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giovedì 30 giugno 2022

Nec Plus Ultra

Il testo che segue, costituisce un frammento tratto dal libro di Robert Kurz, "La guerra di ordinamento mondiale: la fine della sovranità e le trasformazioni dell'imperialismo". Il brano tratta della pulsione di morte e della logica di auto-annichilimento trasversale al processo di modernizzazione, e ai suoi soggetti; e, naturalmente, alle sue classi sociali. Viene qui riproposto in quanto considerato come un contributo fondamentale ai fini della comprensione - critica e integrale - della violenza e della soggettività in questa nostra epoca di catastrofe.

La metafisica della modernità e la pulsione di morte del soggetto senza limiti
- di Robert Kurz -

Evidentemente quella che si pone è la questione di come Hans Magnus Enzensberger possa ricadere, a partire da un'analisi che rimane tuttavia lucida, in una simile ignoranza voluta e in una pacifica coesistenza con le "costrizioni". Dopo tutto, l'alternativa all'intervento militare occidentale contro i processi di imbarbarimento indotti dalla relazione stessa di capitale globale, non è il ritirarsi, senza prospettive, lasciando la presunta competenza alle soluzioni nel proprio cortile, ma è proprio l'ampliamento della critica sociale, che ormai può essere formulata solo nel contesto globale, circa le forme diventate insostenibili del moderno sistema produttore di merci e della sua soggettività (strutturalmente "maschile"). Il paradigma della lotta di classe, immanente alla forma, dev'essere sostituito dal paradigma di una critica del contesto formale comune, trasversale alla classe, di una moderna socialità negativa, basata sulla monetizzazione e sulla concorrenza anonima, così come sulla relazione di dissociazione sessuale.
Qual è allora l'origine della riluttanza, e non solo da parte di Enzensberger, ad adottare questa critica della forma? La ragione deve risiedere nel fatto che questa critica, di lungo raggio e di natura categoriale, della modernità dovrebbe abbandonare ogni terreno familiare. Tutta la critica sociale precedente, e non solo del movimento operaio nel senso più stretto, nell'ambito del movimento di ascesa e di espansione del capitalismo, si riferiva positivamente al sistema di idee dell'illuminismo borghese del XVIII secolo e, pertanto, alla costituzione del soggetto borghese. Tale soggetto, da sempre pensato primariamente come maschile, doveva agire in maniera emancipatrice proprio per via della sua forma, qualunque fosse la copertura ideologica. Non solo la cosiddetta nuova sinistra ha ereditato questo mondo immaginario del vecchio movimento operaio, così come anche, e soprattutto, lo ha invocato l'intellighenzia tedesca del dopoguerra, contro la fatalità della storia tedesca. Illuminismo, soggetto, politica, democrazia: è questo ciò che sono stati Marx e i profeti.
Tanto più ci costa oggi arrivare a concludere che la storia tedesca ed il nazionalsocialismo sono stati parte integrante della storia de capitalismo mondiale, e che all'interno di questa forma non esiste più alcuna alternativa che possa essere connotata positivamente, e che quello che si trova al centro dell'attualità della miseria mondiale è la forma stessa del soggetto borghese moderno, che è diventato disfunzionale in maniera assoluta e senza soluzione possibile. Ora, nei limiti dell'illuminismo borghese e della riproduzione nella forma della merce, la metafisica reale della modernità si mostra nel suo aspetto più ripugnante. Dopo che il soggetto borghese illuminato si è spogliato delle sue vesti, diventa evidente che sotto tali vesti non si nasconde niente: che l'essenza di questo soggetto è il vuoto; che si tratta di una forma "in sé", senza alcun contenuto. Quello che  Enzensberger vuole rendere esotico è la sua stessa propria essenza sociale, come soggetto dell'illuminismo borghese (ed evidentemente maschile). Quando egli pensa di star descrivendo l'esotismo dello "incomprensibile", sta invece ritraendo la metafisica della modernità occidentale stessa: «Quello che conferisce all'attuale guerra civile una nuova e sorprendente qualità è il fatto di essere condotta senza alcun impegno, di no essere, letteralmente, preoccupata di niente.» (ivi, p.35). Ma è proprio questo orrore a non essere l'alieno, l'esterno, mentre invece, al contrario, quello che viene alla luce è solamente il più intimo Io del soggetto della merce, del denaro e della concorrenza: l'essenza del cittadino democratico. Il niente di cui si tratta è il vuoto assoluto del "soggetto automatico" (Marx) della modernità, che si auto-valorizza.

Ad esprimersi nel denaro, è questo ciò che è la forma del valore, la quale, in quanto astrazione reale metafisica oggettivata, domina l'esistenza moderna come se fosse un dio secolarizzato e reificato, e di cui la metafisica della cittadinanza democratica non è altro che il rovescio, non avendo "in sé" alcun contenuto sensibile o sociale; sta in questo mondo come una forza negativa, ma non è di questo mondo. È il vuoto metafisico che si nasconde dietro le lotte degli interessi apparentemente così tanto razionali e dietro l'apparente volontà di autoaffermazione degli individui astratti. Gente che, come Beck ed Enzensberger, preferisce non prendere atto di questa testa di Gorgone fatta di vuoto sconnesso dal mondo al centro della modernità. Ma ad occhieggiare da dietro la maschera di colui che viene allegramente individualizzato, è proprio questa mostruosità metafisica costituita da colui che è il "gestore di sé stesso" della postmodernità. In un clima globale di concorrenza e di annichilimento reciproco, di minaccia permanente dell'esistenza sociale e, allo stesso tempo, di una precaria ricchezza monetaria speculativa che può svanire in qualsiasi momento, prospera una volontà di annientamento diffusa, che agisce al di là delle "situazioni di rischio" esterne, e che è altrettanto astratta e vuota di contenuto della forma sociale che costituisce la base del processo di valorizzazione del capitale. La forma "valore" e, di conseguenza, la forma "soggetto" (denaro e Stato) per la sua essenza metafisica è in sé autosufficiente e, malgrado ciò, deve "esteriorizzarsi" nel mondo reale; ma lo fa solamente per poi tornare invariabilmente a sé stessa. Quest'espressione metafisica apparentemente banale (e, sotto l'aspetto sensibile e sociale, di fatto orribilmente banale) del movimento di valorizzazione costituisce il vero tema di tutta la filosofia dell'illuminismo, cosa che è molto chiara in Kant e soprattutto in Hegel; e ciò che viene descritto in maniera precisa ed affermativa, è la forma dialettica del movimento di questo "processo di esteriorizzazione" di un vuoto metafisico nel mondo reale. A questa autosufficienza, ma con un necessario movimento di esteriorizzazione, e, in ultima analisi, autoreferenzialità della vuota forma metafisica chiamata "valore" e "soggetto", resta ancorato un potenziale di distruzione del mondo, dal momento che la contraddizione fra il vuoto metafisico e la "obbligatorietà della rappresentazione" del valore nel mondo sensibile può essere solo risolta nel niente e, pertanto, nell'annientamento. Il vuoto del contenuto del valore, del denaro e dello Stato si deve esteriorizzare in tutte le cose di questo mondo senza eccezione alcuna, per poter rappresentarsi come reale: dallo spazzolino da denti fino alla più sottile emozione, dall'oggetto utile più semplice fino alla riflessione filosofica o alla trasformazione dei paesaggi e di interi continenti. Vita e morte, tutta l'esistenza umana e tutta l'esistenza della natura servono unicamente questa capacità di auto-rappresentazione, alla maniera di Proteo, del vuoto sociale metafisico del capitale e dello Stato. In questo movimento interminabile del fine in sé metafisico (i fini del desiderio degli individui in concorrenza fra di loro vengono inclusi in questo processo gerarchicamente superiore di auto-riflessione del "soggetto automatico"), le cose di questo mondo e i desideri degli individui non sono riconosciuti a partire dalla loro qualità intrinseca, ma al contrario questa viene eliminata, per essere trasformata in mera "gelatina" (Marx) del vuoto metafisico, e quindi assimilando la forma del valore sempre uguale a sé stessa (in una prospettiva superficiale: "economizzandosi", vale a dire, trasformandosi nel mero ed indifferente materiale del movimento della valorizzazione). Questo dà origine ad un duplice potenziale distruttivo: un potenziale "comune", per così dire quotidiano, quale risulta sempre dal processo di riproduzione del capitale, ed un altro per così dire finale, quando il "processo di esteriorizzazione" sbatte contro i limiti assoluti. La metafisica reale del moderno sistema produttore di merci distrugge il mondo parzialmente, come "effetto collaterale" del "successo" della sua esteriorizzazione; e diventa una volontà assoluta di distruggere il mondo, non appena smette di riuscire a rappresentare sé stesso nelle cose del mondo. Si potrebbe perciò parlare di una pulsione di morte dell'umanità moderna costituita in maniera capitalistica, che ha anche un'origine sessualmente specifica. Al centro della filosofia dell'illuminismo si trova la rispettiva espressione ideale, l'adorazione dell'astrazione vuota di una "forma in quanto tale" (Kant). Questa logica dell'annientamento si può manifestare in modo banale nello svolgersi perfettamente normale degli affari, ad esempio, nella distruzione delle condizioni naturali della vita per mezzo dell'esternalizzazione dei "costi" dell'economia imprenditoriale, nella scarsa offerta a interi gruppi di popolazione di alimenti e di cure mediche per mancanza di "capacità di finanziamento", nella non necessaria morte di massa di neonati e bambini nelle regioni globali di povertà, ecc..

