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lunedì 15 gennaio 2024

Riesumare il Cadavere di Dio…

«Benché le ideologie politiche pseudo-"de-coloniali", così come i fondamentalisti musulmani e indù, similmente ai loro fratelli cristiani e animisti, facciano tutti riferimento a delle motivazioni religiose che sarebbero precedenti al processo di occidentalizzazione, in realtà, ciò che costituisce l'essenza di questi movimenti non risiede affatto nella diversità di presunte religioni che sarebbero state... riscoperte, ma abbiamo piuttosto a che fare con un tentativo di deviazione, attuato secondo quelle ideologie identitarie a cui vengono assoggettate le diverse tradizioni religiose, indipendentemente da quale sia stato il loro significato tradizionale. Ragion per cui, tolte dal contesto nel quale sono nate, ecco che le confessioni religiose si trasformano in qualcosa di strutturalmente diverso rispetto alla religiosità tramandata: ossia, si trasforma in religionismo, un fenomeno assolutamente proprio e specifico della società del valore. Si tratta di reinventare da cima a fondo dei temi religiosi, in modo da poterli così integrarli in un quadro di riferimento del tutto nuovo, vale a dire, in una forma di produzione identitaria che viene adattata alle condizioni che sono tipiche dell'epoca della globalizzazione. Allora, le comunità immaginarie, storicamente potenti nel contesto dell'ascesa del capitalismo, stavano già assumendo una funzione di integrazione repressiva e pertanto partecipavano, sia ideologicamente che in termini di politica identitaria, alla formazione di quelle che si configuravano come società del lavoro formattate in termini di economie nazionali. Al contrario, le comunità religiose immaginarie odierne prosperano trasformando il processo globale di disintegrazione in un'ideologia e in una politica identitarie. Così facendo, sono esse stesse ad accelerare il processo di disintegrazione e di autodistruzione del sistema della società del valore.» (Ernst Lohoff)

La tesi principale de "L'esumazione di Dio", è che il cosiddetto scontro di civiltà, è in realtà un conflitto di identità e di cultura che si svolge nel contesto della società capitalistica globale. Questo nuovo tema segna una svolta storica nel corso della quale - dopo la fase neoliberale e il suo pronunciato culto dell'individualismo -  ora, anche in Occidente, il pendolo della storia sta ora oscillando nell'altra direzione, riaffermando così la posizione dominante di tutte quelle identità collettive che un tempo accompagnarono la storia dell'affermazione del capitalismo. Ma nell'epoca del capitalismo in crisi, a essere al centro del culturalismo contemporaneo non si trova più soltanto la nazione: a segnare una nuova tappa nella crisi della società del valore, per quel che riguarda la produzione di identità collettive, troviamo ora il passaggio dalla comunità immaginaria della nazione alle comunità religiose immaginarie; vale a dire, il religionismo nelle sue varie forme induiste, cristiane e islamiche. E in questo senso, le varie espressioni dell'islamismo contemporaneo non rappresentano una ricaduta nelle forme tradizionali di religiosità, ma costituiscono una forma - assai moderna e specifica - di pseudo-religiosità, la quale trova le sue cause nei sintomi dovuti alla decomposizione della società capitalistica globale.

Groupe Krisis – Karl-Heinz Lewed, Ernst Lohoff e Norbert Trenkle - "L’Exhumation des dieux. Pour une théorie critique de l’islamisme et du fondamentalisme des «valeurs occidentales» à l’ère du capitalisme de crise", Albi, Crise & Critique, 2021

fonte: Palim Psao

lunedì 11 aprile 2022

Falso Fronte !!

Falso Fronte
- Per opporsi al putinismo è necessario un nuovo universalismo emancipatore -
di Norbert Trenkle

L'invasione dell'Ucraina si colloca in un'offensiva su larga scala da parte di un regime autoritario guidato dalla bieca convinzione di dover ridisegnare a propria immagine tutto l'intero ordine mondiale. Tale offensiva è diretta non solo contro un paese, ma contro tutto ciò che, agli occhi di Putin e dei suoi seguaci, incarna «l'Occidente degenerato». Ciò include, in particolare, la «decadenza sessuale», vale a dire l'omosessualità e la cosiddetta ideologia gender, così come la presunta dissoluzione dei «valori culturali tradizionali». Alla base di tutto questo, c'è un'ideologia apertamente fascista, come ha giustamente sottolineato il sociologo moscovita Greg Yudin.
Quando si tratta della lotta per l'emancipazione sociale, dovrebbe essere ovvio opporsi al regime di Putin. Allo stesso tempo, tuttavia, questo rischia di collocare i sostenitori dell'emancipazione nella medesima categoria di coloro che equiparano la lotta contro l'autoritarismo a una difesa dei cosiddetti valori universali di democrazia, libertà ed economia di mercato. Ciò è problematico, e non solo perché un simile fronte unito include anche quelle forze che non sono esenti da tendenze antidemocratiche, ma anche perché nasconde come nei fatti il così tanto decantato universalismo sia ormai da tempo screditato dalla sua stessa cruda e orribile realtà; essendo uno dei fattori essenziali che contribuiscono all'offensiva globale dell'autoritarismo.
I valori liberaldemocratici, sono universali solo sul piano di un appello del tutto astratto. Dove, comunque, la loro base materiale - una società che si basa sulla produzione di merci - poggia su quelle che sono delle esclusioni sistematiche e sulla divisione della società in vincitori e perdenti. Pertanto, questa realtà materiale smentisce invariabilmente qualsiasi pretesa astratta di universalismo. La società produttrice di merci è, infatti, universale, ma solo nel senso che la sua dinamica sociale schiacciante e onnicomprensiva è riuscita a imporsi sull'intero pianeta. Inoltre, allo stesso tempo, si tratta di un universale che, in qualsivoglia senso positivo, è reale solo per una minoranza distintamente particolare: solo una porzione relativamente piccola della popolazione mondiale può, sotto i dettami della produzione di merci, vivere qualcosa che assomigli a una vita ragionevolmente adeguata e sicura, e perfino godere anche del più rudimentale accesso a ciò che viene promesso in qualsiasi Carta dei diritti umani. E questo stile di vita strettamente minoritario, tutt'altro che universale, poggia contemporaneamente sul saccheggio spietato delle risorse naturali del mondo.

Intrapreso sulla scia della cesura del 1989, il tentativo di stabilire un cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale sotto l'egida della democrazia e dell'economia di libero mercato, era di per sé destinato a portare al disastro. Una volta che i progetti di una modernizzazione statale-capitalistica di recupero - che era stata condotta sotto gli auspici ideologici del socialismo - erano falliti, la conseguente offensiva neoliberale degli anni '90 lasciava, a sua volta, una scia di devastazione in ampie parti del mondo. Sulle rovine di questi tentativi falliti di modernizzazione, sono sorti regimi cleptocratici e autoritari i quali, spesso insieme a movimenti religiosi fondamentalisti, hanno contribuito anche loro alla progressiva disintegrazione delle società cui avevano fornito il loro terreno iniziale. Quando le tendenze scatenate da queste società effettivamente fallite, sono diventate troppo minacciose per gli interessi dei potenti stati occidentali, il risultato è stato l'intervento militare diretto. Ma questo il più delle volte non ha fatto altro che peggiorare la situazione: si veda, soprattutto, l'invasione statunitense dell'Iraq del 2003, che ha solo devastato ulteriormente un paese già martoriato, destabilizzando l'intera regione e facendola precipitare in uno stato di guerra ancora più prolungato.
Anche il regime di Putin è emerso in quanto risultato della disastrosa trasformazione neoliberale e radicale del mercato della Russia, però con la significativa differenza che esso è riuscito a ripristinare una relativa stabilità nel paese. Putin è stato in grado di contare su forze significative all'interno degli apparati di sicurezza e militari, ed è riuscito in gran parte a portare sotto il suo controllo i cosiddetti oligarchi russi, i quali si erano arricchiti a dismisura nel corso delle privatizzazioni selvagge degli anni '90. Anche se a questi oligarchi è stato permesso di continuare a fare affari, essi hanno dovuto riconoscere l'autorità dello Stato, e a cedere parte dei loro profitti al fine di produrre legittimità per il regime. Con l'aumento dei prezzi dell'energia, i salari nel grande settore statale avrebbero potuto ancora una volta essere pagati in tempo, così come sarebbe stato con le pensioni e con alcuni trasferimenti sociali. Le infrastrutture sono state modernizzate, quanto meno nei centri abitati della Russia. Ciò spiega la durevole popolarità ottenuta da Putin; che egli si è assicurato sopprimendo l'opposizione e intraprendendo una ristrutturazione autoritaria dello Stato e della società. Ma è riuscito anche a conquistare un ampio sostegno popolare promettendo di riportare la Russia al suo antico status di grande potenza, destinata a dominare un'«Unione Eurasiatica». Alla base di questa ideologia si trova, chiaramente, la spinta a vendicare e placare l'ignominia profondamente sofferta, che la caduta dell'impero sovietico e il successivo periodo di trasformazione del libero mercato ha evocato in molti russi. È questa la base soggettiva della megalomania nazionalista pro-Putin, che corrisponde anche a un profondo risentimento nei confronti dell'«Occidente».

Gli sforzi per spiegare l'assalto all'Ucraina come se si trattasse di una reazione a presunte provocazioni della NATO, o degli Stati Uniti, sono fuorvianti e inadeguati. Il ricorso all'aggressione vera e propria, da parte di Putin, obbedisce a una spinta assai diversa, più profonda, la quale può senz’altro essere stata rafforzata dalla politica estera occidentale, ma non è stata generata da essa. Spesso sono proprio i contendenti che perdono nella competizione capitalistica a livello di Stati e Imperi (o quei contendenti che si sentono perdenti), a mobilitare le energie più forti e regressive - energie volte a ripristinare uno status precedentemente potente, o almeno volto a vendicarsi dei vincitori (o dei loro delegati) - anche al prezzo della distruzione reciproca. Questo aiuta anche a spiegare la grande popolarità di Putin tra le file, sia della destra che dell'estrema destra in tutto il mondo. Il loro risentimento si nutre di pulsioni assai simili. Nasce da rancori guidati dall'identità, e a loro volta causati dalla perdita, reale o percepita, di una posizione di potere nella società.

Il pronunciato maschilismo rappresentato da Putin, va visto anche in questo contesto, poiché la perdita di potere ha un impatto sull'identità; la quale identità si situa al centro del soggetto maschile nella società borghese, definita principalmente dall'autoaffermazione nella competizione a 360°, e assicurata dalla costruzione di una femminilità subordinata e immaginata per rappresentare il polo esattamente opposto di questa forma maschilista di formazione del soggetto. Molti uomini nel mondo continuano a reagire con estrema aggressività rispetto all'indebolimento di tale gerarchia binaria di genere, realizzato grazie ai movimenti femministi, e a partire dai cambiamenti economici strutturali degli ultimi decenni. Qui a essere in gioco, è il nucleo più intimo di questo senso mascolino di sé, che viene difeso apertamente, come può essere visto in maniera lampante nello spaventoso aumento, in tutto il mondo, della violenza sessualizzata. Anche in questo senso, Putin rappresenta una figura ideale per quegli uomini che si auto-identificano in questo modo regressivo. Simbolizza e personifica il maschio perdente che combatte contro la dissoluzione della gerarchia di genere borghese, ma che è tuttavia politicamente e militarmente abbastanza potente da condurre questa lotta con successo. Ad ogni modo, questa visione del mondo regressiva che combina autoritarismo e maschilismo a una politica identitaria di aggressione, non si contrappone esteriormente ai così tanto invocati valori di democrazia e di libertà, bensì, piuttosto, forma, per così dire, il loro rovescio irrazionalista. È urgente tenerlo presente, soprattutto in riferimento all'attuale conflitto in Ucraina. Nella misura in cui il pubblico occidentale è persuaso che quest'ultimo debba essere interpretato come se fosse il semplice scontro di due sistemi di valori opposti, avviene che la minaccia autoritaria viene fatta apparire, falsamente, come un qualcosa di alieno che irrompe dall'esterno nel mondo delle democrazie liberali. Uno sguardo al movimento di massa di estrema destra, apertamente autoritario e neofascista guidato da Trump nei sedicenti Stati Uniti liberal-democratici - un movimento che è pronto a prendere il controllo del Senato degli Stati Uniti al più tardi quest'anno, e molto probabilmente anche quello del ramo esecutivo del governo federale nel 2024 - basta a dimostrare quanto tutto questo sia illusorio. Quella che è una visione eufemistica della democrazia liberale, promuove così diverse tendenze preoccupanti. In primo luogo, la tendenza a una sorta di spettacolarizzazione culturale speculare del conflitto; parlare di "valori occidentali" è già di per sé problematico, in quanto suggerisce, falsamente, che posseggono un carattere culturalmente specifico. In secondo luogo, una tendenza sempre più accentuata alla chiusura e l'autoisolamento delle società del nucleo capitalista; e da qui un'enfasi ancora più rigidamente difensiva sulla sorveglianza delle frontiere, in combinazione con ulteriori altre esacerbazioni della demagogia nazionalista. E terzo, infine, la vera e propria militarizzazione della società (per esempio, attraverso politiche di riarmo interno e  spese militari ancora maggiori) insieme a una concomitante ri-mascolinizzazione, che appare già evidenziata nella sensazionalistica “eroicizzazione” della resistenza ucraina, da parte dei media popolari.

La battaglia contro l'autoritarismo non può essere vinta in questo modo. Al contrario, seguendo questo percorso, le società del cosiddetto Occidente finiscono per assomigliare sempre più a quello che dovrebbe essere il loro nemico stesso, esteriorizzato; cosicché, in tal modo, il presunto universalismo dei valori liberal-democratici si dimostra ancora una volta una menzogna. Le libertà relative, offerte dalla vita nei centri capitalistici, devono, sicuramente, essere difese contro ogni minaccia autoritaria. Ma ciò può essere fatto solo liberando tali forme di vita dalla logica della società della merce, e quindi spingendole oltre sé stesse. Ciò che è necessario, è la solidarietà transnazionale di tutte quelle forze sociali che aspirano a difendersi dall'autoritarismo e allo stesso tempo la fine della radicale “marketizzazione” del mondo. Il nostro bisogno più urgente, è avere un nuovo universalismo dell'emancipazione sociale.

