Nuova guerra fredda o "guerra civile globale"?
- La Wertkritik e la teoria critica del capitalismo in un'epoca di conflitto -
di Frederick Harry Pitts
INTRODUZIONE: Post-neoliberismo e "policrisi"
La Wertkritik, o "Critica del Valore”, è una corrente del pensiero critico marxista emersa in Germania alla fine del XX° secolo (Larsen, 2014; Neary, 2017; Robinson, 2018; van der Linden, 1997). I suoi pensatori chiave includono Robert Kurz (2003, 2009); Ernst Lohoff (2013), Anselm Jappe (2017), Roswitha Scholz (2013) e Norbert Trenkle (2013). I suoi temi chiave, includono una rigorosa teorizzazione del valore e del lavoro riferita alla produzione e alla circolazione (vedi Pitts 2020, Cap. 2; Pitts 2022, Cap. 5), una critica feroce all'antisemitismo di sinistra, l'analisi dello Stato in quanto parte inseparabile della società capitalista, e una teoria del crollo capitalistico incentrata sulla capacità costante di sovrapproduzione creata dallo sviluppo tecnologico incontrollato. Mentre un altro aspetto della Wertkritik - un po' meno documentato in quella che è la sua ricezione anglofona - è però il suo focus sulla guerra. Qui, è particolarmente interessante la narrazione di Kurz circa le origini del lavoro astratto nella "politica economia delle armi da fuoco", sviluppatasi a partire dalla "rivoluzione militare", decisiva fin dall'ascesa del capitalismo; oltre agli scritti di Lohoff sulla "guerra civile mondiale" e la diagnosi culturale di Trenkle sui conflitti che caratterizzano i nostri tempi. La prima parte di questo articolo, introduce pertanto questo corpus di lavoro, applicando la Wertkritik alla comprensione della storia, del presente e del futuro del rapporto tra guerra e di come teorizza lo sviluppo del capitalismo contro le affermazioni fatte sia dei commentatori mainstream che radicali. Dopo aver introdotto questa corrente sottovalutata del pensiero marxista moderno, la seconda metà dell'articolo esplora il potenziale che la Wertkritik può gettare sul capitalismo contemporaneo in un'epoca di conflitto, e inizia considerando come la Wertkritik si differenzia dagli altri approcci che nelle loro narrazioni, sulla violenza e sul capitalismo, mettono in primo piano l'imperialismo, o la colonialità. Secondo Lohoff e Trenkle, invece, gli eventi recenti rafforzano la sensazione di lunga data secondo cui il concetto convenzionale di imperialismo abbia esaurito la sua utilità. Essi sostengono che l'attuale "ordine imperiale" - nella misura in cui esso esista - non sia segnato, come nelle fasi precedenti, da un'egemonia occidentale orientata alla realizzazione dei propri interessi economici. L'idea che, per esempio, l'Occidente sia coinvolto in una sorta di imperialismo tramite l'espansione dell'UE o della NATO nelle zone orientali dell'Europa si ispira al desiderio di sicurezza da parte degli stati baltici e nordici; una visione del mondo più interna al XIX° secolo che al XX°! Inoltre, l'espansionismo militare dei paesi contrari all'Occidente, come la Russia, si basa assai meno su un evidente desiderio di impegnarsi in una corsa a ottenere delle risorse legate a interessi economici razionali, piuttosto che su patologie nazionali irrazionali, o volontà di potere, impermeabili alla minaccia di rovina economica per mano delle sanzioni occidentali. L'assenza di interessi economici tradizionali che spingano i conflitti contemporanei – inclusi quelli in Medio Oriente di cui sono parte diverse potenze globali e regionali – mette in discussione sia l'utilità di termini come "imperialismo" sia l'idea che il contesto attuale assomigli a una "nuova" o "seconda" versione della stessa Guerra Fredda, realista e razionalmente calcolatrice, vissuta nel XX° secolo (Achcar, 2023; Schindler et al., 2023). Quello che vediamo invece è un terreno complesso di conflitti, attraversato da delle rivendicazioni in competizione di una serie di potenze di dimensioni diverse che agiscono in combinazioni talvolta contraddittorie nel contesto di un dato teatro. Alcuni di questi poteri - suggeriscono i pensatori qui trattati - si presentano come una resistenza anti-imperialista contro un Occidente decadente, mentre contemporaneamente si impegnano in violenze espansioniste all'estero, repressione