venerdì 5 giugno 2020

Ritorni più o meno eterni

Ritorno alla normalità del capitalismo?
- Le discussioni e l'attivismo intorno al coronavirus si intensificano e assumono i caratteri di uno spaventoso irrazionalismo -
- di Herbert Böttcher -

Chi è che offre di più?
A quanto pare, non c'è nessun modo per fermare il de-confinamento ed il ritorno alla normalità capitalistica. I primi ministri dei vari Länder tedeschi stanno facendo a gara per superarsi l'un l'altro negli esercizi di de-confinamento. I politici cedono alle pressioni economiche e psicologiche e/o ne aggiungono a loro volta delle altre. Ovviamente, con quello che è stato il discredito generale dei virologhi che è stato messo in atto, è stato risolto un dibattito relativo ai contenuti circa le conoscenze virologiche. Il Partito Liberale Democratico (FDP) ha dichiarato che il sotto-utilizzo degli ospedali sarebbe la prova che «i virologhi» hanno dipinto scenari da film horror. Ormai non c'è più alcun bisogno di perdere tempo a continuare a riflettere sul fatto che gli scenari da film horror avrebbero potuto essere evitati, dal momento che i politici - pure sotto la pressione delle immagini proveniente dall'Italia e dalla Spagna - hanno tratto le corrette conclusioni a partire dal lavoro dei virologhi. Anziché una discussione che si relazioni al contenuto delle diverse scoperte scientifiche, si fa invece ricorso ad una sorta di sentimento istintivo e ad un approccio che viene supposto come di «buon senso comune». Il pubblico vuole libertà, «libero transito per cittadini liberi» nella normalità del capitalismo. Tutto questo include negozi, centri commerciali, capannoni di mobili, ecc., e per ultima, ma non meno importante, l'offerta dell'industria dell'intrattenimento e degli eventi - includendo in questa la Lega di Calcio Tedesca, la quale è particolarmente apprezzata dai Primi Ministri. Nel vendere le sue partite alle TV a pagamento, la Lega Calcio ha escluso molti tifosi, ed ora evidenzia quale sia la sua importanza sociale ai fini della coesione della società.
Tutto questo non può più aspettare, poiché si presuppone che l'economia tornerà a funzionare, ma anche perché ci sono molti che non sopportano la situazione a causa del proprio ego esotericamente esaltato, e fuggono da quello che è il loro proprio vuoto. Di conseguenza, insegnanti ed educatori devono devono tornare a fare il loro lavoro, ed a preoccuparsi della discriminazione sociale nell'istruzione è proprio il Partito Liberale Democratico. Se le organizzazioni professionali dell'istruzione mettono in guardia circa i rischi per la salute, e pretendono dai datori di lavoro il dovere di tutela ed assistenza, allora corrono il rischio che la loro categoria venga screditata in quanto inflessibile, antisociale e poco solidale. Il caos conseguente alla riapertura delle scuole e degli asili è irrilevante. La vita non è un valore assoluto, come ha potuto testimoniare il Presidente del Bundestag Schäuble -  sostenuto in questo da Sarrazin e dai Verdi -, ma ad esserlo è il ritorno alla normalità capitalistica. E lo «slogan della domenica» trasmesso dal talk-show di Anne Will, è arrivato dal Partito Liberale Democratico: «chi ha paura resti a casa!», ha detto Kubicki. Questa indicazione liberale dovrebbe essere seguita dai lavoratori migranti, dal personale infermieristico e da quello scolastico - che, simultaneamente, dovrebbero reclamare al FDP quella sicurezza sociale necessaria ad attuare i consigli liberali. La critica alla mania di voler mettere in atto il de-confinamento non nega che il coronavirus sia un «inconveniente ed una seccatura» per gli anziani e i malati, soprattutto per i moribondi, per il personale infermieristico sottopagato e sovraccaricato di lavoro, per i bambini ed i giovani e per i loro genitori, per il personale degli asili nido, delle scuole e dei supermercati, per i lavoratori migranti dell'industria delle carne e dell'agricoltura, per i detenuti e per le detenute, per gli espulsi, per i senzatetto e per i richiedenti asilo, per i rifugiati che si trovano nei campi di detenzione.  Tutti loro, i quali nella normalità del capitalismo di crisi sono quelli che soffrono il disprezzo e l'esclusione, sono anche quelli che vengono più colpiti dalla situazione del coronavirus. Questo non colpisce tutti allo stesso modo, ma - così come avviene nella situazione normale - colpisce soprattutto le persone a reddito zero, o quelli con un basso reddito, colpisce le famiglie che vivono in situazioni di povertà, colpisce i lavoratori precari, i  lavoratori autonomi più modesti. Quel che è evidente e salta agli occhi è che niente di tutto questo si vede nei dibattiti o nelle manifestazioni. In primo piano si trova solamente il soggetto «autonomo» standard di quella che è la normale situazione capitalista. In particolare, a svolgere la funzione di loro avvocati sono i liberali dell'Unione Cristiano-Democratica di Germania (CDU) e del Partito Liberale Democratico (FDP). Li preoccupa il fatto che questo soggetto non possa più riuscire a sopportare quelle che sono irragionevoli richieste che vengono associate al coronavirus. E pertanto esigono ad alta voce, e a volte drasticamente, quelli che sono i loro diritti e le loro libertà fondamentali, chiarendo così a chi è appartengono nel capitalismo, questi diritti e queste libertà.  Tuttavia, quei luoghi in cui il de-confinamento sarebbe più urgente si trovano in secondo piano nell'agenda politica. Ma mancano progetti, test e materiale, come maschere ed indumenti che possano permettere di fare visite in sicurezza nelle case di cura, mancano strutture ospedaliere e unità di terapia intensiva. E non ci siamo ancora nemmeno soffermati a pensare a quelle circa le contraddizioni tra l'ignoranza nei paesi poveri e l'aumento delle esportazioni tedesche di armi da guerra, tra la riduzione dell'ossido di azoto e la pressione esercitata dall'industria automobilistica per avere incentivi alla rottamazione e i pacchetti di stimolo economico.

Furia incontrollabile senza distanziamento
Il weekend del 7-10 maggio ha visto una Germania infuriata. Secondo l'associazione "Colonia contro la destra" a scendere in strada è stato «un miscuglio di liberali, esoterici, anti-vaccini, negazionisti della pandemia e attori di estrema destra e di destra». nel corso delle manifestazioni, non solo non sono state rispettate le regole di distanziamento, ma sono anche state ridicolizzate, invitando i passanti a togliere le mascherine protettive. Hans -Thomas Tillschneider, membro della disciolta ala destra dell'Alternativa per la Germania (AfD), nel corso di un comizio anti-coronavirus a Magdeburgo è stato applaudito al grido di slogan come «la maschera protettiva è una museruola», oppure «contro questi ordini, dobbiamo fare orge di discussione che li annullino». Le posizioni di destra e di sinistra sembrano incontrarsi nella rabbia contro le restrizioni associate al coronavirus. Autodeterminazione, resistenza al paternalismo statale e rivendicazioni di democrazia di base sembrano essere denominatori comuni.
Alla base dell'attivismo si trova una «falsa immediatezza», la quale si basa a sua volta sull'immediatismo delle esperienze e dei fenomeni individuali, senza che questi vengano sottoposti ad una riflessione critica circa quello che è i contesto sociale. Laddove la riflessione critica e l'elaborazione della teoria critica vengono sospese, ecco che hanno il sopravvento quelle che sono fantasie cospirative. Il virus viene dichiarato inoffensivo, e la pandemia diventa una messinscena posta in atto da forze oscure. Sono addirittura le narrazioni della cospirazione, a rivendicare per sé stesse diritti e libertà civili, e fiutano odore di minaccia di un attacco mirato portato avanti dallo Stato. Il video di Ken Jebsen su YouTube, «Gates kapert Deutschland!» ["Gates dirotta la Germania"], che diffonde le solite fantasie cospirative è stato cliccato più di 3 milioni di volte in pochi giorni, dimostra quanto questo abbia influenzato profondamente gli animi di grandi gruppi di popolazione.

