sabato 16 gennaio 2021

La cosa giusta

Il vero golpe di Trump
- di  Slavoj Žižek -

Quando Vanessa Baraitser, magistrato britannico, ha respinto la richiesta statunitense di estradare Julian Assange, una buona parte della critica di sinistra e progressista ha commentato tale decisione in un modo che ricorda il dramma di T.S. Eliot, "Assassinio nella cattedrale": «L’ultima tentazione è il più grande tradimento: Compiere la retta azione per uno scopo sbagliato». Nel dramma, Thomas Beckett teme che la sua «cosa giusta» (la decisione di opporsi al re e sacrificarsi) si basi su un «motivo sbagliato» (la sua egoistica aspirazione alla gloria della santità). Hegel avrebbe risolto un simile problema, dicendo che ciò che conta, nei nostri atti, è il loro contenuto sociale, pubblico: se io compio un sacrificio eroico, è questo ciò che conta, , anche se eventualmente le motivazioni private possono alla fine essere anche patologiche.
Ma negare l'estradizione di Assange verso gli Stati Uniti è un caso del tutto diverso: ovviamente, si trattava della cosa giusta da fare, ma ciò che era sbagliato atteneva alle ragioni pubblicamente dichiarate come alla base della decisione. Il giudice ha avallato totalmente le affermazioni fatte dalle autorità statunitensi secondo le quali le attività di Assange erano al di fuori del campo del giornalismo, e per giustificare la propria decisone sul negare l'estradizione ha dovuto ricorrere solamente a dei motivi di salute mentale. Ha detto: «l'impressione generale è quella di un uomo depresso, che teme sinceramente per il proprio destino.» Aggiungendo a questo che l'alto livello di intelligenza di Assange fa pensare che con ogni probabilità arriverebbe conseguentemente a togliersi la vita. Fare riferimento alla salute mentale è, quindi, un pretesto per poter fare giustizia; il messaggio pubblico implicito, ma evidente proveniente dal magistrato è: «So bene che l'accusa è sbagliata, ma dal momento che non sono disposta a riconoscere questo, preferisco concentrarmi sulla questione della salute mentale.» (Inoltre, ora che il tribunale ha rifiutato anche la possibilità di concedere ad Assange la libertà provvisoria, egli rimarrà comunque in carcere nello stesso regime di solitudine che ha causato la sua situazione di disperazione suicida...). La vita di Assange è stata (forse) salvata, ma la sua Causa (la libertà di stampa, la lotta per avere il diritto di rendere pubblici i crimini di Stato) rimane un crimine. Ecco un buon esempio di cosa significhi realmente l'umanitarismo dei nostri tribunali.

Ma tutto questo è moneta comune: ciò che invece dovremmo fare, è applicare la frase di Eliot ad altri due recenti avvenimenti politici. La pagliacciata messa in atto a Washington il 6 gennaio 2020 non sarebbe forse la prova definitiva (se ancora ne dovesse servire una) del fatto che Assange non deve essere estradato negli Stati Uniti? Sarebbe come se si estradassero in Cina dei dissidenti fuggiti da Hong Kong.
Primo evento. Quando Trump ha fatto pressione su Mike Pence, il suo vice, perché non certificasse i voti elettorali, ha chiesto anche che Pence facesse la cosa giusta per il motivo sbagliato: sì, il sistema elettorale degli Stati Uniti è fraudolento e corrotto, è una enorme farsa organizzata e controllata dallo «Stato profondo». Vedete, le implicazioni della richiesta fatta da Trump sono interessanti: egli ha argomentato dicendo che invece di limitarsi a svolgere semplicemente il suo ruolo nella forma prescritta dalla costituzione, Pence avrebbe potuto ritardare od ostacolare la certificazione del Collegio Elettorale prevista dal Congresso. Una volta che i voti sono stati contati, il vicepresidente deve solamente dichiarare qual è il risultato già determinato in precedenza; ma Trump voleva che Pence agisse come se stesse effettivamente prendendo una decisione... Ciò che Trump stava chiedendo, non era una rivoluzione ma solo un tentativo disperato di salvarsi la pelle costringendo Pence ad agire all'interno del contesto dell'ordine istituzionale, prendendo la lettera della legge più seriamente di quanto dovrebbe essere presa.
Secondo evento. Quando il 6 gennaio i manifestanti pro-Trump hanno invaso il Campidoglio, hanno fatto la cosa giusta per il motivo sbagliato. Facevano bene a protestare contro il sistema elettorale statunitense con i suoi complessi meccanismi elaborati con l'obiettivo di rendere impossibile l'espressione diretta dell'insoddisfazione popolare (e questo è qualcosa che è stato espressamente ammesso dagli stessi Padri Fondatori). Ma questo assalto non è stato un golpe fascista. Prima di prendere il potere, i fascisti fanno degli accordi con i grandi imprenditori. Ora, invece, i leader aziendali ci dicono che «per preservare la democrazia, Trump va rimosso dal suo incarico». Ora questo vuol dire che Trump ha incitato i manifestanti contro i grandi imprenditori? Non proprio. Ricordiamoci che egli ha apertamente sostenuto l'aumento delle tasse al 40% per i ricchi, argomentandolo dicendo che salvare le banche con denaro pubblico è «socialismo per i ricchi». Trump che difende gli interessi delle persone comuni, ci ricorda l'atteggiamento di Kane nel film di Orson Welles. Quando un banchiere ricco lo accusa di parlare per la moltitudine dei poveri, Kane risponde che è così, che di fatto il suo giornale parla per le persone comuni povere, ma lo fa proprio per poter evitare il vero pericolo: che i poveri comuni comincio a parlare per sé stessi.
Come ha dimostrato Yuval Kremnitzer, Trump è un populista che rimane dentro il sistema. E come fa qualsiasi populismo, oggi anche questo populista non si fida della rappresentanza politica e finge di parlare direttamente in nome del popolo, Il populismo di oggi si lamenta del fatto che le sue mani sono tenute legate dallo «Stato profondo» e dall'establishment finanziario. Il suo messaggio è che «se solo non avessimo le mani legate, potremmo farla finita con i nostri nemici una volta per tutti». Tuttavia, contrariamente al vecchio populismo autoritario (come il fascismo), che è disposto ad abolire la democrazia formale rappresentativa e a prendere realmente il potere per imporre un nuovo ordine, il populismo di oggi non ha una visione complessiva di alcun nuovo ordine. Il contenuto positivo della sua ideologia e della sua politica è fatto di un bricolage incoerente di misure per finanziare «i nostri» poveri, per ridurre le tasse ai ricchi, per concentrare l'odio su figure come quelle degli immigrati, delle minoranze e della nostra «élite corrotta che sta mandando fuori dal paese i nostri posti di lavoro», e così via... È per questo che i populisti di oggi non vogliono davvero liberarsi della democrazia rappresentativa consolidata ed assumere totalmente il potere: liberarsi dalle «manette» dell'ordine liberale contro cui finge di lottare, per la nuova destra vorrebbe dire fare davvero qualcosa di reale, e questo metterebbe in evidenza il vuoto del suo programma. I populisti di oggi possono funzionare solamente a partire dal rinvio indefinito dei loro obiettivi, poiché essi possono funzionare solo come opposizione allo «Stato profondo» dell'establishment liberale: «La nuova destra non cerca, almeno in questo momento, di instaurare un valore supremo - per esempio, la nazione o il leader - che esprimerebbe pienamente la volontà del popolo, e permetterebbe quindi perfino di arrivare ad esigere l'abolizione dei meccanismi di rappresentanza.»

