venerdì 7 agosto 2020

La Scelta di Sophie

Mike Davis: «La pandemia provocherà un dissenso che arriverà nelle strade»
- Intervista di Pablo Ximénez de Sandoval -

Nella sociologia losangelina della fine del 20° secolo, esiste un autore imprescindibile, Mike Davis, il quale ha dissezionato il futuro della grande città californiana nei suoi libri, "Città di quarzo. Indagando sul futuro a Los Angeles"(Manifestolibri) e "Geografie della paura. Los Angeles: l'immaginario collettivo del disastro" (Feltrinelli). Nel 2005, dopo lo scoppio dell'influenza aviaria, Davis ha scritto un libro sul pericolo che questi virus, che si trasmettono passando dagli animali agli uomini, possono causare una pandemia catastrofica. "Il mostro bussa alla nostra porta" [non tradotto in Italia] offre una lettura visionaria per questi che sono i tempi del Covid-19. Questa pandemia - che, diversamente dall'aviaria, è quella vera - avrebbe richiesto una nuova versione del libro. Per cui, ora viene ripubblicato con il titolo "The monster enters". Lo storico marxista analizza quali sono le condizioni che hanno reso impossibile fermarlo, e come ne hanno aumentato gli effetti. Oggi, Davis ha 74 anni. Ha parlato al telefono, dalla sua casa a San Diego, California, dove vive con la moglie messicana-americana e due figli adolescenti. Da quando ha avuto inizio la pandemia di coronavirus, vive confinato nel suo garage insieme al suo cane, bevendo pinte di birra Guinness: «Ho avuto due cancri. Il mio sistema immunitario è praticamente distrutto. In sostanza, considero tutto questo come una sentenza di morte. Vedo ben poche possibilità di poter avere nuovamente una vita normale.»

Domanda: Lei aveva previsto che sarebbe arrivata una pandemia che avrebbe avuto queste caratteristiche. Ma cos'ha questa pandemia che lei non si aspettava?

Risposta: La pandemia sta seguendo le linee che ci si aspettava, e alle quali in generale eravamo preparati. Molti paesi avevano de piani di risposta. Eravamo stati avvisati da generazioni. Forse la sorpresa più grande è stata che questo virus è assai diverso sia dalla SARS che dal MERS; queste sono assai più mortali, ma la SARS si trasmette solo quando si è già malati e quando i sintomi si sono già presentati da molto tempo. A Gennaio, il dottor Antonio Fauci (epidemiologo della Casa Bianca) ha dichiarato che non esiste nessuna epidemia ad essere diffusa da persone contagiose asintomatiche. Questa era un'opinione ortodossa. Ora vediamo degli studi che mostrano che gli infetti asintomatici arrivano ad essere il 60%. Si tratta di un pericolo che non era stato previsto. Come ha detto Fauci, è una tempesta perfetta. È un morbo che forse è diffuso 10 volte più di quanto credessimo. Dal momento che non causa danni ai bambini e ai giovani, ecco che allora possiamo considerare garantito quello che è un comportamento imprudente. Ma per tutti gli altri è mortale e, oltre tutto, è mortale in maniera spettacolare. Oltre i polmoni, attacca il cuore e i reni, e ora si cominciano a vedere anche danni cerebrali. Si tratta di un virus da incubo. Ed esiste la possibilità che diventi endemico come l'influenza.

Domanda: Nel libro, sostiene che il sistema economico impedisce che ci siano incentivi per sviluppare dei vaccini. Continua ad essere ancora così?

Risposta: È stato proprio il team economico di Trump ad aver pubblicato una relazione in cui si afferma che le grandi imprese farmaceutiche non avrebbero potuto rispondere a questa cosa in quanto non investono nella ricerca e nello sviluppo di nuovi antibiotici, antivirali o vaccini, perché ciò richiederebbe miliardi in sussidi governativi. Dall'altro lato, vediamo una pletora di piccole aziende biotecnologiche che sfruttano quelli che sono stati i progressi nel bio-design e nel sequenziamento genetico, ma che non hanno soldi. Il capitale di rischio non è attratto da queste imprese. Esisteva un consorzio che comprendeva un laboratorio ospedaliero in Texas che aveva fatto un potenziale vaccino per la SARS, ma non è riuscito ad ottenere i finanziamenti per svilupparlo dal momento che la SARS sembrava essere scomparsa. Gli esperti di vaccini, hanno sottolineato che se ci fosse stato un vaccino contro la SARS, questo sarebbe stato una piattaforma perfetta per poter sviluppare un vaccino contro il coronavirus, ciò perché  il SARS-CoV-2 (il virus del covid-19) condivide circa l'80% del proprio genoma con quello della SARS. Avremmo potuto già essere mesi avanti.

Domanda: Ma ora c'è un potente incentivo capitalista a sviluppare un vaccino a tempo di record.

Risposta: Sì, certo, ma se questo avverrà in tempo record, sarà per due motivi. Uno, a causa della rivoluzione che c'è stata nel design dei vaccini. E l'altro, grazie ad una collaborazione internazionale tra i ricercatori che non ha precedenti. In un momento in cui l'economia sembra che si stia de-globalizzando, e che gli Stati Uniti sembrano decisi ad entrare in una nuova guerra fredda contro la Cina, a livello scientifico esiste una sola comunità di ricerca. Nonostante tutto il male avvenuto in Cina, il suo governo a gennaio ha reso disponibile ed ha condiviso il genoma del virus. Ad essere leader, è questa comunità di ricercatori, e non quella farmaceutica. E le grandi case farmaceutiche entrano in azione dal momento che ricevono sussidi da tutto il mondo.

Domanda: Nel suo libro. lei ha previsto che in qualsiasi scenario la pandemia la pandemia non avrebbe avuto nessuna pietà per i poveri. Con i lavoratori essenziali nei paesi ricchi, stiamo assistendo a questo. Sono loro che si trovano ad agire in prima linea.

Risposta: Evidentemente è così. I lavoratori poveri, appartenenti alle minoranze e che, inoltre, in questo paese sono anche vittime delle condizioni in cui vivono. Milioni di persone non hanno assistenza sanitaria, ma in più ci sono i milioni che soffrono a causa della perdita del loro lavoro, e pertanto, per certi versi, era prevedibile che il peso dell'epidemia e della morte sarebbe ricaduto in maniera sproporzionata sugli immigrati e sulle persone di colore. Questo sta avvenendo anche nei paesi europei, dove i servizi malpagati dipendono dal lavoro degli immigrati. Le cifre sono le stesse, soprattutto nel Regno Unito. Ma in questo paese, i cosiddetti lavoratori essenziali sono stati del tutto abbandonati. È come per La Scelta di Sophie: il lavoratore essenziale americano deve decidere tra perdere la casa o pagare l'affitto, ma così facendo mette a rischio la famiglia, che abita in quelle case dove convivono diverse generazioni; cosa comune tra la popolazione immigrata. Esistono milioni di persone che hanno questo dilemma e nessuno che sia stato in grado trovare una soluzione, una proposta. Inoltre, il Dipartimento del Lavoro si è rifiutato di rendere obbligatoria una regolamentazione relativa alla sicurezza sul lavoro. Si tratta, letteralmente, di negligenza criminale. La responsabilità è del governo federale, che la scarica sulle spalle dei lavoratori. Vado a pagare le bollette? E se lo faccio, finisco per uccidere la nonna? Ecco, è questo il genere di dilemma che la gente si trova ad affrontare.

Domanda: È una cosa che non poteva essere prevista 15 anni fa. Che tutto questo sarebbe successo, avendo Trump come presidente.

Risposta: Senza dubbio. Ma quello che vediamo, da gennaio, non è solo una cattiva gestione. Fin dal primo minuto al potere, ha cercato di tagliare la spesa sanitaria pubblica. Abbiamo visto la sua crociata per distruggere l'Obamacare e per togliere a milioni di persone qualsiasi forma di assicurazione sanitaria. Ha smantellato quella che era l'equipe di specialisti in pandemia del Consiglio di Sicurezza Nazionale. Si trattava di un dream team creato da Obama, e lui li ha licenziati pochi mesi prima che iniziasse tutto questo. Ha soppresso i finanziamenti al programma USAID Predict, una equipe che lavorava con il laboratorio di Wuhan al rilevamento precoce del virus prima che facesse il salto sugli esseri umano. Ma il problema non è Donald Trump. È tutto il Partito Repubblicano. Quello che non ho saputo prevedere e che non potevo aspettarmi è come, subito dopo le elezioni, avrebbe controllato il partito ed avrebbe epurato i conservatori tradizionali per renderlo una setta per il 30% della popolazione. E a partire dal mese di aprile sta minando la risposta alla pandemia usando le reti del Tea Party per mobilitare i pazzi chiedendo la riapertura, o per screditare l'idea di utilizzare le maschere. Trump è diventato di per sé un vettore di una malattia mortale.

Domanda: In una città come Los Angeles - che lei ha studiato tanto - quali conseguenze economiche della pandemia vede a lungo termine?

Risposta: Parecchie. Con ogni probabilità, la più importante è l'attacco ai mezzi di sussistenza dei lavoratori poveri disoccupati. Sono questo genere di condizioni ad aver provocato i tumulti avvenuti nel 1992. A quei tempi, la maggioranza dei detenuti non erano neri, erano immigranti messicani e salvadoregni. Fu a causa della recessione di quell'anno, e del fatto che per le persone non esisteva alcuna rete di sicurezza sociale. Oggi, queste condizioni si stanno riproducendo su una scala molto più ampia. E perciò la situazione è peggiore di quella che c'era durante quella recessione e di quella che c'era nel 2008, e non abbiamo visto ancora il suo pieno impatto. A livello micro-economico, quello delle famiglie, le persone non stanno ricevendo alcuna informazione su come devono  fare per affrontare decisioni come quella di mandare i figli a scuola, come pianificare il futuro. Quello che non andrebbe mai dimenticato, e che riguarda la California del Sud, è l'enorme prezzo che la popolazione migrante ha pagato per poter realizzare i suoi piccoli e modesti sogni. E quando questo viene loro tolto, allora vedremo rabbia e disperazione. Vedremo una disillusione ed un malcontento, a livello nazionale, che colpirà le strade.

- Intervista di Pablo Ximénez de Sandoval - Los Angeles 5 agosto 2020 -

fonte: El Pais

mercoledì 5 agosto 2020

Quale crisi ?!?

SUBPRIME E COVID 19 - Le due grandi crisi dell'economia del debito
- di Giordano Sivini -

L’asimmetria delle crisi e la centralità dei rendimenti
Nella grande recessione iniziata nel 2007 e in quella attuale del grande lockdown, il mondo si confronta con crisi di portata globale, paradossalmente originate da eventi localizzati. La grande recessione è stata originata dalla insolvibilità dei mutuatari subprime, che aveva bloccato il flusso di rendimenti dei titoli basati sulla cartolarizzazione dei mutui. Questi titoli costituivano appena il tre per cento del totale delle attività delle banche di Wall Street [1], una nicchia particolarmente speculativa entro una enorme massa costruita sui debiti delle famiglie. Il grande lockdown è stato invece innescato dal blocco delle attività produttive del mercato di Wuhan, un’area della Cina dove sono localizzati i fornitori di 51 mila imprese attive nel mondo. Si è estesa alle aree contigue, ed ha interrotto le catene mondiali di approvvigionamento just-in-time ben prima che gli Stati, uno dopo l’altro, chiudessero le proprie attività non essenziali. Le imprese e le famiglie si sono trovate in difficoltà nel far fronte alla massa dei debiti in scadenza. Entrambe le crisi hanno colpito i rendimenti. Nell’economia del debito i rendimenti esprimono la vitalità del rapporto di credito sul quale si erge il sistema dei titoli finanziari. «I titoli - chiarisce un esperto di finanza - sono radicati in uno spazio giuridicamente coerente di diritti, doveri o convenzioni. Esistono dunque in quanto originati dalla realtà che li contiene. Perciò, all’estremo, tutti gli elementi della realtà possono essere introdotti nello spazio teorico e pratico della finanza. L’attività sottostante è ovunque la stessa: quella di uno stock autonomo di ricchezza che mira a generare un flusso di rendimenti» [2].
I rendimenti determinano la riproduzione del rapporto tra credito e debito. Da ciò deriva la loro centralità nell’analisi delle crisi e degli interventi dello Stato per affrontarle, al di là delle enunciazioni relative a specifiche misure di sostegno per banche, imprese e famiglie, e delle implementazioni da parte del Tesoro e della Banca centrale. La rilevanza dei rendimenti è poco tematizzata nelle analisi, ma è implicita nel discorso pubblico. Si legge, ad esempio, sul Sole 24 Ore. «La crisi del 2008-2009 fu essenzialmente una crisi finanziaria che contagiò l’economia attraverso una generale stretta creditizia. Con il Covid le imprese hanno avuto un blocco del fatturato che ha messo a rischio la loro capacità di onorare i debiti» [3]. Ogni titolo è originato dalla cessione di un credito e attesta l’esistenza del debito. Definisce le modalità del rimborso accresciuto dagli interessi, mediante rendimenti che l’attività sottostante, costituita o potenziata utilizzando il credito, deve erogare. Per farvi fronte, deve attingere al valore di cui dispone, anche se non è riuscita con il credito ad acquistare mezzi di produzione e forza lavoro e creare nuovo valore.
L’interruzione del flusso di rendimenti è comune alle due crisi. Nella grande recessione si è manifestata dal lato della insolvibilità dei titoli, per il timore che si potesse estendere dai subprime alla generalità dei derivati; nel grande lockdown, invece, dal lato delle attività sottostanti, la cui operatività è stata sospesa. In entrambi i casi, lo Stato - come si evidenzia dall’esame relativo agli Stati Uniti - è intervenuto prioritariamente per riaffermare la connessione tra attività sottostanti e titoli attraverso i rendimenti. La loro funzione di strumenti di espropriazione di ricchezza sociale è qui di seguito delineata.
 
