giovedì 26 marzo 2026

Catalizzare la crisi?!!???

Mancanza di controllo nel Golfo?
- di Tomasz Konicz ***  -

   Ha senso prendere nota delle dichiarazioni del - ebbene sì - Presidente degli Stati Uniti? Dall'inizio della guerra in Iran, Trump ha cambiato posizione quasi ogni ora, passando da minacce di escalation a dichiarazioni di vittoria, a speculazioni sul ritiro, a insulti agli alleati della NATO. Al presidente,  riferimento alle dichiarazioni corrispondenti, può essere attribuito quasi tutto!
L'invio di segnali contraddittori, da parte del borderline fascista [*1] alla Casa Bianca - il cui comportamento erratico, e il suo narcisismo patogeno insieme, riflettono il crescente irrazionalismo indotto dalla crisi del capitale -  potrebbe essere semplicemente ricondotto al fondersi della psicopatologia e dell'ideologia fascista nella persona di Donald Trump. Verità, realtà, spazio-tempo, passato o futuro, non costituiscono più una linea guida per i suoi riflessi politici. Esiste solo il presente della crisi, che si manifesta con le sue convulsioni in costante aumento, e che il fascismo innesca e/o intensifica reattivamente. Il discorso sui "fatti alternativi" [*2], che abbiamo visto svolgersi all'inizio dell'era Trump, sta ora assumendo la sua piena realizzazione. Ma, almeno sotto un aspetto, questo rumore contraddittorio che Trump lancia, potrebbe essere calcolato in modo intrinseco: le minacce di escalation, che si alternano a notizie di vittoria, il mantenere aperta la fine della guerra, seguite poi da assicurazioni di una pace vittoriosa imminente; tutte queste cose sono espressione della trappola strategica in cui gli imperialisti dilettanti della Casa Bianca si sono andati a cacciare. Washington sta perdendo contro il tempo. Trump è come intrappolato, poiché attualmente non può porre fine alla guerra senza, allo stesso tempo, perderla geopoliticamente. Non può continuare la guerra a lungo, senza perdere economicamente. Per mezzo di minacce militari di escalation, l'Iran dovrebbe essere persuaso a rinunciare al blocco dello Stretto di Hormuz, e questo nel mentre che gli annunci di vittoria di Trump sono pensati per calmare i mercati finanziari e l'economia globale che si trova già sull'orlo di un'altra ondata di crisi. Se Trump dovesse riucire a sgattaiolare fuori, e a  cessare le ostilità, egli lascerebbe all'Iran una leva di potere estremamente efficace, dall'aspetto globale che, prima della guerra, il regime di Teheran non aveva: il controllo de facto dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale veniva trasportato circa il 20% della produzione mondiale di petrolio. Il regime potrebbe trasformare permanentemente questo stretto in un ufficio doganale, cosa che è già di fatto vera, e questo consentirebbe a Teheran di generare miliardi di euro di entrate aggiuntive ogni anno.

     Al momento attuale, gli Stati Uniti hanno effettivamente registrato molti successi tattici militari, ma tuttavia, strategicamente, avrebbero perso la guerra; l'economia mondiale dipenderebbe dalla buona volontà dell'Iran. Per non parlare poi dell'obiettivo del "cambio di regime", espresso all'inizio.[*3] Il narcisismo morboso di Trump è capace di molte cose, ma è quasi impossibile trasformare in una vittoria. Il regime iraniano è consapevole della sua buona posizione strategica [*4], e di conseguenza avanza richieste corrispondenti agli Stati Uniti: riparazioni, garanzie di sicurezza, abbandono delle basi militari statunitensi nella regione, formalizzazione del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz. In caso di continuazione dell'escalation -  che Teheran cerca proprio attraverso l'uso di munizioni a grappolo contro Israele - il regime potrebbe anche sperare in degli effetti di solidarietà tra la popolazione; se, ad esempio, il governo di destra israeliano permettesse deliberatamente che, come parte di misure di ritorsione, venissero attaccati obiettivi civili. L'Iran punta proprio sul tempo che Washington non ha: le elezioni di novembre, l'inizio della stagflazione, una crisi economica mondiale imminente e il potenziale di crisi sui mercati finanziari instabili, trasformerebbero una lunga guerra in un fiasco economico. L'Iran, non solo può bloccare i combustibili fossili, ma può anche tagliare l'approvvigionamento essenziale di fertilizzanti e di materie prime (elio) per l'industria IT e A.I. Inoltre, simultaneamente, non è possibile rovesciare il regime semplicemente bombardandolo. Anche il controllo dello Stretto di Hormuz avrebbe potuto essere garantito solo per mezzo di un massiccio dispiegamento di truppe di terra. A tal proposito, questa trappola strategica, in cui Trump si è ora cacciato, illustra non solo i suoi deficit intellettuali, ma anche le carenze dei sistemi autoritari. Trump a suo tempo, all'inizio della guerra, mise in dubbio l'esistenza del regime iraniano e tuttavia, allo stesso tempo, non prese alcuna misura per proteggere lo Stretto di Hormuz, sperando in una rapida fine della guerra, simile all'intervento in Venezuela. [*5] Il fatto che un regime iraniano che, lottando per la propria sopravvivenza, bloccherebbe lo Stretto di Hormuz è cosa comunemente ben nota negli ambienti militari. Sicuramente, anche queste informazioni sono state portate alla Casa Bianca - ma Trump è circondato da un circolo di opportunisti e di uomini-sì, [*6] i quali agiscono solo come dei semplici incoraggiatori dell'umore del presidente. Se ora Trump spera in una ripetizione dello scenario del Venezuela, allora i suoi subordinati la vedranno in tal modo, e lo incoraggeranno in questo.

     Tutto ciò ricorda in modo evidente l'inizio della guerra in Ucraina, quando Putin era stato informato dai servizi segreti russi (FSB) con valutazioni positive della situazione, in quanto il presidente russo era fermamente convinto di poter conquistare l'Ucraina praticamente senza sforzo, dall'oggi al domani, nell'ambito di una rapida operazione militare.[*7] Poche settimane dopo il fiasco ucraino di Putin, l'FSB veniva epurato; mentre invece il presidente russo è ancora in carica. A Washington, dove Trump ora incolpa il suo estremista di destra "Segretario alla Guerra" Pete Hegseth per la guerra [*8], la situazione è simile, e probabilmente una rapida fine della guerra in Iran arriverà solo grazie a delle concessioni significative da parte di Trump. Pertanto, le negoziazioni tra Stati Uniti e Iran sono accompagnate da una rapida concentrazione delle truppe di intervento da parte di Washington: Marines specializzati in operazioni anfibie e paracadutisti vengono schierati nella regione. Allo stesso tempo, durante le negoziazioni, entrambe le parti mantengono in atto la loro guerra economica retorica (vedi "Economia di guerra vs. guerra economica") [*9]: Trump dichiara costantemente che i negoziati stanno procedendo bene in modo da alleviare così la pressione sui prezzi dell'energia e sui mercati finanziari, mentre nel contempo Teheran nega categoricamente di aver partecipato a dei colloqui per mantenere questa pressione sui prezzi il più possibile. Visto che il numero totale delle truppe di terra statunitensi sarà per il momento intorno ai 10.000 uomini, si ritengono probabili attacchi selettivi nel caso che i negoziati fallissero venerdì prossimo. Anche una protezione affidabile dello Stretto di Hormuz e della costa del Golfo iraniano, sarebbe possibile solo con un dispiegamento di circa 100.000 uomini. Ecco perché sembra più probabile un attacco al porto petrolifero iraniano sull'isola del Golfo di Charg, attraverso la quale, come è ben noto, più del 90% del petrolio iraniano viene esportato. Con l'occupazione dell'isola, l'Iran verrebbe privato di quasi tutti i ricavi petroliferi, mentre allo stesso tempo Washington potrebbe ulteriormente minare l'approvvigionamento cinese di combustibili fossili; sia il Venezuela che l'Iran esportano quasi esclusivamente il loro petrolio verso la Cina. Trump potrebbe così puntare a uno dei suoi tipici accordi: far pagare per Hormuz.

