martedì 22 settembre 2026

Spediamolo nella Storia !!

CHE SIATE PRONTI O MENO, ECCOLO CHE STA ARRIVANDO !
- La crisi del sistema sta per entrare nella sua fase più acuta: riuscirà la sinistra residua a orientare l'imminente processo di trasformazione in una direzione emancipatoria? -
di Tomasz Konicz

   In quella che è la crisi mondiale del capitale in atto, esiste un prerequisito fondamentale, ai fini di una prassi emancipatoria, che semplicemente non può più essere ignorato: bisogna dire alle persone che cosa sta succedendo. Ciò che la maggior parte delle persone sospetta, o percepisce vagamente, bisogna che venga nominato con chiarezza in modo che possa così diventare la base dei movimenti sociali e delle lotte: il capitalismo è giunto al termine; e nella sua agonia minaccia di trascinare con sé nell'abisso tutta l'umanità, privandola dei suoi mezzi di sussistenza sociali ed ecologici. Il sistema mondiale capitalistico sta cozzando contro quelli che sono i suoi propri limiti allo sviluppo, sia interni che esterni. La crisi economica e climatica rappresenta solo i due momenti di un unico processo di crisi, nel quale la costrizione si limita alla crescita del capitale – vale a dire, l'intento di guadagnare sempre più denaro sfruttando il lavoro nella produzione di merci – produce un mondo ecologicamente devastato e un'umanità economicamente superflua. Di conseguenza, diventa importante cercare consapevolmente delle vie d'uscita dal capitalismo di crisi e di catastrofe, nella lotta sociale e nel discorso, nel momento in cui il mondo minaccia di sprofondare nella barbarie. Il superamento della relazione di capitale, diventa quindi il principio guida di tutti gli sforzi pratici di sinistra. Le lotte sociali, le proteste e i movimenti devono pertanto essere compresi e guidati in quanto momenti parziali di una lotta trasformativa per una società post-capitalista. Questo - il superamento della compulsione del capitale a valorizzare e di tutto ciò che sta scatenando nel mondo - è il minimo assoluto, la conditio sine qua non per qualsiasi sviluppo civilizzatore nel XXI° secolo. Pertanto, dire cosa sta succedendo significa definire chiaramente il superamento del collasso del capitale come una necessità per la sopravvivenza della civiltà. Ogni pratica progressista deve essere guidata da questa realtà di trasformazione sistemica. Ed è proprio questa insistenza sulla necessità di una trasformazione del sistema emancipatorio che rappresenta anche la chiara linea di demarcazione dall'opportunismo di sinistra – che si concretizza nello sforzo di fare rapidamente carriera come amministratori di crisi attraverso la demagogia - praticato dalla DSA (Democratic Socialists of America) o dal "Left Party" con il loro populismo. Le organizzazioni o correnti di sinistra, un tempo cieche alla crisi, possono di fatto essere descritte come post-sinistra – sebbene si considerano ancora di sinistra. La trasformazione del capitale in storia rappresenta l'ultimo vincolo capitalistico. Qualsiasi gruppo o partito che si definisca di sinistra, e predichi un cambiamento graduale senza affrontare esplicitamente la crisi sistemica e che non sottolinei la necessità di una trasformazione del sistema è in realtà opportunista, se non reazionario. Nella crisi sistemica in escalation, non c'è più alcuna possibilità di elaborare politiche di riforma che possano "riuscire", poiché questa impresa è semplicemente ostacolata dalle distorsioni della crisi che stanno aumentando di intensità. La pratica progressiva ed emancipatoria può svilupparsi solo attraverso lo sforzo di raggiungere un percorso progressivo di inevitabile trasformazione del sistema. Non si tratta di "radicalismo" di sinistra, ma di un realismo acquisito dall'intuizione del carattere della crisi. La crisi procede come un processo feticistico e incontrollabile sulla società, il quale si svolge in modo competitivo e mediato dal mercato, senza prestare alcuna attenzione alle opinioni e ai calcoli degli occupanti del tapis roulant capitalista. Questa non è una gara di popolarità: anche se i lavoratori non volessero ammetterlo, anche se tutte le sezioni rilevanti della popolazione, inclusa la classe operaia, si aggrappassero al capitalismo, il sistema crollerà a causa delle sue contraddizioni interne. Resta da vedere, però, cosa verrà dopo – ed è proprio per questo che la lotta, la lotta per la trasformazione, deve essere condotta. Tuttavia, un movimento emancipatore può prevenire una caduta nella barbarie, durante il processo di trasformazione imminente e aperto, solo se questo sconvolgimento sarà riflesso, compreso e consapevolmente plasmato da esso nell'ambito della lotta per la trasformazione altrettanto inevitabile. Per poter raggiungere questo obiettivo, la sinistra, basandosi sulla teoria della crisi radicale, deve prima dire alle persone cosa sta succedendo. Questo è il prerequisito per tutte le pratiche di trasformazione emancipatoria. Altrimenti, lo slancio feticistico del capitale renderà il mondo inabitabile. E poiché in realtà non esiste alcun soggetto rivoluzionario, nessuna classe in senso stretto, che possa funzionare come soggetto rivoluzionario in virtù della sua posizione nel processo produttivo, l'unica speranza rimasta è la formazione di una coscienza di crisi radicale nella popolazione, che fungerebbe da base per un movimento di trasformazione emancipatoria.

Il feticismo del capitale
    Ma che cos'è il capitale, cos'è che dev'essere spedito nella storia prima che trascini l'umanità nell'abisso del suo crollo? È il denaro che genera più denaro attraverso il lavoro salariato nella produzione di merci – con il lavoro come unica merce che crea più valore di quanto esso valga. Il capitale va inteso come una relazione sociale che la società attraversa in quanto semplice fase transitoria in quella che è la sua infinita attività di profitto nel contesto della produzione di merci. Solo all'interno di tale movimento di valorizzazione – bruciare risorse tramite il lavoro al fine di massimizzare il profitto – le persone, o le cose, devono diventare capitale. Il capitale, in tutte le sue contraddizioni sociali ed ecologiche, è quindi anche una reale astrazione che subisce un cambiamento di forma, dal denaro alla merce e infine a più denaro, in ogni ciclo di valorizzazione. Nella società nel suo insieme e a livello globale, il capitale produce una dinamica propria: il feticismo sociale. Le dinamiche distruttive della valorizzazione del capitale, prodotte inconsciamente dai soggetti del mercato –  che avvengono "alle loro spalle", in quanto mediate dal mercato – appaiono essere come un fenomeno naturale della società. Questo feticismo appare particolarmente evidente nelle crisi, nel momento in cui "l'economia" improvvisamente va fuori controllo, e le "tempeste di crisi" o "i terremoti di mercato" devastano intere regioni dal punto di vista socio-economico – come se fossero eventi meteorologici estremi. La sensazione di essere alla mercé di forze quasi naturali, anonime e opprimenti, diventa così evidente. La stessa è evidente anche nella crisi climatica; che sta influenzando sempre più la valorizzazione stessa del capitale. Ciò che deve quindi essere superato, è questo movimento cieco del capitale, che sta devastando la società umana e gli ecosistemi. Questo feticismo distruttivo va sostituito dalla comprensione consapevole da parte dei membri della società per quel che riguarda il processo riproduttivo della società. Con la crisi del capitale crollano anche le istituzioni e le strutture sociali che esso ha storicamente generato. Pertanto, la riproduzione sociale post-capitalista non può avvenire sotto forme di "nazionalizzazione" immaginate dai sinistri ortodossi, dal momento che lo Stato, nella sua qualità di "capitalista collettivo ideale", è un'istituzione capitalistica storicamente cresciuta e necessaria, che deve essere finanziata dal capitale attraverso le tasse – motivo per cui molti stati sovra-indebitati della periferia sono crollati diventando "stati falliti" già negli anni '90, non appena il processo di crisi aveva superato un certo livello di maturità. Lo Stato non è la soluzione, ma è parte del problema. Un altro stallo si crea a partire dai tentativi di dimostrare il proprio valore in unità autogestite, in aziende o in comuni agricoli in un mercato in crisi, poiché qui, nonostante l'autogestione, prevalgono inevitabilmente i vincoli di mercato. Si tratta quindi davvero dell'intera società intrappolata nel feticismo del capitale.

Emancipazione e fuga dalla prigione capitalista del pensiero
    Il feticismo del capitale, dà origine anche al concetto di emancipazione: si tratta di un'emancipazione dal feticismo sociale, vale a dire, dalla "eteronomia" dei soggetti che avviene attraverso dinamiche sociali che questi stessi soggetti producono inconsciamente, però sempre mediate dal mercato. Questo può essere raggiunto solo grazie a un movimento consapevole della propria situazione, che sia consapevole del carattere di crisi descritto. Solo in una lotta consapevole per un futuro post-capitalista, derivante dall'intuizione della necessità, potrebbero ancora emergere momenti di emancipazione. Esiste quindi una regola di condotta politica a cui i movimenti, i gruppi o i partiti emancipatori del XXI secolo dovrebbero attenersi se vogliono continuare a operare come forze sociali progressiste nell’attuale epoca di sconvolgimenti e crisi, senza degenerare in una “post-sinistra” aperta alla destra. Il capitalismo deve essere trasformato in storia il più rapidamente possibile, il rapporto di capitale deve essere abolito. Tutte le azioni di sinistra, tutte le tattiche, tutte le proposte di riforma, tutte le strategie dovrebbero essere guidate da questo imperativo categorico. E la lotta per un futuro post-capitalista in cui valga la pena vivere non è "radicalismo". È esattamente il contrario: è l'adesione alle forme di socializzazione capitalista che stanno passando alla dissoluzione, al mercato e allo Stato, che porta alla barbarie, all'estremismo fascista del centro. I successi della destra nella crisi derivano proprio dal fatto che si può ulteriormente brutalizzare quell'ideologia che era efficace nel centro neoliberista della società tardo capitalista, come la competitività e il darwinismo sociale. Qui, è essenziale che in questa competizione "razziale", religiosa o nazionale, non ci sia rottura con il neoliberismo e con il suo implicito pensiero posizionale nazionalista. In queste linee ideologiche di continuità si trova il segreto, non così segreto, del successo della rivolta conformista della Nuova Destra. Non ci si libera così dalla prigione capitalista del pensiero e dai suoi cosiddetti vincoli pratici. Al contrario, le personalità autoritarie rimangono sulla via ideologica, ormai battuta, che conduce dal centro neoliberista all'estrema barbarie. Ecco perché la destra è la principale beneficiaria della crisi attuale. Diventare nazisti è molto facile. Il fattore decisivo è quindi la fuga intellettuale dalla prigione capitalista del pensiero, che deve andare di pari passo con la pratica emancipatoria, per poter prevenire la deriva verso un estremismo fascista del centro. Ecco perché è importante dire alle persone cosa sta succedendo. Alla luce della crisi letale del capitale, la lotta per un'alternativa vivibile al sistema, è l'unica cosa ragionevole, media, moderata. Il progresso può essere realizzato solo oltre il capitale. Ancora una volta, ciò non è necessario per la volontà dei sudditi, o per gli stati d'animo e le sensibilità della popolazione, ma proprio perché il capitale, come totalità globale feticistica, si sta disgregando da solo. L'idea che il sistema sia in una grave crisi è ormai onnipresente. E i sconvolgimenti crescenti stanno dando origine alla consueta interazione tra declino sociale e crescente comportamento competitivo. È proprio questa competizione di crisi, alimentata dall'istinto nudo di sopravvivenza, che contribuisce causalmente all’imbarbarimento del capitalismo e all'ascesa della Nuova Destra; che avvolge questa competizione di crisi con razzismo, nazionalismo, antisemitismo, fanatismo religioso e così via. Questo istinto di sopravvivenza, intrappolato nella crescente competizione quotidiana del tardo capitalismo e messo in atto inconsciamente, dovrebbe essere “sublimato” nell’ambito di una pratica emancipatoria. Ciò va inteso in quanto riflesso consapevole delle cause inconsce dell'azione sociale; in questo caso l'interazione tra il pensiero competitivo e il processo di crisi sistemica. Così come l'istinto cieco di sopravvivenza dei soggetti di mercato accelera solo la dinamica della crisi e apre la porta alla barbarie, così, allo stesso modo, un riflesso impulso collettivo di sopravvivenza, assicurato dalla necessità di superare il capitale a favore della società nel suo complesso, potrebbe costituire un potente fattore motivante per le forze emancipatrici nella lotta per la trasformazione del capitalismo tardo. Una coscienza di crisi radicale è quindi consapevole dell'insolubilità della doppia crisi capitalistica socio-ecologica e di una trasformazione del sistema vista come necessità per la sopravvivenza. Ed è proprio per questo motivo che è importante proteggere questo processo di trasformazione che si svolge oggettivamente – per quanto possibile – e impedire che derivi nell'illusione ideologica e nella barbarie fascista, diffondendo un'adeguata consapevolezza della crisi. Forse la consapevolezza di un'alternativa valida al collasso climatico e capitalista potrebbe svilupparsi solo in modo ampio in un movimento combattivo. Non mancano dispute e lotte nella crisi sistemica che accelera.

