giovedì 4 giugno 2026

Un’Utopia techno-industriale “auto-gestita”…

Il mito dell'autogestione, ovvero, come non uscire dal capitalismo
- di Nicolas Casaux -

   Guillaume Etiévant - esperto economico del CSE (Comité Social et Économique)  e dei sindacati, e co-direttore della rivista "Frustration" - ha appena pubblicato un libro, umilmente intitolato, "Autogestione generale – uscire dal capitalismo: un metodo", pubblicato da "Les Liens qui Libient". Niente di nuovo sotto il sole. Si tratta semplicemente dell'ennesimo contributo di un militante di questa sinistra pseudo-radicale – ancora nutrita dall'immaginario comunista – alla perpetuazione della chimera di una civiltà tecno-industriale autogestita. Etiévant, non fa altro che tirare fuori dall'armadio tutte le vecchie favole, e fantasie, della sinistra tipo PSU, confondendo l'uscita dal capitalismo con l'autogestione del sistema tecno-economico. Per dimostrare che l'autogestione della civiltà industriale è possibile, egli dedica parte del suo libro a mettere in luce quelle che sono le esperienze di autogestione. Inizia così dall'episodio italiano noto come il "Biennio Rosso". degli anni 1919 e 1920, che egli rappresenta come un momento in cui un'intera regione del paese era riuscita a "autogestirsi" (a gestire in modo democratico ed egualitario) il sistema industriale. Tuttavia, nel racconto di Amilcar Rossi (alias Angelo Tasca) -  cofondatore del giornale comunista "L'Ordine Nuovo", leader socialista locale e figura di spicco nell'ambiente operaio torinese, direttamente coinvolto nei dibattiti e le esperienze del "Biennio Rosso" - questo breve periodo non sembra rappresentare l'istituzione, nemmeno fugace, di una società industriale egualitaria e autogestita. Sotto la sua penna, le occupazioni delle fabbriche costituiscono piuttosto una situazione di crisi, guidata o supervisionata dalle organizzazioni sindacali e socialiste, dipendenti da uno staff tecnico assai spesso assente, che devono far fronte alla mancanza di materie prime e di denaro, garantite da una disciplina operaia, il cui carattere realmente democratico ed egualitario è piuttosto discutibile: «Molti operai non ne potevano più di passare tutto il loro tempo dentro le fabbriche, al punto che, verso la fine della mobilitazione, si decise di vietare loro di uscire, per paura che non facessero più ritorno. E così le “guardie rosse” di guardia alle porte, incaricate di difendere le fabbriche da eventuali attacchi, servirono anche a impedire a un gran numero dei lavoratori di disertare.» (Angelo Tasca, da "Nascita e avvento del fascismo", Prefazione di Ignazio Silone, Collana I colibrì, Venezia, Neri Pozza, 2021). Soprattutto, queste occupazioni non creano un nuovo mondo industriale. Come tutti gli altri esempi di "autogestione" che vengono menzionati da Etiévant, si tratta solo di individui che (molto) temporaneamente occupano delle fabbriche, si appropriano di macchine utensili, di reti di approvvigionamento e di infrastrutture che sono state già prodotte, e istituite. I lavoratori occupano un apparato industriale che era già stato precedentemente costituito dal capitalismo, dallo Stato e dalle tecnoscienze. Anche ammettendo che si sia davvero trattavo davvero di una questione di "autogestione" (cosa che viene ancora ampiamente dibattuta), la – assai breve – autogestione di una fabbrica, o di un complesso industriale, non ci dice assolutamente nulla sulla capacità di autoprodurre tale fabbrica o complesso. Pertanto, solo per questo motivo, è più che dubbio parlare di "autogestione". Il trotskista Bruno Paleni, autore di un libro su questi "anni rossi", nota la presenza, a Torino, di una "aristocrazia operaia", e «l'influenza esercitata da parte di una minoranza di giovani socialisti rivoluzionari». Nelle fabbriche, la disciplina era tale che «sui banchi da lavoro si può leggere inciso lo slogan: "Chi non lavora non mangia", oppure "Il lavoro nobilita".» Stiamo davvero assistendo, all'interno delle fabbriche, a una vera democrazia? Si direbbe che non sia stato proprio così. Quello che persisteva, era Il principio della delega del potere, in particolare tramite l'elezione; un mezzo politico appartenuto all'aristocrazia. Come nota Paleni, sui Consigli di Fabbrica: «Durante l'occupazione, presero il posto delle direzioni padronali e rappresentarono, agli occhi dei lavoratori, l'organo di potere nella fabbrica, il loro potere. […] In tutte le fabbriche della Fiat, erano costituiti dai consigli della fabbrica eletti dai commissari delle officine, i quali erano a loro volta eletti da tutti i lavoratori, e dovevano controllare l'intera vita della fabbrica: produzione, forniture e scambi con le altre aziende, cibo, disciplina interna, difesa. E in questi consigli di fabbrica l'influenza dei militanti più radicali del Partito Socialista era importante. Al Fiat-centro, era il comunista Giovanni Parodi alla testa del Consiglio di Fabbrica. La Borsa del Lavoro di Torino, controllata dai membri delle frazioni comuniste (seguaci di Bordiga e dell’Ordine Nuovo di Gramsci), coordina a livello cittadino il sistema di gestione operaia delle fabbriche occupate, istituendo diverse commissioni incaricate dello scambio di prodotti tra le fabbriche, dei fornitori di energia e materie prime e dei subappaltatori, oppure della difesa delle imprese occupate.» (Bruno Paleni, da "Italie 1919-1920. Les deux années rouges: Fascisme ou révolution?", Les Bons caractères, 2011).

   Il giornalista italiano Piero Gobetti - che all'epoca aveva poco più di vent'anni e seguiva da vicino le occupazioni - sostenne che si trattava di  «un grande tentativo di raggiungere, non il collettivismo, quanto piuttosto un'organizzazione del lavoro, nella quale i lavoratori, o almeno i migliori di loro, divenissero ciò che gli industriali sono oggi.» E come osserva lo storico francese Éric Vial, «non c'è da farsi illusioni, né sull'esito immediato né sulle motivazioni della maggioranza, e osserva che "gli operai obbediscono ai commissari dell'officina perché comandano con la pistola in mano"» (Piero Gobetti, Liberalismo e Rivoluzione Antifascista, a cura di Éric Vial, Éditions Rue d'Ulm/Presses de l'École normale supérieure, 2010). Lo storico italiano Giuseppe Maione sottolinea come il movimento di occupazione fosse pieno di tensioni, e persino di conflitti:, nei quali la massa dei "disorganizzati" non accettava pienamente le direttive dei nuovi organi; al contrario, ci sono segnalazioni di scontri violenti tra la base e i nuovi leader. ("I consigli operai (1919) e i consigli di gestione (1946), una valutazione critica", in Autogestion – L'Encyclopédie internationale, volume 9, Syllepse, 2020). Così, Etiévant evoca, come ci si potrebbe aspettare, la Spagna del 1936; ma la sua versione romanticizzata, come ci si potrebbe aspettare. Leggendolo, si ha come l'impressione che l'intera popolazione si stia organizzando in maniera spontaneamente e perfettamente egualitaria per poter gestire «una gran parte dell'economia spagnola.» La realtà è assai meno rosea. Ci furono leader, gerarchie e conflitti; sull'argomento possiamo fare riferimento all'opera di Freddy Gomez, e in particolare al suo libro "Folies d'Espagne – Ombres et lumières d'un anarchisme de guerre" (L'Echappée, 2025). Assai spesso, la Rivoluzione spagnola del 1936 viene invocata come una sorta di prova storica dell'idea che una società industriale possa funzionare senza Stato, senza leader e senza gerarchia. Ma non appena esaminiamo la realtà che si trova dietro l'immagine cliché, ecco che subito il quadro diventa assai più complicato. Certo, ci fu davvero una sorta di rivoluzione sociale: terre collettivizzate, officine occupate, tramvie, servizi e fabbriche poste sotto il controllo operaio, assemblee, comitati eletti, forme di uguaglianza sociale. Danny Evans, storico dell'anarchismo spagnolo e autore di "Revolution and the State: Anarchism in the Spanish Civil War 1936-1939" (2018, Routledge), osserva come i rapporti di produzione, i rapporti tra i sessi, e i costumi di un paese cattolico e gerarchico, vennero davvero sconvolti. Ma mostra anche che questa rivoluzione fu immediatamente coinvolta in un processo di ricostruzione dello Stato repubblicano; con la collaborazione di alcuni leader libertari. Michael Seidman, storico sociale americano, e autore di "Republic of Egos – A Social History of the Spanish Civil War" (University of Wisconsin Press, 2002), evidenzia comportamenti ordinari: fame, stanchezza, assenteismo, mercato nero, rifiuto del lavoro, diserzione, difesa della famiglia, o degli interessi locali. Lungi dall'essere una coscienza rivoluzionaria unanime, tutto ciò rivela una società guidata da bisogni materiali, scarsità, collasso monetario e dalla difficoltà di far produrre gli individui per qualcosa che non sia la propria sopravvivenza. Gestire treni, produrre armi, distribuire pane, nutrire una città, coordinare officine, organizzare un fronte; tutto ciò richiedeva competenze, arbitrati per stabilire le priorità, responsabili e sanzioni. Dietro il vocabolario dell'autogestione, riemersero quasi immediatamente le funzioni di comando: comitati di gestione, consigli economici, tecnici, ispettori della Generalitat, leader militari, ministri della CNT, pattugliamenti armati, disciplina lavorativa in nome della guerra. Il boss poteva essere scomparso, ma il coordinatore, il delegato, l'esperto, il capo colonna, il ministro e il poliziotto rivoluzionario entravano da un'altra porta. La sinistra industriale autogestita, sostiene di opporsi alla gerarchia e all'autorità, ma tuttavia le rinnova sempre entrambe, e lo fa in un modo o nell'altro «anche se significa farle solo a parole, nascondendo l'autorità sotto un falso nome ("missione", "coordinamento", "federazione", "associazione", ecc.)». In Spagna, nel 1936, «un'organizzazione anarchica partecipò a un governo, a un esercito, cercò di persuadere i lavoratori a sottomettersi agli imperativi della produttività industriale, minacciò i recalcitranti con sanzioni,» in breve, fece «dall'oggi al domani l'opposto di ciò che aveva professato per mezzo secolo», osservò François Roux nella recensione di un libro di Myrtille Gonzalbo. L'esperienza spagnola non dimostra affatto che una società industriale potesse funzionare senza gerarchie.