Tutto questo significa che le vere vittime di Trump sono i suoi stessi sostenitori comuni che prendono sul serio le sue chiacchiere contro le élite corporative liberale e le grandi banche. È lui il traditore della sua stessa causa populista. I suoi critici liberali lo accusano di fingere di contenere i suoi sostenitori più radicali, i quali sarebbero disposti a lottare violentemente in suo nome, mentre in realtà egli sarebbe al loro fianco, incitandoli alla violenza. Ma la verità è che in realtà egli non sta dalla loro parte. La mattina del 6 gennaio, davanti alla Casa Bianca, Trump si è rivolto al raduno di Elipse: «Marciamo sul Campidoglio. Andiamo ad applaudire i nostri coraggiosi senatori, senatrici e congressisti. E probabilmente per alcuni di loro non ci resteremo così tanto, poiché il nostro paese non rinasce con la debolezza. Dove mostrare forza, si deve essere forti». Tuttavia, quando la folla lo ha fatto e si è avvicinata al Campidoglio, Trump si è ritirato dentro la Casa Bianca per assistere alla violenza in televisione.
Trump voleva davvero mettere in scena un colpo di Stato? La risposta è sicuramente e definitivamente no. Quando la folla ha invaso il Campidoglio, egli ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Conosco i vostri problemi. So che siete arrabbiati. Ci hanno rubato le elezioni. Abbiamo vinto, e abbiamo vinto con un margine schiacciante. Questo lo sa tutto il mondo, soprattutto i nostri avversari. Ma ora dovete tornare a casa. Abbiamo bisogno di pace. Abbiamo bisogno legge e di ordine.» Trump ha accusato i suo avversari della violenza di oggi ed ha elogiato i suoi sostenitori dicendo: «Non possiamo giocare il loro gioco. Abbiamo bisogno della pace. Perciò andate a casa. Vi amo; siete speciali.» Quando la folla ha cominciato a disperdersi, Trump ha fatto un Tweet a difesa delle azioni dei suoi sostenitori che avevano invaso e vandalizzato il Campidoglio: «Ecco cosa succede quanto una sacrosanta e schiacciante vittoria elettorale viene rapinata in maniera così brutale e senza tante cerimonie.» E conclude il suo Tweet, commentandolo: «Ricordatevi per sempre di questo giorno!» Essì, dovremmo davvero ricordarlo; perché ha svelato tanto la farsa della democrazia statunitense quanto la farsa della protesta populista contro di essa. Negli Stati Uniti, solo poche elezioni hanno avuto davvero importanza: come l'elezione per il governatore della California nel 1934. Il candidato democratico Upton Sinclair perse perché l'intero establishment aveva organizzato un campagna di menzogne e calunnie senza precedenti (per esempio, Hollywood arrivò a dire perfino che se Sinclair avesse vinto avrebbero trasferito gli Studios in Florida!)
Una folla furiosa e incazzata che attacca il Congresso in nome di un presidente popolare che è stato privato del proprio potere per mezzo di manipolazioni parlamentari... vi dice qualcosa? Sì: è questo che sarebbe dovuto avvenire in Brasile, nel 2016, o in Bolivia, nel 2019: lì il popolo avrebbe avuto tutto il diritto di invadere il parlamento e reinstallare i suoi presidenti eletti. Negli Stati Uniti, ad essere in gioco era qualcosa di completamente diverso. Ragion per cui, speriamo che ciò che è successo il 6 gennaio a Washington ponga almeno fine all'oscenità di dover vedere gli Stati Uniti che inviano osservatori alle elezioni di altri paesi per giudicarne la correttezza. Ora sono le elezioni americane stesse ad aver bisogno di osservatori stranieri. Gli Stati Uniti sono uno «Stato canaglia», come sono soliti dire loro a proposito di altri paesi; e questo non solo dopo che Trump ha assunto la presidenza: la (quasi) guerra civile in atto rivela una spaccatura che c'è sempre stata.

- Slavoj Žižek - Pubblicato il 14/1/2021 su BlogDaBoitempo -

venerdì 15 gennaio 2021

Silenzi …

«In una Parigi di fuliggine e di notte, qua e là, tocchi di colore si mescolano all'inchiostro nero: il rosso sangue della bandiera comunarda, l'incandescenza di un fuoco. I barlumi della speranza tremolano e non si spengono». ( Le Monde des Livres)

Parigi, primavera 1871. La città, cinta d’assedio dai prussiani, ha subìto un inverno rigidissimo, la popolazione ha sofferto il freddo, la fame e le cannonate degli assedianti. Il governo francese accetta una pace umiliante. Ma il popolo di Parigi non ci sta, insorge e affida il governo della città alla Comune, struttura politica di matrice anarchico-socialista a gestione popolare diretta. Allora il governo francese organizza la riconquista della città per strapparla ai comunardi. La guerra fratricida si conclude con quella che è passata alla storia come la “settimana di sangue”, dal 21 al 28 maggio, in cui nonostante le barricate e la strenua resistenza dei parigini l’esercito francese entra in città con l’artiglieria pesante e un numero di uomini venti volte superiore, e in pochi giorni trucida oltre ventimila persone compromesse a vario titolo con la Comune.
Ed è proprio sullo sfondo della tragica “settimana di sangue” che si svolgono le vicende del presente romanzo, un intreccio di storie individuali che va dall’amore irto di ostacoli di Caroline e Nicolas all’inchiesta di Antoine Roques, ex rilegatore eletto “delegato alla sicurezza” da un’assemblea popolare, agli intrighi del perverso criminale Pujols, rapitore di fanciulle, alla misteriosa presenza del cocchiere Clovis, talmente irsuto che non se ne distinguono i lineamenti. Il tutto sotto una devastante pioggia di ferro e fuoco che, insieme a buona parte di Parigi, distruggerà il sogno utopico di una società egualitaria.

(dal risvolto di copertina di: Hervé Le Corre, "L'ombra del fuoco", pp. 496. Traduzione: Alberto Bracci Testasecca. Edizioni E/O)

La Comune diventa noir
- di Daria Galateria -

Hervé Le Corre, tra i più premiati scrittori di noir in Francia, è specialista di serial killer ("Il Perfezionista" uccideva ragazzini seguendo il tracciato di uno scrittore satanico, Lautréamont). Nel suo ultimo romanzo, "L'ombra del fuoco" (in uscita da e/o), all'assassinio in serie Le Corre aggiunge, come già Balzac, il personaggio seriale: il criminale perversi "perfezionista" è qui di ritorno. Ma come sempre nella buona letteratura, il crimine vero è altrove, è nella società e nella Storia, che si prodigano in delitti altrettanto splatter del racconto.
Siamo infatti nella «settimana di sangue», il massacro di 20.000 parigini da parte dell'esercito regolare francese (21-28 maggio 1871) che chiude la Comune di Parigi: il governo a bandiera rossa di settantadue giorni in cui si scrissero, nero su bianco, le leggi del progresso e dell'utopia (stipendi da operaio specializzato a funzionari e politici, magistrati elettivi, istruzione laica e gratuita, guardia nazionale: e tutto con regolari votazioni e i conti in ordine; un reazionario come Edmond de Goncourt si stupiva di vedere, in piena insurrezione, le code ai teatri). Hervé Le Corre ha simpatia per quell'esperienza, è evidente; ma a parte un paio di generali ed Elizabeth Dmitrieff, l'aristocratica russa femminista, che compare in un club, tutti i personaggi sono di fantasia.
Le storie sono - semplificando - quattro, ma così intrecciate che la tensione resta inesausta. C'è il gruppo di tre soldati della Comune, il Rosso (un gigante), il prode Nicolas, sergente dei comunardi, e l'adolescente Adrien, garzone di macellaio (coi suoi coltellacci risolve in silenzio molte situazioni di pericolo; poi se li pulisce sulla coscia). C'è il perfino Pujols, l'orco seriale che rifornisce di bambine un fotografo (le foto pornografiche sono alla moda; e con la pace, si spera, torneranno gli affari): alle ragazzine, i lettori possono starne certi, non viene risparmiato nulla. I parenti si rivolgono alla polizia, e cioè a Antoine Roques, un pacifico rilegatore che tiene la pistola con due dita - d'altronde i veri agenti di sicurezza sono scappati a Versailles. A Versailles infatti si è acquartierato l'esercito regolare e il governo: sconfitta nel 1870 dai Prussiani, con loro la Francia ha firmato  - letteralmente in lacrime, nella persona del ministro - una pace infamante, che Parigi ha rifiutato, insorgendo. C'è poi la fidanzata di Nicolas, Caroline, infermiera di notte negli ambulatori improvvisati. È lei a dare il ritmo alla narrazione, perché finisce sotterrata da un bombardamento; il racconto procede a giornate, dal giovedì 18 maggio alla domenica 28, e tutto il romanzo è pervaso da un ticchettio: riuscirà Caroline, sepolta viva con un secchio d'acqua, a sopravvivere? Se pure la ricercano, in quei giorni di tregenda.
Così imbastito, il romanzo procede con un risentito andamento balzacchiano, mimato anche nei termini (ci sono i tavernieri e le voluttà, gli spasimanti e i vetturini, gli umili e i borghesi; se un giovane è bello, ha i tratti da donna): servito con sapienza e divertimento dalla traduzione di uno scrittore come Alberto Bracci Testasecca. I ritratti sono stampe d'epoca, dai volti pendono vaporosi baffoni bianchi, e i fornelli enormi delle pipe, o inversamente delle «eterne» pipette all'angolo della bocca; e tutti sono irsuti sotto i kepì da Federati (comunardi). Storicamente precisi, giorno dopo giorno e ora su ora, i luoghi degli scontri, con le loro stravaganze: i bombardamenti dei Versagliesi che demoliscono all'inizio le case dei ricchi ad Auteuil, o l'artiglieria piazzata sulla pista da ballo di un imbarcadero. Ma Le Corre ovviamente colpisce anche con le armi narrative del secondo millennio.
E per esempio - come Franz Hals, il pittore olandese, riconosceva 27 tipi di nero - Hervé Le Corre distingue, in una città continuamente squassata da esplosioni e dall'artiglieria versaigliese, svariate forme di silenzio. C'è il silenzio sospetto da agguato, il silenzio frastornato dal ronzio nelle orecchie, il silenzio sconosciuto della propria casa devastata, il silenzio schiacciante sotto i detriti di un palazzo crollato. Le Corre non lesina le atrocità sanguinolente e vellica ogni pulsione; assenti, o maschie, le tenerezze. Non c'è bisogno neanche di ideali, c'è l'azione; «All'armi!», corre per strada un  uomo senza kepì, tenendo il fucile davanti a sé con entrambe le mani; «una colonna a Porte de Saint-Cloud!»; brilla una camicia rossa (i garibaldini sono venuti a dare manforte); ci sono le barricate, e si è forse diecimila contro i sessantamila governativi. Il giardino del Luxembourg è una macelleria, si fucilano i comunardi giorno e notte; bisogna, con questa «città che ha un talento unico per la rivoluzione», riportare l'ordine per i prossimi cinquant'anni.

