mercoledì 20 maggio 2026

Il «vuoto pathos della rottura assoluta» ?!!???

Lo stalinismo del denaro
- Alcune note per il dibattito sulla trasformazione dell'economia di mercato -
di Robert Kurz

   Il socialismo di Stato "potrebbe" anche affondare, mentre l'economia di mercato, in quanto tale, invece "non può" farlo. Questo, almeno secondo Michael Brie, Il quale, riesce a riconoscere solo «il vuoto pathos della rottura assoluta», l'«apocalisse», ecc., nella mia analisi teorica, secondo la quale la modernizzazione dell'economia di mercato è già arrivata alla sua fine storica; a causa del limite assoluto auto-generatosi nel processo di valorizzazione del lavoro astratto (razionalizzazione, globalizzazione, ecc.). Ragion per cui, pertanto, si rende necessaria una trasformazione sociale che porti oltre il sistema delle monete delle merci, (ND-Forum del 16/17 luglio 1994). Devo perciò concludere da tutto questo che Brie rifiuti -  semplicemente, fin dall'inizio - qualsivoglia concepibile alternativa al moderno sistema di produzione delle merci. La società umana deve così rimanere una società "che fa soldi" o che deve perire: è questa la sua conclusione (non la mia). Tutto ciò che è terreno, umano e storico ha una fine: solo il mondo moderno di produzione totale di denaro non dovrebbe mai avere  fine? Affermare che tutte le formazioni sociali precedenti siano state soggette a transitorietà storica, ma che la modernità invece debba "continuare a modernizzarsi" per l'eternità, con le sue categorie sociali di base, non costituisce altro che un fondamentalismo quasi religioso, in un sistema sociale apparentemente illuminato. Attualmente stiamo assistendo a una vera e propria proliferazione di quelle che sono delle teorie opportunistiche volte a perpetuare la modernità, e che, pur non negando completamente la grande crisi mondiale della fine del XX° secolo, intendono comunque permettere alla modernizzazione (sotto forma di mercato e di denaro) di continuare a tutti i costi sotto forma della cosiddetta «modernizzazione riflessiva» (Ulrich Beck). Se mai c'è stato un ”sermone domenicale” accademico che si sia rivelato come una formula vuota, una sorta di litania, allora è stato proprio questa. Michael Brie, quando afferma che «La modernità non sta per finire, ma rimane essenzialmente semi-moderna, o addirittura non moderna» (loc. cit.), si trova sulla medesima lunghezza d'onda. Un sistema mondiale che è diventato totale - con automazione, esternalizzazione globale, intelligenza artificiale, comunicazione satellitare, un alto grado di individualizzazione delle persone, ecc., e che ha già devastato e degradato socialmente metà del mondo – nel quale questa mostruosità nata dal denaro continuerà a "modernizzarsi" nella stessa forma eterna, insensata e feticistica?!?? Non stiamo forse così già superando i limiti della follia sociale e storica usando tutto il linguaggio elaborato della sociologia? Il fondamentalismo non dichiarato della modernità, corrisponde a uno pseudo-pragmatismo eccessivamente zelante. Il pseudo-pragmatismo consiste nel fatto che, nonostante si lavori con ogni tipo di concetto per riuscire a superare la crisi, alla fine non si tratta mai davvero di affrontare pragmaticamente le risorse materialmente sensibili (terra, natura, forze produttive, conoscenza umana, energia) ai fini di una "buona vita"; ma, invece piuttosto, tutto il pragmatismo presuppone, e sempre senza pietà, tutti i criteri astratti feticistici del sistema che produce la merce; negando in tal modo, così a sua volta, il suo stesso presunto pragmatismo. Tutto è possibile, ma solo se si sottomette a priori alla legge sfrenata del denaro.

   Proprio allo stesso modo in cui un cattolico si fa il segno della croce di fronte a ogni proprio pensiero, anche Michael Brie si inchina di fronte all'«interesse per la redditività dell'economia di mercato» (loc. cit.), che egli canonizza ancor prima di aver chiarito la condizionalità storica di tale criterio. Il fatto che l'economia pianificata statale-burocratica non abbia rispettato il criterio di redditività, non dimostra la correttezza e l'eternità di un simile criterio; ma dimostra solo che il socialismo di Stato poteva essere misurato per mezzo di esso, poiché era carne della carne della modernità produttiva di merci (vale a dire, il modo specifico di ammissione per i ritardatari storici). Le proposte che ne derivano, in termini di ingenuità e utopia fallimentare, sono ben lontane da qualsiasi vera critica al denaro, proprio perché cercano disperatamente di rimanere “moderne”. Michael Brie, ad esempio, vuole seriamente "ridefinire" davvero la categoria economica feticistica del "valore": «Il valore del lavoro dev'essere trasformato – pena la scomparsa dell'umanità – in un altro valore, in un valore di riproduzione. E nel valore della riproduzione, il valore del lavoro continua a essere simultaneamente il suo momento immanente» (loc. cit.). Quello che qui si vede è solo una superstizione teorica, la quale intende, per così dire, ingannare la morte per mezzo di una formula magica (cfr. la critica di Hans-Christoph Linke a Brie nel ND-Forum del 6/7 agosto 1994). E Brie non è il solo: più la crisi sistemica avanza, più si moltiplicano le suggestive proposte di ribattezzare il sinistro “valore” economico – che sta rendendo “prive di valore” la natura e sempre più persone – in un filantropico “valore sociale”, oppure di creare uno splendido “valore della natura” ecc. Sebbene ci sia la sensazione che certe cose non vadano più bene in termini di “valore”, finora ciecamente dato per scontato, si continua a rimanere disperatamente attaccati a questa categoria centrale della socializzazione della modernità. In questo senso, la febbre della "ridefinizione" sembra essere particolarmente dilagante tra l'intellighenzia delle scienze sociali e della pedagogia sociale. Si tratta della classica reazione borghese alla crisi: voler lavare il pelo senza bagnarlo. Al contrario, per affrontare la crisi, non credo affatto che sia necessario dimenticare l’ABC della teoria di Marx. Il “valore” economico non è altro che la fantasmatica “rappresentazione” sociale della quantità di lavoro astratto incorporata nelle merci. Questa assurda maniera di misurare il dispendio di tempo e di materia è dovuta alla separazione tra di loro dei produttori di merci, che si relazionano solo indirettamente, attraverso il meccanismo del mercato (il rapporto merce-denaro). Tuttavia, quando si raggiunge una fase dello sviluppo delle forze produttive, in cui le scienze naturali applicate riducono al limite della loro “capacità di rappresentazione” le quantità di lavoro che appaiono fantasmaticamente nei prodotti, a quel punto il modo di produzione basato sul “valore” (nel linguaggio corrente: la trasformazione permanente del lavoro in denaro) giunge storicamente al termine, punto e basta.

   Tutte le reinterpretazioni teoriche sono inutili quanto lo sarebbe “ridefinire” arbitrariamente una granata a mano chiamandola caffettiera: essa continuerebbe a mantenere la sua forma oggettivata. In fondo, tutti i tentativi teorici di fissare la categoria del valore, e tutti i corrispondenti «aggiustamenti alla schifezza del denaro» (come lo chiamava Marx) sono solo un'altra manifestazione dell'arroganza fondamentalista della modernità, che crede di poter controllare attraverso la "regolamentazione politica", senza dovervi rinunciare, il proprio carattere feticistico. La pianificazione burocratica statale delle relazioni commerciali non abolite, è stata solo un’altra variante (seppur storicamente molto più comprensibile) di tale arroganza, che culmina sempre nella convinzione comune a tutte le società moderne secondo cui il mezzo, “il denaro in sé”, è del tutto accettabile, e dipende solo da ciò che se ne fa “in termini di contenuto” (un errore decisamente infantile che il teorico della comunicazione McLuhan ridicolizzò giustamente già negli anni '60). Ecco perché la vera abolizione del sistema di produzione delle merci non può essere ottenuta mediante alcuna nuova forma di pianificazione statale centralista. Le nuove forze produttive, che solo ora, alla fine del XX° secolo, stanno provocando la crisi sistemica secolare della modernità, possono nel contempo mostrare anche una forma di socializzazione completamente diversa, al di là del mercato e dello Stato. Penso che l'obiettivo di un sistema in rete di cooperative di autosufficienza e autogestione (con forze produttive moderne, ma al di là dell'economia monetaria) sia molto più realistico di tutta le chiacchiere sulla crisi nell'ambito del sistema di mercato. Criticare il fondamentalismo della modernità non può essere a sua volta fondamentalista. Quindi, non si tratta di sostituire il sistema precedente con un altro sistema di coercizione generale e astratto. Ciò non sarebbe affatto radicale (nel senso di andare alle radici), ma sarebbe solo un’estensione di quello stesso fondamentalismo moderno, ormai superato. La vita non deve essere sacrificata all’economia di mercato. Tutte le risorse che non possono più essere mobilitate in modo significativo dal mercato, dal denaro e dallo Stato, devono essere liberate affinché possano essere utilizzate in modo autogestito, invece di essere distrutte, o lasciate a magazzino. È facile comprendere come questa strada possa condurre gradualmente a superare il modo di vita capitalistico. È chiaro che fare un passo in questa direzione significhi anche continuare a tenere un piede nella vecchia forma di società (contrariamente il passo non è affatto possibile).

   Ecco perché non si può parlare di un «vuoto pathos della rottura assoluta». Prima dobbiamo imparare a disaccoppiarci parzialmente dal denaro, e ad aprire spazi di riproduzione e stili di vita che se ne liberino. Ciò porterà inevitabilmente a un nuovo conflitto sociale, dal momento che tutte le risorse sono occupate dalla logica del denaro. La questione è sapere come le forze sociali esistenti (compresa la sinistra) reagiranno a questo nel lungo periodo. Sosterranno un'iniziativa teorica e pratica che vada oltre l'economia di mercato totale, oppure si suicideranno per paura della morte, lasciandosi rinchiudere nei confini di una modernità che non è più in grado di rendere giustizia agli interessi della vita? Un riorientamento radicale comporta naturalmente anche una dimensione morale e culturale (come hanno sottolineato Hans-Christoph Linke al Forum ND del 16-17 luglio e Ruth Priese al Forum ND del 10-11 settembre 1994). Contro l'ideologia conservatrice della mera rinuncia nell'ambito del sistema dell'economia di mercato, occorre opporre un concetto di ricchezza qualitativamente diverso, che sostituisca la mania della concorrenza e del consumo di cianfrusaglie costose ed ecologicamente distruttive con altre qualità di vita materiali. Non sono solo le persone della Germania dell’Est e degli altri ex paesi socialisti di Stato che «inconsciamente, temono ancora la libertà e l’autonomia» (Ruth Priese). Accade esattamente lo stesso in Occidente, perché, al posto dello stalinismo della burocrazia, qui ha prevalso solo quello del denaro, che l’Est sta ora sperimentando a sua volta, subendone le conseguenze. L'«ammazzarsi di lavoro», senza alcun senso e in modo eteronomo per un fine feticistico fine a se stesso, è stata la caratteristica comune ad entrambi i lati, e a questo proposito l'unificazione sotto i dettami del denaro non ha cambiato nulla. La “responsabilità personale” non nasce quando le persone (e gli ideologi della gestione delle risorse umane) sostituiscono una forma di «dittatura dei bisogni» (Agnes Heller) con un’altra, ma quando osano criticare l’allucinazione sociale conquistando uno spazio vitale per l’autodeterminazione materiale e culturale. La discussione su questo argomento è solo all’inizio. Dovrà essere portata avanti su questioni concrete (nuova riforma agraria, sviluppo di nuove forme cooperative, di un’estetica e di una cultura anti-economia di mercato, rivoluzionamento del sistema scolastico ed educativo, rivendicazioni di spazi di vita e di comunicazione liberamente accessibili, cambiamento fondamentale nel rapporto tra i sessi, idee per una nuova pianificazione sociale non burocratica ecc.). Ci sono altre speranze, oltre all’attesa eterna, da parte di un idiota dipendente, del Godot “investitore”, o del «faro politico della speranza», che, come sappiamo, non arriva mai. E ci sono cose migliori da fare che rovinarsi pur di continuare a essere, o per diventare, una “sede” di quell’assurdità che costituisce il pericolo pubblico della concorrenza nell’economia di mercato. Forse la liberazione inizia proprio con una beffa ribelle contro le inconcepibili imposizioni a cui ci siamo sottoposti finora.

