mercoledì 21 aprile 2021

La «generosità monetaria» e il grande «Reset» !

Economia intossicata dagli stimoli: il sistema finanziario globale in una gigantesca bolla di liquidità
- di Tomasz Konicz -

I mercati azionari sono in pieno boom. Nonostante la crisi del coronavirus e l'impoverimento di centinaia di milioni di salariati. Ciò che a prima vista appare come contraddittorio, è una conseguenza della lotta contro la crisi ed è il sintomo di un sistema finanziario globale che è esso stesso in ginocchio, e lo è ancora di più proprio per il fatto che si trova in una gigantesca bolla di liquidità. A circa un anno dall'ultimo scoppio di crisi - innescato dalle conseguenze della pandemia, ha fatto sprofondare centinaia di milioni di lavoratori salariati nella miseria più nera - i mercati finanziari stanno vivendo quella che è una delle più grandi impennate di tutta la loro storia. I mercati statunitensi - quanto meno - difficilmente potrebbero stare meglio. Dopo aver subito un collasso, corrispondente a circa il 34% nel mese in cui ha avuto inizio la pandemia, nel mese di marzo del 2020; nei dodici messi successivi l'indice Standard & Poor 500 ha raggiunto i suoi nuovi massimi storici, salendo del 75%, proprio nel momento in cui la malnutrizione e la vera e propria fame sono magicamente aumentati anche negli Stati Uniti. Dalla fine della seconda guerra mondiale, per le azioni è stato l'anno migliore, hanno sottolineato i media americani in quello che è stato l'anniversario del fantasmagorico boom delle azioni, il quale si è accompagnato ad una crollo di 3,5 punti percentuali del prodotto interno lordo degli Stati Uniti. A parte Internet e le aziende high-tech come Amazon, che sono state considerate come le classici vincitrici della crisi della pandemia, il boom azionario è stato alimentato dal rapido svolgimento delle vaccinazioni negli USA, in accordo con quella che è la narrazione che circola sulla stampa finanziaria. Il collasso del marzo 2020 aveva colpito l'intero sistema finanziario globale e aveva fatto crollare gli indici di tutte le azioni rilevanti - prosegue la narrativa. A partire da questo, anche il susseguente boom borsistico sarebbe stato un fenomeno globale. Le borse in Giappone, Cina e Corea del Sud avevano visto massimi simili a quelli del centro americano del sistema finanziario mondiale. Unica eccezione l'Europa, dove la campagna di vaccinazione a rilento e il tasso di contagio in aumento stavano smorzando l'euforia dei mercati finanziari. L'indice europeo Stoxx 600 aveva a malapena raggiunto il suo livello precrisi. Alla fine, negli Stati Uniti molti investitori avrebbero utilizzato i pagamenti diretti del governo, che avevano ricevuto nel quadro delle misure di stimolo, per speculare sui mercati finanziari durante il lockdown. L'aumento dei titoli «meme stocks», resi popolari sui social media, così come l'azione congiunta di compravendita dei titoli dell'azienda di videogiochi Gamestop, sarebbe stato alimentato proprio da questi pagamenti singoli. In realtà, però, il prezzo delle azioni della Gamestop erano salite enormemente un po' prima dei singoli pagamenti di aiuto da 1400$. Per quanto possa essere erroneo il riferimento ai salvataggi una tantum, rimane tuttavia corretto presupporre che le misure di crisi prese dai politici siano la causa di questo boom azionario storicamente unico. Similmente a quanto avvenne con la crisi del 2007/2008, quando scoppiarono le bolle immobiliari negli Stati Uniti e in Europa, le élite funzionarie capitaliste hanno reagito allo scoppiare della crisi del 2020, cominciata con la pandemia, per mezzo di giganteschi programmi di stabilizzazione. Infatti, le misure dell'anno scorso hanno ecceduto di parecchio quelle del 2008. Secondo la nota società di consulenza McKinsey (responsabile, tra l'altro, delle leggi sul lavoro Hartz IV), i programmi statali di crisi ammontano complessivamente alla gigantesca somma dell'equivalente di diecimila dollari USA entro la metà del 2020, che è circa tre volte (!) la spesa statale dopo lo scoppio delle bolle immobiliari a partire dal 2008. Questo gigantesco pacchetto di stimolo governativo dell'economia e del debito, è stata accompagnato da una massiccia stampa di denaro, da parte delle banche centrali su entrambi i lati dell'Atlantico nel quadro del cosiddetto «quantitative easing», che con tale liquidità ha inondato i mercati finanziari.

Stampa di denaro a confronto
In linea di principio,  la procedura in questi programmi di acquisto da parte della banca centrale è relativamente semplice: la banca centrale compra strumenti di debito sui mercati finanziari, come i titoli di Stato (2020) o i titoli tossici (2008), "pagando" questi acquisti di obbligazioni con il denaro che essa stessa ha creato. Di conseguenza, questi titoli scompaiono dal ciclo del mercato, stabilizzando i mercati. Allo stesso tempo, è stato stampato denaro che ora può creare più domanda nella sovrastruttura finanziaria - mentre i titoli acquistati sono parcheggiati nei bilanci delle banche centrali, che funzionano come discariche di rifiuti tossici del sistema finanziario globale. Il denaro appena stampato, la "liquidità" che è stata iniettata nei mercati, fa salire i prezzi sui mercati finanziari: vanno alle stelle, in una bolla. Pertanto, si può parlare qui di una bolla di liquidità. Questo vale tanto per il lungo boom dei mercati finanziari tra il 2009 e l'inizio del 2020, quanto per l'attuale boom dei mercati finanziari, che è stato innescato da programmi di acquisto incomparabilmente maggiori da parte delle banche centrali. Quantificare questa stampa monetaria, che spesso ha comportato semplicemente l'acquisto di debito sovrano da parte delle banche centrali per combattere la crisi, è possibile guardando i bilanci dei "custodi della moneta" dell'Unione Europe e degli Stati Uniti. All'inizio della crisi dell'euro nel 2008, il bilancio della BCE conteneva titoli per circa duemila miliardi di euro. Nel 2019, un decennio più tardi, riferisce la BCE, questo totale di bilancio era salito a circa 4,6mila miliardi di euro - ed è salito a più di 7 mila miliardi di euro nell'anno di crisi del 2020. Di conseguenza, nella zona Euro, da quando è entrata in carica Christine Lagarde, sono stati comprati più titoli-spazzatura che negli otto anni di mandato del suo predecessore Mario Draghi. La stampa di denaro fatta negli Stati Uniti a partire dal «quantitative easing», è altrettanto impressionante: nel mese di febbraio del 2020, vale a dire, prima dello scoppio della pandemia, la Fed (Federal Reserve Systema; Banca centrale degli Stati Uniti) aveva un bilancio totale di circa 4mila miliardi di dollari americani (dei quali circa 3mila miliardi erano stati accumulati nel decennio successivo allo scoppio della crisi immobiliare); nello spazio di un anno, questo valore è salito di quasi 8mila miliardi. Questa stampa di denaro, storicamente senza precedenti, ha consentito agli Stati Uniti e all'Unione Europea di combattere la crisi per mezzo dell'emissione di titoli di Stato. Queste obbligazioni, a loro volta, sono state poi parzialmente comprate dalle banche centrali, le quali per farlo hanno usato il denaro appena stampato. Oltre a far questo, le banche centrali hanno anche comprato il debito del settore privato, in modo da stabilizzarlo. Per quanto riguarda la Fed, tali interventi sono stati 750 miliardi di dollari. L'alchimia della crisi capitalistica tardiva sembra funzioni perfettamente: l'economia viene stimolata per mezzo domanda generata dal credito, i tassi di interesse rimangono bassi grazie al «quantitative easing», di modo che così rimane bassa anche l'inflazione nel mentre che la liquidità addizionale che è stata così creata può circolare nella sovrastruttura finanziaria; e i mercati azionari decollano. Nel corso di poco più di un decennio, l'ultima grande bolla di liquidità (dal 2009 al 2020) ha fatto in modo che il capitalismo tardivo potesse avere una sua apparente vita da Zombie, grazie ai mercati finanziari senza freni e a montagne di debiti che continuavano a crescere, fino a che la pandemia non ha fatto scoppiare la già fragile bolla e ha innescato l'attuale scoppio di crisi. Tuttavia, ciò non significa che l'attuale boom dei mercati finanziari globali, iniziato a partire dalle gigantesche misure di crisi descritte sopra, posso essere sostenuto quanto lo è stato il precedente boom. La crisi non rappresenta un processo lineare, come dimostrato dall'aumento corrispondente a circa il 13% di quelle che sono state le spese per stabilizzare il mercato finanziario globale (dal 2007/2008 al 2020). Al contrario, esso invece segue una dinamica crescente, dove a ogni episodio di crisi non solo deve essere aumentata la "dose" per stabilizzare l'economia della bolla finanziaria globale del XXI secolo, ma diminuisce anche quella che la sua stabilità globale, e lo fa nella misura in cui costantemente aumenta il potenziale di crisi; la cui espressione concreta è la crescente montagna di debito globale. La recente turbolenza sui mercati finanziari, suggerisce che la festa attuale si trasformerà nella grande post-sbornia della crisi molto più rapidamente di quanto non abbia fatto in seguito all'ultimo rialzo. Gli shock sui mercati finanziari - ivi comprese le perdite bancarie per un totale di circa 20 miliardi di dollari, recentemente causate dall'implosione del dubbio fondo di copertura Archegos Capital - possono sembrare, per esempio alla Süddeutsche Zeitung, come se fossero un «improvviso disastro», ma nel frattempo è diventato quantomeno chiaro. anche a molti osservatori borghesi, che i mercati finanziari si trovano nel bel mezzo di un'altra bolla.

«La madre di tutte le bolle del mercato azionario»
I media conservatori americani, per esempio, descrivono ciò che sta attualmente accedendo sui mercati come la «la madre di tutte le bolle del mercato azionario». A causa della forte crescita che si è avuta nei mercati azionari, avvenuta nel bel mezzo di una grave recessione, si è formato un livello dei prezzi storicamente unico. La totale capitalizzazione del mercato di tutte delle società quotate in borsa e con sede negli Stati Uniti, secondo l'indice Wilshire 500 è ora salita a più del 125% del prodotto interno lordo statunitense, superando di circa il 25% l'ultimo picco, verificatosi al culmine della bolla dot-com nel 2000 (ci si riferisce, vale a dire, al boom speculativo dei titoli high tech all'inizio dell'era di Internet). Mai prima d'ora, i mercati azionari statunitensi erano decollati in maniera così brusca durante una fase di crisi. Dallo scoppio della bolla immobiliare, avvenuto nel 2008, e dalla susseguente bolla di liquidità , l'aumento dei valori del mercato azionario era sempre andato quasi in parallelo con la crescita dei bilanci delle banche centrali; cosa che identifica il summenzionato «quantitative easing» della politica monetaria come il motore centrale delle quotazioni sui mercati finanziari. Tracce di questa impronta monetaria, storicamente senza precedenti, si possono ora trovare anche nel mercato immobiliare degli Stati Uniti. Anche se il suo livello dei prezzi in relazione al rendimento medio si trova ancora assai lontano dal sui picco storico, durante la bolla immobiliare del 2005-2007, all'80%, questa proporzione sta cambiando significativamente.Da quando la Fed ha dato inizio ai i suoi programmi di acquisto di titoli, i prezzi degli immobili negli USA sono aumentati più rapidamente del 20% rispetto ai redditi personali. Si tratta del più alto tasso di aumento dei prezzi immobiliari mai registrato; e che a medio termine potrebbe trasformare il settore immobiliare in un nuovo focolaio di problemi. Un altro problema che può mostrare la natura di breve durata dell'attuale bolla di liquidità è il rapido aumento dei tassi di interesse sui mercati obbligazionari. Alla fine del 2020, il tasso sui titoli a 10 anni del Tesoro degli Stati Uniti, era allo 0,93%, mentre quelli a 30 anni si ponevano all'1,65%. Alla fine di marzo, il tasso dei Titoli a 10 anni erano passati all'1,63% , mentre le obbligazioni a 30 anni venivano negoziate al 2,34%. Tale aumento equivale a un terremoto, dal momento che questi tassi di interesse sulle obbligazioni del Tesoro degli Stati Uniti - «a prova di bomba» - sono il fattore centrale nella valutazione di tutte le classi asset relative alla sfera finanziaria; come immobili, azioni, merci, ecc. Con l'aumento dei tassi obbligazionari, i quali riflettono la caduta delle quotazioni delle obbligazioni, aumenta la pressione al ribasso sui mercati azionari, che finora hanno beneficiato di tassi di interesse reali negativi in quest'area. I capitalisti finanziari potrebbero voler investire i loro denaro sui titoli «sicuri» di Stato; e ritirare questi soldi dal mercato azionario. Inoltre, i tassi di interesse dei titoli di Stato americano stanno aumentando, anche se la Fed sta comprando freneticamente quei titoli, che ora rappresentano circa un attivo della banca centrale di quattro miliardi. Ogni mese, si aggiungono 80 miliardi in obbligazioni del Tesoro USA e 40 in cartolarizzazioni ipotecarie. Recentemente, la Fed ha annunciato che continuerà a stampare denaro fino al 2023. Sei i tassi di interesse delle obbligazioni stanno continuando ancora ad aumentare rapidamente, sebbene siano tuttora in corso programmi di acquisto di obbligazioni senza precedenti nella storia, tutto questo segnala un esaurimento di questo strumento di crisi. Infatti, il «quantitative easing» descritto sopra dovrebbe portare a tassi delle obbligazioni più bassi. Ma la «domanda» di obbligazioni americane è talmente bassa che tutto ciò non funziona. Il livello più alto raggiunto sui mercati d'investimento da parte dei tassi di interesse, esercita quindi pressione sai tassi delle altre classi di asset, come i tassi di interesse sulle ipoteche, o sulle obbligazioni delle aziende; e perciò va in contrasto con la politica dell'abbassamento dei tassi di interesse della Fed. Tuttavia, dei tassi di interesse elevato sarebbero puro veleno per l'economia degli Stati Uniti, la quale è stata stabilizzata per mezzo di massicce iniezioni di stimoli economici, poiché ciò farebbe sì che le montagne di debito faticosamente stabilizzate, come quelle delle imprese, potrebbero collassare nuovamente. L'instabilità della bolla attuale appare evidente anche a partire dall'aumento delle aspettative di inflazione, che si manifestano attraverso l'evidente aumento dei tassi di interesse delle obbligazioni (che un'inflazione farebbe ulteriormente aumentare); mettendo così di fatto in discussione la politica dei tassi zero portata avanti dalla Fed. Nelle loro dichiarazioni iniziali, i rappresentanti della Fed hanno chiarito che avrebbero continuato ad aderire alla politica dello zero tassi di interesse, e che nel breve termine avrebbero accettato un'inflazione superiore al 2%, se necessario, per realizzare i loro obiettivi di occupazione e crescita. Secondo i recenti sondaggi, la maggioranza degli economisti nordamericani ritiene che gli Stati Uniti si trovino di fronte al «più grande rischio di inflazione degli ultimi vent'anni».