  Etiévant prosegue con l'episodio di "autogestione" avvenuto in Algeria sotto Ben Bella nei primi anni '60, cosa che non dimostra nulla. Anche qui si verificò effettivamente l'acquisizione di terreni e di attività commerciali lasciate vuote dopo la partenza dei coloni, ma questa ripresa fece immediatamente parte di un quadro statale, amministrativo e urbanistico. Comitati di gestione, direttori nominati, uffici, un ministero, un unico partito, gli imperativi di produzione e redditività: l'esperienza algerina non dimostra che una società moderna possa fare a meno di delega e gerarchia. Piuttosto, mostra come un'iniziativa popolare, non appena deve far funzionare un'economia nazionale, venga inevitabilmente catturata dalle mediazioni da cui dipende. Etiévant loda pertanto i meriti della "autogestione" sotto il regime dittatoriale di Tito in Jugoslavia, che lui stesso aveva presentato come "strettamente supervisionata". E nella misura in cui  riconosce la non autonomia di quest'altro episodio di "autogestione" immaginaria, allora questo dovrebbe parlare da sé solo. Ma brevemente. In un testo dedicato alla "Autogestione in Jugoslavia", nell'ottavo volume della "Enciclopedia Internazionale dell'Autogestione", lo scrittore serbo Goran Markovic osserva che: «I consigli operai non furono creati come risultato di un movimento consapevole dei lavoratori, ma piuttosto come un sottoprodotto del conflitto tra Stalin e la leadership del PC jugoslavo. È improbabile che questi consigli dei lavoratori sarebbero stati creati se questo conflitto non ci fosse mai stato.» Il punto di svolta dell'economia jugoslava ebbe inizio nel 1949-1950, con la creazione dei consigli dei lavoratori -  scrive Yvo in un altro testo dedicato all'argomento - e pubblicato nello stesso volume della "Enciclopedia Internazionale dell'Autogestione", esso «corrispondeva al desiderio di ottenere il sostegno delle masse jugoslave nel conflitto tra la leadership titoista, e lo stalinismo e il sostegno interno di quest'ultimo. Cioè, se c'era una concessione da parte dei leader, essa era per una questione vitale: mantenere il potere (e le proprie vite, perché, all'epoca, le discussioni ideologiche finivano con delle sparatorie). Ma i leader jugoslavi erano abbastanza lungimiranti da salvare i propri privilegi allo stesso tempo delle loro vite. Così, anche il fenomeno politico diventa un fenomeno di classe, l'apparato di partito mantiene la sua posizione di guida, anche nella nuova struttura. La nuova classe dirigente non perde nulla in questa operazione, al contrario, ottiene una certa stabilità a livello interno; e a livello esterno un nuovo prestigio e... un nuovo aiuto economico. […] Le cause dell'autogestione in Jugoslavia, determinano le possibilità per lo sviluppo stesso dell'autogestione e, soprattutto, i limiti stretti imposti a questo sviluppo determinano a loro volta anche tutte le sue ambiguità, tutte le sue contraddizioni, e un certo numero di sue debolezze. Alla fine, Yvo conclude: «non puoi identificarti con questa esperienza, né difenderla incondizionatamente; non solo le facciamo delle critiche e abbiamo delle riserve, ma non accettiamo il principio di un partito politico che debba avere il ruolo principale, preponderante, onnisciente e onnipresente.» Etiévant richiama anche dei presunti episodi di autogestione, i quali sarebbero avvenuti nella Russia sovietica nel 1917, e nella Cina maoista, in particolare durante la mitica Comune di Shanghai. Altri due esempi poco convincenti, sui quali non mi soffermerò perché presentano gli stessi punti deboli degli altri e questo testo è già troppo lungo. In entrambi i casi, "l'autogestione" è stata breve, localizzata, instabile, piena di tensioni, tutt'altro che priva di leader o gerarchie, e sempre coinvolta negli organi di potere - il partito, lo stato, l'esercito, i sindacati, i comitati rivoluzionari - che la controllavano, la inquadravano o alla fine la assorbivano. Nulla che suggerisca, nemmeno lontanamente, che il sistema tecno-industriale possa essere autogestito. Oltre a una fabulazione piuttosto rozza (che francamente non sorprende da parte di un sinistro prigioniero delle sue mitologie rivoluzionarie), Etiévant ammette di far parte di questa sinistra che continua a «dedicare una fascinazione romantica [...] a figure come Lenin o Che Guevara», e si possono notare diversi problemi fondamentali dalla prospettiva della sinistra autogestita a cui si richiama Etiévant: la sua definizione di capitalismo è eccessivamente limitata. Egli lo riduce grossomodo a una proprietà privata redditizia. Tuttavia, una definizione più coerente di capitalismo - come sottolinea la Wertkritik - non può limitarsi solo alla questione giuridica della proprietà. Il capitalismo non è semplicemente il regno del capo privato, del dividendo e dell'azionista avido. Costituisce una forma sociale in cui l'attività umana è subordinata alla produzione di valore, all'astrazione del lavoro, alla concorrenza, alla produttività, all'accumulazione, alla mediazione generalizzata da parte del denaro e del mercato. Una fabbrica "autogestita" che continua a produrre merci, a contare il tempo di lavoro, a ridurre i costi, ad aumentare la produzione, a dipendere dal credito, dai mercati, dai prezzi, dai fornitori, dalla contabilità, dalla concorrenza e dall'imperativo della sostenibilità economica, non emerge dal capitalismo. Al massimo, modifica il modo di amministrare: il capo è (formalmente) scomparso, il vincolo impersonale rimane. Il proprietario è stato abolito, ma non la forma sociale che trasforma gli esseri umani in funzioni produttive. Il discorso sull'autogestione finisce così per rimanere colonizzato dall'immaginazione capitalistica, secondo cui l'essere umano viene quasi sempre descritto come "operaio"; mentre l'obiettivo rimane l'«ampliamento dell'apparato produttivo» (Etiévant), ecc. Si parla di emancipazione, ignorando intere e cruciali sezioni di dominazione. Nel lavoro di Etiévant, questo dominio sembra essere esercitato quasi esclusivamente sul posto di lavoro, come se lo Stato, la scuola, la famiglia, l'istruzione obbligatoria, la socializzazione patriarcale, la pianificazione dell'uso del territorio, la dipendenza salariale, l'obbligo di lavorare, o persino l'amministrazione delle popolazioni, non fossero esse tante forme di vincolo. I disoccupati sono costantemente dominati proprio perché sono fuori dall'azienda: essi rimangono soggetti allo Stato, al mercato del lavoro, al controllo amministrativo, alla dipendenza monetaria e agli imperativi dell'economia. La compagnia non è l'unico luogo di dominazione, costituisce un suo esempio, uno importante, certamente, ma inserito in un intero sistema sociale che produce, disciplina e limita gli individui fin dall'infanzia. Manca il carattere intrinsecamente oppressivo, diseguale e gerarchico del sistema tecno-industriale. A partire da pochi episodi di autogestione temporanea, inconcludente e solo parzialmente democratica o egualitaria, quasi sempre coinvolgendo infrastrutture già esistenti, egli conclude che l'intero sistema tecno-industriale potrebbe essere auto-concepito, autoprodotto e autogestito dall'intera popolazione in modo veramente democratico. Ma prendere in gestione una fabbrica, una linea ferroviaria, una centrale elettrica, una rete o un'officina non è la stessa cosa che produrre le condizioni storiche, scientifiche, tecniche, energetiche, estrattive, logistiche e istituzionali che le rendono possibili. In tal modo, la sinistra autogestita omette opportunamente di discutere della produzione delle conoscenze scientifiche necessarie allo sviluppo del sistema industriale, della formazione differenziata di ingegneri, dirigenti, tecnici e operai, della divisione internazionale del lavoro, dell'estrazione delle materie prime, della manutenzione delle infrastrutture, della dipendenza dagli esperti e della separazione strutturale tra progettazione ed esecuzione. Vuole democratizzare la macchina, ma si interroga troppo poco su ciò che la macchina già richiede come società. Questa mancanza di una seria riflessione sulle esigenze delle cose, la porta a oscurare le implicazioni della scala. Ciò che può funzionare, in parte, in un'officina, una fattoria, una tipografia, una piccola cooperativa, non funziona necessariamente su altre scale. L'autogestione della gestione di una panetteria non ha nulla a che fare con il coordinamento di elettricità, telecomunicazioni, trasporto ferroviario, acciaio, chimica, ospedale moderno, I.T., produzione alimentare industriale o le reti idriche di un intero paese. Più la scala aumenta, più la decisione si sposta verso organismi di coordinamento, specialisti, sistemi di calcolo, procedure, norme e arbitrati astratti. È inevitabile, meccanico. L'autogestione locale diventa quindi dipendente dalla meta-gestione (pianificare, federazione, rete, amministrazione) e rinnova in altre forme la delegazione, l'esperienza, la separazione tra chi sa, chi calcola, chi coordina e chi esegue.

   Ma Etiévant non è d'accordo. Sostiene che l'esempio del gruppo di Mondragón «mette in discussione l'idea che la cooperazione sia incompatibile con la dimensione [implicando qui le grandi dimensioni]. Fondata nel 1956 nei Paesi Baschi spagnoli da cinque giovani attorno a una piccola cooperativa di elettrodomestici, l'attività dell'azienda si è estesa nel corso dei decenni in molti settori: industria, finanza, istruzione, ricerca... Nel 2005, il gruppo ha persino acquistato la società francese Brandt, in mo da poter così affrontare la concorrenza di multinazionali quali Whirlpool ed Electrolux. Oggi, Mondragón conta più di 70.000 dipendenti, suddivisi in cento cooperative organizzate in una federazione.» Tuttavia - come fa con quasi tutti gli esempi citati nel suo libro - Etiévant anche qui parte affermando che il gruppo Mondragón dimostra una cosa, per poi passare a riconoscere che, in realtà, è un esempio piuttosto discutibile. E così conclude il suo breve excursus su Mondragón ricordandoci che «non tutte le aziende acquistate sono state trasformate in cooperative, visto che in alcune il prezzo eccessivamente alto delle azioni limita l'accesso alla governance per i più precari, e alcune cooperative in buona salute rifiutano di aiutare quelle che si trovano in difficoltà, ecc.» E COSÌ VIA! Insomma, un caso molto convincente. A tal proposito, Philippe Durance, professore associato al Conservatoire national des arts et métiers (CNAM), espone la piena integrazione di Mondragon nell'universo capitalista nel suo articolo "La cooperativa è un modello di futuro per il capitalismo? Uno sguardo al caso di Mondragón" (2011). Lungi dal considerarsi un'alternativa al capitalismo, i leader di Mondragón affermano di far parte dello stesso mondo, quello della concorrenza, dell'innovazione, dell'espansione internazionale e dell'adattamento ai mercati. La cooperativa non abolisce la separazione capitale/lavoro, ma la redistribuisce tra dipendenti-partner e dipendenti ordinari. Durance ci ricorda come l'acquisizione di Brandt, da parte di Fagor nel 2005, rese visibile questa divisione: i lavoratori francesi non associati, si trovarono di fronte non a un classico boss, quanto piuttosto a una moltitudine di "piccoli padroni" cooperativi, capaci di decidere democraticamente licenziamenti che non riguardavano loro. La democrazia interna si applica al circolo dei proprietari, ma non a tutti i lavoratori intrappolati nella catena produttiva. Sharryn Kasmir, l'antropologa americana autrice de "Il mito di Mondragón" (1993), aveva già criticato questa idealizzazione, mostrando che il "mito" di Mondragón tendeva a cancellare i conflitti di classe e a delegittimare i sindacati in nome di una cosiddetta comunità cooperativa. Dati recenti confermano la piena integrazione di Mondragón nell'economia globale: nel 2023, il gruppo dichiarava 92 cooperative, 70.500 dipendenti, 11,056 miliardi di euro di fatturato, 186 milioni di euro di spesa in R&S, 104 sedi estere e vendite internazionali che rappresentano il 75% del totale. In altre parole, il Gruppo Mondragón non rompe con la produzione di valore, né con la concorrenza, né con l'innovazione come imperativo, né con la globalizzazione industriale; Propone una gestione più coesa per i suoi membri. Nessuna uscita dal capitalismo, nessuna prova di nulla. E dal punto di vista ecologico, Mondragón è un disastro industriale come qualsiasi altro. Il suo fatturato proviene principalmente dalla distribuzione di massa (Eroski), seguita da vari altri settori industriali (automotive, energia, varie attrezzature industriali). Sappiamo che non esiste cieco peggiore di chi non vuole vedere. Ma comunque ignora la natura intrinsecamente dannosa ed ecologicamente distruttiva del sistema industriale. Etiévant parla di socializzare aziende e industrie che chiunque tenga davvero alla vita sulla Terra dovrebbe desiderare vedere smantellate. Una raffineria, una fabbrica, una piattaforma logistica, una miniera, una centrale elettrica, ecc., non diventano emancipatori perché sono amministrati da chi vi lavora. Il loro fastidio non risiede solo nel regime di proprietà, ma anche nella loro funzione, nell'uso dei materiali, nei rifiuti, nelle infrastrutture, nell'inserimento in un mondo di trasporti, estrazione, consumo di massa e distruzione degli ambienti naturali. Per continuare a venerare l'utopia tecno-industriale autogestita nel 2026, bisogna essere completamente ciechi di fronte agli innumerevoli danni causati da tutti – tutti, tutti – i settori. Così facendo, egli confonde il controllo dei produttori (o "controllo dei lavoratori") con la democrazia della società nel suo insieme. La sinistra autogestita troppo spesso si sposta dal posto di lavoro. Il suo obiettivo è che i lavoratori di una fabbrica, di un'officina, di un reparto, decidano cosa succede lì e come produrlo. È un po' poco. Perché chi lavora in un determinato settore dovrebbe avere più voce in capitolo rispetto a chi ne è colpito? I residenti di una fabbrica chimica, i contadini la cui terra è inquinata, gli abitanti esposti ai rifiuti, le generazioni future, altri animali, gli ambienti distrutti, non sono rappresentati solo dal collettivo di lavoro. L'autogestione delle aziende può quindi benissimo rinnovare una sorta di corporativismo produttivista: i produttori difendono il loro strumento, il loro lavoro, il loro reddito, anche quando questo strumento è disastroso dal punto di vista sociale o ecologico. Il danno non è più imposto dal capitalismo in nome del dividendo, ma dagli stessi lavoratori in nome dell'occupazione, del reddito o del "controllo dei lavoratori". Feticizzare la "partecipazione", coinvolgere i lavoratori nella gestione, non basta ad abolire la dominazione, può persino essere un modo per interiorizzarla. Non ricevono più l'ordine del capo: partecipano collettivamente alla riunione in cui decidiamo che dovranno lavorare di più, ridurre i costi, accettare sacrifici, mantenere un'attività dannosa, aumentare la produttività o salvare l'azienda dalla concorrenza. La dominazione diventa procedurale, deliberativa, quasi morale: tutti vengono convocati a gestire la propria espropriazione. Questo è il grande trucco di certe forme di co-management: trasformare l'obbedienza in adesione.

