domenica 19 luglio 2026

«Le verità sono malate, le bugie altrettanto»…

Per una «liberazione» degli intellettuali *
- di André Breton -

Compagni,
    se gli organizzatori di questa giornata hanno voluto concedere uno spazio - sottraendolo ai delegati di potenti formazioni il cui tempo di parola era già stabilito -  a uno scrittore; ecco che allora questo scrittore, il quale non può pretendere di rappresentare altro che sé stesso, cercherà comunque di stabilire che la causa qui difesa si identifica in modo assai generale con quella per cui lottano da sempre sia lo scrittore e che l’artista. Questo scrittore non si propone altro che svegliare dalla loro letargia quegli ambienti intellettuali assai estesi e metterli di fronte a quella che è la loro responsabilità specifica, e ordinare loro, in nome di ciò che li qualifica nel loro stesso proprio ruolo, che alcuni di essi si liberino di quella tolleranza, stupefatta in alcuni e sprezzante in altri, ma troppo spesso opportunista e codarda, in modo da poter così fermare una buona volta i danni causati dalla peggiore intolleranza, che agisce al servizio della menzogna e dell’odio. Ciò che mi sembra possa soprattutto giustificare l’intervento dello scrittore a questa tribuna è che, quali che siano le sue tendenze specifiche, egli assume un compito cui, se non al prezzo di una totale squalificazione, non può sottrarsi: quello di custode del vocabolario. Spetta a lui vigilare affinché il senso delle parole non si corrompa, denunciare impietosamente chi oggi fa professione di falsarlo, elevarsi con forza contro il mostruoso abuso di fiducia che costituisce la propaganda di una certa stampa.Chi non vede, oggi più chiaramente che mai, che è proprio a causa di questa profonda alterazione – voluta da alcuni – del significato di certe parole chiave che stiamo morendo prima del tempo; chi non vede che è  proprio subendo passivamente questa alterazione che ci lasciamo trascinare lentamente verso la guerra di sterminio che ci stanno preparando? Queste parole chiave, sulle quali si esercita una sapiente disintegrazione, sono oggi sulla bocca di tutti: parole come democrazia, socialismo, libertà, coscienza umana. L’ultima a essere stata cinicamente deviata dal suo significato comune, fino a rischiare di perdere ogni senso per l’uomo della strada è la parola pace.

   Abbiamo infatti appena assistito a un cosiddetto Congresso della Pace, i cui partecipanti non hanno perso occasione per dimostrare che concepivano la pace solo tra di loro e soprattutto non con gli altri. I quali, del resto, proprio mentre predicavano la pace da questa parte del mondo, erano più che mai ferventi sostenitori della guerra nell'altra parte, in Asia. Il che lasciava abbastanza intendere che la loro rivendicazione pacifista mascherasse la loro intenzione di guadagnarsi una tregua, il tempo strettamente necessario alla produzione degli ordigni che avrebbero alimentato il prossimo massacro [...] Faccio fatica a guardare in faccia alcuni dei miei vecchi amici che si compromettono per avere posizioni di comando in questa galera, ma se i nostri sguardi si incrociassero, di certo non sarei io a distogliere gli occhi. Non chiederemo mai abbastanza conto a loro di aver gettato il peso della loro opera, e il credito che la loro attitudine passata aveva loro valso - trionfo dopotutto dello spirito - nel campo della domesticazione dello spirito. La stanchezza e l’invecchiamento rendono ancora più odioso il calcolo dell’astuzia, e devo ammettere che sopporto assai male, spazientito, vedere Picasso che dà pubblicamente la parola a un Ilya Ehrenbourg, “ufficiale della Legione d’onore” dice il manifesto, e comunque falso testimone accertato, quello stesso che cercò di far passare come veleno elaborato nelle officine naziste *Il Silenzio del mare* di Vercors e, nel 1934, di presentarci - io e i miei amici surrealisti - come pédérastes e magnaccia, per cui mi vanto ancora di averlo corretto di mia mano.

