Metacritica della Palestina: sull'economia politica di una parola-simbolo
- di Hussein Aboubakr Mansour -
Non mancano certo testi sulla Palestina. Questo piccolo e provinciale conflitto, ha dato origine a una molteplicità di commenti, oltre a teorie, denunce, suppliche e contro-appelli, assai più di quanto, nei tempi moderni, abbia fatto qualsiasi altra comparabile questione politica, e per quanto il volume di tali commenti sia rimasto inversamente proporzionale al suo valore analitico. Il motivo di questa mancanza di valore risiede nel fatto che ciò che è stato scritto, salvo rare eccezioni, proviene dall'interno stesso della struttura che la scrittura pretende di descrivere; ragion per cui la scrittura serve la struttura anziché illuminarla. Il liberale che scrive sui diritti umani, il sinistrorso che scrive sul colonialismo di insediamento, il realista che scrive sulla sicurezza regionale, il conservatore che scrive sullo scontro delle civiltà, l'islamista che scrive dei Crociati, il nazionalista arabo che scrive sul tradimento occidentale e l'europeo post-cristiano che scrive sull'insopportabile ironia del potere ebraico non sono,malgrado la loro reciproca ostilità, impegnati in progetti incompatibili. Sono impegnati nel medesimo progetto, quello di trasformare la vittimita [*1 Il termine «victimité» traduce in questo contesto il concetto di “victimhood” che, a differenza di “victimisation”, indica uno stato e uno status [N.d.R.].], prodottasi in un determinato contesto, in una particolare forma di capitale simbolico, utilizzabile su un mercato ideologico altrettanto particolare. Discutono sui termini di questo processo di trasformazione. Non discutono sulla trasformazione in sé, dato che è proprio di essa di cui tutti loro vivono. Questo saggio rappresenta un tentativo di distaccarsi da tale conversione quanto basta per descrivere il sistema che la rende possibile. Il tentativo è necessariamente imperfetto, poiché nessuno può rimanere del tutto al di fuori del sistema, e l’autore che rivendica un simile punto di vista mente o si illude sulla propria posizione. Ciò che è possibile, è ottenere un successo più modesto: vedere il sistema palestinese come una struttura, e non come uno scontro all'interno del quale si sia già scelta la propria parte. Questo richiede al lettore di sospendere, almeno per tutta la durata del saggio, la questione circa quale parte abbia ragione, e di considerare invece la questione di quale tipo di accordo produca il fondamento stesso su cui si pone la questione del diritto. Il lettore riconoscerà, spero, che questa sospensione non è un rifiuto del giudizio morale, ma la sua condizione di possibilità. Non si può giudicare ciò che non si è prima compreso; eppure la parola-simbolo Palestina è stata, per almeno tre generazioni, una questione su cui tutti hanno avuto opinioni, e quasi nessuno ha voluto capire. Quella che qui descriverò è la Palestina non come luogo, nazione, idea o causa, ma come uno dei più vasti sistemi di sfruttamento politico ed economico esistenti al mondo. Il termine “sistema” è ormai logoro, e io lo uso con una certa riluttanza, ma nessun’altra parola del vocabolario a mia disposizione riesce a cogliere ciò che intendo dire. Non la intendo come una cospirazione, perché in realtà non c'è nessuno che cospira. Non intendo una struttura nel senso marxista, perché non esiste una base da cui deriverebbero delle infrastrutture, e non c'è priorità o punto di origine. Non intendo un'istituzione, perché l'organizzazione attraversa tutti i confini istituzionali che la vita politica moderna riconosce. Intendo descrivere un sistema autopoietico: decentralizzato, auto-generatore e chiuso [*2 Il termine “autopoietico” (dal greco *auto*, “se stesso”, e *poïesis*, “produzione”) indica un sistema in grado di generarsi e mantenersi autonomamente attraverso le proprie operazioni. Coniato inizialmente in biologia per definire la cellula vivente, questo concetto è stato poi applicato alle scienze sociali. [N.d.R.]] . SI tratta di un motivo autoreplicante di estrazione che opera simultaneamente in diversi domini indipendenti (spirituale, ideologico, istituzionale, geopolitico, economico e locale), ciascuno funzionante secondo la propria logica e struttura di incentivi, nessuno riducibile agli altri, e tutti convergono per produrre un aggregato stabile che nessun partecipante ha progettato e nessun partecipante può sciogliere. Detto in terni semplici, il sistema-Palestina è un sistema di convertibilità simbolica: una macchina che trasforma la sofferenza palestinese, la presenza ebraica, l'umiliazione araba, la colpa occidentale, l'escatologia islamista, l'anti-imperialismo di sinistra, l'umanitarismo liberale, il carrierismo delle ONG, la strategia del regime e l'autogiustificazione personale in forme di valore reciprocamente rafforzanti. Nessun altro conflitto offre un'universalità così talmente "chiavi in mano". Il motivo che compone questo sistema, e che è condensato nel marchio del termine-simbolo palestinese, non ha un centro. Non ha un punto di origine. Non ha un nodo centrale, la cui rimozione causerebbe il collasso dell'intero sistema. Non ha una classe di beneficiari che possa essere privata dei suoi benefici per poter ristabilire la giustizia, e non ha una classe di vittime che possano essere liberate per porre fine al sistema; dal momento che in questo sistema ogni partecipante è al tempo stesso vittima e beneficiario, prigioniero e sfruttatore, sofferente e approfittatore. Questa fusione è proprio la condizione della partecipazione. Ora, il sistema-Palestina si organizza attorno alla parola-simbolo Palestina. Con la parola-simbolo Palestina non intendo né la Palestina come territorio, né la Palestina come popolo, né la Palestina come causa politica, bensì l'oggetto verbale carico di significato attraverso il quale queste realtà vengono convertite in una struttura di senso trasferibile. Essa organizza la percezione, attribuisce la colpa, distribuisce la legittimità morale e converte la sofferenza in valore simbolico. Questa dimensione, che esamineremo alla fine del saggio, è la condizione che rende possibile il sistema estrattivo. Prima di andare oltre, devo dire chi sono io, e perché sto scrivendo questo. Sono egiziano. Sono stato cresciuto, come ogni membro della mia generazione nel mio paese, a comprendere la liberazione della Palestina come la questione politica e morale centrale della mia esistenza, come il prisma attraverso cui tutte le altre questioni sul mondo dovevano essere focalizzate, e come il quadro entro cui la mia dignità, come persona e come membro della mia civiltà, doveva essere misurato. Ho trascorso l'infanzia e l'adolescenza nella trappola cognitiva che questo saggio cerca di descrivere, e ho trascorso la mia età adulta, attraverso un processo, né facile né completo, per uscirne. L'ascesa non terminò in una terra promessa. È finita con la possibilità di vedere cosa avevo visto dentro. Una ricompensa misera per molto lavoro, e che non porta alcun sollievo di fronte all'osservazione che centinaia di milioni di persone restano nella trappola in cui li ho lasciati, per cui non possono essere tirate fuori da essa con l'argomentazione, poiché la struttura non è un argomento; e che non posso tornarci poiché il ritorno richiederebbe un processo di disapprendimento che nessuno, una volta che ha appreso, è in grado di compiere. Questo saggio non è un memoir; le memorie contemporanee sono un vicolo cieco morale, fatto di solipsismo e narcisismo, un infinito autocommento nella tradizione del Satana di Milton, e io vivo con il rimpianto di averne scritto uno. Non dirò molto di più sul mio caso, ma il lettore deve capire che ciò che segue non è opera di un osservatore esterno che teorizza sulle patologie degli altri. È il lavoro di qualcuno che descrive, da una posizione di uscita parziale e dolorosa, un sistema di cui un tempo avrebbe dovuto essere un pezzo riproduttivo. Procederò piuttosto lentamente, poiché l’idea è poco familiare e il lettore potrà opporre resistenza in diversi punti in cui desidero che lo faccia, affinché, dopo aver opposto resistenza, possa accettare ciò che non avrebbe potuto accettare senza opporre resistenza. Non gli offrirò una via d’accesso che lo lusinghi. Non pretenderò che il sistema che descrivo sia opera di una parte specifica che il lettore potrebbe comodamente disapprovare. Il sistema funziona grazie all’egoismo di ogni parte, comprese quelle a cui il lettore è favorevole, compreso il lettore stesso e compreso me. Chiunque esca da questo saggio con la propria comprensione di sé e del mondo intatta non l’ha letto. Chiunque lo finisca credendo che la diagnosi si applichi ai propri nemici e scagioni i propri amici l’ha letto come un contributo allo stesso sistema che il saggio descrive, e ha così illustrato la tesi centrale di quanto segue.
