondo: ISF [Imposta di Solidarietà sulla Fortuna], CSG [Contribuzione Sociale Generalizzata], reddito minimo garantito e democrazia diretta, poiché ignorare questo aspetto del movimento significherebbe negarlo.

- Temps critiques, 12 gennaio 2019 -

Fonte: Temps Critiques

mercoledì 16 gennaio 2019

Indagini

sacks

Rimasta sulla scrivania di Oliver Sacks fino a due settimane prima della morte, questa raccolta di scritti ci offre la sintesi di tutte le sue tensioni conoscitive nell'ampio ventaglio di discipline che si intersecano con la neurologia: botanica e anatomia animale, chimica e storia della scienza, filosofia e psicologia – senza dimenticare la passione letteraria. Ed è proprio questo ventaglio a permettere a Sacks di scomporre il fiume della coscienza umana, e di farne emergere i caratteri più sconcertanti e controintuitivi. Esplorando le forme di vita «senziente» lungo l'intera scala degli «esseri organizzati» – a partire da piante come la Mimosa pudica, le cui foglie si contraggono alla minima sollecitazione tattile, e da certi vermi capaci di auscultare le vibrazioni del terreno e di sfuggire così agli uccelli predatori –, Sacks ci mostra come molte «menti» elementari condividano con noi proprietà fondamentali. E ci rivela anche come la fluidità e continuità di quel «fiume» sia in realtà composta da una successione di microsequenze discrete e possa essere minata da «bachi» sensoriali quali gli scotomi o l'ampia gamma di amnesie e inganni della memoria che va dai traumi sessuali immaginari a vere e proprie affabulazioni (come quella di Binjamin Wilkomirski, che descrive una sconvolgente esperienza concentrazionaria senza averla mai vissuta). La somma di queste indagini finisce così per assumere un valore testamentario, facendo confluire le scoperte e gli interrogativi di un grande esploratore della mente e della natura.

(dal risvolto di copertina di: Oliver Sacks, Il fiume della coscienza. Adelphi.)

Addio alla vita con i fiori di Darwin
- di Piero Bianucci -

Due settimane prima di morire Oliver Sacks pubblicò sul New York Times un lungo articolo intitolato Shabbat. A 82 anni, non credente, andava alla riscoperta delle radici ebraiche, incluse quelle religiose e rituali. È alla fine della vita che ci si volta indietro, ed è come posare lo sguardo su un panorama vasto, familiare e nello stesso tempo velato dalle foschie della lontananza. Sacks aveva appena contemplato il suo lungo passato scrivendo
In movimento: 400 pagine autobiografiche, storia di un medico con la passione delle motociclette, amante della musica, sperimentatore dell’LSD e altre droghe, omosessuale a lungo clandestino, autore di successo. In questo clima di congedo imminente, pochi giorni prima di cedere alle metastasi di un melanoma, Sacks convocò tre amici e consegnò loro una decina di saggi brevi perché ne curassero la pubblicazione sotto il titolo Il fiume della coscienza.
Quegli scritti di argomento vario, lievi ma non leggeri, che un indice dell’autore cercava di mettere in una successione coerente, nascevano da un incontro televisivo del 1991, quando Sacks si era trovato a conversare con il fisico Freeman Dyson, il biologo Rupert Sheldrake, il paleontologo Stephen Jay Gould, il filosofo Daniel Dennett e lo storico della scienza Stephen Toulmin. Un Parnaso di intellettuali dalla notorietà planetaria. I testi ispirati dal dibattito davanti alle telecamere e rimaneggiati alla vigilia del passo di addio, possiamo leggerli ora come una seconda piccola autobiografia, questa volta di taglio scientifico, impressionistica, concisa e sfumata come le pennellate di Claude Monet.
Ritroviamo qui molte ricerche che, con il pretesto di bizzarri casi clinici, hanno fatto di Sacks uno straordinario narratore: il «mal di testa» – tecnicamente emicrania –, l’arto fantasma, la cecità ai colori, le allucinazioni sensoriali, la sindrome di Tourette, l’encefalite letargica, le intermittenze della memoria. Più la curiosità per la botanica e la chimica di quando era ragazzo e frequentava il laboratorio di «Zio Tungsteno». Se per coscienza intendiamo la consapevolezza di sé che emerge dalla mente, a sua volta radicata nella fisicità del cervello, non la riconosceremo come il collante che tiene insieme debolmente la diversità enciclopedica di queste pagine. Ma Sacks adotta una idea di coscienza più ampia, tanto da intravvedere qualche traccia di «vita mentale» persino nelle piante. E per non sembrare troppo eretico si fa guidare dall’autorità di Darwin, che al mondo vegetale dedicò gran parte dei suoi studi dopo aver pubblicato nel 1859 L’Origine delle specie, paradigma dell’evoluzione biologica.
L’icona classica è un Darwin che alle isole Galàpagos intuisce la legge dell’evoluzione – mutazioni casuali e successo riproduttivo del più adatto – osservando la diversa forma del becco in una dozzina di specie di fringuelli. Ma Darwin fu botanico ancora più che ornitologo: 200 piante raccolte in quell’arcipelago formano una collezione oggi considerata «l’esempio meglio documentato prodotto da Darwin sull’evoluzione delle specie insulari». L’interesse per le piante – fa osservare Sacks – in Darwin non era classificatorio ma tutto teorico e orientato alla verifica della concezione evoluzionistica. Lo affascinavano i viticci delle piante rampicanti e gli apici delle foglioline di avena ancora chiuse nelle gemme: in essi vedeva la manifestazione di una «intelligenza» guidata dalla luce, e lo dimostrò con esperimenti in cui schermava le zone fotosensibili.
La comparsa dei fiori, databile intorno a 100 milioni di anni fa, è uno snodo cruciale dell’evoluzione. Darwin notò nelle primule due tipi di fiori e ciò lo indusse a studiare la sessualità delle piante e a mettere in discussione l’idea dell’autofecondazione. Se l’autofecondazione avesse vinto, scrive Sacks, «il mondo sarebbe rimasto fermo a un’unica pianta autofecondata invece di possedere la straordinaria gamma di specie che di fatto ha». Ed ecco Darwin alla ricerca delle soluzioni evolutesi per evitare l’autoimpollinazione: strutture anatomiche, ma anche complesse nicchie ecologiche. Il mondo fiorisce, diventa colorato e profumato per attirare gli insetti impollinatori, e gli insetti sviluppano organi e abilità per estrarre il polline. Il cerchio si chiude quando alcune piante, per esempio la Drosera, «imparano» a catturare gli insetti e diventano carnivore. È la scoperta della coevoluzione. Restava tuttavia l’enigma di una orchidea del Madagascar dotata di un nettario lungo trenta centimetri, inaccessibile a tutti gli insetti impollinatori noti. Darwin predisse che sarebbe stata scoperta una falena «munita di una proboscide abbastanza lunga da sondarne le profondità». Non sbagliava. Decenni dopo la sua morte quella specie di falena venne finalmente scoperta e fu il suo capolavoro teorico.
Come si vede, il «fiume della coscienza» che Sacks cerca di tracciare è in realtà il torrente carsico della ricerca. Dalle astuzie vegetali alla chimica della mente, dalla fallibilità della memoria al mistero delle illuminazioni creative, Sacks dà al lettore la vertigine di una cultura elegante e sconfinata. Esperienze e letture accumulate nei decenni lo supportano. Da bambino cercava di rallentare o accelerare i fenomeni della natura scattando lunghe sequenze di fotografie. Da neurologo osservava rallentamento e accelerazione nei malati di Parkinson, nei letargici trattati con dopamina, nei tic di chi ha la sindrome di Tourette. In uno dei saggi-racconto torna al suo esordio di neurologo, quando si occupava di emicrania, analizza l’aura che talvolta accompagna questo malessere con allucinazioni – forme luminose a zig-zag che attraversano il campo visivo – e scopre che se n’era già occupato un astronomo, John Herschel, ottocentesco esploratore del cielo australe, ma nessuno l’aveva notato. Il cammino del sapere non è lineare, oscilla a caso tra scoperte e oblio: l’ultima passione di Sacks è stata la filosofia della scienza.

- Piero Bianucci - Pubblicato su Tuttolibri del 14/4/2018 -

lunedì 14 gennaio 2019

«Che ora è ? La stessa di sempre !»

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«Qualcosa prosegue il suo corso» [*1], ovvero: Il fischio della fine che nessuno vuole sentire
- Lettera aperta alle persone interessate ad " EXIT! " in quello che è il passaggio dal 2018 al 2019 -
  per la Direzione e la Redazione di " EXIT! ", Herbert Böttcher , Novembre del 2018

Sono già passati 10 anni da quando il crollo dei mercati finanziari ha causato sconvolgimenti in tutto il mondo. Il governo degli Stati Uniti ha lasciato che Lehman Brothers andasse in bancarotta. Sperava che la banca, relativamente piccola, sparisse dai mercati senza darlo troppo a vedere, ma avevano fatto male i conti. Con il fallimento d Lehman, l'instabile sistema finanziario minacciava di crollare, finendo completamente fuori controllo. L'impatto si riflesse sulla caduta dei prezzi, sul differimento degli investimenti, sulla riduzione del credito, sull'aumento della disoccupazione e sulla diminuzione dei consumi. Improvvisamente, veniva di nuovo richiesto l'intervento della politica, che fino ad allora era sospettato dal pensiero neoliberista di essere responsabile di bloccare, attraverso la spesa sociale e l'eccessiva regolamentazione, le forze creatrici e curative del mercato. Ora il suo compito era quello di salvare le «banche di rilevanza sistemica» - secondo quelle che erano le parole dell'allora cancelliere federale - attraverso iniezioni di denaro pubblico, e rilanciare l'economia attraverso dei pacchetti di stimolo economico e con misure come quelle dei finanziamenti per la rottamazione delle automobili.
Per la Germania, sembrava che tutto stesse andando bene - per lo meno in apparenza. I dati economici - il livello più basso di disoccupazione, da decenni, e un bilancio federale equilibrato - sembravano ancora meglio. E, tuttavia, qualcosa bolliva nella pentola della Germania. La formazione del nuovo governo, dopo le elezioni, nell'autunno del 2017, si era rivelata estremamente difficile, e, in seguito, era rapidamente precipitata in una situazione vacillante che passava da una crisi di governo all'altra. Non è un caso che ci sono molte cose che si infiammano attorno ai rifugiati, definiti dal Ministro degli Interni tedesco come la «madre di tutti i problemi». In un raro momento di umanità, il cancelliere aveva aperto le frontiere, permettendo così che venissero attraversate da una piccola parte delle persone in fuga dappertutto. In questo modo, nell'immagine dei rifugiati, anche in Germania - la terra del miracolo economico apparentemente permanente -  è diventata visibile la dinamica di crisi sociale globale.
L'apertura delle frontiere era giusta, ma il discorso pomposo del cancelliere federale («Ci siamo riusciti») era illusorio. Con i rifugiati viene a galla una problematica «impossibile da poter risolvere» - almeno nel quadro delle relazioni capitaliste e delle loro strutture. Ed in questo modo è emerso quello che è coerente con la logica del capitalismo: L'ambiente umanitario di benvenuto è svanito altrettanto rapidamente dell'attivismo filantropico. La realtà è regredita, senza che ci fosse più alcun margine per le illusioni: le frontiere sono state chiuse, i fuggitivi sono stati espulsi verso i paesi vicini, consegnati a dittature e a Stati collassati, concentrati in accampamenti abusivi posti nelle vicinanze delle frontiere europee.
L'attenzione principale è concentrata sulla Libia, il paese da cui è arrivata in barca la maggior parte delle persone, attraversando il Mediterraneo verso l'Europa. Cosa importa alla comunità europea dei valori del fatto che in Libia non c'è più alcuno Stato funzionante, dal momento che il paese è diviso in varie milizie armate, che cercano di mantenere sotto controllo le le diverse regioni?
Tenerli alla larga, deportarli, richiuderli, per i democratici che devono fronteggiare la crisi, è l'«ultima cosa» che sta succedendo. Dopo tutto, nel capitalismo, le persone che hanno dei bisogni, ma che non hanno soldi, non sono «sistemicamente rilevanti» - a meno che non vengano percepite come una minaccia.
Perfino la politica di deportazione, di isolamento e di separazione continuata che viene portata avanti per mezzo della polizia e delle forze armate - dopo un breve interludio umanitario - non riesce più a placare gli irritati cittadini indignati. La loro rabbia trova espressione in movimenti che identificano e combattono presunti colpevoli, ricevono ampio sostegno da parte del centro della società e si appoggiano a dei partiti affermati, disposti a servire retoricamente e politicamente il sentimento dei «cittadini preoccupati».  La disputa intorno a quale sia il modo migliore di farlo, e, soprattutto, su chi ne deve sopportare i costi, porta all'Unione Europea, la quale è così tanto orgogliosa del suo tempo di pace,; porta ad un violento conflitto di tutti contro tutti, fino ad arrivare ai limiti della capacità politica. E tutti quanti hanno lo stesso obiettivo: la chiusura delle frontiere esterne e individuare i fuggiaschi.

