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giovedì 13 maggio 2021

dixi, et salvavi animam meam

Nella sua analisi critica dell'ideologia, "Gli assassini dei bambini di Gaza", Robert Kurz affronta i modelli di percezione della sinistra riguardo al conflitto in Medio Oriente. Questi modelli di percezione, e queste interpretazioni della sinistra - i cui portatori sono inoltre schierati positivamente dalla parte della socializzazione globale del valore e dei suoi prodotti in decomposizione - nei confronti della situazione mondiale appaiono come impregnate di un "anti-israelismo" affettivo, alimentato anche da un "odio inconscio per gli ebrei" (Micha Brumlik), in quanto lo Stato ebraico e la sua azione militare contro Hamas e Hezbollah  vengono di per sé sussunti al capitale mondiale ed al suo imperialismo securitario.
Di conseguenza, la barbarie islamica contro Israele non viene vista come l'altra faccia della medesima medaglia dell'imperialismo di crisi, ma piuttosto come "resistenza", in maniera quasi romantica. In questo contesto, la base del raffronto col vecchio "anti-imperialismo" addirittura impallidisce, ed il conflitto in Medio Oriente diventa così un conflitto per procura, al servizio di una "critica del capitalismo" della nuova piccola borghesia, che digerisce sempre più regressivamente la crisi mondiale del capitalismo.

« (...) Lo Stato d'Israele ha assunto un duplice carattere. Da un lato, in quanto Stato, può soltanto riprodurre la relazione di capitale - come fa qualsiasi altro Stato - e sviluppare le relative contraddizioni all'interno ed all'esterno; dall'altro lato, come "ebreo fra gli Stati", esso rappresenta la contraddizione immanente alla sindrome antisemita della modernità, nonostante che gli stessi ebrei, nella loro esistenza statale, pretendano di essere solo normali fra i normali, nel senso della soggettività capitalista. Questa costituzione statale, con il suo carattere duplice, ha guadagnato pieno vigore solo attraverso l'Olocausto. (...) Dall'altro lato, il conflitto permanente è legato ad un indurimento della situazione interna di Israele, nella quale i fanatici nazionalisti e gli ultra-ortodossi vanno guadagnando forza. (...) Se, quindi, per alcuni ebrei la vita in Israele appare più insicura che negli Stati Uniti o in Europa occidentale, tale situazione evidenzia lo statuto sempre più precario di questo Stato, ma fondamentalmente non ne smentisce il suo carattere duplice, che consiste proprio nel fatto che la ragione della sua costituzione è in contraddizione con la sua forma capitalista (non consistendo, quindi, soltanto nella precarietà della sua funzione di luogo di rifugio). Del resto, anche in Europa occidentale ed in altri luoghi, la situazione può mutare rapidamente se i gravi attacchi della crisi risveglieranno l'ideologia assassina dell'antisemitismo; già si sono verificati attacchi a sinagoghe e ad abitazioni di residenti ebrei (ad esempio, in Francia).

Il carattere duplice dello Stato d'Israele non può, tuttavia, essere messo in discussione per ragioni pragmatiche di insicurezza empirica; esso deriva dall'opposizione alla violenza materiale dell'ideologia antisemita di crisi del capitalismo mondiale in generale e, in tal misura, permane in quanto permane questa relazione mondiale. Se questa relazione sociale si dissolve in maniera catastrofica, e l'universalità astratta degli Stati si trasforma dappertutto in Stati falliti, anche Israele non può restare indenne. E' possibile che nella crisi mondiale Israele venga distrutta, sia a partire dall'esterno che a partire dal di dentro; il che significherebbe, tuttavia, che il suo carattere duplice non può resistere al processo di crisi, ma questo in nessun modo significherebbe che non sia esistito in sé.

(...) "L'odio inconscio per gli ebrei" come base, si lega con il momento dello stereotipo antisemita interno alla critica sociale tronca e diffusa di un "anticapitalismo" che non identifica più lo Stato degli ebrei semplicemente con una parte del capitalismo mondiale, ma regredisce definitivamente sulla posizione che lo considera come rappresentante della relazione di capitale in generale, ed elabora questa proiezione nello scontro locale diretto. Per questa posizione, che non è più confusa, l'ostilità contro Israele si è solidificata come centro attuale di ogni impulso alla sofferenza sociale. Dopo la guerra di Gaza, non solo non si vede più il carattere duplice di Israele, ma anche l'antisemitismo storico è stato elevato all'altezza del 21° secolo, in maniera inequivocabile, da parte di persone che si considerano di sinistra. E la pretesa "solidarietà critica" con Israele, che non vuole percepire questo brusco cambiamento, diventa una risorsa di tale formazione antisemita, dal momento che fa dell'aggettivo "critica" la sostanza della sua valutazione, in coro con una condanna emotivamente moralista, che da tempo fiancheggia una causa del tutto diversa.

(...) Altrettanto unidimensionale e negatrice del duplice carattere dello Stato di Israele, appare essere la pseudo-mediatrice "terza posizione" relativa alle contraddizioni esterne di Israele. La sua auto-affermazione - inclusiva degli interventi militari, la cui mediazione con l'antisemitismo globale sparisce - viene astrattamente equiparata al postulato di Hamas e di Hezbollah di spazzar via dalle carte geografiche lo Stato ebraico, e di armarsi a tal fine per il "combattimento asimmetrico". La distorsione del contenuto del contesto storico, qui si lega al metodo relativistico: entrambe le parti dovrebbero essere in qualche modo ugualmente condannate, in quanto identiche nel loro carattere di prodotti della crisi del capitale mondiale, oppure, all'altro lato, dovrebbero avere in qualche modo il loro "diritto" sul piano del conflitto locale. Il relativismo postmoderno presenta qui in modo particolarmente drastico il suo carattere assurdo, in quanto questa valutazione dice soltanto che Israele deve esistere un po' meno e che Hamas deve esigere un po' meno l'annientamento di Israele. Come se si potesse esigere che il capitalismo fosse un po' meno capitalista, oppure che l'antisemitismo dovrebbe essere un po' meno antisemita, e che i felini dovrebbero essere un po' meno divoratori di carne.»

(tratto da Robert Kurz: "Gli assassini dei bambini di Gaza. Un'operazione "piombo fuso" per cuori sensibili" - Pubblicato su https://francosenia.blogspot.com/2015/11/la-guerra-per-procura-e-lodio-inconscio.html e segg.)

Come dire, tutti gli Stati - di cui noi tutti siamo in qualche modo cittadini capitalistici - sono, dappertutto e continuamente, causa di quelle stesse sofferenze che vediamo oggi imposte a Gaza, in Siria, in Turchia, in Libia (per procura italiana ed europea) e altrove. Per questo motivo - e non solo per questo, ovviamente - occorre che gli Stati vengano aboliti, in quanto la sofferenza di cui sono portatori è propria ed attiene a tutti gli Stati; se non allo Stato in quanto tale. Solo che se consideriamo la Storia e, nel contesto della Storia nel momento in cui ci troviamo, ecco che il duplice carattere assunto dallo Stato di Israele - così come viene descritto da Robert Kurz nel suo testo a proposito de "Gli assassini dei bambini di Gaza" – allora ci rendiamo conto che l'abolizione dello Stato di Israele potrà avvenire solamente DOPO che saranno stati aboliti - prima - TUTTI quegli altri Stati. Per abolire lo Stato degli Ebrei, vi toccherà aspettare ancora  un giorno in più. Bisognerà aspettare il giorno dopo l'abolizione dell'ultimo Stato. Un giorno solo, che volete che sia!!

« dixi, et salvavi animam meam » (Marx)

giovedì 19 novembre 2015

Libertà, uguaglianza e Bentham

gaza

Gli assassini dei bambini di Gaza (15 di 15)
- Un'operazione "piombo fuso" per cuori sensibili -
di Robert Kurz

SINTESI
 Nella sua analisi critica dell'ideologia, "Gli assassini dei bambini di Gaza", Robert Kurz affronta i modelli di percezione della sinistra riguardo al conflitto in Medio Oriente. Dopo che negli ultimi anni, le guerre capitaliste di ordinamento mondiale, e la loro affermazione da parte dell'ideologia "anti-tedesca", sono state fondamentalmente criticate dalla "Critica della dissociazione-valore", adesso è tempo di considerare anche il rovescio di tale interpretazione ideologica, i cui portatori sono inoltre schierati positivamente con la socializzazione globale del valore e dei suoi prodotti in decomposizione. Queste interpretazioni della situazione mondiale sono impregnate di un "anti-israelismo" affettivo, alimentato anche da un "odio inconscio per gli ebrei" (Micha Brumlik), in quanto lo Stato ebraico e la sua azione militare contro Hamas e Hezbollah  vengono di per sé sussunti al capitale mondiale ed al suo imperialismo securitario. Di conseguenza, la barbarie islamica contro Israele non viene vista come l'altra faccia della medesima medaglia dell'imperialismo di crisi, ma come "resistenza", in maniera quasi romantica. In questo contesto, la base del raffronto col vecchio "anti-imperialismo" impallidisce, ed il conflitto in Medio Oriente diventa un conflitto per procura, al servizio di una "critica del capitalismo" della nuova piccola borghesia, che digerisce regressivamente la crisi mondiale del capitalismo.
(Presentazione del testo nell'Editoriale di EXIT! n° 6 dell'agosto del 2009)

SOMMARIO

 * Asimmetria morale ed analisi storica * La violenta emozione dell'inconscio collettivo antiebraico * Il duplice carattere dello Stato d'Israele * L'identificazione positiva e negativa di Israele con il capitale mondiale * Le impossibili richieste di un paradosso reale * La ragion di Stato di Israele nelle guerre contro Hamas e Hezbollah * L'opinione pubblica mondiale anti-israelita e la decomposizione ideologica della sinistra * Una "terza posizione" che non è una posizione * Delitto e castigo o critica radicale mediata storicamente? * Un cuore dalla parte del regime della Sharia * Il determinismo della coscienza e il ruolo degli eroi * Il conflitto per procura e la demoralizzazione della critica del capitalismo * Anti-israelismo - la matrice di un nuovo antisemitismo * La sinistra come Dr. Jeckill e Mr. Hyde *