Lo Stato di Pianificazione e i "Cybersoviet"
    Nascondendo completamente la sua faccia per quanto riguarda il potere statale, Etiévant riconosce che il suo progetto per la socializzazione delle aziende «supporrebbe, a lungo termine, una presa del potere statale da parte di una sinistra radicale.» Nel lungo termine, e anche prima. Dedica una sezione del suo libro alla «necessità di uno stato di pianificazione». L'intero progetto di Etiévant e dei suoi compagni ha come condizione uno Stato forte controllato dalla tecno-sinistra autogestita. L'idea è che il "potere pubblico" (che non è mai stato pubblico, se non solo di nome) adotti un certo numero di riforme per raggiungere l'utopia tecno-industriale autogestita. Ma rassicuriamoci, lo Stato controllato dalla tecno-sinistra autogestita sarebbe diventato veramente democratico grazie ai "cybersoviet" (un concetto che Etiévant riprende da Durand e Keucheyan e che designa come "strumenti digitali partecipativi") e a vari mezzi che garantirebbero uno Stato autogestito. Ma poi neanche troppo! «Non è una questione [...] che 'tutto venga deciso da tutti'», dice Etiévant. «Ad esempio, la produzione alimentare potrebbe essere pianificata a livello delle aree abitative, le priorità industriali discusse negli enti professionali e territoriali, e le principali orientazioni energetiche decise a livello nazionale.» E tutta questa pianificazione, e tutta questa nuova architettura organizzativa, sarebbe perfettamente egualitaria e democratica. A questo punto, Harry Potter è più realistico. La funzione della sinistra tecno-comunista autogestita sembra essere quella di perpetuare, all'interno di quella che si considera un'opposizione, l'adesione ai miti fondamentali della civiltà (industriale). Etiévant ci ricorda che in ogni marxista si trova un grande difensore del progresso del capitalismo industriale. Industria, lavoro, produzione, sviluppo tecno-industriale, sono tutte cose buone. L'umanità ha bisogno di tutto questo. Tuttavia, dovremmo rendere tutto questo democratico ed egualitario. Un giorno ce la faremo con successo, compagni! Abbi fiducia e vota Mélenchon! Quando si riferisce all'aspirazione a una civiltà industriale "autogestita", l'idea di autogestione si riferisce solo a una vecchia fantasia che ha animato la sinistra – i movimenti socialisti, operai, anarchici – del mondo industriale per più di un secolo. (Una fantasia che nasce in gran parte da un'interiorizzazione, da parte dei dominati, della prospettiva del dominante.) Ma nel senso ampio di autogoverno, di autonomia, l'idea di autogestione è piuttosto lodevole. Certamente ci sono state molte, moltissime società autogestite nella storia umana. Tuttavia, generalmente si trattava di piccole società indigene, con una tecnologia molto bassa, non di grandi organizzazioni industriali. Negli esseri umani, la minima delega di potere rischia rapidamente di trasformarsi in dominazione, come illustrano innumerevoli esperienze storiche. Nelle società che riuscivano a gestirsi da sole, il potere non veniva – o pochissimo – delegato. Sono queste realtà che dovrebbero essere prese sul serio, piuttosto che quegli episodi di "autogestione" industriale, che i tecno-comunisti continueranno a falsificare, abbellire e a servirci come utopie, fino alla loro morte.

- Nicolas Casaux - 22 maggio 2026 -

lunedì 1 giugno 2026

Nella “Critica spietata di Tutto ciò che esiste”, non c’è niente da salvare…

Produttivismo
- Mobilitazione di tutte le energie disponibili -
di  Sandrine Aumercier

   All'interno dei circoli militanti, il produttivismo viene spesso inteso come un eccesso, come se fosse solo una cattiva gestione della produzione di beni inutili, e come l'ideologia della produzione fatta per il gusto della produzione. A questo si oppone – soprattutto nel flusso della decrescita – la riduzione consapevole della produzione e del consumo; così come la critica all'ideologia della crescita. È vero che quest'ideologia della crescita è sostenuta da tutto lo spettro politico. Ma questa critica sembra presumere che stiamo commettendo un errore intellettuale, come se non comprendessimo che "basta così", e che questo errore sia alimentato da dei decisori avidi di potere e di profitto. Diventa pertanto necessario difendere e imporre la virtù del "meno". Vorrei perciò mostrare che la radice del problema si trova altrove. Il produttivismo è una macchina per divorare il mondo, che ora funziona con o senza il nostro consenso. Ma se le metafore della macchina, della "mega-macchina" (Lewis Mumford) o del "soggetto automatico" (Karl Marx) hanno qualcosa da dirci, ciò è perché la macchina non è affatto una metafora. Essa si trova al centro delle moderne relazioni di produzione, tanto che queste relazioni di produzione sono diventate esse stesse una macchina che noi non abbiamo più i mezzi di fermare. Dire che il sistema sociale si comporta come una macchina, e che noi non sappiamo più come fermarla, rischia di portare a una conclusione fatalistica. Non è questo il mio obiettivo. Il mio obiettivo è quello di mettere in evidenza il paradosso che - così confezionata e fuori controllo com'è - questa macchina non riesce comunque a funzionare da sé sola. In primis, una macchina non può mai avviarsi da sé sola, ma deve essere sempre stata prima programmata da un umano, e secondo, una volta avviata, non può continuare a funzionare senza corrente. I due punti che ho appena sollevato, sono fondamentali. Questo inizio, è un fatto storico, e sono stati gli esseri umani – non gli dèi o la natura – a creare la mega-macchina. E questa mega-macchina continua a funzionare solo grazie alla mobilitazione combinata di tutte le energie esistenti, le quali poco a poco trasformano il mondo in un bidone della spazzatura, ossia, in massima entropia. Ed è  quindi necessario comprendere quale sia il ruolo dell'energia e del lavoro nel modo di produzione capitalistico, così come quale sia il rapporto tra i due, in modo da collocare dove si trova l'imperativo della produttività moderna. Spesso, si presume spesso che bastisse affidare l'organizzazione della produzione a persone ragionevoli, progressiste e guidate dal no-profit o alle classi oppresse, affinché i problemi ecologici ed energetici vengano risolti. Si dice che non manchino le tecnologie pulite per soddisfare le nostre esigenze. Voglio dimostrare che non è così. La questione energetica ci aiuta a capire perché nessuna tecnologia è pulita e perché non esiste una soluzione alla crisi energetica fondamentale nella quale stiamo sprofondando. Basandomi su dei concetti di termodinamica, così come su quelli di economia politica, desidero qui mostrare perché la credenza in una "riappropriazione emancipatoria dei mezzi di produzione" sia un'illusione, e perché dobbiamo puntare piuttosto a una rottura molto più radicale, rispetto agli aggiustamenti sostenuti dall'ecologia politica, dalla decrescita o dall'eco-socialismo.

Cos'è l'energia?
    Nella vita quotidiana, parliamo di energia come se fosse una riserva di qualcosa di concreto, ad esempio tante tonnellate di petrolio. Tuttavia, il petrolio non è energia "in sé". È semplicemente un olio minerale composto da idrocarburi, risultato della trasformazione della materia organica nel corso di milioni di anni. Il fatto che una certa quantità di questa sostanza sia sottoterra, e possa essere bruciata, non significa che questa sia la sua destinazione naturale. Sebbene il suo uso sporadico fosse noto fin dai tempi antichi, è stato solo con la prima rivoluzione industriale che gli idrocarburi, in particolare il carbone, iniziarono a essere considerati una riserva di qualcosa da bruciare. Si è poi radicata l'idea che le riserve geofisiche fossero limitate e che, inevitabilmente, ci stavamo dirigendo verso il loro esaurimento. Tutti gli economisti avvertono di questo, fin dall'inizio dell'era industriale. Questa idea di riserva limitata è però piuttosto fuorviante, poiché non tiene conto della dimensione processuale della produzione industriale, cioè del tipo di relazione sociale che la sostiene. Concentrarsi su questa singola dimensione dello "stock fisico", porta a naturalizzare le relazioni sociali, considerandole solo come se fossero delle attività naturali che vengono affrontate a partire da dei limiti naturali. Tuttavia, va ricordato che non c'è nulla di naturale in queste attività, e che il limite assoluto delle risorse non ha mai interessato nessuna società precedente. Una società che non è soggetta ad alcun imperativo produttivo, può di certo incontrare delle carenze locali, ma non si preoccupa della diminuzione dello stock assoluto. È proprio perché l'economia moderna ha come orizzonte la totalità del pianeta, insieme allo sfruttamento di tutto ciò che esiste, che essa economia ha iniziato ben presto a sviluppare una nuova concezione della natura, vedendola come riserva limitata di risorse. Stavo parlando di petrolio. Ma prendiamo un altro esempio. Cos'è il vento? Parliamo di energia eolica, ma il vento non è una fonte di energia in sé, bensì un semplice movimento dell'aria nell'atmosfera terrestre. È vero che le turbine eoliche rendono possibile trasformare l'energia cinetica del vento in elettricità. Ma per produrre elettricità, C'è stato bisogno che prima fosse necessario inventare la corrente continua (Alessandro Volta), il generatore elettrico (Michael Faraday), e i sistemi di accumulo. Tutto questo non ha nulla a che vedere con il vecchio mulino a vento, il quale non convertiva l'energia da una forma all'altra , ma semplicemente trasferiva energia cinetica: trasmetteva l'energia cinetica del vento al movimento delle ali del mulino. Per funzionare, non aveva bisogno della nozione di energia. I moderni sistemi di conversione e di accumulo dell'energia, invece, prevedono, come prerequisito, una corrispondente nozione di energia. E cos'è l'energia nucleare? Un nucleo atomico non è intrinsecamente destinato a diventare una fonte di energia. Il rilascio di energia nucleare, può avvenire naturalmente attraverso reazioni di fusione nucleare all'interno delle stelle - ad esempio, il Sole - così come tramite fissione nucleare nel contesto della radioattività naturale. Ma per parlare di energia nucleare, serve un concetto di energia, e un progetto per liberare quell'energia nucleare, oltre a una scienza e a infrastrutture adeguate. E infine, l'energia solare? Siamo forse sulla soglia di un'era di "comunismo solare", come alcuni desiderano, o prevedono? La radiazione solare, rende possibile la vita sulla Terra attraverso il trasferimento di luce ed energia termica. I fotoni sono onde elettromagnetiche che trasportano energia. Trasmettono continuamente questa energia alla materia. È l'origine della maggior parte delle fonti di energia della Terra. Tuttavia, questa enorme fonte di energia può essere sfruttata, nel senso moderno del termine, solo dopo essere stata convertita in elettricità; in particolare grazie all'effetto fotovoltaico, scoperto alla fine del XIX° secolo. Per rendere il sole un "dio dell'energia", non basta ricevere fotoni. Serve un mondo ricoperto - semplicemente - di innumerevoli impianti solari, di batterie e di apparecchi elettrici. E questo, con una resa assai inferiore a quella che gli idrocarburi possono offrire. In tal modo, la nozione di energia ci permette di comprendere tutti i processi fisici vedendoli attraverso un concetto unificante: quello di una quantità astratta di qualcosa che può essere poi trasformata da una forma all'altra , in modo da poter poi svolgere un lavoro. Ma in tutto questo non manca mai un sistema di conversione, e mai un'area di passi tecnologici che hanno dato il via a una spirale industriale tecnico-scientifica. Non è quindi possibile considerare il mio piccolo consumo energetico individuale, ad esempio questa lampadina o lavatrice a basso consumo, indipendentemente dal grande sistema di segnalazione che lo rende possibile. Questa è una differenza essenziale con tutti i processi premoderni. In tutte le forme di energia che abbiamo appena menzionato, vediamo che l'energia non è qualcosa che "già esiste", bensì qualcosa di astratto che cerchiamo di materializzare, di procurarci, attraverso sistemi tecnici immensi, per poter così svolgere... il lavoro. "Procurarsi energia" merita pertanto lee virgolette. Infatti, la prima legge della termodinamica afferma che l'energia totale di un sistema chiuso rimane conservata. Quando un sistema non è chiuso, come accade per tutti i sistemi che conosciamo, allora esso scambia energia con il suo ambiente. Tuttavia, questo scambio di energia non cambia la quantità totale di energia scambiata durante la trasformazione del sistema. In altre parole: l'energia non viene né creata né distrutta. La sua quantità totale rimane costante ovunque e in ogni momento. È quindi importante tenere a mente che non stiamo "ottenendo" energia, ma ci stiamo semplicemente dando i mezzi per catturare e utilizzare l'energia esistente grazie ai convertitori. Mi piace citare la frase che il vincitore del Premio Nobel per la fisica Richard Feynman disse ai suoi studenti: «Esiste un principio, o se preferite, una legge, che governa tutti i fenomeni naturali noti fino ad oggi. A questa legge, non ci sono eccezioni note: per quanto ne sappiamo, essa è assoluta. Questa legge si chiama risparmio energetico. Afferma che esiste una certa quantità, che chiamiamo energia, la quale non viene modificata durante le molteplici trasformazioni che la natura subisce. Si tratta di un'idea molto astratta, dal momento che è un principio matematico; Questo principio afferma che esiste una quantità numerica, che quando accade qualcosa non cambia. Non è la descrizione di un meccanismo, né di nulla di concreto; è solo un fatto strano: possiamo calcolare un certo numero e, quando abbiamo finito di osservare la natura fare quello che è il suo gioco di prestigio e poi calcoliamo di nuovo quel numero, è sempre lo stesso. […] È importante sapere che non abbiamo alcuna conoscenza di cosa sia l'energia nella fisica odierna.» [*1] Quello che Richard Feynman non dice - poiché non è uno storico - è che l'idea di misurare i fenomeni naturali dalla nozione di energia non è una verità assoluta. La definizione più semplice di energia è che essa misura la capacità di un sistema di cambiare uno stato o di svolgere un lavoro. Senza una nozione di lavoro da fare e confrontare, la nozione di energia semplicemente non ha un posto nel mondo. Storicamente, è stato solo quando abbiamo iniziato a misurare, razionalizzare e ottimizzare la produttività, che è diventato essenziale parlare di energia, perché per far funzionare le macchine serve energia. È in questo momento che nasce la fantasia che esista un'energia – specialmente energia solare – in quantità illimitate, a patto che impariamo a catturarla. L'energia quindi non è qualcosa che preesiste dal punto di vista ontologico, ma qualcosa di costituito da un certo prisma sociale, una certa relazione strumentale con il mondo. Per essere sfruttata, l'energia deve prima essere resa utilizzabile. Contrariamente a quanto si crede comunemente, non è disponibile come riserva naturale di energia. È costituita come tale solo da quelle che sono delle infrastrutture dedicate. Questo richiede ingegneri e scienziati - ma anche una certa modalità di produzione - che lavorino insieme per coprire il mondo con dispositivi per la conversione dell'energia, l'accumulo di energia, il trasporto di energia, ecc. Idrocarburi, vento, sole, nucleo atomico e altre fonti di energia divennero fonti di energia solo dopo che l'organizzazione sociale aveva, per così dire, indossato occhiali energetici. Non sono fonti di energia "per natura". Il legno può anche decomporsi in humus, essere segato per la costruzione o bruciato per produrre calore. Dal punto di vista scientifico, tutti questi processi possono essere descritti come trasformazioni energetiche. Tuttavia, questo significato non è certo destinato a essere l'unico e il più importante.