Il sogno del grande «Reset»
Vista l'attuale situazione, l'economista marxista Michael Roberts parla di un'«economia intossicata dagli stimoli», indotta a una frenesia di crescita a breve termine a causa dei massicci programmi di stimolo dei politici e della stampa di denaro da parte della banche centrali, che nel migliore dei casi verrà seguita da un «lungo sonno». Le crescenti pressioni inflazionistiche (attualmente intorno all'1,5%), soprattutto se viste in combinazione con il debito delle imprese negli Stati Uniti, stanno causando un'impasse nella politica monetaria - sostiene Roberts - sottolineando che quasi il 20% delle 3.000 maggiori imprese quotate in borsa negli Stati Uniti, possono essere descritte come «imprese zombie». Queste 527 aziende non sono più in grado di pagare puntualmente gli interessi sui loro circa 1,36 miliardi di dollari di prestiti. La Fed - così come tutta la politica borghese di crisi nel suo insieme - si trova in una trappola politica a causa del processo storico di crisi, così descritto da Roberts: se a un certo punto la Fed non mette un freno alla sua «generosità monetaria», allora l'inflazione potrebbe «divorare i rendimenti reali». Ma se la banca centrale agisce contro le pressioni inflazionistiche, aumentando il tasso di interesse, ecco che allora si profila un «collasso dei mercati azionari e il fallimento delle imprese». Di conseguenza, lo scenario di stagflazione [inflazione crescente accompagnata da bassa crescita] diventa sempre più vicino. Questa aporia della politica borghese di crisi, che sta diventando sempre più chiara, nel frattempo sta anche dando luogo a dibattiti sulla svalorizzazione del valore, anche sui principali media delle élite funzionali capitaliste, Un articolo sul Financial Times, per esempio, si è espresso semplicemente a favore della cancellazione di un parte consistente del debito. Dal momento che questo non potrebbe rendersi possibile senza gravi distorsioni sui mercati finanziari, dovrebbero essere soprattutto i «debiti pubblici detenuti dalle banche centrali» quelli che andrebbero azzerati. Di fatto, premere il pulsante del «Reset» equivarrebbe a cancellare i bilanci gonfiati delle banche centrali, vale a dire, a eliminare i «depositi di residui tossici» del sistema finanziario mondiale; cosa che equivarrebbe a cancellare, nelle «regioni più importanti dell'economia globale» la misera cifra di 25mila miliardi di dollari. Un approccio simile, concepito per sturare la macchina del debito capitalistico tardivo che abbiamo descritto sopra, viene discusso anche dagli economisti in Europa, i quali recentemente hanno scritto una lettera aperta in cui chiedono di cancellare il debito sovrano che è stato acquistato in questi ultimi anni. Tutte queste considerazioni e discussioni, alla fine equivalgono a dare inizio a un nuovo ciclo di indebitamento attraverso una svalorizzazione del valore quasi senza alcun effetto a cascata (come è avvenuto invece durante la crisi immobiliare, quando i mutui cattivi hanno prima messo nei guai le banche, poi le compagnie di assicurazione, e alla fine i governi in difficoltà). Tuttavia, ciò che non è chiaro è che la costruzione di torri di debito globale della durata di decenni è in sé solo una conseguenza della crisi sistemica della produzione capitalistica di merci, la quale sta soffocando a causa della sua produttività stessa. In questo modo, sono solo i sintomi quelli che continuano ad essere trattati.

- Tomasz Konicz - Pubblicato su: The Lower Class Magazin, 13.04.2021 -

martedì 20 aprile 2021

Predare…

A partire dagli anni Ottanta, il susseguirsi di notizie sulle scorrerie piratesche ha riportato al centro della scena una minaccia che si riteneva ormai superata, rievocata dai racconti d’avventura più che dalla cronaca internazionale. Eppure, fra assalti feroci, equipaggi presi in ostaggio e sequestri di capitani di nave, si è scoperto che i pirati non hanno mai smesso di infestare i mari di tutto il mondo. In un excursus storico che affonda le sue radici nell’VIII secolo e arriva fino ai giorni nostri, Peter Lehr, docente ed esperto di crimine organizzato, si avvale di una vasta gamma di fonti primarie e bibliografiche per dipanare i numerosi fili rossi che hanno caratterizzato la storia plurisecolare dei predoni di mare, dai vichinghi del Nord Europa agli attuali pirati somali e nigeriani, attraverso i wokou lungo le coste della Cina, i dayak del Borneo, i bucanieri dei Caraibi, i corsari del Mediterraneo e le prime donne pirata.
Anche se la carriera di predone è sempre stata inadatta ai timidi e ai moralmente incorrotti, la sete di guadagno e il richiamo dei soldi facili sono solo alcuni dei moventi che hanno indotto uomini di tutto il mondo a rischiare la propria vita in mare aperto. Le vaste distese d’acqua, infatti, hanno sempre rappresentato una possibile via di fuga dall’emarginazione sociale ed economica per le fasce più povere, nel tentativo di superare il malessere dovuto a miseria, disoccupazione e mancanza di prospettive per il futuro. Ecco perché da trent’anni il mar Arabico, il golfo di Guinea, lo stretto di Malacca e il mar Cinese meridionale sono di nuovo infestati dai pirati, largamente agevolati dalla liberalizzazione degli scambi, dall’aumento del traffico marittimo e dal ritiro delle flotte militari dopo la fine della guerra fredda. Non a caso, la pirateria ha sempre potuto proliferare grazie alla mancanza di controlli e vigilanza: ancora oggi, nonostante tutto, gli oceani sono un’area grigia priva di normative condivise, perché per i paesi sviluppati la fluidità dei trasporti marittimi è più vitale di qualsiasi regolamentazione sovranazionale. Offrendoci un’inedita prospettiva sulla storia marittima globale, I pirati mette in luce la continuità tra i tempi antichi e quelli moderni, ricordandoci come la minaccia rappresentata dalla pirateria sia sempre stata indissolubilmente legata alle disparità sociali e alle questioni politiche ed economiche di rilevanza internazionale che si consumano sulla terraferma, proprio sotto i nostri occhi.

(dal risvolto di copertina di: Peter Lehr, "I pirati. Un ritratto dei predoni del mare dall'antichità ai nostri giorni". Mondadori Le scie. Nuova serie. €24,00.)
 
All'arrembaggio dal 700 dopo Cristo
- di Valerio Evangelisti -

La pirateria è fenomeno ricorrente nella storia, ma con lunghi intervalli tra una manifestazione e l'altra e con modalità differenti. Peter Lehr, docente di studi sul terrorismo e la violenza politica presso l'università scozzese di St. Andrews, tenta una sintesi tra i suoi diversi aspetti nel corso dei secoli, fino ad arrivare all'età presente. Il suo volume (I pirati, Mondadori, 2012) dovrebbe essere un testo universitario; ma, come è nella tradizione anglosassone, non fa troppa differenza tra accademia e divulgazione. Lo si legge con passione, e non contiene nulla di inaccessibile al lettore comune. Piuttosto sarà difficile per uno studente presentarsi con questo libro a un esame. In tutta la prima parte, comprendente gli anni dal 700 d.C. al 1500, si salta con disinvoltura tra epoche e aree geografiche, attraverso una miriade di piccoli e piccolissimi episodi. Elenca momenti significativi ma non determinanti, incapaci di dettare chiavi interpretative generali sufficienti per dettare delle costanti. I pirati con cui aveva a che fare Roma antica non somigliavano molto ai predoni cinesi del 1200. I vichinghi (cui la definizione di "pirati" va un po' stretta) costituivano un diverso problema per i regni costieri che subivano le loro incursioni. Il mix tra fatti ed epoche è affascinante da leggere, ma difficile da organizzare in un'analisi compiuta.
Impariamo comunque che pirati medievali e rinascimentali non operavano solo per mare, ma anche per terra, dove puntavano a creare roccaforti, a volte delle dimensioni di autentici regni (Cina, i vichinghi); conosciamo i sistemi di difesa eretti dalle popolazioni aggredite più di frequente, come torri di guardia e fortilizi in zona collinare; apprendiamo i tentativi di vincere per numero il nemico, e così via. Quanto alle motivazioni dei pirati, Lehr cita la miseria, l'avidità e pochi altri moventi, che direi scontati.
Lo stesso taglio aneddotico informa la seconda parte (dal 1500 al 1914), che meriterebbe una trattazione meno semplificata. È infatti il periodo in cui le guerre tra potenze europee si trasferiscono in altri mari, e soprattutto in America Centrale. Il papa ha suddiviso il continente americano in sfere d'influenza, assegnano le regioni più prospere a Portogallo e Spagna. Inghilterra e Olanda vi si immischiano, rivendicando e conquistando fette di ricchezza. L'Oceano Atlantico diventa passaggio di immensi velieri (i galeoni) carichi di tesori, dall'oro alle spezie. La pirateria si organizza per agguantare con la forza parte del bottino.
Qui Lehr cade in un errore semantico. Usa il termine "bucanieri" quale sinonimo di pirati, o meglio, di pirati francesi. In realtà i bucanieri erano cacciatori di professione, presenti sull'isola della Tortuga e nelle regioni occidentali di Hispaniola (oggi Haiti). Famosi per la loro buona mira, erano arruolati quali fucilieri. In sostanza si comportavano da mercenari, ma terminato il mandato tornavano alla caccia.
Il fatto è che Lehr, pur sfoggiando un ampia bibliografia, inciampa in un equivoco tipico di gran parte degli autori anglosassoni. Considera e privilegia i pirati di lingua inglese, trascurando altre esperienze. Ciò ha indotto molti autori britannici a parale di «età dell'oro della pirateria» per i primi decenni successivi al 1700. Lehr non si spinge a tanto, però esalta la cittadina giamaicana di Port Royal quale autentico centro motore della pirateria caraibica. Dimenticando che, negli stessi anni, l'isola francese della Tortuga (La Tortue) era per intero un covo di fuorilegge del mare, non solo con bordelli e osterie, ma anche con una Chiesa cattolica ben impiantata e con un governatore, nominato da Luigi XVI, che riceveva una quota dei bottini e, trattenuta la propria parte, spediva le eccedenze a Versailles. Non è un caso se Sir Henry Morgan, nel progettare la sua fortunata e sanguinosa presa di Panama, dovette rivolgersi ai "colleghi" della Tortuga, per radunare una flotta sufficiente. Ciò prelude a un'altra, annosa questione semantica: la distinzione tra "corsari" e "pirati". La classificazione di Lehr è quella classica. I corsari (un nome tra tutti, Sir Francis Drake) avevano una «patente da corsa», che li autorizzava a condurre per mare una guerra irregolare al nemico del momento della loro monarchia. Ma anche i pirati della Tortuga ricevevano un mandato simile dal governatore della loro isola, e pagavano un tributo al regno europeo di cui si dicevano fedeli.
La differenza è molto sottile, e si fonda sul modo di procedere. Selvaggio, violento e disordinato quello dei pirati; di norma pessimi navigatori che preferivano costeggiare piuttosto che spingersi al largo; più conforme ai canoni di guerra quello dei corsari, che figuravano nei ruolini degli eserciti del loro Paese quali ufficiali di marina. Salvo essere sconfessati, dice Lehr, dalla loro Corona se evadevano troppo dai limiti dell'accettabile e del legale. Più largo di suggestioni e di interpretazioni è Lehr circa i pirati della Malesia, non tanto dissimili da come Salgari ce li ha descritti, dei Mari della Cina e del Mediterraneo, dove la nave tipica di combattimento era la galea, che combinava vele e remi. Belle illustrazioni, nel volume, fanno capire di cosa si sta parlando. Ottime anche le mappe, guide a una narrazione complessa. La parte più utile del libro, la più ampia, è però la terza, intitolata "Nel mondo globalizzato (dal 1914 a oggi)". Trattando della pirateria a noi contemporanea, Lehr svela le sue vere competenze. Tralascia l'aneddotica, svolge analisi rigorose sulla pirateria in Somalia, in Nigeria, in Indonesia, persino con qualche rigurgito nei Caraibi. Analizza legislazioni internazionali e mezzi di contrasto. Questa parte del testo è fondamentale, data la scarsa letteratura in merito. Ciò che lo precedeva nel libro era, in qualche modo, romanzo d'avventure. Giunti all'attualità, si fa tragedia. Per i predoni del mare e per le loro vittime.

- Valerio Evangelisti - Pubblicato sul Sole del 21/3/2021 -

lunedì 19 aprile 2021

«Così va il mondo» !?!!

Il Gatto, il Topo, la Cultura e l’Economia
– di Anselm Jappe -

Una delle favole dei fratelli Grimm – immagino che siano conosciute anche in Messico – si chiama “Il gatto e il topo in società”. Un gatto convince un topo dell’amicizia che ha per lui; mettono su casa insieme, e in previsione dell’inverno comprano un vasetto di grasso che nascondono in una chiesa. Ma con il pretesto di dover andare a un battesimo, il gatto esce diverse volte e si mangia man mano tutto il grasso, divertendosi poi a dare risposte ambigue al topo su quanto ha fatto. Quando finalmente vanno insieme alla chiesa per mangiare il vasetto di grasso, il topo scopre l’inganno, e il gatto per tutta risposta mangia il topo. L’ultima frase della favola annuncia la morale: «Così va il mondo».

Direi che il rapporto tra la cultura e l’economia rischia fortemente di assomigliare a questa favola, e vi lascio indovinare chi, tra la cultura e l’economia, svolge il ruolo del topo e chi quello del gatto. Soprattutto oggi, nell’epoca del capitalismo pienamente sviluppato, globalizzato e neoliberale. Le questioni che vuole affrontare questo “foro de arte publico”, e che vertono tra l’altro sulla questione chi deve finanziare le istituzioni culturali e quali aspettative, e di quale pubblico, deve soddisfare un museo, rientrano in una problematica più generale: quale è il posto della cultura nella società capitalistica odierna? Per tentare di rispondere, io prenderò dunque le cose un po’ più alla larga. A parte la produzione – materiale e immateriale – con cui ogni società deve soddisfare i bisogni vitali e fisici dei suoi membri, essa crea ugualmente una serie di costruzioni simboliche. Con queste, la società elabora la sua rappresentazione di sé stessa e del mondo in cui è inserita e propone, o impone, ai suoi membri delle identità e dei modi di comportamento. Per parlarne non utilizzo qui il termine marxista di “sovrastruttura”, opposta alla presunta “base economica”, perché la produzione di senso può – secondo la società in questione - svolgere un ruolo altrettanto grande, se non più grande della soddisfazione dei bisogni primari. La religione e la mitologia così come gli “usi e costumi” quotidiani – soprattutto quelli relativi alla famiglia e alla riproduzione - nonché ciò che dal Rinascimento in poi chiamiamo “arte” entrano in questa categoria del simbolico. Per molti versi, questi codici simbolici non erano nemmeno separati tra di loro nelle società antiche, basti pensare al carattere largamente religioso di quasi tutta l’arte. Ma soprattutto non esisteva la separazione tra una sfera economica e un’altra sfera simbolica e culturale. Un oggetto poteva allo stesso tempo soddisfare un bisogno primario e avere un aspetto estetico. Storicamente, è stata la modernità capitalista e industriale a separare il “lavoro” dalle altre attività, e a fare di esso e dei suoi prodotti, sotto il nome di “economia”, il centro sovrano della vita sociale. In concomitanza, il lato culturale ed estetico, che nelle società preindustriali era inerente a ogni aspetto della vita, si concentra in una sfera a parte. Questa sfera è apparentemente libera dalle costrizioni della sfera economica, e in essa può affiorare una verità critica, altrimenti repressa o rimossa, sulla vita sociale e la sua crescente sottomissione alle esigenze sempre più inumane della concorrenza economica. Ma la cultura paga questa libertà con la sua marginalizzazione, con la sua riduzione a un “gioco” che, non facendo direttamente parte del ciclo di lavoro e accumulazione di capitale, rimane sempre in una posizione subordinata rispetto alla sfera economica e a quelli che la governano. Ma nemmeno quell’”autonomia dell’arte”, che ha avuto il suo apogeo nel XIX secolo, ha potuto resistere alla dinamica del capitalismo, volto a fagocitare tutto e a non lasciare niente al di fuori dalla sua logica di valorizzazione. Prima, le opere dell’arte autonoma – per esempio i quadri – sono entrati nel mercato, diventando merci come le altre. Poi, la produzione stessa di “beni culturali” è stata mercificata, mirando fin dall’inizio solo al profitto e non alla qualità artistica intrinseca. Questo è lo stadio dell’”industria culturale”, descritto inizialmente da Theodor Adorno, Max Horkheimer, Herbert Marcuse e Günther Anders nei primi anni quaranta del secolo scorso. In seguito, si è assistito a una specie di perversa reintegrazione della cultura nella vita, ma solo in quanto ornamento della produzione di merci, cioè sotto forma di design, pubblicità, moda ecc. La quasi-sparizione delle istituzioni culturali pubbliche ha infine eliminato gli ultimi resti di indipendenza degli artisti di fronte al denaro; ormai, essi sono raramente altro che i nuovi buffoni e cantanti di corte che debbono azzuffarsi per le briciole che i nuovi padroni, sotto il nome di sponsor, gli gettano.

