mercoledì 1 luglio 2026

La sorprendente rapidità dell’oblio…

 

TOTALITARISMO ECONOMICO
- Alla fine del XX° secolo, il capitalismo ha creato, in modo assoluto, una legge che non può più essere trasgredita -
di ROBERT KURZ

   Per la filosofia politica occidentale, il termine "totalitarismo" è diventato una sorta di spauracchio. Totalitario è sempre qualcosa che non rientra né nell'economia di mercato né nella democrazia: quanto piuttosto la pretesa esclusiva di un Partito di esercitare il controllo politico; un apparato burocratico  centralista; la repressione di qualsiasi movimento di opposizione; un sistema di potere illimitato, che domina tutti gli ambiti della vita e penetra persino nella sfera intima. Democrazia - si dice, al contrario -   porta a tutti felicità evitando idiosincrasie: è assetata di opposizione; il pluralismo delle idee e dei progetti di vita viene rispettato; la sfera privata viene considerata tabù dal potere sociale, consentendo così alle persone di essere diverse tra loro in tutta tranquillità. Così, in tal modo, a partire da tutto questo, la storia del XX° secolo, può essere intesa come se fosse un conflitto fondamentale tra democrazia liberale e dittatura totalitaria. Quanto meno, è questo ciò che si dice che e si evince a partire dai libri di testo occidentali: le dittature, nel passato, di Hitler e Stalin, erano totalitarie, e forse oggi lo sono gli "Stati religiosi" del fondamentalismo islamico. Ma sia come sia, il totalitarismo, rispetto alla libertà occidentale, viene considerato come un pensiero alieno e antagonista, un'ideologia, la cui esistenza oscura può essere invocata, in qualsiasi momento, come pericolo imminente.  È chiaro che -  in questa "teoria del totalitarismo" -  delle due sfere della società moderna, viene menzionata solamente la sfera politico-statale, mentre quella economica rimane completamente oscurata. In questo senso, può esistere solamente uno Stato totalitario, ma a quanto pare non può esistere un'economia totalitaria, un modo di produzione totalitario, un mercato totalitario. Il presupposto di questa visione unilaterale consiste nel ritenere che solo lo Stato e la politica rientrino nell’ambito sociale, mentre l’economia – come già sostenevano, nel 18° secolo, i fisiocratici e Adam Smith – appartiene presumibilmente invece alla “natura” e, di conseguenza, è pertanto estranea alla teoria sociale in senso stretto.
Ora, le “leggi naturali” non possono essere totalitarie, e mettere a repentaglio la libertà; bisogna accettarle così come sono. È con questo grossolano stratagemma, fin dall’inizio, che il liberalismo ha cercato di rendere il centro economico della modernità inaccessibile alla riflessione critica, mettendo nel contempo a tacere il fatto che le dittature totalitarie del periodo tra le due guerre avevano almeno una cosa in comune con la democrazia: le forme economiche del moderno sistema di produzione delle merci. Il concetto di totalità ha origine nella filosofia del 19° secolo. In Hegel, soprattutto, esso si ricollega al tentativo di sussumere il mondo in un unico “concetto totale”, concependolo pertanto nella sua pienezza. Non è difficile riconoscere sullo sfondo sociale di questo pensiero il fatto che l’essere umano e la natura debbano sottomettersi “totalmente” alla macchina sociale capitalistica, al fine di trasformare ciascun atomo ideale, ciascuna idea e ciascun sentimento, in materia prima che sia utilizzabile nel processo di valorizzazione. In realtà è dunque la stessa logica economica del capitalismo a suscitare la vocazione totalitaria; ed è con la trasfigurazione ideologica di questa vocazione in “legge naturale” che il liberalismo intende solo camuffare il proprio nucleo dittatoriale. Henry Ford diceva che gli acquirenti del suo “Modello T” potevano acquistarlo in qualsiasi colore desiderassero, purché fosse nero; allo stesso modo, il pluralismo liberale dà credito a tutte le idee e a tutti gli oggetti, purché essi tutti possano essere commercializzati e venduti. Fino alla metà del XX° secolo, questo totalitarismo economico era ben lontano dalla perfezione. Sopravvivevano ancora elementi di un modo di produzione più arcaico, con basi agrarie e comunali, oltre che sfere culturali della vita che si sottraevano allo spazio-tempo astratto del capitalismo. Per trasformare gli individui in materiale umano delle macchine capitalistiche, occorreva innanzitutto una mobilitazione politica delle masse: in quel periodo la sfera politica assunse l’aspetto di una “energia accumulata” fungendo così come se fosse una sorta di resistenza che si caricava, per così dire, al fine di mettere in moto il totalitarismo economico. In questo senso, è stata la politica di massa, attuata attraverso la mobilitazione militare, a fungere da potente innesco. È stato nelle trincee della Prima guerra mondiale che si è creato il prototipo democratico. Nel suo famoso romanzo di guerra “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, l’autore tedesco Erich Maria Remarque scrive: «Le differenze create dall’educazione e dalla cultura sono quasi scomparse, e difficilmente si possono riconoscere. È come se prima fossimo stati delle monete di paesi diversi; abbiamo attraversato un processo di fusione e ora tutti abbiamo lo stesso conio».