- Norbert Trenkle - Pubblicato il 7/4/2022 su Jungle World -

Fonte: Krisis

sabato 2 aprile 2022

Teoria della Rivoluzione

La riformulazione di una teoria della rivoluzione adeguata al nostro tempo, implica lo smantellamento degli schemi tradizionali della teoria della rivoluzione. Le immagini della fine del capitale concepite dal marxismo tradizionale, coprono con uno spesso strato di vernice  la logica interna e la struttura della critica marxiana del capitalismo, e sigillano ermeticamente ogni accesso alle sue conclusioni che si svolga nei termini di una teoria della rivoluzione. I contorni di una teoria contemporanea della rivoluzione potranno emergere solo quando avremo approfondito in maniera critica quelli che sono stati tutti i suoi predecessori, e ci saremo completamente liberati delle abitudini che il pensiero radicate coltiva, a proposito del soggetto rivoluzionario.
Il compito di una teoria rivoluzionaria contemporanea diventa allora quello di separare ciò che è stato mescolato, e non ripetere con riverenza il nostro breviario tratto dagli scritti dei classici. Se vogliamo attenerci alle loro intenzioni rivoluzionarie, non abbiamo altro modo. La falsa unità di punti di vista che sono disparati, rende la teoria marxiana, così come ci è stata tramandata, inutile per le necessità del nostro tempo. Nell'opera di Marx, la pomposa aspirazione all'emancipazione del lavoro salariato copre la melodia della critica del feticismo. Negli schemi interpretativi del marxismo, è proprio quest'ultimo che viene definitivamente neutralizzato, degenerando in una vaga e oscura musica delle sfere. Ma invece sono proprio questi toni apparentemente mistici, che da soli costituiscono l'esplosivo per far saltare in aria nostra realtà, apparentemente incomprensibile, e che sono in grado non solo di cogliere quale sia stata la genesi di una relazione completamente oggettivata, ma anche di identificare e tracciare quali sono le linee di faglia contenute in questo processo di oggettivazione. La distruzione della forma borghese non coincide con l'emancipazione del lavoro, ma corrisponde alla liberazione del lavoro. Solo la rinascita della critica del valore trasforma la teoria marxiana da vecchia spazzatura in una bruciante attualità.

Ernst Lohoff, "La Fin du prolétariat comme début de la révolution. Sur le lien logique entre théorie de la crise et théorie de la révolution." Crise e Critique. Parution le 31 mai 2022.

Ernst Lohoff (1960-), è un attivista e teorico tedesco. Tra le figure di spicco, in Germania, del gruppo Krisis, noto per la pubblicazione del "Manifesto contro il lavoro" nel 1999, di cui Lohoff è stato uno dei coautori. Tra le sue opere tradotte in francese: "La Grande dévalorisation. Pourquoi la spécuation et la dette de l’Etat ne sont pas les causes de la crise" (Post-éditions, 2014) ; "Le Manifeste contre le travail" (Léo Scheer, 10-18, Crise & Critique), "L’Exhumation des dieux" (Crise & Critique, 2021), con Robert Kurz, "Le Fétiche de la lutte des classes. Thèses pour une démythologisation du marxisme" (Crise & Critique, 2021).

giovedì 7 maggio 2020

Prima Io!

Il narcisismo come norma
- La deformazione psichica nella società capitalistica tardiva -
di Peter Samol

Ogni società riproduce negli individui che ne fanno parte le sue condizioni di esistenza, nel mentre che tali individui, a loro volta, attraverso le loro azioni riproducono la struttura sociale. Se la società entra in crisi, questo si riflette nell'esistenza degli individui. Sono sempre meno le persone che lavorano in condizioni lavorative cosiddette normali, mentre sono sempre più quelle che vivono un condizioni di povertà relativa, o che si trovano sull'orlo della povertà. Secondo uno studio che si riferisce alla Germania - che è un paese esportare - le persone con un impiego precario costituiscono tra il 25 ed il 40% della popolazione attiva; mentre ci sono 9 tedeschi su 10 che dicono di aver paura di scendere nella scala sociale e di cadere in miseria, diventando così poveri. Il timore di questa minaccia, e la paure che ad essa si trovano associate ad essa producono una risposta specifica, la quale mette in pericolo la coesione sociale: questa risposta è il Narcisismo come modo di essere, promosso e prescritto massicciamente dalla forma sociale capitalistica.

L'isolamento crescente dell'individuo borghese
Il pensiero neoliberista che impone alla politica ed all'economia quelle che sono le sue linee guida, recita che: «Una buona società è una società costituita da individui forti». A tali individui viene continuamente detto che devono competere per il posto di lavoro, per ottenere un posto nel sistema educativo e, in generale, per il successo e per il prestigio. Nel far questo, bisogna dimostra di avere la volontà di cambiare, un altro grado di flessibilità personale insieme ad un costante sforzo di miglioramento. Nel capitalismo, le persone vengono chiamate soprattutto a svolgere un ruolo di produttore privato isolato, che si collegano tra di loro solo attraverso il denaro e le merci. Quelle che sono tutte le altre forme di relazionarsi, vengono considerate inferiori, e si tende a sopprimerle; oppure, se sono indispensabili - come avviene per esempio nel caso dell'educazione dei bambini - vengono ristrette e messe al servizio del processo generale di sfruttamento. Una tale tendenza, negli ultimi decenni si è intensificata ed ha portato ad aumentare drammaticamente l'isolamento degli individui borghesi. In un simile contesto, negli ultimi anni il concetto di narcisismo coniato da Sigmund Freud ha acquisito una rilevanza sempre maggiore. Ne testimoniano i tanti libri, venduti in gran numero e che si riferiscono a questo genere di sviluppo. Come, per esempio, il libro su "La società narcisistica" di Hans-Joachim Maaz, pubblicato nel 2012; "La Generazione inesperta", del giornalista Michael Nast (2016), o "Prima io. La società egolatrica" della politologa Heike Leitschuh (2018). D'altra parte, il tema va acquistando sempre più importanza sulla stampa; soprattutto dopo l'elezione del narcisista emblematico Donald Trump come presidente degli Stati Uniti. Il tratto distintivo del narcisismo è la tendenza sfrenata all'auto-protagonismo, che si manifesta con un senso esagerato di quella che è la propria importanza, attraverso fantasie di successo e poteri illimitati, ed un desiderio eccessivo di essere ammirati. Sotto questa superficie si trova, per contro, un'autostima estremamente bassa. I narcisisti patiscono una fame insaziabile di riconoscimento e di conferma proveniente dall'esterno, cosa che li rende ancor più vulnerabili a quelle che sono le richieste neoliberiste di flessibilità adattativa. In un tale contesto, molti narcisisti sono degli autentici maestri di auto-espressione e di auto-commercializzazione.

Il narcisismo nel post-fordismo
Sigmund Freud (1914) è stato il primo ad occuparsi di questo fenomeno. Secondo Freud, per poter arrivare ad essere degli individui maturi e sicuri di sé nella società borghese, tutti i bambini che hanno tra i 3 ed i 5 anni devono attraversare e superare quello che lui ha chiamato complesso di Edipo - un percorso che avviene all'interno della famiglia nucleare borghese. È questo il passo decisivo che tutti noi dobbiamo compiere perché si formi la nostra personalità borghese, per diventare capaci di partecipare alla riproduzione materiale e simbolica di questa società. Il risultato è quello, tra l'altro, di un orientamento generale al progresso, così come viene coltivato, e si trasmette, nelle tipiche famiglie borghesi. Nelle epoche precedenti, gli sforzi di adattarsi associati all'esperienza edipica - soprattutto la volontà di lavorare, la diligenza e l'autodisciplina - si vedevano ricompensati per mezzo del fatto che tutto ciò portava a percorrere una percorso di vita già predeterminato, in cui c'erano delle strutture chiare ed un futuro lavorativo sicuro.
Ma non è questa l'unica cosa che avviene nel periodo nel quale si attraversa la fase edipica. Quando il bambino inizia a socializzare in quanto soggetto borghese, appare anche la minaccia del fallimento sociale. Il bambino reagisce a questo pericolo immaginando uno stato di completa autonomia, in cui è scomparsa ogni traccia di dipendenza dagli altri. Se, da un lato, la parte edipica del soggetto, l'uomo affermato, non solo si sottomette senza lamentarsi alle condizioni esterne, ma contribuirà anche attivamente al proprio mantenimento ed alla propria riproduzione; dall'altro lato, però, la parte narcisistica si difende da quella che è la realtà esterna che lo limita e lo minaccia, rifugiandosi in un'interiorità che governa egli stesso in maniera assoluta ed onnipotente.
Nel post-fordismo, vale a dire, a partire dagli anni '70, è questa seconda tendenza psichica ad essere stata enormemente promossa, ed ha finito per relegare la configurazione edipica su un secondo piano. Al giorno d'oggi, la sicurezza lavorativa è diventata un lusso, e ciò implica che il comportamento edipico "corretto" trova sempre meno ricompense. Dal momento che nessuno riesce a sottrarsi ai capricci del "libero mercato", ecco che oggi nessun lavoro è sicuro, in quanto è soggetto all'esternalizzazione, alla ristrutturazione, oppure può semplicemente sparire in qualsiasi momento. Attualmente, chiunque può diventare inutile da un istante all'altro a causa di sviluppi imprevedibili come un cambiamento improvviso nei gusti della massa delle persone, o a causa di un nuovo metodo di produzione che è stato introdotto senza che nessuno potesse prevederlo. In un mondo che diventa sempre meno affidabile e che minaccia l'esistenza stessa, gli individui si vedono del tutto abbandonati a sé stessi. La parte edipica della personalità trova sempre meno punti di riferimento per potersi orientare, di modo che così cresca la sensazione di essere inermi e alla mercé degli altri. Gli individui rispondono cercando ad ogni costo di sopprimere o di allontanare questa sensazione, che viene vissuta come se fosse una sentenza di morte.
Nell'esigere dalle persone una adattabilità sempre più incondizionata, e allo stesso tempo anche una maggiore capacità di farsi pubblicità e di promuoversi, questa società fa crescere a dismisura la parte narcisistica della personalità. D'altra parte, la vendita della propria forza lavoro si sta trasformando sempre più nella vendita della propria personalità come se questa fosse una merce: in qualsiasi istante, ciascuno dev'essere in grado di poter offrire la sua propria versione di ciò che il mondo del lavoro richiede.  Sollecitato dalla domanda che gli viene posta, fino a nel recesso più nascosto della sua mente, su come aumentare il proprio valore di mercato - o quanto meno come fare ad evitare che crolli - ciascuno finisce per rivelare gradualmente tutto ciò che ha contribuito a plasmare finora la sua personalità, in un continuo esercizio di abnegazione che diventa tanto più facile, quanto più di sé stesso si è precedentemente rivelato. Questo modo di vivere genera un intenso senso di vuoto e di mancanza di autenticità. Chi è in grado di dire che tipo di persona è, e che tipo di persona non è, data la costante disposizione ad adattarsi a sempre nuove situazioni di lavoro, e dopo molti cambiamenti di partner? È proprio questo processo che porta ad una personalità narcisistica, la quale può essere qualsiasi cosa, dal momento che dietro di essa c'è un grande nulla.

L'iscrizione delle donne nello sviluppo generale
Per molto tempo, il condizionamento economico generale dell'infanzia è stato applicato quasi esclusivamente ai ragazzi maschi. Fino agli anni '70 circa, le adolescenti avevano esperito uno sviluppo differente rispetto a quello dei loro coetanei maschi. Fino ad allora «la bambina entra nel complesso di Edipo come in un porto» (Freud), nel quale si prepara, non al ruolo di concorrente ma a quello della donna badante e infermiera in qualità di sposa e di madre, o di figlia. A dominare, era una divisione sessuale del lavoro legata alla formazione di una sfera pubblica di concorrenza generalizzata, occupata principalmente dagli uomini, da una parte; e una sfera privata, domestica e familiare occupata principalmente dalle donne, dall'altro, In quest'ultimo ambito, la donna era, tra le altre cose, responsabile della cura e dell'educazione dei bambini. Negli ultimi cinquant'anni si è prodotta, tuttavia, una relativa equiparazione dei sessi; ciò nonostante, quella che continua a prevalere è un'immagine di mascolinità basata sul successo lavorativo e sulla capacità di fornire la fetta più grande di quello che è il reddito familiare. Quasi sempre le donne sono le prime a cedere, quando si tratta di dedicarsi alla famiglia. Sebbene gli uomini abbiano fatto alcune concessioni in termini di lavoro domestico, le donne continuano a dedicare al lavori domestici circa un'ora e mezza in più al giorno, rispetto agli uomini. In più, a causa del lavoro cui sono costretti entrambi i membri della coppia, molte famiglie non hanno altra scelta che inserire quanto prima possibile i loro figli nelle istituzioni scolastiche, vale a dire, asili e scuole materne. Lì i bambini sono sempre più soggetti a misure che cercano di prepararli al sistema scolastico, e quindi al lavoro, per quanto lontana essa sia. D'altra parte, i genitori dedicano sempre più tempo ed energie per  preparare i propri figli ad entrare  il prima possibile  nella competizione generalizzata. Molti regalano ai figli giocattoli educativi, video di «baby Einstein», ecc., poco dopo la loro nascita, o addirittura stimolano il feto per mezzo di musica classica che presumono sia utile. Sono sempre più i bambini che vivono in case orientate al rendimento. Il risultato è quello di una profonda solitudine, che viene intensificata fin dalla prima infanzia. A causa dell'incertezza generale della vita nel post-fordismo, i limiti sociali si manifestano sempre prima e sempre in maniera più brusca, mentre allo stesso tempo si trascurano le esperienze di appartenenza ed affetto personale.

Capitalismo e stato mentale
Il nucleo delle società capitalisticamente costituite è il valore che si auto-valorizza, vale a dire, il denaro come capitale, il cui unico scopo è quello di trasformarsi in ancora più denaro attraverso la scorciatoia della produzione di una merce (o della fornitura di un servizio) e della sua vendita: «Il capitale viene usato per produrre capitale, per produrre più capitale, per continuare a produrre sempre più capitale» (Distelhorst, 2014), in un interminabile circolo vizioso e completamente senza senso che assorbe tutto ciò che gli sta intorno. Al centro di questo movimento non c'è altro che il vuoto dell'auto-proliferazione senza fine, un nulla senza alcun contenuto che, un passo dopo l'altro, soffoca qualsiasi altra relazione significativa, trascinando tutto all'interno della sua vuota tautologia.
Nella tarda modernità, le persone sono in competizione tra di loro come non lo sono mai state. Come già detto precedentemente, il mondo lavorativo non appare più come una struttura affidabile, per quanto esigente, in cui le persone debbano solo essere disposte ad inserirsi per condurre una vita sicura e soddisfacente. D'altro canti, la minaccia di un cambiamento radicale è diventata permanente ed onnipresente. Ciò si è reso evidente, tra l'altro, nell'espansione delle relazioni lavorative precarie, nel crescente indebolimento dello stato sociale e nel ritorno della povertà. Nel capitalismo, la paura del fallimento è diventata generalizzata. Anche le relazioni personali vengono sempre più sacrificate in nome della flessibilità generale, e degenerano in associazioni temporanee, o in "reti" che vengono sempre più utilizzate soprattutto al fine di rimanere in gioco ed aumentare così le opportunità lavorative grazie al maggior numero possibile di "contatti". In un simile contesto, l'empatia per gli altri è diventato un lusso sempre più raro.