   C'è stato un tempo, non molto lontano, in cui lo scrittore poteva considerarsi esonerato da ciò che non è il libero e degno compimento del suo vero lavoro; così come avviene per tutto ciò che viene richiesto al lavoratore, al contadino. Il peso crescente, su di lui, di una mano sempre più pesante e vincolante, accompagnata da una minaccia di rovina universale imminente, lo costringe a liberarsi a qualsiasi costo (contrappongo questa liberazione al cosiddetto "impegno" con cui siamo stati bombardati). Liberarsi significa rifiutare di passare attraverso i canali prestabiliti, significa proclamare ad alta e chiara voce che, qualunque cosa accada, non ci si arrenderà agli argomenti di nessuna delle due propagande nemiche, vale a dire, che siamo ancora assai lontani dall'aver perso la speranza nel risveglio di un buon senso che possa rifondare la comunità umana. Liberarsi significa anche accusare e smascherare instancabilmente coloro che falsificano e ingannano. Significa, senza distinzione di schieramento, marchiare con il segno dell’infamia coloro che, a fini politici, riempiono i campi di lavoro e uccidono. No, sulla base della mia opinione più o meno autorevole, nessuno potrà negare che il pensiero libero e l’arte libera abbiano stasera voce in capitolo. Sono loro ad avere voce in capitolo, innanzitutto in considerazione di quel margine di futuro che la loro ragion d’essere ci porta a immaginare. Già solo per questo motivo, è oscurantismo della peggior specie limitare loro lo spazio di manovra, per non parlare poi di quando lo si sopprime del tutto. È il domani a essere minacciato, come un campo arato che anela a una manciata di semi. Ma se il pensiero libero e l’arte libera hanno voce in capitolo, ciò è anche perché i regimi totalitari hanno in comune il fatto che è proprio contro tale pensiero e tale arte che questi si scagliano per primi, perché è su di essi che fin dall’inizio si abbatte il pugno e si esercita la persecuzione più implacabile. La via stalinista, sotto questo aspetto, darebbe una lezione a quella hitleriana! Si sa bene cosa ne è stato di Majakovskij, di Esenin: entrambi usurpati nonostante il rifiuto categorico rappresentato, come minimo, dal loro suicidio. Ma chi si preoccupa, ad esempio, della sorte riservata ai due più grandi artisti della Rivoluzione, i costruttivisti Tatlin e Lissitzky? Dove è finito l’ultimo grande esponente della poesia russa, Boris Pasternak, che nel 1935 osservavamo, non senza apprensione per il suo destino più o meno imminente, al “Congresso internazionale per la difesa della cultura”? Perché non lo si dirà mai abbastanza: il terrore che regna nella letteratura e nell’arte della zona russa si estende fino a noi in forma strisciante. Coloro che hanno il compito di promuoverlo dispongono di mezzi considerevoli, mentre il talento e la convinzione non sembra occupare in loro un posto di primo piano. Si tratta di un vero e proprio trust con ramificazioni di natura poliziesca, il cui solo funzionamento mette già in pericolo il pensiero indipendente e la ricerca artistica disinteressata, cui lavora sistematicamente a minare sia ideologicamente che materialmente.

   A tale scopo, è ovvio che tutti i mezzi diventano buoni, in particolare la calunnia come si è visto nel caso di Paul Nizan; durante il mio viaggio in Messico io stesso sono stato presentato, attraverso una lettera circolare della "Maison de Culture", come se fossi un nemico particolarmente perfido della Repubblica spagnola, è stato poi stampato che alla radio di New York mi sarei specializzato nel lodare Pétain. Benché tutte queste invenzioni un po’ grossolane non abbiano lunga vita, non si esita tuttavia a ricorrere a modi più attivi di intimidazione. In queste condizioni, non sorprende che i rari esemplari poetici o plastici che il dirigismo culturale lascia arrivare fino, a noi tramite traduzione o riproduzione, presentino un carattere ultra-convenzionale e stereotipato dei più spiacevoli. Nulla di meno adatto alla necessità di esaltazione di un regime che comunque primeggia su ogni altra ambizione imposta. Si può immaginare il freddo che susciterebbe a Parigi una mostra di pittura e scultura russa contemporanea, fatta con un secolo di ritardo, rispetto al Rêve de Détaille e al Quand même di Antonin Mercié. È un peccato che questi prodotti siano riservati al consumo interno, o quasi. Tutto ciò sarebbe solo un male parziale, se non avessimo buone ragioni di credere che l’arte sia uno specchio avanzato della vita (come si dice di un orologio che vada avanti o che ritardi), uno specchio la cui funzione è quella di prefigurare l’uomo in ciò che lo aspetta.