Questa è la situazione in cui viviamo oggi. Certo, molti provano un disagio vago di fronte a questa “mercificazione della cultura” e preferirebbero che la cultura “di qualità” – a seconda dei gusti, può trattarsi del “cinema d’autore”, dell’opera lirica o dell’artigianato indigeno – non fosse trattata esattamente come la produzione di scarpe, giochi video o viaggi turistici, cioè con la sola logica dell’investimento e del profitto. Evocano dunque ciò che in Francia si chiama “l’eccezione culturale”: la spietata logica capitalistica va bene in tutto (e soprattutto là dove “noi” siamo i vincitori), ma purché lasci gentilmente la cultura fuori dalle sue grinfie. In verità, questa speranza mi sembra ingenua e senza molto senso. Infatti, accettando la logica di base della concorrenza capitalistica, se ne accettano poi anche tutte le conseguenze. Se è giusto che una scarpa o un viaggio siano considerati esclusivamente in base alla quantità di denaro che rappresentano, è alquanto illogico aspettarsi poi che questa stessa logica si fermi davanti ai “prodotti” culturali. Qui vale lo stesso principio come altrove: non ci si può opporre agli “eccessi” “liberisti” della mercificazione – ciò che oggi fanno in molti - senza metterne in discussione i fondamenti, cosa che quasi nessuno fa. In ogni caso, la speranza è vana, perché la logica globale della merce non rinuncia a dilaniare corpi di bambini, se può fare un piccolo guadagno con le mine anti-uomo; non si farà dunque certo intimorire dalle rispettose rimostranze di cineasti francesi o di direttori di musei esasperati di dover strisciare sul ventre davanti a dei manager di Coca-cola o dell’industria petrolchimica perché gli finanzino una mostra. La capitolazione incondizionata dell’arte di fronte agli imperativi economici è solo parte della mercificazione tendenzialmente totale di ogni aspetto della vita, e non la si può mettere in discussione per la sola arte senza tentare di rompere con la dittatura dell’economia a tutti i livelli. Non c’è nessun motivo perché proprio l’arte dovrebbe riuscire a mantenere la sua autonomia rispetto alla pura logica del profitto, se nessun’altra sfera ci riesce.
Dunque, la necessità per il capitale di trovare sempre nuove aree di valorizzazione non risparmia certo la cultura, ed è evidente che all’interno della cultura, in senso lato, l’«industria del divertimento» costituisce il suo oggetto di investimento principale. Già negli anni settanta, il gruppo pop svedese “Abba” era il primo esportatore del paese, davanti all’industria militare Saab; i Beatles furono fatti baronetti dalla Regina già nel 1965 a causa dell’enorme contributo dato all’economia inglese. Inoltre, l’industria dell’intrattenimento, dalla tv alla musica rock, dal turismo alla people’s press, svolge un importante ruolo di pacificazione sociale e di creazione di consenso, ottimamente riassunto nel concetto di «tittytainment» («tettontimento»). Nel 1995 si riunì a San Francisco un “State of the World Forum” cui parteciparono circa 500 tra i personaggi più potenti del mondo (tra l’altro Gorbaciov, Bush, Thatcher, Bill Gates...) per discutere della questione che cosa fare in futuro con quell’ottanta per cento della popolazione mondiale che non sarebbe più stato necessario per la produzione. Come soluzione fu proposto il “tittytainment”: alle popolazioni “superflue” e tendenzialmente pericolose sarà destinato un miscuglio di nutrimento sufficiente e di intrattenimento, di entertainment abbrutente, per ottenere uno stato di letargia beata simile a quella del neonato che ha bevuto dai seni (tits in gergo americano) della madre. In altre parole, il ruolo centrale che svolge tradizionalmente la repressione per evitare i sovvertimenti sociali viene ormai largamente affiancato dalla infantilizzazione.

Il rapporto tra l’economia e la cultura non si limita dunque alla strumentalizzazione della cultura, al fastidio di vedere su ogni manifestazione artistica i logo dei sponsor – che, sia detto en passant, finanziavano la cultura anche quarant’anni fa, ma attraverso le tasse che pagavano, e dunque senza potersene vantare e soprattutto senza poterne influenzare le scelte. Tuttavia, il rapporto tra la fase attuale del capitalismo e la fase attuale della “produzione culturale” va ancora più lontano. C’è una idiosincrasia profonda tra l’industria dell’intrattenimento e la spinta del capitalismo verso l’infantilizzazione e verso il narcisismo. L’economia materiale è largamente unita alle nuove forme dell’«economia psichica e libidinale». Per spiegare quello che voglio dire, devo un’altra volta tentare di esporne in poche parole i presupposti.
Il mondo contemporaneo si caratterizza per il prevalere ormai totale di quel fenomeno che Karl Marx ha chiamato feticismo della merce. Questo termine, spesso frainteso, indica molto più di un’adorazione esagerata delle merci, e neanche vuole solo indicare una semplice mistificazione. Si riferisce al fatto che nella società moderna e capitalistica la maggior parte delle attività sociali prendono la forma di una merce, materiale o immateriale che sia. Il valore di una merce è determinata dal tempo di lavoro necessario per la sua produzione. Non sono le qualità concrete degli oggetti a decidere del loro destino, ma la quantità di lavoro incorporata in loro – e questa quantità si esprime sempre in una somma di denaro. I prodotti che ha creato l’uomo cominciano così a condurre una vita autonoma, governata dalle leggi del denaro e della sua accumulazione in capitale. Bisogna prendere alla lettera il termine “feticismo della merce”: gli uomini moderni si comportano come quelli che chiamano i “selvaggi”: venerano i feticci che loro stessi hanno prodotto, attribuendogli una vita indipendente e il potere di governare gli uomini. Questo feticismo della merce non è un’illusione o un inganno, ma il modo di funzionamento reale della società della merce. Domina ormai tutti i settori della vita, ben al di là dell’economia. Questa religione materializzata comporta tra l’altro che tutti gli oggetti e tutti gli atti, in quanto sono merci, sono uguali. Non sono nient’altro che delle quantità più o meno grandi di lavoro accumulato, e dunque di denaro. E’ il mercato che esegue quest’omologazione, indipendentemente dalle intenzioni soggettive degli attori. Il regno della merce è dunque terribilmente monotono, ed è addirittura senza contenuto proprio. Una forma vuota e astratta, sempre la stessa, una pura quantità senza qualità – il denaro – s’impone man mano alla infinita molteplicità concreta del mondo. La merce e il denaro sono indifferenti al mondo che per loro non è altro che un materiale da utilizzare. L’esistenza stessa di un mondo concreto, con le sue leggi e le sue resistenze, è alla fine un ostacolo per l’accumulazione del capitale che non conosce altro scopo che se stesso. Per trasformare ogni somma di denaro in una somma più grande, il capitalismo consuma il mondo intero – sul piano sociale, ecologico, estetico, etico. Dietro la merce e il suo feticismo si nasconde una vera e propria “pulsione di morte”, una tendenza, incosciente ma potente, verso l’annientamento del mondo.
L’equivalente del feticismo della merce nella vita psichica individuale è il narcisismo. Qui, questo termine non indica, come nel linguaggio corrente, un’adorazione del proprio corpo, o della propria persona. Si tratta piuttosto di una grave patologia, ben conosciuta nella psicoanalisi: significa che una persona adulta conserva la struttura psichica dei primissimi tempi della sua infanzia, quando ancora non c’è distinzione tra l’Io e il mondo. Ogni oggetto esterno è vissuto dal narcisista come una proiezione del proprio Io. Ma in verità questo Io rimane terribilmente povero a causa della sua incapacità di arricchirsi in veri rapporti oggettuali con oggetti esterni – in effetti, il soggetto, per farlo, dovrebbe prima riconoscere l’esistenza del mondo esterno e la sua propria dipendenza da esso, e dunque anche i propri limiti. Il narcisista può sembrare una persona “normale”; in verità non è mai uscito dalla fusione originaria con il mondo circostante e fa di tutto per mantenere l’illusione di onnipotenza che ne deriva. Questa forma di psicosi, rara all’epoca di Sigmund Freud, che la descrisse per primo, è diventata da allora uno dei disturbi psichici principali; se ne vedono le tracce un po’ ovunque. E non è un caso: vi si trova la stessa perdita del reale, la stessa assenza del mondo – di un mondo riconosciuto nella sua autonomia fondamentale – che caratterizza il feticismo della merce. D’altronde, questa negazione drastica dell’esistenza di un mondo indipendente dalle nostre azioni e dai nostri desideri ha costituito fin dall’inizio il centro della modernità: è il programma enunciato da Descartes quando aveva scoperto nell’esistenza della propria persona l’unica certezza possibile.
In una società basata sulla produzione di merci era inevitabile, a lungo andare, che il narcisismo diventasse la forma psichica prevalente. Ora, è evidente che l’enorme sviluppo dell’industria del divertimento sia allo stesso tempo causa e conseguenza di questa fioritura del narcisismo. In questo modo, tale industria partecipa a quella vera e propria “regressione antropologica” cui ci porta ormai il capitalismo: un annullamento progressivo delle tappe dell’umanizzazione in cui stava l’essenza della storia antecedente. Anche qui, il discorso da fare sarebbe molto lungo. Mi limito a ricordarvi le tappe per cui ogni essere umano, secondo le conclusioni della psicoanalisi, deve passare nel suo primo sviluppo psichico. Deve superare quel senso di fusione rassicurante con la madre che caratterizza il primo anno (si tratta di ciò che Freud chiama “narcisismo primario”, una tappa comunque necessaria) e passare attraverso i dolori del conflitto edipico per arrivare a una realistica valutazione delle proprie forze e dei propri limiti, rinunciando ai sogni infantili di onnipotenza. Solo così può nascere una persona psicologicamente equilibrata. L’educazione tradizionale mirava, più o meno bene, a questo: sostituire il principio di piacere con il principio di realtà, ma senza uccidere del tutto il principio di piacere. Le tappe non correttamente risolte dello sviluppo psicologico dell’individuo danno luogo a nevrosi e addirittura psicosi. Il bambino non dispone dunque di una perfezione originaria, né abbandona spontaneamente il suo narcisismo iniziale. Ha bisogno di essere guidato per poter accedere al pieno sviluppo della sua umanità. Le costruzioni simboliche caratteristiche di ogni cultura svolgono evidentemente un ruolo essenziale in questo processo e costituiscono a questo titolo un patrimonio prezioso dell’umanità (anche se non tutte le costruzioni simboliche tradizionali sembrano ugualmente atte a promuovere una vita umana piena, ma questa è un’altra questione). Al contrario di questo, il capitalismo nella sua fase più recente – diciamo dagli anni settanta in poi -, in cui il consumo e la seduzione sembrano aver sostituito la produzione e la repressione come motore e modalità dello sviluppo, rappresenta storicamente l’unica società che promuove una massiccia infantilizzazione dei soggetti, legata a una de-simbolizzazione. Ormai, tutto cospira a mantenere l’essere umano in una condizione infantile. Tutti gli ambiti della cultura, dal fumetto alla televisione, dalle tecniche di restauro delle opere antiche alla pubblicità, dai giochi video ai programmi scolastici, dallo sport di massa ai psicofarmaci, da Second life fino alle esposizioni attuali nei musei contribuisce a creare un consumatore docile e narcisista che vede nel mondo intero una sua estensione, governabile con un click.

Non può perciò esistere nessuna scusa o giustificazione per l’industria del divertimento e per l’adattamento della cultura alle esigenze del mercato che hanno contribuito così potentemente alle tendenze regressive. Ci si può dunque chiedere perché un tale degrado ha suscitato così poca opposizione. In effetti, tutti hanno contribuito a questa situazione: la destra, perché crede comunque e sempre al mercato, almeno da quando è diventata interamente liberale. La sinistra, perché crede nell’uguaglianza dei cittadini. Quello che è più curioso è proprio il ruolo svolto dalla sinistra in questo adeguamento della cultura alle esigenze del neo-capitalismo. La sinistra ha costituito spesso l’avanguardia, il battistrada nella trasformazione della cultura in una merce. Tutto si è svolto all’insegna delle parole magiche “democratizzazione” e “uguaglianza”. La cultura deve essere a disposizione di tutti. Chi può negare che si tratti di un’aspirazione nobile? Molto più rapidamente della destra, la sinistra – “moderata” o “radicale” che sia – ha abbandonato – soprattutto dopo il ’68 - ogni idea che possa esistere una differenza qualitativa tra espressioni culturali. Spiegate a un qualsiasi rappresentante della sinistra culturale che Beethoven vale più di un rap o che i bambini farebbero meglio a imparare a memoria delle poesie piuttosto che giocare alla play station, e lui vi chiamerà automaticamente “reazionario” e “elitista”. La sinistra ha fatto quasi ovunque la pace con le gerarchie di reddito e di potere, trovandole inevitabili o addirittura piacevoli, benché i danni che fanno siano sotto gli occhi di tutti. Ha invece voluto abolire le gerarchie là dove queste possono avere un senso, a condizione che non siano stabilite una volta per tutte, ma mutabili: quelle dell’intelligenza, del gusto, della sensibilità, del talento. Ma anche coloro che ammettono il decadimento della cultura generale, vi aggiungono, come un riflesso condizionato, che una volta la cultura era forse di livello più alto, ma era l'appannaggio di un'infima minoranza, mentre la grande maggioranza sprofondava nell'analfabetismo. Oggi invece tutti vi avrebbero accesso. A me sembra però che i bambini che oggi crescono con Omero e Shakespeare o Cervantes costituiscano una minoranza ancora più infima di quella di una volta. L’industria del divertimento ha semplicemente sostituito una forma di ignoranza con un’altra, così come l’enorme aumento di persone che hanno un diploma di scuola superiore o che frequentano l’Università non sembra aver incrementato molto il numero delle persone che veramente sanno qualcosa. In Francia, per esempio, si può fare un master universitario su dei temi e con delle conoscenze che trent’anni fa sarebbero stati insufficienti per ottenere il diploma di una scuola media tecnica. Non oso sperare che in Messico sia molto diverso. Così è facile che ogni anno il cinquanta per cento dei giovani consegue il diploma liceale – che grande vittoria della democratizzazione.