* La sinistra come Dr. Jeckill e Mr. Hyde *
Dal momento che vi sono delle tendenze contraddittorie anche nelle dichiarazioni relative al conflitto di Gaza, la sinistra non costituisce una massa omogenea che è stata assorbita senza rotture nelle forme della manifestazione del nuovo antisemitismo e nelle sue forme di rappresentazione del conflitto per procura in Medio Oriente. Anche se un tale assorbimento viene presunto dalla sinistra diventata filo-occidentale, e dai neofiti liberisti da essa provenienti, anche se non ha avuto luogo un'identificazione assoluta con una critica dell'ideologia conseguente, i cui presupposti il più delle volte sono stati gettati a mare. E' vero che la critica originaria degli "anti-tedeschi" nei confronti dell'anti-israelismo di sinistra, e dei passaggi ad esso associati per quel che atteneva alle interpretazioni della crisi strutturale manifestatamente antisemite, era pienamente legittima. Ma quella critica si rivelò essere una glorificazione razionalista-illuminista della "civiltà" capitalista, vista come presunto baluardo contro l'imbarbarimento della società mondiale, di cui essa stessa era causa. Smentendo così il momento corretto della critica stessa, e smarrendo il suo contesto basilare.
La solidarietà della pseudo-Realpolitik con gli amministratori della crisi del capitale mondiale, in nome della solidarietà con Israele, ha avuto un effetto devastante; ha portato non solo a denunciare come antisemita ogni e qualsiasi critica del capitalismo, ma ha anche finito, inversamente, per legittimare le tendenze regressive che criticava. Anziché aprire una polarizzazione necessaria all'interno della sinistra, questa è stata dichiarata essere un blocco anti-civilizzatore ermetico, mentre si andavano a cercare i più assurdi "partner di alleanza". I falchi convertiti a questa svolta si sono rivelati, come tutti i convertiti, una truppa particolarmente fanatica, che si sentiva obbligata a dimostrare la sua fede nella libertà, nell'uguaglianza ed in Bentham, tutti i giorni in ogni momento.
Dal punto di vista della difesa del capitalismo in quanto "potere civilizzatore", è impossibile criticare il fatto che gran parte della sinistra residuale - nel contesto di un anti-israelismo emozionale, di proiezioni fantasmatiche e di politiche di minimizzazione degli elementi di antisemitismo globale - si trasformi, in maniera francamente spaventosa, nel suo stesso contrario e si sbarazzi del suo saldo storico di pretese emancipatrici insoddisfatte. Al contrario, è possibile fare fronte a questo soltanto se si caratterizzano tali posizioni, o modi di digestione ideologici ed incoscienti, come conseguenza della mancanza di critica radicale nei confronti della costituzione del feticcio capitalista.
Tuttavia, la stessa mancanza, o l'abbandono, della critica radicale può essere vista, anche da parte degli "anti-tedeschi" filo-occidentali, soltanto in senso inverso. La sinistra anti-israelita ed i convertiti "anti-tedeschi" filo-occidentali costituiscono le due facce della stessa medaglia, allo stesso modo in cui sono due facce della stessa medaglia i guerrieri dell'ordinamento mondiale dell'imperialismo occidentale di crisi e la barbarie islamista. Hanno in comune non solo la demoralizzazione della critica del capitalismo, che nel primo caso decade a livello della nuova piccola borghesia e nel secondo caso regredisce, "provvisoriamente" o definitivamente, ma hanno in comune anche il fatto che soffocano sotto il fardello della "eredità borghese" della ragione illuminista. Il marxismo del movimento operaio si era preso cura di questa "eredità", fino a traboccarne, proprio perché non è mai arrivato ad una critica della costituzione moderna del feticcio. Quando, ora, la polarità interna di tutto questo va all'aria, e l'opposizione ostile fra particolarismo (nazione, etnia, "cultura") ed universalismo (lavoro, forma del valore) non può essere più mantenuta in equilibrio, ecco che una sinistra prigioniera dell'orizzonte di questo pensiero deve fare l'ultima battaglia contro sé stessa.
Trascendere quest'opposizione incompresa può consistere solamente nel far saltare l'orizzonte chiuso della costituzione del feticcio e della ragione illuminista nella sinistra, e fondamentalmente aprire un nuovo punto di vista che vada oltre la critica tronca del capitalismo e della sofferenza della civiltà borghese, così come nel modo di riferirsi al conflitto per procura in Medio Oriente; e quindi anche al di là dell'anti-israelismo e del filo-israelismo meramente astratto, in quanto identificazione con il capitale mondiale; una falsa solidarietà ad Israele che non riesce nemmeno a resistere alle attuali forme di sviluppo nelle quali la ragion di Stato israeliana e gli interessi dell'amministrazione di crisi globale cominciano ad entrare in conflitto. Questo significa anche, nell'attuale dibattito con la sinistra residuale, sviluppare un altro modo di procedere, in cui la critica dell'anti-israelismo riformuli, simultaneamente, la pretesa emancipatrice insoddisfatta, contro la relazione capitalista globale del feticcio.
Relativamente al conflitto per procura in Medio Oriente, si può riconoscere il profilo di questa polarizzazione nella misura in cui, nella sinistra, le opposizioni e le rotture in occasione della guerra di Gaza si sono lasciate alle spalle la costellazione degli anni successivi al 2001, e si sono espresse indipendentemente dall'atteggiamento nei confronti dei convertiti al filo-occidentalismo. Se le distanze relative ai "critici di Israele" possono estendersi, per mezzo di uno spettro maggiore o minore di gruppi, anche a correnti o partiti, pur schierati in maniera diversa ed anche se minoritari nel loro insieme, allora si avrà un punto di rottura predeterminato in cui dev'essere inserito un cuneo. Tuttavia, è tanto notevole quanto problematico il fatto che la polarizzazione qui avvenga quasi esclusivamente sul piano della percezione immediata del conflitto, e che proprio per questo venga emozionalmente caricata; soprattutto da parte degli eccitati anti-israeliti. La falsa immediatezza di questa polarizzazione si evidenzia nel fatto che avviene all'interno delle differenti posizioni, e non fra di esse.
Ancora una volta si potrebbero illustrare i fatti per mezzo di un gioco intellettuale, quello di tornare indietro nel tempo fino alla vecchia pretesa di sinistra della "solidarietà internazionale", il cui classico promotore nel frattempo è sparito. L'espressione più forte di tale pretesa era l'appoggio alla lotta armata negli altri paesi; basta pensare alla "Brigate Internazionali" nella Guerra Civile Spagnola. Se, come esperienza intellettuale, trasportassimo queste manifestazioni alla situazione attuale della sinistra, quindi a membri di uno stesso gruppo, corrente, ecc., allora ci sarebbero degli amici che si affronterebbero con le armi, come "Brigate Internazionali", in nome, da un lato, della "solidarietà ad Israele" e, dall'altro lato, della "solidarietà con la Palestina". Qui non è più possibile un atteggiamento agnostico o relativistico; chi cercherebbe di assumerlo finirebbe sotto il fuoco di entrambe le parti - ed a ragione - in quanto la contraddizione qui non è in alcun modo accidentale o passeggera.
Non è la prima volta che avviene qualcosa del genere; ma mai il confronto emerso è stato così immediato. Se i precedenti conflitti si sviluppavano sulla base della storia dell'evento, sempre più o meno chiaramente lungo il corso delle contraddizioni maturate nell'analisi sociale generale e nel frazionamento ad essa associato, la valutazione del conflitto del Medio Oriente si mantiene sorprendentemente esterna alle posizioni teoriche o politiche. L'oggetto del conflitto e le sue forme di manifestazione, come la guerra di Gaza, non superano, nella coscienza, lo stato di particolarità astratta, come ha già dimostrato il carico emozionale, nella sua sproporzione con l'analisi storica.
Ma non è possibile, senza che si incroci una riflessione sul tutto sociale, consumare la rottura di un contesto immediato dell'evento solo per la valutazione di contrari non identificati, rottura che viene suggerita in maniera meramente emotiva-affettiva e che si lascia dietro un sapore insipido. In quanto "fragilità assoluta della particolarità" (Hegel) questo oggetto immediato non può, di per sé, fondare alcuna posizione di critica sociale esauriente né, quindi, portare ad una vera polarizzazione. Da questo deriva che la sinistra, nel suo riferirsi al conflitto per procura, appare come il “Dr. Jekyll e Mr. Hide” di Stevenson; le differenti posizioni, nel loro atteggiamento pro o contro Israele, si contrappongono a sé stesse, come il proprio altro immediato, senza essere in grado di trascendersi, al di là di questa particolarità contraddittoria.
Il conflitto in Medio Oriente ha sostituito anche, in qualità di rappresentante, un'auto-contraddizione non maturata nella sinistra, che non vuole andare al fondo della sua insicurezza, e che nel suo insieme è sopraffatta dalla dinamica di crisi sempre negata. Questo equivale, fino ad un certo punto, anche alla posizione qui espressa di una trasformazione ancora non sufficientemente svolta da parte del pensiero della sinistra tradizionale, che si presenti come critica del valore; soprattutto a causa di una ricezione superficiale. Se vengono afferrate solamente la tematizzazione dell'astrazione della forma sociale e la teoria di un barriera oggettiva della crisi e, al contrario, lo sviluppo dell'analisi della critica dell'ideologia viene nascosto, o rimane facoltativo, allora ecco che abbiamo una critica del valore meramente astratta che può essere amalgamata con tutti i cliché ideologici possibili, ereditati dall'ascendenza storica dei ricettori; ed ecco che il punto di rottura potrebbe essere allora costituito, senza alcuna mediazione, dal conflitto per procura del Medio Oriente, proprio come è avvenuto per altre correnti.
Però - nel senso di una trasformazione che vada oltre il vecchio sistema di riferimento della sinistra, divenuto obsoleto - è proprio la critica del feticcio del capitale e della "ragione" borghese che riesce ad opporsi minimamente alla particolarità astratta di un tale oggetto di conflitto per procura. Quest'oggetto, al contrario, dev'essere sviluppato a partire dalla "totalità concreta" della storia e della crisi del capitale, e non come forma di contraddizione immediata, nella misura in cui questo è possibile, concettualmente ed analiticamente. Qui non si tratta perciò di concludere falsi compromessi secondo quel modo di dire relativistico che ama poter far valere "opinione vuota" (Hegel) contro "opinione vuota". Al contrario, si tratta di arrivare ad un chiarimento dove la questione venga trattata non affettivamente, ma per mezzo della rappresentazione del contenuto; sia relativamente alla situazione modificata del Medio Oriente in sé, sia relativamente alla sua funzione ideologica di rappresentanza, nelle nuove condizioni della crisi.

- Robert Kurz - Pubblicato su EXIT!. n° 6 del 2009 – 15 di 15 – fine.

fonte: EXIT

mercoledì 18 novembre 2015

Il lessico dell'antisionismo

gaza

Gli assassini dei bambini di Gaza (14 di 15)
- Un'operazione "piombo fuso" per cuori sensibili -
di Robert Kurz

SINTESI
 Nella sua analisi critica dell'ideologia, "Gli assassini dei bambini di Gaza", Robert Kurz affronta i modelli di percezione della sinistra riguardo al conflitto in Medio Oriente. Dopo che negli ultimi anni, le guerre capitaliste di ordinamento mondiale, e la loro affermazione da parte dell'ideologia "anti-tedesca", sono state fondamentalmente criticate dalla "Critica della dissociazione-valore", adesso è tempo di considerare anche il rovescio di tale interpretazione ideologica, i cui portatori sono inoltre schierati positivamente con la socializzazione globale del valore e dei suoi prodotti in decomposizione. Queste interpretazioni della situazione mondiale sono impregnate di un "anti-israelismo" affettivo, alimentato anche da un "odio inconscio per gli ebrei" (Micha Brumlik), in quanto lo Stato ebraico e la sua azione militare contro Hamas e Hezbollah  vengono di per sé sussunti al capitale mondiale ed al suo imperialismo securitario. Di conseguenza, la barbarie islamica contro Israele non viene vista come l'altra faccia della medesima medaglia dell'imperialismo di crisi, ma come "resistenza", in maniera quasi romantica. In questo contesto, la base del raffronto col vecchio "anti-imperialismo" impallidisce, ed il conflitto in Medio Oriente diventa un conflitto per procura, al servizio di una "critica del capitalismo" della nuova piccola borghesia, che digerisce regressivamente la crisi mondiale del capitalismo.
(Presentazione del testo nell'Editoriale di EXIT! n° 6 dell'agosto del 2009)

SOMMARIO
* Asimmetria morale ed analisi storica * La violenta emozione dell'inconscio collettivo antiebraico * Il duplice carattere dello Stato d'Israele * L'identificazione positiva e negativa di Israele con il capitale mondiale * Le impossibili richieste di un paradosso reale * La ragion di Stato di Israele nelle guerre contro Hamas e Hezbollah * L'opinione pubblica mondiale anti-israelita e la decomposizione ideologica della sinistra * Una "terza posizione" che non è una posizione * Delitto e castigo o critica radicale mediata storicamente? * Un cuore dalla parte del regime della Sharia * Il determinismo della coscienza e il ruolo degli eroi * Il conflitto per procura e la demoralizzazione della critica del capitalismo * Anti-israelismo - la matrice di un nuovo antisemitismo * La sinistra come Dr. Jeckill e Mr. Hyde *

