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lunedì 18 dicembre 2023

La classe di Marx …

Sull'ambiguità del concetto di proletariato in Marx
- di Maurilio Lima Botelho -

In Marx, il concetto di proletariato - così come quello di lavoro - non è solamente ambiguo, ma è anche contraddittorio. Appare chiaro come, in giovinezza, nel corso delle sue riflessioni puramente filosofiche, Marx abbia "trovato" il carattere rivoluzionario del proletariato, facendo uso di un ragionamento che - a partire da delle contrapposizioni. e in base a "determinazioni riflessive" - arrivava alla formula a proposito dei proletari, che «non hanno nulla da perdere, se non le loro catene. E che hanno tutto un mondo da guadagnare» (Manifesto del Partito Comunista), vale a dire, riguardo un gruppo sociale che non ha alcuna particolarità, e che pertanto, di conseguenza, punta all'universalità...

Consapevole del fatto che ciò non sarebbe bastato, al fine di dare consistenza sociologica e contenuto storico a tali affermazioni, Marx si rivolgerà all'economia. Ma il fare questo, lo avrebbe gradualmente portato ad abbandonare la relazione diretta esistente tra la vendita di forza-lavoro (il proletariato, in senso generale) e il carattere rivoluzionario (del proletariato, politicamente organizzato e visto come soggetto della storia). La nuda vita, la condizione assoluta per cui non si possiede nient'altro che la propria forza-lavoro, smette pian piano di essere un criterio rivoluzionario, sebbene Marx, in diversi passaggi, senza però metterlo in evidenza, continui a fare riferimento al carattere rivoluzionario del proletariato. Tuttavia, nel corso di quella che sarà l'elaborazione della sua "critica dell'economia politica" - vista nel suo complesso - ci sono in effetti dei momenti in cui Marx ribadisce il carattere rivoluzionario del proletariato («cresce la massa della miseria, dell’alienazione, dell’oppressione, della schiavitù, della degradazione umana e dello sfruttamento, ma cresce anche la resistenza della classe operaia, sempre più numerosa e sempre più istruita, unita e organizzata dallo stesso meccanismo del processo di produzione capitalistico»; in Marx, Il Capitale, Libro I, p. 1042), così come ci sono altri momenti, in cui invece sottolinea il dominio del capitale («con il progresso della produzione capitalistica si forma, si sviluppa una classe operaia che – per educazione, tradizione e abitudine – si convince e riconosce come leggi naturali e indiscutibili le esigenze di quel modo di produzione, {e quindi lo subisce tanto spontaneamente quanto i cambiamenti di stagione}. L’organizzazione del processo di produzione capitalistico, appena ha acquistato una certa stabilità, infrange tutte le antiche catene. Ogni resistenza è inutile. La costante presenza di una sovrappopolazione relativa mantiene la legge dell’offerta e della domanda di lavoro, e quindi il salario lavorativo, entro i confini rispondenti ai bisogni di valorizzazione del Capitale, e la silenziosa coazione appone ai rapporti economici il suggello di comando, di dominio, di dispotismo del capitalista sull’operaio. [...] Nel corso ordinario delle cose, il lavoratore può rimanere affidato alle "leggi di natura della produzione", ovvero alla dipendenza dal Capitale, generata, garantita e perpetuata dallo stesso meccanismo [impersonale] di produzione.» (Marx, Il Capitale, Libro I, op. cit., p.1006).

Ma qui, il Marx della "maturità" - malgrado queste contraddizioni nelle quali, ogni qual volta viene sistematicamente affermato il carattere rivoluzionario del proletariato, si vede che egli fa riferimento non tanto al proletariato in generale (visto come venditore di forza-lavoro), quanto piuttosto all'operaio di fabbrica, immediatamente legato al processo di produzione. Detto in altri termini, è l'organizzazione del processo di produzione, la coesione del gruppo nelle condizioni della fabbrica, il raggruppamento, lo scambio di esperienze, il riunirsi in dei luoghi a creare delle occasioni che diventano altrettante scintille per la rivolta; è tutto questo, ciò che conferisce e assegna un carattere rivoluzionario, a una parte del proletariato. E così avviene anche che i lavoratori improduttivi, quelli che vivono grazie al plusvalore altrui, talvolta vengono addirittura definiti come dei «parassiti»; ragion per cui vi troviamo degli accenti quasi "antisemiti" (e questo, in Engels è ancora più vero).

In ogni caso, è ben chiaro, a chiunque legga le critiche di Marx all'economia, che a essere rivoluzionario è il proletariato urbano e di fabbrica: «La dispersione dei lavoratori dei campi su vaste superfici spezza la loro forza di resistenza, mentre la concentrazione in città esalta la forza di resistenza dei lavoratori urbani» (Il Capitale, Libro I, op. cit., p. 690). Qui, Marx parla del proletariato agricolo («industrializzazione dell'agricoltura») ponendolo in contrapposizione al proletariato urbano rivoluzionario. Resta da chiedersi se stia parlando di una «rivoluzione urbana» (come avviene in quei capitoli de "L'ideologia tedesca" che nessuno legge: « Un movimento comunista, in genere, non può mai muovere dalla campagna, ma sempre e soltanto dalla città »). E c’è da dire che quest'approccio piacque così tanto a Henri Lefebvre, al punto di scriverci un libro in cui sosteneva che in diversi parti dell'opera di Marx, è la città il vero «soggetto della storia» (H. Lefebvre, "Il marxismo e la città").

Ma esiste inoltre anche una certa ambiguità a proposito del fatto che l'operaio rivoluzionario corrisponderebbe soltanto al proletariato di fabbrica, ovvero all'operaio produttivo in generale. A volte Marx definisce il lavoro salariato come se fosse solo «lavoro libero che viene scambiato con il capitale, lavoro il quale si trasforma in capitale, e valorizza il capitale» (Karl Marx, "Capitale e tecnologia. Manoscritti 1861-1863"); vale a dire, che ciò che conta è il carattere formale-sostanziale della produzione di valore. Mentre, altre volte, invece, l'operaio è colui che partecipa «al processo stesso di produzione materiale» (Ivi); cioè, sembra che a contare sia la produzione materiale.

Per cui, è a partire da questo che si pone la questione della condizione della rivoluzione: vale a dire, se essa dipenda dalla situazione centrale dello sfruttamento nel contesto di questa forma sociale (lo sfruttamento del plusvalore), oppure se dipenda invece da una condizione materiale di assemblaggio, da uno scambio immediato di esperienze e di organizzazione collettiva dei lavoratori (la fabbrica). Alla fine, però, tutto ciò poco importa, dal momento che Marx ritiene la proletarizzazione generalizzata della società come una tendenza inevitabile nello sviluppo e nella crescita delle attività nella fabbrica. Del resto, è chiaro come  il dibattito non si sposti mai su un piano "morale", o sullo "sfruttamento fisico" che riguardi le condizioni degradanti del lavoratore (sebbene il degrado appaia come il risultato di queste condizioni che vengono determinate dalla forma sociale). Per il fatto che una persona o un gruppo soffra, ciò non significa che possa essere per questo chiamato rivoluzionario; da qui il disprezzo di Marx per il sottoproletariato, per i contadini (alla fine della sua vita Marx cambia posizione, ma non sulla miccia rivoluzionaria, che continua a rimanere appannaggio dell'operaio): da qui anche quella che sarà sempre la sua posizione circa il limite e il fallimento delle rivoluzioni schiaviste del passato. Su questo argomento, si sono già espressi due diversi autori:

Ernest Mandel: «La storia ha dimostrato che non basta che una classe sociale non abbia più nulla da perdere e non disponga di proprietà privata perché sia capace di realizzare una rivoluzione sociale che abolisca ogni proprietà privata. Precisando più tardi la loro diagnosi, Marx ed Engels hanno attribuito al proletariato il ruolo chiave nell'avvento del socialismo non tanto a causa della miseria che subisce quanto in funzione del posto che occupa nel processo produttivo e della capacità che perciò stesso possiede d'acquisire una capacità di organizzazione e una coesione nell'azione senza comune misura con tutte le classi oppresse del passato» (da: Ernest Mandel, "La formazione del pensiero economico di Karl Marx. Dal 1843 alla redazione del Capitale”, Editori Laterza 1970, pag. 23).

Anselm Jappe: «Per Marx, il proletariato è la classe rivoluzionaria, non perché è quella che ha maggiore motivo di insoddisfazione, ma perché il suo posto nel processo di produzione, la sua compattezza e la sua massiccia concentrazione in pochi luoghi gli danno anche i mezzi per rovesciare l'ordine esistente» (Anselm Jappe, "Guy Debord". Il manifesto 1999, p. 40).

Ma ad ogni modo, tralasciando se Marx avesse o meno ragione sul carattere rivoluzionario che in passato avrebbe avuto il proletariato urbano o di fabbrica, e se esso fosse, in termini di plusvalore, produttivo o meno, ecc., va comunque detto che tutte queste considerazioni sono oramai storicamente superate, e questo a causa della simultanea scomparsa, da parte della capacità industriale, di assorbire forza lavoro su larga scala. Inoltre, anche senza parlare della grande esclusione che rende superflua una grandissima parte di forza lavoro, sena affrontare il problema della disoccupazione e quello dell'informalità (crisi del lavoro salariato), rimane il fatto che la grande massa di coloro i quali ancora vendono la propria forza-lavoro non ha più alcun legame diretto con il processo produttivo immediato. In questo, Marx rimane legato al proprio tempo e alla sua «società industriale» (che viene qui definita come un mezzo di integrazione sociale, e non come una condizione produttiva, dal momento che oggi tutto è ormai industrializzato). Ma a far emergere la contraddizione interna del capitale, è stato proprio Marx , parlando della sua autodissoluzione, mostrando proprio il perché, e il modo in cui il capitale si riproduce solo per mezzo dello sfruttamento del plusvalore, e lo fa proprio mentre, a livello di sistema, agisce simultaneamente abolendo le condizioni pe cui si possa continuare a produrre valore. Ed è questo oggi il Marx che, nel XXI secolo continua a essere più attuale e necessario che mai.