Le cattive notizie dell'entropia
   Ed è qui che entra in gioco la seconda legge della termodinamica, la quale afferma che a ogni trasformazione di energia, una parte di questa energia viene dissipata come calore, e quindi diventa inutilizzabile in termini di capacità di lavoro. Questo si chiama entropia. Il termine fu introdotto nel 1865, dal fisico tedesco Rudolph Clausius, per descrivere la dissipazione dell'energia durante le trasformazioni fisiche. Dissipazione non significa "perdita": il secondo principio non contraddice il primo. L'energia, è quindi il concetto che corrisponde a una quantità di lavoro che può essere svolto, mentre l'entropia corrisponde a una perdita di usabilità che limita la quantità di lavoro che può essere svolto. Mentre il principio di conservazione dell'energia sembrava fosse una buona notizia, la scoperta dell'entropia era invece una cattiva notizia! Pertanto, sarebbe più corretto parlare di una "crisi di entropia", piuttosto che di una "crisi energetica" [*2]; ma anche qui, la cosa va fatta a patto che essa non venga naturalizzata, riscrivendo l'intera storia del mondo dal punto di vista dell'entropia!
Ottimisti del progresso e pessimisti antimoderni, litigano sull'interpretazione di questa crisi da più di due secoli. I primi credono che un giorno, se solo saremo abbastanza intelligenti, invertiremo la tendenza più preoccupante grazie a una soluzione tecnologica dirompente. Mentre i secondi annunciano l'apocalisse, spesso legata a una cosmologia dell'entropia. Entrambi sono le due facce della stessa moneta. Nessuna di queste due visioni è davvero interessata a cosa significhino socialmente energia ed entropia, e a come questi concetti siano emersi storicamente. Spesso si obietta che l'entropia sarebbe un fenomeno universale. Tutti i processi naturali producono entropia, vale a dire, una quantità di energia che diventa inutilizzabile durante le trasformazioni naturali. Ma la temporalità cosmica e terrestre - da un lato - e la temporalità delle società premoderne e industriali, dall'altro, non hanno una misura comune. Inoltre, la possibile natura cosiddetta "inutilizzabile" dell'energia non ha alcun significato per la natura e per le società non industriali. Per noi invece ha senso. Se la Terra diventa inabitabile a causa del riscaldamento globale, non importa alla natura. Essa assumerà semplicemente altre forme, ed evolverà in altre direzioni. I numerosi libri che ci spiegano che siamo vittime delle leggi universali dell'entropia sono nient'altro che un tentativo di presentare la tecnologia industriale come se essa fosse il prodotto finale di un'evoluzione universale, e quindi cercano di "affogare il pesce". Il destino della modernità industriale viene presentato come se fosse il destino dell'umanità, persino del cosmo! Così facendo, due ordini di grandezza incommensurabili vengono perciò costantemente confusi. Ma uomo e società non sono entità naturali; le decisioni sociali non possono perciò essere attribuite a nessuna legge della natura. Tutto ciò che è stato messo in moto con la rivoluzione industriale, non è stato altro che un regime energetico completamente nuovo; cosa che non è naturale. Non è paragonabile al ciclo naturale della biosfera, la quale, a differenza della produzione industriale, non produce "rifiuti". La differenza tra le due, risiede nello scopo produttivista che costituisce la relazione sociale, sia nel capitalismo che nei paesi socialisti. Questo scopo consiste nell'imperativo produttivo, vale a dire nella necessità di produrre rapidamente, in modo efficiente, e su scala sempre più ampia. La biosfera non persegue tale fine. Nessuna delle società passate lo ha fatto: hanno certamente prodotto beni, ma lo hanno fatto partendo da altri fini sociali. Ecco perché la produzione capitalistica, e solo essa, stabilisce una nuova temporalità, che a sua volta si riflette nella sua entropia. L'entropia misura un grado di indisponibilità, di inutilizzabilità, che si riferisce anche al grado di irreversibilità temporale.Nel passato, quando la foresta veniva disboscata, servivano una o più generazioni per ristabilire l'equilibrio. D'altra parte, quando le riserve di petrolio e di gas saranno esaurite, ci vorranno milioni di anni prima che si riprendano. Quindi noi stiamo mangiando il nostro futuro. Perciò, fare riferimento a esempi più antichi di distruzione ambientale, ben documentati, è solo una scusa facile. Poiché l'obiettivo principale delle società precedenti non è mai stato la produzione globalizzata di merci! Non potevano quindi subire il riscaldamento globale, la scomparsa della biodiversità o la trasformazione del pianeta in un bidone della spazzatura. Solo la modernità ci colloca al centro di una clessidra che si sta inevitabilmente fermando. Ma questa, se ci interessa l'incredibile diversità delle società umane, non è una necessità antropologica.

L'attenzione errata sui combustibili fossili
    Il tema del riscaldamento globale è stata un'opportunità per creare una nuova virtù energetica, quella delle "energie rinnovabili". Tuttavia, questa espressione è seriamente fuorviante: nessuna energia è "rinnovabile" poiché l'energia totale è sempre in quantità costante. Questa espressione ci fa credere in una fonte di energia naturalmente inesauribile. Ma il problema della società industriale non risiede nell'esistenza delle fonti energetiche, come è stato detto, poiché l'energia rimane costante in ogni caso, bensì nella cattura dell'energia, una cattura che presuppone una precedente invenzione del concetto di energia. Ma è con la cattura, l'archiviazione e la distribuzione che iniziano i problemi. I fotoni del sole sono una fonte di energia "rinnovabile", almeno finché il sole esiste, ma i sistemi di cattura, conversione e stoccaggio non sono rinnovabili. In realtà, la cosiddetta "transizione" non è stata pensata per salvare il clima. Con essa, si intende continuare lo stesso regime energetico, ma su basi energetiche diverse dagli idrocarburi, dato che le riserve petrolifere sono entrate nella loro fase di declino. Tutti conoscono la curva a campana che venne presentata da Marion Hubbert King negli anni '50, e che già allora annunciava il picco del petrolio. Tuttavia, il picco del petrolio convenzionale potrebbe essere stato superato nel 2006, se si crede a un rapporto dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA). L'aumento dello sfruttamento del petrolio non convenzionale iniziò quindi a ritardare il picco del petrolio per tutti i petroli. Le stime della fine del petrolio dipendono ovviamente da molti fattori, come i giacimenti non convenzionali (come le sabbie bituminose e altri), le nuove tecnologie di sfruttamento, l'incertezza sulle riserve effettive, ecc. Ma una cosa è certa: sono in quantità limitata sulla Terra, e prima o poi finiranno le scorte. Questa realtà è ineludibile. Nel frattempo, il tema climatico sembra essere diventato ciò che Matthieu Auzanneau definisce «una copertura per la miseria, di fronte alle crescenti difficoltà nel trovare nuove fonti di petrolio intatte ed economicamente sfruttabili.» [*3] Questo, è l'alibi perfetto per promuovere una apparente conversione della produzione di combustibili fossili a nuove forme di energia. Non è meraviglioso vedere Total cambiare nome in Total Energies (2021) e iniziare a produrre energia rinnovabile; non al posto del petrolio, ma in aggiunta al petrolio?!?? Alcuni denunciano lì il greenwashing. Ma questa denuncia è più spesso collegata alla convinzione che tutto sarebbe risolto se solo i combustibili fossili fossero completamente abbandonati e si producessero solo le cosiddette energie "rinnovabili". Ciò, è molto sorprendente se ci si interessa seriamente che cosa significherebbe una completa elettrificazione del mondo: giganteschi scavi di metalli con quantità mostruose di rifiuti, avvelenamento permanente di suolo e acqua, inquinamento atmosferico, costruzione di innumerevoli strade e infrastrutture aggiuntive, inquinanti lavorazioni industriali e raffinazioni costose in acqua, energia e rifiuti industriali non assimilabili, e infine un'eredità di milioni di ex miniere abbandonate, per non parlare dello sfratto o del "trasferimento" delle popolazioni. Tutto questo non è in alcun modo meno devastante del riscaldamento globale, per non parlare del fatto che non limita il riscaldamento, ma lo aggrava. Il verdetto di Aurore Stephant, ingegnere e consulente in geologia mineraria, è chiaro: non esiste una miniera pulita e la devastazione dell'estrazione mineraria è non meno di quella dovuta al riscaldamento globale. [*4] Ci sono senza dubbio da fare miglioramenti tecnologici, e legislazione ambientale. Ma non compensano in alcun modo l'estrazione sempre più complessa e distruttiva delle materie prime. I metalli ricercati per la transizione energetica si trovano in concentrazioni sempre più basse nella parte accessibile della crosta terrestre. La quantità di rifiuti minerari è stimata in 200 miliardi di tonnellate all'anno e si prevede che nei prossimi decenni aumenterà di cinque volte!
Per quanto riguarda la riduzione della concentrazione nei minerali, e la considerazione di tutti i processi industriali, parliamo di EROI (Energy Return on Energy Invested), che si riferisce al rapporto tra l'energia ottenuta e l'energia investita per ottenerla. L'EROI degli idrocarburi continua a diminuire. Anche la quota delle energie rinnovabili, che in ogni caso è molto più bassa, sta diminuendo. E questo, mentre la cosiddetta "transizione energetica" dovrebbe portare, secondo l'IEA, a un aumento di sei volte della necessità di minerali critici nei prossimi decenni! Se consideriamo la crescente necessità di metalli, la crescita delle infrastrutture e la moltiplicazione delle fasi di lavorazione, allora l'uso esclusivo delle cosiddette energie "rinnovabili" è una semplice utopia. L'equilibrio consiste in un volume fenomenale di rifiuti e inquinamento, la maggior parte dei quali è irreparabile. In sintesi: con la diminuzione della concentrazione di minerali, diminuisce anche l'energia necessaria per l'estrazione mineraria (oltre all'enorme quantità di acqua richiesta e all'uso massiccio di sostanze chimiche tossiche), mentre la sostituzione annunciata dei combustibili fossili (che rappresentano ancora l'80% del consumo energetico totale mondiale) richiede sempre più metalli critici, e questo mentre il consumo energetico globale dovrebbe raddoppiare entro il 2050! [*5] Per dirla in modo più semplice, ci vuole sempre più energia per ottenerla, e questo mentre i bisogni sono in costante aumento. Come si può raggiungere questo risultato, anche con la migliore volontà del mondo? Questo conferma una realtà storica: non c'è mai stata una transizione energetica. Dalla prima rivoluzione industriale, il consumo di diverse fonti di energia non ha mai smesso di accumularsi. Ad esempio, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, storicamente non abbiamo mai consumato così tanto carbone e legna quanto oggi [*6]. Non sorprende, quindi, che i Verdi tedeschi, quando facevano parte della coalizione governativa, abbiano sostenuto la produzione di carbone e esteso il funzionamento delle centrali nucleari, mentre, allo stesso tempo, la Germania ha aumentato dieci volte la produzione di energie rinnovabili! Non sorprende nemmeno che la Cina sia il principale produttore mondiale di carbone, ma allo stesso tempo è anche il principale produttore mondiale di energie rinnovabili! Non sorprende nemmeno che, durante il mandato di Joe Biden – il campione del ritorno agli Accordi di Parigi – gli Stati Uniti abbiano registrato una produzione di petrolio e gas più alta rispetto a quella registrata durante il primo mandato del negazionista climatico Donald Trump, il che non ha impedito agli USA di aumentare di dieci volte [*7] gli investimenti nelle energie rinnovabili. Dal punto di vista della storia dell'energia, tutte queste contraddizioni hanno perfettamente senso. E non hanno nulla a che fare con la volontà dell'uno o dell'altro. Sono strutturali, fin dalla prima rivoluzione industriale. Questo fenomeno storico è accompagnato da una sinergia di consumo sistemico di tutte le materie prime esistenti. Il picco del petrolio è stato quindi seguito, come la sua ombra, da un altro picco di cui nessuno ama parlare: il "picco di tutto" [*8]. La carenza di metalli critici, come litio o cobalto, così come di materie prime come fosforo, sabbia o acqua dolce - in breve, di tutto ciò che esiste - è drammaticamente imminente, sia tra qualche decennio che tra qualche secolo. La presunta sostituzione di alcune risorse energetiche con altre, o di certe risorse critiche con altre, non è in alcun modo la soluzione al problema energetico: continua solo a consumare il mondo, in un altro luogo. Non porta a una "transizione", ma aggrava la spirale dei nuovi bisogni energetici che si aggiungono a quelli precedenti. Il principale errore dei movimenti climatici, consiste perciò nel fatto che essi sostengono essenzialmente la rinuncia alla combustione, accompagnata dalla sobrietà. Cito qui un eminente professore di ingegneria civile e ambientale, il quale ha sviluppato un modello controverso, volto a sostituire tutte le fonti energetiche esistenti con le cosiddette energie rinnovabili: «La combustione è il problema», egli dice. [*9] Ma questo è completamente falso. Il problema non è che stai bruciando qualcosa - diciamo tante tonnellate di petrolio - ma che tutta la produzione moderna è soggetta a un'astrazione fisica chiamata "energia". Come ho detto all'inizio, è necessario lasciare la visione statica dello stock - che è naturalistica -  per concentrarsi invece sulle categorie che governano i processi industriali e le loro dinamiche storiche. A questo proposito, l'elettricità crea lo stesso abisso entropico dei combustibili fossili. È stata l'astrazione energetica ad aver trasformato il mondo in un'immensa riserva di risorse destinata per definizione a essere gradualmente esaurita.