Il declino del «soggetto autonomo» maschile
Il «soggetto autonomo» ormai non può più sopportare tutti gli affronti derivanti dalle restrizioni imposte a causa del coronavirus e, nella sua narcisistica megalomania, e spinge ad una rottura in modo da poter tornare alla normalità dell'assoggettamento «autonomo» nella normale situazione capitalista. In quanto agente del «lavoro astratto», aveva già raggiunto i suoi limiti nella situazione normale dello stato di crisi, perché la sua libertà e le sue decisioni sono legate al dispendio di lavoro che nella crisi va in pezzi. Le promesse di «autorealizzazione» non possono essere mantenute, E coloro che non intendono rinunciare alla lotta competitiva - alla concorrenza per quelle che ormai non sono altro che delle possibilità sempre più piccole - devono adattarsi , nella loro percezione dell'attribuzione della responsabilità personale, e dotarsi di una sorta di «io imprenditoriale» che si trova così in perenne concorrenza, con prospettiva di successo sempre minori e con uno stress sempre maggiore.
Col coronavirus, anche tutti i problemi associati alla costituzione del soggetto diventano più gravi e più evidenti. La sua disintegrazione salta chiaramente agli occhi. Esso non è in grado di sopportare le restrizioni, e preme per tornare al normale assoggettamento della normale situazione capitalista, che viene celebrata come «libertà». E le cui industrie di intrattenimento e di eventi promettono, quanto meno, il sollievo per mezzo di un qualche diversivo. Anche a tal fine, è necessario che venga rimesso nuovamente al lavoro il motore a singhiozzo della valorizzazione capitalistica.
Tutto ciò che si oppone alla volontà di normalità è oggetto di attacco. E questo include sia la scienza che gli scienziati. Nel contesto dell'ostilità alla scienza,  espressa anche dai politici, diventa particolarmente evidente l'ostilità alla teoria e alla riflessione; ostilità che fa anch’essa parte della normalità del capitalismo. L'unica cosa che conti, è tutto ciò che, nella «falsa immediatezza», serve a rendere legittima la fuga dalla prigione del coronavirus. Il «soggetto autonomo», il quale riesce a pensare e ad agire solamente nel quadro della normalità capitalistica, presupposta senza alcuna riflessione, preferisce farla finita con qualsiasi ragionamento piuttosto che arrivare a comprendere la fine delle relazioni capitalistiche e, di conseguenza, la sua stessa propria fine. Comprendere le relazioni sociali e, quindi, il legame esistente tra la prigione del coronavirus e la prigione della normalità capitalista appare un po' troppo complesso, e soprattutto non sembra favorire l'impulso all'evasione.
Come sollievo, ci vengono offerte le ideologie del complotto; e grazie al cardinale Müller & soci, queste ideologie fanno il loro ingresso anche in Vaticano, nonostante Papa Francesco. Con esse si possono legittimare le proprie necessità e i propri interessi immediati: sia che si tratti della libertà di sviluppare il potere e lo splendore della Chiesa, dell'illusione nazionalista («paura significa tradimento») vista come libertà «del popolo», o che si tratti della libertà di poter approfittare delle offerte provenienti dall'industria del tempo libero e dell'intrattenimento.
Chiunque si opponga al de-confinamento diventa un nemico della libertà, un obiettore teorico e un ostruzionista scientifico. Innanzitutto, però, le esperienze negative possono essere attribuite a dei colpevoli identificabili. Chiunque intenda procedere contro di loro per diffamazione, minaccia o perfino violenza oramai non deve più sentirsi impotente, ma può dimostrare il suo potere virile e la sua capacità di azione. Così ciò che rimane è l'autoaffermazione maschile - clericale e profana. In essa, quelli che sono i ruoli e le competenze si sono modificati. Ora è forte chi esce dal confinamento, debole è chi esita. Coraggioso è colui che si espone ai pericoli o che li nega. Paurosi, e allo stesso tempo privi di qualsiasi solidarietà, sono invece quelli che, di fronte ai diffusi sconfinamenti, si preoccupano della loro salute.
Il «soggetto autonomo», sotto la coazione dell'autoaffermazione virile, va di fuori e impazzisce - arrivando all'«Amok» e all'autodistruzione. Ed è qui che si vede il risultato finale di che cosa consista il «soggetto autonomo» maschile. Sotto la coazione ad affermarsi, ma non riuscendo più a farlo in quelle che sono le condizioni capitalistiche di crisi, e come atto finale di una disperata autoaffermazione, viene spinto alla distruzione. Attila Hildmann, l'imprenditore gastronomico fantasista della cospirazione, si è molto avvicinato al fenomeno «Amok», nel momento in cui ha detto: «Se dovrò morire in quella che è la lotta per la nostra libertà, allora che avvenga con una pistola in pugno e con la testa alta.» La volontà di morire diventa un'espressione della possibilità che gli rimane di presentarsi e mettersi in scena in quanto soggetto autonomo maschile, e nel caso, anche di «portare con me alcuni dei miei nemici».

- Herbert Böttcher - Pubblicato il  27.05.2020 su Exit! - 

fonte: Exit!

giovedì 4 giugno 2020

La Grande Illusione

Negli ultimi anni le democrazie occidentali sono apparse improvvisamente fragili e inadeguate di fronte all'assalto di forze spesso definite populiste o sovraniste, ma in ogni caso ostili al modello liberale. Se tutto ciò sta accadendo con ogni evidenza davanti ai nostri occhi, è spesso più difficile accorgersi di quanto avviene sul piano internazionale - e cioè sul delicato terreno dei rapporti tra Stati e nel quale ha avuto origine il disgregarsi del sogno di pace globale che la caduta del Muro di Berlino sembrava promettere. Con La grande illusione John Mearsheimer, uno dei maggiori esperti al mondo di relazioni internazionali, mostra infatti come alla fine della Guerra Fredda non abbia fatto seguito un "mondo nuovo", libero e unito, ispirato ai principi di un Occidente guidato dagli Stati Uniti d'America, bensì l'emersione di modelli alternativi in un contesto che ha rifiutato nettamente il progetto della egemonia liberale. "La grande illusione", uno studio approfondito, una disamina spietata e anche un appassionato appello al realismo politico, ripercorre la storia del crollo dell'edificio liberale, evidenziando gli errori anche tragici che sono stati commessi, ma che possono oggi essere di insegnamento per una convivenza globale più equilibrata.

(dal risvolto di copertina di: "La grande illusione. Perché la democrazia liberale non può cambiare il mondo", di John J. Mearsheimer. Luiss)

Se il liberalismo cede al nazionalismo
- John Mearsheimer. Un saggio esamina le fragilità delle democrazie liberali -
di Salvatore Carruba

Benissimo: nulla sarà più come prima. Ma saremo più liberi o meno liberi? Avremo maggiore o minore fiducia nella libertà, nei diritti umani, nello stato di diritto? E chi eserciterà nel mondo un ruolo egemone, gli Usa o la Cina? Il coronavirus riporta d’attualità e imprime un aggiornamento al grande dibattito sul futuro della democrazia liberale in corso ormai da anni.
Significativo della cautela con la quale molti studiosi affrontano il tema, alla luce soprattutto della diffusione delle tendenze populiste, è questo libro dello statunitense John Mearsheimer, docente a Chicago, esperto di relazioni internazionali ed esponente di punta della visione “realista”, in versione “offensiva”, in politica estera. Qui l’autore riprende le sue teorie sul ruolo egemonico che gli Usa hanno potuto svolgere dopo la fine del comunismo, basato sull’assunto che la democrazia liberale fosse l’unico modello praticabile, da diffondere in tutto il mondo per imporre appunto una sorta di «egemonia».
Secondo l’autore, ogni sforzo in questa direzione è andato frustrato regolarmente, proprio per la forza inesorabile della realtà, che impone alle potenze, Usa in primis, di comportarsi in modo ben diverso da come si presentano. Ma non c’è solo il realismo a smentire le buone intenzioni del liberalismo, costretto a fare i conti anche, e sempre più frequentemente, con la forza del nazionalismo.
Sta forse qui il punto più originale e attuale di questo libro. Mearsheimer conduce un’analisi assai puntuale su cosa sia, come ci si atteggi e come si operi sul campo il liberalismo. Mette in luce la debolezza di alcuni assunti del liberalismo, a partire dalla fede nella ragione e dalla capacità di individuare un discorso morale nel quale tutti possano riconoscersi. Contesta il paradigma della centralità dell’individuo, sottolineando l’esigenza ancestrale a difendersi attraverso la solidarietà tribale e il riconoscimento dell’esigenza che qualcuno eserciti il potere. Sottolinea alcune gravi aporie, quale quella di proclamare la tolleranza, a costo di restare sguarnito nei confronti di chi tollerante non è nei suoi confronti. E conclude perciò che «il fatto di vivere in un mondo popolato da esseri sociali dotati di capacità critiche straordinarie ma limitate è la radice inestirpabile del conflitto umano». Ma Mearsheimer non è un “illiberale”: egli afferma che «il liberalismo può essere veramente una forza al servizio del bene all’interno degli Stati», ribadisce che esso «ha tante virtù come sistema politico»; conclude che «la democrazia politica (è) la forma politica migliore. Non è perfetta, ma batte nettamente la concorrenza». Ma solo a livello interno: se si mette in mente di diffondere i diritti umani e di diffondere la democrazia liberale in tutto il mondo, esso si rivela una «fonte di guai».
Lo studioso argomenta dettagliatamente la sua tesi (senza mai cadere nella pedanteria, ma anzi con stile accattivante): riafferma come principio fondante della convivenza planetaria quello della sovranità; indica «i limiti e i pericoli dell’ingegneria sociale»; smonta l’argomento secondo il quale le democrazie non si farebbero reciprocamente guerra; e lancia una sfida potente e attuale al liberalismo, quella di imparare a fare i conti col nazionalismo. Questo sta al pianeta come l’individualismo allo Stato, secondo Mearsheimer: se accettiamo la versione radicale, e oggi consolidata, dell’individualismo, non possiamo poi meravigliarci che «i membri di una nazione (siano) fermamente decisi a massimizzarne l’autonomia». Della nazione, l’autore individua le sei caratteristiche di base (senso di unitarietà, e di superiorità, cultura specifica, radici storiche profonde, sacralità del territorio; sovranità) che rendono il nazionalismo più potente del liberalismo, assicurandogli di poter svolgere un autentico «ruolo inibitore sugli spazi di movimento delle grandi potenze».
Ci attende dunque un mondo frammentato e ancora più bellicoso? Non è detto, conclude l’autore, se nelle relazioni internazionali riscopriremo le virtù del realismo e della «moderazione».
Il pubblico di Mearsheimer è soprattutto quello degli esperti di politica internazionale; ma il suo messaggio riguarda tutti: non tanto per il suo richiamo alla modestia e all’umiltà nel coltivare disegni palingenetici; ma soprattutto per il richiamo alla forza perdurante del nazionalismo, dato troppo prematuramente per scomparso e col quale si giocheranno le prospettive future del liberalismo in un mondo a globalizzazione inceppata.