- Maurilio Lima Botelho - Pubblicato il 17/12/2023 -

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

venerdì 10 novembre 2023

La classe non è acqua, ma fa acqua da tutte le parti…

La classe, una parola "di plastica"
- di Ernst Lohoff -

Non è solo la classe operaia ad avere una lunga storia di profondi cambiamenti, ma  lo ha anche - e l'una cosa ha a che fare con l'altra - il concetto di classe. Tutto comincia con Karl Marx. La sua nozione di classe mette insieme e mischia due momenti molto differenti. Da un lato, il concetto di classe gioca un ruolo chiave in quella che è la sua teoria dell'emancipazione. La classe operaia - così come viene formulata soprattutto nei suoi primi scritti - viene chiamata a rovesciare la relazione di capitale, e a lottare per attuare la liberazione da ogni forma di oppressione. Ma dall'altro lato, il concetto di classe costituisce parte integrante in quella che invece è la sua critica dell'economia politica. Le tre principali classi della società borghese - i capitalisti, i proprietari terrieri e i lavoratori salariati - operano come «personificazioni delle categorie economiche». Tra questi due momenti esiste una tensione, nella misura in cui Marx, in quanto teorico dell'emancipazione, concepisce la classe operaia come un potere che trascende la relazione di capitale; mentre, allo stesso tempo, il Marx critico dell'economia politica tratta l'interesse di classe come se esso fosse un interesse puramente e meramente immanente. In quanto personificazione della merce forza lavoro, la classe operaia non ha alcun altro interesse se non quello di vendere la sua propria merce alle condizioni per essa più favorevoli, vale a dire, guadagnare un salario elevato e ridurre l'orario di lavoro. Marx, ha coniugato questi due contraddittori momenti di quella che è la sua concezione di classe, combinandoli nella tesi secondo cui, in ultima analisi, la classe operaia non avrebbe potuto migliorare la propria situazione sul terreno della società capitalista. Tra tutti, erano proprio i proprietari della merce chiave del sistema capitalistico - la forza lavoro che creava plusvalore - a essere sistematicamente esclusi da quelli che erano i suoi benefici; il che li rendeva l'incarnazione della negazione dell'ordine capitalistico e i portatori della liberazione universale. Se consideriamo la miseria del proletariato nel XIX secolo, questa visione potrebbe anche apparire come plausibile. Tuttavia, ironia ha voluto però, che proprio sotto la bandiera del marxismo sia nato quel movimento operaio di tutti i paesi che ha poi realizzato esattamente ciò che si riteneva fosse impossibile. In quelle che sono state delle difficili lotte durate diversi decenni, i venditori di forza lavoro sono riusciti a farsi riconoscere come dei soggetti di interesse, liberi e uguali, e a ottenere così una fetta della torta capitalistica. In tal modo, così facendo, l'interesse di classe si è trovato a essere ridotto a ciò che era sempre stato nella prospettiva della critica dell'economia politica: un banale interesse monetario che non trascende e non supera in alcun modo la società capitalista. Viceversa, in Marx, questo concetto enfatico di classe, si rivela invece come un espediente storico-filosofico puramente speculativo.

A lungo, il movimento operaio si è aggrappato all'idea che la classe operaia dovesse essere destinata a superare il modo di produzione capitalistico. Quelle che sono state le dittature dello sviluppo capitalistico di Stato sono persino arrivare a pretendere seriamente di esserci riuscite. Tuttavia, la giustificazione di una missione speciale della classe, venne cambiata radicalmente. Mentre Marx, nei suoi primi scritti, aveva continuato a ritenere l'esistenza dei lavoratori salariati come se fosse il culmine della "alienazione", per i suoi epigoni invece il lavoro e l'esistenza dei lavoratori sarebbero diventati la radice dell'orgoglio di classe. Sotto lo slogan «Lo scansafatiche dovrà sloggiare» - come recita "l'Internazionale" - il movimento operaio intendeva riconoscere il contro-principio del capitale proprio nel sancta santorum della società borghese. Questa identità di classe positiva dell'operaio bianco, fondata sulla religione del lavoro, non solo non ha niente a che fare con l'«emancipazione universale» (Marx), ma è perfettamente e totalmente compatibile con il dominio razzista e sessista. Così, per molto tempo, dopo la caduta del socialismo reale, nei dibattiti della sinistra il concetto di classe non ha praticamente giocato alcun ruolo. Mentre, nel frattempo la situazione è cambiata. Ragion per cui, è venuta in voga una «nuova politica di classe». Tenuto conto della storia appena descritta e dei diversi livelli di significato del concetto di classe, bisognerebbe che i rappresentanti di questa corrente, spiegassero di cosa parlano esattamente, allorché parlano di classe. Purtroppo, questo passaggio, lo saltano proprio. Al suo posto, viene sempre dato per scontato che il punto di vista dell'emancipazione e il punto di vista della classe siano la medesima cosa.

Comunque sia, il concetto di classe - che è proprio dell'economia politica e che decifra l'interesse di classe vedendolo come immanente - da una parte, e dall’altra il concetto enfatico di classe, si contraddicono a vicenda. Non c'è alcuna ragione di abbandonare il concetto di classe presente nella critica dell'economia politica, per far uscire dal cappello a cilindro il coniglio del concetto enfatico di classe. Purtroppo, i propugnatori della nuova politica di classe risolvono la contraddizione esattamente nel senso opposto. Christopher Wimmer (Jungle World, 5/2020) ha fatto la sua scelta in maniera esplicita, elogiando espressamente il movimento operaista per aver «strappato e ri-politicizzato il concetto di classe, sottraendolo a una teoria e a una pratica di sinistra, che si erano fossilizzate in una critica dell'economia». Invece, la maggior parte dei rappresentanti della «nuova politica di classe» sono riluttanti a buttar via ufficialmente il concetto di classe che troviamo nella critica dell'economia politica. Amano piuttosto riferirsi ad esso, dal momento che in questo modo serve a fornire una base "materialista" a quello che è il loro enfatico appello alla "classe". Tuttavia, così facendo, lo privano di fatto di quello che è il suo significato e il suo senso. La cosa comincia già a partire dal fatto che i rappresentanti della «nuova politica di classe» applicano l'etichetta di lotta di classe a tutte le lotte sociali del nostro tempo.

Il concetto di classe, così come si esprime nella critica dell'economia politica, distingue le classi in base a quella che è la loro posizione nel processo di produzione. Mentre oggi, laddove le persone lottano insieme contro le esigenze del capitalismo, ciò avviene generalmente a partire dal fatto che sono unite da qualcos'altro. Pensiamo, ad esempio, alle lotte contro l'aumento del costo degli affitti in questo Paese, oppure a quelle contro la privatizzazione dell'approvvigionamento idrico in molti Paesi dell'Africa, dell'Asia e dell'America Latina). Se entrambe queste lotte fossero lotte di classe, allora ciò significherebbe che evidentemente il criterio che determina l'appartenenza alla classe è cambiato. E pertanto, in tal modo, oggi la classe non comprenderebbe più chi è costretto a vendere la propria forza lavoro, bensì piuttosto chi si vede negare l'accesso a determinati beni di consumo. Negli anni '70, gli amici della lotta di classe hanno dimostrato di ignorare la dominazione sessista e razzista. Ma questo tuttavia non può essere messo sul conto della «nuova politica di classe». Dal momento che per loro, la lotta contro queste e altre forme di dominio è - giustamente - parte integrante del programma di emancipazione. Ma così facendo, aggravano il caos concettuale allorché raggruppano tutti questi conflitti sociali sotto il concetto di lotta di classe. La parola classe degenera così in un'etichetta che crea un'unità immaginaria di tutti gli oppressi, facendo sì che l'argomentazione che sorregge tutto questo diventa circolare. Dal momento in cui la resistenza contro qualsiasi forma di oppressione, viene designata a priori come se fosse lotta della classe, ecco che allora qualsiasi conflitto sociale sembra dimostrare l'esistenza e la vitalità della classe.

La «nuova politica di classe» sacrifica il concetto analitico di classe contenuto nella critica dell'economia politica, e lo fa per salvare quello che è il suo proprio concetto di classe, il quale è stato perfettamente gonfiato ed enfatizzato. E tuttavia il suo concetto continua a essere approssimativo. E questo perché l'identità di classe del vecchio movimento operaio - basata sulla religione del lavoro - non corrisponde più a questi tempi, in cui l'interesse di classe dev'essere piuttosto diretto - come avveniva in passato, ai tempi di Marx - contro l'esistenza del lavoro salariato. Avviene così, in questo modo, che la struttura e la costituzione storico-filosofica di questa identità di classe non viene riabilitata, dal momento che nel frattempo il concetto di classe è stato integrato esteriormente, estendendolo a ogni sorta di critica del dominio.

Pertanto, il nuovo concetto di classe oggi appare come fosse una sorta di compilazione di varie citazioni storiche che, stando insieme, non riescono ad andare veramente d'accordo. In 40 anni di neoliberismo, il processo di individualizzazione ha finito per assumente una nuova qualità, e la concorrenza generalizzata ha penetrato e contaminato le relazioni sociali.  Allo stesso tempo, nel corso del processo di crisi del capitalismo, quelle forze centrifughe che stanno lacerando questa società hanno preso il sopravvento, nel mentre che, simultaneamente, aumenta anche la polarizzazione sociale. Ecco che allora si pone la questione di sapere a che cosa potrebbe assomigliare un processo di ri-solidarizzazione sociale che abbia obiettivi emancipatori.

Di fronte a una simile sfida, invocare un punto di vista di classe diventa solo un espediente. La parola classe dovrebbe servire a creare un'unità immaginaria di tendenze, movimenti e correnti emancipatrici; mentre ora ciò che serve davvero è invece riuscire a formulare una vera prospettiva anticapitalista. Proprio per questo, il riferimento alla critica dell'economia politica è essenziale: non serve per ricavarne un punto di vista di classe positivo, ma trarne una negazione determinata e decisa del modo di produzione e di vita capitalista, che possa porre le basi per riuscire a riformulare un movimento di emancipazione sociale che sia diversificato, e che superi tutte le fissazioni identitarie.

- Ernst Lohoff - Pubblicato in Jungle World, 7/2020 -

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

lunedì 18 settembre 2023

I portatori di ... interesse !!

«In effetti, il condannato sembrava fosse stato così abilmente sottomesso, da dare l'impressione che gli si potesse persino permettere di vagare liberamente per le colline, come se bastasse un fischio, all'inizio dell'esecuzione, per far sì che arrivasse subito». (Franz Kafka)

« Sotto il capitalismo, non esiste alcun gruppo sociale che sia stato investito di una qualche predestinazione ontologica trascendente. Ma tutti i gruppi sociali vengono, di per sé, preformati dal valore, e pertanto sono tutti costituiti in maniera capitalistica. Di modo che, quando si parla di “interesse/i”, bisogna distinguere... Da un lato, ci sono gli interessi fondamentali (materiali, sociali e culturali) degli esseri umani, i quali interessi corrispondono a quelli che sono i loro bisogni storici. Ma, dall'altro lato, tale contenuto si trova a essere collegato e vincolato alla forma capitalista. E lo è in modo tale che pertanto ciò che è il reale contenuto dei bisogni appare del tutto secondario; cosicché a venire invece percepito in maniera diretta, sia solamente l'interesse costituito capitalisticamente nella sua forma monetaria (salario e profitto).

Diventa pertanto inevitabile, anzitutto, cercare di affermare e rivendicare i bisogni reali, ovvero gli interessi fondamentali, in quella che è la forma capitalistica dominante. Ma nel momento in cui non si riesce più a vedere alcuna differenza tra contenuto e forma, ecco che questo interesse si rivolta contro i suoi stessi portatori. E avviene che questi ultimi finiscono per far dipendere i loro propri interessi - che lo vogliano o meno - dal fatto che non smetta di funzionare la valorizzazione del capitale. Ecco che allora, in tal modo, sono essi stessi a trasformarsi in un "soggetto oggettivo", il quale finisce così per sottomettere la propria vita alle leggi del capitale; per le quali una simile sottomissione appare del tutto normale. Pertanto, bisogna invece che, al contrario, venga dichiarato che il contenuto reale dei bisogni non è assolutamente negoziabile. »

(Robert Kurz, da "Vies et mort du capitalisme. Chroniques de la crise", Éditions Lignes, 2011, pag.18)

giovedì 24 agosto 2023

Liberarsi della paccottiglia

In questi giorni, relativamente alla traduzione di un piccolo saggio in cui si argomenta contro l'abbandono della lotta di classe - da parte della Wertkritik - e si propone di integrare l'analisi di Kurz con quella svolta da Théorie Communiste (la quale sarebbe «più storicamente fondata»), in seguito alla piccola discussione che ne è seguita, è emerso ed è stato citato questo "Oltre la lotta di classe", di Robert Kurz, che avevo già pubblicato sul mio blog il 19 ottobre 2013, traducendolo dal portoghese. Rileggendolo, mi sono reso conto che, data la sua importanza, il testo meritava una migliore e più fedele traduzione. Ragion per cui, mi sono voluto cimentare con l'originale, in tedesco, cercando di dare nella mia nuova traduzione il meglio possibile, ai fini della sua comprensione. Per cui, dopo un'attenta rilettura, lo ripropongo. 