* Anti-israelismo - la matrice di un nuovo antisemitismo *
Si può quindi parlare perfettamente di un nuovo antisemitismo, fino a ben dentro la sinistra, che di fatto mostra anche di essere in accordo con l'ideologia dell'antisemitismo classico del 19° secolo, pur avendo, tuttavia, assunto una nuova qualità. Questa qualità attiene, altresì, al campo di riferimento della globalizzazione, o del capitale mondiale, che distingue chiaramente la formazione delle nazioni avvenuta nel 19° secolo dagli spazi costituitisi come nazioni alla metà del 20° secolo. Gli stereotipi e gli ideologemi antisemiti, ampiamenti diffusi, includono una definizione positiva, a partire dalla quale l'ebreo viene respinto in quanto l'estraneo; definizione questa ormai solo virtualizzata e postmoderna (nazione, etnia, religione), senza alcuna prospettiva di un futuro reale. L'irrealtà del proprio punto di vista immaginativo emerge, però, ancora più violentemente nella commozione antisemita, in quanto per mezzo di questa si apre un'altra dimensione di attribuzione proiettiva della colpa. Se gli ebrei sono stati una volta oggetto di ripulsa nella costruzione reale della nazione, ora diventano il capro espiatorio della sua decadenza.
Anche l'ideologia della crisi economica, caricata antisemiticamente in senso stretto, si è modificata; e non solo perché ha perso il suo campo di riferimento nell'economia nazionale. A livello mondiale, prima della nuova esplosione della crisi, si stava già espandendo il nuovo modello di spiegazione del processo di crisi, il quale, com'è noto, inverte la relazione di causa ed effetto, non facendo derivare le bolle finanziarie dal limite interno della valorizzazione reale ma, al contrario, derivando questo limite dalle bolle finanziarie e riconducendo la responsabilità della miseria - in ultima analisi, in accordo con un "anticapitalismo" dalla linea dura apertamente antisemita - al carattere ebraico del capitale finanziario e, infine, alla minaccia ebraica mondiale. Questo momento costituisce naturalmente il maggior accordo con l'antisemitismo classico; ma la sua riformulazione è nuova, differente, e tuttavia legata ad una sindrome globale, presente nella società mondiale dell'inizio del 21° secolo.
Fuori dai centri capitalisti, la spiegazione antisemita della crisi si costruisce, secondo il suo contenuto astratto, con una coerenza simile a quella dell'Europa e del Nord America nel periodo fra le due guerre. La succitata interpretazione spudoratamente antisemita della grande crisi finanziaria, svolta dal presidente Ahmadinejad, viene assunta senza mezzi termini, non solo nell'arco islamico che va dal Sud-Est asiatico fino al Maghreb, ma anche in America Latina, in Europa Orientale, in Russia e perfino in Africa. Quest'ampia internazionale dell'antisemitismo economico, che non era esistita in questo modo nella precedente crisi economica mondiale, potrebbe essere definita, facendo dell'umorismo nero, come l'ultima onda della "modernizzazione ritardata", che ormai consiste solamente nell'assumere la vecchia spiegazione antisemita della crisi.
E' vero che in Europa e anche in Nord America ci si imbatte di nuovo in questa interpretazione; "l'anticapitalismo" di "sinistra" apertamente antisemita, qui si mescola sempre più con i corrispondenti modelli di digestione, della destra radicale. Simultaneamente, però, un gran parte della sinistra metropolitana adotta lo stesso modello in maniera discontinua e differenziata, per poter continuare a respingere, scandalizzata, la conseguente accusa di antisemitismo. Questa sindrome si manifesta in maniera multidimensionale in riferimento al movimento di critica della globalizzazione. Le spiegazioni apertamente antisemite della crisi, da un lato vengono criticate, però, dall'altro lato, vengono chiaramente tollerate; e proprio in connessione con le reazioni emotive al conflitto per procura che si svolge in Medio Oriente. Qui, entra in gioco una condanna addizionale, nella misura in cui una determinata parte della sinistra denuncia pubblicamente questa tolleranza - ritenendosi così fuori pericolo - facendo però simultaneamente professione di malleabilità riguardo alla "critica tronca del capitalismo" meramente economica, che, come avviene con gran parte di ATTAC, insiste sul capitale finanziario. Questi fatti richiedono un ulteriore chiarimento, più dettagliato.
Quando i rappresentanti di ATTAC, sotto l'impatto della crisi finanziaria globale, hanno cominciato a propagandare la parola d'ordine: "Facciamo chiudere i casinò!", vi si poteva riconoscere, senza difficoltà, quella inversione fra causa ed effetto che è tipica dell'interpretazione corrente attuale, non solo nel movimento di critica della globalizzazione, ma anche nell'economia politica e nei media borghesi. Secondo tale illusione, basterebbe che venissero corretti gli "eccessi" dell'economia delle bolle finanziarie e che i mercati finanziari fossero nuovamente sottomessi ad una regolamentazione rigorosa, per ricomporre l'economia suppostamente reale e per far sì che il flusso finanziario venga di nuovo messo al servizio di "normali" posti di lavoro. Tuttavia, il riconoscimento secondo il quale la causa più profonda della crisi risiede nella mancanza di produzione di plusvalore reale non può essere completamente negato dalla sinistra residuale, nella misura in cui essa adotta ancora in qualche modo elementi di critica dell'economia politica di Marx; sebbene la relativa ricezione sia completamente banalizzata e sebbene venga negato il carattere della crisi come limite storico della valorizzazione. Anche all'interno del consiglio scientifico di ATTAC si possono trovare argomentazioni che qualificano quella spiegazione della crisi come superficiale ed invertita, almeno in una certa misura, in quanto "critica tronca del capitalismo". La questione, però, è come convivere con questo.
Nei dibattiti interni alla sinistra, a partire dagli anni novanta, come già riferito, il concetto di "critica tronca del capitalismo" si è spesso caratterizzato come "antisemitismo strutturale". Non ci interessa qui scegliere la parola giusta; si può forse parlare, ad esempio, di proto-antisemitismo. La legittimazione di quest'attributo risiede nel fatto per cui, nella storia della modernizzazione, una critica piccolo-borghese classica iniziale - ad esempio, quella di Proudhon - al capitale che frutta interessi, oppure al sistema creditizio (al posto della critica del modo di produzione come tale) era generalmente legata alle ideologie antisemite, così come lo è oggi la falsa spiegazione della crisi a partire dalle bolle speculative basate sul sistema di credito. Questa relazione è talmente ovvia che anche un bambino la può capire.
E' su questo punto che entra nuovamente in gioco una peculiare impostura della sinistra, che riconosce e nasconde questa relazione. Da un lato, nonostante la negazione del fatto che sarebbe stato raggiunto un limite storico del capitalismo, si sottolinea il carattere della "critica tronca del capitalismo" e si richiama l'attenzione, in maniera cautelativa, sul "pericolo" del modello di interpretazione antisemita in essa insito. Dall'altro lato, però, si rifiuta il concetto di "antisemitismo strutturale" basandosi sul fatto che non "tutta" questa critica tronca del capitalismo è antisemita in partenza. In questo modo, si gioca con la fluttuazione del concetto, che si muove fra la falsa spiegazione meramente economica della crisi e l'antisemitismo manifesto, per fare sparire così la loro palese relazione interna. In entrambi i casi, la costruzione ideologica è minimizzata.
Ultimamente, si è fatto notare come ci sia in questa minimizzazione un opportunismo politico in relazione alla coscienza delle masse e del movimento. Perfino una sinistra che riflette amerebbe non perdere le buone grazie della sua presunta clientela, al fine di conservare o di guadagnare "influenza". La critica necessaria dell'ideologia rimane, pertanto, superficiale e viene per metà ritirata. Si manifesta qui, tuttavia, il carattere sociale della sinistra in quanto movimento della classe media. La critica tronca del capitalismo - svolta in maniera differente - del vecchio marxismo del movimento operaio, presentava di fatto punti di contatto con l'ideologia antisemita, senza però soccombere a quest'ultima. Il presupposto di tutto questo, era il programma di un capitalismo di Stato "proletario" che avrebbe dovuto ereditare la socializzazione del capitalismo finanziario (così, in Hilferding), anziché spiegare la qualità negativa dello sviluppo a partire dal capitale finanziario, reinterpretando questo in modo antisemita. Dal momento che l'egemonia del discorso della coscienza della classe media ora rappresenta soltanto il rovescio della decadenza del vecchio movimento operaio e dell'accumulazione reale del capitale, si è rotta la barriera che si opponeva alle spiegazioni della crisi che venivano date dalla nuova piccola borghesia e che sbarrava la strada ai concetti di realizzazione corrispondentemente falsi e compatibili con l'antisemitismo. Tuttavia, "dopo Auschwitz" questo può venire espresso solamente in maniera differenziata, inibita e sostenuta ideologicamente.
Troviamo così un ampio spettro di "critica tronca del capitalismo", "antisemitismo strutturale", antisemitismo aperto, ed una sinistra residuale intrappolata in quest'orbita dove respira con difficoltà, che di fatto non vorrebbe comunicare incondizionalmente con tutto questo, ma che allo stesso tempo procede in maniera inarrestabile verso questa direzione, in quanto ormai non riesce a formulare una qualsivoglia opposizione fondamentale ed ha mancato la trasformazione in una critica più profonda delle moderne relazioni di feticcio. Nella differenziazione regionale mondiale, la spiegazione della crisi in forma brutale ed antisemita ha il suo centro di gravità nella periferia del mercato mondiale. Nei centri è (ancora) minoritaria; qui, finora, essa ha incontrato il suo equivalente in quell'antisemitismo strutturale in grado di essere maggioranza nel movimento di critica della globalizzazione, e che è almeno minimizzato, o negato, da parti della sinistra residuale. Quest'approccio si completa per mezzo della minimizzazione dell'antisemitismo islamista e per mezzo di costruzioni ideologiche simili, in altre regioni periferiche, che in parte vengono anche percepite come "suscettibili di alleanza".
Nel nuovo antisemitismo, quindi, è nuovo, in primo luogo, il dislocamento del campo di riferimento verso la globalizzazione del capitalismo di crisi; in secondo luogo, la perdita, a questo associata, e la virtualizzazione del punto di vista della ripulsa, nel quadro del processo di dissoluzione delle identità nazionali ed etniche; in terzo luogo, lo sviluppo, ideologicamente discontinuo, della sinistra globale nella spiegazione erronea della crisi e in grado di subire un'annessione antisemita, legato alle strategie di minimizzazione. Tuttavia, queste sono soltanto le condizioni sociali esterne, economiche e storiche del nuovo antisemitismo. Quel che è essenziale, però, è la conseguenza diversa di tutte queste costruzioni ideologiche. Nuove, rispetto all'antisemitismo classico che alla metà del 20° secolo sono soprattutto lo sfondo storico dell'Olocausto e dell'esistenza dello Stato ebraico armato.
"Dopo Auschwitz", l'insieme della sindrome economico-ideologica nel contesto della falsa spiegazione della crisi non può continuare a sfociare, con la stessa linearità, nel postulato dell'annichilimento degli ebrei. E' vero che l'antisemitismo specificamente islamista - ad esempio quello del negatore dell'Olocausto, Ahmadinejad, così come quello che ha un corrispondente nel proposito di annichilimento fisico della Carta di Hamas - è vicino al potenziale astratto di distruzione, sebbene in un contesto ideologico differente. Ma il proposito dell'annichilimento si concentra assai meno sulla popolazione ebraica del mondo in generale, rispetto a quanto essenzialmente si concentri sullo Stato di Israele. Il punto di vista eliminatorio del nuovo antisemitismo si è spostato sull'esistenza di tale Stato. Qui si manifesta il carattere del conflitto per procura, in tutte le sue conseguenze.
Se questa tendenza continua ad esprimersi attraverso il lessico del "antisionismo" e, almeno in parti della sinistra, respinge l'accusa di antisemitismo, questo è fuorviante. Il cosiddetto sionismo è stato la legittimazione ai fini della formulazione di uno Stato nazionale moderno autonomo degli ebrei, come reazione all'antisemitismo. L'antisionismo, che a sua volta reagiva ideologicamente contro il sionismo, aveva ragioni del tutto diverse. Quindi, esiste un antisionismo ebraico, soprattutto di provenienza ultra-ortodossa, che deriva dalla tradizione contro-illuminista delle corporazioni religiose dell'ebraismo e che condanna lo Stato secolare moderno a partire da una posizione meramente reazionaria. All'interno di Israele, è proprio quest'antisionismo ortodosso che, nella sua trasformazione postmoderna, costituisce un potenziale autonomo di barbarie, in molte delle sue espressioni perfettamente equiparabili all'islamismo postmoderno. Da un'altra parte, vi è un antisionismo del marxismo tradizionale, soprattutto di provenienza trotzkista, appoggiato dalla sinistra ebraica secolare. In questo rientra, per così dire, un onorevole anti-nazionalismo, il quale si nutre dell'idea della "rivoluzione mondiale" proveniente proprio dal trotzkismo e che, nel contesto ebraico, si erge contro il nazionalismo (sionista) "proprio"; tuttavia, come nel marxismo tradizionale in generale, senza che vi sia una sufficiente riflessione sull'ideologia antisemita in quanto condizione costitutiva dello Stato ebraico e del suo carattere duplice.
Tuttavia, ad aver maggior e più significativa importanza storica, è stato l'antisionismo palestinese ed arabo-islamico, il quale si è inquadrato nel vecchio contesto "antimperialista" della modernizzazione in ritardo e, su questa base, è riuscito a legarsi ad elementi del pensiero del marxismo tradizionale. Qui, non è possibile entrare in dettaglio nelle distorsioni e contraddizioni che su questo sono state costruite. Per quel che attiene all'antisionismo specificamente palestinese della vecchia OLP, esso avrebbe dovuto dar vita ad una formazione nazionale alternativa arabo-palestinese. Ora, è evidente che nello stesso territorio non si possono costituire due Stati nazionali opposti; anche da qui, il proposito di "spingere gli ebrei fino in mare". La valutazione di questo conflitto, diventato fattivamente falso, è chiara dal punto di vista della teoria critica radicale. La legittimazione della fondazione dello Stato ebraico, come reazione all'antisemitismo globale, ed il duplice carattere di Israele da questo risultante, non corrisponde in alcun modo, sul lato palestinese, ad una qualche contro-legittimazione adeguata. Il concetto di "nazione palestinese", così come nel caso delle formazioni nazionali arabe in generale, è puramente artificiale, ed in questo speciale caso costituisce soltanto una reazione formale alla fondazione dello Stato ebraico.
Nelle condizioni del capitalismo di crisi globalizzato, la fondazione di uno Stato palestinese è del tutto obsoleta; l'idea viene mantenuta ideologicamente in piedi soltanto sulla base degli interessi dei rispettivi apparati ed élite. L'unica soluzione possibile consiste nel fatto che i palestinesi abbiano autonomia all'interno di Israele, che venga finalmente data la rispettiva nazionalità ai discendenti dei rifugiati nei ghetti nei paesi vicini e che vengano integrati negli Stati arabi vicini quei territori palestinesi fuori da Israele; sempre con uno statuto di autonomia. Che una "nazione" debba essere il massimo dei massimi, e addirittura un obiettivo vitale, è talmente assurdo ed anacronistico per la popolazione palestinese, quanto lo è per i curdi; tanto più per il fatto che le nazioni si stanno dissolvendo e tribalizzando in gran parte del mondo. Lo stesso Stato ebraico è una soluzione di emergenza a partire da un contesto sociale mondiale di cui non esiste alcun equivalente palestinese. Come dimostra la guerra civile fra Hamas e Fatah, a Gaza, lo Stato palestinese si dissolve ancora prima della sua possibile fondazione. Regimi barbari post-statali come quelli di Hamas ed Hezbollah non hanno alcun diritto all'esistenza.
Le posizioni dell'antisionismo qui descritte hanno già superato la data di scadenza; e tutte quante sono state, sin dall'inizio, reazionarie o deficitarie. Se ora la sinistra, "critica di Israele", con la sua solita impostura, considera con pseudo-ingenuità che l'antisionismo non è propriamente la stessa cosa che è l'antisemitismo, questa non è nemmeno una mezza verità. Se ignoriamo l'ideologia antisionista degli ultra-ortodossi in Israele, essa stessa trasformata in maniera postmoderna, il termine non ha veramente alcuna ragione di esistere. Se oggi viene formulata un'ideologia antisionista da parte dei regimi islamici, ma anche nella sfera pubblica borghese dell'Occidente, e non da ultimo nella sinistra globale, questo integra esclusivamente la funzione di conflitto per procura nelle nuove condizioni di crisi, la cui digestione proiettiva, in riferimento al conflitto locale, dovrebbe essere meglio designata come anti-israelismo postmoderno. In realtà, è da tempo che qui non si tratta del vecchio anti-nazionalismo degli ebrei trotzkisti, e neppure della formazione di una nazione palestinese, ma, al contrario si tratta di Israele come area di frizione e punto di ripulsa di un "anticapitalismo" regressivo, che dà la sua forma costante al nuovo antisemitismo "dopo Auschwitz".
Attraverso costruzioni ideologiche apertamente antisemite, della "critica tronca del capitalismo", dello "antisemitismo strutturale" ad essa associato e di tutti gli incentivi della sinistra alla minimizzazione, il potenziale globale del nuovo antisemitismo si focalizza, così, nell'ostilità dichiarata ad Israele. Qui possono cadere le maschere, in quanto si può esprimere la sindrome, del resto più o meno diffusa, come commozione morale contro gli assassini dei bambini di Gaza, e fare così spazio ad uno stato d'animo che diversamente non è chiaramente formulabile. Così come l'antisemitismo classico copre un ampio spettro, dalla ripulsa profonda, dalla discriminazione e dall'espropriazione, passando per il pogrom spontaneo, fino alla politica dello sterminio, anche il nuovo antisemitismo copre il suo rispettivo spettro, dall'asimmetria morale nella valutazione del conflitto e dalla condanna della ragion di Stato militare israeliana, passando per la "critica ad Israele" per principio, fino al proposito dell'annichilimento dello Stato d'Israele. L'anti-israelismo è diventato la matrice adeguata di un antisemitismo ideologicamente avvolgente del 21° secolo, anche se non vuole farsi conoscere come tale proprio a sinistra. In questa matrice può nascondersi la spiegazione piccolo-borghese classica della crisi, scaricando la sua militanza regressiva in un campo di sostituzione. Il riconoscimento di tale contesto nella situazione mondiale modificata costituisce il criterio della critica dell'ideologia, se essa parte dalla negazione fondamentale della forma di feticcio del capitale.

