lunedì 12 ottobre 2026

AUTOPOIESI DELLA “PALESTINA”

Metacritica della Palestina: sull'economia politica di una parola-simbolo
- di Hussein Aboubakr Mansour -

   Non mancano certo testi sulla Palestina. Questo piccolo e provinciale conflitto, ha dato origine a una molteplicità di commenti, oltre a teorie, denunce, suppliche e contro-appelli, assai più di quanto, nei tempi moderni, abbia fatto qualsiasi altra comparabile questione politica, e per quanto il volume di tali commenti sia rimasto inversamente proporzionale al suo valore analitico. Il motivo di questa mancanza di valore risiede nel fatto che ciò che è stato scritto, salvo rare eccezioni, proviene dall'interno stesso della struttura che la scrittura pretende di descrivere; ragion per cui la scrittura serve la struttura anziché illuminarla. Il liberale che scrive sui diritti umani, il sinistrorso che scrive sul colonialismo di insediamento, il realista che scrive sulla sicurezza regionale, il conservatore che scrive sullo scontro delle civiltà, l'islamista che scrive dei Crociati, il nazionalista arabo che scrive sul tradimento occidentale e l'europeo post-cristiano che scrive sull'insopportabile ironia del potere ebraico non sono,malgrado la loro reciproca ostilità, impegnati in progetti incompatibili. Sono impegnati nel medesimo progetto, quello di trasformare la vittimita [*1 Il termine «victimité» traduce in questo contesto il concetto di “victimhood” che, a differenza di “victimisation”, indica uno stato e uno status [N.d.R.].], prodottasi in un determinato contesto, in una particolare forma di capitale simbolico, utilizzabile su un mercato ideologico altrettanto particolare. Discutono sui termini di questo processo di trasformazione. Non discutono sulla trasformazione in sé, dato che è proprio di essa di cui tutti loro vivono. Questo saggio rappresenta un tentativo di distaccarsi da tale conversione quanto basta per descrivere il sistema che la rende possibile. Il tentativo è necessariamente imperfetto, poiché nessuno può rimanere del tutto al di fuori del sistema, e l’autore che rivendica un simile punto di vista mente o si illude sulla propria posizione. Ciò che è possibile, è ottenere un successo più modesto: vedere il sistema palestinese come una struttura, e non come uno scontro all'interno del quale si sia già scelta la propria parte. Questo richiede al lettore di sospendere, almeno per tutta la durata del saggio, la questione circa quale parte abbia ragione, e di considerare invece la questione di quale tipo di accordo produca il fondamento stesso su cui si pone la questione del diritto. Il lettore riconoscerà, spero, che questa sospensione non è un rifiuto del giudizio morale, ma la sua condizione di possibilità. Non si può giudicare ciò che non si è prima compreso; eppure la parola-simbolo Palestina è stata, per almeno tre generazioni, una questione su cui tutti hanno avuto opinioni, e quasi nessuno ha voluto capire. Quella che qui descriverò è la Palestina non come luogo, nazione, idea o causa, ma come uno dei più vasti sistemi di sfruttamento politico ed economico esistenti al mondo. Il termine “sistema” è ormai logoro, e io lo uso con una certa riluttanza, ma nessun’altra parola del vocabolario a mia disposizione riesce a cogliere ciò che intendo dire. Non la intendo come una cospirazione, perché in realtà non c'è nessuno che cospira. Non intendo una struttura nel senso marxista, perché non esiste una base da cui deriverebbero delle infrastrutture, e non c'è priorità o punto di origine. Non intendo un'istituzione, perché l'organizzazione attraversa tutti i confini istituzionali che la vita politica moderna riconosce. Intendo descrivere un sistema autopoietico: decentralizzato, auto-generatore e chiuso [*2 Il termine “autopoietico” (dal greco *auto*, “se stesso”, e *poïesis*, “produzione”) indica un sistema in grado di generarsi e mantenersi autonomamente attraverso le proprie operazioni. Coniato inizialmente in biologia per definire la cellula vivente, questo concetto è stato poi applicato alle scienze sociali. [N.d.R.]] . SI tratta di un motivo autoreplicante di estrazione che opera simultaneamente in diversi domini indipendenti (spirituale, ideologico, istituzionale, geopolitico, economico e locale), ciascuno funzionante secondo la propria logica e struttura di incentivi, nessuno riducibile agli altri, e tutti convergono per produrre un aggregato stabile che nessun partecipante ha progettato e nessun partecipante può sciogliere. Detto in terni semplici, il sistema-Palestina è un sistema di convertibilità simbolica: una macchina che trasforma la sofferenza palestinese, la presenza ebraica, l'umiliazione araba, la colpa occidentale, l'escatologia islamista, l'anti-imperialismo di sinistra, l'umanitarismo liberale, il carrierismo delle ONG, la strategia del regime e l'autogiustificazione personale in forme di valore reciprocamente rafforzanti. Nessun altro conflitto offre un'universalità così talmente "chiavi in mano". Il motivo che compone questo sistema, e che è condensato nel marchio del termine-simbolo palestinese, non ha un centro. Non ha un punto di origine. Non ha un nodo centrale, la cui rimozione causerebbe il collasso dell'intero sistema. Non ha una classe di beneficiari che possa essere privata dei suoi benefici per poter ristabilire la giustizia, e non ha una classe di vittime che possano essere liberate per porre fine al sistema; dal momento che in questo sistema ogni partecipante è al tempo stesso vittima e beneficiario, prigioniero e sfruttatore, sofferente e approfittatore. Questa fusione è proprio la condizione della partecipazione. Ora, il sistema-Palestina si organizza attorno alla parola-simbolo Palestina. Con la parola-simbolo Palestina non intendo né la Palestina come territorio, né la Palestina come popolo, né la Palestina come causa politica, bensì l'oggetto verbale carico di significato attraverso il quale queste realtà vengono convertite in una struttura di senso trasferibile. Essa organizza la percezione, attribuisce la colpa, distribuisce la legittimità morale e converte la sofferenza in valore simbolico. Questa dimensione, che esamineremo alla fine del saggio, è la condizione che rende possibile il sistema estrattivo. Prima di andare oltre, devo dire chi sono io, e perché sto scrivendo questo. Sono egiziano. Sono stato cresciuto, come ogni membro della mia generazione nel mio paese, a comprendere la liberazione della Palestina come la questione politica e morale centrale della mia esistenza, come il prisma attraverso cui tutte le altre questioni sul mondo dovevano essere focalizzate, e come il quadro entro cui la mia dignità, come persona e come membro della mia civiltà, doveva essere misurato. Ho trascorso l'infanzia e l'adolescenza nella trappola cognitiva che questo saggio cerca di descrivere, e ho trascorso la mia età adulta, attraverso un processo, né facile né completo, per uscirne. L'ascesa non terminò in una terra promessa. È finita con la possibilità di vedere cosa avevo visto dentro. Una ricompensa misera per molto lavoro, e che non porta alcun sollievo di fronte all'osservazione che centinaia di milioni di persone restano nella trappola in cui li ho lasciati, per cui non possono essere tirate fuori da essa con l'argomentazione, poiché la struttura non è un argomento; e che non posso tornarci poiché il ritorno richiederebbe un processo di disapprendimento che nessuno, una volta che ha appreso, è in grado di compiere. Questo saggio non è un memoir; le memorie contemporanee sono un vicolo cieco morale, fatto di solipsismo e narcisismo, un infinito autocommento nella tradizione del Satana di Milton, e io vivo con il rimpianto di averne scritto uno. Non dirò molto di più sul mio caso, ma il lettore deve capire che ciò che segue non è opera di un osservatore esterno che teorizza sulle patologie degli altri. È il lavoro di qualcuno che descrive, da una posizione di uscita parziale e dolorosa, un sistema di cui un tempo avrebbe dovuto essere un pezzo riproduttivo. Procederò piuttosto lentamente, poiché l’idea è poco familiare e il lettore potrà opporre resistenza in diversi punti in cui desidero che lo faccia, affinché, dopo aver opposto resistenza, possa accettare ciò che non avrebbe potuto accettare senza opporre resistenza. Non gli offrirò una via d’accesso che lo lusinghi. Non pretenderò che il sistema che descrivo sia opera di una parte specifica che il lettore potrebbe comodamente disapprovare. Il sistema funziona grazie all’egoismo di ogni parte, comprese quelle a cui il lettore è favorevole, compreso il lettore stesso e compreso me. Chiunque esca da questo saggio con la propria comprensione di sé e del mondo intatta non l’ha letto. Chiunque lo finisca credendo che la diagnosi si applichi ai propri nemici e scagioni i propri amici l’ha letto come un contributo allo stesso sistema che il saggio descrive, e ha così illustrato la tesi centrale di quanto segue.

La Moneta
   Prima di descrivere il sistema, è necessario descrivere la valuta che vi è presente, se vogliamo capire perché il sistema ha la forma che ha. La moneta del sistema palestinese, è la sofferenza dei palestinesi indicizzata secondo e a partire dalla presenza degli ebrei. Questa formula è scomoda, e la perfezionerò man mano che procedo. La valuta non è la sofferenza palestinese in senso stretto, visto che c'è stata anche molta sofferenza palestinese per mano di altri arabi, o di altri palestinesi, Hamas, ecc., che non ha generato mercato, vale a dire, nessun movimento, nessun capitale simbolico, nessuna industria estrattiva. Né la valuta è la presenza ebraica in quanto tale, visto che le popolazioni ebraiche esistono in molti luoghi senza con questo generare il complesso politico-economico-simbolico che circonda Israele. Il denaro costituisce la congiunzione: la sofferenza di un popolo in un luogo laddove l'altro popolo è presente, politicamente e territorialmente. Questa congiunzione, da sé sola, produce la sostanza simbolica che l'intero sistema sfrutta. Ciò che rende questa valuta unica - tra tutte le valute simboliche della vita politica moderna -  è la sua convertibilità. La maggior parte dei simboli politici è leggibile solo all'interno di uno o di due quadri ideologici, e richiede una traduzione, spesso imperfetta, per funzionare sugli altri. Il simbolo della Palestina, invece non richiede alcuna traduzione. Opera nativamente in tutti i mercati ideologici moderni contemporaneamente, e produce, in ciascuno di essi, un prodotto diverso ma ugualmente utilizzabile. Il marxista osserva il sito, e vede il colonialismo nella sua forma più pura: una popolazione di coloni europei che espropriano una popolazione indigena, un perfetto caso di studio di espansione capitalistica e di gerarchia razziale. L'islamista osserva il sito e vi vede la resurrezione delle Crociate, un rinnovato assalto cristiano europeo al cuore della civiltà musulmana, ora mascherato da un linguaggio laico, ma guidato dalla stessa ostilità eterna verso l'Islam. Il liberale guarda al sito e lo vede come una violazione dei diritti umani, come una parte forte che si impone su una parte debole, e come un dovere di intervenire del quale viene incaricato dalla comunità internazionale. Il nazionalista arabo guarda il sito e vi vede la ferita che l'imperialismo occidentale ha inflitto al corpo politico arabo per impedirne l'unificazione; il simbolo in fermento di una civiltà cui l'Occidente si rifiuta di dare l'opportunità di ricostituire. L'europeo post-cristiano osserva il sito e vede, con un miscuglio oscuro di sollievo e di piacere - che non riesce ad ammettere a sé stesso - la possibilità di sfuggire all'Olocausto, scoprendo che le vittime dell'antisemitismo europeo sono diventate, a loro volta, i responsabili di un crimine comparabile, liberando così l'Europa dal peso morale unico che i campi le avevano imposto. Il conservatore americano guarda al sito e lo vede come uno Stato di prima linea dell'Occidente, a difesa della civiltà dalla barbarie. Il progressista americano guarda allo stesso sito e lo vede come uno Stato in prima linea dell'Impero, che difende il privilegio contro la giustizia. Ognuna di queste letture è coerente di per sé. Ognuno è incompatibile con gli altri. Ognuno produce la propria letteratura, le proprie istituzioni, le proprie carriere, la propria economia morale e la propria azione politica. E ognuno opera senza disturbare gli altri, perché il simbolo non è un singolo oggetto a proposito del quale le letture competerebbero per descriverlo correttamente. Il simbolo è un sito generatore che produce una merce simbolica distinta per ogni mercato, simultaneamente e indefinitamente. Ciò che è  essenziale capire, è che queste interpretazioni contrastanti della Palestina (postcoloniale, marxiste, islamiste, persino quella dello scontro delle civiltà) non sono, nella struttura che descrivo, spiegazioni contrastanti del conflitto. Sono sottosistemi funzionali della struttura aggregata stessa. Ogni lettura stabilizza il sistema occupando il proprio dominio, generando la propria economia estrattiva e coinvolgendo i propri partecipanti nello stesso motivo generale di estrazione, senza che nessuno di loro debba coordinarsi con gli altri. Un sistema che dipendesse da una sola lettura sarebbe vulnerabile al discredito di tale lettura. Un sistema che funzioni su tutte contemporaneamente invece è invulnerabile, poiché il discredito di una lascia tutte le altre intatte e operative. Le ragioni storiche di quest'intercambiabilità sono complesse, e per descriverle in modo esaustivo occorrerebbero diversi saggi; il lettore troverà su TAM [
https://critiqueanddigest.substack.com/ ] un trattamento dettagliato di vari aspetti di ciò che segue. Ciò che si può affermare in questa sede è che la specificità del sito “Palestina” risiede nel modo in cui le questioni irrisolte della condizione post-cristiana siano confluite in esso in modo unico, raggiungendo la massima densità. La condizione post-cristiana è la condizione universale del mondo moderno. Il mondo islamico classico non esiste più. Ciò che occupa il suo territorio è un mondo post-islamico, cioè una variante regionale della stessa condizione post-cristiana che ha sopraffatto ogni società moderna. Il vocabolario islamico rimane, ma l'idioma locale in cui si esprime rappresenta una ferita universale. Il terzomondista chiama questa ferita imperialismo, l'islamista la chiama bancarotta civilizzazionale, il filosofo europeo la chiama nichilismo, l'intellettuale sradicato la chiama alienazione: tutti esprimono la medesima ferita nei diversi vocabolari. I vocabolari, a loro volta, portano con sé conseguenze politiche e autonomia ideologica, ma la condizione sottostante è la stessa condizione, generata dal crollo della visione teologica del mondo che un tempo organizzava il senso della vita per le persone che l'avevano ereditata. L’impegno moderno nei confronti degli ebrei, ovunque esso si manifesti, non è pertanto il proseguimento di un qualche impegno premoderno.Le concezioni tradizionali, sia cristiane che islamiche, che un tempo determinavano il ruolo degli ebrei, hanno lasciato qualche traccia di qualcosa che ormai non esiste più. Al suo posto esiste una patologia post-cristiana unica, espressa in molteplici vocabolari locali, dove l'ebreo è diventato il sito simbolico universale attraverso cui si manifesta la ferita moderna universale. L’ebreo è la figura alla quale i significati ormai svaniti avevano assegnato quel ruolo che racchiudeva in sé tutte le loro domande irrisolte sul destino eletto, l’alleanza, la storia e il senso del mondo.Ma quando i significati sono collassati, le domande non sono scomparse. Sono migrate verso le formazioni surrogate del nazionalismo, dell'ideologia e del rancore, e continuano a operare lì, recando in sé gli stessi materiali, ma nei linguaggi della politica laica. È questa la ragione più profonda della convertibilità della moneta che circola nel sistema palestinese. I testi, nella loro stessa composizione, racchiudono le questioni irrisolte di una civiltà diventata la civiltà del mondo, che ora mette in scena le proprie questioni irrisolte in linguaggi locali, ma sempre nello stesso luogo e contro lo stesso popolo di un tempo. Non sto presentando questa tesi come se fosse una tesi causale sul sistema nel suo insieme. Il sistema funziona sulla base dell'interesse, non della teologia. Ma i materiali che scambia sono di origine teologica, ed è per questo che il commercio è così ricco, così generativo e così impossibile da esaurire. Nessun altro sito simbolico della vita politica moderna possiede materiali di densità comparabile, ed è per questo che nessun altro sito ha generato un sistema di efficienza estrattiva comparabile.