Ancora una volta, l'atmosfera è stata scaldata dall'acceso dibattito, e dalle concomitanti agitazioni, intorno al caso di un tedesco ucciso a Chemnitz da dei richiedenti asilo. A giocare col fuoco, in una sinistra alleanza, si sono uniti psicopatici di destra, "cittadini preoccupati", membri del Dipartimento di Protezione della Costituzione, ivi incluso il suo Presidente, il Ministro degli Interni dello Stato federato e, chiudendo un occhio, anche un Ministro degli Interni federale, così tanto per intensificare l'escalation della crisi di governo. La crisi non viene percepita, ma viene sentita diffusamente dal capitalismo, nei suoi complessi livelli di mediazione, ed ignorata, allo stesso tempo in cui viene rifiutata in maniera aggressiva, nella misura in cui viene ridotta, dal momento che si concentra sui rifugiati, visti come una presunta «madre di tutti i problemi», la quale può anche essere «gestita» e venduta bene attraverso la politica simbolica. No importa neppure che il numero dei rifugiati, sul cui «rimpatrio» si è discusso fino alla possibile caduta del governo, non sia poi così alto. Questo non ha impedito che il dibattito sulla loro registrazione, deportazione e «centri di accoglienza»  abbia messo in agitazione tutta una società, senza che nessuno si fermasse un attimo a pensare che le cose «seguono il loro corso».
In tutto questo, quello che ancora una volta appare chiaro è il modo in cui si possono segnare politicamente dei punti, dentro al cosiddetto «centro della società», manovrando quelle che sono opinioni razziste e antizigane. Perfino i volontari che hanno salvato i rifugiati naufragati nel Mediterraneo hanno finito per restare coinvolti nelle agitazioni e nel respingimento. Le maschere borghesi cominciano a cadere quando, in una logica di barbarie, si pretende di far passare come normale l'esigenza - propagandata per mezzo della diretta televisiva - secondo la quale le persone «devono annegare» nel Mediterraneo. Ragion per cui dovrebbe essere punito chi fornisce assistenza in maniera continuata. La punizione minaccia coloro che salvano dall'annegamento i rifugiati. Fino a che punto sia diventato possibile discutere civicamente dell'annichilimento per «annegamento», è diventato chiaro in una discussione svoltasi sul settimanale "Die Zeit" col titolo: «Volontari privati salvano rifugiati e persone in pericolo in mare. È legittimo questo? Pro e contro» . Il Ministro degli Interni della Renania Settentrionale-Vestfalia, Reul, ha chiarito come secondo lui lo Stato di diritto si basi sul pantano di un sistema fondato su un «sentimento popolare in buona salute».  La sentenza del Tribunale amministrativo di Münster, che rimandava in Germania l'islamista Sami A.,  ingiustamente deportato in Tunisia per mezzo di artifici delle autorità e del Ministero della Giustizia, è stato sottoposta pubblicamente da Reul  al sentimento di giustizia popolare: «I giudici devono sempre avere in mente che le loro decisioni siano conformi al sentimento di giustizia della popolazione» [*2]. Anche il Ministro della Giustizia, Stamp. responsabile della deportazione illegale, ha apparentemente agito secondo quello che il sentimento tedesco dominante nell'autunno del 2018. «Si conferma il fermo sostegno popolare all'azione di Stamp, che si spinge fino ai limiti dello stato di diritto nel trattare con coloro che sono più vulnerabili», osserva il quotidiano "Kölner Stadt-Anzeiger" [*3].  Nel frattempo, i movimenti di sinistra si rallegrano per il ritorno della «questione sociale». Nei tempi aurei della postmodernità, di fronte agli orientamenti culturalisti, le questioni sociali e politico-economiche sono passate in secondo piano. La questione della disuguaglianza sociale è stata penalizzata a causa del concentrarsi sulla disuguaglianza tematizzata nel contesto del razzismo e del sessismo, che è stata ampiamente discussa, senza fare riferimento al contesto politico-economico, e senza riflettere sulla totalità sociale. Date le tendenze alla precarizzazione e all'impoverimento, che difficilmente possono essere ignorate, l'ovvia caduta - o paura della caduta - della classe media, così come l'immagine dell'arcobaleno postmoderno lanciata a destra da Trump e dalla nascita di AfD, PEGIDA ecc., annuncia per la sinistra il ritorno della «questione sociale». E ad essa vengono associati innumerevoli tentativi di tornare a tematizzare le disparità e le esclusioni sociali nel - seppur modificato - quadro delle relazioni di classe, così come le speranze di riuscire a rianimare la malconcia vecchia buona e ben nota lotta di classe.

Il seminario di " EXIT! " di quest'anno ha chiarito quanto siano obsoleti simili tentativi, e in quali contesti essi permangono. Sebbene le analisi fenomenologico-sociologiche delle disparità sociali sembrino abbastanza giuste, il ricorso al concetto di classe continua ad essere anacronistico. Elude proprio quello che sarebbe necessario riconoscere: la fine del soggetto patriarcale del lavoro. Senza riconoscere questo, ci si trova nella situazione in cui si vive ora: si continua a pedalare sulla scala mobile in discesa, per mantenerlo nella sua posizione. E questo «deve» essere fatto anche difendendosi aggressivamente dai concorrenti. Tutto ciò, a sua volta, si può accompagnare alla discriminazione sociale e razziale che - di fronte al peggioramento dovuto alla svolta della modernità sociale verso la modernità repressiva, nella sua forma dell'amministrazione autoritaria della crisi - fa sì che l'atmosfera piccolo-borghese e di destra venga servita in modo tale che gli irritati e le irritate cittadine e cittadini si pongono, letteralmente a destra.  In un simile contesto, possono unirsi lotta di classe e critica delle élite, combinate nello spettro di destra di una falsa immediatezza, senza rendersi conto di cosa stia socialmente accadendo in quelle che sono le manifestazioni della crisi.
C'è un'immagine proveniente da una storia biblica, che potrebbe aiutare ad illustrare un problema sociale attuale. Si tratta della guarigione del cieco Bartimeo (Mc 10, 46-52). Prima di poter tornare a vedere, Bartimeo «buttò via il mantello», come racconta la sua storia (v.50). Ci sono buone ragioni per vedere nel mantello buttato via un'indicazione della necessità di abbandonare il sogno della restaurazione del grande regno di David, che causano cecità.  Nella confusione dell'attuale situazione di crisi, per alcuni ci sono molte cose che appaiono loro concepibili e fattibili, tranne una: quella di una rottura ponderata con i sogni di un capitalismo eternamente risorgente da ogni e da tutte le crisi. È questo il mantello dal quale non vogliamo in nessun modo liberarci.
E quindi, per ora, si dovrebbe aspettare che la crisi si aggravi secondo quelli che sono i percorsi emergenti dei movimenti di destra, e che ai movimenti del fantasma della sinistra, o i liberali di sinistra, non servisse altro che le solite ricette familiari - purtroppo mai provate - nelle quali continuano ad essere sognati i sogni di restituzione del capitalismo sociale e democratico.  Oltre alla lotta di classe rianimata, per ATTAC ed i suoi promotori, dieci anni dopo il collasso del 2008, imperturbabili di fronte a qualsiasi discussione sull'«antisemitismo strutturale», si tratta nuovamente di riportare alla ribalta le vecchie idee circa la chiusura del casinò, vendendole «come alternativa emancipatrice al grande casinò».  Vengono sbandierate offerte sostenibili - «dalle riforme della realpolitik attuabili in maniera relativamente facile, fino alle visioni di un futuro di più ampia portata che parla di un sistema finanziario che funziona per gli interessi del grande pubblico» [*4].  Dal momento che ogni idea sembra che possa essere vera solo se trova espressione anche nella pratica, l'ex attivista di ATTAC promosso ad eurodeputato, Sven Gigold, ha fondato un «Movimento di Cittadini per il Cambiamento Finanziario, associazione registrata». In esso, egli vede «una grande opportunità per spostare i rapporti di forza in Germania fra i potenti interessi del mercato finanziario, da un lato, e gli obiettivi del bene comune, dall'altro» [*5].
L'appello alla democrazia proveniente dal campo degli illuminati - sia di origine borghese che di sinistra, soprattutto quelli provenienti dall'estrema destra - è di ogni tipo. Viene promosso perfino il «denaro democratico», oppure quello che Christian Felber definisce come una «grande alternativa che non è affatto alternativa» viene propagandato e accettato di buon grado , come un'uscita illusoria dal vicolo cieco del capitalismo [*6]. Di fronte all'attuale situazione di conflitto, Roswitha Scholz ha ripreso un testo di Robert Kurz pubblicato nel 1993, "La democrazia divora i propri figli. Note sull'estremismo di destra", commentandolo a partire dagli sviluppi che ci sono stati, e chiarendo come: «La democrazia divora ancora i propri figli - e oggi lo fa molto più di prima!».
La democrazia non è una cura efficace per i processi di imbarbarimento che si stanno diffondendo nel capitalismo di crisi globale. Al contrario, come forma di organizzazione sociale e politica della società produttrice di  merci, fa parte della socializzazione capitalista. È essa a produrre le spettrali forze autoritarie, razziste e antisemite che poi la faranno sparire. Fare questa connessione non implica in alcun modo l'affermazione di una continuità ininterrotta. Piuttosto, si può supporre che lo sviluppo della crisi dopo il crollo del 2008, e la susseguente contrazione delle possibilità di azione politica abbiano avuto l'effetto di tornare ad alimentare i movimenti di destra: «Fra il 2009 ed il 2011 c'é stato un aumento [...] della percezione della mancanza dell'influenza esercitata, in quanto elemento di base della rabbia, sia dalla disponibilità a partecipare alle manifestazioni, così come della disponibilità individuale alla violenza. Questo è successo prima che apparisse PEGIDA o l'AfD. Gli attori della mobilitazione sono riusciti a trasformare i sentimenti individuali di impotenza in sentimento di potere collettivo», afferma Wilhelm Heitmeyer [*7]. In questo modo viene consentito agli attori di «costituirsi come attori nelle relazioni alle quali sono stati consegnati» [*8].
Aggrapparsi - quasi ad ogni costo - a quelle relazioni, la cui progressiva crisi ha distrutto le basi della vita ed ha imbarbarito la coesistenza degli esseri umani, sembra essere un comune denominatore che unisce i movimenti di sinistra e di destra. Tornando all'immagine biblica, il mantello dev'essere protetto - anche quando ormai non serve ed è del tutto lacero. Si pretende che la sicurezza data dal mantello non si sia mai allentata, o addirittura esaurita, attraverso una teoria che si estende dai fenomeni alla totalità sociale. Continuando in questo modo, le relazioni incomprese continuano il loro corso, verso un «Traguardo Finale» che non finisce mai. «Qualcosa prosegue il suo corso», osserva Clov, nella piece teatrale di Samuel Beckett "Finale di Partita" [*9]. Si sospetta e si sente, ma non si comprende dove tutto questo possa andare a parare. Beckett dà inizio allo spettacolo con Clov, «sguardo fisso, voce neutra», che dice: «Finita, è finita, sta per finire. Sta forse per finire» [*10].
Se «la cosa» sta per finire, verrà definita in essa. Il traguardo, l'arrivo alla sua fine logica e storica è la socializzazione capitalista della dissociazione valore, che al culmine della postmodernità potrebbe ancora continuare a mettersi in scena come se fosse una partita senza fine. Si sente suonare il fischio finale, ma esso viene ignorato, con determinazione. E così gli incomprensibili processi di crisi continuano nella loro marcia, producendo sempre nuove dinamiche di distruzione e di imbarbarimento. La posizione di " EXIT! " è nel senso che si deve capire che cos'è che «prosegue il suo corso». Il riconoscimento dei fenomeni di crisi sociale, visti come una «totalità concreta», è un passo essenziale al fine di poterla fare finita con l'erogazione di processi incomprensibili che ci rendono impotenti. Rendere udibile il fischio finale, aprendo così un orizzonte, in una critica coerente e di rottura con le forme che costituiscono la società capitalista, per rendere pensabili e praticabili delle forme di coesistenza delle persone, al di là della sottomissione alle relazioni feticistiche. Ringraziamo tutte le persone che ci danno il loro sostegno in questo percorso, e ancora una volta chiediamo come «ogni anno», l'appoggio necessario - senza dimenticare l'apporto finanziario.