Ma la medesima logica di annientamento può anche manifestarsi immediatamente come esplosione di violenza e, in quell'atto, provocare questa dissoluzione della coscienza di sé, che può essere osservata non solamente sui fronti di battaglia delle guerre capitaliste, ma anche nelle grandi esplosioni di crisi del XX secolo. Oggi questo disfarsi dell'io sembra diventare il principio che presiede al mondo. La volontà di annichilimento finale del soggetto metafisicamente costituito si indirizza perfino contro proprio tale soggetto, nella misura in cui egli è di questo mondo, ossia, sensibilmente esistente. E non è in alcun modo un caso che, in quest'orgia di autodistruzione, l'essenza "maschile" di tale soggetto torni ovviamente ad irrompere in superficie. Naturalmente, quello che agisce immediatamente "nel soggetto" non è il vuoto metafisico reale del valore, la forma sociale del movimento del capitale; ma questa attuazione di crisi, questa transizione alla violenza senza limiti avviene attraverso la trasmissione delle forme di socializzazione e dei meccanismi psichici. In questo contesto, proprio la così tanto celebrata individualizzazione postmoderna che, in realtà, è solo la forma più esacerbata della soggettività astratta (separata) dell'essere umano costituito in maniera capitalista, fino al massimo grado di abbandono totale, si rivela come la forma di transizione verso l'assoluta perdita di sé, in cui i meccanismi psichici della pulsione di morte si sviluppano fino alla manifestazione immediata, come il sociologo e psicologo carcerario Götz Eisenberg descrive in maniera eloquente: «I conflitti sociali vengono riprivatizzati e si addensano in uno spazio mentale interiore, che è inadeguato all'assorbimento di tali energie. È troppo stretto. L'infelicità incarcerata non può fermarsi, cerca una via d'uscita [...] Dietro le immagini delle umiliazioni attualmente sofferte emergono le immagini del passato della propria vita, provenienti dall'infanzia, ma che si rivelano solo ora. Funzionando come un amplificatore, esperienze di offese e rifiuti molto antiche si uniscono alle umiliazioni attuali e solo in questo modo riescono a conferire a queste ultime il loro peso [...] L'energia emotiva raccolta all'interno si diffonde, si ricompone in un altro luogo, si disloca e forma nuovi collegamenti [...] Il mondo interiore si trasforma in un caleidoscopio di frammenti che si intersecano, creando immagini sempre più grottesche e spaventose. Parti psicotiche della personalità, che tutti portiamo dentro di noi in quanto essere "parzialmente socializzati (Mitscherlich), riemergono in primo piano, guadagnando così una sorta di egemonia psichica. Si va addensando un odio arcaico per degli oggetti che ci perseguitano dentro e fuori di noi, la percezione si confonde, il mondo diventa sempre più scuro finché, alla fine, tutto diventa un oggetto "malefico e persecutorio". Ora, la calma ed il dominio di sé funzionano solo con un grande sforzo; sotto cova qualcosa. Fantasie paranoiche cominciano a riempire l'intero campo visuale interiore. Ora manca solo un'ultima spinta perché la meccanica della sventura entri in azione.» (Eisenberg 2002, p. 24 s.). L'astrazione di questa volontà di annichilimento riflette la doppia autocontraddizione della relazione del capitale: da un lato, essa riguarda l'annientamento degli "altri", apparentemente con la finalità dell'auto-conservazione a qualsiasi prezzo, dall'altro lato, è anche una volontà di auto-annientamento, che riguarda la mancanza di senso della propria esistenza nell'economia di mercato. In altre parole, il confine fra omicidio e suicidio diventa sempre meno netto. Si tratta, al di là del "rischio" della concorrenza, di una furia di annichilimento talmente illimitata che la distinzione fra il proprio io e quello degli altri comincia a scomparire, cosa che, a sua volta, può essere descritto come un meccanismo psichico: «Per sfuggire alla propria catastrofe narcisista e allontanare insopportabili sensazioni di paura, impotenza e abbandono, il proprio sé stesso interiore viene rivolto all'esterno, mettendo in atto una messinscena omicida e suicida. Può accadere che la preservazione della propria autostima e dell'integrità della personalità costituisca una motivazione di comportamento umano che ha un peso maggiore rispetto alla protezione della propria sopravvivenza sminuita. Prima che tensioni interne possano lacerare il proprio io, il criminale lacera parti del mondo esterno in una sorta di difesa preventiva [...] La furia distruttiva del bambino che si sente abbandonato, ignorato e disperato e che vorrebbe spaccare tutto quello che gli sta intorno, è limitata dalla sua mancanza di forza fisica; ora la stessa rabbia esplosiva abita il corpo di un adulto, che può avere accesso alle armi, alle automobili o perfino agli aerei.» (Eisenberg, ibidem, pp. 25s.).

L'io astratto del soggetto del denaro si dissolve nella concorrenza della crisi finale, portando alla luce l'essenza di quello che è sempre stato celato al suo interno, quello che è il vuoto della sua esistenza, identico all'autodistruzione. Nei sempre più frequenti collassi delle relazioni socio-economiche, indotte come sono dal mercato mondiale della globalizzazione, nel processo di decomposizione di intere società, ormai non è più possibile una auto-definizione degli individui, in quanto questi continueranno a muoversi all'interno della forma sociale dominante (cosa che fino ad oggi hanno fatto in modo spontaneo). La chiacchiera democratica può solo aumentare ed attizzare la rabbia, poiché essa stessa non è altro che un'espressione ipocrita e beata della medesima logica di annientamento contro l'essere umano e contro la natura. I fenomeni di distruzione e di annientamento di sé stessi, quali li descrive Enzensberger per mezzo della gioventù maschile, sono diventati al giorno d'oggi, sotto vari aspetti, universali. Da una parte, non sono solo gli autori di azioni immediate di annichilimento e di auto-annichilimento (anno dopo anno, sempre più frequenti) a rappresentare questa perdita di sé stessi. Gli apparenti autori di atti di violenza costituiscono solo la punta di un iceberg, il fenomeno evidente di uno stato della società che è molto più generalizzato. Ad ogni assassino suicida corrispondono migliaia e milioni di persone con sentimenti simili, ma che (ancora) non sono passati all'azione, giocando con queste cose nella loro immaginazione, o sfogandosi con prodotti mediatici corrispondenti (il semplice fatto che tali prodotti, i cosiddetti video violenti e numerose altre forme di esaltazione mediatica della violenza, possono essere fabbricati in termini di produzione redditizia di massa è un chiaro segnale di quanto profondamente questo problema riguarda la società). In secondo luogo, avviene che non sono solo i perdenti dichiarati, come quelli delle banlieue o di Mogadiscio, ad ammazzarsi gli uni con gli altri, o a tagliare consapevolmente il filo che li lega alla vita. La guerra civile molecolare si svolge anche, e con particolare impatto, fra la gioventù isolata nella pseudo-normalità di coloro che guadagnano salari sopra la media, i vincenti della crisi ed i fanatici della decenza, la cui condizione mentale di senzatetto e di perdita di sé stessi non coincide a quella degli assassini minorenni degli slum. Il culto dell'omicidio e dello stupro, considerato come uno sport, così come il culto della messinscena del suicidio, diffuso anche nei quartieri ricchi e benestanti di Rio de Janeiro, di New York o di Tokio. L'ormai proverbiale Amok, con la sua conseguente auto-esecuzione nelle scuole degli Stati Uniti, è frutto della fantasia dei virgulti delle classi medie danarose. E anche i bombaroli suicidi palestinesi o dello Sri Lanka sono in genere provenienti da "buone famiglie".

Alla fine, si deve precisare che non si tratta di eruzioni degli strati più anziani di una cultura premoderna, la quale, sotto la maschera della modernità capitalista e dell'universalità globale, si evidenzierebbe negli "esclusi", per esempio, sotto la forma dell'islamismo che prolifera nel mondo musulmano. Sebbene il sistema unico, universale, globale e metafisico reale del capitale abbia una colorazione culturale differente nelle varie regioni del mondo, secondo gli standard delle tradizioni ancestrali, delle concezioni religiose, dei comportamenti sociali ed estetici ecc., questa colorazione, questa differenza culturale, non costituisce l'essenziale, il nucleo profondo, in cui la costituzione capitalista e l'integrazione sul mercato mondiale costituirebbe una specie di vernice meramente esteriore. La situazione è esattamente quella opposta. Dopo secoli di storia di assestamento al capitalismo e dopo l'imposizione della relazione di capitale come relazione mondiale immediata, la stessa ed unica forma universale del soggetto che "incarna" il vuoto metafisico del valore identico in ogni parte e che costituisce l'io interiore degli individui, come essenza del tutto incolore ed anche senza alcuna qualità, mentre la differenza culturale ormai rappresenta soltanto una maschera esteriore, quasi folkloristica. È anche per questo motivo che le "bombe viventi" (Enzensberger, ibidem, p. 36) erranti per il mondo del capitale globalizzato sono i prodotti più genuini di questo stesso mondo: soggetti identici della medesima metafisica reale, in cui è diventata evidente la pulsione di morte propria di questa socializzazione negativa. Gli autori delle azioni Berserker nelle scuole degli Stati Uniti e i bombaroli suicidi islamici sono più uniti dalla loro forma del soggetto e, quindi, dalle loro azioni, di quanto siano separati dai loro differenti sfondi culturali. Quello che è evidente negli autori delle azioni Berserker vale anche per i bombaroli suicidi, che apparentemente sono più influenzati da motivi ideologici: Anche fra di loro, similmente a quello che Hannah Arendt già identificava nella generazione perduta del periodo fra le due guerre mondiali, la predisposizione a sacrificare la propria vita non ha «la minima somiglianza con quello che siamo soliti intendere per idealismo». I motivi religiosi che, non a caso, hanno sostituito le ideologie moderne propriamente dette, sono espressione di questa universale perdita di sé stessi, che sfocia nella «predilezione appassionata per l'organizzazione della propria vita secondo concetti destituiti di qualsiasi senso», finendo per buttarla via come un fazzoletto di carta usato. La follia religiosa che infuria in tutto il mondo e che anche in Occidente ha dato origine ad un gran numero di sette (ivi incluse anche "sette suicide" dichiarate) oramai non possiede alcun tipo di coerenza; è composta sincreticamente da ogni tipo di elementi religiosi smarriti ed arricchiti con i prodotti della decomposizione delle ideologie passate, dal culto di Hitler fino alla "messa nera". Il culto assurdo del male corrisponde alla pulsione di morte nel centro vuoto della ragione illuminista, che viene messa a nudo.