  L'uguaglianza democratica di fronte alla moneta, che fino ad allora era stata messa in pratica solo in maniera insoddisfacente, poteva essere preparata solamente nella forma di quella che è stata un'uguaglianza di morte e di mutilazione, in quelli che sono stati i "Mulini di Sangue" della Prima Guerra Mondiale. È stata proprio questa forma archetipica di democrazia del 20° secolo a garantire finalmente agli individui l’uguaglianza dell’individuo isolato. Sotto determinate condizioni storiche, come in Russia e in Germania, l'avanzamento di questo processo sociale assunse la forma del Movimento totalitario di massa e di dittatura; ma anche negli Stati Uniti, la mobilitazione per il "New Deal" venne accompagnata da sfilate militari, cortei di missili e dai fuochi d'artificio della propaganda politica. Si trattava di coinvolgere la società “nel suo insieme” e di darle “una scossa”, ben al di là degli obiettivi politici e militari immediati. Pertanto, nel 1934. lo scrittore tedesco Ernst Jünger coniò il concetto di "mobilitazione totale" Una “mobilitazione parziale” rientrava nella ”essenza della monarchia”, la quale, come egli stesso affermava, «trasgredisce i propri limiti nella misura in cui è costretta a inserire le forme astratte dello spirito, del denaro, del “popolo”, in sintesi delle forze della democrazia in crescita, nel contesto armamentista». Pertanto Jünger vedeva nella democrazia occidentale soprattutto una forma più elevata di esaurire tutte le riserve sociali: «Era stato in quel modo che la mobilitazione negli Stati Uniti, un paese con una costituzione molto democratica, aveva potuto essere attuata attraverso misure di una virulenza che sarebbero state impossibili nello stato militare prussiano (...). Già in questa guerra non si trattava più di sapere se uno Stato fosse militarizzato o meno, ma piuttosto di sapere se esso fosse capace di mobilitazione totale». Che questo processo avesse ormai trasceso di molto i propositi puramente militari, non sfuggì al generale tedesco Ernst Ludendorff, il quale, nel 1935, scrisse in un trattato sulla "guerra totale": «La guerra totale, che non riguarda solo le forze belligeranti, ma tocca da vicino anche la vita e l’anima (!) di ogni membro isolato dei popoli coinvolti nel conflitto, ha avuto qui il suo inizio (...). Dal quel momento in poi la guerra totale ha acquisito maggiore profondità grazie al perfezionamento e alla proliferazione degli aerei, delle bombe di ogni tipo, ma anche dei volantini e degli altri materiali di propaganda lanciati sulla popolazione, nonché grazie al perfezionamento e alla proliferazione delle apparecchiature di radiodiffusione rivolte contro il nemico.» Ma se  lo scopo segreto di questa "mobilitazione totale" fosse, in definitiva, quello di mettere in pratica la vocazione totalitaria dell'economia capitalista, ecco che allora il "movimento" politico-militare della prima metà del XX secolo può essere utilizzato per raggiungere la vocazione totalitaria dell'economia capitalista, ed essere facilmente decifrabile come una fase preparatoria per tagliare le catene del "mercato totale": qualcosa che accadde dal 1950 in poi.