autoritaria interna e tentano attivamente di far progredire le loro economie attraverso il commercio con l'Occidente sui mercati mondiali. Nel frattempo, le democrazie liberali occidentali acquisiscono, a loro volta, delle caratteristiche autoritarie, nel mentre che adattano le loro sfere interne per poter affrontare la sfida posta da questa rivalità crescente; cercando però in gran parte di mantenere quella stessa apertura al commercio che caratterizzò il periodo della globalizzazione. La «strana forma di cooperazione e confronto» - come la definisce Lohoff (2022) - insita in questa convergenza, rappresenta difficilmente quel tipo di "nuova" o "seconda" guerra fredda che alcuni vedono attualmente spezzare il mondo in due, e rappresenta invece proprio quella "guerra civile globale" che Kurz teorizzava, vedendola come occupante gli interstizi sfilacciati dell'ordine globale o imperiale stesso, poiché attori statali e non statali cercano di rimodellarlo fondamentalmente secondo la loro immaginazione. Proprio come avviene per le nozioni superate di "imperialismo", inquadrare il panorama delle minacce in evoluzione attorno a una "nuova guerra fredda" in fermento, porta a una visione del conflitto vedendolo come se fosse un gioco giocato da attori razionali che possono allocare risorse a particolari problemi apparenti, basandosi su una relazione esterna tra forze in competizione. Comprendere il conflitto attuale come una più complessa 'guerra civile mondiale' secondo le linee teorizzate dai pensatori del Wertkritik, invece, evidenzia le relazioni complesse tra potenze rivali e il carattere intrecciato di fattori interni e internazionali, mentre rivali si confrontano e convergono tra loro attraverso la scena globale frammentata. Curiosamente, però, vediamo che i commenti recenti di pensatori della tradizione Wertkritik tendono a una spiegazione e una risposta culturale, piuttosto che assumere la spiegazione materiale-economica offerta da Kurz e altri in una fase iniziale. Un risultato, è l'osservazione per cui una fuorviante "esternalizzazione dell'autoritarismo" - come la definisce Trenkle (2022a, 2022b) - spinge in Occidente a una risposta che assume a sua volta dimensioni autoritarie, nazionaliste o militariste, mentre le democrazie liberali cercano di isolarsi politicamente ed economicamente dalla minaccia aliena percepita. Trenkle identifica il riarmo e la maggiore spesa militare quasi fossero esempi di come «le società del cosiddetto Occidente somiglino sempre di più al loro nemico esternalizzato». È importante sottolineare come il resoconto qui presentato mette sotto una luce diversa quella che è stata ampiamente vista come una svolta "post-neoliberista" nel capitalismo (Davies & Gane, 2021), la quale coinvolge una maggiore invenzione statale espressa in una politica industriale rafforzata, catturata nella forma di "Bidenomics" – essa stessa una continuazione di certi aspetti del trumpismo negli Stati Uniti – che vede queste tendenze superficialmente come "neo-keynesiane'"(Merchant, 2023). Questo modello, apparentemente post-neoliberista, di capitalismo, e il suo impegno per l'innovazione e la politica industriale, sembrano visibilmente orientati allo sviluppo di economie più verdi, dinamiche e inclusive basate sulla stimolazione delle forze produttive, in risposta a un periodo di cosiddetta "policrisi" caratterizzato da turbolenze finanziarie, da pandemia di COVID-19 e da catastrofe climatica. Tuttavia, a volte il concetto popolare di "policrisi" nasconde che tutto sia connesso, come se fosse ciò che fa davvero funzionare le cose. Per comprendere il carattere mutevole del capitalismo, la Wertkritik richiama l'attenzione su una spiegazione alternativa , basata non sulla "policrisi", o sullo sviluppo delle forze produttive, ma bensì sulle forze irrazionali e distruttive che entrano in gioco nelle forme sempre più intense di conflitto e confronto, che emergono all'interno e tra potenze in competizione. Piuttosto che cambiamenti economici o ecologici in sé, che spingerebbero la riconfigurazione del capitalismo nel tempo presente, oppure modalità convenzionali di "concorrenza sistemica", ciò che viene suggerito è invece che c'è qualcosa di più oscuro e