- Salvatore Carruba - Pubblicato sul Sole del 3/5/2020 -

mercoledì 3 giugno 2020

Paura & Processioni

Gli Achei, Manzoni: ci si salva insieme
- di Carlo Rovelli-

Si apre con un’epidemia la grande letteratura occidentale. Apollo scende irato sui campi degli Achei all’inizio dell’Iliade (dalle vette scese d’Olimpo, col cruccio nel cuore, e su le spalle l’arco reggeva, e la chiusa faretra; … scendeva, pareva una notte … sugli Achei lanciando amarissimi dardi, li sterminava; e fitte le pire ardevano sempre dei morti). Un’epidemia apre la più grande delle tragedie, turbando Edipo Re di Tebe (l’infestissima peste su Tebe incombe e la tormenta, e dei Cadmèi vuota le case, sì che l’Ade negro, diventa opulento d’ululi e di pianti). Il secolo d’oro di Atene è devastato da una delle epidemie maggiormente rimaste nell’immaginario del mondo, per la descrizione che ne fa Tucidide e la versione sconvolgente che ne dà Lucrezio in chiusura al suo poema (trasudava di sangue la bocca annerita e si chiudeva la gola, ostruita da ulcere e dal male stillava sangue la lingua, l’alito spandeva un fetido odore come puzzano i cadaveri putrefatti, … cadaveri giacevano ammucchiati e insepolti … per le vie si potevano vedere corpi orridi per lo squallore coperti di cenci e del marciume del corpo…).
Si stima che la peste antonina fece fra 5 e 30 milioni di morti durante l'Impero. La peste di Giustiniano forse di più, e disgregò il tessuto sociale (Paolo Diacono ne descrive così una tarda ondata: «Tutti erano scappati e tutto era avvolto nel silenzio più profondo. Figli se ne andavano lasciando insepolti i cadaveri dei loro genitori; genitori dimenticavano i loro doveri abbandonando i loro figli»); alcuni storici la considerano un fattore del crollo della civiltà urbana europea del mondo antico. Alla fine del Medioevo, la peste nera, in numerose ondate successive, uccide un terzo degli abitanti dell’Europa. Nel mio mondo della fisica si ricorda che nel Seicento Newton scrive la sua grande opera durante un ritiro in campagna perché un’epidemia devastava Londra. In Italia ricordiamo la peste a Milano descritta dal Manzoni. A Marsiglia, dove lavoro, si ricorda la peste del 1720, che ha ucciso quasi metà degli abitanti della città. Esattamente un secolo fa, l’influenza chiamata Spagnola ha fatto 50 milioni di morti.
Leggevamo tutto questo nei testi di storia e ci sembrava il passato. Anzi, consideravamo essere quasi il simbolo della modernità il fatto che progresso, sapere scientifico, maestria dell’uomo sulla Natura, ci avessero portato fuori da questi incubi del passato. Oggi il dilagare della pandemia ci risveglia da questa illusione. Il progresso è meno potente di quanto pensassimo.
È una lezione di umiltà da tenere ben presente. Rendiamoci conto della nostra debolezza. In Italia c’è una sensazione allegra che il peggio sia passato, ma non sappiamo se la malattia stia rallentando o se abbiamo solo attraversato la prima di ondate successive, come accadeva nelle grandi epidemie del passato. Speriamo molto in un vaccino, ma per ora non l’abbiamo, e solo una piccola minoranza di noi è ora forse immune. Il confronto con la devastazione delle epidemie del passato, tuttavia, ci deve fare riflettere e ci mostra che non dobbiamo sottovalutare gli strumenti che abbiamo. Per difendersi dall’epidemia, gli Achei hanno restituito a un sacerdote di Apollo la figlia violentata da Agamennone. Azione buona, certo, ma che non deve aver avuto grande efficacia sul morbo. Edipo manda il cognato a Delphi a chiedere lumi su come liberarsi del male, con l’unico risultato di infilarsi in un ben noto ginepraio: la Pizia gli risponde che ha ucciso suo padre e sposato sua madre. Manzoni racconta di processioni contro la peste: esattamente quello che non bisogna fare. L’umanità è stata a lungo del tutto impotente nei confronti delle epidemie.
Non siamo nella stessa situazione. Non sappiamo come evolverà, ma per ora nel mondo la pandemia ha fatto quattrocentomila morti: molti, ma ancora pochissimi rispetto alle grandi epidemie del passato. A Milano e a New York abbiamo sentito le sirene delle ambulanze, ma non lamenti di moribondi sopra mucchi di cadaveri nelle strade. L’esistenza di un test, le cure intensive negli ospedali, gli antibiotici per le complicazioni batteriche, hanno salvato centinaia di migliaia di vite. Le decisioni politiche sul distanziamento sociale, poggiate sui calcoli degli epidemiologi, hanno evitato il collasso dei sistemi sanitari, riducendo drammaticamente il numero di decessi. La speranza di un vaccino non è campata in aria: è concreta. Se da un lato non dobbiamo commettere l’errore di pensare di essere onnipotenti, dall’altro non dobbiamo neppure disconoscere il valore dei tanti strumenti medici, scientifici, culturali ed economici di cui disponiamo e che i nostri padri non avevano.
Questi strumenti non sono appannaggio di un Paese o dell’altro: sono stati sviluppati dalla collaborazione dell’umanità intera; il loro sviluppo continua globalmente. Il riconoscimento rapidissimo del virus, lo sviluppo dei test, i modelli necessari per controllare l’epidemia, sono tutti saperi globali, resi possibili dall’immediata collaborazione internazionale. Gli strumenti con cui ci siamo difesi, dai ventilatori alle mascherine, sono stati prodotti in Paesi che hanno rifornito il mondo intero. Se e quando troveremo un vaccino, non ci sarà un Paese che ha un vaccino e gli altri no, a meno che non facciamo sciocchezze. Sarà l’umanità intera che condivide un vaccino, speriamo. Ci siamo difesi meglio che nel passato grazie al fatto che l’umanità ha saputo collaborare. Se il virus fosse arrivato alle nostre frontiere incontrando un Paese isolato e chiuso in se stesso, sarebbe stato molto più devastante, come sono state devastanti le epidemie che arrivavano nel passato. Gli effetti storici delle epidemie sono stati i più vari e sono difficili da valutare. Forse alcune hanno accelerato crolli di civiltà. Forse la peste del Trecento ha favorito l’avvio della modernità in Europa. Speriamo che la pandemia odierna resti minuscola comparata con le grandi epidemie del passato; nessuno sa come evolverà e nessuno oggi sa davvero quali e quanti effetti stia avendo sull’umanità.
Ma nei momenti in cui si prova paura, si hanno due istinti opposti: aiutarci l’un l’altro, oppure chiuderci in piccoli gruppi e difenderci contro gli altri. Penso che il futuro del mondo dipenda da quale di questi due istinti prevalga oggi. Il secondo atteggiamento, la chiusura contro gli altri, è purtroppo diffuso. Sento voci dire che l’epidemia è dovuta alla globalizzazione, e per questo la globalizzazione diminuirà. Altre dire che i Paesi, o le grandi regioni del mondo, devono diventare autosufficienti e non dipendere dagli altri, come se ogni Paese potesse davvero produrre tutto l’essenziale per tutte le evenienze. Voci si stanno levando forti e rabbiose nel mondo per dare colpe ad altri dell’accaduto, spesso per deflettere accuse per propri errori commessi. Le tensioni aumentano nel pianeta.
Se questo istinto di chiusura e conflitto prevale, se prevale la logica del «meglio salvarsi da soli», allora quest’epidemia sarà disastrosa per l’umanità. Il primo Paese che svilupperà il vaccino, per esempio, lo vorrà tenere per sé. Qualcuno ha già proposto di farlo. La rottura dell’interdipendenza economica, di cui si parla in diverse parti del mondo, è aprire la porta a conflitti crescenti, alle guerre, alla povertà diffusa. A rigettare nella miseria i milioni di esseri umani che ne sono usciti negli ultimi decenni. Se la nostra logica è «prima gli italiani», allora non possiamo sperare che qualcuno aiuti noi nel momento della difficoltà, o che qualcuno condivida con noi medicine, cure, beni, il vaccino. Se invece questa crisi, che è globale, ci aiuta a capire quanto l’umanità condivida rischi che sono comuni, minacce comuni, e soluzioni comuni dei problemi, se rafforza la consapevolezza che dobbiamo lavorare insieme, stabilire regole comuni, condividere, mettere in comune risorse, imparare a fidarci l’uno dell’altro, allora possiamo continuare a difenderci.
L’Italia è un piccolo Paese con più influenza nel mondo di quanto di solito non ritenga. Si è trovata nella spiacevole posizione di avanguardia dell’Occidente nell’affrontare la crisi. Nel mondo è stata osservata con attenzione, apprezzata, e seguita, nelle sue difficilissime scelte. Spero sia capace di alzare una voce forte e chiara contro le tante voci spaventate che oggi nel mondo chiedono chiusure.
L’unica strategia che ci permette di difenderci dalle crisi è aumentare la collaborazione globale: politica, economica e scientifica. La pandemia in corso non è finita e non sarà l’ultima crisi seria a cui dovrà fare fronte l’umanità. Altri allarmi sono stati lanciati, come gli allarmi che erano stati lanciati per il rischio di pandemia. Se la politica mondiale si orienta verso l’apertura, la collaborazione, la risoluzione comune dei problemi dell’umanità, abbiamo una possibilità di superarla. Se reagiamo chiudendoci, se prevale la logica devastante del «prima noi», ci facciamo del male da soli, cadiamo in una reazione irrazionale come chi faceva processioni nel Medioevo. Non ci si difende da un virus chiudendo frontiere, diminuendo gli scambi, o producendo cose in proprio: virus e batteri viaggiavano anche al tempo di Ettore e Achille.

