domenica 18 ottobre 2026

VALE ANCHE PER L’ITALIA, E NON SOLO…

La «Francia del lavoro» contro la «Francia del caos»?
Una riflessione sulle produzioni ideologiche del "Rassemblement National" (RN) e quelle de "La France insoumise" e sull’urgente necessità di uscirne da entrambe.

   Quando Jordan Bardella contrappone la "Francia del lavoro" alla "Francia del caos", non si accontenta solo di condannare quella che è una mobilitazione sociale. Egli esprime, quasi nella sua forma più pura, uno dei principi fondamentali dell'ordine sociale esistente: per essere un legittimo membro della società capitalista-patriarcale, bisogna per prima cosa lavorare, produrre, rendersi utili all'economia e soprattutto non interromperne mai il funzionamento. Una simile posizione, è la conseguenza di una logica produttiva che inneggia ai produttori, ritenuti utili in quanto membri legittimi della comunità, mentre respinge nel disordine coloro che interrompono la continuità della produzione e delle vendite di merci. Sotto questo aspetto l'opposizione tra "lavoro" e "caos" appare rivelatrice. Cosa mette in atto uno sciopero, un blocco o una mobilitazione, se non sospendere momentaneamente il normale corso degli eventi? Così, quello che sembra essere "caos" dal punto di vista dell'economia, può essere invece proprio il momento in cui chi lavora smette di essere solo un ingranaggio della produzione e riacquista la possibilità di decidere collettivamente cosa vuole fare del proprio tempo e della propria vita. Ma di quale "lavoro" si parla quando viene invocata in questo modo la "Francia del lavoro"? Quello degli assistenti infermieristici esausti da degli orari di lavoro insostenibili? Di quello del lavoratori i cui corpi sono esausti ben prima della pensione? Di cassieri, fattori, insegnanti, o dipendenti, cui viene imposto di fare sempre di più? Milioni di persone, che passano gran parte della loro vita a lavorare solamente per riuscire a poter pagare altro che alloggio, cibo e bollette?
Ed ecco che pertanto, allora, il tour de force ideologico consiste solo nel voler trasformare in una virtù morale questo vincolo sociale (che è anche un auto-vincolo che viene imposto al soggetto stesso della merce). Ecco che perciò non si dovrebbe più lavorare soltanto perché bisogna guadagnarsi da vivere: dovremmo amare il lavoro, dichiararci orgogliosi di esso e sospettare che chi ne rifiuta il suo dominio possa essere un parassita, un pigro o un fomentatore di disordini. Il “produttivismo” realizza proprio questo spostamento: fa del contributo produttivo (di merci) un criterio di merito e di legittimità sociale, mettendo in contrapposizione coloro che dovrebbero creare le ricchezze capitalistiche – già piene di sottigliezze metafisiche – rispetto a coloro che, si presuppone, ne trarrebbero profitto senza contribuire alla loro produzione. Eppure, la vera linea di demarcazione non oppone una "Francia del lavoro" a una "Francia del caos". Passa piuttosto tra una società che, da una parte, subordina sempre più le nostre vite alle esigenze della produzione, guidata dalla metafisica del vero fine della moltiplicazione del denaro, e un'altra società che coltiva la possibilità di riconquistare collettivamente il possesso del nostro tempo e delle nostre vite. Tuttavia, questa critica non può limitarsi a condannare il modo in cui la RN mobilita il lavoro come principio di appartenenza nazionale e come distinzione morale.  È necessario anche mettere in discussione le concezioni di emancipazione difese dalla sinistra che, pur schierandosi dalla parte dei lavoratori contro i detentori del capitale-denaro, continuano a considerare la piena occupazione, il riconoscimento sociale dei produttori di merci e l’aumento della ricchezza monetaria come obiettivi prioritari della trasformazione sociale. Nel difendere i lavoratori in quanto proprietari della propria forza lavoro, senza mettere mai in discussione la necessità di venderla per procurarsi i mezzi di sussistenza, queste concezioni rimangono prigioniere della matrice sociale che pretendono di combattere. Contestano la distribuzione della ricchezza e il dominio del capitale, ma tendono a riproporre le categorie fondamentali della società delle merci, in primo luogo quella del lavoro astratto e della valorizzazione del valore.