- Daria GalateriaPubblicato su Robinson del 9/1/2021 -

giovedì 14 gennaio 2021

L'ipotesi autonoma

Dalla guerriglia dell'autonomia all'autonomia guerrigliera
- di Freddy Gomez -

Se l'autonomia - organizzata e diffusa [*1] - così come si è manifestata negli anni '70, soprattutto in Italia ma, sebbene in misura minore, anche in Germania e in Francia - è stata politicamente sconfitta, perfino schiacciata, fino a ridursi nei decenni successivi a nient'altro che l'espressione minoritaria e confusa di quei piccoli gruppi che si richiamano alla sua eredità, ecco che ora sembra che l'«ipotesi» politico-strategica che l'autonomia ha costruito nel caos di un'epoca immaginaria si trovi sul punto di riprendere vigore. E soprattutto in Francia, come sarebbe stato attestato dall'emergere di fenomeni assai diversi fra loro, come dalla testa dei cortei, dalle guerriglie scatenate nelle ZAD (zone da difendere), o dall'irruzione selvaggia sulla scena dei Gilet gialli a partire dal novembre del 2018. Potrebbe essere questa la principale tesi difesa da Julien Allavena nel suo libro "L’Hypothèse autonome": una sorta di ritorno ibrido, complesso e non sempre consapevole, nel bel mezzo delle lotte, a delle intuizioni e a dei metodi che avevano segnato la storia del movimento autonomo nel momento del suo massimo splendore.
Allavena aveva ventitré anni ai tempi del movimento del 2016 contro la « loi travail », ed è stato ai margini di quel movimento che ha sperimentato per la prima volta - come ci racconta - l'«ipotesi autonoma», frequentando sulla scia del suo impegno militante alcune delle cosiddette «chiese autonome». A dire il vero, questa sua esperienza in proposito sembra non averlo esaltato affatto. Piuttosto il contrario. Ha visto il peggio; che poi è quello che succede sempre con ogni setta, quando l'aria comincia a scarseggiare. E fino a questo punto possiamo anche capirlo. Si potrebbe perfino chiosare che approviamo la sua rapida sagacia. Può benissimo succedere anche che ci si rimanga per troppo tempo in questo genere di tribù. Quello che appare come eccessivamente problematico, però, è il fatto che, quattro anni dopo, il militante diventato dottorando a Parigi si senta obbligato ad inscrivere il suo libro nel contesto di una sorta di gesto di intima necessità di esprimere tutto il disincanto che la sua breve, brevissima esperienza di militanza gli avrebbe ispirato. Qui e là, si sente perfino parlare di «lutto» o di «esorcismo». Evidentemente, questo è troppo, salvo dire che la soggettività conferirebbe il vantaggio - in questi tempi decostruiti che corrono - di conferire un peso ad un'«ipotesi» che viene ammessa come desiderabile, di per sé,  per una breve unità di tempo. Di modo che il vantaggio - per quanto troppo individuabile, perché troppo costruito - sia certo: al di là delle miserie dell'autonomia parigina o montreuilliana del suo tempo, ci si sente legittimati a riavvicinarsi al continente dell'autonomia storica - la sola che sembra contare ai suoi occhi, quella dell'offensiva italiana degli anni '70 - verso la quale egli si sente, oggettivamente e immaginariamente, inauditamente attratto. Di modo che se, da un lato, Allavena si gioca tutto il suo disincanto critico, dall'altro lato, induce volentieri al lirico-nostalgico. Esageratamente, in entrambi i casi.
A rendere così interessante l'«Ipotesi autonoma» - nonostante una certa predisposizione dell'autore a parlare il linguaggio foucaultiano del periodo e degli ambienti che frequenta - è questa ricerca di una sorta di paradiso perduto che alla fine si sarebbe perso proprio tra i propri vicoli ciechi. E a questo continente sommerso, sprofondato, egli si accosta esplorandone le diverse sfaccettature: la secessione operaia, caratteristica di quest'epoca, e la sua deriva verso il rifiuto del lavoro; l'estraneità, questa forma di straniamento rispetto al proprio mondo, che viene vissuta, tanto nella sfera operaia quanto in quella culturale, come volontà di uscire dal capitalismo, di liberarsi dal suo spirito, di auto-ridurre le sue merci espropriandole, di lasciar fiorire tutte quelle forme di vita e di sessualità che non sono ammesse; l'autonomia femminile, infine, sconfitta tra i vinti,  ci viene raccontata come più incline alla «politica del fare» - asili nido, squat monosessuali - piuttosto che portata ad una feticizzazione virilista della violenza che relega le donne ai compiti subalterni. Il quadro, a tratti illuminante, di questo ampio movimento autonomo italiano che viene tracciato da Allavena, non è affatto esente da quelle che appaiono come delle discutibili scelte interpretative e delle approssimazioni storiche discutibili. Ragion per cui, anche se l'operaismo è stato indubbiamente la matrice principale dell'autonomia degli anni '70, per aver saputo rigenerare - dieci anni prima - un marxismo alleggerito dalla sua ortodossia e dalla sua scolastica, i continui riferimenti da parte dell'autore alla figura paradossale e discutibile di Mario Tronti, considerato come il suo principale pensatore, non lo obbligano a trascurare l'orrore leninista di Tronti per lo spontaneismo, o la sua assurda aspirazione di voler associare il PCI all'operaismo. Analogamente, pur riconoscendo - senza approfondirla - una «diffusa influenza» dell'ipotesi «bordighiana» di una costruzione dell'autonomia in quanto partito del proletariato, il suo modo di minimizzare quella che è stata - a volte marginalmente, a volte centralmente - la tradizione «consiliarista» o libertaria equivale a rendere invisibile il ruolo giocato da Gianfranco Faina, Riccardo d'Este ed altri militanti, soprattutto genovesi e torinesi, che si sono opposti con determinazione sia alle velleità «entriste» di un Tronti che alla rifondazione marxista-leninista attorno a Potere Operaio di un Negri . Essi, al contrario, difendevano, ispirati soprattutto dal comunismo dei Consigli, una chiara linea secessionista rispetto ai partiti - esistenti o in gestazione - e ai sindacati.
Su un piano diverso - quello storico - potrebbe anche essere interessante il rapporto genealogico, esteticamente seducente, che Allena tenta di stabilire tra l'azione diretta del sindacalismo francese delle origini ed il suo revival nell'autonomia italiana degli anni '70; ma solo a condizione di approfondirlo nel dettaglio, accordandosi sul significato delle parole. Ciò in quanto non c'è molta corrispondenza tra, da una parte, un'azione diretta intesa come azione violenta o non violenta che sia, direttamente esercitata da coloro che l'hanno decisa e, dall'altra parte, un'azione diretta che troppo spesso si è ridotta alla sua forma armata e delegata, a forza, ad un corpo combattente separato. Quanto al «separatismo operaio» delle origini - il quale, contrariamente all'estraneità degli anni '70, è il prodotto di un autentico orgoglio di appartenenza ad una classe - esso era alla base di una strategia che intendeva rompere sia con l'azione diretta di tipo insurrezionalista, blanquista o anarchica, sia con la propaganda attraverso il fatto. Un tale separatismo postulava, di fatto, che era possibile un altro metodo, il quale richiedeva la nascita di una classe operaia consapevole e autonoma chiaramente separata da quei partiti che si richiamavano ai lavoratori per poterli meglio tradire. Per lo stesso motivo, veniva assunta, di fatto, come condizione necessaria per poter espropriare gli espropriatori. Inoltre, questo metodo non era nato nel cervello - ben fatto per quanto confuso - di Georges Sorel, ma dalle profondità e dai recessi di una classa che stava prendendo coscienza della propria forza. Essa non aveva niente a che fare con le imprese della banda Bonnot, che avrebbe potuto benissimo essere un «gruppo di operai anarchici», come dice l'autore, che operava per sé e non aveva alcuna altra causa se non la propria, la quale di fondava sul nulla. Ed è stato precisamente questo ad aver stabilito quale fosse il confine - certo, non sempre a tenuta stagna - tra il separatismo operaio e la deriva illegalista.