- Robert Kurz -  Originale: “Der Stalinismus des Geldes – Anmerkungen zur Debatte über die Transformation der Marktwirtschaft”, in exit-online.org, del 10/1994

Ancora su Kurz e Jameson !!

«Il marxismo è la scienza del capitalismo, o meglio ancora, per dare profondità contemporaneamente a entrambi i termini, è la scienza delle contraddizioni intrinseche del capitalismo.» - Fredric Jameson -

   Fredric Jameson era un vero e proprio "frullatore teorico". Come Žižek o Negri, egli si appropriò un po' di tutto, e riconciliò molte idee e concetti che erano essenzialmente antagonisti. In tal senso, in lui c'era qualcosa di una certa superficialità postmoderna. Lo riconobbe egli stesso, allorché affermò che il marxismo stesso avrebbe dovuto diventare "postmoderno". Nelle sue "Cinque tesi sul marxismo effettivamente esistente" [*1], due aspetti sono particolarmente degni di nota: il primo è tratto dalla sua lettura di "Der Kollaps der Modernisierung" di Robert Kurz, che egli asserisce essere la "lettura definitiva" del processo di modernizzazione avvenuto nel XX° secolo. Rielaborando a modo suo l'argomentazione del libro, scrive: «Il crollo dell'Unione Sovietica non fu dovuto al fallimento del comunismo, ma piuttosto al successo del comunismo; a patto che si intenda quest'ultimo - allo stesso modo in cui generalmente fa l'Occidente - come se fosse una mera strategia di modernizzazione. E questo perché è stato grazie a una rapida modernizzazione che si pensava, anche quindici anni fa, che l'Unione Sovietica avesse praticamente raggiunto l'Occidente...» Queste illusioni, che persistettero fino agli anni '70, infine vennero smentite nel decennio successivo: «L'Unione Sovietica "divenne" inefficiente, e collassò nel momento in cui tentò di integrarsi in un sistema mondiale che stava passando dalla sua fase di modernizzazione a quella postmoderna, un sistema che, secondo le sue nuove regole operative, funzionava perciò a un tasso di "produttività" incomparabilmente superiore rispetto a qualsiasi cosa esistente all'interno della sfera sovietica.» Questa formulazione, ribadisce l'argomentazione di Kurz, ma lo fa svuotandola della sua sostanza, cancellando in tal modo tutta l'intera teoria della crisi contenuta nell'analisi del mercato mondiale, e di come il crollo sovietico si inserisca in questa dinamica ben più ampia (inoltre, Jameson rimuove anche la spiegazione dei meccanismi interni del crollo, riducendola a un semplice effetto della dinamica globale). Possiamo quindi dire che si tratta di un'appropriazione superficiale e decontestualizzata degli argomenti di Kurz: un'appropriazione postmoderna. Il secondo punto, è quello secondo cui Jameson riconosce chiaramente che la nuova fase del capitalismo – che possiamo anche chiamare "globalizzazione" (la parola d'ordine degli anni '90)  - è fondamentalmente diversa dalla vecchia era "imperialista" delle rivalità nazionali: «I marxismi, che emergono dall'attuale sistema del tardo capitalismo, a partire dalla post-modernità, dalla terza fase di Mandel, quella del capitalismo informatico o multinazionale, saranno necessariamente distinti da quelli che si sono sviluppati durante il periodo moderno, quello della seconda fase, l'epoca dell'imperialismo». Qui c'è molto da dire, a partire dalla periodizzazione delle "fasi" del capitalismo che Jameson confonde sistematicamente. Tuttavia, l'idea generale converge piuttosto bene con la teoria della crisi di Kurz, il quale, a sua volta, sviluppò una periodizzazione coerente di queste trasformazioni in "Weltordnungskrieg" [2003]; in particolare nella sezione 4, "Quale imperialismo?". Un altro problema risiede nella convinzione secondo cui il marxismo avrebbe, in qualche modo, un carattere trans-storico, per cui, con ogni "nuova fase" del capitalismo, può semplicemente trasformarsi, come se non facesse parte di uno specifico contesto storico di modernizzazione. Piuttosto che un "marxismo post-moderno", attento a questa "nuova fase" della globalizzazione - come immaginava Jameson - ciò che rimane del marxismo non è altro che una negazione ideologica delle trasformazioni del capitalismo. E qui, ancora una volta, Kurz e Jameson divergono, con il primo che mostra molta più sensibilità al problema della storicità.

- Marcos Barreira / Ottobre 2024 -

1 - https://mronline.org/2024/09/26/five-theses-on-actually-existing-marxism/

ASPETTANDO ALL'AREOPORTO !!

« Ai nostri tempi, tuttavia, è stato Robert Kurz - nel suo straordinario libro, "Der Kollaps der Modernisierung", che affronta tutta la questione dello "sviluppo" globale dal punto di vista di una critica implacabile delle ideologie della modernizzazione - ad aver tratto con più forza le conclusioni ultime proprio da questa situazione dialettica della modernità, che - si ricorderà - troviamo più memorabilmente racchiuse nelle teorie di Walt Rostow circa la cosiddetta "fase di decollo", dove l'economia mondiale veniva immaginata come se fosse una sorta di aeroporto, da cui già erano partiti in volo numerosi jumbo jet (paesi del Primo Mondo, o paesi avanzati), mentre ce n'erano altri che aspettavano sulle piste, coi motori accesi, che venisse fatto il segnale (egli a tal proposito menziona Messico e Turchia), mentre invece altri ancora imbarcano ai cancelli, oppure sono in riparazione negli hangar. È stato immenso merito del lavoro inquietante di Kurz, sostenere che la modernizzazione, d'ora in poi è impossibile, dal momento che non esiste più alcuna fase di "decollo", e che è la globalizzazione stessa ad aver garantito questa "condanna a morte del mercato mondiale" nei confronti dei cosiddetti paesi sottosviluppati. »

- Estratto da Fredric Jameson, "Valences of the Dialectic", Verso, 2010 -

martedì 19 maggio 2026

L'INCENDIO UNIVERSALE !!

Anti-ebraismo e strumentalizzazione anti-sionista dell'universale
Un estratto, dal libro di Julien Chanet "L'Incendio Universale. Il tema dell'antisionismo nella sinistra" (Crisis and Critique, 2026)

Per comprendere il modo in cui  si sia potuto perpetuare e riconfigurare un entusiasmo che prima era anti-ebraico e poi anti-israeliano, partiamo da una conferenza, tenuta da Jacques Ehrenfreund poche settimane dopo il 7 ottobre [*1]. Lo storico ricordava, in quella conferenza, quali sarebbero state le fondamentali origini dell'antigiudaismo cristiano tradizionale - almeno fino al Concilio Vaticano II (1965) - sottolineando quale sia stato il ruolo centrale della teologia della sostituzione. Essa postula che l'umanità avrebbe compiuto progressi decisivi per mezzo dell'avvento del Cristo Redentore, passando così da un mondo di particolarismi tribali e sparsi – quello dell' cosiddetto "Antico Testamento" – all'unità spirituale della comunità degli uomini: il Popolo di Dio del "Nuovo Testamento", ora «liberato da un'ossessione per il Popolo e per la Legge».