La Moneta
Prima di descrivere il sistema, è necessario descrivere la valuta che vi è presente, se vogliamo capire perché il sistema ha la forma che ha. La moneta del sistema palestinese, è la sofferenza dei palestinesi indicizzata secondo e a partire dalla presenza degli ebrei. Questa formula è scomoda, e la perfezionerò man mano che procedo. La valuta non è la sofferenza palestinese in senso stretto, visto che c'è stata anche molta sofferenza palestinese per mano di altri arabi, o di altri palestinesi, Hamas, ecc., che non ha generato mercato, vale a dire, nessun movimento, nessun capitale simbolico, nessuna industria estrattiva. Né la valuta è la presenza ebraica in quanto tale, visto che le popolazioni ebraiche esistono in molti luoghi senza con questo generare il complesso politico-economico-simbolico che circonda Israele. Il denaro costituisce la congiunzione: la sofferenza di un popolo in un luogo laddove l'altro popolo è presente, politicamente e territorialmente. Questa congiunzione, da sé sola, produce la sostanza simbolica che l'intero sistema sfrutta. Ciò che rende questa valuta unica - tra tutte le valute simboliche della vita politica moderna - è la sua convertibilità. La maggior parte dei simboli politici è leggibile solo all'interno di uno o di due quadri ideologici, e richiede una traduzione, spesso imperfetta, per funzionare sugli altri. Il simbolo della Palestina, invece non richiede alcuna traduzione. Opera nativamente in tutti i mercati ideologici moderni contemporaneamente, e produce, in ciascuno di essi, un prodotto diverso ma ugualmente utilizzabile. Il marxista osserva il sito, e vede il colonialismo nella sua forma più pura: una popolazione di coloni europei che espropriano una popolazione indigena, un perfetto caso di studio di espansione capitalistica e di gerarchia razziale. L'islamista osserva il sito e vi vede la resurrezione delle Crociate, un rinnovato assalto cristiano europeo al cuore della civiltà musulmana, ora mascherato da un linguaggio laico, ma guidato dalla stessa ostilità eterna verso l'Islam. Il liberale guarda al sito e lo vede come una violazione dei diritti umani, come una parte forte che si impone su una parte debole, e come un dovere di intervenire del quale viene incaricato dalla comunità internazionale. Il nazionalista arabo guarda il sito e vi vede la ferita che l'imperialismo occidentale ha inflitto al corpo politico arabo per impedirne l'unificazione; il simbolo in fermento di una civiltà cui l'Occidente si rifiuta di dare l'opportunità di ricostituire. L'europeo post-cristiano osserva il sito e vede, con un miscuglio oscuro di sollievo e di piacere - che non riesce ad ammettere a sé stesso - la possibilità di sfuggire all'Olocausto, scoprendo che le vittime dell'antisemitismo europeo sono diventate, a loro volta, i responsabili di un crimine comparabile, liberando così l'Europa dal peso morale unico che i campi le avevano imposto. Il conservatore americano guarda al sito e lo vede come uno Stato di prima linea dell'Occidente, a difesa della civiltà dalla barbarie. Il progressista americano guarda allo stesso sito e lo vede come uno Stato in prima linea dell'Impero, che difende il privilegio contro la giustizia. Ognuna di queste letture è coerente di per sé. Ognuno è incompatibile con gli altri. Ognuno produce la propria letteratura, le proprie istituzioni, le proprie carriere, la propria economia morale e la propria azione politica. E ognuno opera senza disturbare gli altri, perché il simbolo non è un singolo oggetto a proposito del quale le letture competerebbero per descriverlo correttamente. Il simbolo è un sito generatore che produce una merce simbolica distinta per ogni mercato, simultaneamente e indefinitamente. Ciò che è essenziale capire, è che queste interpretazioni contrastanti della Palestina (postcoloniale, marxiste, islamiste, persino quella dello scontro delle civiltà) non sono, nella struttura che descrivo, spiegazioni contrastanti del conflitto. Sono sottosistemi funzionali della struttura aggregata stessa. Ogni lettura stabilizza il sistema occupando il proprio dominio, generando la propria economia estrattiva e coinvolgendo i propri partecipanti nello stesso motivo generale di estrazione, senza che nessuno di loro debba coordinarsi con gli altri. Un sistema che dipendesse da una sola lettura sarebbe vulnerabile al discredito di tale lettura. Un sistema che funzioni su tutte contemporaneamente invece è invulnerabile, poiché il discredito di una lascia tutte le altre intatte e operative. Le ragioni storiche di quest'intercambiabilità sono complesse, e per descriverle in modo esaustivo occorrerebbero diversi saggi; il lettore troverà su TAM [ https://critiqueanddigest.substack.com/ ] un trattamento dettagliato di vari aspetti di ciò che segue. Ciò che si può affermare in questa sede è che la specificità del sito “Palestina” risiede nel modo in cui le questioni irrisolte della condizione post-cristiana siano confluite in esso in modo unico, raggiungendo la massima densità. La condizione post-cristiana è la condizione universale del mondo moderno. Il mondo islamico classico non esiste più. Ciò che occupa il suo territorio è un mondo post-islamico, cioè una variante regionale della stessa condizione post-cristiana che ha sopraffatto ogni società moderna. Il vocabolario islamico rimane, ma l'idioma locale in cui si esprime rappresenta una ferita universale. Il terzomondista chiama questa ferita imperialismo, l'islamista la chiama bancarotta civilizzazionale, il filosofo europeo la chiama nichilismo, l'intellettuale sradicato la chiama alienazione: tutti esprimono la medesima ferita nei diversi vocabolari. I vocabolari, a loro volta, portano con sé conseguenze politiche e autonomia ideologica, ma la condizione sottostante è la stessa condizione, generata dal crollo della visione teologica del mondo che un tempo organizzava il senso della vita per le persone che l'avevano ereditata. L’impegno moderno nei confronti degli ebrei, ovunque esso si manifesti, non è pertanto il proseguimento di un qualche impegno premoderno.Le concezioni tradizionali, sia cristiane che islamiche, che un tempo determinavano il ruolo degli ebrei, hanno lasciato qualche traccia di qualcosa che ormai non esiste più. Al suo posto esiste una patologia post-cristiana unica, espressa in molteplici vocabolari locali, dove l'ebreo è diventato il sito simbolico universale attraverso cui si manifesta la ferita moderna universale. L’ebreo è la figura alla quale i significati ormai svaniti avevano assegnato quel ruolo che racchiudeva in sé tutte le loro domande irrisolte sul destino eletto, l’alleanza, la storia e il senso del mondo.Ma quando i significati sono collassati, le domande non sono scomparse. Sono migrate verso le formazioni surrogate del nazionalismo, dell'ideologia e del rancore, e continuano a operare lì, recando in sé gli stessi materiali, ma nei linguaggi della politica laica. È questa la ragione più profonda della convertibilità della moneta che circola nel sistema palestinese. I testi, nella loro stessa composizione, racchiudono le questioni irrisolte di una civiltà diventata la civiltà del mondo, che ora mette in scena le proprie questioni irrisolte in linguaggi locali, ma sempre nello stesso luogo e contro lo stesso popolo di un tempo. Non sto presentando questa tesi come se fosse una tesi causale sul sistema nel suo insieme. Il sistema funziona sulla base dell'interesse, non della teologia. Ma i materiali che scambia sono di origine teologica, ed è per questo che il commercio è così ricco, così generativo e così impossibile da esaurire. Nessun altro sito simbolico della vita politica moderna possiede materiali di densità comparabile, ed è per questo che nessun altro sito ha generato un sistema di efficienza estrattiva comparabile.
L'infortunio
La convertibilità del denaro spiega perché il sistema può operare contemporaneamente in tutti i mercati ideologici, ma non spiega perché la domanda di quel denaro sia così vasta, così costante e così resistente alla soddisfazione. Per comprendere la domanda, è necessario comprendere la condizione spirituale delle popolazioni che la generano. La modernità post-cristiana - vista come un evento spirituale piuttosto che economico o politico - è la condizione in cui si trova la vita dopo il collasso di quei quadri teologici che un tempo rendevano la sofferenza umana significativa, la comunità umana comprensibile e l'esistenza umana sopportabile all'interno di un ordine più ampio. Il crollo non ha abolito la necessità di significato; ma ha abolito le strutture che vi corrispondevano. Ciò che è rimasto, in ogni popolazione che la modernità ha raggiunto, è una ferita: l'esperienza della perdita, della mancanza, l'esperienza di una lesione la cui origine non poteva essere identificata chiaramente, dal momento che i dirigenti che l'avrebbero riconosciuta si erano persi essi stessi. La ferita genera una richiesta di spiegazione, redenzione, identificazione di un colpevole la cui punizione o sconfitta restituirebbe ciò che è stato tolto. La richiesta è di origine spirituale, ma non si presenta come spirituale. Si presenta come un risentimento politico, come una coscienza storica, come una critica civilizzazionale, come un'aspirazione rivoluzionaria, come rabbia postcoloniale, come una letteratura di alienazione e come le cento formule secolari dell'interminabile auto-commento nel quale il mondo ha imparato a parlare della propria condizione, senza però riconoscere cosa sia davvero questa condizione. Il simbolo della Palestina risponde a questa richiesta con un'efficacia che nessun altro simbolo della vita politica moderna può eguagliare, perché i materiali che esso scambia - materiali di origine teologica, organizzati attorno alla figura dell'ebreo - sono proprio quelli richiesti dal racconto della ferita. La ferita rivendica un colpevole, e l'ebreo - per ragioni che la genealogia post-cristiana della modernità, esposta altrove, ha reso strutturalmente inevitabile - è il colpevole che qualsiasi vocabolario moderno può identificare senza traduzione. La ferita reclama redenzione, e la liberazione della Palestina offre un progetto redentivo abbastanza vasto da accogliere contemporaneamente tutte le aspirazioni moderne (nazionali, rivoluzionarie, civilizzazionali, umanitarie, spirituali). La ferita richiede una comunità, e la causa offre una comunità globale di offesi, aperta a chiunque voglia adottarne la narrazione. La domanda è senza fondo perché la ferita è senza fondo, e la ferita è senza fondo a causa della condizione che l'ha generata. Devo sottolineare che questa genealogia - che traccia la narrazione della ferita attraverso la sua storia filosofica e teologica, inclusa la trasmissione delle categorie idealiste tedesche e post-idealiste nella vita intellettuale del Medio Oriente moderno, una trasmissione che portò irreversibilmente al crollo dell'Islam premoderno - è un'opera che ho svolto in dettaglio altrove e che non ripeterò qui. Tuttavia, ciò che temo sempre quando discuto del ruolo della filosofia tedesca nell'emergere dell'Islam e dell'islamismo moderni è che lettori e ascoltatori non noteranno che la genealogia non viene offerta