Oltre la lotta di classe
- di Robert Kurz -

Ogni volta che sentono pronunciare dalle loro proprie stesse labbra i termini di «classe» e di «lotta di classe», ecco che ai marxisti tradizionali vengono subito le lacrime agli occhi. La loro identità di critici del capitalismo si lega, inseparabilmente e a doppio filo, a questi due concetti. Ma di fronte a quelle che sono le attuali condizioni all'inizio di questo XXI secolo - vale a dire, quelle della terza rivoluzione industriale (microelettronica), della globalizzazione dell'economia d'impresa e dell'atomizzazione sociale - ecco che il paradigma teorico-classista del «proletariato» sembra di botto essere diventato stranamente polveroso. Quanto più i veterani marxisti insistono, in maniera provocatoria, sull'idea secondo la quale noi «viviamo ancora in una società di classe», tanto meno ci muoviamo in una simile situazione, e ciò malgrado - o per meglio dire, proprio a causa del - l'aggravarsi delle contraddizioni del capitalismo, oltre che a causa di una crisi socioeconomica di tipo nuovo che sta scuotendo tutto il pianeta. Deprivato oramai di ogni e qualsiasi fondamento, sul terreno della critica dell'economia, parlare del «ritorno delle classi» finisce per essere del tutto impotente, oltre che superficialmente sociologico. È questo il motivo per cui questo concetto non è di alcuna utilità per quello che è il nuovo movimento di massa contro la globalizzazione capitalista, la guerra e il disfacimento sociale. L'apparato concettuale della critica radicale ha bisogno di essere liberato da tutta questa paccottiglia.

Ovviamente, la «classe rivoluzionaria» della quale parlava Marx era il proletariato industriale del XIX secolo, unificato e organizzato proprio da quello stesso Capitale di cui sarebbe dovuto diventare il becchino. I gruppi sociali che dipendevano dal salario proveniente dai settori derivati dei servizi pubblici e commerciali, delle infrastrutture, ecc., invece, non potevano essere sommati al proletariato, se non come una sorta di forza ausiliaria; e questo poteva avvenire silo a partire dal fatto che quest'ultimo - in quanto nucleo di massa della vita sociale - fosse dominante nelle fabbriche produttrici di plusvalore. E questo fino al momento in cui si cominciò a verificare un'inversione del rapporto numerico, che diventò percettibile già fin dall'inizio del XX secolo (e che venne affrontato solo in maniera superficiale dal vecchio marxismo, per esempio, nella discussione a proposito delle tesi di Bernstein), quando si comincia a vedere che lo schema tradizionale delle classi e della rivoluzione non avrebbe più potuto funzionare.

I dipendenti del settore pubblico e degli altri settori secondari, i quali nella riproduzione capitalista stavano gradualmente diventando la maggioranza, sono - non solo sociologicamente, ma anche economicamente - diversi dal vecchio «proletariato». I loro costi riproduttivi, così come, nel loro insieme, tutti gli altri costi del loro settore d'attività, vengono sostenuti a partire dalla produzione industriale di plusvalore. Ma, e nella misura in cui, dal punto di vista numerico, il rapporto si è invertito, ecco che anche il «finanziamento» di questi settori ora non può più provenire dalla produzione del plusvalore reale, ma viene simulato, in anticipo, sulla base di un plusvalore futuro, a venire; cosa che avviene soprattutto grazie all'indebitamento pubblico, e per mezzo della creazione di liquidità monetaria da parte dello Stato, ma anche attraverso l'indebitamento privato, e grazie all'«economia delle bolle finanziarie». La teoria del «capitalismo finanziario», elaborata da Hilferding, va intesa proprio in relazione a un simile contesto (senza che tuttavia però l'autore ne avesse coscienza). In realtà, tutto ciò ci indica semplicemente che il capitale - pressato dalla necessità strutturale e dal peso sempre più schiacciante dei servizi pubblici e degli altri settori secondari - genera ora un grado di socializzazione che, da solo, non riesce più a sopportare. Con la terza rivoluzione industriale, il nodo di questa contraddizione arriva al pettine. Il capitale distrugge le proprie fondamenta con una manovra a tenaglia: da un lato, assistiamo all'espansione di tutti quei settori che - nella riproduzione del capitale totale - appaiono come dei «costi morti»; mentre, dall'altro lato, la rivoluzione microelettronica porta a che si restringa, e a un livello mai visto finora, quello che era il nucleo produttivo del capitale della produzione industriale.
 
La marginalizzazione del proletariato industriale coincide così con una crisi capitalistica fondamentale di tipo nuovo. Certo, i settori pubblici secondari del capitale commerciale, possono essere certamente trasformati, in maniera formale, privatizzandoli. Ma dal momento che questo non cambia niente per quel che riguarda il loro carattere economico di settori derivati, ecco che essi vengono smantellati, oppure virtualmente distrutti. Incapace di mantenere - nelle sue forme - il grado di socializzazione raggiunto, il capitale de-socializza la società. Il risultato è una sociologia della crisi, costituita da masse di disoccupati e di cassaintegrati, di pseudo-lavoratori indipendenti e di «imprenditori da baraccopoli», di madri single e di precari flessibilizzati che cercano lavoro, ecc.; per non parlare del terzo-mondo piombato in un'economia di sussistenza primitiva e di saccheggio. Questa crisi rivela e mette in evidenza il vero volto della concorrenza, già insita nel concetto stesso di capitale. Nella concorrenza, non c'è più solamente il lavoro che si contrappone al capitale, ma anche il lavoro contrapposto al lavoro, il capitale al capitale, il settore industriale contro il settore industriale, la nazione contro la nazione. E ora persino un sito industriale contro un altro sito, un blocco economico contro un altro blocco, l'uomo contro la donna, l'individuo contro l'individuo, perfino il bambino contro il bambino.

La «lotta di classe» è diventata parte integrante di questo sistema di concorrenza universale, sciogliendosi in esso, e rivelandosi per quella che è: solamente un caso particolare di ciò che riguarda tutto il sistema, e che è assolutamente incapace di trascendere il capitalismo. Anzi, a uno stadio di sviluppo più basso, ne costitutiva addirittura, e piuttosto, proprio la forma immanente della sua dinamica, allorché in questa struttura si trattava ancora di riconoscere i proletari di fabbrica in quanto soggetti borghesi. Per poter competere, ed essere così in concorrenza, bisogna agire nelle medesime forme comuni. In realtà, fondamentalmente, capitale e lavoro costituiscono solamente degli aggregati, i quali si trovano a uno stadio diverso di quella che un'unica e medesima sostanza sociale. Vale a dire che il lavoro è capitale vivo, e il capitale è lavoro morto.

Ma la nuova crisi consiste proprio nel fatto che ora è lo sviluppo capitalistico stesso, quello che sta dissolvendo la sostanza di quel «lavoro astratto» che costituisce la base produttiva del capitale. Di conseguenza, e in tal modo, il concetto di «lotta di classe» perde ogni sua pseudo-trascendente luminosità metafisica. I nuovi movimenti non possono più definirsi, in maniera «oggettiva» e formale, a partire da un'ontologia del «lavoro astratto», e per quello che dovrebbe essere il loro «ruolo nel processo di produzione». Oramai, possono definirsi soltanto in termini di contenuto, vale a dire, a partire da ciò questi movimenti vogliono. O meglio ancora, per quello che essi vogliono impedire: ossia, la distruzione della riproduzione sociale per mano della falsa oggettività degli imperativi imposti dalla forma capitalistica.

E anche per il futuro che desiderano: l'uso sensato e comunitario delle forze produttive, al grado di sviluppo raggiunto e in base alle loro esigenze, anziché secondo i folli criteri della logica capitalista. Il loro terreno comune può pertanto essere solamente il terreno comune a quelli che sono degli obiettivi emancipatori; e non certo il terreno comune a un'oggettivazione definita dalla stessa relazione di capitale. Ciò che la prassi, ora in maniera cieca sta già portando avanti a tentoni, la teoria deve ancora arrivare a concettualizzarlo. Solo allora, i nuovi movimenti potranno diventare critici in maniera radicale nei confronti del capitalismo, e lo faranno in un modo del tutto nuovo, al di là del vecchio mito della lotta di classe.

- Robert Kurz - Pubblicato in Neues Deutschland, 30.05.2003 - Original "Jenseits des Klassenkampfs" -
  - fonte: Exit! Krise und Kritik der Warengesellschaft -

domenica 23 luglio 2023

Borghesia vs Precariato !!??

Disconnessione
- di Ernst Lohoff -

La critica del capitalismo è ovunque. Un anticapitalismo radicale ed emancipatore deve liberarsi dalla megalomania del soggetto rivoluzionario, e smascherare come superfluo il sistema stesso, il quale dichiara superflue le persone e i loro bisogni. L'attuale fase dello sviluppo capitalistico è fondamentalmente diversa dalle precedenti. Fin dai tempi della Rivoluzione industriale, il progredire e lo sviluppo dei principi formali della società della merce - lavoro, diritto e politica - ha funzionato come un processo di integrazione repressiva. Oggi, invece, il loro dominio equivale a quello di una desocializzazione repressiva. Alla periferia del mercato mondiale, la prospettiva di formare economie nazionali funzionanti, e includere la maggioranza della popolazione nella moderna società del lavoro, è definitivamente sparita. Anche con un modello di presunto successo come quello della Cina, in quello che è un mercato globale, lo sviluppo capitalistico porta solo alla formazione di isole minoritarie circondate da un oceano di miseria di massa. Tuttavia, anche nei centri del mercato mondiale, il sistema di valorizzazione contribuisce sempre meno al mantenimento della riproduzione sociale, dal quale è esso stesso diventato dipendente. Non solo ci sono sempre più persone che vengono scartate come inutilizzabili; ma sono in discussione anche l'istruzione gratuita, l'assistenza medica a prescindere dal reddito, una rete completa di trasporti pubblici e, insieme a queste, anche altre parti dell'infrastruttura pubblica. Senza il degrado delle persone ad appendici della macchina di valorizzazione, e senza l'adattamento dei bisogni, non c'è alcun capitalismo. L'attuale capitalismo globale si distingue dalle precedenti fasi di sviluppo nella misura in cui, allo sfruttamento e all'adattamento, si sovrappone oggi un trauma storicamente nuovo. Il premio che viene concesso ai servi del capitale, per l'obbedienza ai principi formali della società delle merci - lavoro, diritto e politica - prevede che essi, così come i loro rispettivi bisogni collettivi, perfino in quella che è la loro forma più depotenziata, vengono progressivamente sempre più abbandonati in quanto irrilevanti. Il paradigma dello sfruttamento viene pertanto sostituito attraversi una nuova esperienza primordiale: il trauma di essere delle persone superflue - dal punto di vista capitalistico - che hanno delle istanze superflue. Il futuro dei diversi settori sociali dipende, in maniera decisiva dal modo in cui tali persone superflue riusciranno a uscire da questo trauma. È possibile che esso diventi il punto di partenza di un nuovo anticapitalismo, e che a tale scopo è necessario? La risposta dipende da come definiamo l'anticapitalismo. Per quelli che non pensano solo in base a dei concetti emancipatori, non c'è più alcun bisogno di dover aspettare la rinascita dell'anticapitalismo: è già qui. Di fronte alla devastazione causata dal mercato totale, ora il pendolo ideologico oscilla nella direzione opposta. Che si tratti del regime clientelare di sinistra di Hugo Chávez, o del transnazionalismo islamico, oppure del nazismo trasversale (Querfront) o dei cacciatori di locuste socialdemocratici, oggi "in qualche modo",  tutti criticano il capitalismo. Recentemente, persino il Time ha diagnosticato un imminente «fallimento del mercato» globale. Per contro, l'idea di una rottura cosciente con la logica capitalista, e l'obiettivo di una «libera associazione di produttori» a livello mondiale (Marx) sono invece del tutto fuori questione. Oggi più che mai, ciascuno di essi viene considerato assurdo e irragionevole e, di fatto, anche la sinistra radicale ha accantonato l'idea di una trasformazione emancipatrice. Una delle ragioni del fallimento dell'anticapitalismo radicale risiede nella sua propria immagine superata che ha di sé stesso, e che gli impedisce di assumere una posizione circa quello che è il trauma primordiale (Ur-Trauma) della nostra epoca. Le grandi correnti anticapitaliste del passato erano nate a partire da una sensazione di forza, vale a dire, della propria forza all'interno di un contesto emergente di capitalismo.