     Tuttavia, un'escalation del genere, accompagnata dallo schieramento di truppe di terra, potrebbe avere come conseguenza una perdita di controllo sulle dinamiche della guerra. Il dispiegamento delle truppe di terra statunitensi sulle Isole del Golfo al largo della costa iraniana, verrebbe probabilmente accompagnato da gravi perdite, dal momento che tali truppe possono essere facilmente colpite dalla terraferma. Per farlo, non sono necessari sistemi d'arma sofisticati, dato che le Isole del Golfo – anche l'occupazione di una catena di isole nello Stretto di Hormuz è in discussione – si trovano a meno di 30 chilometri dalla montuosa terraferma iraniana, mentre il rifornimento delle truppe statunitensi dovrebbe avvenire tramite il Golfo Persico. Questa costellazione, sarebbe perfetta per la guerra asimmetrica che viene praticata, in particolare, dalle Guardie della Rivoluzione iraniane. L'Iran amplierebbe anche i suoi attacchi alle infrastrutture degli Stati del Golfo, i quali sono già sul punto di partecipare ufficialmente alla guerra - l'Arabia Saudita viene considerata il sostenitore più importante di questa guerra, insieme a Israele. Non solo la produzione di gas e di petrolio potrebbe venire colpita, ma anche gli impianti di desalinizzazione che forniscono gran parte dell'acqua potabile della regione (oltre il 90% in alcuni Stati del Golfo!). Non solo a livello globale, ma anche regionale, le conseguenze di una simile perdita di controllo militare - in cui la logica dell'escalation verrebbe portata ai suoi estremi, che finirebbero per essere semplicemente apocalittiche. I dispotismi del Golfo, i quali dipendono dagli impianti di desalinizzazione, non potrebbero più essere riforniti anche mediante petroliere d'acqua; l'Iran sta bloccando lo stretto corrispondente. Le conseguenze di una perdita di controllo stanno diventando sempre evidenti: crisi idrica nel Golfo e in Iran, crollo economico globale e svalutazione inflazionistica, enormi interruzioni nelle catene di distribuzione e produzione, specialmente nell'industria IT, crisi globale della fame, soprattutto ai margini del sistema mondiale. L'attuale guerra con l'Iran diventerebbe un catalizzatore di crisi globale, non solo in termini economici ma anche ecologici.[*10]

- Tomasz Konicz *** - 26.03.2026 -
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NOTE:

1 https://www.konicz.info/2016/12/16/donald-trump-und-die-zeit-des-borderliners/

2 https://de.wikipedia.org/wiki/Alternative_Fakten

3 https://www.konicz.info/2026/03/01/krieg-als-krisenkatalysator/

4 https://www.wsj.com/world/middle-east/iran-war-negotiations-demands-85555522

5 https://www.konicz.info/2026/03/01/krieg-als-krisenkatalysator/

6 https://www.msn.com/en-us/news/politics/trump-admits-he-buys-shoes-for-cabinet-members-after-rubios-oversized-kicks-go-viral/ar-AA1YAwIA

7 https://www.konicz.info/2022/05/25/rackets-und-rockets/

8 https://www.msn.com/en-us/news/politics/trump-throws-hegseth-under-the-bus-and-blames-him-for-starting-iran-war/ar-AA1ZeSe1

9 https://francosenia.blogspot.com/2026/03/la-guerra-e-la-guerra.html

10 https://www.konicz.info/2026/03/01/krieg-als-krisenkatalysator/

mercoledì 25 marzo 2026

«A spese dei produttori» !!!

Cos'è l'imperialismo di crisi?
- E in cosa differisce dall'imperialismo classico delle epoche precedenti? -
di Tomasz Konicz

   Con "Imperialismo di crisi" si fa riferimento alla ricerca dell'ottenimento di un dominio statale – attuato con mezzi economici, politici o militari – in quella che è un'epoca segnata dalla contrazione del processo di valorizzazione del capitale. Gli apparati statali dei centri del sistema mondiale aspirano a stabilire la loro supremazia, in quello che è il contesto di una crisi sistemica alimentata, da un lato, da un incremento permanente di produttività che, da un lato, crea regioni di terra bruciata economicamente ed ecologicamente, principalmente ai margini, mentre dall'altro rende impossibile l'emergere di un nuovo regime di accumulazione nel quale il lavoro salariato in massa verrebbe sfruttato nella produzione di merci. Questo processo di crisi, viene accompagnato da un debito, il quale cresce più rapidamente di quanto lo faccia la produzione economica mondiale, e che in tal modo porta al formarsi sempre più di un'umanità economicamente superflua; così come esplicitato, ad esempio, dalle crisi migratorie degli ultimi anni. Ed è qui che risiede la differenza fondamentale rispetto all'imperialismo delle epoche precedenti, dal momento che quest'ultimo si è svolto invece in una fase storica di espansione di un'espansione del capitale – iniziata in Europa nel XVI° secolo – e che fu proprio alimentata per mezzo dello sfruttamento omicida di masse di operai. Il saccheggio di risorse - quali oro e argento nell'America Latina - e l'istituzione di nuovi mercati nei paesi del Sud del Mondo - canna da zucchero, spezie, ecc. - poteva essere raggiunta solo attraverso lo sfruttamento massiccio del lavoro, di solito ottenibile solo attraverso il lavoro forzato. La scia di sangue, lasciata da questa espansione imperialista del sistema mondiale capitalistico, che ha incessantemente integrato sempre più, nel mercato mondiale, le nuove regioni periferiche - facendolo spesso attraverso la violenza militare - si estende a partire dal genocidio dei popoli indigeni dell'America Latina e Centrale, e passa per il triangolare commercio atlantico degli schiavi, o per lo sfruttamento dell'India da parte dell'Impero Britannico, e arriva alle atrocità dell'imperialismo belga nel Congo della fine del XIX° secolo - le cui ripercussioni si fanno sentire ancora oggi - allorché il mancato rispetto della produzione delle quote di gomma, da parte dei lavoratori forzati, portò alle più gravi mutilazioni, come l'amputazione delle mani. La sete di espansione - in ultima analisi militare - degli Stati imperialisti, deriva dal vincolo oggettivo che il capitale ha a valorizzarsi, laddove le tendenze imperialiste riescono a ottenere dinamismo proprio in risposta alle contraddizioni interne del processo di valorizzazione: l'eccessiva accumulazione di capitale alla ricerca di investimenti, le crescenti tensioni sociali che la colonizzazione dovrebbe placare, oppure la domanda di capitale, relativa a materie prime e fonti energetiche che non possono essere sfruttate sul territorio nazionale, spesso incoraggia gli Stati, che hanno mezzi sufficienti di potere, a intraprendere le corrispondenti forme di espansione imperialista.