come una spiegazione causale totale o definitiva del sistema. Il sistema funziona sull'interesse, e l'interesse non ha bisogno di alcuna genealogia per funzionare. La genealogia è un'indagine archeologica di uno dei prerequisiti del sistema: i materiali spirituali che dovevano essere disponibili, le formazioni intellettuali che dovevano essere trasmesse, le categorie che dovevano essere secolarizzate e diffuse, prima che il sistema potesse assumere la forma che aveva. Il teologico e il filosofico sono solo le condizioni che hanno dato alla vittimizzazione e alla sofferenza i valori che hanno. Il sistema minerario costruito per sfruttare il potere della vittimizzazione è un'altra questione completamente diversa. Comprendere la geologia del territorio non è la stessa cosa che spiegare perché la città è stata costruita lì. La città è stata costruita grazie all'egoismo spietato degli individui. La geologia spiega solo perché questa terra potrebbe sostenere una città di questa forma. Voglio anche chiarire che dire che il sistema è autosufficiente non significa che esso non abbia una storia. Il sistema è ora causa e fine a sé stante. Ora è autopoietica. Ora si riproduce a partire dalle proprie operazioni, senza input esterni. Ma non è sempre stato autopoietico. Prima doveva diventare uno. Ci fu un periodo, approssimativamente dalla fine del XIX secolo alla metà del XX, durante il quale i vari componenti che compongono oggi il sistema si unirono, si trovarono a vicenda e svilupparono le connessioni che avrebbero poi chiuso i loop. La narrazione post-cristiana della ferita doveva svilupparsi. I materiali teologici dovevano essere secolarizzati. Le categorie idealistiche tedesche dovevano essere trasmesse in Medio Oriente. Il discorso accademico ha dovuto diventare più professionale. Il sistema degli stati regionali dovette prendere forma dopo il crollo ottomano. La Guerra Fredda ha dovuto aver creato la competizione tra superpotenze, che ha dato ai regimi il loro asse internazionale di estrazione. Il vero conflitto materiale tra israeliani e arabi doveva prima essere avvenuto. Doveva essere istituita UNRWA. Le economie dei media hanno dovuto svilupparsi. Il pan-arabismo doveva sorgere e fallire. I movimenti islamisti dovevano organizzarsi. Ognuno di questi eventi è stato un evento storico con cause storiche, la sequenza conta, e come ho detto, il mio altro lavoro genealogico ne traccia alcune parti. Ma a un certo punto (e determinando con precisione quale di esse è una domanda analitica degna di interesse), i cerchi si chiusero. Il sistema è diventato auto-perpetuante. I contributi storici sono diventati geologia di fondo. Il sistema non ha più bisogno degli idealisti tedeschi per continuare a trasmettere le categorie, perché le categorie sono ora riprodotte dal circuito università-moschea. Il sistema non aveva più bisogno della Guerra Fredda per generare competizione tra superpotenze, perché la competizione regionale generava ora le proprie dinamiche di estrazione. Il sistema non ha più bisogno dell'evento della ferita originale del 1948 per continuare a produrre sofferenza, perché ora la macchina istituzionale produce, dalle proprie operazioni, la sofferenza di cui ha bisogno. La distinzione è quella tra genesi e operazione. Il sistema ha una genesi che può e deve essere tracciata. Ma la sua attuale attività è indipendente dalla sua genesi. Adesso, essa opera secondo la propria logica. Capire come tutto ciò è stato assemblato non dice come smontarlo, poiché il processo di assemblaggio è completato e la struttura ora si sostiene da sola. Questa, inoltre, è una caratteristica comune dei sistemi autopoietici. Un organismo vivente ha una storia evolutiva che spiega come sia arrivato ad avere la struttura che possiede, ma il suo metabolismo attuale non dipende dalla continuazione delle pressioni evolutive che lo hanno prodotto. Funziona secondo la sua chimica. Il sistema palestinese ha una genealogia storica che spiega come sia arrivato ad avere la struttura che ha, ma il suo attuale funzionamento non dipende dalla continuazione dei processi storici che lo hanno prodotto. Agisce secondo il proprio egoismo.
La trappola cognitiva
Ciò che la parola-simbolo Palestina fa alle popolazioni che la interiorizzano non è, in primo luogo, una questione di ideologia o una credenza, anche se, in effetti, l'ideologia dell'antisionismo è il suo unico contenuto ideologico. Ma, innanzitutto, costituisce una questione di occupazione cognitiva. Il simbolo, una volta inserito nella coscienza politica di una popolazione, occupa l'intero spazio del ragionamento politico, e rende impensabili le reali strutture della condizione politica ed economica di questa popolazione. Il meccanismo non opera sopprimendo spiegazioni alternative, ma lo fa occupando in anticipo il territorio cognitivo in cui tali spiegazioni dovrebbero svilupparsi. Le alternative, non devono essere censurate ma, semplicemente, esse vengono rese inaccessibili, poiché qualsiasi percorso cognitivo praticabile passa attraverso il simbolo; e il simbolo interrompe qualsiasi linea di indagine prima di raggiungere un'altra destinazione. Prendiamo il caso che conosco meglio, quello dell'Egitto. L'egiziano che raggiunge la coscienza politica incontra - come primo e più potente quadro disponibile per comprendere la condizione del proprio paese - il quadro della Palestina. Scopre che il suo paese è povero perché gli Stati Uniti lo sostengono solo a condizione che esso non minacci Israele: il che significa che il suo paese non sarà mai in grado di sviluppare quel tipo di potere economico e militare che gli conferirebbe una vera sovranità, per cui dovrà accettare accordi che perpetuano la sua povertà, in cambio della protezione da parte di chi comanda. Scopre che il suo paese non ha democrazia perché il regime serve quello stesso capo, ed esso verrebbe rovesciato dal proprio popolo, se fosse libero di scegliere il proprio governo; la popolazione, essendo naturalmente ostile a Israele e al regime che protegge Israele. Scopre pertanto che gli intellettuali del suo paese sono compromessi, poiché il regime controlla le università e la stampa, e che così il regime è a sua volta l'agente del capo, e che il capo è a sua volta il garante di Israele. Ogni domanda interna diventa una questione he riguarda Israele. Qualsiasi fallimento interno diventa la prova del sistema che protegge Israele. Ogni atto di corruzione, ogni istituzione in declino, ogni cittadino umiliato, ogni opportunità esclusa, ogni generazione sprecata viene resa comprensibile, automaticamente e senza sforzo consapevole, a partire da un unico quadro esplicativo: quello della Palestina e dell'antisionismo. Ciò che colpisce in tutto questo, considerato come una descrizione dell'Egitto, gli è che non è che sia del tutto falso. Alcuni di questi elementi hanno una loro base, sia nella storia che nella realtà politica. La relazione americana con l'Egitto, è stata infatti strutturata, in larga misura, a partire da delle considerazioni di sicurezza israeliane. Il regime egiziano si è effettivamente mantenuto, in parte, grazie a questa relazione. Ciò che colpisce è che un'interpretazione così totale, per il solo fatto di essere disponibile, autorevole e significativa, occupa ormai lo spazio cognitivo che qualsiasi analisi onesta dell'Egitto dovrebbe occupare, e che lo occupa talmente completamente che nessuna altra vera comprensione può più svilupparsi nelle stesse menti. L'intellettuale egiziano che cerca di riflettere sulle ragioni della stagnazione dell'agricoltura egiziana, si ritrova così riportato sempre alla questione degli aiuti americani e delle sue condizioni, che in realtà preoccupano Israele. Lo scrittore egiziano che cerca di riflettere sulle ragioni del fallimento delle università egiziane si ritrova, attraverso percorsi simili, alla questione dell'accomodamento del regime con il boss; e questo, ancora una volta, ha a che fare con Israele. L'attivista egiziano che cerca di riflettere sul perché la popolazione non si mobiliti per la riforma democratica, si ritrova anche lui riportato alla domanda del perché il regime reprima la mobilitazione; e questo avviene, ancora una volta, per Israele. Le vere cause della stagnazione agricola, del fallimento universitario e della smobilitazione politica, che includono politiche precise, disposizioni istituzionali precise, modelli precisi di clientelismo, strutture culturali ed economiche precise, non diventano invisibili, ma appaiono in qualche modo secondarie, come modo derivate, e sempre riducibili alla spiegazione più fondamentale fornita dal simbolo: Palestina/Israele. La trappola si chiude su sé stessa nel momento in cui l'azione politica che proviene dalla coscienza prigioniera produce esattamente le condizioni che questa coscienza attribuisce alla causa esterna (una situazione questa che, verosimilmente, si sta diffondendo oggi anche nelle società occidentali, considerata la crescente influenza che la parola-simbolo “Palestina” esercita su molti). L’opposizione egiziana, che affronta qualsiasi questione attraverso la Palestina, non è in grado di elaborare un programma serio di riforme interne, dal momento che qualsiasi programma richiederebbe un’attenzione costante alle condizioni specifiche dell’Egitto, mentre qualsiasi discussione su tali condizioni specifiche porta inevitabilmente a discutere di questa parola-simbolo. L'opposizione, incapace di elaborare un serio programma di riforma interna, non può, nel momento in cui si presenta una qualsiasi apertura politica, fare altro che mobilitarsi attorno al simbolo. Questo succede, ripetutamente e con crescente intensità, man mano che le condizioni peggiorano. La mobilitazione attorno al simbolo non migliora in alcun modo le condizioni, visto che il simbolo non è realmente la causa di tali condizioni; ma esso produce instabilità politica, repressione, disagio economico e l'aggravamento delle stesse disfunzioni che esso attribuisce al nemico esterno. L’aggravarsi del malfunzionamento conferma la narrazione vittimistica. La conferma approfondisce la rappresentazione cognitiva. La rappresentazione approfondita genera una maggiore mobilitazione attorno al simbolo. Il circolo vizioso si chiude su se stesso, senza che alcun contributo esterno risulti necessario. Ho descritto l'Egitto, ma il modello è valido in generale. Esso è all'opera, con variazioni locali, in tutto il mondo arabo, e in una parte sostanziale del più ampio mondo musulmano. La classe sfruttata del sistema palestinese, pertanto non è composta più solo da palestinesi. I palestinesi sono l'anello più interno della catena, la popolazione più direttamente coinvolta nel conflitto. La classe sfruttata, ora si estende a qualsiasi popolazione la cui cognizione politica sia stata catturata dal Simbolo, e la cui capacità di un'analisi onesta delle proprie condizioni è stata pertanto in tal modo distrutta. Questa classe conta, secondo ogni stima ragionevole, centinaia di milioni di membri. I suoi membri non vedono sé stessi come sfruttati, bensì come giusti. Questo sentimento di giustizia è ciò che il loro sfruttamento genera in loro, ma è anche ciò che rende tale sfruttamento riproducibile.