Il movimento operaio classico è stato il primo ad aver formulato una tale rappresentazione di sé. Allora, anticapitalismo significava inculcare nelle masse lavoratrici che esse - in quanto «creatrici di tutti i valori», erano state chiamate a ricreare il mondo a propria immagine e a riempire di un contenuto umanitario la politica, il lavoro e il diritto. Più tardi, il posto del proletariato industriale è stato poi preso da altri «soggetti rivoluzionari». Il modello di base è stato riprodotto in maniera persistente e continua. La fonte dell'autocoscienza anticapitalista, ha continuato a essere la convinzione che esso rappresentasse le forze sociali che contano, e questo lo faceva anche per tenere insieme il nucleo della società capitalista basata sulle forme fondamentali del valore, del lavoro, del diritto e della politica. Questa esaltazione, che i movimenti di emancipazione del passato facevano di sé stessi, li ha aiutati nello sfruttare un margine di manovra a disposizione in quella che era un'epoca di integrazione repressiva. Tuttavia, in quelle condizioni di «desocializzazione repressiva» la prassi di invocare, sul terreno del lavoro e della politica, la propria forza entra in cortocircuito, e lo fa con conseguenze disastrose. Delle due l'una: o gli anticapitalisti cadono nella disperazione a causa dell'immutabilità delle condizioni, oppure perdono il senso della realtà. E in questo contesto "retrò", è accaduto spesso che, su "Jungle World", varie posizioni neo-operaiste venissero fortemente criticate, giudicate come teoricamente insoddisfacenti. Ma per quanto questo fosse giustificato,alla luce dei concetti alternativi presentati, è apparso anche insoddisfacente. Il concetto di «moltitudine» di Hardt e Negri, la cui produttività illimitata, per inciso, rappresenterebbe già il comunismo, e che sarebbe soggetta solo al potere parassitario esterno dell'«Impero», non fa altro che rappresentare, stavolta in modo allucinato, quella che era la stessa forza che le correnti emancipatrici immanenti alla forma hanno perso. Ciò che, nelle condizioni attuali, significa sottomissione agli imperativi del lavoro e della politica, scompare dietro quelle che sono solo delle illusioni di grandezza. Ma il post-operaismo non è stato affatto l'unico a eliminare l'esperienza dell'impotenza. Con mezzi un po' diversi e con approcci concorrenti, ci sono altri che si impegnano nella medesima operazione. Soprattutto, si tratta di posizioni che non si peritano di riconoscere empiricamente la debolezza delle forze emancipatrici, spiegandole come il risultato di rapporti di forza sociali più o meno fortuiti, finendo per trattarle come reversibili sul terreno del lavoro e del valore. Le lotte distributive tra i soggetti concorrenti della merce, formano una sfera neutra nella quale viene presunto che, facendo i giusti sforzi, tutto possa accadere. Alla luce della svalorizzazione strutturale della merce forza lavoro, in seguito alla rivoluzione microelettronica, ora a essere il problema è già il campo di battaglia stesso, e non solo la posizione nel conflitto. Lo stesso dilemma si pone anche per quanto attiene al rapporto positivo con la politica, con l'equilibrio degli interessi generali della società della merce. Nella fase attuale del capitalismo, coloro che, come anticapitalisti, accettano la creazione di un interesse generale basato sul lavoro, sul valore, ecc. visto come orientamento indiscutibile, cercano di trasformare nel suo opposto quello che è un interesse escludente e pacificatore.

Nel dibattito di sinistra, il peggioramento delle disuguaglianze sociali, osservato negli ultimi decenni, viene facilmente inteso come un'intensificazione del «conflitto di classe». Questa interpretazione pretende di enfatizzare il carattere antagonista delle attuali contraddizioni sociali. Ma a un esame più attento, però, vediamo che la fuga dall'attuale costellazione storica è già iniziata con il ricorso alla categoria di classe. Quando si elimina l'esuberanza romantico-rivoluzionaria, e si riduce il concetto di classe al suo nucleo analitico, ecco che vediamo che l'opposizione di classe non è altro che una contrapposizione tra diverse categorie di proprietari di merci. Intendere "borghesia" e "precariato" come classi, significa equiparare il loro conflitto alla contrapposizione tra capitale e lavoro nella fase ascendente della società delle merci, e quindi attribuirgli un carattere simmetrico. Il conflitto di classe appare come una disputa tra avversari i quali, quanto meno in linea di principio, sarebbero cresciuti insieme nel campo del valore, della politica e del lavoro.
Ma l'emergere di un precariato, tuttavia, non rimanda alla formazione di classi - come suggerisce l'uso improprio del concetto di classe - ma è espressione di quelli che sono dei processi di declassificazione. Per quanto la società escludente incontra una resistenza, il conflitto mantiene un carattere asimmetrico. Per pensare in termini resistenza,però, bisogna che gli anticapitalisti smettano di dissimulare il trauma originario della nostra epoca. Diversamente, devono rendere possibile una reazione altrettanto logica e radicale: devono dichiarare superfluo il sistema che dichiara superflue le persone e i bisogni. Se la valorizzazione del valore disconnette la sua riproduzione dalla riproduzione sociale,ecco che allora l'unica via d'uscita emancipatrice rimane quella di disconnettere la riproduzione sociale dalla valorizzazione del valore.

- Ernst Lohoff - Pubblicato su Jungle World n°48 del 2007 - fonte: Arlindenor Pedro

giovedì 20 luglio 2023

L’hanno fatto incazzare !!

Hulk nella lotta di classe
- di Ruy Braga -

In seguito alla proclamazione di uno sciopero da parte della Screen Actors Guild – American Federation of Television and Radio Artists (SAG-AFTRA), l'industria culturale hollywoodiana si trova adesso a essere del tutto paralizzata. Allo sciopero di oltre due mesi condotto dalla Writers Guild of America (WGA), si è aggiunto il movimento degli attori. Tutti i canali televisivi in chiaro stanno ora ristrutturando i loro palinsesti, mentre le nuove uscite nei cinema vengono posticipate. In tutto il mondo, i fan delle serie che vengono trasmesse sui canali di streaming stanno già facendo i conti con gli inevitabili ritardi che lo sciopero provocherà. Insieme, i due sindacati in sciopero rappresentano 180.000 attori e sceneggiatori, e sono il cuore dell'industria culturale globale. Il movimento ha già ottenuto il sostegno di figure di spicco del settore, come gli attori George Clooney, Alec Baldwin e Kevin Bacon. Sul suo acconto twitter, Mark Ruffalo, l'attore che interpreta Hulk sul grande schermo, ha scritto: «Loro (i manager che gestiscono le imprese) hanno creato un impero di miliardari, e sono convinti che noi non abbiamo più alcun valore. Ma mentre se ne stanno seduti nei loro campi estivi per miliardari, sorridendo come gatti grassi, noi stiamo organizzando un nuovo mondo per i lavoratori».
Nelle rivendicazioni degli scioperanti, si mescolano quelle che sono solo delle tipiche richieste di aumenti salariali - come quello che si lega all'aumento dei compensi per la riproduzione delle loro performance sulle piattaforme di streaming, - insieme alla richiesta di una regolamentare che riguardi l'uso e la manipolazione delle loro immagini da parte dell'Intelligenza artificiale (AI). La Screen Actors Guild - American Federation of Television and Radio Artists (SAG-AFTRA) è un sindacato membro dell'AFL-CIO, la più grande federazione di sindacati degli Stati Uniti. La presidente del sindacato, Fran Drescher, si è pertanto preoccupata di spiegare che la stragrande maggioranza degli attori non sono dei multimilionari, come vorrebbe il loro datore di lavoro - l'Alliance of Motion Picture and Television Producers - ma sono piuttosto dei lavoratori che lottano giorno per giorno per poter arrivare a fine mese: «La stragrande maggioranza degli attori sono dei lavoratori che cercano di guadagnarsi da vivere, di pagare l'affitto, di mettere il cibo in tavola e di portare i figli a scuola. Tutto ciò che guardate, ciò che vi piace, ciò che vi diverte, è costituito da delle scene piene di persone che non stanno guadagnando molti soldi».
La star della serie tv "The Nanny" [La Tata] - andata in onda originariamente tra il 1993 e il 1999 - sostiene che da almeno un decennio, a causa dello streaming, la categoria sta subendo una grave compressione dei pagamenti dei diritti d'immagine. Inoltre, l'Alliance of Motion Picture and Television Producers ha avanzato una proposta che il sindacato considera "offensiva": pagare pochi centesimi per ogni volta che viene trasmessa in streaming l'immagine di un attore che è stata manipolata dall'IA . In pratica, questo finirebbe per equivalere a stabilire l'obsolescenza dell'attore, il quale probabilmente subirebbe una drastica riduzione della sua partecipazione alle produzioni. Secondo Fran Drescher: «Il modello di business, nella sua totalità, è stato cambiato dallo streaming, dal digitale, dall'IA. Se non agiamo subito, rischiamo di venire sostituiti tutti dalle macchine. [...]. Sono scioccato dal modo in cui ci stanno trattando le persone con cui abbiamo lavorato. Onestamente, non riesco a credere a quanto siamo rimasti indietro su tante cose, al modo in cui dichiarano di essere poveri, e a come sputtanano soldi a destra e a manca, pagando i loro amministratori delegati centinaia di milioni ogni anno. Tutto questo è semplicemente disgustoso!».
Infatti, nel 2022, secondo l'Ufficio Statistico del Lavoro degli Stati Uniti, il salario percepito dagli attori in California era di 28 dollari l'ora, circa il doppio del salario minimo di Stato. Tuttavia, c'è da dire che i contratti degli attori non coprono il tempo pieno, e assomigliano a delle forme di compenso intermittente; il che fa sì che il loro reddito annuale si avvicini alla soglia di povertà ufficiale dello Stato. Secondo la SAG-AFTRA, il salario medio degli attori che rappresenta - al netto di tasse, commissioni e agenti - è di 3 mila dollari. Questa cifra così bassa consente che possano partecipare ai programmi pubblici di assistenza sociale, però allo stesso tempo impedisce loro di sottoscrivere l'assicurazione sanitaria offerta dal sindacato. In realtà, solo il 12,7% di quelli che sono gli iscritti alla SAG-AFTRA ha diritto - dato il livello di reddito - ad aderire al programma di assicurazione sanitaria negoziato dall'organizzazione. Fran Drescher insiste sul fatto che il movimento sindacale negli Stati Uniti sarebbe entrato in un nuovo momento della sua storia, e questo a partire dal fatto che si stanno sindacalizzando i lavoratori e i professionisti di diversi settori, o che addirittura stanno creando i propri sindacati in quella che è una vera e propria ondata di mobilitazione dal basso. A partire da tutto questo, sembra che alcuni dei risultati recenti ottenuti da questo movimento hanno iniziato a minacciare le grandi imprese globali.
La UPS, la più grande azienda di trasporti degli Stati Uniti,si trova oggi in procinto di affrontare uno dei più grandi scioperi della sua storia. L'International Brotherhood of Teamsters ha già deliberato uno sciopero che promette di mobilitare i 340.000 lavoratori organizzati dal sindacato, e di paralizzare le consegne di pacchi in tutto il Paese, causando perdite soprattutto ad aziende come Amazon. Va considerato il fatto che Sean O'Brien - il presidente più radicale della storia dei Teamsters - ha espresso la sua solidarietà allo sciopero di sceneggiatori e attori.  Tenendo conto del fatto che i negoziati tra SAG-AFTRA e WGA con gli Studios si sono trascinati senza che ci fosse la minima possibilità di un accordo, e che il 16 luglio i Teamsters hanno interrotto le trattative con la UPS, è assai probabile che nelle prossime settimane, in America, assisteremo a una grande convergenza di scioperi. Se a tutto ciò si aggiunge anche la recente ondata di nuovi sindacati che sono stati creati - tra gli altri - dai lavoratori di Amazon, Apple, Chipotle, Geico, Home Depot, REI, Starbucks, Target e Trader Joe's, ecco che allora si capisce fino a che punto il movimento sindacale statunitense, dopo quattro decenni di arretramento, sembra stia cominciando a riprendersi. E questo costituisce una grande notizia per quel che attiene alla riconfigurazione delle identità collettive dei lavoratori nel Paese più potente del mondo. Se nel 1981, la distruzione del sindacato dei controllori di volo (Patco) da parte di Ronald Reagan, aveva preannunciato l'ascesa del neoliberismo su scala globale, oggi, l'attuale ondata di scioperi potrebbe segnarne la fine. E con il sostegno di Hulk, chi può dubitare che questo obiettivo possa essere raggiunto?