profondo che sostiene le trasformazioni che vengono valutate positivamente da una gamma trasversale di voci politiche. In tal senso, la Wertkritik dà peso alle affermazioni provenienti da alcuni osservatori – tanto quelle critiche quanto quelle a sostegno – secondo cui la tendenza 'neo-keynesiana', o 'post-neoliberista', del capitalismo contemporaneo, incarnata nella Bidenomics non rappresenta tanto una risposta economica razionale alla policrisi quanto piuttosto una mossa strategica, in un'epoca di conflitto sempre più intensa (Anderson, 2023; Luce, 2023; Merchant, 2023). Gli impatti di quella che alcuni vedono come una nuova era dell'imperialismo, e che altri invece inquadrano come se si trattasse di una 'seconda' o 'nuova' guerra fredda, hanno però delle ampie conseguenze ai fini della teorizzazione del capitalismo. Come alternativa agli approcci radicali e mainstream attuali volti a comprendere il momento presente, tutte queste dinamiche dovrebbero essere viste come parte integrante della combinazione di convergenza e confronto simboleggiata dal concetto di guerra civile mondiale, laddove l'assalto autoritario permea sempre più la struttura interna della società e dell'economia nelle democrazie liberali, come se desse un colpo alle lotte sulla scena internazionale. In questo processo di convergenza, gli Stati cercano una soluzione a un problema costruito in termini di una "nuova guerra fredda" che divide il mondo e i suoi paesi nettamente in due, anziché quella che potrebbe essere meglio definita una guerra civile mondiale che attraversa quei paesi stessi, e a cui potrebbe essere necessario un insieme diverso di risposte. Avendo notato come - dalla critica marxista all'economia politica presente nella spiegazione di Kurz su guerra e capitalismo- l'odierna Wertkritik tenda a mettere in primo piano una critica della cultura assai vicina nello spirito alla tradizione della teoria critica, concludiamo pertanto considerando le implicazioni per modalità alternative di prassi nell'epoca attuale del conflitto e contro l'attuale epoca del conflitto. Per i pensatori della Wertkritik, concludiamo osservando che ogni risposta DEVE concentrarsi su una lotta sociale emancipatoria al fine di difendere ed estendere i diritti e le libertà imperfetti, promessi ma incompletamente realizzati dalle democrazie liberali all'interno e sulle società sempre più intro-spezionate dell'Occidente borghese.
DAL "PADRE DI TUTTE LE COSE", all'economia politica delle armi da fuoco
«Dietro l'onnipresente moderna compulsione a guadagnare denaro, si nasconde la logica dei cannoni tonanti.» (Kurz, 2011a)
Per la Wertkritik - così come per Eraclito - la guerra è davvero "il padre di tutte le cose" (Lohoff, 2013). In tal senso, come dimostra Lohoff, la Wertkritik richiama pensatori come Hobbes ed Hegel. In fondo, la soggettività umana è legata alla capacità di oggettivare gli altri; un processo questo che in vari tempi e luoghi assume sempre una forma più o meno violenta. In questo modo, le forme di riconoscimento, diritto e libertà, consolidate nello stato moderno si ricollegano a una comune capacità umana di violenza, e alla volontà di rischiare la propria vita in combattimento. Mentre la capacità di uccidere o di essere uccisi deve essere continuamente rinnovata come condizione dell'autocoscienza umana, lo Stato moderno ne rappresenta la sua sospensione e sublimazione, la lotta per la vita o per la morte viene spostata su altri tipi di attività sociale; vale a dire, il lavoro. Ma alla fine, il raggiungimento di una simile pace sociale media soltanto sotto un'altra forma quel che è il contenuto sottostante della violenza e della distruzione; un processo che può facilmente invertirsi, dove decadenza e deregolamentazione ne costituiscono l'istinto. Personaggi come Lohoff (2013), prendono ispirazione anche da pensatori militari classici come Clausewitz, il quale vedeva la guerra come 'la continuazione della politica con altri mezzi'. Questo non significa che la politica rappresenti una soluzione al conflitto, né che l'attribuzione dei mezzi di violenza alle mani dello Stato ne segni la razionalizzazione. La politica non è una forma di ragione imposta alla guerra e alla violenza, ma essa esercita