- Carlo Rovelli - Pubblicato sul Corriere del 31/5/2020 -

martedì 2 giugno 2020

O la borsa o la vita!!

Morte in paradiso: violenza della polizia, pandemia e crimini del capitale
- di  Slavoj Žižek -

Il nostro mondo sta sprofondando gradualmente nella follia: anziché assistere ad una solidarietà globale coordinata contro la minaccia del covid-19, siamo testimoni non solo del proliferare di disastri nell'agricoltura, che aggravano quella che è la prospettiva di una carestia di proporzioni enormi (si registrano invasioni di locuste in aree che vanno dall'Africa orientale al Pakistan; la peste suina si sta diffondendo più forte che mai), ma anche dell'esplodere della violenza poliziesca, la quale viene assai spesso ignorata dai media (quanto poco si legge a proposito degli scontri, con diversi feriti, che avvengono alla frontiera militare tra India e Cina?). In un'epoca così disperata come questa, può essere giustificabile voler evadere di tanto in tanto verso la visione di una buona vecchia serie poliziesca, quale lo è la vecchia produzione franco-britannica "Death in Paradise" ["Delitti in Paradiso"]. Ma purtroppo viviamo un una realtà che continua a perseguitarci anche nella fiction, di modo che, perfino lì, in quell'immaginaria isola caraibica dove si svolge la serie, si impongono dei paralleli con l'attuale crisi pandemica. In uno degli ultimi episodi della serie, l'ispettore di polizia scopre che l'assassino, per cancellare le tracce del suo delitto, si è avvalso di un complice; e che questo complice non era altro che la vittima stessa: un uomo incline ad umiliare gli altri, ma che aveva anche degli empiti di colpa e di pentimento. In poche parole, il movente dell'omicidio sono le angherie e le brutali umiliazioni che subiva la vittima quand'era al liceo. Quando è già mortalmente ferito, la vittima si rende conto della sofferenza che aveva causato, e usa quelle che sono le sue ultime forze per inquinare la scena del crimine in modo da fa sembrare che l'omicidio sia stato commesso da una terza persona, scagionando così il vero assassino. In un gesto simile c'è qualcosa di nobile, il segno di un'autentica redenzione. Ma l'ideologia trova sempre il modo per corrompere gesti così nobili: riesce a far sì che la vittima, e non il criminale, cancelli volontariamente ogni traccia del crimine, e lo presenti come un prodotto del suo libero arbitrio. Non è forse questo ciò che migliaia di persone stanno facendo, nel "paradiso" chiamato Stati Uniti, quando manifestano rivendicando la fine del lockdown? Tornare troppo rapidamente alla "normalità", come sostiene Trump ed il suo management, espone troppe persone a quella che è la minaccia, potenzialmente letale, del contagio: ma anche così ci sono persone che lo pretendono, coprendo così ogni traccia del crimine di Trump (e del capitale). All'inizio del 20° secolo, molti lavoratori nelle miniere del Galles si rifiutavano di indossare elmetti ed altri costosi dispositivi protettivi, benché servissero a ridurre drasticamente la possibilità di incidenti mortali (che nelle miniere di carbone abbondavano); e ciò perché i costi degli equipaggiamenti sarebbero stati dedotti direttamente dai loro salari. Oggi, sembra di essere regrediti al medesimo disperato calcolo, il quale non è altro che la stessa versione rovesciata della vecchia scelta obbligata tra «o i soldi o la vita» (dove, è ovvio, si sceglie la "vita", anche se si tratta di una vita miserabile). Se oggi un lavoratore sceglie la "vita", anziché il "denaro", finisce per perderli entrambi, e quindi l'unica opzione è quella di tornare al lavoro per poter guadagnare denaro per poter sopravvivere; ma la "vita" che rimane viene ad essere brutalmente limitata da quella che è una minaccia di contagio e morte. Trump non è colpevole di uccidere i lavoratori, dopo tutto essi hanno fatto una libera scelta; ma è colpevole di offrire ai lavoratori una scelta "libera" in cui l'unico modo di sopravvivere è quello di rischiare la propria vita, e per sovrammercato li umilia ancora di più mettendoli in una situazione nella quale i lavoratori devono manifestare il loro "diritto" a morire sul posto di lavoro. A queste proteste contro il lockdown, vanno contrapposte le esplosioni di rabbia che stanno deflagrando ovunque in seguito ad un'altra morte che è avvenuta ne paradiso statunitense; la morte di George Floyd, a Minneapolis. Sebbene la rabbia di migliaia di neri che protestano contro questo atto di violenza della polizia non sia direttamente legata alla pandemia, è facile riconoscere nel contesto del suo scenario una chiara dimostrazione di quelle che sono le statistiche delle morti per covid-19: i neri e gli ispanici hanno una probabilità assai più alta di morire a causa del virus, rispetto agli americani bianchi. In questo modo, l'epidemia ha portato alla luce le conseguenze abbastanza materiali di quanto sia profonda negli Stati Uniti la voragine di classe: non si tratta solo di una questione di ricchezza e di povertà, ma è anche (in maniera abbastanza letterale) una questione di vita e di morte; e questo sia per quel che riguarda la polizia, sia per la pandemia del nuovo coronavirus. Tutto ciò, ci riporta al nostro punto di partenza - nella serie poliziesca - del nobile gesto della vittima che aiuta il criminale a cancellare ogni traccia del suo delitto: un atto, questo, se non giustificato, quanto meno comprensibile se visto come momento di disperazione. Sì, i manifestanti sono assai spesso violenti, ma bisogna concedere alla loro violenza un'indulgenza più o meno analoga a quella che la vittima concede al suo assassino nell'episodio di Delitti in Paradiso.