L'infortunio
   La convertibilità del denaro spiega perché il sistema può operare contemporaneamente in tutti i mercati ideologici, ma non spiega perché la domanda di quel denaro sia così vasta, così costante e così resistente alla soddisfazione. Per comprendere la domanda, è necessario comprendere la condizione spirituale delle popolazioni che la generano. La modernità post-cristiana - vista come un evento spirituale piuttosto che economico o politico - è la condizione in cui si trova la vita dopo il collasso di quei quadri teologici che un tempo rendevano la sofferenza umana significativa, la comunità umana comprensibile e l'esistenza umana sopportabile all'interno di un ordine più ampio. Il crollo non ha abolito la necessità di significato; ma ha abolito le strutture che vi corrispondevano. Ciò che è rimasto, in ogni popolazione che la modernità ha raggiunto, è una ferita: l'esperienza della perdita, della mancanza, l'esperienza di una lesione la cui origine non poteva essere identificata chiaramente, dal momento che i dirigenti che l'avrebbero riconosciuta si erano persi essi stessi. La ferita genera una richiesta di spiegazione, redenzione, identificazione di un colpevole la cui punizione o sconfitta restituirebbe ciò che è stato tolto. La richiesta è di origine spirituale, ma non si presenta come spirituale. Si presenta come un risentimento politico, come una coscienza storica, come una critica civilizzazionale, come un'aspirazione rivoluzionaria, come rabbia postcoloniale, come una letteratura di alienazione e come le cento formule secolari dell'interminabile auto-commento nel quale il mondo ha imparato a parlare della propria condizione, senza però riconoscere cosa sia davvero questa condizione. Il simbolo della Palestina risponde a questa richiesta con un'efficacia che nessun altro simbolo della vita politica moderna può eguagliare, perché i materiali che esso scambia - materiali di origine teologica, organizzati attorno alla figura dell'ebreo - sono proprio quelli richiesti dal racconto della ferita. La ferita rivendica un colpevole, e l'ebreo - per ragioni che la genealogia post-cristiana della modernità, esposta altrove, ha reso strutturalmente inevitabile - è il colpevole che qualsiasi vocabolario moderno può identificare senza traduzione. La ferita reclama redenzione, e la liberazione della Palestina offre un progetto redentivo abbastanza vasto da accogliere contemporaneamente tutte le aspirazioni moderne (nazionali, rivoluzionarie, civilizzazionali, umanitarie, spirituali). La ferita richiede una comunità, e la causa offre una comunità globale di offesi, aperta a chiunque voglia adottarne la narrazione. La domanda è senza fondo perché la ferita è senza fondo, e la ferita è senza fondo a causa della condizione che l'ha generata. Devo sottolineare che questa genealogia - che traccia la narrazione della ferita attraverso la sua storia filosofica e teologica, inclusa la trasmissione delle categorie idealiste tedesche e post-idealiste nella vita intellettuale del Medio Oriente moderno, una trasmissione che portò irreversibilmente al crollo dell'Islam premoderno - è un'opera che ho svolto in dettaglio altrove e che non ripeterò qui. Tuttavia, ciò che temo sempre quando discuto del ruolo della filosofia tedesca nell'emergere dell'Islam e dell'islamismo moderni è che lettori e ascoltatori non noteranno che la genealogia non viene offerta come una spiegazione causale totale o definitiva del sistema. Il sistema funziona sull'interesse, e l'interesse non ha bisogno di alcuna genealogia per funzionare. La genealogia è un'indagine archeologica di uno dei prerequisiti del sistema: i materiali spirituali che dovevano essere disponibili, le formazioni intellettuali che dovevano essere trasmesse, le categorie che dovevano essere secolarizzate e diffuse, prima che il sistema potesse assumere la forma che aveva. Il teologico e il filosofico sono solo le condizioni che hanno dato alla vittimizzazione e alla sofferenza i valori che hanno. Il sistema minerario costruito per sfruttare il potere della vittimizzazione è un'altra questione completamente diversa.  Comprendere la geologia del territorio non è la stessa cosa che spiegare perché la città è stata costruita lì. La città è stata costruita grazie all'egoismo spietato degli individui. La geologia spiega solo perché questa terra potrebbe sostenere una città di questa forma. Voglio anche chiarire che dire che il sistema è autosufficiente non significa che esso non abbia una storia. Il sistema è ora causa e fine a sé stante. Ora è autopoietica. Ora si riproduce a partire dalle proprie operazioni, senza input esterni. Ma non è sempre stato autopoietico. Prima doveva diventare uno. Ci fu un periodo, approssimativamente dalla fine del XIX secolo alla metà del XX, durante il quale i vari componenti che compongono oggi il sistema si unirono, si trovarono a vicenda e svilupparono le connessioni che avrebbero poi chiuso i loop. La narrazione post-cristiana della ferita doveva svilupparsi. I materiali teologici dovevano essere secolarizzati. Le categorie idealistiche tedesche dovevano essere trasmesse in Medio Oriente. Il discorso accademico ha dovuto diventare più professionale. Il sistema degli stati regionali dovette prendere forma dopo il crollo ottomano. La Guerra Fredda ha dovuto aver creato la competizione tra superpotenze, che ha dato ai regimi il loro asse internazionale di estrazione. Il vero conflitto materiale tra israeliani e arabi doveva prima essere avvenuto. Doveva essere istituita UNRWA. Le economie dei media hanno dovuto svilupparsi. Il pan-arabismo doveva sorgere e fallire. I movimenti islamisti dovevano organizzarsi. Ognuno di questi eventi è stato un evento storico con cause storiche, la sequenza conta, e come ho detto, il mio altro lavoro genealogico ne traccia alcune parti. Ma a un certo punto (e determinando con precisione quale di esse è una domanda analitica degna di interesse), i cerchi si chiusero. Il sistema è diventato auto-perpetuante. I contributi storici sono diventati geologia di fondo. Il sistema non ha più bisogno degli idealisti tedeschi per continuare a trasmettere le categorie, perché le categorie sono ora riprodotte dal circuito università-moschea. Il sistema non aveva più bisogno della Guerra Fredda per generare competizione tra superpotenze, perché la competizione regionale generava ora le proprie dinamiche di estrazione. Il sistema non ha più bisogno dell'evento della ferita originale del 1948 per continuare a produrre sofferenza, perché ora la macchina istituzionale produce, dalle proprie operazioni, la sofferenza di cui ha bisogno. La distinzione è quella tra genesi e operazione. Il sistema ha una genesi che può e deve essere tracciata. Ma la sua attuale attività è indipendente dalla sua genesi. Adesso, essa opera secondo la propria logica. Capire come tutto ciò è stato assemblato non dice come smontarlo, poiché il processo di assemblaggio è completato e la struttura ora si sostiene da sola. Questa, inoltre, è una caratteristica comune dei sistemi autopoietici. Un organismo vivente ha una storia evolutiva che spiega come sia arrivato ad avere la struttura che possiede, ma il suo metabolismo attuale non dipende dalla continuazione delle pressioni evolutive che lo hanno prodotto. Funziona secondo la sua chimica. Il sistema palestinese ha una genealogia storica che spiega come sia arrivato ad avere la struttura che ha, ma il suo attuale funzionamento non dipende dalla continuazione dei processi storici che lo hanno prodotto. Agisce secondo il proprio egoismo.

La trappola cognitiva
    Ciò che la parola-simbolo Palestina fa alle popolazioni che la interiorizzano non è, in primo luogo, una questione di ideologia o una credenza, anche se, in effetti,  l'ideologia dell'antisionismo è il suo unico contenuto ideologico. Ma, innanzitutto, costituisce una questione di occupazione cognitiva. Il simbolo, una volta inserito nella coscienza politica di una popolazione, occupa l'intero spazio del ragionamento politico, e rende impensabili le reali strutture della condizione politica ed economica di questa popolazione. Il meccanismo non opera sopprimendo spiegazioni alternative, ma lo fa occupando in anticipo il territorio cognitivo in cui tali spiegazioni dovrebbero svilupparsi. Le alternative, non devono essere censurate ma, semplicemente, esse vengono rese inaccessibili, poiché qualsiasi percorso cognitivo praticabile passa attraverso il simbolo; e il simbolo interrompe qualsiasi linea di indagine prima di raggiungere un'altra destinazione. Prendiamo il caso che conosco meglio, quello dell'Egitto. L'egiziano che raggiunge la coscienza politica incontra - come primo e più potente quadro disponibile per comprendere la condizione del proprio paese - il quadro della Palestina. Scopre che il suo paese è povero perché gli Stati Uniti lo sostengono solo a condizione che esso non minacci Israele: il che significa che il suo paese non sarà mai in grado di sviluppare quel tipo di potere economico e militare che gli conferirebbe una vera sovranità, per cui dovrà accettare accordi che perpetuano la sua povertà, in cambio della protezione da parte di chi comanda. Scopre che il suo paese non ha democrazia perché il regime serve quello stesso capo, ed esso verrebbe rovesciato dal proprio popolo, se fosse libero di scegliere il proprio governo; la popolazione, essendo naturalmente ostile a Israele e al regime che protegge Israele. Scopre pertanto che gli intellettuali del suo paese sono compromessi, poiché il regime controlla le università e la stampa, e che così il regime è a sua volta l'agente del capo, e che il capo è a sua volta il garante di Israele. Ogni domanda interna diventa una questione he riguarda Israele. Qualsiasi fallimento interno diventa la prova del sistema che protegge Israele. Ogni atto di corruzione, ogni istituzione in declino, ogni cittadino umiliato, ogni opportunità esclusa, ogni generazione sprecata viene resa comprensibile, automaticamente e senza sforzo consapevole, a partire da un unico quadro esplicativo: quello della Palestina e dell'antisionismo. Ciò che colpisce in tutto questo, considerato come una descrizione dell'Egitto, gli è che non è che sia del tutto falso. Alcuni di questi elementi hanno una loro base, sia nella storia che nella realtà politica. La relazione americana con l'Egitto, è stata infatti strutturata, in larga misura, a partire da delle considerazioni di sicurezza israeliane. Il regime egiziano si è effettivamente mantenuto, in parte, grazie a questa relazione. Ciò che colpisce è che un'interpretazione così totale, per il solo fatto di essere disponibile, autorevole e significativa, occupa ormai lo spazio cognitivo che qualsiasi analisi onesta dell'Egitto dovrebbe occupare, e che lo occupa talmente completamente che nessuna altra vera comprensione può più svilupparsi nelle stesse menti. L'intellettuale egiziano che cerca di riflettere sulle ragioni della stagnazione dell'agricoltura egiziana, si ritrova così riportato sempre alla questione degli aiuti americani e delle sue condizioni, che in realtà preoccupano Israele. Lo scrittore egiziano che cerca di riflettere sulle ragioni del fallimento delle università egiziane si ritrova, attraverso percorsi simili, alla questione dell'accomodamento del regime con il boss; e questo, ancora una volta, ha a che fare con Israele. L'attivista egiziano che cerca di riflettere sul perché la popolazione non si mobiliti per la riforma democratica, si ritrova anche lui riportato alla domanda del perché il regime reprima la mobilitazione; e questo avviene, ancora una volta, per Israele. Le vere cause della stagnazione agricola, del fallimento universitario e della smobilitazione politica, che includono politiche precise, disposizioni istituzionali precise, modelli precisi di clientelismo, strutture culturali ed economiche precise, non diventano invisibili, ma appaiono in qualche modo secondarie, come modo derivate, e sempre riducibili alla spiegazione più fondamentale fornita dal simbolo: Palestina/Israele. La trappola si chiude su sé stessa nel momento in cui l'azione politica che proviene dalla coscienza prigioniera produce esattamente le condizioni che questa coscienza attribuisce alla causa esterna (una situazione questa che, verosimilmente, si sta diffondendo oggi anche nelle società occidentali, considerata la crescente influenza che la parola-simbolo “Palestina” esercita su molti). L’opposizione egiziana, che affronta qualsiasi questione attraverso la Palestina, non è in grado di elaborare un programma serio di riforme interne, dal momento che qualsiasi programma richiederebbe un’attenzione costante alle condizioni specifiche dell’Egitto, mentre qualsiasi discussione su tali condizioni specifiche porta inevitabilmente a discutere di questa parola-simbolo. L'opposizione, incapace di elaborare un serio programma di riforma interna, non può, nel momento in cui si presenta una qualsiasi apertura politica, fare altro che mobilitarsi attorno al simbolo. Questo succede, ripetutamente e con crescente intensità, man mano che le condizioni peggiorano. La mobilitazione attorno al simbolo non migliora in alcun modo le condizioni, visto che il simbolo non è realmente la causa di tali condizioni; ma esso produce instabilità politica, repressione, disagio economico e l'aggravamento delle stesse disfunzioni che esso attribuisce al nemico esterno.  L’aggravarsi del malfunzionamento conferma la narrazione vittimistica. La conferma approfondisce la rappresentazione cognitiva. La rappresentazione approfondita genera una maggiore mobilitazione attorno al simbolo. Il circolo vizioso si chiude su se stesso, senza che alcun contributo esterno risulti necessario. Ho descritto l'Egitto, ma il modello è valido in generale. Esso è all'opera, con variazioni locali, in tutto il mondo arabo, e in una parte sostanziale del più ampio mondo musulmano. La classe sfruttata del sistema palestinese, pertanto non è composta più solo da palestinesi. I palestinesi sono l'anello più interno della catena, la popolazione più direttamente coinvolta nel conflitto. La classe sfruttata, ora si estende a qualsiasi popolazione la cui cognizione politica sia stata catturata dal Simbolo, e la cui capacità di un'analisi onesta delle proprie condizioni è stata pertanto in tal modo distrutta. Questa classe conta, secondo ogni stima ragionevole, centinaia di milioni di membri. I suoi membri non vedono sé stessi come sfruttati, bensì come giusti. Questo sentimento di giustizia è ciò che il loro sfruttamento genera in loro, ma è anche ciò che rende tale sfruttamento riproducibile.

Il Regime
    L'autorità politica che governa le popolazioni catturate è, allo stesso tempo, sia beneficiaria della trappola cognitiva che vittima di essa; e la gestione della propria situazione richiede a sua volta che il regime operi in più aree contemporaneamente, laddove la strategia ottimale in una, produce spesso conseguenze catastrofiche in un'altra. Sul piano interno, il regime trae benefici dalla trappola che dovrebbe essere evidente alla luce di quanto sopra. Una popolazione che spiega la propria condizione con la parola-simbolo Palestina è una popolazione che non può facilmente sviluppare quella lucidità analitica necessaria a sostenere un’azione politica interna contro il regime. La coscienza prigioniera diventa così una sorta di assicurazione cognitiva per il regime: lo protegge dalla forma più pericolosa di opposizione, quella che comprende che cosa è davvero il regime e cosa lo costituisce davvero. Pertanto, il regime ha tutto l'interesse a mantenere a una certa temperatura nella vita politica della sua popolazione, la parola-simbolo Palestina: abbastanza calda da occupare lo spazio cognitivo che altrimenti la critica interna potrebbe occupare, ma abbastanza fredda da evitare di generare quel tipo di mobilitazione rivoluzionaria che il simbolo può produrre allorché si surriscalda. La gestione di questa temperatura è uno dei compiti fondamentali di qualsiasi regime arabo, e le tecniche di tale gestione (campagne stampa orchestrate, manifestazioni messe in scena, gesti simbolici, crisi periodiche, posizioni retoriche) sono tra le pratiche più raffinate dell'arte araba di governo. Sul panorama regionale, invece, il regime rimane esposto. Quello stesso simbolo che la protegge in patria gli si potrebbe rivoltare contro da parte di Stati rivali che si contendono la leadership nel mondo arabo e musulmano, rivendicando un maggior impegno per la causa della parola-simbolo Palestina. L'Iran surclassa i regimi arabi fingendosi un vero difensore dei palestinesi, nel momento in cui gli arabi collaborano con i loro nemici americani e israeliani. Il Qatar va anche oltre, finanziando la resistenza tramite Hamas e diffondendo la causa tramite Al Jazeera, che è diventata l'istituzione mediatica più influente della regione grazie alla sua franchezza simbolica. La Turchia periodicamente surclassa tutti giocando con il patrocinio neo-ottomano dell'ummah, a volte calibrato in maniera da massimizzare l'imbarazzo dei regimi arabi. Pertanto, su questo asse, il Regime si trova  ad affrontare una minaccia costante: qualsiasi avversario può strumentalizzare quel simbolo contro il regime, metterne in dubbio l’impegno, dipingerlo come un traditore o come un collaborazionista, avvalersi di quella stessa coscienza asservita che il regime sfrutta all’interno per minarlo all’esterno. Sull'asse internazionale, il regime occupa ancora un'altra posizione. Il conflitto gli fornisce una leva nella competizione tra le superpotenze: un regime che può affermare credibilmente di gestire la causa, di mantenerla entro certi limiti, di impedirle di disturbare la stabilità regionale cui la superpotenza tiene cara, che può estrarre da tale stabilità forme di aiuto, riconoscimento e protezione che la sua effettiva performance non giustificherebbe. Lo stato militare egiziano, la monarchia giordana, i sauditi e i qatarioti hanno tutti per decenni trasformato la gestione della causa in risorse ottenute dal boss americano. Pertanto il regime è un giocatore impegnato in un gioco tridimensionale dove ogni mossa migliora la sua posizione su un asse e la degrada su un altro; dove la temperatura ottimale del simbolo differisce da un dominio all'altro e non può essere ottenuta simultaneamente dappertutto; dove le risorse estratte su un asse devono essere pagate in vulnerabilità su un altro; e dove l'uscita dal gioco è più pericolosa della continuazione del gioco stesso. Il regime non funziona come un termostato. Ne gestisce diversi contemporaneamente, su ambiti incompatibili, e la temperatura ottimale in uno può rivelarsi catastrofica nell’altro. Abbastanza caldo all’interno per mantenere il dominio cognitivo, ma troppo freddo per la rivoluzione; ma questo stesso calore rende vulnerabili, sul piano regionale, a un surriscaldamento. Abbastanza freddo a livello internazionale da mantenere il sostegno del boss occidentale; ed ecco che questo freddo fa di te un traditore all'interno. Il regime si trova a essere prigioniero in un problema di ottimizzazione multidimensionale senza che ci sia una soluzione stabile. È esso stesso è prigioniero della parola-simbolo palestinese, sebbene la sua prigionia sia allo stesso tempo redditizia. Come qualsiasi altro attore nel sistema, è simultaneamente vittima ed attore, e questa simultaneità è la condizione strutturale della sua partecipazione.

La regione
    Ciò che ho descritto per il regime preso in isolamento si applica, in un altro registro e su un'altra scala, alla competizione interstatale che struttura la politica regionale in Medio Oriente. Il marchio palestinese, è la valuta di questa competizione, e i principali stati regionali hanno costruito le loro politiche estere, alleanze, imperi mediatici e reti di proxy attorno alle loro rispettive posizioni nel mercato valutario. L'Iran ha costruito, negli ultimi quattro decenni, la strategia più ambiziosa e coerente ai fini di estrarre il simbolo, più che qualsiasi altro stato regionale abbia tentato di realizzare. La rivoluzione iraniana è emersa nel 1979, come un movimento sciita in una regione prevalentemente sunnita, senza una clientela naturale al di fuori dei suoi confini, e con tutte le ragioni per poter essere percepita dagli stati arabi come una minaccia settaria ed etnica. La costruzione dell'asse della resistenza – con il simbolo palestinese al centro simbolico e Hezbollah, Hamas, gli Houthi e le varie milizie irachene e siriane come armi operative – ha permesso all'Iran di trasformare la sua particolarità settaria in una rivendicazione panislamica. Sostenendo la causa con più decisione di quanto gli stessi stati arabi fossero disposti a fare, l'Iran ha conquistato una posizione regionale che il suo vero peso demografico ed economico non avrebbe mai potuto sostenere. La popolazione araba - che secondo qualsiasi misura convenzionale avrebbe dovuto considerare l'Iran come un organismo straniero -  è arrivata, in gran parte, a considerarlo l'unico Stato della regione che prenda sul serio la Causa. I regimi arabi che, secondo qualsiasi misura convenzionale, avrebbero dovuto essere i leader naturali dell'opposizione all'Iran hanno finito invece per essere sopraffatti sul proprio territorio, incapaci di denunciare l'asse della resistenza senza esporsi all'accusa di tradire la causa che questo asse sosteneva di servire. Il Qatar ha costruito una posizione diversa, e altrettanto istruttiva. Uno stato piccolo con enormi ricchezze e quasi nessun peso demografico e militare, il Qatar, ha trovato nella franchezza dei media lo strumento che convertirebbe il suo denaro in potere regionale senza esporlo ai rischi del comportamento statale convenzionale. Al Jazeera è diventata, negli anni successivi al suo lancio, l'istituzione mediatica in lingua araba più influente al mondo, e tale influenza si basava sulla capacità di parlare la lingua della coscienza prigioniera con una facilità, e con un'apparente sincerità che nessun media arabo controllato dallo Stato poteva eguagliare. Investimenti qatarioti in Hamas, e pagamenti a Gaza prima del 7 ottobre, ospitalità qatariota verso i Fratelli Musulmani e le sue varie affiliate, relazioni qatariote con reti intellettuali islamiste in tutta la regione: tutto ciò ha costituito una strategia coordinata in modo da poter trasformare la ricchezza in proprietà simbolica della causa, e la proprietà simbolica in una posizione geopolitica. Una posizione che ha permesso al Qatar di collaborare contemporaneamente con Iran e Stati Uniti, di ospitare la più grande base militare americana della regione finanziando i critici più virulenti della politica americana, di essere corteggiata da tutte le potenze regionali senza piegarsi a nessuna di esse. L'Arabia Saudita occupa un'altra posizione. Lo stato saudita, che secondo la propria affermazione storica dovrebbe essere il leader naturale del mondo sunnita e il padrino naturale della causa palestinese, è stato costretto, dalla stessa logica del simbolo, a gestirlo in modo difensivo piuttosto che offensivo. Un tentativo saudita di perseguire la causa con troppo aggressività metterebbe in luce le contraddizioni interne del regno (la sua alleanza con gli Stati Uniti, il rapporto con i regimi egiziano e giordano, la rivalità con l'Iran) in un modo che il regno non può permettersi. Un tentativo saudita di abbandonare la causa la esporrebbe a una competizione di superiorità con Iran, Qatar, Turchia e qualsiasi altro stato disposto a rivendicare la leadership lasciata vacante dai sauditi. I sauditi hanno quindi sviluppato una strategia di impegno misurato: sostenere la causa abbastanza da mantenere la legittimità di un leader arabo sunnita, mai abbastanza da minacciare le loro altre relazioni, e impiegare la causa selettivamente per congelare le dinamiche regionali che minacciano i loro interessi. Il recente ribaltamento saudita contro la normalizzazione con Israele illustra questa strategia in azione, con l'invocazione dei diritti palestinesi. I sauditi non difendono i palestinesi. Difendono la posizione saudita contro il tentativo degli Emirati di riposizionarsi, e contro il tentativo israeliano di alterare l'equilibrio regionale. La causa è lo strumento; La posizione è il movente. Il caso emiratino è particolarmente interessante, poiché rappresenta il tentativo più serio da parte di uno stato arabo di ritirarsi parzialmente dal sistema. Gli Accordi di Abramo furono una decisione strategica della leadership emiratiana: accettare il costo di essere marchiati con il sigillo del tradimento in cambio del beneficio di una prigionia ridotta ai loop che la causa mantiene in tempo. Il movimento emiratino non è stato un'uscita dal sistema, perché nessuna uscita è possibile, ma un riposizionamento che ha sostituito una forma di prigionia con un'altra, calcolata per produrre, alla fine, una posizione migliore. Le reazioni di Arabia Saudita, Iran, Qatar e Turchia al movimento emiratino illustrano tutte come il mercato regionale si autocontrolli contro la defezione. Qualsiasi stato che tenti un riposizionamento viene immediatamente affrontato con una contropressione da parte di tutti gli altri stati che beneficiano dell'accordo esistente, e questa contropressione è mediata dal marchio di parola: lo stato disertore è rappresentato come se avesse tradito la causa, e gli stati attaccanti come se l'avessero difesa. Il simbolo è lo strumento con cui il sistema disciplina i propri partecipanti e impedisce cambiamenti di posizione che potrebbero alterarne la struttura complessiva. La politica regionale in Medio Oriente non è, nonostante le apparenze, principalmente preoccupata del conflitto israelo-palestinese. Si concentra sulla competizione posizionale tra stati della regione, con il conflitto che funge da valuta principale in cui sono denominate le mosse di posizione. Il conflitto non è ciò per cui la regione sta combattendo. Il conflitto è ciò contro cui la regione sta combattendo. La distinzione è fondamentale e spiega il fatto altrimenti sconcertante: il conflitto è durato tre quarti di secolo senza che nessuno dei principali stati regionali abbia fatto lo sforzo costante per risolverlo da fronte a conflitti comparabili che altrove hanno dato origine a conflitti simili. Non esiste uno sforzo sostenuto di risoluzione perché la risoluzione priverebbe ogni attore regionale della valuta principale in cui conduce le proprie transazioni strategiche.