la propria irrazionalità che, invece di spegnere il conflitto, agisce come scintilla e accelerante. Guidata da fattori ideologici ed emotivi non materiali, la politica manca di limiti, creando una tendenza che fa sì che le guerre che essa crea raggiungano quel carattere "assoluto" che Clausewitz temeva. Tracciando queste inevitabili connessioni con la guerra, la Wertkritik va contro il pensiero borghese classico. In particolare, essa mette in discussione quell'idea secondo cui la società capitalistica sarebbe emersa dal - o sia sinonimo di - baratto pacifico, dalla laboriosità imprenditoriale, oppure da un'etica del lavoro secolarizzata. Secondo la Wertkritik, l'idea che guerra, la violenza e il libero mercato siano incompatibili tra di loro, e che l'estensione del commercio e degli affari garantirebbe un mondo in pace, è solo un'illusione generata dal fatto che il capitalismo sia stato inizialmente associato al confinamento della violenza e della guerra, ponendole come questioni di Stato. Ma le garanzie di Libertà, di Fraternità e di Uguaglianza fornite dallo Stato, si basano in ultima analisi su quella che è solo una sospensione e una sublimazione temporanea e parziale della violenza, portata avanti attraverso la mercantilizzazione della violenza, e nella sua irreggimentazione nelle mani dello Stato (Lohoff, 2013). Oltre che tutte queste omelie liberali, l'altro obiettivo principale della Wertkritik, è l'approccio del marxismo rispetto alla guerra e al conflitto, e al loro ruolo che hanno avuto nella costituzione del capitalismo. Mentre Marx, nel suo capolavoro Das Kapital (Marx, 1990), ha sottolineato quali fossero le radici violente del capitalismo, le altre tradizioni accademiche hanno invece notato il rapporto tra forme di colonialismo, da una parte, e accumulazione primitiva e capitalismo (Quijano, 2007; Mignolo, 2011), dall'altra; solo che il marxismo spesso ha poi successivamente dimenticato di considerare quale fosse la connessione. Come sostiene Kurz (2011a), il carattere ambiguo e incerto dello sviluppo sociale ed economico prima dell'ascesa del capitalismo, ha fatto sì che molti marxisti si siano semplicemente allineati a una visione fondamentalmente borghese della storia. Tradizionalmente, il marxismo ha sostenuto un materialismo storico che enfatizza il ruolo avuto dalle forze produttive – tecnologia, tecniche di gestione e così via – nel far avanzare la storia, dalla società agraria a quella industriale. Il motivo per cui i marxisti hanno trovato difficile affrontare le origini del capitalismo, che «gocciolava dalla testa ai piedi, da ogni poro, sangue e sporcizia»,, come aveva detto Marx (1990, p. 926); e questo è perché non si adatta bene a una visione dello sviluppo storico che attraversa senza soluzione di continuità tutte le fasi successive e necessarie verso l'emancipazione umana; una prospettiva, questa, presa completamente di peso dalle nozioni liberali di progresso. Ancora oggi, secondo le affascinanti critiche radicali alla società capitalista, una simile visione non riesca a spiegare pienamente da dove siano nate queste forze di sviluppo. Ad esempio, non basta semplicemente indicare l'avvento della potenza a vapore, visto come catalizzatore della Rivoluzione Industriale. Così come Marx, nel Capitale, svela progressivamente i diversi strati di determinazione storica, bisogna scavare in quegli imperativi politici, sociali ed economici che hanno guidato lo sviluppo di queste forze fin dall'inizio. Per farlo, suggerisce Kurz, dobbiamo concentrarci, non sulle forze produttive all'inizio della modernità capitalista, ma piuttosto sulle forze di distruzione, ovvero sull'invenzione delle armi da fuoco. Come suggerisce Kurz (2011a, 2011b), la storia si svolge, e partorisce il processo capitalistico del lavoro, imponendolo attraverso l'imposizione progressiva della nuova economia politica delle armi da fuoco su quella vecchia. Le guerre precapitaliste erano limitate, ritualistiche e sportive, destinate principalmente all'edificazione o all'avanzamento delle classi aristocratiche. Nel Medioevo, la vita quotidiana era in gran parte indifferente al fatto che i superiori sociali fossero in guerra o meno. Ma alla fine del 1400 e al 1500, con