La desiderabilità generale del comportamento narcisistico
Oggi, quasi ovunque il comportamento narcisistico viene considerato auspicabile e come un fattore di successo: nel mondo lavorativo, nei media, nella politica e in molti altri ambiti, viene ripagato con riconoscimenti, ammirazione e promozione. Alla luce di queste circostanze, gli esperti discutono seriamente se sia il caso che il narcisismo non debba più essere considerato come un disturbo della personalità, secondo quelli che sono gli standard della diagnostica psichiatrica. Attualmente, non solo le proprie capacità, ma anche i sentimenti, i tratti della personalità e le relazioni sono diventati tutti dei sottoprodotti del marketing generale. Il narcisismo, ormai liberato dalle vecchie restrizioni e sempre pronto a reinventarsi , si trova alla base della meritocrazia totalmente flessibile e precaria del nuovo millennio ed è la forma soggettiva propria del capitalismo nella crisi. Un tale clima produce e promuove l'auto-promozione più spietata e priva di relazioni affettive (sia con le altre persone, sia con l'impresa o con la professione).
Ciò che ciascun individuo oppone ad un tale vuoto ed alla mancanza di legami, è la convinzione di essere una persona speciale. Viene in tal modo coltivata quella che è la propria grandezza immaginaria, insieme alla propria forza e genialità altrettanto immaginarie. Anche se quel che si ha è un semplice tirocinio, o un lavoro mal pagato con pessime condizioni contrattuali e senza alcuna prospettiva di futuro, si esagera la verità in maniera da potersi vedere e sentire migliore. Nel mentre che si trovano sull'orlo del nulla, si illudono raccontandosi di essere in grado di poter fare qualsiasi cosa. Interiormente, ciò causa un conflitto tra quelle che sono le loro fantasie di onnipotenza, vale a dire la loro illusione di libertà ed indipendenza individuale assoluta, da un lato, ed il senso di impotenza di fronte alla crescente insicurezza, dipendenza ed assoggettamento della propria esistenza, dall'altro. Questa contraddizione non è solamente il risultato dell'ambiente familiare, ma affonda le sue radici nella società borghese. Nello stesso modo in cui il denaro che si è trasformato in capitale, avendo avuto successo nel moltiplicarsi, deve cominciare immediatamente a cercare la prossima opportunità di investimento... così anche l'individuo deve ricominciare, il più velocemente possibile, la ricerca del successo, in modo che il vuoto interiore e le paura non lo sopraffacciano. Tanto il capitale quanto la personalità narcisistica, si sviluppano perciò per mezzo di un interminabile dinamismo, vuoto e tautologico; ed è per questo che si completano e si rafforzano l'un l'altro così bene.

Pronostico
Nella forma soggettiva del narcisista che elogia continuamente sé stesso - che si sopravvaluta esageratamente e non è capace di impegnarsi, e che deve vendersi quotidianamente come lavoratore altamente adattabile - il produttore privato isolato richiesto dalla relazione capitalistica, raggiunge quella che è la sua forma perfetta. Il vuoto interiore che lotta incessantemente per ottenere una conferma esterna ed il superficiale riconoscimento della sua personalità, costituisce il contenuto più appropriato per quello che è il movimento vuoto, infinito, e in ultima analisi insensato dello sfruttamento capitalistico. Tutto ciò possiede un suo lato oscuro e terribile: se il narcisista non arriva a soddisfare le esigenze della società, tende ad intraprendere delle azioni sostitutive che gli permettano di dispiegare l'energia che alimenta la sua autoreferenzialità. La forma più distruttiva di tale deriva, è senza dubbio l'attacco omicida indiscriminato, in cui la megalomania narcisistica si realizza attraverso l'autodistruzione e la distruzione degli altri.
Dev'essere chiaro che essere ben adattati ad una società malata non può essere segno di buona salute mentale. Tuttavia, nelle condizioni attuali l'abolizione della forma soggetto narcisistica non è possibile. Una vita vissuta al di fuori dell'auto-regolamentazione narcisistica avrebbe una forma del tutto diversa: senza l'ossessione per il lavoro, senza lo stress della competizione e della remunerazione, senza che ci sia la necessità di essere un lottatore solitario, e senza la pressione di doversi esprimere ed affermare continuamente. Fino a quando prevarranno queste limitazioni, non ci saranno le condizioni per lo sviluppo di individui sociali liberi al di là della soggettività di mercato. La speranza risiede nel saper riconoscere che noi, in quanto esseri umani, siamo esseri generici che hanno bisogno di diversi tipi di legami, e non solo di quelle che sono delle semplici relazioni unidimensionali. I requisiti materiali per questo, sono da tempo presenti nel nostro mondo, il quale si caratterizza per la sovrapproduzione; tuttavia per arrivare a questo non possiamo lasciare che la socializzazione avvenga nel contesto di un processo inconscio di sfruttamento valorizzatore, processo che noi affrontiamo come se fosse una fatalità e che, da parte nostra, eseguiamo e riproduciamo quotidianamente. Questo processo sta diventando sempre più disfunzionale, ma tutto ciò non significa purtroppo che ci stiamo dirigendo automaticamente verso una società liberata. Non abbiamo alcuna garanzia che sia possibile invertire il processo sociale distruttivo e sostituirlo con la socializzazione umana; tuttavia, la critica radicale della forma del soggetto nel capitalismo, della sua logica e della sua dinamica psicosociale interna, è un primo passo necessario in questa direzione.

- Peter Samol - Pubblicato il 29/9/2019 su  Krisis - Kritik der Warengsellschaft -

fonte: antiforma - por una crìtica social radical, superadora y no mesiànica

giovedì 29 agosto 2019

Si chiude!

Il testo " Il superamento del lavoro " è apparso nel 1999, su " Feierabend! Elf Attacken gegen die Arbeit " ["Si chiude! Undici attacchi contro il lavoro"], un libro organizzato da Robert Kurz, Ernst Lohoff e Norbert Trenkle che riuniva «undici assalti contro il lavoro» formulati nel contesto teorico tedesco della Critica del Valore. Insieme al "Manifesto contro il lavoro", pubblicato in quello stesso anno, il libro è una sintesi delle analisi e delle polemiche sviluppate dal Gruppo Krisis a partire dalla fine degli anni '80. In questo saggio, Kurz e Trenkle vanno ben oltre la ben nota critica del lavoro, svolta dal punto di vista marxista tradizionale , e al di là della «lotta di classe». Un punto di vista che ha segnato profondamente la critica sociale in quello che è stato il processo di affermazione della forma sociale moderna. Nella prospettiva degli autori, l'esaurirsi dell'impulso di modernizzazione del capitalismo mette sotto scacco l'ontologia relativa a quel processo ed esige una critica categoriale della «società produttrice di merci». Qui - così come avviene con la scommessa del Manifesto contro il lavoro, per quel che attiene alla lotta «antipolitica» - appaiono in maniera sintetica le formulazioni della rivista Krisis riguardo una nuova prassi sociale anticapitalistica, soprattutto nelle due sezioni, «Dall'espropriazione all'appropriazione» ed «Elementi per un movimento di appropriazione», pensate entrambe in vista del nostro attuale periodo storico di decadenza della forma sociale dominante. Rileggere questo testo, ci dà anche l'opportunità di considerare i vent'anni trascorsi dalla pubblicazione delle due opere succitate, e riprendere, a partire da esse e contro lo spirito del tempo, il sempre più ineludibile dibattito sul processo di quella che è la crisi fondamentale del capitalismo.

Il superamento del lavoro
- Uno sguardo alternativo oltre il capitalismo -

di Robert Kurz e Norbert Trenkle

Disoccupazione e crisi sono „da sempre“ una realtà del capitalismo. La novità sta tuttavia nel fatto che questi fenomeni alla fine del 20° secolo hanno assunto le sembianze di una „crisi della società del lavoro“; si tratta di un tema originariamente riconducibile al pensiero della filosofa Hannah Arendt (Arendt 1989/1958). Fino alla prima metà di questo secolo nessuno avrebbe mai immaginato di poter attribuire un tale significato a fenomeni consueti nelle crisi del capitalismo. A prescindere da partiti o teorie la categoria „lavoro“ sembra essere per così dire un incontestabile presupposto ontologico, sovrastorico di ogni realtà sociale. Se finisce il lavoro allora anche il cielo può crollarci sulla testa. Questa mutazione nel significato della crisi, „impossibile“ per l’antica coscienza sociale, rimanda al suo nuovo carattere qualitativo. Evidentemente essa rappresenta molto più dell’esaurimento di un qualunque, banale, ciclo capitalistico. Nell’espressione „fine della società del lavoro“ si manifesta anche l’identità interna di „lavoro“ e „capitale“, mentre la tradizionale interpretazione di questi concetti ha sempre e solo posto l’accento sul loro contrasto immanente che si è concretizzato nell’eterna lotta degli „interessi organizzati“. La radicalità appare consistere esclusivamente nell’inasprimento di questo conflitto – „classe contro classe!“ – al cospetto del presupposto ontologico del „lavoro senza fine“. Che „lavoro“ e „capitale“, in ultima analisi, siano solo due stati di aggregazione di un’identica forma feticistica sociale cioè che siano gli elementi della trasformazione „incessante“ di energia umana in denaro, secondo uno „scopo autoreferenziale“ all’interno di un processo „svincolato“ da ogni bisogno e relazione, rimane un fatto completamente refrattario ad ogni analisi e di certo largamente al di fuori delle possibilità di immaginazione. Secondo questa prospettiva il conflitto immanente sarebbe dunque soltanto una funzione all’interno di un sistema di riferimento comune i cui funzionari, per usare la terminologia marxiana, assumono il ruolo di „maschere di carattere“ al servizio di questo „scopo autoreferenziale“ ed irrazionale che sovrasta ogni cosa.

La rottura categoriale
Il problema consiste nella necessità di mettere in discussione, in modo categoriale, oltre alla contrapposizione funzionale, immanente alla società, anche il sistema di riferimento feticistico nel suo complesso e con esso il „lavoro“. Per questo tuttavia difettano attualmente sia un’adeguata coscienza critica, sia una chiara proposizione di obiettivi. E‘ certo angoscioso doversi ritrarre da uno spazio categoriale consueto, automaticamente interiorizzato, che solo in seguito alla sua obsolescenza si mostra ai nostri occhi come una realtà distinta. Il fatto che gli stati di aggregazione complementari di „lavoro“ e „denaro“ in quanto dati positivi a-problematici della modernità, siano considerati come inossidabili tabù, poiché essi in un certo senso costituiscono e „garantiscono“ la realtà, diviene più che mai palese nel momento della loro crisi categoriale.
Le crisi precedenti, che avevano un carattere transitorio all’interno di un processo intrinseco di sviluppo, venivano proclamate in modo affrettato come „crisi del capitalismo“ (la cui conseguenza avrebbe dovuto essere l’emancipazione del lavoro „eterno“ nei confronti del suo antagonista); così questa crisi fondamentale e qualitativamente nuova del moderno sistema produttore di merci appare di converso, altrettanto affrettatamente, soltanto come una crisi unilaterale del „lavoro“, cioè dei lavoratori salariati e delle loro organizzazioni, funzionari, ideologie ecc. Il „capitale“ al contrario pare essere in grado di reiterare la propria accumulazione indisturbato, fino all’eternità („jobless growth“). Ma se il capitalismo è una società del lavoro in senso stretto allora la crisi del lavoro equivale alla crisi del capitale stesso.
Essendo il lavoro astratto la „sostanza“ del capitale, allora la forma di attività racchiusa nello scopo autoreferenziale „svincolato“ assume nel contempo il carattere di un contenuto quantitativo spettrale: i prodotti non sono trattati socialmente come semplici beni d’uso, ma (per usare le parole di Marx), come „gelatina di lavoro“; ciò significa che una determinata quantità astratta di energia „umano-sociale“ spesa, grava su di loro come un’invisibile „proprietà“ la cui „validità“ viene regolata attraverso il meccanismo della concorrenza sui mercati anonimi. Questa pseudo-qualità dei beni su cui si fonda il feticismo della relazione sociale, appare come „valore“ economico dei prodotti che si rappresenta come prezzo e di nuovo come una certa quantità di denaro. Consiste precisamente in ciò la relazione che costituisce lavoro e capitale come stati di aggregazione di un comune sistema meccanico sia per quel che riguarda la forma (forma-valore) sia per il contenuto (sostanza di valore). Logicamente ne consegue che la „crisi della società del lavoro“ non è solo una „crisi formale“, comune ad entrambi i lati di questo rapporto, ma anche una „crisi sostanziale“ dell’accumulazione del capitale.
Naturalmente la sovrastruttura finanziaria speculativa del „capitalismo da casinò“, staccata da ogni base reale, crea l’apparenza di un capitale che continua ad accumularsi anche in assenza di una sufficiente sostanza di lavoro, almeno fino al prevedibile crollo finanziario. Ma già di per sé questa crisi del lavoro che si presume unilaterale rimanda ai limiti del sistema nel suo complesso. Dal momento che finora il modo di produzione capitalistico ha avuto davanti a sé margini di sviluppo, anche la battaglia immanente dei lavoratori salariati a difesa dei loro interessi poteva essere condotta spregiudicatamente: era necessario fare valere il proprio interesse all’interno del sistema nell’eterna contrapposizione con l’avversario, magari a costo di dolorose fasciature. Oggi al contrario la lotta per gli interessi è uscita di scena ed ha lasciato il posto alla „responsabilità comune“ per la conservazione del sistema („logica della posizione“).
Questo particolare stato di cose dimostra solo che il sistema di riferimento comune è giunto all’assurdo. Naturalmente non si vuole in alcun modo sminuire la necessità di lottare qui ed oggi all’interno del sistema per i propri interessi vitali. Ma proprio perché il sistema è approdato ai suoi limiti storici questo interesse, sempre più impellente in un futuro non lontano, si trova in una situazione di paralisi. Abbiamo a che fare con una dialettica paradossale: possiamo fare valere i nostri interessi all’interno del sistema solo se, simultaneamente, il sistema nel suo complesso viene messo in questione e sorge di conseguenza un movimento sociale di trasformazione. In futuro anche il salario minimo o l’indennità di malattia potranno ancora essere difesi solo nella cornice più ampia di un grande movimento radicale anticapitalistico.
Ma a questo proposito minaccia di ingenerarsi una spirale perversa, in quanto finora come critica radicale al sistema si è sempre e solo inteso il punto di vista „radicalizzato“ del lavoro. Risulta così decisivo che la rottura categoriale, fin qui impensabile, con le forme basilari del sistema produttore di merci assieme ad una prospettiva qualitativamente differente (corrispondente al carattere della crisi) per l’emancipazione sociale, riesca a penetrare come problema e come possibilità nella coscienza sociale, così da costituire il punto di riferimento di un nuovo orientamento per la discussione e per la trasformazione sociale. La rottura con il capitale deve essere in realtà anche una rottura con la categoria del „lavoro“ e naturalmente con tutte le forme politiche ed economiche ad essa relative. Andare oltre il lavoro può significare solo andare oltre la forma-valore feticistica, nonché oltre merce e denaro, mercato e Stato, politica ed economia.