La riproduzione locale
Il sistema palestinese non sfrutta solo la sofferenza esistente. Inventa la sofferenza. Produce, attraverso una determinata macchina istituzionale, un tipo specifico di essere umano, un soggetto moderno la cui sofferenza, rabbia e morte sono strutturate in anticipo per essere convertibili il più possibile in ciascuno dei mercati estrattivi che il sistema contiene. Il mandato unico dell'UNRWA, con il suo status di rifugiato ereditario – che porta uno sfollamento di circa 700.000 persone nel 1948 a una popolazione permanente di quasi sei milioni di rifugiati registrati, uno status conferito a nessun'altra popolazione di rifugiati al mondo – è la perpetuazione strutturale dell'apolidia come identità. I libri di testo scolastici, i campi estivi, i programmi televisivi, finanziati in gran parte da aiuti internazionali, valorizzano il martirio e rifiutano la normalizzazione statale. L'indottrinamento non è un semplice lavaggio del cervello in senso grossolano, cioè riempire le teste di false convinzioni. È la produzione attiva di una formazione soggettiva anti-sionista: un essere umano il cui rapporto con la propria sofferenza è stato organizzato, fin dall'infanzia, per essere il più utile possibile a ogni estrattore del sistema. La sua miseria è preformattata contemporaneamente per il marxista, l'islamista, il liberale, il nazionalista e l'umanitario. La sua rabbia viene pre-incanalata verso il luogo dove viene prodotta la valuta. La sua morte, quando arriva, è automaticamente convertibile in capitale simbolico su tutti i mercati ideologici contemporaneamente. In breve, è una merce fungibile manufacturata. L'anti-sionista è un deposito post-cristiano in forma umana. I fallimenti di governo che caratterizzano la vita politica palestinese – il cemento deviato per i tunnel, gli aiuti sottratti per le ville dei leader, le infrastrutture sistematicamente subordinate alla macchina dello scontro – non sono fallimenti del sistema. Ma ne sono le sue caratteristiche. La governance avrebbe prodotto cittadini. Il sistema richiede soggetti. La governance palestinese è, in realtà, lo sfruttamento di una miniera di vittimismo. I cittadini esigono responsabilità dalle loro istituzioni. I soggetti forniscono sofferenza ai loro erogatori. La distinzione tra governo e produzione di soggetti, è quella che separa un'entità politica che serve la propria popolazione da un'entità politica che sfrutta la propria popolazione come deposito; e i territori palestinesi sono stati organizzati, dalla convergenza degli interessi di tutti gli attori del sistema, secondo il secondo modello. Il 7 ottobre del 2023 non è stata un'anomalia all'interno di questo sistema. È stato il prodotto logico, il momento in cui il soggetto svolgeva esattamente la funzione per cui era stato prodotto, generando, in un unico atto spettacolare, un volume di sofferenza e una densità di materiale simbolico sufficiente a riempire simultaneamente tutti i mercati estrattivi del sistema. Non c'è da meravigliarsi che l'accusa di genocidio - il simbolo negativo più potente moralmente e politicamente - fosse pronta a essere usata contro Israele in quello stesso giorno. La reazione internazionale, in tutta la sua varietà ideologica, confermò la convertibilità: lo stesso evento produsse, in poche ore, accuse marxiste contro il colonialismo, lamenti progressisti sul genocidio, celebrazioni islamiste della resistenza, richieste liberali di intervento umanitario, affermazioni conservatrici di difesa civilizzazionale e ansie europee post-cristiane per il ciclo infinito di violenza. Tutti i mercati venivano riforniti da un unico evento produttivo, perché i soggetti che lo eseguivano erano stati prodotti, in decenni di produzione istituzionale di soggetti, per generare esattamente quel tipo di resa. Tra i palestinesi stessi, la medesima logica estrattiva viene riprodotta su scala più piccola. Fazioni rivali sfruttano le dinamiche regionali per estrarre risorse e convertirle in potere interno. Hamas si basa su Qatar e Iran. L'Autorità Palestinese si basa su donatori occidentali e sugli stati arabi. Ogni fazione ha bisogno del conflitto per giustificare la propria esistenza, e ogni sponsor regionale ha bisogno che la fazione mantenga la propria leva. Le popolazioni vengono prese in ostaggio da entrambi. Il governo israeliano partecipa a questo circolo con una propria logica estrattiva. Il desiderio di vittorie politiche interne. porta a accordi impliciti (denaro qatariota convogliato ad Hamas in cambio di una calma gestita) che garantiscano che il sistema continui a funzionare e venga rifornito con tutto ciò di cui ha bisogno. Il denaro mantiene in funzione la macchina: popolazioni tenute prigioniere dall'ideologia del conflitto esistenziale, garantendo un flusso costante di carne da cannone per i cicli di escalation, ogni volta che una delle due parti necessita di estrazione politica o economica. La classe politica israeliana estrae dalla stabilità interna attraverso la gestione del conflitto, ed è prigioniera di esso: poiché la gestione è diventata la pratica che definisce la competenza politica di questa classe, e la risoluzione richiederebbe capacità che essa non ha mai sviluppato, così come non ha mai sviluppato un elettorato preparato ai costi. Le fazioni palestinesi non possono fare la pace, perché la pace toglierebbe loro le condizioni della propria esistenza. Gli sponsor regionali non possono permettere la pace, perché la pace toglierebbe loro ogni potere di influenza. I manager israeliani non possono produrre la pace, perché la pace richiederebbe una trasformazione politica che non sono in grado di guidare. E le popolazioni palestinese e israeliana, così come le più ampie popolazioni arabe e musulmane, la cui prigionia cognitiva sostiene l'intera struttura, non possono chiedere la pace, perché il simbolo che impedisce loro di pensare chiaramente alla loro condizione, è proprio il simbolo che dà a questa condizione tutto il significato che essa possiede.

L'Occidente
    Le istituzioni occidentali che partecipano al sistema, svolgono le proprie forme di estrazione, e vi partecipano pienamente quanto qualsiasi attore regionale, anche se la loro partecipazione è strutturata secondo altri incentivi, e produce altre forme di profitto. Il primo anello attraversa l'università liberale. L'università occidentale moderna, nelle sue facoltà di scienze umanistiche e sociali, è stata per almeno mezzo secolo il luogo in cui la letteratura post-cristiana della crisi della modernità, è stata professionalizzata, laureata e riprodotta. L'università offre a questo discorso la sua sede istituzionale, i suoi incentivi professionali, le sue economie editoriali e i suoi meccanismi di riproduzione generazionale. All'interno di questo discorso, la figura del buon selvaggio occupa una posizione essenziale: la crisi dell'Occidente richiede - come controparte dialettica - una figura di autenticità intatta, risparmiata dal disordine occidentale, capace di redimere l'Occidente esponendone la sua corruzione. L'università, reclutò intellettuali del Terzo Mondo capaci di interpretare il ruolo del buon selvaggio per il pubblico occidentale. Persone del calibro di Edward Said e Mahmoud Khalil. Questi intellettuali ricevono, in cambio delle loro prestazioni, il prestigio dell'affiliazione istituzionale occidentale, le risorse dell'editoria accademica occidentale, le piattaforme del dibattito intellettuale occidentale e la sicurezza delle carriere professionali occidentali. Producono, in cambio, il discorso postcoloniale, con la sua autorità morale teleologica, che il pubblico occidentale si aspetta da loro: l'accusa dell'Occidente, la celebrazione della resistenza, l'elaborazione della voce dei colonizzati e la produzione di una teoria che soddisfi gli standard tecnici della cultura intellettuale occidentale, pur offrendo il contenuto politico che il momento culturale esige. Il discorso prodotto in questa industria spesso torna ai contesti del terzo mondo da cui provengono i partecipanti; Serve anche come prestigiosa convalida, accreditata dall'estero, per i movimenti intellettuali locali che adottano le sue categorie, ne utilizzano il suo linguaggio e riproducono le sue analisi per l'uso da parte del pubblico locale. L'intellettuale egiziano che ha letto il suo Sartre, il suo Fanon e il suo Foucault, torna al Cairo coronato dal prestigio di queste letture. Egli usa questo prestigio per posizionarsi nella vita intellettuale locale. Riproduce le categorie del dibattito locale, e queste categorie si riversano attraverso le istituzioni educative e culturali del posto, fino ad arrivare alla moschea all'angolo della strada, saturando il tessuto sociale. La trappola cognitiva che ho descritto sopra come condizione della strada egiziana non è del tutto indigena. È stato rafforzata, raffinata e teorizzata dall'università occidentale, attraverso il lavoro intellettuale di partecipanti del terzo mondo nell'industria accademica occidentale, che sono tornati nei loro paesi d'origine dotati degli strumenti occidentali necessari per validare e elaborare le categorie che la coscienza prigioniera era già disposta ad accettare. L'imam della moschea del Cairo parla una versione vernacolare delle categorie che il professore del Cairo ha appreso dal professore della Columbia, che le ha sviluppate, in parte, reclutando studenti del Cairo. Il cerchio si chiude. Il secondo ciclo attraversa l'establishment liberale per i diritti umani. Il settore occidentale internazionale delle ONG per i diritti umani ha sviluppato un apparato istituzionale di notevole dimensione e influenza politica, sostenuto dalle entrate dei donatori, sovvenzioni di fondazioni e contratti pubblici, e una classe professionale le cui carriere dipendono dalla continuazione delle questioni sui diritti umani con sufficiente visibilità e serietà da giustificare l'apparato. Il marchio Palestinese, con la sua capacità di generare materiale inesauribile per la cronaca sui diritti umani, è diventato una risorsa permanente per questo settore. I rapporti arrivano senza sosta, si organizzano campagne, si tengono conferenze stampa, vengono lanciate campagne per le donazioni, e la classe professionale che svolge questo lavoro sta trasformando la sofferenza prodotta sul sito in reddito istituzionale che sostiene la propria stessa esistenza. La conversione si realizza sotto il linguaggio della difesa dei diritti delle vittime, ma la vera funzione del lavoro è il mantenimento delle istituzioni che lo svolgono; e l'apparato non ha alcun interesse a una sua risoluzione, cosa che lo priverebbe dei materiali necessari per la sua attività economica. Il fatto che gli attivisti per i diritti umani siano sinceri è strutturalmente irrilevante. Il sistema funziona sull'egoismo convergente di tutti gli attori, la cui esperienza cosciente del proprio lavoro è quella di un impegno morale; E il divario tra esperienza cosciente e funzione strutturale è proprio ciò che permette al sistema di funzionare così fluidamente. Il professionista dei diritti umani che crede sinceramente che il proprio lavoro serva le vittime palestinesi stia, allo stesso tempo e attraverso la stessa attività, a sostegno della sfera istituzionale economico-politica la cui esistenza continua richiede che le vittime rimangano vittime, e che il conflitto resti irrisolto. Il terzo ciclo attraversa la sinistra intellettuale e politica occidentale. La causa palestinese ha occupato, per almeno mezzo secolo, una posizione privilegiata nell'economia simbolica della sinistra occidentale, dove ha servito come un'accusa empirica dell'ordine internazionale guidato dagli americani, dal capitalismo, dalla democrazia liberale, dalla civiltà occidentale stessa. La vittima palestinese diventa la figura la cui sofferenza dimostra la critica che la sinistra intende rivolgere alla propria società. La figura è comoda perché dev'essere, simultaneamente, sia abbastanza distante da prestarsi a proiezioni simboliche e abbastanza presente nell'ambiente mediatico occidentale da essere politicamente sfruttabile, ma anche perché i veri palestinesi non sono in grado, date le condizioni strutturali della loro esistenza, di parlare con le proprie voci per disturbare le proiezioni che vengono loro imposte. Il quarto ciclo attraversa l'establishment della politica estera americana, la cui gestione del Medio Oriente dipende, da almeno mezzo secolo, dalla continua esistenza del conflitto in quanto variabile principale nella politica regionale. L’establishment, inteso nel suo insieme, ha finito per convergere, al di là delle amministrazioni e delle divisioni partitiche, sul mantenimento di una situazione di gestione permanente, in cui il conflitto deve essere contenuto ma non risolto, attenuato ma non superato, regolato ma non trasformato. Questo atteggiamento non è il risultato di una decisione consapevole. È il risultato della convergenza degli incentivi all'interno di un'ecologia istituzionale, in cui ogni attore ha dei motivi per mantenere il conflitto alla temperatura attuale, e nessun attore ha una ragione sufficiente a sostenere i costi di una modifica. La gestione è la posizione. La posizione è la pratica. La pratica è sistema. La narrazione dello scontro delle civiltà, che è stata il quadro dominante della destra in America per comprendere il conflitto e la regione in senso più ampio, merita particolare attenzione, perché si presenta come un'alternativa all'analisi che ho appena condotto; e lo è in certi aspetti, nel senso che compete con essa per l'influenza istituzionale e politica. Ma considerando la cosa strutturalmente, per la sua clientela, questa narrazione svolge la stessa funzione che il simbolo della Palestina svolge per le masse arabe e musulmane. Fornisce una spiegazione totalizzante che occupa lo spazio cognitivo, laddove invece dovrebbe svilupparsi un'analisi onesta, e solleva il consumatore dal peso di esaminare la partecipazione della propria società alla produzione dello stesso fenomeno che osserva. Il consumatore occidentale della classe media di quella che è la narrazione dello shock, si imbatte nella persistenza del conflitto, nel fallimento dell'ottimismo liberale sul Medio Oriente, nel suicidio culturale dell'Europa e nel più ampio fenomeno dell'antisemitismo in quanto problema unificato la cui unica fonte si trova al di fuori della sua propria società. La fonte è l'Islam, o l'islamismo, o il mondo arabo; e al consumatore viene assegnata la posizione di difensore della propria civiltà contro una minaccia esterna, le cui origini non gli devono nulla. Questa narrazione è l'immagine quasi perfetta dello specchio della trappola cognitiva che il simbolo palestinese pone per le masse arabe: fornisce una spiegazione totalizzante, occupa lo spazio cognitivo necessario per una vera analisi e solleva la coscienza prigioniera dal peso dell'auto-esame. Il consumatore occidentale della classe media della narrazione dello shock, come il consumatore egiziano della narrazione palestinese, estrae conforto psichico da un quadro che gli impedisce di vedere ciò che è realmente.[***Nota dell'autore: Esiste un mercato intellettuale estremamente redditizio negli spazi di competenza occidentali e israeliani - di cui anch'io ho beneficiato - per il coraggioso dissidente mediorientale che espone le patologie della propria cultura. Ci sono molte, moltissime persone preziose in questo mercato, ma nel complesso è sconvolgente.)

La fusione
    Ho descritto il sistema come se i suoi vari attori fossero popolazioni distinte con relazioni distinte rispetto alla struttura; e a livello di esposizione analitica, tale distinzione è necessaria. Ma il fatto centrale del sistema, che ho affrontato da vari angolazioni, consiste nel fatto che ogni attore è, allo stesso tempo e attraverso la sua stessa attività, sia vittima che estrattore, prigioniero e beneficiario, sofferente e profittatore. Il fondersi di queste posizioni in ciascun partecipante rende il sistema irrisolvibile, poiché elimina che ci sia la possibilità di una qualche trasformazione strutturale che invece l'analisi politica classica dà per scontata. L'analisi materialista storica classica si basava sull'esistenza di una classe proletaria sfruttata, i cui interessi oggettivi richiedevano il rovesciamento del sistema che la sfruttava. Una classe che non ha nulla da perdere se non le proprie catene e un mondo da guadagnare. La classe sfruttata poteva, in qualsiasi momento, essere soggetta a una falsa coscienza, ma i suoi interessi sottostanti potevano essere chiamati, organizzati e infine mobilitati contro gli sfruttatori, i cui interessi erano strutturalmente contrari. Il progetto politico del marxismo, in tutte le sue varianti, si basava su questa asimmetria binaria: esisteva una classe che ne traeva beneficio e una classe che soffriva, e la classe sofferente poteva, in linea di principio, essere condotta ad agire in conseguenza della sua coscienza. Il sistema palestinese non contiene tale classe. Il regime iraniano estrae una leva geopolitica dal simbolo ed è prigioniero di esso, perché abbandonarla equivarrebbe ad abbandonare la pretesa della leadership islamica che legittima l'esistenza del regime. Il regime qatariota estrae il potere mediatico da esso ed è prigioniero di esso, perché la franchezza mediatica è la posizione che trasforma la ricchezza qatariana in influenza qatariana. La monarchia saudita ne trae una posizione regionale ed è prigioniera, perché qualsiasi mossa che la esponga all'accusa di tradimento scatenerebbe conseguenze alle quali non sopravvivrebbe. La classe politica israeliana estrae stabilità interna dalla sua direzione ed è prigioniera della gestione. Le fazioni palestinesi estraggono risorse e legittimità dalla perpetuazione del conflitto, e non possono esistere senza di esso. L'accademico occidentale estrae una carriera e un'identità dal discorso, ed è prigioniero del discorso. Il professionista dei diritti umani estrae reddito istituzionale e significato dall'apparato, ed è prigioniero dell'apparato. L'uomo della sinistra occidentale estrae dalla causa un'identità politica, una mobilitazione e un radicalismo, ed è prigioniero della causa. Il manager americano della politica estera estrae una posizione istituzionale dalla dirigenza ed è prigioniero della dirigenza. Il teorico del conflitto delle civiltà trae un'identità morale e politica dalla narrazione, ed è prigioniero della narrazione.La gradazione dello stato di intrappolamento varia a seconda della posizione. Ai vertici del sistema, i grandi attori (gli emiri, i leader delle fazioni palestinesi, i dirigenti d'élite) sono cinici riguardo alle proprie mosse, e ciechi di fronte al motivo aggregato a cui partecipano. In altre parole, il cinismo aumenta man mano che si sale nel sistema, ma la cecità strutturale rimane più o meno costante a tutti i livelli. Ognuno vede la propria parte; nessuno vede la scacchiera. La loro prigionia è posizionale: non possono uscire senza perdere la posizione o essere distrutti dalle forze che cavalcano. Nel mezzo del sistema, gli attori professionisti (accademici, attivisti, dipendenti di ONG, operatori mediatici) sono in parte cinici e in parte catturati, mescolando sincera convinzione e interesse professionale in proporzioni che non riescono a svelare onestamente da soli. La loro prigionia è vocazionale: uscire significa distruzione professionale e sociale. E in fondo alla scala c'è la vera fede; ma ci arriverò presto. Le tre prigioni si rinforzano a vicenda. L’emiro deve continuare a recitare la sua parte affinché la popolazione sottomessa conferisca al simbolo il suo potere coercitivo, e questo rende pericoloso ritirarsi. La popolazione sottomessa continua a credere, in parte, anche perché potenti emiri continuano a manifestare il proprio impegno, avvalorando la narrazione. La classe professionale continua a produrre il discorso perché la richiesta è sostenuta sia dal denaro dell’emiro sia dalla fede delle popolazioni. L’asservimento di ciascuno è la condizione per l’asservimento di tutti gli altri. La commistione è generalizzata. Non ammette alcuna eccezione. Ogni attore del sistema, attraverso i medesimi obblighi e le stesse attività, trae da un lato benefici dal sistema mentre dall'altro ne subisce la schiavitù. Il tipo di antagonismo di classe che l’analisi politica classica richiedeva come condizione preliminare per la trasformazione strutturale, è semplicemente assente. Non perché qualcuno lo abbia represso, ma perché la struttura della partecipazione ha eliminato le condizioni in cui avrebbe potuto formarsi. Non esiste alcuna parte la cui liberazione dal sistema sarebbe vissuta da quella stessa parte come una liberazione.