- Robert Kurz – 14 di 15 – (continua…)

fonte: EXIT!

martedì 17 novembre 2015

L'uomo europeo di classe media trasformato in casalinga e i combattenti di Hamas

effigy

Gli assassini dei bambini di Gaza (13 di 15)
- Un'operazione "piombo fuso" per cuori sensibili -
di Robert Kurz

SINTESI
 Nella sua analisi critica dell'ideologia, "Gli assassini dei bambini di Gaza", Robert Kurz affronta i modelli di percezione della sinistra riguardo al conflitto in Medio Oriente. Dopo che negli ultimi anni, le guerre capitaliste di ordinamento mondiale, e la loro affermazione da parte dell'ideologia "anti-tedesca", sono state fondamentalmente criticate dalla "Critica della dissociazione-valore", adesso è tempo di considerare anche il rovescio di tale interpretazione ideologica, i cui portatori sono inoltre schierati positivamente con la socializzazione globale del valore e dei suoi prodotti in decomposizione. Queste interpretazioni della situazione mondiale sono impregnate di un "anti-israelismo" affettivo, alimentato anche da un "odio inconscio per gli ebrei" (Micha Brumlik), in quanto lo Stato ebraico e la sua azione militare contro Hamas e Hezbollah  vengono di per sé sussunti al capitale mondiale ed al suo imperialismo securitario. Di conseguenza, la barbarie islamica contro Israele non viene vista come l'altra faccia della medesima medaglia dell'imperialismo di crisi, ma come "resistenza", in maniera quasi romantica. In questo contesto, la base del raffronto col vecchio "anti-imperialismo" impallidisce, ed il conflitto in Medio Oriente diventa un conflitto per procura, al servizio di una "critica del capitalismo" della nuova piccola borghesia, che digerisce regressivamente la crisi mondiale del capitalismo.
(Presentazione del testo nell'Editoriale di EXIT! n° 6 dell'agosto del 2009)

SOMMARIO
* Asimmetria morale ed analisi storica * La violenta emozione dell'inconscio collettivo antiebraico * Il duplice carattere dello Stato d'Israele * L'identificazione positiva e negativa di Israele con il capitale mondiale * Le impossibili richieste di un paradosso reale * La ragion di Stato di Israele nelle guerre contro Hamas e Hezbollah * L'opinione pubblica mondiale anti-israelita e la decomposizione ideologica della sinistra * Una "terza posizione" che non è una posizione * Delitto e castigo o critica radicale mediata storicamente? * Un cuore dalla parte del regime della Sharia * Il determinismo della coscienza e il ruolo degli eroi * Il conflitto per procura e la demoralizzazione della critica del capitalismo * Anti-israelismo - la matrice di un nuovo antisemitismo * La sinistra come Dr. Jeckill e Mr. Hyde *