Questo processo era già iniziato nell'epoca delle guerre mondiali, ed è stato interrotto solo dall'ultima fase di intenso sviluppo fordista dopo il 1945. Infatti, il nazismo può essere considerato come una specie di precursore o prototipo della velenosa miscela di idee che oggi circola in tutto il mondo, secondo varie ricette. Anche i nazisti mescolavano la loro patologica "visione del mondo" a partire da motivi pseudo-religiosi disconnessi fra loro, miti arcaici sintetici, ideologie moderne e prodotti collaterali del pensiero delle scienze della natura associati all'ascesa del capitalismo. Anche i nazisti si caratterizzavano per il culto della "mascolinità" violenta specificamente moderna ed i relativi codici. Ed anche per i nazisti ad essere in questione non erano, o quanto meno non erano solo, gli interessi imperiali ma, ugualmente, una furia di annientamento che aveva tutti contorni di un fine in sé, che è culminato in un'orgia di auto-annichilimento e di auto-sacrificio. Oggi, tuttavia, il medesimo contesto motivazionale ormai non si presenta più come nazionale e specificamente tedesco, bensì globale ed universale; la vertigine assassina non si organizza più come un "Reich" nazionale ed imperiale, ma, semmai, nel contesto dello "imperialismo globale ideale" e nella dispersione molecolare per tutto il globo terrestre. L'enfatizzazione esacerbata di atti di culto esteriori, sia nelle sette occidentali che in quelle islamiche, si riferisce alla stessa assenza di contenuto. Se le antiche religioni hanno sempre avuto alle spalle lo sfondo riproduttivo delle civiltà agrarie, ormai non si può più constatare niente del genere per le idee zombie di queste nuove "generazioni perdute", ora globali, per le quali non esiste alcun futuro nella sua costituzione capitalista. Dall'altro lato, lo "sfondo degli interessi" delle precedenti moderne ideologie, provenienti dalla storia dell'ascesa del capitalismo, non riesce più a stabilire una qualche coerenza ideale. Lo stesso "interesse" si inselvaggisce e si decompone, ed insieme ad esso l'ideologia, che è ugualmente spogliata di qualsiasi contenuto coerente. L'avidità per il successo sul mercato da parte dei virgulti dei vincitori minoritari della globalizzazione e l'avidità dell'economia di saccheggio per le "merci occidentali" nelle regioni al collasso si trasforma immediatamente nella vuota e totale mancanza di interesse del soggetto dell'Amok e del suicidio, maschile e giovanile. I McDonald e la jihad [guerra santa] costituiscono di fatto le due facce della stessa medaglia, sebbene molto più orribili di quanto li abbia rappresentati Benjamin Barber nel suo libro "Coca-Cola e Guerra Santa" (Barber 1996). La "sete di morte" non è un motivo specificamente islamico ma, piuttosto, l'universale grido di disperazione di un'umanità che si auto-giustizia nella sua forma del mondo capitalista. E gli autori sono, al 90 o quasi al 100%, uomini in competizione con violenza, alla fine non meno di quanto lo fossero all'inizio di questa meravigliosa "civiltà".

- Robert Kurz -  Pubblicato su Exit! n°14 del Maggio 2017 -

sabato 20 giugno 2020

Oggetti senza soggetti

Le carte stradali Michelin sono diventate navigatori GPS; i telefoni fissi sono silenziosamente scomparsi dagli ingressi delle nostre abitazioni. Le cose, talvolta, segnano distanze istantanee tra generazioni, per il resto, ancora vicine. Questo libro segue la traiettoria di dieci oggetti che sono cambiati sotto i nostri occhi. Osserva chi li utilizza ancora e chi non li degna più di uno sguardo. Si domanda cosa accada in quel passaggio. Se nel momento in cui un oggetto diventa desueto qualcosa che era in esso vada perduto; se qualcosa muti in noi, dopo che lo abbiamo abbandonato: dalle mappe al telefono, dalla penna alla lettera, dalla macchina fotografica ai giornali. Così gli oggetti di uso comune, molte delle tecnologie che utilizziamo ogni giorno, potranno essere considerate come i punti cardinali su una bussola. Raccontano chi eravamo e chi siamo diventati.

(dal risvolto di copertina di: Massimo Mantellini "Dieci splendidi oggetti morti". Einaudi)

Ci siamo distratti e il telefono a disco è morto. Non gli abbiamo nemmeno fatto il funerale
I fazzoletti di stoffa e le carte stradali, ma anche il silenzio assoluto: dieci “oggetti” indispensabili oggi spariti
di Elena Loewenthal

"Dieci splendidi oggetti morti", il nuovo libro di Massimo Mantellini per le Vele Einaudi, si apre con un fazzoletto e si chiude con il silenzio. Fra la prima e l’ultima pagina il lettore troverà materia di vita, riferimenti autobiografici, rimandi bibliografici, musicali e d’ogni genere. Benché sia un libro su oggetti presumibilmente «morti», sono in realtà pagine piene di vita. Il fazzoletto con cui questo racconto comincia è quello di Herta Müller, premio Nobel per la letteratura nel 2009. Non sappiamo neanche di che colore sia, ma quel che è certo è che nella vita della scrittrice tedesca occupa un posto importante: «forse quel fazzoletto è ciò che le cose sono per noi, anche quando – come nel caso del pezzo di stoffa della scrittrice – si tratta di un oggetto che non esiste più», spiega Mantellini. È il destino che accomuna i protagonisti di questa storia. Alcuni prevedibili, perché sono morti per tutti noi. Altri meno perché o non li credevamo morti o se ne sono andati talmente in silenzio che non ci siamo accorti della loro sparizione. Come la nostra capacità di concentrazione: è nata così, ed è andata fortificandosi negli anni, l’era della disattenzione. O meglio dell’attenzione leggera. O meglio dell’attenzione variabile. La nostra disponibilità crescente a essere disturbati. Le notifiche sul telefono, la musica che riempie lo spazio acustico collettivo. È talmente variabile, la nostra attenzione, che certe riviste si sentono in dovere di indicare il tempo di lettura dei testi. È sempre un tempo molto limitato, ma questa precauzione è una sorta di avvertimento, di rassicurazione: il testo non intende «rubarti» più di una manciata di minuti, dunque abbi pazienza, cerca di concentrarti – passa in fretta! Mantellini non scivola mai nella retorica del tempo che fu. Questo libro che mette così in chiaro le nostre fragilità, il nostro labile rapporto con il tempo, non punta mai il dito perché è partecipe e sincero. E la Spoon River degli oggetti morti non è mai sovraccarica di nostalgia, c’è sempre anzi un tratto ironico. La sparizione delle mappe geografiche è, ad esempio, l’occasione per parlare di Georges Perec e di Cristoforo Colombo, per approdare alla faccenda della guida autonoma e delle sue implicazioni etiche. Con la sparizione delle mappe cartacee è cambiata la nostra percezione dello spazio. Proprio come il tempo, che ha una faccia tutta diversa a seconda che lo si guardi con un orologio analogico o digitale. Naturalmente un capitolo del libro è dedicato al telefono. Gira da tempo sul web un simpatico video in cui dei bambini ultramillenials vengono messi di fronte a uno di quei vecchi (ma neanche tanto, a ben pensarci) apparecchi di bachelite neri, il disco con i numeri da far girare. I bambini sorridono, si grattano la testa, esplorano l’oggetto. Per chi quei telefoni li ha usati, trascinandoli magari di stanza in stanza di casa in cerca di un briciolo di intimità lungo il filo, è una scena quasi scioccante. Eppure, quel telefono è sparito dagli orizzonti, senza «dare segno di sé come avrebbe potuto.  Poteva essere un funerale gigantesco, pieno di fanfare che lo annunciavano, e invece il telefono fisso, con i suoi terminali in plastica tristi e mal disegnati, è scomparso lentamente e senza strepiti...». Parlandoci degli oggetti smarriti, però, Mantellini non può giustamente fare a meno di citare anche quelli che li hanno soppiantati. Non sono sovrapposizioni ma quasi sempre dei cambiamenti profondi, non tanto negli oggetti quanto in noi che li usiamo. Il salto dalla penna all’assistente personale, quella voce metallica che ti risponde quasi sempre per le rime, è abissale. La virtù di mezzo è, spiega Mantellini, la tastiera: oggetto presumibilmente già un po’ desueto, ma capace ancora di dare corpo al nostro pensiero «autonomo» e soprattutto essa stessa oggetto, non un’entità astratta magari più intelligente ma certo meno indecifrabile di quel personal digital assistant (Siri e compagnia bella) che significa più o meno: «Milioni di persone in tutto il mondo hanno iniziato a fare domande ad altre persone che non esistono, chiamandole per nome».
Mantellini racconta anche di altro: il libro («uno splendido oggetto vivo» – e non poteva essere altrimenti, dentro un libro: più oggetto interno di così...), i dischi. I «fili»: viviamo nell’era del touchless e del wireless, ma è solo apparenza. I fili ci sono, sono solo nascosti. Nessuno lo sa meglio di Oppy, la sonda della NASA che arrivò su Marte nel lontano 2004 e nel mese di giugno del 2018 fu uccisa da una tempesta di polvere che le devastò le batterie: poco prima di morire mandò alla terra più o meno queste parole: «le batterie si stanno scaricando e sta facendo buio». Ecco, anche il silenzio è un bene, un oggetto che stiamo un poco perdendo per strada, nel nostro rapporto con un mondo senza fili eppure super connesso. Non il silenzio assoluto e definitivo della povera Oppy, ma quello che ci serve per trovare l’equilibrio fra cielo e terra. 