Non si possono chiamare i prodotti dell’industria del divertimento una “cultura di massa” o “cultura popolare”, come suggerisce per esempio il termine “musica pop”, e come affermano tutti coloro che accusano di “elitismo” ogni critica di ciò che in verità non è altro che la “formattazione” delle masse, per utilizzare una parola contemporanea assai eloquente. Il relativismo generalizzato e il rifiuto di ogni gerarchia culturale si sono spesso spacciati, soprattutto nell’epoca “postmoderna”, per forme di emancipazione e di critica sociale, per esempio in nome delle culture “subalterne”. A me sembra evidente che sono un riflesso culturale del dominio della merce. Come abbiamo già visto, la merce è una pura quantità di lavoro e dunque di denaro, sempre uguale, incapace di distinzioni qualitative. Davanti alla merce, tutto è uguale. Tutto è solo del materiale per il processo sempre uguale di valorizzazione del valore. Questa indifferenza della merce per ogni contenuto si ritrova in una produzione culturale che rifiuta ogni giudizio qualitativo e per cui tutto equivale a tutto. “L’industria culturale rende tutto uguale” sentenziò Adorno già nel 1944.
Qualcuno accuserà un’argomentazione come la mia di “autoritarismo” e affermerà che è “la gente” stessa che spontaneamente vuole, chiede, desidera i prodotti dell’industria culturale, anche in presenza di altre espressioni culturali, così come milioni di persone mangiano volentieri nei fast-food, pur potendo mangiare, per gli stessi soldi, in una taverna tradizionale. E’ facile controbattere ricordando che in presenza di un bombardamento mediatico massiccio e continuo in favore di certi stili di vita la “libera scelta” è alquanto condizionata. Ma c’è di più. Come abbiamo visto, l’accesso alla pienezza dell’essere umano richiede un aiuto da parte di chi già possiede, almeno in parte, questa pienezza. Lasciare libero corso allo sviluppo “spontaneo” non significa affatto creare le condizioni della libertà. La “mano invisibile” del mercato finisce nel monopolio assoluto o nella guerra di tutti contro tutti, non nell’armonia. Ugualmente, non aiutare qualcuno a sviluppare la sua capacità di differenziazione significa condannarlo a un infantilismo eterno. Vi do un esempio non tirato dalla psicoanalisi e a cui tengo molto. Esistono quattro gusti fondamentali, nel senso del sapore: dolce, salato, acido e amaro. Ora, il palato umano è in grado di percepire la decimillesima parte di una goccia di amaro in un bicchiere d’acqua, mentre per gli altri gusti ci vuole una goccia intera. Di conseguenza, nessun gusto è tanto capace di differenziazione e di una molteplicità quasi infinita di sensazioni gustative quanto l’amaro. Le culture del vino, del tè e del formaggio, queste grandi fonti di piacere nell’esistenza umana, si basano su questi infiniti tipi e gradi di amaro. Ma il bambino piccolo rifiuta spontaneamente l’amaro e accetta solo il dolce e poi il salato. Dev’essere educato ad apprezzare l’amaro, vincendo una resistenza iniziale. Svilupperà in cambio una capacità di godere che altrimenti gli rimarrebbe preclusa. Tuttavia, se nessuno glielo impone, non chiederà mai altro che il dolce e il salato, che conoscono ben poche sfumature, ma solo il più o meno forte. E così nasce il consumatore di fast food –che è basato solo sul dolce e sul salato - incapace di apprezzare gusti diversi. E quanto non si è appreso da piccoli non si apprenderà più da grandi; se il bambino cresciuto con hamburger e coca-cola diventa un neo-ricco e vuole ostentare cultura e raffinatezza, consumando vini italiani e formaggi francesi, non ci riuscirà ad apprezzarli veramente. Direi che si può applicare questo ragionamento sul “gusto” gastronomico senza molti cambiamenti anche al “gusto” estetico. Ci vuole un’educazione per apprezzare una musica di Bach o una musica tradizionale araba, mentre il semplice possesso del corpo basta per “apprezzare” gli stimoli somatici di una musica rock. E’ vero che la maggior parte delle popolazioni chiede ormai “spontaneamente” coca-cola e musica rock, fumetti e pornografia in rete: ma questo non dimostra che il capitalismo, che offre tutte queste meraviglie a profusione, è in sintonia con la “natura umana”, bensì che è riuscito a mantenere questa natura al suo stadio iniziale. In effetti, nemmeno mangiare con coltello e forchetta fa spontaneamente la sua apparizione nello sviluppo di un individuo.

Dunque, il successo delle industrie del divertimento e della cultura del “facile” – un successo incredibilmente mondiale che travalica tutte le barriere culturali – non è solo dovuto alla propaganda e alla manipolazione, ma anche al fatto che questi vengono incontro al desiderio “naturale” del bambino di non abbandonare la sua posizione narcisista. L’alleanza tra le nuove forme di dominazione, le esigenze della valorizzazione del capitale e le tecniche di marketing è tanto efficace perché si appoggia su una tendenza regressiva già presente nell’uomo. La virtualizzazione del mondo, di cui tanto si parla, è anche una stimolazione dei desideri infantili di onnipotenza. “Abbattere tutti i limiti” è l’incitazione maggiore che si riceve oggi, che si tratti della propria carriera professionale o della promessa di eterna salute e di eterna vita grazie alla medicina, delle esistenze infinite nei video-giochi o dell’idea che un’illimitata “crescita economica” sia la soluzione a tutti i mali. Il capitalismo è storicamente la prima società basata sull’assenza di limiti. E oggi si comincia a prendere la misura di che cosa ciò significa. L’industria del divertimento è dunque assolutamente consustanziale alla società della merce. La vera arte invece, se essa si prende sul serio, se è fedele alla sua essenza, non dovrebbe dunque mai andare d’accordo con l’economia e il mercato. Il qualitativo e il quantitativo sono qui principi antitetici. Ma esiste questa “vera cultura”, e se esiste, dove la si potrà trovare? L’abbiamo definita fin qui soprattutto ex negativo, parlando di tutto ciò che non è. Manca qui il tempo per dilungarsi sulla grandezza e sull’ambiguità della cultura tradizionale. Era talvolta capace di scuotere l’osservatore, cioè il pubblico, capace di dire “no” non solo alla società, ma anche alla costituzione di ogni individuo, ingiungendogli, come dice una poesia del poeta tedesco Rainer Maria Rilke : «Tu devi cambiare la tua vita», o proclamando, come il poeta francese Arthur Rimbaud: «Bisogna cambiare la vita», o ancora come lo scrittore francese Lautréamont: «L’arte deve essere fatta da tutti, non solo da alcuni». Certe opere del passato, mentre le guardiamo, sembrano guardarci e aspettare da noi una risposta. Tuttavia, non si può opporre in assoluto un’arte “alta“ o “grande” del passato, sempre volta al miglioramento dell’essere umano, all’industria culturale odierna. La complicità aperta o nascosta con i poteri dominanti e con i modi di vita dominanti ha sempre caratterizzato gran parte delle opere culturali. L’importante è che esisteva la possibilità di uno scarto, talvolta espressa attraverso la categoria estetica del “sublime”. L’opera, in quest’ottica, non deve essere “al servizio” del soggetto che la contempla. Non sono le opere che debbono piacere agli uomini, ma gli uomini che devono cercare di essere all’altezza delle opere. Non spetta allo spettatore, o “consumatore”, di scegliere la sua opera, ma all’opera di scegliere il suo pubblico e di determinare chi è degno di essa. Non spetta a noi giudicare Baudelaire o Malevitch; sono loro che ci giudicano e che giudicano della nostra facoltà di giudizio. Fino a un’epoca recente, si giudicava – in campo estetico - una persona sulle opere che sapeva apprezzare, e non le opere sul numero di persone che sapevano attirare. Chi era in grado di cogliere tutta la complessità e la ricchezza di un’opera particolarmente riuscita era dunque considerato come qualcuno che era andato molto avanti sulla strada della realizzazione umana, normalmente grazie a un lavoro duro su se stesso. Che contrasto con la visione postmoderna per cui ogni spettatore è democraticamente libero di vedere in un’opera ciò che vuole, e dunque ciò che vi proietta lui stesso! Certo, in questo modo lo spettatore non sarà mai confrontato con niente di veramente nuovo e avrà la confortante certezza di poter sempre rimanere così com’è. E questo è esattamente il rifiuto narcisistico di entrare in un vero rapporto oggettuale con un mondo distinto da lui. Questa attitudine a conferire dei choc esistenziali, a mettere in crisi l’individuo invece di confortarlo e confermarlo nel suo modo di esistenza è visibilmente del tutto assente nei prodotti dell’industria del divertimento, che mirano all’«esperienza» e all’«evento». Chi vuole vendere, va incontro ai bisogni degli acquirenti e alla loro ricerca di una soddisfazione immediata, confermando l’opinione alta che hanno di se stessi piuttosto che frustrandoli con delle opere non immediatamente “leggibili”. Da quel punto di vista, non esiste più oggi quasi nessuna differenza tra un’arte “alta” o “colta” e un arte “di massa”. Le opere del passato vengono incorporate nella macchina culturale, per esempio tramite mostre spettacolari, restauri che devono rendere le opere godibili per ogni spettatore (per esempio, ravvivando eccessivamente i colori), o tramite versioni massacrate dei classici letterari o musicali per “avvicinarle“ al pubblico. Oppure mescolandoli a espressioni del presente che tolgono ogni specificità storica, come nel caso della famigerata piramide nel cortile del Louvre a Parigi. Il pungolo che le opere del passato potrebbero ancora possedere, foss’anche solo a causa della loro distanza temporale, viene neutralizzato tramite la loro spettacolarizzazione e commercializzazione. Niente di più fastidioso dei musei che diventano “pedagogici” e vogliono “avvicinare” la “gente comune” alla “cultura” con una pletora di spiegazioni sulle pareti e tramite auricolari che prescrivono a ciascuno esattamente che cosa deve provare di fronte alle opere, proiezioni video, giochi interattivi, museum shops, magliette... Si afferma di rendere in questo modo la cultura e la storia fruibili anche agli strati non-borghesi (come se i borghesi di oggi fossero colti). In verità, proprio questo approccio user-friendly mi pare il massimo dell’arroganza verso gli strati popolari, di cui suppone che siano per definizione insensibili alla cultura e che l’apprezzino solo se viene presentata nel modo più frivolo e infantile possibile. Sparisce così anche l’atmosfera piacevole dei musei un po’ polverosi di una volta, piacevole proprio perché sembrava di entrare in un mondo a parte, dove si poteva riposare dal turbine che ci circonda sempre – anche perché questi musei erano poco frequentati. Adesso, più un museo è “ben gestito” e attira il pubblico, più assomiglia a un incrocio tra una stazione metropolitana all’ora di punta e una sala informatica. A questo punto, perché ancora andarci? Tanto vale guardare le stesse opere su un CD, perché dell’«aura» dell’opera originale non è comunque rimasto niente. E’ stato un altro modo perverso di unire l’arte alla vita, di cancellare la loro differenza e di eliminare ogni idea che possa esistere qualcosa di diverso dalla piatta realtà che ci circonda. Il vecchio museo, con tutte le sue tare, poteva essere lo spazio appropriato all’apparizione di qualcosa di veramente inaudito per lo spettatore, proprio perché era tanto diverso da ciò che viviamo abitualmente. Oggi, le classe scolastiche che vengono trascinate attraverso le sale d’esposizione ricevono più che altro un’efficace vaccinazione preventiva contro ogni rischio di poter sentire un messaggio esistenziale dalla parte dell’arte o della storia, o almeno di andarle a scoprire per conto proprio...

La cultura cosiddetta “contemporanea”, cioè prodotta oggi, partecipa generalmente allo stesso modo regressivo. Gli artisti stessi hanno tradito il compito dell’arte. Lo si vede nell’eterna ripetizione del gesto di Marcel Duchamp nell’arte contemporanea da quarant’anni. L’orinatoio esposto nel 1917 come “fontana” era una provocazione venuta a proposito; in seguito è diventata una patente di nobiltà per esporre qualsiasi oggetto come opera d’arte, eliminando così ogni idea di un’opera eccellente o di un ”sublime”. Quest’arte è altrettanto poco capace di scuotere lo spettatore quanto lo sono i prodotti dell’industria dell’intrattenimento. Mentre le avanguardie cosiddette “classiche” della prima metà del XX secolo sapevano dire l’essenziale sulla loro epoca storica, l’arte di oggi riesce difficilmente ad evitare l’impressione della sua insignificanza. Si può anche rifiutare l’idea di una “morte dell’arte” generale (io me ne sono occupato altrove), ma risulta comunque difficile trovare un’arte contemporanea all’altezza dei suoi predecessori. Essa partecipa alla derealizzazione generale, proprio come l’industria del divertimento, ed è diventata una sottospecie del design e della pubblicità. Essa merita allora la sua commercializzazione. L’arte contemporanea si è buttata nelle braccia dell’industria culturale e chiede umilmente di essere ammessa alla sua tavola. Ciò è un risultato, tardivo e imprevisto, di quell’allargamento della sfera dell’”arte” e di quella estetizzazione della vita che sono stati cominciati un secolo fa dagli artisti stessi, come appunto Duchamp. Sembra dunque che non esistano più molte opere capaci di contribuire alla nascita di soggetti critici. Esistono solo dei clienti. Allora fa davvero poca differenza come si gestiscono i musei. Si afferma che i musei devono adeguarsi alla necessità di “far pubblico”, pena la loro sparizione. Ma il risultato è lo stesso. Un’arte che serve soltanto a creare dei clienti soddisfatti non è comunque più un’arte degna di questo nome.
Bisognerebbe almeno ammettere una differenza qualitativa, di peso, tra i prodotti dell’industria dell’intrattenimento e una possibile “cultura vera” per poter evocare per quest’ultima un trattamento a parte. Bisogna ammettere dunque la possibilità di un giudizio qualitativo e non puramente relativo e soggettivo. C’è una grande differenza tra voler stabilire dei parametri di giudizio, pur sapendo che non discendono dal cielo, ma che debbono essere soggetti alla discussione e al cambiamento, da un lato, e negare, dall’altro, a priori la possibilità stessa di stabilire dei parametri, di modo che tutto è uguale a tutto. Se tutto si equivale, niente vale più la pena. Sono questa uguaglianza, e l’indifferenza che ne segue, a stendersi come un sudario sulla vita dominata dal mercato e dalla merce. Esse minano alla base la capacità degli umani di fare fronte alle minacce onnipresenti di barbarizzazione. Le sfide che ci aspettano nei prossimi tempi hanno bisogno di essere affrontate da persone nel pieno possesso delle loro facoltà umane, non da adulti rimasti bambini nel senso peggiore della parola. Sarà curioso vedere che posto terranno l’arte e le istituzioni culturali in questo passaggio epocale.

Anselm Jappe -  11 maggio 2009 -Testo in italiano pubblicato su Exit !

fonte: Exit !

domenica 18 aprile 2021

Piccola deviazione

Se pochi intellettuali hanno influito in misura così decisiva nella cultura del Novecento quanto Jean-Paul Sartre, oggi il filosofo francese, per una sorta di vendetta dell’indifferenza, appare messo indebitamente ai margini dal pensiero dominante. Tanto più criticamente suggestivo è per questo il ritratto inedito che ne propone Massimo Recalcati. Al centro il rapporto tra libertà e destino, necessità e contingenza, invenzione e ripetizione, costituzione e personalizzazione. E soprattutto un’idea d’infanzia concepita non tanto come tappa evolutiva o residuo archeologico, quanto piuttosto come presenza inassimilabile che l’esistenza ha il compito di riprendere incessantemente. In tale processo il confronto con Freud e Lacan diventa decisivo: come liberare il desiderio da quel miraggio di totalizzazione compiuta che Sartre definisce «desiderio di essere»? come consegnarlo a una mancanza capace di essere davvero generativa?