   Orbene, se le relazioni sociali capitalistiche appaiono agli individui come se fossero una realtà oggettiva ed esterna indipendente dalla loro volontà, bisogna affermare che questa autonomia non è naturale: essa deriva dalla sedimentazione storica delle azioni e delle decisioni umane che, collegandosi tra di loro, hanno costituito una matrice sociale apparentemente ineludibile. Ed è proprio questa naturalizzazione che dev'essere messa in discussione. L'emancipazione non può consistere nell'adattarsi meglio a questa matrice, né si tratta semplicemente di redistribuirne i frutti. Bisogna che si apra alla possibilità di trasformare consapevolmente le condizioni della riproduzione sociale, rompendo coi meccanismi che rendono la valorizzazione del valore un fine in sé stesso, e il lavoro retribuito una necessità apparentemente insormontabile. Pertanto, alla richiesta di lavorare sempre di più, bisogna contrapporre delle domande assai più fondamentali: lavorare per cosa, produrre che cosa, e a costo di quante delle nostre vite? Perché l'accesso ai mezzi per poter vivere dovrebbe continuare a dipendere dalla vendita del nostro tempo, della nostra energia e, assai sovente, della nostra salute?E, cosa ancora più fondamentale, perché la produzione della ricchezza e la riproduzione della società dovrebbero continuare a essere soggette alla logica del lavoro astratto e della valorizzazione del valore? Porsi queste domande, significa rifiutarsi di considerare l'ordine sociale esistente come una necessità trans-storica e riposizionarsi sul terreno delle possibilità storiche: ovvero, quello di un'organizzazione collettiva della vita sociale, la quale non dovrebbe più essere soggetta agli imperativi autodeterminati della valorizzazione capitalista. Sebbene facciano parte di orientamenti politici contrapposti, il "Rassemblement National"  e "La France insoumise" , in misura e in modi assai diversi, la medesima grammatica produttivistica, derivante dalla matrice sociale capitalista: il contributo produttivo costituisce il principio sulla base del quale si distribuiscono sia la legittimità sociale che la critica delle relazioni sociali. Le figure del "parassita" e del cosiddetto "ozio" di certo non designano gli stessi gruppi, ma la loro contrapposizione ai produttori legittimi si basa su un presupposto comune: la produzione costituisce la base indiscutibile della ricchezza sociale, mentre il problema politico si riduce a determinare chi è che contribuisce a questa produzione, e chi invece ne trae beneficio e chi ne sottrae i frutti. Per Il RN, questa logica contrappone i lavoratori meritevoli – figure di una nazione auto-razzializzata, garanti dell’ordine e della rispettabilità – agli assistiti, sospettati di abusare della solidarietà collettiva, agli stranieri, accusati di sottrarre indebitamente la loro quota di risorse nazionali e, più in generale, a tutti coloro che vengono ritenuti non sufficientemente contributivi alla ricchezza comune. L’appartenenza nazionale, rafforzata dall’esigenza di una partecipazione produttiva, diventa così il principio di una cittadinanza sociale a più velocità. La denuncia del “parassitismo” e l’esigenza di corrispettivi per l’erogazione di determinate prestazioni sociali ne costituiscono espressioni emblematiche. Il parassita è colui che riceve senza dare, vive a spese della comunità dei produttori di merci e si sottrae agli obblighi che essa impone ai propri membri. Per LFI, la dicotomia dei produttori si sviluppa lungo una linea di demarcazione completamente diversa. Contrappone coloro che producono ricchezza - una ricchezza già intrappolata nelle sottigliezze metafisiche della merce - a coloro che se ne appropriano: i lavoratori, produttori di merci e di ricchezza monetaria, si contrappongono ai proprietari del capitale, i quali controllano il processo produttivo e ne organizzano la valorizzazione; dipendenti contro azionisti; produttori contro coloro che ne traggono il loro reddito a partire dalla proprietà e dall'appropriarsi del valore. La figura del parassita cambia pertanto faccia: designa meno il beneficiario di assistenza sociale che riceve senza lavorare, e più il capitalista, la personificazione del movimento del capitale, o il redditiere, che prende la sua quota di ricchezza senza però partecipare direttamente alla sua produzione. Ma questa inversione delle figure del produttore e del parassita, rimane comunque interna all'universo della ricchezza capitalistica, sia astratta che reale.

   Questa critica allo sfruttamento e all'appropriazione capitalista mira a redistribuire la ricchezza di mercato e monetaria, estendere i diritti sociali e trasformare le relazioni di proprietà; non vuole uscire dalla corsa frenetica della produzione, ma intende proseguirne il suo corso in forme più eque, persino più umane. Il capitale viene chiamato a distribuire meglio i suoi frutti, senza però necessariamente mettere in discussione la forma sociale che li fa maturare. Spostando il confine tra produttori legittimi e parassiti, "LFI" non mette in discussione lo status positivo del lavoro produttore di materie prime, visto come fondamento della ricchezza sociale capitalista. La piena occupazione, il riconoscimento del lavoro e la riappropriazione collettiva della produzione di merci rimangono gli orizzonti centrali del suo progetto. La critica si concentra perciò sulle relazioni di proprietà, sulla distribuzione della ricchezza capitalistica e sulla sua appropriazione da parte del capitale (...). Il produttore di merci viene riabilitato in contrapposizione al capitalista, ma la centralità sociale della produzione di merci, così come la mediazione del lavoro astratto, rimangono intatti. L'emancipazione viene pertanto concepita non come il superamento di questa forma sociale, quanto piuttosto come una più equa riorganizzazione del suo funzionamento e dei suoi servizi. Ed è proprio su questo terreno che invece bisogna che siano cambiati i termini del dibattito. Nonostante le loro differenze fondamentali, queste due correnti “produttivistiche” rischiano di porre la produzione come punto di partenza indiscutibile e ridurre la questione dell’emancipazione a quella della distribuzione dei redditi, dei diritti e delle posizioni all’interno della società produttrice di merci. Il RN gerarchizza gli individui in base al loro presunto contributo alla comunità nazionale; LFI contesta l’appropriazione capitalista nel nome di coloro che producono la ricchezza. Ma né la valorizzazione morale del lavoratore e né la riabilitazione politica del produttore sono sufficienti, di per sé, a mettere in discussione il modello sociale che assoggetta gli individui agli imperativi della produzione per la produzione e della valorizzazione del valore. La sfida posta da una critica emancipatoria, non consiste solamente nel determinare chi lavora, chi produce, chi merita di ricevere e chi si appropria delle ricchezze astratte-reali prodotte. Si tratta piuttosto di mettere in discussione la necessità sociale del lavoro produttivo di merci, che costituisce l’astrazione pratica e la sostanza sociale del capitalismo, ossia la moltiplicazione del denaro elevata a fine in sé stesso. È proprio questa logica, infatti, quella che costringe gli individui a vendere la propria forza lavoro per procurarsi i mezzi di sussistenza e subordina la riproduzione sociale alla valorizzazione del valore e all’accumulazione. In altre parole, non basta contestare la ripartizione dei ruoli all’interno della società capitalista: occorre affrontare la matrice sociale che li produce e che fa del contributo produttivo il principio stesso del riconoscimento sociale.

- @Palim Psao - Pubblicato il 18/10/2026 -

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