Il Regime
L'autorità politica che governa le popolazioni catturate è, allo stesso tempo, sia beneficiaria della trappola cognitiva che vittima di essa; e la gestione della propria situazione richiede a sua volta che il regime operi in più aree contemporaneamente, laddove la strategia ottimale in una, produce spesso conseguenze catastrofiche in un'altra. Sul piano interno, il regime trae benefici dalla trappola che dovrebbe essere evidente alla luce di quanto sopra. Una popolazione che spiega la propria condizione con la parola-simbolo Palestina è una popolazione che non può facilmente sviluppare quella lucidità analitica necessaria a sostenere un’azione politica interna contro il regime. La coscienza prigioniera diventa così una sorta di assicurazione cognitiva per il regime: lo protegge dalla forma più pericolosa di opposizione, quella che comprende che cosa è davvero il regime e cosa lo costituisce davvero. Pertanto, il regime ha tutto l'interesse a mantenere a una certa temperatura nella vita politica della sua popolazione, la parola-simbolo Palestina: abbastanza calda da occupare lo spazio cognitivo che altrimenti la critica interna potrebbe occupare, ma abbastanza fredda da evitare di generare quel tipo di mobilitazione rivoluzionaria che il simbolo può produrre allorché si surriscalda. La gestione di questa temperatura è uno dei compiti fondamentali di qualsiasi regime arabo, e le tecniche di tale gestione (campagne stampa orchestrate, manifestazioni messe in scena, gesti simbolici, crisi periodiche, posizioni retoriche) sono tra le pratiche più raffinate dell'arte araba di governo. Sul panorama regionale, invece, il regime rimane esposto. Quello stesso simbolo che la protegge in patria gli si potrebbe rivoltare contro da parte di Stati rivali che si contendono la leadership nel mondo arabo e musulmano, rivendicando un maggior impegno per la causa della parola-simbolo Palestina. L'Iran surclassa i regimi arabi fingendosi un vero difensore dei palestinesi, nel momento in cui gli arabi collaborano con i loro nemici americani e israeliani. Il Qatar va anche oltre, finanziando la resistenza tramite Hamas e diffondendo la causa tramite Al Jazeera, che è diventata l'istituzione mediatica più influente della regione grazie alla sua franchezza simbolica. La Turchia periodicamente surclassa tutti giocando con il patrocinio neo-ottomano dell'ummah, a volte calibrato in maniera da massimizzare l'imbarazzo dei regimi arabi. Pertanto, su questo asse, il Regime si trova ad affrontare una minaccia costante: qualsiasi avversario può strumentalizzare quel simbolo contro il regime, metterne in dubbio l’impegno, dipingerlo come un traditore o come un collaborazionista, avvalersi di quella stessa coscienza asservita che il regime sfrutta all’interno per minarlo all’esterno. Sull'asse internazionale, il regime occupa ancora un'altra posizione. Il conflitto gli fornisce una leva nella competizione tra le superpotenze: un regime che può affermare credibilmente di gestire la causa, di mantenerla entro certi limiti, di impedirle di disturbare la stabilità regionale cui la superpotenza tiene cara, che può estrarre da tale stabilità forme di aiuto, riconoscimento e protezione che la sua effettiva performance non giustificherebbe. Lo stato militare egiziano, la monarchia giordana, i sauditi e i qatarioti hanno tutti per decenni trasformato la gestione della causa in risorse ottenute dal boss americano. Pertanto il regime è un giocatore impegnato in un gioco tridimensionale dove ogni mossa migliora la sua posizione su un asse e la degrada su un altro; dove la temperatura ottimale del simbolo differisce da un dominio all'altro e non può essere ottenuta simultaneamente dappertutto; dove le risorse estratte su un asse devono essere pagate in vulnerabilità su un altro; e dove l'uscita dal gioco è più pericolosa della continuazione del gioco stesso. Il regime non funziona come un termostato. Ne gestisce diversi contemporaneamente, su ambiti incompatibili, e la temperatura ottimale in uno può rivelarsi catastrofica nell’altro. Abbastanza caldo all’interno per mantenere il dominio cognitivo, ma troppo freddo per la rivoluzione; ma questo stesso calore rende vulnerabili, sul piano regionale, a un surriscaldamento. Abbastanza freddo a livello internazionale da mantenere il sostegno del boss occidentale; ed ecco che questo freddo fa di te un traditore all'interno. Il regime si trova a essere prigioniero in un problema di ottimizzazione multidimensionale senza che ci sia una soluzione stabile. È esso stesso è prigioniero della parola-simbolo palestinese, sebbene la sua prigionia sia allo stesso tempo redditizia. Come qualsiasi altro attore nel sistema, è simultaneamente vittima ed attore, e questa simultaneità è la condizione strutturale della sua partecipazione.
La regione
Ciò che ho descritto per il regime preso in isolamento si applica, in un altro registro e su un'altra scala, alla competizione interstatale che struttura la politica regionale in Medio Oriente. Il marchio palestinese, è la valuta di questa competizione, e i principali stati regionali hanno costruito le loro politiche estere, alleanze, imperi mediatici e reti di proxy attorno alle loro rispettive posizioni nel mercato valutario. L'Iran ha costruito, negli ultimi quattro decenni, la strategia più ambiziosa e coerente ai fini di estrarre il simbolo, più che qualsiasi altro stato regionale abbia tentato di realizzare. La rivoluzione iraniana è emersa nel 1979, come un movimento sciita in una regione prevalentemente sunnita, senza una clientela naturale al di fuori dei suoi confini, e con tutte le ragioni per poter essere percepita dagli stati arabi come una minaccia settaria ed etnica. La costruzione dell'asse della resistenza – con il simbolo palestinese al centro simbolico e Hezbollah, Hamas, gli Houthi e le varie milizie irachene e siriane come armi operative – ha permesso all'Iran di trasformare la sua particolarità settaria in una rivendicazione panislamica. Sostenendo la causa con più decisione di quanto gli stessi stati arabi fossero disposti a fare, l'Iran ha conquistato una posizione regionale che il suo vero peso demografico ed economico non avrebbe mai potuto sostenere. La popolazione araba - che secondo qualsiasi misura convenzionale avrebbe dovuto considerare l'Iran come un organismo straniero - è arrivata, in gran parte, a considerarlo l'unico Stato della regione che prenda sul serio la Causa. I regimi arabi che, secondo qualsiasi misura convenzionale, avrebbero dovuto essere i leader naturali dell'opposizione all'Iran hanno finito invece per essere sopraffatti sul proprio territorio, incapaci di denunciare l'asse della resistenza senza esporsi all'accusa di tradire la causa che questo asse sosteneva di servire. Il Qatar ha costruito una posizione diversa, e altrettanto istruttiva. Uno stato piccolo con enormi ricchezze e quasi nessun peso demografico e militare, il Qatar, ha trovato nella franchezza dei media lo strumento che convertirebbe il suo denaro in potere regionale senza esporlo ai rischi del comportamento statale convenzionale. Al Jazeera è diventata, negli anni successivi al suo lancio, l'istituzione mediatica in lingua araba più influente al mondo, e tale influenza si basava sulla capacità di parlare la lingua della coscienza prigioniera con una facilità, e con un'apparente sincerità che nessun media arabo controllato dallo Stato poteva eguagliare. Investimenti qatarioti in Hamas, e pagamenti a Gaza prima del 7 ottobre, ospitalità qatariota verso i Fratelli Musulmani e le sue varie affiliate, relazioni qatariote con reti intellettuali islamiste in tutta la regione: tutto ciò ha costituito una strategia coordinata in modo da poter trasformare la ricchezza in proprietà simbolica della causa, e la proprietà simbolica in una posizione geopolitica. Una posizione che ha permesso al Qatar di collaborare contemporaneamente con Iran e Stati Uniti, di ospitare la più grande base militare americana della regione finanziando i critici più virulenti della politica americana, di essere corteggiata da tutte le potenze regionali senza piegarsi a nessuna di esse. L'Arabia Saudita occupa un'altra posizione. Lo stato saudita, che secondo la propria affermazione storica dovrebbe essere il leader naturale del mondo sunnita e il padrino naturale della causa palestinese, è stato costretto, dalla stessa logica del simbolo, a gestirlo in modo difensivo piuttosto che offensivo. Un tentativo saudita di perseguire la causa con troppo aggressività metterebbe in luce le contraddizioni interne del regno (la sua alleanza con gli Stati Uniti, il rapporto con i regimi egiziano e giordano, la rivalità con l'Iran) in un modo che il regno non può permettersi. Un tentativo saudita di abbandonare la causa la esporrebbe a una competizione di superiorità con Iran, Qatar, Turchia e qualsiasi altro stato disposto a rivendicare la leadership lasciata vacante dai sauditi. I sauditi hanno quindi sviluppato una strategia di impegno misurato: sostenere la causa abbastanza da mantenere la legittimità di un leader arabo sunnita, mai abbastanza da minacciare le loro altre relazioni, e impiegare la causa selettivamente per congelare le dinamiche regionali che minacciano i loro interessi. Il recente ribaltamento saudita contro la normalizzazione con Israele illustra questa strategia in azione, con l'invocazione dei diritti palestinesi. I sauditi non difendono i palestinesi. Difendono la posizione saudita contro il tentativo degli Emirati di riposizionarsi, e contro il tentativo israeliano di alterare l'equilibrio regionale. La causa è lo strumento; La posizione è il movente. Il caso emiratino è particolarmente interessante, poiché rappresenta il tentativo più serio da parte di uno stato arabo di ritirarsi parzialmente dal sistema. Gli Accordi di Abramo furono una decisione strategica della leadership emiratiana: accettare il costo di essere marchiati con il sigillo del tradimento in cambio del beneficio di una prigionia ridotta ai loop che la causa mantiene in tempo. Il movimento emiratino non è stato un'uscita dal sistema, perché nessuna uscita è possibile, ma un riposizionamento che ha sostituito una forma di prigionia con un'altra, calcolata per produrre, alla fine, una posizione migliore. Le reazioni di Arabia Saudita, Iran, Qatar e Turchia al movimento emiratino illustrano tutte come il mercato regionale si autocontrolli contro la defezione. Qualsiasi stato che tenti un riposizionamento viene immediatamente affrontato con una contropressione da parte di tutti gli altri stati che beneficiano dell'accordo esistente, e questa contropressione è mediata dal marchio di parola: lo stato disertore è rappresentato come se avesse tradito la causa, e gli stati attaccanti come se l'avessero difesa. Il simbolo è lo strumento con cui il sistema disciplina i propri partecipanti e impedisce cambiamenti di posizione che potrebbero alterarne la struttura complessiva. La politica regionale in Medio Oriente non è, nonostante le apparenze, principalmente preoccupata del conflitto israelo-palestinese. Si concentra sulla competizione posizionale tra stati della regione, con il conflitto che funge da valuta principale in cui sono denominate le mosse di posizione. Il conflitto non è ciò per cui la regione sta combattendo. Il conflitto è ciò contro cui la regione sta combattendo. La distinzione è fondamentale e spiega il fatto altrimenti sconcertante: il conflitto è durato tre quarti di secolo senza che nessuno dei principali stati regionali abbia fatto lo sforzo costante per risolverlo da fronte a conflitti comparabili che altrove hanno dato origine a conflitti simili. Non esiste uno sforzo sostenuto di risoluzione perché la risoluzione priverebbe ogni attore regionale della valuta principale in cui conduce le proprie transazioni strategiche.