- per la Direzione e la Redazione di " EXIT! ", Herbert Böttcher , Novembre del 2018

NOTE:

[*1] - Samuel Beckett: Finale di Partita.
[*2] - Kölner Stadt-Anzeiger de 18/19.8.2018.
[*3] - Kölner Stadt-Anzeiger de 18.8.2018. Nonostante una nota verbale dell'Ambasciata di Tunisia, nella quale viene garantito che il richiedente asilo espulso non dovrà temere torture o altre violazioni dei diritti umani nel suo paese, il divieto di espulsione è stato successivamente revocato. Ma ciò non cambia la valutazione politica del comportamento e delle dichiarazioni dei ministri.
[*4] - Quanto viene detto nella presentazione del libro di Isabelle Bourboulon, "Kommt der Finanz-Crash 2.0? Zehn Jahre nach der Lehman Pleite: Für ein Finanzsystem im Interesse der Vielen".
[*5] - Dal testo di un appello al movimento "Bürgerbewegung Finanzwende e.V.
[*6] - Si veda: Dominic Kloos: "Alternativen zum Kapitalismus. Im Check: Gemeinwohlökonomie", in Ökumenisches Netz Rhein-Mosel-Saar (Hg.): Die Frage nach dem Ganzen – Zum gesellschaftskritischen Weg des Ökumenischen Netzes anlässlich seines 25-jährigen Bestehens .
[*7] - Intervista a Wilhelm Heitmeyer »Der Erfolg der AfD wundert mich nicht [O sucesso da AfD não me surpreende]«, berliner-zeitung.de de 22.10.2016.
[*8] - Samuel Beckett: Finale di Partita.
[*9] - Ivi.

fonte: EXIT!

domenica 13 gennaio 2019

La nuova crisi è quella vecchia!"

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È iniziata una nuova crisi economica?
- di Robert Bibeau - 9.1.2019 -

Apple dà il segnale dello sbandamento
Onore secondo il merito - la società Apple (1 000 miliardi di patrimonio U $ D) ha ridotto le sue previsioni di profitto a causa del consumo di rallentamento in Cina (2018). Immediatamente Wall Street è caduta a seguito delle cattive notizie del mercato azionario: “L'indice Hang Seng della Borsa di Hong Kong ha perso il 2,02%, ossia 531.66 punti per finire a 25,840.34 punti. Nella Cina continentale, lo Shanghai Composite Reference Index è sceso del 2,13%, ovvero di 57,66 punti, a 2,645,85 punti”.
Quello di  Shenzhen avrà perso il 2,72%, ovvero 38,51 punti, a 1.378,92 punti. Stessa cosa nella borsa di Hong Kong. (1) L'anno 2019 sarà peggiore del 2018, come prova, il sito Zero Hedge riporta che: "I mercati azionari statunitensi non sono mai scesi così tanto a dicembre dalla Grande Depressione degli anni '30". Secondo un sondaggio di un'università americana, quasi la metà dei consulenti finanziari pensa che l'America sarà in  recessione in un anno. Tutte le banche sono maltrattate a Wall Street e dal lato dei fondi di investimento speculativi “hedge funds” è il massacro”. (2) È semplicemente una nuova equazione del mercato azionario o l'espressione di una crisi sistemica in fermentazione? (3)
 
Il prezzo del petrolio e del rame è crollato
Esistono molti più fondi (capitale di fiducia) disponibili che i mercati non possono assorbire a seguito dell'emissione per anni di valute fittizie da parte delle banche centrali e delle banche private. Nel 2018 si è osservato che i prezzi del petrolio e del rame sono diminuiti a causa del calo della domanda e del calo dell'attività manifatturiera nell'area dell'euro, che è in calo da cinque mesi. In Europa, solo tre grandi società hanno chiuso l'anno migliorando i loro risultati finanziari ad un tasso considerato normale. Negli Stati Uniti, il capitale speculativo non compra più debito emesso dalle società ed è riluttante ad acquistare buoni del Tesoro USA in costante deprezzamento.
 
Indice generale degli acquisti nell'area dell'euro
In Europa, le luci rosse sono accese: l'attività portuale in Portogallo crolla; l'indice generale di fabbricazione (PMI) per tutte le produzioni europee - che riflette sia la produzione che i nuovi ordini - si attesta a 51.4 punti, il minimo da febbraio 2016. (4) C'è stagnazione, senza speranza di remissione poiché la classica "uscita" da una tale crisi è la stampa a  profusione di valute di credito per riattivare il consumo mentre cercano nuovi mercati ... che non esistono. E dal momento che questi nuovi mercati non esistono, c’è solo una alternativa ai capitalisti per globalizzare – farsi la guerra commerciale per conquistare i mercati dei loro concorrenti - segnale di guerra commerciale che Donald Trump ha dato non appena è entrato in carica, come noi l’abbiamo annunciato nel 2017. (5)
 
La tragedia delle abitazioni
In Spagna, le vendite natalizie sono state disastrose, anche per i produttori di giocattoli e Zara-Inditex. I "buoni numeri" dell’occupazione sono basati sulla costruzione, ma il nuovo boom immobiliare, con prezzi record dal 2007, sembra aver trovato un tetto che va come segue: affittare, sopra i prezzi di mercato prima della crisi degli affitti, i salari sono ampiamente passati. Con un Euribor in numero record, non sembra che l'acquisto di abitazioni possa compensare la perdita di affitti per il settore immobiliare. Ciò che attende il proletariato spagnolo sono milioni di famiglie che spendono i loro magri risparmi per pagare i loro mutui prima di essere cacciati. (6)
 
Il baratro dell'iperinflazione
La tentazione di rilanciare la diffusione del credito sarà grande in queste circostanze. Se fosse riavviata la  creazione di denaro contraffatto, la BCE farebbe solo provocare la perdita di fiducia nell'euro e l' iperinflazione. Si teme che in caso di esplosione della zona euro, l'iperinflazione appaia in tutti i paesi europei, allo stesso tempo che la reintroduzione e la svalutazione delle monete nazionali. (7)
 
Il futuro delle due classi in guerra per la loro sopravvivenza
La borghesia ha una lunga tradizione di negare la crisi e di lanciarsi in dibattiti sulla crisi, il crollo, la recessione e la ripresa "imminente" (sic). Basta controllare i dati della Banca Mondiale per scoprire che il sistema capitalista non è fuori dalla crisi del 2008, l'accumulo è ancora bloccato nella stessa trappola: l’impossibilità di vendere la produzione, la mancanza di investimenti redditizi per valorizzare il capitale produttivo, i tassi di profitto in calo, il rifugio verso investimenti speculativi chimerici. Ognuno dei capitali nazionali in competizione ha solo due possibili "soluzioni":
1) aumentare lo sfruttamento del lavoro salariato – diventiamo precari e ci impoveriamo -
2) avere accesso ai mercati e alle opportunità di investimento guerreggiando contro i suoi concorrenti, cioè, precipitarsi in una guerra generalizzata, prima commerciale, poi militare.
Per il proletariato c'è solo una via d'uscita, affrontare i dettami dei bisogni del capitale a fronte dei bisogni umani del proletariato e, resistendo, affermare la necessità di un mondo da "decapitalizzare" senza proprietà né privata – né statale dei mezzi di produzione, di scambio e di comunicazione.


NOTE
 
     1. http://www.les7duquebec.com/actualites-des-7/chute-dapple-a-wall-street-effet-boule-de-neige-en-chine/
     2. http://www.les7duquebec.com/actualites-des-7/krach-boursier-demain-sinon-apres-demain/
     3. http://www.les7duquebec.com/actualites-des-7/une-nouvelle-crise-a-t-elle-commence/
     4. Ricordiamo che l'indice 50 indica che è installata la stagnazione http://www.les7duquebec.com/actualites-des-7/une-new-crise-at-elle-commence/
     5. Le mascherate elettorali negli Stati Uniti (2017) L'Harmattan. Parigi. http://www.les7duquebec.com/7-au-front/la-democratie-aux-etats-unis-les-mascarades-electorales/
     6. http://www.les7duquebec.com/actualites-des-7/une-nouvelle-crise-a-t-elle-commence/
     7. http://www.les7duquebec.com/actualites-des-7/krach-boursier-demain-sinon-apres-demain/


Robert Bibeau


Robert Bibeau è un giornalista, specialista in economia politica marxista e attivista proletario da 40 anni.
Traduzione di Claudio Buttinelli.  Roma
Bibeau.robert@videotron.ca<mailto:Bibeau.robert@videotron.ca>
Éditeur du webmagazine  http://www.les7duquebec.com

fonte: Les 7 du Québec

sabato 12 gennaio 2019

Il sogno e la realtà

Arendt

Nel 1971 il "New York Times" pubblicò alcuni stralci dei Pentagon Papers, documenti segreti del Dipartimento della difesa relativi all'impegno americano nel sud-est asiatico dal dopoguerra alla fine degli anni sessanta. Lo scandalo al cuore di quella pubblicazione - che precedette di poco la celebre infrazione al Watergate Building, e che inaugurò la grave crisi di legittimità che caratterizzò la presidenza di Richard Nixon - riguardava l'ammissione, da parte degli esperti del Pentagono, dell'assoluta inutilità strategica dell'impegno americano in Vietnam. Che questa ammissione, nota ormai da anni ai più, venisse addirittura riconosciuta - e tenuta segreta - dai governanti statunitensi fu motivo di profonda indignazione nella pubblica opinione. A partire da queste premesse, Hannah Arendt, nel saggio qui proposto in nuova traduzione, riflette sul rapporto fra politica e menzogna. Il saggio, uscito nel 1972 sulla "New York Review of Books", prende in esame le affinità e le differenze fra la menzogna tradizionale - il mentire per ragion di Stato - e la deliberata falsificazione dei fatti per ragioni di "immagine" o di "reputazione". Ben oltre una mera ricognizione sui metodi pubblicitari, manipolatori del consenso e della pubblica opinione, all'opera nelle moderne democrazie di massa, il saggio di Arendt offre una profonda e originale riflessione sulla natura della politica e il suo rapporto con la verità.