* Il conflitto per procura e la demoralizzazione della critica del capitalismo *
L'analisi del capitale mondiale, basata sulla teoria della crisi, che a partire dagli anni novanta si è legata ad una critica radicale delle nuove guerre di ordinamento mondiale dello "imperialismo ideale globale e di crisi" sotto la direzione degli Stati Uniti, a quanto pare è stata compresa e ricevuta in maniera altamente unilaterale, se ora, per alcuni commentatori di sinistra, la stessa presa di posizione filo-israeliana nella guerra di Gaza appare come un'incomprensibile rottura rispetto alla posizione assunta alcuni anni prima. Secondo i fatti, c'era allora alla base, come oggetto di discussione, il confronto con quella parte della sinistra diventata "filo-occidentale" che, nello spazio di lingua tedesca, va sotto il nome di "anti-tedeschi", e che dal 2001 ha fatto sventolare le sue bandiere dalla parte dei guerrieri dell'ordinamento mondiale e per la glorificazione spudorata della "civiltà" capitalista. Già in quei dibattiti non c'era alcun dubbio che la critica radicale del capitalismo di crisi dovesse includere, come sua parte integrante, la critica altrettanto radicale della barbarie islamista, ed insieme a questa anche la critica radicale di un'opposizione che pretende ancora di continuare a legittimarsi nel classico senso "antimperialista".
E' vero che quest'inversione del confronto venne percepita, e ricevuta, quanto meno superficialmente; tuttavia, nella controversia che ebbe luogo allora non ci fu un chiarimento, in caso contrario ora non sarebbe possibile che la guerra di Gaza venga vista, da alcuni di coloro coinvolti nella controversia, sullo stesso piano della guerra di ordinamento mondiale imperiale globale, e che le conclusioni filo-israeliane siano considerate come un passaggio verso le posizioni "anti-tedesche" filo-occidentali. Da qui, la recente presa di posizione filo-israeliana viene denunciata come "bellicismo", nonostante il fatto che questo concetto, nei dibattiti avvenuti a partire dal 2001, rimane chiaramente legato alla guerra di ordinamento mondiale, e non può essere causa di un pacifismo di principio, né di un rifiuto di principio di qualsiasi intervento militare di Israele contro l'Islam antisemita, il quale, per inciso, soltanto dopo la guerra dell'Iraq nel 2003, può essere interpretato come potere statale armato alle frontiere di Israele.
Come si è già visto per la confusione metodologica e di contenuto del concetto di "terza posizione", anche la critica della guerra di ordinamento mondiale viene associata ad una "critica di Israele", la quale minimizza la sindrome antisemita e di fatto nasconde, o invalida, il carattere duplice di Israele. Il dibattito polemico con gli "anti-tedeschi" era orientato contro l'identificazione positiva di Israele con il capitale mondiale, e contro la denuncia come "antisemita" di qualsiasi critica della guerra di ordinamento mondiale. Il che si applicava anche alla discriminazione razzista nei confronti della popolazione palestinese da parte del movimento dei coloni nazionalisti, o al fanatismo degli ultra-ortodossi in Israele, critica che da parte degli "anti-tedeschi" veniva registrata anch'essa come "antisemitismo", nel loro modo manicheista di pensare.
Ma diventa qualcosa di completamente diverso, se invece la ricezione di questa critica alla manifestazioni capitaliste ed alle costruzioni ideologiche abituali, che avvengono anche all'intero di Israele, si trasforma in una "critica ad Israele" generale, e se la pretesa "solidarietà critica" si trasforma in una commossa condanna della guerra di Gaza, la quale non può essere ridotta in alcun modo alle deficienze interne ad Israele. Si tratta qui, non solo di ignoranza riguardo alle relazioni di potere ed alla costellazione del conflitto in Medio Oriente, entrambe modificate, ma anche di quel dislocamento della percezione della sinistra, che equivale ad un dislocamento ideologico delle motivazioni. Questo vale sia per la percezione di Israele quanto per quella dei suoi nemici locali. Qui, gli "anti-tedeschi" finiscono per non aver ragione ma, al contrario, contribuiscono a questo sviluppo, con la loro interpretazione ideologicamente distorta.
A differenza della posizione qui rappresentata, la critica della guerra di ordinamento mondiale, a partire dal 2001, si connota in maniera anacronistica come "antimperialista", ed ha minimizzato l'antisemitismo islamico, o è perfino arrivata ad argomentare usando stereotipi antisemiti. Quella che è stata definita, a ragione, come "critica tronca del capitalismo", che penetra ben dentro il movimento di critica della globalizzazione, ha continuato da allora a trasformarsi rapidamente. Da tempo, in relazione al conflitto in Medio Oriente, si è permesso che si profilasse chiaramente una posizione "del vecchio antimperialismo" contro una posizione "anti-tedesca". Mentre gli anti-tedeschi, per quel che mi è dato vedere, si sono ampiamente decomposti e si sono differenziati, in tutte le direzioni possibili ed impossibili (fino al neoliberismo dichiarato), invece, il dislocamento della percezione relativamente alla funzione rappresentativa di questo conflitto ha attraversato trasversalmente tutto il rimanente spettro della sinistra; situazione in cui la commozione anti-israeliana, e la simpatia mezzo nascosta e mezzo dichiarata per Hamas, presenta un qualche punto di contatto con il vecchio "antimperialismo", ma senza esserne assorbita in alcun modo. L'impulso verso una "liberazione nazionale", comunque sempre discutibile, è chiaramente rimasto senza oggetto storico, così in Palestina come in tutto il vecchio "terzo mondo". Oggi, ormai non si tratta più tanto di questo paradigma di un'epoca passata divenuto anacronistico, ma si tratta semmai di una digestione ideologica della nuova situazione sociale mondiale. Proprio per questo non esiste quasi nessun gruppo o corrente di sinistra che non ne sia stato raggiunto.
Questa polarizzazione all'interno della sinistra nel suo senso più lato, in occasione della guerra di Gaza, non può essere spiegata a partire da una qualità speciale di questo conflitto, ma soltanto come reazione, irrazionalmente caricata, allo scoppio totalmente inaspettato della crisi globale di portata storica. Non è per caso che la violenta commozione anti-israeliana nella fase "calda" della guerra, si sia infiammata poche settimane dopo il "lunedì nero" delle borse mondiali, ed è stata accompagnata da un drammatico diffondersi della crisi finanziaria. Associata a questo, c'è stata la fine miserabile dell'era definita come neoliberista e dell'amministrazione Bush. Il riferimento alla guerra contro Hamas ed il panico di crisi, difficilmente tenuto nascosto, sembra aver gettato in uno stato di totale paranoia proprio le teste di una sinistra rimasta essa stessa smarrita.
Alla luce dell'inizio della nuova crisi economica mondiale, insieme al feticcio del capitale - con il suo movimento di valorizzazione e con la ragione borghese che sintetizza tale relazione mondiale - anche il pensiero della sinistra, esso stesso legato alla storia della modernizzazione capitalista, va a sbattere contro il suo limite storico; ora, però, solo nell'immediatezza dell'orizzonte degli avvenimenti attuali. La ragione illuminista del capitalismo, mai soppiantata nei teoremi e nelle ideologie marxiste o postmoderne di sinistra, si decompone nelle sue opposizioni polari interne, che non possono essere superate sul terreno di queste "forme oggettive di pensiero" (Marx). Così come la valorizzazione del capitale, da tempo sostanzialmente corrotta, ha potuto proseguire negli ultimi vent'anni solamente in quanto fenomeno virtuale dell'economia delle bolle finanziarie, anche una critica del capitalismo, da tempo ugualmente corrotta, in questo periodo si può mantenere in una vita apparente, soltanto nel coma spirituale di una virtualità presuntemente continuatrice dei vecchi paradigmi. Entrambe appartengono l'una all'altra e, pertanto, entrambe hanno toccato insieme il fondo, ossia, si rivelano come irreali e menzognere.
Gli spettri della sinistra avevano rigettato la teoria di un limite interno oggettivo della valorizzazione del valore perché, inconsciamente, avevano in mente il loro legame con il contesto della forma capitalista; a partire dall'ontologia del "lavoro", passando per la forma del soggetto e della politica, fino alla relazione oggettivata di genere del moderno patriarcato produttore di merce. Nella stessa misura in cui tale contesto della forma si disfa nella dinamica storicamente matura della sua auto-contraddizione oggettiva interna, si rivela violentemente anche la sua essenza in quanto "soggetto automatico" (Marx) di una socializzazione negativa e distruttiva. La sinistra aveva nascosto quelli che erano elementi centrali della critica di Marx, ed aveva ontologizzato da sempre la forma feticista basica della modernità, o, tutt'al più, l'aveva percepita come mera "dissimulazione" di una fattualità "vera", la quale dovrebbe consistere essenzialmente di relazioni di volontà soggettive di sfruttamento e di dominio, invece di riconoscere queste come delle mere funzioni della relazione sociale feticista sovrastante. Quando ora ci si scontra storicamente con un livello di sviluppo troppo maturo di tale relazione, questa sinistra, in imbarazzo, non sa più che cosa dev'essere "il capitale" in generale.
Anche le idee di trasformazione sociale sono corrispondentemente pietose. Il vecchio programma di una mera nazionalizzazione "socialista" delle categorie capitaliste, nato nel contesto della "modernizzazione in ritardo", è storicamente esaurito; le attuali misure di nazionalizzazione del pragmatismo di crisi disperato, non hanno niente a che vedere con tale programma ed inoltre non vengono nemmeno prese sul serio in tal senso. Quel che è rimasto come obiettivo della sinistra nell'epoca del capitale virtualizzato è un anemico keynesismo residuale uscito dal baule del mercato delle pulci dell'economia politica, ed un magra infusione dell'economia alternativa della nuova piccola borghesia (produzione cooperativa di nicchia, ecc.), possibilmente fiancheggiata da casini monetari alla Silvio Gesell, oppure l'illusione di un reddito minimo pubblico (in ultima analisi, anch'esso keynesiamente definito). Sono state proprio tali forme tristi degli obiettivi "socialisti", che non hanno potuto fare a meno di appassire nell'era dell'economia delle bolle, mentre per la coscienza della virtualità sembrava essere "tutto possibile", soprattutto quello che era meno adatto.
Già nel bel mezzo dell'ultimo grande scoppio di crisi, il filosofo del diritto Uwe Justus Wenzel divagava, sempre a proposito delle prospettive, in occasione del duecentesimo anno dalla nascita dell'utopico (antisemita) Proudhon: "La Federal Reserve americana... non ha forse abbassato il tasso di interesse quasi allo zero? Se questo ancora non è lo spirito del capitalismo, allora è quello di un capitalismo cooperativo, post-capitalista, come aveva immaginato Pierre-Joseph Proudhon” (Neue Zürcher Zeitung, 15.01.2009). Questo non è per far ridere, in quanto la stessa cosa sembrano pensare le due teste della coscienza keynesiana e dell'economia alternativa, in una critica del capitalismo demoralizzata, sia retoricamente che praticamente. E' ovvio che, ciò nonostante, si sa o si intuisce che la crisi mondiale, qualitativamente nuova, in breve metterà fine a tutta questa robaccia ideale.
L'unico sollievo che viene ancora promesso è rappresentato dai capri espiatori, dai colpevoli, avidi sfruttatori e soggetti del dominio, ecc.. Di fatto non c'è carenza di questi, ma, simultaneamente, si fa notare alla coscienza sociale globale una riflessione che in un certo modo mette in ridicolo tale riduzionismo e indica il carattere oggettivo del disastro. Alla luce della maturità dello sviluppo della crisi capitalista, questo davvero non è niente. Anche la sinistra più stupida deve tener conto di questo punto di vista. Però, quando il riconoscimento della dimensione sistemica della crisi non viene formulato come critica della costituzione del feticcio, si può solo andare a finire in una rassegnazione affermativa rispetto al destino. D'altra parte, questo è il destino anche della critica demoralizzata di sinistra, la quale non vuole attraversare il Rubicone, in quanto è identitariamente legata alle forme feticiste basilari, ed ha paura ad allontanarsi troppo dalla coscienza normale relativa a tali forme.
A questo punto, ecco che arriva la possibilità di scaricare emozionalmente la propria miseria nel conflitto di Gaza. La soggettivazione della crisi sistemica, suscettibile di cadere nel ridicolo, può, per così dire, essere indirettamente invocata ancora una volta, nella misura in cui, in un'azione di dislocamento mentale, la guerra di Gaza ha assunto immaginariamente una funzione di sostituto alla minaccia della crisi, e in questo contesto lo Stato degli ebrei è stato collocato come sostituto della relazione di capitale in generale; non solo agli occhi dei rappresentanti del "anticapitalismo" diventato apertamente antisemita, ancora con qualche sfumatura ma con la medesima commozione, ma anche agli occhi dell'insieme di gran parte della sinistra che (ancora) se ne distanzia. Sotto l'aspetto psicoanalitico, si potrebbe dire che la sinistra storicamente decadente proietta l'odio verso sé stessa ed il disprezzo per sé stessa sullo Stato d'Israele, a fronte del suo proprio fallimento nella nuova crisi sistemica, in tal modo attenuandolo. Se con lo sviluppo della crisi anche il conflitto armato di Israele con Hamas si sviluppa in questa digestione proiettiva, l'anti-israelismo affettivo crescente può aiutare a coprire i deficit di una critica soggettivista del capitalismo, che ha smesso di poter essere fondata teoricamente.
Inversamente, lo stesso meccanismo proiettivo può essere decifrato anche nel posizionamento notoriamente positivo nei confronti dei regimi antisemiti islamici post-statali alle frontiere di Israele. Per poter comprendere questo contesto, si rende necessario un veloce schizzo del soggetto sociale ideologizzato, portatore della critica del capitalismo tradizionale, e postmoderna. Alla soggettivazione di sinistra del capitale - nel senso di una mera volontà di sfruttamento da parte della "classe dominante", in accordo con il suo "potere di disporre" - corrispondeva sempre la costruzione di un contro-soggetto, ontologicamente fissato nel "lavoro" eterno, che sarebbe soggiogato dal capitale (inteso come gruppo di soggetti) soltanto esternamente. Quindi, il "lavoro" non veniva riconosciuto come astrazione reale specificamente capitalista, e la costituzione moderna del feticcio era completamente mal interpretata. Il paradossale "soggetto oggettivo" classe operaia non poteva essere "in sé e per sé" nient'altro che la maschera di carattere del "capitale variabile"; ed il movimento operaio storico, facendo irritare Marx, non si è mai comportato altro che come tale. L'opposizione sociale fra capitale e lavoro, pertanto, non ha mai segnato una qualche fondamentazione ontologica della critica del capitalismo, al contrario, ha rappresentato soltanto la forma del movimento immanente del feticcio del capitale, nella forma della lotta di classe. Sarebbe emancipatorio soltanto rompere il contesto della forma comune; ed a questo, fino ad oggi, non si è mai arrivato.
A partire dal 1968, la nuova sinistra, invece di riconoscere e respingere la questione falsa ed affermativa di un "soggetto-oggetto" ontologizzato, girò, e successivamente rigirò, la vecchia formula. Se, nel caso, vennero cercate sempre più tutti i possibili surrogati di un tale soggetto, a partire dai "poveri" della periferia del mondo, passando per i "gruppi marginali" (Herbert Marcuse) dei centri, fino alle donne, secondo un'ontologia della "femminilità", oppure ai titolari di un'economia immaginaria di sussistenza, tutto questo si riferiva al fatto che il vecchio soggetto del "lavoro" era diventato obsoleto, senza che ci fosse stata una riflessione sulla problematica che da ciò derivava. Il venir meno dell'ontologia del "lavoro", e la caduta empirica del soggetto oggettivo di classe ad essa riferita, rappresentavano soltanto il rovescio del limite interno assoluto della valorizzazione, raggiunto con la terza rivoluzione industriale. L'apparente capacità di supporto da parte del paradigma della lotta di classe aveva la sua base nella capacità del capitale di essere accumulato senza limiti, cioè, di trasformare "lavoro" in plusvalore. La caduta del "lavoro" e della lotta di classe, pertanto è stata equivalente alla caduta della produzione di plusvalore e, con essa, del sistema di riferimento feticista comune.
Il post-operaismo, influente quanto meno nei tempi più recenti del movimento, anziché percepire questo contesto, ha creato un'ontologia completamente vuota del contro-soggetto oggettivo immaginato, nella figura della cosiddetta moltitudine, che significa tutto e niente. Questo punto finale e concettualmente fondato sul vecchio paradigma non è più mediato con niente e può pertanto essere riempito quasi arbitrariamente per mezzo di contenuti ed espressioni della soggettività della decadenza capitalista, e con uguale arbitrarietà caricato di significato. Simultaneamente, si nasconde dietro la decadenza del pensiero della lotta di classe dell'ontologia del lavoro, con tutti i suoi surrogati ed aberrazioni immaginarie, l'interesse concorrenziale perfettamente evidente di una posizione sociale che solo assai recentemente è stata posta,in parte, allo scoperto. Il processo di socializzazione capitalista ha prodotto una nuova ed ampia classe media con qualifiche accademiche, la cui esistenza economica dipende dall'assorbimento del plusvalore reale prodotto. Con la rovina della sostanza del lavoro, quest'esistenza, così come tutta la riproduzione capitalista, rimane sospesa in aria e, a partire dagli ultimi trent'anni, può essere prolungata soltanto per mezzo del debito pubblico e dell'economia delle bolle finanziarie.
La sinistra e i cosiddetti movimenti sociali, corrispondendo alle mutazioni sociali dovute al processo di crisi graduale, dal 1968 ad oggi hanno rappresentato essenzialmente un movimento della classe media, che fin dall'inizio ha preteso di legarsi intellettualmente all'ideologia obsoleta del marxismo del movimento operaio, ma che, attraverso l'immaginazione di surrogati del vecchio "soggetto oggettivo", in realtà ha fatto del suo proprio interesse la misura delle cose. Nella nuova crisi economica mondiale già iniziata, che si aggrava velocemente e rende palesi tutte le contraddizioni, emerge, nel passaggio della precarizzazione, la caduta del capitale umano accademicamente qualificato, in quanto ideologia manifestatamente della classe media, che minaccia di scatenare tutta la furia della coscienza di crisi della nuova piccola-borghesia.
Quando gli interessi di sopravvivenza precarizzata della classe media e, insieme ad essi, i concetti dubbi del keynesismo residuale e dell'economia alternativa neo-proudhoniana, occupano il posto della critica radicale della forma del valore, del feticcio del capitale e della relazione capitalista di genere, allora lo stridente deficit di questo pensiero regressivo, che non è in grado di vedere sé stesso, dev'essere rivestito fantasmaticamente. Il sempre presente quadro di spiegazione della crisi classicamente piccolo-borghese, a partire dagli "eccessi" e dalla "avidità" degli squali della finanza, ecc., che presenta tracce di antisemitismo strutturale o perfino manifesto, ma che fallisce il carattere sistemico oggettivo della crisi diventato riconoscibile, abbisogna di una proiezione addizionale, che trova nel conflitto per procura in Medio Oriente.
L'interesse obsoleto del capitale umano qualificato, l'inselvaggimento postmoderno del patriarcato produttore di merci e la simpatia furtiva per gli antisemiti barbuti dell'islamismo palestinese armato, le cui immagini parlano della vita della classe media e del bazar, si mischiano a formare una lega ideologica peculiare. Così, l'uomo europeo di classe media trasformato in casalinga amerebbe scoprire, sotto l'impatto della crisi aggravatasi, una vera anima gemella fra i "combattenti" di Hamas, anche se il riferimento qui non sarà più Karl Marx, bensì Karl May. A questo livello, la militanza non pacifista può validarsi di nuovo. Un'ideologia di sinistra diventata rognosa allucina disperatamente negli apparati di potere di Hamas e di Hezbollah una qualità "sociale"; fino alle espressioni dei blogger che pretendono di riconoscere nel popolo elettore di Hamas, o perfino nel regime stesso, la "Comune di Parigi" del 1871. Difficilmente si può immaginare una cecità peggiore; ma le conclusioni condotte attraverso le analogie storiche diventano tanto più spudorate quanto più reagiscono soltanto emozionalmente al vicolo cieco del proprio modello di pensiero.
Dietro la bizzarra identificazione, ammessa o non ammessa, con la barbarie islamica, inclusi i suoi fervori romanticizzati, si nasconde tuttavia anche un'opzione ben ferma della coscienza di sinistra che si nasconde nell'ideologia della classe media. Se Hamas ed Hezbollah vengono sempre più percepiti come "forze d'ordine" nella decadenza della crisi della socialità, sia nei modelli di legittimazione della sinistra globale che in quelli del mainstream borghese, questo indica un particolare modo affermativo di reagire al limite storico del capitalismo, per il quale non esiste alcun concetto sufficiente. Le fantasie intorno al camino circa la ri-regolamentazione efficace dei mercati finanziari e sulle illusorie strategie di contratto sociale neo-keynesiane, così come circa i concetti di economia alternativa di realizzazione apparente, indicano l'esistenza di un contatto furtivo fra una parte crescente della sinistra politica ed il movimento di amministrazione della crisi capitalista, e la sua possibile assegnazione di denaro e di posti. Comincia chiaramente ad emergere una svolta nazionalista e neo-autoritaria in tal senso. L'identificazione con l'aspetto di "forza d'ordine" esistente nei regimi semi-statali islamici può legittimare ideologicamente questa tendenza e farla passare per una sorta di "movimento sociale"; forse nella speranza che l'amministrazione della crisi nei centri possa ancora disporre di più mezzi di quanto ne dispongano i Fratelli Musulmani o l'Iran.
Come aumenta la rabbia piccolo-borghese nei confronti del capitale finanziario, che ha messo fine alla bella continuazione della vita miserabile nelle categorie capitaliste, pretende di creare uno spazio, avendo come sostituto la commozione contro lo Stato ebraico criminale di guerra e assassino di bambini, così aumenta anche la rabbia, oltre a quella per la propria esistenza in quanto soddisfazione miserabile storicamente in caduta, che confluisce in un'identificazione emozionale con la "resistenza" al potere militare ebraico, le cui teste dopo tutto sono altrettanto intellettualmente vuote delle loro. La cosa funziona anche sollievo psichico, mettendo il fantasma al posto della teoria critica, in quanto solo così è possibile assumere la posa di una "alternativa sociale", i cui contenuti sono costituiti dall'odio nei confronti degli ebrei, liberato dall'inconscio, e dalla scelta di una "forza d'ordine" immanente, al cui tavolo ci si vorrebbe sedere, come immagine precaria con pretese appena accennate di sinistra.