Falsa immediatezza
  Spesso, questi movimenti rimangono bloccati nella falsa immediatezza delle loro richieste dirette: ad esempio, vogliono una migliore redistribuzione della ricchezza capitalista astratta, l'impoverimento crescente porta a richieste di più stato sociale, si risponde all'inflazione con richieste di contenimento tramite sussidi o con la fissazione dei prezzi massimi, ecc. Tuttavia, queste richieste immediatamente "plausibili" finiscono per rendersi ridicole di fronte alla realtà della crisi. Le forze emancipatorie, di fronte all’urgenza del momento e alle finestre temporali che si stanno chiudendo, dovrebbero lavorare con ciò che ancora rimane. Il rifugio nella torre d’avorio della “pura dottrina” per lavorare a una graduale “diffusione” di un’adeguata consapevolezza della crisi all’interno della sinistra non rappresenta una strategia praticabile. L’unica opzione che rimane, in realtà, è quella di sfruttare le sempre nuove ondate di crisi per tentare di portare direttamente nelle lotte corrispondenti un’adeguata consapevolezza della crisi. Le probabilità che ciò accada in realtà non sono scarse, poiché anche contesti di sinistra ideologicamente accecati – ad esempio provenienti dallo spettro pro-verde, liberale di sinistra o marxista tradizionale – difficilmente possono trascurare le conseguenze della crisi. La crisi è nemica e amica del movimento progressista: restringe sempre più gli spazi di dibattito sociale, alimenta il panico e fa crescere la follia dell’estrema destra – ma allo stesso tempo costringe tutte le forze sociali che hanno ancora un minimo di lucidità a confrontarsi con l’innegabile necessità di superare radicalmente la società capitalistica ormai in fase di collasso. Il tentativo di introdurre nelle attuali controversie e nei conflitti sociali una consapevolezza della crisi che corrisponda al processo oggettivo di crisi si riduce quindi, in ultima analisi, alla lotta contro la falsa immediatezza che caratterizza tali controversie. Per falsa immediatezza si intende la tendenza dei movimenti sociali a rimanere inconsapevolmente ancorati a forme di pensiero che corrispondono proprio alle condizioni sociali e alle contraddizioni contro cui essi si oppongono. La lotta contro l’inflazione e contro l’erosione sociale, per un salario più alto o contro i tagli salariali, la lotta contro i mulini a vento della sinistra impotente e social-democratizzata contro lo smantellamento della democrazia e dello stato sociale che prosegue allegramente: tutto ciò consolida le corrispondenti strutture sociali capitalistiche e le forme di socializzazione all’interno delle quali e per il cui bene si combatte. Il lavoro, la democrazia borghese con i suoi «diritti civili» castrati dal capitalismo, lo Stato come “Stato sociale” si cristallizzano così, anche all’interno del movimento impantanato nelle lotte sociali, come presupposti quasi naturali della società umana. Gli obiettivi immediati perseguiti all'interno del sistema sono perciò "sbagliati", e portano al formarsi della falsa immediatezza sopra menzionata, poiché innanzitutto non rompono con la logica della crisi del sistema, ma al contrario la consolidano, e in secondo luogo perché devono essere combattuti all'interno di una socializzazione al collasso del capitale, rendendo la sua realizzazione completamente illusoria. Dopo il fallimento inevitabile delle principali lotte sociali nelle crisi – ad esempio nell'Europa meridionale dopo lo scoppio della crisi dell'euro – si sono fatte sentire per lo più dimissioni e apatie, poiché questi movimenti mancavano di una prospettiva trasformazionale più ampia, che potesse derivare solo da una consapevolezza della crisi adeguata al processo di crisi. Le forze coinvolte nelle crescenti proteste sociali causate dalla crisi di solito non vogliono ottenere altro che ciò che postulano: lottare per il lavoro, per salari più alti, contro i tagli sociali, contro la distruzione dei posti di lavoro, contro l'erosione costante dei "diritti civili", ecc.Sembra assurdo: in tempi di crisi, la sinistra lotta per il mantenimento delle forme di socializzazione capitalistiche che la crisi stessa sta erodendo. E allo stesso tempo non esiste alcuna alternativa realistica a queste stesse lotte, poiché si tratta soprattutto di forme più o meno aperte di nuda lotta per la sopravvivenza. L’affermazione di salari da fame, inferiori al livello di sussistenza, sta avanzando anche nei centri urbani. Sempre più spesso la perdita del posto di lavoro va di pari passo con la caduta in un pauperismo che mette a rischio la vita. La lotta contro lo smantellamento della democrazia e contro l'onnipresente fascistizzazione dell'Europa è necessaria per mantenere aperto il più a lungo possibile uno spazio di manovra per una politica emancipatoria. Finché continua a esistere il rapporto di capitale nella sua totalità sociale sopra descritta, anche le forze di opposizione rimangono incatenate alle sue forme di socializzazione.

La meta, è il cammino stesso
   Ciò non significa però che queste forze debbano rivendicare la lotta socio-ecologica solo in queste forme, né tantomeno che la debbano concepire solo in questi termini. Pertanto, risulta fondamentale la consapevolezza con cui vengono condotte le proteste e le lotte attuali, anche se il loro svolgimento concreto, inizialmente, non dovesse differire granché dalle lotte riformiste immanenti al sistema. Il discorso sull'ideologia della crisi, sulla critica riduttiva al capitalismo e sulla falsa immediatezza mira, in ultima analisi, a elevare il processo di trasformazione alla “coscienza politica” dei movimenti sociali, per poter così comprendere in primo luogo la lotta di trasformazione condotta inconsapevolmente in quanto tale e plasmarla di conseguenza in modo consapevole. La sinistra deve essere la forza che porta questa radicale consapevolezza della crisi nelle lotte sociali – altrimenti non è più sinistra e degenera in una post-sinistra opportunista e reazionaria. Il focus, l'obiettivo di uno scontro così consapevole e apparentemente sistemico (lotta per il clima, lotta salariale, protesta antifascista, manifestazioni contro lo smantellamento della democrazia, lotte difensive contro i tagli sociali) cambiano non appena sono permeati da una coscienza trasformativa; quando vengono quindi intese e propagandate come fase iniziale della lotta di trasformazione, che infuria già nella periferia con tutta la sua brutalità omicida. Per restare sull'esempio delle proteste sociali:anziché limitarsi a postulare semplicemente che i ricchi debbano pagare, dovrebbe essere chiarito che i ricchi devono pagare per la trasformazione; purché il denaro abbia ancora valore, e abbia senso fare questa richiesta. Il percorso diventa l'obiettivo: l'auto-organizzazione del popolo nei corrispondenti movimenti di opposizione dovrebbe quindi già essere sostenuta dallo sforzo di formare momenti di socializzazione post-capitalista. Il percorso dell'organizzazione progressista nelle lotte sociali contribuisce quindi all'obiettivo di una società post-capitalista emancipata dal feticismo. Ma oltre alle misure di redistribuzione e di espropriazione, sorgerà anche la domanda: come possono essere organizzati sanità, cibo, abitazioni, ecc. senza le risorse finanziarie adeguate o i posti di lavoro redditizi disponibili? Nel momento in cui l’inflazione svaluta il denaro attraverso la svalutazione del valore e tutto rischia di chiudere o di ridimensionarsi a causa della mancanza di redditività, l’organizzazione della riproduzione sociale secondo criteri diversi da quelli capitalistici diventa una priorità. Non secondo lo slogan «Come si può finanziare la pensione?», ma piuttosto «Come si può organizzare la ricchezza materiale e sociale affinché gli anziani possano vivere con dignità?». Non «Come si possono creare posti di lavoro?», ma «Come si dovrebbero mobilitare le persone e le risorse e cosa si dovrebbe fare affinché si possano garantire alimentazione, alloggio, salute ecc.?» (e non certo a livello di Hartz IV, di baraccopoli o di gulag). O la sinistra si impegna su questo piano radicale, oppure diventa una “post-sinistra” e sarà costretta a partecipare all’attuazione di soluzioni immanenti al sistema, il che non porterà ad altro che a spedire gli anziani in gulag assistenziali a basso costo o a eliminarli in modo “socialmente accettabile”. Le richieste e le forme di organizzazione, nella resistenza contro la catastrofe climatica imminente, contro le imposizioni dell'amministrazione di crisi, devono quindi contenere in sé già delle forme germinali di socializzazione post-capitalista. In questo contesto, l’obiettivo centrale dovrebbe essere quello di configurare innanzitutto spazi di dibattito aperti – anche su Internet – all’interno dei movimenti di opposizione intrinseci al sistema. Il dibattito sulla crisi, che non è più possibile a livello dell’intera società (e che viene sabotato dal Partito di Sinistra o dal DSA per calcoli opportunistici), deve essere condotto quanto meno all’interno dell’opposizione di sinistra residua. Inoltre, nel consenso sulle strategie e sulle forme di protesta emerge già l’auspicato processo di comprensione post-capitalista riguardo alla riproduzione sociale nel suo complesso. Gli spazi di discussione dovrebbero quindi essere mantenuti aperti il più a lungo possibile, anche di fronte alla crescente repressione. Il processo di discussione aperto, l’organizzazione e il coordinamento della lotta trasformativa: proprio queste potrebbero fungere da forma preliminare di autocomprensione consapevole e globale della società mondiale riguardo alla sua stessa riproduzione. Ecco perché, tra l’altro, è così necessaria la lotta democratica per mantenere il più a lungo possibile le libertà democratico-borghesi residue, al fine di poter influenzare il più a lungo possibile il processo di trasformazione attraverso forme di conflitto non militari. Inoltre, è difficile valutare la necessità di passare dalla lotta democratica agli scontri militanti-militari, poiché essa dipende dal grado di fascistizzazione e dalle tendenze alla disgregazione dello Stato e della società in questione. Una simile lotta armata, che può essere imposta alle forze emancipatorie nel corso di una crisi, rappresenterebbe tuttavia anche una sconfitta. La struttura aperta del discorso, gli approcci all’autogestione, che potrebbero costituire i germi di future società, rischiano di cedere il passo alle esigenze dell’organizzazione militare. A quel punto, le linee guida pratiche leniniste diventano effettivamente inevitabili – e si profila il rischio di una «sovietizzazione» autoritaria delle alternative post-capitalistiche.