  Dopo il XX° secolo, durante il quale - a causa della "Guerra Fredda - furono attuate pratiche di imperialismo piuttosto informali, le quali consistevano nell'installare, nella periferia - tramite pressioni economiche o per mezzo di colpi di stato orchestrati dai servizi segreti, - regimi dipendenti, ma formalmente sovrani. Questo secolo, vide così la ricomparsa di forme di aggressione imperialista diretta, e che interagiva con il declino imperiale degli Stati Uniti, e con le crescenti tendenze alla disintegrazione statale e sociale nella periferia. Cosa che comportava anche il rischio di grandi guerre tra le principali potenze imperialiste. Durante la sua fase di espansione storica, il sistema capitalista mondiale fu caratterizzato da dei cicli egemonici in cui una grande potenza imperialista riuscì a conquistare una posizione egemonica, tollerata, almeno temporaneamente, dalle potenze concorrenti. Il XIX° secolo era stato pertanto segnato da un ciclo egemonico britannico, e il XX° da un ciclo egemonico americano, basato però sull'ascesa industriale seguita poi dal declino. Il moltiplicarsi dei conflitti militari, è l'espressione del declino egemonico degli Stati Uniti, e questo sebbene la crisi socio-ecologica del capitale impedisca l'emergere di una nuova potenza egemonica. La Cina, impegnata in una lotta egemonica globale con Washington, non è in grado di succedere agli Stati Uniti in quanto "poliziotto mondiale", e questo a causa delle crescenti contraddizioni interne legate alla crisi (crisi del debito e del settore immobiliare). L'attuale fase di escalation del conflitto militare, è pertanto solo una satira sanguinosa, e molto reale, del discorso di un "ordine mondiale multipolare", che viene sostenuto da tutti i concorrenti imperiali degli Stati Uniti in declino. La crisi sistemica impedisce l'emergere di un nuovo egemone, e questo mentre molti apparati statali continuano comunque a cercare - invano, in definitiva - di diventare potenti quanto gli Stati Uniti; nel momento in cui l'erosione dell'egemonia americana dà loro lo spazio per manovrare e portare avanti le proprie avventure militari. Inoltre, le crescenti contraddizioni interne, stanno facendo riemergere la sete di espansione imperiale (ad esempio, Russia, Turchia).

     Una importante differenza concreta, rispetto a quella che è stata la ricerca della dominazione imperiale nei secoli passati, risiede perciò nel fatto che la ricerca di canali commerciali e di "manodopera", che possano essere sfruttati tramite un'integrazione forzata nel mercato mondiale, oggi non gioca più alcun ruolo, e questo a causa della crisi sistemica di sovrapproduzione menzionata sopra che colpisce il sistema mondiale globalizzato. Nell'imperialismo di crisi tardivo del capitalismo della fine del XXI° secolo, la sete di espansione imperialista si traduce nei tentativi di isolamento e di emarginazione attuati nei confronti delle masse della periferia, ormai diventate economicamente superflue; e questo sia nella "Fortezza Europa" che negli Stati Uniti. In tal senso, l'espansione si trasforma perciò nella compartimentazione che divide i centri dalla periferia, la quale non svolge più alcun ruolo se non quello di mercato outlet. La periferia decadente, con i suoi "Stati falliti", ora svolge solo un ruolo di fornitore di materie prime visto nel contesto dell'estrazione, la quale si basa anche su delle forme di disgregazione rispetto a quello che era stato l'"imperialismo informale" del XX° secolo, nella misura in cui - per esempio riguardo all'estrazione del cobalto nel Congo - le strutture di potere locali post-statali (milizie, gang, sette, ecc.) ora organizzano autonomamente l'estrazione delle risorse, per poi trasportarle sul mercato mondiale attraverso dei percorsi oscuri, tramite degli intermediari. Militarmente, i centri interagiscono con le regioni della cosiddetta "terra bruciata" solo nel contesto della "guerra per l'ordine mondiale" (Robert Kurz), nella quale la periferia dev'essere stabilizzata per mezzo dei processi di costruzione statale ("costruzione della nazione") o quanto meno neutralizzata militarmente, essendo un fattore dirompente. La campagna mondiale d'attacco con droni condotta dagli Stati Uniti, un tempo «gendarme del mondo», nell'ambito della «guerra al terrorismo», o anche gli interventi, tutti destinati al fallimento, dell’Occidente in Afghanistan e in Somalia, rientrano in questa categoria di lotta imperiale contro i mulini a vento, intrapresa dai centri nella periferia, contro le conseguenze sociali della crisi sistemica che proviene dai centri stessi. L'era attuale dell'imperialismo di crisi si caratterizza, pertanto, a partire dall'interazione tra il dominio da parte dello Stato e il processo di crisi del capitale che persegue una dinamica feticistica autonoma mediata dal mercato e alimentata dalle contraddizioni interne del capitale (e che, nella competizione di mercato, tende a liberarsi della propria sostanza: il lavoro che crea valore). Le élite funzionali degli apparati statali si trovano così di fronte alle conseguenze della crisi, la quale si svolge «a spese dei produttori» (Marx), rimanendo così esposta a una forza esterna e naturale, e questo sebbene le contraddizioni, e le crescenti distorsioni (debito, erosione sociale, crisi economiche e ambientali, ecc. siano il prodotto inconscio degli attori di mercato, nella loro ricerca della massima valorizzazione del capitale. Così facendo, il capitale ha generato una formazione sociale che non controlla tutta questa dinamica cieca, e che viene infine spinta, da essa, verso il collasso sociale ed ecologico.

   La concorrenza tra gli Stati, derivante da questa crisi sistemica di sovrapproduzione, porta pertanto all'emergere di un imperialismo che si fonda su base economica, e che cerca di ottenere i più alti surplus commerciali possibili. Grazie a queste eccedenze commerciali, la crisi di sovrapproduzione, così come il vincolo relativo al Debito che l'accompagna, vengono esportati in quei paesi che mostrano un deficit sempre più grande. Su questo terreno, dopo l'introduzione dell'Euro, la Repubblica Federale Tedesca si è dimostrata particolarmente efficace. Il dominio politico della Germania nell'eurozona, è per l'appunto il risultato dei colossali surplus commerciali tedeschi realizzati nel periodo tra l'introduzione dell'euro e la crisi dell'euro, e che hanno portato alla crisi del debito nell'Europa meridionale, e alla deindustrializzazione nei paesi indebitati; nel mentre che la base industriale dell'industria esportatrice tedesca rimaneva intatta. Dopo lo scoppio della crisi dell'euro, il ministro delle Finanze tedesco Schäuble riuscì a imporre unilateralmente, agli Stati in crisi - sotto forma di una rigida politica di austerità, e dopo aspri scontri politici -  le conseguenze dello scoppio delle bolle del debito europeo, le quali erano andate di pari passo con i surplus commerciali tedeschi, allargando così il divario economico già esistente tra Berlino e la "sua" zona euro; consolidando in tal modo la pretesa della Germania alla leadership, mentre gli Stati soggetti a distruttive politiche di austerità, come la Grecia, dovevano accettare notevoli perdite di sovranità. Il protezionismo crescente degli ultimi anni, emerso dalla prima amministrazione Trump, costituisce una reazione a una simile tendenza - nata dalla crisi - a cercare surplus commerciali più elevati possibile. Prima delle guerre commerciali aperte scatenate da Trump a causa della progressiva deindustrializzazione degli Stati Uniti, molti Stati avevano già cercato di migliorare il proprio equilibrio commerciale per mezzo di politiche di svalutazione competitiva della loro moneta. In tal modo, il processo di crisi oggettiva del capitale si sviluppa pertanto attraverso i corrispondenti scontri tra Stati imperialisti in crisi; vale a dire che l'attuazione della dinamica di crisi, mediante lotte di potere economiche, geopolitiche, di intelligence o militari, costituisce il nucleo oggettivo del modo di agire dell'imperialismo di crisi. E questo non vale non solo per i centri in via di erosione (ad esempio nell'Europa meridionale), ma vale anche per la periferia del sistema mondiale, dove il processo di crisi è più avanzato, e dove la disintegrazione sociale generalizzata si trasforma in disintegrazione statale. Gli interventi imperialisti in Siria e in Libia, dopo la "Primavera Araba", quando i regimi di modernizzazione falliti, diventati delle cleptocrazie, vennero minacciati da delle disperate rivolte, apparve chiaramente come i disordini legati alla crisi avessero aperto lo spazio a delle manovre per interventi imperiali. Le tensioni sociali nello spazio post-sovietico, laddove l'egemonia russa si è rapidamente erosa, fino ad arrivare allo scoppio della guerra in Ucraina, hanno rivelato una simile dinamica di protesta, di rivolta e di interventi esterni. La Russia di Putin ha scelto di lanciare la guerra d'aggressione contro l'Ucraina, proprio sotto l'influenza delle rivolte in Bielorussia e Kazakistan.