l'Insolubilità - Il sistema è insolubile per tre ragioni indipendenti tra loro.
    È troppo distribuito: la soppressione di un nodo non lo fa collassare, dal momento che ogni ciclo funziona secondo una logica indipendente. Ci sono troppi giocatori che ne traggono troppo valore. La risoluzione richiederebbe che tutti gli attori rinunciassero contemporaneamente all'estrazione; E poiché i cicli sono indipendenti, il ritiro di un attore, qualunque sia, causa il collasso del sistema. Se l'università smettesse di produrre il discorso domani, il Qatar continuerebbe a finanziare Hamas, così come lo richiede la competizione regionale. Se il Qatar dovesse smettere di finanziare Hamas domani, il discorso continuerebbe a ripetersi, perché l'economia della laurea lo richiede. Se Israele ponesse fine all'occupazione domani, la narrazione meta-spirituale post-cristiana della ferita avrebbe comunque bisogno di un suo simbolo, e pertanto ne troverebbe uno. Pe poter continuare, ogni ciclo ha una sua ragione indipendente. Il sistema è insolubile perché è troppo distribuito. Non c'è priorità: nessun livello ne costituisce la base, e nessuno ne è sovrastruttura, e così nessun singolo intervento può dissolvere il tutto. Non c'è un solo re da uccidere. Non ha centro, né origine, né base, né punto di partenza. Ogni partecipante estrae qualcosa dal sistema per i propri motivi, e la sofferenza - la vittima - della popolazione prigioniera rappresenta la merce fungibile che rende possibile l'estrazione in ambiti altrimenti incommensurabili. Il sistema perciò non ha un soggetto rivoluzionario: nessun agente ha un interesse puro alla sua dissoluzione, perché l'interesse di ciascun agente a mantenere il sistema si fonde insieme alla sua esperienza di soffrirne. Ogni e qualsiasi parte vivrebbe la perdita del sistema come una ferita, comprese quelle che ne sono maggiormente colpite. Ogni soluzione proposta è essa stessa una manovra estrattiva all’interno del sistema. La soluzione dei due Stati è una posizione da cui i liberali traggono prestigio morale. La proposta di uno Stato unico è una posizione da cui la sinistra trae credibilità radicale. L’approccio basato sui diritti è una posizione da cui il settore delle ONG trae un reddito istituzionale. Il quadro della sicurezza è una posizione da cui l’establishment dei tecnici ricava uno status professionale. Il discorso sulla soluzione non rappresenta un’uscita dal sistema. Ma è uno dei suoi circuiti chiusi. Ciò che rimane, al termine di questa analisi, non è la possibilità di porre fine al sistema, ma la possibilità di conquistare posizioni migliori al suo interno.

L'estrazione fondamentale
    Il lettore che ha seguito fin qui questa analisi, si è trovato davanti a un vasto e apparentemente autosufficiente meccanismo: un sistema di competizioni geopolitiche interconnesse, economie istituzionali, mercati ideologici e dinamiche fazionali, ognuno operante secondo la propria logica, ciascuno a sostegno degli altri, ciascuno popolato da attori il cui cinismo e interesse personale sembrano sufficienti a spiegare la loro partecipazione. Il sistema sembra funzionare sul potere, sul denaro, sul calcolo strategico, sull'egoismo ordinario degli Stati, delle istituzioni e delle classi professionali che perseguirebbero i loro interessi entro i limiti delle loro posizioni. E tutto questo è vero, nulla di tutto ciò è falso, e tuttavia nulla di tutto ciò arriva al cuore della questione. La domanda che l'analisi ha rimandato, e che ora dobbiamo affrontare, è questa: cosa tiene insieme il sistema alla sua base? Le competizioni geopolitiche richiedono che il simbolo abbia un potere coercitivo sulle popolazioni. Le economie istituzionali richiedono che il simbolo attragga i partecipanti. I mercati ideologici richiedono che il simbolo generi domanda. Le fazioni chiedono che il simbolo si mobiliti. I regimi richiedono che il simbolo catturi la coscienza. Ogni ciclo del sistema dipende, in qualche modo, dalla volontà di centinaia di milioni di esseri umani comuni a voler rimanere nella trappola cognitiva, a continuare a investire nel simbolo dell'autorità di cui ha bisogno per poter funzionare come valuta, a continuare a credere (a partire da una convinzione che non è esattamente una convinzione, bensì qualcosa di più profondo e disperato della convinzione) che la causa palestinese costituisca il fatto centrale della loro esistenza, e la chiave del significato della loro sofferenza. «Ricordati ciò che ti hanno portato via gli ebrei.» Ecco qual è l'estrazione di base. Se questa volontà venisse meno, ogni anello del sistema perderebbe il proprio nutrimento. Le rivalità geopolitiche troverebbero altro carburante. Le istituzioni troverebbero altre cause. I professionisti troverebbero altre carriere. Il sistema si svuoterebbe, come si svuota un mercato quando la merce che vi viene scambiata perde il suo valore. Questa volontà viene rinnovata ogni giorno, per centinaia di milioni di volte, attraverso un gesto così piccolo e ordinario da essere quasi invisibile se visto sullo sfondo dell'immenso macchinario che esso sostiene. L’atto è questo: un essere umano, di fronte alle condizioni della propria vita e alla domanda sul significato di tali condizioni, sceglie di accettare un certo accordo con la propria esistenza. In cambio della rinuncia alla capacità di vedere la propria condizione con lucidità e alla possibilità di incolpare e odiare altri, soprattutto gli ebrei, della propria insoddisfazione rispetto al mondo, ottiene un'identità dotata di senso, una comunità a cui appartenere, una narrazione di portata cosmica e una riserva permanente di rabbia giustificata che non ha alcun bisogno di ulteriori giustificazioni. In sostanza: l’autogiustificazione. Se c'è qualcosa che assomiglia a quel centro, al cuore di ogni cosa, è proprio questo. E questa è la cosa più concreta immaginabile: l'essere umano che sceglie di rifiutare Dio e cercare una vana soddisfazione nel senso di vittimismo, superiorità e autogiustificazione. Questo è il gradino più basso dell'estrazione, ed è anche l'atto più fondamentale dell'intero sistema. Un uomo in una stanza che sceglie la consolazione psichica del virtuoso rancore, al posto della terribile onestà di porsi davanti a Dio senza scuse. È questa scelta, moltiplicata per centinaia di milioni, ciò di cui si nutre il sistema. Tutto quello che si trova al di sopra di essa (Stati, intellettuali, ONG, università, politici) ne è il parassita. Possono sfruttarla, incanalarla, amplificarla e strumentalizzarla. Ma non l'hanno creata loro. Li precede, non come un'astrazione teologica, ma come un atto concreto quotidiano, ripetuto all'infinito su scala individuale. Un giovane in una baraccopoli ad Amman, o in un campo profughi in Libano, o in un villaggio nel delta egiziano, vive in una struttura di povertà materiale, di umiliazione politica ed impotenza personale rispetto alla quale il mondo moderno offre ben poche risorse per sopportarla. Il suo governo è corrotto e incompetente. La sua economia non gli offre alcun futuro. Le sue istituzioni religiose sono compromesse dal loro asservimento politico. La sua famiglia porta il peso di generazioni di progetti nazionali e rivoluzionari abortiti. La sua vita si svolge in orizzonti così talmente stretti che egli non riesce a immaginare, in modo concreto, la propria fuga. In questa situazione, ecco che gli si presenta una narrazione che gli dice che la sua condizione non è il risultato di questi fatti immediati e vergognosi, bensì di un'ingiustizia storica mondiale perpetrata contro di lui dalle forze più potenti della terra. La sua povertà, è oppressione. La sua umiliazione, è martirio. La sua impotenza, è la condizione universale del suo popolo, che a sua volta è portatore di una causa sacra che il mondo intero sostiene o tradisce. Adottando questa narrazione, egli non diventa più povero ma oppresso, non è più un fallito ma un martire, non è più impotente ma un resistente. La storia gli restituisce una dignità che nulla, nelle sue circostanze immediate, poteva dargli prima. Lo collega a una comunità di significato, la quale si estende attraverso continenti e generazioni. Rendendo così la sua vita comprensibile. Si tratta, con questo, di un immenso bene psichico. Questa è l'estrazione più importante dell'intero sistema, perché è ciò che rende la trappola cognitiva vissuta come se fosse una casa, e non come una prigione. Il simbolo, non solo impedisce alla vittima di pensare chiaramente alla sua condizione: ma le fornisce una soddisfazione sostitutiva che, sotto certi aspetti, gli è più preziosa del miglioramento materiale che un pensiero chiaro potrebbe produrre alla fine. Perché il miglioramento materiale è incerto, lento, richiede un doloroso confronto con il fallimento ,e non offre alcuna garanzia di dignità. Il simbolo invece offre dignità ora, certezza ora, comunità ora, significato adesso. L'estrazione al livello più basso è l'estrazione di consolazione spirituale a partire da una menzogna; E questa consolazione è reale, anche se la narrazione è falsa, ed è proprio per questo che non può essere smentita con argomentazioni o prove. Come definiamo esattamente questo bene psichico che estraiamo? Questa qui, è la ferita post-cristiana (e post-islamica): il crollo moderno del senso teologico, lascia una richiesta senza fondo di redenzione, che il marchio Palestinese soddisfa. Il sistema poi lo trasforma in una consolazione psichica che sa di casa. Il protagonista principale che sostiene l'intero sistema non ne trae alcun beneficio materiale, o vantaggio strategico, ma la compensazione psichica di un significato che rende la sua sofferenza comprensibile e la sua identità dignitosa. L'arabo, il musulmano - e ora il giovane occidentale - povero, impotente e umiliato dalla propria società, riceve dal simbolo della Palestina una narrazione in cui non è solamente povero: egli è oppresso da un'ingiustizia storica globale. La sua insoddisfazione per l'esistenza diventa il risultato di una lotta cosmica tra la giustizia e il male sionista-americano. E così egli si trova dalla parte giusta della storia. La sua sofferenza ha un significato. La sua rabbia è giusta. Qualsiasi altra estrazione nel sistema, dipende interamente da questa estrazione fondamentale di significato, effettuata dall'individuo. La leva dell'emiro dipende dalla prigionia delle popolazioni. Il reddito dell'ONG dipende dalla sofferenza della popolazione. La carriera dell'accademico dipende dalla disponibilità simbolica delle popolazioni. Il potere del leader rivoluzionario dipende dalla mobilitazione della popolazione. La stabilità del regime dipende dalla cattura cognitiva delle popolazioni. Eliminando questa estrazione più bassa, qualsiasi altra estrazione superiore perde la sua base. La vasta macchina della competizione geopolitica e dell'interesse istituzionale, che sembra auto-perpetuarsi e che è auto-esplicativa, si basa interamente sulle fondamenta esposte di questo patto fatto dai più piccoli e impotenti attori del sistema, i quali sostengono l'intera struttura con l'unica cosa che fanno e che non viene loro imposta da nessuno: la scelta di accettare l'autogiustificazione al posto della verità.

È qui che l'analisi raggiunge il suo limite e la sua fine, e devo, se voglio restare onesto, cambiare registro.
    Ho detto prima che il sistema non può essere abbattuto perché è troppo distribuito, perché esso non ha un soggetto rivoluzionario, e perché qualsiasi soluzione proposta è essa stessa uno dei suoi anelli. Ma il lettore che ha seguito l’analisi fino a questo punto, noterà che, descrivendo l’anello più basso della catena di estrazione, ho individuato qualcosa che assomiglia a un punto di rottura unico. Se venisse meno la volontà, il sistema si svuoterebbe del suo carburante, e ogni estrazione superiore perderebbe il proprio fondamento. Tecnicamente, è vero. Ed è anche la più grande delle ironie. Si può intervenire sull’apparato istituzionale. Si possono sanzionare gli Stati, tagliare i fondi alle università, disarmare le milizie, sciogliere le ONG. Ma nulla di tutto ciò raggiungerebbe l’anello più basso, perché l’anello più basso non fa parte dell’apparato. La propaganda, i manuali, i media, le moschee, la produzione istituzionale di soggetti possono rendere il falso senso accessibile, seducente, prestigioso, comunitario. Questo può preparare il terreno. Ma non può compiere l’atto di accettazione al posto dell’individuo. Questo atto spetta a lui. Deve scegliere di accettarlo. Deve scegliere la consolazione piuttosto che l’onestà. E questa scelta è l’unico momento, in tutto il sistema, che non sia manipolazione ma consenso. Il fondamento del sistema è l’unica cosa in esso che sia veramente libera; ed è questa libertà, esercitata nel senso della falsa consolazione, che rende il sistema indistruttibile. [*3 - Détournement dello slogan «Globalize the Intifada». Da’as haShem (ebraico): «la conoscenza di Dio», allusione a Isaia 11, 9: «poiché la terra sarà piena della conoscenza del Signore» [N.d.R.].] Questo patto non è altro che la forma che assume il rifiuto di Dio nelle condizioni del mondo post-cristiano. Invertire i ruoli cristiani e rivendicare per sé il potere della vittima. Stare onestamente davanti a Dio significa affrontare la propria vita per come è realmente, senza la consolazione di una storia che ti scagioni dalla sua responsabilità. È riconoscere che la sua povertà è forse il fallimento della sua stessa società, che la sua umiliazione è forse il risultato delle scelte fatte dalla sua comunità, che la sua impotenza è forse la conseguenza di accordi che il suo popolo ha costruito e continua a mantenere. Stare davanti a Dio in questo modo è intollerabilmente difficile, lo è sempre stato, e le tradizioni religiose si sono sviluppate nel corso dei millenni proprio per renderlo sopportabile. La condizione post-cristiana ha smantellato gli oggetti di scena che rendevano questo sopportabile, pur lasciando intatto il prerequisito che lo richiede. Il simbolo della Palestina offre una via di fuga da questa necessità: invece di affrontare la propria reale condizione davanti a Dio, offre una narrazione in cui questa condizione è la conseguenza di un male esterno, la cui esistenza ti solleva dal peso dell'autoesame. La scappatoia è catastrofica, sia spiritualmente che politicamente in egual misura, e viene presa centinaia di milioni di volte ogni giorno. Questo è ciò che intendo per lil livello di estrazione più basso. È il livello in cui una scelta spirituale si trasforma in un fatto politico, ed è il livello in cui il sistema, nonostante la sua apparente vastità e complessità, si trova nell'ultima istanza. L'intero sistema (i miliardi di dollari, gli imperi mediatici, gli eserciti dei prox, le manovre diplomatiche, le industrie accademiche, l'apparato dei diritti umani, le competizioni regionali che decidono il destino delle nazioni) si appoggia, alla fine, a qualcosa di così piccolo da essere quasi invisibile: un uomo seduto davanti a una televisione o a una radio, scegliendo di sentirsi giustificato, anziché essere onesto, e trovando in questa scelta l'unica dignità rimasta rispetto a un mondo che gli ha tolto tutte le altre. È la base del sistema palestinese. È la vittima più sfruttata. È il partecipante più essenziale. E non ne uscirà, perché il sistema, per tutta la miseria che produce in lui e attraverso di lui, è l'unico luogo nel mondo moderno dove la sua sofferenza ha un significato. La Palestina è l'Egitto; non la terra del Nilo, ma la casa di servitù primordiale che il prigioniero vive come unica casa, il luogo che fornisce sostentamento e significato al costo della libertà e dell'onestà davanti a Dio. Il significato – o meglio il falso significato – è il nuovo cotone che centinaia di milioni di uomini accettano di raccogliere. L'uscita attraversa un deserto di senso vuoto, senza alcuna garanzia di arrivo. Se questa verità valga la pena di attraversare il deserto è una domanda a cui ognuno deve rispondersi per sé. Per la maggior parte, la risposta continuerà a essere no. La casa della servitù reggerà. Ma, tutto considerato, se l'Egitto e la sua fuga da Lui possono durare fino alla fine dei tempi, Israele - la libertà dolorosa di coloro che combattono onestamente davanti a Lui - è eterna. E ricordiamo: l'Egitto non era solo una casa di schiavitù per Israele. Fu anche una casa di servitù per gli egiziani. Hashta ba'agalah uvizman kariv [*4 Formula aramaica del Kaddish: «ora, al più presto e in tempi brevi». Riportata in traslitterazione, come nell’originale [N.d.R.]].Amen.

- Hussein Aboubakr Mansour - Pubblicato il 6 ottobre 2026 su "K." https://k-larevue.com/ -

mercoledì 23 settembre 2026

Negando la “Negazione” !!