L'universalismo cristiano visto come fine della storia
    In un tale schema, gli ebrei diventano le vestigia di un mondo passato: abbastanza minoritari da consentire loro di ricordare il passato, senza minacciare l'orizzonte di una comunione universale a venire. È questa, quanto meno, la concezione canonica della Chiesa primitiva, formulata soprattutto da uno dei suoi padri fondatori, Sant'Agostino. Intrappolato nella rete di un sistema di pensiero profondamente xenofobo, egli identifica i pericoli che gravano sul mondo, usando, per farlo, un prisma ebraico, e presentando «gli ebrei come se fossero l'antitesi, non solo dei cristiani ma anche degli esseri umani in generale» [*2]. Contrariamente alla concezione più assolutista attribuita a San Giovanni, Agostino sosteneva però di non uccidere gli ebrei. Come spiega David Nirenberg, «Gli ebrei sono i migliori garanti della verità della Legge. […] Così come avviene con i fossili per i naturalisti, la presenza degli ebrei sulla Terra è la prova di una tappa precedente, che nell'evoluzione verso la salvezza è stata ormai superata.» [*3]. Qui, è importante essere precisi: l'anti-ebraismo cristiano di ispirazione agostiniana, è stato costruito sia contro gli ebrei sia indipendentemente dalla loro presenza effettiva, per mezzo della figura del cosiddetto "ebreo ermeneutico". Nutrito sia dall'anti-ebraismo pagano sia dalla xenofobia statale specifica dell'Impero Romano, tale figura mirava a contenere e a neutralizzare il potere simbolico dell'ebraismo, all'indomani della fondazione fratricida del cristianesimo. Questa impresa consisteva nel ridurre gli ebrei a delle funzioni strumentali – "confinati", "esiliati"  – destinate a segnare la strada verso una nuova comprensione del mondo, definita in opposizione a essi. Ehrenfreund osserva che l’antisemitismo moderno ha, per un certo periodo, rotto con il classico antigiudaismo cristiano per creare così una figura dell’ebreo ormai puramente negativa, anche nella sua potenza immaginaria. Questa rottura è stata tuttavia di breve durata. Come ci ricordano Horkheimer e Adorno, «gli antisemiti si fanno esecutori dell'Antico Testamento: si assicurano che gli ebrei che hanno assaggiato i frutti dell'albero della conoscenza tornino alla polvere» [*4]. In altre parole, l'antisemitismo razziale moderno non abolisce l'eredità teologica, ma radicalizza alcune delle sue motivazioni che ne derivano. Dopo l'Olocausto, in Europa si diffuse un potente movimento volto a delegittimare l'antisemitismo razziale. Quest'ultimo poi avrebbe rilanciato una forma di "ambivalenza" ereditata dall'antico antigiudaismo. Ora, il significato della storia viene considerato come se costituisse una via d'uscita dalla storia conflittuale, in modo che così, tra le nazioni riconciliate possano emergere pace e unità , al di là dei particolarismi e delle narrazioni nazionali antagonistiche. In un simile contesto, paradossalmente, la memoria dello sterminio degli ebrei essa la base stessa di questa trascendenza della storia: viene in tal modo chiamata a garantire che ci possa essere un ingresso in un mondo pacificato, libero dalla violenza del passato. Il 1948, con l'adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, viene pertanto interpretato come se fosse stato l'emergere di un nuovo mondo riconciliato con sé stesso. Questa proclamata rottura con il particolarismo, con l'elezione e con l'iscrizione nazionale dell'identità, trova in Hegel una formulazione filosofica emblematica: «È solo nel principio cristiano che, essenzialmente, lo spirito personale individuale acquisisce un valore infinito e assoluto; Dio vuole salvare tutti gli uomini.» [*5]. L'universalismo cristiano, è divenuto così l'implicito quadro normativo del periodo postbellico. Fu in questo contesto, che la creazione dello Stato di Israele avvenuto nel 1948 - risuggellando un legame politico e materiale tra gli ebrei e una terra – rilanciò la vecchia accusa della "sfrontatezza ebraica" che in tal modo si rifiutava di dissolversi nella comunione universale. In altre parole, osserva Ehrenfreund, «gli ebrei stanno ancora una volta dimostrando di non aver compreso quale sia il messaggio universalista.» Pertanto, i sionisti appaiono allo stesso modo in cui apparivano gli ebrei dell'"Antico Testamento"; vale a dire, gli ebrei che, nel corso della storia, vanno contromano. Come scrive lo storico Karma Ben Johanan: «I critici del sionismo, pertanto, non odiano lo Stato di Israele perché è un progetto ebraico; come ci si aspetterebbe dagli antisemiti più radicali. Ma, al contrario, l'opposizione a Israele non costituisce un odio diretto contro gli ebrei ovunque essi si trovino, ma contro gli ebrei ovunque essi apparentemente rifiutino di comprendere qual è il "vero" significato della storia ebraica». [*6] Ehrenfreund aggiunge poi, nello stesso spirito, che: «L'Olocausto avrebbe dovuto far loro capire che il loro particolarismo era finito». Tuttavia, le radici del sionismo – molteplici ed eterogenee – sono inseparabili dal carattere, strutturalmente inospitale, dell'Europa nei confronti degli ebrei; dai pogrom all'Olocausto. [*7] Secondo il punto di vista dei fondatori, tali circostanze hanno giustificato l'imperiosa necessità di fondare uno Stato, con tutto ciò che ciò esso comporta in termini di sovranità, difesa e confini. Così, in questa lettura critica, il sionismo viene pertanto squalificato, essendo visto come se fosse un reperto anacronistico – il nazionalismo statale – in opposizione al presunto senso progressista della storia. Si dice che gli ebrei abbiano tratto una «conclusione nazionale e particolarista» dalla Shoah, e ciò di cui vengono accusati è che: si trovano dalla "parte sbagliata della storia". Questa visione teleologica, e meccanicamente progressista, della storia, sebbene in gran parte datata, continua comunque a essere applicata senza che avvenga un vero e proprio esame critico quando e qualora si parla di nazionalismo ebraico. Il parallelo con la teologia della sostituzione risiede - tanto per Ehrenfreud quanto per Karma Ben Johanan - nel rifiuto della persistenza ebraica; ancor più del suo ritorno nell'ambito politico. Questo, non senza incoerenza, poiché è proprio postulando l'avvento di società post-nazionali che noi possiamo qualificare il sionismo  di essere un anacronismo che minaccia la pace e l'unità dell'umanità; delineando così i contorni di un antigiudaismo contemporaneo che non sempre ammette apertamente la propria natura.

Il "Tradimento israeliano": una narrazione anti-sionista... e suprematista ebraica
    Esistono, tuttavia, delle teorie che seguono la stessa linea anti-giudaica, ma che superano tale incoerenza. Pur iscrivendosi nel carattere nazionalitario (e non post-nazionale) del mondo attuale, gli ebrei avrebbero tradito un ideale di emancipazione che si incarnava nella figura dell'Ebreo Errante [*8]. Il nazionalismo ebraico, e la sua realizzazione sionista attuata attraverso la costruzione dello Stato di Israele, vengono teorizzati in questo quadro teorico nel medesimo modo, ma all'inverso rispetto al ruolo che i primi cristiani, sotto l’influenza agostiniana, attribuivano agli ebrei: perciò esso non è più il ricordo e la testimonianza di un progresso ineluttabile, ma rappresenta, piuttosto, la nostra decadenza nazionalista. [*9] L' oggettivizzazione [*10] non riguarda solo gli ebrei. E il costituirsi di un Popolo-Oggetto palestinese [*11] si perpetua nella memoria sotto forma di un popolo martire, attraverso la denuncia del genocidio, ma anche come quella di un Popolo-Cristo, con tutte le sue virtù redentrici. E così ora, all’"ebreo ermeneutico" di sant’Agostino - simbolo negativo di una visione del mondo ormai superata -  fa ora da contrappunto il "palestinese ermeneutico", simbolo positivo, redentore dei nostri peccati imperialisti, capitalisti ed ecologici. Quella che viene giocata qui, è un'anacronistica, escatologica e occidentale, strumentalizzazione  scollegata dalla realtà, la quale continua a colpire. Poiché la critica a Israele, quando non si basa su una metafisica oziosa del sionismo ma rivolge contro un vero e proprio "kahanismo" [*12], colpisce nel segno. Per non riuscire a vedere quella che è la situazione parossistica di una deriva nazionalista e messianica, bisogna essere disonesti . Tutto ciò si traduce in un avvilimento delle norme, incluse quelle belliche e militari, a favore di un rovinoso futuro di tipo spartano, sia in termini di potenza esterna (crimini di guerra, crimini contro l’umanità) che interna, nonché sul piano della difesa degli ebrei ovunque essi si trovino, dato che l’apparato statale israeliano non esita a stringere alleanze con dei veri e propri antisemiti – tutte cose documentate, tra l’altro, dalla rivista K [*13], ragion per cui non mi soffermo oltre. Bisogna solo aggiungere che, a tal proposito, una posizione "filo-palestinese" e, più in generale, "anti-imperialista" è del tutto legittima. Tanto quanto una posizione “sionista”, che si rifacesse anche solo minimamente alla Dichiarazione d’Indipendenza, che oggi sembra ormai così lontana, ma la cui dimenticanza non farebbe altro che avallare l’operato dei fautori della distruzione all’interno di Israele, quegli stessi che danno libero sfogo alla persecuzione dei palestinesi [*14] : «Lo Stato di Israele svilupperà il paese a beneficio di tutti i suoi abitanti; verrà fondato sui principi di libertà, giustizia e pace come ci sono stati insegnati dai profeti di Israele; garantirà la completa uguaglianza di diritti sociali e politici per tutti i suoi cittadini, senza distinzione di credo, razza o sesso» [*15]. Ma l'antisionismo è fuori strada, soprattutto quando si fa portavoce del “palestinese ermeneutico”. In Occidente, le letture "ermeneutiche", o simboliche, di "ebreo" e "palestinese" si distinguono a partire dalla loro visione del mondo. Essendo il primo legato alle ingiustizie, avviene che la lucidità e la verità si collocano dalla parte dell’antigiudaismo, mentre invece l’errore e la falsità si collocano nel “giudaismo”; mentre il secondo termine viene invece associato a una forma di mediazione redentrice. Ma tuttavia entrambi, sotto forma di una buona coscienza occidentale, condividono la condizione di quelli  che sono i "limiti" del progresso umano. Pertanto, rendendo così tutta l'antichità ebraica come se fosse esclusivamente un'espressione "palestinese" – ad esempio, facendo di Gesù un palestinese, anziché un ebreo – finisce che gli ebrei israeliani, non solo incarnano esclusivamente la figura dello straniero usurpatore e ladro di terra (una visione xenofoba), ma vengono persino resi complici di un deicidio simbolico: l’uccisione del Popolo-Cristo.