   C'era, nel pensiero di Marx, una falla da cui il male poteva entrare, l'embrione di una di quelle vegetazioni parassite capaci di tutto divorare e di tutto ricoprire, ed  è quello che ci siamo chiesti molte volte e che ancora ci chiediamo con ansia. Ci pensavo di nuovo recentemente, rileggendo la lettera così umana e profetica di Proudhon a Marx, datata Lione, 17 maggio 1846 (centotre anni fa, compagni): « Non prometto di scrivervi molto né spesso, i miei impegni di ogni genere, uniti a una naturale pigrizia, non me lo permettono… Cerchiamo insieme, se volete, le leggi della società, il modo in cui queste leggi si realizzano, il progresso secondo il quale riusciamo a scoprirle; ma, per Dio! dopo aver demolito tutti i dogmatismi a priori, non pensiamo a nostra volta di indottrinare il popolo… non creiamo per l'umanità un nuovo lavoro con nuovi pasticci… solo perché siamo alla guida di un movimento, non diventiamo capi di una nuova intolleranza, non ci poniamo come apostoli di una nuova religione, anche se questa religione fosse la religione della logica, la religione della ragione.» Mi commuove poter far risuonare qui questa voce che dissipa ogni forma di corruzione, anche se dovesse trovare ascolto solo presso i nostri compagni anarchici. Devo precisare che, tenendo questi discorsi, non sto guardando all’America, o meglio a ciò che si fregia del nome d’America; gli USA, così come si dice l’URSS (queste abbreviazioni, dove il senso originale si perde, ci mettono a nostro agio). Contro gli USA, chiunque mi conosca sa che ho le peggiori rimostranze, assai meno personali piuttosto che extra-personali, al punto che durante cinque anni di soggiorno non vi ho contratto alcuna amicizia. Odio tanto quanto chiunque, e più di quanto essi stessi possano odiarlo, il modo in cui gli USA si comportano con i miei amici neri e, se possibile, ancora di più, il modo in cui si sono comportati con i miei amici indiani. Ho orrore per l’ipocrisia sessuale che regna negli USA e per la licenza vergognosa che ne consegue. Provo una certa fobia verso una lingua che è come un impasto d’inglese e nella quale la parola "angoscia", per esempio, non può più essere tradotta. Ho anche paura di quel passaggio, laggiù sempre invisibile, dell’uomo alla sua tomba, tutto considerato, di quelle cerimonie funebri dove il morto, truccato come vivo e con i suoi abiti migliori, piegato artificialmente in una poltrona e per poco con il sigaro in bocca, riceve, nel contesto dei gusti che ha manifestato – che possono essere i Tropici o Versailles – i suoi ultimi ospiti chiacchierando davanti a lui come se nulla stesse succedendo. Degli Stati Uniti, nulla mi è più contrario del loro pragmatismo da quattro soldi, nulla mi disgusta intellettualmente come la loro invenzione dei "Digests", nulla mi rivolta tanto quanto il loro complesso di superiorità. Detesto il loro dominio, sotto la copertura del denaro, sull’America centrale e sull’America del Sud. Considerando la loro situazione attuale e costretto a constatare che stanno estendendo al Vecchio Continente il loro disegno imperialista, nego con veemenza che la stupidità della Coca-Cola, dei suoi dirigenti e dei suoi banchieri possa avere la meglio sull’Europa, che nel corso dei secoli ha portato tante volte la stella sulla fronte e che, sotto sembianze così antiche, è ancora capace di metamorfosi. Al di là di ogni pregiudizio settario, vorrei concludere con queste parole di Georges Bernanos che non temo di fare mie:

  «Le verità sono malate, le bugie lo sono altrettanto… Non è del tutto certo… che l’indebolimento di una Virtù rafforzi altrettanto il vizio corrispondente. Se fosse così, la storia degli uomini e dei popoli avrebbe un altro colore e un rilievo maggiore… Quello che il mondo perde è probabilmente davvero perduto, perduto per il bene e il male, perduto senza ritorno. È di freddo che il mondo morirà.» E come potrei sentirmi in grado di esprimermi meglio, come potrei avere la presunzione di dire diversamente, quando aggiunge: «La pace è una grande opera, realizzata da un grande popolo, e da lui imposta in nome di una grande fede… Ci sono sempre abbastanza ragioni per morire, buone o cattive, si può morire benissimo per inattività, per disgusto, ma vivere richiede molta costanza e amore. La vostra società non merita più di essere amata… La pace è molto bella, solo che la gente si chiede cosa ci metterete dentro. La guerra è molto più facile da riempire della pace… In sostanza, se ho capito bene, la nostra guerra è giusta perché ci è stata imposta, è un atto di legittima difesa. Sarebbe più corretto dire che non siamo responsabili della sua ingiustizia… La vostra società non è senza dubbio più abbastanza giusta per una pace giusta… I popoli non credono più nella pace, proprio perché non credono più nella giustizia. I popoli escono dalla pace tanto facilmente quanto si esce da una casa minata – fuori o dentro, che importa? » È necessario che questa società venga cambiata da cima a fondo. Non si cambierà con il sangue. Cambierà il giorno in cui la giustizia, che era solo addormentata, si sveglierà al grande spavento dei suoi becchini e più che mai splendente si siederà sulla sua tomba.

- André Breton -

* Questo discorso scritto per il meeting del Rassemblement démocratique révolutionnaire (RDR) che si teneva il 30 aprile 1949 - Giornata internazionale di resistenza alla dittatura e alla guerra - non ha potuto essere pronunciato perché il meeting è diventato confusionario quando un fisico americano, Carl Compton (fratello di Arthur Compton, pacifista, che era stato invitato), ha fatto l'apologia dell'arma nucleare! Quella sera, né Breton né Davis hanno potuto parlare..