Il denominatore comune
   Non si tratta più di riparare un sistema malato, bensì di trovare modi ottimali per uscire dalla crisi capitalistica permanente sulla base di lotte concrete, e questo proprio perché un crollo del capitale che sfociasse nella barbarie e nel collasso segnerebbe l’ultima sconfitta della sinistra. La sinistra deve pertanto comprendere la crisi vedendola come un processo che si svolge in fasi, e quindi pensare anche ai processi, agli sviluppi, percepire le strutture sociali esistenti come in un processo di decadimento, individuare le contraddizioni decisive e, in previsione degli enormi sconvolgimenti a venire, creare le migliori condizioni sociali possibili: il punto di partenza ottimale per la trasformazione emancipatoria.In questo contesto si pone sempre, in modo molto concreto, la questione di quali strutture politiche e quali configurazioni di potere sociale debbano prevalere in occasione della prossima ondata di crisi. Il processo di crisi che si sviluppa alle spalle dei soggetti potrebbe trovarsi di fronte a società tardo-capitalistiche con strutture molto diverse tra loro. Queste possono essere di orientamento oligarchico, prefascista o democratico-borghese, piuttosto egualitarie o basate sugli ordini sociali, nazionaliste o cosmopolite, laiche o religiose-fasciste e così via. È tuttavia essenziale evitare di gerarchizzare le lotte distinguendo tra contraddizioni principali, legate alla lotta di classe, e altre secondarie. La lotta di classe, alimentata da una consapevolezza radicale della crisi, può fungere da forma embrionale e momento parziale della lotta per la trasformazione proprio come lotta per il clima. Gli scontri di lotta di classe nelle vertenze salariali, o nelle proteste sociali, possono servire, solo su un piano di parità con altre lotte sociali; come l’antifascismo, la lotta per il clima, l’antimilitarismo, il femminismo, la difesa della democrazia, l’autodeterminazione sessuale ecc.: tutto questo visto all’interno di un movimento trasformativo, nel corso degli scontri, volto a superare la loro falsa immediatezza. Le lotte sociali, le proteste, o le lotte per la ridistribuzione, diventerebbero, grazie all’introduzione di una consapevolezza radicale della crisi, momenti di una lotta di trasformazione che si intensificherebbe sempre più rapidamente con il superamento di alcuni punti di svolta sociali o ecologici, che probabilmente coincideranno sempre più spesso. La crisi, insieme al processo di trasformazione, è il denominatore comune di quasi tutte le lotte sociali, che devono essere condotte come lotte di trasformazione: In che direzione tende la dinamica della crisi? Dove si collocano le contraddizioni decisive? Quali forze, quali costellazioni potrebbero contribuire a un corso emancipatorio della trasformazione? La sinistra deve ragionare in termini di processi, dinamiche e contraddizioni, invece di rimanere ancorata alla consueta reificazione. È quindi necessario, nonostante tutte le evidenze, lottare per trasformare questo inevitabile movimento di trasformazione - che sicuramente sostituirà lo stato attuale e il cui corso e esito sono ancora incerti - in un movimento che agisca in modo consapevole nella lotta per la trasformazione. Non c’è alternativa: la trasformazione del sistema è inevitabile, ciò che conta è indirizzarla in una direzione progressista ed emancipatoria; nella lotta contro le forze della barbarie che il capitale, nella sua crisi, sta nuovamente sprigionando. Se oggi esiste un campo di battaglia che dovrebbe avere la priorità nell’attuale fase di crisi, è quello di un antifascismo impegnato a costruire un’alleanza il più ampia possibile, poiché il fascismo, in quanto forma apertamente terroristica di crisi del dominio capitalista, si sta già delineando chiaramente. Il "fronte trasversale" che da tempo si sta diffondendo nella sinistra tedesca, la Nuova Destra profondamente intrecciata con l’apparato statale tedesco e il prefascismo in ascesa stanno già scalpitando per rispondere alla crisi del capitale con un ennesimo precipitare nella barbarie.

- Tomasz Konicz - Pubblicato il 17/9/2026 su https://direkteaktion.org/ -

mercoledì 9 settembre 2026

Cercando un altro Maggio …

Presenza assai significativa, quella di Guy Debord a Nanterre, sede universitaria molto periferica e "povera", ma che nel maggio '68 sarebbe stata all'avanguardia. L'università di Nanterre - nuova sede parigina inaugurata poco tempo prima - era un'isola accademica nella banlieue popolare e operaia, nata come centro di scienze sociali e veniva considerata come se fosse la parente povera della Sorbona. Fu quello il primo focolaio della rivolta che avrebbe anticipato di due mesi il "Maggio". Era Il 22 marzo del 1968 quando gli studenti e le studentesse scesero in sciopero e occuparono l'università, contro la repressione che era stata messa in atto dal rettorato e aveva punito diversi studenti e studentesse che si sarebbero resi "colpevoli" di essere venuti meno alla norma del regolamento che vietava, nelle camere dello studentato, la frequentazione da parte degli studenti in quelle delle studentesse, e viceversa. Tra gli studenti di Nanterre, c’era anche il ventitreenne Daniel Cohn-Bendit, che insieme a suo fratello Gabriel, militante anarchico, fu tra gli animatori della rivolta. Fu da lì che prese prese forma il "Movimento 22 Marzo", che tra i promotori vide allora Daniel Cohn-Bendit, schierato su posizioni libertarie e filo-situazioniste. In pochi giorni, la rivolta di Nanterre avrebbe assunto rilievo nazionale, e la cosa avvenne in un paesaggio sociale ancora molto povero per i movimenti studenteschi di protesta in Francia; e questo nonostante il cosiddetto "scandalo" messo in atto due anni prima dall'Internazionale Situazionista, all'università di Strasburgo, che aveva radicalmente delegittimato ogni organismo studentesco in quella università. Ma la cosa era rimasta tuttavia solo un episodio, sebbene esso avesse avuto una certa eco e fosse stato fortemente provocatorio, dando poi seguito al famoso pamphlet di Moustapha Kayhati, membro della IS, "Sulla miseria dell'ambiente studentesco". Tutto questo avveniva nel mentre che i movimenti studenteschi si erano dispiegati già da due o tre anni nelle università e college di Usa, Germania occidentale e Giappone.

  Nanterre e il "Movimento 22 Marzo" aprirono lo scontro tra marzo e aprile, e fecero da ponte non solo ideale, innescando ai primi di maggio, alla Sorbona e altrove, la rivolta studentesca generalizzata contro il progetto di riforma universitaria che intendeva trasformare l'università francese sul modello delle business school americane. In quel Maggio, Nanterre rimase uno dei centri più avanzati del.movimento, e portò la sua esperienza precoce dentro il nuovo movimento che trovava ora il suo epicentro alla Sorbona, università che a differenza di Nanterre era ultra-blasonata e di antichissima tradizione, con un'utenza per lo più agiata, proveniente dagli arrondissements "bene" di Parigi, a differenza degli studenti di Nanterre che erano invece assai spesso solo  universitari di prima generazione. Fin dall'inizio, Cohn-Bendit e il "Movimento 22 Marzo" divennero su vari piani delle vere e proprie icone del Maggio, anche nella forma di immagine mediatica; un terreno questo su cui "Dany il Rosso" si muoveva molto - alla fin fine forse anche troppo - a suo agio. Questa sua rappresentatività avrebbe trovato persino una conferma "istituzionale", allorché gli studenti di Parigi, all'apice delmovimento (nella seconda metà di maggio), furono chiamati a scegliere tre rappresentanti per conferire col presidente De Gaulle, e indicarono Cohn-Bendit come esponente del filone libertario  (dai tratti informali ma egemone nel movimento) accanto al "mao-spontex" Alain Gesmar ( che poco dopo il Maggio sarebbe stato, con Sartre, tra i fondatori del gruppo maoista-operaista "Cause du Peuple" e del quotidiano Liberation (nato come giornale del gruppo) e infine François Sauvageot, esponente trotskista, e giovane insegnante attivo nel sindacato della scuola. Cohn-Bendit, Geismar e Sauvageot vennero scelti, dagli studenti in assemblea, in quanto esponenti dei tre filoni politici principali che attraversavano il Maggio:  la differenza di fondo era che Cohn-Bendit rappresentava un'area nuova, e in larga misura inedita, di dissidenza culturale e sociale che aveva dei tratti anche di quella che appariva come una rottura netta generazionale, emersa a partire dal dopoguerra, in particolare col crollo dello stalinismo e in seguito alla rivolta ungherese del 56 e delle nuove lotte degli operai massa nei primi anni 60. Maoismo e trotskismo, erano invece il sedimento di scissioni storiche e di apparato, avvenute nel movimento operaio istituzionale, malgrado gli aggiornamenti e i tentativi di compiere delle drastiche riclassificazioni; come quella che ci fu tra i giovani intellettuali maoisti sull'onda della "Rivoluzione culturale", o come tra i giovani trotskisti più radicali, con un ripensamento consiliare della elaborazione di Trotsky integrata con spunti provenienti da Rosa Luxemburg, e a volte anche con una ripresa -  in forma aggiornata a quei tempi-  di alcune intuizioni di Amadeo Bordiga. Nanterre, che aveva fatto da battistrada al Maggio, fu anche uno degli ultimi focolai di rivolta a rientrare nella "norma".