(Dal risvolto di copertina di: "La menzogna in politica. Riflessioni sui «Pentagon Papers»", di Hannah Arendt. Marietti)

Hanna Arendt: La realtà? Non ci riguarda
- di Ermanno Bencivenga -

I Pentagon Papers furono uno studio di settemila pagine commissionato dal segretario della Difesa americano Robert McNamara nel 1967, sulla storia della guerra nel Vietnam dal 1945. Lo studio era tanto segreto che non ne era a conoscenza neanche Lyndon Johnson, allora presidente degli Stati Uniti. Dal 1969 Daniel Ellsberg, che ci aveva lavorato, prese a farne copie, con l’intenzione di rivelare al pubblico le menzogne e i crimini commessi dal governo nella conduzione della guerra, e nel febbraio del 1971 lo consegnò al New York Times, che in giugno cominciò a pubblicarlo. Il nuovo presidente Richard Nixon tentò di bloccare l’operazione e il caso procedette fino alla Corte suprema, che nello stesso giugno si pronunciò a favore del giornale citando il valore e la responsabilità di una stampa libera. La reazione di Nixon, che formò un'unità investigativa deputata a bloccare ogni ulteriore fuga di notizie, avrebbe portato al Watergate e alla definitiva rovina della sua presidenza. Il 18 novembre 1971 Hannah Arendt pubblicò un saggio sulla New York Review of Books dedicato ai Pentagon Papers, intitolato Lying in Politics e particolarmente attuale nel nostro mondo di fake news, che la rinnovata casa editrice Marietti 1820 ha reso accessibile in una ben curata edizione bilingue.
Il saggio di Arendt comincia con un’osservazione inquietante: «La veridicità non è mai stata annoverata tra le virtù politiche, e le menzogne sono sempre state considerate come strumenti giustificabili nella gestione degli affari politici». Ancor più inquietante è il fatto che Arendt non prende immediatamente le distanze da questa pratica, a differenza, per esempio, di Socrate nel Gorgia platonico, ma la comprende e la approva. La politica, dice, agisce, cambia il mondo, dà inizio a qualcosa di nuovo, e un presupposto per questa sua azione è rinnegare la realtà presente, affermando una realtà diversa che al momento è, e forse rimarrà per sempre, un progetto. «La deliberata negazione della verità fattuale – la capacità di mentire – e la possibilità di cambiare i fatti – la capacità di agire – sono fra loro connesse; devono la loro esistenza a un’unica risorsa: l’immaginazione.» Dunque «la menzogna non è sgattaiolata dentro la politica per un qualche caso dell’umana tendenza a peccare»; le è connaturata e vitale.
Chi mente, però, manifesta con il suo mentire l’esistenza di una verità che vuole occultare o emendare, quindi esprime un intimo riconoscimento e rispetto della verità: «il guaio con il mentire e l’ingannare è che la loro efficacia dipende interamente da una chiara nozione della verità che il bugiardo e l’ingannatore intendono nascondere». Ed è qui che, secondo Arendt, gli impostori denunciati dai Pentagon Papers si rivelano una specie nuova. Sono brillanti intellettuali, problem-solvers, «affascinati dalla mera dimensione degli esercizi mentali» che il compito loro proposto richiede, fieri di portarlo a termine con successo. Qual è il compito? Manipolare l’opinione pubblica, favorire o almeno non deprimere il consenso, vincere le prossime elezioni. Se questo è il compito, che importa se gli esperti non credono all’effetto domino (in base al quale un paese dopo l’altro sarebbe caduto nell’orbita comunista, quindi bisognava evitare che ci cadesse il Vietnam), se Unione Sovietica e Cina sono ai ferri corti, se i guerriglieri sud-vietnamiti sostengono la loro lotta in modo ampiamente autonomo da rifornimenti dal Nord e, soprattutto, se la guerra non può essere vinta: sono notizie scomode che porterebbero il governo a un declino di popolarità e a perdere voti. Dunque diremo il contrario, perché quel che accade davvero non ci riguarda.
I telegiornali americani non di parte insistono da anni sulle menzogne di Trump, che ormai contano a migliaia. Ma la lettura del saggio di Arendt ci fa capire che la parola «menzogna» non è adeguata per descrivere il fenomeno cui siamo di fronte e che, esploso ora in misura devastante, ha però origine nei decenni scorsi e si annunciava già nei Pentagon Papers. Quando Dante, Machiavelli e Leopardi invitano l’Italia alla riscossa sono consapevoli di parlare di un sogno: sanno che l’Italia cui fanno appello non esiste e non è mai esistita. Parlarne, evocarne il fantasma, è un atto politico. Ciò con cui abbiamo a che fare adesso, invece, quando ci si dice che dai tre ai cinque milioni di immigrati clandestini hanno votato per la Clinton, o che due persone furono uccise a Chicago mentre Obama vi faceva un discorso, è il risultato di un isolamento dalla verità, di una dimenticanza della verità, quindi anche della menzogna. Il sogno non è più tale perché non si oppone più alla realtà; sogno e menzogna non esistono più perché realtà e verità non esistono più. E non esiste più la politica, se per essa intendiamo, come Arendt, azione che cambia il mondo. Ormai del mondo basta parlarne, come ci piace e ci diverte, il che vuole anche dire che non lo cambieremo: che ricchi e poveri, potenti e deboli rimarranno ciascuno al proprio posto.

- Ermanno Bencivenga - Pubblicato sul Sole del 23/12/2018 -

venerdì 11 gennaio 2019

Sussunzione

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La Storia della Sussunzione
- del Collettivo EndNotes -

Questo è un periodo di crisi catastrofica per il capitale, però, allo stesso tempo, è anche un periodo in cui i vecchi progetti programmatici della classe operaia non si vedono da nessuna parte. Questo fatto ineludibile ci obbliga a ricostruire quelle che sono le discontinuità fra il passato ed il presente. Comprendere cos'è che distingue il periodo attuale può aiutarci a «seppellire i cadaveri» delle rivoluzioni fallite del XX secolo, e dare così eterno riposo agli spiriti erranti che continuano a perseguitare ancora la teoria comunista.
La posta veramente in gioco, relativa alla periodizzazione, è la questione di sapere dove finisce il passato e dove comincia il presente. L'identificazione delle rotture storiche e delle discontinuità ci aiuta ad evitare l'implicita metafisica di una teoria della lotta di classe, in cui alla fine ogni specificità storica viene ridotta all'eterno ritorno dello stesso. Tuttavia, le periodizzazioni possono apparire facilmente, non come il riconoscimento di vere e proprie interruzioni reali, ma piuttosto come se fossero l'imposizione arbitraria di uno schema astratto sulla densa trama della storia. Per ogni linea di rottura che viene tracciata, si possono individuare dei resti, o dei residui, di un'altra epoca storica che sembrano rifiutare la periodizzazione. Ragion per cui, soddisfatti in quanto simili dichiarazioni di rottura non possono assolutamente reggere, potremmo sentirci autorizzati a ripiegare sulla confortevole idea seconda la quale in realtà non cambia mai niente. Ma dal momento che consiste in questo la differenza rispetto allo scettico, ecco che è lo storico stesso a dover assumere la certezza predefinita del buon senso.
In alternativa, forse, la rottura è qualcosa rispetto alla quale siamo tentati di rassegnarci; siamo tentati di riconoscere la miseria dell'arretramento, e crogiolarci nel malinconico riconoscimento della sparizione di tutto ciò che era buono, mentre nel frattempo teniamo accesa una fiammella di speranza nel suo eventuale ritorno. In ogni caso, è la stessa cosa: sia come presenza che come assenza, il passato avvolge nel suo sudario la specificità del presente.
Che una rottura con qualcosa che abbiamo chiamato «il vecchio movimento operaio» - o con quello che Théorie Communiste (d’ora in poi TC) chiama «programmatismo» - sia avvenuta circa 30-40 anni fa ci pone di fronte ad un fatto ovvio. Ma fermarsi all'immediata auto-evidenza della rottura storica non è sufficiente. La questione è come pensare la rottura senza scivolare in uno schematismo astratto e dogmatico, o senza cadere in un appello altrettanto dogmatico all'esperienza storica immediata. Questo problema dev'essere affrontato teoricamente, però forse dovremmo essere cauti nell'abbandonare il punto di vista parziale del presente, il punto di vista di questo lato della rottura; o correre troppo rapidamente verso il punto di vista universalizzante, o verso uno schema storico che pretende di astrarre rispetto ai punti di vista particolari.
Per noi, la periodizzazione di TC ha avuto un'importanza centrale al fine di affrontare quello che è il carattere della relazione di classe capitalista così come essa esiste, non in maniera metafisica, bensì storica. La suddivisione della storia della società capitalista nelle sue fasi di sussunzione, si è rivelata utile al fine di poter identificare i cambiamenti reali nel carattere della relazione di classe capitalista. E, anche se spesso può sembrare che si tratti proprio di quel genere di schema astratto che si dovrebbe cercare di evitare, la periodizzazione fatta da TC non è tanto quella dell'intelletto disinteressato, che infila ogni dato storico dentro un arbitrario contenitore tassonomico, quanto piuttosto una dichiarazione partigiana di rottura storica da parte dei comunisti che l'hanno vissuta, costringendoli così a misurarsi con questa rottura come se fosse un problema reale.
Perciò, se in quel che segue critichiamo alcune categorie chiave della periodizzazione fatta da TC, non lo facciamo al fine di negare che i cambiamenti, identificati da TC per mezzo di tali categorie, abbiano avuto effettivamente luogo. Per noi - così come per Théorie Communiste - la riproduzione della relazione di classe capitalista è qualcosa che è cambiata nel tempo, ed il carattere delle lotte è cambiato insieme ad essa. Non possiamo dubitare del fatto che il movimento proletario sia passato attraverso una fase programmatica - una fase che non esiste più - o che oggi le lotte di classe non siano più portatrici dell'orizzonte di un «mondo operaio». Identificare, al di là di tutto questo, esattamente in che modo questa riproduzione sia cambiata, è un compito che non può essere realizzato semplicemente attraverso lo sviluppo di categorie differenti, oppure cambiando uno schema astratto con un altro. Abbiamo bisogno di continuare a prestare attenzione al dettaglio del movimento reale della storia, senza smettere di avere bisogno di teorizzare adeguatamente questo movimento.
Negli anni '70 - nel bel mezzo della rottura storica con l'epoca programmatica della lotta di classe -, nel processo generale del ritorno a Marx, ed in quello particolare dell'interesse per le bozze de Il Capitale, nel discorso marxista apparve il concetto di «Sussunzione». In quel momento di rottura, divenne evidente la necessità di periodizzare la storia della relazione di classe capitalista. Dal momento in cui la distinzione fra la sussunzione «formale» del lavoro sotto il capitale e quella «reale» - che era stata fondamentale in quei testi di Marx che solo allora venivano resi noti - sembrava identificare qualcosa di importante che riguardava l'approfondimento storico delle relazioni di produzione capitaliste, essa forniva un ovvio punto di partenza per simili periodizzazioni. Perciò il concetto di sussunzione era stato utilizzato non solo nella periodizzazione di TC, ma anche in quella di Jacque Camatte e di Antonio Negri - periodizzazioni che spesso, in maniera significativa, si sovrappongono. Esamineremo qui il concetto di sussunzione ed il suo utilizzo in queste periodizzazioni; prima scavando intorno alle radici di questo concetto ed esaminando il ruolo sistemico che svolge nell'opera di Marx, poi mettendo allo scoperto alcuni problemi relativi al suo impiego in quanto categoria storica.