- Elena Loewenthal - Pubblicato su Tuttolibri del 23 maggio 2020 -

venerdì 5 giugno 2020

Ritorni più o meno eterni

Ritorno alla normalità del capitalismo?
- Le discussioni e l'attivismo intorno al coronavirus si intensificano e assumono i caratteri di uno spaventoso irrazionalismo -
- di Herbert Böttcher -

Chi è che offre di più?
A quanto pare, non c'è nessun modo per fermare il de-confinamento ed il ritorno alla normalità capitalistica. I primi ministri dei vari Länder tedeschi stanno facendo a gara per superarsi l'un l'altro negli esercizi di de-confinamento. I politici cedono alle pressioni economiche e psicologiche e/o ne aggiungono a loro volta delle altre. Ovviamente, con quello che è stato il discredito generale dei virologhi che è stato messo in atto, è stato risolto un dibattito relativo ai contenuti circa le conoscenze virologiche. Il Partito Liberale Democratico (FDP) ha dichiarato che il sotto-utilizzo degli ospedali sarebbe la prova che «i virologhi» hanno dipinto scenari da film horror. Ormai non c'è più alcun bisogno di perdere tempo a continuare a riflettere sul fatto che gli scenari da film horror avrebbero potuto essere evitati, dal momento che i politici - pure sotto la pressione delle immagini proveniente dall'Italia e dalla Spagna - hanno tratto le corrette conclusioni a partire dal lavoro dei virologhi. Anziché una discussione che si relazioni al contenuto delle diverse scoperte scientifiche, si fa invece ricorso ad una sorta di sentimento istintivo e ad un approccio che viene supposto come di «buon senso comune». Il pubblico vuole libertà, «libero transito per cittadini liberi» nella normalità del capitalismo. Tutto questo include negozi, centri commerciali, capannoni di mobili, ecc., e per ultima, ma non meno importante, l'offerta dell'industria dell'intrattenimento e degli eventi - includendo in questa la Lega di Calcio Tedesca, la quale è particolarmente apprezzata dai Primi Ministri. Nel vendere le sue partite alle TV a pagamento, la Lega Calcio ha escluso molti tifosi, ed ora evidenzia quale sia la sua importanza sociale ai fini della coesione della società.
Tutto questo non può più aspettare, poiché si presuppone che l'economia tornerà a funzionare, ma anche perché ci sono molti che non sopportano la situazione a causa del proprio ego esotericamente esaltato, e fuggono da quello che è il loro proprio vuoto. Di conseguenza, insegnanti ed educatori devono devono tornare a fare il loro lavoro, ed a preoccuparsi della discriminazione sociale nell'istruzione è proprio il Partito Liberale Democratico. Se le organizzazioni professionali dell'istruzione mettono in guardia circa i rischi per la salute, e pretendono dai datori di lavoro il dovere di tutela ed assistenza, allora corrono il rischio che la loro categoria venga screditata in quanto inflessibile, antisociale e poco solidale. Il caos conseguente alla riapertura delle scuole e degli asili è irrilevante. La vita non è un valore assoluto, come ha potuto testimoniare il Presidente del Bundestag Schäuble -  sostenuto in questo da Sarrazin e dai Verdi -, ma ad esserlo è il ritorno alla normalità capitalistica. E lo «slogan della domenica» trasmesso dal talk-show di Anne Will, è arrivato dal Partito Liberale Democratico: «chi ha paura resti a casa!», ha detto Kubicki. Questa indicazione liberale dovrebbe essere seguita dai lavoratori migranti, dal personale infermieristico e da quello scolastico - che, simultaneamente, dovrebbero reclamare al FDP quella sicurezza sociale necessaria ad attuare i consigli liberali. La critica alla mania di voler mettere in atto il de-confinamento non nega che il coronavirus sia un «inconveniente ed una seccatura» per gli anziani e i malati, soprattutto per i moribondi, per il personale infermieristico sottopagato e sovraccaricato di lavoro, per i bambini ed i giovani e per i loro genitori, per il personale degli asili nido, delle scuole e dei supermercati, per i lavoratori migranti dell'industria delle carne e dell'agricoltura, per i detenuti e per le detenute, per gli espulsi, per i senzatetto e per i richiedenti asilo, per i rifugiati che si trovano nei campi di detenzione.  Tutti loro, i quali nella normalità del capitalismo di crisi sono quelli che soffrono il disprezzo e l'esclusione, sono anche quelli che vengono più colpiti dalla situazione del coronavirus. Questo non colpisce tutti allo stesso modo, ma - così come avviene nella situazione normale - colpisce soprattutto le persone a reddito zero, o quelli con un basso reddito, colpisce le famiglie che vivono in situazioni di povertà, colpisce i lavoratori precari, i  lavoratori autonomi più modesti. Quel che è evidente e salta agli occhi è che niente di tutto questo si vede nei dibattiti o nelle manifestazioni. In primo piano si trova solamente il soggetto «autonomo» standard di quella che è la normale situazione capitalista. In particolare, a svolgere la funzione di loro avvocati sono i liberali dell'Unione Cristiano-Democratica di Germania (CDU) e del Partito Liberale Democratico (FDP). Li preoccupa il fatto che questo soggetto non possa più riuscire a sopportare quelle che sono irragionevoli richieste che vengono associate al coronavirus. E pertanto esigono ad alta voce, e a volte drasticamente, quelli che sono i loro diritti e le loro libertà fondamentali, chiarendo così a chi è appartengono nel capitalismo, questi diritti e queste libertà.  Tuttavia, quei luoghi in cui il de-confinamento sarebbe più urgente si trovano in secondo piano nell'agenda politica. Ma mancano progetti, test e materiale, come maschere ed indumenti che possano permettere di fare visite in sicurezza nelle case di cura, mancano strutture ospedaliere e unità di terapia intensiva. E non ci siamo ancora nemmeno soffermati a pensare a quelle circa le contraddizioni tra l'ignoranza nei paesi poveri e l'aumento delle esportazioni tedesche di armi da guerra, tra la riduzione dell'ossido di azoto e la pressione esercitata dall'industria automobilistica per avere incentivi alla rottamazione e i pacchetti di stimolo economico.

Furia incontrollabile senza distanziamento
Il weekend del 7-10 maggio ha visto una Germania infuriata. Secondo l'associazione "Colonia contro la destra" a scendere in strada è stato «un miscuglio di liberali, esoterici, anti-vaccini, negazionisti della pandemia e attori di estrema destra e di destra». nel corso delle manifestazioni, non solo non sono state rispettate le regole di distanziamento, ma sono anche state ridicolizzate, invitando i passanti a togliere le mascherine protettive. Hans -Thomas Tillschneider, membro della disciolta ala destra dell'Alternativa per la Germania (AfD), nel corso di un comizio anti-coronavirus a Magdeburgo è stato applaudito al grido di slogan come «la maschera protettiva è una museruola», oppure «contro questi ordini, dobbiamo fare orge di discussione che li annullino». Le posizioni di destra e di sinistra sembrano incontrarsi nella rabbia contro le restrizioni associate al coronavirus. Autodeterminazione, resistenza al paternalismo statale e rivendicazioni di democrazia di base sembrano essere denominatori comuni.
Alla base dell'attivismo si trova una «falsa immediatezza», la quale si basa a sua volta sull'immediatismo delle esperienze e dei fenomeni individuali, senza che questi vengano sottoposti ad una riflessione critica circa quello che è i contesto sociale. Laddove la riflessione critica e l'elaborazione della teoria critica vengono sospese, ecco che hanno il sopravvento quelle che sono fantasie cospirative. Il virus viene dichiarato inoffensivo, e la pandemia diventa una messinscena posta in atto da forze oscure. Sono addirittura le narrazioni della cospirazione, a rivendicare per sé stesse diritti e libertà civili, e fiutano odore di minaccia di un attacco mirato portato avanti dallo Stato. Il video di Ken Jebsen su YouTube, «Gates kapert Deutschland!» ["Gates dirotta la Germania"], che diffonde le solite fantasie cospirative è stato cliccato più di 3 milioni di volte in pochi giorni, dimostra quanto questo abbia influenzato profondamente gli animi di grandi gruppi di popolazione.