   A volte, gli Stati con ambizioni imperiali sfruttano direttamente le conseguenze delle crisi: la Turchia islamo-fascista di Erdogan, ad esempio, ha usato i flussi migratori verso l'Unione Europea come leva di pressione per estorcere concessioni e denaro a Bruxelles e a Berlino. In maniera analoga, l'espansione imperialista nel nord della Siria, e nel nord dell'Iraq, è stata giustificata da Ankara a partire dal desiderio di voler concentrare, in futuro, i rifugiati in queste regioni. L’imperialismo quindi non deve essere considerato, da un punto di vista storico, semplicemente come un precursore ideologico e pratico degli eccessi fascisti: lo stesso processo si sta verificando anche nell’attuale crisi sistemica. La ricerca del dominio imperialista interagisce anche con la crisi ecologica del capitale che, a causa del suo imperativo di crescita, è incapace di stabilire una riproduzione dell'umanità che rispetti le risorse e il clima. Un esempio, ne sono le tensioni nel Lontano Nord, nell'Artico, laddove il rapido scioglimento della calotta glaciale sta aprendo nuove rotte marittime, rendendo così accessibili nuovi giacimenti di combustibili fossili; il cui sfruttamento diventa così oggetto di una disputa tra i paesi rivieraschi di Russia, Stati Uniti, Canada e Unione Europea. Il conflitto tra Russia e Occidente sull'Ucraina, iniziato nel 2013, come una lotta tra aree economiche concorrenti (UE e Stati Uniti contro la desiderata "Unione Eurasiatica" di Putin), ora ha assunto una sua componente di politica climatica. L'Ucraina ha dei terreni neri-argillosi assai fertili che - di fronte alle imminenti carenze alimentari legate al clima e alle future crisi alimentari - stanno ora rapidamente guadagnando valore, in quanto leva di potere geopolitico; il cibo potrebbe diventare il petrolio del XXI° secolo. La crisi spinge perciò i mostri statali del tardo capitalismo a confrontarsi tra loro; sia economicamente che ecologicamente. L'imperialismo di crisi è pertanto simile - per restare nella metafora della crisi climatica - a una lotta spietata per la sopravvivenza su un iceberg che si sta sciogliendo, o sul Titanic che sta affondando. Ma dal momento che la crisi socio-ecologica del sistema non può essere risolta nel quadro del sistema mondiale capitalistico, L'imperialismo di crisi trova così il suo sfogo in una grande guerra che, a causa del potenziale distruttivo accumulato nel tardo capitalismo, avrebbe oggi delle conseguenze catastrofiche. Senza una trasformazione emancipatoria del sistema, il crollo della civiltà capitalista rischia pertanto di portare a una catastrofe climatica e a una guerra nucleare.

- Tomasz Konicz, 23 giugno 2022 -  fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

martedì 24 marzo 2026

Bolle & Cannibali…

 

Capitali Cannibali
- Il potenziale dirompente dello sviluppo dell'I.A., si manifesta chiaramente nella crescente instabilità dei mercati finanziari negli USA -
di Tomasz Konicz

   Attualmente, oltre che della guerra con l'Iran, i mercati finanziari sono preoccupati a causa delle situazioni che si legano all'ascesa dell'industria dell'Intelligenza Artificiale: da un lato, c'è il timore che il potenziale produttivo dei "Large Language Models" (LLM), e quello degli agenti I.A., sia stato sovrastimato, e che pertanto i loro costi siano stati sottovalutati, se visti nel contesto della consueta formazione speculativa di bolle finanziarie. La costruzione, dispendiosa in termini di tempo delle infrastrutture, la sua rapida obsolescenza e i costi operativi assai elevati; il calcolo sobrio di questi fattori per l'azienda sta lentamente assumendo sempre più peso nel momento in cui si guarda a una landa incolta dove ancora nessuna delle grandi start-up è redditizia. Dall'altra parte, cresce invece la paura delle conseguenze che porterà la rivoluzione della I.A., qualora essa dovesse prevalere solo parzialmente: quali saranno i settori dell'economia, o i modelli operativi, che saranno assorbiti dalla nuova forma organizzativa in gran parte automatizzata? L'I.A. antropica e aperta non genera profitti, ma accumula perdite enormi, anche se sono già stati sperperati centinaia di miliardi di dollari. Tutti questi afflussi di capitale dovranno però ancora continuare a lungo: Anthropic prevede di diventare redditizia a partire dal 2028, e Open AI dal 2030. Il settore, si trova ancora nella fase di espansione, laddove il numero di utenti del servizio dovrebbe crescere il più rapidamente possibile, sempre con alte perdite finanziarie, e al fine di ridurre così successivamente tutti i costi operativi e poter aumentare i prezzi per gli utenti. Anche gli abbonamenti I.A. già esistenti vengono stimati a partire dal loro accumulo di enormi perdite; come l'abbonamento Claude A.I. di Anthropotic, che ha un prezzo di circa 200 dollari e un costo operativo stimato di 5.000 dollari per unità. Il calcolo degli investitori, è quello che prevede che le scoperte tecnologiche e le economie di scala renderanno questo modello di business redditizio. Tuttavia - a differenza delle precedenti ondate tecnologiche nell'industria IT - l'uso su larga scala di agenti LLM e IA non produce economie di scala corrispondenti, poiché la loro fame di energia costituisce un fattore di costo troppo importante. Inoltre, lo sviluppo costoso dell'infrastruttura necessaria a diffondere l'uso della A.I. sta sempre più vacillando. Nonostante i buoni risultati operativi, il gruppo IT Oracle viene ora considerato come se fosse il proverbiale canarino nella miniera dell'industria della I.A.: l'azienda si trova ora a essere fortemente indebitata, e ha stipulato dei costosi obblighi contrattuali per un valore superiore a 500 miliardi di dollari; assunti soprattutto per poter costruire dei nuovi data center. Nel frattempo, si accumulano notizie relative a progetti cancellati: Oracle e Open AI, si stanno astenendo dall'espandere il loro data center più importante in Texas, mentre Oracle vuole tagliare 30.000 posti di lavoro in modo da poter così raccogliere i fondi per continuare l'espansione, visto che le banche statunitensi limitano i loro finanziamenti. I data center di Microsoft, vogliono ritirarsi dai contratti di locazione con Open AI. Nvidia ha recentemente relativizzato il suo impegno, abbassandolo a investire solo 100 miliardi in Open AI. Nel frattempo, i costi economici e politici dei data center stanno aumentando. L'anno scorso, negli USA sono stati abbandonati 25 progetti; si stima che circa la metà dei centri mondiali previsti per il 2026 verrà ritardato, e l'effetto sarà devastante, e questo a causa della rapida obsolescenza del settore. Oracle si avvale dei chip Nvidia della generazione Blackwell, i quali bem presto diverranno obsoleti. L'azienda sta costruendo "i data center di ieri con il debito di domani"; così i media statunitensi hanno deriso la cosa.