(dal risvolto di copertina di: Massimo Recalcati, "Ritorno a Jean-Paul Sartre. Esistenza, infanzia e desiderio". Einaudi, €20.)

C'è un Sartre inedito sull'idea di libertà, noi siamo quel che l'infanzia ci permette
Nel panorama contemporaneo il padre dell'esistenzialismo è pressoché dimenticato o mummificato
- di Simone Regazzoni -

Ci voleva uno psicoanalista lacaniano, con una formazione filosofica, per mettere in scena un gesto radicale e intempestivo, che agli occhi dei filosofi contemporanei potrebbe apparire come una provocazione: il ritorno a Sartre o, più precisamente, "Ritorno a Jean-­Paul Sartre", per citare il titolo dell'ultimo, importante lavoro di Massimo Recalcati edito da Einaudi. Non si tratta di recuperare, come è accaduto in anni passati, questo o quel testo di Sartre sottolineandone l'importanza «nonostante» Sartre; e nemmeno di offrire una lettura psicoanalitica di Sartre. Che cos'è allora questo libro? Qual è il senso di questo ritorno? Che cosa fa Recalcati? In primo luogo, Recalcati ritorna a Sartre: in prima persona, a partire dalla propria storia, dalla propria autobiografia. Ritorno a Jean-­Paul Sartre va inteso come l'annuncio o la confessione di un percorso personale, quello dell'autore del libro che dichiara: «Con questo libro ritorno a Sartre». Ritornare a Sartre significa per Recalcati ritornare a misurarsi con il proprio passato segnato dall'incontro con Sartre e Lacan e con il professore che lo ha accompagnato nella prima lettura di Sartre: Franco Fergnani. Non un ritorno nostalgico, una resa dei conti con la propria anteriore coscienza filosofica o il tentativo di saldare un debito. Il ritorno a Sartre, a «il mio Sartre», è una ripresa di qualcosa che ha a che fare con un vissuto, qualcosa che ancora è profondamente vivo e che contrasta con l'apparenza che domina il panorama filosofico contemporaneo: «Nel panorama filosofico e culturale contemporaneo Sartre appare come un "cane morto"». Si muove controcorrente, Recalcati, con il suo ritornare a Sartre, ma non bisogna precipitarsi a pensare questo movimento come una regressione, un semplice andare indietro: il ritorno a Sartre è un «ricordare procedendo», una ripresa-­riscrittura del passato che procede verso l'avvenire. Quale? Quello della psicoanalisi che è la posta in gioco di questo libro. Il ritornare a Sartre di Recalcati, in questa sua personalissima ed efficace riscrittura, è così anche la proposta di un ritorno a Sartre della psicoanalisi per ripensare l'irriducibilità del soggetto: «Il mio lavoro vuole dimostrare quanto potrebbe essere utile oggi per la psicoanalisi non dimenticare la lezione sartriana. Nell'epoca del trionfo scientista della valutazione quantitativa, delle neuroscienze, del paradigma cognitivo-­comportamentale, ma anche della forza anti­storica e impersonale della pulsione, ripensare l'irriducibilità della soggettività umana che il filosofo ha sempre difeso è ai miei occhi un'operazione quanto mai necessaria».
E qui potrebbero sorgere le obiezioni di filosofi e psicoanalisti: l'umanismo sartriano e la sua idea di libertà come pura trascendenza non sono forse inservibili ferrivecchi? Ed è qui che Recalcati compie la sua opera di decostruzione di un Sartre stereotipato e mummificato, per offrirci una nuova e inedita immagine del pensiero del padre dell'esistenzialismo in tutta la sua vitalità.
Recalcati attraversa le tappe principali del percorso teorico di Sartre, imprimendo alle opere un'originale torsione ermeneutica e mostrando come già ne L'essere e il nulla l'idea sartriana di libertà sia problematica in quanto si presenta come dato imposto al soggetto, un fatto a cui non siamo liberi di sfuggire : «La libertà, in altre parole, non riguarda solo il campo delle possibilità ma anche il reale dell'impossibile».
Al cuore della riscrittura dell'opera sartriana, messa in atto da Recalcati attraverso una fitta rete di rimandi a Lacan, c'è l'infanzia. «Infanzia» è il nome dell'Altro inassimilabile che manda in frantumi il fantasma del soggetto Sovrano che liberamente decide di sé e della propria essenza, un fantasma che grava come un macigno sul pensiero di Sartre, associato a formule come: «l'uomo è ciò che si fa», «l'esistenza precede l'essenza». È chiaro come il focus teorico dell'operazione di Recalcati sia incentrato su L'idiota di famiglia, la monumentale biografia di Flaubert in cui Sartre mostra come il bambino destinato a essere un idiota sia diventato un genio. È qui che Sartre abbandona l'idea di libertà come auto-­generazione, auto-­posizione assoluta del soggetto, per ripensarla come petit décalage, «piccola deviazione» che si inscrive nelle determinazioni prodotte dall'Altro (famiglia, storia, contesto sociale, economico) nella nostra infanzia. Non c'è soggetto senza infanzia, senza le contingenze che lo hanno condizionato nel primi tempi della sua vita o, detto altrimenti, senza una tracciatura del soggetto da parte dell'Altro. E tuttavia, non c'è soggetto senza soggettivazione come processo singolare di riscrittura di questa tracciatura, di quello che l'Altro ha scritto di me, che non verrà così cancellato o distrutto (o superato dialetticamente), ma riscritto diversamente, significato in modo nuovo e inatteso. Il soggetto viene così sovvertito e ripensato, nel ritorno di Recalcati a Sartre, come pratica di soggettivazione sempre in atto che ritorna, incessantemente, sul reale impossibile da assimilare della propria infanzia.

- Simone Regazzoni - Pubblicato su Tuttolibri del 20/3/2021 -

sabato 17 aprile 2021

L'ora dell'Esecutivo & la demenza da complotto

EXIT ! n°18, Febbraio 2021 Editoriale e Lettera aperta
- di Thomas Meyer -

Nel 2020, anno del Coronavirus, il processo di crisi si è intensificato. La pandemia ha colpito al cuore il capitalismo in crisi. L'effetto è particolarmente drammatico per i sistemi sanitari, in panne e sottomessi al diktat economico; ma lo è ancora di più in quelle regioni dove la popolazione si è trovata del tutto indifesa sia contro il virus che nei confronti delle conseguenze dovute  alle misure che sono state prese nella «lotta contro la pandemia». Inoltre, il Coronavirus non è apparso per caso nel mondo, ma è direttamente legato al dominio capitalistico sulla natura. Riguardo l'apparizione della pandemia, ci sarebbe molto da dire a proposito della cosiddetta Zoonosi, un'infezione che può essere trasmessa all'uomo dagli animali. Con  il progredire della crisi del capitalismo, diventa sempre più difficile - nonostante tutta la «retorica ecologica» - proteggere la natura e gli animali dal processo di valorizzazione, e quindi dalla distruzione da parte del capitale. Nella misura in cui il capitale perde sostanza sempre più, esso aumenta la pressione per sottomettere ancora di più al processo di valorizzazione quelle che sono le basi della vita. La produzione industriale di carni, il commercio di animali selvatici, la distruzione delle specie e della foresta tropicale, ecc., favoriscono la trasmissione del virus. I corridoi globali del commercio e del viaggio ne assicurano la propagazione. Nei centri occidentali, il virus si confronta con delle democrazie che hanno puntato tutto sullo sforzo di rimettere in sesto l'accumulazione del capitale in difficoltà, e di combattere gli effetti sociali della crisi - che si incarnano in quel «materiale umano superfluo» alla valorizzazione del capitale che, oltre a coloro che sono socialmente declassati, comprende soprattutto i migranti - per mezzo di misure autoritarie-repressive, fino allo stato di emergenza legittimato democraticamente. A tale proposito, le misure adottate contro il Coronavirus coincidono con la transizione dal polo liberale al polo autoritario della socializzazione democratico-capitalista.
Tuttavia, le misure anti-Covid si distinguono - malgrado le critiche giustificate in alcuni casi (parziale incoerenza delle misure, minimizzazione dei «danni collaterali» [*1], ecc. - dai consueti «schemi di reazione» autoritari; da un lato, dovuti al fatto che il virus non è affatto un fantasma bensì una pericolosa realtà, e dall’altro perché le misure mirano - contrariamente al solito - a proteggere delle persone e dei gruppi che sono minacciati, come lo sono i malati e gli anziani, i quali rappresentano del capitale umano che non è (o non lo è più) valorizzabile). Però questo non ha niente a che vedere con un'improvvisa illuminazione umanitaria dei governi, ma piuttosto con il fatto che per mantenere il funzionamento del sistema bisogna continuare a lavorare e a consumare (nel secondo «lockdown», i bambini, per far lavorare i genitori, vengono mandati negli asili e a scuola), mentre le restrizioni che riguardano gli spazi privati come quelli che attengono alla ristorazione, all'intrattenimento e alla cultura che vengono presupposti come necessari per il rallentamento del virus e per proteggere il sistema sanitario da un sovraccarico (dal momento che le capacità del «sistema sanitario competitivo» vengono considerate come se fossero delle «costanti naturali».
In realtà, la pandemia sta determinando il rafforzamento di alcune tendenze, tra cui la cosiddetta digitalizzazione, a proposito della quale gli ideologhi e gli agitatori giustificatori promettono che sarà questa la soluzione a tutti i problemi. Le geremiadi concernenti il fallimento dell'istruzione, soprattutto quella dei bambini socialmente svantaggiati, sono solo dei pretesti per poter difendere e sostenere la particolare «urgenza» della digitalizzazione. In questo modo, si può fare di necessità virtù. L'inasprimento dello stato di emergenza permette di poter fare un prova generale di quella che sarà l'era post-Covid. Ciò vale anche per i quelli che appaiono come i contorni emergenti di una politica sanitaria autoritaria, che mirerà a rendere la società sempre più resiliente, flessibile e tollerante nei confronti dei futuri rischi sanitari. Si tratta di una politica di immunizzazione contro quelle che si presentano come crisi prevedibili (cambiamento climatico di provenienza antropogenica, impoverimento sociale di massa, ecc.) accettate come inevitabili, o contro le quali l'unica soluzione sarà quella di prendere delle misure di tutela. Nel contesto del primato della Resilienza preventiva, tutto ciò che favorisce la pandemia e nutre le future epidemie e i prossimi contagi, può allora continuare secondo quelli che sono i normali familiari modelli della crisi: dominio della natura, allevamento industriale e valorizzazione degli animali, globalizzazione e mobilità per la produzione e il commercio, ecc.; tutto questo sotto il dominio astratto dell'irrazionale capitalistico fine in sé. Quest'ultimo aspetto, dev'essere preservato a tutti i costi; anche se è completamente illusorio. In questo contesto, per istituire uno stato di emergenza permanente, sarà possibile basarsi su tutto ciò che in buona coscienza è stato fatto durante la crisi del Coronavirus. In questo modo, la restrizione dei diritti fondamentali verrà giustificata a partire da delle misure di politica sanitaria. Questa è «l'ora dell'esecutivo» [*2]. Bisogna però ricordare che ai fini del rafforzamento permanente dell'apparato securitario, attuato attraverso leggi di polizia, con la sorveglianza per mezzo di telecamere su tutto l'insieme del territorio (Stasi 2.0 [*3]), ecc., non c'è stato alcun bisogno che fosse necessaria una pandemia [*4]. La trasformazione della «democrazia liberale» in un brutale Stato di polizia, nel quale la polizia può fare ciò che vuole con poteri sempre più estesi, costituisce la possibilità e il nucleo stesso della democrazia borghese in sé. Per poter «far fronte» a qualsiasi problema, le persone sono state spesso disposte a sacrificare tutto per la «sicurezza». Dopo tutto, la sicurezza è un «diritto fondamentale», come ha dichiarato nel 2013 l'ex ministro federale tedesco degli interni Hans-Peter Friedrich.
La democrazia rende visibile il proprio nucleo repressivo attraverso la sua «gestione delle contraddizioni». Allorché scoppiano delle rivolte, che spesso non rappresentano altro che degli sfoghi senza alcun contenuto (come a Stuttgart a giugno [*5]), queste non vengono percepite come un'espressione dell'irrazionalità e dell'assurdità della «normalità» borghese. In quello che è fondamentalmente un contesto di insensatezza e di mancanza di riflessione, ecco che simili scoppi di violenza vengono accolti con indignazione: si rimane «scandalizzati» e «scioccati». Invece, al contrario, la violenza poliziesca viene giudicata in maniera diversa. Viene «giustificata» ed è «necessaria», financo «proporzionata». Inoltre, lo Stato ha il dovere di reprimere duramente la «resistenza al potere dello Stato» [*6]. E questo è particolarmente vero quando si tratta di fare rispettare la «proprietà privata»: a tal fine, si possono mobilitare 1.500 poliziotti per «sfrattare» una ventina di persone (!) da uno squat (Berlin, Liebigstraße 34[*7]). Il «buon uso» dei diritti fondamentali nel «migliore dei mondi» consiste esattamente nell'affermare l'«esistente» in maniera conveniente e ben educata. Ogni dibattito sulla violenza nelle manifestazioni e nelle proteste viene completamente deprivato di qualsiasi senso se la violenza «legittima», o legittimata, della polizia viene trasfigurata fino a diventare «Stato di diritto», in cui le relazioni di potere e di dominio, il razzismo, le disuguaglianze sociali, la penuria di alloggi, ecc. vengono tenuti fuori dal dibattito. Il fatto che sia la società borghese stessa ad essere profondamente violenta in quello che è il suo «normale funzionamento», attraverso l'esclusione sociale e il razzismo, tra le altre cose, nei «dibattiti» ipocriti sulla violenza viene tenuto nascosto o esternalizzato: come dire, negli Stati Uniti il razzismo può effettivamente costituire un problema, ma in Germania, si tratterebbero solo di «casi individuali». Che assurdità il fatto che in questo paese non ci sia nessuno che si riconosca in Donald Trump quando definisce organizzazione terroristica gli Antifa [*8] e si conforma alla dottrina di Stato della Repubblica Federale Tedesca (teoria dell'estremismo anti-antifascista [*9]) [*10]. Il babau è sempre l'altro. Lo sforzo della RFT e dei suoi organi repressivi (in questo è coinvolto perfino il MAD [*11]) per mettere le mani sui militanti responsabili dell'ironico détournement dei manifesti pubblicitari [*12], è grottesco. La frenesia della persecuzione nei loro confronti. in contrasto con la zoppicante volontà di smantellare le reti dell'estrema destra in seno alla polizia e al Bundeswehr (NSU .0.2) [*13], Hannibal [*14], Nordkreuz [*15]. ecc.). mostra ancora una volta quali sono le priorità delle «autorità di sicurezza» [*16].