- Slavoj Žižek - Inviato direttamente a BLOG DA BOITEMPO - 1° giugno 2020 -

fonteBLOG DA BOITEMPO

lunedì 1 giugno 2020

Il fallimento dell’America


« Io penso che ciò cui stiamo assistendo, è che l'America, in quanto esperimento sociale, ha fallito. Ciò che intendo dire è che i neri, la loro storia, per più di 200 anni, hanno visto il fallimento dell'America, hanno visto che la sua economia capitalista non è in grado di far sì che le persone possano vivere delle vite decenti. Lo Stato-Nazione, il suo sistema di giustizia penale ed il suo sistema legale non sono riusciti a produrre la protezione dei diritti e della libertà. Ed ora, con la nostra cultura, così orientata al mercato, ciascuno viene messo in vendita, tutto è in vendita, non si riesce ad assicurare quel genere di nutrimento reale per l'anima, e non c'è più alcun significato, alcuno scopo. E così, si arriva a questa tempesta perfetta di quelli che sono tutti quanti i molteplici fallimenti, ai diversi livelli, dell'impero americano, e di questo Martin King ce ne aveva già parlato... Il sistema non può più riformarsi da sé solo. Ci abbiamo provato a mettere delle facce nere nei posti di comando. E troppo spesso abbiamo visto che i nostri politici neri, la classe professionale, la classe media, diventano troppo accomodanti nei confronti di uno Stato-Nazione militarizzato, troppo asservito alla cultura di mercato delle celebrità, allo status quo, al potere, alla fama, a tutte quelle cose superficiali che significano così tanto per molti nostri cari connazionali. E così avviene che ci troviamo un gangster neofascista alla Casa Bianca, il quale non si preoccupa di niente. C'è un'ala neoliberista del Partito Democratico, che ora, dopo il crollo di fratello Bernie, si trova alla guida del partito, e non sa proprio che pesci pigliare, e tutto ciò che riesce a fare è mostrare più facce nere possibile. Ma il più delle volte tutte queste facce nere non fanno altro che perdere ancora più legittimità, dal momento che il movimento "Black Lives Matter" era emerso sotto la guida di un presidente nero, un procuratore generale nero, e un ministro della Sicurezza nazionale nero, e tutti loro non sono riusciti a fare un bel niente. Così quando si parla delle masse di neri, dei preziosi poveri e della classe operaia nera, marrone, rossa, gialla, di qualsiasi colore, sono proprio loro quelli che rimangono fuori e si sentono del tutto impotenti, inermi, senza speranza, ed ecco che allora c'è la ribellione. »                        (Cornell West - 29/5/2020)

fonte: RealClear Politics

I fiori d'inverno

Ultima opera che Ágnes Heller concluse prima della sua scomparsa, questo libro ricostruisce la storia culturale dell'Occidente negli intrecci fra produzione drammaturgica e riflessione filosofica. Sin dalla loro nascita, tragedia e filosofia sono unite da un'"affinità elettiva": la tragedia rappresenta le tensioni che caratterizzano un dato presente storico e ne introduce la sua comprensione filosofica. A sua volta la filosofia, pensando il proprio tempo (Hegel), pone nuovi concetti e scenari che faranno da materiale per successive rappresentazioni drammaturgiche, in una mutua influenza che imprime movimento all'intero sviluppo storico. Antigone, Amleto, Fedra, la Nora di Ibsen, il Galileo di Brecht condividono il palcoscenico di questo libro con l'etica aristotelica, la teoria secentesca delle passioni, l'utopia marxiana, l'esistenzialismo, la decostruzione. Solo attraverso questa profonda e originale ricomposizione è possibile porre la domanda sul futuro di filosofia e tragedia - e tentare di rispondere.

(dal risvolto di copertina di: "Tragedia e filosofia. Una storia parallela", di Ágnes Heller. Castelvecchi)

Non dovete ridere dei sognatori che vedono i fiori anche d’inverno
- Ágnes Heller segue la storia parallela di “filosofia” e “tragedia” in Europa, dalla Grecia alla modernità. passando dalle riflessioni sul riso al coraggio delle donne quando gli uomini sono deboli e codardi -
di Laura Boella

«Ridete pure del sognatore che ha visto fiori d’inverno»: così suona un verso del ciclo di Lieder schubertiani Winterreise che ascoltavamo insieme a Budapest, quando ero ospite di Ágnes Heller e di Ferenc Fehér negli anni Settanta. Quel verso si trova in epigrafe del libro che rese Heller famosa all’epoca dei movimenti radicali nati intorno al ’68, "La teoria dei bisogni in Marx" (1974). La sua ironia dolceamara, sorprendente in tempi di speranze collettive, traspare con forza ancora maggiore dall'eredità inattesa che ci viene dall'ultimo ventennio della lunga e produttiva vita della filosofa ungherese recentemente scomparsa. In "Breve storia della mia filosofia" (Castelvecchi, 2016), leggiamo che nel 1995, conclusa un'impegnativa trilogia morale, Heller inizia un periodo di nomadismo intellettuale, di militanza politica contro il ritorno dell'antisemitismo in Ungheria e di scrittura priva di costruzioni sistematiche e costruttive. In quelli che chiamava gli «anni della peregrinazione», Heller si dedica liberamente all'arte, alla religione, al primo libro della Bibbia, Genesi, ai sogni. Un finale diverso da quello che ci si aspettava da una grande filosofa? In realtà, Heller non ha voluto diventare un'icona, catturata nella rete della sua opera, dei dibattiti con i filosofi mainstream europei e americani e delle innumerevoli tesi  di dottorato, monografie e celebrazioni. È stata molto generosa nel dialogare con chi era interessato alla sua biografia e alle sue idee politiche, e al tempo stesso ha continuato a scrivere libri lasciandosi guidare dalle passioni dell'infanzia e della giovinezza, del riemergere di antichi pensieri, ma soprattutto dalla volontà di esserci. Nei suoi ultimi scritti è come se ci dicesse: ho scritto tanti libri, ho attraversato le tragedie e le commedie del Novecento, ma sono qui, sono viva, non sono un monumento, e posso dare risposta in prima persona al presente mio e vostro.
Questo gesto si è tradotto in uno «stile tardo» (Edward Said) affascinante e ricco di sorprese. Nonostante la civetteria con cui sfida il dilettantismo (la sua sterminata cultura traspare da ogni pagina) e la veneranda età (aveva un'energia vitale superiore a quella di molti suoi giovani ammiratori), nei libri pubblicati dopo il 2000 è riconoscibile un filo rosso. Dominante è infatti l'interesse per Shakespeare, considerato un grande pensatore della morale e della storia, e per la tragedia e la commedia. "La commedia immortale", "Il tempo è fuori dai cardini: Shakespeare filosofo della storia" saranno presto disponibili in edizione italiana grazie all'impegno dell'editore Castelvecchi, che manda ora in libreria l'ultimo scritto, "Tragedia e filosofia. Una storia parallela". Si tratta di un testo scritto all'insegna del «lasciatemi correre», ossia saltare indisturbata molti autori e soprattutto l'immane bibliografia sul tema. Tutto il contrario però di uno sguardo solitario dalle vette di un'indomita energia. Le pagine di questo libro sono costellate di domande (di che tipo di morte si tratta nel finale di una tragedia, che tipo di malvagità e di bontà, di forza e di debolezza, di menzogna e di sincerità sono incarnate in quel personaggio?) rivolti direttamente a scrittori di tragedie, di drammi non tragici, di tragicommedie da Sofocle a Beckett, interrogati e citati come amici a cui si chiede un'opinione su un libro o su un film.
Che cosa intendeva Heller con l'idea di una storia parallela di tragedia e filosofia? Innanzitutto tragedia e filosofia vengono considerate generi letterari, atti linguistici dotati di regole (suscettibili di variazioni e trasgressioni) e in particolare di condizioni storiche che segnano la loro nascita, sviluppo e declino. Così come la tragedia e il dramma mettono in scena dei personaggi (uomini e donne ripresi dal mito o dalla grande storia, modellati sugli amori e i dolori del genere umano), i concetti (sostanza, verità, anima, principio ecc.) per Heller sono «personaggi» che i filosofi muovono come marionette, incarnazioni di un'idea, di una visione del mondo. Ci troviamo dunque in un teatro, con Heller in prima fina e un pubblico che vede, ascolta, commenta e trae le proprie conclusioni. Che tipo di rappresentazione va in scena in questo teatro ad un tempo esistenziale, etico, storico e teorico? La storia parallela di tragedia e filosofia si svolge in un luogo preciso, l'Europa, ed è l'epitome della cultura europea dall'antica Grecia all'epoca moderna. Tra le numerose sorprese di questo libro c'è la forte presenza di Hegel, quasi sbattuta in faccia a chi considera Heller una pensatrice caduta dalle braccia di Marx in quelle dei postmoderni. Per quanto trattato con sovrana nonchalance, Hegel non è una caricatura, al contrario viene presa sul serio (compare nell'incipit del primo capitolo e viene citata più volte) la sua tesi che la filosofia (la nottola di Minerva) spicca il suo volo al crepuscolo, ossia quando la storia giunge a conclusione. Questa tesi imprime alla storia parallela di Heller il sigillo della fine. La nascita della filosofia con Socrate e Platone segna la fine della tragedia, ma anche la filosofia, che è «il proprio tempo appreso con il pensiero» (Hegel), finisce nel momento in cui ingloba forme di vita, istituzioni, saperi, arte, religione in un tutto coerente, compiuto, senza contraddizioni.
L'ultima Heller ci sta forse coinvolgendo in un'atmosfera da spengleriano Tramonto dell'Occidente? Niente di tutto questo per una filosofa che si è lasciata alle spalle l'idea della storia come marcia trionfale in avanti. Il libro finisce volutamente con il capitolo 21, il numero del secolo in cui siamo entrati da vent'anni. La fine della storia intesa come progresso e della filosofia intesa come sistema nel senso di Hegel non ha niente a che vedere con l'apocalisse, con la fine del mondo profetizzata da molti intellettuali europei di ieri e di oggi. Si tratta di una fine nel senso dell'immagine che chiude il Tractatus di Wittgenstein: «abbiamo gettato la scala su cui siamo saliti per arrivare fino a questo punto» (p.205). Una fine di cui l'eredità culturale europea, che ha inventato la democrazia e il liberalismo, è responsabile, avendo tradito e ucciso i suoi figli nelle due guerre mondiali, ad Auschwitz e nei gulag. Una fine dunque in cui la filosofia, l'arte e la cultura, con i loro ideali, le loro ironie, il loro senso critico mettono in gioco solo sé stesse.
Che cosa resta? Resta la libertà, da cui ad Atene sono nate la tragedia e la filosofia, e che continua a vivere nell'insaziabile volontà di sapere di ogni individuo, nella pratica socratica della critica di ogni idea ricevuta. Una libertà che non vive di illusioni utopiche, né del sogno di un paradiso terrestre, ma della lotta per la libertà e della continua difesa delle istituzioni politiche democratiche.
Dall'ultima Heller arriva a noi una lezione di libertà, che non ha niente di severo, ma si esprime in pagine da leggere tutte d'un fiato sul riso e sul pianto, su Mozart, Verdi, Wagner e i teatro dell'assurdo, sulla forza delle donne in epoche in cui gli uomini sono deboli e codardi. Pagine piene di energia e di leggerezza, che vanno alla radice dello spirito del tempo in cui viviamo, un tempo fuori di sesto, secondo l'amato Shakespeare, ma in cui abbiamo bisogno di una libertà che ci permetta di vedere i fiori d'inverno, anche solo nella forma di un cristallo sul vetro di una finestra gelata.