   L'ascesa dell'industria della I.A., sta destabilizzando anche chi è già in difficoltà a causa dei fondi di private equity: si tratta assai meno dli investimenti diretti dalla I.A. - come quelli guidati da Blue Owl Capital o Softbank - e più di possibili effetti di cannibalizzazione che si verificheranno all'interno dei loro portafogli. Il loro modello di business, assai spesso consisteva nell'acquistare aziende software per poi ritagliarle in modo da poter così massimizzare i profitti. Attualmente, il colosso del settore Blackstone sta negoziando una joint venture con Anthropic, in modo da poter così ancorare il suo modello di IA, Claude, nel portafoglio di altre aziende del fondo. L'obiettivo è quello di automatizzare i processi aziendali, e aumentare la produttività. Tuttavia, è proprio qui che risiede il rischio. Molte delle soluzioni software-as-a-service (SaaS) - che sono diventate lo standard IT nelle aziende nell'ultimo decennio, e la cui ascesa è stata guidata da quegli stessi fondi di private equity – con l'IA generativa potrebbero diventare obsolete. I fondi di investimento concorrenti, come Thoma Bravo o Vista Equity Partners, specializzati nell'acquisto di tali fornitori, verrebbero particolarmente colpiti. I fondi si trovano pertanto di fronte a un dilemma: se essi si affidano costantemente alla I.A., rischiano la "cannibalizzazione" dei propri mercati. Mentre se non lo fanno, rischiano di rimanere indietro nella concorrenza di mercato, come recentemente è stato riportato dal canale business statunitense CNBC. Ed in tal modo, i fondi che hanno reso popolare il principio SaaS potrebbero così diventare essi stessi l'acceleratore di una vera e propria apocalisse software, che ha cominciato ora a riflettersi nei cali di prezzo di molte azioni IT. Simultaneamente, il settore delle società finanziarie e di investimento, nel suo complesso, sta ora entrando in difficoltà: le banche appaiono sempre più riluttanti a finanziare delle acquisizioni di società, e quelli che sono i pesi massimi, come Blackrock, a volte hanno dovuto limitare i pagamenti relativi ai singoli fondi, dopo che gli investitori avevano sempre più ritirato del capitale. Pertanto gli investitori privati sono stati, così, fondamentali nel dare vita al boom della I.A.. Se il mercato dovesse raffreddarsi, il settore ne soffrirebbe immediatamente le conseguenze; sia a causa dei fallimenti che delle storie di successo cannibalistiche.

- Tomasz Konicz - Pubblicato il 19/3/206 su "Jungle World " -

domenica 22 marzo 2026

Bastardi !!

- TURISMO IDEOLOGICO -

« Come quegli intellettuali di sinistra il cui fanatismo, o la cui stupidità, li ha definitivamente protetti dalla realtà. In questi ultimi giorni, la stesso modo in cui, una volta o di recente, sedotti dal bolscevismo e dal maoismo, venivano invitati a un viaggio lampo a Mosca o a Pechino, dove il Partito li menava per il naso in modo che, al loro ritorno, potessero così raccontarci di un'URSS e di una Cina di fantasia, alcuni tristi pagliacci della sinistra radicale sono andati a L'Avana per recitare il ruolo di combattenti della resistenza da spiaggia, alimentando in tal modo la propaganda del regime di Castro, soddisfatta di poter mostrare, in televisione e nei giornali statali, in un paese dove ogni libertà di espressione è vietata, quali sono i propri alleati.
   In questi ultimi tempi, la popolazione cubana, precipitata in una situazione economica e sociale catastrofica - aggravata negli ultimi tempi dalle misure adottate da Trump per impedire qualsiasi rifornimento di petrolio - a fronte di  una terribile carenza di cibo e soggetta a interruzioni permanenti di corrente, si è ribellato qua e là nel corso di scontri notturni, chiedendo cibo, elettricità e, soprattutto, libertà. A Moron, una piccola città nella provincia di Ciego de Avila, i giovani hanno dato fuoco alla sede locale del Partito Comunista. Ma ancora una volta, l'unica risposta del regime alla disperazione dei cubani, è stata la repressione, l'unico comparto che funziona senza intoppi in un'isola dove tutto sta andando a rotoli.
Nutriti e ospitati in hotel di lusso, dove il cittadino cubano comune non può mettere piede, ovviamente i miserabili pagliacci venuti a fare turismo ideologico non hanno avuto alcun contatto con questa popolazione abbandonata, affamata e repressa. Dal suo hotel a 5 stelle, quel mascalzone di Pablo Iglesias, quello stesso che pensa e afferma che la colpa dei comunisti spagnoli sarebbe stata quella di non aver eliminato abbastanza anarchici durante la Guerra Civile Spagnola, è intervenuto per dire che tutto sommato che non si sta così così male. Tutto questo, mentre i miseri idioti che lo hanno accompagnato in questo viaggio indecente posavano per la foto al fianco dei dignitari del Partito, carnefici di un popolo in agonia, il tutto in un'atmosfera festosa piuttosto oscena, se si pensa a ciò che stanno vivendo i cubani.
»

- da: Floréal, "Tourisme idéologique", 22 mars 2026 -

giovedì 19 marzo 2026

“COMUNISMO MINORE” !!!

 