Anacronismo di Israele: l'attualità di una vecchia polemica
    È avendo questo in mente che bisogna leggere i testi antisionisti contemporanei. Lo storico britannico Tony Judt - nel suo libro Israel: The Alternative (2004) - naviga le acque turbolente di una teologia della sostituzione applicata alla geopolitica [*16]. Preconizzando un "Stato unico", multietnico e multiculturale, Judt appare soprattutto essere desideroso di cancellare l'esperienza statale israeliana. Nel preambolo al suo libro, egli cita "La lotta contro i Magiari" di Engels, un testo che contiene forti reminiscenze di quello che è stato un hegelismo represso - se non addirittura quasi-darwinista, per i meno indulgenti – che subordinava il socialismo all'eliminazione di alcuni gruppi etnici, che erano rimasti orfani dal processo storico ed evolutivo, e che avevano trovato rifugio sotto l'ala della protezione di alcuni imperi reazionari (in questo caso, l'Impero austriaco degli Asburgici). Engels rimprovera loro, in nome della loro autodeterminazione, di aver preferito preservare la propria "identità nazionale", piuttosto che l'internazionalismo; questo movimento reazionario sarebbe pertanto stato la causa dei fallimenti rivoluzionari del 1848. Il parallelo assume così sostanza: Israele, nel voler preservare la propria identità ebraica, e ponendosi sotto la protezione di un impero (gli Stati Uniti), si metterebbe così ora dalla parte sbagliata della storia; quella del nazionalismo etnico, contro l'internazionalismo socialista. Per Judt: « Il problema di Israele non è, come talvolta si suggerisce, quello di essere una sorta di “enclave” europea in un mondo arabo, ma piuttosto quello di essere arrivata troppo tardi. Ha imposto un progetto separatista tipico della fine del 19° secolo in un mondo che nel frattempo si è evoluto, un mondo fatto di diritti individuali, di frontiere aperte e di diritto internazionale. L’idea stessa di uno “Stato ebraico” – uno Stato in cui gli ebrei e la religione ebraica godono di privilegi esclusivi da cui i cittadini non ebrei rimangono per sempre esclusi – affonda le sue radici in un altro tempo e in un altro luogo. In breve, Israele è un anacronismo.» [*17] Pertanto, Tony Judt, morto nel 2010, scrisse nel 2004 che in Palestina il nazionalismo ebraico era anacronistico. In tal modo, si inscrive in una tradizione anti-ebraica post-Shoah - così come l'abbiamo prima definita con Ehrenfreund - laddove questo orientamento critico può solo sollevare delle domande riguardanti il contesto regionale. Il "Medio Oriente" contemporaneo non è infatti noto per il suo entusiasmo post-nazionale, e i cosiddetti stati "laici e socialisti" della regione - in Iraq, così come in Siria - non sono stati secondi a nessuno nell’instaurazione dei regimi di terrore, e nell’uso della violenza di Stato su larga scala. Eppure Judt sostiene che oramai esiste uno status quo di stati "post-razziali", per così dire, la cui pace viene minacciata dalla "nazione nascosta", che - curiosamente - è Israele! Egli cita le armi nucleari israeliane come se fossero il principale ostacolo alla non proliferazione; affermando che «Israele è stata una delle principali ragioni dell'invasione statunitense dell'Iraq, mettendo nel mirino la Siria» [*18] . Lo "stato unico" multietnico e multiculturale, difeso da Judt si basa quindi su premesse a dir poco controverse, se non addirittura paradossali. Il sionismo, presentato come il traditore di una modernità post-razziale che sarebbe stata già raggiunta altrove, dovrebbe essere superato in modo da poter così permettere l'avvento di una sovranità post-nazionale su scala globale. L'onere della prova, ricade perciò sugli ebrei in quanto tali, che così vengono chiamati a incarnare questa ipotesi universalista; al prezzo di cancellare la loro propria esperienza storica e politica. Il sionismo, pur seguendo una propria strada, non rimane impermeabile alle diverse concezioni politiche del suo tempo, e si può intendere come il proseguimento del processo di emancipazione degli ebrei a metà del XIX° secolo [*19], piuttosto che come in opposizione a esso. La modernità sionista opera pertanto per prorogare la promessa emancipatoria, non più fondandosi su uno Stato-nazione, giudicato ormai incapace di difendere e proteggere gli ebrei, anche quando questi ultimi si adeguano alla modernità, ma assumendosi la necessità di “fare nazione” per conto proprio. Questa emancipazione, prima nazionale e poi statale – anch’essa costellata di ostacoli – è stata attraversata da cima a fondo dagli strumenti di auto-interpretazione propri della prospettiva liberale. L’emancipazione quindi ne ha assimilato e ripetuto alcuni difetti, anche all’interno del sionismo, ma non tutti. Lo Stato di Israele – Stato per gli ebrei – appare allora come lo spazio di una sintesi dialettica tra esilio e territorio, tra universale e particolare. Il sionismo, in quanto prosecuzione dell’emancipazione degli ebrei a partire dalla metà del XIX° secolo, costituisce quindi un salto nella “modernità”, utilizzando le parole di Bruno Karsenti [*20], la quale può essere innanzitutto compresa nella sua dimensione interna: «Se la nazione consiste di rapporti sociali determinati, essa esisterà e si realizzerà solo all’interno di tali rapporti: è il risultato di una storia, e questa storia è sociale. Ecco perché non designa un carattere prestabilito, la cui condivisione sostanziale basterebbe a definire l’identità reale, ma bensì una forma di vita costruita e conquistata attraverso determinate pratiche  […]». [*21] Sebbene per i popoli (intesi come nazioni) e per gli Stati (talvolta privi di una nazione definita) non esista alcuna fatalità che li costringa a costituirsi in Stati-nazione dove comunità politica e comunità etnica si sovrappongono, tuttavia avviene che entrambi siano spinti a investire nell’ingegneria stato-nazionale al fine di non essere relegati al rango di “nazioni-scarto” perdenti del gioco inter-stato-nazionale, diffuso dal sistema mondiale dei rapporti sociali capitalistici. Poiché la modernità deve essere compresa in una prospettiva dialettica, essa stessa produce delle opposizioni alle tendenze criminali o omogeneizzanti inerenti alla ricerca della sovranità, in particolare per vie giuridiche sovranazionali o etiche, puntando ad esempio sui diritti umani. A loro volta, questi ultimi devono essere oggetto di una critica dialettica, in modo da separare il grano (la solidarietà, la libertà e l’uguaglianza e la necessità di approfondirle insieme) dal loglio (il discorso dei diritti umani al servizio di una politica dell’efficienza dei mercati) [*22].

Cosa si intende per “distruzione delle istituzioni sioniste”?
   Nel momento in cui viene posto questo punto di teoria politica, esso autorizza, come minimo, un profondo sospetto nei confronti di chiunque affermi di volere la distruzione di Israele – anche fosse solo la distruzione- della "istituzione sionista" - anche sebbene affermi, simultaneamente, di non voler distruggere la società israeliana, né, a fortiori, tentare di ucciderne tutti i suoi membri. Un approccio durkheimiano allo Stato, respinge radicalmente una simile dissociazione. E questo dal momento che lo Stato è il luogo dove le emanazioni sociali e simboliche di una società si concretizzano istituzionalmente - vale a dire, politicamente e legalmente - per cui, allora, la distruzione "dall'alto" delle strutture statali equivale necessariamente al desiderio di distruggere le stesse strutture sociali, lasciando il campo aperto a una nuova élite che possa disporre della popolazione. Naturalmente, le istituzioni non possono essere ridotte allo Stato; ma, al contrario - a meno che non adottiamo una lettura neoliberale - esse costituiscono l'architettura stessa dello Stato. L'obiettivo appare pertanto chiaro, sebbene raramente venga formulato come tale: attaccando le "istituzioni sioniste", si tratta perciò di rifiutare autorevolmente qualsiasi ritorno degli ebrei nella sfera politica autonoma, e chiudere definitivamente la parentesi israeliana. Essendo un impero fasullo, frutto di un pensiero magico, anti-dialettico e profondamente antimarxista, distruggere Israele, inteso come “istituzione sionista”, per mano di forze esterne, non ha in realtà nulla a che vedere con la teoria marxista del deperimento dello Stato. Allo stesso modo, le prospettive post-statali, confederali o federative rientrano in orizzonti teorici distinti, che non possono essere confusi con una pura logica di distruzione. Pertanto, in un’epoca in cui Jean-Luc Mélenchon – per il quale Volodymyr Zelensky ora non sarebbe altro che il “presidente di nulla[*23] – sostiene la Russia, e quindi di fatto Vladimir Putin, per il quale l’Ucraina non è altro che“nulla”, e viene celebrato dallo pseudo-marxismo “decoloniale” in piena deriva teorica, ecco che non c’è da stupirsi se - per la sola forza del pensiero astratto e di un imperialismo antiebraico - alcuni vogliono far sparire un paese che non gradiscono.

Contro l'antisionismo e la strumentalizzazione dell'universalismo: liberarsi dai residui nazionalisti e reazionari
    Va inoltre precisato che, durante questo periodo di emancipazione, l’integrazione delle “nazioni ebraiche” (figure collettive parossistiche dell’Altro, e a lungo percepite come estranee alla storia) nel progetto moderno ha avuto un’importanza esemplare. Se un popolo così essenzializzato e considerato estraneo alla storia poteva accedere alla modernità politica basandosi sulla propria tradizione e sulla propria storia singolare, allora qualsiasi altro gruppo avrebbe dovuto poter, a sua volta, aderire a quel progetto. A questo titolo, le nazioni ebraiche apparvero, al termine di aspri dibattiti [*24], come dei veri e propri esempi di integrazione, strettamente legati all’idea di comunità nazionale. Il XIX° secolo vede infatti gli Stati europei riconfigurarsi, assorbire le diverse “nazioni” che li compongono ed esigere, di conseguenza, dagli ebrei - lo straniero per eccellenza - che essi rinuncino alle proprie forme di organizzazione tradizionali, per integrarsi pienamente nel progetto moderno. Tuttavia, il successo di quest'integrazione fu tale da suscitare ben presto dei sospetti: come avrebbe potuto, un popolo reputato aver vissuto così tanto a lungo "al di fuori della storia generale" partecipare così facilmente alla vita sociale, economica e intellettuale? È qui che si formula il moderno "problema ebraico". Per autori antisemiti come Drumont, questa integrazione è evidente: gli ebrei si ricostituirebbero in sottogruppi etnici, perpetuando le loro tradizioni nonostante, o addirittura contro, il progetto moderno. "Loro" non avrebbero giocato il gioco liberale dell'emancipazione individuale, ma avrebbero agito attraverso delle reti invisibili, sfuggendo alla trasparenza civica, e diventando così inaffidabili. Il risultato sarebbe una situazione paradossale: lo status giuridico e sociale degli ebrei si trasformerebbe così in direzione dell'integrazione, rinnovando simultaneamente proprio quelli che sono i termini del "problema ebraico". In tal modo, il loro stesso successo diventa sospetto, e viene reinterpretato come il nascondersi di strutture tradizionali persistenti. L'antisemitismo che ne derivò non era più principalmente razziale, ma veniva presentato come la diagnosi di un "male sociale". I meccanismi di omogeneizzazione dello Stato-nazione moderno, diventavano così una delle forze trainanti dell'oppressione degli ebrei al cuore stesso della modernità, costituendo - un ulteriore paradosso - una motivazione profondamente moderna per la creazione di una vera e propria "casa" politica. Il progetto moderno, a cui le comunità ebraiche avevano in gran parte risposto, implicava così la costituzione di un immaginario nazionale tendente verso delle forme di omogeneizzazione culturale, linguistica o etnica [*25].  Se "l'eterotopia esistenziale[*26], destinata a realizzare l'utopia sionista, intendeva inizialmente distanziarsi dai canoni romantici del nazionalismo europeo, la sua effettiva realizzazione ne ha tuttavia ripreso alcuni tratti costitutivi. Questa evoluzione si spiega sia con i conflitti interni al movimento sionista, che hanno portato progressivamente a un consenso nazionale-statale, sia con un contesto geopolitico ostile, sia con le complesse relazioni con le potenze occidentali alleate e con i paesi arabi negli anni Venti e Trenta. Nulla di tutto ciò era tuttavia scritto in anticipo. Come sottolinea Gershom Scholem, gli intensi dibattiti e le profonde divergenze tra le diverse correnti - socialiste, sioniste nazionaliste, stataliste o culturali - testimoniano un vero e proprio «pluralismo di correnti e [il] gioco delle fazioni. […] Questa proliferazione smentisce la tesi di una visione dogmatica e unitaria». [*27] Tuttavia, viene perpetuata così la tesi di una cosiddetta unicità "sionista". Questa lettura di una storia monolitica, viene alimentata sia da alcune fazioni della classe dirigente israeliana, che fanno leva sul bisogno di sicurezza - dove il nemico palestinese serve a cementare la società israeliana attorno a un omogeneizzato "progetto sionista" - sia da una larga parte del militantismo anti-sionista, per il quale il sionismo viene indiscriminatamente confuso con il razzismo, il capitalismo, il colonialismo o l'imperialismo. Questo rifiuto a considerare la tradizione sionista in tutta la sua estensione storica, la sua pluralità interna e la sua costruzione dialettica, al fine di ridurla esclusivamente alla versione reazionaria dell'ideologia sionista promossa oggi dallo Stato di Israele, costituisce un riduzionismo problematico - se non sospetto - da parte di militanti che oggi si dichiarano critici e progressisti. Non si tratta più di analizzare una tradizione politica, ma di congelare un significante comodo che può essere immediatamente mobilitato come nemico. In quanto tale, il nome stesso di "sionismo" - presentato come avversario stabile e disponibile - appartiene allo stesso registro retorico di altre categorie squalificanti  - "razzista", "indigenista", "islamo-sinistra", ecc.- la cui funzione principale è quella di suscitare, nel pubblico, rapidamente, rifiuto, disgusto e un senso di unità, a discapito di qualsiasi intelligibilità storica e politica.