L’inversione tra valore e debito
Nella società del valore il credito genera il debito per contribuire a realizzare nuovo valore. Due soggetti, il capitale produttivo di interesse e il capitale produttivo di merce si riproducono incontrandosi. Il primo si accresce offrendo credito in cambio di interesse, il secondo lo domanda quando non dispone di risorse proprie per acquistare i mezzi che gli consentono di accrescersi attraverso la produzione e la vendita di merce. I loro diversi orizzonti sono espressi dalle relazioni D-D’ e rispettivamente D-M-D’, che evidenziano la diversa origine del denaro accresciuto. L’incremento D’ che nella relazione D-D’ rappresenta il rendimento, deve sostanziarsi attingendo al D’ della relazione D-M-D’. Nella società del valore implica una sottrazione di ricchezza sociale, compensata tuttavia dal contributo del credito alla creazione delle condizioni della produzione di plusvalore.
Quando l’accumulazione rallenta, il capitale produttivo di merce utilizza il profitto non per riprodursi ma per alimentare il capitale produttivo di interesse, il quale, per accrescersi come D-D’, eroga crediti e produce titoli di debito. Questo afflusso di titoli espande la liquidità, un concetto che denota la variabilità del loro prezzo nel momento della trasformazione in denaro. Il prezzo infatti dipende sia dall’andamento dell’attività sottostante sia dall’apprezzamento nella loro compravendita, da cui scaturiscono plusvalenze o minusvalenze.
Il passaggio dall’economia basata sul valore a quella basata sul debito si realizza con la terza rivoluzione industriale, che riduce la capacità di produzione di plusvalore a causa dell’aumento della produttività del lavoro, che contrae l’utilizzazione di lavoro vivo, e condiziona il capitale produttivo di merce a ricorrere sistematicamente al credito.
Quando il credito condiziona la valorizzazione, il saggio di profitto va ridefinito rapportando al plusvalore i suoi costi oltre a quelli del capitale costante e del capitale variabile. Il saggio si abbassa, e per conseguire un profitto al netto del debito è necessario aumentare ancora la produttività. Nel contesto di generale riduzione della produzione di plusvalore il capitale produttivo di merce accelera la centralizzazione.
La sopravvivenza competitiva è riservata a quella parte del capitale produttivo di merce che realizza profitto oltre la soglia necessaria a far fronte agli interessi sui crediti. L’altra parte, tuttavia, resta in piedi finché ha risorse di cui il capitale finanziario può alimentarsi. Metà delle grandi imprese che operano nel mondo non realizzano profitti economici, ma riescono a remunerare il capitale finanziario. Altre ricadono nella categoria delle imprese zombie, che stanno sul mercato senza essere in grado di rimborsare il debito, costrette dai creditori ad emettere nuovi titoli per rinnovare il credito fino a quando possono estrarre da esse rendimenti. D’altra parte le imprese stesse, approfittando dei bassi tassi di interesse, prima della recente grande crisi si indebitavano per acquistare azioni proprie e aumentare il prezzo di quelle che restano in borsa, facendo contenti azionisti e manager premiati con stock option. Nel 2018 e 2019 hanno speso 115 dollari in buy back per ogni 100 di investimenti, contro i 60 della media dei 20 anni precedenti.
Le imprese che non riescono nella valorizzazione devono emettere nuovi titoli per onorare il debito. L’erogazione dei rendimenti deve essere fatta con capitale-denaro che deriva dalla cessione di parte del valore che l’entità sottostante ha già in sé incorporato, in un processo che la porta all’estinzione. I rendimenti legati al debito delle imprese di servizio incidono negativamente oltre che sul profitto specifico dell’impresa, anche sul plusvalore complessivo con cui si sostiene il settore terziario, costituito dall’esternalizzazione delle funzioni improduttive di valore. I rendimenti legati al credito per il consumo sono estorti al salario e al reddito delle famiglie, a fronte di mutui, prestiti e, meno consapevolmente, delle carte di credito, tanto molecolarmente diffuse che i rapporti sociali di merce sono ormai mediati dalla coazione al debito.
La crescita dell’economia del debito si realizza attraverso il credito che genera titoli di debito, che attraverso i rendimenti trasformano valore in liquidità. Alla moltiplicazione dei titoli si arriva per due strade, la speculazione e l’investimento produttivo. Su entrambe si sviluppano crisi come quelle qui oggetto di analisi.
La prima strada, quella speculativa, porta alle banche, dove la liquidità si espande con mero capitale fittizio, per la sovrapposizione di titoli che fanno perdere il rapporto con l’attività sottostante dotata di valore. Qui si incontrano gli eventi che hanno segnato la grande recessione: i prestiti e i mutui di famiglie che si indebitano, la cartolarizzazione dei titoli di debito, la loro superfetazione sollecitata da investitori voraci, il blocco dei rendimenti, l’arresto delle relazioni interbancarie, la contrazione delle attività, la disoccupazione, e, infine lo Stato che condona il malfatto e risana i bilanci delle banche senza che queste contribuiscano alla ripresa.
La seconda strada, quella dell’investimento produttivo, porta alla Borsa e riguarda le imprese che, senza, la crisi, potrebbero contribuire all’espansione della liquidità con i rendimenti dei titoli generati da crediti finalizzati ad investimenti produttivi. La Borsa rende palese che molti titoli, quotati nella speranza di generare plusvalenze, non fanno profitti e restano in vita per essere spogliate dai creditori [4]. Nel grande lockdown l’imperativo dello Stato è di evitare, per dirlo con le parole del Sole 24 Ore, che sia messo a rischio la capacità delle imprese di onorare i debiti.
 
La grande recessione
La nicchia dei titoli subprime che avevano fatto deflagrare il sistema non essendo più alimentati da rendimenti, stava all’interno della massa dei derivati che aveva gonfiato le banche. Per espandere l’attività speculativa, quelle commerciali avevano creato uno shadow banking system, un fitto e dinamico intreccio di società finanziarie ombra, che consentiva di superare i limiti normativi di operatività. Vi facevano ricorso anche quelle di investimento che, avendo il privilegio di operare con una leva fino a quaranta volte superiore al valore patrimoniale, facevano operazioni fino a quaranta volte superiori al suo valore, traendo dalla speculazione utili molto maggiori di quelli derivanti dalla collocazione dei titoli azionari e obbligazionari, dall’intermediazione nelle fusioni e acquisizioni, e dalla ottimizzazione della gestione di portafogli di clienti privati e pubblici di tutto il mondo. La speculazione si reggeva sull’enorme liquidità immessa nel circuito finanziario da un capitale produttivo di interesse che faceva credito a chi emetteva titoli immobiliari cartolarizzati. Era alimentato dai profitti realizzati con le esportazioni da Giappone, Cina, Corea, Germania e Medio Oriente, da quelli non reinvestiti dalle multinazionali statunitensi, dagli investitori istituzionali, e dai rendimenti pagati da Stato, imprese e famiglie a fronte dei loro debiti.
La cartolarizzazione aveva bisogno di enormi quantità di mutui immobiliari. Il basso costo del credito ne facilitava la sottoscrizione e sosteneva anche un robusto sviluppo edilizio. La domanda di titoli era talmente alta che venivano costruiti per sovrapposizione, allontanandosi dalle attività sottostanti i mutui fino a dimenticarle. La bolla si gonfiava però partire dal punto di incontro tra circuito produttivo e circuito finanziario costituito dai mutui che finivano cartolarizzati, e scoppiò quando l’aumento del tasso di interesse deciso dalla Federal Reserve interruppe il flusso di rendimenti dai mutui ai titoli a causa dell’impennata delle rate a tasso variabile, e abbassò i prezzi delle case che garantivano i mutui.
Il timore che le insolvenze si estendessero dai subprime a tutte le attività sottostanti i titoli interrompendo i flussi di rendimenti, minò la fiducia coltivata in anni di euforia espansiva, sostenuta dalle agenzie di rating che minimizzavano i rischi. Nella primavera del 2007 una delle grandi banche di investimento, la Bear Stearns, specializzata in titoli subprime, entrò in dissesto, e l’anno successivo venne acquistata da JPMorgan, altra banca di investimento. Qualche mese dopo, altre due banche crollarono: Lehman Brothers dichiarò il fallimento e Merrill Linch venne acquistata da Bank of America. Goldman Sachs e Morgan Stanley, infine, dovettero rinunciare ad alcuni privilegi e trasformarsi da banche di investimento a banche commerciali.
Il timore nella solvibilità dei mutuatari si era trasferita sulla solvibilità delle banche, provocando il blocco del credito e il crollo della Borsa. Le attività produttive si contrassero, il PIL si restrinse del 4,3 per cento; i prezzi delle case diminuirono del 30 per cento, la disoccupazione raggiunse il 10, i consumi crollarono. La recessione iniziata nel dicembre 2007 si protrasse fino al giugno 2009.
La cartolarizzazione dei titoli era stata fatta negli Stati Uniti, e l’external shadow banking sub-system delle sussidiarie europee e nipponiche delle banche commerciali e di investimento statunitensi li aveva piazzati nel mondo. Il sistema bancario deregolamentato di Londra registrò il dissesto di Northern Rock, quinta tra le grandi banche britanniche, già prima che si disgregasse Wall Street. Congresso e Federal Reserve si attivarono per affrontare la situazione, assumendo che la crisi fosse causata dalla mancanza di fiducia sulla liquidità dei titoli. Il principale intervento fu di sostenere le banche e ritirare dal circuito finanziario quelli che il mercato considerava illiquidi pur continuando ad essere alimentati da rendimenti, per ricollocarli sul mercato una volta superata la crisi. In questa direzione si mosse il Segretario al Tesoro Henry Paulson sostenuto dal presidente George W. Bush, presentando al Congresso un programma di 700 miliardi di dollari per l’acquisto di titoli deteriorati. “Cash for trash” scrisse Paul Krugman, sul New York Times. Venne bocciato dalla Camera dei Rappresentanti. «Centinaia di americani si sono svegliati, scrisse Michael Moore, ed hanno deciso che era tempo di ribellarsi. Il Congresso è stato bersagliato da milioni di telefonate e di mail: basta col saccheggio, arrestate i ladri» [5]. Ma la proposta venne ripresentata, rivista e approvata dopo un intenso mercanteggiamento per acquisire i voti dei deputati riottosi.
Paulson non usò i soldi per acquistare i titoli deteriorati. I primi 150 miliardi vennero dati a nove grandi banche e altri 125 a banche regionali, contro la cessione al Tesoro di titoli sicuri e di partecipazioni privilegiate senza diritto di voto. Altri ancora, a condizioni analoghe, servirono per salvare AIG, Citigroup, Bank of America, General Motors e Chrysler. Timothy Geithner, nuovo segretario al Tesoro con Obama, decise di utilizzare 250 miliardi per coprire fino all’85 per cento il credito di investitori privati che avrebbero acquistato titoli immobiliari deteriorati, offrendo garanzie sui relativi rendimenti. Nel 2010 il programma venne ridimensionato a 475 miliardi. Ne furono spesi complessivamente 431 con un utile, dalla liquidazione dei titoli, di 24 miliardi nel 2012. Da parte sua la Federal Reserve azzerò il tasso di interesse e lavorò, anch’essa, per immettere liquidità nel sistema bancario. Elargì prestiti a istituti finanziari per periodi progressivamente allungati, contro garanzie sempre meno sicure, persino a soggetti ombra. Lo fece in base all’articolo 13 paragrafo 3 del Federal Reserve Act del 1913 che consentiva in circostanze eccezionali di estendere il credito a individui, associazioni e società. Avviò nell’ottobre 2008 il quantitative easing con un impegno iniziale di 600 miliardi, ai quali seguirono altri fino a giungere nel febbraio 2010 a quasi 2 mila, di cui 1250 in titoli di Fannie Mae e Freddie Mac, le due finanziarie che dominavano la concessione dei mutui, e 700 in titoli del Tesoro, monetizzando così interamente la spesa preventivata dal Congresso. Per quanto deteriorati o persino ridotti a spazzatura i titoli continuavano ad alimentarsi di rendimenti. Il loro declassamento era dovuto alla emersione dei livelli di rischio prima di allora accuratamente nascosti dalle agenzie di rating, pagate dagli stessi produttori dei titoli. La crisi sociale venne trattata a parte, con 152 miliardi stanziati dal Congresso sotto la presidenza Bush nel febbraio 2008, ed esattamente un anno dopo con 832 miliardi sotto la presidenza Obama. Il primo, che anticipò di diversi mesi gli interventi sul sistema bancario, cercò di sostenere sia i consumi sia i rendimenti dei debiti per consumi, dando, per le fasce basse e medie di reddito, 600 dollari a persona più 300 per figlio a carico; provò anche a contenere il crollo dei prezzi delle abitazioni che aveva contribuito a creare problemi di solvibilità per coloro che le avevano ipotecate, e offrì incentivi agli investimenti. Con il secondo intervento i contributi alle persone scesero a 4 mila dollari, ma erogati sia nel 2009 che nell’anno successivo; si aggiunsero incentivi fiscali e crediti per beni di consumo, nonché numerose misure assistenziali, programmi sociali puntuali, e un fallimentare programma per le abitazioni, che lasciò campo libero all'enorme ondata di pignoramenti che ha fruttato miliardi agli speculatori.
Nel terzo trimestre del 2009 la recessione era terminata; la Borsa aveva recuperato, le grandi banche avevano utili maggiori del 2007, ma il credito continuava a subire una contrazione senza precedenti [6]. I contributi alle persone servivano a risanare debiti e farne altri e l’impatto sui consumi e sulle importazioni era tanto modesto che, secondo Bernanke, presidente della Federal Reserve, aveva contribuito ad estendere e amplificare la crisi fuori dagli Stati Uniti.  Nei due anni successivi il PIL ebbe un aumento annuo di appena il 2 per cento, la disoccupazione calò solo dal 10 all’8, si moltiplicò il lavoro precario e aumentò il tasso di inattività. A causa dell’aumento della spesa pubblica e del calo delle imposte, le amministrazioni statali e locali avevano tagliato 600 mila posti di lavoro. Bernanke attribuì la debolezza della ripresa a tre fattori. Il settore dell'edilizia abitativa non si era ripreso, perché sul mercato c’erano milioni di case pignorate e i consumatori erano impegnati a pagare i loro debiti. Le banche non concedevano crediti per consumi e investimenti perché stavano ancora risanando la loro situazione. La spesa pubblica non era stata sufficiente a compensare le debolezze del settore privato [7]. Focalizzandosi sul sistema bancario, il Tesoro e la Banca centrale si erano mossi con il presupposto che il finanziamento diretto alle banche e il recupero dei titoli fosse sufficiente a riavviare l’economia attraverso il credito. La liquidità immessa nel circuito finanziario vi era invece rimasta confinata, a rigonfiarle. Qualche limitazione all’attività speculativa venne posta nel 2010 dal Dodd-Frank Act, aumentando le garanzie patrimoniali delle banche e regolando il rapporto tra patrimonio e investimenti, con qualche barriera tra attività di investimento e attività commerciali. In particolare un Volker rule limitò gli investimenti delle banche in hedge fund ed altre attività ad alto rischio. Vennero prese anche misure per evitare il ripetersi di quei comportamenti che avevano portato alla creazione di titoli immobiliari privi di garanzie di rendimento: furono presentate come interventi a tutela dei consumatori.