La categoria di lavoro nel capitalismo
    Gli storici non hanno dimenticato di notare che la nozione moderna di energia è emersa dopo la prima rivoluzione industriale [*10]. Il termine "energia" venne usato per la prima volta da Jean Bernoulli all'inizio del XVIII° secolo (1717) per riferirsi a ciò che oggi si chiama lavoro meccanico. Ci vollero altri secoli e mezzo per fa sì che questo termine acquisisse una solida base teorica, che lo distinguesse dalla nozione di lavoro, anche se è indissolubilmente legato a essa, come vedremo ora. Si dice che l'energia sia la misura della capacità che un sistema ha di cambiare un suo stato, o di svolgere un lavoro. Ma qual è questo lavoro da fare? Fu infatti ispirandosi alla definizione di lavoro umano che, in fisica, gli ingegneri della fine del XVIII° secolo svilupparono gradualmente una nuova nozione di lavoro. Ed é proprio questa nozione di lavoro che ha reso possibile definire sempre più chiaramente la nozione di energia. La nuova nozione di lavoro in fisica, si basava sulla ricerca dell'efficienza nelle nuove macchine, in particolare in quella della macchina a vapore. Nel 1829, l'ingegnere Gaspard-Gustave Coriolis decise deliberatamente di usare il termine "lavoro" per riferirsi a ciò che la meccanica aveva fino ad allora chiamato "quantità di azione", "potenza meccanica" o "forza" [*11]. Non è una coincidenza. Il modello di questa nuova concezione del lavoro era già presente nel suo ambiente sociale. Si trattava già di ridurre il lavoro umano alla sua dimensione fisica, vale a dire, alla dimensione delle prestazioni meccaniche. La dimensione sensoriale, psicologica, simbolica o etica di un'attività divenne così secondaria, o venne addirittura completamente abbandonata. Fu sostituito dall'obiettivo principale: razionalizzare e aumentare la produzione. Marx parla del lavoro umano, visto come «un consumo di cervello, nervo, muscolo, organo sensoriale, ecc.» [*12]. Ora, nel capitalismo - e solo nel capitalismo - questa spesa è allo stesso tempo un generatore di valore. Il lavoro crea valore producendo merci che sono valori di scambio: il lavoratore vende parte della sua forza lavoro al proprietario dei mezzi di produzione, il quale investe nei mezzi di produzione affinché le merci possano essere prodotte e vendute. La concorrenza costringe ogni detentore di capitale a essere più competitivo degli altri, altrimenti rischia di scomparire dal mercato. La forza lavoro venduta, viene omogeneizzata dalla media sociale del tempo di lavoro necessario alla produzione di una determinata merce, poiché sul mercato capitalista un maglione lavorato a mano non può essere venduto se il tempo di lavoro socialmente medio necessario per realizzare un maglione è dettato dalla sua produzione in 500.000 copie in qualsiasi fabbrica automatizzata. Ma la costante razionalizzazione del tempo di lavoro medio socialmente necessario, raggiunge rapidamente un limite: un essere umano ha solo 24 ore al giorno, e anche assai meno se si deduce il tempo dalla propria riproduzione. Marx chiama "plusvalore assoluto" il plusvalore ottenuto attraverso l'allungamento della giornata lavorativa. Non appena il suo limite fu raggiunto, bisognava trovare un altro modo per spingere questo limite fisico. Marx lo chiama "plusvalore relativo". In entrambi i casi, si tratta di "risparmiare tempo"; sia prolungando il tempo di lavoro non retribuito sia razionalizzando questo stesso tempo di lavoro introducendo macchine che siano molto più efficienti di un essere umano. Ovviamente, stiamo parlando di tempo nel senso industriale, che è precisamente proprio il tempo dell'entropia; il tempo che divora il nostro futuro. Il plusvalore relativo, quindi, si riferisce alla possibilità di ottenere una produzione migliore per lo stesso tempo di lavoro, facendo svolgere gran parte del lavoro dalle macchine. La costante necessità di introdurre nuove macchine, nuove innovazioni, nasce dalla concorrenza sentita come stimolo. Nessun capitalista può restare a guardare, visto che in qualsiasi momento rischia di essere superato da un concorrente, in termini di produttività. Pertanto essi tutti dovrebbero sempre impegnarsi a essere un passo avanti, innovando costantemente per aumentare la produttività. Dal punto di vista della società vista nel suo insieme, questo alimenta una corsa senza fine, la quale è il vero nucleo della spinta per la produttività e per la crescita. Tuttavia, trasferendo il lavoro umano alle macchine - che Marx chiama "lavoro morto" - il limite non è più solo la giornata biologica di 24 ore, ma l'intero pianeta Terra. Ora, la competitività spinge a essere il primo a portare sul mercato una tecnologia di produzione più efficiente, rispetto ai concorrenti. Questo permette di ottenere un vantaggio sul mercato, almeno finché questa tecnologia non sarà diffusa. Il lavoro di un essere umano e quello di una macchina, sono resi equivalenti in termini di prestazioni misurabili, ridotti al loro comune denominatore energetico [*13]. Non è quindi un caso che sia stato scelto il medesimo termine per designare queste due invenzioni: lavoro meccanico, in fisica, e lavoro astratto, nella società capitalistica. L'unico scopo della produzione capitalista è la ricerca del più alto livello di produttività, al fine di mantenersi concretamente in competizione. Ed è proprio questo che permette il design sottostante dell'energia. Alla fine del XIX° secolo, le persone erano determinate a misurare e razionalizzare fisicamente le prestazioni umane nei termini di quelle delle macchine, esattamente come se l'uomo fosse una macchina. Il mondo intero finì per essere immaginato come se fosse una grande fabbrica, dove piante, animali, esseri umani e macchine "lavorano" insieme, alimentando tutte le immagini futuristiche del progresso. Questo portò al taylorismo e al fordismo, e poi, molto più tardi, alla Nuova Gestione Pubblica. Questa concezione capitalista del mondo come fabbrica, rappresenta un culmine della termodinamica e un precursore della cibernetica: tutti i fenomeni, siano essi naturali, sociali o psichici, vengono compresi esclusivamente dal punto di vista della loro astratta equivalenza energetica. Questa concezione colloca l'uomo in un immenso continuum energetico, di cui egli è solo un semplice ingranaggio. Ed è così che il capitalismo inventa contemporaneamente ecologia ed economia. Queste, entrambe, non sono in contraddizione tra loro, e tutta  l'intera traiettoria del capitalismo tende persino a farle convergere. Su scala sociale, la legge marxista del valore rimane valida: il lavoro umano rimane l'unica fonte di creazione di valore economico. Ma per l'economia standard, prevale solo la ricerca della migliore combinazione di fattori di produzione. Non fa alcuna differenza, in linea di principio, tra il fattore lavoro e il fattore capitale (o i mezzi di produzione). Questi fattori devono essere combinati in maniera ottimale. L'imprenditore individuale e la teoria neoclassica della produzione, partono quindi entrambi dal principio di una sostituibilità illimitata tra il lavoro vivente (umano) e quello morto (macchina). L'economia neoclassica opera perciò sulla base, sia di una negazione del ruolo del lavoro umano nella produzione di valore su scala sociale, sia di una sostituibilità energetica di tutte le forme di lavoro l'una nell'altra. diventa comprensibile perché la nozione di energia fosse storicamente essenziale per razionalizzare questo processo. L'economia afferma pertanto di essere semplicemente un'estensione della natura. Gli esseri umani avrebbero "sempre" funzionato, e la natura stessa avrebbe funzionato "per sempre"! Ma ciò che l'economia fa davvero, innanzitutto, è creare, attraverso l'introduzione del lavoro astratto, una sfera economica autonoma: lavorare per guadagnare soldi; cosa che non è affatto naturale. In secondo luogo, a questa nuova sfera così creata sovrappone le forze della natura. E mentre il capitalismo sta gradualmente inghiottendo l'intero mondo fisico, umano e non umano, la teoria neoclassica della produzione continua ad affermare che essa non fa altro che imitare la natura, o prolungare i fenomeni naturali. La dimensione socio-storica viene in tal modo totalmente oscurata. Non sorprende perciò che si possano sentire frasi come: «Non esiste la società»!
La cosiddetta Critica del Valore parte dal presupposto secondo cui qualsiasi tentativo di criticare la società capitalista dal punto di vista del lavoro, promuova solo un'integrazione effimera del lavoratore in questa stessa società, ma che in nessun modo, così facendo, promuova l'abolizione di questo principio del lavoro astratto. Così, in passato, i vari movimenti operai riuscirono certamente a migliorare le proprie condizioni di vita, ma ciò lo fecero solo grazie al boom produttivo del dopoguerra, e allo spostamento delle esternalità verso altri segmenti della popolazione mondiale. Ciò portò il progetto rivoluzionario all'integrazione aperta e alla gentrificazione. Una critica radicale del capitalismo non può mirare né a migliorare la propria situazione, in sfida al resto della popolazione mondiale, né a pretendere la generalizzazione dello Stato senza verificarne a livello sistemico la fondamentale fattibilità di quello che promuove. Essendo il capitalismo una formazione storica e dinamica, la sua evoluzione attraversa delle fasi irreversibili. La critica del valore esamina la logica interna del valore all'interno del capitalismo, e, di conseguenza, esamina anche la sua dimensione di irreversibilità. Allo stesso modo, la critica dell'energia esamina il metabolismo fisico di tale logica del valore, strettamente legato ad essa. Ecco perché la critica del valore ha rinnegato la semplice critica del plus-valore. Troppo spesso è stato confuso con una denuncia del profitto e dello sfruttamento. Ma così facendo, l'obiettivo di porre in atto una migliore distribuzione del capitalismo sostituisce il vero obiettivo; vale a dire, abolirlo! Simultaneamente, la critica del valore presuppone che le categorie del capitalismo a esso legate debbano essere contemporaneamente criticate e abolite: il valore, il lavoro, le merci, il denaro e lo Stato in quanto amministratore della logica del valore. Robert Kurz era arrivato persino a sottoporre alla critica anche la forma soggettiva dell'Illuminismo. Dal momento che è proprio questo soggetto a credere di poter disporre della sua forma di società, mentre, secondo Marx – e persino anche secondo Freud – non la possiede in alcun modo. Ecco perché Robert Kurz ha sottolineato che il compito della critica del capitalismo debba essere soprattutto negativo: essa consiste nella «critica spietata di tutto ciò che esiste», come aveva sottolineato Marx. Non c'è nulla da salvare.