  Rimane intrigante, tuttavia, questa data del 19 maggio 1968, dal momento che quel giorno Guy avrebbe dovuto trovarsi invece all’Istituto Pedagogico Nazionale, allorché  la "commissione per l’occupazione della Sorbona" infine sarebbe rimasta schiacciata dalle fazioni di sinistra e dai conservatori, e l’assemblea generale sarebbe degenerata. Molti tra i più radicali decisero di lasciare la Sorbona. Veniva così fondato il "Consiglio per il Mantenimento delle Occupazioni" (CMDO). Il 19 maggio, il CMDO si trasferì all’Istituto Pedagogico Nazionale. Il CMDO comprendeva, tra gli altri, situazionisti come Debord, Khayati, Riesel e Vaneigem. Disponevano di un comitato di stampa, di un comitato di collegamento e di un comitato delle requisizioni. Il loro obiettivo era quello di incoraggiare la diffusione delle occupazioni e l’organizzazione autonoma dei lavoratori al di fuori delle strutture sindacali staliniste, con lo scopo ultimo di creare una società in cui il potere dei consigli operai fosse l’unico potere del Paese.

nella foto: 19 maggio 1968, Guy Debord fotografato mentre partecipa a un'assemblea all'università di Nanterre.
Foto di Gerard Aimé (1943-2018)

giovedì 27 agosto 2026

La Terra dei Morti…

La Sinistra Zombie
- Le richieste della sinistra tradizionale si sono esaurite nella nostalgia dello stato sociale e della glorificazione del proletariato; eppure la crisi sta spingendo per cambiamenti di vasta portata. -
di Tomasz Konicz


Sembra quasi di essere in una pièce teatrale assurda. Nei centri capitalistici, la crisi socio-ecologica mondiale del capitale sta entrando nella sua fase manifesta, mentre la sinistra tradizionale si perde in un’ostinata ignoranza di tale crisi e nel populismo. È quasi impressionante vedere per mezzo di quali assurdi contorsioni mentali si riesca ancora a sfuggire all’evidenza di tale crisi. A luglio, l'Europa ha subito un'ondata di caldo storica, con temperature massime giornaliere, che in Germania hanno superato i 40 gradi. La crisi climatica, alimentata dalla compulsione allo sfruttamento da parte del capitale, sta per trasformarsi in una catastrofe climatica. La fine della mania della crescita, nella quale la compulsione a sfruttare si esprime ideologicamente, è semplicemente necessaria per la sopravvivenza.E il nuovo personaggio comico alla guida del Partito di Sinistra, Luigi Pantisano, ha chiesto la creazione di nuove zone balneari gratuite, poiché queste non dovrebbero diventare «un bene di lusso»; ma ciò serve a ben poco se i fiumi hanno ormai pochissima acqua. La collega di Pantisano nella presidenza del partito, l’ex redattrice di *Jacobin* Ines Schwerdtner, nota per le sue posizioni socialdemocratiche, ha comunque invocato, alla luce delle siccità storiche, dei fiumi in via di prosciugamento e delle imminenti crisi alimentari, una migliore protezione dal caldo per essere preparati alla «prossima estate torrida». Sono necessari investimenti nelle infrastrutture, piani di emergenza per il caldo nelle scuole e negli ospedali, nonché una migliore tutela sul lavoro, in cui i «datori di lavoro debbano assumersi le proprie responsabilità». Questi ultimi dovrebbero garantire pause più frequenti e acqua potabile a sufficienza, ha affermato Schwerdtner. Ecco che riemerge dal dimenticatoio della storia la lotta leninista per l’acqua del tè, rivisitata in chiave socialdemocratica: come una satira, messa in scena da quegli snob della classe media con manie proletarie che dettano legge nel partito. Naturalmente tali misure potrebbero essere sensate, ma hanno tutte in comune il fatto di limitarsi a rattoppare le conseguenze della crisi climatica, mentre la causa sistemica, ovvero la necessità di valorizzazione del capitale, viene ostinatamente ignorata.

La cecità della sinistra tradizionale di fronte alla crisi
Qual è la causa della cecità della sinistra tradizionale di fronte alla crisi, una cecità che caratterizza non solo i dibattiti della sinistra sul clima e non solo quelli del Partito di Sinistra, ma anche il crescente ambiente autoritario-leninista? Va menzionato innanzitutto l’opportunismo di crisi, ossia lo sforzo della cricca del Partito di Sinistra di inserirsi nella gestione pubblica o statale delle crisi. A tal fine, è necessario che la teoria radicale della crisi venga ignorata, o emarginata. Infatti, avere una consapevolezza radicale della crisi non ti fa finire né nei talk show né nelle trattative di coalizione. Ridefinire la questione del sistema come se fosse solo questione di distribuzione permette semplicemente di accedere più facilmente a una carriera nel mondo politico. L’opportunismo che spera di trarre profitto dalla tendenza generale alla gestione statale delle crisi, è un populismo ottuso, ormai egemonico. Per dichiararsi rappresentanti degli interessi del cosiddetto «uomo comune», bisogna ascoltare ciò che dice il popolo. È questa la strada perversa del populismo, basato sull'opinione pubblica plasmata dall’industria culturale e dall’identitarismo, ovvero sulla falsa apparenza ideologica della società, invece di combattere questa falsa apparenza attraverso la dura e scomoda realtà della crisi.
Questa ottusità populista, che non riuscirà mai ad agire in opposizione al sistema, mescolandosi con i prodotti ideologici di decomposizione del marxismo tradizionale, genera così una forma particolarmente rozza di critica al capitalismo riduttiva e aperta a destra. La contraddizione interna del capitale, che attraverso il lavoro salariato si priva della propria sostanza, viene completamente ignorata per perdersi invece nella feticizzazione della lotta di classe, nel folklore proletario e in una caccia al tesoro neo-leninista alla ricerca dei «propri interessi». La sinistra tradizionale personifica l’irrazionale relazione capitalistica trasformandola nell’azione di un gruppo di malvagi mondiali, semplificando tutte le crisi come se esse fossero conseguenza degli “interessi” di chissà quali gruppi di potere. Ciò non solo è perfettamente compatibile con la ricerca fascista del capro espiatorio, ma in tempi di crisi alimenta anche l’antisemitismo. A volte si può constatare addirittura un vero e proprio antisemitismo redentore incentrato su Israele, che allucina sul fatto che distruggere lo Stato ebraico sia il presupposto per la sopravvivenza dell’umanità. A parte l'assoluta stupidità di questo ambiente regressivo, che si lamenta della presunta onnipotenza dei “potenti”, proprio mentre la crisi climatica compromette sempre più la valorizzazione del capitale, e i miliardari costruiscono in preda al panico i loro bunker apocalittici, esiste anche un fattore ideologico che, nell'evidente crisi sistemica, favorisce l'autodissoluzione della sinistra tradizionale. Si tratta della falsa immediatezza delle rivendicazioni concrete, derivanti direttamente dalle conseguenze sociali della crisi dinamica: garantire i posti di lavoro, difendere lo Stato sociale, ecc. E proprio questo è illusorio. Non è possibile tornare indietro nel tempo per ritrovarsi nuovamente nel paese delle meraviglie economiche o nell’Unione Sovietica. Per falsa immediatezza si intende quindi la tendenza dei movimenti sociali a rimanere inconsapevolmente ancorati a modelli di pensiero che corrispondono proprio alle condizioni sociali e alle contraddizioni contro cui essi si rivolgono. Questa falsa immediatezza potrebbe essere superata solo attraverso la mediazione tra la pratica e una teoria radicale della crisi.
Nell’opera tardiva «Land of the Dead» (2005) di George A. Romero, il grande maestro del cinema zombie, c’è una scena profetica: i non morti continuano a dedicarsi alle loro occupazioni quotidiane, al loro lavoro. Fingono di essere vivi, senza che le loro attività abbiano più alcun senso. Questa scena è l’immagine perfetta dello stato d’animo attuale della sinistra. La crisi, ammesso che venga percepita, viene vista solo come qualcosa che conferma i vecchi postulati immutati: nostalgia dello Stato sociale, idealizzazione del capitale variabile (il “proletariato” in via di dissoluzione visto come soggetto rivoluzionario), una banale critica ai "pezzi grossi". Così, mentre il capitale, nella sua agonia, distrugge le fondamenta della civiltà, la sinistra zombie si dedica a una politica identitaria lontana dalla realtà, proprio perché nel processo di trasformazione ora in atto è diventata essa stessa inconsistente, conservatrice o addirittura reazionaria. In questo modo, questa sinistra “zombie” si fonde completamente con il movimento ideologico complessivo dei paesi del centro tardo-capitalista. Per paura della perdita di identità – ovvero della perdita di ciò che il capitale ha imposto alle persone attraverso la socializzazione – anche il primo passo verso una lotta emancipatoria per il corso della prossima trasformazione del sistema appare impossibile: dire le cose come stanno. Se il capitale in collasso non verrà superato in modo emancipatorio, l’umanità sprofonderà nella barbarie fascista.

- Tomasz Konicz - Apparso su Jungle World  del 20/8/2026 -

martedì 11 agosto 2026

La “sinistra zombie” gestisce la crisi

Una camera con vista sul lago dell’Apocalisse non deve diventare un bene di lusso!
- di Tomasz Konicz  -

«Non è forse quello, ciò che stiamo facendo? Fingendo di essere vivi?»  da "La terra dei morti viventi" (Land of the Dead) di George A. Romero, 2005

   Sembra quasi una pièce teatrale assurda, quasi fosse stata scritta da Samuel Beckett. La crisi socio-ecologica mondiale del capitale sta entrando in quella che appare nei centri come la sua fase manifesta, e ciò avviene nel mentre che la vecchia sinistra regressiva continua a rimanere ostinatamente ignara della crisi e a perdersi nel populismo. È quasi impressionante vedere quanto assurde contorsioni mentali la sinistra post-nazista tedesca riesca ancora a mettere in atto per sottrarsi all’evidenza di questa crisi. A luglio l’Europa ha subito un’ondata di caldo storica, con temperature in Germania che hanno raggiunto valori esorbitanti superiori ai 40 gradi. La crisi climatica capitalista, alimentata dalla necessità di valorizzazione del capitale, sta per trasformarsi in una catastrofe climatica. Porre fine alla follia capitalista della crescita è semplicemente una questione di sopravvivenza. E quali sono state le richieste di Luigi Pantisano, la nuova figura ridicola alla guida del “Partito di Sinistra” (PDL), in questa evidente crisi climatica? L’istituzione di nuove zone balneari gratuite, affinché queste non diventino “un bene di lusso”. [*1] Le immagini delle regioni europee colpite dagli incendi di quest’anno mostrano i bagnanti che si “rilassano” sulla spiaggia, circondati da fiamme e colonne di fumo. [*2] Sembra che questo riassuma perfettamente la politica climatica del PDL: l’apocalisse climatica deve avvenire in modo socialmente sostenibile. Forse Beckett è troppo nobile per questa situazione, che sembra essere piuttosto uscita da un sketch dei Monty Python.La celebre collega [*3] di Pantisano, Ines Schwerdtner, esponente socialdemocratica di Jacobin, ha invece evocato - in considerazione delle siccità storiche, dei fiumi in via di prosciugamento e delle imminenti crisi alimentari - la necessità di una migliore protezione dal caldo, al fine di essere preparati alla «prossima estate torrida». [*4] Occorrerebbero investimenti nelle infrastrutture, piani di gestione del caldo per scuole e ospedali, nonché una migliore tutela sul lavoro, nella quale i «datori di lavoro dovrebbero assumersi le proprie responsabilità». Questi ultimi dovrebbero garantire più pause, e acqua potabile a sufficienza. Secondo la signora Schwerdtner, i proletari dovrebbero rimanere sempre ben idratati, in modo da poter continuare così a produrre letteralmente quel capitale che è la causa della catastrofe climatica ormai in pieno svolgimento.