giovedì 9 luglio 2026

Quel Dio della politica…

Il suo dio ha piedi d’argilla [*]
- di Maddalena Porcelli -

   Dove risiede la causa delle differenze esistenti nel comportamento dei maschi e delle femmine? Nella biologia o nella cultura? La domanda è retorica, dal momento che i ruoli hanno subito variazioni da epoca a epoca, da luogo a luogo. Quando l’antropologa Margaret Mead ci fornì un’ampia descrizione, attraverso i suoi studi contenuti in “Sesso e temperamento in tre società primitive”, sugli Arapesh, i Mundugumor e i Tehambuli, tre diverse tribù della Nuova Guinea, ci offrì la possibilità di comprendere quanto l’assegnazione dei ruoli di genere sia funzionale al sistema culturale che la contiene. Tra gli Arapesh l’adulto ideale, a prescindere dal suo sesso, ha una natura gentile, accondiscendente, solare, che ricorda l’ideale femminile della classe media occidentale così come lo ha costruito una certa narrativa dominante. All’interno di questa tribù, infatti, le relazioni sessuali non implicano temperamenti diversi né comportamenti aggressivi e tutto ruota intorno al concepimento e alla procreazione e l’espressione “partorire un figlio” è usata tanto per i maschi che per le femmine. I Mundugumor hanno invece tutt’altro temperamento: entrambi i sessi si avvicinano al nostro modello ideale maschile; le donne, al pari degli uomini, sono prepotenti e vigorose; non amano concepire e allevare figli. Infine i Tehambuli sono caratterizzati da una notevole differenziazione sessuale, invertita rispetto ai nostri modelli: gli uomini sono schivi, ombrosi, amano chiacchierare, indossare ornamenti mentre le donne indossano vesti semplici, si radono i capelli, sono intraprendenti, hanno il senso pratico degli affari. Altri studi, condotti da antropologi in ogni angolo del mondo, confermano quanto dimostrato finora. Jules Henry, che osservò a lungo i gruppi indigeni nella foresta brasiliana, constatò in essi la totale assenza di differenze sessuali riguardo al temperamento. Edward Hall nel “Linguaggio silenzioso” descrisse una società patriarcale dell’Iran, dove le donne dovevano essere fredde, calcolatrici e dotate di senso pratico mentre gli uomini dovevano esprimere le loro emozioni, essere sensibili e intuitivi, preferire la poesia alla logica. L’elenco potrebbe continuare ma il punto cruciale è un altro, ed è quello di dimostrare che tutti quei comportamenti che differiscono dai nostri modelli di riferimento sono sempre considerati come un’eccezione alla regola e mai, nemmeno per un momento, portatori di valore , in grado di contribuire all’arricchimento dell’umanità. Ciò deriva dal fatto che l’intero impianto della cultura occidentale si è fondato sull’etnocentrismo inteso come principio propulsore di progresso e di civiltà. Gran parte dell’antropologia del secolo scorso è stata strumentalizzata da un approccio evoluzionista di matrice vittoriana, fortemente eurocentrato, e ha sempre guardato agli altri popoli come arretrati rispetto a una presunta scala evolutiva della quale ha presunto di occupare lo scalino più alto.

   La verità è che il bisogno di giustificare le imprese colonialiste, le quali rappresentano il culmine di un processo di dominazione e che affondano le loro radici agli albori della modernità, coincide con il programma di schiavizzazione e di culturicidio dei popoli d’oltreoceano ai fini dello sfruttamento economico. Non è un caso che si faccia strada, fin dagli ultimi anni del XVI sec., quel pensiero cartesiano dicotomizzante che sancirà la definitiva opposizione binaria tra umani e non umani, cultura e natura, anima e corpo, ragione e istinto, uomo e donna, città e campagna ecc…, corrispondenti, rispettivamente, a valori positivi e negativi, superiori e inferiori. Tutte quelle caratteristiche che osserveremo da quel momento sono il frutto della diffusione di quell’assunto. L’invenzione della razza è difatti il coronamento di quel processo, la giustificazione e l’alibi per eccellenza, che ha permesso di sfruttare il resto del mondo in tranquilla coscienza. Un indigeno africano o un amerindo verranno definiti più simili agli animali non umani, gli sarà negata un’anima e sarà schiavizzato senza alcun rimorso. Possiamo dunque affermare che in patria, con identici presupposti, si siano applicati quei sistemi educativi funzionali ai modi di produzione economica e che tutti, indistintamente, siano una risultante di fattori storici e non, come vorrebbe far intendere un bieco provincialismo inconsapevole, di “natura”. E sono sempre i diversi atteggiamenti, i diversi incoraggiamenti e i diversi sistemi educativi che hanno sospinto i differenti atteggiamenti sessuali: la pazienza per le femmine, la forza per i maschi, che tradotti in termini di funzionalità corrispondono per le prime a una docile passività, per i secondi a un’attiva aggressività. Se questi elementi li trasponiamo in un contesto di produzione economica capitalistica fondata sullo sfruttamento della forza lavoro, ci risulterà chiara la loro utilità: negare uguali diritti vuol dire differenziare le capacità e contare su un esercito di riserva che possa essere utilizzato nelle fluttuazioni occupazionali, costanti dell’economia industriale. La conseguenza è nota a tutti, dal momento che le donne non godono ancora di una retribuzione pari a quella degli uomini. Si sostiene che tutto ciò sia “naturale”, per il fatto che la donna, essendo soggetta alla responsabilità della maternità, sia necessariamente penalizzata nella sua capacità lavorativa. Ancora una volta possiamo, con l’aiuto dell’antropologia, sfatare questo mito utile: Colin Turnbull ha descritto l’attività delle madri dei Pigmei Mbuti che durante il parto erano spesso a caccia o in viaggio e non la riducevano affatto. Le caratteristiche di un rapporto tra madre e piccolo sono restrittive non in assoluto ma, nel nostro caso, relativamente alla società industriale contemporanea.