- Robert Kurz – 13 di 15 (continua…)

fonte: EXIT!

lunedì 16 novembre 2015

La resistenza e gli eroi

hamas

Gli assassini dei bambini di Gaza (12 di 15)
- Un'operazione "piombo fuso" per cuori sensibili -
di Robert Kurz

SINTESI
 Nella sua analisi critica dell'ideologia, "Gli assassini dei bambini di Gaza", Robert Kurz affronta i modelli di percezione della sinistra riguardo al conflitto in Medio Oriente. Dopo che negli ultimi anni, le guerre capitaliste di ordinamento mondiale, e la loro affermazione da parte dell'ideologia "anti-tedesca", sono state fondamentalmente criticate dalla "Critica della dissociazione-valore", adesso è tempo di considerare anche il rovescio di tale interpretazione ideologica, i cui portatori sono inoltre schierati positivamente con la socializzazione globale del valore e dei suoi prodotti in decomposizione. Queste interpretazioni della situazione mondiale sono impregnate di un "anti-israelismo" affettivo, alimentato anche da un "odio inconscio per gli ebrei" (Micha Brumlik), in quanto lo Stato ebraico e la sua azione militare contro Hamas e Hezbollah  vengono di per sé sussunti al capitale mondiale ed al suo imperialismo securitario. Di conseguenza, la barbarie islamica contro Israele non viene vista come l'altra faccia della medesima medaglia dell'imperialismo di crisi, ma come "resistenza", in maniera quasi romantica. In questo contesto, la base del raffronto col vecchio "anti-imperialismo" impallidisce, ed il conflitto in Medio Oriente diventa un conflitto per procura, al servizio di una "critica del capitalismo" della nuova piccola borghesia, che digerisce regressivamente la crisi mondiale del capitalismo.
(Presentazione del testo nell'Editoriale di EXIT! n° 6 dell'agosto del 2009)

SOMMARIO
* Asimmetria morale ed analisi storica * La violenta emozione dell'inconscio collettivo antiebraico * Il duplice carattere dello Stato d'Israele * L'identificazione positiva e negativa di Israele con il capitale mondiale * Le impossibili richieste di un paradosso reale * La ragion di Stato di Israele nelle guerre contro Hamas e Hezbollah * L'opinione pubblica mondiale anti-israelita e la decomposizione ideologica della sinistra * Una "terza posizione" che non è una posizione * Delitto e castigo o critica radicale mediata storicamente? * Un cuore dalla parte del regime della Sharia * Il determinismo della coscienza e il ruolo degli eroi * Il conflitto per procura e la demoralizzazione della critica del capitalismo * Anti-israelismo - la matrice di un nuovo antisemitismo * La sinistra come Dr. Jeckill e Mr. Hyde *

* Il determinismo della coscienza e il ruolo degli eroi *
Nella misura in cui a Gaza la "volontà popolare" maggioritaria si batte dalla parte del regime di Hamas, si tratta di una decisione cosciente, per la quale i suoi portatori possono essere responsabilizzati. Ora, la "coscienza sociale" di sinistra innalza qui la sua adirata protesta. La popolazione di Gaza si trova in uno stato di miseria estrema, non ha né acqua né medicine ed è quasi senza cibo. Nel modo di esprimersi delle strategie di minimizzazione di sinistra, la giustificazione di questo ragionamento risiede nella situazione di miseria sociale. Il fatto per cui l'amministrazione israeliana abbia ordinato delle tregue nei combattimenti, per permettere il trasporto di alcuni beni alimentari, viene considerato come mero cinismo. Così, i palestinesi hanno dovuto sopportare la sofferenza in quanto sono stati condannati semplicemente al loro destino di stare con Hamas, in quanto ultima "forza d'ordine". Un po' di antisemitismo ed un po' di terrore da Sharia, sarebbero dovuti alla pressione della sofferenza e andrebbero intesi a partire da questa determinazione.
La logica di questo ragionamento porta, in ultima analisi, a rifiutare alle persone qualsiasi libertà di decisione, come reazione alla necessità sociale. Sono come paralizzati, non sanno più niente. In realtà, più che di pane, hanno bisogno di identità ideologica, e quella gliela fornisce Hamas. Quel che colpisce in questa legittimazione determinista, è che proviene da una sinistra che per tutto il resto ha sempre messo mano all'accusa di "oggettivismo"; per esempio, relativamente alla teoria della crisi. La sensibilità verso il regime di Hamas - si può argomentare oggettivisticamente - contro la migliore coscienza.
Il determinismo ideologico prosegue nella valutazione delle possibili conseguenze della guerra, per quanto riguarda lo stato di coscienza dei palestinesi. Perfino quella parte della sinistra che si oppone alla guerra contro Hamas, che minimizza un po' meno questo regime e che, nel nome di una "solidarietà critica" con Israele, riconosce allo Stato ebraico, almeno in linea di principio, il diritto all'autodifesa militare, soccombe a questa maniera deterministica di pensare; il più delle volte fiancheggiata dal riferimento, ancora una volta minimizzatore, alla superiorità militare, sempre verificata, di Israele, dal momento che le formazioni armate islamiche alle frontiere non avrebbero poi così tanta importanza, e gli attacchi coi missili non sarebbero altro che punture di spillo. L'eliminazione di Hamas, o anche se gli venisse fatto un grave danno, innescherebbe solamente nuovi potenziali d'odio. Israele così potrebbe soltanto perdere politicamente la guerra delle immagini e delle idee e riuscirebbe solamente a promuovere la propria autodistruzione, a causa delle conseguenze interne degli attacchi militari.
La struttura logica di questo ragionamento consiste nel fatto che ogni determinata azione, condotta sulla frontiera, con mezzi militari contro le nuove organizzazioni armate del potere islamico, viene direttamente interpretata come una tappa sulla strada dell'autodistruzione di Israele, negando in tal modo, di fatto, il diritto - ammesso in astratto - ad una forza militare propria; in ogni caso, un desiderio profondo di "odio inconscio per gli ebrei". La conseguenza potrebbe essere soltanto che Israele, a causa di una equa ripartizione di opportunità, attaccasse Hamas ed Hezbollah al massimo con armi leggere, o che rinunciasse del tutto all'opzione militare e lasciasse in pace questi regimi fino a quando non fossero riforniti di armi migliori (cosa che di fatto già avviene). Si percepisce come questa figura di pensiero non abbia niente a che vedere con la critica all'interno di Israele degli aspetti illegittimi delle procedure militari.
La presunta determinazione di potenziali sempre nuovi di odio, si batte furtivamente dalla parte dei regimi dell'islamismo antisemita, ed implica l'inutilità a priori di ogni tentativo di combatterli in qualsiasi altra maniera che non sia il riconoscimento amichevole. Vista così, la cosa migliore sarebbe che la barbarie islamica "vincesse", che venisse tagliato il braccio armato di Israele e che, in ultima analisi, la sua esistenza fosse soggetta a negoziato. Ci potrebbe essere tranquillità per quella coscienza determinata, solo quando l'oggetto della sua collera sparisse dagli schermi. La pretesa preoccupazione per l'autodistruzione di Israele serve a fornire una variante dell'ostilità di principio contro Israele. Se fosse davvero così, se tutti i governi israeliani avessero le mani legate a causa degli interventi della politica mondiale, se l'opinione pubblica mondiale, con l'aiuto attivo degli amici della pace di sinistra, fosse sempre irritata per una qualche azione militare dello Stato ebraico, e se la popolazione palestinese, davanti ad un qualche attacco di Hamas o di Hezbollah, non potesse reagire se non attraverso una maggiore identificazione con la barbarie islamica - allora ovviamente Israele avrebbe perso per sempre.
Tuttavia, in questo caso, la preoccupazione dei critici amichevoli di Israele si rivela essere una profezia che si auto-avvera. Un determinismo talmente astratto allora potrebbe essere anche usato contro la critica sociale radicale. In quanto, se una reazione può provocare solamente una contro-reazione ancora maggiore, se qualsiasi combattimento contro l'idra può solo servire a fare ricrescere a questa sempre delle nuove teste, se qualsiasi critica dell'ideologia ha come effetto soltanto quello di rafforzare il suo oggetto, allora non ci rimane altro da fare che lasciare tutto come sta, perché la coscienza del feticcio è del tutto determinata e le stesse persone sono semplicemente dei malati. Si realizza così la "pace eterna", semplicemente, sotto forma di una capitolazione incondizionata davanti alla fattualità realmente esistente. Il mondo è quel che è; e quel che è, proprio come il capitale mondiale, è più o meno l'antisemitismo islamista, mentre lo scandalo di Israele, a quanto pare, sarebbe meno determinato. Qui il determinismo costituisce la scusa più conveniente per dare copertura al prendere partito contro Israele.
Così, molti critici di sinistra di Israele non sono dunque in alcun modo dalla parte di Hamas. Essi pensano soltanto che non si debba drammatizzare l'antisemitismo islamico, né che si debba demonizzare questo regime, che mantiene la "forza dell'ordine" contro la corruzione, che è socialmente ancorato e che, del resto, sarebbe l'espressione della volontà popolare democratica, che i palestinesi di fatto sofferenti non hanno mai conosciuto altro se non il loro potenziale di odio ideologico, e che Israele può soltanto perdere e distruggere sé stessa se non lascia in pace i poteri che aspirano alla sua distruzione; tuttavia, tutto questo non costituisce in alcun modo un prender partito in favore di Hamas. Non si dice niente, semplicemente si parla. L'affermazione per cui questo ragionamento pende, per non dire che puzza, a favore del regime antisemita postmoderno della Sharia dev'essere respinto con seria indignazione. Questo ovviamente dimostra che qui esiste una decisione che non vuole, né può, essere fondata, ma che al contrario ormai provoca soltanto disperate giustificazione, della cui manifesta falsità non serve vergognarsi, dal momento che la volontà inconscia ha già regolato tutto, prima di qualsivoglia fondamentazione.
I cuori sensibili, quindi, non solo si indignano contro gli assassini dei bambini di Gaza, ma ottengono anche qualcosa per i nemici di questi assassini. Dove c'è un cattivo, deve esserci anche un eroe; ancora una volta è così. Come se, di per sé e più o meno apertamente, si attribuisse il ruolo di eroi alle milizie di Hamas e di Hezbollah, ed ai loro cacicchi ideologici. Nell'immaginario, appaiono come orgogliosi "combattenti" di un romanzo di Karl May, ai quali anche il Kara ben Nemsi della sinistra tedesca non può negare la propria ammirazione. Così si scopre il termine "resistenza", ai fini della sua rappresentazione sulla stampa borghese, ed anche nei commenti di sinistra; termine che ha le sue radici nel vocabolario delle lotte sociali. Il medesimo concetto, del resto, era già stato usato, in parte della stampa di sinistra, per i bombardieri islamici nel corso dell'occupazione USA dell'Iraq, nonostante il fatto che entrambe le parti rappresentassero simultaneamente frazioni di una guerra civile, e che gli attentati colpissero la tanto invocata popolazione civile, compresi molti bambini.
Nella misura in cui - in occasione delle reazioni alla guerra di Gaza - tali fantasie di "combattenti" e di "resistenza" sono emerse anche nell'inconfessato prender partito di una posizione di equidistanza apparente rispetto ad Israele e ad Hamas, smentiscono a maggior ragione la pretesa "terza posizione". Non è a partire da una nuova formulazione della teoria critica e dell'analisi della crisi della società mondiale, ma semmai a partire dalle commozioni pre-teoriche e dalle disposizioni emozionali, che organizzazioni come quelle di Hamas e di Hezbollah, o altri fenomeni simili, finiscono per passare nell'immaginazione della sinistra globale per il luogo del vecchio apparato concettuale della "lotta di liberazione", della "resistenza sociale" o perfino del "socialismo", o comunque vengono a queste relazionate, per quanto grottesca possa essere tale classificazione, ovviamente. Un tale degrado ideologico di sinistra, che va ben oltre la frazione della linea dura del "anticapitalismo" diventato apertamente antisemita, manca di una spiegazione; questo non può essere dovuto soltanto all'effetto continuato del vecchio "antimperialismo", diventato obsoleto.

- Robert Kurz – 12 di 15 – (continua …)

fonte: EXIT!

domenica 15 novembre 2015

La sicurezza delle strade di Hamas!

gaza Hamas-verwendet

Gli assassini dei bambini di Gaza (11 di 15)
- Un'operazione "piombo fuso" per cuori sensibili -
di Robert Kurz

SINTESI
 Nella sua analisi critica dell'ideologia, "Gli assassini dei bambini di Gaza", Robert Kurz affronta i modelli di percezione della sinistra riguardo al conflitto in Medio Oriente. Dopo che negli ultimi anni, le guerre capitaliste di ordinamento mondiale, e la loro affermazione da parte dell'ideologia "anti-tedesca", sono state fondamentalmente criticate dalla "Critica della dissociazione-valore", adesso è tempo di considerare anche il rovescio di tale interpretazione ideologica, i cui portatori sono inoltre schierati positivamente con la socializzazione globale del valore e dei suoi prodotti in decomposizione. Queste interpretazioni della situazione mondiale sono impregnate di un "anti-israelismo" affettivo, alimentato anche da un "odio inconscio per gli ebrei" (Micha Brumlik), in quanto lo Stato ebraico e la sua azione militare contro Hamas e Hezbollah  vengono di per sé sussunti al capitale mondiale ed al suo imperialismo securitario. Di conseguenza, la barbarie islamica contro Israele non viene vista come l'altra faccia della medesima medaglia dell'imperialismo di crisi, ma come "resistenza", in maniera quasi romantica. In questo contesto, la base del raffronto col vecchio "anti-imperialismo" impallidisce, ed il conflitto in Medio Oriente diventa un conflitto per procura, al servizio di una "critica del capitalismo" della nuova piccola borghesia, che digerisce regressivamente la crisi mondiale del capitalismo.
(Presentazione del testo nell'Editoriale di EXIT! n° 6 dell'agosto del 2009)

SOMMARIO
* Asimmetria morale ed analisi storica * La violenta emozione dell'inconscio collettivo antiebraico * Il duplice carattere dello Stato d'Israele * L'identificazione positiva e negativa di Israele con il capitale mondiale * Le impossibili richieste di un paradosso reale * La ragion di Stato di Israele nelle guerre contro Hamas e Hezbollah * L'opinione pubblica mondiale anti-israelita e la decomposizione ideologica della sinistra * Una "terza posizione" che non è una posizione * Delitto e castigo o critica radicale mediata storicamente? * Un cuore dalla parte del regime della Sharia * Il determinismo della coscienza e il ruolo degli eroi * Il conflitto per procura e la demoralizzazione della critica del capitalismo * Anti-israelismo - la matrice di un nuovo antisemitismo * La sinistra come Dr. Jeckill e Mr. Hyde *