- Julien Chanet -

NOTE:

1 - Jacques Ehrenfreud, « Le retour de la guerre, les juifs et la crise de l’histoire », Musée d’art et d’histoire du Judaïsme, 14 décembre 2023. Le texte de la conférence est paru dans K.
2 - David Niremberg, Antijudaïsme, un pilier de la pensée occidentale, Genève, Labor et Fides, 2023 (2013).p. 169.
3 - Ibid., p. 191
4 - Max Horkheimer et Theodor W. Adorno, La dialectique de la Raison, Paris, Gallimard, 1983, p. 195.
5 - Cité par Ivan Segré, Les pingouins de l’universel, Antijudaïsme, antisémitisme, antisionisme, Paris, Lignes, 2017., p. 38.
6 - Karma Ben Johanan, « Les Juifs, encore à contresens de l’histoire… », K. La revue – Les Juifs, l’Europe, le XXIe siècle, 24 janvier 2024.
7 - Spécifiquement les pogroms se déroulant durant les guerres civiles russes (1918-1921) : « au moins 100 000 tués, 200 000 blessés et invalides, des dizaines de milliers de femmes violées, 300 000 orphelins dans une communauté de quelque 5 millions de personnes », dans Nicolas Werth, Lidia Miliakova (dir.), Le livre des pogroms. Antichambre d’un génocide, Ukraine, Russie, Biélorussie, 1917-1922, Paris, Calmann-Lévy, 2010, p. 30.
8 - Voir Michel Feher, Redevenir juif. Les mésaventures d’un pacte de blanchiment réciproque, La découverte, 2026. « Dans Redevenir juif, le philosophe Michel Feher défend la culture et la condition des juifs diasporiques, cauchemar des antisémites, contre les fermetures identitaires et la dérive d’Israël ». Xavier De La Porte, Le Nouvel Obs, 7 mai 2025.
9 - Cette thématique du souvenir des Juifs ancestraux et de la trahison est très présente dans la littérature « décoloniale » française, notamment chez Houria Bouteldja.
10 - L’emprunt de ce mot au vocabulaire psychanalytique consiste à rendre compte d’un rapport pathologique avec un objet satisfaisant une pulsion. Les Palestiniens, dont on ôte leur capacité à apparaître comme acteur de leur propre destin mais également comme acteurs singuliers au sein même de l’oppression qu’ils subissent, sont traités comme un moyen, une surface de projection ou un outil de satisfaction.
11 - La réduction instrumentale et objectacle de la « cause palestinienne ». Le contenu du syntagme Peuple-Objet est à destination des Occidentaux, et ne décrit pas une réalité (sur le même modèle que l’Orientalisme). Il construit sur le dos de la Palestine une théorie métaphysique (hylémorphique) consistant à faire correspondre une matière (la défense de la Palestine) avec sa forme (la pratique militante de l’antisionisme). Voir Julien Chanet, L’Incendie universel, Le sujet de l’antisionisme à gauche, Crise et Critique, 2026 p.118.
12 - De Meir Kahane, fondateur du parti fasciste, raciste, suprémaciste et homophobe Kach, interdit en 1988. L’idéologie kahaniste s’incarne chez Itamar Ben Gvir. Voir Nicolas Zomersztajn, « Kahane est mort, son idéologie raciste est vivante », Regards, n°1075, 27 septembre 2024.
13 - Pensons à la récente « La conférence internationale sur la lutte contre l’antisémitisme » qui s’est tenue à Jerusalem le 27 mars 2025. Voir, dans K., La conférence de la honte, Michael Brenner, 26 mars 2025.
14 - Isabelle Mandraud, En Cisjordanie, l’impunité absolue des colons israéliens ayant commis des crimes, Le Monde, 17 avril 2026.
15 - https://langloishg.fr/documents/guerre-et-paix/la-proclamation-de-letat-disrael-14-mai-1948/
16 - Voir John-Paul Pagano, « Tony Judt and the Velvet Genocide », The socialism of fools, 10 janvier 2010.
17 - Tony Judt, « Israel: The Alternative », The New York Review, 23 octobre 2003.
18 - John-Paul Pagano, « Tony Judt and the Velvet Genocide », art.cit.
19 - « Depuis leur émancipation en 1791, les Juifs de France se hissent progressivement dans l’échelle sociale, d’une génération à l’autre, et dans tous les domaines. L’égalité juridique promise par la Révolution est pleinement mise en oeuvre sous la Monarchie de Juillet. Sous le Second Empire, les pouvoirs publics contribuent à cette ascension, favorisant, sur les bases de l’État-nation intégrateur, leur assimilation. Leur promotion économique, sociale et culturelle s’accélère sous la Troisième République. Beaucoup d’entre eux “identifient leurs propres intérêts à ceux de la République à laquelle ils sont reconnaissants de les avoir émancipés, l’alliance devient ainsi naturelle entre la République et les Juifs” », dans Grégoire Kauffmann, « Rothschild & Cie. La bourgeoisie juive vue par Édouard Drumont », Archives Juives, vol. 42, no 1, 2009, p. 51-68.
20 - Bruno Karsenti, La question juive des Modernes, Paris, PUF, 2017
21 - Bruno Karsenti et Cyril Lemieux, Socialisme et sociologie, Paris, Éditions de l’EHESS, 2017., p. 17.
22 - Voir Justine Lacroix et Jean-Yves Pranchère, Le Procès des Droits de l’homme. Généalogie du scepticisme démocratique, Paris, Seuil, 2016 ; Les droits de l’homme rendent-ils idiots ? Paris, Seuil, 2019.
23 - Mathieu Dejean, « Ukraine : aux Amfis, La France insoumise rattrapée par son campisme », Médiapart, 23 août 2025.
24 - Voir par exemple : Pierre Birnbaum, Est-il des moyens de rendre les Juifs plus utiles et plus heureux ? Le concours de l’Académie de Metz (1787), Paris, Le Seuil, 2016.
25 - Actuellement, la fièvre suprémaciste blanche est un symptôme de cet écueil, de même que les flambées identitaires tendancieusement xénophobes indienne ou chinoise (Han), toutes intriquées dans la dialectique des orientations concomitamment nationalistes et impérialistes des politiques du capital.
26 - Lorsqu’il advient dans la modernité, Israël est hétérotopique en ce sens qu’il constitue cet espace singulier qui, selon la définition de Michel Foucault, « a le pouvoir de juxtaposer en un seul lieu réel plusieurs espaces, plusieurs emplacements qui sont en eux-mêmes incompatibles ». Si Foucault pense ici au cinéma, au théâtre ou aux jardins, le versant hétérotopique du sionisme se trouve nécessairement confronté à cette pluralité d’échelles, à cette coexistence de registres historiques, symboliques et politiques – autrement dit à une dimension multiscalaire et profondément « intersectionnelle ». […] L’hétérotopie [israélienne] s’est trouvée immédiatement confrontée à un espace déjà habité, traversé par des histoires, des appartenances et des conflictualités irréductibles à toute projection compensatrice. ». Voir Julien Chanet, L’incendie universel, op.cit., p.145-154.
27 - Denis Charbit, « Les sionismes au XXe siècle, entre contextes et contingences », Vingtième siècle. Revue d’histoire, 2009/3 no 103, p. 27-46.

martedì 5 maggio 2026

ANCORA GUERRA CIVILE MONDIALE

La "Wertkritik" e la nostra impotenza di fronte alla guerra (2)
- di alain lecomte -

Rinascita della guerra – le illusioni del "campismo"
    Cosa sta succedendo davanti ai nostri occhi?  Gli ultimi avvenimenti ci ricordano quanto sia la guerra, la sostanza che sta alla base della nostra umanità. Ogni fase della storia mette davanti a un nuovo stato di guerra. Fino a poco tempo fa - cinquant'anni fa - avremmo ancora potuto rifugiarci in un'interpretazione della storia vista nei termini di un imperialismo dominante. Se c'erano delle guerre, questo avveniva perché c'era un imperialismo - in particolare l'imperialismo americano -  che cercava di affermare il proprio controllo assoluto sulle forze cosiddette “progressiste” che contestavano il suo dominio. C'erano la Corea, il Vietnam. Allo stesso modo in cui, prima, c'erano state delle guerre coloniali, nelle quali le principali potenze (Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, Regno Unito) volevano mantenere le proprie colonie (solo di queste si parlava, non vedevamo da un punto di vista colonialista, gli atteggiamenti di conquista e di dominio della Cina sul Tibet o sullo Xinjiang, né quelli della Russia sulle “altre repubbliche dell’URSS”). Eravamo abituati a tutto questo, al punto da credere ingenuamente che se non ci fossero state più colonie, se non ci fosse più stata un'opposizione tra imperialismo e potenza "socialista", l'URSS, una volta scomparsa quest'ultima, beh, non ci sarebbe più stata alcuna guerra! E a tutto questo ci abbiamo creduto per circa quasi trent'anni...E ciò, fino a quando la cosa non è ricominciata. La Russia, che si pensava fosse morta insieme al nome di Unione Sovietica, tornava invece alla lotta per contrastare i desideri di indipendenza dei suoi vicini, ivi inclusa, in primo luogo, l'Ucraina (ma c'erano anche Georgia, Cecenia...), e questo nel mentre che l'Iran, a partire dalla rivoluzione islamica del '79, si affermava come potenza emergente che sfidava qualsiasi altra entità locale, e in particolare Israele, per la loro legittimità; nel mentre che entità non nazionali - come Al-Qaeda o ISIS -  intrapresero un'aggressione con obiettivi altrettanto colonialisti, e in ogni caso con l'obiettivo di creare nuove potenze (il famoso califfato). Mentre gli Stati Uniti, ovviamente, puntando, come potenza  al monopolio degli armamenti, si superarono lanciandosi in conflitti da cui tornavano più o meno sempre a mani vuote, prima di lanciarne una, -  recente - cui non sono nemmeno in grado di assegnare un obiettivo concreto. Guerra per il gusto della guerra; si sarebbe tentati di pensare. Oppure, in modo un po' più sfumato, guerra per rafforzare i mezzi di guerra. Ovviamente, l'impatto degli Stati Uniti va misurato in termini dell'arroganza dei suoi leader (soprattutto quello attuale), e della sua ricerca volta a ottenere la massima concentrazione di ricchezza, vale a dire, il valore ancora prodotto su scala globale (in una disperata ricerca delle ultime briciole di plusvalore che possono rimanere: una ricerca, questa, che comporta la schiavitù dell'Europa; per cui ora si può anche smettere di parlare di "campo occidentale". Senza dimenticare la punizione della Cina, dove le risorse dei combustibili fossili sono ancora sfruttabili; e questo nel tentativo di mantenere un'economia di carbonio obsoleta. Resta il fatto che essi stanno conducendo una guerra contro l'Iran apparentemente senza giustificazione, se non per sostenere Israele nel suo desiderio di eliminare uno Stato che sfoggia la minaccia nucleare insieme a quella di armare permanentemente dei mini-stati ostili, Hamas e Hezbollah, che usano il pretesto di difendere un popolo palestinese, cui in realtà non tengono affatto, nel mentre che l'estrema destra israeliana vuole approfittarne per cercare di far regnare un ordine messianico su un Oriente mitico.