Le disavventure del settarismo rivoluzionario
- di Alain Bihr -

Un'alleanza sorprendentemente innaturale
     Per tutti quelli che oggi cercano di essere gli storici del revisionismo e del negazionismo [*1], la minore delle sorprese probabilmente non è quella di notare il ruolo decisivo svolto da certi gruppi che, in Francia, si dichiarano ultra-sinistra [*2]. Ma piuttosto è proprio la specificità della negazione francese dell'Olocausto: in altri paesi come Germania, Gran Bretagna o Stati Uniti, la negazione dell'Olocausto viene essenzialmente difesa da individui, gruppi e organizzazioni che appartengono a una discendenza apertamente fascista. Al centro di questo specifico dispositivo c'era Pierre Guillaume, ex membro prima del gruppo "Socialisme ou Barbarie" e poi di "Pouvoir ouvrier", proprietario per alcuni anni (1965-1972) di una libreria nel Quartiere Latino, La Vieille Taupe, specializzata in letteratura rivoluzionaria, e appartenente a gruppi minoritari e poco conosciuti. Fondando per l'occasione una casa editrice che prendeva il nome della sua ex libreria - il che alimenterà una confusione che favorirà numerose derive - divenne l'instancabile propagandista delle tesi negazioniste difese da Robert Faurisson, non appena queste divennero pubbliche, soprattutto dopo la creazione della sua rubrica su Le Monde del 28 dicembre 1978, intitolata "Il problema delle camere a gas o la voce di Auschwitz". Solo lui farà eco alle tesi di Faurisson quando egli verrà attaccato, pubblicando le sue "Memorie in difesa di coloro che mi accusano di falsificare la storia, in nome della difesa della libertà di espressione". Allo stesso modo, pubblicherà l'opera di Serge Thion, un altro "storico" negazionista, "Verità storica o Verità Politica?": senza dubbio la maggior difesa e illustrazione delle tesi di Faurisson realizzate fino ad oggi da uno dei suoi discepoli. Dalla metà degli anni '80, Guillaume estese la sua attività di editore a tutta la letteratura revisionista e negazionista. Così ripubblicò alcuni scritti di Rassinier ("Le Mensonge d'Ulysse" "Ulysse trahi par les siens"), il diretto precursore di Faurisson, fino ad allora curato da Maurice Bardèche [1907-1998, cognato del collaborazionista Robert Brasillach], che si era sempre definito un intellettuale fascista [*3]. Curò anche la traduzione di un grande classico di questa letteratura, "Il mito di Auschwitz" di Wilhelm Stäglich. Tra il 1987 e il 1990 pubblicò persino una recensione intitolata "Annales d'histoire révisionniste", la cui copertina imitava la famosa recensione degli "Annales" di Marc Bloch, con l'obiettivo di dare un aspetto accademico alla negazione dell'Olocausto. Nel contenuto degli otto numeri di questa recensione, sfileranno tutti i negazionisti della negazione francese, e talvolta straniera. Nel 1990-1991, Guillaume gestì nuovamente una libreria nel Quartiere Latino, ancora con il nome di "La Vieille Taupe", ma dovette chiudere il negozio di fronte alle proteste del quartiere. Alcune delle sue pubblicazioni furono poi distribuite dal libraio Ogmios, specializzato in letteratura neonazista. Il cerchio fu così chiuso e l'anima dannata del revisionismo ultra-sinistro finì per riunirsi ai suoi compagni naturali nella lotta. Infine, ricordiamo che Guillaume si è appena distinto pubblicando, per la prima volta, l'ultima opera negazionista di Roger Garaudy [figura eminente del PCF, espulso nel 1970; questo protestante si convertì all'Islam nel 1982 e pubblicò, nel 1996, l'opera intitolata "I miti fondanti della politica israeliana"]. Nel frattempo, la sua fama aveva spinto altri esponenti della corrente di estrema sinistra a sostenere il negazionismo. Cominciando dal gruppo che pubblicava la rivista "La Guerre Sociale", il cui n° 3, apparso nel giugno 1979, aveva  pubblicato un lungo articolo dal titolo "Dallo sfruttamento nei campi allo sfruttamento dei campi": dove si può leggere che «la nostra preoccupazione non è dimostrare l'inesistenza delle "camere a gas", ma vedere in che modo sia stata stabilita una verità ufficiale, e come essa venga difesa" (pagina 24). La conclusione dell’articolo, che si basa essenzialmente su Rassinier, è comunque che questa «verità ufficiale» non sia in realtà altro che una menzogna che riprende e avalla una voce nata nei campi di concentramento nazisti (cfr. pagine 29 e 31). Contemporaneamente, questo gruppo distribuì a Lione un volantino in difesa di Robert Faurisson, dal titolo provocatorio "Chi è l'ebreo?" (la risposta implicita: è Faurisson quello perseguitato oggi, mettendo così le vittime della Shoah allo stesso livello di chi la nega), dove si riproducono passaggi importanti dell'articolo precedente. Nel 1981, questo gruppo lo farà di nuovo pubblicando, con lo stesso titolo "De l'exploitation dans les camps à l'exploitation des camps", un opuscolo che attaccava Pierre Vidal-Naquet, definendolo un "Klarsfeld di carta", a causa della sua critica a Faurisson, fatto su un numero della rivista Esprit; così come una lunghissima risposta di Pierre Guillaume alla lettera loro indirizzata da uno dei suoi ex compagni politici, lui stesso deportato, che aveva rotto con lui a causa del suo impegno negazionista. Prova che non tutti gli attivisti ultra-sinistri hanno sperimentato la deriva negazionista in questione qui, e che quindi non è stata fatale. Tra i portavoce ultra-sinistri dell'impresa revisionista, vi era anche il gruppo "Per un intervento comunista". Il quale, in diversi numeri della sua rivista "Jeune Taupe", ci terrà a sottolineare il proprio contributo «alla denuncia generale delle mistificazioni capitaliste, ivi compreso, in particolare, l'antifascismo» (n. 27 luglio-settembre 1979, pagina 5), facendosi così propagandista delle tesi di Rassinier e di Faurisson. Inizialmente, il suo ruolo si limitava a citare e commentare le pubblicazioni di "La Vieille Taupe" o "La Guerre Sociale". In tal modo, nel suo numero 31 (aprile-maggio 1980), pubblicò il trattato "Chi è l'ebreo?" La sua originalità diverrà più marcata a partire dal n° 34 (novembre-dicembre 1980) quando ripubblicherà un articolo apparso prima della guerra su una rivista americana, intitolato "The Brown Shirts of Zionism"; questo articolo denunciava la natura fascista di una certa tendenza nel sionismo dell'epoca, raggruppatosi attorno a un certo Jabotinsky, una tendenza allora qualificata come "revisionista", all'interno del movimento sionista stesso! Il desiderio di fusione era evidente e "Jeune Taupe" non lo nascondeva, dichiarando a proposito di questo articolo: «La sua pubblicazione non può essere separata dall'attuale controversia sul fenomeno dei campi di concentramento e su quella a proposito della "religione dell'Olocausto", e dalle reazioni che ha provocato. L'intera stampa sionista (cioè, quasi tutta la stampa!) si è sentita stavolta mobilitata a mettersi al servizio della peggiore censura in nome dei "sei milioni di morti" (!?)» (pagina 4).L’antisemitismo traspare chiaramente dal riproporre questa vecchia tiritera dell’estrema destra secondo cui la stampa sarebbe nelle mani degli ebrei (ribattezzati per l’occasione “sionisti”). Pur dichiarando di non voler "prendere formalmente posizione" sulla questione dell'esistenza di un genocidio, Jeune Taupe afferma che «questa cifra di sei milioni è certamente solo una pura fantasia (e che costituisce persino un'impossibilità materiale virtuale) e che «la volontà di "sterminio" che nasconde è molto discutibile» (pagina 5). Successivamente, parte del gruppo pubblicò una nuova recensione, "Révolution sociale", nella quale una rubrica intitolata "News from the Devil" sarebbe tornata regolarmente su "l'affare Faurisson" e avrebbe testimoniato un impegno sempre più chiaro nei suoi confronti. Così leggeremo nel suo primo numero il seguente sofisma: «Anche se Faurisson fosse un antisemita, non si può rifiutare la sua opera in nome di questo unico argomento. Se Pasteur fosse stato antisemita, le sue conclusioni sarebbero state respinte?»(pagina 5). Il paragone tra Faurisson e Pasteur dà un'idea dell'alta considerazione nella quale questa "giovane guardia" dell'ultrasinistra teneva il primo. Ciò fu ulteriormente attestato in un numero successivo della stessa rivista, datato gennaio 1983, e ciò avvenne sotto forma di una lunga intervista al «professore accusato di "falsificazione"» (Faurisson non aveva mai avuto il titolo di professore, era docente). In questa intervista, i suoi giovani ammiratori si preoccupavano persino dei mezzi di cui aveva bisogno  per «aiutarlo a coprire tutti i costi legali e, prima di tutto, quelli necessari per i ricorsi alla Corte di Cassazione» (pagina 2). Questi diversi gruppi, sebbene spesso gelosi l'uno dell'altro, collaborarono tutti alla diffusione delle tesi negazioniste. Così le squadre che pubblicavano "La Guerre Sociale" e "Jeune Taupe", rinforzate per l'occasione da altri gruppi ultra-sinistri ("Le Frondeur", il gruppo "Comune di Kronstadt", il "Gruppo Operaio per l'Autonomia Operaia", "Gli Amici del Potlatch"), firmarono e distribuirono insieme, in decine di migliaia di copie - durante le manifestazioni che seguirono l'attacco antisemita in rue Copernic (ottobre 1980) - un volantino intitolato "Il nostro regno è una prigione", in cui si poteva leggere: «La voce sulle camere a gas, ufficializzata dal Tribunale di Norimberga, ha permesso di evitare una critica reale e profonda del nazismo. È stato proprio questo orrore mitico a consentire di nascondere le cause reali e banali dei campi di concentramento e della guerra.» Un vero e proprio insulto alla memoria delle vittime della Shoah sul luogo di un attacco che annunciava, tuttavia, che alcuni erano pronti a ripetere l'impresa genocida nazista. In definitiva, questi gruppi non furono certamente i promotori del movimento revisionista o negazionista, ma è innegabile che ne siano stati i portavoce più attivi, sebbene non abbiano mai riunito, in totale, più di qualche decina di persone. Essi hanno garantito a queste tesi una certa visibilità, non tanto attraverso le loro riviste, che avevano un pubblico relativamente ristretto, quanto grazie alla loro tattica provocatoria basata sulla distribuzione di volantini. Questi diversi gruppi di estrema sinistra sono così diventati i principali propagandisti delle tesi di Faurisson, facendo uscire tali tesi dalla marginalità e dalla riservatezza nelle quali erano rimaste confinate fino ad allora. D’altra parte, sono diventati i principali sostenitori di Faurisson nel momento in cui egli ha iniziato ad avere problemi con la giustizia. Infine, hanno conferito a questa causa di estrema destra - che è il negazionismo -  una patina di “sinistra”, se non addirittura “rivoluzionaria”, rendendola così apparentemente presentabile, e contribuendo in tal modo a confondere le carte, a disorientare le menti e a confonderne più di una. Questo ha gettato un'ombra di sospetto sulle loro amate referenze rivoluzionarie, contribuendo così a screditarle in un'epoca che ha visto trionfare una controrivoluzione ideologica dalle molteplici sfaccettature. I nomi di Marx e Rosa Luxemburg, i richiami ai grandi momenti della lotta rivoluzionaria del proletariato ( la Comune di Parigi, la rivoluzione sovietica, la Catalogna del 1936-37) dovevano perciò essere mescolati, supremo disonore, in questa impresa di falsificazione della Storia! A causa di quale perversione politica e intellettuale dei militanti dell’estrema sinistra, alcuni figli del Maggio ’68 e delle “lotte antimperialiste”, hanno finito per ritrovarsi fianco a fianco con i veterani dell’estrema destra? Come spiegare una simile alleanza contro natura? Cominciamo col dare ascolto, a questo proposito, ad alcuni dei principali interessati [*4].

Sentiamo i "pentiti" che interpretano la battuta del calderone!
    Infatti, man mano che, sulla scia di Pierre Guillaume, il revisionismo e il negazionismo dell’estrema sinistra scivolavano verso posizioni apertamente antisemite, e stringevano contatti con la corrente neonazista, alcuni membri dei precedenti gruppi che avevano intrapreso quella strada si tirarono indietro di fronte a quelle posizioni estreme e abbandonarono la lotta negazionista. Se la maggior parte lo fece con discrezione, in punta di piedi, per non far più parlare di sé e cercare di farsi dimenticare, altri, pochi, hanno invece tenuto a fornire spiegazioni sulla loro precedente deriva. È stato così per quattro ex membri dell’ex gruppo che pubblicava *Jeune Taupe*. In seguito al lapsus di Jean-Marie Le Pen sul “dettaglio” costituito dall’esistenza delle camere a gas nei campi di sterminio nazisti (settembre 1987), essi hanno reagito diffondendo un testo di una dozzina di pagine intitolato ”Trop, c’est trop!”, presumibilmente inteso a prendere le distanze dal loro passato negazionista [*5]. Più recentemente, i contributi di Serge Quadruppani e di Gilles Dauvé all’opera collettiva “Libertaires et ultra-gauche contre le négationnisme”[*6] costituiscono un tentativo dello stesso genere. Nel presentarsi come se fossero delle coraggiose e lucide autocritiche, questi testi si rivelano, per lo più, solo delle argomentazioni pro domo, la cui incoerenza evoca inevitabilmente la famosa storia ebraica del calderone[*7]. Così questi cosiddetti ex-revisionisti, o negazionisti, ci spiegano simultaneamente che essi non hanno fatto nulla; ma che tuttavia avevano ragione a farlo. E che, per quanto si sbagliassero, quanto meno i principi che li hanno ispirati in questa vicenda, sono stati e rimangono eccellenti. «Non abbiamo fatto niente! O così poco che non vale nemmeno la pena parlarne.» Questo è il leitmotiv di tutti questi testi: a credere loro, questi "pentiti" non sono mai stati né negazionisti né revisionisti. Viene allora da chiedersi perché essi sentano così tanto bisogno di spiegarsi e di giustificarsi a proposito di questo argomento... Come dice François-Georges Lavacquerie, che sembra parlare da conoscitore: «Ciò che rende odiosi i "revisionisti",non sono tanto le loro tesi antisemite e bugiarde che negano il genocidio, quanto la loro disonestà dialettica che arriva a far sì che neghino la loro negazione.» [*8] In breve, applicano alle loro stesse posizioni precedenti il medesimo trattamento negazionista che avevano precedentemente fatto subire al genocidio ebraico. Come se la negazione dell'Olocausto, per loro, fosse diventata una seconda natura...   È stato così che i quattro ex membri di "Jeune Taupe", che abbiamo appena visto quanto si fossero preoccupati qualche anno prima di difendere Faurisson, ora affermarono con disinvoltura: «Per quanto ci riguarda, non siamo mai stati né revisionisti né compagni di viaggio del revisionismo... Anche se siamo contrari ai linciaggi, ai divieti di qualsiasi tipo, alle bugie di ogni tipo e agli amalgami in qualsiasi direzione! »(pagine 3-4). È quindi solo per difendere la libertà di espressione del povero "Professor Faurisson" che sarebbero venuti in suo soccorso, ratificando al contempo la sua immensa e malvagia menzogna, e alcune sorprendenti amalgama. È lo stesso processo che Serge Quadruppani utilizza nel suo testo intitolato "Quelques éclairissements sur La Banquise"; la rivista di cui egli pubblicò, insieme a Gilles Dauvé, quattro numeri tra il 1983 e il 1986. Inizia sottolineando che, delle 279 pagine che componevano in totale questi quattro numeri, solo «26 pagine riguardavano direttamente o indirettamente (a volte molto lontanamente) il genocidio e le falsificazioni» (pagina 71). Come se il contenuto di una pubblicazione potesse essere misurato dal numero di pagine, nelle quali si potevano leggere osservazioni poco sospette di revisionismo come queste: «Mentre viene schedato e registrato dalla Previdenza Sociale e da tutti gli enti statali e parastatali, l’uomo moderno considera particolarmente orribile e barbaro il numero tatuato sulle braccia dei deportati. Eppure è più facile strapparsi un lembo di pelle che distruggere un computer.» [*9] Questo però non impedisce a Quadruppani di affermare che «La Banquise è stata fondata soprattutto perché i I suoi animatori, tra cui figuravo anch’io, hanno rotto con i responsabili di *La Guerre Sociale*, che sostenevano Pierre Guillaume in una deriva revisionista che noi condannavamo.» (pagina 71) Ci si rende anche conto di quanto questa rottura con il negazionismo dichiarato di un certo Guillaume fosse una questione relativa all’epoca in cui recitavano la parte dei pinguini sulla Banquise. Ciò che Quadruppani deve del resto ammettere, a malincuore, già nella pagina successiva: «I testi della Banquise riflettono le difficoltà e le carenze di questo processo di rottura.» (pagina 72) Quanto a Dauvé, è lui quello che va più oltre nella presentazione revisionista del proprio passato revisionista. L'intero suo "Bilan et contre-bilan" è solo una composizione del ruolo decisivo che ebbe nell'istituzione dell'apparato ideologico che avrebbe generato la deriva negazionista di una parte dell'ultra-sinistra. Pertanto omette di sottolineare che fu lui a ripubblicare, nel 1973, il testo originale bordighista, "Auschwitz ou le grand alibi", di cui in seguito abbiamo potuto giudicare  fino a che punto la sua matrice teorica, basata su un marxismo ridotto a determinismo economico, racchiude in sé tutte le premesse di una deriva revisionista, contrariamente a quanto egli stesso sostiene (pagine 86-87). Allo stesso modo, egli riduce al rango di semplice “bozza” la versione primitiva dell’articolo intitolato «Dallo sfruttamento nei campi allo sfruttamento dei campi», che, come abbiamo visto in precedenza, avrebbe trasformato i militanti de La Guerre Sociale in soldati del revisionismo, prima, e poi del negazionismo[*10]. E poiché è comunque impossibile, per loro, nascondere o negare qualsiasi partecipazione all'impresa revisionista o negazionista, ecco che i "pentiti" ripiegano su una seconda linea di difesa: «Quello che abbiamo fatto (cioè, sostenere per un momento tesi negazioniste e revisioniste), abbiamo fatto bene a farlo.» In altre parole, dopo aver negato il loro passato, eccoli a rifiutarsi di negarlo. Ed è qui che il loro discorso inizia a diventare interessante, perché in parte solleva il velo sulle ragioni della loro derivazione. «Come firmatari, in qualità di membri di un gruppo ormai sciolto, del volantino *Il nostro regno è una prigione* che all’epoca fece molto parlare di sé, volevamo richiamare l’attenzione sul pericolo insito nel funzionamento mitico delle società e sulle menzogne che ne derivano per giustificare l’adesione delle popolazioni a tali rappresentazioni. Eravamo preoccupati per la «guerra del falso contro la realtà vera», scrivono gli ex militanti di Jeune Taupe (pagina 5). Tra le "menzogne" che ingannano le masse, e che essi si proponevano così di smascherare, prendendo di mira il "mito" di Auschwitz e delle camere a gas, figuravano, molto semplicemente, il regime democratico e l’antifascismo. Il regime democratico, perché trova nella barbarie nazista simboleggiata da Auschwitz un argomento a buon mercato per legittimare sé stesso e, insieme a esso, la disumanità ordinaria del capitalismo: «Ai nostri occhi, tutte le fazioni capitaliste sono condannabili, e non si deve scegliere tra la peste e il colera. Le specificità tra le molteplici atrocità devono essere comprese e riconosciute, ma non consentono in alcun caso di scagionare una banda più democratica a scapito di un’altra che si caricherebbe così sulle spalle tutti i “peccati del mondo!”» (pagine 8-9).  Antifascismo, perché facendo del fascismo la "bestia disgustosa" da massacrare, partecipa proprio a questa legittimazione del capitalismo: «Continuiamo anche a denunciare le cosiddette forze democratiche, antifasciste e antirazziste di tipo borghese, che anche, sotto le coperture umaniste, sviluppano la politica del capitalismo e le sue conseguenze violente più estreme.»(pagina 6). Stessa linea di pensiero per Quadruppani e Dauvé. Anche loro giustificano a posteriori la loro epopea revisionista con la necessità di procedere a una critica radicale del regime democratico e dell’antifascismo. «(…) sul terreno dell’antifascismo, le nostre critiche all’Unione Sacra non hanno, a mio avviso, perso nulla della loro validità (…) (poiché) l’antirazzismo e l’antifascismo costituiscono l’ideologia ufficiale di tutte le classi dirigenti, il linguaggio comune di tutti i media. L’antirazzismo è persino il discorso di chi espelle i clandestini» (pagine 75 e 77), afferma ad esempio in modo perentorio Quadruppani. È davvero l’unico ad aver colto la dimensione antirazzista delle parole di un Mitterrand che evocava una certa «soglia di tolleranza» che sarebbe stata raggiunta, o di uno Chirac che parlava di certi «odori», per non parlare di Pasqua che confessava di condividere l’essenziale dei valori del FN. Ed è proprio Dauvé a esprimere con maggiore chiarezza questo odio comune dell’estrema sinistra nei confronti della democrazia, affermando senza mezzi termini che «la democrazia parlamentare si è rivelata una delle migliori forme di soffocamento dei proletari» (pagina 83); o ancora che «i democratici non si sono mai opposti seriamente al cammino dei fascisti verso il potere» (pagine 83-84). Il che, a suo avviso, giustifica evidentemente, col senno di poi, il loro precedente smarrimento. Peraltro, in quest’opera di auto-giustificazione della loro carriera revisionista, capita ai “pentiti”… di non pentirsi affatto. Quadruppani confessa così di non pentirsi affatto di «aver difeso, nel (suo) *Catalogue du prêt-à-penser français* [*11], la libertà di espressione di Faurisson» (pag. 78), anche se ammette in una nota che oggi, il passaggio che lo riguarda,, non lo scriverebbe più allo stesso modo. Un Faurisson che si era fatto conoscere affermando che «le presunte camere a gas hitleriane e il presunto genocidio degli ebrei costituiscono un’unica e stessa menzogna storica che ha permesso una gigantesca truffa politico-finanziaria» e che «Hitler non ha mai riconosciuto che un solo ebreo sia stato ucciso a causa della sua razza o della sua religione». E cosa pensare di Dauvé che, nella versione originale del suo contributo consegnato alla stampa, continuava a definire le camere a gas un «gigantesco dettaglio della Seconda guerra mondiale »: un passaggio, questo, che curiosamente è scomparso nella versione pubblicata da Reflex; Dauvé, che non può fare a meno di seminare il dubbio indicando di sfuggita che il processo di Norimberga non fu «più truccato degli altri» (pag. 93). Proibisci al tuo istinto di manifestarsi, e tornerà, se non al galoppo, almeno di nascosto! Se esagerata, però, l'autogiustificazione rischia però di rovinare l'impresa di sdoganamento che questi testi rappresentano. Ed ecco che, come terza linea di difesa, i nostri "pentiti" riconoscono comunque alcuni errori secondari; ma la cosa serve soprattutto per affermare che in nessun modo questo invalidi i loro principi teorici o politici. In breve, anche se si sono sbagliati a salire per un po' sulla galera revisionista, la loro rotta è sempre stata comunque quella giusta. Così, nel tracciare il bilancio della sua crociata revisionista, che fu anch'essa quella di Dauvé, Quadruppani inizia con il concedersi un’autocompiacimento che lascia sbalorditi. In genere, un bilancio simile dovrebbe essere positivo: «Ritengo che, circa l'essenziale, fossimo nel giusto» (pagina 72). Così le «due principali debolezze, una riguardo al nostro atteggiamento verso Faurisson, e l'altra riguardo alla questione delle "camere a gas"» che ammette un po' più avanti (pagina 73), appaiono quindi come dettagli inessenziali. Pur affermando di non rimpiangere di aver difeso, nel suo tempo, la libertà di espressione di Faurisson, riconosce che «È stato un errore e una leggerezza mettere Faurisson sullo stesso piano di Vidal-Naquet, il quale è invece un ricercatore rigoroso e onesto, mentre Faurisson è un impostore antisemita» (ivi). In altre parole, Quadruppani non si pente di aver difeso la libertà di espressione di un impostore antisemita, mettendolo alla pari con un ricercatore rigoroso e onesto, anche se ciò significa dare credito al lavoro del primo. Ma non è stato altro che un dettaglio... Un altro dettaglio, oltre la loro palinodia sull'esistenza delle camere a gas: «Se ci sembrava davvero secondario se le camere a gas esistessero o meno, ciò è  perché, per noi, in tal modo non aggiungevano nulla all'orrore del nazismo. Se, in linea di principio, penso che avessimo ragione, mi sembra che tuttaviaa abbiamo trascurato un punto essenziale, ovvero che l'aspetto freddamente tecnico e amministrativo di queste camere a gas introducesse una novità radicale, la quale di fatto distingueva il genocidio di ebrei e zingari da quelli che lo avevano preceduto.» (pagina 74). In altre parole, pur se si riconosce l'enormità di aver ridotto l'esistenza delle camere a gas a essere un dettaglio secondario, una riduzione propria di un atteggiamento revisionista, bisogna però immediatamente aggiungere che avevano ragione a compiere tale enormità. In breve, avevano ragione a sbagliarsi... Potremmo così continuare a riempire pagine e pagine per smontare questa difesa personale, le cui incongruenze non sono altro che l’espressione della malafede e dell’incapacità di rompere definitivamente e in modo assoluto con il passato. Incapacità di cui, del resto, è prova il solo fatto che, a quasi quindici anni di distanza, questi continuano a moltiplicare i cavilli e a coltivare le ambiguità con il pretesto di fornire chiarimenti. L'esercizio è noioso e sterile, tranne quando ci rivela, come abbiamo visto, che la loro deriva non è stata fortuita, che è stata indubbiamente dovuta ad alcune delle proposizioni cardinali del corpus ideologico che definisce l'ultrasinistra (o almeno ciò che essa era diventata negli anni '70), in particolare riguardo a democrazia e antifascismo. Perché, contrariamente a quanto afferma Dauvé (pagina 87), il verme revisionista era, in una certa misura, frutto della "teoria" ultra-sinistra. Ed è proprio per questo che i nostri "pentiti" continuano a condividere per la maggior parte le premesse di questa teoria, anche se si sono allontanati dalle sue conseguenze revisioniste e negazioniste più insostenibili, e che trovano così difficile spiegare il loro passato e rompere con esso. Questa, almeno, è l'ipotesi che ora seguiremo. [*12]