   Nelle democrazie commerciali del dopoguerra, le «bombe di ogni genere, i volantini e gli altri materiali di propaganda» di Ludendorff si sono trasformati nella raffica vorticosa della pubblicità e nel chiacchiericcio dei media, che, sotto forma di richiamo visivo e acustico, riempiono l’intero spazio pubblico, assumendo tratti francamente terroristici: ecco che nessuno è più in grado di sfuggire a questo chiacchiericcio infinito e alla sua sfacciata impertinenza. Ciò che qui “si rivolta contro il nemico” (e il “nemico” è tutto e tutti nella guerra permanente per la clientela, per i posti di lavoro, le carriere, il prestigio ecc. in un mondo capitalizzato fino al midollo) supera sotto ogni aspetto le origini militari della “guerra totale” tra il 1914 e il 1945. Così leggiamo il concetto di totalitarismo contro il filo dell'ideologia legittimante occidentale. Questo è tanto più evidente in un classico "della teoria del totalitarismo", il libro della filosofa americana Hannah Arendt sulle "Origini" del totalitarismo". In esso possiamo leggere: «Niente è più caratteristico dei movimenti totalitari in generale, e la natura della gloria dei suoi leader, e ci sorprende quanto velocemente possono essere dimenticati e con che velocità  si possono sostituire (...). Questa instabilità ha sicuramente qualcosa a che fare (...) con il l'entusiasmo per la mobilità dei movimenti totalitari, che possono sopravvivere solo finché continuano a muoversi, e mettono in moto tutto ciò che li circonda (...); sono proprio questa straordinaria capacità di adattamento e questa mancanza di continuità, i quali senza dubbio ne costituiscono il suo segno distintivo, se esiste davvero un carattere totalitario o una mentalità totalitaria.» Qui, Hannah Arendt ha in mente solo il lato politico-statale del totalitarismo, vale a dire, le dittature del periodo tra le due guerre. Ma solo in apparenza la massa anonima, politicamente e militarmente mobilitata dalle dittature, o dal regimi di transizione democratica, si oppone al culto commerciale dell'individuo ugualmente anonimo, del "consumatore" delle democrazie del dopoguerra. In reatà, la prima, la massa mobilitata nelle parate militari, può essere intesa come un embrione del secondo, l'individuo come consumatore isolato. L'individuo democratico “libero” del dopoguerra non è altro che un “modello” originariamente plasmato e regolato dalla macchina politico-militare, un esemplare che è stato liberato solo per adattarsi al ritmo commerciale della macchina capitalista globale. Concentrandosi sulle dittature statali totalitarie (cosa comprensibile nel 1951), Hannah Arendt ignora completamente quanto le sue formulazioni sull'essenza del totalitarismo si applichino con accuratezza al carattere di un mercato sempre più totalitario e, quindi, alla democrazia occidentale stessa. Quale altra espressione, se non quella della «sorprendente rapidità dell’oblio», potrebbe caratterizzare meglio le congiunture capitalistiche, le quali ormai non si configurano più come evoluzione umana, ma rappresentano piuttosto un processo di cose indifferenti, il cui combustibile è il denaro? E la «facilità della sostituzione»: quale descrizione potrebbe essere più appropriata per descrivere la personalità dell’essere umano, ridotta a oggetto e universalmente intercambiabile? E cosa potrebbe esserci di più “assetato di mobilità” del capitalismo stesso, il quale, in quanto sistema economico di tipo “a valanga”, di fatto “riesce a sopravvivere solo finché rimane in movimento, e mette in movimento tutto ciò che lo circonda”? Dove la «straordinaria capacità di adattamento» potrebbe essere una virtù più eccellente che nelle economie di mercato democratiche, così come viene oggi nuovamente proclamata dai paladini dell’«adattamento permanente» a un cieco «cambiamento strutturale»? E cosa, infine, potrebbe rappresentare una «mancanza di continuità» più radicale del mercato universale senza storia, il quale compie il suo movimento sempre identico in una sorta di nirvana senza tempo? Questa corrispondenza diventa ancora più chiara allorché Hannah Arendt cerca di analizzare minuziosamente la "legge del movimento" del totalitarismo: «Dietro la pretesa di dominio mondiale, tipica di tutti Movimenti totalitari, esiste sempre l'intenzione di creare un essere umano che incarni attivamente le leggi che egli altrimenti sopporterebbe solo passivamente, pieno di resistenza e mai nella sua pienezza. La pace sepolcrale che, secondo la teoria classica, la tirannia instaura nel paese (...) rimane altrettanto preclusa al paese con un regime totalitario quanto gli è preclusa la pace in generale. È vero che i suoi abitanti sono privati di ogni azione che nasca dalla libera spontaneità; ma sono però tenuti in continuo movimento in quanto esponenti del gigantesco processo sovrumano della natura o della storia, che sfreccia accanto a loro (...). Il terrore, in questo senso, è come la “legge” che non può più essere trasgredita.»