l'uso di macchine militari più sofisticate, concepite per combattere le "guerre assolute" clausewitziane, viste come estensione delle dispute politiche, tutto cambiò . E questo scatenò un'esplosione della spesa militare, a partire dalla quale le precedenti economie di bottino vennero sostituite da quelle della tassazione volta al finanziamento degli eserciti permanenti, e della produzione di una potenza di fuoco. Come spiega Kurz (2011a), le "guerre di costruzione dello Stato", del primo periodo moderno, le quali, attraverso la produzione di marine oceaniche, videro gli Stati impegnarsi in un'espansione colonialista, nella quale istituzionalizzarono delle strutture di potere durature che portarono poi alla Politica, intesa come una sfera di attività specifica e relativamente autonoma, la quale rappresentava il complemento amministrativo di quella che diveniva un'economia sempre più dinamica. Quella che Kurz chiama «economia politica delle armi da fuoco» (2011b), è stata decisiva in questa rivoluzione militare. Le armi da fuoco neutralizzarono il potere delle cavallerie feudali, e così rimodellarono la società a immagine di nuovi e più intraprendenti poteri di classe. Le esigenze produttive di Cannoni & Moschetti richiesero che si passasse dalle piccole officine a maggiori economie di scala all'interno di una nascente industria delle armi. Il maggior potere distruttivo che tutto questo rappresentava richiedeva nuove infrastrutture, come fortezze. La competizione tra Aziende & Stati, spinta dalla corsa agli armamenti e dalla ricerca di quote di mercato, ha dato impulso all'innovazione tecnologica nei mezzi di distruzione. Come sostiene Kurz (2011a), le "migliori possibilità sociali" - sotto forma di personale e conoscenza - venivano sempre più "sacrificate" alla macchina militare. Malgrado i progressi nell'equipaggiamento militare, nel XVIII° secolo, le guerre combattute dagli Stati assolutisti erano limitate in quella che era la loro capacità di cercare la distruzione totale dei nemici da parte dei mercenari, e quindi erano costose e inaffidabili a causa degli eserciti a loro disposizione. Ragion per cui, questo significava sempre più che la crescente dimensione e complessità delle armi voleva dire che i soldati non erano più autosufficienti in quella che era la loro fornitura, e diventavano invece dipendenti dalla fornitura provenienti da scorte centralizzate sotto il controllo delle potenze statali nascenti. Kurz (2011a) descrive il modo in cui si sia sviluppata una sfera militare separata, distinta dalla vita civile e dalla società civile, con un esercito permanente più o meno professionalizzato. L'ascesa del soldato cittadino coscritto - spinta non dall'interesse mercenario, ma da una devozione fanatica allo Stato-nazione - permise a figure come Napoleone di rompere gli schemi del comando militare, così come era stato fino a quel momento, sconfiggendo i nemici in battaglie decisive. Questi eserciti permanenti, suggerisce Kurz (2011a), costituirono la prima parte della società che passava dalle relazioni dirette e personali tra le persone a relazioni indirette e impersonali mediate dal mercato, dal denaro e dallo stato moderno. L'universalizzazione del cittadino in uniforme, incorporò tutti quei gruppi che erano stati precedentemente esclusi in quanto soggetti uguali agli occhi della legge. Nelle società precedenti, dove i mezzi di violenza erano distribuiti solo tra i padroni sociali, Lohoff sostiene che il loro potere comandava una società di "lealtà e dipendenza". Ci volle la concentrazione dei mezzi di violenza nelle mani dello Stato, per poter aprire la strada a una società di diritto universale e uguaglianza tra individui formalmente liberi. Pertanto, il monopolio sulla violenza posseduto dallo Stato è la precondizione della "dominazione politica adeguata alla società delle merci"; un'uguaglianza astratta imposta all'interno dei confini della nazione, vista come «uno spazio geografico astratto» (Lohoff, 2013). Queste condizioni produssero dei soldati professionalizzati che divennero, di fatto, i primi lavoratori salariati dipendenti, per la loro riproduzione, non dalla famiglia, bensì dal denaro e dal consumo di merci. Il loro lavoro prefigurava