La sostituibilità dei fattori di produzione, vista come sostituzione astratta delle forme di energia
    Un punto controverso di tutte le teorie critiche della società, e di tutti i movimenti di lotta della sinistra, è misurare fino a che punto la fine del capitalismo sia compatibile con la continuazione della produzione industriale. Sostengo che a rigor di termini l'abolizione del lavoro astratto - in termini semplici, di tutto il lavoro retribuito - significherebbe l'abolizione della produzione industriale. Il lavoro morto, è altrettanto astratto di quanto lo è il lavoro vivente; se consideriamo la nozione di energia, la quale, da sé sola consente la loro sostituzione. Nel marxismo tradizionale, si afferma costantemente che lo sviluppo delle forze produttive contiene in sé un potenziale che, per mezzo della riappropriazione dei mezzi di produzione, potrebbe condurre alla liberazione della società. Almeno come potenziale. A volte, per questo, ci affidiamo a quello che viene chiamato il "frammento sulle macchine" di Marx. Tuttavia, Marx non è così categorico. Egli afferma che lo scopo della macchina non è alleggerire il lavoro quotidiano, ma anche che essa è «un mezzo per produrre plus-value.» [*14] Può una macchina inventata con l'obiettivo capitalista di creare plusvalore, e che si è imposta in questo senso, venire riorientata allo scopo di servire un altro obiettivo (emancipatorio)? Il modello è tecnologicamente neutro? L'intenzione conscia è la dimensione decisiva? Nel testo di Marx e in tutta la storia del marxismo, questo problema rimane ambivalente. Spesso, la critica delle categorie fondamentali viene confusa con la moralità dei singoli attori. Marx descrive in dettaglio la transizione, dallo strumento alla macchina utensile. Questo sviluppo rende il lavoro umano superfluo, almeno in parte, o in alcuni settori, anche se esso rimane insostituibile ai fini della creazione di valore, inteso nel senso sociale complessivo. Questa contraddizione spiega perché, ancora oggi, alcune aziende come Amazon aspirano a dei processi completamente automatizzati (senza riuscirci), mentre i politici puntano al pieno impiego (senza mai raggiungerlo). Una situazione schizofrenica, per la società nel suo complesso. Ma diamo un'occhiata più da vicino alla «composizione organica del capitale», che Marx considera la relazione tra i due principali fattori di produzione. Questo rapporto stabilisce la combinazione ottimale per far sì che le aziende restino competitive sul mercato. Da un lato, c'è il capitale costante (cioè, i mezzi di produzione) e dall'altro il capitale variabile (il lavoro). Marx a volte li chiama anche lavoro morto e lavoro vivente. Marx scrive: «La composizione del capitale va assunta in duplice senso: dal lato del valore, essa è determinata dalla proporzione in cui il capitale è diviso in capitale costante, o valore dei mezzi di produzione, e capitale variabile, o valore della forza lavoro; la somma totale dei salari. Dal lato della materia, poiché funziona nel processo produttivo, tutto il capitale è suddiviso in mezzi di produzione e in forza lavoro vivente. Questa composizione è determinata dal rapporto tra la massa dei mezzi di produzione impiegati, da un lato, e la quantità di lavoro necessario per impiegarlo, dall'altro. La prima composizione, la chiamo composizione valore-valore del capitale, la seconda, la composizione tecnica del capitale. Esiste una stretta correlazione tra le due; e per esprimere questa correlazione, do alla composizione di valore del capitale - nella misura in cui essa è determinata dalla sua composizione tecnica e riflette le modifiche di quest'ultimo - il nome di composizione organica del capitale. Ogni volta che la composizione del capitale viene discussa senza ulteriori chiarimenti, sarà sempre necessario comprendere la composizione organica del capitale.» [*15] Qui si designano due lati della stessa relazione: il lato del valore da un lato e il lato materiale dall'altro. Il termine "composizione organica" si riferisce alla "stretta correlazione" tra composizione di valore (cioè detta composizione, considerata dal punto di vista della creazione di valore) e composizione tecnica (cioè detta composizione, considerata dal punto di vista dei processi materiali). La composizione organica permette di analizzare il capitalismo dinamicamente. Esso non rimane identico a se stesso. Per continuare a esistere in quanto sistema capitalistico, il capitale globale deve continuare a basarsi sul lavoro; affinché i singoli imprenditori possano rimanere competitivi nel mercato competitivo, essi devono spingere sempre più lavoro fuori dai loro processi. Questa è la fonte della schizofrenia menzionata sopra. Marx la definisce «contraddizione in processo», una contraddizione che è immanente al sistema. Per dirla in un altro modo: se il lavoro morto dovesse sostituire completamente il lavoro vivente, ciò significherebbe il crollo del sistema, poiché la società capitalista non può esistere senza il lavoro umano, cioè senza la creazione di valore. Questa condizione è in contrasto con la tendenza storica di automatizzare sempre più i domini. La critica del valore giunge alla conclusione che, dal punto di vista sociale globale, il capitalismo si sta muovendo verso un limite interno assoluto. Non mi soffermo qui sulla teoria della crisi, ma sulle conseguenze del rapporto della composizione organica. Per l'economia borghese, questa relazione non rappresenta un problema. Essa concepisce la sostituzione relativa come se si trattasse di un semplice calcolo privato dell'investitore. Considera quindi la quota di lavoro vivente e quella di lavoro morto come equivalenti (nel senso strumentale) e intercambiabili. Affinché questa sostituzione avvenga senza intoppi, da un lato, tutto dev'essere progressivamente mercificato da un lato, mentre che dall'altro, qualsiasi prestazione bisogna che venga ridotta a una quantità astratta di energia, la quale è a sua volta oggetto di un calcolo di redditività. Ma se l'economia borghese si ferma su questa relativa sostituibilità, noi stessi sappiamo che esiste effettivamente una differenza qualitativa. In virtù della contraddizione fondamentale, la sostituzione non può mai essere completa: la microeconomia tira in una direzione e la macroeconomia nella direzione opposta. Ecco perché non dobbiamo perdere di vista il fatto che questa è una relazione che ha l'effetto di spingere tutto ciò che esiste attraverso il collo di bottiglia del lavoro astratto. Come relazione, significa che il lavoro vivente e il lavoro morto sono sempre in stretta relazione tra loro. Uno non può esistere senza l'altro. Insieme, cioè, come relazione, i due lati del lavoro astratto—lavoro vivente e lavoro morto—aprono quello che Marx chiama il passaggio a spirale: «l'accumulo si dissolve nella riproduzione del capitale su una scala che è in costante progresso. Il percorso circolare della semplice riproduzione viene modificato e trasformato (...) in una spirale» [*16]. Se si deve credere agli apologeti della piena automazione, o di una "singolarità tecnologica", questa spirale può essere fuorviante, riguardo alla sua destinazione. E questo perché la base ontologica dell'economia – l'economia intesa come la traiettoria storica di questa relazione – rimarrà sempre al di fuori di essa. Questa base rimane sempre quell'impulso umano che Marx definiva il «primo a muovere» [*17]. Il "soggetto automatico" può benissimo divorare tutto ciò che esiste per cercare invano di superare la sua propria stessa contraddizione, ma non potrà mai assorbire le proprie fondamenta, che si trovano al di fuori di sé, perché si tratta di una creazione sociale e non dell'apparizione spontanea di una macchina. Il limite logico di questo processo risiede nel fatto che non abbiamo a che fare con una forza naturale più potente di noi, bensì con un sistema di relazioni sociali, nel quale non tutto il lavoro è uguale. Dal punto di vista della creazione di valore - cioè il mantenimento della sfera economica in quanto tale - il lavoro di una macchina non è in alcun modo equivalente a quello di un lavoratore. La negligenza del rapporto appena evidenziato, porta a due principali categorie di errori teorici. Il primo considera che è possibile assorbire completamente il lavoro umano, e vedere l'emergere di una modalità completamente automatizzata, nel bene e nel male. Questa visione dimentica che il sistema capitalistico è un sistema sociale dipendente dalla creazione di valore economico. Non può sollevarsi tirandosi su per il codino dei capelli, e fare a meno di una fonte di valorizzazione. Se il lavoro umano viene completamente soppresso, il sistema cessa; ma allora anche la produzione industriale collassa. L'errore inverso e simmetrico, che poi sarebbe dei neo-luddisti, e consiste nel guardare con nostalgia ai bei vecchi tempi della produzione semplice, l'epoca che precedette quella dell'industria su larga scala, credendo che avrebbero trovato lì un rifugio dagli orrori industriali ancora a venire. Ma se si mantiene il lavoro astratto - cioè la produzione per vendere -  l'intero sistema capitalistico allora ricomincia sulla stessa base, perché non si può vendere qualcosa su un mercato senza seguire le leggi della concorrenza. È impossibile mantenere un lato del rapporto senza trascinare l'altro lato; il che è logico, poiché è una relazione.

Conclusione
    Alcuni critici , a partire dalla formula marxista sulla «dispendio di cervello, nervi, muscoli, organi sensoriali, ecc.», hanno dedotto che Marx avesse una concezione energetica del lavoro. La tradizione marxista, invece, difende una concezione sociale del lavoro, e ha quindi messo da parte la questione energetica, che è inseparabile da essa. Altri teorici hanno protestato che la concezione secondo cui solo il lavoro umano produttivo produca valore trascurerebbe il contributo della natura alla formazione del valore. Qui ci troviamo di fronte a tre malintesi:
1/ Quando Marx definisce il lavoro umano come «dispendio di cervello, nervi, muscoli», non lo fa nel senso che il lavoro umano sia identico alla spesa fisica, dal momento che esso è socialmente determinato. Marx si allinea con il riduzionismo della produzione capitalista per analizzarla.
Poiché dietro l'apparente concretezza del cervello, muscoli, nervi o mano so nasconde proprio l'astrazione energetica. Nel senso del funzionamento capitalistico, la concretezza più grossolana è identica all'astrazione più grossolana. La deviazione attraverso la termodinamica e l'uso del pensiero dialettico, ci permettono di comprendere questa figura complessa. Abbiamo infatti visto che la più alta astrazione matematica - chiamata energia - apre contemporaneamente una spirale molto concreta di inghiottimento del mondo, che si manifesta sotto forma di crisi ecologica ed energetica; o più precisamente di crisi entropica.
2/ Dire che «il dispendio di cervello, nervi, muscoli» non dovrebbe essere intesa in modo riduzionista, ovvero puramente fisicalista, non significa che la questione dell'energia debba essere ignorata. Enfatizzare la creazione di valore come relazione sociale può portare a perdere di vista i processi molto concreti che danno origine a questa modalità di produzione. L'infrastruttura materiale ed energetica è la precondizione per la traiettoria capitalista e per la logica del valore. Non ha senso parlare dell'abolizione della logica del valore, senza considerare la categoria energetica che la sostiene, perché la logica del valore ha sia un aspetto concreto che uno astratto, i quali aspetti si riflettono rispettivamente nei processi economici, da un lato, e nell'altro, nel metabolismo materiale. Questi due aspetti, il concreto e l'astratto, sono apparsi insieme nel corso della storia e non possono essere trattati separatamente. [*18]
3/ In considerazione della crisi ecologica, alcuni ritengono che la teoria marxista del valore sia superata o insufficiente, e che i fattori tecnici e materiali debbano essere integrati nella creazione del valore. Questo conferirebbe un "riconoscimento" teorico a fattori che si ritiene non sarebbero presi in considerazione nella teoria del valore. Ma il valore economico nel senso marxista non è identico a quello che permette al capitalista individuale di ottenere un profitto. Soprattutto, esso è ciò che apre una sfera economica autonoma su scala della società nel suo complesso. Le macchine o la materia, la natura o l'energia hanno certamente un costo economico, ma non sono remunerate per il "costo" del lavoro. Non vengono quindi direttamente utilizzati nel processo di valorizzazione, anche se sono allo stesso tempo i prerequisiti fondamentali per esso. Sfumando la distinzione tra la performance di una macchina e quella di un essere umano, perdiamo di vista la funzione sociale dell'economia nel capitalismo. In questo modo, pratichiamo esattamente ciò che l'economia dominante difende. Gli economisti borghesi non pensano il contrario quando propongono di mettere un prezzo su tutto ciò che ancora non ne ha uno, per compensare il problema degli effetti esterni. Ma non riescono comunque a eliminare la differenza tra lavoro che crea valore e la performance di una macchina, nemmeno trasformando tutto ciò che esiste in una merce.
Volevo mostrare: 1/ che Marx ha effettivamente una concezione di energia, anche se non è riduzionista; 2/ che questa concezione è anche indispensabile per la teoria del valore se, contrariamente a una concezione metafisica del valore, si rifiuta di dissociare la teoria del valore dal suo metabolismo materiale; 3/ che parlare di "creazione di valore" attraverso attività non umana renderebbe obsoleta ogni critica all'economia politica, e quindi anche alla critica sociale. Una macchina può portare profitto al suo proprietario, ma non può aumentare la creazione complessiva di valore economico. Queste diverse semplificazioni spiegano perché ecologi e specialisti dell'energia da un lato, e marxisti dall'altro, si aggrappano rispettivamente a un solo lato della contraddizione o, in altre parole, a un lato del rapporto tra capitale e lavoro. Alcuni parlano solo di distribuzione diseguale, altri solo di distruzione materiale. Se entrambi affrontassero la nozione di energia che sta alla base della questione del lavoro in modo categorico – cioè, insisto, in modo non riduzionista – potrebbero formulare una critica comune e più fondamentale. La produzione di esseri umani superflui e i rifiuti sono infatti le due principali manifestazioni dell'entropia sistemica del modo di produzione capitalistico. Un tale sondaggio sulla categoria energetica permette di affinare la diagnosi delle impossibilità del produttivismo. In ogni caso, il verme del capitalismo è già nella produzione industriale. Dovremmo quindi iniziare ponendo fine alle false promesse, come l'idea che le energie rinnovabili o l'"economia circolare" possano spezzare la spirale dell'entropia capitalista. Porre fine al produttivismo significherebbe quindi porre fine a entrambi i lati della relazione sociale capitalista che sostituisce il lavoro morto con il lavoro vivente sulla base di un'astrazione energetica comune. Questo significherebbe, non solo la fine delle nostre categorie economiche (denaro, valore, lavoro, mercato, concorrenza, ecc.) ma anche la fine delle categorie industriali (razionalizzazione della materia, ottimizzazione delle risorse, oggettivazione della natura, ecc.).
Questo finale è diventato quasi irrappresentabile per noi e, per questo motivo, è spesso considerato un'utopia. Ho una visione completamente diversa: penso che questo modo di produzione non durerà a lungo, che ci piaccia o no. Contiene varie impossibilità logiche che non possono essere riformate. Non è quindi utopico, ma assolutamente realistico considerare seriamente come sarebbe la sua fine. La critica al produttivismo deve tornare alla radice del funzionamento capitalista se non vuole semplicemente continuare a difendere lo stesso sistema sotto un altro nome, come hanno fatto tante proposte ed esperienze socialiste o comuniste. Ma per non vedere il futuro cupo che questo sistema ci riserva, ci piace aggrapparci alle soluzioni parziali che ho menzionato all'inizio: cambiare mentalità per renderli più sobri, ridurre gli sprechi e il volume di produzione, ecc. [*19]. Tali misure equivalgono a cercare di svuotare l'oceano con un cucchiaio. È molto più radicale sottolineare la necessaria rottura con la totalità delle categorie che organizzano questo modo di produzione senza far credere alle persone che gli unici vantaggi materiali che essa offre a una piccola parte dell'umanità (di cui noi stessi facciamo parte) siano mantenuti. Il problema non è quindi che non sappiamo da dove iniziare questa rottura, poiché le sfide sono enormi. Nessuno dovrebbe essere un mago. Il problema è che continuiamo a scendere a compromessi con questo sistema nel tentativo di "salvare i mobili", il che equivale a prolungarne l'agonia e distruggere l'intero substrato materiale di un futuro post-capitalistico. Perché non costruiremo una società emancipata se non ci sarà più abbastanza acqua dolce, se gli oceani verranno svuotati dei loro pesci, se il sottosuolo sarà svuotato di tutte le sue risorse, se vaste regioni saranno avvelenate, se stiamo annegando sotto montagne di rifiuti incontrollabili e se regna il caos climatico. Queste sono manifestazioni dell'entropia del sistema capitalistico-industriale e non di alcuna legge della natura.