Il grande lockdown
La diffusione del covid 19 è partita dalla città di Wuhan, nella provincia cinese dello Hubei, area di grande sviluppo industriale (metallurgia, automobile, chimica, tessile, navale ed elettronica), le cui attività si sono bloccate nel mese di gennaio. Nella provincia hanno la sede centrale 17 mila società. A febbraio il blocco si è esteso a 24 provincie della Cina in cui si produce più del 20 per cento del PIL nazionale e il 90 per cento delle esportazioni. C’è una fitta rete di piccole imprese, per il 70 per cento con meno di 10 dipendenti e un altro 20 per cento tra 10 e 100. Alcune producono per il mercato interno, ma in gran parte sono fornitori diretti o di primo livello di 50 mila società operanti nel mondo -  soprattutto Stati Uniti, Giappone, Germania e Svizzera -  e fornitori di livello più basso di circa altri cinque milioni [8].
Il blocco della produzione e del mercato cinese ha avuto effetti negativi sulle attività degli altri Stati prima che questi, grossomodo a partire da marzo, decidessero a loro volta la sospensione delle attività non essenziali, mentre la Cina già affrontava le conseguenze del blocco delle proprie supply chains; con il governo alla ricerca di fonti alternative di approvvigionamento, e impegnato anche ad offrire sostegno a quelle di esportazione [9].
Il paese aveva già sperimentato, nella grande recessione, il blocco delle supply chains, meno pesante e tuttavia più generalizzato negli effetti, dal momento che è recente la tendenza alla ristrutturazione su basi regionali di una parte delle relazioni di fornitura, entro le aree del Nafta, dell’Europa e dell’Asia Orientale, con centri rispettivamente negli Stati Uniti, in Cina, Giappone, Corea, e in Germania [10].
Dalla grande recessione il paese era uscito rafforzato rispetto alle altre economie del globo, che avevano subìto la recessione in maniera più massiccia. Nel 2009 la Cina era cresciuta dell’8 per cento, e un anno dopo, superato il Giappone, era diventata la seconda economia del mondo. L’uscita dalla crisi attuale potrebbe avere conseguenze analoghe. Per il 2020 la Banca mondiale stima una sua crescita dell’1 per cento, molto più bassa degli anni precedenti, che tuttavia va messa a confronto con il meno 6 per cento degli Stati Uniti.
Dalla Cina è partito il processo che, sviluppandosi nel mondo globalizzato, ha bloccato il circuito produttivo, intaccando il flusso di rendimenti che, partendo dai sottostanti, alimenta i titoli, e privando temporaneamente il capitale produttivo di interesse della possibilità di erogare crediti e il capitale produttivo di merce di erogare rendimenti. Il blocco ha prodotto per gli Stati Uniti conseguenze sintetizzate da questi indicatori: Pil – 5,0 per cento, disoccupazione 14,7, commercio al dettaglio – 16,4, produzione industriale -11,2, prezzo delle abitazioni – 30,2. Stando ad alcune analisi, il covid 19 ha solo anticipato l’emergenza di una crisi che avrebbe potuto essere prodotta dallo scoppio di una bolla finanziaria globale, negli anni recenti sempre più spesso evocata. «Le bolle speculative su credito e equity che circolavano nel sistema attendevano una miccia per esplodere e la crisi finanziaria sarebbe arrivata comunque, anche solo per una semplice recessione. Se si continua ad insistere nell’attribuire a un virus, e cioè a un fattore esterno, il motivo della crisi che ci attende, si continua a negare l’evidenza di un modello finanziario ed economico che funziona solo con eccesso di leva, compressione dei redditi, ampio debito speculativo e pochi investimenti nell’economia reale, un modello che non è sostenibile» [11]. Il PIL non cresce, e cresce invece il debito. «perché una parte rilevante di questo nuovo debito serve per fare finanza (leverage) e non per fare investimenti nell’economia» [12].
Dal 2009 il valore dei titoli obbligazionari delle società quotate in borsa è triplicato, e ne è aumentato il rischio. Non di rado l’indebitamento è servito al riacquisto dei propri titoli azionari, per realizzare l’estremo tentativo di sostenere una redditività non raggiunta con profitti operativi, praticamente fermi da 5 anni [13]. Il credito veniva non dalle banche ma dagli investitori istituzionali frustrati dal calo quasi a zero degli interessi dei titoli di Stato, causato dalla liquidità elargita dalle Banche centrali anche dopo la fine della grande recessione. Prima dell’arrivo del covid «il 22 per cento del debito societario non finanziario comprende obbligazioni spazzatura emesse a fini speculativi e un altro 40 per cento è classificato BBB, solo una tacca sopra la spazzatura. In altre parole, quasi i due terzi delle obbligazioni provengono da società ad alto rischio di insolvenza»[14]. Nella crisi del lockdown lo Stato si è fatto carico di questa situazione. «Così facendo - osserva Valsania, già consigliere economico di Obama - ha prevenuto che una crisi economica si trasformasse in crisi finanziaria e ha significativamente difeso la stabilità del mercato del credito» [15]. Sono stati attivati programmi per sostenere le imprese in difficoltà, offrendo direttamente credito per riattivare i flussi di rendimenti sottoposti a rischio e di sostenere le attività. Uno spostamento di rotta significativo, rispetto alla grande recessione che aveva puntato sulla riattivazione del sistema bancario come mediatore della liquidità necessaria per riavviare il credito.
Questa volta alle banche è stata attribuita la funzione di incubatrici del credito che Federal Reserve e Tesoro avrebbero erogato o garantito direttamente alle imprese. Nel 2019 la Federal Reserve era dovuta intervenire, con prestiti e iniezioni di liquidità, per riattivare le relazioni interbancario minacciate da insolvenza. Col lockdown la centralità dell’intervento dello Stato si è spostata dalle banche alla Borsa, per proteggere le relazioni tra attività sottostanti e flussi di rendimenti puntualmente identificabili. Su questo terreno la Federal Reserve e il Tesoro gestiscono 6.800 miliardi di dollari, equivalenti al 31,7 per cento del Pil annuo degli Stati Uniti. La Federal Reserve tiene a zero il tasso di interesse, facilita l’accesso al credito delle banche, sostiene il movimento dei flussi di credito, e rilancia il quantitative easing con acquisti dalle banche per 1.143 miliardi di dollari nelle due settimane a cavallo tra marzo e aprile (801miliardi di titoli del Tesoro e 302 di titoli derivati), in seguito progressivamente ridotti. In quei due mesi monetizza il cento per cento del debito legato all’emissione di titoli del Tesoro [16]. Il sostegno alle imprese in difficoltà consiste in contributi al fondo perduto alle piccole imprese, nell’acquisto in Borsa di quote azionarie e obbligazionarie, di garanzie sul debito e in credito agevolato.
I contributi a fondo perduto erogati dal Tesoro sono previsti dal Paycheck Protection Program, che ha una dotazione di 669 miliardi di dollari sui 2.350 stanziati a fine marzo dal Congresso con il Cares Act e di altri 494 il mese successivo. Copre nella totalità i prestiti bancari ottenuti da imprese in attività con non più di 500 dipendenti per far fronte ai costi diretti e indiretti di otto settimane di salari. Ne hanno beneficiato cinque milioni di imprese. Per le compagnie aereonautiche e per la Boeing sono riservati invece 46 miliardi a fronte di partecipazioni, vincoli sull’utilizzazione dei fondi e licenziamenti limitati al 10 per cento dei dipendenti.
L’acquisto in Borsa di titoli azionari e obbligazionari è stato annunciato dalla Federal Reserve il 23 marzo per ridare fiducia alla Borsa, dopo un mese di andamenti incerti seguiti al crollo del 20 febbraio. La Banca centrale agirà sul mercato primario e su quello secondario, mettendo al sicuro tutti i titoli in difficoltà. È la salvezza per i fallen angels, come Carnival. Kraft, Heinz, Ford, Hertz, i cui debiti potranno essere garantiti dalla Banca centrale. Il messaggio è chiaro e nei mesi successivi la Borsa cresce. «Quale crisi?», si domanda il New York Times, osservando che nel trimestre del covid l’indice S&P 500, che rappresenta bene il mercato borsistico, è cresciuto del 20 per cento, l’aumento trimestrale più alto dal 1998. L’indice Nasdaq sta inoltre puntando su un guadagno che su base annuale sarebbe tra i migliori degli ultimi due decenni. Non c’è dubbio che sia stata la Federal Reserve, rassicurando gli investitori, a preparare il terreno per questa carica speculativa. Ma 200 società del S&P 500 hanno difficoltà a fornire previsioni agli azionisti; il Nasdaq è del tutto sconnesso dai fondamentali, centinaia di imprese hanno dichiarato bancarotta. Potrebbe prospettarsi una crisi come quella Dot-Com [17]. Ci sono però 5 giganti che trascinano la Borsa: Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet e Facebook. Fin dal gennaio 2018 il mercato azionario «è diventato totalmente dipendente da essi con una immensa concentrazione di potere che adesso si trova in una situazione di sicurezza normativa» [18]. La Federal Reserve dovrebbe limitarsi per legge a trattare titoli di Stato o coperti da garanzie governative. Supera però l’ostacolo agendo attraverso società appositamente costituite dal Tesoro, a cui affida i propri fondi per erogare crediti o acquistare titoli che a fine programma verranno reimmessi sul mercato. Queste soluzioni sono autorizzate dal Dodd-Frank Act, che dopo la grande recessione ha emendato l’articolo 13 paragrafo 3 del Federal Reserve Act del 1913: vengono appunto definite thireen three facilities.
Il Tesoro a questo fine dispone di 500 miliardi avuti dal Congresso. Investe 75 miliardi nei programmi Primary and Secondary Market Corporate Credit Facilities per la costituzione di due società che gestiranno 750 miliardi della Federal Reserve per gli acquisti in Borsa. La gestione delle società è affidata a BlackRock Financial Market Advisory, che si presenta così sul web: «Sfrutta i dati di BlackRock, le sue capacità di analisi dei rischi, la tecnologia e i modelli finanziari, mantenendo al contempo barriere informative rigorose e altre procedure per gestire i potenziali conflitti di interesse».
BlackRock è la più grande società d’investimento al mondo, e gestisce un patrimonio di 6.3 mila miliardi di dollari, È azionista di peso di grandi banche e di imprese in molti paesi, e interviene nelle loro assemblee. La sua fortuna viene dagli ETF (Exchanged Traded Funds), fondi di investimento passivi negoziati in borsa, costituiti da indici compositi di titoli azionari e obbligazionari il cui rendimento complessivo proviene dai loro sottostanti. Gli ETF sono tra i titoli di cui la Federal Reserve prevede l’acquisto; l’annuncio ha contribuito ad attirare in aprile sugli ETF di Blackrock un flusso di investimenti di quasi 4 miliardi di dollari [19].
Per facilitare il credito alle piccole e medie imprese in difficoltà con meno di 15 mila dipendenti la Federal Reserve interviene invece con il Main Street Lending Program. Il Tesoro investe 75 miliardi nella costituzione di una società che con 600 miliardi della Federal Reserve acquista dalle banche il 95% di crediti quadriennali erogati anche senza garanzie. La parte restante resta a carico delle banche, che, assieme al Tesoro, alla maturazione del debito saranno responsabili di eventuali perdite.
Un’altra società è creata dal Tesoro con 10 miliardi di dollari per implementare la cartolarizzazione. Con 100 miliardi della Federal Reserve, acquista titoli derivati dalle imprese che li producono cartolarizzando mutui e prestiti entro un elenco che spazia dall’acquisto dell’automobile, alle carte di credito, ai beni di consumo. L’obiettivo enunciato è di facilitare l’indebitamento di persone e famiglie, facilitando la cartolarizzazione dei loro debiti. Non manca dunque la fantasia nell’allestimento e nell’implementazione dei programmi congiunti del Tesoro e della Federal Reserve che sono più di quelli qui citati. Su Bloomberg un analista finanziario osserva: «La Fed sta dando al Tesoro l'accesso alla sua macchina da stampa. In ultima analisi, ciò significa che l'Amministrazione sarà libera di esercitare il proprio controllo, non quello della Fed, su queste società, incaricandola di stampare sempre più denaro in modo da poter acquistare titoli e distribuire prestiti, nel tentativo di spingere in alto i mercati finanziari in periodo di elezioni»[20].
Segretario al Tesoro è Steven T. Mnuchin, «un lupo di Wall Street impigliato in vari scandali finanziari», secondo Philip Mirowski, un economista statunitense [21]. Mnuchin è stato promotore di un fondo di investimento assieme a Soros, produttore a Hollywood di Avatar e Suicide Squad, sostenitore finanziario del partito democratico. È approdato al Tesoro dopo aver diretto la campagna finanziaria di Trump. «È il tipo di persona che riutilizzerà il denaro messo a disposizione dalla Banca centrale per riorganizzare l'economia come preferisce. Se Mnuchin poteva avere dubbi su ciò che stava facendo nel 2008 - allora era in Goldman Sachs - è ovvio che ora è pienamente consapevole degli abusi che sta commettendo”, aggiunge Mirowski [22]. Secondo Robert Brenner, col Tesoro e la Federal Reserve si realizza una “intensificazione della predazione politica» [23].
Il credito al consumo costituiva, prima del covid, il driver dell’economia [24] che gonfiava una bolla. Su questo fronte lo Stato non ha previsto interventi mirati, limitandosi alla erogazione di contributi. Con il Cares Aid sono stati stanziati 293 miliardi per l’erogazione di 1.200 dollari più 500 per ogni figlio a carico a ottanta milioni di persone di basso e medio reddito; altri 268 miliardi per dare 600 dollari a settimana per quattro mesi a trenta milioni di disoccupati, oltre ai contributi di disoccupazione. Si aggiungono alcune facilitazioni fiscali, 25 miliardi buoni alimentari per gli indigenti, moratoria (se i creditori sono d’accordo) sulle scadenze dei debiti, che rinvia di pochi mesi la crisi dei derivati che li hanno cartolarizzati. Niente che apra una prospettiva. «È chiaro che, più tempo ci vorrà per sviluppare e distribuire vaccini e cure efficaci, più grande sarà la montagna di debito non pagato con carta di credito, affitti, impegni ipotecari e altri conti che emergeranno» [25]. Ma la tempistica è stata definita dai repubblicani che controllano il Senato, e non vogliono interferenze sul mercato del lavoro.