Una storia della critica del lavoro
Ad un’analisi superficiale la critica del lavoro non è assolutamente qualcosa di nuovo anche se negli ultimi 150 anni solo assai di rado ha fatto una fugace comparsa ai margini dei grandi movimenti sociali. Per esempio Paul Lafargue, il genero di Marx, divenne celebre con il suo pamphlet Il diritto all’ozio. In quest’opera l’autore si fa beffe della „mania del lavoro“ e dell’ideologia del rendimento di origine protestante del movimento operaio ufficiale, ed esige „nei tempi di crisi una divisione dei prodotti e divertimento generale“ (Lafargue 1998/1883, 31) così come „una legge inderogabile…che proibisca a chiunque di lavorare per più di tre ore al giorno“ (loc.cit., 53). Ci si può facilmente rendere conto di come si abbia a che fare qui con una critica del lavoro fenomenologica e per così dire abituale ma non ancora categoriale.
Possiamo ancora sorridere per certe isolate formulazioni scherzose come quando Lafargue si contrappone agli ideologi del lavoro cristiani: „Jehovah, il dio barbuto e musone, dà ai suoi adoratori il più sublime esempio di pigrizia ideale: dopo sei giorni di lavoro Egli si riposa per tutta l’eternità“ (loc.cit., 22). E quando invita a proclamare „i diritti all’ozio che sono mille volte più nobili e sacri degli asfittici diritti umani, ruminati dagli avvocati metafisici della rivoluzione borghese“ (loc.cit., 33) è come se tirasse uno schiaffo sul volto desolato della sinistra verde-oliva dei diritti umani.
Deve suonare un tantino sospetto il fatto che nei circa 120 anni successivi il Diritto all’ozio sia stato di volta in volta riscoperto per essere inteso come una provocazione; dunque la critica del lavoro per tutto questo tempo è praticamente rimasta al palo. Lo stesso Lafargue non si spinge oltre la richiesta di un maggiore consumo di merce e di meno tempo di lavoro, d’altronde in misura inaudita e non solo per la sua epoca. Però la sua critica del lavoro non è solo quantitativa, quando esprime le sue pretese in termini non più fondamentalmente improntati all’ideologia del lavoro ma piuttosto di carattere edonistico: l’obbiettivo non deve essere il dovere astratto ma un godimento intenso tanto sensuale quanto intellettuale. Era indubbiamente un passo avanti nella giusta direzione, ma non ancora un superamento della categoria del lavoro.
Più tardi furono ancora i Dadaisti, nel quadro del loro generale disprezzo della borghesia e del pubblico, a ridicolizzare il lavoro piuttosto che criticarlo, ed in fondo era già qualcosa. Bisogna riconoscere che già nel 1916 Richard Huelsenbeck con il verso: „Arbeit Arbeit brä brä brä brä brä brä brä“ aveva anticipato l’ultima parola di Gerhard Schröder e della sua cricca. Non si era ancora approdati però ad una vera critica categoriale. Mentre il capitalismo di Stato dell’Est, nei paesi della „modernizzazione di recupero“ sprofondava negli eccessi stachanovisti del lavoro astratto, in Occidente l’impulso negatorio contro il lavoro si limitava alla politica sindacale dell’accorciamento della giornata di lavoro, un concetto che già di per sé emana un cattivo odore di immanenza da carcere del lavoro. Questa politica sociale interna al sistema si è resa ridicola al cospetto della logica aziendale, che proprio con la crisi della „società del lavoro“ pone all’ordine del giorno un prolungamento del tempo di lavoro aziendale. Oggi perciò l’accorciamento del tempo di lavoro vale come un modello di scarico mentre simultaneamente le masse dei disoccupati aumentano. Sia una condotta meramente edonistica, sia l’istanza della semplice diminuzione quantitativa di un lavoro rimasto insuperato vengono travolte dalla crisi del sistema.

Oltre la lotta di classe
L’ultima onda della tradizionale critica del lavoro giunse negli anni’70 dall’operaismo italiano, che avuto i suoi epigoni in Germania nella rivista „Autonomie“ e, negli anni’80, nel gruppo Wildcat. Che anche questa impostazione non vada troppo lontano lo denota già il suo apparato concettuale: come può un „operaismo“ contenere una critica categoriale del lavoro? Anche in questo contesto la critica del lavoro rimane limitata al piano fenomenologico. L’elemento edonistico, per quanto presente anche nella definizione operaistica come eredità del tradizionale marxismo del lavoro, si rifugia dietro ad un nuovo sociologismo fondato sul concetto di classe. Cioè, da un lato viene criticata la corrente principale del marxismo, poiché „riduce la classe alla sua esistenza come forza-lavoro“ (Schultze/Gross 1997, 111), ma dall’altro la categoria sociologicamente limitata di „classe“ rimane il fondamento estremo della critica.
Da questa prospettiva derivano alcune sorprendenti indeterminatezze. Mentre il marxismo tradizionale aveva situato correttamente, anche se in modo affermativo, la categoria „classe“ nel contesto delle forme feticistiche derivate dalla forma-valore, l’operaismo cerca di distillare una categoria di soggetto che si regga da sola. „Classe“ in questa accezione non è un termine che indica una condizione oggettiva all’interno della struttura formale del sistema produttore di merci, ma un agglomerato di volontà soggettiva contro le pretese del sistema stesso. In ciò consiste la critica del lavoro operaistica. Ma naturalmente le categorie oggettivate del capitalismo non vengono minimamente scalfite da un semplice „insurrezionismo“.
L’oggettivismo economico del tradizionale movimento operaio viene così rovesciato in un soggettivismo complementare, secondo il motto: che ci importa del lavoro degradante e della forma-valore, tutto ciò che vogliamo è vivere bene! Nessuna meraviglia che anche la sinistra postmoderna possa conciliarsi con questo modo di pensare, che si crogiola nelle fantasie di un consumo di merci sfrenato e di gran lunga idiota. Nell’operaismo così come nel marxismo del movimento operaio è assente la critica categoriale e quindi non vi è una rottura decisiva. La determinazione meramente soggettivistica di „classe“ come non-lavoro e non-valore si imbroglia davanti al nocciolo del problema così come l’usuale obiezione, per così dire epistemologica, contro la critica radicale del lavoro e del valore: si insiste sempre su categorie in cui gli individui non sono compresi! E‘ un’obiezione tanto corretta quanto insignificante, dal momento che il presupposto della critica è che gli individui a dispetto di ogni introversione non si dissolvono certo nelle categorie che li sovrastano; ma a cosa serve questa premessa se la critica stessa non si rivolge alla totalità?
Le correnti operaistiche si appoggiano parzialmente alle ricerche meritevoli di E.P.Thompson, che, portando ad esempio l’Inghilterra, ha riportato alla luce la storia „dimenticata“ delle prime rivolte sociali contro la modernizzazione capitalistica avvenute molto tempo prima del „classico“ movimento operaio (Thompson 1980; 1987). Queste rivolte, come Thompson fa notare a ragione, in polemica con l’oggettivismo economico, non erano „il risultato di leggi di movimento economiche…, ma un processo attivo, risultato di azioni umane e di condizioni storiche“ (Schultze Gross, loc.cit., 108). Questo vale per ogni movimento sociale che non è mai „pura soggettività“ ma si trova sotto certe „condizioni“. La volontà emancipatoria ruota precisamente attorno alla possibilità di modificare o di abolire queste „condizioni“!
L’impeto delle antiche rivolte sociali veniva dal fatto che i loro protagonisti seguendo il loro istinto non intendevano certo diventare la „classe operaia“ di una struttura sistemica autonomizzata. Il più tardo movimento operaio al contrario operava soltanto all’interno di questo contesto sistemico, dopo che esso si era storicamente imposto. Oggi per noi fondamentale è spezzare le sbarre categoriali di questo contesto sistemico e liberarci di nuovo dal lavoro astratto. Per questo fine non basta più una rivolta spontanea o il riferimento ad una „economia morale“ premoderna (concetto centrale in Thompson). La scoperta delle antiche rivolte sociali oggi può solo avere il significato di una presa di coscienza circa la „genesi“ sanguinaria e repressiva del mondo attuale dei „posti di lavoro“ e di una „storicizzazione“ di categorie apparentemente astoriche come „lavoro“ e „valore“. Ma naturalmente non è possibile ricollegarsi semplicemente a queste antiche rivolte in modo immediato per ricavarne una pura „soggettività ribellistica“ nella forma di una „volontà soggettiva“ astorica. Per potere annientare le oggettivizzazioni prodotte ed introiettate nel corso di un lungo processo storico è necessaria una coscienza critica nei confronti della sua costituzione storica e strutturale. Questo è fondamentale sia per portare alla coscienza il fatto che la costituzione storica della „economia politica delle bocche da fuoco“ dei primordi della modernità si sia evoluta verso una struttura sistemica autonoma „svincolata“ sia per criticare radicalmente il sistema categoriale di questa struttura.
Le diverse correnti operaistiche al contrario si accontentano di semplici gesta alla Robin Hood, mentre la connessione categoriale della società del lavoro si risolve in pura azione volontaria. In questo modo perfino la crisi viene soggettivizzata: lo sviluppo del meccanismo appare come semplice reazione del capitale contro le „rivolte del lavoro“ come se non esistesse la concorrenza tra capitali ed economie nazionali; e viene perfino parzialmente negata l’ulteriore esistenza del contesto sistemico categoriale attraverso la tesi „che il capitale non ha più alcun interesse alla valorizzazione della forza-lavoro, poiché realizza la creazione di valore attraverso le macchine piuttosto che dal lavoro concretizzato(!) e perciò la relazione di dominio diviene puramente politica…“ (Schultze/Gross, loc.cit., 129). Alla luce di un tale pensiero riduzionistico non vi può essere naturalmente alcuna „crisi della società del lavoro“: il problema viene risolto ignorandolo!
Le diverse correnti operaistiche non hanno mai saputo che farsene del problema della critica categoriale in tutti i possibili movimenti, „riots“, programmi connessi, dai tumulti per il pane nel Terzo Mondo, jobber-iniziative ed economie di sussistenza fino al reddito di esistenza. Viene così dimostrato come la limitatezza immanente al sistema della „lotta di classe“ non possa essere distrutta convertendola in soggettività. Un interesse fatto valere in forma di merce o denaro è già in un modo o nell’altro oggettivato nell’ambito della società del lavoro capitalistica.
Questo era già il problema dell’antico, „oggettivo“ concetto di classe. Non esiste nessuna classe o gruppo sociale determinato che soltanto sulla base della sua posizione all’interno della società del lavoro sia predestinata „di per sé“ ad essere la portatrice specifica della trasformazione sociale (e che debba esserne cosciente „di per sé“). Lo storico „in sé“ della classe operaia non rappresentava un’entità in grado di trascendere il sistema ma al contrario un’esistenza (originariamente forzata) come categoria funzionale del capitale. Proprio per questo il movimento operaio in quanto tale non poteva essere un movimento contro il lavoro, ma solo un movimento per la sua completa penetrazione ed il suo riconoscimento universale.
La rottura categoriale con la logica del sistema-feticcio capitalista al contrario non può per definizione essere delegata a questo „in sé“ o originarsi quasi automaticamente dalla sua dinamica propria. La „conseguenza automatica“ che si genera dall’interna autocontraddizione della valorizzazione del capitale, è la sua rottura negativa nella forma della „crisi della società del lavoro“. L’oggettività di questa crisi non può essere cortocircuitata o scambiata per una oggettività presunta del superamento emancipatorio, anche se produce indignazione e disperazione.
Il tentativo operaistico, di trasformare attraverso la „posizione“ puramente soggettiva una categoria appartenente al contesto sistemico oggettivato, cioè il concetto di classe, in un’entità in grado di trascendere il sistema e che assurdamente sussisterebbe solo „di per sé“ (indipendentemente dalla forma sociale) deve naufragare. Vale a dire, per intenderci, la concezione de „lo sviluppo del capitale come variabile della lotta del lavoro“ (Schultze/Gross, loc.cit. 125). Proprio al contrario: la lotta in nome del lavoro (lotta di classe, lotta per l’interesse immanente al sistema) rimane per sua essenza una variabile dello sviluppo capitalistico. La critica del lavoro è possibile oltre la lotta di classe come auto-costituzione di un movimento di emancipazione che non pensi ed agisca più „all’interno“ delle forme di coscienza capitalistiche.

La revoca del lavoro nella vita
Naturalmente la critica categoriale del lavoro non può consistere soltanto nella sostituzione del concetto astratto di lavoro con un’altra astrazione etimologicamente neutra come per esempio „attività“. Si tratta piuttosto del reale superamento dell’economia „scatenata“. Questo può solo significare la revoca del contesto sistemico autonomizzato nella società e con esso del „lavoro“ nella vita. Innanzitutto si tratta della richiesta rivolta alla società di determinare le relazioni sociali concrete ed i contenuti materiali ed intellettuali della propria riproduzione coscientemente e direttamente e di introdurli nella sfera di influenza delle istituzioni sociali, invece di abbandonarle alla procedura irrazionale di una forma sociale autonomizzata. Intendiamo con questo la liberazione delle relazioni sociali dalla categoria feticistica del valore affinché si crei una situazione in cui i membri della società non producono collettivamente in aggregati altamente socializzati che sono altrettanti scopi a sé stessi solo per poi „scambiare“ successivamente i prodotti sotto restrizioni completamente folli come se fossero i prodotti di singoli produttori isolati.
L’alternativa sarebbe l’impiego delle risorse comuni in un rapporto trasparente in modo che la „socialità“ cessi di essere un’assurda proprietà delle cose e non debba essere più regolata dalla „mano invisibile“ di un meccanismo resosi autonomo. Con la scomparsa della razionalità economico-aziendale distruttiva naturalmente non si mira certo a smantellare le forze produttive generate ciecamente dal capitalismo ma ad impiegarle secondo una „ragione sensibile“ nei confronti del contenuto (invece che secondo una razionalità monetaria astratta, indifferente ai contenuti), a trasformarle e a svilupparle ulteriormente.
Superamento del lavoro non significa perciò semplicemente una mera diminuzione quantitativa del tempo di lavoro per mezzo di una „completa automatizzazione“ (priva di riguardo per i contenuti), ma la liberazione di tutte le attività sociali dalla loro forma astratta, de-sensualizzata, indifferente di fronte ad un contenuto puramente aleatorio (variabile casuale). Attraverso questo superamento della forma-valore universale e così dell’economia aziendale, del mercato, dello scambio e del denaro la riproduzione sociale cessa di essere sottomessa ad una forma di attività universale ed astratta; essa si articola allora in un intreccio multiforme di attività innumerevoli, concrete, determinate secondo il loro contenuto, in nome del quale tutto viene svolto ed effettuato, invece di essere giudicate secondo un criterio applicato dall’esterno da un contesto sistemico astratto.
Appena le attività concrete vengono gestite socialmente secondo il loro contenuto reale, anche il tempo astronomico dell’economia aziendale deve terminare di esercitare la sua dittatura. La riproduzione personale e sociale si articola allora in elementi che hanno ciascuno la propria forma temporale. In particolare i settori e gli elementi dissociati definiti come „femminili“ che non possono obbedire in nessun modo alla „logica del risparmio di tempo“ (F. Haug) vengono reintrodotti nella società. Se la riproduzione sociale viene resa trasparente determinata solo attraverso il contenuto concreto non vi può più essere alcuna gerarchizzazione dei settori di attività e nessuna correlazione specificamente sessuale.
Superamento del lavoro non significa solo che i differenti momenti della riproduzione sociale ottengono in qualche modo giustizia ma che vengono superati in quanto sfere separate. La separazione delle sfere risulta già dallo „svincolamento“ dell’economia come scopo a sé stesso nel cui spazio funzionale tutti gli altri elementi devono essere dissolti. Superamento del lavoro è perciò anche superamento del „tempo libero“ e quindi liberazione dell’ozio, che non può essere „tempo residuo sociale“ ma si afferma sull’intera riproduzione.
Come prima cosa dunque: fine dell’istigazione al lavoro; perché produrre freneticamente date le gigantesche forze produttive se scompare insieme allo scopo delirante anche ogni ragione di aizzare gli uomini al suo perseguimento?
Questo non vale solo per il rapporto tra impegno e ozio ma per una reciproca affermazione di settori e momenti, Così la cultura nel senso più esteso non sarà più un settore separato ma verrà integrata nella riproduzione liberata dalla dittatura del tempo astratto. In questo senso si tratterebbe dell’adozione di criteri culturali ed estetici in tutti i „settori funzionali“ tradizionali. Il crimine estetico degli attuali „campi professionali“ non sarebbe allora più possibile.