Il comunismo di Deleuze
- di Alex Taek-Gwang Lee -

Deleuze e il comunismo minore
    Il mio oggetto di studio è ambizioso: un piccolo Deleuze rosso. Sembra strano collegare la filosofia di Deleuze al colore del comunismo. Tuttavia, il mio argomento si concentra sul fatto che Deleuze sia stato uno dei filosofi europei che rifletté filosoficamente sull'idea di comunismo considerando i movimenti rivoluzionari del Terzo Mondo. Chiamerei il progetto di Deleuze - nel quale egli tentava di riformulare la filosofia politica attraverso gli esperimenti politici di rivoluzionari non europei - "comunismo minore". Questa indagine, non implica che affronterò il rapporto diretto di Deleuze con il Terzo Mondo, né che ne discuterò i suoi sviluppi storici. Per Deleuze e Guattari, il Terzo Mondo non è solo un termine geografico, ma esso serve anche a designare la terza zona «attraverso la quale una lingua può fuggire, un animale può entrare nelle cose, un concatenamento può innescarsi.» [*1] Per Deleuze, il Terzo Mondo non è un oggetto geopolitico, bensì un "CAOS" - un «gioco di significato e di sciocchezze» - che costituisce la totalità globale del capitalismo così come è stato creato dall'imperialismo e dal colonialismo. [*2] In questo senso, il Terzo Mondo non è subordinato, ma serve a decostruire e a sovvertire il linguaggio e la legge occidentali. Le zone del Terzo Mondo consistono nel «fare un uso minore, o pesante» della lingua, in modo da opporre così «la qualità oppressa di questa lingua, alla sua qualità opprimente.» [*3] Questo concetto di letteratura minore, dell'"uso minore" della lingua, non significa la specifica "letteratura" di una minoranza. Come sottolinea Daniel Smith, "minore" si riferisce alle «condizioni rivoluzionarie di tutta la letteratura.» [*4] Sostengo, che questo concetto di minore, in relazione al Terzo Mondo, debba essere considerato come una parola chiave per comprendere l'approccio di Deleuze al comunismo: il comunismo in quanto creazione di condizioni rivoluzionarie. Per questo motivo, il comunismo minore coinvolge i molteplici esercizi del comunismo coalizzandoli  finalizzandoli a creare le condizioni per la rivoluzione. In questo modo, il concetto di Terzo Mondo che si trova in Deleuze e Guattari, in relazione al comunismo minore, può essere compreso - secondo la mia lettura - come se operasse insieme al concetto di letteratura minore, il quale presuppone un uso assai diverso del linguaggio, rispetto al significante dominante dello stato capitalista. Questi concetti risultano simili alla nozione iniziale di Deleuze riguardo un "esercizio trascendentale" delle facoltà, attraverso il quale egli critica la sintesi kantiana della rappresentazione. Per Deleuze, Kant non è abbastanza critico, non è abbastanza empirico ed è troppo dogmatico. Tuttavia, Deleuze, nelle intuizioni originali di Kant sulla temporalità, trova elementi preziosi, tra cui le idee viste come problemi, e le facoltà discordanti. Scopo di Deleuze, non è rifiutare la filosofia kantiana in quanto tale, ma rivoluzionare la sua filosofia critica. In tal senso, nella filosofia successiva di Deleuze, in collaborazione con Guattari, il concetto di Terzo Mondo dovrebbe essere considerato come la continuazione del suo progetto di filosofia critica, la quale dispiega una critica imminente nell'era del capitalismo globale. Oggi, la sinistra radicale è in declino e va sempre più riducendosi, e questo mentre l'ascesa del populismo fascista è evidente e accelera. Di fronte a questa visione pessimistica della situazione politica attuale, la radicalizzazione della filosofia portata avanti da Deleuze e Guattari dopo il maggio 1968 rimane rilevante. Inoltre, il suo tentativo di collegare la filosofia politica al concetto di Terzo Mondo, è abbastanza forte da plasmare il futuro della politica di sinistra. Per alcuni, il termine "Terzo Mondo" appare superato, ed è stato sostituito dall'espressione "Sud Globale". Allo stesso modo, il movimento politico del Terzo Mondo, ossia, il Movimento dei Paesi Non Allineati, si è rivelato un fallimento totale, concludendosi come una competizione ossessiva tra stati-nazione, per vedere chi "vince" al culmine del capitalismo globale. La riconsiderazione della filosofia di Deleuze, in relazione alla sua concettualizzazione del Terzo Mondo, deve affrontare una tale frustrazione politica.
    Controcorrente, sosterrò che il suo concetto del Terzo Mondo mirava a mettere in discussione il significante, assegnatogli dal "grande comunismo", dal Partito Comunista Francese (PCF) e, in generale, dal marxismo "ufficiale". Molti hanno affermato che il progetto filosofico di Deleuze e Guattari nacque direttamente dagli eventi del maggio 1968. In realtà, si potrebbe dire che la sua filosofia politica preservi lo spirito del movimento radicale. Tuttavia, questa definizione del suo radicalismo è ambivalente: tende a fossilizzare il suo progetto filosofico, impedendogli però di riconsiderare la sua politica da una prospettiva non normativa. È essenziale, considerare quale tipo di visione essi hanno cercato di sostenere nella loro filosofia politica. Il termine "filosofia politica", viene solitamente inteso come una teoria del governo in generale. La terminologia di Deleuze e Guattari ha invece una sfumatura diversa rispetto a questo uso comune. Smith sottolinea anche che, con questo uso singolare della nozione, «Deleuze si distanzia chiaramente dagli altri approcci alla teoria sociale che si sono basati, ad esempio, su una teoria dello stato (Platone), del contratto sociale (Hobbes), dello spirito delle leggi (Montesquieu), o sui problemi della “pace perpetua” (Kant), oppure della legittimazione (Durkheim, São Paulo Habermas), tra gli altri.» [*5] Similmente a come avviene col concetto di letteratura minore, Deleuze introduce qui "l'esercizio trascendentale" della filosofia politica, al fine di creare una nuova politica, ossia, esperimenti sulla multi-politica anziché sulla teoria politica normativa. A partire da questa prospettiva, è interessante come Eduardo Viveiros de Castro, antropologo brasiliano, osservi: «Per la mia generazione, il nome Gilles Deleuze evoca immediatamente quel cambiamento di pensiero che caratterizzò il periodo intorno al 1968, quando vennero inventati alcuni elementi chiave della nostra percezione culturale contemporanea. Il significato, le conseguenze e persino la realtà di questo cambiamento, hanno dato origine a una controversia che persiste ancora.» [*6] Come riconosce Viveiros de Castro, l'eredità della filosofia politica di Deleuze rimane aperta alla discussione. La sua osservazione indica il modo in cui il nome di Deleuze ricordi alla sua generazione «il cambiamento di pensiero» nato nel maggio 1968. Il mio interesse si concentra su quello che è il momento di una visione politica, deleuziano (e guattariano), e i miei argomenti presuppongono che il cambiamento, che Deleuze e Guattari cercarono di portare nel periodo rivoluzionario, costituisca l'«après coup» di quelli che, dal punto di vista del Terzo Mondo, sono stati i  loro interventi nella filosofia europea: un'implicazione teorica nel significante dominante del comunismo, vale a dire, il Partito. "Comunismo minore" significa una molteplicità di comunismi senza che ci sia un partito centrale. È innegabile che Deleuze e Guattari presero dai movimenti rivoluzionari del Terzo Mondo l'idea di un comunismo decentralizzato.

Filosofia del Terzo Mondo
    In effetti, la loro filosofia politica sarebbe priva di senso senza l'immanenza del Terzo Mondo, la quale non può essere rappresentata. Il concetto deleuziano (e guattariano) sarebbe pertanto l'unico modo per riuscire a comprendere la sua filosofia politica. In questo senso, nella sua politica, il Terzo Mondo non è tanto presente quanto piuttosto virtuale. In tal modo, la sua filosofia del Terzo Mondo va a collocarsi nel suo concetto di minoranza vista come «un popolo scomparso», vale a dire, coloro che non sono rappresentati dal linguaggio, o dall'ideologia dominante. Inoltre, il concetto di Terzo Mondo si riferisce all'esercizio trascendentale del linguaggio, cioè alla critica immanente della rappresentazione. Volendo, possiamo fermarci qui al fine di chiederci quale fosse il contesto ideologico allorché Deleuze e Guattari introdussero il concetto di Terzo Mondo nel loro discorso filosofico. Immanuel Wallerstein sostiene che «la principale protesta del 1968 sia stasa contro l'egemonia statunitense nel sistema mondiale.» [*7] Non sorprende, pertanto, che, nei loro argomenti, Deleuze e Guattari presuppongano una critica a questa egemonia da parte di una filosofia politica. In numerosi passaggi, descrivono direttamente il loro progetto politico definendolo come anti-imperiale o post-coloniale. Questa inclinazione politica, non era accidentale, né straordinaria, in quel periodo; si può persino dire che maggio 1968 sia stato il culmine del modo in cui la sinistra europea "scoprì" i popoli del Terzo Mondo. E in questo contesto, la filosofia politica di Deleuze e Guattari cercava di pensare filosoficamente alla situazione attuale dei popoli del Terzo Mondo. Un'indicazione di qual fosse il rapporto tra Deleuze e il Terzo Mondo, proviene dal fatto che Deleuze (insieme a Guattari), per spiegare la portata globale della politica, adottò la nozione di «popoli scomparsi». Ma chi sono questi popoli? La sua idea di popoli invisibili all'Occidente non è una metafora, bensì la potenzialità di una politica anti-rappresentativa: l'invenzione di un proletariato universale. Una classe rivoluzionaria unificata non è identificabile nella divisione sociale esistente; tuttavia, eventi futuri potrebbero portare all'emergere di un popolo del genere. Direi che il concetto di "popolo scomparso" risuona come se fosse la scoperta storica del Movimento dei Paesi Non Allineati nel Terzo Mondo.