Conclusioni   
Nella grande recessione il discorso pubblico era concentrato sulla liquidità dei titoli e la solvibilità delle banche. I rendimenti si alimentavano del valore espropriato alle famiglie che avevano impegnato le case e i salari futuri. La soluzione non riguardò queste attività sottostanti, bensì i titoli per ritirali temporaneamente dal circuito finanziario fin quando fossero diventati liquidi, di compensare le banche per questi ritiri, e risanare i loro bilanci. La liquidità immessa dallo Stato restò in parte all’interno del circuito finanziario, in parte servì ad alimentare l’indebitamento privato. Nel grande lockdown il discorso pubblico è concentrato su debito e sulle difficoltà delle attività sottostanti di farvi fronte, a causa del fermo delle imprese. La soluzione è di intervenire per garantirle nell’erogazione dei rendimenti e nell’accesso al credito per sostenere la ripresa. La liquidità immessa a piene mani nel circuito produttivo sta gonfiando la Borsa, immunizzata dai disastrosi eventi sociali e produttivi. Le banche invece sono fuori gioco; non sanno più chi è degno di credito. Le tre agenzie che classificano i consumatori sulla base dell’affidabilità creditizia non sono in grado di contabilizzare gli oltre 4 milioni di pagamenti rinviati. Le banche non conoscono i propri clienti, essendosi affidate all’algoritmo, che definisce il punteggio di credito, sufficiente per valutare i rischi formali dei derivati. La Federal Reserve ha affermato che una prolungata recessione potrebbero subire perdite fino a 700 miliardi di dollari.
In Borsa le imprese sono rappresentate da titoli di debito che esse stesse devono remunerare con i rendimenti sottratti ai loro profitti. Se riescono a farlo possono riprendere ad estrarre valore da quello che già incorporano o dal plusvalore che ancora producono, per trasferirlo agli investitori che hanno in mano i titoli avendo erogato il credito. Questo orizzonte è segnato dalla riduzione irreversibile della valorizzazione e dalla incessante espropriazione di ricchezza sociale che alimenta la crescita economica basata sul debito. Ma, in Borsa come in banca, il movimento procede sul breve periodo con la crescita fittizia che la speculazione riesce a realizzare puntando al rialzo dei prezzi dei titoli e sulle plusvalenze, che Federal Reserve e Tesoro stimolano nel lockdown. Nella grande recessione questa crescita aveva già mostrato la corda con lo scoppio della grande bolla e la generale svalorizzazione. Prima dell’arrivo dei covid era stata prevista una nuova bolla, che potrà riproporsi al termine della breve moratoria sui pagamenti dei rendimenti dei nuovi titoli cartolarizzati basati sul debito delle famiglie. Ma una nuova, gonfiata dallo Stato, sta maturando in Borsa, e le banche, qui declassate ad imprese, attribuiscono al Volker rule lo spostamento di campo della speculazione.
Lo Stato, più rapido e alacre di prima, nel grande lockdown si espone finanziariamente senza limiti poiché la distribuzione di liquidità, ovunque sia politicamente conveniente, è l’unica strategia di cui dispone nell’economia del debito. Consente alle attività sottostanti di indebitarsi per far fronte ai rendimenti dei debiti già pendenti, e colma le aspettative dei possessori di titoli in quanto creditori. Con le due grandi crisi diventa anacronistica la rappresentazione della Banca Centrale dome espressione della sovranità del denaro, che le era stata attribuita nella società del valore. Il Congresso  ne ha allargato le funzioni, in una sorta di connubio con il Tesoro che consente alla politica monetaria di intrecciarsi con la politica fiscale, e allo Stato di contare su una illimitata potenza di intervento. In entrambe le crisi la Federal Reserve ha monetizzato integralmente la spesa straordinaria decisa dal Congresso, acquistando dalle banche i titoli del Tesoro. I rendimenti che lo Stato paga vanno alla Federal Reserve e sono girati al Tesoro fin quando i titoli si estinguono. Questo, pur detto sommariamente, indica che il livello di dipendenza dello Stato dagli investitori è un problema politico se Tesoro e Banca centrale cooperano entro la stessa sfera di sovranità [26]. Quel che avviene negli Stati Uniti con la seconda grande crisi dell’economia del debito accelera la transizione egemonica che Giovanni Arrighi aveva preannunciato all’inizio della prima grande crisi [27]. Lo rileva con chiarezza Maurizio Novelli su Milano Finanza. «Mentre tutti si scannano per comprare un mercato ormai sostenuto solo dalla FED, dall’altra parte del mondo si aprono spazi di manovra che non dipendono solo da quanto QE fanno le Banche Centrali, ma dalla capacità di creare nuova domanda per consumi e investimenti in un potenziale mercato di oltre 3 miliardi di consumatori. La Cina si prepara a gestire il decoupling dall’economia americana e ad abbandonare il dollaro al suo destino» [28].