Dall’espropriazione all’appropriazione
Le risorse sociali sembrano a portata di mano ma sono separate dai loro produttori da una parete di vetro. E questo perché la società che si fonda sul lavoro e sulla produzione di merce non è altro che una gigantesca macchina dell’espropriazione. Non nell’interpretazione asfittica, da marxismo del movimento operaio, secondo cui i mezzi di produzione non „appartengono“ giuridicamente ai lavoratori i quali quindi vengono privati dei frutti del loro lavoro (nella forma feticistica del plusvalore) dal capitale. L’espropriazione ha un carattere molto più esteso e perciò non la si può superare attraverso un semplice cambiamento esterno, giuridico nel cosiddetto „potere di disporre“ su fabbriche, terreni, officine, case ecc.
Questo vale anche se lo Stato si presenta come imprenditore generale e proclama in pompa magna che „il popolo“ o la „classe operaia“ sono divenuti „ipso facto“ gli orgogliosi proprietari dell’intero aggregato dell’economia nazionale al servizio della quale devono sottomettersi in modo zelante, o se le imprese in „autogestione“ sono condotte come comunità che producono merce e con essa un contesto sociale orientato dell’economia di mercato (anche se il mercato dove è possibile viene provvisto dell’aggettivo „socialista“)- entrambi questi due casi hanno rappresentato solo due tentativi storici fallimentari, di introdurre una consapevolezza riguardo ai bisogni all’interno della società della merce e del lavoro, che è per sua natura un sistema cieco e indifferente ai bisogni.
In questa società le potenze produttive e le condizioni socio-culturali si contrappongono agli uomini nella forma impazzita di una forza esterna dominante. Quando gli individui moderni pensano e agiscono lo fanno sempre sotto le condizioni presupposte dall’impianto costitutivo della società del lavoro e della merce, le cui costrizioni non solo funzionano esternamente ma sono presenti anche all’interno della loro struttura socio-psichica. Ogni „libertà“ nella società della merce e ogni „politica“ si riduce a decisioni prese all’interno di una dimensione intrinseca a questa „seconda natura“, che in quanto tale non è mai a disposizione e si sottrae ad ogni intervento cosciente. Il concetto di espropriazione denota perciò l’incapacità fondamentale e strutturale dei membri della società di disporre coscientemente di sé stessi e del proprio contesto.
L’uomo della società della merce non può neppure mangiare una carota senza porsi inconsapevolmente in relazione, al di là del suo acquisto, con un gigantesco apparato agro-industriale, logistico e burocratico, fatto di fabbriche di concime, spedizionisti, distributori di sovvenzioni ecc., i quali non sono certo interessati alla carota in quanto tale ma solo e unicamente al guadagno monetario astratto ed aziendale, che in qualche punto di questa processo a catena totalmente assurdo ha casualmente assunto le sembianze di una carota. Il risultato sociale e materiale è inoltre che essi stessi così come fondamenti naturali avvelenati della vita, uomini impoveriti e prodotti agrari eccedenti finiscono nelle discariche. Non solo i processi di lavoro quotidiani in ufficio, in fabbrica e al supermercato vengono diretti dall’astratta razionalità della valorizzazione ma anche i sogni degli uomini sono il frutto della volontà meccanica della società della merce.
Viene da sé che una simile espropriazione totale non potrà mai essere superata attraverso un cambiamento esterno nel potere politico o attraverso il mutamento giuridico del „potere di disporre“ (come sembra suggerire la celebre formula della „espropriazione degli espropriatori“) ma solo attraverso un movimento sociale di emancipazione che si appropri in modo totale e cosciente dell’intera sfera sociale. La dissociazione strutturale di politica ed economia come è stata generata dallo scopo a sé stesso scatenato deve essere revocata sin dall’inizio all’interno del movimento sociale stesso; questo non può più essere „politico“ nel senso tradizionale (quindi riferito allo Stato). Le risorse materiali non possono essere strappate al sistema tautologico della valorizzazione semplicemente con una cerimonia solenne, ma solo nel corso di una trasformazione fondamentale di tutte le relazioni sociali, economiche e culturali, in cui cambia aspetto anche la faccia materiale del mondo (dall’architettura ai mezzi di trasporto). Una tale determinazione emancipatoria di obbiettivi si deve sviluppare in una situazione sociale che la fa apparire completamente illusoria perché il processo di crisi ha scatenato ancora una volta un nuovo rigurgito del fanatismo del lavoro ed ha rivolto verso l’esterno i lati più oscuri dell’anima della merce.
Il processo di espropriazione permanente non si estingue affatto di per sé nel corso della crisi ma al contrario assume una forma ancora più truce. Che il soggetto del lavoro e della merce viva da sempre isolato nella più totale dipendenza socio-economica, lo sperimenta nel modo più brutale quando la sua forza-lavoro non è più necessaria e nello stesso tempo si esauriscono i trasferimenti sociali. Senza denaro („lavoro coagulato“) esso è letteralmente una nullità nella società capitalistica; è come se i suoi bisogni non esistessero, perché essi non possono essere espressi come domanda con potere di acquisto. Simultaneamente gli resta precluso l’accesso a risorse materiali inutilizzare (come ad esempio case disabitate), che sono gelosamente custodite dai „servizi di sicurezza“ statali e privati, poiché per essi non è previsto alcun utilizzo diverso da quello capitalistico.
Ogni tentativo di arrestare questo processo autoreferenziale di espropriazione assoluta (che si spinge fino allo sterminio di massa per fame nelle più disastrate regioni del globo) attraverso una „politica diversa“ immanente per ricadere in uno stato servile del tutto insostenibile all’interno della società del lavoro è fin dal principio destinata al fallimento. Tutto questo non ha più alcun fondamento perché la politica è solo l’astratta forma universale in cui la società produttrice di merci governa le sue inconciliabili contraddizioni, e ora questo strumento perde sempre più la sua limitata capacità di intervento e di regolazione quanto più avanza la crisi della società del lavoro. La sfrenata brutalizzazione della logica capitalistica ed il crollo di tutti gli standard civilizzatori (dalla forma dei rapporti civili all’assistenza medica) può essere arrestata solo grazie da un movimento sociale che non accetti più che la produzione di ricchezza si resa possibile solo nella forma del lavoro produttore di merce. Un’appropriazione emancipatoria in questo senso non si svolge più attraverso il metodo politico-giuridico ma attraverso la rottura categoriale con gli imperativi della „seconda natura“ della società della merce.