- Ruy Braga - Pubblicato il 19/7/2023 su Blog BOITEMPO -

giovedì 15 giugno 2023

Smobilitare la «classe» !!

Critica sociale e teoria di classe
- Sulla necessità di riformulare la nostra concezione di lotta sociale -
di Julian Bierwirth


In questi ultimi anni, la categoria di «classe» è tornata ad assumere grande importanza nelle discussioni circa la direzione della critica sociale emancipatrice, e sull'orientamento delle lotte sociali. La rinascita della politica di classe viene vista come se fosse una grande opportunità per riuscire a dare una definizione più precisa di quelli che sono i meccanismi di dominazione sociale, e al fine di una radicalizzazione delle lotte sociali. Tuttavia, a un esame più attento, il termine sembra poco adatto a questi due aspetti. E per poter svolgere i necessari dibattiti, nel contesto del Capitalocene, si rende pertanto necessario un altro paradigma.

La classe e la critica del capitalismo
L'importanza che il concetto di classe riveste nell'attuale fase della teoria e della prassi della sinistra ha, per gli attori, un significato socio-psicologico che non deve essere sottovalutato. Da un lato, esso indica la (presunta) subordinazione alle condizioni sociali. È chiaro che noi non siamo semplicemente degli esseri umani (come pretende l'ideologia liberale), ma piuttosto degli «esseri umani sottomessi». E lo siamo in base al principio di «classe», che ogni individuo interpreta e intende in maniera diversa. Il termine serve a cercare di rendere comprensibile la sofferenza causata dalla società; eppure allo stesso tempo non riesce a spiegare molto (dal momento che con tale termine ciascuno intende qualcos'altro). Però, allo stesso tempo, il principio di «classe» contiene simultaneamente anche un principio e un motore che guida l'azione. Infatti, dato che in realtà l'assoggettamento non ci riguarda come individui, ma piuttosto in quanto membri di un gruppo assai ampio (la «classe»), ecco che da questo ne possiamo trarre una capacità di azione collettiva. Una simile duplice funzione della «classe», la troviamo già in Marx, il quale da un lato si avvale di un concetto analitico di classe (e lo fa soprattutto ne Il Capitale, dove egli intende le classi come se esse fossero delle categorie funzionali alla produzione di merci); mentre, dall'altro lato, usa la «classe» come concetto teorico di emancipazione (soprattutto nel Manifesto comunista). E ancora a tutt'oggi, a mio avviso, è quest'ultima accezione a rappresentare l'attrattiva centrale esercitata dal discorso sulle classi. Ci promette di definire e stabilire un legame tra dominazione e liberazione, per mezzo del quale viene spiegato chiaramente in che modo i dominati, trasformandosi in soggetti collettivi, possono essere in grado di trasformare le relazioni [*1]. Il problema, consiste nel fatto che le due accezioni del termine non si conciliano bene tra di loro, e perciò non sono in grado di cogliere in maniera pertinente (o addirittura coerente) la diversità tra le diverse forme che costituiscono la dominazione, lo sfruttamento e la resistenza. Questa incompatibilità tra loro, determina un indebolimento del concetto di classe, il quale così viene per essere applicato a dei fenomeni molto diversi, perdendo in tal modo quella chiarezza analitica che un tempo invece lo caratterizzava. Se, ad esempio, le lotte per i costi degli affitti devono essere considerate come lotte di classe, ecco che vediamo che così quello che è un conflitto all'interno della sfera della circolazione (laddove si scontrano affittuari e proprietari) finisce piuttosto per assumere un significato che Marx voleva però invece riservare solo alla sfera della produzione. Se, in fin dei conti, tutto è «classe», allora il concetto non può più servire a spiegare niente di specifico, e di conseguenza non serve più a niente analizzare il modo in cui si costituiscono i rapporti sociali. Però, d'altra parte, se lo riduciamo invece solo alla precisa definizione politico-economica che Marx gli attribuisce nel Capitale, ecco che subito il concetto di lotta di classe diventa di scarsa utilità per descrivere quelle lotte centrali che oggi si svolgono a partire da un obiettivo emancipatorio. Ed ecco che allora il problema non può essere più risolto ricorrendo al concetto di «classe». Solo quando ci rivolgiamo ai principi operativi centrali della società capitalista, il rapporto tra dominio e asservimento può essere risolto in modo emancipatorio. Questo approccio implica un importante cambiamento di prospettiva: il punto di partenza dell'analisi non è più costituito dalla determinazione dell'identità (chi fa parte della «classe»?), ma da quella del contenuto (cosa vogliamo abolire?). Dobbiamo quindi chiederci che cosa è che caratterizza fondamentalmente il capitalismo.

Che cos'è il capitalismo?
Il capitalismo, ha dato origine a una formazione sociale che si distingue per quello che, rispetto a tutte le società precedenti, costituisce un aspetto centrale. Gli esseri umani si trovano a essere allontanati ed estromessi da quelle che erano le loro tradizionali relazioni sociali, e vengono scaraventati in un sistema che si caratterizza a partire da quella che appare come una strana autoreferenzialità. Il capitalismo è essenzialmente contraddistinto da quel meccanismo che consiste nel fare più soldi per mezzo dei soldi. E inoltre, del resto, è a questo meccanismo che esso (il capitalismo) deve il suo nome. «Il capitale» è - secondo Marx - il meccanismo e il movimento che succhia e assorbe lavoro, denaro e natura per poi dopo rigurgitare altro denaro; e che in tal modo, di passaggio, «simultaneamente esaurisce le due risorse da cui si origina ogni ricchezza: la terra e il lavoratore».Tale principio di autoriproduzione incessante, è auto-referenziale: non ha un fine esterno, non ha un punto di arrivo verso il quale si dirige. Ed è largamente indipendente da quegli individui che occupano le posizioni concrete di azione e di dominio. Se proprio vogliamo arrivare al cuore dell'asservimento e dell'alienazione di cui tutti soffriamo, non ci rimane altro da fare che eliminare tale processo autoreferenziale di accumulazione del capitale. Per poterlo fare, ci servono altre forme di riproduzione sociale, che dobbiamo creare tutti insieme. E tutti insieme dobbiamo condurre quelle lotte sociali finalizzate ad appropriarci della ricchezza della società. Le condizioni concrete, in cui si svolgono le lotte sociali, sono quindi sempre segnate in modo centrale dalle condizioni di (ri)produzione del capitale. Secondo Marx, l'analisi di queste condizioni ci fornisce la chiave per comprendere le lotte contemporanee. Al contrario, invocare oggi il concetto di classe funziona spesso come il tentativo di trovare una scorciatoia: passare direttamente alle lotte senza alcuna analisi sostanziale; lotte che poi vengono intraprese senza successo.