Il declino del «soggetto autonomo» maschile
Il «soggetto autonomo» ormai non può più sopportare tutti gli affronti derivanti dalle restrizioni imposte a causa del coronavirus e, nella sua narcisistica megalomania, e spinge ad una rottura in modo da poter tornare alla normalità dell'assoggettamento «autonomo» nella normale situazione capitalista. In quanto agente del «lavoro astratto», aveva già raggiunto i suoi limiti nella situazione normale dello stato di crisi, perché la sua libertà e le sue decisioni sono legate al dispendio di lavoro che nella crisi va in pezzi. Le promesse di «autorealizzazione» non possono essere mantenute, E coloro che non intendono rinunciare alla lotta competitiva - alla concorrenza per quelle che ormai non sono altro che delle possibilità sempre più piccole - devono adattarsi , nella loro percezione dell'attribuzione della responsabilità personale, e dotarsi di una sorta di «io imprenditoriale» che si trova così in perenne concorrenza, con prospettiva di successo sempre minori e con uno stress sempre maggiore.
Col coronavirus, anche tutti i problemi associati alla costituzione del soggetto diventano più gravi e più evidenti. La sua disintegrazione salta chiaramente agli occhi. Esso non è in grado di sopportare le restrizioni, e preme per tornare al normale assoggettamento della normale situazione capitalista, che viene celebrata come «libertà». E le cui industrie di intrattenimento e di eventi promettono, quanto meno, il sollievo per mezzo di un qualche diversivo. Anche a tal fine, è necessario che venga rimesso nuovamente al lavoro il motore a singhiozzo della valorizzazione capitalistica.
Tutto ciò che si oppone alla volontà di normalità è oggetto di attacco. E questo include sia la scienza che gli scienziati. Nel contesto dell'ostilità alla scienza,  espressa anche dai politici, diventa particolarmente evidente l'ostilità alla teoria e alla riflessione; ostilità che fa anch’essa parte della normalità del capitalismo. L'unica cosa che conti, è tutto ciò che, nella «falsa immediatezza», serve a rendere legittima la fuga dalla prigione del coronavirus. Il «soggetto autonomo», il quale riesce a pensare e ad agire solamente nel quadro della normalità capitalistica, presupposta senza alcuna riflessione, preferisce farla finita con qualsiasi ragionamento piuttosto che arrivare a comprendere la fine delle relazioni capitalistiche e, di conseguenza, la sua stessa propria fine. Comprendere le relazioni sociali e, quindi, il legame esistente tra la prigione del coronavirus e la prigione della normalità capitalista appare un po' troppo complesso, e soprattutto non sembra favorire l'impulso all'evasione.
Come sollievo, ci vengono offerte le ideologie del complotto; e grazie al cardinale Müller & soci, queste ideologie fanno il loro ingresso anche in Vaticano, nonostante Papa Francesco. Con esse si possono legittimare le proprie necessità e i propri interessi immediati: sia che si tratti della libertà di sviluppare il potere e lo splendore della Chiesa, dell'illusione nazionalista («paura significa tradimento») vista come libertà «del popolo», o che si tratti della libertà di poter approfittare delle offerte provenienti dall'industria del tempo libero e dell'intrattenimento.
Chiunque si opponga al de-confinamento diventa un nemico della libertà, un obiettore teorico e un ostruzionista scientifico. Innanzitutto, però, le esperienze negative possono essere attribuite a dei colpevoli identificabili. Chiunque intenda procedere contro di loro per diffamazione, minaccia o perfino violenza oramai non deve più sentirsi impotente, ma può dimostrare il suo potere virile e la sua capacità di azione. Così ciò che rimane è l'autoaffermazione maschile - clericale e profana. In essa, quelli che sono i ruoli e le competenze si sono modificati. Ora è forte chi esce dal confinamento, debole è chi esita. Coraggioso è colui che si espone ai pericoli o che li nega. Paurosi, e allo stesso tempo privi di qualsiasi solidarietà, sono invece quelli che, di fronte ai diffusi sconfinamenti, si preoccupano della loro salute.
Il «soggetto autonomo», sotto la coazione dell'autoaffermazione virile, va di fuori e impazzisce - arrivando all'«Amok» e all'autodistruzione. Ed è qui che si vede il risultato finale di che cosa consista il «soggetto autonomo» maschile. Sotto la coazione ad affermarsi, ma non riuscendo più a farlo in quelle che sono le condizioni capitalistiche di crisi, e come atto finale di una disperata autoaffermazione, viene spinto alla distruzione. Attila Hildmann, l'imprenditore gastronomico fantasista della cospirazione, si è molto avvicinato al fenomeno «Amok», nel momento in cui ha detto: «Se dovrò morire in quella che è la lotta per la nostra libertà, allora che avvenga con una pistola in pugno e con la testa alta.» La volontà di morire diventa un'espressione della possibilità che gli rimane di presentarsi e mettersi in scena in quanto soggetto autonomo maschile, e nel caso, anche di «portare con me alcuni dei miei nemici».

- Herbert Böttcher - Pubblicato il  27.05.2020 su Exit! - 

fonte: Exit!

giovedì 9 febbraio 2017

Mediocrità automatica

medio

«Non c’è stata nessuna presa della Bastiglia, niente di paragonabile all’incendio del Reichstag, e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato un solo colpo di cannone. Eppure di fatto l’assalto è avvenuto, ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere».
Così questo libro annuncia l’oggetto delle sue pagine: la presa del potere dei mediocri e l’instaurazione globale del loro regime, la mediocrazia, in ogni ambito della vita umana.
La trattazione che ne segue è una sorta di genealogia di questo evento che, nella prosa accattivante ed errabonda di Deneault, tocca campi differenti – dalla politica (affidata ormai al «centrismo» dei mediocri) all’economia, al sistema dell’educazione, alla stessa vita sociale – offrendo differenti modulazioni di questa forma di potere.
Tuttavia, per Deneault, l’avvento della mediocrazia è impensabile senza l’avvento dell’industrializzazione del lavoro – sia manuale che intellettuale – e, in particolare, della sua espressione ultima, quella «Corporate Religion», quella religione d’impresa che pretende, nella nostra epoca, di «unificare tutto» sotto la sua egida.
Oggi il termine «mediocrazia» designa standard professionali, protocolli di ricerca, processi di verifica attraverso i quali la religione d’impresa organizza il suo culto, quell’ordine grazie al quale «i mestieri cedono il posto a una serie di funzioni, le pratiche a precise tecniche, la competenza all’esecuzione pura e semplice». È il risultato di un lungo percorso che è cominciato quando il lavoro è diventato “forza-lavoro”, un’esecuzione, appunto, in virtù della quale è divenuto possibile «preparare i pasti in una lavorazione a catena senza essere nemmeno capaci di cucinare in casa propria, esporre al telefono ai clienti alcune direttive aziendali senza sapere di cosa si sta parlando, vendere libri e giornali senza neppure sfogliarli».
Il risultato è che oggi, nella società delle funzioni “tecniche” (“tecnica” qui designa, naturalmente il suo opposto, l’assenza totale, cioè, di téchne, di arte e perizia), per lavorare «bisogna saper far funzionare un determinato software, riempire un modulo senza storcere il naso, fare propria con naturalezza l’espressione “alti standard di qualità nella governance di società nel rispetto dei valori di eccellenza” e salutare opportunamente le persone giuste. Non serve altro. Non va fatto nient’altro». E per affacciarsi alla vita pubblica in ogni sua forma (diventare un parlamentare oppure un preside di facoltà universitaria) non occorre altro che occupare «il punto di mezzo, il centro, il momento medio elevato a programma» e abbracciare nozioni feticcio quali «provvedimenti equilibrati», «giusto centro» o «compromesso». Insomma, essere perfettamente, impeccabilmente mediocri.

(dal risvolto di copertina di: Alain Deneault: La mediocrazia, Neri Pozza)

La legione dei mediocri ha conquistato la stanza dei bottoni
- di Benedetto Vecchi -