      Insomma, ecco che dal dimenticatoio della storia riemerge la lotta leninista – annacquata in chiave socialdemocratica – per l’acqua del tè: quasi fosse una satira realistica post-sinistra, messa in scena da uno di quei snob della classe media con manie proletarie, che dettano legge nel “Partito di Sinistra” – e che farebbero di tutto [*5] pur di non dover andare a lavorare. Per essere chiari: naturalmente simili misure potrebbero avere senso in un contesto ristretto, ma tutte hanno in comune il fatto di limitarsi a rattoppare le conseguenze della crisi climatica, mentre la causa sistemica, ovvero la necessità di valorizzazione del capitale [*6], viene ostinatamente ignorata. A cosa è dovuta questa ormai davvero assurda cecità di fronte alla crisi, da parte della vecchia sinistra, e che colpisce non solo la questione climatica e il “Partito di Sinistra” (PDL),, ma anche e in maniera sempre più crescente la palude leninista autoritaria e tradizionalista, che si sta espandendo nella sua sfera d’influenza? Va menzionato soprattutto l’opportunismo di crisi, ovvero lo sforzo compiuto dalle cerchie del Partito di Sinistra per inserirsi nella gestione pubblica o statale della crisi. A tal fine, è necessario ignorare o marginalizzare la teoria radicale della crisi. È evidente che con tutti quei discorsi radicali sulla crisi non si può partecipare ai negoziati di coalizione o ai talk show. Riformulare la questione sistemica trasformandola in una questione di distribuzione [*7] offre semplicemente nuove opportunità di carriera nel mondo politico. Lo strumento concreto di carriera dell’opportunismo, che spera di trarre vantaggio dalla tendenza generale alla gestione statale delle crisi, è un populismo ottuso, diventato ormai egemonico. Si ascolta attentamente ciò che dice il popolo affinché ci si possa proclamare rappresentanti degli interessi dell'“uomo comune” – cosa che evidenzia anche l'erroneità ideologica del populismo, il quale si orienta secondo l'opinione pubblica plasmata dall'industria culturale e dall'identitarismo, ovvero alla falsa apparenza ideologica della società, anziché mettere a confronto questa falsa apparenza con la dura e scomoda realtà della crisi. Questa ottusità populista, che non potrà mai agire in modo radicalmente oppositivo al sistema, si fonde con i prodotti ideologici della decomposizione del marxismo tradizionale, [*8] dando vita così a una forma particolarmente rozza di critica al capitalismo, ridotta e vicina alla destra. La contraddizione interna del capitale, che tramite il lavoro salariato distrugge la propria sostanza, viene completamente ignorata allo scopo di perdersi nel feticcio della lotta di classe, nel folklore proletario e in una caccia al tesoro neo-leninista guidata dai cosiddetti “interessi”. La personificazione, tipica della vecchia sinistra, che identifica il rapporto capitalistico, feticistico e irrazionale, vedendolo come se venisse impersonato da un gruppo di persone malvagie che minacciano il mondo, e riducendo ogni crisi agli “interessi” di chissà quali gruppi di potere, non solo sono compatibili con la ricerca fascista di un capro espiatorio, ma alimentano anche la sindrome antisemita in questo periodo di crisi. Così si può constatare un vero e proprio antisemitismo di redenzione incentrato su Israele, che allucina l’annientamento dello Stato ebraico per farne una questione di sopravvivenza dell’umanità.Per non parlare della semplice stupidità,[* 9] che rende possibile a questo ambiente regressivo di rincorrere dei “governanti” onnipotenti, nel momento in cui la crisi climatica compromette sempre più la valorizzazione del capitale e i miliardari costruiscono, in preda al panico, i loro bunker apocalittici [* 10]; cosa che diventa così un ulteriore fattore ideologico che favorisce l’autodissoluzione della vecchia sinistra nella crisi sistemica manifesta. Si tratta della falsa immediatezza delle rivendicazioni concrete, che derivano direttamente dalle ricadute sociali delle dinamiche di crisi: garantire i posti di lavoro, difendere lo Stato sociale, ecc. Ed è proprio questo a essere illusorio, alla luce della crisi ormai in pieno svolgimento. Non è possibile tornare indietro nel tempo al "miracolo economico", o all’Unione Sovietica. Per "falsa immediatezza" si intende quindi la tendenza dei movimenti sociali a rimanere inconsapevolmente ancorati a modelli di pensiero che corrispondono proprio alle condizioni sociali e alle contraddizioni contro cui essi si oppongono; cosa che invece potrebbe essere superata solo attraverso la mediazione tra la pratica e una teoria radicale della crisi.

      Nella sua opera tardiva *Land of the Dead* [*11], il grande maestro del genere zombie, George A. Romero, ha creato una scena profetica in cui i non morti continuavano a dedicarsi esteriormente alle loro occupazioni quotidiane, al loro lavoro. Fingere di essere vivi, senza che le loro attività avessero più alcun senso interiore. Questa immagine si adatta perfettamente all’attuale post-sinistra, caratterizzata dal prefascismo. La crisi, ammesso che venga percepita, altro non è che un’etichetta che fa da contorno ai vecchi postulati e riflessi immutati: la brama di potere statale, il feticismo della lotta di classe, la nostalgia dello Stato sociale, la trasfigurazione del capitale variabile («proletariato») in via di dissoluzione in soggetto rivoluzionario, le banali invettive contro i pezzi grossi. Non esiste più alcun riferimento alla realtà della crisi, soprattutto per quel che riguarda la crisi climatica. Mentre il capitale, nella sua agonia, distrugge le fondamenta della civiltà, questa sinistra “zombie” si dedica di fatto a una politica identitaria lontana dalla realtà, e lo fa proprio perché è essa stessa diventata inconsistente, conservatrice, o addirittura reazionaria nel processo di trasformazione che stiamo vivendo. Questi zombie politici di sinistra continueranno a rivendicare l’accesso equo alla spiaggia dell’apocalisse e all’acqua gratuita (questa volta senza tè) fino al collasso climatico: proprio come se fosse dei dischi che continuano saltare. In questo contesto, questa “sinistra zombie” si inserisce perfettamente nel movimento ideologico complessivo dei paesi centrali del tardo capitalismo, i cui abitanti continuano semplicemente a vivere come prima, per evitare di risvegliarsi nel deserto del reale. In definitiva, per paura della perdita di identità – della perdita di ciò a cui il capitale ha ridotto le persone attraverso la socializzazione – sembra impossibile persino il primo passo verso una lotta emancipatoria riguardo la trasformazione del sistema [*12]: dire le cose come stanno. Se il capitale in collasso non verrà superato in maniera emancipatoria, l’umanità sprofonderà nella barbarie. E questo succederà in interazione con dei picchi di crisi sociali ed economiche sempre più violente.
Ciò su cui invece speculano i nostri zombie politici della post-sinistra è trovare un posticino al riparo nella gestione delle crisi. [*13]

- Tomasz Konicz - 11/08/2026 -
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NOTE:

1 https://www.waz.de/politik/article412638598/darf-nicht-zum-luxus-werden-linke-chef-fordert-mehr-kostenlose-badestellen.html

2 https://www.nbcnews.com/news/world/sunbathers-watch-beach-wildfires-burn-french-riviera-n786231

3 https://www.n-tv.de/politik/Linken-Chefin-haelt-Erhoehung-des-Renteneintrittsalters-fuer-moeglich-article25948019.html

4 https://www.stern.de/news/linke-dringt-auf-umfassende-konzepte-zum-hitzeschutz-37620780.html

5 https://www.n-tv.de/politik/Linken-Chefin-haelt-Erhoehung-des-Renteneintrittsalters-fuer-moeglich-article25948019.html

6 https://www.konicz.info/2022/01/14/die-klimakrise-und-die-aeusseren-grenzen-des-kapitals/

7 https://www.konicz.info/2023/09/06/unwort-klimagerechtigkeit/

8 https://www.konicz.info/2024/05/26/die-grosse-regression/

9 https://www.konicz.info/2020/12/09/der-linke-bloedheitskoeffizient/

10 https://www.konicz.info/2018/07/18/der-exodus-der-geldmenschen/

11 https://www.youtube.com/watch?v=9t2UMyZ3piE

12 https://www.konicz.info/2022/10/12/emanzipation-in-der-krise/

13 https://www.tagesschau.de/inland/innenpolitik/pantisano-linke-cdu-100.html

venerdì 24 luglio 2026

Benvenuti, Robot Signori della Guerra

Sterminio completamente automatizzato
- È solo questione di tempo prima che droni assassini completamente automatizzati dominino i campi di battaglia del XXI° secolo -
di Tomasz Konicz

 

   In Ucraina, circa due anni fa, è stato aperto quello che appare come un nuovo capitolo distopico della guerra basata sui droni. Secondo informazioni della rivista "The New Scientist", in un attacco sperimentale, le Forze Armate dell'Ucraina hanno utilizzato per la prima volta dei droni d'attacco completamente autonomi contro le truppe russe, che sembra abbiano effettivamente subito delle perdite in uomini e materiali.[*1] I rappresentanti dei produttori ucraini di droni, hanno dichiarato al "British Science Journal" che nel 2024 avevano dotato di modelli I.A. dieci Quadricotteri che avrebbero dovuto coprire una sezione frontale di tre o cinque chilometri per poi essere messi in una "modalità terminator", nella quale i droni dovevano rilevare e attaccare obiettivi in maniera completamente automatica. Sembra che l'attacco sperimentale sia parzialmente riuscito: truppe e veicoli russi sono stati colpiti. Alla fine del 2025, il "New York Times" aveva pubblicato un rapporto di background sull'evoluzione della tecnologia dei droni nella guerra in Ucraina, nel quale si concludeva che quasi tutte le fasi di attacco possono ora essere automatizzate. [*2] Finora l'Ucraina aveva vietato l'uso di droni killer con I.A. completamente automatizzati e, interrogati da "The New Scientist", i portavoce dell'esercito spiegavano come finora, nella catena di attacco nella catena di attacco dei sistemi di droni ucraini, era sempre stato coinvolto un essere umano. I sistemi attualmente utilizzati in prima linea sono già in grado di localizzare e rilevare automaticamente i bersagli, ed eseguire gli ultimi metri dell'attacco in modo completamente automatico, in modo da semplificare così le operazioni, ha spiegato il personale dell'esercito ucraino, specificando come gli ordini d'attacco vengono però sempre dati da persone che sono all'interno della gerarchia militare.