La riproduzione locale
Il sistema palestinese non sfrutta solo la sofferenza esistente. Inventa la sofferenza. Produce, attraverso una determinata macchina istituzionale, un tipo specifico di essere umano, un soggetto moderno la cui sofferenza, rabbia e morte sono strutturate in anticipo per essere convertibili il più possibile in ciascuno dei mercati estrattivi che il sistema contiene. Il mandato unico dell'UNRWA, con il suo status di rifugiato ereditario – che porta uno sfollamento di circa 700.000 persone nel 1948 a una popolazione permanente di quasi sei milioni di rifugiati registrati, uno status conferito a nessun'altra popolazione di rifugiati al mondo – è la perpetuazione strutturale dell'apolidia come identità. I libri di testo scolastici, i campi estivi, i programmi televisivi, finanziati in gran parte da aiuti internazionali, valorizzano il martirio e rifiutano la normalizzazione statale. L'indottrinamento non è un semplice lavaggio del cervello in senso grossolano, cioè riempire le teste di false convinzioni. È la produzione attiva di una formazione soggettiva anti-sionista: un essere umano il cui rapporto con la propria sofferenza è stato organizzato, fin dall'infanzia, per essere il più utile possibile a ogni estrattore del sistema. La sua miseria è preformattata contemporaneamente per il marxista, l'islamista, il liberale, il nazionalista e l'umanitario. La sua rabbia viene pre-incanalata verso il luogo dove viene prodotta la valuta. La sua morte, quando arriva, è automaticamente convertibile in capitale simbolico su tutti i mercati ideologici contemporaneamente. In breve, è una merce fungibile manufacturata. L'anti-sionista è un deposito post-cristiano in forma umana. I fallimenti di governo che caratterizzano la vita politica palestinese – il cemento deviato per i tunnel, gli aiuti sottratti per le ville dei leader, le infrastrutture sistematicamente subordinate alla macchina dello scontro – non sono fallimenti del sistema. Ma ne sono le sue caratteristiche. La governance avrebbe prodotto cittadini. Il sistema richiede soggetti. La governance palestinese è, in realtà, lo sfruttamento di una miniera di vittimismo. I cittadini esigono responsabilità dalle loro istituzioni. I soggetti forniscono sofferenza ai loro erogatori. La distinzione tra governo e produzione di soggetti, è quella che separa un'entità politica che serve la propria popolazione da un'entità politica che sfrutta la propria popolazione come deposito; e i territori palestinesi sono stati organizzati, dalla convergenza degli interessi di tutti gli attori del sistema, secondo il secondo modello. Il 7 ottobre del 2023 non è stata un'anomalia all'interno di questo sistema. È stato il prodotto logico, il momento in cui il soggetto svolgeva esattamente la funzione per cui era stato prodotto, generando, in un unico atto spettacolare, un volume di sofferenza e una densità di materiale simbolico sufficiente a riempire simultaneamente tutti i mercati estrattivi del sistema. Non c'è da meravigliarsi che l'accusa di genocidio - il simbolo negativo più potente moralmente e politicamente - fosse pronta a essere usata contro Israele in quello stesso giorno. La reazione internazionale, in tutta la sua varietà ideologica, confermò la convertibilità: lo stesso evento produsse, in poche ore, accuse marxiste contro il colonialismo, lamenti progressisti sul genocidio, celebrazioni islamiste della resistenza, richieste liberali di intervento umanitario, affermazioni conservatrici di difesa civilizzazionale e ansie europee post-cristiane per il ciclo infinito di violenza. Tutti i mercati venivano riforniti da un unico evento produttivo, perché i soggetti che lo eseguivano erano stati prodotti, in decenni di produzione istituzionale di soggetti, per generare esattamente quel tipo di resa. Tra i palestinesi stessi, la medesima logica estrattiva viene riprodotta su scala più piccola. Fazioni rivali sfruttano le dinamiche regionali per estrarre risorse e convertirle in potere interno. Hamas si basa su Qatar e Iran. L'Autorità Palestinese si basa su donatori occidentali e sugli stati arabi. Ogni fazione ha bisogno del conflitto per giustificare la propria esistenza, e ogni sponsor regionale ha bisogno che la fazione mantenga la propria leva. Le popolazioni vengono prese in ostaggio da entrambi. Il governo israeliano partecipa a questo circolo con una propria logica estrattiva. Il desiderio di vittorie politiche interne. porta a accordi impliciti (denaro qatariota convogliato ad Hamas in cambio di una calma gestita) che garantiscano che il sistema continui a funzionare e venga rifornito con tutto ciò di cui ha bisogno. Il denaro mantiene in funzione la macchina: popolazioni tenute prigioniere dall'ideologia del conflitto esistenziale, garantendo un flusso costante di carne da cannone per i cicli di escalation, ogni volta che una delle due parti necessita di estrazione politica o economica. La classe politica israeliana estrae dalla stabilità interna attraverso la gestione del conflitto, ed è prigioniera di esso: poiché la gestione è diventata la pratica che definisce la competenza politica di questa classe, e la risoluzione richiederebbe capacità che essa non ha mai sviluppato, così come non ha mai sviluppato un elettorato preparato ai costi. Le fazioni palestinesi non possono fare la pace, perché la pace toglierebbe loro le condizioni della propria esistenza. Gli sponsor regionali non possono permettere la pace, perché la pace toglierebbe loro ogni potere di influenza. I manager israeliani non possono produrre la pace, perché la pace richiederebbe una trasformazione politica che non sono in grado di guidare. E le popolazioni palestinese e israeliana, così come le più ampie popolazioni arabe e musulmane, la cui prigionia cognitiva sostiene l'intera struttura, non possono chiedere la pace, perché il simbolo che impedisce loro di pensare chiaramente alla loro condizione, è proprio il simbolo che dà a questa condizione tutto il significato che essa possiede.