C’è stato un indolore, sotterraneo – al limite del silenzioso – assalto al palazzo di inverno del potere globale. A compierlo non sono stati temibili orde di soldati, operai e contadini, bensì i mediocri. Sono loro ormai che governano il mondo, controllano che tutto proceda come dettato da impersonali algoritmi o asfittiche procedure burocratiche. È l’incipit del saggio La mediocrazia (Neri Pozza, pp. 239, euro 18) del filosofo Alain Deneault – francese per nascita e canadese per lavoro – attualmente docente all’università di Montreal. L’avvio è quello del pamphlet, ma solo dopo dieci pagine, l’andatura della scrittura abbandona il tono apodittico che contraddistingue questo tipo di libro e si inoltra su sentieri più impervi e dalla destinazione non prevedibile. Deneault, infatti, sostiene in quelle prime pagine una tesi non proprio sconvolgente spacciata come grande verità da opinion makers – immagine riflessa proprio della figura del mediocre -; eppure sembra arrendersi subito davanti alle difficoltà che incontra chi vuol invece offrire una lettura meno occasionale della mediocrità.
LA PRIMA DIFFICOLTÀ, in realtà, è una domanda: cosa è la mediocrità? Un modus operandi lo è sicuramente – azioni conformi allo status quo per legittimarlo e confermarlo -, ma è difficile qualificarlo come l’operare in assenza di intelligenza e di attitudine performativa, data la capacità di tenuta, nonostante la sua crisi permanente, del modo di produzione – il capitalismo – basato appunto sui «mediocri». Dunque la risposta è incerta, spinosa da definire rigorosamente. Un comportamento può essere considerato mediocre sempre a posteriori, nelle sue conseguenze, non quando si manifesta. Un po’ come accade al suo fratello gemello, la creatività. Quindi serve una prima approssimazione. E se la creatività è la soluzione originale a un problema noto, la mediocrità è la riproposizione, l’aggiustamento di soluzioni note e consolidate ai problemi ricorrenti del vivere in società.
LA MEDIOCRITÀ è dunque la ripetizione del sempre uguale che garantisce tuttavia stabilità e riproduzione semplice dei rapporti sociali e di potere. In altri termini, è un modo di essere che si colloca tra soluzioni creative e soluzioni distruttive. Nella mediocrità non c’è infatti innovazione, né distruzione creativa, momento propedeutico non solo allo sviluppo economico ma anche di quello sociale. Inoltre, la mediocrità non va confusa con la media, fenomeno aritmetico di comportamenti diversificati. L’attitudine mediocre ha bisogno di un surplus di elaborazione intellettuale. Non è quindi l’esito di una semplice applicazione di procedure standard. Il buon mediocre affronta le variazioni, gli imprevisti, lo scarto tra realtà e procedure burocratiche e si adopera per annullarlo.Tutti elementi che sconfessano l’idea consolidata dei mediocri come incapaci di autonomia. Semmai emerge la diffusione virale di tante passioni tristi all’opera. Il contraltare di altrettante energie diffuse nelle scelte mediocri è infatti costituito da frustrazioni, depressioni, aggressività. E questo colpisce sia i mediocri che le vittime sacrificali della mediocrità.
C’è però in Alain Deneault una sorta di adesione all’invito di Max Weber quando sosteneva che i fatti sociali vanno descritti oggettivamente, senza far trapelare il «sistema valoriale» dell’osservatore, con lo scopo di comprendere il legame tra mediocrità e riproduzione semplice e allargata dello status quo, cioè dei rapporti sociali dominanti. Non è dunque un caso che l’università sia il campo di indagine preferito dal filosofo francese. Le scalate professionali, i rapporti di vassallaggio dominanti, la messa ai margini di chi si discosta dall’ordine del discorso dominante sono l’alfa e l’omega dei mediocri dentro l’università. Sono soggetti che lavorano duramente per mantenere intatto il proprio potere e l’ordine costituito, facendo appello a criteri di valutazione stilati in nome dell’alter ego della mediocrità: la meritocrazia.
L’INFLAZIONE DI SAGGI, monografie, articoli è finalizzata sia all’autopromozione che all’emersione della deferenza del valvassino al valvassore, nel rispetto di una gerarchia dal forte sapore feduale in cui l’affiliazione a questo o quel gruppo accademico segue le linee del lavoro servile. Il conformismo e l’emarginazione degli «eccentrici» hanno inoltre un potente dispositivo messo in campo: la precarietà e la gestione di risorse economiche e finanziarie ridotte nel corso del tempo dalle politiche di austerità. La stessa dinamica avviene nell’industria culturale e nei media. E nelle grandi imprese.
Ed è quando affronta l’«economico» che l’autore indica nella mediocrità il comportamento sollecitato dai cantori del libero mercato e dell’individuo proprietario. I mediocri hanno sì un forte spirito gregario (tendono a frequentare i propri simili) che all’unisono esaltano l’individualismo e il darwinismo sociale che potrebbe trasformarli presto in vittime.
Dunque i mediocri avranno pure avuto accesso alle stanze del potere, ma questo è esercitato in luoghi e contesti dove mediocrità, meritocrazia, innovazione hanno altre declinazioni da quelle emergenti nella discussione pubblica.
Il potere vero, quello che rimane nell’ombra, almeno in questo saggio sta nell’automatismo della riproposizione dei rapporti sociali dominanti, un mondo a parte rispetto quello dei pretoriani della mediocrità. È etereo, anche se facile da nominare – il libero mercato – e fatto proprio sia dalla destra che dalla sinistra politica. Al massimo si possono citare le sue manifestazioni triviali, la mediocrità appunto, ma non la possibilità di dare corpo e sostanza al rivoluzionamento della sua base materiale e intellettuale.
PER DENEAULT, la mediocrità regna dunque sovrana. Viene però rimossa la possibilità di spazzarla via. Ma di questo l’autore non scrive. Preferisce considerare la sovversione della mediocrità un non detto. Che tale deve rimanere. In fondo, meglio un mondo di mediocri che cominciare a usare la materia grigia per privilegiare l’eterodossia, la rottura dei codici dominanti, l’istituzione di altre forme del vivere, dove il libero sviluppo del singolo può avvenire solo se c’è la possibilità dello sviluppo di tutti.

- Benedetto Vecchi - Pubblicato sul Manifesto il 1° febbraio 2017 -

martedì 12 maggio 2015

L'amore ai tempi di Facebook

Strana cosa l'amore. Ti fa fare di tutto, ed anche il contrario di tutto. Può portarti a spaccare una vetrina o ad incendiare un'automobile, allo stesso modo in cui ti può portare a cancellare le scritte sui muri o a fare la raccolta differenziata. In fondo, è sempre banale l'amore, richiede sempre attenzione. Vuole essere saputo, e vuol far sapere. Guarda che io ti amo, dice. Prendine nota! Oppure, prendi nota del fatto che non ti amo, non ti amo più, forse non ti ho mai amato. Che è poi la stessa cosa.
Così, quando giorni fa, rispetto alle reazioni amorose seguite alla distruzione amorosa del centro di Milano, ho voluto amorevolmente provvedere a rimuovere dai miei "contatti" (sì, lo so che si dice "amicizie", su fb, ma tant'è che ancora riesco a distinguere) quei "profili" che non avevano ottemperato al mio l'invito a rimuovermi a loro volta, considerata la mancanza di corrispondenza di amorosi sensi circa i fatti appena avvenuti, non pensavo che la cosa avrebbe avuto uno strascico. Del resto, "che male fa chi se ne va?", cantava Paolo Conte!
Avevo scritto che ritenevo coloro che si sentivano privati del loro diritto al "dissenso", a causa della critica delle strutture urbane e di trasporto, identici in tutto e per tutto a coloro che si sentivano privati del loro diritto al "lavoro", a causa dei migranti che sbarcano sulla sponda nord del Mediterraneo. Ora, a dirla tutta, non ritengo affatto doveroso, o foriero di chissà quali aperture di orizzonti, il comportamento di chi - magari adducendo il teorema di Brecht a proposito del grimaldello e del titolo bancario - ritiene conseguente dare il suo contributo annichilente alla critica della realtà (ivi compreso il politicismo delle passeggiate imbandierate), e non mi ci vedo vestito di nero a prendere a picconate lo schermo di un bancomat, allo stesso modo in cui, al posto dei migranti, non credo che rischierei il mare sui barconi. Ma ciò non toglie che se qualcuno ritiene di doverlo fare, e spaccare ed imbarcarsi, non mi pongo rispetto ai fatti brandendo con disinvoltura il rasoio di Occam del presunto "interesse" di una qualche categoria, cui idealmente o meno dovrei appartenere o sodalizzare. Gli interessi dei proletari e dei precari, ho sentito dire, per non parlare dell'automobile del disabile incendiata; come se la pietas per il disabile, velandoci gli occhi col pianto, dovesse naturalmente ascrivere il "disgraziato" alle "nobili" classi e categorie di cui sopra, e portarci ad auspicare che non venga privato del suo prezioso mezzo che magari potrebbe aiutarlo nella feroce concorrenza per vendere la propria forza lavoro da disabile.
Ma cosa dovrei dire a queste anime belle della "lotta di classe"? A questi contabili della partita doppia maoista della contraddizioni interne e di quelle esterne al popolo? A questi maestri del materialismo storico orfani della disciplina di partito e della sua cattiva coscienza?
Niente, ovviamente, ragion per cui ho creduto che privarmi dei loro "thread" fatti di immanenza e di analisi politicista fosse un bene sia per me che per loro. Come dire, non-amici come prima.
Mal me ne incolse! Pronta, da parte di uno di loro (che fantasmagoricamente appellerò "Marcello"), è arrivata la reiterata richiesta di amicizia, accompagnata da un "messaggio" in cui testualmente mi si interrogava: "che è successo che mi hai cancellato? non credo che tu gradisca solo le opinioni-fotocopia, almeno lo spero".
No, rispondo io - che con chi non è un amico, non importa esser maleducato - dico, guarda che è proprio il fatto che quello che non gradisco sono le "opinioni-fotocopia" (ho evitato volutamente il termine "velina"). Ché se voglio leggermi un pezzo sul "rolex", preferisco leggerlo da un giornalista di Repubblica o de Il Fatto, e non fra i miei "contatti". Poi ho cercato di chiudere il rapporto amoroso - cosa che è sempre difficile - sottolineando il fatto che il mio "profilo" era un profilo aperto, e che quindi consente a chiunque voglia interloquire, di farlo.
Apriti cielo! La successiva, e definitiva risposta, di "Marcello" che iniziava con una risata quasi lugubre, "ahahaahahah", arrivava puntuale come una buona coltellata, dal basso verso l'alto. Sarei "paranoico, autoreferenziale", privo della volontà di dialettizzarmi (per un attimo ho intravvisto il fantasma di Hegel in agguato) e privo di curiosità (!!!) e anche della "logica del dubbio metodico" (??!!??). Non mancava, poi, ovviamente, la retorica del "fra compagni" e del "non temere le posizioni altrui, se si è sicuri delle proprie", senza trascurare la complice strizzatina d'occhio del "siamo abbastanza vecchi per averne fatte tante", subito stemperata dall'immancabile medaglietta del "almeno credo anche tu". Insomma, è il mio "bisogno di riconoscimento" (che poi sarebbe "di riconoscermi") nelle posizioni altrui. Naturalmente, non c'è voluto molto, leggendo l'addio di "Marcello", prima che venissi a conoscenza del fatto che lui è "un proletario" e che di me non lo sa. E' a questo punto che viene portato a segno l'attacco, quasi il colpo segreto, il peggiore. "Anche tu dovresti essere assimilato ad un rossobruno". Pazzesco. Avevo sempre pensato che il rischio fosse quello di beccarmi di "filo-sionista" o di "filo-americano". E invece no, avrei fatto delle sparate rossobrune. Almeno, dice così "Marcello", il quale asserisce di averle ogni tanto lette. Vabbé, se lo dice "Marcello" che è ... uomo d'onore e che, soprattutto, mi ama. Del resto, se non mi amasse, perché mai dovrebbe, alla fine darmi un consiglio? Considerato anche che è sicurò che non l'ascolterò. Regalare un consiglio sicuramente inascoltato; questo sì che è amore!!!
Il consiglio è quello di andare a "cercarmi il nemico" dove davvero starebbe: fra i fascisti, i piccoloborghesi, i razzisti. E che gli dico a "Marcello"?!? Gli parlo di soggetto automatico e del feticismo della merce, del lavoro, del denaro? Gli dico che il nemico è il capitalismo, e che il problema non sono affatto quelli che ha nominato, i quali perseguono i medesimi interessi che in fondo persegue lui, e quelli i cui interessi lui vorrebbe difendere, interessi che sono gli stessi dei fascisti, dei piccolo borghesi e dei razzisti. Che quelli che dice lui, ed altri, hanno la responsabilità della sofferenza e del dolore, certo, e ci sono cose che si pagano, che si devono pagare. Ma non sono loro il "nemico", e quindi i miei nemici non sono i suoi nemici. Ma a che servirebbe dirglielo? Dovrei togliergli il nemico, dopo che gli ho tolto l'amore (per non parlare dell'automobile)?!? Non sia mai!
Del resto "Marcello" è gentile con me. Mi lascia, facendomi "un grande in bocca al lupo", e salutandomi senza dispiacere, perché sono uno che fa "il presuntuoso che apprezza i like ma leva i contatti quando non approva più le cose che quelli che mettevano i like ogni tanto dicono." Ovviamente, detto questo, ritira la sua nuova "richiesta di amicizia" e mi "blocca", di modo che io e lui non ci si possa più vedere a vicenda su facebook, e, ovviamente, di modo che io non possa più rispondere al suo "ultimo messaggio" d'amore. Aveva ragione Gaber, quando diceva: "Mi ha lasciato. L'ha fatto cinque minuti prima che la lasciassi io. L'avrei ammazzata!"