Elementi per un movimento di appropriazione
Una prospettiva di emancipazione può consistere solo nell’appropriazione da parte della società, della riproduzione dell’intera esistenza che non è più „mediabile“ nel contesto della società del lavoro e la praxis di questa appropriazione avrà la forma di un processo che si protrarrà presumibilmente per molti anni nel corso del quale verrà coinvolto l’insieme dei rapporti sociali, economici e culturali. Non sono solo i rapporti di forza esterni a determinare in modo forzoso un processo di trasformazione così complesso. Gli elementi di una socialità emancipata, estranea alla forma-merce, non si trovano certamente belli che pronti, né possono per così dire venire creati dalla situazione, ma devono essere individuati e sviluppati. Non si tratta semplicemente di una questione tecnico-organizzativa; essa riguarda essenzialmente gli individui che agiscono nella società e la loro struttura psicosociale. In definitiva i membri di un movimento di superamento ed appropriazione non dovranno essere degli „esseri trascendenti“, ma solo uomini con una soggettività del lavoro e della merce più o meno marcata, cui non sono però deterministicamente consegnati ma che, tuttavia, non possono sfilarsi di dosso come fosse una camicia. Perciò tale processo di appropriazione dovrà essere anche e necessariamente un processo di discussione estesa, di confronto reciproco e di autoriflessione.
Un „movimento“ inteso nel senso di tale processo di appropriazione (al contrario di un’azione politica esterna) non ha nulla a che vedere con un „accontentarsi“ su piccola scala o di una „economia della miseria“ su di una Terra arsa dalle fiamme dell’economia di mercato. Inoltre si differenzia fondamentalmente da una „prospettiva di sussistenza“ da civiltà agricola e artigianale o dai progetti di „economia locale“ che vengono divulgati in molte forme sotto la pressione della crisi. Certo la produzione locale e l’iniziativa personale con mezzi semplici offre spesso ai molti uomini resi „superflui“ dalla crisi l’unica possibilità di garantirsi la sopravvivenza. In parte questo fenomeno va di pari passo con la rinascita e il recente sviluppo di nuove forme di cooperazione ed auto-organizzazione; e perciò si delineano anche qui elementi che sono diretti contro la logica della concorrenza capitalistica. Nonostante ciò queste impostazioni rappresentano solo strategie di ripiegamento e di difesa che restano socialmente isolate e non offrono nessuna prospettiva emancipatoria cui approdare. Perciò non possono sviluppare di per sé nessuna dinamica che trascenda il livello estremamente basso di socializzazione, divisione del lavoro e produttività su cui si muovono. Al contrario sono facilmente strumentalizzabili per strategie di amministrazione della crisi e della miseria ed inoltre disponibili alla costituzione di identità etnicistiche e localistiche.
Le frazioni più spregiudicate nella politica della crisi, nei governi e nelle istituzioni internazionali come la Banca Mondiale o l’ONU non hanno nulla da dire, se i „superflui“ dal punto di vista capitalistico si avvicinano in un modo o nell’altro ai margini del capitalismo stesso, per garantire la loro sopravvivenza. In questo modo non solo la rivolta sociale si inasprisce ma si crea la legittimazione a proseguire con una politica di esclusione sociale. Inoltre le eventuali risorse disponibili sono calcolate in quantità così scarsa che le iniziative e i gruppi che se ne occupano sono impegnati per la battaglia per i mezzi di sussistenza quotidiani e non possono essere più mobilizzate energie per attività ulteriori. Per esempio nei loro programmi per „combattere la povertà“ già da anni la Banca Mondiale promuove a fine di cosmesi con due noccioline i cosiddetti „aiuti per l’iniziativa personale“ e in Messico il governo neoliberale del presidente Salinas ha investito le organizzazioni di base nelle città di un potere decisionale particolarmente ampio in materia di infrastrutture (strade, canalizzazione ecc.) per coinvolgerle in questo modo nell’amministrazione politica della crisi.
E‘ completamente falso sostenere che l’unica possibilità sia la partecipazione a questo stato di cose. In questo modo si realizza sia sul piano ideale che su quello teorico la capitolazione di fronte ai compiti indubitabilmente gravosi di un’appropriazione trascendente che abbracci l’intera società mondiale, ancor prima che venga compiuto il primo passo effettivo verso questa meta. Invece un progetto di appropriazione emancipatoria ha il dovere di sviluppare il quadro di riferimento per una prassi di appropriazione, che è sempre stata concepita solo come temporanea e di emergenza, affinché possa consolidarsi e crescere oltre sé stessa. La tensione tra l’obbiettivo di un superamento del lavoro per la società nel suo complesso e le difficoltà di un movimento di appropriazione che vuole cambiare le cose rappresenta comunque un elemento progressivo e non può essere sacrificato in cambio della vuota evocazione di un „totalmente altro“ né per l’autonomizzazione di forme di prassi limitate.
La prassi di un movimento di appropriazione non va concepita in modo riduttivo alla stregua di un mero progetto di nicchia ma in termini essenziali come confronto incessante con la prassi capitalistica sui livelli più diversificati. Questo vale prima di tutto per la critica radicale della razionalità economico-aziendale non solo in generale, ma come completo smascheramento del suo carattere irrazionale e distruttivo nei processi materiali concreti come in quelli sociali di „messa in rete“ del capitale (come quando galletti surgelati vengono scarrozzati attraverso l’Europa per migliaia di chilometri da camionisti sovraffaticati e sottopagati). La scoperta sistematica delle colossali assurdità nella prassi economico-aziendale capitalistica potrebbe costituire allo stesso tempo una base per indagare le possibilità di un’appropriazione e di una trasformazione del contesto della riproduzione materiale sul piano dei settori produttivi e precisamente dei loro flussi di risorse. Proprio perché non è più possibile assumere semplicemente il complesso produttivo capitalistico nella sua forma attuale, ma grandi parti di esso dovranno essere smantellate o modificate in termini fondamentali, l’appropriazione e la diffusione di questa conoscenza (di per sé una netta rottura con le regole del sistema) è di enorme significato.
Bisognerebbe considerare con spirito critico anche i precedenti tentativi di critica e sovvertimento sul piano della riproduzione concreta, che hanno avuto luogo in un contesto del tutto diverso; per esempio, le analisi del movimento ecologista o il cosiddetto „dibattito sulla riconversione degli armamenti“ negli anni’70 e ’80. Con esso viene almeno in parte analizzato in modo minuzioso e competente come l’industria degli armamenti con l’aiuto della competenza settoriale disponibile e attraverso un parziale intervento sul parco-macchinari possa essere riconvertita ad un altro tipo produzione, non militare. Naturalmente non si trattava di una critica radicale all’economia „scatenata“, ma solo, in ultima analisi, di conservare „posti di lavoro“ nell’economia di mercato; per lo più in relazione con l’illusione di una „politica economica alternativa“ orientata in senso ecologico e comunitario all’interno di un capitalismo in qualche modo riformato. Era del tutto ingenuo pensare che l’industria degli armamenti potesse essere smantellata se solo fossero state sviluppate idee produttive alternative. Perciò il dibattito sulla riconversione scomparve dalla scena pubblica senza lasciare traccia anche in seguito al declino del movimento degli alternativi e della pace e in concomitanza con il processo di adattamento dei verdi. Nonostante ciò queste analisi „ad acta“ potrebbero essere utili come strumenti per potere discernere quali conoscenze e quali possibilità materiali potrebbero essere mobilizzate nel contesto di un „dibattito sulla riconversione“ da un punto di vista totalmente diverso, contro l’economia aziendale e la produzione di merci.
Il punto di partenza e l’impostazione di un movimento radicale di appropriazione sarà certo molto diverso a seconda del paese o della regione e dei rapporti che vi si sono instaurati. E‘ immaginabile e profondamente auspicabile che un movimento di protesta di massa rivolto contro l’amministrazione della crisi da parte dello Stato, a causa dell’insopportabile inasprimento delle condizioni della crisi, si impossessi, secondo una dinamica propria, di grandi settori del tessuto sociale compreso l’apparato di produzione industriale. Dipende dalle diverse condizioni di riferimento, siano esse politiche, sociali od economiche, in cui ha luogo la crisi del capitalismo, quali forme transitorie di appropriazione reale possano concretizzarsi; in primo luogo naturalmente occorre chiedersi se e in quale misura l’atomizzazione e la letargia sociali possano essere eliminate. Nella stessa misura in cui la riproduzione all’interno della società del lavoro va restringendosi sempre più e gli uomini devono ricorrere alle razioni di emergenza, la battaglia per la sussistenza elementare cioè per l’abitazione, il cibo, l’energia ecc. e per l’accesso ai servizi sociali e sanitari può acquistare una forza esplosiva. Chi ritiene tutto ciò un’illusione, deve ricordarsi che in vaste regioni del mondo i circuiti di sussistenza „regolari“ legati allo Stato o all’economia di mercato sono in gran parte già crollati. Nei paesi centrali del capitalismo il treno viaggia da tempo verso la stessa destinazione; anche in questi paesi la pressione aumenta, tuttavia essi sono ancora nella condizione di scaricare in qualche modo i costi sulla loro forza-lavoro, perché i salari decrescono stabilmente e allo stesso tempo le prestazioni sociali vengono decurtate. In tali circostanze diventa cruciale un’alternativa: o le catastrofi legate alla sussistenza genereranno una violenta concorrenza tra gli esclusi, che potrà essere condotta da bande razzistiche e da ambigui politici-mediatici nazionalisti – oppure farà la sua comparsa nella società un centro focale di stampo emancipatorio che cominci per esempio con occupazioni di case o „scioperi dell’affitto“ svincolando la sfera dell’abitare dalla sfera della produzione di merce e che nel contempo organizzi nei quartieri un’infrastruttura autonoma di servizi medici e sociali, punti di incontro, centri di comunicazione ecc. Ma tali misure sono durevoli solo se, agendo come fondamenta iniziali e teste di ponte, riescono in una certa misura ad originare un processo dinamico che agisca sulla riproduzione sociale nel suo complesso; e una tale dinamica è possibile solo se contemporaneamente sorge un centro focale teorico e sociale che diffonda nella forma di nuova controinformazione le idee della rottura categoriale con il lavoro e con la produzione di merci. Questo implica la necessità sin dal principio di una comunicazione, di una coordinazione e di un appoggio reciproco su scala transnazionale ed interregionale di un movimento di appropriazione che sia in grado di intervenire da una posizione „terza“, di superamento, nei conflitti sociali immanenti e nella contrapposizione tra gli interessi per ciò che riguarda il salario, i sussidi di disoccupazione, l’assistenza sociale ecc.
Non é neppure auspicabile una struttura „economica alternativa“ di piccole comunità che producono merci o perfino di singole persone che scambiano „direttamente“ il loro tempo di lavoro, come prescritto dalla regressiva ideologia dei „circoli di scambio“. In questo modo non si otterrebbe altro che la riproduzione (o la simulazione in parallelo alla società) delle costrizioni dell’economia di mercato con tutte le loro implicazioni. L’astratta forma di attività „lavoro“ non viene superata per questa via ma la sua „autogestione“ si limiterebbe solo a mettere in pratica in prima persona le demenziali leggi dell’economia aziendale. Appropriazione reale può sempre e solo significare che le risorse disponibili nei corrispondenti settori di intervento vengono impiegate conformemente all’accordo diretto degli interessati ed il risultato di questo processo viene „esaurito nell’uso“ invece di rientrare sul mercato come offerta. Solo in questa prospettiva è possibile intraprendere l’abolizione della sfera autonomizzata dell’economia all’interno di un tessuto sociale consapevolmente organizzato anche in settori separati.
Quando si parla di „accordi diretti“ naturalmente non si vuole dire che gigantesche masse umane debbano incontrarsi in continuazione, per discutere e deliberare su ogni faccenda. Bisognerebbe piuttosto escogitare un sistema istituzionale e organizzato per gradi, di intese su tutti i livelli, che divenga per ciascun membro della società parte integrante del suo vivere quotidiano (come lo sono oggi il lavoro astratto, il denaro e la concorrenza). Con l’espressione „diretto“ intendo soltanto dire che nessuna forma feticistica autonomizzata può frapporsi tra i membri della società e le condizioni della loro esistenza e che anche i livelli più elevati di organizzazione all’interno della struttura sociale devono restare visibili per tutti (per esempio grazie ai moderni mezzi di comunicazione) facendo a meno dello Stato con i suoi apparati che, analogamente all’economia, è avulso dalla società e la tiene soggiogata nel nome di uno scopo presupposto in sé.
Il compito di sviluppare tali forme ed istituzioni della connessione sociale diretta ed anche la loro composizione si trova di fronte d’altra parte ad un ostacolo, ovvero il fatto che non esiste alcun modello storico e tanto meno attuale da cui trarre ispirazione. Per esempio l’idea seppur effimera dei „consigli“ potrebbe offrire (per quanto analizzata criticamente) un punto da cui partire; ma essa è naufragata proprio per il fatto di essere rimasta ancorata alla società del lavoro e di non essere quindi riuscita ad oltrepassare la forma borghese della politica; piuttosto essa era pensata nei termini di un sistema rappresentativo politico di tipo plebiscitario con un controllo meramente esterno sul lavoro astratto e sull’economia della merce rimasti insuperati. Ne è prova il fatto che, per esempio, l’elaborazione teorica dei consigli, così come fu sviluppata da Karl Korsch negli anni ’20, prevedeva una diversificazione tra „consigli di produttori“ e „consigli di consumatori“; si dovrebbe così riprodurre in pratica la schizofrenia strutturale del soggetto della merce che da un lato è il venditore della sua stessa forza-lavoro e dall’altro un consumatore di merce. Al contrario al fine di un superamento della forma feticistica resasi autonoma sarebbe da presupporre logicamente che si arrivi ad instaurare l‘identità di produttore e di consumatore mediata all’interno delle relazioni sociali,.
In ogni caso sarebbe del tutto insensato fissarsi su di un „modello“ determinato di connessione sociale che dovrebbe essere valido ovunque, analogamente alla forma-merce. Bisognerà discutere oltre che dell’assistenza ai bambini nei quartieri (e non necessariamente in tutti i quartieri e regioni allo stesso modo) anche della produzione di travi d’acciaio e dell’organizzazione di un programma radiofonico. Se il superamento del lavoro implica anche che tutte le attività riconosciute come sensate abbiano un valore nel senso della loro logica propria, allora anche i processi decisionali devono tenerne conto. Il futuro oltre il lavoro non è certo un nuovo principio funzionale ed organizzativo, che rimanga astrattamente universalistico, ma uno spazio sociale veramente „aperto“ che si contrapponga alla forma-merce e che favorisca lo sviluppo di una molteplicità concreta in tutti i campi dell’esistenza – senza l’impulso costrittivo che deriva dalla costruzione di un’identità modellata sulla concorrenza e dalla paura dell’esclusione.

Robert Kurz e Norbert Trenkle

- Pubblicato su Krisis - Die Aufhebung der Arbeit - traduzione in italiano a cura di Krisis.

fonte: Krisis

martedì 23 luglio 2019

Radici

« Il rifiuto del lavoro salariato è un'affermazione dei bisogni radicali di libertà, di piacere, di esperienza ed è comprensione del carattere universale della rivendicazione di libertà dal lavoro di cui era portatrice la classe operaia di fabbrica e, pertanto, è un'implicita violazione delle regole produttive stabilite dal capitale e dalla mediazione sindacale. È il rifiuto più o meno organizzato dell'obbligo di produrre plusvalore. »

(dal risvolto di copertina di: "Il rifiuto del lavoro. Teoria e pratiche nell'autonomia operaia", di Ottone Ovidi. Editore: Bordeaux.)

Il rifiuto del lavoro
- di Ottone Ovidi -

Il rifiuto del lavoro è stato patrimonio dell’autonomia operaia degli anni settanta, intesa sia con la A maiuscola di organizzazione politica sia con la a minuscola di egemonia di pratiche nel movimento di quegli anni [*1].
La prima considerazione da fare riguarda la mancanza di ricerca storiografica sul tema, dal punto di vista della teoria e della prassi messe in campo dagli autonomi. Finora, infatti, l’interesse della gran parte degli storici si è concentrato su altri aspetti quali la violenza e l’illegalità teorizzate e/o praticate dagli stessi [*2]. L’attenzione accordata a questi temi ha messo in ombra quello che invece è stato un nodo centrale attorno a cui si è sviluppata l’autonomia e larghi strati del movimento di quegli anni fornendogli forza e, soprattutto, originalità. La teoria e la pratica, appunto, del rifiuto del lavoro.
Uno studio storico di quella stagione da questo punto di vista comporta una certa difficoltà. Le piccole e grandi realtà nascono e muoiono velocemente, vi è un continuo scambio e ricambio di militanti e mancando una direzione centrale o centralizzata le stesse regole per venire inclusi e autodefinirsi appartenenti a quest’area non sono rigide [*3]. Un ulteriore problema per lo storico consiste nella difficoltà di reperire documenti d’archivio perché il tipo di organizzazione di questi gruppi ha comportato una perdita notevole di materiale. Poi, bisogna ricordare e sottolineare l’effetto distruttivo che hanno avuto le perquisizioni, i sequestri, gli arresti, i processi e la condanna totale con cui tutto l’arco politico, istituzionale e culturale, ha bollato quell’esperienza. Tutto questo si aggraverà con l’imponente operazione giudiziaria nota come Teorema Calogero [*4], datata 7 aprile 1979, consistente nell’ipotizzare una direzione unica di tutti i movimenti rivoluzionari e lottarmatisti italiani, ai cui vertici si sarebbero trovati dirigenti politici dell'autonomia.
Per poter comprendere la portata e gli effetti delle teorizzazioni sul rifiuto del lavoro è necessario partire proprio dal concetto di lavoro. Riguardo a questo è interessante l'analisi svolta da Maria Turchetto che definisce così l’ideologia del lavoro: «Quel modo di pensare, largamente introiettato nella nostra società, che fa dell'attività lavorativa continuativa e retribuita il titolo normale e pressoché esclusivo di partecipazione alla vita associata. […] L'idea che sia il lavoro a conferire pieno diritto di cittadinanza è in effetti ampiamente trasversale, interclassista, condivisa da etiche laiche e religiose. É più di un ideologia: è senso comune, rappresenta cioè una norma di comportamento e di giudizio completamente assimilata e che dunque funziona, proceduralmente, senza passare attraverso un attento esame critico, come dispositivo disciplinare» [*5].
In assoluto gli autonomi non erano i primi a discutere tematiche antilavoriste. Possiamo ricordare che già nel 1887, Paul Lafargue aveva pubblicato il suo Diritto alla pigrizia, recentemente ripubblicato [*6]. Ma queste tematiche non si erano, prima di allora, mai tramutate in programma politico, in azione collettiva che uscisse al di fuori dal comportamento individuale avverso alla pratica lavorativa. Nessun movimento politico organizzato le aveva fatte proprie. Lo stesso Marx nei suoi Lineamenti fondamentali sosteneva bisognasse far si che il tempo di lavoro e il tempo libero smettessero di essere contrapposti, e immaginava uno sviluppo tecnologico tale da poter abbattere il tempo di lavoro a beneficio dello sviluppo culturale, artistico, scientifico degli individui [*7]. Solo l'ambito filosofico sembrava, all'inizio degli anni sessanta, interessarsi, seppur lontanamente, all'essenza di quello che definiamo lavoro, e al rapporto uomo – natura – lavoro [*8].