   Pertanto, il progetto politico di Deleuze e Guattari non si inserisce nei tre gruppi storici della sinistra francese: la sinistra repubblicana, quella socialista e quella comunista. Michel Winock dà un nome al quarto gruppo della "ultra-sinistra". [*8] Louis Auguste Blanqui e Jean-Paul Sartre sono degli esempi di questa corrente, la quale criticava l'istituzione della sinistra esistente, e rifiutava la democrazia rappresentativa. Per loro, l'istituzionalizzazione delle elezioni funzionava come strumento governativo per poter catturare la rivolta popolare. In contrasto con questo modello, Christoph Kalter osserva come, dopo il 1956, la nuova sinistra radicale si stesse dirigendo verso una quarta rivoluzione. Egli sostiene che: «La fine degli imperi coloniali, influenzò due aree centrali, per la comprensione di sé che aveva la sinistra, con un enorme potenziale di conflitto: "rivoluzione" e "internazionalismo". All'interno della sinistra, le discussioni sull'impegno per la rivoluzione, e sui modi appropriati per raggiungerla, generavano continue dispute. Anche la teoria e la pratica dell'internazionalismo generavano conflitti, poiché la richiesta di mostrare "solidarietà" ai colonizzati spesso si scontrava con la politica della sinistra francese, orientata piuttosto a livello nazionale, filo-coloniale o filo-Mosca. I disaccordi sui conflitti e sulla politica di sinistra, si concentrarono sul concetto di Terzo Mondo.» [*9] Il concetto di Terzo Mondo, sollevò degli interrogativi su quale fosse il ruolo della sinistra francese nel mondo, così come sul «carattere, gli attori, i luoghi e l'orientamento della rivoluzione politico-sociale.» [*10] La diversificazione e la convergenza della sinistra ruotava attorno a questo concetto, insistendo che la solidarietà con i popoli colonizzati fosse necessaria ai fini di una rivoluzione radicale. La filosofia politica di Deleuze e Guattari, risuonò senza dubbio con le richieste della nuova sinistra radicale. Da questa prospettiva, il suo progetto politico, incentrato sul desiderio, piuttosto che sul potere, dovrebbe essere inteso come un tentativo di criticare il vecchio linguaggio della sinistra, e riattivare la virtualità della rivoluzione. Deleuze e Guattari consolidarono questa base, affermando la virtualità del Terzo Mondo attraverso la loro riflessione sui "popoli scomparsi". L'idea deleuziana (e guattariana) di una politica virtuale - la politica delle popolazioni scomparse - va di pari passo con la sua estetica anti-rappresentativa. La concezione che Deleuze ha del cinema, offre diverse chiavi chiave per le mie argomentazioni. Nel suo "L'immagine-Tempo", egli formula la seguente tesi sintomatica a proposito dei "popoli scomparsi": «Nel cinema americano e sovietico, le persone sono già lì: reali prima di essere reali, ideali senza essere astratti. Da qui l'idea che il cinema, come arte delle masse, potesse essere la suprema arte rivoluzionaria o democratica, capace di trasformare le masse in un vero soggetto. Ma numerosi fattori compromisero questa convinzione: l'ascesa di Hitler, che diede al cinema non le masse trasformate in soggetti, bensì le masse soggiogate; lo stalinismo, che sostituì l'unanimità dei popoli con l'unità tirannica di un partito; la decomposizione del popolo americano, che non riusciva più a credere di essere né un crogiolo di popoli passati né il seme di un popolo futuro (fu il neo-western a mostrare per primo questa decomposizione). In breve, se esistesse un cinema politico moderno, sarebbe su questa base: le persone non esistono più, o non ancora... Le persone sono scomparse.»[*11]

    Non è difficile notare come Deleuze stia descrivendo i tre poli dell'ideologia politica  - stalinismo, nazismo e americanismo - che concepiscono il cinema come "arte di massa", come un mezzo di rivoluzione e democrazia che produce il "vero" soggetto delle masse. Questa verità viene percepita come follia dalla realpolitik occidentale, dal liberalismo o dall'economia politica. Deleuze, insieme a Guattari, sostiene che «il cinema è in grado di catturare il movimento della follia, proprio perché esso non è né analitico né regressivo, in quanto esplora un campo globale di coesistenza.» [*12] In tal senso, il cinema può essere un'arma politica efficace per costruire macchine da guerra che sfuggono agli stati-nazione, visti come strumenti di cattura. Il concetto che ha Deleuze del Terzo Mondo, è legato a questo "internazionalismo", il quale inizia a esistere oltre quelli che sono gli stati-nazione. Così facendo, la verità del cinema si incontra con il popolo che non c'è. In maniera suggestiva, Deleuze sottolinea «la decomposizione del popolo americano», il quale durante la Guerra Fredda aveva dimenticato la propria storia di immigrazione multinazionale. Gli Stati Uniti  erano una terra di promessa per le popolazioni deterritorializzate, ma ora - come avviene nei neo-western - i suoi abitanti sono ossessionati dalla salvaguardia. Allo stesso tempo afferma: «Indubbiamente, questa verità si applicava anche all'Occidente, ma l'hanno scoperta pochissimi autori, dal momento che essa veniva nascosta da dei meccanismi di potere, e dai sistemi di maggioranza. Diversamente, tutto questo era assolutamente chiaro nel Terzo Mondo, dove nazioni oppresse e sfruttate rimanevano in uno stato di perpetua minoranza, in una crisi collettiva di identità. Il Terzo Mondo e le minoranze hanno dato origine ad autori che potevano dire, relativamente alla loro nazione e alla loro situazione personale in cui vivevano: è il popolo quel che manca.» [*13] Ciò che Deleuze suggerisce qui, è la sua spinta a far rivivere il cinema politico. La sua base è quella secondo cui «le persone non esistono più, o non esistono ancora.» [*14] Come fare a far emergere le persone? Nel senso deleuziano, il cinema politico non rappresenta delle situazioni rivoluzionarie; ma piuttosto crea una terza zona che va oltre la descrizione e la narrazione: crea la storia. [*15] Tutto ciò rimane aperto a delle infinite variazioni, e viene espresso per mezzo dell'"adeguamento" del soggetto all'oggetto.[*16] Una simile relazione implica dover identificare ciò che la telecamera vede oggettivamente con  ciò che il personaggio percepisce soggettivamente.