Analisi politica ed economica anziché politica identitaria
Prendiamo come esempio quello di un dibattito politico attuale, e vediamo in che modo cambia la prospettiva, prendendo in considerazione i contesti politici ed economici. Nel momento in cui i prezzi dei generi alimentari, dell'energia e degli affitti aumentano, l'enfasi sulla politica di classe si esprime attraverso la richiesta di salari più alti, di sussidi pubblici per la «classe operaia», e maggiori tasse sui ricchi [*2]. Ma chiedere salari più elevati, significa anche che l'economia nel suo complesso deve continuare a crescere, in modo da mantenere così sostenibili i salari stessi. Oggi - al più tardi con le crisi ecologiche - per una sinistra che vuole preservare un pianeta vivibile, la crescita economica non è più una soluzione. Ma se vogliamo uscire dalla crescita economica, abbiamo anche bisogno di trascenderla e superarla, andando oltre quelle che sono le nostre tradizionali richieste socio-politiche. Un altro esempio, è quello degli affitti e delle controversie in materia di locazione. Se nei grandi agglomerati urbani gli affitti stanno andando fuori controllo, ciò non avviene semplicemente perché per ragioni sconosciute i proprietari sono diventati più avidi e hanno pertanto innescato una «inflazione dovuta alla cupidigia». Si tratta piuttosto di capitali finanziari inutilizzati che, in quelli che sono tempi di bassi tassi di interesse, cercano opportunità di investimento redditizie, e le trovano nel settore immobiliare. Pertanto, se vogliamo capire e criticare l'aumento degli affitti, dobbiamo parlare della finanziarizzazione del capitalismo, dell'importanza dei mercati finanziari nel XXI secolo, e così via. Dire che questi processi devono essere portati avanti da persone reali e operose non è molto d'aiuto. Bisogna quindi parlare della situazione politica ed economica in cui si trova attualmente il capitalismo. Solo comprendendola, possiamo capire i cambiamenti degli attori sociali, e gli attuali processi di impoverimento. Questa prospettiva implica che le relazioni sociali fondamentali, che caratterizzano la vita sotto il capitalismo, non sono affatto delle relazioni di classe. Con il capitalismo, il lavoro si è imposto come  il mediatore centrale tra gli individui, da una parte, e la ricchezza sociale dall'altra. Tutti noi dipendiamo dal fatto che la macchina della valorizzazione del capitale debba continuare a girare, dal momento che siamo legati a essa tramite le nostre vite e le nostre possibilità di riproduzione. Questo ci rende vulnerabili e soggetti a essere ricattati. Il collega che assembla automobili nella fabbrica di automobili può anche essere del tutto convinto dell'urgenza relativa alle crisi ecologiche, ma il suo bisogno di riproduzione individuale lo mantiene legato alla società motorizzata. In caso di dubbio, egli opterà addirittura per l'auto con motore a combustione interna piuttosto che per l'auto elettrica, e lo farà semplicemente perché la produzione di auto a combustione interna richiede più lavoro, e questo gli assicura la sua ricompensa individuale, almeno a breve termine. Il fatto per cui ci troviamo in una fase economica nella quale il lavoro vivo perde sempre più la sua importanza in quello che è il processo di produzione - mentre, allo stesso tempo, le merci del mercato finanziario e l'economia di rendita stanno guadagnando sempre più importanza ai fini dell'accumulazione di capitale - non rende certo le cose più facili per il collega della fabbrica di automobili. Ciò perché la merce che egli vuole vendere (vale a dire, il lavoro), nel processo di accumulazione del capitale sta oggettivamente perdendo sempre più  importanza. E la cosa determina un effetto poco favorevole alle condizioni di vendita di tale merce. Per sottolinearlo ancora una volta: tutto ciò non costituisce una legge di natura, bensì una conseguenza del fatto che tutti noi dobbiamo garantire la nostra sussistenza comprando e vendendo merci. È per questo che Marx ha definito il capitalismo come una società produttrice di merci. Ed è da questo meccanismo che dobbiamo uscire se vogliamo liberarci dalle coercizioni che rendono la nostra vita un inferno.

La lotta di classe nella crisi climatica
Queste riflessioni non sono nuove ma, se viste nel contesto della crisi ecologica, stanno assumendo sempre più importanza . Ancora una volta, la crisi sta cambiando in maniera fondamentale la situazione politica nella quale attualmente ci troviamo. Essa non consente più che si possa continuare a mantenere quegli schemi che dal fordismo in poi hanno mantenuto a galla la sinistra. L'enfasi che viene posta sull'aumento dei salari, non può essere dissociata dall'enfasi sulla crescita economica. E noi non abbiamo certo  bisogno di continuare a spingerci ulteriormente sempre più in profondità nella tana del coniglio; piuttosto, dobbiamo uscirne. Quello di cui abbiamo bisogno non è più una politica di classe - in quanto lotta finalizzata a rafforzare il ruolo che i lavoratori hanno nel capitalismo - ma al contrario quel che ci serve è una smobilitazione della classe. Dobbiamo organizzare, e portare avanti le lotte in maniera tale che esse siano in grado di condurci fuori dalla falsa realtà; impedendo che si rimanga sempre più profondamente coinvolti nei suoi meccanismi. In un tale contesto, le lotte sociali che si svolgono nell'ambito, e sul terreno del lavoro, possono assumere un carattere assai diverso, a seconda delle premesse a partire dalle quali esse vengono condotte. Ad esempio, la lotta per la riduzione dell'orario di lavoro ha un carattere del tutto diverso rispetto a quello della lotta per l'aumento dei salari, la quale viene portata avanti al fine di mantenere la capacità di consumo della classe operaia. Per usare le parole di Leo Löwenthal: «Che il proletariato si fermi»! Anche pensando la lotta di classe in modo più radicale, non è che le cose migliorino di molto: cosa se ne ricaverebbe nel caso che le aziende dovessero appartenere ai lavoratori? Ci sarebbero dei grandi settori della produzione che  per motivi di sicurezza pubblica dovrebbero essere immediatamente fermati! In ultima analisi, qui si tratta della qualità del nostro rapporto sociale con la natura, vale a dire, è questione di sapere in che modo vogliamo comportarci nei confronti del mondo che ci circonda. E la cosa continua a rimanere sempre strettamente legata al modo in cui ci relazioniamo, ossia al modo in cui stabiliamo i rapporti con i nostri simili. Attualmente, comprendiamo la natura come se fosse un oggetto esterno a noi che bisogna dominare. E stabiliamo tutte le nostre relazioni sociali attraverso le merci, il denaro e il lavoro. Oggi, la sinistra sociale ha ben poche risposte soddisfacenti alla domanda su come poter fare le cose in modo diverso. Si preferisce discutere della teoria delle classi... Il che significa che l'incontro di Francoforte, da cui è nato questo testo, non è solo parte della soluzione, ma è anche parte del problema.

Trasformazione storica del movimento operaio immanente
In effetti, c'è stato un periodo durante il quale il movimento operaio ha portato avanti con successo delle lotte sociali. Possiamo allora chiederci - in maniera del tutto materialista - quale è stata la base oggettiva della formazione del movimento operaio e del suo costituirsi come soggetto di azione collettiva? La cosa trova le sue origini nelle condizioni politiche ed economiche del XIX secolo. Nella neonata società della produzione industriale, i lavoratori avevano una sola merce da offrire: la loro forza lavoro. Tuttavia, si trovavano ben lontani dal venire riconosciuti come dei soggetti aventi uguali diritti. Non avevano affatto quei diritti politici che oggi noi diamo per scontati, e non esistevano nemmeno i diritti sociali, per cui non c'era alcun modo di proteggere i beni che mettevano in vendita. Allo stesso tempo, erano simultaneamente indispensabili al processo di produzione capitalistico. Le competenze necessarie per produrre merci, erano già incorporate nei loro corpi e nelle loro intelligenze. Così, avevano già una carta che si potevano giocare nel dibattito sociale. È stata questa la base oggettiva e materiale della costituzione, a livello nazionale, della classe operaia. Le lotte, portate avanti con successo dal movimento operaio a livello nazionale, erano lotte per il riconoscimento della "merce forza lavoro", e quindi erano lotte per l'integrazione dei lavoratori nella normativa delle leggi vincolanti una società che ruotava intorno al lavoro, al denaro e al capitale. In un'epoca nella quale la forza lavoro era la merce centrale dell'universo capitalista, le lotte potevano essere condotte nella forma della lotta di classe. Ovviamente, sovente queste lotte avevano una forte dimensione emancipatoria. Ciò è stato possibile, a partire dal fatto che esse portavano ad avere migliori condizioni di vita per le persone coinvolte. E questo, del resto, anche perché la missione storica oggettiva della classe operaia (vale a dire, l'integrazione dei lavoratori in quanto soggetti borghesi a tutti gli effetti) è stata travisata e interpretata come se fosse una lotta contro le costrizioni della modernità capitalista. Ad esempio, questa prospettiva si esprime attraverso la supposizione che, in realtà, non si trattasse affatto di integrazione nelle condizioni di vita borghesi, ma piuttosto dell'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Questo genere di atteggiamento non è insolito, ma si tratta, in ultima analisi, di una posizione idealistica che ha poco a che fare con le condizioni materiali. Più l'integrazione dei lavoratori ha avuto successo, più la carica emancipatrice delle lotte è scomparsa. Si è così arrivati a una generalizzazione del modo di esistenza della merce, il quale si è ormai completamente impadronito dei lavoratori: che diventano così i venditori riconosciuti della forza lavoro e, in quanto tali, dei soggetti politici riconosciuti. In questo modo, quelli che sono i contraddittori interessi dei diversi gruppi di venditori di forza lavoro passano in primo piano. La comunità che un tempo costituiva la classe viene erosa, ed è sempre più debole. Al suo posto, le differenze tra gli individui diventano sempre più il fulcro dei conflitti. Sul piano politico ed economico, tutto ciò si esprime nel fatto che il processo di produzione capitalistico, a partire da una concorrenza generalizzata, ha portato a una sempre più crescente scientifizzazione della produzione. Da un lato, questo ha portato anche a un notevole aumento delle quantità prodotte (cosa che ha dato ai lavoratori delle metropoli, delle possibilità di consumo inimmaginabili), però, dall'altro lato, essi sono diventati sempre più un'appendice di una produzione che rispetto a loro sta diventando sempre più autonoma. In questo modo, da un lato, si assiste a una crescente differenziazione della produzione all'interno dell'impresa, e all'emergere di ufficiali e sottufficiali del capitale, come sottolineato da Marx. Ma al più tardi, è negli anni Settanta, al momento della terza rivoluzione industriale, che questo processo porta anche a un crescente declassamento di ampi settori della vita proletaria. Le discussioni sulle nuove classi medie, sulla classe professionale manageriale, o sulle nuove classi «competitive» rientrano in queste trasformazioni. Sono l'espressione del collasso di una politica di classe emancipatrice a partire dalle condizioni materiali. Rimanere focalizzati sulle classi, è solo un riflesso idealista, e non costituisce una critica materialista della società. Questi cambiamenti, fanno oggettivamente perdere alla lotta di classe la sua centralità, semplicemente perché essa è stata privata della sua base materiale. Ma allo stesso tempo, le lotte femministe e antirazziste (che sono sempre esistite, ma che prima erano meno visibili) diventano più centrali nell'economia dell'attenzione. In questo contesto, il tentativo di comprendere le lotte femministe e antirazziste come se fossero in primo luogo delle lotte di classe (nel femminismo marxista, si aggiunge «di classe»). Riformularle come lotte di classe, potrebbe essere inteso come un tentativo (inconscio) di relativizzare la loro nuova importanza, e di cancellare così la moltiplicazione delle lotte che le accompagna.