Quella di applicare due pesi e due misure, è una pratica del tutto consueta: mentre le manifestazioni di estrema destra possono svolgersi senza grandi difficoltà, malgrado le violazioni dei vari regolamenti - come la «Corona-Demo» [*17] a fine ottobre a Berlino -, le manifestazioni di sinistra vengono violentemente represse, come quella di Ingelheim: una manifestazione contro il partito nazista «Die Rechte». Lo slogan è: «Chi si oppone ai nazisti non incontrerà mai un un poliziotto simpatico». Il diavolo sa perché. Anche in questo caso, non si tratta di «casi eccezionali». Il nemico è a sinistra ed è esattamente come tale che un antifascista viene trattato dalla polizia: in quanto nemico, per cui la logica della «legge e dell'ordine» si concretizza nel gas al peperoncino e nel manganello. Il trattamento riservato ai rifugiati mostra alla fine in che cosa consistano i «valori democratici» [*19]. Fascisti e democratici concordano su questo. L'unica differenza è che i buoni democratici si impongono un velo di dignità, a partire dal quale pensano poi di poter criticare le posizioni razziste dell'AfD; cosa che non impedisce loro di fare ciò di cui poi accusano ideologicamente l'AfD di volere. Il tanfo da cui in apparenza prendono le distanze è il loro. Alla fine rimangono catturati da quella che la propria ombra rimossa e incompresa. È la stessa società borghese a creare il proprio supposto contrario. Oggi, le misure anti-Covid non rimangono incontrastate. Ma quelle che si sentono di più, non sono le obiezioni che riguardano le conseguenze sociali e psicologiche, o le critiche all'impoverimento del sistema sanitario [*20], ma piuttosto quelle degli «Hygiene-Demos» e dei «Querdenker» [*21], a carattere rosso-bruno e che si richiamano all'ideologia cospirativa [*22].  Il fatto che queste manifestazioni siano state così bene accolte è altresì legato a questa novità per cui il famoso mainstream, il «centro illuminato della società», scivola sempre più verso la destra. La cosa si manifesta da un lato per mezzo di discorsi razzisti (AfD, Pediga), che mirano a «spingere indietro i confini dell'indicibile» (Gauland [*23]). Una tattica, questa, che ha chiaramente avuto successo se consideriamo, per esempio, che Die Zeit [*24], nel 2018, ha aperto molto seriamente un dibattito sui «pro» e i «contro» rispetto al soccorrere i rifugiati. La destra si trova laddove c'è il centro, si potrebbe formulare con Kurt Lenk [*25]. D'altra parte, è da molto tempo che un certo numero di giornalisti ha fatto della crisi una questione di propaganda reazionaria. I loro best-seller si moltiplicano. In questo modo si paga l'ignoranza della sinistra, che non ne vuole sapere niente del «collasso della modernizzazione» [*26], del «limite interno», della «critica categoriale» e della teoria della crisi, e che ha ostinatamente rifiutato ogni dibattito relativo a questi temi [*27]. Probabilmente, gli costa troppo in termini di capacità di riflessione dovere alla fine ammettere che si è sbagliata per anni (si ricordi, per esempio, l'imbarazzante pamphlet anti-tedesco dal titolo «Il valore, è il teorico» [*28]. Ora, attraverso questa «breccia» sta saltando dentro ogni genere di oscurantismo, con le sue reazionarie «interpretazioni della crisi». Il liberale di destra Markus Krall [*29], per esempio, le cui prese di posizione rasentano il delirio, ritiene che la Germania si trova in procinto di diventare una «dittatura eco-socialista», che potrà essere impedita solo da una «rivoluzione borghese» [*30]. Tutti questi pensatori reazionari della crisi, hanno in comune il fatto di credere che il capitalismo possa riprendersi, e che tra le altre cose potrebbe farlo attraverso una riforma del sistema monetario, per esempio reintroducendo il gold standard. L'oro sarebbe dopo tutto, «l'ultima assicurazione contro la crisi», secondo Max Otte (membro della «Werteunion» [*31]), organizzatore dei «Neues Hambacher Fest» [*32], ospite fisso di Ken Jebsen [*33] e sostenitore di una «coalizione borghese» con l'AfD [*34]. Appare chiaro come questo discorso sia rivolto a coloro che hanno dei patrimoni importanti e quindi temono di perderli a causa del processo di crisi. Le classi medie cominciano ad aver paura, e stanno sudando... estremismo di centro. Ma l'armadio degli orrori non è ancora pieno. In questi ambienti circola un tale Thorsten Schulte, il «ragazzo d'argento»[*35], revisionista storico della peggior specie (che ha pubblicato il best-seller «Fremdbestimmt» [Eteronomia]), ovviamente ospite fisso di Ken Jebsen, e che il 1° agosto a Berlino, davanti al palazzo della Cancelleria federale, ha dichiarato: «Non possiamo fare altro che prendere le distanze dal satanico (!) sistema di governo che regna in questa Cancelleria federale, e io prego Dio e Gesù Cristo - e dicendo questo non sto facendo propaganda, ho qui un rosario [...] Gesù Cristo è dalla nostra parte. E io lo dico chiaramente. Voi, oggi siete tutti testimoni  dell'inizio - sto parlando molto seriamente - dell'Apocalisse (!) [...]. Ed è per questo che qui tendo a voi, esseri satanici (!) laggiù dentro, questa croce. Noi, con l'amore e con la via di Dio, contribuiremo all'autodeterminazione [...] E con l'amore faremo crollare questo sistema.» Qui, il desiderio autoritario che si manifesta da tempo in seno  alla «svolta decisionista autoritaria» [*36] del postmodernismo si accompagna a un delirio ideologico complottista mescolato ad un solforoso gergo religioso o religioso-populista [*37]. Questo genere di discorso, adornato di «pietà» missionaria, corrisponde all'immagina globale di Schulte e dei suoi simili; dopo tutto, «i teorici del complotto [...] sono pieni stracolmi dei bisogno di comunicare, e dello zelo missionario della persuasione» [*38].

Per mezzo di «Q-Anon», una teoria del complotto particolarmente bizzarra sta guadagnando sempre più influenza (ivi compreso anche nelle proteste tedesche cosiddette «anti-Corona») e, tra l'altro, è stata promossa da Donald Trump. Diversi candidati repubblicani al Congresso (si dice che siano stati circa una sessantina) si sono dichiarati seguaci di «Q» (Marjorie Taylor Greene è stata effettivamente eletta al Congresso). Secondo tale delirio complottista, Trump sarebbe uno che combatte lo «Stato profondo», una «organizzazione di élite, di pedofili» che, in dei sotterranei, tortura e uccide dei bambini rapiti al fine di produrre - a partire dalla loro sofferenza - dell'adrenocromo, un derivato dell'adrenalina che servirebbe per un elisir di giovinezza. Appare evidente il parallelismo con la leggenda antisemita della pratica dell'omicidio rituale. Nel momento in cui quella che si esprime è la demenza complottista, ecco che l'antisemitismo diventa sempre più vicino, come ancora una volta è stato dimostrato dalla crisi del Coronavirus: «Per esempio, in Inghilterra circa una persona si cinque è più o meno d'accordo con l'idea che gli ebrei abbiano creato il virus per far collassare l'economia e trarre profitto dalla situazione». Analogamente, si possono osservare le auto-vittimizzazioni antisemite nel corso delle contestazioni «anti-Corona» in Germania, tra i famosi «antivax», i quali visibilmente si auto-allucinano come se fossero gli «Ebrei di oggi», indossando delle magliette con una stella gialla (!) sulle quali hanno scritto «non vaccinati» (!!) [*39]. Appare quindi evidente come gli oppositori alla vaccinazione, posseduti dai loro affetti deliranti, non sono in grado in alcun modo di formulare una critica delle politiche sanitarie (ad esempio, nel senso di una critica della riduzione delle cure mediche causata da «ragioni di redditività»). Lo dimostra anche l'antisemita teorico della cospirazione Christoph Hörstel [*40] (un habitué della kermesse antisemita Al-Quds [*41] che si svolge a Berlino), il quale parla assai seriamente di un'«ideologia del virus». Secondo lui, i virus sarebbero il prodotto di oscure macchinazioni... Contrariamente a ciò che possono credere il loro seguaci, «le teorie del complotto [...] non offrono mai dei controprogetti alternativi rispetto al preponderante senso comune di una società [...] ma piuttosto non fanno altro che agganciarsi in maniera opportunistica alle opinioni dominanti» [*42], che si limitano a riformulare; per esempio lo fanno «cercando» un risposta stanca e stucchevole formula «a chi giova?», che ovviamente è buona per poter dare qualsiasi «risposta a tutto». La pandemia di Coronavirus e le misure adottate contro di essa vengono analizzate secondo il medesimo identico schema. Ernst Wolff [*43], ad esempio (nel 2019, ripetutamente invitato da Ken Jebsen come relatore alla «conferenza anti-censura» complottista di Ivo Sasek [*44]) analizza il Lockdown in questo modo: «Sicuramente, il lockdown non è stato niente di più che il pretesto deliberatamente creato per attuare ciò potrebbe essere l'ultimo grande salvataggio del sistema finanziario esistente» [*45].

Il risultato di questa «soggettivazione della crisi» è solo una rivolta conformista. Questi Querdenker ["Pensatori trasversali"] sono mille miglia lontani da una critica del movimento di valorizzazione del capitale e del modo in cui essa favorisce l'emergere e il diffondersi delle pandemie (un flusso di merci, interconnesso a livello globale, distruzione dell'ambiente, «sistema di assistenza sanitaria a basso costo», ecc.). Gli ideologi complottisti di ogni tipo non criticano affatto il capitalismo (o il denaro, o il lavoro, ecc.), ma lo naturalizzano [*46]. Il fatto che si presentino come «alternativi» o «critici» è un pessimo scherzo di cattivo gusto, letteralmente da sbellicarsi dal ridere. Merita sottolineare qui che la «sinistra» è assai lontana dall'essere esente dai deliri legati alle teorie del complotto [*47]. Questo tipo di pensiero non può essere trovato solo nelle sette staliniste come il MLPD [*48], ma anche tra i vari «critici del neoliberismo» di sinistra, i quali insinuano che il neoliberismo abbia più o meno coinciso con sorta di golpe subdolo, e che potrebbe essere abolito attraverso una politica «corretta» [*49]. Tuttavia, il «Fronte trasversale» [Querfront] che viene spesso invocato a proposito di queste proteste da parte di «pensatori scorretti» [Queerdenker] ed altri, solleva più domande che risposte. Se le posizioni di sinistra (estrema), di destra (estrema) e quella liberal-conservatrice sembrano convergere, ciò non avviene perché stiamo assistendo a delle «alleanze» tra campi distinti (contrariamente agli «sforzi trasversali» della Repubblica di Weimar), ma piuttosto perché il campo di riferimento categoriale che li accomuna sta arrivando a toccare i suoi limiti storici, e tutti quanti loro si stanno imbarbarendo in quella che è la loro obsolescenza. Ovvero, riprendendo le parole di Robert Kurz, «Le ideologie di destra, di sinistra e liberali, così come le posizioni borghesi, piccolo-borghesi e proletarie non possono essere delimitate in maniera chiara. Nessuna di queste alternative apparenti è più in grado di contrassegnare indipendentemente un campo storico, nessuna di esse può mantenere di per sé una qualche coerenza intellettuale. Il pragmatismo e l'eclettismo, oramai estenuati, che investono tutti i campi, che d'altronde non sono più tali, tradiscono la pura e semplice impotenza di fronte all'evoluzione sociale mondiale, impossibile da coglie per le scuole di pensiero e per gli schemi di interpretazione finora in uso. Tale impotenza comune, che manda in frantumi qualsiasi chiara distinzione tra contenuto teorico e politico, segna il declino e il fallimento di un quadro di riferimento comune» [*50]. Si può pertanto parlare di una paralisi della coscienza. Una società incapace di stabilire una distanza critica da sé stessa, e i cui soggetti, privi di qualsiasi riflessione critica, immaginano il capitalismo come una fatalità ineluttabile, favorisce ogni genere di «interpretazioni del mondo» che sono insensate o anacronistiche. La demenza da complotto, sempre più diffusa, viene a completare la paralisi. La «sensibilità per le teorie del complotto [...] aumenta in maniera chiara ogni volta che si impone l'idea che non esiste più alcuna possibilità di strutturare la vita in maniera indipendente e autodeterminata e che, al contrario, regnano e operano in segreto solo quelle che sono delle potenze anonime. In simili situazioni apparentemente disperate, che possono essere causate, ad esempio, dal declino sociale e da un drastico deterioramento della situazione economica, le teorie del complotto aprono una fittizia strada maestra per l'interpretazione delle relazioni più complicate, la quale può dare la sensazione rassicurante di sapere finalmente cosa sta succedendo intorno e di fronte a sé stessi [...]» [*51]. È ovvio che non è sufficiente opporsi alle teorie del complotto e ai loro seguaci con degli argomenti e dei fatti, come a volte si cerca di fare. Va sottolineato che una critica della complotto-mania è insufficiente, perfino falsa, se si oppone ad essa una ragione strumentale, che finisce per essere nient'altro che la «ragione immanente» del modo di produzione e di vita capitalista, essa stessa profondamente irrazionale. Più le «strategie della crisi» sono infondate e disperate, meno è probabile che la mania complottistica e la ragione borghese (o i suoi derivati barbarici) abbiano possibilità di divergere. Questo è tanto più vero nel momento in cui la «normalità» non può più essere mantenuta o simulata. L'elezione di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti non cambierà niente. Al contrario, c'è da aspettarsi una nuova intensificazione delle contraddizioni sociali. Ci possiamo aspettare inoltre che la stessa cosa provenga anche da degli «schemi di reazione» autoritari provenienti dallo Stato cosiddetto «di diritto». L'«esercizio» dello stato di emergenza nel corso dell'epidemia di Coronavirus darà presto i suoi frutti. Rimane ancora necessario, in questi tempi di imbarbarimento della coscienza, concettualizzare in maniera adeguata le condizioni sociali. Perché ciò rimanga possibile in futuro, vi chiediamo di continuare a sostenerci. I testi pubblicati in questo numero di Exit ! attestano il nostro contributo in tal senso.

I testi su questo numero:

- Il testo «La fine dell'Occidente nella crisi del Coronavirus» di Tomasz Konicz traccia, sullo sfondo del processo storico di crisi nel momento in cui si comincia a raggiungere il limite interno del capitale, gli sconvolgimenti relativi all'egemonia americana, così come la sua graduale erosione in seno al sistema di alleanza, in via di disintegrazione, del sistema occidentale. A partire dalla trasformazione della base economica della posizione egemonica di Washington, che ha avuto luogo ben oltre quarant'anni fa, innescata dalla fine del boom fordista del dopoguerra e dal successivo periodo di stagflazione, così come dal cambiamento del ruolo della macchina militare statunitense dopo la fine della "guerra fredda" contro il socialismo di stato crollato nel 1989, l'accento si trova ora sul ruolo centrale svolto dai cicli di deficit globali, inclusa la finanziarizzazione del capitalismo, nel mantenere l'egemonia statunitense fino al 2008. Con l'impennata della crisi del 2008, tuttavia - secondo la tesi centrale del testo - la concorrenza di crisi si è affermata anche all'interno dell'Occidente, così che è stato proprio il nazionalismo economico dell'amministrazione Trump ad accelerare la disintegrazione dell'Occidente e l'eventuale crollo dell'egemonia americana. Pertanto, un ritorno allo status quo prima di Trump non è più possibile. Il processo storico di crisi sarebbe pertanto progredito a tal punto che, alimentato in particolare dalla crisi del Coronavirus, qualsiasi tentativo dei centri occidentali di ripristinare la "stabilità" si rivelerebbe inutile.