  Però, ciò che in questo passaggio viene denunciato come se fosse l'essenza del Il totalitarismo, non è altro che l'essenza stessa del liberalismo.  Questo perché non è stato nessun altro, se non la crema dell’economia politica borghese e della filosofia illuminista che, sin dall’inizio, ha fatto propria la pretesa di applicare agli uomini “le leggi della natura e della storia”.  Ed è il capitalismo totalizzato che, nello spazio sociale in cui impera, spoglia i suoi abitanti “di ogni azione che nasca dalla libera spontaneità”, poiché in tale spazio ogni attività viene assiomaticamente modellata dall’imperativo economico. Ben più implacabili delle dittature degli Stati totalitari, gli individui sottoposti all’economia di mercato globale vengono «mantenuti in movimento permanente in quanto esponenti di un gigantesco processo sovrumano», da una cieca dinamica di crescita segnata da difetti strutturali, dinamica che li «sorpassa sfrecciando» e viene proclamata dagli ideologi neoliberisti «come un processo oggettivo della natura e della storia». In realtà, ci troviamo di fronte a una continua evoluzione della storia capitalista, nella quale le dittature degli Stati totalitari e la “mobilitazione totale” delle guerre mondiali non costituiscono un modello fondamentalmente contrapposto, ma rappresentano piuttosto un determinato continuum storico, e una forma di imposizione proprio di  un'unica “economia di mercato”, e della “democrazia”: la società nella sua interezza è stata messa in moto a ritmo accelerato a tutti i livelli e in tutte le sue sfere, al fine di poter così riuscire a sostenere l’accumulazione accelerata e concentrata del capitale. Alla fine del 20° secolo, la trasformazione del totalitarismo capitalista (che da Stato totale è passato a essere mercato totale) ha portato a un inusitato “terrore dell’economia” – a una “legge” che, come ci viene ironicamente fatto notare, “non può più essere trasgredita”. E il controllo della realtà imposto dai media capitalisti può parlare ininterrottamente di libertà solo perché è da tempo che ci siamo lasciati alle spalle «1984».

- ROBERT KURZ  - São Paulo, Domingo, 22 de Agosto de 1999 -