il lavoro astratto e svuotato del capitalismo industriale, nella misura in cui il combattimento non riguardava più una motivazione intrinseca legata a ideali o affinità, quanto piuttosto l'ordine da parte dello Stato di uccidere in generale. Kurz sostiene (Kurz, 2011a) che lo status di cittadini-soldati, emergenti in quanto primi lavoratori salariati, nel tempo avrebbe poi comportato le conseguenze legate al lavoro astratto; immiserimento dei soldati e degradazione del loro lavoro; la loro separazione dai mezzi indipendenti di produzione e acquisizione delle condizioni di vita; e la possibilità sempre presente della disoccupazione nella sua forma moderna. I primi soggetti nella storia a essere 'disoccupati' in questo modo formale, quando scoppiò la pace tra le due guerre, furono i soldati che si trovarono ai margini, controllati come problema sociale e popolazione in eccesso. Man mano che i loro protetti diventavano l'archetipo della classe operaia, i comandanti militari divennero l'archetipo della classe capitalista, la quale si impadroniva dei bottini di guerra e cercava di investire e accumulare a partire da essi; mentre i loro capitani, divennero gli archetipi dei dirigenti. Di conseguenza, per Kurz, fu la guerra a incubare le nuove forme di soggettività di classe caratteristiche della società capitalista, e le tecniche di gestione e i rapporti di lavoro attraverso cui si esprimono. La scala e la diffusione della produzione necessarie per armare e sostenere eserciti permanenti richiedevano di essere rifornite da una «economia di guerra permanente» che ha soppiantato gli stili di vita agrari della vecchia società (Kurz, 2011b). L'ascesa della finanza, che colmava le lacune nelle casse statali, finanziando il pagamento delle guerre, Kurz l'attribuisce alla rivoluzione militare. Tuttavia, i finanziatori di guerra da soli non erano sufficienti a finanziare l'«economia politica delle armi da fuoco». Dal XV° al XVIII° secolo, ci fu un forte aumento delle tasse. In precedenza le tasse venivano applicate, in modo piuttosto rilassato, su fattori naturali come la resa agricola. Ma le tasse che sostenevano l'economia politica delle armi da fuoco, venivano ora raccolte con la forza dagli stati assolutisti emergenti, ed erano soggette a un rapporto profondamente astratto e mediato con la produzione di ricchezza. Le guerre del XVIII° e XIX° secolo, videro così il controllo concentrato nelle mani di uno Stato sovrano che comandava un apparato specializzato di violenza all'estero, sostenuto dalle tasse dei non combattenti in patria. Le tasse rappresentavano il prezzo della non partecipazione, e la conservazione della stabilità nella sfera nazionale interna, ma erano esse che collegavano sempre più le fortune della produzione di merci interne a quelle degli eserciti esteri. Gli stati finanziavano le guerre attraverso sistemi fiscali che costringevano i loro cittadini e le aziende a guadagnare denaro per poter pagare ciò che era dovuto, accumulando così un vasto potere amministrativo e burocratico per effettuare riscossioni. In questo modo, suggerisce Kurz (Kurz, 2011b), la necessità dello Stato di aumentare le tasse per finanziare la spesa militare liberata dai vincoli esistenti, non solo dallo Stato moderno, ma anche da un'economia basata sulla produzione e sullo scambio monetario di merci, alla ricerca di un valore ampliato. Come spiega Kurz, la società agraria aveva fornito una base scarsa a far sì che il denaro realizzasse il suo ruolo in quanto «potere dominante anonimo» (Kurz, 2011a). I progressi nella produttività generavano un surplus, ma la logica dell'investimento produttivo e dell'accumulo non governava il modo in cui tale surplus veniva goduto o speso. Ma la conseguenza della rivoluzione militare e della "economia politica delle armi da fuoco" è stata quella di "disinserire" dalla società uno spazio separato "funzionale per le imprese"; un "soggetto autonomo" sebbene con capacità manifatturiere e industriali spesso coordinate dallo Stato (Kurz, 2016). La ''astrazione" di questo apparato rispetto ai semplici "bisogni materiali" della società ha rafforzato il potere del denaro in quanto filo mediatore della sussistenza e dell'esistenza sociale (Kurz, 2011a).