* Un cuore dalla parte del regime della Sharia *
Si potrebbe pensare che possa bastare; ma non basta, nemmeno lontanamente. Dacché la sensibilità dei cuori si commuove non solo per il carattere infame dello Stato ebraico assassino di bambini, ma anche, in maniera diversa, con la valutazione fatta dai suoi nemici, che nei precedenti dibattiti era stata espressa soltanto di passaggio. E' già diventato chiaro che il carattere specificamente antisemita di questi regimi viene minimizzato, se non negato. Inoltre non provo alcun piacere a tornare a citare ancora una volta la Carta di Hamas, che può essere consultata su Internet e che, com'è noto, non solo proclama l'annichilimento di Israele, ma dichiara anche semplicemente, con parole contorte, che l'assassinio degli ebrei è un atto conforme agli insegnamenti di Dio. Sebbene si sappia da tempo che il vecchio e miserabile testo antisemita, I Protocolli dei Savi di Sion, già prima del presa del potere da parte di Hamas, circola come materiale per le scuole palestinesi e non solo; materiale, del resto, finanziato dall'Unione Europea, che si suppone non ne sappia nulla. Voler documentare tutto questo, ancora una volta, nei dettagli, equivarrebbe ad un patetico tentativo di chiedere di "avere il permesso" di dimostrare in generale il palese antisemitismo, collocando in tal modo la coscienza anti-israeliana in una posizione di giudice, alla quale sarebbe permesso di valutare se sia il caso di riconoscere o meno i fatti.
Di fatto, anche quella parte della sinistra, apparentemente solo contraria alla guerra, la quale pretende di non allinearsi con "l'anticapitalismo" apertamente antisemita, nella sua condanna della guerra di Gaza, si rifiuta ostinatamente, aggrottando le sopracciglia, di prendere sul serio il carattere antisemita di Hamas. Continua come se non fosse evidente che si è preso semplicemente partito per questo regime; ma, allo stesso tempo, il proposito di annichilimento antisemita viene sistematicamente minimizzato. Già, non si tratterebbe veramente di un antisemitismo eliminatore, quello che qui alza la testa, ma soltanto di una sorta di esagerazione degli interessi legittimi; esagerazione per la quale, del resto, ancora una volta è Israele ad esserne incolpata, a causa della sua politica di confronto. La Carta di Hamas non dovrebbe essere presa troppo sul serio mentre, al contrario, è Israele quella che dovrebbe cercare il compromesso, riconoscendo la situazione di fatto; già così si relativizzano i propositi di annichilimento e si potrebbe innescare un processo di negoziati. L'ostacolo principale all'addomesticamento dell'ideologia antisemita di Hamas consisterebbe nei conduttori della guerra di Israele.
Per valutare l'importanza di questo brusio, basta uno sguardo alle reazioni emozionate delle stesse persone non appena il proposito dichiarato di Hamas, anche solo nelle allusioni, si volge contro sé stesso. Nell'articolo già citato (in realtà, solo un commento) scritto per un giornale brasiliano, sulla guerra di Gaza, e con una conclusione filo-israeliana, avrei puntato sull'annichilimento di Hamas e di Hezbollah come presupposto per un miglioramento della situazione, ossia, la dissoluzione di queste organizzazioni di potere, la distruzione della loro logistica ed il disarmo delle loro milizie, come si sarebbe potuto dedurre. E' impressionante la reazione che l'utilizzo del sostantivo "annichilimento", in questo contesto, ha suscitato in diversi commentatori. Anche in prese di posizioni , in blog, ecc., con un posizionamento suppostamente critico di Hamas, questa parola è stata associativamente caricata, sia immediatamente che inconsciamente, ed è stata considerata un grave errore. Pertanto, mentre il concetto di annichilimento, formulato in maniera inequivocabile nella dichiarazione di Hamas contro lo Stato ebraico, appare come frivola ed innocente, la medesima parola relativa ad Hamas ecco che assume di per sé odore di Olocausto e di tutti i grandi crimini della storia della modernizzazione, come se per mezzo di essa si propagandasse l'estinzione degli esseri umani nei paesi islamici in generale. La delicata sensibilità e la permeabilità al rumore si trasforma qui nell'insensibilità e nell'eclissi della propria coscienza; in un semplice mezzo per far apparire più crudele la valutazione della questione. L'asimmetria delle interpretazioni del conflitto, e dell'inconfessato prender partito per il regime antisemita di Gaza, non avrebbe potuto essere espressa in maniera più grossolana e proditoria.
La stessa truce millanteria, nella caratterizzazione di questo regime, ha un seguito nella valutazione delle relazioni di potere interne. Per il fatto che Hamas sia arrivato ad esercitare un dominio dittatoriale esclusivo a Gaza, per mezzo di una sanguinosa guerra civile contro Fatah, e per aver usato lo stato di guerra anomico al fine di assassinare in serie i quadri concorrenti della precedente Intifada, viene messo sotto una luce inverosimile. Fatah, prima celebrata come forza antimperialista, sarebbe diventata del tutto corrotta, la criminalità sarebbe aumentata e con Hamas si sarebbe tornati a poter nuovamente girare per strada in tutta sicurezza; un argomento fatale, questo, cui sempre si ricorre per una giustificazione populista dei regimi autoritari in uno stato di emergenza, ivi inclusi il fascismo ed il nazionalsocialismo.
Se la corruzione abituale, avendo sullo sfondo la dissoluzione sociale, si trasforma in terrore fanatico della virtù, ci si dovrebbe aspettare che, nella prospettiva della critica emancipatrice, una tale sviluppo non possa essere considerato come un miglioramento. Ma una sedicente sinistra, per la quale la situazione è stata del tutto sottomessa alla condanna emozionata degli attacchi militari israeliani, deve scoprire anche che il suo cuore batte per il regime della Sharia, il quale, a Gaza ed altrove, sottomette in particolare le donne al "patriarcato inselvaggito in maniera postmoderna" (Roswitha Scholz), perseguita l'omosessualità e minaccia di morte il pensiero marxista. La svergognata legittimazione di Hamas in quanto "potere d'ordine" mostra solamente come una sinistra che ragiona così ha venduto la propria anima della critica sociale.
Quindi, non c'è nemmeno da stupirsi che si scopra e si approvi la vena sociale di Hamas vittorioso. Sotto quest'aspetto, avviene la medesima identificazione contraddittoria che avviene nell'inquadramento del conflitto dentro la polarizzazione capitalista mondiale. Mentre un'interpretazione "anti-tedesca" filo-occidentale, nella logica ingannatrice dell'identità immediata con il nazionalsocialismo. equipara la rete sociale islamica al presunto "socialismo Umma", i minimizzatori di Hamas, al contrario, amerebbero riconoscere qui una sorta di quasi-"socialismo" positivo, possibilmente della gloriosa moltitudine.
In realtà, non si tratta qui né di una cooperativa popolare razzista dello Stato sociale, né di una trasformazione emancipatrice, neppure molto remota, delle relazioni di riproduzione in collasso, ma semmai di un paternalismo specifico alla barbarie islamica ed ai suoi signori della guerra ideologicamente fanatizzati. Questo rovescio del regime della Sharia si nutre unicamente ed esclusivamente delle donazioni in denaro dei Fratelli Musulmani egiziani e degli ayatollah iraniani, del contrabbando a Gaza, fiancheggiato dai volontari dell'ONU che sono sotto lo stretto controllo di Hamas. In questo modo di finanzia il soldo delle milizie, mentre la riproduzione "sociale", considerata più come una sporadica elemosina ai poveri, ed un sistema educativo, in cui l'antisemitismo islamico è diventato la principale disciplina. Vedere in questo paternalismo autoritario della mensa dei poveri e dell'elemosina, attraversata dall'ideologia,  un "ancoraggio sociale" positivo di Hamas rivela tutta la decadenza democratica della sinistra.
Anche il feticcio della democrazia borghese  viene chiamato a difesa di Hamas. In fin dei conti Hamas ha ottenuto la maggioranza nel corso di libere elezioni, diventando così l'espressione autentica della volontà popolare palestinese a Gaza; un'argomentazione, questa, che evidentemente si muove al livello di riflessione del 18° secolo. Per cui, naturalmente, si dovrebbe poter considerare legittima qualsiasi dittatura di Stato di emergenza liberamente eletta. In realtà, in questo ed in altri casi, la democrazia di rivela come una "forma vuota" che, in quanto volontà popolare numerica, può assumere qualsiasi contenuto arbitrario. Per cui anche l'eutanasia, le leggi razziste o la lapidazione sarebbero giustificate, a partire dal fatto che fossero sanzionate da una decisione maggioritaria.
Dietro il riconoscimento della legittimazione formale di Hamas si trova l'inconfessata simpatia per i contenuti della sua ideologia assassina. In effetti, la decisione della maggioranza a favore di Hamas a Gaza significa unicamente ed esclusivamente che qui non c'è una popolazione civile in sé innocente. Tuttavia, anche così, si accumulano rapporti sui disperati tentativi da parte della popolazione di Gaza per non essere utilizzati come scudi umani dalle milizie di Hamas, mentre quest'ultime denunciano tale resistenza come "codardia" e "collaborazionismo", al fine di mobilitare contro di essa il terrore islamico della virtù, per mezzo di intimidazioni ed esecuzioni. Che bellezza che una simile procedura venga considerata, almeno dagli amici della pace di sinistra, sotto il punto di vista della legittimità democraticamente assicurata.

- Robert Kurz – 11 di 15 – (continua…)

fonte: EXIT!

sabato 14 novembre 2015

Israele in Pomerania?!?

gaza

Gli assassini dei bambini di Gaza (10 di 15)
- Un'operazione "piombo fuso" per cuori sensibili -
di Robert Kurz

SINTESI
 Nella sua analisi critica dell'ideologia, "Gli assassini dei bambini di Gaza", Robert Kurz affronta i modelli di percezione della sinistra riguardo al conflitto in Medio Oriente. Dopo che negli ultimi anni, le guerre capitaliste di ordinamento mondiale, e la loro affermazione da parte dell'ideologia "anti-tedesca", sono state fondamentalmente criticate dalla "Critica della dissociazione-valore", adesso è tempo di considerare anche il rovescio di tale interpretazione ideologica, i cui portatori sono inoltre schierati positivamente con la socializzazione globale del valore e dei suoi prodotti in decomposizione. Queste interpretazioni della situazione mondiale sono impregnate di un "anti-israelismo" affettivo, alimentato anche da un "odio inconscio per gli ebrei" (Micha Brumlik), in quanto lo Stato ebraico e la sua azione militare contro Hamas e Hezbollah  vengono di per sé sussunti al capitale mondiale ed al suo imperialismo securitario. Di conseguenza, la barbarie islamica contro Israele non viene vista come l'altra faccia della medesima medaglia dell'imperialismo di crisi, ma come "resistenza", in maniera quasi romantica. In questo contesto, la base del raffronto col vecchio "anti-imperialismo" impallidisce, ed il conflitto in Medio Oriente diventa un conflitto per procura, al servizio di una "critica del capitalismo" della nuova piccola borghesia, che digerisce regressivamente la crisi mondiale del capitalismo.
(Presentazione del testo nell'Editoriale di EXIT! n° 6 dell'agosto del 2009)

SOMMARIO
* Asimmetria morale ed analisi storica * La violenta emozione dell'inconscio collettivo antiebraico * Il duplice carattere dello Stato d'Israele * L'identificazione positiva e negativa di Israele con il capitale mondiale * Le impossibili richieste di un paradosso reale * La ragion di Stato di Israele nelle guerre contro Hamas e Hezbollah * L'opinione pubblica mondiale anti-israelita e la decomposizione ideologica della sinistra * Una "terza posizione" che non è una posizione * Delitto e castigo o critica radicale mediata storicamente? * Un cuore dalla parte del regime della Sharia * Il determinismo della coscienza e il ruolo degli eroi * Il conflitto per procura e la demoralizzazione della critica del capitalismo * Anti-israelismo - la matrice di un nuovo antisemitismo * La sinistra come Dr. Jeckill e Mr. Hyde *