L'ultrasinistra di fronte al fascismo
    Per poter capire perché i militanti dell'ultrasinistra abbiano potuto lasciarsi ingannare dalla spazzatura negazionista, è necessario, di fatto, tornare criticamente alla matrice teorica che era loro e che, per la maggior parte, rimane loro. Essa conteneva tutta una serie di proposte che allora resero possibile, se non inevitabile, la loro successiva deriva. A partire dalle loro posizioni riguardo all'antifascismo, di cui abbiamo appena fatto una panoramica. Queste posizioni possono essere condensate in una sorta di sillogismo, la cui sostanza è la seguente.
Prima premessa: la denuncia dell'antifascismo in quanto ideologia. L'ultrasinistra ha sempre accusato l'antifascismo di essere in fin dei conti nulla più di un'ideologia al servizio della democrazia borghese e dello stalinismo.Nel coprire il proprio nemico (in particolare il nazismo) dall'infamia dei crimini più atroci, nel demonizzarlo, nel presentarlo come il male assoluto, l’antifascismo avrebbe finito per legittimare o rilegittimare la democrazia e lo stalinismo, coprendo i loro stessi crimini, sia durante la guerra (ad esempio i bombardamenti di Dresda o di Hiroshima) sia nel dopoguerra (in particolare durante le guerre coloniali o nella repressione delle rivolte popolari nell’Europa dell’Est). «In realtà, l'antifascismo è stato usato per coprire e giustificare molte sciocchezze contro questa o quella popolazione. E prima di tutto, ha reso possibile coprire un ripugnante razzismo anti-tedesco. Ma anche la repressione colonialista: i rivoltosi algerini di Setif [1945], massacrati, sarebbero stati degli "hitlerani". Si legga ancora, per esempio, nel trattato-manifesto "Il nostro regno è una prigione"; o ancora: «La messa in risalto dei crimini nazisti, ha come funzione principale quella di giustificare la Seconda guerra mondiale e, più in generale, la difesa della democrazia contro il fascismo: la Seconda guerra mondiale non sarebbe tanto un conflitto tra nazioni o imperialismi, quanto una lotta tra l’umanità da un lato e la barbarie dall’altro.» [*13] Inoltre, e forse soprattutto, per quei rivoluzionari che i membri di questi vari gruppi dell’estrema sinistra aspiravano a essere - sostituendo l’antagonismo reale tra borghesia e proletariato con l’opposizione “fittizia” tra democrazia e dittatura - l’antifascismo avrebbe finito per trascinare quest’ultimo in una lotta che non era la sua, in una lotta tra fazioni e forme rivali del capitale, mettendolo quindi, in definitiva, al servizio di quello che era il suo proprio padrone: «L’ideologia antifascista intende salvare con ogni mezzo possibile la democrazia dal fascismo e dalle dittature stataliste cui esso è più o meno assimilabile. Ma in realtà questa ideologia è innanzitutto il mezzo con cui affogare nella confusione le prospettive proprie del proletariato, integrando questa classe nella difesa del mondo capitalistico. L’opposizione tra fascismo e antifascismo, di cui è stato fatto un concetto assoluto, è stata soprattutto uno scherzo di cattivo gusto che gli sfruttatori e i politici hanno giocato al proletariato.». Nel libro “Notre royaume est une prison” , si legge anche che, in questo senso, l’antifascismo svolgerebbe la medesima funzione del fascismo, vale a dire quella di alienare il proletariato mettendolo al servizio di una causa contraria ai suoi stessi interessi, dimostrandosi altrettanto controrivoluzionario quanto il fascismo stesso: «Nel capitalismo tedesco, scosso dagli eventi del periodo successivo al 1914-1918, l’antisemitismo è servito cinicamente a unificare politicamente strati sociali eterogenei, e a farli aderire allo Stato. L’antifascismo svolge la stessa funzione politica e utilizza gli stessi meccanismi psicologici, anche se l’obiettivo è cambiato. Bisogna porre fine all’antisemitismo. Bisogna porre fine all’antifascismo. Entrambi sono il “socialismo degli imbecilli”. L’antifascismo è una forma più evoluta e più sottile dell’antisemitismo, ma non per questo meno controrivoluzionaria.» [*14] Seconda premessa. Ogni ideologia sarebbe innanzitutto una menzogna: si nutrirebbe di menzogne e diffonderebbe solo menzogne. Im modo che non appena consideriamo la lotta di classe, e la lotta politica a essa collegata come una guerra civile permanente, veniamo subito portati a concepire l'ideologia in modalità propaganda di guerra: bluff e "lavaggio del cervello". Ad esempio, in questa letteratura ultra-sinistra, notiamo che: «L'antifascismo democratico e l'antinazismo da sex shop (sic) non hanno ancora terminato il loro tempo, anche se oggi sono più vulnerabili alle critiche. Criticarlo significa rivelare i meccanismi più generali della propaganda di guerra, delle menzogne, che funzioneranno — più o meno bene e, si spera, il più male possibile — fino alla distruzione del capitalismo.» [*15] Oppure ancora: «Anche se si può non essere d'accordo con l'approccio, e alcune tesi, di Faurisson e Rassinier, va notato che le persecuzioni e le coperture che persistono in questa vicenda nascondono una menzogna fin troppo evidente in cui sono coinvolte grandi frazioni del capitale (in particolare la sinistra). Ecco perché nella lotta contro le mistificazioni capitaliste, qualsiasi contributo o rivelazione a riguardo sarà positiva» [*16]. Conclusione: gran parte, se non tutto, di quello che l'antifascismo ha detto sul fascismo è un intrigo di menzogne; a cominciare dall'esistenza delle camere a gas, simbolo dello sterminismo nazista. Così possiamo leggere nel volantino intitolato "Chi è l'ebreo?": «La leggenda delle "camere a gas" venne ufficializzata dal tribunale di Norimberga, dove i nazisti venivano giudicati dai loro vincitori. La sua prima funzione è stata quella di permettere al campo stalinista-democratico di distinguersi assolutamente da quello nazista e dei loro alleati.» Queste pubblicazioni ultra-sinistre rivelano una vera ossessione per le "mistificazioni capitaliste" riguardo la Seconda Guerra Mondiale, l'idea che il resoconto che ne è stato fatto e le spiegazioni date e divulgate siano solo il "punto di vista dei vincitori", essenzialmente inteso a coprire o almeno mitigare la propria responsabilità, sia nello scoppio della guerra (ad esempio, il sostegno dato, almeno inizialmente, al nazismo dalle forze borghesi) sia nella sua condotta (ad esempio, la loro indifferenza o addirittura complicità nei crimini nazisti); così come più in generale nel riconquistare la verginità: «Deve essere chiaro che se il capitale mantiene dei miti, o espone — con visite organizzate — un 'Museo degli Orrori' come quello di Auschwitz o di altri campi di concentrazione, ciò serve a difendersi meglio dall'orrore del suo sfruttamento quotidiano nelle prigioni dei lavoratori salariati, nelle città dormitorio o sulle autostrade, e a mascherare meglio la sua preparazione alla distruzione di vite umane, ancora più di massa rispetto alle due guerre mondiali o dal 1945.» [*17] L'approccio dell'ultra-sinistra all'antifascismo può essere riassunto anche in un altro modo: come molti altri prima, essa credeva che i nemici (i negazionisti) di quello che considerava il suo nemico politico (antifascismo) potessero essere solo suoi amici. Questo si vede chiaramente nella risposta indirizzata dalla "giovane Talpa" -  nel suo gergo -  alla lettera di un compagno britannico che le rimprovera di essersi gettata nella tana del leone: «L'uso che può essere fatto di certe opere da parte di certe fazioni della borghesia (in questo caso l'estrema destra) contro altre fazioni è, a nostro avviso, un falso problema (...) Tutto ciò sposta la domanda, che è la seguente: il lavoro di R. Faurisson (come quello di P. Rassinier) può contribuire – anche se non è una teoria rivoluzionaria – a una chiarificazione rivoluzionaria? Per quanto ci riguarda, riteniamo che sia così, nel senso che essi rappresentano un'arma importante per distruggere tutta la storiografia ufficiale costruita dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale.» [*18] Ecco perché, come abbiamo visto, ai militanti di Jeune Taupe non poteva importare se Faurisson fosse antisemita o meno. Alla fine, fu il loro odio insaziabile per l'antifascismo, considerato come la più seria mistificazione ideologica del capitalismo postbellico, a accecare questi gruppi ultra-sinistri al punto da precipitarli tra le braccia dell'estrema destra: attaccando il "mito delle camere a gas", credevano di poter porre fine una volta per tutte alla loro bête noire politica.il fatto che, nel dopoguerra, sia stato “strumentalizzato” per fini di (ri)legittimazione sia dalle élite politiche delle democrazie occidentali, sia dalle dirigenze staliniste dei cosiddetti partiti comunisti, sia a Est che a Ovest, non deve far dimenticare che esso si è forgiato nelle lotte operaie e popolari del periodo prebellico, dallo sciopero generale degli operai tedeschi contro il tentativo di colpo di Stato di Kapp nel 1920 e fino all’azione spesso decisiva dei maquis e dei “francotiratori" in molti paesi occupati dai nazisti, passando per l’assalto sferrato a mani nude dal popolo di Madrid o di Barcellona alle caserme presidiate dalle truppe sediziose all’annuncio del pronunciamento di Franco [*19]. Per quanto riguarda la riduzione dell'ideologia a delle menzogne, vale a dire, a un semplice strumento di manipolazione delle masse al servizio della classe dirigente o dello Stato, ciò poteva essere solo il risultato di una concezione poliziesca, o peggio: letteralmente paranoico nei confronti di una Storia, la quale trasforma il "nemico di classe", il capitale, in un soggetto demiurgico dotato di una formidabile capacità mistificante, e scruta alcune manovre o complotti oscuri da parte sua, dietro a qualsiasi movimento politico che non sia l'espressione dell'attività rivoluzionaria del proletariato. Nella misura in cui il concetto di ideologia ha un significato, esso designa al contrario un insieme di rappresentazioni relative all'esperienza vissuta delle relazioni sociali, con la parte inevitabile di errore e illusione insite in ogni esperienza vissuta, piuttosto che una menzogna consapevolmente organizzata e usata. In breve, dietro la critica all'antifascismo, troviamo l'equivalenza, stabilita negli anni Venti dall'ultra-sinistra, tra fascismo, democrazia borghese e "comunismo" stalinista, e i tanti regimi le cui differenze sarebbero solo evidenti, come se fossero tutte tante maschere del potere statale del capitale. In "Our Kingdom is a Prison", ad esempio, leggiamo: «La mitologia dell'antifascismo, liberale o stalinista, riscrive la storia e nasconde la profonda unità delle forme democratiche e dittatoriali che lo Stato assume. La democrazia sarà sempre pronta a trasformarsi in una dittatura, o viceversa, a salvare lo stato!». E questa equivalenza si basa essa stessa sulla tradizionale svalutazione, fatta dall'ultrasinistra, della democrazia borghese, parlamentare, rappresentativa e delle sue "libertà formali", ridotte (anche qui) a una semplice ideologia, intesa a mascherare e giustificare la perpetuazione delle relazioni capitaliste di sfruttamento e dominazione. Criticare questa concezione di democrazia politica ci porterebbe però oltre lo scopo di questo articolo. Contentiamoci quindi qui solo di ricordare che, per quanto limitata e illusoria possa essere, la democrazia borghese ha comunque offerto al proletariato la possibilità di organizzarsi in associazioni, sindacati e partiti politici e, così facendo, di limitare almeno la propria dominazione e sfruttamento. È in questa veste che i suoi elementi più consapevoli hanno sempre difeso spontaneamente questo regime, contro tutte le forze che minacciavano di privarli di queste condizioni elementari per l'organizzazione della loro lotta di classe. Notiamo anche di sfuggita il semplicismo di un pensiero che vede, al massimo, differenze di grado e non di natura tra le varie forme politiche che assumerebbe il dominio capitalistico: democrazia, stato forte, stato di eccezione, bonapartismo, dittatura militare, fascismo. È questa stessa propensione a ridurre la complessità essenziale della realtà a pochi schemi semplicistici, e poi a negare la realtà stessa non appena si dimostra di resistere a questa riduzione, che troveremo in gioco nel modo in cui questi gruppi ultra-sinistri si sono avvicinati ad Auschwitz.