- L'obiettivo del testo «La crescita e la crisi dell'economia brasiliana come crisi della società del lavoro: bolla finanziaria, capitale fittizio e critica della dissociazione del valore» [*52] di Fábio Pitta è quello di correlare i fenomeni di crescita economica in Brasile, a partire dal 2003 fino alla crisi economica dopo il 2012-2013, all'economia della bolla finanziaria alimentata dal capitale fittizio, visto come momento di riproduzione globale del capitalismo contemporaneo, nella sua crisi fondamentale. Il testo parte da una critica agli autori brasiliani che analizzano la crisi solo in termini di «arretratezza» del Brasile. Ma si riferisce a una bolla nei mercati finanziari dei derivati sulle materie prime, che ha portato a un aumento significativo dei prezzi, e che ha fatto salire le esportazioni brasiliane e il debito del paese. Questo ha permesso la concorrenza per il debito tra le imprese della cosiddetta «economia reale», portando a un'accelerazione dello sviluppo delle forze produttive, a un aumento della composizione organica del capitale e a un'esclusione del lavoro vivo dai processi produttivi; tutto questo è successo in Brasile a partire dagli anni '70, ma si è intensificato di recente. Tali  processi hanno potuto durare solo fino allo scoppio della bolla delle materie prime tra il 2011 e il 2014, come conseguenza dello scoppio della bolla finanziaria globale nel 2008, che in questo testo, a partire da Robert Kurz, viene compreso secondo le determinazioni del capitale fittizio e dell'accumulazione simulata. Dal 2012, il Brasile ha sperimentato un alto debito pubblico e privato, disoccupazione di massa, fallimenti aziendali diffusi, instabilità politica e l'ascesa del radicalismo di destra, che ha esacerbato la barbarie sociale e la violenza contro le donne, i neri, i popoli indigeni e i lavoratori rurali. Infine, il testo difende la necessità della critica radicale della dissociazione del valore, che, nella sua critica del capitale, della merce e del lavoro, mira all'abolizione di questa mediazione sociale.

- Il testo di Thomas Meyer vuole essere un nuovo contributo alla serie di articoli «Alternative al capitalismo - Valutazione» [*53]. In questo testo vengono esaminati il movimento della decrescita e dei beni comuni. Appare chiaro come queste cosiddette alternative al capitalismo non solo sono lontane da una critica categorica, ma sono anche compatibili con una gestione repressiva della crisi. Partendo da concetti come quello di «moneta locale», si vuole fare ricorso a dei sostituti del mercato e dello Stato al fine di prolungare un capitalismo zombie. La necessità di mettere in discussione il capitalismo in modo «pratico» sarebbe oggi più urgente che mai, per esempio mettendo in discussione la «finanziabilità», ma i movimenti della decrescita e dei beni comuni non offrono molto più di quella che è un'«alternativa» svolta nel bel mezzo della miseria sociale della crisi; i punti cruciali, come la questione della sintesi sociale, non vengono neppure affrontati.

- Dopo la ripubblicazione, nell'ultimo numero di Exit !, del testo di Robert Kurz sul delirio automobilistico, l'articolo di Thomas Koch, «Sull'attualità de "La strada aperta dal caos di crisi", di Robert Kurz», esamina gli sviluppi più recenti, e ora ancora più nitidi, dell'automobilismo, specialmente se visti sullo sfondo della catastrofe climatica e dei movimenti ambientalisti. Quali sono le opzioni racchiuse nelle «visioni future» della mobilità elettrica, o della guida senza conducente, e delle soluzioni tecnologiche alla perdita di controllo globale che viene associata alle parole chiave «Coronavirus» e «clima»? L'articolo riflette criticamente anche sugli sviluppi che hanno avuto luogo con il famigerato scandalo delle emissioni e la sua proiezione di una gestione lontana dalla realtà nella patria dell'automobilismo.

- Nel suo contributo, Andrea Urban affronta gli aspetti culturali-simbolici dell'«Imbarbarimento del patriarcato» (Roswitha Scholz). Si basa soprattutto sui vari cambiamenti che sono stati socialmente discussi in relazione ai rapporti di genere, in particolare le tendenze postmoderne al rilassamento delle norme e delle identità di genere. Negli ultimi decenni, per esempio, c'è stata una crescente normalizzazione delle carriere professionali delle donne e un aumento della partecipazione femminile in posizioni di responsabilità, in particolare nella sfera economica e politica. Questo contesto include anche misure politiche per l'uguaglianza di genere (quote rosa, ecc.). D'altra parte, gli uomini stanno vivendo, tra l'altro a causa di questi sviluppi nel campo delle relazioni di genere, ma anche a causa delle crescenti perturbazioni nel mercato del lavoro, notevoli attacchi alla loro posizione egemonica storicamente costituita e quindi anche alla loro identità maschile - tendenze che sono state recentemente discusse nel senso di una «crisi della mascolinità». Al cuore di questo contributo troviamo la tesi secondo cui, contrariamente alle comuni valutazioni (femministe), tali cambiamenti non possono essere visti come indicazioni di un crescente addolcimento, o addirittura di un superamento delle strutture patriarcali e androcentriche storicamente costituite, ma piuttosto come indicazioni del loro successivo imbarbarimento nella crisi fondamentale del capitalismo e della conseguente relazione di valore-dissociazione. Ciò è particolarmente evidente nel fatto che le gerarchie di genere continuano ad essere riprodotte quasi senza soluzione di continuità, sia materialmente che simbolicamente, anche se parzialmente in forme diverse.

- In una sua recensione, Roswitha Scholz critica il manifesto  «Femminismo per il 99%» [*54] pubblicato nel 2019. Mostra come le autrici di questo testo, Cinzia Arruza, Tithi Bhattacharya, Nancy Fraser, siano lontane dal proporre una critica radicale del patriarcato produttore di merci, in quanto rimangono intrappolate nell'orizzonte di un marxismo della lotta di classe ormai superato e anacronistico.

- Il saggio di Robert Kurz, del 1993, «La democrazia divora i suoi figli» [*55], è stato pubblicato in portoghese [*56], con prefazione di Roswitha Scholz [*57]. In francese, è stata pubblicata una nuova edizione del «Guy Debord» di Anselm Jappe [*58], così come il secondo e il terzo numero di «Jaggernaut - Crisi e critica della società capitalista-patriarcale» [*59], con testi, tra gli altri, di Claus-Peter Ortlieb. Di Robert Kurz: «L'Industria Culturale nel 21° Secolo. Sull'attualità della concezione di Adorno ed Horkheimer» [*60]. Un'antologia di scritti sulla crisi del Coronavirus: «De virus illustribus» [*61]: questo volume mostra che la nuova crisi economica globale non è una conseguenza del virus, ma era iniziata molto prima. Esamina le difficoltà di far ripartire il capitalismo, così come le esitazioni degli Stati incerti tra «salvare l'economia» e «salvare il popolo», e descrive le conseguenze specifiche, soprattutto dal punto di vista della critica del valore-dissociazione, in un paese come il Brasile. Si analizzano le nuove tecniche di sorveglianza e ci si chiede se almeno la coscienza ecologica possa beneficiare di questa crisi.

- Il libro «Cemento. Arma di costruzione di massa del capitalismo», di Anselm Jappe [*62], analizza il ruolo del cemento, il quale viene molto meno criticato di altri materiali usati massicciamente, come la plastica o il petrolio. Dopo averne riassunto la storia e le conseguenze, mostra che questo materiale può essere visto come il lato «concreto» dell'astrazione del valore: il «congelamento» del valore menzionata da Marx si materializza nel cemento, che è sempre lo stesso - una quantità senza qualità - e che ha livellato la diversità che avevano le costruzioni nel mondo, a favore di un'architettura monotona basata sul cemento.

- La "Schmetterling-Verlag" ha pubblicato il libro di Tomasz Konicz: «Capitale, l'assassino del clima - Come un sistema economico distrugge le basi della vita» [*63].

Thomas Meyer per la redazione di Exit !, novembre 2020. EXIT! Krise und Kritik der Warengesellschaft (exit-online.org)

NOTE:

[*1] - Per una panoramica, si veda: Ralf Wurzbacher: "Risiken und Nebenwirkungen, aber keine Packungsbeilage - Die Corona-Eindämmung droht mehr Leid zu verursachen, als sie verhindert" [Rischi ed effetti collaterali, ma nessuna istruzione per l'uso - Il lockdown rischia di causare più sofferenza di quella che previene], Nachdenkseiten del 20/11/2020. Tuttavia, i «danni collaterali» e la loro entità andrebbero considerati nel contesto dell'economia del sistema sanitario e non come un argomento fondamentale contro le misure anti-Covid. Sulla critica dell'«ospedale imprenditoriale», si veda anche: Verena Kreilinger; Winfried Wolf; Christian Zeller: Corona, Krise, Kapital - Plädoyer für eine solidarische Alternative in den Zeiten der Pandemie [Corona, Crisi, Capitale - Un appello per un'alternativa solidale in tempi di pandemie], PapyRossa Verlag, Colonia 2020, pp. 62 ss.

[*2] -  Si veda per esempio Gössner, Rolf: "Durchregieren per Dekret - Infektionsschutzgesetz: Die parlamentarische Demokratie befindet sich im Ausnahmezustand. Das muss sich endlich ändern" [La democrazia parlamentare è in uno stato di eccezione. Alla fine, questo deve cambiare]: Der Freitag numero 47/2020.

[*3] - "Stasi 2.0" è un termine serve  criticare i vari progetti di politica interna del governo tedesco, tra cui le perquisizioni online di computer privati o la conservazione dei dati, proposta dall'allora ministro federale degli interni Wolfgang Schäuble, ma anche le restrizioni legali sulla neutralità della rete e la libertà di informazione. La scelta del termine Stasi 2.0 allude sia alla politica di sorveglianza della RDT da parte del Ministero della Sicurezza di Stato (Stasi in breve) sia al termine Web 2.0, che si riferisce agli ultimi sviluppi della tecnologia Internet. [NdT]

[*4] - Si veda: Gruppe Fetischkritik Karlsruhe: "Das Virus - Kritik der politischen Pandemie I/II" [Il Virus - Critica della Pandemia Politica 1 e 2], 2020, su exit-online.org .

[*5] - Il 20 e 21 giugno 2020, a Stoccarda, dopo un test antidroga sono scoppiati dei disordini. Per alcune ore, centinaia di giovani hanno saccheggiato i negozi del centro città e si sono scontrati con la polizia. [NdT]

[*6] - Si veda: Peer Heinelt: "Unmittelbarer Zwang - Gewalt im Polizeidienst - da lässt der Gesetzgeber seinen Schergen reichlich Spielraum" [Coercizione immediata - violenza nella polizia - il legislatore lascia molto spazio di manovra ai suoi scagnozzi], Konkret 10/2020.

[*7] - Il "Liebig 43", uno squat trentennale e simbolo della sinistra radicale di Berlino, è stato sloggiato il 9/10/2020 da una mobilitazione sovradimensionata delle forze dell'ordine. [NdT]

[*8] - Si veda: Tomasz Konicz, "Terrortruppe Antifa?" Telepolis, 2/6/2020.

[*9] - La teoria dell'estremismo, o «teoria del ferro di cavallo», rappresenta una divulgazione della teoria del totalitarismo (di Hannah Arendt, tra gli altri). Viene sostenuta in particolare dai politologi Eckhard Jesse e Uwe Backes. Questa teoria presuppone che le posizioni estremiste, come il razzismo, si trovino principalmente ai "margini" dello spettro politico. «Teoria del ferro di cavallo» significa che le frange estremiste della società, cioè l'estrema sinistra e l'estrema destra, sono (quasi) simili nelle loro posizioni, poiché entrambe rifiutano la «democrazia liberale». Questa "teoria" è probabilmente la dottrina dello stato federale tedesco (dato che il servizio di intelligence interno tedesco, cioè il Verfassungsschutz, la utilizza). Porta a un'equazione tra destra e sinistra, cioè a una banalizzazione del fascismo. Il razzismo e l'antisemitismo rimangono incompresi, perché sono fenomeni della società nel suo insieme e non possono essere localizzati solo in certe "frange". In pratica, la teoria dell'estremismo porta alla criminalizzazione o alla crescente impossibilità di un impegno organizzato della sinistra contro il fascismo o contro le posizioni dell'estrema destra in generale. In particolare, l'agitazione dell'AfD contro «l'estremismo di sinistra» rappresenta un pericolo crescente per il lavoro antifascista. [NdA per i traduttori].

[*10] - Si veda l'antologia: Eva Berendsen; Katharina Rhein; Tom David Uhlig (eds.): Extremum unbrauchbar - Über Gleichsetzungen von links und rechts [L'elemento extremum è inutilizzabile - Sull'assimilazione di sinistra e destra], Berlino 2019.

[*11] - Il "Servizio di controspionaggio militare", in tedesco Amt für den Militärischen Abschirmdienst o MAD, è uno dei tre servizi segreti della Germania, responsabile dell'intelligence e del controspionaggio militare. Fa parte della Bundeswehr e ha sede a Colonia con quattordici uffici regionali in varie città della Germania (Fonte: https://fr.wikipedia.org/wiki/Amt_f%C3%BCr_den_Milit%C3%A4rischen_Abschirmdiens ).

[*12] - Vedi: Peter Nowak, "Terrorabwehrzentrum gegen satirisch verfremdete Plakate" [Centro antiterrorismo contro il sequestro di manifesti satirici], Telepolis del 26/2/2020. Vedi anche: Leander F. Badura, "Wir zuerst. SPD. " ["Siamo i primi. SPD"], freitag.de del 12/5/2020.

[*13] - Dal 2018, gli estremisti di destra tedeschi hanno inviato minacce di morte anonime a vari destinatari, tra cui gli avvocati delle vittime degli attacchi "NSU" e altre persone che si impegnano a combattere il razzismo, l'antisemitismo o i migranti, tramite "NSU 2.0". Va notato che la maggior parte delle vittime sono donne. La firma si riferisce al gruppo terroristico di estrema destra "Nationalsozialistischer Untergrund" (NSU), che ha ucciso almeno dieci persone tra il 2000 e il 2007, nove delle quali per motivi razzisti. Queste lettere minatorie contengono informazioni personali che non sono disponibili al pubblico. In diverse occasioni, queste date sono state cercate in computer appartenenti alla polizia di Hesse, Berlino e Amburgo. Una rete di estrema destra all'interno della polizia è sospettata di essere l'autore o almeno un complice.

[*14] - "Hannibal" è il soprannome di un sottufficiale della Bundeswehr che apparteneva al Comando delle forze speciali (KSK) di Calw ed era a capo di una rete di survivalisti di destra sospettati di preparare una rivolta armata e l'uccisione in massa di nemici politici e migranti per un "X-day". La rete consisteva nel gruppo Nordkreuz e le sue propaggini, riservisti, agenti di polizia giudiziaria, membri delle forze speciali (SEK), giudici, impiegati dell'Ufficio per la protezione della Costituzione (Verfassungsschutz) e altre agenzie di sicurezza tedesche. [NdT]

[*15] - La rete "Nordkreuz" [Croce del Nord] era una componente di "Hannibal" (vedi nota precedente) nella regione di Mecklenburg. Si sospetta che ancora oggi continui le sue attività. [NdT]

[*16] - Si veda, per esempio: Martin Kaul; Christina Schmidt; Daniel Schulz: "Hannibals Schattenarmee" [L'esercito ombra di Annibale], taz.de del 16/11/2018, così come: "Rechte Netzwerke und die "Affäre Caffier"" [Reti di destra e l'"affare Caffier"], Jung und Naiv numero 489, oppure: youtube.com del 27/11/2020.