   La storia non ha bisogno di un pubblico alfabetizzato, quando scrivere nella lingua dominante  è impossibile. Ciò che è "altro del linguaggio" e non il linguaggio dell'altro - costituisce la base su cui l'arte, in particolare l'arte cinematografica, partecipa all'invenzione di un popolo. Deleuze insiste sul fatto che «nel momento stesso in cui il padrone, o il colonizzatore, proclama “Non c'è mai stato un popolo qui”, ecco che il popolo scomparso diventa, e si inventa, nelle baraccopoli e nei campi, nei ghetti, e lo fa in nuove condizioni di lotta, a cui un'arte necessariamente politica deve contribuire.» [*17]  Come esempi di cinema politico, cita Jean Rouch, Pierre Perrault e Ousmane Sembene. Secondo Deleuze, questi registi istituiscono una nuova legge che trasforma l'atto di parlare in quello della narrazione. Questo status indiretto del discorso  - narrazione - costituisce la dimensione politica della formazione di un popolo. È in questo processo che i registi e i loro personaggi diventano «una collettività che vince progressivamente, da un luogo all'altro, da persona a persona, da intercessore a intercessore.» [*18] Riprendendo i commenti di Serge Daney su "Ceddo" di Sembene, Deleuze sottolinea il cinema africano in quanto «cinema che parla, in quanto cinema dell'atto della parola». [*19] Parlare in modo cinematografico significa narrare: la base di una parola vivente che produce «il valore dell'enunciazione collettiva.» [*20] Questo atto di discorso condiviso, si oppone al mito della maggioranza, e isola un presente che viene vissuto sotto la sua superficie: «L'intollerabile, l'incredibile, l'impossibilità di vivere ora in "questa' società".» [*21] Nella sua analisi del cinema politico, Deleuze colloca il potere politico, non in Occidente ma nel Terzo Mondo. Allora, la decolonizzazione e la Guerra Fredda erano due poli della sinistra francese. In quel contesto storico, il suo approccio non era eccezionale. Vari gruppi di sinistra in Francia, cercarono di pensare al concetto di minoranza vedendolo come alternativa alla maggioranza dominante. Condividevano il rifiuto della democrazia rappresentativa e dell'apparato politico dei grandi partiti. Perciò si consideravano dei "veri" internazionalisti e antifascisti. [*22] Il concetto di Terzo Mondo divenne in tal modo il terreno politico di un nuovo internazionalismo e antifascismo, di fronte al crescente nazionalismo e conformismo della sinistra dominante; sia in Francia che nel blocco sovietico. Questo concetto catalizzò dei conflitti interni e, allo stesso tempo, facilitò delle alleanze con l'"ultrasinistra". L'enfasi di Deleuze sul Terzo Mondo, in quanto fondamento del cinema politico, va compresa in questo contesto.

Alex Taek-Gwang Lee (Bloomsbury, 2025) - traduzione di un estratto da "Communism After Deleuze", condiviso sul sito e-flux il 25 marzo 2025 -

NOTE:

1 Gilles Deleuze y Félix Guattari, Kafka: Toward a Minor Literature, trad. Dana Polan, University of Minnesota Press, 1986, p. 27.
2 Para la discusión deleuziana sobre el caosmos como un juego entre sentido y no-sentido, véase Gilles Deleuze, The Logic of Sense, trad. Mark Lester and Charles Stivale, Columbia University Press, 1990, p. xiii.
3 Idem.
4 Gilles Deleuze, Essays Critical and Clinical, trad. Daniel W. Smith y Michael A. Greco, Verso, 1998, p. xlix.
5 Daniel W. Smith, Essays on Deleuze, Edinburgh University Press, 2012, p. 160.
6 Eduardo Viveiros de Castro, Cannibal Metaphysics, trad. Peter Skarfish, Univocal, 2014, p. 97.
7 Immanuel Wallerstein, Geopolitics and Geoculture: Essays on the Changing World-System, Cambridge University Press, 1991, p. 65.
8 Michel Winock, La gauche en France, Tempus Perrin, 2006, p. 26.
9 Christoph Kalter, The Discovery of the Third World: Decolonization and the Rise of the New Left in France, c. 1950–1976, trad. Thomas Dunlap, Cambridge University Press, 2016, p. 67.
10 Ibid., p. 68.
11 Gilles Deleuze, Cinema 2: The Time-Image, trad. Hugh Tomlinson y Robert Galeta, University of Minnesota Press, 1989, p. 216.
12 Gilles Deleuze y Félix Guattari, Anti-Oedipus: Capitalism and Schizophrenia, trad. Rohert Hurley, Mark Seem y Helen R. Lane, University of Minnesota Press, 1983, p. 274.
13 Ibid., p. 217.
14 G. Deleuze, Cinema 2, op. cit., p. 216.
15 Ibid., p. 147.
16 Idem.
17 Ibid., p. 217.
18 Ibid., p. 153.
19 Ibid., p. 222.
20 Idem.
21 Idem.
22 C. Kalter, op. cit., p. 72.

mercoledì 18 marzo 2026

HABERMAS, ADORNO e la "ASTRAZIONE REALE"

« Dalla rivoluzione francese in poi, la sinistra si trascina dietro un concetto ideologico di democrazia, dove la logica della circolazione delle merci appare come se fosse l'archetipo di una comunicazione "libera" e discorsiva nella sfera politica. In ultima analisi, non si tratta altro che del regno "ideale" della produzione totale di merci, ridotto alla circolazione e contrapposto alla sua vile realtà. Va detto apertamente, e contro la sua iconizzazione messa in atto dalla sinistra radicale: "in ultima istanza", Adorno è un democratico borghese radicale, rimasto legato a un falso concetto di ragione, che egli fa derivare dalla sfera della circolazione, la quale non va mai in maniera conseguente al di là della forma-merce in quanto tale (sebbene vada sicuramente assai più lontano di quanto faccia la maggior parte dei suoi tardivi epigoni). Habermas non ha "tradito" il livello della riflessione adorniana, ma per mezzo della sua "ragione comunicativa", apertamente ricalcata sulla forma-merce, l'ha semplicemente resa più chiara e meno criptica di quella di Adorno. Rendendo impossibile, in tal modo, che si potesse superare storicamente la micidiale "astrazione reale". »

- Robert Kurz - da "La Fine della Politica", su "Krisis", 1994 -

lunedì 16 marzo 2026

REFERENDUM !!??!!!

   Quando all'improvviso - in una città greca ancora senza nome - scaturirono dal terreno un ulivo e una fonte, credo fosse più o meno il tempo in cui Mosè aveva deciso che era giunto il momento di lasciare l'Egitto.
L'oracolo delfico, che venne interrogato come al solito, informò subito gli abitanti di quella giovane cittadina che quella che si stava giocando era una partita -  mortalmente seria -  fra la temibile dea Atena (l'ulivo) e l'incazzoso Poseidone (l'acqua).
Pertanto, a decidere da chi e da che cosa la città dovesse prendere il nome, dovevano essere i cittadini!

   Il Re, quindi, radunò tutto il popolo e lo fece votare (e magari è stato proprio lì, e allora, che nacque il voto!!).
Ma, a partire dal fatto che si trattava, allora, dell'unica divisione, avvenne che gli uomini votassero per il dio del mare, mentre invece le donne, le quali anche allora si trovavano in maggioranza a causa di quel famoso cinquanta per cento più uno, votassero invece per Atena. Il fratello di Zeus, Poseidone, non la prese propriamente bene la cosa e, come prima misura, inondò la città.
Nel gioco della par condicio (che anche se allora non si chiamava così, visto che Roma non era stata neppure fondata), gli ateniesi (che ora venivano chiamati così) stabilirono che ci dovevano essere tre punizioni, da infliggere alle donne:

a) Tolsero loro il diritto di voto.
b) Impedirono che i figli prendessero il nome della madre.
c) Imposero che esse non potessero essere mai chiamate "le Ateniesi"!

   Pazienza per le donne! Anche se Bachofen, in tutto questo avvenimento, sia riuscito a leggere addirittura la fine del matriarcato!! Oramai era fatta!!!