- Giordano Sivini - 28/7/2020 - Pubblicato in due parti su Palermograd -

NOTE:

[1] Eichengreen B, Mody A, Nedeljkovic M, Sarno L, How the subprime crisis went global: evidence from bank credit default swap spreads, Journal of International Money and Finance, 31, 5, 2012.
[2] Dembinski P.H., Finance servante ou finance trompeuse?, Paris, Parole et Silence, 2008, p. 86.
[3] Francesci A., La crisi Covid sarà peggio di Lehman 2008 ma non per i mercati, Sole 24 Ore, 19 giugno 2020.
[4] Sivini G., La centralizzazione del capitale e la caduta del saggio di profitto, Palermograd, 14 giugno 2019.
[5] M. Moore, Congratulations, Corporate Crime Fighters! Coup Averted for Three Days, mrzine. Monthly review press.org/ moore300908.html, 30 settembre 2008.
[6] Londo M., “A Mr. Smith il conto della recessione”, Sole 24 Ore, 25 ottobre 2009.
[7] Bernanke B.S., Economic Recovery and Economic Policy, New York, Economic Club of New York, 20 novembre 2012.
[8] Dun&Bradstreet, Business and Supply Chain Analysis Due to the Coronavirus Outbreak, Special briefing 5 febbraio 2020.
[9] Fondazione Italia-Cina, Instant Analisys, 28 febbraio 2020.
[10] Baldwin R., Freeman R., Supply chain contagion waves, VOX CEPR Policy Portal,1 aprile 2020.
[11] Novelli M., La crisi? Inizierà a settembre. E assomiglia purtroppo al 1929, Milano Finanza, 10 giugno 2020.
[12] Ivi.
[13] Novelli M., Perché il sistema capitalistico è praticamente morto, Milano Finanza, 5 maggio 2020.
[14] Lund S., Are we in a corporate debt bubble?, Project sindacate, 21 giugno 2018.
[15] Valsania M., L’ex consigliere economico di Obama: come risollevare gli Usa dalla crisi del virus, Sole 24 Ore, 20 maggio 2020.
[16] Richter W., Who Bought this Huge Pile of US Government Debt? Wolf Street, 16 giugno 2020.
[17] Ponczec S., Wang L., Blistering Nasdaq Momentus Is Approaching Dot-Com Escape Speed, Bloomberg, 2 luglio 2020.
[18] Richter W., Wild Ride Nowhere, Woolf Street, 11 luglio 2020.
[19] Dorn J.A., The Fed’s Corporate Lending Facilities: A Case of Pseudo Markets, Cato Institute, 26, 13 giugno 2020.
[20] Brown E.H., Hanno nazionalizzato la Federal Reserve?. Tlaxcala, 7 giugno 2020.
[21] Celnik N., L’après ne sera pas favorable à une société de gauche, Liberation, 28 aprile 2020.
[22] Ivi.
[23] Brenner R., Escalating plunder, New Left Review, 123, maggio-giugno 2020.
[24] Novell M., Crisi del debito, cresscita economica e crisi finanziarie, Milano, Sole 24 Ore, 2019, pp. 66-7.
[25] Kane E.J., The Good, the Bad, and the Ugly About the Fed’s New Credit AllocationPolicy, Institute for Economic Thinking website, 30 giugno 2020.
[26] Tankus N., The Federal Government Always Money-Finances Its Spending: A Restatement, Notes on the crisis, 30 giugno 2020.
[27] Arrighi G., Adam Smith a Pechino, Milano, Feltrinelli, 2008.
[28] Novelli M., Perché è il momento di vendere USA allo scoperto, Milano Finanza, 3 luglio 2020.

fonte: Palermograd La crisi vista dal Sud

martedì 4 agosto 2020

L’incubo della Storia


E quando ci viene chiesto perché "Ulisse", ambientato in una data abbastanza precisa del passato, perché Ulisse, in virtù della sua distanza temporale, non debba essere considerato un romanzo storico altrettanto pienamente di quanto lo è "Guerra e pace", ecco che la risposta si basa sull'assenza di un grande evento storico che faccia da mediatore tra quelli che sono i suoi tempi storici simultanei ed il tempo storico del mondo pubblico. Ci troviamo in una città sotto occupazione coloniale  (abbiamo visto passare sotto i nostri occhi la carrozza del Governatore Generale inglese), ma l'unica cosa ad essere candidata ad evento storico pubblico (l'azione degli "Invincibili" [gruppo nazionalista irlandese]) risale a vent'anni prima, e viene mediata solo dal pettegolezzo e dalla memoria collettiva.
Il romanzo storico non deve mostrare né esistenze individuali né avvenimenti storici, bensì l'intersezione di entrambe le cose: l'evento deve trapassare e trasfigurare simultaneamente il tempo esistenziale degli individui ed i loro destini. A tal riguardo, amo citare la grande poesia di Brecht: «O vicende del tempo, per noi, speranza del popolo!» ecc. Pertanto, il romanzo storico non sarà la descrizione dei costumi e dei valori di un popolo in un determinato momento della sua storia; non sarà la rappresentazione di grandiosi eventi storici; e tantomeno sarà la storia  della vita degli individui comuni in situazioni di crisi estreme; e di sicuro non sarà la storia privata di grandi figure storiche (cosa che Tolstoj sosteneva con veemenza, e contro cui argomentava propriamente).
L'arte del romanzo storico non consiste nella rappresentazione vivida di nessuno di questi aspetti, su questo o su quel piano, ma piuttosto sull'abilità e sull'ingegnosità per mezzo delle quali si configura e viene espressa quella che è l'intersezione di tutti questi aspetti; e non si tratta di una tecnica e neppure di una forma, bensì di un'invenzione singolare, la quale in ogni caso deve essere prodotta in maniera nuova ed inaspettata, e che in ogni caso non è suscettibile di essere ripetuta.
L'archetipo di una simile intersezione è, senza dubbio, "La Certosa di Parma", dove l'ingenuo ed entusiasta Fabrizio  parte per andare ad unirsi a Napoleone ed arriva a Waterloo in tempo per assistere ad una situazione caotica allarmate ed inspiegabile, dal momento che solo più tardi riuscirà a capire di essere riuscito a vedere probabilmente il suo imperatore proprio nel momento della sua disfatta. Stendhal ebbe una congrua esperienza storica personale, dal momento che era stato presente in Russia in quelle medesime battaglie che Tolstoj avrebbe rappresentato circa 25 anni dopo. Tuttavia, tutto ciò che egli intendeva mostrare ne La Certosa non era una battaglia, ma l'impossibilità di rappresentare tale evento e perfino l'insensatezza di attribuirle un nome generico o astratto come "battaglia".

(Fredric Jameson, Il romanzo storico è ancora possibile? Conferenza presentata nel convegno "Riconsiderando il Romanzo Storico" a cura dell'Università della California, il 26 maggio 2004, interamente disponibile a questo link, in spagnolo, da cui è stato da me tradotto)

L’Incubo della Storia

Le osservazioni svolte da Jameson - che articolano Tolstoj, Stendhal e Joyce intorno alla questione del romanzo storico (e di come il rifiuto della «ragione storica» e delle sue lezioni siano il primo passo in direzione di una definizione dell'impossibilità del romanzo storico nel periodo del modernismo all'inizio del XX secolo) - passano attraverso le sue considerazioni a proposito di Ulisse senza che, tuttavia, egli faccia riferimento alla famosa frase di Stephen Dedalus: la Storia - aveva detto Stephen - è un incubo dal quale sto cercando di svegliarmi. Una frase, questa, che si trova all'inizio del romanzo, nel secondo capitolo (per quello che è lo schema degli episodi, il secondo capitolo è dedicato al Nestore di Omero, in cui Telemaco cerca di conoscerlo più di quanto lo conosca suo padre); la scena si svolge nella Scuola, il colore è il Marrone, il simbolo è il Cavallo, la tecnica è quella del Catechismo e l'arte è per l'appunto la Storia. Dedalus è un professore, e la prima metà del capitolo si svolge nell'aula davanti agli allievi (la seconda metà, nell'Ufficio del Supervisore, davanti al quale Dedalus pronuncia la famosa frase).
Nel secondo capitolo del romanzo di Joyce, la Storia come Incubo può assumere, quanto meno, due forme specifiche e circoscritte - anziché diventare un'affermazione più ampia di ciò che è, per esempio, il rapporto tra il modernismo e la storiografia. In primo luogo, questa forma potrebbe essere la quotidianità dell'aula che vede Dedalus confrontarsi con degli allievi cattivi e disinteressati: un «incubo» che allontana sempre più l'insegnante da quella vita cui tiene davvero, la quale si trova ... per l’appunto, al di là. In secondo luogo, questa forma potrebbe essere il concetto che della storia ha il Supervisore Garrett Deasy, e che Dedalus è costretto ad ascoltare, dal momento che è lui quello che lo paga (qualcosa che in quel capitolo di fatto avviene, e che spiega il rapporto tra i due personaggi). L'«incubo» potrebbe anche essere una visione ristretta e limitata della Storia, dimostrata dal Supervisore, il quale ostenta in maniera eloquente il proprio antisemitismo e la sua mentalità pro-imperialista (pro-Inghilterra).
La relazione tra Joyce e la Storia, o tra Dedalus e la Storia in quanto Incubo (un'idea che viene presentata nel capitolo dedicato alla Storia nell'Ulisse e che si svolge in un'aula della scuola), deve tener conto della connessione tra Joyce e Vico. Una relazione che si basa sul desiderio di pensare quelle che sono le continuità che si trovano sotto tensione nel contesto storico, e non una sorta di teologia forzosa,  le quali organizzano il divenire storico secondo una forma naturalizzata. La narrazione di Joyce - confusa, caotica, intrigante - cerca di tener conto dell'irrazionalità che continua a riverberare in tutto ciò che è razionalità: i residui del passato ancora vivi ed operanti nel presente non devono essere eliminati, come vorrebbe il positivismo (o la storia dei vincitori, così come ad esempio viene definita da Walter Benjamin), ma vanno rappresentati in tutta la loro potenza ed impurità (Omero a Dublino, 1904). Secondo quella che è la terminologia di Foucault, usata ne L'Ordine del Discorso (1970-71), possiamo dire che Vico, nel suo contesto immediato, non era nel vero; la sua opera non faceva parte da ciò che era la verità stabilita dall'Illuminismo, poiché Vico predicava una continuità, una sorta di isomorfismo tra irrazionale e razionale, fra passato e presente (un po' come farà Lévi-Strauss, ne Il Pensiero selvaggio, del 1962, con la coppia «selvaggio» e «civilizzato»), mentre invece i Lumi cercavano la rottura, la scissione, la novità radicale.
Ancora la celebre frase di Stephen Dedalus: «History is a nightmare from which I am trying to awake». Quell'incubo è condiviso da un altro giovane impegnato nell'insegnamento della storia: il Michel di André Gide, protagonista de "L'immoralista", pubblicato nel 1902, due anni prima dell'anno in cui si svolge Ulisse. Michel vuole essere per Gide un ritratto del processo del ... disincanto: la sua tubercolosi è una sorta di manifestazione esterna di qualcosa di profondamente radicato - la sua malsana fissazione per tutto ciò che è antico, passato, morto, ed in tal senso è una specie di applicazione nella fiction di quello che Nietzsche critica nella sua Seconda considerazione inattuale. Nel momento in cui Michel comincia a curare la sua tubercolosi, egli comincia a perdere il suo ossessivo interesse per il passato e per le sue forme morte. A vent'anni, Michel parla già correttamente in greco, latino, arabo, persiano, ebraico e, cosa fondamentale, francese - la Lingua dell'Impero Immateriale, così come assai spesso Michel la descrive nel corso dei suoi viaggi verso l’«Oriente» e l'«Africa», e in quella che è la sua relazione con gli «arabi». Facendo riferimento in maniera un po' selvaggia al commento fatto da Edward Said al libro di Gide, nel suo "Cultura e Imperialismo", si può anche dire che, ne L'immoralista, di codesta storia-incubo da cui ci si vuole svegliare, fa senz'altro parte il colonialismo, i suoi tic, i suoi gesti e i suoi punti ciechi.

fonte:Um túnel no fim da luz

lunedì 3 agosto 2020

Tra la miseria e il sole

Gli scritti raccolti ne "Il diritto e il rovescio" costituiscono l'indispensabile premessa alle opere narrative e alla saggistica maggiore di Albert Camus. Concepiti per la maggior parte negli anni giovanili e scritti tra il 1935 e il 1936 vennero pubblicati una prima volta nel 1937 e ripresi da Gallimard solo nel 1958 con l'aggiunta della prefazione, questi saggi riflettono il mondo di povertà e bellezza in cui Camus, algerino di nascita, trascorse la giovinezza e colpiscono per l'alta qualità letteraria della scrittura e per la lucidità dell'analisi. In queste pagine, infatti, sono anticipati alcuni dei più importanti temi dell'esistenzialismo che fecero dell'autore una delle espressioni più alte della coscienza contemporanea.