È tanto! Dovremmo schierarci? Come dicevamo una volta.
   La Doxa vorrebbe farci considerare tutti questi come se fossero dei conflitti "tra campi", convocandoci a prendere posizione per un campo piuttosto che per un altro. Così, conflitto sarebbe tra ebrei e arabi, oppure tra ebrei e palestinesi, mentre è chiaro che i palestinesi, come popolo, sono vittime sia del potere di Hamas (cioè l'Iran) sia del potere di Israele (scatenato dalla follia di Netanyahu); e che gli ebrei sono sparsi in tutto il mondo e che, per la maggior parte, come tali, sono ostili al governo Netanyahu, e sono stati fortemente colpiti dal trattamento che è stato riservato alla Striscia di Gaza. Storia, tradizioni, realtà etniche vengono pertanto usate dai regimi al fine di galvanizzare le popolazioni, per fare accettare loro passivamente la dura condizione delle vittime di queste guerre. C'è sempre una Bibbia, un Corano, una Torah aperta all'angolo di un tavolo che dice: devi andarci, devi combattere tizio, devi far trionfare il tuo popolo, la tua fede, il tuo dogma [*1]. Israele dovrà andare dal Nilo all'Eufrate (come dicevano gli evangelisti americani), mentre la Palestina dovrà estendersi dal fiume (il Giordano) fino al mare (il Mediterraneo). Una signora che compra le sue verdure al mercato di Estacade. nel frattempo, fa dei commenti ansiosi, dicendo al suo ortolano che «questo è ciò che desiderano da tremila anni». Capisco che si sta riferendo agli ebrei. L'ortolano, da parte sua, le risponde che nemmeno gli altri sono chiari («hanno massacrato trentacinquemila bambini», dice, «ti rendi conto?») e la voce continua così, le parole si disperdono. Finiamo per vedere il nostro vicino come la persona responsabile di tutto questo. Perché è ebreo, o perché è arabo o perché è religioso.

La Wertkritik di fronte alla crisi
    Dovrebbe esserci un modo alternativo di inquadrare tutte queste questioni. La WertKritik lo fa analizzando il capitalismo e le sue fondamenta nel loro insieme, evidenziando i processi astratti, evitando di assegnare a priori delle responsabilità a qualsiasi particolare gruppo umano sociale, etnico o religioso. Si rifiuta di feticizzare le relazioni sociali, e di renderle l'origine dei conflitti. Una delle opere più famose di Robert Kurz ed Ernst Lohoff, ad esempio, parla del "feticismo della lotta di classe",  dicendo che la lotta di classe, contrariamente a quanto si è a lungo detto sotto la protezione del marxismo dogmatico, non è il motore o la causa di tutte le cose, ma piuttosto solo un semplice effetto della valorizzazione sociale (ossia, è il fenomeno della creazione di valore svolto attraverso il lavoro e le merci). La sua realtà fantasticata esprime anche, a mio parere (e ci tornerò), una forma di fascinazione per la guerra, sia essa "civile", se non addirittura "sociale", la quale è parte della fonte dei nostri mali. [*2] Per quanto riguarda la guerra, la Wertkritik non esita a sfatare il mito dell'"imperialismo dominante" [*3] e cerca di analizzare il fenomeno attraverso altri concetti, evocando piuttosto una "guerra civile mondiale". In un momento in cui le economie nazionali sono così intrecciate tra loro, non esiste più alcuna questione di confronti, visti nel senso stretto tra "capitali nazionali" (Ernst Lohoff). Anche il potere americano deve ora lottare all'interno di un ordine mondiale, il quale dev'essere costantemente ricostruito. Robert Kurz teorizzò quale sia stato il ruolo delle armi da fuoco nell'apparizione e nello sviluppo del capitalismo. L'economia di guerra ha sempre dominato il mondo. La spesa militare è aumentata drasticamente, passando dalle "belle" guerre condotte dai signori del Medioevo, e portando così a un'industria colossale che impiega masse di operai. Ci sono ora molte popolazioni che, pur essendo civili, diventano bersagli per gli eserciti avversari, e non solo per chi lavora direttamente nella produzione di armamenti, ma anche per i loro subappaltatori, per chi li nutre, ecc.: il popolo nel suo insieme. Da qui il fatto che le guerre assumano sempre più l'aspetto di guerre contro i civili, culminando oggi nelle guerre moderne in Ucraina, a Gaza o in Iran. Aggiungiamo che i militari hanno sempre meno scrupoli nell'usare le popolazioni civili come scudi, scommettendo così sugli ultimi barlumi di umanità che potrebbero ancora animare le armate nemiche. Tutto ciò è sempre stato accompagnato da un appello alla ricerca tecnica e scientifica, in modo da poter così  aumentare sia la potenza delle armi sia la produttività dell'industria militare, riuscendo a ottenere, dopo un certo periodo, un surplus di produzione, la quale, a sua volta, richiede lo scoppio di nuove guerre (in modo pa poter vendere le scorte in eccesso di armi), oppure trova un modo per prosperare in un'economia - come quella che nacque dal 1945 in poi - nella quale il consumo aveva la precedenza, e che vedeva il Know-How e le tecniche di produzione militari tornare sulle loro applicazioni civili: automobili, elettrodomestici, radio o televisori; tutto ciò, fino alla recente ascesa dei computer e della tecnologia digitale, e fino a quando questa estensione forse non è più stata sufficiente, portando così alle guerre moderne menzionate sopra.
«Laddove gli anni di guerra avevano incubato le "forze produttive della seconda rivoluzione industriale" sotto forma di forze di distruzione, la Guerra Fredda le ha ora liberate (Kurz, 2013). L'organizzazione fordista del processo lavorativo, perfezionata dallo stato di guerra, aveva generato in tempo di pace dei guadagni di produttività così talmente rapidi da minacciare di produrre una sovrapproduzione di merci in relazione alla domanda, svalutando così i beni e creando le condizioni per una crisi economica. Ma le innovazioni emerse dagli anni di guerra, diedero origine a nuovi rami di produzione che soddisfarono le esigenze di un'epoca di consumo di massa; automobili, elettrodomestici, per esempio.»
A turbare qui, è l'idea secondo cui il periodo che, per noi, era sinonimo di pace e crescita economica e sociale (mai la civiltà ha conosciuto così tanti progressi nel campo sociale, che si traducono in miglioramenti in materia di salute – previdenza sociale ecc. –, tenore di vita – vacanze, ferie retribuite, possibilità di dotarsi di tutta una serie di dispositivi che facilitano la nostra vita quotidiana –, e opportunità di viaggiare per il mondo alla ricerca di nuovi contatti umani, favorendo così la diffusione dell’ideale umanistico), si rivela essere anche quella del più alto sviluppo delle armi e del loro commercio, dell'accumulo di mezzi di distruzione – bombe nucleari e missili intercontinentali – arrivando fino alla "conquista dello spazio", resa possibile da questa ricerca militare, e aprendo pertanto la strada a possibilità finora sconosciute di distruzione del mondo, in particolare tramite satelliti militari. «La Guerra Fredda rappresentò quindi l'apice dello stato di guerra. La corsa agli armamenti superò tutte le precedenti forme di distruttività, e le sue implicazioni scientifiche ed economiche rimodellarono completamente il terreno della competizione capitalista all'interno e tra gli stati-nazione. L'Unione Sovietica rimase competitiva per un certo periodo in termini scientifici e tecnologici, ma diversi fattori posero fine a questa situazione: l'ascesa della tecnologia dell'informazione; un'economia occidentale più globalizzata con accesso a una produzione ad alta intensità di lavoro per contenere la crisi; e l'"accesso privilegiato degli Stati Uniti al capitale transnazionale", che permise una spesa militare più elevata. La vittoria resa possibile da questi fattori ha istituito un ordine mondiale unipolare storicamente senza precedenti, in cui ogni idea di equilibrio di potere è stata abolita» (Lohoff, 2013).