Che fare? Le lotte sociali al di là della questione di classe
Se pensiamo le lotte dal punto di vista della classe, finiamo per pensarle in termini di politica identitaria. Vorrei invece proporre di pensarle in termini di contenuto. Come se esse fossero la negazione di ciò che rende la nostra vita un inferno, e che vogliamo superare. Tuttavia, nell'orientamento strategico delle lotte, continuano a esserci ancora (almeno) due aspetti importanti da tenere in considerazione. Innanzitutto, il processo di produzione capitalista attraversa e impregna tutti gli ambiti della società. Una pratica emancipatrice che volesse affrontare tale totalità dovrebbe superare il capitalismo globale in un sol colpo e tutt'insieme. Ma se il modo in cui le persone si relazionano, e pensano il mondo, è caratterizzato esso stesso da questa totalità capitalista, difficilmente si renderà possibile trovare e riconoscere delle maggioranze rilevanti. O quanto meno, al momento non riusciamo ancora a capire da dove queste maggioranze possano provenire. Tuttavia, allo stesso tempo, il capitalismo non è un sistema statico che semplicemente si limita a organizzare il dominio a un livello costante. Si tratta piuttosto di un sistema altamente dinamico, nel quale le condizioni di vita di molte persone si deteriorano costantemente proprio a causa delle dinamiche di crisi del capitale (quelle che le scienze sociali chiamano «crisi multiple»). Con la crisi climatica e la crisi della biodiversità, a essere in gioco sono anche le stesse basi scientifico-naturali della costruzione di una società vivibile. Dobbiamo pertanto muoverci in fretta, e non sembra affatto promettente aspettare che si creino quelle maggioranze globali necessarie a una rivoluzione globale. Di conseguenza, ciò significa che a mio avviso dobbiamo trovare il modo di relativizzare quanto meno quello che è il dominio della forma-merce, e separare, staccandoli dal dominio della merce, i domini parziali della riproduzione sociale. I punti di riferimento di interesse ci appaiono davanti nella misura in cui consideriamo le lotte emancipatorie a partire dalla prospettiva secondo cui la nostra riproduzione è organizzata intorno all'acquisto di merci. Ad attirare l'attenzione, sono state giustamente le lotte per la socializzazione degli alloggi (ad esempio, "DW-expropriation" o "Mietenwahnsinn Hessen"). Si tratta qui, essenzialmente, di far perdere all'alloggio il suo carattere di merce.  E in effetti, l'esplosione dei prezzi degli affitti è dovuta essenzialmente alla natura di merce degli alloggi: allorché il capitale deve essere investito, in un periodo di bassi tassi di interesse, gli alloggi diventano oggetto di speculazione. Il risultato è quello di un aumento degli affitti. Spesso si tenta di descrivere queste lotte come se fossero «lotte di classe», cosa che generalmente significa soltanto che la nozione di classe ha perso la sua acutezza, e alla fine è diventata identica a un concetto sociologico generale, come «povero» e «ricco». In questo modo finisce per essere solo un diversivo rispetto a qualcosa che potremmo descrivere più semplicemente dicendo solo che le nostre vite sono state rese più difficili dal fatto che dobbiamo comprare un alloggio come se si trattasse di una merce. Ma la casa non dovrebbe essere una merce! Prendiamo un altro ambito di lotta sociale. Quello delle ultime lotte del movimento per la giustizia climatica che hanno sollevato la questione delle condizioni di produzione dell'energia. Anche l'energia viene prodotta e venduta in quanto merce. Questa cosa ha dato vita a delle campagne come quella di «Exproprier RWE». In una società come quella tedesca, dove la percentuale di affittuari è vicina al 60%, si aprono delle interessanti possibilità di mettere in rete le lotte sociali. Al momento, in realtà nessuno ha interesse a isolare in maniera adeguata le proprie case. I proprietari non hanno alcun interesse a farlo visto che non sono loro quelli che devono pagare i costi dell'energia, mentre gli inquilini non hanno accesso a tale opzione dal momento che non sono loro i proprietari, e le società elettriche hanno interesse solo a vendere energia, e pertanto non è nemmeno loro interesse ridurre le vendite. Ma se gli alloggi fossero gestiti dagli inquilini e la produzione di energia fosse gestita dalla società, allora gli effetti provocati da una simile sinergia sarebbero enormi. A tal punto, le persone potrebbero davvero pensare a come organizzare il proprio approvvigionamento energetico in maniera materialmente sensata. Finora questo non è stato possibile, perché ovunque esistono relazioni tra le merci e il denaro. Visto dalla prospettiva di un movimento critico nei confronti delle merci, questo apre una moltitudine di possibilità di intervento e di cooperazione all'interno dei movimenti sociali. Va da sé che tutte queste lotte particolari non costituiscono ancora un superamento dei rapporti capitalistici. Ma essi tuttavia creano uno spazio per poter respirare in un mondo in cui è sempre più difficile respirare, soprattutto a causa delle condizioni climatiche in costante cambiamento. E questo implica anche un altro aspetto: le nuove possibilità di collegare le lotte tra di loro, non sono il risultato di un arretramento dalle proprie rivendicazioni, che verrebbe messo in atto a partire da un compromesso di facciata che sarebbe insoddisfacente per tutti. Ma risulterebbe invece proprio a partire dalla loro estensione e radicalizzazione. È proprio perché facciamo, delle categorie di base della formazione sociale capitalista, il punto di partenza delle nostre lotte - ed è proprio perché radicalizziamo le nostre rivendicazioni - che davanti a noi appaiono di continuo e sempre più delle nuove possibilità di alleanze tra le lotte.

- Julian Bierwirth - (gruppo tedesco Krisis) - Francoforte, 5 giugno 2023

- Questo testo si basa su un intervento dell'autore alla "Seconda Settimana di Lavoro Marxista" del 29 maggio 2023, a Francoforte sul Meno -

NOTE:

[*1] - Nel corso di una discussione, svoltasi nell'ambito della «Settimana di lavoro marxista», un oratore ha sostenuto che Marx avrebbe ridotto le condizioni sociali a una semplice frase nella quale ci sarebbe solo un soggetto, un oggetto e un predicato. Per cui ora sarebbe chiaro chi è che deve fare qualcosa, che cosa deve essere fatto, e come deve essere fatto. Nel discorso di classe, il mondo sembra essere tutto ben ordinato e assai facile da capire. Di fronte alla disperazione in cui si trovano i movimenti di emancipazione, questo può di certo essere una consolazione. Ma non ci fa andare da nessuna parte.
[*2] - Si veda, ad esempio, l'inqualificabile campagna «Quando è troppo è troppo»: https://www.wirsagengenug.de/

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

mercoledì 17 maggio 2023

Il tempo, il tempo astratto, chi me lo rende ?!!??

Moishe Postone, Edward P. Thompson e l'integrazione della lotta di classe nel quadro di dominio capitalistico, a partire dal tempo astratto

« Storicamente, la natura della lotta di classe rispetto al tempo, cambia. Vale a dire che si potrebbe arrivare a sostenere - e sotto molti aspetti uno come Edward P. Thompson lo ha fatto -  che, agli inizi, molte lotte della classe operaia erano solo delle lotte contro il nuovo regime temporale, che era stato introdotto dal capitalismo. Lotte contro il regime disciplinare del tempo astratto, per così dire. Tuttavia, dopo diverse generazioni (e ovviamente, nel dirlo, sto procedendo in maniera del tutto schematica) le lotte della classe operaia sono diventate lotte che si svolgevano all'interno del quadro stesso del tempo astratto, e sono diventate lotte che riguardavano la durata della giornata lavorativa. In un certo senso, tutte queste lotte, nel presupporre già l'esistenza della giornata lavorativa - secondo unità di tempo astratto -  diventano pertanto lotte quantitative, all'interno di questo quadro già determinato. E per quel che riguarda ciò che ho sostenuto a proposito della possibile abolizione del regime temporale - che io associo alla possibile abolizione del lavoro proletario - bisogna dire che la possibilità storica dell'auto-abolizione del proletariato, come obiettivo, emerge proprio nel momento in cui si mira al di là di quello che è il quadro temporale esistente. Mentre invece la lotta di classe industriale si è sviluppata e si è consumata all'interno di questo quadro temporale.»

(da "Il fatto che il capitale abbia dei limiti, non significa che crollerà: un'intervista a Moishe Postone", di Agon Hamza e Frank Ruda, su Crisis & Critique, vol. 3, 2016)

giovedì 29 settembre 2022

Moishe Postone: con George Lukàcs, e oltre !!

« Nel pensiero di Lukács, c'è una tensione evidente. Da un lato, il suo focalizzarsi sulla forma-merce gli consente una critica del capitalismo che scardina i limiti del quadro marxista tradizionale. Ma, da un altro lato, allorché affronta la questione del possibile superamento del capitalismo, egli riprende e assume la nozione di proletariato visto come Soggetto rivoluzionario della storia. Tale idea, tuttavia, rimane comunque legata alla concezione tradizionale, secondo la quale il lavoro costituisce il punto di vista della critica. Risulta pertanto difficile vedere in che modo, questa nozione di proletariato visto come Soggetto rivoluzionario, indicherebbe la possibilità di un rovesciamento storico di quello che è il carattere quantitativo, razionale e razionalizzante delle moderne istituzioni, che Lukács analizza in maniera critica, in quanto capitaliste.

Nella terza parte del suo saggio, la teoria del proletariato di Lukács sembra perciò essere in contrasto con la concezione, più profonda e più ampia, del capitalismo che è stata presentata nella prima parte del saggio. Questo suggerisce che la teoria del proletariato di Lukács sta contraddicendo la sua analisi categoriale, oppure che quest'ultima è inadeguata. In altre parole, ci si chiede se la comprensione propriamente lukacsiana delle categorie della critica di Marx fornisca un terreno adeguato alla ricca comprensione critica che ci viene offerta in questo saggio sulla "reificazione". Sarei portato a sostenere che la comprensione delle categorie, da parte di Lukács sia davvero effettivamente problematica, e che sia coerente con la sua teoria del proletariato; una teoria che altri hanno denunciato come dogmatica e mitizzante.

Nondimeno, quelle che sono le sue concezioni allargate del capitalismo e dell'analisi categoriale, sono separabili dalla sua concezione specifica delle categorie, e dalla sua teoria del proletariato. Per comprendere queste concezioni allargate - che costituiscono i contributi teorici più significativi di Lukács - è tuttavia necessario un esame critico della sua concezione della merce; la categoria apparentemente fondamentale della società capitalistica moderna. Sosterrei anche che Lukács, essenzialmente, intende la merce in termini marxisti tradizionali e che, di conseguenza, la sua analisi categoriale riprende alcune delle antinomie del pensiero borghese che egli stesso critica. Nonostante la sua critica storico-sociale del dualismo, la sua concezione della merce rimane dualistica. Essa riproduce l'opposizione tra forma e contenuto che egli stesso contesta e che, implicitamente, oppone la prassi alle strutture sociali formali, in un modo che confligge con la comprensione dialettica della prassi vista come costitutiva delle strutture le quali, a loro volta, sono costitutive della prassi.

Una diversa comprensione, alternativa, della merce consentirebbe una critica categorica del capitalismo la quale potrebbe raggiungere il rigore concettuale e la forza analitica, suggeriti e allo stesso tempo compromessi dal notevole saggio di Lukács. E suggerirò anche che, nonostante la brillantezza dell'appropriarsi, da parte di Lukács, della critica marxiana dell'economia politica, l'analisi di Marx della merce, nel Capitale, differisce profondamente da quella di Lukács, e ci fornisce la base per una comprensione alternativa. Tuttavia, l'interpretazione dell'analisi di Marx, che delineerò, è essa stessa debitrice del ricco approccio generale svolto da Lukács; e questo sebbene essa sia simultaneamente in contrasto con la sua particolare concezione delle categorie. Per poter affrontare le differenze, tra la comprensione della merce da parte di Marx e da parte di Lukács, analizzerò brevemente i loro modi, significativamente diversi, di interpretare criticamente il concetto hegeliano di Geist, il soggetto-oggetto identico della Storia. Il mio scopo non è semplicemente quello di stabilire che l'interpretazione di Marx differisce da quella di Lukács, quanto piuttosto di cominciare a elaborarne le implicazioni, al fine di comprendere qual è la categoria fondamentale per entrambe le teorie critiche: la merce. Elaborando queste differenze, vorrei sottolineare come è possibile recuperare tutto il potenziale dell'approccio lukácsiano, facendolo in un modo che esso rompa in maniera più decisa con il marxismo tradizionale, e apra in tal modo la possibilità di una critica più adeguata del capitalismo contemporaneo.»