A partire dalla felice constatazione fatta da Guattari, secondo la quale si viene sconfitti dal nemico, ma anche dai «vizi di fondo» che hanno reso possibile la sconfitta, Allavena si propone di identificare le debolezze dell'autonomia italiana degli anni '70 che avrebbero causato il suo fallimento. A suo avviso, quello principale avrebbe avuto a che fare con quella che è stata una «secessione senza sussistenza» [*2] che si sarebbe persa lungo la strada in quanto non si era saputo costruire - come direbbe Negri - un processo di positività. In altre parole, sarebbero stati distrutti dei princìpi e dei criteri senza aver saputo costruire dei modi alternati di sussistenza durevoli; sarebbe stato confuso il rifiuto del lavoro con il rifiuto dell'attività produttiva, e non sarebbe stato comunizzato ciò che avrebbe potuto esserlo. Per cui - continua a dire l'autore - malgrado la creazione di spazi autogestiti, malgrado le riviste, le radio e l'espandersi di stili di vita liberati che coinvolgevano diverse centinaia di migliaia di persone, tutto questo non aveva saputo, o potuto sconvolgere il movimento del capitale.
Si potrebbe ribattere modestamente all'autore che, nelle condizioni reali di un momento storico dato, l'«Ipotesi Autonoma» italiana è andata molto lontano, ma non è mai andata oltre quello che è stata in grado di realizzare. Oppure, ancora, che il movimento, anche questo reale, da tale «Ipotesi» messo in moto, era indicativo di quel «comunismo immediato» così come veniva chiamato allora: era un modo di vivere qui e ora fino in fondo la propria vita, una volontà di secessione profonda, di certo illusoria ma perfettamente in sintonia con l'immaginario rivoluzionario di rottura proprio di quella fine di un'epoca [*3]. Se si eccettua la produzione libraria dei teorici che, per poter continuare a esistere, devono continuamente riadattare i loro punti di vista alla nuova doxa dominante, ormai divenuta postmoderna [*4], possiamo vedere come la copiosa letteratura di testimonianze su quel tempo in cui l'oro non si era ancora trasformato in piombo, in genere attesti - malgrado la durezza dello scontro che riecheggia, e malgrado la repressione generata - la felicità di aver tentato l'assalto al cielo.
Naturalmente, Allavena si colloca su un altro terreno, quello dell'analisi e della ricerca. Non c'è niente di freddo e distaccato, oltre tutto, nel suo saggio dal momento che si basa su un impegno militante rivendicato dall'autore. Se egli lavora come sociologo sul passato dell'«Ipotesi autonoma». soprattutto italiana, lo fa anche per portare avanti e coltivare una riflessione sulla pertinenza e sulla possibilità della prassi autonoma nell'attuale devastato presente. Da qui l'importanza concessa ai due maggiori movimenti del nostro tempo, quello degli "zadisti" di Notre-Dame-des Landes e quello dei Gilet gialli. Entrambi godono dei suoi favori, ed entrambi si inscrivono secondo lui, ciascuno a suo modo e con i propri metodi, in una riedizione della storia nella quale la Tradizione autonoma gioca il suo ruolo. Ai suoi occhi, l'interesse da riservare a questi due movimenti è duplice: da un lato, essi provengono da un altrove, da un luogo inatteso e, dall'altro lato, procedono seguendo il ritorno del contrattacco di una nuova offensiva. Come se il loro obiettivo finale fosse quello di invertire l'equilibrio di rapporti di forza generali, di riguadagnare quello che è andato perduto: una dignità, una combattività.
Dei due, tuttavia, ad avere maggiormente i suoi favori è chiaramente il movimento dello «zadismo». Ci racconta che si sarebbe costituito - cosa che rimane da dimostrare - su un'analisi del fallimento dell'esperienza autonoma degli anni '70, ma anche a partire dall'analisi della fine del mito dell'offensiva - combinata e frontale - contro la cittadella capitalista, preferendogli l'idea di organizzare pazientemente e pragmaticamente il suo accerchiamento attraverso la creazione di enclave di «comunismo immediato». Si potrebbe obiettare che tale idea era già germogliata in alcune menti, soprattutto anarchiche, che per molto tempo - dalle "colonie" ai "comuni" - hanno pensato che l'idea dell'emancipazione per mezzo dell'esempio poteva crescere come i porri. Anch'essi, prima o poi hanno dovuto rinunciare. Che questo non fosse visto dalla nostra parte come una forma moderata del tentativo di ricreare su piccola scala delle isole «comuniste» resistenti, ma piuttosto come una volontà di non estrapolare l'importanza della secessione nella lotta anticapitalistica globale. Niente di più, e niente di meno. Su questo punto, come su tutti gli altri, è meglio conoscere la storia, anche se poi significa riprodurla. Dopotutto, lo «zadismo» arricchisce l'esperienza comune di un'altra vita possibile, e questo è già abbastanza. Ha costretto lo Stato, a Notre-Dame-des Landes, ad abbandonare un devastante progetto aeroportuale - di cui, bisogna dire che esso stesso non era convinto della sua utilità - e, a Sivens, a rinunciare ad un progetto di diga che avrebbe causato la sommersione di 12 ettari di palude. Com’é noto: la lotta paga quando ci si dà i mezzi per portarla a termine [*5]. Per il resto, dovremo attendere che la speranza accenda altri fuochi. L'analisi semi-entusiasta [*6] e semi-moderata che Allavena riserva ai Gilet gialli ci sembra, essa sì, del tutto irrilevante e non pertinente, nel momento in cui lo porta a fare la seguente constatazione: «Per quanto impressionanti siano stati i mezzi utilizzati in questa esperienza, in fin dei conti si riducono alla mobilitazione delle vecchie forme della rivoluzione volta a realizzare un obiettivo che rimane riformista». Vale a dire, egli precisa, di «ristrutturazione del compromesso keynesiano». Ragion per cui questo movimento sarebbe intrinsecamente «riformista», laddove invece lo «zadismo» sarebbe potenzialmente «rivoluzionario». Insomma, tutto si riduce ad una griglia di lettura che i Gilet gialli hanno avuto il merito di fare esplodere. Si sa che, in certi ambienti «radicali», «riformismo» rimane il peggior insulto possibile. Ciò che i Gilet gialli sono stati costretti a pensare, persino contro i loro stessi potenziali alleati, è stato, da un lato, la questione dei rapporti di forza, reinventando, sulla base di quanto abbiamo detto prima, l'azione diretta - non mediata - di massa e, dall'altro lato, la perversione intrinseca del falso dilemma tra un vero riformismo e una falsa rivoluzione. Se si poteva pensare, almeno all'inizio, che il movimento non avrebbe superato i propri limiti legati alla sua capacità di essere compreso - o ingannato - dal potere, relativamente all'aumento del Salario Minimo, al ripristino della tassa sui super-ricchi e al Referendum di Iniziativa dei Cittadini, cosa che invece è avvenuta dopo, come conseguenza di una crescente presa di coscienza, assai rapida, su delle tematiche oggettivamente rivoluzionarie, in seguito ad un'apertura ed un superamento che  era il solo che poteva permettere - come dovrebbe sapere anche Allavena - un'autentica dinamica movimentista, orizzontale ed apartitica.
Va ritenuto che, nonostante tutte le buone intenzioni, lo schierarsi radicalmente distribuisca i ruoli secondo l'idea che si è fatto della purezza, o dell'impurezza di una rivolta. Ancora oggi - troppo strano, troppo confuso - il ruolo dei Gilet gialli continua a rimanere inafferrabile e inassimilabile tanto per un sociologo vicino all'autonomia quanto per un commentatore di un talk show televisivo. Per quel che riguarda il riformismo, che non si riesce a vedere quando, da pragmatici, gli zadisti di Notre-Dame-des-Landes - o alcuni di loro - se ne sono impadroniti, giustamente, per poter negoziare con lo Stato il «comunismo immediato», c'è da dire che i Gilet gialli non se lo aspettavano. Perché non se ne sono mai accorti? Perché la loro natura esplosiva, diffusa, incontrollabile e contagiosa. per poterli sradicare, ha costretto lo Stato ad affidarsi completamente alla sua polizia, senza però riuscirci, dopo più di due anni di rivolte di massa. Perciò, Allavena, per il riformismo bisogna ripassare e rivisitare i classici! In fin dei conti, il Comitato invisibile o i Black Bloc, che pretendono entrambi quanto meno di aver avuto questo vantaggio, anche se tardivo, su alcuni sociologhi dell'autonomia guerrigliera, di essere in grado di allargare la loro prospettiva per comprendere questa insurrezione che è arrivata, ma che proviene da altrove o da nessun luogo.