Il Grande Equalizzatore
    Non esiste, da parte dell'ONU, un divieto ufficiale riguardo i sistemi killer completamente automatizzati con I.A., e finora nessuna parte in conflitto ne ha permesso ufficialmente l'uso, essendo questo ora solo un ostacolo politico-etico. E questo ostacolo probabilmente cadrà presto, man mano che i vantaggi militari della guerra con droni completamente automatizzata diventeranno sempre più evidenti. Il drone è il grande livellatore dei primi del XXI° secolo, permettendo così alle parti in guerra sconfitte di tenere a bada quelli che sono avversari militarmente assai superiori, e di prolungare così i conflitti. L'uso massiccio di droni, a metà 2026, ha permesso all'Ucraina di fermare quasi completamente l'invasione russa  - almeno per il momento - sebbene il Cremlino sia riuscito a mobilitare delle risorse assai maggiori per la sua guerra d'aggressione. I droni ucraini non solo rendono impossibili i grandi attacchi russi in prima linea, costringendo il Cremlino a una guerra di trincea, ma stanno anche raggiungendo le linee di rifornimento russe nell'entroterra - come la rotta tra Mariupol e Crimea - rendendo difficile il rifornimento delle truppe russe. Gli attacchi spettacolari al settore energetico russo, così come la marginalizzazione della Flotta russa del Mar Nero, non sarebbero stati possibili senza l'uso massiccio di droni a lungo raggio. Lo stesso scenario, in cui il drone ha agito come livellatore militare, si applica anche ad altri conflitti attuali: droni economici e schierati in massa hanno avuto un ruolo importante nella sconfitta strategica degli Stati Uniti nella guerra contro l'Iran; specialmente negli attacchi contro gli stati del Golfo e nel blocco dello Stretto di Hormuz. La situazione è simile alla guerra tra Israele e Hezbollah nel sud del Libano, dove la milizia sciita è riuscita a infliggere pesanti perdite all'esercito israeliano mediante attacchi con droni. Verso dove si sta dirigendo questo sviluppo militare-tecnico? L'emergere del drone I.A. completamente automatico, è di fatto inevitabile, soprattutto se visto sullo sfondo della brutalizzazione e della barbarizzazione generale causate dalla crisi, poiché questo rappresenta il punto di fuga dalla spirale degli armamenti in questo tipo di arma, la quale, con la guerra in Ucraina, si è completamente sviluppata: l'uso di droni telecomandati ha portato all'emergere di dispositivi elettronici di disturbo, che a loro volta venivano contrastati da cavi in fibra ottica, con i droni di prima linea che avevano gittate di diverse decine di chilometri . Nel frattempo, questi droni basati su cavi vengono contrastati anche da sistemi di difesa volti a tagliare questi cavi in fibra ottica. Inoltre, sono stati sviluppato droni intercettori finalizzati ad abbattere i droni d'attacco.

Pentagono vs. Antropico
    Il drone I.A. completamente automatizzato, che ormai non ha più bisogno di alcun collegamento a un controller umano, supererebbe oramai la maggior parte delle difese precedenti. Lo sciame di droni controllato dall'IA, composto da centinaia, o addirittura migliaia, di droni finalizzati ad attaccare intere sezioni del fronte, e quindi creare brecce, costituisce il punto finale distopico di questa corsa agli armamenti; come visualizzato nella seconda parte della trilogia di Matrix. Nel frattempo, le finanze, più che la tecnologia, saranno probabilmente l'ostacolo decisivo nella realizzazione di questa visione orribile: durante l'attacco, lo sciame dovrebbe portare con sé la propria capacità di calcolo e la memoria, cosa molto costosa, vista la bolla dell'IA. A questo proposito, non sorprende che le corrispondenti dispute sullo sviluppo di sistemi autonomi di killer AI si stiano combattendo principalmente nel complesso militare-industriale rigonfio degli Stati Uniti. Nel febbraio 2026, fra il Pentagono e l'azienda di IA Anthropic c'è stata una rottura spettacolare proprio su questa questione, allorché il capo dell'azienda, Dario Amodei, si è opposto alla ricerca e all'applicazione di sistemi d'arma IA completamente automatizzati in mancanza di una base legale esplicita. Per chiarire: Amodei ha rifiutato solamente  la sorveglianza di massa sui cittadini statunitensi tramite i suoi sistemi di IA; mentre invece le macchine assassine con IA non sono state affatto escluse in linea di principio. Il Pentagono ha successivamente posto termine agli accordi esistenti con Anthropic, ce ha concluso nuovi contratti con OpenAI e Grok di Musk, dichiarando l'azienda di Amodei una minaccia alla sicurezza nazionale. Trump ha rivisto questa decisione solo a metà giugno dopo una conversazione con Amodei. [*3]

Crimini di guerra dell'IA?
    Il Pentagono ha già fatto un uso massiccio dei sistemi di IA di Anthropic all'interno della sua macchina militare: già nel rapimento del capo di Stato venezuelano Marudo, si dice che questi abbiano avuto un ruolo importante nell'acquisizione degli obiettivi. Questi sistemi di acquisizione di bersagli intrecciati - Maven di Palantir e Claude di Anthropics - hanno avuto un ruolo centrale nella pianificazione e nell'esecuzione della guerra in Iran. Utilizzando questi sistemi di valutazione e rilevamento, il Pentagono è riuscito ad attaccare con successo circa 1.000 obiettivi in Iran nelle prime 24 ore. Non solo l'acquisizione dei bersagli, ma anche la catena di comando sta vivendo un'accelerazione enorme: i sistemi di IA possono ridurre sostanzialmente il tempo tra la localizzazione dell'obiettivo – ad esempio dalle rampe di lancio dei missili mobili – e l'attacco. L'era della guerra in tempo reale, in cui macchine militari, in gran parte automatizzate e ad alta tecnologia, convertono immediatamente le informazioni in arrivo in risposte militari, sembra a portata di mano. Tutti i sistemi di IA funzionano con probabilità statistiche che vengono affinate nell'addestramento. Sono soluzioni auto-complete dotate di capacità di calcolo gigantesche, che portano con inevitabilità matematica alle note allucinazioni, specialmente se alimentate con materiale obsoleto. Le conseguenze di tali errori di IA sono diventate evidenti nelle prime ore della guerra in Iran, quando un missile statunitense ha rivendicato 175 vittime in una scuola femminile, [*4] che era stata segnalata come obiettivo legittimo dai sistemi di IA del Pentagono a causa di dati obsoleti, che gettano anche una luce significativa sul controllo umano di questi obiettivi IA nel Pentagono di Pete Hegseth. Questo attacco di massa assassino potrebbe segnare il primo crimine di guerra dell'IA nella storia militare. L'esercito statunitense è stato in grado di attaccare mille obiettivi in 24 ore grazie ai suoi sistemi di intelligenza artificiale in Iran, e una scuola femminile istituita qualche anno prima nelle immediate vicinanze di un complesso dei Guardiani della Rivoluzione.

- Tomasz Konicz - Pubblicato il 22.07.2026 -

NOTE:

1 https://www.newscientist.com/article/2529849-fully-autonomous-drones-have-killed-human-soldiers-for-the-first-time/

2 https://www.nytimes.com/2025/12/31/magazine/ukraine-ai-drones-war-russia.html

3 https://www.msn.com/en-us/politics/government/trump-says-anthropic-is-no-longer-a-national-security-threat-after-g7-lunch-with-amodei/ar-AA265yjJ

4 https://www.independent.co.uk/news/world/americas/us-politics/iran-school-attack-ai-investigation-b2937456.html

domenica 19 luglio 2026

«Le verità sono malate, le bugie altrettanto»…

Per una «liberazione» degli intellettuali *
- di André Breton -

Compagni,
    se gli organizzatori di questa giornata hanno voluto concedere uno spazio - sottraendolo ai delegati di potenti formazioni il cui tempo di parola era già stabilito -  a uno scrittore; ecco che allora questo scrittore, il quale non può pretendere di rappresentare altro che sé stesso, cercherà comunque di stabilire che la causa qui difesa si identifica in modo assai generale con quella per cui lottano da sempre sia lo scrittore e che l’artista. Questo scrittore non si propone altro che svegliare dalla loro letargia quegli ambienti intellettuali assai estesi e metterli di fronte a quella che è la loro responsabilità specifica, e ordinare loro, in nome di ciò che li qualifica nel loro stesso proprio ruolo, che alcuni di essi si liberino di quella tolleranza, stupefatta in alcuni e sprezzante in altri, ma troppo spesso opportunista e codarda, in modo da poter così fermare una buona volta i danni causati dalla peggiore intolleranza, che agisce al servizio della menzogna e dell’odio. Ciò che mi sembra possa soprattutto giustificare l’intervento dello scrittore a questa tribuna è che, quali che siano le sue tendenze specifiche, egli assume un compito cui, se non al prezzo di una totale squalificazione, non può sottrarsi: quello di custode del vocabolario. Spetta a lui vigilare affinché il senso delle parole non si corrompa, denunciare impietosamente chi oggi fa professione di falsarlo, elevarsi con forza contro il mostruoso abuso di fiducia che costituisce la propaganda di una certa stampa.Chi non vede, oggi più chiaramente che mai, che è proprio a causa di questa profonda alterazione – voluta da alcuni – del significato di certe parole chiave che stiamo morendo prima del tempo; chi non vede che è  proprio subendo passivamente questa alterazione che ci lasciamo trascinare lentamente verso la guerra di sterminio che ci stanno preparando? Queste parole chiave, sulle quali si esercita una sapiente disintegrazione, sono oggi sulla bocca di tutti: parole come democrazia, socialismo, libertà, coscienza umana. L’ultima a essere stata cinicamente deviata dal suo significato comune, fino a rischiare di perdere ogni senso per l’uomo della strada è la parola pace.