L'Occidente
Le istituzioni occidentali che partecipano al sistema, svolgono le proprie forme di estrazione, e vi partecipano pienamente quanto qualsiasi attore regionale, anche se la loro partecipazione è strutturata secondo altri incentivi, e produce altre forme di profitto. Il primo anello attraversa l'università liberale. L'università occidentale moderna, nelle sue facoltà di scienze umanistiche e sociali, è stata per almeno mezzo secolo il luogo in cui la letteratura post-cristiana della crisi della modernità, è stata professionalizzata, laureata e riprodotta. L'università offre a questo discorso la sua sede istituzionale, i suoi incentivi professionali, le sue economie editoriali e i suoi meccanismi di riproduzione generazionale. All'interno di questo discorso, la figura del buon selvaggio occupa una posizione essenziale: la crisi dell'Occidente richiede - come controparte dialettica - una figura di autenticità intatta, risparmiata dal disordine occidentale, capace di redimere l'Occidente esponendone la sua corruzione. L'università, reclutò intellettuali del Terzo Mondo capaci di interpretare il ruolo del buon selvaggio per il pubblico occidentale. Persone del calibro di Edward Said e Mahmoud Khalil. Questi intellettuali ricevono, in cambio delle loro prestazioni, il prestigio dell'affiliazione istituzionale occidentale, le risorse dell'editoria accademica occidentale, le piattaforme del dibattito intellettuale occidentale e la sicurezza delle carriere professionali occidentali. Producono, in cambio, il discorso postcoloniale, con la sua autorità morale teleologica, che il pubblico occidentale si aspetta da loro: l'accusa dell'Occidente, la celebrazione della resistenza, l'elaborazione della voce dei colonizzati e la produzione di una teoria che soddisfi gli standard tecnici della cultura intellettuale occidentale, pur offrendo il contenuto politico che il momento culturale esige. Il discorso prodotto in questa industria spesso torna ai contesti del terzo mondo da cui provengono i partecipanti; Serve anche come prestigiosa convalida, accreditata dall'estero, per i movimenti intellettuali locali che adottano le sue categorie, ne utilizzano il suo linguaggio e riproducono le sue analisi per l'uso da parte del pubblico locale. L'intellettuale egiziano che ha letto il suo Sartre, il suo Fanon e il suo Foucault, torna al Cairo coronato dal prestigio di queste letture. Egli usa questo prestigio per posizionarsi nella vita intellettuale locale. Riproduce le categorie del dibattito locale, e queste categorie si riversano attraverso le istituzioni educative e culturali del posto, fino ad arrivare alla moschea all'angolo della strada, saturando il tessuto sociale. La trappola cognitiva che ho descritto sopra come condizione della strada egiziana non è del tutto indigena. È stato rafforzata, raffinata e teorizzata dall'università occidentale, attraverso il lavoro intellettuale di partecipanti del terzo mondo nell'industria accademica occidentale, che sono tornati nei loro paesi d'origine dotati degli strumenti occidentali necessari per validare e elaborare le categorie che la coscienza prigioniera era già disposta ad accettare. L'imam della moschea del Cairo parla una versione vernacolare delle categorie che il professore del Cairo ha appreso dal professore della Columbia, che le ha sviluppate, in parte, reclutando studenti del Cairo. Il cerchio si chiude. Il secondo ciclo attraversa l'establishment liberale per i diritti umani. Il settore occidentale internazionale delle ONG per i diritti umani ha sviluppato un apparato istituzionale di notevole dimensione e influenza politica, sostenuto dalle entrate dei donatori, sovvenzioni di fondazioni e contratti pubblici, e una classe professionale le cui carriere dipendono dalla continuazione delle questioni sui diritti umani con sufficiente visibilità e serietà da giustificare l'apparato. Il marchio Palestinese, con la sua capacità di generare materiale inesauribile per la cronaca sui diritti umani, è diventato una risorsa permanente per questo settore. I rapporti arrivano senza sosta, si organizzano campagne, si tengono conferenze stampa, vengono lanciate campagne per le donazioni, e la classe professionale che svolge questo lavoro sta trasformando la sofferenza prodotta sul sito in reddito istituzionale che sostiene la propria stessa esistenza. La conversione si realizza sotto il linguaggio della difesa dei diritti delle vittime, ma la vera funzione del lavoro è il mantenimento delle istituzioni che lo svolgono; e l'apparato non ha alcun interesse a una sua risoluzione, cosa che lo priverebbe dei materiali necessari per la sua attività economica. Il fatto che gli attivisti per i diritti umani siano sinceri è strutturalmente irrilevante. Il sistema funziona sull'egoismo convergente di tutti gli attori, la cui esperienza cosciente del proprio lavoro è quella di un impegno morale; E il divario tra esperienza cosciente e funzione strutturale è proprio ciò che permette al sistema di funzionare così fluidamente. Il professionista dei diritti umani che crede sinceramente che il proprio lavoro serva le vittime palestinesi stia, allo stesso tempo e attraverso la stessa attività, a sostegno della sfera istituzionale economico-politica la cui esistenza continua richiede che le vittime rimangano vittime, e che il conflitto resti irrisolto. Il terzo ciclo attraversa la sinistra intellettuale e politica occidentale. La causa palestinese ha occupato, per almeno mezzo secolo, una posizione privilegiata nell'economia simbolica della sinistra occidentale, dove ha servito come un'accusa empirica dell'ordine internazionale guidato dagli americani, dal capitalismo, dalla democrazia liberale, dalla civiltà occidentale stessa. La vittima palestinese diventa la figura la cui sofferenza dimostra la critica che la sinistra intende rivolgere alla propria società. La figura è comoda perché dev'essere, simultaneamente, sia abbastanza distante da prestarsi a proiezioni simboliche e abbastanza presente nell'ambiente mediatico occidentale da essere politicamente sfruttabile, ma anche perché i veri palestinesi non sono in grado, date le condizioni strutturali della loro esistenza, di parlare con le proprie voci per disturbare le proiezioni che vengono loro imposte. Il quarto ciclo attraversa l'establishment della politica estera americana, la cui gestione del Medio Oriente dipende, da almeno mezzo secolo, dalla continua esistenza del conflitto in quanto variabile principale nella politica regionale. L’establishment, inteso nel suo insieme, ha finito per convergere, al di là delle amministrazioni e delle divisioni partitiche, sul mantenimento di una situazione di gestione permanente, in cui il conflitto deve essere contenuto ma non risolto, attenuato ma non superato, regolato ma non trasformato. Questo atteggiamento non è il risultato di una decisione consapevole. È il risultato della convergenza degli incentivi all'interno di un'ecologia istituzionale, in cui ogni attore ha dei motivi per mantenere il conflitto alla temperatura attuale, e nessun attore ha una ragione sufficiente a sostenere i costi di una modifica. La gestione è la posizione. La posizione è la pratica. La pratica è sistema. La narrazione dello scontro delle civiltà, che è stata il quadro dominante della destra in America per comprendere il conflitto e la regione in senso più ampio, merita particolare attenzione, perché si presenta come un'alternativa all'analisi che ho appena condotto; e lo è in certi aspetti, nel senso che compete con essa per l'influenza istituzionale e politica. Ma considerando la cosa strutturalmente, per la sua clientela, questa narrazione svolge la stessa funzione che il simbolo della Palestina svolge per le masse arabe e musulmane. Fornisce una spiegazione totalizzante che occupa lo spazio cognitivo, laddove invece dovrebbe svilupparsi un'analisi onesta, e solleva il consumatore dal peso di esaminare la partecipazione della propria società alla produzione dello stesso fenomeno che osserva. Il consumatore occidentale della classe media di quella che è la narrazione dello shock, si imbatte nella persistenza del conflitto, nel fallimento dell'ottimismo liberale sul Medio Oriente, nel suicidio culturale dell'Europa e nel più ampio fenomeno dell'antisemitismo in quanto problema unificato la cui unica fonte si trova al di fuori della sua propria società. La fonte è l'Islam, o l'islamismo, o il mondo arabo; e al consumatore viene assegnata la posizione di difensore della propria civiltà contro una minaccia esterna, le cui origini non gli devono nulla. Questa narrazione è l'immagine quasi perfetta dello specchio della trappola cognitiva che il simbolo palestinese pone per le masse arabe: fornisce una spiegazione totalizzante, occupa lo spazio cognitivo necessario per una vera analisi e solleva la coscienza prigioniera dal peso dell'auto-esame. Il consumatore occidentale della classe media della narrazione dello shock, come il consumatore egiziano della narrazione palestinese, estrae conforto psichico da un quadro che gli impedisce di vedere ciò che è realmente.[***Nota dell'autore: Esiste un mercato intellettuale estremamente redditizio negli spazi di competenza occidentali e israeliani - di cui anch'io ho beneficiato - per il coraggioso dissidente mediorientale che espone le patologie della propria cultura. Ci sono molte, moltissime persone preziose in questo mercato, ma nel complesso è sconvolgente.)