- Freddy Gomez - Pubblicato l'11-1-2021 su A Contretemps -

 

NOTE:

[*1] - La prima, partitaria, ci teneva alla A maiuscola di Autonomia, la seconda, spontaneista, se ne fotteva.

[*2] - Contrariamente a quella italiana, ci dice Allavena, l'autonomia tedesca - più alternativa che secessionista, avrebbe incarnato quella che era una forma di «sussistenza senza secessione».

[*3] - Va notato, di sfuggita, che ammettere, come limite dell'autonomia italiana, la sua maggiore predisposizione alla spettacolarizzazione delle sue azioni, soprattutto violente, ci sembra ancora più interessante nella misura in cui ciò entra in risonanza con la principale critica che gli viene rivolta dai situazionisti. Critica alla quale Allavena sostiene di essere sensibile, ma lo fa senza soffermarvisi.

[*4] - Risulta essere altresì interessante, notare che l'incessante ricerca di tracce di "micro-domini" - alla quale si dedica l'odierna post-estrema-sinistra accademica e militante - appare notevolmente in sintonia con lo spirito del mondo neoliberista che decostruisce diabolicamente tutti i cosiddetti «arcaismi» che ostacolano sia l'estensione illimitata del dominio del mercato che i post-desideri che esso è così ansioso di soddisfare.

[*5] - Ricordiamo che a Sivens si è vinto - sebbene ciò sia avvenuto al prezzo della morte di Rémi Fraisse, militante ecologista di 21 anni ucciso il 26 ottobre 2014 da una granata lanciata da un gendarme.

[*6] - Entusiasta per la sua nascita, per i suoi metodi, per l'occupazione delle rotatorie ( che però, a suo dire, i Gilet gialli non avrebbero saputo - né tantomeno pensato di farlo - «zadificare»), per la sua relazione con la sommossa, per il fatto che i Gilet gialli avrebbero sorpassato in audacia i Black Bloc... Tutte queste cose sono però altrettanti indicatori del fascino esercitato dall’autonomia di Montreuil, che se da una parte ha stancato l'autore, dall'altra egli continua ancora a conservarne dei riflessi.

mercoledì 13 gennaio 2021

naufragando …

Il naufragio che qui si racconta ebbe luogo nel 1820 sulla linea dell'equatore, nelle acque dell'Oceano Pacifico. Lo scontro con un mostruoso cetaceo aveva affondato la baleniera e decimato l'equipaggio. Tre scialuppe e pochi sopravvissuti, bianchi e neri, ridotti allo stremo dalla sete e dalla fame, a turno attesero la morte dei compagni per sopravvivere nutrendosi dei loro corpi, a partire dal cuore: il colore della pelle non aveva più importanza, il gusto delle era lo stesso. L'infrazione di un tabù ancestrale per la cultura occidentale, così diversa da quella del "cannibale", ma anche un passo oltre le leggi tribali che ne regolavano i riti, perché su una delle tre scialuppe i sopravvissuti decisero di tirare a sorte chi tra loro sarebbe stato ucciso per nutrire gli altri. La sorte toccò al più giovane, che preferì essere ucciso piuttosto che nutrirsi di chi al suo posto lo sarebbe stato. Fu il primo "antieroico" eroe moderno. Sull'incidente cadde un pietoso silenzio. Imbarazzo, vergogna? «Stato di necessità» fu il verdetto archiviato dalla legge americana.
Tre nomi - George Pollard, Owen Chase e Thomas Chapple - del tutto sconosciuti al mondo delle lettere, sono i protagonisti di uno dei tanti naufragi di cui nell'Ottocento si scriveva. Se ne raccoglievano indicazioni negli annali dei porti cui navi o baleniere non avevano fatto ritorno. I tre, in luoghi diversi del mondo, lasciarono di quell'evento vissuto in prima persona un laconico resoconto. Sul naufragio di cui qui si racconta, che ebbe luogo nel 1820 sulla linea dell'equatore, nelle acque dell'Oceano Pacifico, scese allora un imbarazzato silenzio. Lo scontro con un mostruoso cetaceo aveva affondato la baleniera e decimato l'equipaggio. Tre scialuppe e pochi sopravvissuti, bianchi e neri. Ridotti allo stremo dalla sete e dalla fame, a turno attesero la morte dei compagni per sopravvivere nutrendosi dei loro corpi, a partire dal cuore: il colore della pelle non aveva più importanza, il gusto delle carni era lo stesso. L'infrazione di un tabù ancestrale per la cultura occidentale, così diversa da quella del 'cannibale', ma anche un passo oltre le leggi tribali che ne regolavano i riti, perché su una delle tre scialuppe i sopravvissuti decisero di tirare a sorte chi tra loro sarebbe stato ucciso per nutrire gli altri. La sorte toccò al più giovane, che preferì essere ucciso piuttosto che nutrirsi di chi al suo posto lo sarebbe stato. Fu il primo 'antieroico' eroe moderno. Sull'incidente cadde un pietoso silenzio. Imbarazzo, vergogna? "Stato di necessità" fu il verdetto archiviato dalla legge americana. Non risulta che studiosi di letteratura e storici se ne siano allora occupati. Fino a quando, nel 1947, il poeta Charles Olson, lavorando alle carte di Herman Melville trovò degli appunti. Gli appunti sul naufragio della baleniera Essex. Pagine che gettarono nuova luce sulle scelte letterarie ed esistenziali di Melville. Quella lettura era destinata a segnare in profondità il resto della sua carriera, da "Moby Dick" in avanti. Barbara Lanati si interroga sull'impatto di quell'incontro e insieme mette in luce i modi in cui un'opera letteraria quale "Moby Dick" sia stata segnata da quelle pagine - un reperto apparentemente rozzo, informe e insieme angosciante - in cui Melville si imbatté come ci si imbatte in relitti, legni, conchiglie che il mare ha buttato a riva. Affinché li si raccolga. Affinché li si interroghi per raggiungerne il segreto.

(dal risvolto di copertina di: "Il naufragio della baleniera Essex", di Owen Chase. Edizioni SE.)