(dal risvolto di copertina di: Albert Camus, "Il diritto e il rovescio". Bompiani)

Camus il solitario ma il solidale
- di Pasquale Di Palmo -

«Vede, Jean, ho avuto delle critiche sui giornali; non mi posso lamentare; l’accoglienza che hanno riservato a queste pagine è stata insperatamente calorosa. Ma io leggevo in queste critiche le stesse frasi che ritornavano: amarezza, pessimismo ecc. Non hanno capito – e a volte mi dico che non mi sono fatto capire bene. Se non sono riuscito a comunicare tutto il mio gusto per la vita, tutta la voglia che ho di addentarla avidamente, se non sono riuscito a dire che la morte stessa e il dolore non facevano che esasperare in me questa ambizione di vivere, allora non ho detto nulla».
Così scriveva Albert Camus all’amico Jean de Maisonseul quando uscì nel 1937 in 385 esemplari il suo libro d’esordio, L’Envers et l’Endroit, grazie ad Edmond Charlot, giovane editore algerino. Divenuto introvabile, il testo venne ristampato nel 1958 da Gallimard, arricchito da una prefazione dell’autore. È ora riproposto da Bompiani nella nuova, intensa traduzione di Yasmina Melaouah con il titolo anastrofico Il diritto e il rovescio (pp. 80, € 9,00) che affianca le recenti versioni di L’esilio e il regno, a cura della medesima traduttrice (pp. 176, € 10,00) e del dramma Caligola (pp. 160, € 10,00), uno dei capisaldi della produzione teatrale reso in italiano da Camilla Diez. Il tutto concepito nel progetto di rivisitazione dell’opera di Camus inaugurato qualche tempo fa da Bompiani con l’allestimento di versioni meno datate dei suoi romanzi più conosciuti, cui va ad aggiungersi l’odierna ristampa di altri titoli basilari come La morte felice, Tutto il teatro e Riflessioni sulla pena di morte. Le traduzioni attuali, improntate ad un linguaggio più consono ai nostri tempi, esibiscono una maggior aderenza al testo, correggendo alcune imprecisioni che figuravano nelle lezioni precedenti, come nell’incipit dell’«Ironia», testo inaugurale del Diritto e il rovescio, dove la vecchia protagonista ha il «lato destro paralizzato», invece del «fianco sinistro» della versione di Sergio Morando datata 1959.
All’insegna del racconto la stagione creativa di Camus idealmente si apre e si chiude: L’esilio e il regno, pubblicato da Gallimard nel 1958, rappresenta l’ultimo titolo che l’autore licenziò prima di morire nel 1960 e, come tale, costituisce una sorta di contraltare alla raccolta Il diritto e il rovescio. Tra i due versanti si inscrive una tra le vicende intellettuali più significative del Novecento, di una dirittura morale e un rigore ammirevoli. Le nozioni di assurdo e di rivolta sembrano caratterizzare l’opera stessa di Camus, lungo un itinerario creativo felice e versatile che annovera autentici capolavori: da Lo straniero a Il mito di Sisifo, da La peste a L’uomo in rivolta, da La caduta ai titoli apparsi postumi. Libri scritti in uno stile sobrio, asciutto, misurato, che nulla concede sul piano virtuosistico e che si misura indifferentemente con prosa narrativa e saggio di argomento speculativo, testi critici e teatrali, articoli di taglio politico e annotazioni diaristiche (vedi rispettivamente le corrispondenze per «Combat» intitolate Questa lotta vi riguarda e i Taccuini, entrambi ora ristampati da Bompiani).
Nei cinque brevi racconti confluiti in Il diritto e il rovescio, scritti tra il 1935 e il 1936, è già presente in filigrana il timbro inconfondibile che contrassegnerà tutta la produzione di Camus, a cominciare dal succitato «L’ironia», in cui vengono messe in relazione, con l’esemplare semplicità di un trittico belliniano, tre vicende umane che hanno a che vedere con un mondo che ha il sapore agrodolce di un’arancia, «a metà strada fra la miseria e il sole», tipico della giovinezza algerina dell’autore. «Quanto a me, so che la mia fonte di ispirazione è nel Diritto e il rovescio, in quel mondo di povertà e di luce in cui ho vissuto a lungo e il cui ricordo tutt’ora mi preserva dai due pericoli contrapposti che minacciano ogni artista, il risentimento e la soddisfazione», avverte Camus nella prefazione.
Ed è curioso che, in questo scritto introduttivo composto vent’anni dopo, Camus definisca tali testi «saggi» anziché racconti. A prescindere dal difficile inquadramento in un determinato genere, si tratta di composizioni che si muovono fra narrazione e annotazione frammentaria, carichi di un retaggio scopertamente autobiografico: si pensi alla morte della nonna, alla figura della madre silenziosa in «Fra il sì e il no» o alla contrapposizione tra «l’angoscia di Praga» e la pace del paesaggio idillico vicentino descritti in «La morte nell’anima». Roger Grenier giustamente rileva come in questi spunti sia rintracciabile «la nozione di assurdo» a cominciare da «tutta l’assurda semplicità del mondo», espressa in «Fra il sì e il no», che sembra prefigurare alcune asserzioni di Meursault nello Straniero.
Ancora Roger Grenier, a proposito dell’Esilio e il regno, asserisce: «Il fatto che il titolo scelto non sia, come invece accade frequentemente, quello di uno dei racconti, mostra la volontà dell’autore di sottolineare la loro coerenza, la loro unità di ispirazione. In tutte queste storie, infatti, l’esilio – morale o geografico – svolge un ruolo importante». Se Camus ha aggiunto «e il regno», è stato forse per riprodurre l’effetto di simmetria e di antitesi del suo primo libro, Il diritto e il rovescio. In una certa misura, del resto, L’esilio e il regno è un ritorno alle origini. Un testo come «I muti» è un’evocazione del «quartiere povero» che ha fornito l’ispirazione del Diritto e il rovescio. Uno dei racconti più risolti di Camus, La caduta, doveva originariamente essere incluso in questa raccolta.
E, al di là delle indubbie corrispondenze (e divergenze) di ordine stilistico, l’ultimo libro di Camus costituisce un motivo di fedeltà alle tematiche della povertà, del pensiero meridiano, della vita assolata nelle terre d’Algeria contrapposta a quella, inautentica, della metropoli parigina. Spiccano, in un disegno musivo omogeneo e articolato che risente di certo engagement, «I muti», in cui il profondo dissidio instauratosi tra operai e padrone si stempera quando la figlia di quest’ultimo viene ricoverata a causa di un malore improvviso, e «L’ospite» dove la solidarietà si esplica attraverso gli scrupoli di coscienza di un maestro a cui viene affidato in custodia un arabo accusato di omicidio. Il finale di «Giona o l’artista al lavoro» evidenzia come il pittore, protagonista del racconto, dopo varie vicissitudini, scriva sulla «tela, completamente bianca una parola che si riusciva più o meno a decifrare, ma che non si capiva se andasse letta come solitario o solidale». Aggettivi che potrebbero definire lo stesso Camus, la sua tormentata vicenda espressiva, nonché la sua profonda avversione per le verità di comodo.
Il fatto che lo scrittore, nonostante certe analogie riguardanti soprattutto l’accanimento con il quale affrontava la questione dell’insensatezza di vivere e dell’assurdo, venisse tacciato di essere un esistenzialista non è che una delle tante generalizzazioni aventi a che fare con la sua opera. La concezione libertaria insita nei suoi testi non poteva che indirizzarlo verso posizioni etico-politiche quanto mai distanti rispetto a quelle di Sartre o Merleau-Ponty. Lui stesso precisò in un’intervista: «Non sono esistenzialista. Sartre e io siamo sempre stupiti nel vedere associati i nostri due nomi. Pensiamo persino di pubblicare un giorno o l’altro un annuncio sul giornale in cui affermeremo di non avere niente in comune e ci rifiuteremo di rispondere dei debiti che avremmo reciprocamente contratto. Perché, insomma, è uno scherzo. Sartre e io abbiamo pubblicato tutti i nostri libri, senza alcuna eccezione, prima di conoscerci. Quando ci siamo conosciuti, è stato per appurare che eravamo differenti. Sartre è esistenzialista, e il solo libro di idee che ho pubblicato, Il mito di Sisifo, era diretto proprio contro i filosofi chiamati esistenzialisti». A buon intenditor…

- Pasquale Di Palmo - Pubblicato sul Manifesto del 2/12/2018 -

domenica 2 agosto 2020

Inimicizie

« Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, eccolo qui. Si ingrassa, si rotola, e propone un articolo su Richard Wagner, non privo di interesse ma si limita ad un lavoro di scavo, alla maniera di Lukács, Bloch, Stern, in cerca di complessi, inibizioni, repressioni nella coscienza del vecchio fabbricante di miti. Tutti quanti loro non fanno altro che limitarsi ad una vecchia forma di psicoanalisi. »