Una guerra civile mondiale?
   L'articolo di Frederick Harry Pitts citato sopra, offre una sintesi illuminante dei pensieri della Wertkritik, principalmente quella di Lohoff e Trenkle, sulla questione della guerra. In particolare, pone la domanda su cosa stiamo affrontando in questo momento. Non appena sono comparse le tensioni, molti autori hanno avuto il riflesso di rifugiarsi in quello che conoscono: ed ecco il ritorno della Guerra Fredda. Ancora una volta l'opposizione tra due schieramenti - ma questa volta, invece di essere USA e URSS, sarebbero stati Stati Uniti e Cina (ognuno con i propri satelliti, ovviamente) - ma molto rapidamente divenne chiaro che non poteva essere così. La Russia attaccava l'Ucraina, il conflitto mediorientale era al centro della scena, senza alcun legame con uno dei due grandi, come si diceva (quando Israele era visto come scagnozzo degli americani e i movimenti pan-arabi appartenenti alla sfera d'influenza sovietica). Inoltre, se la Russia ha attaccato l'Ucraina, non è stato, come ha sostenuto la propaganda russa ripetuta qua e là dai relè di influenza di Mosca, a causa di una "minaccia" improvvisa dall'Europa o dalla NATO; la prima militarmente debole e la seconda quasi moribonda, nel 2022. No, era invece davvero per cercare di ricostruire un impero dal quale la Russia era stata separata al momento del crollo dell'URSS, dopo un periodo di turbolenze in cui gli ex apparatchik avevano approfittato della situazione per rubare, estorcere e costruire immense fortune sulle spalle degli emarginati (vedi la striscia a fumetti Slava, vedi anche il film kazako Abel, di Elzat Eskendir, uscito quest'anno). Altrove, in un movimento simile, in Iran, Turchia e in alcuni paesi del Medio Oriente (Siria), le forze militari si sviluppavano con solo l'arricchimento delle élite al potere, e dei gruppi militari che occupavano posizioni di repressione e potere (ad esempio le Guardie Rivoluzionarie in Iran). Qui, la coesione sociale si raggiunse attraverso l'attivazione frenetica dei principi del fondamentalismo religioso (come anche in India). Il documentario trasmesso il 12 aprile su France 5, scritto da Jean-François Colossimo, intitolato "Gli imperi colpiscono ancora", mostra in modo eccellente come tutto ciò possa essere riassunto come se fosse una sintesi tra un tipo di impero basato su una politica economica di recupero specifica della fine della Seconda Guerra Mondiale e il tentativo di imitare il "successo occidentale". da un lato; e dall'altro d'altra parte, la religione che un tempo aveva regnato su questi imperi e che poteva essere nuovamente riattivata e strumentalizzata per trasformarli in potenze essenzialmente orientate alla vendetta e alla messa al passo di tutto ciò che potesse costituire un pericolo per l'ordine costituito: liberazione dei costumi, desiderio di democrazia (anche “formale”!), sete di emancipazione (al di fuori della religione, ovviamente). Le parole del documentario di Colossimo coincidono, del resto, con le caratteristiche attribuite ai regimi cosiddetti “socialisti” e/o “di liberazione nazionale” nella maggior parte degli scritti di Robert Kurz, in particolare in Leggere Marx, dove li definisce semplicemente come “regimi di recupero capitalistico”. Poiché il “recupero” era fallito, si era tornati alle vecchie soluzioni della religione. Il documentario di Colossimo ha anche il valore di ricordarci certi fatti che avevamo dimenticato: lo Scià d'Iran, per esempio, che promuoveva una nuova religione nel momento in cui voleva che il suo paese uscisse dall'orbita dell'Islam, che allora veniva considerato retrogrado e "contrario al progresso", ma che tuttavia pensava non fosse nulla di meglio per questo che sostituire una religione con un'altra, "più moderna"; ma anche la rapidità con cui la Chiesa ortodossa russa si schierò con Putin per dargli il suo sostegno religioso, o il modo in cui gli Stati Uniti, dall'inizio degli anni Cinquanta, sotto Eisenhower, si equipaggiarono con una sorta di religione di Stato, l'evangelizzazione, allora predicata da un certo Billy Graham: un movimento religioso nuovamente spinto nell'era Reagan, e che trovò la sua attuale apoteosi con l'era Trump. Abbiamo così avuto un assaggio dei metodi utilizzati dai regimi tirannici nei confronti della religione (che non è più l’oppio dei popoli, ma il pane benedetto degli oligarchi). Ovviamente, quando guardiamo a ciò che accade all'interno di queste potenze o "imperi", ciò che colpisce è il fatto che la situazione di guerra non si presenta solo come una guerra inter-statale, dal momento che alla fine ci sono poche situazioni in cui un blocco, formato da un regime e la sua popolazione, si trova di fronte a un'altra coppia simile. Il più delle volte sembra che il potere sia invece profondamente diviso, in preda a una guerra interna.. È questo il caso. in Iran. Non passerà molto tempo prima che anche questo accada negli Stati Uniti. Nel caso della Russi, è difficile da vedere, a causa del filtraggio delle informazioni. Nelle società liberali democratiche, questo invece si manifesta nell'importanza crescente di ciò che viene chiamato populismo. Il populismo è l'ideologia che promuove la guerra interna tra, da un lato, i gruppi favorevoli a forme di emancipazione individuale e sociale e, dall'altro, gruppi che vi si oppongono fondamentalmente, legati com'essi sono alle vecchie forme di potere e di dirigismo in vigore in un passato mitizzato, quando gli uomini avevano ancora tutto il potere, quando l'eterosessualità era la norma, le donne stavano ai fornelli e la lingua veniva “parlata correttamente”. Non sorprende che questi temi reazionari ("gli anti-woke") si trovino nei programmi delle élite dirigenti degli imperi in grado di causare guerre esterne: sono quegli stessi movimenti e tendenze, a frammentare l'umanità dentro e fuori dai suoi confini. Ed è per questo che i sostenitori della Wertkritik parlano di una "guerra civile mondiale". Per Lohoff (2023), l'attuale confronto, tra democrazie liberali occidentali e stati autoritari, non si presta a una spiegazione basata sulla nozione classica di "imperialismo"; piuttosto, essa è l'espressione di una "guerra civile mondiale" dove la distinzione tra politica interna ed estera tende a essere cancellata. Il quadro concettuale della guerra civile mondiale permette di comprendere il carattere dello scontro contemporaneo, vedendolo come derivante da una dinamica diversa rispetto alla sola competizione economica. La miscela regressiva di "autoritarismo, mascolinismo, culturalismo aggressivo e antisemitismo", che Trenkle (2022) associa alla Russia di Putin e ad altre potenze, non è esterna alle società libere dell'Occidente democratico: piuttosto, ne costituisce il "lato oscuro opposto", il suo "irrazionalismo" essendo l'espressione dei "punti ciechi" e delle "esclusioni" insite in una "razionalità borghese" che presuppone un comportamento economico e geopolitico strumentale e calcolatore, nascondendo la povertà, la violenza e il dominio che la sostengono. In effetti, la colpa attribuibile a queste "società libere" dell'Occidente democratico, è stata quella di aver fatto male il proprio lavoro: esse hanno tutte portato benessere e una forma di libertà in modo assai diseguale, permettendo ad alcuni di poterne beneficiare, ma impedendolo ad altri, viziando così le persone nelle metropoli, ma non quelle delle campagne, selezionando (tramite un sistema scolastico e universitario basato sulla selezione delle élite) coloro che avrebbero il diritto di arrivava a occupare posizioni dominanti, e impedendoglielo specialmente quando provenivano da regioni colonizzate, o da strati proletari della società. Da qui il desiderio di vendetta, odio e risentimento. Questo è ciò che si riflette oggi nel cosiddetto movimento "de-coloniale". L'Illuminismo, sì, ma non per tutti. Mentre era necessario, e deve esserlo ancora, che l'Illuminismo sia per tutti.

Un soggetto diviso
    Questa idea di una guerra civile mondiale è spaventosa, è prima di tutto una guerra tra forze sociali all'interno delle nostre società, attorno alle "libertà civili" e ai diritti fondamentali, che oppongono i sostenitori di un ordine tradizionale a coloro che aspirano all'universale. Andando oltre, come suggerisce un giovane blogger - qui (
https://littpo.fr/2026/04/11/de-la-guerre-et-de-la-paix/) - quella che ci attraverserebbe come dei soggetti divisi, costringendoci a restare sempre vigili non è anche una guerra ancora più "interna". Alcuni obietteranno che questa divisione interna, è l'effetto della divisione sociale, ma ciò non è ovvio: la relazione tra causa ed effetto può anche andare nella direzione opposta, in ogni caso è una relazione complessa (dialettica?) e sarebbe presuntuoso decidere per un solo senso, che la guerra era il risultato di questa capacità specifica della soggettività umana di oggettivare gli altri, arrivando persino a parlare di una "capacità umana comune alla violenza e di una disposizione a rischiare la propria vita in combattimento". "Se la capacità di uccidere," dicono, ""Come afferma il blogger Gabriel Go di essere uccisi dev'essere continuamente rinnovata come condizione di autocoscienza umana, lo stato moderno ne rappresenta la sua sospensione e sublimazione: la lotta verso la morte si sposta così verso altri tipi di attività sociali; vale a die, il lavoro. Ma l'instaurazione di una tale pace sociale alla fine media solo sotto un'altra forma quello che è il contenuto sottostante della violenza e della distruzione: un processo che può essere facilmente invertito quando si scatenano decadenza e deregolamentazione.» Come afferma il blogger Gabriel Grossi, forse spetta a noi iniziare a lottare contro noi stessi per contrastare quelle tendenze che ci spingono all’isolamento, allo spirito di vendetta e allo scontro. “La pace è uno sforzo”, dice. L'emancipazione inizia con sé stessi. Non sarà mai senza sforzo. Lo sforzo del pensiero, in particolare, il quale è l'unico che rende possibile fermare il naturale movimento verso l'entropia che porta al caos. Questo sforzo di pensiero deve portarci a una capacità sempre maggiore di analizzare le situazioni che stiamo vivendo, certamente, ma che però può anche aprire la nostra immaginazione verso altri mondi possibili. Ovviamente, con l'IA, che cerca di evitare tali sforzi, non siamo cero partiti bene. Ma non è forse questa la prova che tutto ciò è anche collegato alle forze di distruzione?

- di alain lecomte - Pubblicato il 4/5/2026 su https://rumeurdespace.com/

NOTE:

1 - Non sto incriminando qui questi Grandi Testi, che forse fanno parte dell'unica eredità positiva delle nostre civiltà, ma l'inevitabile uso che ne viene fatto a fini puramente politici.

2 -  Se la classe "capitalista" potesse essere "eliminata", e riapparire immediatamente sotto un'altra forma, finché la sorgente astratta e fondamentale del capitalismo rimarrà al suo posto - e la scomparsa del capitalismo deriverebbe da qualcosa di molto diverso – forse si tratterà di una profonda trasformazione dell'immaginario sociale, rispetto a una volontà di guerra, che al contrario si manterrà solo se la nostra ipotesi è corretta; cioè, che il sistema produttivo si basa sullo sforzo bellico permanente.

3 -  Cioè, l'idea di un imperialismo occidentale che tirerebbe le fila dei vari scontri che si stanno scatenando sulla superficie del globo. 

lunedì 4 maggio 2026

L'ALTER-IMPERIALISMO INDOSSA L'ELMETTO

Verso un'internazionale che unisca de-coloniali e suprematisti bianchi?
- L'opposizione alle guerre statunitensi unisce circoli che affermano di essere contrari. Ci stiamo muovendo verso la costruzione di un'internazionale confusionista? -
di Jonas Pardo

   L'opposizione alle guerre statunitensi unisce dei circoli che affermano di essere contrapposti. Un editoriale pubblicato su Counterpunch propone sei risoluzioni riguardanti gli Stati Uniti e le guerre imperialiste. Le proposte sono discutibili, ma ciò che rivela un'unita che non è anti-imperialista, ma alter-imperialista, è l'elenco dei firmatari. Notiamo la presenza delle più grandi figure degli studi de-coloniali (Ramon Grosfoguel, Boaventura de Sousa Santos...), grandi nomi dell'estrema destra internazionale (Alain De Benoist, Yvan Benedetti...), teorici del complotto (David McDonald, Jean Bricmont...), antisemiti (Norman Finkelstein, Dieudonné...) : «Ciò che ci lega insieme, in questa rubrica contro la guerra in Iran, non è tanto il progetto politico comune – il quale si baserebbe solo sul diritto dei popoli a plasmare il proprio destino – quanto piuttostol'eccitazione di fronte alla spinta politica internazionale che ci arriva dal cosiddetto "Sud Globale", di cui la Russia è a capo». Al posto di un'offensiva internazionalista, si tratta infatti di un avanzamento reazionario, strutturato dalla riunificazione delle forze che tracciano la visione geopolitica teleologica di una guerra apocalittica, tra un cosiddetto "Occidente" qualificato come "civilizzato" o "decadente", e un cosiddetto "Oriente" qualificato come "barbaro" o "illuminato"; a seconda della cappella politica che lo mobilita. L'altro elemento che unisce questa costellazione – non così improbabile – è l'antisemitismo. Yvan Benedetti dell'opera francese, Christian Bouchet del Fronte Europeo di Liberazione, Dieudonné e il suo Partito Antisionista fondato con Alain Soral; solo per citare i più emblematici, a quanto pare, poi non sembrano essere così tanto ripugnanti per quegli intellettuali che si soggettivizzano con loro a sinistra. Ed è infatti la loro ossessione anti-ebraica, mascherata da critica anti-imperialista a Israele, a permettere questo legame. Abbiamo così i nostri piccoli soldati locali di questa visione del mondo, in una parte dell'estrema destra, come abbiamo visto durante l'affare Deranque e le galassie neonaziste anti-sioniste che circondavano l'identitario che è stato assassinato in una rissa da lui provocata. Purtroppo, molti erano troppo impegnati nella campagna diffamatoria contro LFI (del tutto indegna) per riflettere sui problemi causati dall’antisionismo complottista da un lato, e dall’altro troppo occupati a denunciare il sionismo per comprendere cosa stia realmente accadendo, in particolare i ponti ideologici che si stanno creando tra la sinistra e l’estrema destra. L'anti-imperialismo di estrema destra - che molto spesso è un alter-imperialismo - non è una novità. E neppure per riflettere sulla mobilitazione di concetti - da parte della sinistra - volti a creare ponti di pensiero favorevoli all'estrema destra. Nel "Piccolo Manuale per la Lotta contro l'Antisemitismo," proponiamo la seguente analisi:

«Dopo una permanenza in prigione a causa delle sue attività all'interno dell'OEA, Dominique Venner pubblicò "Pour une critique positive" (1962); una valutazione dell'azione nazionalista dopo la guerra. Questo manifesto rivoluzionario dell'identità costituisce una proposta strategica basata sulla conquista dell'egemonia culturale. Ispirandosi al teorico marxista Antonio Gramsci, promuove la cosiddetta “metapolitica”.  Secondo il sociologo Razmig Keucheyan, "la metapolitica consiste nel mescolare le proprie idee con quelle del campo opposto, fino al punto da renderle indistinguibili e attribuirle al 'popolo'" [*125]. Questa strategia è stata sviluppata all'interno del "Gruppo di Ricerca per lo Studio della Civiltà Europea "(GRECE) insieme al giornalista e filosofo Alain de Benoist. Per riabilitare le tesi razziali che resero possibile stabilire "l'ariano in quanto uomo superiore", i militanti di questo nuovo movimento, che si definivano come la "Nuova Destra", trasformarono e adattarono le giustificazioni delle teorie razziali del diciannovesimo secolo. Abbandonano gli argomenti pseudo-scientifici che sostengono di giustificare l'esistenza delle "razze" tramite la biologia, e li sostituiscono con una difesa del diritto dei popoli a preservare le proprie differenze culturali. Così facendo, sostengono il desiderio di separazione geografica tra i popoli, le cui culture sono considerate impermeabili e inconciliabili. Le teorie eugenetiche sono state perciò aggiornate in nome del diritto di preservare le differenze e le specificità considerate intrinseche a ciascun popolo. La Nuova Destra si definisce perciò "antirazzista e differenzialista". Non rivendica esplicitamente una gerarchia tra "razze", le quali sono diventate "popoli", ma bensì una "re-immigrazione" di modo che i popoli, considerati entità etniche omogenee, si riproducano preservando le proprie specificità culturali. La Nuova Destra propone un adattamento di quei concetti e discorsi che, pur mantenendo l'antisemitismo al centro del proprio pensiero, cancella tuttavia le affermazioni più aperte. e lo fa usando un linguaggio criptato per potersi federare attorno alla sua visione del mondo. Nel suo "Manifesto per un Rinascimento Europeo" (2012), de Benoist afferma che la Nuova Destra "difende tutti i gruppi etnici, e tutte le lingue e culture regionali minacciate di estinzione", e sostiene "i popoli che lottano contro" la colonizzazione occidentale. De Benoist critica gli effetti della colonizzazione occidentale che è stata svolta "sotto l'egida di missionari, eserciti e mercanti, e in cui l'occidentalizzazione del pianeta ha incarnato un movimento imperialista alimentato dal desiderio di cancellare ogni alterità", e chiede persino una "decolonizzazione della coscienza politica". Pur condannando la distruzione dei popoli indigeni, è soprattutto la mescolanza e la globalizzazione che critica. Il manifesto di "Génération identitaire", un'organizzazione neofascista, proclama che: "Rifiutiamo di diventare gli indiani d'Europa." Per la Nuova Destra, perciò si tratta di rifiutare l'immigrazione e la mescolanza delle culture che, secondo essa, porterebbe alla de-culturalizzazione. A prima vista, questo de-colonialismo di destra sembra preoccupante. È importante notare che esso si sviluppò dopo che ebbe luogo la più parte dell'indipendenza e della decolonizzazione, e solo una volta che poi il movimento di decolonizzazione era stato in gran parte avviato dalle organizzazioni di lotta delle popolazioni colonizzate. Il de-colonialismo della Nuova Destra, è pertanto una riadattamento delle teorie razziali rispetto a quella che è la nuova realtà risultante dalle lotte anticolonialiste, al fine di salvare ciò che può essere salvato dall'ideologia razzista e antisemita del nazionalismo europeo e dell'imperialismo francese. Per meglio comprendere davvero tutto questo, dobbiamo riferirci al modo in cui la Nuova Destra mobilitò gli scritti di Carl Schmitt; un giurista tedesco coinvolto nel Partito Nazista tra il 1933 e il 1936. Infatti, de Benoist, Alexander Dugin e tutti gli altri promotori dell'etno-differenzialismo della Nuova Destra si oppongono al colonialismo e all'imperialismo. Si oppongono al colonialismo a distanza, al fatto di occupare delle terre lontane, senza che i coloni abbiano con esse alcun legame territoriale, si oppongono all'imperialismo, cioè al fatto che una nazione estenda le proprie terre, a partire da un ancoraggio territoriale, per creare un blocco civilizzazionale (Grossraum), vale a dire, "una concezione 'concreta' inseparabile dal particolare popolo che lo occupa" [*126]. Negli scritti recenti di Dugin e de Benoist, la "colonizzazione" è una pratica deterritorializzata e spregevole, mentre "all'imperialismo" viene riservata una forma più nobile di espansione territoriale. Il primo viene associato a "un capitalismo finanziario globalista, senza radici, parassitario (considerato coloniale)", mentre il secondo attiene a un "capitalismo razziale, nazionale, industriale (considerato sovrano, persino de-coloniale)". Questa nozione territoriale di spazio, scrive Schmitt, "è incomprensibile per la mente dell'ebreo."» [*127]

   Bisogna che ci si renda conto di quale sia il livello di intensità delle teorie diffuse da Kevin MacDonald, il quale non è altro che un elemento illusorio tra i tanti firmatari del Tribune. Nel "Piccolo Manuale per la Lotta contro l'Antisemitismo", nel capitolo "LGBTQIA+ Conspiracy: Jews Against the Heterosexual Family", Abbiamo dedicato alcune pagine al suo pensiero: «Questa visione degli ebrei, considerati un elemento di disgregazione della società poiché mettono in discussione la norma patriarcale, è ben lungi dall'essere un fenomeno del passato. Per Joni Alizah Cohen, ricercatrice femminista, l'estrema destra americana, dietro tutti i movimenti sociali contemporanei vede la mano ebraica. Analizza  in "The Eradication of 'Talmudic Abstractions': Anti-Semitism, Transmisogyny, and the Nazi Project"[*247] il pensiero di Kevin B. MacDonald: uno psicologo evoluzionista antisemita che l'Anti-Defamation League definisce come "lo studioso preferito dei neonazisti"" Secondo Alizah Cohen, MacDonald "attribuisce un immenso potere sociale agli ebrei, vedendo generalmente gli ebrei come agenti clandestini dietro vari movimenti, come il bolscevismo, la socialdemocrazia e, successivamente, la lotta anticoloniale, la liberazione gay e trans, il femminismo e il movimento Black Power; tutti quanti volti a sabotare la cultura occidentale e le norme sociali. Lo psicologo del complotto identifica il lavoro di Adorno e della Scuola di Francoforte sulla personalità autoritaria, vedendolo come un freno all'avvento del fascismo, poiché ritiene che una società in cui le norme di genere vengono rispettate, e la famiglia eterosessuale è consacrata ,sia più propensa a promuovere l'ascesa del nazionalsocialismo. La Scuola di Francoforte, un istituto di ricerca sociale, riunì diverse personalità ebraiche fuggite dalla Germania nazista (Theodor W. Adorno, Max Horkheimer, Erich Fromm, Georg Lukács, Walter Benjamin e altri) i quali avevano sviluppato la teoria critica. Pensiero marxista multidisciplinare, è un anticapitalismo critico verso il nazismo. Lo studio della personalità autoritaria - un concetto derivato dalla scienza politica e dalla psicologia sociale - mira a stabilire un profilo sociale che probabilmente si sposterà verso il fascismo. L'estrema destra americana accusa gli ebrei di marxismo culturale; un progetto presumibilmente ebraico volto a distruggere la cultura occidentale. In linea con questa accusa, MacDonald deduce che gli ebrei abbiano un interesse oggettivo nel disturbare il genere, l'orientamento sessuale e la famiglia nucleare, così come lo hanno nell'orchestrare "la trasformazione della società attraverso movimenti sociali visti come un progetto motivato dal loro interesse personale per la sicurezza etnica.» [*248]

In questa offensiva reazionaria, l'altro attore importante è la casa editrice "La Fabrique", la quale pubblica le assai conservatrici Houria Bouteldja e Louisa Yousfi, ma anche Norman Finkelstein, o Andreas Malm che non firma l'editoriale ma si inserisce perfettamente nella stessa costellazione rosso-bruna. Va anche ricordato che Ramón Grosfoguel è colui che ha definito Houria Bouteldja come il rappresentante degli studi de-coloniali in Francia. Questa corrente di pensiero, che propone lo sviluppo di centri di produzione della conoscenza, e i metodi decentralizzati di produzione della conoscenza in Europa e negli Stati Uniti - la cui premessa primaria è estremamente stimolante intellettualmente e probabilmente necessaria - sembra essersi rivoltata contro quei popoli che intenderebbe emancipare. Per andare oltre, e comprendere l'anti-imperialismo degli sciocchi:
- "Perché l'estrema destra è interessata alle teorie decoloniali", LVSL, in
https://lvsl.fr/pourquoi-lextreme-droite-sinteresse-aux-theories-decoloniales/
- "Collettivo" -  "Critica della ragione decoloniale, a proposito di una controrivoluzione intellettuale, L'échappée, 2024
- Elgas, Les Bons "Ressentiments, Essai sur le malaise post-colonial", Rive Neuve, 2023
- Delor et Pardo, "Petit manuel de lutte contre l'antisémitisme", Editions du Commun, 2024

- Jonas Pardo -  Pubblicato il 24/4/2026 su le Club de Mediapart

NOTE:

[125] Razmig Keucheyan, Alain de Benoist, dal neofascismo all'estrema destra "rispettabile", Revue du Crieur, 2017, n° 6, p. 128-143
[126] Miri Davidson, "Sea and Earth", New Left Review, 04/04/2024, [online]  tradotto in Alexandra Knez, "Why the extreme right is interested in decolonial theories", LVSL, [online]
[127] Ibid.
[247] Joni Alizah Cohen, "L'eradicazione delle 'astrazioni talmudiche': antisemitismo, trans-misoginia e il progetto nazionalsocialista," sito Versobooks, 19/12/2018, [online] . Tradotto dall'inglese da Sophie Coudray, "The eradication of 'talmudic abstractions': antisemitism, transmisoginia and the Nazi project", Contretemps, 06/05/2029, [online] .
[248] Ibid.