* Delitto e castigo o critica radicale mediata storicamente? *
Il problema del conflitto per procura si riferisce anche, naturalmente, alla storia tedesca, al regime nazionalsocialista e all'Olocausto. Si può constatare che nella Repubblica Federale Tedesca ci sono scrupoli relativamente maggiori, riguardo alla condanna morale degli ebrei assassini dei bambini di Gaza, di quanto ce ne siano, comparativamente, negli altri paesi dell'Europa occidentale, sebbene questa presa di posizione emozionale anche qui si sia espressa trasversalmente allo spettro politico e mediatico, con difficili relativizzazioni, ed anche se la sinistra tedesca ha fatto per lo più coro assieme all'indignazione anti-israeliana della sinistra globale. Anche così, trasversalmente a gruppi, movimenti e contesti politici di sinistra, si è fatta notare una minoranza su posizioni filo-israeliane. Inoltre, a quanto ne so, nella Repubblica Federale Tedesca ci sono anche state grandi manifestazioni di solidarietà ad Israele cui ha partecipato la sinistra. Tuttavia, le ragioni rimangono, senza eccezione, sul terreno della coscienza della falsa immediatezza; la solidarietà ad Israele è stata data senza una sufficiente mediazione con il contesto condizionale della storia e della società mondiale, e sullo stesso piano dell'ostilità nei confronti di Israele, restando in tal modo impotente.
Evidentemente, questo fenomeno si riduce ad un senso di colpa specificamente tedesco. C'è ora un'argomentazione particolarmente raffinata, che pretende di strumentalizzare il contesto presupposto, ed insieme ad esso la Shoah, per cominciare a distillare una presa di posizione proprio contro Israele. Come "la Luna" di Christian Morgenstern, la memoria della Shoah e il riferimento all'antisemitismo in generale qui appare, nella sua valutazione del conflitto attuale, come "questione specificamente tedesca". Così, nella misura in cui nella sinistra tedesca ci sono prese di posizione filo-israeliane, esse vengono considerate in maniera dispregiativa come espressione di un complesso di colpa "tedesco di sinistra". Con sincera compassione, i rappresentanti italiani, francesi o latinoamericani di un "anticapitalismo" nemico di Israele dichiarano - o anche soltanto con una procedura cautelativamente discreta - che la minoranza della sinistra tedesca filo-israeliana sarebbe ancora preda di un senso di colpa anacronistico, e che dovrebbe finalmente farla finita con l'eterna espiazione, per poter scoprire il popolo ebraico come autore di crimini di guerra, Gaza come un enorme campo di concentramento e la guerra contro Hamas come un Olocausto di palestinesi innocenti. Questo riconoscimento non parla soltanto al cuore di un Martin Walser, che per quanto gli riguarda è da tempo che non seppellisce assassini; ma anche per il dittatore siriano Assad è stato possibile, in un'intervista a Spiegel, tentare di convincere benevolmente di questo tutti i tedeschi nel loro insieme.
Quest'analogia viene parimenti assunta dalla sinistra tedesca nella misura in cui non c'è ormai più nessuna sinistra; in particolare per i falchi di quel "anticapitalismo" apertamente antisemita che si sente riconosciuto da una comunità di sentimenti negli altri paesi. Contro questo nasce, nell'insieme delle altre parti della sinistra "critiche di Israele", una figura simile di pensiero in maniera particolarmente contorta. In questo caso Israele non viene direttamente equiparata al regime nazionalsocialista, e contemporaneamente viene invece assegnata una certa indennità, relativamente all'Olocausto nazionalsocialista, alle figure di Hamas e di Hezbollah. L'argomento è che questi, ed in generale i nemici arabi islamici di Israele, non avrebbero commesso in fin dei conti quel crimine contro l'umanità, e che pertanto non si dovrebbe neanche responsabilizzarli indirettamente per questo, né classificarli in un tale contesto. Per la precisione, i palestinesi sono quelli che starebbero quasi pagando per la colpa tedesca. I tedeschi dovrebbero perciò assumere la loro propria colpa, invece di scaricarla sui palestinesi, come loro sostituti. Questa figura argomentativa entra in contatto con la versione antisemita hardcore, nella misura in cui include, più o meno esplicitamente, l'idea per cui gli ebrei, una volta vittime, si sarebbero ora trasformati a loro volta in criminali assassini di bambini. 
Così, tuttavia, si elude "l'odio inconscio per gli ebrei", iscritto in contesti differenti dappertutto nel mondo e le costruzioni ideologiche antisemite da questo derivanti e a questo relative - così come i conflitti, caricati in maniera corrispondente, in Medio Oriente, e quelli relativi all'attuale situazione di crisi del capitale mondiale - al fine di delimitare accuratamente il problema ad un contesto di delitto e castigo specificamente tedesco. In tal modo, la qualità assassina dell'antisemitismo viene posta sotto una luce fondamentalmente relazionata con il passato, ed in questo modo "storicizzata" con un'accentuazione appena un po' diversa da quella di Ernst Nolte, in quanto tutte le attuali forme di questa sindrome vengono di preferenza sottomesse ad una critica moderata o, se si trovano fuori dalla Germania, considerate francamente irrilevanti. Non si tratta assolutamente solo di attuare una comprensione del delitto e del castigo della morale borghese, ma si tratta della critica radicale delle condizioni oggettive della costituzione e dei modi soggettivi della digestione (tanto inconscia, quanto ideologica), a partire dai quali è stata resa possibile Auschwitz. La colpa tedesca e la rispettiva resa dei conti non possono venire separati da questa critica radicale, se non ci si vuole ritrovare in un democratico "superamento del passato", ed in un turismo della memoria a buon mercato.
Se quel che ha detto Adorno, a proposito del fatto che dev'essere fatto di tutto perché non si ripeta, dev'essere preso sul serio, ne consegue allora un duplice compito. Da una parte, è necessario analizzare l'effetto continuato della sindrome antisemita nella società democratica tedesca del mercato mondiale, scoprirne le sue forme di manifestazione modificate dopo, nonostante e a causa di Auschwitz e, non ultimo, investigare su che cosa si prepara sotto quest'aspetto a partire dall'impatto della nuova crisi mondiale; con un'accentuazione differente nella Repubblica Federale Tedesca ed in Austria, a causa della Storia. Questo non è solo il contrario di un "superamento del passato" ipocrita ed arrogante, ma include la tematizzazione della coscienza con la quale anche qui viene percepito il conflitto in Medio Oriente, e che si sposta verso una nuova posizione di sostituzione, nella digestione emotiva ed ideologica dell'esperienza di sofferenza del capitalismo di crisi.
Qui si rivela la doppiezza e decisamente la menzogna della figura argomentativa precedentemente delineata. Poiché, del resto, una discussione sulla sindrome antisemita, che non la "storicizzi" sterilmente, non può essere limitata al contesto specificamente tedesco nelle condizioni della globalizzazione e della nuova crisi mondiale. Anche qui si mostra la differenza fra la critica radicale ed il "superamento del passato" moralista borghese. Un superamento critico del passato deve comprendere il carattere globale dello "odio inconscio per gli ebrei" e le nuove costruzioni ideologiche antisemite. Il fatto che Auschwitz non si ripeta meccanicamente non significa in alcun modo che il pensiero che ha portato fin lì non possa costituirsi anche altrove, con altre basi ed in una configurazione ideologica e culturale differente, proprio perché tale pensiero non può essere circoscritto alla Germania ed all'Europa centrale. Si tratta, quindi, di legare la discussione dell'effetto continuato, specificamente tedesco, di questa sindrome, con la critica e l'analisi del suo emergere in altri contesti.
Qui ha provocato grandi danni un'interpretazione che, da Enzensberger fino agli "anti-tedeschi", pretende di scoprire da ogni parte il "ritorno di Hitler". Ahmadinejad è il ritorno di Hitler altrettanto poco quanto lo è stato Saddam Hussein, oppure l'Iran dell'inizio del 21° secolo e l'Islam nelle sue diverse forme, ed il "socialismo Umma" non è in nessun modo analogo al nazionalsocialismo. E' proprio in queste grezze equiparazioni, che attestano un'astrazione viziata dalla logica dell'identità ed i cui rappresentanti si limitano a mettere insieme una miscela di apparenti prove empiriche non mediate dall'analisi concettuale, è proprio in queste equiparazioni grossolane che si alimenta quella figura di argomentazione, a sua volta falsamente storicizzata, che poi, all'inverso, equipara proprio Israele al nazionalsocialismo, o quanto meno minimizza la sindrome specifica antisemita in Medio Oriente ed in altre regioni mondiali, riferendosi ai crimini tedeschi contro l'umanità.
Dacché si tratta di una minimizzazione quando, riguardo a questo, si parla di una sorta di presunzione d'innocenza dei regimi di Ahmadinejad, Hamas ed Hezbollah. L'antisemitismo, ha costruito qui, nel contesto della globalizzazione e dei "religionismi" ideologici postmoderni (Roswitha Scholz), un vero e proprio amalgama. Che poi quest'amalgama si mantenga concentrato sulla condizione statale ebraica di Israele, con una demarcazione emotiva "regionalistica"-culturale, invece che con un rapporto clientelare razziale pseudo-"scientifico-naturale", un tale fatto costituisce già la specificità della sua ideologia di annientamento, che del resto - con la spiegazione dell'attuale scatenarsi della crisi, come l'ha formulata Ahmadinejad, a partire da una cospirazione mondiale ebraica del capitale finanziario - si lega anche, nuovamente, al modello classico europeo ed alla sua diffusione per tutto il mondo. Anche questo viene minimizzato dai relativizzatori della Storia, nonostante possa essere provato in maniera evidente e documentata.
La discussione della storia tedesca e dell'effetto costante in condizioni modificate dev'essere, pertanto, separata analiticamente dalla discussione delle forme di manifestazione di un antisemitismo postmoderno - in quanto ideologia capitalista di crisi, in altri contesti storici e culturali, come in Medio Oriente - ma queste diverse manifestazioni devono essere simultaneamente riferite le une alle altre in quanto parte integrante della sindrome congiunta globale, e nella sua relazione reciproca relativa al conflitto per procura in Medio Oriente. Quella presunzione di innocenta minimizzante, al contrario, rende la Germania l'ombelico del mondo in quanto sua controparte, solo che ancora una volta in senso inverso.
Il risultato è diverso da quello preteso. In quanto l'innocenza storica, ingenuamente invocata, dei palestinesi e dei regimi islamici ignora il suo carattere, e non solo; essa si riferisce ancora meno alla colpa storica della Germania, e assai di più alla colpa attuale dell'auto-affermazione israeliana contro i regimi che proclamano la sua distruzione come Stato. La designazione diretta o indiretta degli ebrei come "popolo criminale" assassino di bambini non disloca il centro dell'attenzione verso la colpa storica tedesca, ma al contrario relativizza proprio questa colpa in maniera abbastanza indecorosa. E' in questo preciso senso che si relaziona anche con "l'anticapitalismo" hardcore apertamente antisemita, sull'importanza dell'Olocausto.
La figura argomentativa di cui stiamo parlando, compie una svolta particolarmente bizzarra quando problematizza la fondazione dello Stato ebraico relativamente alla sua localizzazione geografica, con un occhio particolarmente ingenuo. Com'è noto, il presidente dell'Iran, Ahmadinejad, non solo ha negato l'Olocausto, ma ha anche aggiunto: che se è vero che c'è stato un crimine tedesco contro gli ebrei, cui egli non crede, allora quanto meno lo Stato di Israele dovrebbe essere dislocato in Germania, come adeguata punizione. Naturalmente, questa "proposta" non è seria e non dev'essere presa sul serio, al contrario, non è altro che propaganda retorica, nel senso della volontà di annichilimento dello Stato ebraico reale. Il chiacchiericcio delle clientele dei blog e di altre espressioni mediatiche della sinistra "critica di Israele" ha avuto la faccia tosta di giocare occasionalmente a tale gioco retorico, per mezzo di una "correzione della Storia" secondo il modello fantascientifico, come se fosse un pensiero "in fondo legittimo", anche se impossibile da realizzare.
"L'esperienza di pensare" che Israele potrebbe essere sradicata dalla sua storia reale e dalla sua posizione geografica, con il fine di rettificare il corso del 20° secolo, allontanare dal mondo uno scandalo ed offrire la pace al Medio Oriente, può essere solamente simulata per poterne percepire tutta la sua perfidia. Come si può immaginare tale sradicamento? Gli ebrei dell'ex Stato di Israele, naturalmente, dovrebbero consegnare all'ONU i caccia, i missili, i carri armati, i pezzi d'artiglieria e le armi leggere, che a quel punto sarebbero diventate del tutto ingiustificate; e, a maggior ragione, consegnare le bombe atomiche, per loro anche meno adeguate, all'Agenzia Internazionale dell'Energia Atomica, che disattiverebbe e smantellerebbe tutto l'arsenale. Forse, allora, anche l'Iran acconsentirebbe a rinunciare ad un programma di armamento atomico.
Verrebbe permesso agli ebrei, riforniti di cibo dalle milizie di Hamas e di Hezbollah divenute pacifiche, di tornare a scoprire la loro vecchia pazienza di Giobbe e di aspettare, seduti sulle loro valige ed i loro zaini, l'arrivo dei tedeschi disposti all'espiazione, per poter essere imbarcati in direzione della loro riserva nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Lì, essi potranno, liberi dalla minaccia dei missili artigianali che potrebbero solo partire dalla Danimarca o dalla Polonia, dedicarsi senza preoccupazioni al folklore ebraico, ad esempio, alla musica klezmer che è adorata dappertutto, per conseguire così un reddito modesto, ma sufficiente, attraverso il turismo; non da ultimo proveniente dagli Emirati Arabi, la cui casta dominante è da sempre amante dei viaggi e curiosa dei costumi di tutto il mondo. Ma, presumibilmente, gli ebrei, troppo avidi, rifiuteranno anche questa generosa proposta, semplicemente per il fatto che non vogliono la pace.
Questo gioco intellettuale, che evidentemente strumentalizza la colpa tedesca, è sotto tutti i punti di vista una farsa. L'inconscio collettivo anti-ebraico in questo modo guadagna spazio, una volta che l'esistenza di Israele, in quanto Stato armato, viene pensata come una vera e propria pietra dello scandalo, per condannare gli ebrei, se non ad essere ricondotti al ruolo ereditario di vittime, quanto meno ad una vita inoffensiva e disperatamente paziente, in un mondo di crisi arricchito di antisemitismo. Era questo quello che sarebbe piaciuto: possibilmente anche con la simpatica idea di risvegliare in loro l'antipatia verso la posizione di un protettore accondiscentemente paternalista, cosa che eliminerebbe ogni sospetto di risentimento antisemita. La ciliegina sulla torta, in questa piacevole fantasia, però, sta nel fatto che il "castigo" tedesco consiste precisamente nel realizzare il programma di Hamas e di Hezbollah. In questo modo, tutti i giocatori, sia quelli storici che quelli attuali, vincerebbero, ad eccezione degli ebrei. Di più non si può fare, nemmeno nella fantasia, per mettere in evidenza il fatto che così ci si fa riconoscere senza nessuna ambiguità.

- Robert Kurz – 10 di 15 – (continua…)

fonte: EXIT!