- (Bertolt Brecht, "Diario di lavoro: II volume, 1941-1947") -

sabato 1 agosto 2020

Un frammento di Dada

Il peso del mondo
- di Montero Glez -

Barcellona, 23 aprile 1916.
Nella Monumental, dove confluiscono la Gran Via de les Corts Catalanes e la carrer de la Marina, su un ring improvvisato, il nero campione del mondo Jack Johnson affronterà un bianco di 100 chili che risponde al nome di Arthur Cravan. I pugili combatto per una borsa di 50.000 pesetas che si sono già spartita ancora prima di salire sul ring. La serata supera ogni aspettativa, diventando così un capitolo della storia dell'arte e delle sue avanguardie. Visto col privilegio che oggi conferisce la distanza, il dadaismo, non avrebbe di certo potuto trovare una cornice per uno scenario, che potesse essere migliore di quella che proietta su di esso l'ombra di un incontro truccato. Alla fine si è scoperto che non era certo avvenuto in un cabaret di Zurigo, ad essere state gettate le basi del nuovo linguaggio, bensì nello scenario limitato dalle dodici corde di un ring. E in questo modo così atletico, le parole d'ordine segrete di Dada si riducono ad essere nient'altro che le primitive semplicità che possono essere espresse solo attraverso la danza gestuale della boxe. Il ballo delle ombre che si allargano e si rimpiccioliscono a partire da dei movimenti ingovernabili che corrispondo ad un genio complesso, in grado di colpire ed incassare simultaneamente. È la carezza ed il delitto o, per meglio dire, la tensione ciò che si trova contenuta nei due impulsi che alla fine romperà la faccia dell'Europa. In un simile contesto, Cravan è venuto a dare una risposta organica ad un mondo il cui peso è quello delle macerie. Tanto per dirlo con la semantica dell'epoca; il combattimento tra Cravan e Johnson è un frammento di Dada, la nuova corrente artistica, un'epidemia ballerina che è venuta per purificare il terreno della Grande Guerra; il necessario degrado che affonda la sue radici nell'agitazione politica, e che si colloca alla parte opposta del futurismo italiano e della sua cadenza marziale; rimanendo sempre vicino al cubismo francese, con cui Dada si incontra nel carnevale delle maschere tribali. Sono queste le origini. A partire da questa nascita, che avviene in questa culla, il movimento Dada non può dondolare e oscillare sulle proprie gambe senza precipitare sul suo peso alla velocità della guerra. Ed è per questo motivo che Dada non si presenta come se si trattasse di un unico nucleo non trasferibile. Dada si muoveva alla velocità della guerra. Come aveva sottolineato Hugo Ball, agitatore del movimento fin dai tempi del Cabaret Voltaire di Zurigo: «Tutto il mondo aveva cominciato a comportarsi come un medium». Contemporaneamente, un personaggio con nome d'arte di Arthur Cravan stava trasformando la boxe. Perché fino ad allora, fino a quella domenica di primavera, la boxe era solo boxe, vale a dire, veniva solo praticata.
La notte precedente, al bar dell'Hotel Excelsior, entrambi i pugili si erano dati appuntamento per un drink. Non ci fu bisogno di arrivare al terzo bicchiere per concludere un accordo. Cravan sarebbe rimasto in piedi per il tempo sufficiente a non fare incazzare il pubblico. Non avrebbe potuto essere altrimenti; l'orgoglio di Jack Johnson non avrebbe potuto permettere una soluzione diversa. Del resto, a Cravan non interessava cosa dicevano di lui. Aveva sempre saputo tenersi a distanza dalle percezioni che la sua persona suscitava. Se ne fregava delle quotazioni, gli servivano i soldi! Era questa la cosa importante, dal momento che, com'è noto, è sempre stata la "borsa" il cuore dell'agitazione artistica.
Arthur Cravan era arrivato in Spagna fuggendo dalla Francia, attraversando a nuoto il fiume Bidasoa. Fino al momento della sua fuga, lo si poteva incontrare a Parigi, nel bel mezzo della notte, come un gigante che cammina lungo la sponda più scura della Senna, sempre accompagnato da donne che egli trattava con tenerezza animale, come se fossero gattini che potevano essere tenuti nella tasca del cappotto. Ed era vero, le donne seguivano Arthur Cravan ovunque egli andasse. Formavano come una truppa che agitasse il sangue di una città in guerra. I soldati aprivano la strada e Cravan sembrava che stesse sfilando in mezzo a loro, seguito dall'incessante miagolio di tutte quelle che volevano trovare ospitalità nella sua tasca.
Nessuno di quelli che erano tra i soldati che sfilavano a Parigi era in grado di affrontarlo. Per il suo aspetto, Cravan era un colosso, un gigante di ossa e muscoli che portava in ogni sua mano il peso del mondo. Perfino l'ingenuità gli andava stretta quando riempiva i suoi guantoni di riccioli femminili. Pensava che facendo così non avrebbe fatto troppo male all'avversario. Per dirla con la plateale magniloquenza, con la quale si sarebbe permesso di parlare del proprio valore, l'unico eroismo riconosciuto da Cravan era l'eroismo morale. Il coraggio di chi non ha mai paura di essere riconosciuto come un codardo. Ecco perché era fuggito dalla Francia, all'alba. Di quel periodo, a Parigi, rimane la sua deriva; notti che di solito cominciavano in sala da ballo insieme al suo amico Blaise Cendrars, entrambi vestiti delle loro camicie gialle, come se fossero degli arlecchini orfici con stivaletti gialli, macchiati di vernice e sempre con quelle cravatte gialle, sporcate di salsa piccante. Per prima cosa, l'avanguardia andava a ballare il tango degli "apache". I futuristi di Marinetti seguivano ogni sua mossa. Lo stesso Marinetti aveva mandato uno dei suoi uomini a seguire da vicino la coppia di arlecchini. Il responsabile dello spionaggio, un tale Gino Severini, telegrafava ogni notte a Milano per dare le ultime notizie che sarebbero arrivate ad essere diffuse fino in Russia, dove il poeta Majakovskij attendeva di sapere quali fosse le ultime tendenze in salsa piccante. Ma forse Marinetti non spiava solo per poter essere testimone delle altrui intimità, e neppure da quella sensazione di potere che deriva dal vedere senza essere visto. In realtà, Marinetti spiava per un oscuro impulso di gelosi. Sospettava che un giorno, non troppo lontano, Cravan avrebbe incontrato la donna che Marinetti amava. Fu la paura che portò Marinetti a spiare Cravan; la paura che quella donna arrivasse con la velocità di un bolide a dirgli che «ho deciso di lasciarti». Poiché all'inizio di tutto c'è sempre una donna e, in questo caso, si trattava di una poetessa particolare che nei suoi scritti gioca col tempo. Pubblicherà le sue poesie e si farà chiamare Mina Loy. Per il momento, sta ancora con Marinetti. Lei e Cravan non si sono ancora conosciuti. Arthur Cravan si trova a Parigi, accompagnato dal suo inseparabile Blaise Cendrars. Insieme metteranno in pratica l'irriverenza di Dada molto prima che Dada sia messa in pratica. Inoltre, nel suo curriculum c'è un valore aggiunto che richiama l'attenzione di Marinetti, poiché Cravan, oltre a dare mostra della propria vigliaccheria, vanta la sua parentela con Oscar Wilde. Negli alberi genealogici, è possibile intrecciare delle corrispondenze senza troncare i rami, e il ramo di Wilde si incontra con l'inventore delle regole della boxe. Si tratta del Marchese di Queensberry in persona, il quale si è posato su uno di quei rami. Vale la pena notare che quando questo nobiluomo ideò il guantone da boxe, non lo fece per proteggere il volto dell'avversario, ma piuttosto per proteggere le nocche dei marinai del Tamigi, in modo da resistere ancora ad un altro combattimento e così le scommesse avrebbero continuato a crescere. In questo modo, con l'inestimabile genio del Marchese di Queensberry, il pugilato cominciava ad essere dominato dalla dinamica delle scommesse e dei suoi giocatori. Per inseguire il demone della metafora, l'adrenalina dello sport è diventata spirito coagulato, per così dire, merce in azione, pronta a colpire con forza i portafogli. L'inventore di questo divertimento, il già citato Marchese di Queensberry, avrebbe generato un figlio famoso per aver acconsentito a lasciarsi amare da Oscar Wilde, autore di vizi teatrali. Col tempo, degli accadimenti storici hanno voluto che Wilde avesse un nipote pugile, dotato di un'ingenuità altrettante grande delle dimensioni della sua corporatura.
Avvelenato da una miscela di letteratura e codardia, Arthur Cravan fuggì da Parigi e dalla guerra. Si rifugiò a Barcellona, una città che si trova in una zona neutrale come Zurigo in Svizzera, però più calda, con un pizzico di sale mediterraneo e con tutta la morbosità che la neutralità implica quando di tratta di trarre profitto da un conflitto bellico. Quando in Europa veniva allestita la fiera della decomposizione, Cravan saliva su un ring allestito nella plazas de toros di Barcellona. È venuto lì disposto a prendere su di sé il peso del mondo per alleviarlo. Nel rituale che precede il gong del primo round, incrocia i guantoni con il suo avversario, Jack Johnson, concludendo l'accordo che entrambi i pugili avevano concordato al bar dell'Excelsior, un American Bar che serviva cocktail e champagne delle migliori marche, e dove una bottiglia di Pommery o di Viuda de Cliquot non superava le trenta pesetas. Un prezzo che era stato ottenuto a spese della tragedia che stava devastando l'Europa. Perché, quando un paese rimane neutrale, non lo fa mai in quanto confida nella pace, ma piuttosto per complicità con gli interessi mercantili che una guerra scatena. Dietro il bancone del bar, il barman, impeccabile nel suo smoking, è testimone silenzioso del patto.
Alla fine, Jack Johnson non riuscì più ad allungare l'incontro. Il pubblico aveva messo in campo la sua voce per contestare i pugili e Arthur Cravan, che sapeva di aver perso, muoveva il proprio corpo, facendo domande e negando risposte. In un solo gesto, incassò gli ultimi colpi del suo avversario, fino a che non cadde al tappeto. Fu al 5° round, dopo che aveva eseguito un movimento come se fosse un sonnambulo, trascinando i piedi in avanti e guardando in alto con i pugni alzati, come se stesse cercando l'interruttore della luce. Ma fu al 6° round, quello in cui Cravan venne messo KO, che polizia dovette intervenire.
Guardando la foto, nel pubblico, tra la folla, si riesce a distinguere un uomo che sorride. È monco, e in questo caso la mancanza del suo braccio destro, l'assenza di questa appendice, gli fornisce un vantaggio. Sembra divertirsi e sembra che gli piaccia quello che sta succedendo. C'è un momento in cui porta l'unica mano che ha fino al colletto della camicia, per sciogliere il nodo della cravatta. Si chiama Frédéric Sauser-Hall, sebbene si faccia chiamare Blaise Cendras. Il braccio lo ha perso da poco, al fronte. Ed era il braccio con cui scriveva. Accanto a lui, si vede un altro uomo con grossi baffi. Si chiama Irivin de Monico, ed è lo stesso uomo che la notte si mette in smoking per servire i cocktail all'Excelsior. Si comporta come se fosse un diplomatico, senza alcuna emozione nel momento in cui si tratta di portare a termine la missione di cui è incaricato. Ha seguito il combattimento rimanendo del tutto impassibile; seguendo i movimenti di Arthur Cravan ogni volta che questi abbassava la testa o curvava la schiena, fino a che non è andato al tappeto. Irvin de Monivo sa che il momento del KO è definitivo, e si mette in moto. Condividendo la medesima vibrazione organica, Blaise Cendras lo segue con la manica vuota del suo braccio. Insieme salgono sul ring ed entrano nel quadrilatero. Con urgenza. afferrano il corpo di Cravan e lo trascinano portandolo via per farlo uscire dalla plaza de toros e per metterlo dentro un auto e sparire così dalla scena a tutta velocità. C'è chi dice che, di fronte a questa scena, Gino Severini, il pittore futurista al soldo di Marinetti, stupefatto si aggiusta il monocolo. Non si tratterebbe della prima sparizione pubblica di Arthur Cravan. E nemmeno l'ultima, che sarebbe avvenuta qualche anno più tardi, nel 1918, quando sarebbe morto, annegato nelle acque del golfo del Messico, sebbene la cosa rimanga difficile da credere. Questo perché per Cravan la vita è sempre stata la cosa più vicina ad una leggenda, in cui è sempre preferibile sparire, prima di morire del tutto.