martedì 24 giugno 2014

Sangue e Pus

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Sanguinante e purulento da tutti i pori
di Robert Kurz

Nessun ordine sociale ha provocato in tutta la sua storia così tante guerre, guerre così estese e devastatrici, di quanto abbia fatto il capitalismo con la sua meravigliosa modernità. Nessun ordine sociale ha attirato su una così grande parte dell'umanità così tanta miseria materiale, producendo, allo stesso tempo, una ricchezza così notevole [Kurz distingue qui la ricchezza materiale dalla ricchezza sociale storicamente specifica al capitalismo, cioè il valore]. Parimenti, non è mai esistito un sistema sociale capace di condurre l'umanità più vicino alla distruzione delle sue infrastrutture naturali sul scala planetaria. Mai gli uomini sono stati più socializzati, intrattenendo tra di loro dei rapporti di dipendenza, di ripartizione delle funzioni e di mediazione mondiale, e mai gli individui sociali sono stati così atomizzati nelle loro strutture e mai si sono considerati l'un l'altro con così tanta indifferenza, come monadi astratte degli interessi.
Queste non sono né tesi né affermazioni che devono essere provate. Tutte queste manifestazioni negative, distruttrici e catastrofiche, sono visibili nella loro innegabile evidenza storica e strutturale. Questo non impedisce ai tranquilli apologeti democratici del capitalismo, come criminali recidivi, di contestare perfino ciò che è stato provato mille volte, e che è stato riconosciuto come evidente. Al giorno d'oggi, nei centri mondiali del "soggetto automatico" [che è il capitale], appartiene al senso comune di politici, scienziati, economisti e redattori di articoli bisbigliare continuamente, e con notevole ignoranza, le parole "civiltà" e "civilizzazione" alla vista delle masse dei poveri del mondo intero, dei paesi economicamente in rovina, dei continenti contaminati, delle riserve naturali in via d'esaurimento e dei rapporti competitivi da bestie feroci.
Il capitalismo nega la sua propria storia, le devastazioni causate dai suoi "rischi ed effetti secondari" quotidiani, il suo potenziale di pauperizzazione e di distruzione. Proietta la sua propria natura negativa su un "esterno" immaginario di dittature, di abissi amorali dell'anima umana e di malignità soggettiva; fenomeni, dei quali dice che gli sono estranei, ma che in realtà continuano ad uscire dal suo seno. Dice che tutto ciò che in questo pianeta c'è di povertà, di miseria, di violenza, non è mai dovuto a troppo, ma a troppo poco capitalismo - ecco l'infame deformazione dei fatti. Anche in materia di menzogna, d'impudenza, e pure di auto-inganno, l'ordine capitalista è storicamente imbattibile. Il capitalismo batte il record mondiale, il record storico ed il record umano di crisi, di distruzioni e di guerre sociali - esso è per Borges, la vera "storia universale dell'infamia".
La "civiltà del denaro" è una contraddizione in sé, perché il potere delle cose morte sotto forma di soggetto automatico materializzato non può affatto creare una civiltà umana e sociale. L'essenziale di quel che emana dalle istituzioni e dai mandarini del capitale sotto forma di moralità di facciata, regolamentazioni astratte e divieti permanenti che esortano al rispetto reciproco, alla dignità umana e alla gentilezza ecc. proviene dalla religiosità delle società agrarie premoderne; come ha mostrato acutamente Marx, la religiosità, con il capitalismo, è diventata  un affare personale che non vincola in nessun modo. Nel capitalismo l'uomo dev'essere buono, non a causa, ma nonostante l'ordine sociale strutturale che si basa sulla più vile concorrenza, quella di tutti contro tutti. Gli ideali che il capitalismo ha evidenziato, come la libertà individuale e la sovranità della ragione umana, sono sempre stati una compilazione di formule pompose che servono a designare il "libero" nell'ambito di quella lacerazione che consegna gli esseri umani alla concorrenza economica odiosa e alla "libertà dell'uomo solvibile", da una parte, e all'autosottomissione senza condizioni alle pseudo leggi naturali concrete del soggetto automatico, dall'altra - quindi esattamente il contrario della libertà, della ragione e della sovranità.
L'uomo capitalista è stato affrancato dalla strettezza e dai vincoli degli ordini agrari e religiosi, consanguinei ed altri, non positivamente, ma negativamente: cioè come soggetto astratto e disinibito di una lotta permanente, alimentata artificialmente, per la sopravvivenza sociale. Una socializzazione così potente, basata sull'insocievolezza dei suoi membri, reca necessariamente nella sua propria struttura un potenziale di barbarie. Per ironia della sorte, gli imperi occidentali del capitale hanno preso in prestito dall'antichità, l'idea di barbarie e di barbaro, per denunciare, come gli arroganti imperi di una volta, qualsiasi carattere sociale che non corrispondesse alla loro natura, per distanziarsene. Però, il capitalismo supera di gran lunga in crudeltà, in disumanizzazione e, allo stesso tempo, in infantilismo, tutte le culture dell'età della pietra, dei popoli cosiddetti primitivi, delle tribù e tutti i grandi re e re-divinità della storia.
E cosa avrebbe detto Marx di questa tirata? Il Marx essoterico [quello del marxismo] si sarebbe coperto il volto con le mani e avrebbe invocato - ancora una volta - quell'istanza inventata per la prima volta dalla filosofia borghese dei Lumi e dal liberalismo: la "necessità storica". "Noi gustiamo il nettare nel cranio dei vinti". Questo progresso realizzato calpestando campi di rovine e di cadaveri, questo progresso che oggi si ricomincia a chiamare - fino al punto di essere moralmente disgustoso - il "prezzo sociale inevitabile della modernizzazione", deve essere pagato, se possibile, da "gli altri", quali che siano. Ancora una volta, di fronte a questa grande festa borghese della mitologia del progresso, il Marx esoterico si contrappone al teorico essoterico della modernizzazione, non lasciandosi per niente accecare da una pretesa ineluttabilità storica, denunciando senza risparmiarsi la detestabile barbarie del capitalismo.
Se si prende sul serio questa critica della barbarie capitalista che traspare in Marx attraverso l'indignazione storica nonché attraverso l'analisi del concetto di feticismo moderno, questo sistema capitalista di produzione di merci (fine in sé) non appare più come una tappa inevitabile, anche se rimane una tappa negativa e distruttrice e appare come la sola forma possibile di sviluppo delle forze produttive nel processo storico teleologico. Ora però che appare come un errore evolutivo o come un grave incidente della storia, il peggiore che si possa immaginare, il superamento del capitalismo allora non è più il coronamento della storia del progresso e, quindi, il culmine della mitologia della storia dell'illuminismo, liberale e borghese nelle sue proprie categorie (fra le quali c'è il completamento del prossimo stadio più elevato "oggettivamente" atteso, secondo le leggi storiche astratte), ma piuttosto, in qualche modo, sarebbe come azionare il freno d'emergenza, metafora che si ritrova nella filosofia della storia, negativa, di Walter Benjamin.
Tuttavia, in questo giudizio del principio storico indiretto del capitalismo, una cosa viene esclusa dal Marx esoterico: la trasfigurazione romantica, e letterariamente reazionaria, delle società agrarie pre-capitaliste con le loro strutture di dipendenza personale e con le loro forme di feticismo sociale trasmesso per mezzo della religione. Su un tale punto, il Marx essoterico con la sua eredità liberale agisce come correttivo che impedisce alla critica del capitalismo di cadere nell'irrazionalismo romantico e soprattutto autoritario. Si può dire solo una cosa: un proseguimento - forse più lento, ma più circospetto - dello sviluppo delle forze produttive, come aveva già avuto luogo precedentemente al capitalismo, non avrebbe avuto forzatamente bisogno della logica demente di un capitalismo in quanto fine in sé; le numerose battaglie difensive sociali dei tempi moderni avrebbero potuto, in linea di principio, orientare la storia in un'altra direzione. La vittoria del "fattuale" vincente per forza - che ci preoccupa - non è un argomento contro una possibilità alternativa che non ha mai potuto concretizzarsi e che è ancora inedita nel fattuale della storia. Certo, la ruota del tempo non può e non dev'essere invertita, ma forse bisogna rifiutare ogni legittimità sorica del capitalismo, negare totalmente il preteso progresso che ci sarebbe stato comunque, per potersene sbarazzare per sempre.