In Italia, è soprattutto il mondo dell’operaismo che comincia ad accorgersi di alcuni cambiamenti che si stavano verificando nelle grandi concentrazioni industriali [*9]. L’attenzione degli operaisti è attratta dalle pratiche di insubordinazione e sabotaggio che si erano diffuse e radicalizzate nelle fabbriche fino ad esplodere con l'autunno caldo del 1969. E’ allora che queste pratiche spontanee e diffuse vengono concepite come molteplici forme dello stesso rifiuto. E saranno la base su cui si formeranno i primi nuclei dell’autonomia. L’autonomia come progetto politico nasce in maniera simbiotica con il rifiuto del lavoro. L’evoluzione del rifiuto del lavoro come impianto teorico e come applicazione pratica va ricercata nella vita quotidiana dei militanti e non solo, negli espropri, nelle spese proletarie, nelle autoriduzioni delle bollette, degli affitti, nell’occupazione di stabili per motivi abitativi o culturali e/o politici, nel modo di lavorare di chi aveva un lavoro fisso e nelle modalità di vita di chi non lo aveva. Risulta chiaro quanto grande sia stata allora la novità, quanto grande l’impatto di una posizione come quella del rifiuto del lavoro praticata e propagandata dagli autonomi. La storia del rifiuto del lavoro è la storia della fabbrica, concentrato di esperienze storiche, di necessità quotidiane, di insoddisfazione nei riguardi dei sindacati e delle pratiche sindacali, di impegno politico ed ancora di metodi di lotta radicali: come il gatto selvaggio, il salto della scocca, i sabotaggi sulla catena di montaggio, lo sciopero a scacchiera o a singhiozzo, il rifiuto del cottimo [*10]. L’operaismo degli anni ’60 in Italia, al di là della costellazione dei percorsi politici che lo hanno animato, era declinato sulla centralità politica operaia, per cui la classe operaia era il soggetto politico e l’attore principale del cambiamento della società e della rivoluzione. Tuttavia l’operaismo rompe con la tradizione comunista dell’etica del lavoro e introduce l’idea-forza dell’odio degli operai per la propria condizione: « Ho l'impressione che si faccia troppo spesso coincidere la storia dell'idea moderna di lavoro con la storia del movimento operaio organizzato, il quale, se ha certamente almeno in parte interiorizzato tale idea, non ne è tuttavia l'artefice. […] Preferisco […] far risalire anche la genesi del lavoro, che alla modernità certamente appartiene, ai processi di formazione degli stati nazionali che inaugurano le tecniche del “biopotere”. » [*11].
Una volta nata, la figura di quello che verrà chiamato “operaio massa”, diventa portatrice di nuovi bisogni, desideri, comportamenti, istanze conflittuali. In definitiva di un diverso atteggiamento verso il lavoro e il proprio ruolo. Inizialmente la lotta operaia rivendicò l’egualitarismo salariale, indispensabile per coagulare i lavoratori, rompendo la linea di continuità tra mansione e retribuzione e cercando il riconoscimento dell’attività lavorativa in quanto tale, oltre le molteplici frazioni prodotte dal capitale tra categorie e competenze. Da subito, però, il conflitto lavorativo si spostò sui temi della nocività e del rifiuto del lavoro estendendo alle università e al territorio questa sensibilità, aggregando soggetti e generazioni diverse tra loro. Il modello industriale fordista, arrivato anche in Italia, aveva fatto nascere la figura dell’operaio-massa e quest’ultimo fuggiva da quella condizione. Le testimonianze degli operai raccolte in quegli anni, tramite lo strumento dell'inchiesta [*12], ci parlano di un grande malessere:
« Mi sono fatta mettere in malattia: con l'aria condizionata, le luci al neon e i telai c'è da impazzire. Il reparto noi lo chiamiamo Mauthausen.
Io sono entrata in fabbrica a dodici anni, quindici anni fa. Ero contenta di andare a lavorare. Mi trovavo bene. Adesso, ogni mattina che mi alzo, mi sembra di andare a morire.
» [*13].

Questo comportò lo sviluppo politico di pratiche che andavano dall’assenteismo in fabbrica al rifiuto del lavoro su tutti i terreni sociali. Il comportamento spontaneo, di massa, che gli autonomi richiamano è proprio quello del rifiuto del lavoro principalmente come estraneità, anche non cosciente, ai valori della società capitalista. I “nuovi bisogni” e le “nuove aspirazioni sociali” sono la causa di questo rifiuto e, quindi, proprio da questo rifiuto si deve partire per rendere cosciente la “classe” dei motivi del suo malessere. Il giornale raccoglie e rilancia questo programma politico. Nel numero del giugno 1969 il titolo in prima pagina era “Rifiuto del lavoro” e così si dipanava l’articolo:
« La rivoluzione operaia non può significare un nuovo nome per lo sfruttamento del lavoro vivo, può intendersi soltanto come possibilità concreta materiale di liberazione del lavoro vivo dall’intero apparato produttivo organizzato del lavoro morto, come distruzione dei rapporti capitalistici in ogni loro specificazione. » [*14]. Ecco come si esprimeva il Comitato Operaio di Porto Marghera: « Siamo liberi solo di alzarci ogni mattina e di andare a lavorare. Chi non lavora non mangia. È libertà questa? C'è una cosa che impedisce la nostra libertà: il lavoro, e a lavorare in realtà noi siamo obbligati. » [*15].
Per comprendere appieno l'aria che si respirava nelle grandi concentrazioni industriali basta prendere, ad esempio, le statistiche riguardanti l'assenteismo all'interno della sola Fiat: si passa dal 7% sul totale degli occupati nel primo semestre 1970, all'11% del secondo semestre, al 14-15% del 1972 [*16]. A tal proposito è bene ricordare l’occupazione della Fiat Mirafiori avvenuta nelle giornate del 29 e 30 marzo 1973. Un evento individuato come spartiacque tra i militanti dell'epoca [*17], e riconosciuto come importante ancora oggi. La novità fu la partecipazione continua e di massa, l’estraneità totale di figure sindacali di qualsiasi tipo, la completa autorganizzazione degli operai, insomma in quell’occasione si condensarono anni di esperienza di lotta in fabbrica. In questo senso le varie aree dell’autonomia non rivendicarono mai l’invenzione del rifiuto del lavoro, ma sostennero sempre di averlo preso dalla pratica quotidiana dei lavoratori, in particolare degli operai. L’operaio massa veniva interpretato dagli autonomi non solamente come categoria sociale e sociologica, ma, soprattutto, come categoria politica produttrice di lotte. Quindi il mito del “sol dell’avvenire” venne sostituito dall’immanenza delle lotte, dei desideri, del rifiuto del lavoro. L'etica del lavoro non faceva parte della cassetta degli attrezzi. L’errore che non si deve commettere è quello di considerare l’autonomia al pari di un partito (o gruppo extraparlamentare) classico poiché con “autonomo” non si intendeva solamente chi esplicitamente si richiamava all’area politica in questione, ma anche tutti coloro che, a vario titolo, mettevano in atto determinate pratiche, tra cui il rifiuto del lavoro: « L’Autonomia operaia non è soltanto la risposta ad una costrizione, ad una “negatività” imposta alla classe dalla crisi del capitale, ma vuole essere affermazione piena e consapevole della “positività” con cui già oggi il movimento marcia verso un nuovo assetto dell'organizzazione sociale e produttiva. Negli obiettivi, nei bisogni, nella pratica di chi lotta oggi […] ci deve essere già la prefigurazione delle diverse condizioni di vita e dei nuovi rapporti sociali a cui tendiamo e che nella società nuova vogliamo affermare. Nella tematica della riduzione dell'orario di lavoro c'è si la risposta alla cassa integrazione, ai licenziamenti, alla disoccupazione, ma c'è anche l'affermazione di una volontà nuova della liberazione dell'uomo a questo stadio della sua evoluzione e di un nuovo assetto del lavoro e della produzione socialmente utile. » [*18].

Le autoriduzioni, gli espropri, le occupazioni, il contropotere devono essere interpretate a partire da questa positività. Per gli autonomi il rifiuto del lavoro, del lavoro fatica, del lavoro espropriato significava richiesta di conquista di tutto il potere, di appropriazione di tutta la ricchezza sociale. Questo è il senso delle parole d’ordine lanciate all'inizio degli anni settanta dai primi gruppi autonomi: riduzione dell'orario di lavoro, riduzione dei ritmi, rifiuto della nocività, aumento salariale uguale per tutti [*19].
La necessità di espandere al territorio le tematiche sviluppate in fabbrica è conseguenza di questo significato. Per questo si aveva l'esigenza di avviare una ricomposizione della classe e delle lotte contro le divisioni che venivano concepite come strumentali e false nonché utili al capitale: tra lavoratori e disoccupati, precari e non, studenti e lavoratori, uomini e donne. Questa ricomposizione doveva partire essenzialmente dai bisogni comuni a tutto il proletariato, bisogni che ruotavano attorno al perno centrale del rifiuto del lavoro concepito come un momento unificante delle lotte. A questo proposito così scriveva l'Assemblea Autonoma di Porto Marghera:
« Quello che deve contraddistinguere l'Ass. Aut. è l'impostazione completamente nuova della lotta, sviluppando le capacità di generalizzazione delle parole d'ordine e dell'unificazione dei diversi settori di classe; praticando forme nuove di lotta, che contrappongano la capacità organizzativa operaia al padrone, attaccando la sua organizzazione del lavoro […]; portando la lotta sul sociale per ricomporre alla classe operaia i disoccupati, le donne, gli studenti e tutti gli altri proletari, riuscendo ad articolare dalla fabbrica al sociale il programma del salario garantito. » [*20].
Pertanto, negli anni ’70, le espressioni “potere operaio” e “classe operaia” per alcuni avevano mutato significato perché non ci si riferiva solo ad una figura economica o sociologica ma anche e, soprattutto, a quei soggetti, singoli e collettivi, produttori di autonomia e quindi intrinsecamente fuori dalla società del capitale, contro di essa. Riprendendo l'analisi svolta da un operaista come Mario Tronti, gli autonomi teorizzano il concetto di estraneità che caratterizzerebbe la nuova composizione operaia (quell'”operaio sociale” non più legato esclusivamente al lavoro di fabbrica) [*21]. Anche perché forte era il riferimento alla categoria marxista di capitale “sociale”, con cui si intendeva la tendenza del capitalismo ad estendere il dominio che esercitava in fabbrica all’intera società. Cioè l’industria dava ormai il volto e l’essenza a tutta la società capitalistica:
« E allora la coscienza politica di classe non nasce più dalla mera assunzione dell'antagonismo, ma dall'esigenza della liberazione, non semplicemente dalla coscienza della mostruosità del lavoro salariale, ma direttamente dal rifiuto del lavoro, non dalla necessità della produzione, ma dall'urgenza dell'invenzione. Nasce dal distruggere il rapporto salariale come legge della distruzione – ormai completamente irrazionale, non più legata a qualsiasi proporzione di sviluppo – di ogni bisogno proletario, di ogni autonomia di classe. Finalmente la lotta di classe operaia si mostra sempre più come lotta di liberazione. » [*22].

Questo lo spirito con cui veniva letta anche la scuola, definita “fabbrica speciale”. A ribadire che la società era modellata sull’esempio della fabbrica. Questa fabbrica-scuola andava inserita tra gli obiettivi da attaccare in quanto istituzione che riproduce la forza lavoro da sfruttare domani, perché inocula negli studenti l’abitudine al lavoro che altro non è che disponibilità ideologica a subire lo sfruttamento. Pertanto la lotta degli studenti avrebbe dovuto svilupparsi parallelamente a quella della fabbrica e del quartiere e puntare ad abbattere il costo della scuola, il costo dei trasporti, a boicottare la didattica, ottenere la promozione garantita sganciata dal “profitto” e il salario politico a tutti gli studenti [*23]. Lo scambio tra Autonomia e movimento fu talmente stretto e continuo che quest'ultimo venne contagiato dalle teorizzazioni autonome del rifiuto del lavoro. Dopo lo scioglimento delle principali formazioni extraparlamentari l'autonomia esercitò la sua egemonia sul movimento che adottò parole d'ordine da applicare nelle situazioni più disparate, e le mise in pratica nelle maniere più diverse. Il confine non fu mai netto e si espresse in tutta una serie di pratiche di appropriazione e riappropriazione [*24] largamente diffuse anche là dove di Autonomi non ce n'erano. Ma per alcuni militanti ormai il rifiuto del lavoro faceva parte del proprio background culturale e politico: « Per quel che riguarda la mia esperienza, il modo in cui sono entrata nel movimento, quel che mi interessava era la volontà che c’era di esprimere un rifiuto radicale del lavoro, della fatica, di tutte le cose che sono caratteristiche del capitalismo. Cioè non mi battevo perché ci fosse la bandiera rossa davanti alla fabbrica ma poi dentro si lavorasse allo stesso modo di prima. » [*25].
Nel febbraio 1977 comparve sui muri di Bologna un manifesto, vero è proprio sunto politico dell'autonomia, dove centrale risulta l'odio verso la società del lavoro:
« Finalmente il cielo è caduto sulla terra. La rivoluzione è giusta necessaria possibile. Sorprendente non è che gente rubi, ma che chi ha fame non rubi sempre. Sorprendente non è che operai facciano sciopero, ma che chi è sfruttato non scioperi sempre. Hanno tentato di convincerci che questa società fosse l'unica possibile, fosse naturale, un sistema che si fonda sull'espropriazione di tutta la nostra vita, sulla sua trasformazione in valore, un sistema fondato sullo sfruttamento, sul furto organizzato dell'invenzione operaia ci viene presentato come naturale. La lotta continua degli sfruttati per sottrarre il tempo di vita al lavoro, per guadagnare spazi di autonomia è il fondamento della liberazione. […] Chi ha detto che non si può produrre tutto ciò che occorre riducendo l'orario di lavoro e aumentando l'occupazione? Chi ha detto che non si può dare salario a tutti, aumentare i consumi, i servizi e soprattutto il tempo di vita liberato dal lavoro?» [*26]
Antonio Negri che di quella stagione dell’autonomia e del rifiuto del lavoro fu un protagonista così scrive: «Nessuna affermazione comunista, più di quella del rifiuto del lavoro, è stata violentemente e continuamente espulsa, soppressa, mistificata, dalla tradizione e dall'ideologia socialiste. Se vuoi mandare in bestia un socialista o se vuoi scoprirlo quando si copre di demagogia, provocalo sul rifiuto del lavoro. Nessun punto del programma comunista, lungo un secolo, da quando Marx parlava del lavoro come “essenza disumana” è stato tanto combattuto: fino a quando la scomunica del rifiuto del lavoro è divenuta taciuta, surrettizia, implicita, ma non meno potente: l'argomento è stato tolto. Ora, è su questo terreno indiretto che l'astuzia della ragione proletaria ha cominciato a restaurare la centralità del rifiuto del lavoro nel programma comunista. […] Nostro compito è la restaurazione teorica del rifiuto del lavoro nel programma, nella tattica, nella strategia dei comunisti. » [*27]. In definitiva, il movimento, la teoria, la pratica del rifiuto del lavoro si incardinano sul principio che il proletariato per rendersi indipendente, per procedere nel percorso della propria auto-valorizzazione, deve misurarsi con la capacità di trasformare il rifiuto del lavoro in misura del processo di liberazione. L’autonomia, in maniera coerente e più organica seppe interpretare un’esigenza, una sensazione che serpeggiava in tutto il movimento e intorno all’idea-forza del rifiuto del lavoro caratterizzò la sua identità e un modo di leggere l’intera società capitalista. ”Valore d'uso[*28] è la formula con cui gli autonomi descrivevano questo approccio alla vita. La pratica dell’appropriazione divenne il punto di identità più rilevante dell’area politica dell’autonomia: appropriazione di beni, espropri, illegalità di massa, autoriduzione delle tariffe, una diffusione di comportamenti antagonistici. Nella critica della politica in quanto separazione da sé e dalla possibilità stessa di trasformare il reale a partire dalla propria situazione di miseria, è contenuto forse il senso più vero di quello che si configurava come autonomia diffusa ed è ben sintetizzato in questo passaggio: Chi lotta per il lavoro non lotta si adegua […] Il comunismo non è lotta per un altro lavoro, è lotta per l’abolizione del lavoro [*29].