   Abbiamo infatti appena assistito a un cosiddetto Congresso della Pace, i cui partecipanti non hanno perso occasione per dimostrare che concepivano la pace solo tra di loro e soprattutto non con gli altri. I quali, del resto, proprio mentre predicavano la pace da questa parte del mondo, erano più che mai ferventi sostenitori della guerra nell'altra parte, in Asia. Il che lasciava abbastanza intendere che la loro rivendicazione pacifista mascherasse la loro intenzione di guadagnarsi una tregua, il tempo strettamente necessario alla produzione degli ordigni che avrebbero alimentato il prossimo massacro [...] Faccio fatica a guardare in faccia alcuni dei miei vecchi amici che si compromettono per avere posizioni di comando in questa galera, ma se i nostri sguardi si incrociassero, di certo non sarei io a distogliere gli occhi. Non chiederemo mai abbastanza conto a loro di aver gettato il peso della loro opera, e il credito che la loro attitudine passata aveva loro valso - trionfo dopotutto dello spirito - nel campo della domesticazione dello spirito. La stanchezza e l’invecchiamento rendono ancora più odioso il calcolo dell’astuzia, e devo ammettere che sopporto assai male, spazientito, vedere Picasso che dà pubblicamente la parola a un Ilya Ehrenbourg, “ufficiale della Legione d’onore” dice il manifesto, e comunque falso testimone accertato, quello stesso che cercò di far passare come veleno elaborato nelle officine naziste *Il Silenzio del mare* di Vercors e, nel 1934, di presentarci - io e i miei amici surrealisti - come pédérastes e magnaccia, per cui mi vanto ancora di averlo corretto di mia mano.

   C'è stato un tempo, non molto lontano, in cui lo scrittore poteva considerarsi esonerato da ciò che non è il libero e degno compimento del suo vero lavoro; così come avviene per tutto ciò che viene richiesto al lavoratore, al contadino. Il peso crescente, su di lui, di una mano sempre più pesante e vincolante, accompagnata da una minaccia di rovina universale imminente, lo costringe a liberarsi a qualsiasi costo (contrappongo questa liberazione al cosiddetto "impegno" con cui siamo stati bombardati). Liberarsi significa rifiutare di passare attraverso i canali prestabiliti, significa proclamare ad alta e chiara voce che, qualunque cosa accada, non ci si arrenderà agli argomenti di nessuna delle due propagande nemiche, vale a dire, che siamo ancora assai lontani dall'aver perso la speranza nel risveglio di un buon senso che possa rifondare la comunità umana. Liberarsi significa anche accusare e smascherare instancabilmente coloro che falsificano e ingannano. Significa, senza distinzione di schieramento, marchiare con il segno dell’infamia coloro che, a fini politici, riempiono i campi di lavoro e uccidono. No, sulla base della mia opinione più o meno autorevole, nessuno potrà negare che il pensiero libero e l’arte libera abbiano stasera voce in capitolo. Sono loro ad avere voce in capitolo, innanzitutto in considerazione di quel margine di futuro che la loro ragion d’essere ci porta a immaginare. Già solo per questo motivo, è oscurantismo della peggior specie limitare loro lo spazio di manovra, per non parlare poi di quando lo si sopprime del tutto. È il domani a essere minacciato, come un campo arato che anela a una manciata di semi. Ma se il pensiero libero e l’arte libera hanno voce in capitolo, ciò è anche perché i regimi totalitari hanno in comune il fatto che è proprio contro tale pensiero e tale arte che questi si scagliano per primi, perché è su di essi che fin dall’inizio si abbatte il pugno e si esercita la persecuzione più implacabile. La via stalinista, sotto questo aspetto, darebbe una lezione a quella hitleriana! Si sa bene cosa ne è stato di Majakovskij, di Esenin: entrambi usurpati nonostante il rifiuto categorico rappresentato, come minimo, dal loro suicidio. Ma chi si preoccupa, ad esempio, della sorte riservata ai due più grandi artisti della Rivoluzione, i costruttivisti Tatlin e Lissitzky? Dove è finito l’ultimo grande esponente della poesia russa, Boris Pasternak, che nel 1935 osservavamo, non senza apprensione per il suo destino più o meno imminente, al “Congresso internazionale per la difesa della cultura”? Perché non lo si dirà mai abbastanza: il terrore che regna nella letteratura e nell’arte della zona russa si estende fino a noi in forma strisciante. Coloro che hanno il compito di promuoverlo dispongono di mezzi considerevoli, mentre il talento e la convinzione non sembra occupare in loro un posto di primo piano. Si tratta di un vero e proprio trust con ramificazioni di natura poliziesca, il cui solo funzionamento mette già in pericolo il pensiero indipendente e la ricerca artistica disinteressata, cui lavora sistematicamente a minare sia ideologicamente che materialmente.

   A tale scopo, è ovvio che tutti i mezzi diventano buoni, in particolare la calunnia come si è visto nel caso di Paul Nizan; durante il mio viaggio in Messico io stesso sono stato presentato, attraverso una lettera circolare della "Maison de Culture", come se fossi un nemico particolarmente perfido della Repubblica spagnola, è stato poi stampato che alla radio di New York mi sarei specializzato nel lodare Pétain. Benché tutte queste invenzioni un po’ grossolane non abbiano lunga vita, non si esita tuttavia a ricorrere a modi più attivi di intimidazione. In queste condizioni, non sorprende che i rari esemplari poetici o plastici che il dirigismo culturale lascia arrivare fino, a noi tramite traduzione o riproduzione, presentino un carattere ultra-convenzionale e stereotipato dei più spiacevoli. Nulla di meno adatto alla necessità di esaltazione di un regime che comunque primeggia su ogni altra ambizione imposta. Si può immaginare il freddo che susciterebbe a Parigi una mostra di pittura e scultura russa contemporanea, fatta con un secolo di ritardo, rispetto al Rêve de Détaille e al Quand même di Antonin Mercié. È un peccato che questi prodotti siano riservati al consumo interno, o quasi. Tutto ciò sarebbe solo un male parziale, se non avessimo buone ragioni di credere che l’arte sia uno specchio avanzato della vita (come si dice di un orologio che vada avanti o che ritardi), uno specchio la cui funzione è quella di prefigurare l’uomo in ciò che lo aspetta.

   C'era, nel pensiero di Marx, una falla da cui il male poteva entrare, l'embrione di una di quelle vegetazioni parassite capaci di tutto divorare e di tutto ricoprire, ed  è quello che ci siamo chiesti molte volte e che ancora ci chiediamo con ansia. Ci pensavo di nuovo recentemente, rileggendo la lettera così umana e profetica di Proudhon a Marx, datata Lione, 17 maggio 1846 (centotre anni fa, compagni): « Non prometto di scrivervi molto né spesso, i miei impegni di ogni genere, uniti a una naturale pigrizia, non me lo permettono… Cerchiamo insieme, se volete, le leggi della società, il modo in cui queste leggi si realizzano, il progresso secondo il quale riusciamo a scoprirle; ma, per Dio! dopo aver demolito tutti i dogmatismi a priori, non pensiamo a nostra volta di indottrinare il popolo… non creiamo per l'umanità un nuovo lavoro con nuovi pasticci… solo perché siamo alla guida di un movimento, non diventiamo capi di una nuova intolleranza, non ci poniamo come apostoli di una nuova religione, anche se questa religione fosse la religione della logica, la religione della ragione.» Mi commuove poter far risuonare qui questa voce che dissipa ogni forma di corruzione, anche se dovesse trovare ascolto solo presso i nostri compagni anarchici. Devo precisare che, tenendo questi discorsi, non sto guardando all’America, o meglio a ciò che si fregia del nome d’America; gli USA, così come si dice l’URSS (queste abbreviazioni, dove il senso originale si perde, ci mettono a nostro agio). Contro gli USA, chiunque mi conosca sa che ho le peggiori rimostranze, assai meno personali piuttosto che extra-personali, al punto che durante cinque anni di soggiorno non vi ho contratto alcuna amicizia. Odio tanto quanto chiunque, e più di quanto essi stessi possano odiarlo, il modo in cui gli USA si comportano con i miei amici neri e, se possibile, ancora di più, il modo in cui si sono comportati con i miei amici indiani. Ho orrore per l’ipocrisia sessuale che regna negli USA e per la licenza vergognosa che ne consegue. Provo una certa fobia verso una lingua che è come un impasto d’inglese e nella quale la parola "angoscia", per esempio, non può più essere tradotta. Ho anche paura di quel passaggio, laggiù sempre invisibile, dell’uomo alla sua tomba, tutto considerato, di quelle cerimonie funebri dove il morto, truccato come vivo e con i suoi abiti migliori, piegato artificialmente in una poltrona e per poco con il sigaro in bocca, riceve, nel contesto dei gusti che ha manifestato – che possono essere i Tropici o Versailles – i suoi ultimi ospiti chiacchierando davanti a lui come se nulla stesse succedendo. Degli Stati Uniti, nulla mi è più contrario del loro pragmatismo da quattro soldi, nulla mi disgusta intellettualmente come la loro invenzione dei "Digests", nulla mi rivolta tanto quanto il loro complesso di superiorità. Detesto il loro dominio, sotto la copertura del denaro, sull’America centrale e sull’America del Sud. Considerando la loro situazione attuale e costretto a constatare che stanno estendendo al Vecchio Continente il loro disegno imperialista, nego con veemenza che la stupidità della Coca-Cola, dei suoi dirigenti e dei suoi banchieri possa avere la meglio sull’Europa, che nel corso dei secoli ha portato tante volte la stella sulla fronte e che, sotto sembianze così antiche, è ancora capace di metamorfosi. Al di là di ogni pregiudizio settario, vorrei concludere con queste parole di Georges Bernanos che non temo di fare mie:

  «Le verità sono malate, le bugie lo sono altrettanto… Non è del tutto certo… che l’indebolimento di una Virtù rafforzi altrettanto il vizio corrispondente. Se fosse così, la storia degli uomini e dei popoli avrebbe un altro colore e un rilievo maggiore… Quello che il mondo perde è probabilmente davvero perduto, perduto per il bene e il male, perduto senza ritorno. È di freddo che il mondo morirà.» E come potrei sentirmi in grado di esprimermi meglio, come potrei avere la presunzione di dire diversamente, quando aggiunge: «La pace è una grande opera, realizzata da un grande popolo, e da lui imposta in nome di una grande fede… Ci sono sempre abbastanza ragioni per morire, buone o cattive, si può morire benissimo per inattività, per disgusto, ma vivere richiede molta costanza e amore. La vostra società non merita più di essere amata… La pace è molto bella, solo che la gente si chiede cosa ci metterete dentro. La guerra è molto più facile da riempire della pace… In sostanza, se ho capito bene, la nostra guerra è giusta perché ci è stata imposta, è un atto di legittima difesa. Sarebbe più corretto dire che non siamo responsabili della sua ingiustizia… La vostra società non è senza dubbio più abbastanza giusta per una pace giusta… I popoli non credono più nella pace, proprio perché non credono più nella giustizia. I popoli escono dalla pace tanto facilmente quanto si esce da una casa minata – fuori o dentro, che importa? » È necessario che questa società venga cambiata da cima a fondo. Non si cambierà con il sangue. Cambierà il giorno in cui la giustizia, che era solo addormentata, si sveglierà al grande spavento dei suoi becchini e più che mai splendente si siederà sulla sua tomba.