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L'Assurdità della Sussunzione
In quello che è il suo utilizzo più generale, «sussunzione» è un termine filosofico o logico abbastanza tecnico che si riferisce a come una qualche massa particolare venga ricondotta ad un universale. Come tali, alcune relazioni di base logiche o ontologiche possono essere descritte come relazioni di sussunzione: le balene, o il concetto «balena», può essere considerato come sussunto sotto la categoria «mammifero». Nella filosofia idealista tedesca - come appare nell'opera di Kant, Schelling, e occasionalmente Hegel - il termine viene spesso usato in senso più dinamico per indicare un processo in cui universale e particolare vengono messi in relazione. È a partire da questo filo che il concetto di sussunzione si fa strada nell'opera di Marx.
Kant considera la relazione fra ciò che è «molteplice» e le «categorie della comprensione» come se fosse una relazione di sussunzione [*1]. Questa sussunzione implica un processo di astrazione attraverso cui viene ottenuta la verità del molteplice. Secondo i termini di questo processo, qui la relazione di sussunzione ha una qualche somiglianza formale con  ciò che Marx rintraccia sia in qualcosa che sta in alcuni valori d'uso particolari sia nel denaro in quanto equivalente universale: in entrambi i casi, c'è un qualche «particolare» che viene messo in relazione con qualche altro «universale» esterno, essendo sussunto sotto di esso. L'omologia, forse, si estende ancora dell'altro: preoccupato circa il problema di come un puro concetto di comprensione possa essere messo in relazione con l'apparenza alla quale viene sottomesso, Kant postula lo schema trascendentale come se si trattasse di una «terza cosa» che unisce i due lati [*2], proprio allo stesso modo in cui Marx postula che il lavoro sia la «terza cosa» che consente una comparazione fra due merci [*3].
Per Hegel, il processo di sussunzione e di astrazione che in Kant avviene per mezzo della comprensione è problematico proprio in quanto assume un universale astratto perché diventi la verità dei particolari che esso sussume, e perciò trasforma ed oscura la cosa vera che viene quindi supposta come conosciuta:
«La sussunzione sotto la specie altera ciò che è immediato. Lo priviamo di quello che è percepibile in maniera sensoriale, e tiriamo fuori ciò che è universale. L'alterazione in atto, la chiamiamo astrazione. Sembra assurdo, se ciò che cerchiamo è la conoscenza dell'oggetto esterno, alterare tali oggetti esterni per mezzo della nostra attività [astratta] su di essi. [...] L'alterazione consiste nel fatto che noi separiamo, rimuovendolo, ciò che è singolare o esterno, e ci riteniamo che la verità della cosa risieda in ciò che è universale, piuttosto che in ciò che è singolare o esterno» [*4].
In una relazione di sussunzione c'è qualcosa di assurdo. Quando il particolare viene sussunto sotto un universale, quell'universale si presenta come se fosse la verità di tale particolare; ma in realtà è come se questo particolare non fosse diventato nient'altro che un'esemplificazione dell'universale che ha finito per sussumerlo. Eppure, sembra che ci dev'essere qualcosa che in questo processo è rimasto fuori, un residuo, poiché l'universale astratto rimane ancora ciò che esso era all'inizio, mentre la particolarità - che il particolare aveva in opposizione all'universale - ora è stata come interamente astratta via. La sussunzione sembra quindi implicare come una sorta di dominio, o di violenza, nei confronti del particolare [*5].
Sembra che Hegel non voglia tanto vedere il movimento del concetto come se fosse il processo astratto della sussunzione del particolare sotto un universale, in cui alla fine l'universale viene colto come se fosse la verità di una cosa; quanto voglia piuttosto trovare quello che è un «universale concreto» già presente in simili particolari, che necessariamente mediano e vengono mediati dalla loro relazione con questi particolari. Nella lettura di Kant fatta da Hegel, è l'esternalità del molteplice rispetto alle pure categorie della comprensione a significare che il processo della conoscenza dev'essere un processo di sussunzione, dal momento che i particolare devono essere portati in qualche modo al di sotto delle categorie. Il fatto per cui Hegel non descriva egli stesso in termini di sussunzione quello che è il movimento del concetto, può essere preso come se si trattasse di un esempio del suo tentativo di andare oltre le divisioni epistemologiche che caratterizzano il punto di vista della «riflessione», mediante la quale egli identifica frequentemente la filosofia di Kant, e con la quale Lukács vorrebbe continuare ad identificare il pensiero borghese per sé [*6].
Tuttavia, nella Filosofia del Diritto, Hegel descrive la relazione che comporta una sussunzione del particolare sotto l'universale come altrettanto esterna di quella relativa alla sussunzione del molteplice nelle categorie, nella concezione di Kant - e in effetti questa relazione è proprio una di quelle relazioni di dominio abbastanza semplici. È la relazione fra l'«universalità» della decisione del sovrano e la «particolarità» della società civile. In questo caso, piuttosto che lottare per presentare la decisione del sovrano come un universale concreto già immanente all'interno dei particolari, Hegel la presenta come se fosse un universale astratto, esterno, a cui i particolari devono essere subordinati per mezzo del potere esecutivo, agendo attraverso la polizia e la magistratura: «L'esecuzione e l'applicazione delle decisioni del sovrano, e in generale la continua implementazione ed il mantenimento delle decisioni precedenti [...] vengono distinte dalle decisioni stesse. In generale, questo compito di sussunzione appartiene al potere esecutivo, il quale include anche i poteri della magistratura e della polizia; questi hanno un riferimento più immediato agli affari particolari della società civile, e impongono l'interesse universale all'interno di questi fini [particolari]»[*7].
Potremmo dedurre da questo suo utilizzo di una categoria che egli sembra associare con una relazione esterna, problematica, che Hegel sia critico nei confronti della relazione fra la sovranità e la società civile, ma egli non chiarisce assolutamente se sia davvero così. E infatti, per il giovane Marx, così come per molti altri, la Filosofia del Diritto rappresenta quello che nell'opera di Hegel è il momento più conservatore, dove al dominio politico viene conferito il sigillo del riconoscimento da parte della filosofia speculativa. Nel suo Contributo alla Critica della Filosofia del Diritto di Hegel, Marx critica l'uso che qui Hegel fa del concetto di sussunzione, attribuendo una categoria filosofica a dei processi sociali oggettivi: «L'unica affermazione filosofica che Hegel fa a proposito dell'esecutivo, è che esso sussume l'individuo ed il particolore sotto il generale, ecc». Hegel si accontenta di questo. Da un lato, la categoria di «sussunzione» del particolare, ecc. Tutto questo dev'essere attualizzato. Quindi, allora egli prende una qualsiasi delle forme empiriche dell'esistenza dello Stato, Prussiano o Moderno (così com'è), qualsiasi cosa in mezzo alle altre che attualizzi questa categoria, anche se tale categoria non esprime il suo carattere specifico. La matematica applicata è anche sussunzione, ecc. Hegel non chiede se «è questo il modo adeguato, razionale, di sussunzione?» Egli prende solamente l'unica categoria insieme al contenuto e si accontenta di aver trovato una corrispondenza che le corrisponda. Hegel conferisce un corpo politico alla propria logica; non gli assegna la logica del corpo politico [*8].
Qui l'ironia è che sia proprio l'utilizzo di questa categoria che Marx stesso continua a sviluppare. Dalla bozza del 1861-1863 del Capitale in poi, per Marx, sussunzione è la sussunzione delle particolarità del processo lavorativo sotto l'universalità astratta del processo di valorizzazione del capitale [*9]. La categoria astratta, a quanto pare, si è trovata davvero un corpo! La critica che Marx fa della filosofia idealista tedesca è dunque parallela alla sua critica del capitale. Ad ogni modo, ora l'errore non è da parte del filosofo speculativo, dal momento che ora esso risiede, piuttosto, nelle relazioni sociali capitaliste stesse. L'astratto universale - il valore - la cui esistenza viene postulata a partire dall'astrazione dello scambio, acquisisce esistenza reale faccia a faccia con i particolari lavori concreti, i quali si trovano ad essere sussunti sotto di esso. Per Marx, l'esistenza reale delle astrazioni, le quali acquisiscono la capacità di sussumere in esse ed al di sotto di esse il mondo concreto della produzione - e che postulano sé stesse in quanto verità di questo mondo -, non sono nient'altro che realtà perversa, incantata ed ontologicamente invertita. L'assurdità e la violenza che Hegel percepisce in una relazione di sussunzione applicata non solo al sistema di Hegel, ma anche alle attuali relazioni sociale della società capitalista [*10].