Forse proprio per questo le teorizzazioni sul rifiuto del lavoro hanno avuto una diffusione e un'attenzione anche fuori dall'Italia, soprattutto in alcuni paesi d'Europa e in America Latina. La Germania è forse il paese dove l'attenzione è stata più forte e longeva [*30]. Un esempio può essere il lavoro svolto da Martin Birkner e Robert Foltin, i quali riconoscono il debito teorico verso l'operaismo italiano degli anni sessanta. La loro ricerca si concentra verso i gastarbeiter, o lavoratori ospiti, cioè gli emigrati italiani, portoghesi, spagnoli, similmente a come gli operaisti avevano studiato gli emigrati meridionali che lavoravano nelle grandi fabbriche del nord. La ricerca viene effettuata sul campo, sui treni di periferia e nei quartieri operai, e viene usata l'espressione “lotta contro il lavoro” per classificare alcune pratiche che caratterizzerebbero questi soggetti, soprattutto i più giovani [*31].
Anche altre riviste avevano affrontato il nodo teorico del rifiuto del lavoro. Come“Wildcat”, nata a Karlruhe nel 1979, che usava metodi di ricerca simili all'inchiesta di matrice operaista e si poneva come obiettivo l’elaborazione di forme di resistenza che andavano dal sabotaggio individuale alle assenze per malattia, sulla base di quello che veniva definito “rifiuto del lavoro capitalistico”.
Una delle più importanti pubblicazioni sull'argomento rimane sicuramente Il manifesto contro il lavoro avvenuta in Germania nel 1999.
La traduzione italiana, benché eseguita rapidamente, è rimasta a lungo inedita ed è stata pubblicata da Deriveapprodi nel 2003 [*32]. Il gruppo Krisis, riunito intorno all’omonima rivista, ha sviluppato in Germania una delle analisi più articolate e radicali sul rifiuto del lavoro. Un collettivo non inteso secondo la tradizione italiana, ma un gruppo di intellettuali, di cui l’esponente più noto è Robert Kurz, che utilizza come strumento di lavoro seminari, conferenze ed incontri a cavallo tra università e mondo artistico e culturale. Che siano debitori dell’autonomia operaia lo raccontano loro stessi quando scrivono che “l’ultima onda della tradizionale critica del lavoro giunse negli anni ’70 dall’operaismo italiano[*33]. Nel pamphlet in questione si contesta che il lavoro venga elevato a principio che domina le relazioni sociali senza tener conto dei bisogni e della volontà degli interessati. Non solo la vacanza e il riposo settimanale servono alla riproduzione della forza lavoro, ma perfino quando mangiamo, festeggiamo, proviamo piacere, da qualche parte del cervello il cronometro continua a scandire il tempo del lavoro: quest’ultimo è un fine in sé e realizza la valorizzazione del capitale, l’infinita moltiplicazione del denaro grazie al denaro stesso.
Tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli anni ottanta si chiude in Italia la stagione politica apertasi alla fine del decennio sessanta. La risposta del sistema di potere alle lotte e alle iniziative dell'autonomia è stata presentarle all'opinione pubblica come criminali e presentare la lotta di classe in generale come criminale, scrivendo perciò fascicoli su fascicoli di condanne penali, prefigurando la manipolazione storica successiva, che ha consegnato gli autonomi alla damnatio memoriae, in primis non riconoscendo loro lo status di soggetto politico. In definitiva, il rifiuto del lavoro salariato è un’affermazione dei bisogni radicali di libertà, di piacere, di esperienza e comprensione, del carattere universale della rivendicazione della libertà dal lavoro di cui era portatrice la classe operaia ed è un’implicita violazione delle regole produttive stabilite dal capitale e dalla mediazione sindacale. É, dunque, il rifiuto dell’obbligo di produrre plus-valore.

- Ottone Ovidi - Pubblicato il 21/9/2015 su InfoAut. Informazione di parte -

NOTE:

[*1] - Si veda Guido Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta, Donzelli 2003, pp. 555-577; Marcello Tarì, Il ghiaccio era sottile. Per una storia dell'autonomia, DeriveApprodi, 2012; Nanni Balestrini, Primo Moroni, L'orda d'oro. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale 1968-1977, SugarCo, 1988.

[*2] - Angelo Ventrone (a cura di), I dannati della rivoluzione. Violenza politica e storia d'Italia negli anni sessanta e settanta, Eum, 2010.

[*3] - Mino Monicelli, L'ultrasinistra in Italia 1968-1978, Laterza, 1978, pp. 114-122; G Panvini, Ordine nero, guerriglia rossa: la violenza politica nell'Italia degli anni sessanta e settanta (1966-1975), Einaudi, 2009; Cesare Bermani, Il nemico interno. Guerra civile e lotta di classe in Italia (1943-1976), Odradek, 1997.

[*4] -  Dal magistrato padovano Pietro Calogero che, in veste di sostituto procuratore, elaborò l'impianto accusatorio con il quale vennero arrestati importanti leader dell'Autonomia operaia come Antonio Negri, Emilio Vesce, Oreste Scalzone ed altri. Per una ricostruzione di quelle vicende si veda Giacomo Mancini, 7 aprile, Lerici, 1982, Pietro Calogero, Carlo Fumian e Michele Sartori, Terrore rosso. Dall'autonomia al partito armato, Laterza, 2010.

[*5] -  Maria Turchetto, Il lavoro senza fine. Riflessioni su “biopotere”e ideologia del lavoro tra XVII e XX secolo, , n. 3, 2004.

[*6] -  Paul Lafargue, il diritto alla pigrizia. Confutazione del diritto al lavoro, Spartaco, 2004.

[*7] - Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica 1857 – 1858, La Nuova Italia, 1968, pp. 400-401.

[*8] - Hannah Arendt, Vita activa, Bompiani, 2000. Arendt individua tre diverse condizioni dell'esistenza umana, che insieme vanno appunto a comporre la “vita activa”. Queste tre condizioni sono: l'attività del lavoro rappresentata dall'animal laborans; l'insieme degli artefatti materiali di cui l'uomo si circonda per vivere rappresentati dall'homo faber; e infine l'attività dell'agire, intesa come spazio pubblico in cui gli individui interagiscono tramite la parola.

[*9] -  Si veda Guido Borio, Francesca Pozzi e Gigi Roggero, Gli operaisti, DeriveApprodi, 2005. L'esperienza dell'operaismo in Italia nasce nel 1961 con l'uscita del primo numero di . Tra i componenti della redazione Alberto Asor Rosa, Romano Alquati, Antonio Negri, Rita Di Leo, Claudio Greppi, Mario Tronti e altri. In seguito agli eventi di Piazza Statuto del luglio del 1962, alcuni si convinceranno della possibilità di un intervento diretto e più incisivo nelle lotte, e fonderanno il giornale nel 1963. I torinesi invece, raccolti attorno a Renato Panzieri, continueranno sulla linea di pungolo critico per le istituzioni del movimento operaio. Elementi centrali attorno a cui ruotava l'analisi politica degli operaisti erano la fabbrica fordista e l'operaio-massa. Questo era il soggetto guida del proletariato nel processo rivoluzionario.

[*10] -  Nella tipologia a gatto selvaggio lo sciopero viene effettuato in tempi diversi nelle sezioni che dividono il lavoro di una stessa catena di montaggio; nella tipologia a singhiozzo lo sciopero è caratterizzato da interruzioni brevi e continue; nello sciopero a scacchiera i lavoratori di reparti interdipendenti tra loro nel processo produttivo scioperano in tempi diversi e a piccoli gruppi; il salto della scocca è invece una forma di sabotaggio che prevede il mancato montaggio di un pezzo in transito sulla catena di montaggio.

[*11] -  Il lavoro senza fine, cit. Si usa qui “biopotere” nella declinazione sviluppata negli anni sessanta da Michel Foucault in opere quali Sorvegliare e punire, Einaudi, 1976 o La volontà di sapere, Feltrinelli, 1978 . Per Foucault il “biopotere”, o potere sulla vita, è il terreno su cui la rete di poteri gestisce la disciplina dei corpi e la regolazione della popolazione, in funzione dell'utilizzazione di entrambi (il corpo e la popolazione) e del loro controllo. Questo terreno è proprio di un momento storico ben preciso, quello dell'esplosione del capitalismo. Il risultato è il rovesciamento del paradigma classico del potere, legato al “diritto di morte”, in uno nuovo, in cui il potere “garantisce la vita”. Ed è per questo che ora più di prima il potere ha accesso al corpo degli individui e delle popolazioni.

[*12] -  L'inchiesta era il metodo d'indagine privilegiato usato dagli operaisti per studiare la realtà di fabbrica. Un esempio di come fosse impostata si può trovare in Dino De Palma, Vittorio Rieser, Edda Salvadori, L'inchiesta alla Fiat nel 1960-1961, , n. 5, aprile 1965, pp. 252-253. Per una ricostruzione esauriente delle vicende dell'operaismo si veda Giuseppe Trotta, Fabio Milana (a cura di), L'operaismo degli anni sessanta. Da a , DeriveApprodi, 2008.

[*13] -  Liliana Lanzardo e Massimo Vetere, Interventi politici contro la razionalizzazione capitalistica, , n. 6, maggio-dicembre 1965.

[*14] - n. 6, 14 giugno 1969. Il giornale nasce e muore nel giro di pochi mesi nel 1969 in seguito alle vicende del cosiddetto “Autunno caldo”. Si raccolgono attorno a questo giornale alcuni intellettuali che avevano partecipato all'esperienza dell'operaismo negli anni sessanta, come Antonio Negri e Franco Piperno. Il giornale viene considerato una tappa importante nel processo che porterà alla fondazione dell'organizzazione Potere operaio.

[*15] - Comitato operaio di Porto Marghera, Rifiuto del lavoro, , n. 1, 1970.

[*16] -  G. Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta, cit., p. 454.

[*17] - Assemblea Autonoma dell'Alfa Romeo (a cura della), Diario operaio della lotta 1972-1973, Rotografica Fiorentina, 1973, pp. 130-136. Irsifar: fondo Strappini, busta 4/189.

[*18] - Comitati Autonomi Operai di Roma (a cura di), Autonomia Operaia. Nascita, sviluppo e prospettive dell'area dell'autonomia nella prima organica antologia documentaria, Savelli, 1976, p. 12.

[*19] - Collettivo Eni (a cura di), Contro la crisi sciopero generale, Eni - Petrolio e lotta di classe, 1971, p. 37. Irsifar: fondo Strappini, b. 4/189.

[*20] - novembre 1972. Questo giornale viene pubblicato a partire dal dicembre 1971, inizialmente come supplemento a (il cui primo numero risale al settembre 1969). Questo era passato da una scansione settimanale (1970) ad una quindicinale (1971) ad una mensile (1972), e si era sempre più caratterizzato per l'impostazione teorica. chiuderà le sue pubblicazioni nel dicembre 1973. Entrambe le testate sono espressione del gruppo politico Potere operaio.

[*21] - Mario Tronti, Operai e capitale, DeriveApprodi, 2006. Tronti sosteneva che sono le lotte e le richieste operaie, anche quando non prendono la forma di scontro frontale, a costringere il capitale a innovarsi continuamente, nel tentativo di riassorbire gli elementi potenzialmente rivoluzionari.

[*22] - Antonio Negri, Proletari e Stato, in Id., I libri del rogo, DeriveApprodi, 2006, p. 164.

[*23] - Comitati Autonomi Romani (a cura di), Contro la scuola, contro i decreti delegati, novembre 1974. Irsifar: fondo Strappini, b. 4/189.

[*24] - La messa in discussione della disciplina sociale e dell'ordine produttivo si riverberava anche al tempo della vita, rifiutata come naturale contenitore del tempo del lavoro e del riposo finalizzato al lavoro. Se l'obiettivo politico era poter vivere senza il “ricatto” del lavoro, l'appropriazione (cioè l'occupare stabili e appartamenti, il rifiuto di pagare le bollette e i biglietti del cinema o dei trasporti, il procurarsi ciò che si desiderava, beni voluttuari e di base, attraverso le spese proletarie) rappresentava il tentativo di una realizzazione immediata della teoria e la critica alla politica come separazione da sé. Contemporaneamente la riappropriazione riassumeva la volontà di sottrarsi all'alienazione di corpo, sapere e tempo tramite la messa a profitto della vita degli individui da parte del capitale.

[*25] - Dadi Mariotti, Compagni del '68, Marsilio, 1975, cit. in Angelo Ventrone, Vogliamo tutto. Perché due generazioni hanno creduto nella rivoluzione 1960–1988, Laterza, 2012, p. 157.

[*26] - Sergio Bianchi e Lanfranco Caminiti, Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie, vol. II, DeriveApprodi, 2007, pp. 249-250.

[*27] - Antonio Negri, Il dominio e il sabotaggio, in Id., I libri del rogo, cit., pp. 284-285.

[*28] - Franco Piperno così lo definiva: “Valore d'uso è il disgusto del posto fisso, magari sotto casa: è l'orrore per il mestiere; è mobilità; è fuga dalla prestazione stupidamente irrigidita come resistenza attiva alla merce, a farsi merce, a essere posseduto interamente dai movimenti della merce. […] Valore d'uso è la volontà di sapere nel suo “attraversare calpestando”, con la dolce ottusità dei giovani, il corpo della “madre scuola”; che boccheggia e ansima perché strutturalmente incapace di dare, di rispondere a un bisogno di conoscenza che non si configuri come richiesta di inserimento nei ranghi del lavoro salariato, e se, Dio non voglia, anche qualche rosa viene calpestata, tanto peggio per le rose.”, , supplemento a , n. 0, dicembre 1978. La rivista, primo numero uscito nel giugno 1979, aggregò la parte principale degli ex Potere operaio e autonomi. Collaborarono alla rivista Paolo Virno, Lucio Castellano, F. Piperno, Felix Guattari e altri.

[*29] - n. 16, maggio-giugno 1975. La rivista nasce nel gennaio 1973 in seguito alla svolta in senso movimentista e operaista del Gruppo Gramsci, che già pubblicava una rivista teorica dal titolo . Dopo lo scioglimento del Gruppo, e contemporaneamente anche di Potere operaio, comincia a svolgere il ruolo di raccordo nazionale dell'intera area dell'autonomia. Successive vicende portarono l'area romana ad uscire dalla redazione. Tra il 7 aprile e il 21 dicembre del 1979 la quasi totalità della redazione venne incarcerata. Le pubblicazioni si interruppero nel maggio di quell'anno.

[*30] - Si veda S. Bianchi e L. Caminiti, Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie, vol. III, DeriveApprodi, 2008.

[*31] - Martin Birkner e Robert Foltin, Post-operaismus: Vonder arbeiterautonomie zur multitude, Schmetterling verlag gmbh, 2006.

[*32] - Gruppo Krisis, Manifesto contro il lavoro, DeriveApprodi, 2003.

[*33] - Robert Kurz, Norbert Trenkle, Il superamento del lavoro. Uno sguardo alternativo oltre il capitalismo, in Gruppo Krisis, Manifesto contro il lavoro, cit., p.104.

fonte: InfoAut