   In quest’errore di fondo è caduto anche il femminismo nordeuropeo che ha svilito le donne del sud del mondo, escludendole dal suo programma di emancipazione. Quel femminismo, nato e sviluppatosi in concomitanza con le mire espansionistiche degli Stati-nazione, ha riguardato non a caso una classe medio borghese del nord Europa e s’inserisce in quello stesso contesto discriminatorio di cui abbiamo accennato. Negli ultimi decenni dello scorso secolo si è infatti fatto strada un movimento femminista nero che ha contestato aspramente e posto in contraddizione il femminismo bianco, criticandone i presupposti. Già l’anarchica Emma Goldman, in passato e seppure con modi e intenti assai diversi, nella sua polemica contro le suffragiste aveva posto l’accento sul pericolo di un’omologazione al potere patriarcale, facendo notare come la richiesta di un’uguaglianza al diritto di voto celasse in realtà una parità vuota e acritica, come “il privilegio di diventare giudice, carceriere, boia”. La sua attenzione all’interdipendenza tra il mutamento sociale e collettivo e quello interiore, di cui è stata pioniera, viene oggi ampliato e declinato a sempre più numerosi livelli, grazie anche alla trasformazione dei luoghi deputati alla produzione del sapere: lo sviluppo di un pensiero femminile come Gender Studies ha introdotto nuove prospettive di studio, accogliendo i contributi delle donne di ogni luogo del mondo. Tornando al punto in questione, dunque, il femminismo nero, utilizzando un pensiero decostruttivista derivato da Deridda e più in fondo dal metodo lacaniano, ci ricorda che lo stesso femminismo nordeuropeo non solo si è sviluppato di pari passo con il colonialismo e il razzismo ma ha assunto uno sguardo altresì evoluzionista eurocentrico, che poneva al vertice dello sviluppo la donna bianca, occidentale, benestante e il resto delle donne come involute rispetto al loro traguardo. Le differenze, come nel caso degli studi antropologici di quel tempo, piuttosto che essere considerate come un arricchimento sono state valutate come il segno distintivo di una mancata emancipazione.

   Il dibattito che anima il presente si sviluppa in varie direzioni, avvalendosi di una tale ricchezza di contributi e di prospettive da produrre riflessioni cruciali: l’ecofemminismo queer, a partire dalla riflessione di Adrienne Rich che nel saggio pubblicato nel 1980 “Eterosessualità obbligatoria ed esistenza lesbica” indica nel lesbismo una scelta di libertà alternativa, uno spazio di resistenza e di lotta all’obbligo socialmente imposto dell’eterosessualità che ha prodotto la subordinazione delle donne; il femminismo nero e postcoloniale, che denuncia il razzismo eurocentrico teso a considerare il resto del mondo come una sua appendice ed introduce il concetto d’intersezionalità tra i vari assi della discriminazione (razza, genere, classe, sessualità), puntualizzando la necessità di riconoscerli come differenti forme di un unico sistema di potere. Uno dei testi più acuti di questo filone è “Can the Subaltern Speak?” del 1988, di Gayatri Chakravorty Spivak che, nell’analizzare il modo in cui l’Occidente rappresenta le donne colonizzate, si/ci domanda se queste donne abbiano la possibilità di autorappresentarsi dal momento che la loro voce risulta, prendendo in prestito un termine lacaniano, forclusa. Ciò che ne risulta, secondo una pluralità di sguardi differenti, come ci suggerisce Gayatri Spivak, è che sia del tutto improbabile considerare le donne bianche come referenti, perché significherebbe trovarsi nell’impossibilità di formare alleanze politiche che agiscano oltre le contrapposizioni di razza, classe e confini nazionali. Suggerisce perciò di sperimentare un essenzialismo strategico che nel riconoscimento dell’intersezione tra razza, genere ed etnicità possa, attraverso una pratica solidaristica, costruire un soggetto politico collettivo transnazionale che tenga conto delle diverse specificità. Quale più grande stimolo per pensare in termini di alternativa a una civiltà occidentale in declino che ha raggiunto i suoi limiti?

- Maddalena Porcelli – Pubblicato il 3/3/2021 su Umanità Nova -

[*] – Nota dell’autrice - La frase è tratta Da "il suffragio femminile" in "Femminismo e Anarchia" di Emma Goldman. Quel dio è naturalmente il sistema istituzionale e il voto per cui tanto si batteva il movimento delle suffragette appartenente alla classe media. Lei era invece molto più solidale con la parte proletaria (prostitute, donne di servizio di quelle stesse che scendevano in piazza ecc...) !