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La formalità e la realtà della Sussunzione
Per Marx, il processo di produzione del capitale può avvenire solo sulle basi della sussunzione del processo lavorativo sotto il processo di valorizzazione del capitale. Per poter accumulare plusvalore, e quindi per valorizzare sé stesso in quanto capitale, il capitale deve subordinare il processo lavorativo a quelli che sono i suoi propri fini e, così facendo, trasformarlo. Le radici idealiste tedesche del concetto di sussunzione appaiono qui evidenti nel modo in cui Marx concettualizza questo processo: il particolare viene subordinato all'universale astratto, e in tal modo trasformato oppure oscurato. La distinzione fra sussunzione formale e reale definisce la distinzione implicita fra due momenti qui presenti: il capitale deve subordinare il processo lavorativo al suo processo di valorizzazione - deve sussumerlo formalmente - se vuole rimodellare quel processo secondo quella che è la sua propria immagine, ovvero deve sussumerlo realmente.
Nel suo «Risultati del Processo di Produzione Immediata» (da qui in avanti: Risultati), Marx associa molto da vicino quelle che sono le categorie di sussunzione reale e formale con le categorie di plusvalore assoluto e relativo [*11]. Possiamo così identificare in maniera più specifica quello che distingue la sussunzione reale da quella formale, secondo i termini di quelle due categorie del plusvalore.
La sussunzione formale rimane meramente formale proprio nel senso che non implica la trasformazione del capitale di un dato processo lavorativo, ma solo il prenderne possesso. Il capitale può estrarre il plusvalore dal processo lavorativo, semplicemente così com'è - con la sua attuale produttività lavorativa - ma può farlo solo nella misura in cui può estendere la giornata lavorativa sociale al di là di quello che è il dispendio di lavoro necessario. È per tale motivo che la sussunzione formale da sé sola può ottenere solo plusvalore assoluto: l'assolutezza dell'assoluto risiede nel fatto che la sua estrazione comporta un'estensione assoluta della giornata di lavoro sociale - si tratta di una semplice quantità in eccesso di ciò che è socialmente necessario affinché i lavoratori possano riprodurre sé stessi [*12].
La sussunzione del processo lavorativo sotto il processo di valorizzazione del capitale, diviene reale nella misura in cui, in quanto capitale, non si limita semplicemente al processo lavorativo così com'è, ma va oltre il possesso formale di quel processo, per trasformarlo nell'immagine del capitale. Attraverso l'innovazione tecnologica, e attraverso altre alterazioni che avvengono nel processo lavorativo, il capitale è in grado di incrementare la produttività del lavoro. Dal momento che maggiore produttività significa che per produrre i beni consumati dalla classe lavoratrice è richiesto meno lavoro, il capitale allora riduce quella porzione di giornata lavorativa sociale dedicata al lavoro necessario, ed in maniera concomitante incrementa quella dedicata al plusvalore. La relatività del plusvalore relativo risiede nel fatto che la parte in eccedenza della giornata lavorativa sociale si può perciò trovare ad essere relativamente in eccesso rispetto ad una parte necessaria che decresce, significando che il capitale può valorizzare sé stesso sulla base di una data lunghezza della giornata lavorativa sociale - oppure anche, addirittura, sulla base di una lunghezza della giornata lavorativa che viene diminuita in assoluto [*13]. La produzione del plusvalore relativo, la sussunzione reale attraverso cui la produzione avviene, sono guidate dalla concorrenza fra capitali: i capitalisti individuali sono spinti a prendere l'iniziativa dal fatto che - mentre il valore delle merci viene determinato dal tempo di lavoro socialmente necessario per la loro produzione -, se introducono innovazione tecnologica che incrementa la produttività del lavoro, saranno allora in grado di vendere merci ad un prezzo superiore a quello che è il loro «valore individuale» [*14].
A prescindere dall'utilizzo fattone da Marx, in stretta associazione con categorie sistemiche come il plusvalore assoluto e quello relativo, e la loro astratta provenienza filosofica, ci sono almeno due sensi secondo cui possiamo considerare le categorie della sussunzione reale e formale, perché esse abbiano un significato «storico». Nel primo, come semplice presa di possesso del processo lavorativo da parte del capitale, la sussunzione formale del lavoro sotto il capitale può essere compresa come transizione al modo di produzione capitalistico: si tratta della «sussunzione sotto il capitale di modo di lavoro che si era già sviluppato prima dell'emergere della relazione di capitale» [*15]. Marx descrive la trasformazione in produzione capitalistica dello schiavo, del contadino, delle forme di produzione corporative e artigianali - come i produttori associati a queste forme sono stati trasformati in lavoratori salariati - a partire da un processo di sussunzione formale. È solamente sulla base di questa sussunzione formale che la sussunzione reale ha potuto procedere storicamente: la sussunzione formale del lavoro sotto il capitale è simultaneamente sia un presupposto logico/sistemico che un prerequisito storico per la sussunzione reale.
In secondo luogo, la sussunzione reale aveva una direzionalità storica, in quanto essa comporta un processo costante di rivoluzionamento del processo lavorativo attraverso trasformazioni materiali e tecnologiche che incrementano la produttività del lavoro. A partire da questi secolari incrementi nella produttività, seguono trasformazioni più ampie in quello che è il carattere della società nel suo insieme, e in particolare quelle che sono le relazioni di produzione fra lavoratori e capitalisti. La sussunzione reale, così come le modificazioni del processo lavorativo che avvengono lungo linee specificamente capitaliste, è esemplificata sia nello sviluppo storico delle forze produttive del lavoro sociale che nelle forze produttive del capitale. Ciò avviene attraverso la cooperazione, la divisione del lavoro e la fabbricazione, i macchinari e l'industria su larga scala; tutte cose che sono state discusse da Marx sotto il titolo di «Produzione del Plusvalore relativo», nel I volume del Capitale. È per queste ragioni che le categorie di sussunzione formale e reale possono sembrare appropriate per venire impiegate nella periodizzazione della storia capitalista. C'è indubbiamente una certa plausibilità nello schematizzare ampiamente la storia del capitalismo in termini di categorie che identificano un iniziale estensivo prendere possesso del processo lavorativo da parte del capitale, ed un susseguente sviluppo intensivo di tale processo che si realizza sotto uno sviluppo capitalista dinamico, poiché, ad un livello astratto, è assolutamente fondamentale, per il capitale, che questi due momenti debbano avvenire. Un simile impiego di queste categorie ha anche l'apparente virtù di rimanere vicino al nucleo della comprensione sistemica, attuata da Marx, delle relazioni di valore capitaliste, nel momento in cui coglie i momenti chiave della loro esistenza storica: sembrano suggerire la possibilità di unificare il sistema e la storia. Indubbiamente, è per qualcuna di queste ragioni - se non per tutte - che TC, Camatte, e Negri hanno tutti formulato delle periodizzazioni della storia capitalista orientate intorno al concetto di sussunzione.