- Sandrine Aumercier, marzo 2026 - pubblicato il 19 maggio 2026 su "Critica della dissociazione dei valori. Ripensare una teoria critica del capitalismo" -

NOTE:

1 Feynman, Richard: Le lezioni sulla fisica, vol. I: Principalmente meccanica, radiazioni e calore, New York, 2011 [1964], p. 33.

2 Guy Deutscher, La crisi dell'entropia, World Scientific Publishing Company, 2008.

3 Matthieu Auzanneau, "Metalli critici, carbone, gas, petrolio: stiamo entrando nelle barriere", 12 ottobre 2021, Le Monde.fr, online: <https://www.lemonde.fr/blog/petrole/2021/10/12/metaux-critiques-charbon-gaz-petrole-nous-entrons-dans-les-recifs/&gt;

4 Vedi Aurore Stephant, "La corsa alle miniere nelventunesimo secolo: fino a che punto saranno spinti i limiti?", 2022, Online: <https://www.youtube.com/watch?v=i8RMX8ODWQs >

5 Prospettive Internazionali sull'Energia 2019.

6 Jean-Baptiste Fressoz, transizione Sans. Una nuova storia dell'energia, Parigi, Seuil, 2024.

7 Magtulis Prinz et al., Il boom petrolifero di Biden, Reuters, 28/03/2024, online: <https://www.reuters.com/graphics/USA-BIDEN/OIL/lgpdngrgkpo/&gt;

8 Richard Heinberg, Peak Everything, New Society Publisher, 2010; François Grosse, Crescita sostenibile?, Grenoble, Grenoble University Press, 2023.

9 Damian Carrington, Intervista con Mark Jacobson, "Non servono miracoli: il Prof. Mark Z. Jacobson su come vento, sole e acqua possano alimentare il mondo," The Guardian, 23/01/23

10 Vedi Cara New Dagget, La nascita dell'energia (Londra: Duke University Press, 2019).

11 Gaspard-Gustave Coriolis, Du calcul de l'effet des machines, Parigi, Carilian-Goeury, 1829.

12 Karl Marx, Capitale, Libro I, Parigi, PUF, 1993, p. 82.

13 Vedi Anson Rabinbachh, Le moteur humain, Parigi, La Fabrique, 2004.

14 Karl Marx, Capitale, Libro I, op. cit., p. 416.

15 Ibid, p. 686.

16 Ibid., p. 651.

17 Ibid., p. 422.

18 Vedi Kornelia Hafner, "Gebrauchswertfetischismus": "Due principi sono costantemente opposti: l'astratto e il concreto, il generale e il particolare, i morti e i vivi, l'identico e il non identico, il valore di scambio e l'uso, il capitale e il lavoro. Il cattivo millenarismo della risultante "teoria della rivoluzione" si è manifestato nella semplificazione di ridurre uno dei termini di queste coppie concettuali a una falsa totalità e l'altro al principio della speranza, o, per dirla ancora più semplicemente, nel ridurli a male e bene. »

19 Un esempio famoso di questo difetto di forma è quello studiato dall'economista liberale William Stanley Jevons nel 1865 in The Coal Question. Osserva che l'uso più efficiente di una materia prima come il carbone porta a un aumento del consumo di quella materia prima, piuttosto che a una diminuzione. L'efficacia quindi porta a un risultato controintuitivo. Questo è ciò che ora chiamiamo effetto rimbalzo. I tentativi di limitare l'effetto rimbalzo limitando il consumo sono vani, perché l'effetto rimbalzo è intrinseco nel principio di efficacia. Chiunque cerchi efficienza vuole ottenere "di più di qualcosa con meno sforzo." Il "più" quindi non è in opposizione al "meno", ma in stretta relazione con esso. Possiamo capire dove voglio arrivare. Quando i sostenitori della decrescita sostengono il "meno", ignorano il potere della razionalità economica, per la quale qualsiasi "meno" è legato a un "meglio". Questa razionalità permea l'intero campo dell'ecologia politica..

domenica 31 maggio 2026

La dolce insignificanza delle parole…

Le cartoline di Georges Perec
- Per quanto lo scrittore francese non amasse viaggiare, egli era affascinato dalle cartoline. Nel suo "Duecentoquarantré cartoline illustrate a colori autentici " gioca con la vita quotidiana e con la ripetizione -
di Kim Nguyen Baraldi

  Georges Perec non ha mai amato viaggiare. Ha passato anni senza andare in vacanza, a disagio solo all'idea di muoversi, come fanno tanti turisti. Questo atteggiamento lo troviamo inciso nella sua inclinazione verso l'infra-ordinario: un rifiuto dello spettacolare, dei grandi titoli che, altrimenti, sembrano definire la vita di una persona. Di fronte a tutto questo, Perec ha dato piuttosto ragione all'apparentemente insignificante: il banale, il quotidiano, l'ovvio. Come dire, «Non più l'esotico, ma l'endotico.» Nel suo libro "Places" troviamo un testo intitolato "Note aggiuntive sul viaggio", nel quale evoca la vivida emozione che può risvegliare in lui una semplice porta gialla alla periferia di Lione, ponendola in contrasto con tutti i monumenti, o i paesaggi di un viaggio in paesi lontani: «Se mi chiedessero della mia mancanza di passione per i viaggi (ma dov'è il viaggio?), la prima cosa che risponderei è che paesaggi e i panorami sono la cosa più condivisa al mondo, e che i monumenti sono in definitiva solo delle cartoline ingrandite, dove un essere umano non viene scoperto altro che solo alla fine di una lunga strada [...]. Così ieri, mentre attraversavo la Francia, quasi scoppiai in lacrime quando vidi il cancello, in ferro battuto, di un giardino dipinto di giallo. Dietro, tre gradini di mattoni conducevano a un piccolo lotto, l'anticamera di uno chalet in pietra molare. E tutto questo nei dintorni di Lione.» È sempre commovente vedere che cos'è che entusiasma Perec. Così, poco più avanti, ecco che evoca lo «sguardo tenero, indulgente e totalizzante» che egli rivolge a quella porta gialla, attraverso la quale «gli apparve tutta la vita della famiglia che vi viveva.» Ciò che lo entusiasma, ciò che entusiasma sempre Perec, è l'immagine - tanto sognata quanto desiderata - di una casa; un luogo protetto dove, come scrive in "W, o il ricordo d'infanzia", un bambino «dopo cena, aiutava la madre a pulire il tavolo della cucina.» Nell'ottobre del 1978, Perec pubblicò su una piccola rivista, "Le Fou parle", sottotitolata "rivista d'arte e umorismo", il suo testo "Duecentoquarantré cartoline illustrate a colori autentici", composto da una successione di cartoline, una dopo l'altra, inviate da diverse località di vacanza e che descrivono, in poche righe, una giornata fatta di sole, bagni, pasti abbondanti, incontri amichevoli e felice ozio. Tutti questi messaggi dipingono il ritratto di vacanzieri spensierati che si evolvono in un mondo senza durezza, o preoccupazioni. «Abbiamo campeggiato vicino ad Ajaccio. Il tempo è buono. Mangi bene. Mi sono sentita sola. Tanti baci.»...«Siamo all'hotel Alcázar. Ci siamo abbronzati. Ah, fantastico! Ho incontrato un sacco di barboni. Torniamo il 7.» «Navighiamo intorno a L'Île-Rousse. Abbiamo lasciato che il sole ci abbronzi. Mangiamo benissimo. Il sole mi ha bruciato! Baci» e tutto il resto. Per scrivere queste 243 cartoline, Perec fece ricorso a dei dispositivi molto complessi, e a procedure di scrittura assai simili a quelle che aveva usato ne "La Vita, iIstruzioni per l'Uso". Ora, non mi fermerò qui a dettagliare tutti questi meccanismi, ma ricorderò la loro matrice principale. Perec si basa su cinque "componenti", ciascuno con tre possibili aggiornamenti:

— Posizione: città; regione o paese; hotel
— Considerazioni: bel tempo; un pisolino o ammirazione; abbronzatura
— Soddisfazione: cibo; spiaggia; benessere
— Occupazioni: colpo di sole; attività; relazioni
— Saluti: baci; ricordi; Ritorno

   Ogni cartolina combina questi cinque componenti, aggiornando in ogni caso una delle possibilità di ciascuna di esse. I 243 messaggi corrispondono quindi all'insieme di tutte le combinazioni possibili. Il testo è esilarante, poiché genera un senso di ripetizione. Il lettore spera, ancora e ancora, che il vacanziere si scotti di nuovo, o in un colpo di sole. La ripetizione di quelle che sono occupazioni identiche ovunque nel mondo, la costante preoccupazione per la grande quantità di cibo consumata, così come la serie di saluti stereotipati, provocano anche risate. Ironia della sorte, la menzione dei "veri colori" contrasta con il fatto che il testo sia pubblicato in bianco e nero. In realtà, queste non sono cartoline in senso stretto: ne leggiamo solo i messaggi, vale a dire, il loro retro. Le immagini - essenziali in una cartolina - sono assenti; così il lettore viene portato a immaginarle: spiagge soleggiate, paesaggi idilliaci, hotel accoglienti; e lo fa a partire da un'immaginazione collettiva già ben radicata. Questo espediente combinatorio mette in evidenza la natura stereotipata delle cartoline da viaggio: i messaggi si somigliano, si ripetono, si ricombinano. Non importa il luogo o le circostanze; Le stesse formule tornano ancora e ancora, come tanti cliché di una presunta felicità. Tuttavia, Perec non riusciva a nascondere alcuna della sua intimità nemmeno in un testo apparentemente meccanico. Bernard Magné, uno dei grandi studiosi della sua opera, ha dimostrato (grazie all'accesso al dossier preparatorio) che Perec cifrò - attraverso modifiche alfabetiche nell'elenco degli 81 paesi  - sotto la lettera W, un doppio viaggio!! Quello del bambino Perec, che riuscì a sopravvivere nelle Alpi, e quello di sua madre, deportata e scomparsa ad Auschwitz. Senza la necessità di scendere in questi meccanismi profondi, un amico o un lettore attento potrebbe anche riconoscere la sua impronta sulla superficie stessa delle cartoline. Quindi, quando ci troviamo sotto il cielo senza nuvole di Gijón, non pensiamo al luogo dove Bartlebooth dipinse il suo primo acquerello? Quando ci accampavamo vicino a Exeter, non ricordavamo la diocesi di Les Revenentes? E Harry Mathews non sorrise forse quando lesse un biglietto inviato da Ars-en-Ré che celebrava la bellezza del luogo e una giornata in spiaggia, lui che aveva passato una vacanza lì con Perec? Ricordiamo che si proteggeva dal sole con «un immenso gandoura», e che «quel costume da sceicco arabo» li faceva ridere molto. In realtà, le numerose allusioni alle scottature solari non sono casuali: David Bellos, biografo di Perec, evoca «la grande sensibilità, della sua pelle, al sole estivo», un problema che lo accompagnò per tutta la vita. Ed è quindi senza dubbio un occhiolino rivolto ai suoi amici.