L'ideologia ultra-sinistra di fronte ad Auschwitz
    In questo caso, oltre alle sue posizioni particolari su fascismo e antifascismo, è l'intera matrice teorica dell'ultrasinistra quella che dovrebbe essere messa in discussione e incriminata. Questa matrice viene essenzialmente ridotta a una vulgata marxista, la quale, da un lato, combina un economicismo convinto che il corso del mondo contemporaneo possa essere strettamente dedotto dalle leggi di funzionamento oggettivamente determinabili del capitale, e ispirando allo stesso tempo una concezione iper-razionalista della storia contemporanea, la quale così cade in effetti nell'idealismo (in senso filosofico), più vicina in questo senso a Hegel che a Marx [*20] ; d'altra parte, e inoltre contraddittoria, c'è la fede nella capacità del proletariato di aprire la strada al comunismo, che talvolta alimenta un vero messianesimo rivoluzionario. Tuttavia, poiché questa capacità è stata smentita dal corso degli eventi, l'ideologia ultra-sinistra si è gradualmente arroccata in un economicismo a tendenza catastrofica, prevedendo che se non si fosse impegnata nella costruzione del socialismo, la civiltà contemporanea potrebbe solo sprofondare completamente nella barbarie. La ristrettezza di una simile matrice teorica, aggravata dal dogmatismo specifico di questo ambiente, poteva solo predisporre l'ultra-sinistra - dal momento che si sarebbe trovata di fronte al formidabile compito di comprendere (spiegare e interpretare) Auschwitz - a una deriva revisionista, e subito dopo, semplicemente, negazionista [*21]. Poiché, nel contesto di una simile matrice, Auschwitz diventa semplicemente incomprensibile, o ancor peggio: inconcepibile e implausibile. Al primo livello di questa deriva negazionista, la negazione di Auschwitz riguarda solo la sua specificità in quanto genocidio, riducendolo a un caso, certamente estremo, di barbarie capitalista. Ad esempio, nel testo dei “pentiti” di "Trop, c’est trop", si continua a leggere: «Per noi, gli orrori molto reali di Auschwitz o di altri campi – anche se la morte è stata più lenta e amministrata con tecniche diverse rispetto alle bombe convenzionali o nucleari – non differisce per natura da quella di Guernica, Dresda, Setif o Hiroshima. La barbarie capitalista non ha limiti e può essere esercitata con qualsiasi mezzo, a meno che gli sfruttati e gli spossessati non pongano fine a questo sistema fondamentalmente disumano. Naturalmente, non si tratta di mettere tutto allo stesso livello riduttivo (con un ragionamento stupidamente analogico) e, nell'analisi della panoplia del gangsterismo capitalistico, è necessario distinguere, ad esempio, i crimini di origine più particolarmente razzista da quelli direttamente legati a radici economico-politiche. Ma, nelle sue conseguenze, la barbarie non comporta responsabilità più o meno gravi di altre: ai nostri occhi, tutte le fazioni capitaliste sono condannabili e non dobbiamo scegliere tra peste e colera.» (pagina 8) Notiamo di sfuggita che qui troviamo questo desiderio di mettere allo stesso livello - nonostante le negazioni su questo argomento -  fascismo e antifascismo, democrazia e dittatura. Sono innumerevoli i passaggi di questo tipo che punteggiano la letteratura revisionista ultra-sinistra. Ciò che qui viene frainteso, o addirittura negato, è il carattere sterminista dell'impresa nazista, diversa nella sua stessa natura e non solo nella sua portata (l'entità del massacro, l'entità dei mezzi tecnici, amministrativi, di polizia e militari impiegati), da tutti i massacri che accompagnano l'instaurazione o il mantenimento di relazioni di sfruttamento e dominazione. Cercare di sterminare una popolazione sistematicamente, usando tutti i mezzi necessari per farlo, e cercare di dominare o sfruttare una popolazione, sono due imprese non solo diverse, ma letteralmente contraddittorie, per la semplice ragione che non si possono né sfruttare né dominare cadaveri, ma solo uomini viventi. Naturalmente, ogni impresa di sfruttamento e dominazione ha aspetti criminali. Così uno sfruttamento eccessivo della forza lavoro porta alla morte più o meno rapida degli sfruttati; e, in questo senso, a volte possiamo giustamente parlare di sterminio tramite lavoro. Ma uno sfruttamento così estremo è possibile solo se il lavoro da sfruttare è abbondante, facilmente disponibile e a basso costo. Allo stesso modo, ogni tentativo di dominazione è criminale, anche solo nella misura in cui un giorno o l'altro finisce per opporre la violenza alla resistenza aperta e alla rivolta dei dominati. Ma che ne sarebbe stato di un tiranno che si fosse impegnato a massacrare sistematicamente tutti i suoi sudditi? Avrebbe lavorato inaspettatamente per porre fine alla sua stessa tirannia... Rinchiudendoli nei ghetti per farli morire di fame o malattie, facendoli massacrare dagli Einsatzgruppen, che operavano alle spalle delle unità della Wehrmacht sul Fronte Orientale, deportandoli in campi di sterminio dove quasi tutti avevano promessa la morte immediata, i nazisti non cercarono di dominare o sfruttare ebrei o zingari, ma di sterminarli. Bombardando Dresda o Hiroshima, gli Alleati non miravano a sterminare sistematicamente l'intera popolazione tedesca o giapponese, ma a indebolire materialmente, e soprattutto moralmente, il loro potenziale di resistenza per precipitare così  la caduta dei regimi nazista o giapponese. Qualunque cosa si pensi di tali metodi, che spingono la "logica" della "guerra totale" al limite, una delle cui caratteristiche è proprio quella di non distinguere più tra la popolazione civile e le unità militari da combattimento, essi fanno parte di una logica di dominazione, non di sterminio. Allo stesso modo, massacrando alcune decine di migliaia di algerini nella regione di Setif, dopo la rivolta dell'8 maggio 1945, soprattutto venne seminato terrore per ricreare le condizioni per la sottomissione coloniale di una popolazione che aveva avuto la ingenuità e il coraggio di credere che fosse arrivato anche l'ora della sua liberazione; Ma terrorizzare i vivi per continuare a soggiogare loro non significa sterminarli. Nonostante la sua processione di orrori, ogni guerra coloniale si basa sempre su una logica di dominazione e sfruttamento della popolazione coloniale, e non su uno sterminio sistematico di questa popolazione. Inoltre, i nazisti stessi sperimentarono la differenza e persino la contraddizione tra queste due logiche. Da un lato, non è un caso che essi abbiano introdotto i campi di sterminio accanto ai campi di concentramento. Se i campi di concentramento e di lavoro operavano secondo una logica di sfruttamento, anche se eccessiva, della forza lavoro, non era così per i campi di sterminio (Auschwitz-Birkenau, Belzec, Chelmno, Maidanek, Sobibor, Treblinka), progettati non per sfruttare la forza lavoro dei prigionieri, ma per farli giustiziare altrettanto rapidamente, nella maniera più economica e segreta possibile. Qualsiasi estrapolazione dell'esperienza dalla prima alla seconda maniera può solo portare al nascondere o addirittura al negare la dimensione sterminista dell'impresa nazista.D’altra parte, la contraddizione tra le esigenze dello sfruttamento e quelle dello sterminio si è talvolta manifestata chiaramente all’interno degli stessi campi. Anche sotto questo profilo, Auschwitz rimane una figura emblematica. Auschwitz comprendeva infatti tre campi: al campo di concentramento originario (Auschwitz I) si erano aggiunti il campo di sterminio di Birkenau (Auschwitz II) – quello che conosciamo soprattutto e che è diventato la figura emblematica della barbarie nazista – ma anche l’immenso campo di lavoro di Monowitz (Auschwitz III), vero e proprio centro industriale con i suoi quarantatré “kommandos” esterni e uno dei nodi nevralgici della macchina da guerra nazista. Tuttavia, la carenza di manodopera qualificata necessaria al funzionamento di questa macchina costrinse le autorità di Monowitz a prelevare costantemente contingenti di operai e artigiani ebrei destinati a Birkenau, “salvandoli” così temporaneamente, o talvolta definitivamente, dalla morte immediata che li attendeva [*22]. Infatti, ancora una volta, si potevano far lavorare solo uomini vivi; la forza lavoro di un cadavere è inesistente. È comunque curioso che un pensiero improntato a un economicismo così primitivo come quello dell’estrema sinistra non sia riuscito a concepire un argomento del genere, che pure rientra nelle considerazioni economiche più elementari.

«Auschwitz o il grande alibi»
   In realtà, il carattere sterminazionista  dell'impresa nazista, così come è simboleggiato da Auschwitz, non è stato sempre negato dall'ultrasinistra. Il testo più significativo a questo riguardo è senza dubbio quello che con il titolo "Auschwitz ou le grand alibi" è stato pubblicato dalla corrente bordighista sul numero 11 della sua rivista "Programme communiste", nel 1960, che poi questa stessa corrente ripubblicò in forma di opuscolo nel 1979, con una prefazione. Innanzitutto per la sua collocazione temporale, grazie alla quale può essere considerato come uno dei testi che hanno dato origine a questa deriva, insieme agli scritti di Rassinier [*23]. Dall'altro lato, esso rappresenta il tentativo più chiaro di spiegare l'impresa nazista di sterminio, facendolo in termini della vulgata marxista praticata dall'ultrasinistra. Mettendo così in evidenza l'assurdità di un simile approccio, e il modo in cui il suo inevitabile fallimento poteva solo aprire la strada a quella che sarebbe poi diventata una negazione ancora più radicale di Auschwitz. Questo articolo si propone di denunciare «l’errore» e «l’ipocrisia » della spiegazione comune di Auschwitz, che sarebbe improntata all’« idealismo borghese », e che vorrebbe « far credere che siano il razzismo e l’antisemitismo ad essere di per sé responsabili delle sofferenze e dei massacri, e in particolare ad aver provocato la morte di sei milioni di ebrei durante l’ultima guerra » (pagina 1). A tal fine, occorre opporvi un’analisi «materialista», che metta a nudo «le radici reali dello sterminio degli ebrei, radici che non vanno ricercate nel campo delle “idee”, ma nel funzionamento dell’economia capitalista e negli antagonismi sociali che essa genera» (ibidem). È quindi proprio in base alla propria matrice teorica che questa corrente dell’estrema sinistra propone qui un’analisi di Auschwitz volta a dimostrare che quest’ultimo è riducibile alle leggi eterne del funzionamento del capitale. Visto da una simile prospettiva, come viene spiegato lo sterminio sistematico degli ebrei in tutta Europa da parte del regime nazista? Semplicemente tramite una sorta di regolamento interno dei conti all'interno della piccola e media borghesia tedesca! Nel contesto della crisi degli anni Venti e Trenta, la minaccia permanente che per questa classe era rappresentata dalla concentrazione del capitale, avrebbe assunto una forma parossistica, lasciandola senza nessuna altra scelta che scendere a un compromesso: condannare una parte dei suoi membri a scomparire per salvare così il resto della classe; e furono gli ebrei, allora essenzialmente concentrati in questa classe, cui sarebbe stato inflitto il colpo fatale: «Fu in reazione a questa terribile minaccia che la piccola borghesia "inventò" l'antisemitismo. Non tanto, come dicono i metafisici, per spiegare le sventure che la colpirono, quanto per cercare di proteggersi concentrandole su uno dei suoi gruppi. Alla terribile pressione economica, alla minaccia di distruzione diffusa che rendeva incerta l'esistenza di ciascuno dei suoi membri, la piccola borghesia reagì sacrificando una delle proprie parti, sperando così di salvare e garantire l'esistenza delle altre. L'antisemitismo non deriva da un "piano machiavellico" e più che da "idee perverse", ma esso sarebbe piuttosto il risultato diretto di una vincolo economico. L'odio verso gli ebrei, ben lontano dall'essere la ragione a priori della loro distruzione, è solo l'espressione di questo desiderio di delimitare e concentrare su di loro la distruzione.» (pagina 11). Le obiezioni a questa assurda spiegazione economica dello sterminismo nazista, ovviamente abbondano, anche da un punto di vista marxista. Senza nemmeno riprendere qui la discussione sulla natura di classe del regime nazista o del fascismo in generale, che in ogni caso non è riducibile a un semplice movimento di reazione di panico da parte della piccola borghesia[*24], ma notiamo fin dall'inizio che, lungi dallo spiegare l'antisemitismo, questa analisi lo presuppone; perché sennò come potremmo spiegare, senza di esso, che è stato proprio da parte ebraica che la piccola borghesia "scelse" di deviare il colpo mortale inflitto dal grande capitale? Nelle parole della famosa battuta,[*25] perché gli ebrei anziché i barbieri? Era necessario che, per storia precedente e in un modo specifico, la popolazione ebraica fosse oggetto di un odio comune proveniente da una parte significativa del resto della popolazione tedesca. Del resto, se si fosse trattato solo di distruggere una parte della piccola e media borghesia in quanto tale, la sua semplice espropriazione sarebbe stata più che sufficiente: per distruggere socialmente una classe proprietaria, non è necessario distruggere fisicamente i suoi membri, basta privarla dei suoi mezzi di produzione. E fu con tale espropriazione che i nazisti iniziarono, incoraggiando così gli ebrei (almeno quelli che ancora potevano) a lasciare la Germania; e, da questo punto di vista, il loro compito fu ampiamente compiuto entro il 1938 [*26]. Ma per l'appunto, non si sarebbero fermati lì, cosa che assolutamente non può essere spiegata da alcuna domanda o conseguenza immediata delle contraddizioni sociali che il processo di accumulazione del capitale genera. In terzo luogo, ammettendo che la maggior parte degli ebrei tedeschi fosse concentrata nella piccola e media borghesia, e questo certamente non era il caso degli ebrei dell'Europa centrale e orientale (specialmente in Polonia, Ucraina, Russia, Balcani); in quanto lì la maggior parte del mondo ebraico apparteneva al proletariato e persino all'attività contadina. Se per la piccola borghesia tedesca si fosse trattato solo di liquidare i suoi concorrenti ebrei, il nazismo non avrebbe avuto motivo di attaccare queste popolazioni ebraiche dell'Europa centrale e orientale. E invece, nell'Olocausto, sono stati proprio loro a pagare il prezzo più alto. E la medesima obiezione potrebbe essere ripetuta anche riguardo ad altre popolazioni vittime dell'impresa genocida nazista, a partire dagli zingari o dai malati mentali. Infine, l'analisi precedente non spiega nemmeno perché - sebbene all'epoca la contraddizione tra grande capitale e piccola borghesia fosse diffusa in Europa - sia stato sotto l'egida del regime fascista tedesco che questa contraddizione portasse alla distruzione sistematica degli ebrei. Inoltre, abbiamo visto un altro regime fascista, quello di Mussolini, non solo non seguire tale percorso, ma mettere ostacoli all'impresa genocida nazista, almeno fino a quando esso non fu trasformato in un regime fantoccio nelle mani dei nazisti, dopo il 1943, nell'ambito della "Repubblica di Salo" [*27]; mentre, al contrario, certi regimi non sempre qualificati come fascisti, sebbene includessero componenti fasciste autentiche - come il regime di Vichy o quello di Antonescu in Romania - si sono dimostrati collaboratori zelanti in questa impresa genocida. In altre parole, antisemitismo e fascismo non coincidevano, e non andavano necessariamente di pari passo. In breve, da qualsiasi lato lo si guardi, si scopre quella specificità sterminista e antisemita della politica nazista che l'analisi sviluppata dall'ultrasinistra è incapace di spiegare e che, allo stesso tempo, tende costantemente a nascondere o negare. Poiché, cercando di ridurre questa politica a un semplice effetto oggettivo delle contraddizioni dell'accumulazione di capitale, si fa tutto il possibile per negare alla fine l'intenzione e la volontà sterminista del regime nazista, almeno così come poté manifestarsi dal 1941 al 1942 in poi [*28]. Questo appare assai chiaro in questo passaggio di "Notre royaume est une prison": «Non è la volontà dei suoi dirigenti che ha reso il fascismo omicida (...) La deportazione e la concentrazione di milioni di uomini non possono essere ridotte a un'idea infernale dei nazisti, ma è stata soprattutto la mancanza di manodopera necessaria per l'industria bellica a renderla necessaria. Il fascismo, con sempre meno controllo sulla situazione, e prolugandosi la guerra, che radunava forze molto superiori contro di esso, non riuscì a nutrire adeguatamente i deportati e a distribuire correttamente il cibo.» Ancora un po' e ci avrebbero detto che erano stati gli Alleati i responsabili della morte dei prigionieri nei campi nazisti, a causa del blocco imposto alla Germania! Allo stesso modo, leggiamo ne "La Guerre Sociale": «Le deportazioni di massa di ebrei e non ebrei avvennero soprattutto nel 1942-44, perché la Germania allora aveva bisogno di tutte le sue forze in una guerra che stava iniziando a perdere. Mobilita il lavoro rendendolo obbligatorio (...) anche i campi dell'Est erano innanzitutto un mezzo per mettere da parte una serie di persone inutili o dannose per lo Stato, ma non per massacrarle: piuttosto per usare gli inutili per fare qualcosa che almeno avrebbe servito lo Stato.» [*29] Se fosse stato così, allora perché i nazisti avrebbero deportato bambini e anziani chiaramente inadatti al lavoro? Infatti, in questi passaggi, che mantengono deliberatamente la confusione tra campi di lavoro, campi di concentramento e campi di sterminio [*30], i prigionieri morti in questi campi vengono trasformati in vittime dirette o indirette dell'economia di guerra e dell'esacerbamento delle condizioni di sfruttamento capitalistico che essa ha generato. Non viene più posta alcuna questione sul desiderio nazista di sterminare, sulla volontà nazista di sterminio nei confronti degli ebrei e degli zingari, e non può esserci dubbio su una tale visione del mondo, che conosce e comprende — e anche allora in modo molto semplicistico — solo la logica economica dello sfruttamento e non il delirio omicida che si trova alla base dell'ideologia nazista. Perché cosa potrebbe essere più "anti-economico" per un regime che mobilitare una parte significativa delle risorse intellettuali, amministrative, di polizia e persino militari di un paese in guerra su più fronti per distruggere sistematicamente una parte della popolazione che controlla? [*31] Alla fine, l'impresa genocida nazista è semplicemente irriducibile all'economicismo marxista e all'iper-razionalismo hegeliano, i quali servono solitamente come griglia di lettura teorica per l'ultra-sinistra: Auschwitz non si lascia dedurre direttamente dalle leggi della riproduzione del capitale, né si adatta agli schemi di una storia che dovrebbe essere opera di una ragione immanente. Conclusione: poiché la teoria non prevede un tale fenomeno e non si discute di quest'ultimo (dato che esso è l'unico che si suppone possa spiegare la storia contemporanea), avvine semplicemente che allora il fenomeno non si è verificato. È questo implicito "ragionamento" che porterà una parte dell'ultra-sinistra sulla strada del negazionismo. "Ragionamento", che dice molto circa il carattere profondamente irrazionale del loro pensiero, che rifiuta la prova della realtà come norma di verità; un irrazionalismo che è sempre solo l'altra faccia del loro delirio iper-razionalista. Il carattere profondamente inconcepibile dell'impresa genocida nazista, vista nel quadro deli presupposti dell'ideologia ultra-sinistra, non appare mai così bene come avviene nel passaggio successivo, in cui la realtà di ciò che era l'impresa nazista di sterminio viene, in solo e stesso movimento, perfettamente riassunta e semplicemente dichiarata impossibile, perché è letteralmente incomprensibile e inconcepibile alla luce di queste presupposizioni: «Da mezzo al servizio di una politica nazionalsocialista, il razzismo "ariano" - in primo luogo antisemita, ed espresso tra l'altro in Mein Kampf - sarebbe diventato un fine in sé. Da contributo odioso all'istituzione del Terzo Reich, l'ideologia antisemita sarebbe stata trasformata in un oggetto primordiale, in qualche modo trascendente gli imperativi delle relazioni di produzione capitaliste, fino a pianificare un "crimine perfetto": lo sterminio di sei milioni di ebrei - la "soluzione finale" - avrebbe pertanto significato una deportazione di massa, e l'organizzazione di "campi di sterminio" volti a raggiungere questo obiettivo. Attraverso l'azione del diavolo nazista, gli interessi dei boia sadici, avrebbe sostituito quella di un sistema che aveva bisogno di carnefici per perpetuarsi come sistema di profitto. Il miraggio di possibilità "autonome" illimitate attribuito a un'ideologia staccata dalle relazioni di produzione.» [*32] In altre parole, i presupposti dell'ultrasinistra devono averla resa cieca, non solo alla reale autonomia che la politica (lo stato) e l'ideologia (in questo caso il razzismo antisemita) possono acquisire riguardo all'economia (relazioni di produzione, interessi di classe) all'interno di regimi dittatoriali come il regime nazista; ma lo hanno fatto soprattutto per quanto riguarda tutto ciò che la dominazione stessa del capitale comporta, l'irrazionalità e, ancor di più,  tutto ciò che richiede e mobilita dell'irrazionalismo, sia da parte di coloro che ne diventano "funzionari", così come di chi afferma di opporsi a essa su basi alienate e illusorie (per esempio nazionaliste); e le due cose possono essere confuse. Ma il fascismo (e soprattutto il nazismo) era in un certo senso un movimento di questa natura, che soddisfaceva le richieste più estreme della ristrutturazione del capitale, pur affermando di superarle in nome degli interessi nazionali o addirittura razziali. Una breve frase, tratta da "Notre royaume est une prison", testimonia questa concezione iper-razionalista della storia, e l'incapacità che essa implica di pensare all'irrazionalità e all'irrazionalità come delle forze che agiscono nella storia: «Non c'è nessun mostro davanti a noi. I nostri nemici sono le relazioni sociali, anche se sono difese dagli uomini che dobbiamo affrontare» Purtroppo la Mostruosità esiste, e nel mondo contemporaneo, in termini marxisti, può persino essere rigorosamente definita come la personificazione delle estreme necessità della dominazione del capitale, con ciò che questa personificazione può liberare a partire da fantasie deliranti e investimenti totalmente irrazionali, come quelli che l'antisemitismo, per esempio, ha trasmesso in modo ancestrale. Come possono coloro che incarnano questa relazione di oppressione che è il capitale. non diventare mostruosi, non appena si danno o sono costretti a darsi la missione di adempiere anche alle richieste più estreme di questa oppressione? Più fondamentalmente, l'incapacità dell'ideologia ultra-sinistra di spiegare l'impresa nazista di sterminio ha senza dubbio rivelato alcune carenze del marxismo in generale, in particolare l'inadeguatezza della sua teoria politica, così come la sua tradizionale cecità verso la "questione ebraica" e l'antisemitismo, e quindi l'inadeguatezza della sua teoria della religione [*33]. Senza pregiudicare la capacità di un marxismo liberato dalle sue catene economiche di affrontare la sfida teorica che Auschwitz continua a lanciarci, sarebbe stato quanto meno appropriato menzionare il problema.