LO STATO BELLICO
«Se esiste qualcosa di simile a un'esperienza archetipica per l'homo fordisticus, è proprio l'esperienza dei fronti della Prima guerra mondiale.» (Lohoff, 2013)
La guerra moderna, era caratterizzata da una dipendenza vieppiù intensificata da queste relazioni sociali mediate. Il loro carattere, mediato e impersonale, poteva aver ridotto l'aggressività diretta e la violenza nella vita quotidiana, ma tutto ciò era garantito e sostenuto da una capacità assai più ampia di sterminio e di distruzione totale, concentrata nelle mani dello Stato e dei suoi eserciti. Con lo svilupparsi di queste condizioni sociali e politiche, la conclusione logica delle prime guerre assolute, basate sulla totale sconfitta e disfatta di un nemico, risiedeva proprio nella "guerra totale" del XX° secolo. E dal XX° secolo in poi, la capacità produttiva della società, pienamente mobilitata a sostegno dello sforzo bellico, le infrastrutture civili, e i civili, divennero un obiettivo militare. Questo produsse un'economia di guerra permanente, difensiva e offensiva. La modernizzazione, sviluppatasi dal XIX° al XX° secolo, ha rappresentato una serie di modi per gestire questa economia di guerra che sta alla base, e la sostiene sia sotto le spoglie del liberalismo del New Deal, che della socialdemocrazia, del comunismo, o dei vari tipi di pianificazione tipici del cosiddetto "Stato Sviluppista" (Kurz, 2011b; Kurz, 2011c). Tutte quante queste, si basavano sulla massificazione della produzione, in linea con i requisiti fondamentali di quell'economia di guerra che estese l'astrazione del lavoro, un tempo sperimentata per la prima volta dagli eserciti permanenti, e che così venne trasferita alla società nel suo complesso. In un tale contesto - sostiene Kurz - il "lavoro nazionale totale" ha acquisito un nuovo status, in quanto parte centrale dello sforzo bellico e delle forme di "modernizzazione di recupero", e di riforma sociale che ne sono seguite (Kurz, 2016). A essere stati decisivi, per questa maggiore astrazione del lavoro, suggerisce Kurz (2013a), sono stati i progressi scientifici e tecnici sospinti dal conflitto e dalla competizione tra Stati. Il processo lavorativo venne così rimodellato e reso più produttivo grazie alle nuove tecnologie, alla gestione scientifica e al sostegno statale alla ricerca, e attraverso lo sviluppo delle tecnologie civili-militari, a doppio uso, come l'elettronica; il cui risultato era stato la catena di montaggio. Nella produzione su larga scala, diretta dallo Stato e resa necessaria dalle due guerre mondiali, queste innovazioni hanno preso la cooperazione soggettiva, individualizzata, arbitraria e immediata presente nella produzione durante le fasi iniziali dello sviluppo industriale, e l'hanno sottoposta a un quadro oggettivo, de-individualizzato, sistematico e mediato, il quale ha trasformato attivamente l'esperienza concreta della vita lavorativa. Dopo le due guerre mondiali - sostiene Kurz - lo sviluppo della produttività sul posto di lavoro era rimasto contenuto nella "logica della competizione politico-militare", sotto la forma della Guerra Fredda. E sebbene non ci sia stato un ritorno alla portata della violenza vista nella prima metà del XX° secolo, Lohoff (2013) suggerisce che la Guerra Fredda abbia visto un aumento di quelli che erano stati i poteri di distruzione conferiti allo Stato, per mezzo della promessa di una distruzione reciproca assicurata, e attraverso lo sviluppo di una capacità di uccidere sempre più grande, sia a Occidente che a Oriente. In tal modo, laddove gli anni di guerra avevano incubato le "forze produttive della seconda rivoluzione industriale", sotto forma di forze di distruzione, la Guerra Fredda invece le ha scatenate (Kurz, 2013b). L'organizzazione fordista del processo lavorativo - perfezionata dallo stato bellicoso - e i rapidi aumenti di produttività generati in tempo di pace, minacciavano di sovraprodurre le merci, rispetto alla domanda, svalutando così i beni, e creando le condizioni per una crisi economica. Ma le innovazioni degli anni di guerra, portarono tuttavia a nuovi rami di produzione, i quali poi soddisfecero i nuovi bisogni, sbloccati in un'epoca di consumo di massa; automobili ed elettrodomestici, per esempio. In tal modo, così come l'economia di guerra rappresentava l'applicazione scientifica del lavoro civile al servizio della distruzione, lo sviluppo successivo della produzione e del consumo di massa di merci, rappresentava la civile "continuazione della distruzione con altri mezzi" (Lohoff, 2013). La stabilità del capitalismo, nel contesto di questa rapida spinta alla produttività, veniva superata grazie al forte ruolo avuto dello Stato nel periodo della Guerra Fredda. Questo "capitalismo organizzato", sostenuto dal comando politico esercitato dallo Stato, a qualcuno sembrava avesse sospeso la legge stessa del valore. Affamata di tasse e di creare sempre più mezzi militari, Lohoff (2013) ne deduce