Il tempo
    C'è un tema pervasivo, nelle cartoline: il tempo. Roland Barthes, nel suo corso al Collège de France, nel gennaio 1979, dedicò alcune analisi a questo grande motivo. Sebbene egli non si riferisca specificamente alle cartoline, la sua riflessione su questo tema apparentemente banale - "il tempo" - è particolarmente illuminante per poter comprenderne il modo in cui ricorra in esse. All'inizio, Barthes la considera un esempio tipico della funzione fatica: un modo minimo per garantire il contatto con l'interlocutore. Tuttavia, Barthes osserva poi che molto spesso sono gli esseri che si amano a parlare di tempo buono e cattivo. Da lì, elabora l'idea di una «insignificanza affettiva»: una parola povera e convenzionale, ma carica di una vera intensità relazionale. Parlare del tempo non significa, quindi, semplicemente riempire il silenzio, ma mantenere un legame con chi si ama, «inspirare la dolce insignificanza delle parole». Leggendo questo corso di Barthes, sono rimasto particolarmente colpito da una frase che sembra trovare un'eco diretta nell'opera di Perec. Recita così: «Il tempo che fa, lungi dall'essere una forma banalizzata di interlocuzione, esprime al contrario una sorta di linguaggio "sottostante" che è, in realtà, il nucleo stesso di tutte le relazioni affettive. Penso al dolore di non poter mai più parlare del tempo che si passa con la persona cara se è scomparsa.» Barthes sta senza dubbio pensando qui a sua madre, morta due anni prima, il cui lutto fu per lui così doloroso. Perec, dal canto suo, poteva anche pensare al proprio. Non sarebbe forse, allora, un altro modo obliquo di affrontare il destino dell'essere vivi, attraverso quella forma infra-ordinaria di «insignificanza affettiva» di cui parla Roland Barthes?  Le "Duecentoquarantré cartoline illustrate a colori autentici ", come molti testi di Perec, sono profondamente ambigue. Al sommarsi di cliché da cartoline, quasi stupidi, risponde un umorismo discreto, una risata che cresce poco a poco. Ma questa ripetizione non è solo comica: dice anche qualcosa sui nostri modi di viaggiare e occupare il tempo libero, basati sulla riproduzione meccanica delle stesse esperienze, delle stesse formule, delle stesse storie. Eppure, in essi tutto ciò è sole, bagni, «bei ricordi». Dietro quelle parole banali, ripetute all'infinito nella loro insignificanza, emerge un gesto di tenerezza, come se Perec stesse puntando il dito contro ciò che costituisce il cuore stesso della cartolina: scrivere per dire che tutto va bene, scrivere a qualcuno, a una persona cara che riceverà, pochi giorni dopo, quel piccolo rettangolo di cartone.

I resti dell'edificio
    Ne "La vita istruzioni per l'uso" ci sono numerose cartoline, sparse nell'edificio al n°11 di Rue Simon-Crubellier. La cartolina più memorabile è senza dubbio quella che Madame Trévins mostra alla sua amica Madame Moreau, appena arrivata dal suo villaggio, in cui si può vedere una scimmia con un berretto al volante di un furgone. Perec, come al solito, non solo esaurisce ogni possibile e immaginabile categoria di cartoline, ma cataloga anche i luoghi dove di solito esse appaiono: inserite in una cornice, poste su uno scaffale, appuntate a una porta o a una tavola di sughero, conservate in scatole di scarpe o usate come segnalibri. Tuttavia, dopo un'attenta analisi, ciò che è più evidente è che, nella Vita istruzioni per l'uso, le cartoline sono, nella maggior parte dei casi, dei resti, resti di vite. Uno di questi resti viene scoperto nel piccolo salotto di Winckler dopo la sua morte, e recita: «Ora, nel piccolo salotto, ciò che resta quando nulla rimane.» Un altro appare nella soffitta del vecchio Troyan dopo la sua scomparsa. Altri ancora compaiono nel «Tentativo di inventariare alcune delle cose trovate sulla scala nel corso degli anni.» Infine, vengono trovati, relegati in scatole di scarpe, nel seminterrato di Madame Beaumont o di Marquiseaux. In quell'idea persistente che attraversa l'opera di Perec, quella dell'inesorabile fine delle cose («un giorno, soprattutto, tutta la casa scomparirà, la strada e il quartiere moriranno»), le cartoline sembrano dotate di una singolare capacità di resistenza, una vera capacità di sopravvivenza. Sono le ultime vestigia, ciò che resta quando la festa è finita. Non è significativo che appaiono nei mercatini delle pulci in tutto il mondo molto tempo dopo la morte di chi li ha comprati o ricevuti, molto tempo dopo che le famiglie se ne sono liberate? Perec doveva essere particolarmente sensibile alla vitalità delle cartoline. Senza dubbio è per questo che li integra nel suo progetto "L'Erbario delle Città", quella «sorta di cestino di cose scritte, di volantini, tutto ciò che François Le Lionnais chiama il 'terzo settore', cioè, quella letteratura che va da ciò che è scritto sui francobolli a tutto quell'uso intransitivo delle parole...». Nel 1980, Perec aveva schizzato diverse sezioni per questo progetto, tra cui proprio "Cartoline", insieme a "Prospettive", "Carte Salvate", "Cataloghi" e anche "Note sui Pezzi di Carta". Infine, un altro progetto del 1980, anch'esso basato su cartoline e che rimase inedito, si intitola "Vestigia di alcune vite". È un testo che non conoscevo, e che Jean-Luc Joly menziona nel suo ultimo articolo "État des lieux, état de Lieux", in cui Joly spiega che si tratta di dodici frammenti scritti a seguito dell'acquisto da parte di Perec di una collezione di vecchie cartoline «in un mercato del Poitou». I testi consistono nella trascrizione dei documenti (undici vecchie cartoline e un menù per il banchetto di nozze), accompagnata da una descrizione dell'illustrazione di ogni cartolina, oltre ad alcune considerazioni nell'introduzione e nella conclusione. Perec scrive alla fine del suo prologo: «Da queste lettere goffe in cui, in breve, non si dice nulla se non che si è ancora vivi e si spera di rivederci presto, mi sembra che emerga qualcosa che costituisce il tessuto stesso della nostra esistenza in ciò che è più quotidiano e più vicino: una storia dimenticata, così poco importante rispetto ai nomi dei generali e delle battaglie, ma questo ci dice molto di più, su di cosa è fatta la nostra vita, di quanto ci raccontino gli storici, la maggior parte delle volte.» Questa riflessione mi porta, a sua volta, ad altre due citazioni. La prima, da un grande lettore di Perec, Christian Boltanski: «La grande memoria è nei libri. Il piccolo ricordo è sapere dove sono le migliori quiche di Parigi, qualche storia divertente... Questo è ciò che siamo. E quando qualcuno muore, ciò che è sempre terribile è che la sua piccola memoria scompare completamente. Ciò che ci differenzia sono quelle piccole storie. Cercare di preservare quel piccolo ricordo, che in realtà è impossibile da preservare, perché è così legato a ogni essere umano, è sempre stato qualcosa che mi ha interessato... salvare frammenti di vite.» Il secondo, da uno dei suoi amici e grandi specialisti, Claude Burgelin: «L'attenzione di Perec all'insignificante, all'infraordinario, al quasi scartato, alle briciole del tempo e delle vite che scorrono non è solo una delicata vigilanza posta sul dettaglio, sul deperibile, sull'invecchiato di storia – su ciò che era, come sua madre, fragile, destinato a scomparire senza lasciare tracce. Piuttosto, tanto quanto più o più, vi è l'affermazione di un potere che è quasi di creazione o resurrezione.»

Una cartolina dall'Australia
    Durante questo soggiorno, egli si diverte a raccontare ai locali che canguri e koala sono, in realtà, nient'altro che delle invenzioni. Elabora così una teoria del complotto tanto ingegnosa quanto divertente: questi animali sarebbero stati, originariamente, miti tratti da storie aborigene, poi adottati e amplificati dai coloni europei per dare l'illusione di un continente straordinario. Spingendo la battuta ancora oltre, suggerisce che, grazie ai progressi della genetica moderna, queste creature sarebbero state prodotte, trasformando l'inganno in realtà negli zoo occidentali. E aggiunge che un tale segreto non potrebbe essere rivelato senza mettere in pericolo sia l'economia turistica australiana sia la classificazione animale nel suo complesso. Tuttavia, sappiamo, grazie a Jean-Michel Raynaud, allora professore nel dipartimento di francese dell'Università del Queensland, che Perec fu, su sua richiesta, portato un pomeriggio allo Zoo di Lone Pine per scoprire la fauna australiana. Lì osserva pappagalli, lucertole e dingo, ma anche canguri e altri marsupiali, inoltre, nell'acquario, un ornitorinco. Di fronte a questa sorprendente combinazione di anatra, castoro e lontra, Perec esclama: «Faremo venire [gli Oulipiani] a fare questa visita, per l'ornitorinco. Gli piacerà molto.» Forse è in quell'occasione che compra una cartolina che raffigura due koala, una delle immagini più comuni, un cliché di un viaggio in Australia. E passa all'atto: sul retro scrive «Ricordi affettuosi di Brisbane» e firma con la sua G sotto forma di punto interrogativo. Attacca un francobollo con l'effigie del Principe Carlo e della Principessa Diana con la sua saliva e invia la cartolina al suo amico Robert Bober e alla sua famiglia, al 44 di rue René-Boulanger, nel 10° arrondissement di Parigi. E questo è ciò che Bober dice nel suo piccolo libro Dalla rue Vilin a Ellis Island: «Questa cartolina mostra due koala: un koala sulla schiena della madre e, proprio accanto, un messaggio. Dato che non parlo inglese, ho chiesto che venisse tradotto. Trascuro l'inizio del testo. Ti leggo la fine: "... Alla nascita, il vitello è grande quanto una moneta da 2 centesimi, pesa 5,5 grammi ed è lungo due centimetri. Dopo sei mesi trascorsi nella borsa della madre, il vitello le sale sulla schiena. All'età di un anno, deve lasciare sua madre a cavarsela da sola e trovare il suo albero.» Beh, all'età di un anno, deve lasciare sua madre a cavarsela da sola e trovare il suo albero. Non posso fare a meno di pensare che Georges abbia scelto questa cartolina con molta cura. Questo piccolo koala forse gli permetteva di dire più segretamente, più indirettamente, che bambino fosse stato. La scrittura era l'albero che trovò. E ero molto entusiasta di vedere che non ero stata l'unica destinataria di quella cartolina, ma che era indirizzata a Robert, Elen, Nicolas e Benjamin Bober. Non si può che essere d'accordo con Bober quando sottolinea fino a che punto Perec abbia scelto e scritto questa cartolina pensando al destinatario. Bober, che ha lavorato con lui al progetto Ellis Island, rappresenta per Perec molto più di un semplice interlocutore: è lui con cui ha condiviso una profonda domanda sull'identità. Per il contadino Perec, Bober spesso andava a dare una mano ad arare quel campo di erba medica che costituisce le sue domande autobiografiche. Volevo concludere con questa cartolina. Perché penso che sia, di per sé, un'opera piccola, facile da trascurare se non conosci Perec. In questa cartolina, la più semplice, quella che chiunque potrebbe inviare, è mostrata la sua arte di fare molto con quasi nulla. In esso ci sono il suo umorismo, quella tenera ironia verso il turista che era in Australia, ma anche il desiderio di partecipare alla cospirazione mondiale di quella bella invenzione che sarebbero stati i koala. L'intertestualità è evidente: è impossibile non pensare a "Duecentoquarantré cartoline illustrate a colori autentici", con questo messaggio ridotto all'essenziale, dove rimangono solo la posizione e i saluti. Ma si può anche intuire, in modo negativo, in essa, la dimensione tragica della sua vita: la perdita della madre, la mancanza di tenerezza, il desiderio insoddisfatto di una vita familiare. Pensa al cancello del giardino dipinto di giallo che ha visto intorno a Lione. E la sua arte di "rimanere nascosto, essere scoperti" è esposta in una corrispondenza all'aperto: la cartolina, per la sua stessa mancanza di modestia, impone una forma di ritiro raddoppiato. Tutto questo, concentrato in poche parole banali che evitano qualsiasi sentimentalismo. E, soprattutto, c'è quel piccolo gesto, tipico di ogni cartolina e al centro del progetto perecchiano: lasciare un segno, scrivere per dire che si è ancora lì, che, nonostante tutto, si è abbastanza fortunati da essere vivi.

 

Kim Nguyen Baraldi – pubblicato il 21/5/2026 su https://letraslibres.com/