- Laura Boella - Pubblicato su Tuttolibri del 28/5/2020 -

domenica 31 maggio 2020

Al di là del Diritto

L'informalità dell'informale: la frantumazione sociale nel Brasile della pandemia
- di Maurilio Lima Botelho -

La pandemia ha sconvolto il tessuto sociale brasiliano e ha messo al sole le viscere di una struttura sociale frammentata, segnata da condizioni economiche estreme e, soprattutto, ha portato alla luce un'esclusione sociale che ora non può più essere ignorata. Tuttavia, questo shock della realtà non servirà a niente, fino a che gli strumenti che ci potrebbero permettere di osservarlo rimarranno sepolti sotto i filtri di quelle che sono delle teorie ammuffite.
Alla fine del 2019, in Brasile, quasi 25 milioni di persone hanno svolto un lavoro come «autonomi», svolgendo attività giornaliere per «proprio conto». Inoltre, erano 11,7 milioni le persone disoccupate e 52,7 milioni quelle che vivevano di previdenza sociale, sotto forma di pensioni e indennità varie, ecc. Vale a dire, una parte considerevole della popolazione brasiliana, più di un terzo, si è trovata al di fuori di qualsiasi rapporto salariale: metà di quella che è l'intera popolazione del Brasile che ha più di 14 anni di età (legalmente idonea al lavoro). Ovviamente. alcune di queste fonti di reddito derivano da un lavoro precedente (per esempio, la pensione), ma altre sono temporanee (come il sussidio di disoccupazione) ed altre ancora si trovano continuamente a rischio di essere sospese, come il sussidio per la famiglia (che dipende sempre da quello che è l'umore politico), o l'alloggio (che dipende dalla congiuntura) oppure ancora le stesse pensioni (soggette ad un costante attacco da parte dell'austerità economica). Mentre una parte enorme della popolazione si trova esclusa da qualsiasi rapporto di lavoro, c’è ancora una parte più piccola, ma non trascurabile, che tenta di ritornare, ma senza successo, in quella posizione precedente: 4,5 milioni di disoccupati, da più di un anno sono alla ricerca di un lavoro e, di questi, 2,9 milioni lo cercano da oltre due anni, senza riuscire a trovarlo.
Ingenuamente, una popolazione di migliaia di persone si affolla davanti alle agenzie della Caixa Econômica, cercando di ottenere un aiuto di emergenza di solo 600 reales brasiliani [poco più di 110 dollari], che il titolare del portafoglio economico federale vuole ridurre a 200 [nemmeno 37 dollari]. Ancora più ingenua appare essere la pressione per il confinamento sociale, volontario o meno, nel momento in cui ci sono decine di milioni di persone che, per il pane, dipendono la loro guadagno quotidiano, senza avere nessuno cui rivolgersi. Quando hanno chiuso i negozi nei sotto-centri commerciali dei quartieri che si trovano più lontano dalla metropoli, una moltitudine di venditori ambulanti, piccoli commercianti e venditori di ogni genere si è affollata nei «calçadões» [strade pedonali], approfittando di un allentamento delle repressione sociale al servizio degli interessi delle reti della grande distribuzione. È stata una fotografia della realtà che però viene ignorata dalle interpretazioni sociologiche: una parte della popolazione, espulsa dalla società del lavoro, vive concentrata sulla propria riproduzione, e lo fa in quella che è una sub-economia, ed ha legami inconsistenti con il grande mercato, i quali scompaiono del tutto nel momento in cui questo si ferma. Una tale realtà dell'esclusione, è dominante in Brasile, dove la maggioranza vive ai margini delle istituzioni ufficiali - siano esse statali o private, politiche o economiche - e molto al di là di qualsiasi diritto, subendo la propria sorte completamente «senza alcuna regola», nell’instabilità economica e nella costante insicurezza sociale.