- Montero Glez - Pubblicato nel giugno del 2020  su Jot Down -

venerdì 31 luglio 2020

La danza dei concetti

Marx, dai margini al centro
- di Marcelo Guimarães Lima -

Il marxismo, ha osservato il filosofo Michel Henry [*1], consiste in una serie storica di fraintendimenti, in un insieme di contraddittori, di incomprensioni e di distorsioni (inconsce o meno), dichiarate espressamente e confermate, in contesti diversi e in varie forme, a proposito dell'opera di Marx.
Tra i vari equivoci che riguardano i concetti espressi dal pensatore tedesco, le accuse, più o meno recenti, provenienti dai diversi critici dell'etnocentrismo, del determinismo o del fatalismo, del riduzionismo, della linearità, dell'unidimensionalità, o di quello che potremmo chiamare «hegelismo sistemico», vale a dire, la proiezione di distinzioni astratte sul corso reale della storia. Tutte queste attribuzioni, insieme ad altre, sono state analizzate, problematizzate e confutate criticamente da Kevin Anderson nel suo paziente esame - documentato, contestualizzato ed argomentato - degli scritti di Marx, in un importante libro: "Marx at the Margins. On Nationalism, Ethnicity, and Non-Western Societies" (University of Chicago Press, 2016). Anderson esamina quello che è stato lo sviluppo del pensiero di Marx circa le dinamiche del moderno sistema capitalistico, nella sua espansione interna ed esterna. Il suo lavoro si concentra sulle idee del pensatore e rivoluzionario tedesco riguardo le società non capitalistiche, viste nella storia e nell'attualità, insieme alle relazioni di subordinazione e di sfruttamento sistemico, che il capitalismo, nel colonialismo moderno, stabilisce tra centro e periferia, e come una tale questione, secondo l'autore, sia assolutamente centrale ai fini della comprensione del marxismo di Marx. Di quel Marx che, proprio lui, come dice il famoso aneddoto, negava, sottolineandolo con enfasi, di essere «marxista», per una buona ragione.
Inizialmente, il moderno capitalismo industriale si è sviluppato in Europa, a partire da alcuni nuclei ben precisi. Tale sviluppo, ha prodotto diverse asimmetrie, vari conflitti e gerarchie, sia interne tra gli agenti - vale a dire, le classi sociali differenziate secondo quelli che erano i loro ruoli ai fini della strutturazione del sistema - che esterne, tra i nuclei iniziali concorrenti, e tra questi e gli spazi di dominio socio-storici che erano situati ai margini dei nuovi processi, secondo ed aspetti differenti. Come aveva compreso Marx, il capitalismo è un sistema totale e, come tale, tende a subordinare, assorbire, modificare e satellizzare tutti i processi e tutte le strutture di riproduzione materiale e simbolica della società, ovunque e dappertutto. Il capitalismo moderno, cioè quello che si è sviluppato come industria alla fine del 18° secolo e in tutto il 19°, è un sistema globale, vale a dire, un sistema che ha avuto bisogno fin dall'inizio, per consolidarsi e prosperare, di superare i limiti regionali e nazionali ed avere come fondamento, base e destino, il mercato mondiale. L'analisi strutturale del capitalismo, alla quale Marx ha dedicato le sue energie ed il suo talento di pensatore, ha sempre avuto come caratteristica essenziale quella di dimostrare che, all'interno dei processi del capitale, si trovano quelle contraddizioni fondamentali che costituiscono il limite storico-strutturale del capitalismo; ed evidenziare, in questi stessi processi, la dimensione negativa, quella che indica il modo - o i modi - possibile di superare il capitalismo, di risolvere le contraddizioni che esso produce e crea per i contesti della vita umana, le alternative che nascono dialetticamente a partire da queste stesse contraddizioni, le possibilità future, o le possibilità di futuro, che il capitalismo propone e sopprime allo stesso tempo.
Il moderno capitalismo industriale europeo, nella sua espansione geografica, si è presentato come una sfida storica decisiva, vitale per le diverse formazioni sociali "periferiche", o non capitalistiche - con i loro diversi livelli di sviluppo culturale, economico e tecnologico. Le analisi, distinte e complementari, dei Grundrisse e de Il Capitale dimostrano che per Marx non si tratta di riproduzione secondaria o "marginale" di un presunto movimento lineare a senso unico della «freccia del tempo» storico, bensì, al contrario, si tratta di comprendere globalmente i conflitti essenziali del presente, i quali si presentano con i loro propri elementi e con dinamiche specifiche, sia nelle società capitalistiche centrali e nella periferia dello spazio socio-storico del capitalismo europeo, vale a dire, nel sistema mondiale così come Marx lo vedeva emergere agli albori della modernità. Nel processo di espansione capitalistica, ha osservato Marx, le muraglie cinesi nulla possono contro l'invasione degli "eserciti" delle mercanzie a basso costo, il sistema manifatturiero annichilisce artigianato e artigiani, il progresso tecnico viene pagato col sangue nei centri e nelle periferie, il dominio sotto la giustificazione «civilizzatrice» è in realtà barbarie e crimine. Pertanto, nelle sue analisi delle lotte anticoloniali del suo tempo durante l'impero britannico, Marx può ricordare alla borghesia inglese che la colonia, la periferia, è parte integrante del nucleo del sistema. De te fabula narratur: il racconto sanguinoso del dominio e dell'umiliazione coloniale, della barbarie stabilita, non è un'altra storia, la storia più o meno lontana dell'altro, ma è la sua propria storia. Il capitalismo, nella sua imperiosa espansione crea uno spazio di unificazione dell'umanità. Unificazione conflittuale, sotto l'egemonia del sistema produttore di merci, che impone agli uomini una soluzione vitale nel presente. In questo spazio unificato, si manifestano quelle che sono le effettive potenzialità del superamento degli antagonismi sociali costituiti e costitutivi della storia. Potenzialità che, come abbiamo visto, il capitalismo colloca e soffoca in un unico stesso movimento che riguarda tutto l'insieme dell'umanità nel processo storico di superamento della preistoria umana.
A partire dal paradigma iniziale europeo - vale a dire, dall'analisi approfondita della formazione storica dell'Europa del suo tempo, e dall'esperienza delle trasformazioni rivoluzionarie contemporanee, delle quali Marx, attivista politico ed esule, intellettuale cosmopolita e scrittore multilingue, è stato testimone e a cui ha anche partecipato - si svilupperà il pensiero del filosofo tedesco, come dimostra Kevin Anderson incorporando in maniera essenziale le esperienze delle lotte di resistenza dei popoli soggiogati dal colonialismo (India, Cina), delle lotte di emancipazione degli schiavi neri negli Stati Uniti, delle lotte di liberazione nazionale popolare in Europa (Polonia, Irlanda), nell'analisi dei movimenti popolari, nella loro attualità e nelle loro complesse ed imprescindibili relazioni con le iniziative autonome della classe operaia, e nel considerarle all'interno di una visione effettivamente globale e, pertanto, multidimensionale di quella che è la diversità e l'unità con il presente. L'autore coglie quale sia stato il contributo concettuale delle analisi rispetto all'attualità, l'opera giornalistica di Marx riguardo, tra gli altri temi del suo presente, la guerra civile negli Stati Uniti, le guerre dell'oppio in Cina, le ribellioni in India, ai fini della maturazione e della concretizzazione dell'architettura teoria de Il Capitale, così come viene stabilito da Marx, nella sua ultima revisione, in modo particolare nella traduzione francese. È in questa prospettiva globale e multidimensionale che Marx andrà conseguentemente a sviluppare la concettualizzazione di quelli che sono dei percorsi differenziati di superamento possibile del sistema capitalistico, come, ad esempio, nel suo studio della società russa sotto l'autocrazia zarista e delle potenzialità rivoluzionarie delle comunità contadine consolidate, facendo dei tagli rispetto alla fase storica della rivoluzione borghese, laddove la borghesia farfugliava di un suo ruolo immaginario in quella che era invece la sua totale mancanza di un ruolo storico. La storia universale umana cessa perciò di esibire un cammino unico, e non viene più presentato un paradigma esclusivo per la visione del presente.
Nel Manifesto comunista, Marx, come se fosse un «poeta delle merci», secondo quanto viene detto da Edmund Wilson [*2], elogia espressamente ed entusiasticamente le realizzazioni materiali (rivoluzionarie, in quanto escono una prospettiva storica) della borghesia, la classe portatrice di quelle che sono le nuove relazioni capitalistiche. Per la coscienza del tempo e della storia, la grande impresa della borghesia è stata quella di demistificare il passato, mostrare in pratica quale sia la base materiale che struttura i molteplici aspetti della vita umana, strappare il velo millenario delle illusioni idealistiche a proposito della vita comune e delle forme di pensiero. Il ruolo del socialismo, ancorato all'esperienza della moderna classe operaia e dimensionato nelle lotte contro la diverse forme di oppressione della nazionalità, delle minoranze etniche, dei popoli, delle razze e dei generi, è quello di demistificare il presente. Nello stesso momento in cui la borghesia, con le sue azioni rivoluzionarie e per mezzo dei suoi ideologhi e dei suoi rappresentanti spirituali, svelava il carattere storico della vita umana, la transitorietà delle forme sociali fondate sulla produzione e sulla riproduzione materiale delle condizioni di vita, essa cercava di nascondere la dimensione storica del presente. Di fatto, grazie alla borghesia abbiamo avuto una storia, un processo che è culminato nella moderna civiltà materiale e spirituale: la civiltà borghese. Da quel momento in poi, osserva Marx con ironia, per la nuova classe dominante la storia smette di esistere. Nel Manifesto comunista, Marx spiegava brevemente in forma didattica le ragioni fondamentali della creazione storica del nuovo sistema, la cui gestazione avviene all'interno della precedente formazione storica, e la sua relativa «inevitabilità», vale a dire, il trionfo del capitalismo industriale in Europa, basato su un'inedita capacità produttiva che rivoluzionava i modi di vita tradizionali, superando le strutture e i processi socioeconomici precedenti. Simultaneamente, il Manifesto sottolineava le contraddizioni, l'instabilità strutturale del capitalismo moderno e la sua altrettanto «inevitabile» trasformazione, in quanto creazione storica, come figlia del tempo e, pertanto, forma transitoria.
Spiegare le ragioni significa: mostrare come si è verificato un determinato sviluppo e per quali motivi sia avvenuto proprio così, e non in un altro modo. Ecco che qui possiamo vedere l'autore del Capitale sotto le vesti di ricercatore scientifico di grande rigore e talento. Indicare e sottolineare quali sono le contraddizioni all'interno della formazione attuale significa: mostrare che il processo storico continua e si sviluppa secondo varie dimensioni, istanze diverse e strettamente correlate, e che, a partire da questa complessità strutturata e strutturante, il futuro non si delinea una volta per tutte secondo quella che è l'eredità del passato, e neppure nel risultato di un presente così come esso è.
E qui lo scienziato sociale si dimostra, in un solo gesto, attivista rivoluzionario: il futuro è, infatti, un libro che oggi deve essere ancora scritto, una narrazione (non importa se viene classificata come "maggiore" o "minore") che dipende dall'iniziativa dei suoi attori, dove le condizioni date delimitano, ma non escludono, delle scelte, delle alternative generate da dei processi materiali e da interessi in conflitto, che hanno delle espressioni proprie, vale a dire, ciascuna i loro rispettivi concetti e valori. Ad un futuro aperto, corrisponde un passato ridimensionato: nelle sue investigazioni etnologiche, Marx approfondisce la conoscenza delle società non capitalistiche, delle forme di vita comunitaria che nel processo storico dimostrano una capacità inventiva ed adattiva della specie e delle attitudini umane, in contesti diversi, per delle forme non conflittuali, sebbene limitate, di socievolezza cooperativa, ed alcune di quelle che sono le potenzialità dello sviluppo umano multidimensionale. L'analisi dialettica della storia di Marx procede come se fosse una critica immanente, vale a dire, partendo dall'interno dei processi socio-storici e dalle forme di coscienza corrispondenti, prendendole come se fossero vere e proprie determinazioni, evidenzia i limiti tendenziali, le contraddizioni interne che portano ad un'impasse e alla necessità di un superamento pratico e ideologico delle stesse. Ignorare, in questa analisi, quella che è la «danza» dei concetti, vale a dire, il movimento del pensiero che è proprio dell'approccio dialettico. significa scambiare le parti isolate per la totalità, cosa che produce delle letture riduttive, impoverenti e fuorvianti rispetto a quella che è la vasta e complessa opera di Marx. Allo stesso modo, un problema ricorrente, comune sia a certe letture militanti che a letture rapide, abbreviate e sinteticamente critiche dell'opera di Marx, è quello di procedere prendendo immagini, metafore ed illustrazioni scambiandole per concetti, come ha osservato Ludovica Silva a proposito della forma plastica degli scritti del pensatore tedesco [*3]. Nelle descrizioni del capitalismo, ad esempio, le formulazioni e le immagini sintetiche, evocative, incisive presenti nei testi di Marx producono una sorta di abbreviazione e un cortocircuito espressivo (unità e contrasto di forma e contenuto) come se si trattasse di un forma che spinge ad una raffigurazione delle contraddizioni, di rappresentazione dello stesso modello dialettico della storia.
Qui, a partire dalle argomentazioni di Kevin Anderson, possiamo tracciare un parallelo tra la lettura dell'opera di Marx vista come se fosse un capitolo in più dell'economia politica del 19° secolo e ciò che negli scritti di Marx viene evidenziato come disavventure, incidenti di percorso, rischi, aporie, limiti, contraddizioni, ecc., tutte cose proprie della filosofia della storia (borghese) così come si delineava nel 18° secolo e che culminava nell'idealismo tedesco (la «sublimazione» della rivoluzione francese nel mondo delle idee) con Hegel. Rispetto a questo, il marxismo sarebbe piuttosto un'altra «grande narrazione» che sottomette la diversità della storia reale ad una considerazione lineare, limitata, soggettiva, e quindi marcatamente "etnocentrica", ecc. Una narrazione che i disastri del 20° secolo, le guerre, le rivoluzioni interrotte e abortite, i rischi legati alla tecnologia, l'amministrazione aziendale della vita sociale, la crisi ecologica, ecc. dovrebbe aver sepolto in maniera definitiva. Come dimostrano le note a margine degli argomenti di Marx, tali letture e le loro formulazioni critiche si trovano ben al di sotto della complessità della teoria elaborata da Marx in quella che è stata l'analisi minuziosa e critica delle categorie dell'economia politica, e nell'analisi altrettanto densa dell'ideologia, vale a dire, delle idee dominanti nel suo tempo. Queste, negli aspetti essenziali, in quanto «eredità» e attraverso adattamenti, ancora in vigore ai nostri giorni. Le analisi svolte da Kevin Anderson in questo libro, ci ricordano che l'esame e la valutazione dell'opera di Marx implicano non solo la necessità di contestualizzare, collocare nel suo tempo e nel suo campo teorico e pratico di intervento le idee del pensatore e rivoluzionario tedesco, cosa che l'autore americano svolge brillantemente, ma anche che questo procedimento implica parimenti un'analisi e una valutazione reciproca di quelle che sono le prospettive dell'analista stesso. Cosa che non appare evidente in molti dei critici recenti delle opere dell'autore del Capitale i quali, appropriatamente o meno, vengono definiti "postmoderni". Il libro di Kevin Anderson, nei dibattiti del nostro tempo si colloca controcorrente per quanto riguarda alcuni aspetti centrali dell'ideologia contemporanea che, nel contesto della frammentazione e "privatizzazione" dell'esperienza da parte del sistema del capitalismo neoliberista, tendono in maniera paradossale a rendere particolarmente difficoltosa la comprensione dell'insieme e delle sue articolazioni fondamentali, nel momento in cui la mercantilizzazione universale delle relazioni umane si approfondisce, nel senso di equiparare come astrazioni equivalenti, e subordinarle in nome delle qualità, delle preferenze e delle differenze, i soggetti ed i loro contesti.
Queste brevi osservazioni hanno il solo scopo di indicare al lettore la ricchezza storiografica, documentale e concettuale del libro di Kevin Anderson. L'autore fa ricorso alle fonti in maniera esaustiva e produttiva, dimostrando il ruolo creativo che deve avere l'erudizione nel lavoro intellettuale, e dimostrando così con le sue analisi la pratica della riflessione critica vista come auto-riflessione.

- Marcelo Guimarães LimaPubblicato il 12/6/2020 su Blog da Boitempo -

NOTE:

[*1] -  Michel Henry, Marx, a philosophy of human reality, (Bloomington, Indiana University Press, 1983).

[*2] - Edmund Wilson, Stazione Finlandia(BUR Rizzoli).

[*3] -  Ludovico Silva, El estilo literario de Marx (México, DF, Siglo XXI Editores, 1975)

fonte: Blog da Boitempo