 

mercoledì 1 luglio 2026

La sorprendente rapidità dell’oblio…

 

TOTALITARISMO ECONOMICO
- Alla fine del XX° secolo, il capitalismo ha creato, in modo assoluto, una legge che non può più essere trasgredita -
di ROBERT KURZ

   Per la filosofia politica occidentale, il termine "totalitarismo" è diventato una sorta di spauracchio. Totalitario è sempre qualcosa che non rientra né nell'economia di mercato né nella democrazia: quanto piuttosto la pretesa esclusiva di un Partito di esercitare il controllo politico; un apparato burocratico  centralista; la repressione di qualsiasi movimento di opposizione; un sistema di potere illimitato, che domina tutti gli ambiti della vita e penetra persino nella sfera intima. Democrazia - si dice, al contrario -   porta a tutti felicità evitando idiosincrasie: è assetata di opposizione; il pluralismo delle idee e dei progetti di vita viene rispettato; la sfera privata viene considerata tabù dal potere sociale, consentendo così alle persone di essere diverse tra loro in tutta tranquillità. Così, in tal modo, a partire da tutto questo, la storia del XX° secolo, può essere intesa come se fosse un conflitto fondamentale tra democrazia liberale e dittatura totalitaria. Quanto meno, è questo ciò che si dice che e si evince a partire dai libri di testo occidentali: le dittature, nel passato, di Hitler e Stalin, erano totalitarie, e forse oggi lo sono gli "Stati religiosi" del fondamentalismo islamico. Ma sia come sia, il totalitarismo, rispetto alla libertà occidentale, viene considerato come un pensiero alieno e antagonista, un'ideologia, la cui esistenza oscura può essere invocata, in qualsiasi momento, come pericolo imminente.  È chiaro che -  in questa "teoria del totalitarismo" -  delle due sfere della società moderna, viene menzionata solamente la sfera politico-statale, mentre quella economica rimane completamente oscurata. In questo senso, può esistere solamente uno Stato totalitario, ma a quanto pare non può esistere un'economia totalitaria, un modo di produzione totalitario, un mercato totalitario. Il presupposto di questa visione unilaterale consiste nel ritenere che solo lo Stato e la politica rientrino nell’ambito sociale, mentre l’economia – come già sostenevano, nel 18° secolo, i fisiocratici e Adam Smith – appartiene presumibilmente invece alla “natura” e, di conseguenza, è pertanto estranea alla teoria sociale in senso stretto.
Ora, le “leggi naturali” non possono essere totalitarie, e mettere a repentaglio la libertà; bisogna accettarle così come sono. È con questo grossolano stratagemma, fin dall’inizio, che il liberalismo ha cercato di rendere il centro economico della modernità inaccessibile alla riflessione critica, mettendo nel contempo a tacere il fatto che le dittature totalitarie del periodo tra le due guerre avevano almeno una cosa in comune con la democrazia: le forme economiche del moderno sistema di produzione delle merci. Il concetto di totalità ha origine nella filosofia del 19° secolo. In Hegel, soprattutto, esso si ricollega al tentativo di sussumere il mondo in un unico “concetto totale”, concependolo pertanto nella sua pienezza. Non è difficile riconoscere sullo sfondo sociale di questo pensiero il fatto che l’essere umano e la natura debbano sottomettersi “totalmente” alla macchina sociale capitalistica, al fine di trasformare ciascun atomo ideale, ciascuna idea e ciascun sentimento, in materia prima che sia utilizzabile nel processo di valorizzazione. In realtà è dunque la stessa logica economica del capitalismo a suscitare la vocazione totalitaria; ed è con la trasfigurazione ideologica di questa vocazione in “legge naturale” che il liberalismo intende solo camuffare il proprio nucleo dittatoriale. Henry Ford diceva che gli acquirenti del suo “Modello T” potevano acquistarlo in qualsiasi colore desiderassero, purché fosse nero; allo stesso modo, il pluralismo liberale dà credito a tutte le idee e a tutti gli oggetti, purché essi tutti possano essere commercializzati e venduti. Fino alla metà del XX° secolo, questo totalitarismo economico era ben lontano dalla perfezione. Sopravvivevano ancora elementi di un modo di produzione più arcaico, con basi agrarie e comunali, oltre che sfere culturali della vita che si sottraevano allo spazio-tempo astratto del capitalismo. Per trasformare gli individui in materiale umano delle macchine capitalistiche, occorreva innanzitutto una mobilitazione politica delle masse: in quel periodo la sfera politica assunse l’aspetto di una “energia accumulata” fungendo così come se fosse una sorta di resistenza che si caricava, per così dire, al fine di mettere in moto il totalitarismo economico. In questo senso, è stata la politica di massa, attuata attraverso la mobilitazione militare, a fungere da potente innesco. È stato nelle trincee della Prima guerra mondiale che si è creato il prototipo democratico. Nel suo famoso romanzo di guerra “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, l’autore tedesco Erich Maria Remarque scrive: «Le differenze create dall’educazione e dalla cultura sono quasi scomparse, e difficilmente si possono riconoscere. È come se prima fossimo stati delle monete di paesi diversi; abbiamo attraversato un processo di fusione e ora tutti abbiamo lo stesso conio».