-  estratto da: "György Lukács e la critica dialettica del capitalismo", di prossima pubblicazione in Moishe Postone, "Marx, oltre il Marxismo" (Crisis & Critique, novembre 2022) -

mercoledì 2 febbraio 2022

Retroproiezioni !!

« Quando il Marx classico esamina la Storia nella sua totalità - nel senso del concetto materialista hegeliano di sviluppo e di progresso - lo fa secondo il concetto di "storia delle lotta di classe", proiettando pertanto su tutta la storia precedente il processo di sviluppo e imposizione del capitalismo. Solo grazie al  concetto di feticcio, che viene utilizzato dal Marx esoterico, diviene possibile denominare, a un superiore livello teorico di astrazione, una comunità che racchiude tutte le forme sociali esistite fino a oggi, non semplicemente per mezzo di quelle che non sono altro che retroproiezioni dell'epoca moderna: per quanto diverse possano essere state le loro relazioni, non sono mai esistite società autocoscienti che potessero decidere liberamente dell'uso delle loro possibilità, ma ci sono sempre state solamente società che venivano dirette da dispositivi feticistici dei più diversi tipi (rituali, raffigurazioni, tradizioni determinate dalla religione, ecc.). Pertanto, si dovrebbe parlare a partire da questo di una "storia di relazioni feticiste". Il moderno sistema di produzione di merci, con la sua economia resasi autonoma in maniera irrazionale, rappresenta perciò solo l'ultima forma di feticismo sociale, rimasto imbrigliato nella sua stessa cieca dinamica.
È solo a partire dalla vera dimensione della crisi mondiale del XXI secolo, che finalmente diventa chiaro quale sia il compito da assumere. Si tratta - secondo le stesse parole di Marx, espresse con audacia - non solo della fine della storia capitalista, ma del problema di sovvertire in generale tutta la storia finora esistita; un problema che al limite può essere considerato equiparabile alla  cosiddetta rivoluzione neolitica, vale a dire quella rivoluzione che aprì la strada alla cosiddetta "Era Assiale". Quella che oggi è giunta alla fine, non è solo l'epoca della Guerra Fredda, ma anche la storia mondiale della modernizzazione in generale, e non solo quella storia specificamente moderna quanto piuttosto la storia mondiale delle relazioni feticiste in generale. Ciò che viene preteso come se fosse una riduzione della complessità attuata grazie alla macchina sociale capitalistica, e che ha sempre rappresentato più un'ideologia che la realtà, si ha finito per trasformarsi in una distruzione. Anche a causa di questo il salto appare così grande e intriso di paura. Ma le relazioni di crisi, che sono diventate riconoscibili grazie alla loro continua evoluzione, ora reclamano implacabilmente che dove c'era incoscienza sociale (dalla mano invisibile del culto degli antenati, alla mano invisibile del mercato capitalista globale) deve sorgere la coscienza sociale. Al posto di un centro cieco, deve emergere un processo decisionale sociale consapevole, organizzato da istituzioni autodeterminate (non stabilite a priori), al di fuori del mercato e dello Stato. »

- da: Robert Kurz, I destini del marxismo - Leggere Marx nel XXI secolo -

giovedì 23 dicembre 2021

I nuovi gladiatori !!

In quanto merce, la forza lavoro va venduta. Così lo si dovrebbe evincere, a partire dal 1° Capitolo del Libro I del Capitale di Marx, che alla merce è stato consacrato! Sicuramente è stato in un tal senso - da marxisti quali senz'altro sono (qualsiasi cosa voglia dire questo termine che sembra riuscire a unificare tutti, da D'Alema a Lukács !!)  -  che devono aver pensato i diversi «portatori di funzioni» riuniti sotto gli auspici della "Gkn", fino a dotarsi di una sorta di Brand che li ha senz'altro aiutati a vendere il loro prodotto (la forza lavoro) nel miglior modo possibile. Sospinti da una campagna mediatica senza precedenti, sorretti da tutta una serie di diversi altri «portatori di funzione», dai sindacalisti ai giuslavoristi, e riuscendo perfino a sbarcare con discreto successo nel “Festival” del parlamento della Repubblica, alla fine sono riusciti a trovare quell'acquirente (volgarmente detto “padrone” che così tanto bramavano. A trionfare sulla concorrenza, stavolta sono stati loro. E magari con questo colpo segneranno anche il passaggio a una nuova epoca storico-economica: un’epoca in cui la «lotta di classe» (un bel nome da dare alla banale competizione concorrenziale capitalistica) verrà svolta a colpi di Brand e di campagna pubblicitaria !!

domenica 31 ottobre 2021

Verso un grande sole purpureo ?!??

Operaismo?
- di Victor Serge -

È una strana malattia quella di cui soffre quasi tutta la cosiddetta intellettualità avanzata. Il marxismo e il sindacalismo, ne rappresentano le sue forme incurabili. Sono tantissimi gli anarchici che ne soffrono.
Consiste in una deformazione più o meno grave delle facoltà di percezione e di pensiero, si tratta di una deformazione che fa sì che il paziente veda tutto ciò che è classe operaia come se fosse in sé bello, buono e utile, e a vedere. simultaneamente, tutto ciò che non lo è come brutto, cattivo, inutile, se non addirittura dannoso. Ed ecco che così, come per incanto, ecco che l'idiota triste, trasandato, alcolizzato, tabagista, tubercoloso, che costituisce la massa dei buoni e onesti cittadini, diviene magicamente l'operaio, il cui "onorevole" lavoro fa vivere e progredire l'umanità, alla quale, tale sforzo magnanimo riserva un futuro splendido... Guardatevi bene dal far notare all'operaio che il suddetto proletario è, dopo tutto, il sostenitore più convinto dell'abominevole regime del Capitale e dell'Autorità, che egli sostiene e garantisce attraverso il servizio militare, e per mezzo del voto e del lavoro quotidiano. Non fatelo, altrimenti sarete immediatamente trattati come degli individui retrogradi, pieni di pregiudizi borghesi e che non capiscono nulla di... sociologia!

Le cause di uno stato d'animo del genere, per quanto siano abbastanza numerose, restano facili da determinare. Come prima cosa, si tratta di dover considerare l'idea stessa di lavorare come se fosse un "gesto onorevole", dal momento che così si alimenta la vita; a partire dal fatto che essendo il lavoro nobile nella sua essenza - come dicono le menti più semplici -  allora ecco che anche il lavoratore diventa nobile. Questo è tutto! Hanno dimenticato solo una cosa: che la nobiltà di un'attività è un concetto del tutto convenzionale e relativo; si sono scordati di come il lavoro, teoricamente così bello, sia nella pratica ordinaria sgradevole, monotono, demoralizzante; e ignorano che un gesto, qualunque esso sia, non può essere classificato come bello, quando chi lo compie non è altro che una povera bestia umana tormentata dalla paura e dalla fame...

Ed è proprio questo stato d'animo a costituire di certo una delle cause della moda del sindacalismo, contro cui gli anarchici si sforzano di reagire. Colti dall'entusiasmo per la rapida crescita delle associazioni operaie - la cui origine è sempre rivoluzionaria (così come quella di tutte le giovani organizzazioni che non hanno niente da perdere, e tutto da guadagnare) - questi cervelli assoluti hanno visto nel nuovo movimento la panacea universale. Il sindacalismo rispondeva a tutto, poteva fare tutto, prometteva tutto. Per gli uni, avrebbe migliorato lo stato sociale grazie a  riforme sagge e prudenti, senza tanto clamore. Per gli altri, avrebbe costituito la prima cellula della futura società, che poi, un bel mattino, sarebbe perfino arrivata a fondarla, tale società, magari nel corso di uno sciopero generale. Ma questo, a quanto pare, non è accaduto, e ci siamo resi conto - almeno quelli che non erano accecati dall'illusione - che i sindacati sono diventati solidi e saggi, e hanno perso il loro desiderio di mettere a soqquadro il mondo. Fino al punto che il più delle volte hanno finito per sprofondare nel legalismo ,e sono diventati così parte dell'apparato di quella vecchia società contro cui combattevano; mentre altre volte sono riusciti al massimo a creare classi di lavoratori privilegiati, altrettanto conservatori dei così tanto odiati borghesi. Così, alla fine, ecco che alcuni facinorosi sono arrivati a dire che, per cambiare le cose non bastava e non era sufficiente raggruppare dei deficienti, e che anche se questi fossero stati organizzati in maniera potente, non avrebbero mai potuto creare qualcosa che si situasse al di sopra della loro mentalità... Peraltro, del resto, anche negli ambiti più colti, tra gli scrittori e gli artisti, si è accettato di ammirare il proletariato. È nata una letteratura in cui le sofferenze della povera gente venivano rappresentate con indignazione. I "martiri del lavoro" hanno così avuto i loro cantori. E a poco a poco si è immaginato un genere di lavoratore che difficilmente corrispondeva alla realtà. Si trattava dell'ammirevole, stupendo minatore di Constantin Meunier, quel bell'operaio dal possente torso nudo e con lo sguardo fiero, che possiamo vedere, nelle stampe socialiste, mentre si dirige gioiosamente verso un grande sole purpureo...

Sull'insieme di tutto questo, si è innestata un'ideologia piuttosto complicata, con i suoi teorici e i suoi umoristi. Innumerevoli opuscoli, cumuli di giornali, un'enorme quantità di manifesti multicolori proclamavano alla borghesia terrorizzata - eccome! - l'imminenza della Rivoluzione, la classe operaia cosciente che va verso il grande sciopero e che creerà - domani senza dubbio - la città felice sotto l'egida di un vigilante Comitato in modo che ciascuno possa godere in pace della felicità confederale.
Aspettiamo, aspettiamo, mentre ci ci prepara. Qualche volta si tirano giù due lampioni; si discute delle minuzie relative all'inevitabile sconvolgimento, e alcuni oratori ci dicono che la rivoluzione la faranno così e così. E nessuno che pensi che aspettare sia una perdita di tempo e di vita, e che forse sarebbe meglio cominciare a fare un po' di luce nella spaventosa notte del cervello.
Gli anarchici non sono operaisti. A loro sembra infantile mettere sul podio quel lavoratore la cui deplorevole incoscienza è la causa del dolore universale, forse ancor più dell'assurda rapacità dei privilegiati.
Per l'osservatore imparziale, nell'atmosfera attuale non è difficile vedere come, lungi dall'essere l'attività benefica decantata dai poeti, sia ripugnante. E per quanto riguarda i proletari, assomiglia alla differenza tra sogno e realtà... ... Perciò passiamo tra la plebe spargendo in maniera casuale il seme delle buone rivolte. E quelle minoranze, in cui c'è ancora forza, verranno a noi, verranno a ingrossare le file degli amanti e dei combattenti della vita.

- Le Rétif [Il recalcitrante] (alias Victor Serge), in L’anarchie N°259, 24 mars 1910 -


fonte: Socialisme Libertaire