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La Storia della Sussunzione
Nel corso di un'interpretazione dei Risultati, Jacques Camatte tratteggia un periodizzazione astratta della storia capitalista sulle basi della sussunzione formale e reale del lavoro sotto il capitale. Per Camatte, ciò che distingue il periodo della sussunzione reale da quello della sussunzione formale è il fatto che, con la sussunzione reale, i mezzi di produzione diventano il mezzo per estrarre plusvalore; in questo processo, l'«elemento essenziale» è il capitale fisso [*16]. Il periodo della sussunzione reale è caratterizzato dall'applicazione della scienza nel processo immediato di produzione, in modo tale che «i mezzi di produzione non diventano nient'altro che le sanguisughe  che succhiano in larga quantità tutto il lavoro vivente che possono» [*17]. In tal modo, per Camatte la sussunzione reale del lavoro sotto il capitale è caratterizzata da un'inversione: la sussunzione reale è il periodo nel quale i lavoratori vengono sfruttati dagli stessi mezzi di produzione. Ma Camatte va ancora più lontano, parlando di una «sussunzione totale del lavoro sotto il capitale», in cui il capitale esercita un dominio assoluto sulla società, tendendo addirittura a diventare la società [*18]. Questo periodo è caratterizzato dal «divenire totalità del capitale», dove il capitale viene innalzato a «comunità materiale» che si sostituisce alla vera comunità umana [*19]. È come se il capitale fosse arrivato ad avviluppare l'essere sociale dell'umanità nella interezza; come se la sussunzione avesse avuto così tanto successo che ora il capitale può far passare sé stesso non solo come se fosse la «verità» del processo lavorativo, ma anche la verità della società umana nel suo insieme. Non è difficile vedere in questa teoria della sussunzione totale, e della «comunità materiale», la logica che avrebbe poi spinto Camatte verso una politica che, contro una totalità capitalista monolitica, comporta poco più che l'asserzione astratta di una qualche comunità umana, ed il bisogno di «lasciare questo mondo» [*20].
Camatte non è l'unico teorico a descrivere l'ultima epoca dello sviluppo capitalista nei termini di un certo tipo di completamento della sussunzione capitalista; in realtà, questo è un tema comune che attraversa le divergenti tradizioni marxiste. Sebbene non usi lo stesso termine di «sussunzione», nella riformulazione del concetto di modernità - così come viene fatto da Jameson -, «queste vere e proprie enclavi precapitaliste (La Natura e l'Inconscio) che hanno offerto leve archimediche ed extraterritoriali all'efficacia critica» sono state colonizzate, e l'individuo si trova immerso nell'ubiquità logica di una cultura capitalista [*21]. Come avviene per Camatte, è come se il successo stesso di quella che è una sorta di sussunzione capitalista significasse che non siamo più in grado di cogliere come un'imposizione esterna quello che sussume. Nella forma della tesi della «fabbrica sociale», Tronti presenta una concezione di epoca storica che è quella di una sorta di sussunzione completa, ma - con il consueto sanguigno ottimismo dell' operaismo - questa viene intesa come se fosse il risultato di un'essenziale creatività, e della resistenza, della classe operaia. Nel momento della sua totale vittoria, quando il capitale sociale è arrivato a dominare tutta la società, il capitale si vede costretto dalla resistenza della classe operaia ad estendere il suo dominio al di là delle mura della fabbrica, alla società intera. Riprendendo la tesi della fabbrica sociale di Tronti, Negri descrive una «totale sussunzione della società» nel periodo che inizia dopo il 1968 [*22]. Questo, sostiene Negri, segna la «fine della centralità della classe operaia della fabbrica vista come luogo dell'emergere della soggettività operaia» [*23]. In questo periodo, il processo di produzione capitalista ha raggiunto un tale livello di sviluppo che adesso comprende anche la più piccola frazione della produzione sociale, La produzione capitalista non è più limitata alla sfera della produzione industriale, ma piuttosto è diffusa, e avviene attraverso la società. Il modo contemporaneo di produzione «è questa sussunzione» [*24].
Sebbene spesso utilizzi storicamente le categorie della sussunzione, Negri ci mette in guardia contro «la rappresentazione di una storia naturale della sussunzione progressiva del lavoro sotto il capitale che illustri la forma del valore nel [...] processo di perfezionamento dei suoi meccanismi» [*25]. Tentando, apparentemente, una «svolta copernicana» autonomista in quella che è la periodizzazione della sussunzione, Negri descrive in tal modo delle specifiche composizioni di classe, e dei modelli di contestazione corrispondenti a ciascun periodo della storia capitalista. Alla prima fase della grande industria corrisponde la fase «appropriativa» del movimento proletario (1848-1914) e quella «professionale» o «degli artigiani»; alla seconda fase corrisponde la «fase alternativa del movimento rivoluzionario» (1917-1968) e una composizione di classe basata sull'egemonia dell'«operaio massa»; e infine, alla fase attuale dello sviluppo capitalista corrisponde l'«operaio sociale» ed il modello «costituente» dell'«auto-valorizzazione» proletaria. In maniera simile a quello che fa TC, i periodi della storia della sussunzione identificano non solo la storia del capitale in sé, ma anche quella degli specifici cicli di lotta. Comunque, anziché il risultato di una «svolta copernicana» verso la positività della classe operaia, per TC ciò avviene perché le categorie della sussunzione periodizzano lo sviluppo in quella che è la relazione fra capitale e proletariato.
Théorie Communiste segue Marx nel tratteggiare una relazione fra le categorie di sussunzione formale e di sussunzione reale, e quelle di plusvalore assoluto e di plusvalore relativo. La chiave per la periodizzazione storica di TC risiede nella sua interpretazione di questa interrelazione sistemica fra le categorie. Per TC, plusvalore assoluto e plusvalore relativo sono determinazioni concettuali del capitale, mentre sussunzione formale e sussunzione reale sono configurazioni storiche del capitale. Perciò, mentre la sussunzione formale del lavoro sotto il capitale procede sulla base del plusvalore assoluto, il plusvalore relativo è sia il principio fondante che la dinamica della sussunzione reale; è «il principio che prima struttura e poi sovverte la prima fase [della sussunzione reale[*26]. Quindi, il plusvalore relativo è allo stesso tempo sia il principio che unifica le due fasi nelle quali TC divide la sussunzione reale, e sia ciò attraverso cui è possibile spiegare la trasformazione della sussunzione reale (e la sua conseguente suddivisione in fasi): «la sussunzione reale ha una storia perché ha un principio dinamico che la forma, la fa evolvere, che pone come ostacoli alcune forme del processo di valorizzazione, o di circolazione, e le trasforma» [*27].
TC pone una distinzione concettuale fra sussunzione formale e sussunzione reale, e lo fa nei termini della loro estensione: la sussunzione formale riguarda solamente il processo lavorativo immediato, mentre quella reale si estende oltre la sfera della produzione, fino alla società nel suo insieme, proprio come avviene per Camatte e per Negri. Quindi, per TC, la sussunzione formale corrisponde alla configurazione del capitale basata sull'estrazione del plusvalore assoluto, il quale è - per definizione - limitato al processo lavorativo immediato: il capitale si impadronisce di un processo lavorativo esistente, e lo intensifica oppure ne prolunga la giornata lavorativa. Ad ogni modo, la relazione fra sussunzione reale e plusvalore relativo è più complessa. L'aumentata produttività del lavoro derivante dalle trasformazioni nel processo lavorativo può incrementare solamente il plusvalore relativo, dal momento che questa produttività incrementata abbassa il valore delle merci che entrano nel consumo della classe lavoratrice. In tal modo, la sussunzione reale mette in gioco la riproduzione del proletariato, nella misura in cui il salario diventa una quantità variabile influenzata dalla produttività del lavoro in quelle industrie che producono merci salariali. La sussunzione reale perciò stabilisce quella che è l'interconnessione storica e sistemica fra la riproduzione del proletariato e la riproduzione del capitale:
«L'estrazione del plusvalore relativo riguarda tutte le combinazioni sociali, dal processo lavorativo alle forme politiche di rappresentanza dei lavoratori, passando per l'integrazione della riproduzione della forza lavoro nel ciclo del capitale, il ruolo svolto dal sistema creditizio, la costituzione di un mercato mondiale specificamente capitalista..., la subordinazione della scienza... La sussunzione reale è una trasformazione della società, e non solo del processo lavorativo» [*28].
Attraverso la sussunzione reale, la riproduzione del proletariato e la riproduzione del capitale diventano sempre più interconnesse; essa integra i due circuiti (quello della riproduzione della forza lavoro e quello della riproduzione del capitale) come auto-riproduzione (e auto-presupposizione) della relazione di classe stessa. Per questo motivo, TC definisce la sussunzione reale del lavoro sotto il capitale come «il capitale che diventa società capitalista, cioè, presupponendo sé stesso nella sua evoluzione e nella creazione dei suoi organi» [*29].
Il criterio per il predominio della sussunzione reale - definito esso stesso in termini di trasformazione del processo lavorativo - deve     quindi essere ricercato al di fuori del processo lavorativo, nelle modalità (sia politiche che socio-economiche) della riproduzione della forza lavoro che accompagnano - e da cui sono in qualche modo determinate - le trasformazioni materiali che vengono ottenute nel processo lavorativo. Esempi di tali modalità, includono i sistemi di welfare sociale, l'«invenzione della categoria del disoccupato», l'importanza del sindacalismo. Tutte queste cose contribuiscono ad «assicurare (e confermare) che la forza lavoro non ha più alcuna possibile "via d'uscita" se non quella del suo scambio con il capitale, nel quadro di questo processo lavorativo specificamente capitalista». Sono queste modalità di riproduzione della forza lavoro che vengono fondamentalmente alterate dalla ristrutturazione della relazione capitalista di classe che inizia negli anni '70. Ed è su questa base che TC sostiene che «le vaste fasi di trasformazione a livello delle modalità della riproduzione generale del proletariato» dovrebbero servire come «criterio per la periodizzazione della sussunzione reale» [*30].
La datazione fatta da TC corrisponde da vicino a quella proposta da Negri. Per TC, la fase della sussunzione formale del lavoro sotto il capitale, che dura fino all'inizio del secolo o circa alla prima guerra mondiale, è caratterizzata dall'auto-relazione positiva del proletariato in quanto polo della relazione di classe. In questo periodo, il proletariato afferma sé stesso come classe del lavoro produttivo, contro il capitale, il quale è un «limite esterno dal quale il proletariato deve liberarsi» [*31]. L'auto-affermazione proletaria non può mai generare l'auto-negazione proletaria e la negazione del capitale; in questo modo - in questa fase - la rivoluzione comunista era impossibile, o meglio la rivoluzione comunista, in quanto affermazione/liberazione del lavoro, reca in sé la controrivoluzione. Il periodo di transizione al comunismo ha dimostrato di non essere altro che il ripristino dell'accumulazione capitalista, e come tale è stato determinato da quella che era la configurazione della relazione di classe e del movimento (contro)rivoluzionario che tale configurazione di classe aveva prodotto.
Nella successiva «prima fase della sussunzione reale del lavoro sotto il capitale» (dalla prima guerra mondiale alla fine degli anni '60), la relazione fra capitale e proletariato diventa sempre più interna, al punto che «l'affermazione autonoma della classe entra in contraddizione con la sua emancipazione all'interno del capitalismo, dal momento che questa è sempre più l'auto-movimento della riproduzione del capitale stesso» [*32]. Nella transizione dalla sussunzione formale a quella reale, la relazione di classe subisce una trasformazione qualitativa, in quanto la riproduzione del proletariato ora si trova ad essere sempre più integrata nel circuito di riproduzione del capitale, attraverso alcune mediazioni. Queste includono le forme istituzionali del movimento operaio, i sindacati, la contrattazione collettiva e i premi di produttività, il Keynesismo e lo stato sociale, la divisione geopolitica del mercato globale in aree  nazionali separate di accumulazione, e - ad un livello più alto - zone di accumulazione (ad Est e ad Ovest).
La sussunzione formale e la prima fase della sussunzione reale del lavoro sotto il capitale, sono caratterizzate dall'auto-affermazione programmatica del proletariato; tuttavia, la prima fase della sussunzione reale si rivela sempre più come la «decomposizione» di questa auto-affermazione programmatica proletaria, anche se il proletariato è sempre più emancipato all'interno della relazione di classe. Con la ristrutturazione capitalista avvenuta dopo il 1968-1973  - che dev'essere compresa come ristrutturante della relazione fra capitale e proletariato - tutte queste mediazioni vengono dissolte, almeno tendenzialmente. Il nuovo periodo - la «seconda fase della sussunzione reale del lavoro sotto il capitale» - viene quindi caratterizzato da una relazione più immediatamente interna fra il capitale ed il proletariato, e tale contraddizione fra di loro viene quindi immediatamente ad essere a livello di quella che è la loro riproduzione in quanto classi. L'auto-affermazione programmatica proletaria ora è morta e sepolta, sebbene l'antagonismo di classe sia più acuto che mai. L'unica prospettiva rivoluzionaria concessa dall'attuale ciclo di lotte è quella dell'auto-negazione del proletariato, insieme alla concomitante abolizione del capitale, attraverso la comunizzazione delle relazioni fra gli individui.