  L'uguaglianza democratica di fronte alla moneta, che fino ad allora era stata messa in pratica solo in maniera insoddisfacente, poteva essere preparata solamente nella forma di quella che è stata un'uguaglianza di morte e di mutilazione, in quelli che sono stati i "Mulini di Sangue" della Prima Guerra Mondiale. È stata proprio questa forma archetipica di democrazia del 20° secolo a garantire finalmente agli individui l’uguaglianza dell’individuo isolato. Sotto determinate condizioni storiche, come in Russia e in Germania, l'avanzamento di questo processo sociale assunse la forma del Movimento totalitario di massa e di dittatura; ma anche negli Stati Uniti, la mobilitazione per il "New Deal" venne accompagnata da sfilate militari, cortei di missili e dai fuochi d'artificio della propaganda politica. Si trattava di coinvolgere la società “nel suo insieme” e di darle “una scossa”, ben al di là degli obiettivi politici e militari immediati. Pertanto, nel 1934. lo scrittore tedesco Ernst Jünger coniò il concetto di "mobilitazione totale" Una “mobilitazione parziale” rientrava nella ”essenza della monarchia”, la quale, come egli stesso affermava, «trasgredisce i propri limiti nella misura in cui è costretta a inserire le forme astratte dello spirito, del denaro, del “popolo”, in sintesi delle forze della democrazia in crescita, nel contesto armamentista». Pertanto Jünger vedeva nella democrazia occidentale soprattutto una forma più elevata di esaurire tutte le riserve sociali: «Era stato in quel modo che la mobilitazione negli Stati Uniti, un paese con una costituzione molto democratica, aveva potuto essere attuata attraverso misure di una virulenza che sarebbero state impossibili nello stato militare prussiano (...). Già in questa guerra non si trattava più di sapere se uno Stato fosse militarizzato o meno, ma piuttosto di sapere se esso fosse capace di mobilitazione totale». Che questo processo avesse ormai trasceso di molto i propositi puramente militari, non sfuggì al generale tedesco Ernst Ludendorff, il quale, nel 1935, scrisse in un trattato sulla "guerra totale": «La guerra totale, che non riguarda solo le forze belligeranti, ma tocca da vicino anche la vita e l’anima (!) di ogni membro isolato dei popoli coinvolti nel conflitto, ha avuto qui il suo inizio (...). Dal quel momento in poi la guerra totale ha acquisito maggiore profondità grazie al perfezionamento e alla proliferazione degli aerei, delle bombe di ogni tipo, ma anche dei volantini e degli altri materiali di propaganda lanciati sulla popolazione, nonché grazie al perfezionamento e alla proliferazione delle apparecchiature di radiodiffusione rivolte contro il nemico.» Ma se  lo scopo segreto di questa "mobilitazione totale" fosse, in definitiva, quello di mettere in pratica la vocazione totalitaria dell'economia capitalista, ecco che allora il "movimento" politico-militare della prima metà del XX secolo può essere utilizzato per raggiungere la vocazione totalitaria dell'economia capitalista, ed essere facilmente decifrabile come una fase preparatoria per tagliare le catene del "mercato totale": qualcosa che accadde dal 1950 in poi.