E il capodoglio divenne Moby Dick
- di Andrea Cionci -

«La balena ci fu addosso urtando con il capo la prua della nave; l'impatto fu tanto violento e inatteso che per poco non ci ritrovammo tutti faccia a terra; la nave si rizzò di scatto come se avesse urtato contro uno scoglio e per alcuni secondi tremò come una foglia». Non è un passo tratto da Melville, ma da Il naufragio della baleniera Essex di Owen Chase pubblicato in edizione critica italiana dalla SE di Milano. Sono passati 200 anni da quel tragico evento di cui il primo ufficiale Owen Chase lasciò uno sconvolgente resoconto: scritto con l'asciuttezza di un tempratissimo lupo di mare, non riesce a nascondere la drammaticità di una delle più terrificanti avventure nella storia della marineria. A esso si ispirò Melville per il suo capolavoro, Moby Dick, il cui titolo rievoca il nome di un gigantesco e aggressivo capodoglio realmente esistito: era carico di arpioni, deturpato dalle cicatrici e soprattutto albino. Il suo nome era Mocha Dick. Nell'800, quando la caccia alle balene non aveva ancora decimato questi mammiferi marini e l'oceano era traboccante di cibo, si potevano incontrare capodogli enormi. Come testimonia una mascella di questo cetaceo conservata presso il Museo di Nantucket, alcuni esemplari potevano raggiungere anche i 28 metri.
Nell'agosto 1819 da quest'isola a Nord degli Stati Uniti, sull'Atlantico, prese il largo la Essex, una nave di 20 anni, piccola ma ben costruita, comandata dal capitano George Pollard jr., rampollo di una stimata famiglia di balenieri. Era manovrata da un equipaggio di una ventina di uomini. Il viaggio sarebbe dovuto durare due anni e mezzo con l'obiettivo di riportare a terra almeno 2000 barili d'olio di balena. Preda particolarmente ambita era il capodoglio, detto in inglese «sperm whale» poiché nella sua grossa testa il cetaceo racchiude lo spermaceti, un olio ceroso che, cambiando densità a seconda della temperatura, gli consente di inabissarsi o risalire in superficie senza sforzo, come la cassa di zavorra di un sommergibile. L'olio di spermaceti era richiestissimo per la sua purezza, tanto da essere impiegato nella cosmesi, come lubrificante per orologi, confezionare candele speciali, unguenti ecc.
Deluso da un bottino di appena 800 barili d'olio, il capitano Pollard, doppiato Capo Horn, decise di spingersi in acque sconosciute, nel Pacifico. Il 16 novembre 1820, avvistato un branco di capodogli, il comandante diede ordine di calare in mare le lance. Per i cetacei era il periodo degli amori: tre femmine vennero arpionate facilmente, ma la scialuppa di Owen Chase fu danneggiata da un colpo di coda di un cetaceo. Tornato sulla Essex per riparare la falla, l'ufficiale vide un gigantesco capodoglio maschio di circa 26 metri di lunghezza dirigersi verso lo scafo della nave. La Essex non fece in tempo a evitarlo che l'animale colpì la prua della nave; poi strusciando il dorso contro la chiglia vi passò sotto e, dopo un minuto in cui parve intontito dall'urto, caricò nuovamente la Essex, sfondandone definitivamente il fasciame prodiero.
Di fronte ai balenieri attoniti, la nave cominciò ad affondare. Gli uomini recuperarono in fretta viveri, acqua, strumenti di navigazione e qualche arma, dopodiché attrezzarono dei piccoli alberi con vele per le loro tre fragili scialuppe, rimaste ormai l'unica salvezza.
Cominciava una terribile odissea: navigarono per un mese, razionando il cibo e soffrendo la sete, quando finalmente avvistarono terra: era l'isola di Henderson, un piccolo atollo corallino a metà strada tra Australia e Cile, oggi nota per essere praticamente sommersa dalla plastica portata dal «vortice del Pacifico meridionale». I naufraghi poterono rifocillarsi nutrendosi di molluschi, di uccelli marini e delle loro uova, ma la vera svolta fu quando scoprirono una piccola sorgente che veniva però periodicamente ricoperta dalla marea. A spegnere i primi entusiasmi giunse presto la consapevolezza che le scarsissime risorse dell'isola non avrebbero consentito ai venti marinai una lunga sopravvivenza. Così, dopo una decina di giorni decisero di riprendere il largo, ma tre di loro, in condizioni fisiche precarie, restarono sull'isola.
In mare aperto, presto le lance cominciarono ad andare alla deriva e si separarono. Dopo pochi giorni le provviste terminarono e gli uomini cominciarono a morire. I primi corpi furono consegnati al mare, ma dopo un mese si comprese che l'unico modo per sopravvivere era cibarsi di chi non resisteva. Racconta Owen, che quando il marinaio Isaac Cole morì, si decisero all'extrema ratio. La carne dei suoi arti fu messa a seccare in piccole strisce e successivamente arrostita. Sulla scialuppa del capitano Pollard avvenne altrettanto, ma quando anche questa risorsa alimentare finì fu necessario ricorrere a un drammatico sorteggio: uno di loro si sarebbe dovuto sacrificare per nutrire gli altri. Toccò a un 19enne, Owen Coffin, cugino di Pollard, che, molto coraggiosamente, insistette dicendo che era suo diritto far fronte al proprio destino. Con un altro sorteggio fu deciso chi doveva sparargli alla testa con la sola pistola rimasta a bordo. Della terza scialuppa non si seppe più nulla. Dopo circa tre mesi alla deriva, la lancia di Pollard e quella di Chase incontrarono delle navi che li raccolsero in condizioni prossime alla fine e li poterono rifocillare. Di venti uomini se ne erano salvati cinque. I superstiti tornarono a Nantucket e furono accolti da una folla ammutolita che si aprì al loro passaggio. Il primo ufficiale Chase, nel giugno 1821, ritrovò la moglie e conobbe la propria figlioletta di 14 mesi, ma in tarda età, tormentato dagli incubi, impazzì.
Il capitano Pollard ottenne il comando di un'altra baleniera, la Two Brothers, ma anche questa affondò, tre anni dopo, alle Hawaii. Nel 2008 è stato scoperto il relitto, completo di varie attrezzature di bordo. Dopo il secondo fallimento, Pollard abbandonò il mare e visse a Nantucket come guardiano notturno. Di lui Melville disse: «Per gli isolani lui era un nessuno. Per me, l'uomo più imponente, più totalmente senza pretese e anche umile che io abbia mai incontrato».
Il volume della SE riporta non solo il resoconto di Chase, ma anche quello – più breve - di Pollard e anche di Thomas Chappel, uno dei tre marinai che scelsero di rimanere sull'isola di Henderson. Costoro, su segnalazione dei superstiti, furono recuperati un anno dopo. L'esperienza segnò Chappel nel profondo e lo convertì: «Spesso ci imbattiamo in pericoli inattesi e in soccorsi che sembrano provvidenziali, ma pochi sono più straordinari di quanto è stato sin qui narrato. Possano essi condurre il lettore a un sempre maggiore e completo abbandono alla grazia divina».

- di Andrea Cionci - Pubblicato su TuttoLibri del 24/12/2020 -

martedì 12 gennaio 2021

Critica del Cemento

Anselm Jappe: «Il cemento impoverisce il mondo rendendolo uniforme e monotono»
- Intervista di Youness Bousenna per Marianne -

Nel suo ultimo saggio, Anselm Jappe sviluppa una critica filosofica del cemento. In questa intervista, spiega in che modo questo materiale che è alla base della moderna architettura distrugga la bellezza del mondo. Secondo l'ultimo libro del filosofo Anselm Jappe, il cemento è «l'arma di costruzione di massa del capitalismo». Questo teorico della critica del valore, ed esperto di Guy Debord, non si concentra solamente sui misfatti sanitari ed ecologici del cemento, ma affronta, in profondità, il modo in cui il cemento disumanizza il mondo.

Marianne: Perché il crollo del ponte Morandi, avvenuto a Genova nel 2018, l'ha convinta ad impegnarsi in una critica del capitalismo svolta a partire dal cemento?

Anselm Jappe: Sono rimasto colpito da questo evento poiché ero in Italia al momento del disastro, ed avrei dovuto attraversare il ponte Morandi il giorno dopo il suo crollo. Mi ha colpito il modo in cui le discussioni si sono incentrate sui difetti di costruzione o di manutenzione, tralasciando la causa principale: il fatto che il cemento armato, in quanto tale, è un materiale di scarsa qualità e che, dopo qualche decennio, se non viene rinnovato si deteriora. Questa intuizione si è poi collegata ad una mia antica preoccupazione che risale alla mia adolescenza, ed è un rifiuto epidermico per il cemento e per una buona parte dell'architettura moderna. A questo punto, mi è parso pertinente articolare una critica del capitalismo a partire dal cemento, dal momento che questo tipico materiale della modernità è l'espressione della sua logica profonda: lo si ritiene eterno, ma sua sua obsolescenza è rapida - e per di più questo avviene subito dopo che si è finito di pagare il mutuo per pagare la casa  - ed è un esempio del ciclo accelerato di produzione, consumo e scambio che costituisce il nostro sistema economico. Esiste quindi una sorta di isomorfismo tra il cemento e la cultura industriale e capitalista.

Marianne: Più che il cemento, è il cemento armato quello su cui si concentra la sua critica. Qual è la sua traiettoria storica?

Jappe: Bisogna distinguere il calcestruzzo storico, che è un miscuglio di calcare, acqua e pietre che esiste fin dall'antichità - ad esempio, i romani costruirono in questo modo il Pantheon - dal cemento moderno. Abbandonato per circa quindici secoli, il calcestruzzo riappare in Inghilterra nel 18° secolo, dopo che l'ingegnere inglese John Smeaton scopre che usare l'argilla permetteva di fare a meno del granulato vulcanico che veniva usato dai romani: tale scoperta consentiva di creare del calcestruzzo a prescindere da quale fosse la composizione geologica del luogo in cui esso veniva prodotto. Sembra sia stata la villa Lebrun, eretta nel 1828 a Marssac-sur-Tarn, la prima costruzione dopo l'Antichità costruita interamente in calcestruzzo. Poi, verso la metà del 19° secolo, il francese Joseph-Louis Lambot inventa ciò che diventerà il cemento armato, dotando il calcestruzzo di un'armatura in ferro.
Diventa così chiaro, alla fine di quel secolo, che il cemento armato avrebbe potuto permettere di costruire  del strutture assai grandi. Sarà la seconda guerra mondiale ad essere decisiva, poiché permetterà un salto di qualità nelle costruzioni in cemento armato, in particolare dopo che dai nazisti verrà eretto il Muro Atlantico. Il periodò successivo al 1945 segnerà il trionfo del cemento. Questo materiale di costruzione diverrà popolare a partire dal diffondersi di correnti architettoniche come il Brutalismo,o  a partire da Le Corbusier (1887-1965). L'Unione sovietica lo utilizza in maniera massiccia negli anni '50 per costruire un enorme numero di alloggi a basso costo. E anche se la fine del 20° secolo ha segnato il tramonto della moda del cemento, esso rimane tuttavia assai utilizzato, soprattutto per le infrastrutture. La Cina, ad esempio, ogni due anni fa uso della stessa quantità di cemento corrispondente a quella che è stata utilizzata negli Stati Uniti in tutto il 20° secolo.

Marianne: Lei come spiega il fatto che tutte le correnti di avanguardia dell'inizio del 20° secolo - così come tutti i totalitarismi, abbiano sostenuto l'utilizzo del cemento?