- André Breton -

* Questo discorso scritto per il meeting del Rassemblement démocratique révolutionnaire (RDR) che si teneva il 30 aprile 1949 - Giornata internazionale di resistenza alla dittatura e alla guerra - non ha potuto essere pronunciato perché il meeting è diventato confusionario quando un fisico americano, Carl Compton (fratello di Arthur Compton, pacifista, che era stato invitato), ha fatto l'apologia dell'arma nucleare! Quella sera, né Breton né Davis hanno potuto parlare..

giovedì 9 luglio 2026

Quel Dio della politica…

Il suo dio ha piedi d’argilla [*]
- di Maddalena Porcelli -

   Dove risiede la causa delle differenze esistenti nel comportamento dei maschi e delle femmine? Nella biologia o nella cultura? La domanda è retorica, dal momento che i ruoli hanno subito variazioni da epoca a epoca, da luogo a luogo. Quando l’antropologa Margaret Mead ci fornì un’ampia descrizione, attraverso i suoi studi contenuti in “Sesso e temperamento in tre società primitive”, sugli Arapesh, i Mundugumor e i Tehambuli, tre diverse tribù della Nuova Guinea, ci offrì la possibilità di comprendere quanto l’assegnazione dei ruoli di genere sia funzionale al sistema culturale che la contiene. Tra gli Arapesh l’adulto ideale, a prescindere dal suo sesso, ha una natura gentile, accondiscendente, solare, che ricorda l’ideale femminile della classe media occidentale così come lo ha costruito una certa narrativa dominante. All’interno di questa tribù, infatti, le relazioni sessuali non implicano temperamenti diversi né comportamenti aggressivi e tutto ruota intorno al concepimento e alla procreazione e l’espressione “partorire un figlio” è usata tanto per i maschi che per le femmine. I Mundugumor hanno invece tutt’altro temperamento: entrambi i sessi si avvicinano al nostro modello ideale maschile; le donne, al pari degli uomini, sono prepotenti e vigorose; non amano concepire e allevare figli. Infine i Tehambuli sono caratterizzati da una notevole differenziazione sessuale, invertita rispetto ai nostri modelli: gli uomini sono schivi, ombrosi, amano chiacchierare, indossare ornamenti mentre le donne indossano vesti semplici, si radono i capelli, sono intraprendenti, hanno il senso pratico degli affari. Altri studi, condotti da antropologi in ogni angolo del mondo, confermano quanto dimostrato finora. Jules Henry, che osservò a lungo i gruppi indigeni nella foresta brasiliana, constatò in essi la totale assenza di differenze sessuali riguardo al temperamento. Edward Hall nel “Linguaggio silenzioso” descrisse una società patriarcale dell’Iran, dove le donne dovevano essere fredde, calcolatrici e dotate di senso pratico mentre gli uomini dovevano esprimere le loro emozioni, essere sensibili e intuitivi, preferire la poesia alla logica. L’elenco potrebbe continuare ma il punto cruciale è un altro, ed è quello di dimostrare che tutti quei comportamenti che differiscono dai nostri modelli di riferimento sono sempre considerati come un’eccezione alla regola e mai, nemmeno per un momento, portatori di valore , in grado di contribuire all’arricchimento dell’umanità. Ciò deriva dal fatto che l’intero impianto della cultura occidentale si è fondato sull’etnocentrismo inteso come principio propulsore di progresso e di civiltà. Gran parte dell’antropologia del secolo scorso è stata strumentalizzata da un approccio evoluzionista di matrice vittoriana, fortemente eurocentrato, e ha sempre guardato agli altri popoli come arretrati rispetto a una presunta scala evolutiva della quale ha presunto di occupare lo scalino più alto.

   La verità è che il bisogno di giustificare le imprese colonialiste, le quali rappresentano il culmine di un processo di dominazione e che affondano le loro radici agli albori della modernità, coincide con il programma di schiavizzazione e di culturicidio dei popoli d’oltreoceano ai fini dello sfruttamento economico. Non è un caso che si faccia strada, fin dagli ultimi anni del XVI sec., quel pensiero cartesiano dicotomizzante che sancirà la definitiva opposizione binaria tra umani e non umani, cultura e natura, anima e corpo, ragione e istinto, uomo e donna, città e campagna ecc…, corrispondenti, rispettivamente, a valori positivi e negativi, superiori e inferiori. Tutte quelle caratteristiche che osserveremo da quel momento sono il frutto della diffusione di quell’assunto. L’invenzione della razza è difatti il coronamento di quel processo, la giustificazione e l’alibi per eccellenza, che ha permesso di sfruttare il resto del mondo in tranquilla coscienza. Un indigeno africano o un amerindo verranno definiti più simili agli animali non umani, gli sarà negata un’anima e sarà schiavizzato senza alcun rimorso. Possiamo dunque affermare che in patria, con identici presupposti, si siano applicati quei sistemi educativi funzionali ai modi di produzione economica e che tutti, indistintamente, siano una risultante di fattori storici e non, come vorrebbe far intendere un bieco provincialismo inconsapevole, di “natura”. E sono sempre i diversi atteggiamenti, i diversi incoraggiamenti e i diversi sistemi educativi che hanno sospinto i differenti atteggiamenti sessuali: la pazienza per le femmine, la forza per i maschi, che tradotti in termini di funzionalità corrispondono per le prime a una docile passività, per i secondi a un’attiva aggressività. Se questi elementi li trasponiamo in un contesto di produzione economica capitalistica fondata sullo sfruttamento della forza lavoro, ci risulterà chiara la loro utilità: negare uguali diritti vuol dire differenziare le capacità e contare su un esercito di riserva che possa essere utilizzato nelle fluttuazioni occupazionali, costanti dell’economia industriale. La conseguenza è nota a tutti, dal momento che le donne non godono ancora di una retribuzione pari a quella degli uomini. Si sostiene che tutto ciò sia “naturale”, per il fatto che la donna, essendo soggetta alla responsabilità della maternità, sia necessariamente penalizzata nella sua capacità lavorativa. Ancora una volta possiamo, con l’aiuto dell’antropologia, sfatare questo mito utile: Colin Turnbull ha descritto l’attività delle madri dei Pigmei Mbuti che durante il parto erano spesso a caccia o in viaggio e non la riducevano affatto. Le caratteristiche di un rapporto tra madre e piccolo sono restrittive non in assoluto ma, nel nostro caso, relativamente alla società industriale contemporanea.

   In quest’errore di fondo è caduto anche il femminismo nordeuropeo che ha svilito le donne del sud del mondo, escludendole dal suo programma di emancipazione. Quel femminismo, nato e sviluppatosi in concomitanza con le mire espansionistiche degli Stati-nazione, ha riguardato non a caso una classe medio borghese del nord Europa e s’inserisce in quello stesso contesto discriminatorio di cui abbiamo accennato. Negli ultimi decenni dello scorso secolo si è infatti fatto strada un movimento femminista nero che ha contestato aspramente e posto in contraddizione il femminismo bianco, criticandone i presupposti. Già l’anarchica Emma Goldman, in passato e seppure con modi e intenti assai diversi, nella sua polemica contro le suffragiste aveva posto l’accento sul pericolo di un’omologazione al potere patriarcale, facendo notare come la richiesta di un’uguaglianza al diritto di voto celasse in realtà una parità vuota e acritica, come “il privilegio di diventare giudice, carceriere, boia”. La sua attenzione all’interdipendenza tra il mutamento sociale e collettivo e quello interiore, di cui è stata pioniera, viene oggi ampliato e declinato a sempre più numerosi livelli, grazie anche alla trasformazione dei luoghi deputati alla produzione del sapere: lo sviluppo di un pensiero femminile come Gender Studies ha introdotto nuove prospettive di studio, accogliendo i contributi delle donne di ogni luogo del mondo. Tornando al punto in questione, dunque, il femminismo nero, utilizzando un pensiero decostruttivista derivato da Deridda e più in fondo dal metodo lacaniano, ci ricorda che lo stesso femminismo nordeuropeo non solo si è sviluppato di pari passo con il colonialismo e il razzismo ma ha assunto uno sguardo altresì evoluzionista eurocentrico, che poneva al vertice dello sviluppo la donna bianca, occidentale, benestante e il resto delle donne come involute rispetto al loro traguardo. Le differenze, come nel caso degli studi antropologici di quel tempo, piuttosto che essere considerate come un arricchimento sono state valutate come il segno distintivo di una mancata emancipazione.

   Il dibattito che anima il presente si sviluppa in varie direzioni, avvalendosi di una tale ricchezza di contributi e di prospettive da produrre riflessioni cruciali: l’ecofemminismo queer, a partire dalla riflessione di Adrienne Rich che nel saggio pubblicato nel 1980 “Eterosessualità obbligatoria ed esistenza lesbica” indica nel lesbismo una scelta di libertà alternativa, uno spazio di resistenza e di lotta all’obbligo socialmente imposto dell’eterosessualità che ha prodotto la subordinazione delle donne; il femminismo nero e postcoloniale, che denuncia il razzismo eurocentrico teso a considerare il resto del mondo come una sua appendice ed introduce il concetto d’intersezionalità tra i vari assi della discriminazione (razza, genere, classe, sessualità), puntualizzando la necessità di riconoscerli come differenti forme di un unico sistema di potere. Uno dei testi più acuti di questo filone è “Can the Subaltern Speak?” del 1988, di Gayatri Chakravorty Spivak che, nell’analizzare il modo in cui l’Occidente rappresenta le donne colonizzate, si/ci domanda se queste donne abbiano la possibilità di autorappresentarsi dal momento che la loro voce risulta, prendendo in prestito un termine lacaniano, forclusa. Ciò che ne risulta, secondo una pluralità di sguardi differenti, come ci suggerisce Gayatri Spivak, è che sia del tutto improbabile considerare le donne bianche come referenti, perché significherebbe trovarsi nell’impossibilità di formare alleanze politiche che agiscano oltre le contrapposizioni di razza, classe e confini nazionali. Suggerisce perciò di sperimentare un essenzialismo strategico che nel riconoscimento dell’intersezione tra razza, genere ed etnicità possa, attraverso una pratica solidaristica, costruire un soggetto politico collettivo transnazionale che tenga conto delle diverse specificità. Quale più grande stimolo per pensare in termini di alternativa a una civiltà occidentale in declino che ha raggiunto i suoi limiti?

- Maddalena Porcelli – Pubblicato il 3/3/2021 su Umanità Nova -

[*] – Nota dell’autrice - La frase è tratta Da "il suffragio femminile" in "Femminismo e Anarchia" di Emma Goldman. Quel dio è naturalmente il sistema istituzionale e il voto per cui tanto si batteva il movimento delle suffragette appartenente alla classe media. Lei era invece molto più solidale con la parte proletaria (prostitute, donne di servizio di quelle stesse che scendevano in piazza ecc...) !