La fusione
Ho descritto il sistema come se i suoi vari attori fossero popolazioni distinte con relazioni distinte rispetto alla struttura; e a livello di esposizione analitica, tale distinzione è necessaria. Ma il fatto centrale del sistema, che ho affrontato da vari angolazioni, consiste nel fatto che ogni attore è, allo stesso tempo e attraverso la sua stessa attività, sia vittima che estrattore, prigioniero e beneficiario, sofferente e profittatore. Il fondersi di queste posizioni in ciascun partecipante rende il sistema irrisolvibile, poiché elimina che ci sia la possibilità di una qualche trasformazione strutturale che invece l'analisi politica classica dà per scontata. L'analisi materialista storica classica si basava sull'esistenza di una classe proletaria sfruttata, i cui interessi oggettivi richiedevano il rovesciamento del sistema che la sfruttava. Una classe che non ha nulla da perdere se non le proprie catene e un mondo da guadagnare. La classe sfruttata poteva, in qualsiasi momento, essere soggetta a una falsa coscienza, ma i suoi interessi sottostanti potevano essere chiamati, organizzati e infine mobilitati contro gli sfruttatori, i cui interessi erano strutturalmente contrari. Il progetto politico del marxismo, in tutte le sue varianti, si basava su questa asimmetria binaria: esisteva una classe che ne traeva beneficio e una classe che soffriva, e la classe sofferente poteva, in linea di principio, essere condotta ad agire in conseguenza della sua coscienza. Il sistema palestinese non contiene tale classe. Il regime iraniano estrae una leva geopolitica dal simbolo ed è prigioniero di esso, perché abbandonarla equivarrebbe ad abbandonare la pretesa della leadership islamica che legittima l'esistenza del regime. Il regime qatariota estrae il potere mediatico da esso ed è prigioniero di esso, perché la franchezza mediatica è la posizione che trasforma la ricchezza qatariana in influenza qatariana. La monarchia saudita ne trae una posizione regionale ed è prigioniera, perché qualsiasi mossa che la esponga all'accusa di tradimento scatenerebbe conseguenze alle quali non sopravvivrebbe. La classe politica israeliana estrae stabilità interna dalla sua direzione ed è prigioniera della gestione. Le fazioni palestinesi estraggono risorse e legittimità dalla perpetuazione del conflitto, e non possono esistere senza di esso. L'accademico occidentale estrae una carriera e un'identità dal discorso, ed è prigioniero del discorso. Il professionista dei diritti umani estrae reddito istituzionale e significato dall'apparato, ed è prigioniero dell'apparato. L'uomo della sinistra occidentale estrae dalla causa un'identità politica, una mobilitazione e un radicalismo, ed è prigioniero della causa. Il manager americano della politica estera estrae una posizione istituzionale dalla dirigenza ed è prigioniero della dirigenza. Il teorico del conflitto delle civiltà trae un'identità morale e politica dalla narrazione, ed è prigioniero della narrazione.La gradazione dello stato di intrappolamento varia a seconda della posizione. Ai vertici del sistema, i grandi attori (gli emiri, i leader delle fazioni palestinesi, i dirigenti d'élite) sono cinici riguardo alle proprie mosse, e ciechi di fronte al motivo aggregato a cui partecipano. In altre parole, il cinismo aumenta man mano che si sale nel sistema, ma la cecità strutturale rimane più o meno costante a tutti i livelli. Ognuno vede la propria parte; nessuno vede la scacchiera. La loro prigionia è posizionale: non possono uscire senza perdere la posizione o essere distrutti dalle forze che cavalcano. Nel mezzo del sistema, gli attori professionisti (accademici, attivisti, dipendenti di ONG, operatori mediatici) sono in parte cinici e in parte catturati, mescolando sincera convinzione e interesse professionale in proporzioni che non riescono a svelare onestamente da soli. La loro prigionia è vocazionale: uscire significa distruzione professionale e sociale. E in fondo alla scala c'è la vera fede; ma ci arriverò presto. Le tre prigioni si rinforzano a vicenda. L’emiro deve continuare a recitare la sua parte affinché la popolazione sottomessa conferisca al simbolo il suo potere coercitivo, e questo rende pericoloso ritirarsi. La popolazione sottomessa continua a credere, in parte, anche perché potenti emiri continuano a manifestare il proprio impegno, avvalorando la narrazione. La classe professionale continua a produrre il discorso perché la richiesta è sostenuta sia dal denaro dell’emiro sia dalla fede delle popolazioni. L’asservimento di ciascuno è la condizione per l’asservimento di tutti gli altri. La commistione è generalizzata. Non ammette alcuna eccezione. Ogni attore del sistema, attraverso i medesimi obblighi e le stesse attività, trae da un lato benefici dal sistema mentre dall'altro ne subisce la schiavitù. Il tipo di antagonismo di classe che l’analisi politica classica richiedeva come condizione preliminare per la trasformazione strutturale, è semplicemente assente. Non perché qualcuno lo abbia represso, ma perché la struttura della partecipazione ha eliminato le condizioni in cui avrebbe potuto formarsi. Non esiste alcuna parte la cui liberazione dal sistema sarebbe vissuta da quella stessa parte come una liberazione.
l'Insolubilità - Il sistema è insolubile per tre ragioni indipendenti tra loro.
È troppo distribuito: la soppressione di un nodo non lo fa collassare, dal momento che ogni ciclo funziona secondo una logica indipendente. Ci sono troppi giocatori che ne traggono troppo valore. La risoluzione richiederebbe che tutti gli attori rinunciassero contemporaneamente all'estrazione; E poiché i cicli sono indipendenti, il ritiro di un attore, qualunque sia, causa il collasso del sistema. Se l'università smettesse di produrre il discorso domani, il Qatar continuerebbe a finanziare Hamas, così come lo richiede la competizione regionale. Se il Qatar dovesse smettere di finanziare Hamas domani, il discorso continuerebbe a ripetersi, perché l'economia della laurea lo richiede. Se Israele ponesse fine all'occupazione domani, la narrazione meta-spirituale post-cristiana della ferita avrebbe comunque bisogno di un suo simbolo, e pertanto ne troverebbe uno. Pe poter continuare, ogni ciclo ha una sua ragione indipendente. Il sistema è insolubile perché è troppo distribuito. Non c'è priorità: nessun livello ne costituisce la base, e nessuno ne è sovrastruttura, e così nessun singolo intervento può dissolvere il tutto. Non c'è un solo re da uccidere. Non ha centro, né origine, né base, né punto di partenza. Ogni partecipante estrae qualcosa dal sistema per i propri motivi, e la sofferenza - la vittima - della popolazione prigioniera rappresenta la merce fungibile che rende possibile l'estrazione in ambiti altrimenti incommensurabili. Il sistema perciò non ha un soggetto rivoluzionario: nessun agente ha un interesse puro alla sua dissoluzione, perché l'interesse di ciascun agente a mantenere il sistema si fonde insieme alla sua esperienza di soffrirne. Ogni e qualsiasi parte vivrebbe la perdita del sistema come una ferita, comprese quelle che ne sono maggiormente colpite. Ogni soluzione proposta è essa stessa una manovra estrattiva all’interno del sistema. La soluzione dei due Stati è una posizione da cui i liberali traggono prestigio morale. La proposta di uno Stato unico è una posizione da cui la sinistra trae credibilità radicale. L’approccio basato sui diritti è una posizione da cui il settore delle ONG trae un reddito istituzionale. Il quadro della sicurezza è una posizione da cui l’establishment dei tecnici ricava uno status professionale. Il discorso sulla soluzione non rappresenta un’uscita dal sistema. Ma è uno dei suoi circuiti chiusi. Ciò che rimane, al termine di questa analisi, non è la possibilità di porre fine al sistema, ma la possibilità di conquistare posizioni migliori al suo interno.
L'estrazione fondamentale
Il lettore che ha seguito fin qui questa analisi, si è trovato davanti a un vasto e apparentemente autosufficiente meccanismo: un sistema di competizioni geopolitiche interconnesse, economie istituzionali, mercati ideologici e dinamiche fazionali, ognuno operante secondo la propria logica, ciascuno a sostegno degli altri, ciascuno popolato da attori il cui cinismo e interesse personale sembrano sufficienti a spiegare la loro partecipazione. Il sistema sembra funzionare sul potere, sul denaro, sul calcolo strategico, sull'egoismo ordinario degli Stati, delle istituzioni e delle classi professionali che perseguirebbero i loro interessi entro i limiti delle loro posizioni. E tutto questo è vero, nulla di tutto ciò è falso, e tuttavia nulla di tutto ciò arriva al cuore della questione. La domanda che l'analisi ha rimandato, e che ora dobbiamo affrontare, è questa: cosa tiene insieme il sistema alla sua base? Le competizioni geopolitiche richiedono che il simbolo abbia un potere coercitivo sulle popolazioni. Le economie istituzionali richiedono che il simbolo attragga i partecipanti. I mercati ideologici richiedono che il simbolo generi domanda. Le fazioni chiedono che il simbolo si mobiliti. I regimi richiedono che il simbolo catturi la coscienza. Ogni ciclo del sistema dipende, in qualche modo, dalla volontà di centinaia di milioni di esseri umani comuni a voler rimanere nella trappola cognitiva, a continuare a investire nel simbolo dell'autorità di cui ha bisogno per poter funzionare come valuta, a continuare a credere (a partire da una convinzione che non è esattamente una convinzione, bensì qualcosa di più profondo e disperato della convinzione) che la causa palestinese costituisca il fatto centrale della loro esistenza, e la chiave del significato della loro sofferenza. «Ricordati ciò che ti hanno portato via gli ebrei.» Ecco qual è l'estrazione di base. Se questa volontà venisse meno, ogni anello del sistema perderebbe il proprio nutrimento. Le rivalità geopolitiche troverebbero altro carburante. Le istituzioni troverebbero altre cause. I professionisti troverebbero altre carriere. Il sistema si svuoterebbe, come si svuota un mercato quando la merce che vi viene scambiata perde il suo valore. Questa volontà viene rinnovata ogni giorno, per centinaia di milioni di volte, attraverso un gesto così piccolo e ordinario da essere quasi invisibile se visto sullo sfondo dell'immenso macchinario che esso sostiene. L’atto è questo: un essere umano, di fronte alle condizioni della propria vita e alla domanda sul significato di tali condizioni, sceglie di accettare un certo accordo con la propria esistenza. In cambio della rinuncia alla capacità di vedere la propria condizione con lucidità e alla possibilità di incolpare e odiare altri, soprattutto gli ebrei, della propria insoddisfazione rispetto al mondo, ottiene un'identità dotata di senso, una comunità a cui appartenere, una narrazione di portata cosmica e una riserva permanente di rabbia giustificata che non ha alcun bisogno di ulteriori giustificazioni. In