[*17] - I «Corona-Demos» sono manifestazioni in Germania, con centinaia di persone, contro le misure anti-Covid. In queste file, i rappresentanti dell'estrema destra e i cospirazionisti sono fortemente presenti.

[*18] - Si veda: Tomasz Konicz, "Braunstaat BRD? "[la RFT, uno stato bruno?], Telepolis del 29/10/2020. Si veda anche: Anett Selle, "Polizeigewalt bei Demo in Ingelheim - Blut und Panik im Tunnel" [violenza della polizia alla manifestazione di Ingelheim - sangue e panico nel tunnel], taz.de del 18/8/2020. Questa manifestazione a Ingelheim, nella Renania-Palatinato, contro un raduno del partito "Die Rechte", noto per le sue dichiarazioni di negazione dell'Olocausto, è stata violentemente repressa dalla polizia, causando un gran numero di feriti. Subito dopo il loro arrivo alla stazione ferroviaria di Ingelheim, un centinaio di contro-dimostranti sono stati ammassati dalla polizia in uno stretto tunnel. I video mostrano l'uso di manganelli e spray al peperoncino in entrambe le uscite. La gente urla e soffoca. La polizia urla e colpisce il soffitto basso con i suoi manganelli. NdT]

[*19] - Si veda: Herbert Böttcher, "Moria - Eine vorhersehbare Katastrophe, 2020", così come, dello stesso: "Wir schaffen das! - Mit Ausgrenzungsimperialismus und Ausnahmezustand gegen Flüchtlinge" ["Ce la faremo! - Con l'imperialismo escludente e lo stato di emergenza contro i rifugiati], 2016, su exit-online.org.

[*20] - La seguente antologia offre una panoramica da una prospettiva marxista: Sascha Stanišic; René Arnsburg (eds.): Pandemische Zeiten - Corona, Kapitalismus, Krise und was wir dagegen tun können [Tempi pandemici - Corona, capitalismo, crisi e cosa possiamo fare contro], Manifest Verlag, Berlino, 2020.

[*21] - In Germania, le manifestazioni contro le misure anti-Covidi  dapprima si svolsero sotto il nome di «Hygiene-Demos», soprattutto a Berlino, e furono poi riprese dal movimento «Querdenker» [pensatori scorretti] di Stoccarda. Sebbene questi eventi sono frequentati da un pubblico ampio e diversificato, sono stati dominati da movimenti di estrema destra e cospiratori. Nel seguito, abbiamo scelto di mantenere il nome tedesco di «Querdenker». [NdT]

[*22] - Su questo argomento si veda: Elisa Nowak, "Ultrarechte Machtprobe", freitag.de del 30/8/2020, così come Gerhard Hanloser: "Ressentiment und Souveränismus", Telepolis del 1/9/2020. In cui si nota ripetutamente che, soprattutto durante le manifestazioni dopo il secondo lockdown, non sono stati "solo" i teorici della cospirazione o i nazisti a muoversi, ma anche coloro che sono economicamente rovinati dalle misure anti-Covid. Si deve obiettare, tuttavia, che non sono esattamente diversi da queste correnti di destra e non stanno cercando di creare qualcosa di proprio. Sono quindi più compatibili con «interpretazioni della crisi» reazionarie, piuttosto che con una critica emancipatrice. Vedi anche: Kommunalinfo Mannheim: "Vom Querdenken zur Querfront" [Da Querdenken al fronte trasversale], youtube.com del 2/12/2020. Il termine «fronte trasversale» descrive quello che in Francia è chiamato il movimento «rosso-bruno". Si riferisce alle politiche di alleanza nella Repubblica di Weimar e agli sforzi dei nazionalsocialisti per conquistare parti del movimento operaio socialista e comunista.

[*23] - Eberhardt Alexander Gauland è uno dei due leader del gruppo AfD nel Bundestag. Un politico populista molto apprezzato dalla frangia più radicale del partito di estrema destra; si è distinto per le sue uscite razziste e anti-migranti e per la sua glorificazione dei soldati tedeschi «durante le due guerre mondiali». [NdT]

[*24] - Die Zeit (Time in tedesco) è un settimanale tedesco di «sinistra-liberale».

[25] - Vedi: Kurt Lenk, Rechts wo die Mitte ist - Rechtsextremismus, Nationalsozialismus, Konservatismus [A destra dove sta il centro - estremismo di destra, nazionalsocialismo, conservatorismo], Nomos, Baden-Baden 1994.

[*26] - Vedi: Robert Kurz Il crollo della modernizzazione, Albi, Crise & Critique, 2021

[*27] - Vedi per esempio: Claus Peter Ortlieb, "Absturz einer Debatte - Zu Andreas Exners Versuch einer Auseinandersetzung mit der Krisentheorie", 2008, su exit-online.org . Vedi anche: Robert Kurz, "Krise und Kritik I/II" [Crisi e critica 1 e 2] in exit! - Krise und Kritik der Warengesellschaft numeri 10/11, Berlino 2012/13.

[*28] - Pubblicato dall'Initiative Sozialistisches Forum, Friburgo 2000 [L'ISF è uno dei gruppi leader del movimento anti-tedesco, con sede a Friburgo. NdT]

[*29] - Markus Krall è un economista, consulente di gestione e saggista tedesco. È vicino alla scuola austriaca di economia (scuola di pensiero eterodossa, basata sull'individualismo metodologico) ed è considerato un "profeta d'urto" con richieste politiche stravaganti, ad esempio la limitazione o l'abolizione del suffragio universale (privazione del diritto di voto per i beneficiari del welfare) e l'istituzione di una monarchia elettiva come parte di una "controrivoluzione". È spesso invitato a dibattiti di estrema destra e cospiratori. (Ed.)

[*30] - Su Krall: Thomas Meyer, "Kleinbürgerliche Hirne in der Krise - Die "Zombiefizierung" des Geistes und der Niedergang des Kapitalismus," 2020, su exit-online.org, così come i contributi di Andreas Kemper: andreaskemper.org.

[*31] - Un'associazione di membri della CDU/CSU con posizioni molto di destra aperta alla discussione con l'AFD. [NdA]

[*32] - Un raggruppamento nazionalista situato tra l'ala destra della CDU/CSU e la frazione "moderata" dell'AFD. [NdA]

33] - Giornalista, Youtuber e popolare teorico della cospirazione in Germania. I suoi argomenti preferiti includono la "cospirazione" dell'11 settembre e le accuse contro Bill e Melinda Gates nella crisi di Covid.

[*34] - Si veda: Max Otte, Weltsystemcrash - Krisen, Unruhen und die Geburt einer neuen Weltordnung [Il crollo del sistema mondiale - crisi, disordini e la nascita di un nuovo ordine mondiale], Finanzbuch Verlag, Monaco 7a ed. 2020, prima 2019, p. 484. Per esempio, taz.de del 14/2/2020 cita Otte: «Su una base puramente personale, tuttavia, sono dell'opinione che la CDU dovrebbe esplorare la possibilità di coalizioni con l'AfD a tutti i livelli (!). »

[*35] - Thorsten Schulte, che usa lo pseudonimo Silberjunge [ragazzo d'argento], è un ex banchiere d'investimento tedesco, consulente di gestione e autore di bestseller. Nelle sue pubblicazioni politiche, sposa teorie di cospirazione di estrema destra e si impegna nel revisionismo storico. È legato al populismo della nuova destra e simpatizzante dell'AfD. Ha partecipato attivamente - anche come oratore - alle proteste contro le misure anti-Corona nel 2020. [NdT]

[*36] - Il decisionismo è una dottrina politica, etica e giuridica che afferma che i precetti morali o politici sono prodotti di decisioni prese da organi politici o legali. Questa teoria è stata sostenuta da Carl Schmitt, un filosofo e giurista nazista. Vedere: Roswitha Scholz, "Die Rückkehr des Jorge - Anmerkungen zur "Christianisierung" des postmodernen Zeitgeistes und dessen dezisionistisch-autoritärer Wende", exit! - Krise und Kritik der Warengesellschaft, numero 3, Bad Honnef 2006, pp. 157-175.

[*37] - Sulla "presa di potere" populista della religione, vedi : Concilium - Internationale Zeitschrift für Theologie: Populismus und Religion [Concilium - Rivista internazionale di teologia: populismo e religione], numero 2/2019, Ostfildern 2019.

[*38] - Così lo storico Rudolf Jaworski in: "Verschwörungstheorien aus psychologischer und aus historischer Sicht" [Teorie del complotto da una prospettiva psicologica e storica], in: Ute Caumanns; Mathias Niendorf : "Verschwörungstheorien - Anthropologische Konstanten - historische Varianten" [Teorie del complotto - Costanti antropologiche - Varianti storiche], pubblicazioni dell'Istituto Storico Tedesco Varsavia, Osnabrück 2001, p. 19.

[*39] - Si veda: Thorsten Fuchshuber, Antisemitismus in der Pandemie: Alter Wahn, neues Gewand [L'antisemitismo nella pandemia: vecchia delusione, nuovo abito], jungle.world del 23.7.2020. Sui "Corona-Demos" [manifestazioni contro le misure anti-Covid] in Germania, vedi anche: https://report-antisemitism.de/documents/2020-09-08_Rias-bund_Antisemitismus_im_Kontext_von_covid-19.pdf così come: "Momentmal: Vom "Querdenken" zur Querfront - Coronaproteste als Podium für Antisemitismus" [Dal "pensiero incrociato" [Querdenken] al fronte incrociato - Manifestazioni anti-Covid, un podio per l'antisemitismo], youtube.com del 29.11.2020.

[*40] - Christoph R. Hörstel è un giornalista e attivista politico tedesco. Tra le altre cose, Hörstel sostiene opinioni cospiratorie riguardanti l'11 settembre, la guerra in Afghanistan, il conflitto in Medio Oriente, il diritto all'esistenza di Israele e le scie chimiche, tra gli altri. [NdT]

[*41] - Sul "giorno di Al-Quds", vedi Wahied Wahdat-Hagh: Der islamistische Totalitarismus - Über Antisemitismus, Anti-Bahaismus, Christenverfolgung und geschlechtsspezifische Apartheid in der "islamischen Republik Iran, antibahaismo, persecuzione dei cristiani e apartheid di genere nella "Repubblica Islamica dell'Iran"], Peter Lang GmbH, Internationaler Verlag der Wissenschaften,Frankfurt 2012, pp. 151 ss [La manifestazione di Berlino Al-Quds è una manifestazione antisionista organizzata da Hezbollah, tra gli altri, nella Giornata Mondiale Al-Quds (Gerusalemme in arabo). È stato istituito nel 1979 dall'Ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica Islamica dell'Iran, e si tiene l'ultimo venerdì del mese di Ramadan. NdT]

[*42] - Jaworski 2001, op. cit. p. 27

[*43] - Ernst Wolff è un autore e giornalista tedesco. Il suo obiettivo principale è la critica del sistema finanziario e monetario globale, compreso il ruolo del FMI, della Banca Mondiale, della Federal Reserve, del sistema di Bretton Woods e della moneta fiat. È abile nelle teorie del complotto e sostiene tesi strutturalmente antisemite. [NdT]

[*44] - Ivo Sasek è un predicatore laico svizzero, autore di scritti religiosi e leader della "Generazione Organica di Cristo" (OGC) che ha fondato nel 1999. Questa organizzazione, classificata come una setta, ha tra 2000 e 3000 membri di lingua tedesca. Nel 2008, Sasek ha fondato la "Coalizione anti-censura" (AZK), un forum dedicato all'esoterismo di destra, alle teorie del complotto, all'antisemitismo, alla xenofobia e al revisionismo storico, compresa la negazione dell'Olocausto. Queste organizzazioni e i loro numerosi media sono gestiti dal Panorama Center di Sasek a Walzenhausen, in Svizzera.

[*45] - Ernst Wolff di Wall Street Special: "Corona-Pandemie - Endziel digitaler Finanzfaschismus" [Corona Pandemic - Final Destination of Digital Financial Fascismus], youtube.com del 7/9/2020, a partire da circa 10 min.

[*46] – Si veda per esempio "Plan B" di Andreas Popp e Rico Albrecht: https://www.wissensmanufaktur.net/plan-b/ .

[*47] - Vedi Martin Wassermann: "Agenten, Eliten und Paranoia - Das Verschwörungsdenken in der deutschen Linken" [Agenti, Elites e Paranoia - Il pensiero cospiratorio nella sinistra tedesca], Berlino 2012, https://associazione.files.wordpress.com/2020/02/maulwurfsarbeit_ii.pdf .

[*48] - Il "Partito Marxista-Leninista di Germania" (MLPD) è un piccolo partito maoista-stalinista tedesco. È stata fondata il 20 luglio 1982 e si è sviluppata dalla "Lega dei lavoratori comunisti di Germania" (KABD), che è esistita dal 1972 al 1982. [NdT]

[*49] - Vedi il capitolo "Die Krise als subjektives Willensverhältnis" in: Robert Kurz: "Krise und Kritik II", exit! - Krise und Kritik der Warengesellschaft numero 11, Berlino 2013, p.98 e seguenti.

[*50] - Robert Kurz: Das Weltkapital - Globalisierung und innere Schranken des modernen warenproduzierenden Systems [Il capitale mondiale - La globalizzazione e il confine interno del moderno sistema di produzione delle merci], Berlino 2005, p. 367.

[*51] - Jaworski 2001, op. cit. p. 22.

[*52] - Questo testo apparirà in francese con il titolo : Le Brésil dans la crise du capital au XXIème siècle, Crise & Critique, Albi, 2021.

[*53] -Precedentemente pubblicati: ""Gemeinwohlökonomie" di Dominic Kloos" ["The Economy of the Common Good" di Dominic Kloos] (2018) e ""Bedingungsloses Grundeinkommen" di Günther Salz" [Il "Reddito di base incondizionato" di Günther Salz] (2019). Entrambi i testi sono disponibili anche su exit-online.org.

[*54] - Cinzia Arruzza, Tithi Bhattcharya, Nancy Fraser, Femminismo per il 99% - un manifesto, La découverte, Parigi, 2019.

[*55] - Pubblicato per la prima volta in: Edition Krisis (ed.): Rosemaries Babies - Die Demokratie und ihre Rechtsradikalen [I bambini di Rosemary - La democrazia e i suoi radicali di destra], Unkel Rhein/Bad Honnef, 1993.

[*56] -  Robert Kurz: A Democracia devora seus Filhos, Consequência, Rio de Janeiro, 2020

[*57] - Vedi anche: Roswitha Scholz, "Die Demokratie frisst immer noch ihre Kinder" - heute erst recht! "["La democrazia divora ancora i suoi figli" - soprattutto oggi], uscita! - Krise und Kritik der Warengesellschaft, numero 16, Springe, 2019, pp. 30-60.

[*58] - Anselm Jappe: Guy Debord, La Découverte, Parigi, 2020.

[*59] Crisi e critica, Albi, 2020.

[*60] (ivi) Pubblicato per la prima volta nel 2012 in exit! - Krise und Kritik der Warengesellschaft, numero 9.

[*61] (ibidem)

[*62] L'Échappée, Parigi 2020

[*63] Schmetterling-Verlag, Vienna/Berlino 2020