Jappe: Il cemento permette di soddisfare una megalomania ed un certo brutalismo - visto, questi, nel suo senso originario di "forza bruta" - che poi in seguito si combinerà con il culto del vetro e dell'acciaio. A questo si aggiunge la volontà - da parte di tutte queste correnti, dal futurismo italiano al suprematismo russo, passando per la Bahaus tedesca - di rimettere il mondo a posto per ricostruirlo. Per loro, il cemento è un modo di rinunciare agli ornamenti, e quindi alla cultura borghese che prediligeva ciò che è inutile; facendo così riferimento anche alla corrente funzionalista e allo "Stile internazionale" promosso da Ludwig Mies van der Rohe (1886-1969). Il cemento viene apprezzato da tutti loro in quanto ignora le peculiarità locali, le diversità del mondo che vengono giudicate inutili, e pertanto diventa così il materiale ideale di un universalismo modernista. Seguendo questa moda, Le Corbusier occupa un posto particolare, in ragione della sua notorietà, ma anche a partire da ciò che in lui esplicita la natura distruttriva del capitalismo, mediante la sua volontà di fare tabula rasa del mondo esistente. La sua architettura riflette una visione del mondo assai gerarchica, con l'idea che bisogna fare delle splendide case per i ricchi e solo degli alloggi funzionali per i poveri. Dà prova, inoltre, di un'ossessione del controllo e dell'ordine che si esprime nella sua volontà di sopprimere le strade (vale a dire la socialità), eliminandole e cedere così alle automobili lo spazio pubblico . Nel suo lavoro, c'è come una sorta di fascismo del cemento.

Marianne: Perché definisce lo sforzo costruttivo in cemento durante i "Trent'anni Gloriosi" come "modernizzazione delle baraccopoli"?

Jappe: Alla critica del cemento non va opposta una sorta di Eden perduto: nel 19° secolo, le classi popolari spesso vivevano in degli alloggi insalubri, e il cemento permise loro di uscirne grazie ad un nuovo tipo di benessere. Ma quella miseria venne sostituita da un'altra miseria, nello stesso modo in cui la fame venne sostituita dall'abbondanza di quello che è "cibo spazzatura". Questa fascinazione esercitata dalla modernità del cemento, e dal suo modo di vita, poi si è spenta, fino al punto che, come è avvenuto nelle periferie dei sobborghi, i contestatori cominciano spesso a distruggere il loro ambiente di vita divenuto per essi insopportabile.

Marianne: Lei individua nel cemento, esattamente quattro grandi problemi: l'estrazione massiccia di sabbia e ghiaia; il consumo di energia, insieme alle emissioni di CO2 che tale consumo comporta; la nocività per la salute umana; e la sterilizzazione del suolo.

Jappe: Descrivo rapidamente questi problemi sanitari ed ecologici, dal momento che essi sono già noti, ma anche perché non ritengo che ci portino lontano in termini di critica. Limitarsi a questi temi, lascerebbe aperta la strada ad innovazioni, come ad esempio il riciclaggio delle materie prime. Ora, la mia intenzione è quella di andare oltre, e sottolineare a come il cemento abbia contribuito a distruggere la ricchezza millenaria delle architetture tradizionali e ad impoverire il mondo, rendendolo uniforme e monotono. Questi effetti estetici e antropologici del cemento, come quelli della costruzione moderna in generale, alterano il nostro modo di stare al mondo. Ma il tour de force del capitalismo è consistito nell'are reso il cemento il materiale di default, rendendo così l'ancestrale pietra tagliata, un materiale di lusso.

Marianne: La sua critica del cemento si ispira soprattutto a Karl Marx. In che modo la sua critica del valore è rilevante per poter analizzare un tale soggetto?

Jappe: Marx ritiene che esista una doppia natura del lavoro: esso è allo stesso tempo sia concreto (fabbricare un tavolo, per un falegname, o preparare un pasto, per un cuoco) che astratto. Questo carattere astratto deriva dal fatto che una volta che vengono prodotti, tutti i beni e i servizi verranno valutati a partire dalla cosa che hanno in comune, vale a dire, il tempo di produzione e di energia umana che si è resa necessaria, e che costituirà la base del valore che noi gli attribuiremo. Secondo Marx, dare priorità al fatto che noi definiamo le cose a partire da una tale concezione astratta, è una caratteristica propria del capitalismo: al lavoro non viene assegnato valore per la sua utilità sociale o per la sua bellezza, ma per il tempo di cui esso necessita. Pertanto, che si tratti di bombe o di giocattoli, il valore del prodotto dipenderà unicamente da un tempo di produzione che possa uniformare tutto.
In inglese, la parola per dire "cemento" è "concrete". Facendo uso di questo gioco di parole, propongo un'analogia tra questa concezione di Marx e la natura del cemento, che è come se fosse una sorta di traduzione pura e perfetta di quello che è il lavoro astratto: il cemento, essendo dappertutto, in tutto il mondo, sempre lo stesso, è una metafora tanto del capitalismo quanto del suo materiale di costruzione preferito. Si potrebbe applicare lo stesso ragionamento anche alla plastica che, come il cemento, porta alla standardizzazione del mondo, nel momento in cui sostituisce i diversi oggetti con una quantità di materiale sempre identica.

Marianne: A che cosa potrebbe assomigliare una "architettura felice" - alla quale lei fa riferimento quando in un  capitolo evoca lo scrittore e artista britannico William Morris (1834-1896)?

Jappe: Le sue idee sull'architettura, basate su una critica del capitalismo e su una predilezione per una competenza artigianale, sono fondamentali in quanto fanno rivivere il gesto tradizionale del costruire, che crea più lentamente, ma per molto più tempo e durata. Credo in un costruire che faccia uso delle tecniche e dei materiali locali, visto che le architetture più belle sono quelle che sembrano prolungare la geologia stessa, arrivando a fare dell'habitat una escrescenza della Terra. Queste armoniose architetture sono quelle che io ritrovo in giro per il Mediterraneo, in Italia, in Spagna o nelle Cicladi. Riguardo questo settore, l'immaginazione umana è stata inarrestabile e sterminata, ma sono bastati alcuni decenni di capitalismo per ridurre tutta questa diversità ad un folklore locale, in modo da poter rimpiazzare tutto questo - in nome dell'efficienza e del progresso - con un habitat standardizzato.

- Intervista di Youness Bousenna - Pubblicata su Marianne il 2 gennaio 2021 -

* Anselm Jappe, Béton. Arme de construction massive du capitalisme, L’Echappée, 200 p., 14 €

lunedì 11 gennaio 2021

Il Fascismo del Capitale

"Fascismo", raccoglie quattro testi scritti dal rivoluzionario sovietico Evgenij Bronislavovic Pašukanis sul fascismo italiano e sull'ascesa del fascismo tedesco. Questi testi, antologizzati per la prima volta in portoghese, si riferiscono al quadro politico dei primi decenni del 20° secolo, e lo affrontano dal punto di vista della critica di Marx. Nell'aprire la raccolta, "Per una caratterizzazione della dittatura fascista", scritto nel 1926, stabilisce quali sono i parametri per una rigorosa comprensione del fascismo. A seguire, il secondo testo, "Fascismo", scritto nel 1927 per l'Enciclopedia dello Stato e del Diritto, ci fornisce una descrizione generale del fenomeno fascista visto a partire dal caso italiano.
"La crisi del capitalismo e le teorie fasciste dello Stato", del 1931, fa un bilancio della situazione capitalistica mondiale, vista a partire dai contesti politici e teorici dell'Italia e della Germania.
Mentre il quarto testo, "In che modo in Germania i social-fascisti hanno falsificato i Soviet", del 1933, analizza la strategia della sinistra tedesca alla svolta decisiva degli anni 1918-1919.
I testi appaiono di interesse sia per i ricercatori di quel periodo storico che per chi desidera conoscere una prospettiva storica marxista su un fenomeno che ultimamente è ritornato nel dibattito politico e culturale.
«In maniera particolare, i testi di Pašukanis sul fascismo costituiscono la più importante riflessione marxista sull'argomento. In maniera del tutto unica, l'autore affronta, nella questione, il problema delle forme della socialità borghese (merce, valor, Strato e Diritto)», sottolinea Alysson Mascaro nella prefazione dell'opera.