sostanza: l’autogiustificazione. Se c'è qualcosa che assomiglia a quel centro, al cuore di ogni cosa, è proprio questo. E questa è la cosa più concreta immaginabile: l'essere umano che sceglie di rifiutare Dio e cercare una vana soddisfazione nel senso di vittimismo, superiorità e autogiustificazione. Questo è il gradino più basso dell'estrazione, ed è anche l'atto più fondamentale dell'intero sistema. Un uomo in una stanza che sceglie la consolazione psichica del virtuoso rancore, al posto della terribile onestà di porsi davanti a Dio senza scuse. È questa scelta, moltiplicata per centinaia di milioni, ciò di cui si nutre il sistema. Tutto quello che si trova al di sopra di essa (Stati, intellettuali, ONG, università, politici) ne è il parassita. Possono sfruttarla, incanalarla, amplificarla e strumentalizzarla. Ma non l'hanno creata loro. Li precede, non come un'astrazione teologica, ma come un atto concreto quotidiano, ripetuto all'infinito su scala individuale. Un giovane in una baraccopoli ad Amman, o in un campo profughi in Libano, o in un villaggio nel delta egiziano, vive in una struttura di povertà materiale, di umiliazione politica ed impotenza personale rispetto alla quale il mondo moderno offre ben poche risorse per sopportarla. Il suo governo è corrotto e incompetente. La sua economia non gli offre alcun futuro. Le sue istituzioni religiose sono compromesse dal loro asservimento politico. La sua famiglia porta il peso di generazioni di progetti nazionali e rivoluzionari abortiti. La sua vita si svolge in orizzonti così talmente stretti che egli non riesce a immaginare, in modo concreto, la propria fuga. In questa situazione, ecco che gli si presenta una narrazione che gli dice che la sua condizione non è il risultato di questi fatti immediati e vergognosi, bensì di un'ingiustizia storica mondiale perpetrata contro di lui dalle forze più potenti della terra. La sua povertà, è oppressione. La sua umiliazione, è martirio. La sua impotenza, è la condizione universale del suo popolo, che a sua volta è portatore di una causa sacra che il mondo intero sostiene o tradisce. Adottando questa narrazione, egli non diventa più povero ma oppresso, non è più un fallito ma un martire, non è più impotente ma un resistente. La storia gli restituisce una dignità che nulla, nelle sue circostanze immediate, poteva dargli prima. Lo collega a una comunità di significato, la quale si estende attraverso continenti e generazioni. Rendendo così la sua vita comprensibile. Si tratta, con questo, di un immenso bene psichico. Questa è l'estrazione più importante dell'intero sistema, perché è ciò che rende la trappola cognitiva vissuta come se fosse una casa, e non come una prigione. Il simbolo, non solo impedisce alla vittima di pensare chiaramente alla sua condizione: ma le fornisce una soddisfazione sostitutiva che, sotto certi aspetti, gli è più preziosa del miglioramento materiale che un pensiero chiaro potrebbe produrre alla fine. Perché il miglioramento materiale è incerto, lento, richiede un doloroso confronto con il fallimento ,e non offre alcuna garanzia di dignità. Il simbolo invece offre dignità ora, certezza ora, comunità ora, significato adesso. L'estrazione al livello più basso è l'estrazione di consolazione spirituale a partire da una menzogna; E questa consolazione è reale, anche se la narrazione è falsa, ed è proprio per questo che non può essere smentita con argomentazioni o prove. Come definiamo esattamente questo bene psichico che estraiamo? Questa qui, è la ferita post-cristiana (e post-islamica): il crollo moderno del senso teologico, lascia una richiesta senza fondo di redenzione, che il marchio Palestinese soddisfa. Il sistema poi lo trasforma in una consolazione psichica che sa di casa. Il protagonista principale che sostiene l'intero sistema non ne trae alcun beneficio materiale, o vantaggio strategico, ma la compensazione psichica di un significato che rende la sua sofferenza comprensibile e la sua identità dignitosa. L'arabo, il musulmano - e ora il giovane occidentale - povero, impotente e umiliato dalla propria società, riceve dal simbolo della Palestina una narrazione in cui non è solamente povero: egli è oppresso da un'ingiustizia storica globale. La sua insoddisfazione per l'esistenza diventa il risultato di una lotta cosmica tra la giustizia e il male sionista-americano. E così egli si trova dalla parte giusta della storia. La sua sofferenza ha un significato. La sua rabbia è giusta. Qualsiasi altra estrazione nel sistema, dipende interamente da questa estrazione fondamentale di significato, effettuata dall'individuo. La leva dell'emiro dipende dalla prigionia delle popolazioni. Il reddito dell'ONG dipende dalla sofferenza della popolazione. La carriera dell'accademico dipende dalla disponibilità simbolica delle popolazioni. Il potere del leader rivoluzionario dipende dalla mobilitazione della popolazione. La stabilità del regime dipende dalla cattura cognitiva delle popolazioni. Eliminando questa estrazione più bassa, qualsiasi altra estrazione superiore perde la sua base. La vasta macchina della competizione geopolitica e dell'interesse istituzionale, che sembra auto-perpetuarsi e che è auto-esplicativa, si basa interamente sulle fondamenta esposte di questo patto fatto dai più piccoli e impotenti attori del sistema, i quali sostengono l'intera struttura con l'unica cosa che fanno e che non viene loro imposta da nessuno: la scelta di accettare l'autogiustificazione al posto della verità.
È qui che l'analisi raggiunge il suo limite e la sua fine, e devo, se voglio restare onesto, cambiare registro.
Ho detto prima che il sistema non può essere abbattuto perché è troppo distribuito, perché esso non ha un soggetto rivoluzionario, e perché qualsiasi soluzione proposta è essa stessa uno dei suoi anelli. Ma il lettore che ha seguito l’analisi fino a questo punto, noterà che, descrivendo l’anello più basso della catena di estrazione, ho individuato qualcosa che assomiglia a un punto di rottura unico. Se venisse meno la volontà, il sistema si svuoterebbe del suo carburante, e ogni estrazione superiore perderebbe il proprio fondamento. Tecnicamente, è vero. Ed è anche la più grande delle ironie. Si può intervenire sull’apparato istituzionale. Si possono sanzionare gli Stati, tagliare i fondi alle università, disarmare le milizie, sciogliere le ONG. Ma nulla di tutto ciò raggiungerebbe l’anello più basso, perché l’anello più basso non fa parte dell’apparato. La propaganda, i manuali, i media, le moschee, la produzione istituzionale di soggetti possono rendere il falso senso accessibile, seducente, prestigioso, comunitario. Questo può preparare il terreno. Ma non può compiere l’atto di accettazione al posto dell’individuo. Questo atto spetta a lui. Deve scegliere di accettarlo. Deve scegliere la consolazione piuttosto che l’onestà. E questa scelta è l’unico momento, in tutto il sistema, che non sia manipolazione ma consenso. Il fondamento del sistema è l’unica cosa in esso che sia veramente libera; ed è questa libertà, esercitata nel senso della falsa consolazione, che rende il sistema indistruttibile. [*3 - Détournement dello slogan «Globalize the Intifada». Da’as haShem (ebraico): «la conoscenza di Dio», allusione a Isaia 11, 9: «poiché la terra sarà piena della conoscenza del Signore» [N.d.R.].] Questo patto non è altro che la forma che assume il rifiuto di Dio nelle condizioni del mondo post-cristiano. Invertire i ruoli cristiani e rivendicare per sé il potere della vittima. Stare onestamente davanti a Dio significa affrontare la propria vita per come è realmente, senza la consolazione di una storia che ti scagioni dalla sua responsabilità. È riconoscere che la sua povertà è forse il fallimento della sua stessa società, che la sua umiliazione è forse il risultato delle scelte fatte dalla sua comunità, che la sua impotenza è forse la conseguenza di accordi che il suo popolo ha costruito e continua a mantenere. Stare davanti a Dio in questo modo è intollerabilmente difficile, lo è sempre stato, e le tradizioni religiose si sono sviluppate nel corso dei millenni proprio per renderlo sopportabile. La condizione post-cristiana ha smantellato gli oggetti di scena che rendevano questo sopportabile, pur lasciando intatto il prerequisito che lo richiede. Il simbolo della Palestina offre una via di fuga da questa necessità: invece di affrontare la propria reale condizione davanti a Dio, offre una narrazione in cui questa condizione è la conseguenza di un male esterno, la cui esistenza ti solleva dal peso dell'autoesame. La scappatoia è catastrofica, sia spiritualmente che politicamente in egual misura, e viene presa centinaia di milioni di volte ogni giorno. Questo è ciò che intendo per lil livello di estrazione più basso. È il livello in cui una scelta spirituale si trasforma in un fatto politico, ed è il livello in cui il sistema, nonostante la sua apparente vastità e complessità, si trova nell'ultima istanza. L'intero sistema (i miliardi di dollari, gli imperi mediatici, gli eserciti dei prox, le manovre diplomatiche, le industrie accademiche, l'apparato dei diritti umani, le competizioni regionali che decidono il destino delle nazioni) si appoggia, alla fine, a qualcosa di così piccolo da essere quasi invisibile: un uomo seduto davanti a una televisione o a una radio, scegliendo di sentirsi giustificato, anziché essere onesto, e trovando in questa scelta l'unica dignità rimasta rispetto a un mondo che gli ha tolto tutte le altre. È la base del sistema palestinese. È la vittima più sfruttata. È il partecipante più essenziale. E non ne uscirà, perché il sistema, per tutta la miseria che produce in lui e attraverso di lui, è l'unico luogo nel mondo moderno dove la sua sofferenza ha un significato. La Palestina è l'Egitto; non la terra del Nilo, ma la casa di servitù primordiale che il prigioniero vive come unica casa, il luogo che fornisce sostentamento e significato al costo della libertà e dell'onestà davanti a Dio. Il significato – o meglio il falso significato – è il nuovo cotone che centinaia di milioni di uomini accettano di raccogliere. L'uscita attraversa un deserto di senso vuoto, senza alcuna garanzia di arrivo. Se questa verità valga la pena di attraversare il deserto è una domanda a cui ognuno deve rispondersi per sé. Per la maggior parte, la risposta continuerà a essere no. La casa della servitù reggerà. Ma, tutto considerato, se l'Egitto e la sua fuga da Lui possono durare fino alla fine dei tempi, Israele - la libertà dolorosa di coloro che combattono onestamente davanti a Lui - è eterna. E ricordiamo: l'Egitto non era solo una casa di schiavitù per Israele. Fu anche una casa di servitù per gli egiziani. Hashta ba'agalah uvizman kariv [*4 Formula aramaica del Kaddish: «ora, al più presto e in tempi brevi». Riportata in traslitterazione, come nell’originale [N.d.R.]].Amen.
- Hussein Aboubakr Mansour - Pubblicato il 6 ottobre 2026 su "K." https://k-larevue.com/ -