Con la registrazione per gli aiuti di emergenza, ha avuto inizio la lotta per dimostrare l'esistenza di coloro che per le istituzioni «non esistono». Ottenere certificati, rinnovi delle iscrizioni, regolarizzare il codice fiscale e perfino ottenere per la prima volta un qualche documento ufficiale è stata una vera e propria tortura in un paese dove ci sono 3 milioni di persone che non posseggono alcun documento. La visibilità degli invisibili è diventata una necessità nel momento in cui l'economia si è fermata a causa della pandemia, e molti non sono nemmeno più in grado di riprodursi a partire da quelle che erano le loro attività «autonome» quotidiane. Ma ciò che è venuto alla luce, è stato quello che è il limite della società dell'esclusione, e che ha dimostrato la nostra inadeguatezza teorica: ogni 10 domande di aiuto di emergenza, 4 si sono rivelate «inammissibili». Disoccupati informali e di lunga durata che non sono in grado di dimostrare la propria condizione di esclusione. «Il colmo dell'informalità, consiste nel non poter dimostrare formalmente la propria informalità» (Javier Blank).
L'indifferenza sociale e la freddezza istituzionale delle agenzie statali, sono state superate solo dal sociologismo riduttivo. Negli ambienti della teoria sociale, si continua ad insistere nel ridurre questa drammatica complessità a quello che è il luogo comune delle classi: in fin dei conti, sono tutti lavoratori che stanno lottando per gli stessi interessi. Vale a dire, di fronte all'incapacità di saper rendere conto di quelle che sono  le eterogeneità, le frammentazioni e la disparità inconciliabile esistente tra i disoccupati di lunga durata, i lavoratori autonomi e coloro che dipendono dalla previdenza sociale diretta ecc., si fa rientrare tutto sotto l'astratta etichetta - sempre più ampia - della cosiddetta «classe operaia». Si tratta della dinamica di crisi della società del lavoro, una realtà ovvia per la maggior parte delle persone che dev'essere negata dal sociologismo più grezzo: oggettivamente ignorato dal governo, il processo di declassamento viene inoltre represso teoricamente, trascurando così la maggior parte della popolazione, la quale viene disconnessa da qualsiasi relazione lavorativa.
Per far sì che abbia senso questa ignoranza, è necessario aggrapparsi a quella parte della popolazione che è ancora soggetta alle relazioni lavorative. Ma qui, quella che è la disconnessione tra la teoria e la realtà salta subito agli occhi: sindacati, partiti e intellettuali continuano a mettere in campo tutta la verbosità politica della lotta di classe, e del «punto di vista del lavoro», anche quando il rapporto salariale abbia ben poca identità oggettiva tra coloro che ne costituiscono le diverse componenti. L'inefficacia politica di queste formule teoriche è del tutto evidente: durante la campagna per la riforma della Previdenza, nessuno ha parlato del fatto che una parte considerevole della popolazione occupata (circa il 40%) non versa più alcun contributo, ragion per cui i cosiddetti «collettivi per uno "sciopero generale"» hanno incontrato solo indifferenza, dal momento che la maggior parte della società non può fermare le sue attività economiche quotidiane, perché correrebbe il rischio di dover smettere di mangiare.
Anche tra i salariati, la visione di un'identità collettiva "classista" non riscuote molto credito ed ha poco senso, non solo perché la condizione salariale non è affatto decisiva ai fini di una definizione di classe (così come lo era ai tempi del capitalismo industriale classico), ma soprattutto a causa delle differenze interne tra coloro che sono ancora soggetti ad una relazione lavorativa, per esempio, nell'industria, nei servizi o nel commercio. Tra i salariati, in Brasile, ci sono più di 10 milioni di persone che non hanno alcun contratto di lavoro, e c'è una netta discrepanza tra chi è salariato nelle imprese e chi è un salariato domestico, o tra coloro che lavorano a tempo pieno e quelli che vengono «sottoutilizzati», e quindi non lavorano sufficientemente. Se si tiene conto della dimensione razziale e di quella di genere, la disoccupazione tra i «pretos e pardos» [i neri e i marroni] è superiore al 50%, e gli uomini bianchi percepiscono, in media, quasi il 30% in più di quanto guadagnano le donne e i neri. Per non parlare di quegli strati di reddito in cui la stragrande maggioranza percepisce addirittura un salario minimo, mentre allo stesso tempo ci sono alcuni (pochi) che guadagnano 50 mila reali [8.500 €] netti al mese. Tutto ciò si verifica nel contesto della medesima condizione salariale (ed è qui che la differenza di status, vale a dire, di qual è il genere di consumo, dovrebbe essere determinante per definire i comportamenti sociali).
Quando i teorici della lotta di classe sprecano inchiostro e carta sulle diatribe contro le «politiche dell'identità», fingono che le loro stesse formulazioni non siano delle mere proiezioni, e ignorano quella che è la complessità sociale: in realtà, si basano anche su una minoranza che non è altro che un residuo di una società industriale, e del lavoro, che in Brasile non si è mai pienamente realizzata; e la cosa suona ancora più ridicola nel momento in cui l'equivoco dell'«identità di classe» viene attribuita ad un'«arretratezza» tipicamente brasiliana, poiché qui si manifesta il presupposto che ritiene che esista un percorso di tappe da seguire per arrivare ad uno sviluppo capitalistico che non sarebbe stato ancora realizzato nei territori periferici, e che non avrebbe portato ancora ad una «coscienza di classe» per tutti.
Con la pandemia, l'eterogeneità della struttura sociale brasiliana diventa ancora più complessa. Il boom esplosivo di disoccupazione conferisce maggior drammaticità al quadro generale, ma occorre considerare la differenza quotidiana tra coloro i quali si trovano in cassa integrazione, senza sapere se la settimana successiva avranno ancora un lavoro, e quelli che sono stati esonerati dalle loro attività; tra chi svolge un servizio a domicilio e chi può fare il telelavoro. È qui che cominciano le proteste contro i «privilegiati» che possono starsene a casa, mentre quelli che lavorano nei servizi essenziali devono affrontare i rischi di contagio da parte del nuovo coronavirus. Non è un caso che il discorso cospirazionista dell'estrema destra riscuota sempre più successo: di fronte a quello che è il discorso astratto classista, la denuncia dei «privilegi» dei servizi pubblici (anche se la grande maggioranza dei dipendenti statali percepisce il salario minimo) appare più realistica di quanto lo sia la critica ai «grandi baroni» borghesi; il 70% dei salariati brasiliani lavora in piccole imprese. È ovvio che in Brasile, i centri decisionali dell'economia e della politica siano negli uffici delle grandi imprese che impiegano migliaia di persone, ma la realtà quotidiana di tutto questo è inaccessibile alla grande massa dei brasiliani.
In un contesto di disgregazione sociale come il nostro, non è solo il discorso classista a sembrare totalmente al di fuori della realtà. Anche la lotta politica per i diritti sembra che abbia raggiunto il suo limite, e da questo ne deriva sempre più l'identificazione popolare dei diritti con i privilegi. Per la maggior parte della popolazione brasiliana, i diritti economici o sociali, ormai non esistono più da tempo, ecco perché oggi è facile che venga mobilitato quello che è il diffuso odio neofascista contro coloro che ancora li possiedono. A causa della frammentazione sociale, il conflitto di classe è ormai imploso da tempo, e questo ha portato al diffondersi del conflitto a vari livelli, ovunque e di ogni tipo, in una società  che è sempre più informe. Questi sono i sintomi distruttivi della società del lavoro che è al collasso, dove a livello centrale il rapporto di lavoro ormai non esiste più  ed è sempre più residuale, e laddove ancora appare non ha più alcun supporto legale. Saper comprendere questo processo di crisi costituisce il primo passo per poter riformulare una critica radicale che sappia implicare anche una trasformazione sociale.

- Maurilio Lima Botelho - Pubblicato il 25/5/2020 su  Ensaios E Textos Libertarios -

sabato 30 maggio 2020

Malfattori!!

Fine Ottocento. Una storia che si dipana tra Pisa, Milano, Lugano, Livorno, Rosignano, l’Isola d’Elba, ma anche l’America, sulle tracce di una celebre canzone che dà il titolo al libro, e del suo autore, Pietro Gori: un avvocato, un poeta, un anarchico «socialmente pericoloso», che si trova a vivere una delle stagioni più tormentate della nazione. Un’epoca in cui l’antropologia criminale di Cesare Lombroso – col consenso di psichiatri, giuristi e funzionari di polizia – aveva il compito di costruire una sistematica rete di controllo per ogni tipo di devianza, anche la devianza politica. E soprattutto quella che proclamava patria «il mondo intero» e unica legge la libertà.
«Il libro prende spunto da questa canzone e dall’immagine che gli fa da sfondo: una fredda e nevosa sera d’inverno a Lugano, dove s’intravede in strada un drappello di uomini ammanettati e avvolti nei loro mantelli neri che procedono in fila, stretti l’uno all’altro, a passo spedito. Ad accompagnarli c’è un gruppo di agenti di polizia. Il loro compito è di scortarli fino alla stazione ferroviaria, e da lì controllare che salgano sul treno diretto a nord, a Basilea, al confine con la frontiera tedesca. E che nessuno di loro abbia la malaugurata idea di tornare indietro. Arrestati e sbattuti in carcere come malfattori, su di loro pende come unica accusa quella di essere potenzialmente sovversivi, quindi indesiderabili: una minaccia per la vita ordinata e tranquilla della città. Sono italiani, in gran parte giovani, dei quali non resteranno che un nome e un cognome, senza anima né corpo. Tranne di uno, nato a Messina ma da padre e madre toscani, che da alcuni anni è personalità di rilievo, non ancora trentenne ma già segnalato per la sua pericolosità di agitatore nei dispacci delle prefetture d’Italia e Francia. È Pietro Gori, anarchico, conferenziere di grido, dirigente politico ma anche poeta e drammaturgo, penalista e sociologo. Ed è proprio mentre è rinchiuso nelle carceri ticinesi, alla fine di gennaio del 1895, che compone una delle sue canzoni più celebri: Il canto degli anarchici espulsi, meglio nota come Addio Lugano bella».