(Fascismo, di Evguiéni B. Pachukanis - Edizioni Boitempo - R$ 31,20 - Preordine)

Pašukanis e il Fascismo
  - di Juliana Magalhães -

Attraverso quattro preziosi articoli, Evgenij Pašukanis ci offre, in "Fascismo", la più avanzata chiave di lettura marxista su questo tema. In ogni articolo, il giurista russo assume la posizione di un osservatore privilegiato di quei fattori che avevano scatenato l'ascesa delle dittature fasciste, in special modo in Italia e in Germania, a partire dal fatto di essere stato contemporaneo rispetto agli eventi che svolsero in quel periodo buio. Pašukanis evidenzia come la dittatura fascista sia la dittatura del capitale, dove la piccola borghesia si pone come una sorta di appendice, senza però limitarsi tuttavia a tale approccio, cercando di dipanare quali determinazioni - ed in che modo - abbiano dato origine agli Stati fascisti; nonché quali novità e quali contraddizioni siano emerse a partire dalla forma che questi Stati avevano assunto. Il teorico marxista ci mostra come ancora oggi ci sia una tenue barriera che separa la democrazia dal fascismo, e che gli Stati fascisti sono strutturalmente legati al modo di produzione capitalistico, allo stesso modo dei cosiddetti Stati liberali. Nel trattare quello che avveniva nell'Italia di Mussolini, per esempio, segnala quale sia la diretta violazione della legalità esistente nel processo di lotta per il potere da parte dell'organizzazione fascista. Inoltre, l'autore analizza anche l'appello ideologico alle masse da parte del fascismo e rileva come questo movimento di estrema destra stabilisca una dittatura partitaria, pertanto distinta dalle dittature esclusivamente militari di tipo bonapartista. Pašukanis dimostra anche che il fascismo italiano è stato caratterizzato da tutta una serie di de-nazionalizzazioni e dall'attacco ai diritti del lavoro e sociali, attraverso l'aumento della giornata lavorativa e l'abolizione del pensionamento di vecchiaia, ad esempio. Nel caso della Germania, l'autore osserva che la socialdemocrazia, nel frenare i processi autenticamente rivoluzionari, ha reso fertile il terreno su cui sarebbe cresciuta ed avrebbe prosperato l'erbaccia del nazismo. I testi di Pašukanis - tradotti direttamente dal russo - rivelano l'acume e le spessore intellettuale e politico dell'autore, così come il suo rigore teorico e la raffinatezza del suo approccio marxista, dimostrando, inoltre, anche la radicale contrapposizione tra fascismo e socialismo. Tutto ciò rende questo suo lavoro un'opera ineludibile, tanto per la comprensione  di questo fenomeno storico, quanto per la percezione di come i movimenti fascisti - e simili - siano delle possibilità inerenti al capitalismo.

- Juliana Magalhães -

fonte: Blog da Boitempo

sabato 9 gennaio 2021

Assalto all'ultimo «Country Club» !

La rivolta sulla collina
- di Mike Davis - 7 gennaio 2021 -

I "sacrilegi" compiuti ieri nel nostro tempio della democrazia - oh, la povera città profanata e stuprata sulla collina, ecc. ecc. -  hanno rappresentato una "insurrezione" solo in senso tragicomico. Quella che essenzialmente era una grossa banda di motociclisti vestiti come se fossero artisti da circo e guerrieri barbari - incluso il tipo con la faccia dipinta, travestito da bisonte cornuto impellicciato - ha preso d'assalto l'ultimo Country Club rimasto, occupando il trono del vicepresidente Pence, inseguendo i senatori fin dentro la rete fognaria, scaccolandosi e strappando documenti e, soprattutto, scattando un numero infinito di selfie da mandare ai ragazzi che erano rimasti a casa. Diversamente, non avrebbero potuto nemmeno farsene neppure lontanamente un'idea. (L'estetica era in puro stile Buñuel & Dali: «Una sola ed unica regola, assai semplice: non sarebbe stata accettata alcuna immagine che avrebbe potuto contribuire ad una qualche spiegazione razionale di qualsiasi tipo.»)
Ma era successo qualcosa di inaspettatamente profondo: era come se un deus ex machina avesse sciolto l'incantesimo che teneva Trump legato alle carriere dei falchi di guerra conservatori e ai giovani leoni di destra, di modo che loro ambizioni fino al giorno prima erano state frenate dal culto presidenziale. E ora, era come se fosse stato dato il segnale di fuga dalla prigione, lungamente atteso. Il termine «surreale» è stato usato esageratamente, ma descrive accuratamente quella che è stata l'orgia bipartisan di ieri sera, che ha visto metà dei senatori negazionisti delle elezioni sostenere e far proprio l'appello di Biden per il «ritorno alla decenza», vomitando un'enorme quantità di nauseabonda pietà.
Per essere chiari: il Partito Repubblicano ha appena subito una scissione insanabile. Secondo gli standard del Fuhrerprinzip della Casa Bianca, Pence, Tom Cotton, Chuck Grassley, Mike Lee, Ben Sasse, Jim Lankford, Jim Lankford e persino Kelly Loeffler sono ora dei traditori al di là di ogni immaginazione. Ironicamente, tutto questo permette loro di poter diventare dei possibili e validi candidati alla presidenza in un partito di estrema destra, però post-Trump. Da quando ci sono state le elezioni, dietro le quinte si sono viste molte grandi imprese e molti mega finanziatori repubblicani tagliare i ponti con la Casa Bianca, come in quello che è stato il caso più sensazionale, nel quale l'istituzione repubblicana per eccellenza - la National Association of Manufacturers - ieri ha chiesto a Pence di usare il 25° Emendamento per deporre Trump. Di certo, sono stati abbastanza felici durante i primi tre anni del regime, con il colossale taglio alle tasse, con il completo smantellamento della regolamentazione ambientale e del lavoro, e con un mercato azionario alimentato ad anfetamine. Ma l'ultimo anno li ha portati inevitabilmente a riconoscere che la Casa Bianca era assolutamente incapace di gestire la più grande crisi nazionale e di assicurare stabilità politica ed economica.
L'obiettivo è un riallineamento del potere all'interno del Partito  insieme ai gruppi di interesse capitalisti più tradizionali, come il NAM (National Association of Manufacturers) e il Business Roundtable, o come la famiglia Koch, che si trova da tempo a disagio con Trump. Ma questo non dovrebbe illudere circa il fatto che i "Repubblicani moderati" siano improvvisamente risorti dalla tomba; il progetto emergente servirà a mantenere l'alleanza di base tra i Cristiani evangelici e i conservatori economici, e presumibilmente si schiererà a difesa della maggior parte della legislazione dell'era Trump. Dal punto di vista istituzionale, il Senato Repubblicano, con la sua nutrita schiera di giovani talenti, dominerà il campo post Trump e, attraverso una feroce competizione darwiniana - soprattutto, la battaglia per rimpiazzare McConnell - porterà ad una successione generazionale, e questo probabilmente avverrà prima che l'ottuagenaria oligarchia dei Democratici abbia lasciato la scena. (Nei prossimi anni, la più grande battaglia interna sul fronte del post Trump sarà incentrata probabilmente sulla politica estera e sulla nuova guerra fredda con la Cina).
Questo è uno dei lati della frattura. L'altro è più drammatico: i Veri Trumpisti sono diventati, di fatto, un terzo partito, asserragliato come in un bunker nella Camera dei Rappresentanti. Nella misura in cui Trump si auto-imbalsama nelle sue amare fantasie di vendetta, la riconciliazione tra i due schieramenti diverrà probabilmente impossibile, anche se potrebbero verificarsi delle defezioni individuali. Mar-a-Lago [Residenza di Trump in Florida] diventerà il campo base per il culto della morte di Trump, il quale continuerà a mobilitare i suoi seguaci più irriducibili al fine di terrorizzare le primarie repubblicane e garantire la sopravvivenza di un grosso contingente di irriducibili, tanto alla Camera quanto nelle legislature degli Stati a maggioranza repubblicana. (I repubblicani al Senato, che hanno accesso ad ingenti donazioni da parte delle corporazioni, sono assai meno vulnerabili a simili questioni).
Un domani, gli opinionisti liberali potrebbero tranquillizzarci circa il fatto che, avendo i repubblicani commesso suicidio, l'era di Trump ora sarebbe arrivata alla fine e i democratici sono sul punto di rivendicare la loro egemonia. Naturalmente, dichiarazioni simili erano state fatte anche durante le feroci primarie repubblicane del 2015. C'è da dire che all'epoca sembrarono davvero convincenti. Ma una guerra civile aperta tra i repubblicani, può servire solo a dare un vantaggio a breve termine ai democratici, le cui divisioni sono state cancellate dal rifiuto da parte di Biden di condividere il potere con i progressisti. Inoltre, sbarazzatisi dalla fatwa elettronica di Trump, alcuni dei senatori repubblicani più giovani potrebbero finire per rivelarsi dei concorrenti ben più formidabili di quanto i centristi democratici non si rendano conto,  al fine di accaparrarsi il voto suburbano dei bianchi formatisi nei college.  In ogni caso, l'unico futuro che possiamo essere in grado di prevedere in maniera affidabile, è quello che parla del proseguimento di un'estrema turbolenza socio-economica che rende inutilizzabili tutte le sfere di cristallo politiche.

- Mike Davis - Pubblicato il 7 gennaio 2021 su Sidecar -