   Nelle democrazie commerciali del dopoguerra, le «bombe di ogni genere, i volantini e gli altri materiali di propaganda» di Ludendorff si sono trasformati nella raffica vorticosa della pubblicità e nel chiacchiericcio dei media, che, sotto forma di richiamo visivo e acustico, riempiono l’intero spazio pubblico, assumendo tratti francamente terroristici: ecco che nessuno è più in grado di sfuggire a questo chiacchiericcio infinito e alla sua sfacciata impertinenza. Ciò che qui “si rivolta contro il nemico” (e il “nemico” è tutto e tutti nella guerra permanente per la clientela, per i posti di lavoro, le carriere, il prestigio ecc. in un mondo capitalizzato fino al midollo) supera sotto ogni aspetto le origini militari della “guerra totale” tra il 1914 e il 1945. Così leggiamo il concetto di totalitarismo contro il filo dell'ideologia legittimante occidentale. Questo è tanto più evidente in un classico "della teoria del totalitarismo", il libro della filosofa americana Hannah Arendt sulle "Origini" del totalitarismo". In esso possiamo leggere: «Niente è più caratteristico dei movimenti totalitari in generale, e la natura della gloria dei suoi leader, e ci sorprende quanto velocemente possono essere dimenticati e con che velocità  si possono sostituire (...). Questa instabilità ha sicuramente qualcosa a che fare (...) con il l'entusiasmo per la mobilità dei movimenti totalitari, che possono sopravvivere solo finché continuano a muoversi, e mettono in moto tutto ciò che li circonda (...); sono proprio questa straordinaria capacità di adattamento e questa mancanza di continuità, i quali senza dubbio ne costituiscono il suo segno distintivo, se esiste davvero un carattere totalitario o una mentalità totalitaria.» Qui, Hannah Arendt ha in mente solo il lato politico-statale del totalitarismo, vale a dire, le dittature del periodo tra le due guerre. Ma solo in apparenza la massa anonima, politicamente e militarmente mobilitata dalle dittature, o dal regimi di transizione democratica, si oppone al culto commerciale dell'individuo ugualmente anonimo, del "consumatore" delle democrazie del dopoguerra. In reatà, la prima, la massa mobilitata nelle parate militari, può essere intesa come un embrione del secondo, l'individuo come consumatore isolato. L'individuo democratico “libero” del dopoguerra non è altro che un “modello” originariamente plasmato e regolato dalla macchina politico-militare, un esemplare che è stato liberato solo per adattarsi al ritmo commerciale della macchina capitalista globale. Concentrandosi sulle dittature statali totalitarie (cosa comprensibile nel 1951), Hannah Arendt ignora completamente quanto le sue formulazioni sull'essenza del totalitarismo si applichino con accuratezza al carattere di un mercato sempre più totalitario e, quindi, alla democrazia occidentale stessa. Quale altra espressione, se non quella della «sorprendente rapidità dell’oblio», potrebbe caratterizzare meglio le congiunture capitalistiche, le quali ormai non si configurano più come evoluzione umana, ma rappresentano piuttosto un processo di cose indifferenti, il cui combustibile è il denaro? E la «facilità della sostituzione»: quale descrizione potrebbe essere più appropriata per descrivere la personalità dell’essere umano, ridotta a oggetto e universalmente intercambiabile? E cosa potrebbe esserci di più “assetato di mobilità” del capitalismo stesso, il quale, in quanto sistema economico di tipo “a valanga”, di fatto “riesce a sopravvivere solo finché rimane in movimento, e mette in movimento tutto ciò che lo circonda”? Dove la «straordinaria capacità di adattamento» potrebbe essere una virtù più eccellente che nelle economie di mercato democratiche, così come viene oggi nuovamente proclamata dai paladini dell’«adattamento permanente» a un cieco «cambiamento strutturale»? E cosa, infine, potrebbe rappresentare una «mancanza di continuità» più radicale del mercato universale senza storia, il quale compie il suo movimento sempre identico in una sorta di nirvana senza tempo? Questa corrispondenza diventa ancora più chiara allorché Hannah Arendt cerca di analizzare minuziosamente la "legge del movimento" del totalitarismo: «Dietro la pretesa di dominio mondiale, tipica di tutti Movimenti totalitari, esiste sempre l'intenzione di creare un essere umano che incarni attivamente le leggi che egli altrimenti sopporterebbe solo passivamente, pieno di resistenza e mai nella sua pienezza. La pace sepolcrale che, secondo la teoria classica, la tirannia instaura nel paese (...) rimane altrettanto preclusa al paese con un regime totalitario quanto gli è preclusa la pace in generale. È vero che i suoi abitanti sono privati di ogni azione che nasca dalla libera spontaneità; ma sono però tenuti in continuo movimento in quanto esponenti del gigantesco processo sovrumano della natura o della storia, che sfreccia accanto a loro (...). Il terrore, in questo senso, è come la “legge” che non può più essere trasgredita.»

  Però, ciò che in questo passaggio viene denunciato come se fosse l'essenza del Il totalitarismo, non è altro che l'essenza stessa del liberalismo.  Questo perché non è stato nessun altro, se non la crema dell’economia politica borghese e della filosofia illuminista che, sin dall’inizio, ha fatto propria la pretesa di applicare agli uomini “le leggi della natura e della storia”.  Ed è il capitalismo totalizzato che, nello spazio sociale in cui impera, spoglia i suoi abitanti “di ogni azione che nasca dalla libera spontaneità”, poiché in tale spazio ogni attività viene assiomaticamente modellata dall’imperativo economico. Ben più implacabili delle dittature degli Stati totalitari, gli individui sottoposti all’economia di mercato globale vengono «mantenuti in movimento permanente in quanto esponenti di un gigantesco processo sovrumano», da una cieca dinamica di crescita segnata da difetti strutturali, dinamica che li «sorpassa sfrecciando» e viene proclamata dagli ideologi neoliberisti «come un processo oggettivo della natura e della storia». In realtà, ci troviamo di fronte a una continua evoluzione della storia capitalista, nella quale le dittature degli Stati totalitari e la “mobilitazione totale” delle guerre mondiali non costituiscono un modello fondamentalmente contrapposto, ma rappresentano piuttosto un determinato continuum storico, e una forma di imposizione proprio di  un'unica “economia di mercato”, e della “democrazia”: la società nella sua interezza è stata messa in moto a ritmo accelerato a tutti i livelli e in tutte le sue sfere, al fine di poter così riuscire a sostenere l’accumulazione accelerata e concentrata del capitale. Alla fine del 20° secolo, la trasformazione del totalitarismo capitalista (che da Stato totale è passato a essere mercato totale) ha portato a un inusitato “terrore dell’economia” – a una “legge” che, come ci viene ironicamente fatto notare, “non può più essere trasgredita”. E il controllo della realtà imposto dai media capitalisti può parlare ininterrottamente di libertà solo perché è da tempo che ci siamo lasciati alle spalle «1984».

- ROBERT KURZ  - São Paulo, Domingo, 22 de Agosto de 1999 -