L'ultrasinistra come settarismo rivoluzionario
Al di là, o piuttosto al di sotto, delle posizioni teoriche dell'ultrasinistra, è la sua pratica politica stessa che deve essere messa in discussione, se vogliamo comprendere le ragioni della deriva negazionista di alcuni suoi membri. Eredi di correnti ultra-minoritarie del movimento operaio, i diversi gruppi che lo compongono sono tradizionalmente caratterizzati da un funzionamento politico settario. Della setta politica, questi gruppi presentano effettivamente alcuni dei tratti archetipici. Partendo dalla loro comune convinzione che siano gli esclusivi detentori di una "verità rivoluzionaria" che hanno la missione di far sentire e di propagare - contro la menzogna generalizzata in cui si dice viva il mondo circostante - una verità che deve essere condivisa con tutti e difesa da tutti. Questo porta inevitabilmente al dogmatismo più ristretto: alla rigidità dottrinale, al feticismo dei testi, alla cieca fiducia in coloro che dovrebbero essere i depositari e gli interpreti autorizzati di essi (un Guillame, per esempio), in breve a un'ossessione per la "purezza dottrinale". Abbiamo visto come questa rigidità abbia portato certi gruppi dell'ultra-sinistra a negare la realtà nella sua complessità essenziale, anziché modificare la loro "griglia di lettura", poiché ciò si è ovviamente rivelato insufficiente. Questa ossessione per la "purezza rivoluzionaria" non è meno caratteristica di un funzionamento settario, che incita una sorta di corsa sfrenata verso l'ipercritica - (per distinguersi dalle forze classiche della sinistra e persino dai "sinistristi"), ulteriormente accelerata dall'idea, classica per l'ultrasinistra - secondo cui il crollo del capitalismo sia imminente, e che esso debba essere accelerato infliggendo colpi fatali. Da qui, ad esempio, l'escalation del radicalismo rivoluzionario tra i diversi gruppi dell'ultrasinistra, ognuno dei quali è costantemente incline a sospettare e denunciare negli altri tale "tiepidezza", o residuo di "ideologia borghese", che li porta a compromessi o deviazioni. Da qui anche la loro ricerca deliberata di provocazioni e scandali, che sono inoltre l'unico modo per conquistare un pubblico e che li faccia emergere dalla loro marginalità. E, da questo punto di vista, la causa negazionista era perfetta, ed è per questo che si affrettarono a sostenerla: per un ambiente che tendeva a misurare l'autenticità e la radicalità del suo impegno politico dalla capacità di causare scandali, di antagonizzare allo stesso tempo sia la stampa mainstream che l'università, ma anche le tradizionali organizzazioni rappresentative del movimento operaio, Quale migliore opportunità per sognare? [*34]  Ancor più - e questa è anche una caratteristica del funzionamento settario - ciò ha permesso loro di presentarsi come martiri della verità rivoluzionaria: come vittime della persecuzione che colpisce ovunque e sempre gli autentici detentori della verità critica e della pratica rivoluzionaria. Da quel momento in poi, critiche, attacchi o procedimenti penali sono diventate tutte prove della verità inaudibile e scandalosa che il gruppo porta: esso può avere ragione solo nella misura in cui gli altri, tutti gli altri, gli danno torto. È una caratteristica propria di ogni pensiero paranoico. In altre parole, quando, in linea di principio, l'eredità del pensiero critico, della discussione collettiva e della disciplina (autocontrollo) del gruppo avrebbe potuto e dovuto evitare eccessi di questo tipo, il carattere settario del funzionamento dei gruppi ultra-sinistri lo ha al contrario favorito, interrompendo tutte queste garanzie. Da questo punto di vista, la setta rivoluzionaria, di cui i gruppi ultra-sinistri furono un buon esempio negli anni '70 e '80, appare ancora più pericolosa del "partito di tipo leninista", di cui alcuni di questi gruppi volevano comunque essere una critica concreta. Non essendo in grado come quest'ultimo di sperare di prendere ed esercitare il potere, nemmeno mettendosi in tale prospettiva, né essere costretto come quest'ultimo a fare i conti con la realtà (anche solo sotto forma dell'opinione pubblica) nella marcia verso il potere o nell'esercizio reale del potere, la setta rivoluzionaria può dare via libera al suo delirio verbale. In breve, compensa la sua reale impotenza politica con l'ipercritica. Per il potere reale, che è inaccessibile, sostituisce il potere fantasmatico delle parole, l'unico capace alla fine di dissolvere magicamente la realtà, anche se è della dimensione di Auschwitz.

- Alain Bihr - fonte: https://alencontre.org/

Note

1. Poiché questi termini strutturano l'intera analisi, è necessario procedere con la loro definizione preliminare:
La negazione dell'Olocausto consiste nella pura e semplice negazione dell'impresa genocida nazista: durante la Seconda Guerra Mondiale, il regime nazista non sviluppò una politica volta allo sterminio sistematico, in varie forme, di alcune categorie delle popolazioni sotto il suo dominio, identificate sulla base di criteri razziali e/o politici. La negazione dell'Olocausto divenne così particolarmente polarizzata sulla questione dell'esistenza delle camere a gas sia come strumento sia come simbolo della politica nazista di sterminio.
Il revisionismo, meno radicale, si accontenta di banalizzare questa impresa genocida: non ne nega esplicitamente l'esistenza, nega la sua originalità radicale, in particolare oscurandone la dimensione razzista, riducendola alle dimensioni di altri crimini perpetrati nel corso della storia, cercando spesso anche di minimizzare la sua magnitud. Il passaggio è spesso insensibile da uno all'altro negli stessi testi, il revisionismo appare spesso come anticamera del negazionismo. I negazionisti francesi, seguendo il loro mentore Faurisson, si presentano come "revisionisti" quando sono autentici negazionisti; definendosi "revisionisti", cercano di dare credito all'idea che stiano solo esercitando la consueta critica interna ed esterna dei documenti su cui si basa tutto il lavoro degli storici, e che l'opposizione che incontra da parte degli storici""censura ufficiale" è censura pura e semplice. Il revisionismo è più diffuso in Germania che in Francia, come dimostra la "lite degli storici" (der Historikerstreit) scatenata negli anni 1986-87 dalle opere e articoli di Ernst Nolte, Joachim Fest, Andreas Hilgruber, Klaus Hildebrand; vedi su questo argomento Prima della Storia. Les documents de la controversy sur la singularité de l'extermination des Juifs par le régime nazi, Parigi, Cerf, 1988; Yannis Thanassekos e Heinz Weismann (sld), Revisione della storia. Totalitarismes, crimes et génocides nazis, Parigi, Cerf, 1990; Martin Broszat, "Plaidoyer pour une historisation du national-socialisme" e "Correspondance entre Martin Broszat et Saül Friedlandler sur l'historisation du national-socialisme" nel Bulletin de la Fondation Auschwitz, no 24, aprile-settembre 1990, Bruxelles.

2. Il concetto di ultrasinistra tradizionalmente designa correnti e gruppi emersi, più o meno direttamente, dalle varie "sinistre comuniste" (olandese, tedesca, italiana) formate nei primi anni Venti in reazione alla doppia presa tra socialdemocratico e bolscevico (poi stalinista) sul movimento operaio europeo. Queste diverse "sinistre comuniste" erano comunque contrarie, mentre l'italiana raggruppata attorno a Bordiga perpetuava un'eredità leninista che la donna tedesco-olandese rifiutava, sostenendo di essere una "comunista da consiglio" come Pannekœk o Korsch. Già una minoranza negli anni Venti, queste correnti furono rapidamente schiacciate negli anni Trenta, rimanendo intrappolate tra fascismo e stalinismo. Negli anni '50 e '60, rimanevano solo pochi "tumuli testimoni" negli Stati Uniti (intorno a Paul Mattick) e in Francia (intorno alla rivista bordigista Invariance).

3. Dall'inizio degli anni '50, Paul Rassinier (1906-1967), comunista e poi socialista militante prima della guerra, pacifista convinto, che fu comunque deportato per atti di resistenza, iniziò a pubblicare opere, la maggior parte delle quali con editori di estrema destra, in cui per la prima volta si dubitava dell'esistenza delle camere a gas nei campi nazisti così come della politica di sterminio del regime nazista. Faurisson fu direttamente ispirato dall'opera di Rassinier, la cui eredità egli rivendica.

4. Lo scopo di questo articolo quindi non è rispondere, in sostanza, agli argomenti pseudo-negazionisti; ciò è già stato fatto, e in modo eccellente, da Nadine Fresco, "Les redresseurs de morts", Les Temps Modernes, giugno 1980; Alain Finkielkraut, L'avenir d'une négation, Parigi, Le Seuil, 1982; e in particolare Pierre Vidal-Naquet, Les assassins de la mémoire, Parigi, La Découverte, 1987. L'obiettivo qui è comprendere i cambiamenti ideologici e politici attraverso cui militanti e gruppi del movimento ultra-sinistro sono arrivati a sostenere e propagare tesi negazioniste, segnando al contempo la natura illusoria della loro deriva.

5. Questo testo, che sembra aver circolato negli ambienti ultra-sinistri, non è mai stato pubblicato. Mi è stato inviato da uno dei suoi editori, che desidera rimanere anonimo.

6. Pubblicato dalla rete Reflex, giugno 1996. La prefazione di Gilles Perrault a questo libro, in cui cercava di scagionare Serge Quadruppani e Gilles Dauvé dal loro passato, causò profondi tumulti all'interno della rete Ras l'Front, che portarono alle dimissioni di Perrault dalla carica di direttore del mensile Ras l'Front.

7. Moshe prestò un calderone a Samuele, che glielo restituì. Moshe si lamenta di questo e Samuel si difende dicendo che ha restituito il calderone intatto; che, inoltre, era già trafitto quando Moshe glielo prestò; e che, inoltre, Moshe non gli prestò mai un calderone.

8. Libertari e l'ultrasinistra contro la negazione dell'olocausto, op. cit., pagina 63.

9. La Banchia di Ghiaccio, no 1, pagina 27.

10. Ecco come Dauvé e Quadruppani presentarono questo stesso episodio nel numero 2 de La Banquise (pagina 42): "Nel 1977, una bozza di testo era stata consegnata a La Guerre Sociale di G. Dauvé. Modificato con la collaborazione diretta o indiretta di diverse persone, tra cui P. Guillaume, apparve nel 1979 nel no 3 di La Guerra Sociale. » Che si trattasse di una "bozza" o di una "bozza di testo", Dauvé partecipò all'elaborazione di questo articolo revisionista con tendenze negazioniste. E lui, così come Quadruppani, approvava comunque il suo contenuto durante una riunione del gruppo della Guerra Sociale tenutasi nella primavera del 1980 (cfr. La Banquise, no 2, pagina 42).

11. Pubblicato da Balland nel 1983.

12. Questa è l'ipotesi esposta nel testo collettivo intitolato "I nemici dei nostri nemici non sono necessariamente nostri amici", che denuncia la negazione ultra-sinistra dell'Olocausto, pubblicato su vari giornali libertari nel 1992, apparso come appendice a Libertari e ultra-sinistra contro la negazione dell'Olocausto. Ho firmato questo testo, ignorando all'epoca il passato revisionista di alcuni dei suoi redattori e firmatari, che così si sono scagionati a basso costo, denunciando una truffa e una merda senza specificare la parte diretta che aveva assunto. Questo mi ha portato a servire involontariamente come garante per loro, essendo vittima della loro doppiezza. Ecco un altro esempio di questa duplicità: nello stesso momento in cui co-firmava il testo "Basta basta", presumibilmente per rompere con la negazione dell'Olocausto, Daniel Cosculluea inviò una lettera all'Unione degli Atei per protestare contro il tumulto causato dall'adesione di Robert Faurisson, una lettera che iniziava con... "Basta così!".

13. "Dallo sfruttamento nei campi allo sfruttamento dei campi" in La Guerre Sociale, no 3, giugno 1979, pagina 10.

14. Dallo sfruttamento nei campi allo sfruttamento dei campi, op. cit., pagina 11.

15. Ibid., pagina 13.

16. Giovane Talpa, no 31, aprile-maggio 1980, pagina 17.

17. Giovane Talpa, no 29, dicembre 1979-gennaio 1980, pagina 19.

18. Giovane Talpa, no 34, novembre-dicembre 1980, pagina 13.

19. Per un'ulteriore discussione su questo tema, vedi il mio contributo "Le ambiguità della memoria antifascista" al Colloquio "Storia e memoria dei crimini e genocidi nazisti", Bruxelles, novembre 1992, pubblicato nel Volume I degli Atti di questo Colloquio, Bollettino della Fondazione Auschwitz, no 36-37, Bruxelles, aprile-settembre 1993.

20. Il principio di questo idealismo è riassunto dalla famosa formula hegeliana: "Tutto ciò che è reale è razionale, tutto ciò che è razionale è reale.»

21. Prendo Auschwitz qui in senso metonimico, come simbolo di tutti i crimini e genocidi nazisti.

22. Cfr. Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei d'Europa, traduzione francese, Parigi, Fayard, 1988, pp. 794-810. Il film di Steven Spielberg, Schindler's List, illustra questa stessa contraddizione in un altro caso particolare.

23. Va notato che questo opuscolo bordigista era stato ripubblicato come tale da La Vieille Taupe nel 1970. E l'analisi bordigista viene ripresa quasi parola per parola da La Guerre Sociale in "De l'exploitation dans les camps à l'exploitation des camps", op. cit., pagina 21.

24. Vorrei fare riferimento alla chiarificazione che ho tentato su questo argomento nel Capitolo VI di Pour en finir avec le Front national (Parigi: Syros, 1993).

25. "Domani arresteremo tutti gli ebrei e tutti i parrucchieri!disse uno. "Perché i parrucchieri?risponde l'altro.

26. Cfr. Raul Hilberg, op. cit., capitolo V, che dimostra che l'espropriazione è una fase necessaria ma insufficiente nell'intero processo di distruzione. Vedi anche Yannis Thanassekos, "Dall'antisemitismo ai genocidi nazisti: dinamiche cumulative e il progetto della società" nel Bulletin de la Fondation Auschwitz, no 32-33, aprile-settembre 1992, Bruxelles.

27. Cfr. Raul Hilberg, op. cit., pp. 570 e segg.

28. Non posso ripetere qui il dibattito che divide gli storici dell'Olocausto in "intenzionalisti" e "funzionalisti". Mentre i primi credono che lo sterminio sistematico degli ebrei fosse parte delle opinioni del regime nazista (i suoi leader) fin dall'inizio, i secondi sostengono che sia stato essenzialmente il risultato delle circostanze (il corso opposto della guerra mondiale) e delle contraddizioni interne del regime nazista. Su questo dibattito, cfr. EHESS, L'Allemagne nazie et le génocide juif, Parigi, Gallimard/Seuil, 1985; Philippe Burin, Hitler et les Juifs: genèse d'un génocide, Parigi, Le Seuil, 1989; François Bédarida (sld), La politique nazie d'extermination, Parigi, Albin Michel, 1989.

29. "Sfruttamento nei campi... ", La Guerra Sociale, no 3, op. cit., pagine 12 e 20.

30. Questa confusione si trova anche in questo passaggio di De Sfruttamento nei campi: "C'erano 'camere a gas' in alcuni campi di concentramento? La storia ufficiale ha rinnegato l'esistenza del gassaggio a Dachau. E Auschwitz?(pagina 9). In realtà, le camere a gas funzionavano solo nei campi di sterminio (come Auschwitz-Birkenau) e non — con pochissime eccezioni, incluso Struthof in Alsazia — nei campi di concentramento (come Dachau). [Nota dal dottorato di dottorato, 2013: Alain Bihr si sbaglia. Diversi campi di concentramento erano dotati di camere a gas per scopi di omicidio, ma non per il massacro di ebrei, bensì per l'eliminazione di schiavi esausti o malati dei campi di concentramento e per esperimenti con il pretesto di "medicina". Il loro bilancio ammonta a diverse migliaia di vittime e non a diversi milioni come avviene per gli ebrei uccisi nei centri di sterminio industriali. Inoltre, Dachau era dotata di una camera a gas, ma il suo uso effettivo è da tempo poco consolidato dalla storiografia. È stato usato solo pochissime volte. È quindi una menzogna dire, come fanno i negazionisti e gli utili idioti dell'ultra-sinistra, che gli storici (il sintagma "storia ufficiale" è un tic linguistico negazionista) abbiano "rinunciato" ai gassaggi di Dachau: è vero il contrario. Oltre a Struthof, si verificarono assassinii tramite gassaggi a Orianenburg, Sachsenhausen, Mauthausen-Gusen, Ravensbrück, Neuengamme. La confusione denunciata da Alain Bihr deriva da una classica falsificazione di un testo dello storico Martin Broszat da parte dei negazionisti dell'Olocausto, studiata altrove su PHDN.]

31. Questo è stato sottolineato in particolare da Saul Friedlander in "Dall'antisemitismo all'exterminio. Esquisse historiographique» su Le débat, no 21, settembre 1982.

32. Dallo sfruttamento nei campi allo sfruttamento dei campi, op. cit., pagina 14.

33. Su questo argomento, vedi Enzo Traverso, Le marxisme et la question juive, Parigi, La Brèche, 1990.

34. È indubbiamente una miscela simile di spirito non conformista, gusto per la provocazione e desiderio di radicalismo politico a spiegare perché, nonostante la sua deriva, Rassinier riuscì a continuare a essere un attivista nella Federazione Anarchica negli anni '50 e perché le sue tesi furono allora ben accolte da una parte significativa dell'ambiente libertario. L'irresponsabilità politica di un certo "ambiente rivoluzionario" purtroppo non si dimostra più...