(dal risvolto di copertina di: Massimo Bucciantini, "Addio Lugano bella. Storie di ribelli, anarchici e lombrosiani". Einaudi)

L'anarchia a suon di musica
- Storia e retroscena della famosa "Addio Lugano bella" -
- di Massimo Bucciantini -

In via Luigi Lavizzari, a Lugano, è raffigurato un uomo in bicicletta. Te lo trovi di fronte all'improvviso, grande e grosso, in gilet, pantaloni e cappello neri, su una bici piccola piccola. Con la mano sinistra poggiata sul manubrio e l'altra che tiene tra le dita una sigaretta accesa, Pietro è intento a pedalare. Ma la luce che fuoriesce dai fanali non illumina la strada. È un raggio di colore rosso che segue una strana traiettoria ondulatoria che finisce per accecarlo. Il ciclista se ne sta andando, sta lasciando la città, ma il suo cammino è cieco. Ovviamente, quel Pietro non è un Pietro qualunque. Anche dalla sua fisionomia, la somiglianza appare subito evidente. Nonostante Agostino Iacurci - l'artista foggiano che nel 2012 lo ha dipinto - preferisca non rivelare troppi dettagli, alla fine, è costretto ad ammettere che in «Pietro non torna indietro c'è Pietro Gori», l'autore di "Addio Lugano bella".
Cantata fin dai primi del Novecento, è stata riscoperta nel secondo Dopoguerra, tanto da diventare uno dei pezzi più noti del repertorio di tanti cantautori nostrani. Per rendersene conto è sufficiente scorrere la voce in Wikipedia, che comprende un elenco delle incisioni e interpretazioni più famose: da Giovanna Marini e Francesco De Gregori a Daniele Sepe, da Caterina Bueno a Maria Carte, da Milva ai 99 Posse a Vinicio Capossela, e una notissima canzone di Ivan Graziani, dove viene citata. Da non perdere poi il video vintage di cinque distintissimi signori in abito scuro, giacca e cravatta, che comodamente seduti su divani e poltrone e accompagnati dalle loro chitarre intonano quei versi rivoluzionari. Al centro della scena si riconosce un Giorgio Gaber giovanissimo, e accanto a lui un quasi irriconoscibile Enzo Jannacci, insieme a Lino Toffolo, Otello Profazio e Silverio Pisu. Erano i primi anni Sessanta, quando i cantautori non si chiamavano ancora cantautori e quando la canzone di protesta non era ancora diventata di moda. Poco meno di un decennio più tardi sarà uno dei protagonisti di quella felice stagione musicale a richiamarne stilemi e moduli. E lo avrebbe fatto cantando le gesta di un macchinista ferroviere che tutti i giorni vedeva passare per la sua stazione «un treno di lusso», «un treno pieno di signori». La locomotiva è stata scritta «alla maniera di Pietro Gori», ha detto Francesco Guccini, rendendo così omaggio all'autore di "Addio Lugano bella". E non gli occorse molto tempo. In poco più di mezz'ora il testo era già pronto.
Il libro prende spunto da questa canzone e dall'immagine che gli fa da sfondo: una fredda e nevosa sera d'inverno a Lugano, dove si intravvede in strada un drappello di uomini ammanettati e avvolti nei loro mantelli neri che procedono in fila, stretti l'uno all'altro, a passo spedito. Ad accompagnarli c'è un gruppo di agenti di polizia. Il loro compito è di scortarli fino alla stazione ferroviaria, e da lì controllare che salgano sul treno diretto a Nord, a Basilea, al confine con la frontiera tedesca. E che nessuno di loro abbia la malaugurata intenzione di tornare indietro. Arrestati e sbattuti in carcere come malfattori, su di loro pende come unica accusa quella di essere potenzialmente sovversivi, quindi indesiderabili: una minaccia per la vita ordinata e tranquilla della città. Sono italiani, in gran parte giovani, dei quali non resterà che un nome e un cognome, senza anima né corpo. Tranne di uno, nato a Messina ma da padre e madre toscani, che da alcuni anni è personalità di rilievo, non ancora trentenne ma già segnalato per la sua pericolosità di agitatore nei dispacci delle prefetture d'Italia e Francia. È Pietro Gori, anarchico, conferenziere di grido, dirigente politico ma anche poeta e drammaturgo, penalista e sociologo. Ed è proprio mentre è rinchiuso nelle carceri ticinesi, alla fine di gennaio del 1895, che compone una delle sue canzoni più celebri: "Il canto degli anarchici espulsi", meglio nota come "Addio Lugano bella".
Il libro narra le vicende della sua vita, che condussero alla creazione di quella canzone, e al tempo stesso intendono ricostruire una delle stagioni più tormentate e drammatiche della nazione. Inseguire le storie di una generazione di intransigenti in un periodo segnato da una grave crisi economica e da forti conflitti sociali, da scioperi e scontri di piazza, da attentati terroristici e leggi liberticide, sarà un degli scopi di questo lavoro. Ed è anche un modo per tornare a riflettere sulle passioni che li animavano, così come sulle loro illusioni e sconfitte. Ma c'è dell'altro. A un certo punto il lettore forse si sorprenderà di incontrare vite che a prima vista sembrano appartenere a mondi separati - quello della politica e quello della scienza - ma che invece, a ben guardare, finiscono per lambirsi e a volte, come in questo caso, incrociarsi.
Già all'indomani dell'Unità i governi del nascente Stato italiano si erano dati il compito di tracciare nuovi confini tra legalità e sovversione. E non potevano certo assomigliare a quelli assai mobili e incerti presenti durante la lotta per l'indipendenza contro la nemica Austria o quelli dell'epoca garibaldina. Il motivo è semplice: il quadro da allora era cambiato radicalmente. Un nuovo ordine si stava costruendo. Zone di turbolenza e di degenerazione non erano più tollerate, tanto da mettere a rischio le normali regole della convivenza civile e da essere da ostacolo alla fondazione della nazione. All'interno di queste nuove coordinate, spettò a una nuova scienza delineare altre linee di demarcazione. Una scienza - e va subito detto - che non si dimostrò tale, fondata da scienziati che alla fine si rivelarono anch'essi pericolosi perché costruttori di stereotipi di successo più che di teorie scientifiche provate sperimentalmente. Ma che a lungo esercitarono un grande fascino. Per la loro capacità di segnare frontiere invalicabili tra comportamenti giudicati conformi ai nuovi vincoli giuridici e sociali e modi di agire e di pensare ritenuti eccentrici e manifestatamente assurdi. Per la loro capacità di separare biologicamente i buoni dai cattivi, i delinquenti nati o d’occasione, i ribelli fanatici, i pazzi, i semipazzi da uomini e donne dalla condotta morale e sociale segnata da abitudini, tendenze, passioni, pensieri comunemente accettati.
L'antropologia criminale di Cesare Lombroso e della sua «eletta» scuola di medici, psichiatri, giuristi, sociologi ebbe il compito di disegnare queste barriere difensive. Molte di queste vennero fatte proprie da una fitta schiera di governanti e funzionari dello Stato, di magistrati, prefetti, questori che si prodigò a costruire una sistematica rete di controllo e di repressione per ogni tipo di devianza. Rispetto alla parte della società abitata da menti e comportamenti normalmente organizzati, la nuova scienza lombrosiana si occupò dell'altra parte, della società malata, catalogando e classificando un vastissimo campionario delle umane degenerazioni. O considerate tali. Tra le quali rientrò anche il «morbo» anarchico, che colpiva i «malfattori» di nuovo conio, i refrattari ai valori attorno a cui la società borghese stava prendendo forma e che trovavano nelle idee di una rivoluzione sociale il loro nutrimento e la loro ragione di esistere. Sono loro i nuovi barbari, come vennero chiamati. Socialmente pericolosi, com'era appunto Pietro Gori, il cui nome finirà in un album fotografico di oltre duecento anarchici ricercati in tutti i Paesi d'Europa: un antagonista dell'ordine costituito, un ribelle irriducibile e sentimentale che in tutta la sua vita non si accontentò mai del «cattivo presente».

- Massimo Bucciantini - Pubblicato sul Sole del 24/5/2020 -