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Critica della Storia della Sussunzione
La periodizzazione proposta da Camatte, Negri e TC si applica al di là dell'immediato processo di produzione. Camatte e Negri sostengono che per la società la sussunzione reale è vera, mentre per TC, si può dire che la sussunzione formale e quella reale caratterizzano le relazione fondamentale fra il capitale ed il lavoro in un senso che non è riducibile all'immediato processo di produzione. A partire da questo, può sembrare che in Marx ci sia qualche motivo per perseguire un simile uso di queste categorie, dal momento che Marx fa riferimento alle trasformazioni nell'attuale relazione sociale esistente fra capitalista e lavoratore - al di là della produzione - che emergono insieme ad una - o come risultato di una - sussunzione reale:
«Con la sussunzione reale del lavoro sotto il capitale, avviene una completa rivoluzione nello stesso modo di produzione, nella produttività del lavoro, e nella relazione - interna alla produzione - fra il capitalista e il lavoratore, così come "anche in quella che è la relazione sociale fra di loro"» [*33].                       
È evidente che, con il costante rivoluzionamento della produzione che avviene nella sussunzione reale, anche il mondo che si trova al di là dell'immediato processo di produzione viene anch'esso drammaticamente trasformato. Quello che va sottolineato come cosa importante è il fatto che, comunque, queste trasformazioni avvengono in concomitanza col - o come risultato del - processo lavorativo sussunto sotto il processo di valorizzazione: esse non costituiscono necessariamente un aspetto della sussunzione reale; e neppure la definiscono, e infatti attualmente possono essere considerate come dei meri effetti della sussunzione reale. Sebbene dalla sussunzione reale del processo lavorativo sotto il capitale, possono derivare dei cambiamenti enormemente significativi per la società nel suo insieme - e per la relazione fra capitalista e lavoratore - da questo non ne consegue che tali cambiamenti possano essere teorizzati nei termini dei concetti della sussunzione.
Come abbiamo visto, la sussunzione ha un carattere ontologico distinto. La violenza che viene commessa da parte di una categoria sussumente, sta nel fatto che è essa stessa in grado di passare come la verità della cosa stessa che essa sussume, è in grado di trasformare quel particolare nella mera esemplificazione di un universale. Quando il processo lavorativo viene sussunto  sotto il processo di valorizzazione, esso diventa il processo di produzione immediato del capitale. Come sostiene Camatte:
«"Sussunzione" significa assai più della semplice sottomissione. "Sussumere" significa davvero "includere in qualcosa", "subordinare", "implicare", così sembra che Marx volesse indicare che il capitale tira fuori dal lavoro la sua propria sostanza, in modo che il capitale incorpori il lavoro dentro sé stesso, e lo trasformi in capitale» [*34].
Il processo lavorativo , sia nella sussunzione reale che in quella formale, è l'immediato processo di produzione del capitale. Di tutto quello che va al di là del processo di produzione, non può essere detto niente di paragonabile, in quanto è solo la produzione ad essere rivendicata dal capitale come propria. Mentre resta vero che il processo di valorizzazione del capitale, nella sua interezza, è dato dall'unità dei processi di produzione e di circolazione. e anche se il capitale apporta al mondo delle trasformazioni che vanno al di là del suo processo immediato di produzione, queste trasformazioni, per definizione, non possono essere colte negli stessi termini di quelle che avvengono in quel processo che avviene sotto la sussunzione reale. In realtà, niente di quello che si trova all'esterno del processo immediato di produzione diventa capitale né, propriamente, viene sussunto sotto il capitale.
Anche se dovessimo accettare l'idea di un'estensione della sussunzione reale che vada al di là dell'immediato processo di produzione, l'utilizzo della sussunzione vista come una categoria pe la periodizzazione è quantomeno dubbia.  Dal momento che la sussunzione formale è un prerequisito logico, oltre che storico, della sussunzione reale, essa caratterizza non solo un'epoca storica, ma tutta la storia capitalista. Inoltre, secondo Marx, sebbene la sussunzione formale debba precedere quella reale, quella che è la sussunzione reale in un settore può anche diventare la base per un'ulteriore sussunzione formale in altre aree. Se le categorie della sussunzione sono applicabili alla storia, questo dev'essere però fatto solo in una maniera «non lineare»:  esse non possono essere applicate, così semplicisticamente o in maniera unidirezionale allo sviluppo storico della relazione di classe. Anche se potremmo plausibilmente dire che a livello totale, ad ogni dato stadio dello sviluppo di questa relazione, rispetto a qualsiasi altro momento dato, il processo lavorativo è «più o meno» realmente sussunto sotto il processo di valorizzazione , questa può essere solo un'affermazione debole e ambigua, e solo difficilmente può costituire una base sistemica per qualsivoglia narrazione di quelli che sono i reali sviluppi storici. 
Il lavoro svolto da alcuni teorici nell'area della teoria della forma valore, o della dialettica sistemica - come Patrick Murray e Chris Arthur - mette ancora più in dubbio una simile periodizzazione. Per Arthur, anche se la sussunzione formale può benissimo precedere temporaneamente quella reale, nel caso di un dato capitale, la sussunzione reale è inerente fin dall'inizio al concetto di capitale [*35]. Se quindi la sussunzione reale è qualcosa che è sempre implicita, e che nel corso della storia capitalista viene solo attualizzata, questo finirebbe per compromettere ogni tentativo di delimitare uno specifico periodo di sussunzione reale. Murray sostiene che i termini «sussunzione formale» e «sussunzione reale» si riferiscono  innanzitutto - se non del tutto - ai concetti di sussunzione, e solo secondariamente a degli stadi storici. Secondo Murray, Marx considera la possibilità di una fase storica distinta dalla mera sussunzione formale, ma di questo non trova alcuna prova [*36].
Se la sussunzione non può essere di per sé rigorosamente applicata ai periodi storici, né a qualcosa che va al di là del processo immediato di produzione, allora dobbiamo concludere che in fin dei conti non esiste realmente una strada praticabile per la periodizzazione della storia capitalista. Ci servono altre categorie, attraverso le quali possiamo cogliere lo sviluppo della totalità della relazione di classe capitalista, e in un modo che non sia limitato al solo processo di produzione.  Tuttavia, la posta in gioco riguarda assai più che avere la corretta collezione di categorie. Il fatto che ci siano così tante periodizzazioni, indipendentemente dal loro quadro categoriale, che convergono tutte all'incirca sulle stesse date [*37] - riconoscendo, in particolar modo, che alcune rotture fondamentali siano avvenute fra la fine degli anni '60 e la metà dei '70 - è una forte indicazione che nella periodizzazione ci sia qualcosa di più che qualche afasica proliferazione di termini, periodi ed arbitrarie costellazioni di date. Queste periodizzazioni - ed in particolare quella di Théorie Communiste - sono convincenti perché ci dicono qualcosa di plausibile circa il carattere della relazione di classe così come oggi esiste. Ma i contesti categoriali sono ovviamente non neutrali, ed una problematica categoria centrale avrà delle implicazioni per tutto il resto di una teoria.
La fase della sussunzione formale di TC, ha molte cose in comune con il concetto, della Scuola della Regolazione, di un periodo di accumulazione estensiva, e infatti entrambi individuano una transizione da queste rispettive fasi, che avviene intorno alla prima guerra mondiale.  Per TC è solo a questo punto che comincia la  sussunzione reale, poiché è a questo punto che la crescente produttività del lavoro comincia a rendere più a buon mercato i beni di consumo, e quindi ad implicare reciprocamente sia la riproduzione della classe lavoratrice che la riproduzione del capitale. In maniera simile a quanto avviene per i regolazionisti, precedentemente al corretto sviluppo del consumo di massa, l'accumulazione dev'essere soprattutto estensiva. In entrambi i casi, c'è un periodo in cui avviene che è soprattutto  l'estrazione di plusvalore assoluto ad essere percepita come esistente a priori rispetto al pieno sviluppo del «modo di produzione specificamente capitalistico», dove  l'attenzione si sposta sul plusvalore relativo. Ma, come hanno argomentato con forza Brenner e Glick [*38], ci sono dei problemi significativi per quanto riguarda questo concetto di un periodo di accumulazione estensiva. La produzione capitalista tende fin dall'inizio a mercificare e a ridurre i prezzi dei beni di consumo. e l'agricoltura non è qualcosa che viene capitalizzata più tardi, tranne forse in casi particolari come quello della Francia, il cui paesaggio rurale per tutto il XIX secolo rimane dominato dai contadini piccoli proprietari-produttori. Si è tentati dal supporre che l'apparente «adattarsi» del caso francese al concetto di fase storica della sussunzione formale sia la base reale per questo aspetto della periodizzazione fatta da TC. Ma se è così, quanto meno la validità di questo aspetto della periodizzazione riguardo la storia della relazione di classe capitalista, di per sé sembra essere seriamente in dubbio.
Eppure la nostra critica della storia della sussunzione svolta da TC non deve spingerci a rifiutare massicciamente tutto quello che c'è nella teoria di TC. Ovviamente, ci sarà bisogno di riflettere sulle implicazioni derivanti, per questa teoria, dall'eliminazione di una concezione storica della sussunzione. Ma il cuore di questa teoria risiede nel concetto di programmatismo, e nell'analisi del periodo successivo che arriva fino al presente. Il concetto di programmatismo identifica quelle che sono le dimensioni importanti della lotta di classe, così come lo è stata per gran parte del XX secolo, e quindi ci aiuta a capire il modo in cui è cambiato il mondo. Forse a causa di questo riconoscimento della rottura, TC non ha potuto evitare di affrontare in maniera chiara il carattere delle lotte nel modo in cui avvengono oggi, o di continuare a porre quella che è la questione fondamentale della teoria comunista:
«Come può il proletariato - agendo rigorosamente come classe all'interno di questo modo di produzione, nella sua contraddizione con il capitale nel contesto del modo di produzione capitalista - abolire le classi, e quindi sé stesso ? Vale a dire: come può produrre comunismo?» [*39].

- Collettivo Endnotes - Pubblicato nell'aprile del 2010 sul n° 2 di Endnotes -

NOTE:

[*1] - «Per l'uso di un concetto che svolge anche una funzione relativa al potere del giudizio, in base al quale un oggetto viene sussunto sotto di esso...» (Immanuel Kant, "Critica della Ragion Pura".)
[*2] - « Ora, è chiaro che dev'esserci una terza cosa, la quale da un lato dev'essere omogenea alla categoria e dall'altro lato all'apparenza, e deve rendere possibile l'applicazione della prima alla seconda. Questa rappresentazione mediatrice dev'essere pura (senza niente di empirico), e tuttavia intellettuale da una parte, e sensibile dall'altra. Tale rappresentazione è lo schema trascendentale» (Ivi).
[*3] - Karl Marx, Il Capitale, I Volume.
[*4] - Hegel, "Letture sulla Logica" (Indiana University Press, 2008).
[*5] - Nelle traduzioni in inglese di Marx, il termine tedesco "subsumtion" viene spesso reso come "domination" anziché "subsumption". Benché questa traduzione sia problematica, nel senso che offusca il significato logico/ontologico di questo concetto, esso è però appropriato, nella misura in cui identifica qualcosa della violenza qui implicita.
[*6] - Per una discussione nei termini della forma valore su questi aspetti della relazione Kant-Hegel-Marx, si veda Isaak Rubin, "Saggi sulla Teoria del Valore di Marx".
[*7] - Hegel, "Filosofia del Diritto" (Cambridge, 1991).
[*8] - Karl Marx, "Contributo alla Critica della Filosofia del Diritto di Hegel" (MECW 3).
[*9] - Sebbene, nei Grundrisse, la categoria di sussunzione venga usata in maniera ampia e non sistematica, è nelle bozze del "Capitale" del '61-63, ed in quelle del '63-64, che Marx sviluppa un concetto di sussunzione come quello del processo lavorativo sotto il processo di valorizzazione del capitale. La Sussunzione può essere vista come qualcosa che dà implicitamente forma ai due terzi del I Volume del "Capitale" per quel che riguarda le categorie di plusvalore assoluto e relativo, anche se si riferisce ad essi in maniera esplicita solo in una sezione. (Karl Marx, "Il Capitale. I Volume).
[*10] - Si veda "The Moving Contradiction", nello stesso numero di questa rivista.
[*11] - «Se la produzione di plusvalore assoluto fosse l'espressione materiale della sussunzione formale del lavoro sotto il capitale, allora la produzione del plusvalore relativo potrebbe essere vista come la sua vera sussunzione». Karl Marx, "Risultati del Processo di Produzione Immediata" (MECW 34).
[*12] - A--------B-C
             A--------B--------C
           Figura 1: Estrazione del plusvalore assoluto, sulla base della sussunzione formale.
  La parte necessaria della giornata lavorativa (A-B), è qui una grandezza data, in modo che l'unica possibilità di incrementare la grandezza della porzione di plusvalore (B-C) è data dall'estendere la giornata lavorativa "in maniera assoluta" (A-C).
[*13] - A-------------B--C
              A---------B’--B--C

             Figura 2: Estrazione del plusvalore relativo, sulla base della sussunzione reale.
La lunghezza della giornata lavorativa (A-C) è una grandezza data, in modo che l'unica possibilità di incrementare la grandezza della porzione di plusvalore (B-C) è data dal diminuire la parte necessaria di giornata lavorativa (A-B). Il plusvalore ottenuto in questo modo è plusvalore "relativo".
[*14] - Karl Marx, "Risultati del Processo di Produzione Immediata" (MECW 34).
[*15] - Ivi.
[*16] - Jacques Camatte, Capital and Community (Unpopular Books 1988).
[*17] - Karl Marx, "Risultati del Processo di Produzione Immediata" (MECW 34).
[*18] - Jacques Camatte, Capital and Community (Unpopular Books 1988).
[*19] - Ivi.
[*20] - Jacques Camatte, ‘This World We Must Leave’ in This World We Must Leave: and Other Essays (Autonomedia 1995).
[*21] - Fredric Jameson, "Postmodernismo. Ovvero la logica culturale del tardo capitalismo" (Fazi).
[*22] - Antonio Negri, ‘Twenty Theses on Marx, Interpretation of the Class Situation Today’, in S. Makdisi, C. Casarino and R. Karl., eds., Marxism beyond Marxism (Routledge. 1996).
[*23] - Ivi.
[*24] - Ivi.
[*25] - Ivi.
[*26] - Théorie Communiste, ‘Réponse à Aufheben’ in Théorie Communiste 19 (2004).
[*27] - Ivi.
[*28] - Ivi.
[*29] - Théorie Communiste, ‘Théorie Communiste’ in Théorie Communiste 14 (1997).
[*30] - Théorie Communiste, ‘Réponse à Aufheben’ in Théorie Communiste 19 (2004).
[*31] - Théorie Communiste, ‘Théorie Communiste’ in Théorie Communiste 14 (1997).
[*32] - Ivi.
[*33] - Marx, Economic Manuscript of 1861-63 (MECW 34). Un passaggio simile lo troviamo anche nei "Risultati del Processo di Produzione Immediata" (MECW 34), dove si dichiara che questa rivoluzione è «completa (e viene continuamente ripetuta)».
[*34] - Jacques Camatte, Capital and Community (Unpopular Books 1988).
[*35] - Chris Arthur, The New Dialectic and Marx's Capital (Brill 2002).
[*36] - Patrick Murray ‘The Social and Material Transformation of Production by Capital: Formal and Real Subsumption in Capital, Volume I,’ in R. Bellofiore and N. Taylor, eds., The Constitution of Capital (Palgrave Macmillan 2004).
[*37] - A quelli già qui menzionati, si potrebbe aggiungere alla "Scuola di Regolazione", la Scuola della struttura sociale dell'accumulazione, e la Scuola Uno.
[*38] - Robert Brenner and Mark Glick, ‘The Regulation Approach: Theory and History,’ New Left Review I/188 (July-August 1991).
[*39] - Théorie Communiste, ‘Théorie Communiste’ in Théorie Communiste 14 (1997), p. 48.

fonte: ENDNOTES