L'avvento del capitalismo fu ben lungi dall'essere idilliaco, filantropico e pacifico. E' questo che ci mostra Marx nel celebre capitolo del "Capitale" su quello che egli chiama "l'accumulazione primitiva", che precede il modo di produzione capitalista a partire dal XVI secolo e che crea le condizioni della sua comparsa. Lontano dalla mitologia ufficiale, oggi ancora in vigore, di un capitalismo nato da un'estensione pacifica e amichevole del commercio e della circolazione del denaro, "che favoriva la prosperità", Marx disegna un'immagine completamente opposta: quella della storia violenta, sanguinosa e crudele di uomini separati dai loro mezzi di produzione, dell'espulsione della popolazione contadina cacciata letteralmente dalle proprie case e dalle loro fattorie per essere trasformati in "poveri" sradicati e, infine, in operai salariati potenzialmente "liberi".
La storia della costituzione del capitale è fatta dei crimini perpetrati al fine di potersi costituire. E' qui che si trova il nucleo della violenza della società moderna. Non è scomparsa con le democrazie della fine del XX secolo e continua ad esistere nell'amministrazione democratica degli uomini, assicurata in ultima istanza dalla forza dello Stato. Il compito essenziale di questa amministrazione consiste nel mantenere gli individui separati dai mezzi di produzione da lungo tempo socializzati e a conferire al capitale il suo aspetto oggettivo. E questo crimine originale capitalista, come "congelato" in questa oggettivizzazione, si perpetua ancora oggi, giorno dopo giorno, nelle grandi regioni della periferia capitalista, nel "far sud" e nel "far est" del capitale mondiale. Questa violenza immediata e palese dell'accumulazione primitiva proliferante costituisce il primo livello della barbarie capitalista. Il secondo livello è determinato dalla barbarie strutturale del capitalismo nel suo corso "normale" delle cose, sul terreno della sua situazione già consolidata ed interiorizzata. Questa barbarie strutturale da una parte nasce indirettamente e involontariamente dalla concorrenza cieca dei mercati e dalla razionalità della gestione d'impresa, essa è la conseguenza dei rischi e degli effetti secondari legati alla lotta concorrenziale universale e permanente. Ogni giorno ci sono masse di persone che soffrono privazioni per la sola ragione che la loro esistenza non è interessante per i mercati. La fame e la miseria, malgrado una riserva mai raggiunta prima di mezzi di produzione, di mezzi tecnici, mezzi sanitari ed altro, sono di una barbarie tanto più atroce quanto più manca un colpevole. D'altra parte, questa barbarie strutturale ha anche un aspetto soggettivo: è quello della delinquenza legale (per esempio, il lavoro minorile rimane accettato nel capitalismo mondiale, ed è perfino riapparso nei centri industriali) come quello della mescolanza fra capitalismo e crimine organizzato. Una tendenza che non ha smesso di crescere nel corso della storia e che sembra aver raggiunto oggi un punto culminante. Per aver fatto del "sempre più", l'essenza dell'aspirazione umana e della concorrenza di tutti contro tutti, una situazione normale, il capitalismo non può fare altro che incoraggiare e far prosperare il crimine, quale che sia.
Il terzo livello della barbarie capitalista è costituito da quello che si chiama , dalla fine del XIX secolo, "stato d'eccezione", "stato d'assedio" o "stato d'urgenza". Un tal sistema feticista paranoide non cessa di causare crisi e catastrofi, scoppi sociali, violenti conflitti interni ed esterni, ecc., è periodicamente obbligato ad esteriorizzare il suo nucleo di violenza e di manifestarlo. Allora, quando si attacca la sostanza, quando si attacca o si pretende di attaccare il modo di produzione capitalista stesso, i pilastri capitalisti della società, cioè a dire i notabili borghesi, non conoscono più né limite né pietà. Si trasformano in bestie feroci fino a calpestare ogni moralità, perfino la loro legge. Pinochet rappresenta il liberalismo in stato d'eccezione, dunque il suo vero volto. Questa storia della barbarie capitalista in stato d'eccezione o di crisi è stata, fino ad oggi, così spesso giocata che difficilmente ci si può aspettare altro dal futuro. Non ci consola molto vedere regolarmente le colonne della società, le élite di funzione del capitalismo, cannibalizzati allo stesso modo dagli spiriti che hanno invocato. Ma questi "fanatici della valorizzazione del valore" preferiscono lasciarsi massacrare dai demoni piuttosto che mettere in discussione la loro cecità sociale.
Tutto questo pone naturalmente il problema della responsabilità. La concezione semplice del mondo propria del marxismo del movimento operaio, distingueva ancora nettamente il "noi" e "gli altri", il "bene" a priori ed il "male" a priori in quello che volevano le classi sociali. Ma se il complesso comune costituito dal lavoro astratto, dalla forma merce, dalla cittadinanza, ecc. entra nel campo della critica, dove si trova allora la responsabilità? Si può ritenere, un insieme di strutture cieche, si può ritenere il soggetto automatico responsabile di qualche cosa, anche se si tratta del peggiore dei crimini? Inversamente: se alla fine la barbarie capitalista, in ultima analisi, è presente nei meccanismi silenziosi della concorrenza, le concussioni del manager senza scrupoli, del politico corrotto, del burocrate chiamato a gestire la crisi, del macellaio contaminato dal sangue dello stato d'eccezione, non sono forse allora tutti loro giustificati, in un certo qual modo, dal fatto di essere sempre e comunque condizionati e spinti dalle leggi strutturali della "seconda natura"?
Un simile argomentare dimentica che la nozione del soggetto automatico è una metafora paradossale per un rapporto sociale paradossale. Il soggetto automatico non è affatto un'esistenza separata che si trova al di fuori, da qualche parte, ma è la sfera d'influenza sociale che obbliga gli uomini a subordinare il loro proprio agire all'automatismo del denaro capitalizzato. Ma non sono sempre gli individui ad agire? La concorrenza, la lotta per una sopravvivenza suscitata artificialmente, le crisi, ecc. rendono manifesta la forza della barbarie. Tuttavia, in pratica, è necessario che questa barbarie sia protagonizzata da attori umani, quindi che essa passi attraverso la loro coscienza. Ecco perché gli individui sono soggettivamente responsabili delle loro azioni, tanto il manager ed il politico, quanto, dall'altra parte, il disoccupato razzista e la ragazza madre antisemita.
Ogni giorno bisogna superare l'enorme potenziale di paura e di minaccia che pesa su questa società. Ad ogni istante, gli individui prendono delle decisioni che non sono mai completamente prive di alternativa - né sulla piccola scala della vita quotidiana né sulla grande scala della società e della storia. Nessuno è solo una marionetta senza volontà, tutti devono liberarsi da contraddizioni impressionanti, dall'angoscia e dall'ansia derivanti da questa morsa di paura. Non c'è niente di assurdo nel concentrare l'indispensabile critica della società a livello di strutture sociali generali, sul lavoro astratto e sul soggetto automatico, ma, allo stesso tempo, bisogna rendere gli individui agenti, responsabili delle loro azioni, anche se il loro statuto sociale conferisce loro uno stato di irresponsabilità.
Marx ha evocato tutti i livelli della barbarie capitalista. Ma è solo il Marx esoterico, quello che associa la critica categorica delle forme sociali capitaliste all'indignazione provocata dagli atti di barbarie e che accusa con rara violenza i responsabili, a rendere così allarmante la sua lettura.
Infatti, è lì che ci rendiamo conto, con inquietudine, di che cosa sia il capitale, in quanto non è solamente un semplice rapporto soggettivo di volontà che, per il suo carattere di feticcio irrazionale, genera la cattiva volontà - l'irresponsabilità dei responsabili e la responsabilità degli irresponsabili.

- Robert Kurz -

(Estratto dall'introduzione al capitolo IV di "Lire Marx. Les textes les plus importants de Karl Marx pour le XXI e siècle. Choisis et commentés par Robert Kurz)

fonte: Critique Radicale de la Valeur