che l'economia di guerra, di fatto, abbia subordinato la produzione a un consumo statale, apparentemente "improduttivo". Piuttosto che delle forze di mercato, la terza rivoluzione industriale fu il risultato di una vasta spesa statale volta alla ricerca e allo sviluppo, in nome delle esigenze militari. Avendo "dissolto" tutto nella "politica" in nome della lotta tra grandi poteri; sembrava che lo Stato della Guerra Fredda sfidasse le leggi dell'economia e avesse eliminato ogni «limite oggettivo intrinseco» alla produzione capitalistica, come afferma Kurz (2016). Caratteristica del lavoro di Kurz e della più ampia Wertkritik, tuttavia, è proprio l'attenzione su quei limiti interni, e sulle tendenze di crisi che essi generano. Come si è poi scoperto, l'apertura dell'economia occidentale alle pressioni competitive e alla capacità produttiva generate, da parte delle tendenze modernizzatrici in altre parti del mondo, ha finito per indebolire la posizione economica dell'Occidente, in termini di "flussi di merci e capitali". La successiva lunga crisi, tuttavia, fece ben poco per frenare l'espansione del cosiddetto "complesso militare-industriale" che nel frattempo era prosperato in quella che era stata "l'economia di guerra permanente" dopo il 1945. Con la "terza rivoluzione industriale", la microelettronica rivoluzionò e informatizzò i sistemi d'arma ad alta tecnologia. Sotto Reagan, gli Stati Uniti vinsero decisamente la corsa agli armamenti contro il rivale sovietico, attraverso una sorta di "keynesismo armato", il quale accumulò un debito pubblico che era completamente controcorrente nell'attacco repubblicano alla spesa sociale keynesiana in altre parti dell'economia (Kurz, 2013b). La Guerra Fredda - sostiene Lohoff - rappresentò il culmine dello stato di guerra. La corsa agli armamenti aveva superato tutte le forme esistenti di distruttività, e le sue implicazioni scientifiche ed economiche avevano completamente rivoluzionato il terreno della competizione capitalista, sia all'interno che tra gli stati nazionali. Fino a un certo punto, l'Unione Sovietica rimase competitiva scientificamente e tecnologicamente, ma poi tutta una serie di fattori esaurirono questa situazione: l'ascesa delle tecnologie dell'informazione; un'economia più globalizzata in Occidente che avrebbe permesso l'accesso a una produzione ad alta intensità di lavoro al fine di evitare la crisi; e "l'accesso privilegiato degli Stati Uniti al capitale transnazionale", che permise una maggiore spesa militare. La vittoria, resa possibile da questi fattori, stabilì un ordine mondiale unipolare storicamente senza precedenti, in cui ogni nozione di equilibrio di potere venne abolita (Lohoff, 2013).
L'ERA SUCCESSIVA ALLO STATALISMO
«Per la prima volta, nella storia militare delle Guerre per l'Ordine Mondiale dell'Occidente, i missili sono più costosi dei bersagli.» (Lohoff, 2013)
Dal 1648 al 1989, lo stato di guerra e quello di pace aveva sempre continuato a essere chiaramente definiti nel tempo, e ben distinti e limitati. Ma, nell'era "post-statale" che ne è seguita, hanno cominciato a confondersi. Con la supremazia statunitense, stabilitasi alla fine della Guerra Fredda, nascevano guerre post-statali di "bassa intensità", dove sul terreno militare potevano impegnarsi numerosi attori, per poi fermarsi al sicuro rispetto alla minaccia di distruzione totale, su cui si basava l'epoca statalista e le sue tecnologie. Mentre lo stato bellico vedeva enormi spese nella corsa agli armamenti, in modo da poter garantire la capacità di distruggere i combattenti nemici, nell'era post-statalista, invece, le cosiddette "nuove guerre" venivano ora combattute a basso costo, con dei budget ridotti e con mezzi modesti (Lohoff, 2013). Nello spazio apertosi in questa epoca post-statalista, si poteva vedere un'economia di guerra, basata sulla riproduzione del potenziale produttivo della società nel suo complesso, diventare, in molte parti instabili del mondo, una "economia saccheggiante", basata sulla riproduzione di specifici "attori militari"; come li definisce Lohoff (Lohoff, 2013). Piuttosto che la distruzione dei combattenti, tutto quanto assumeva spesso la forma di interventi che venivano attuati rispetto alla vita dei non combattenti; sia intervenendo nella circolazione delle merci, sia nella vita quotidiana in generale. Mentre finora, nell'epoca della guerra statificata, le infrastrutture e le linee di rifornimento erano sempre state prese di mira, come conseguenza della distruzione degli eserciti nemici, ora, nel nuovo paradigma post-statalista, gli attacchi alla vita civile e alle istituzioni divennero gradualmente centrali. Nel nucleo capitalista, invece, il processo di neo-liberizzazione - pur trasformando il ruolo dello Stato in riferimento agli altri ambiti dell'economia e della società - non eliminò il monopolio statale sulla violenza e sui mezzi militari. Infatti, per gli Stati Uniti e i loro alleati, la fine della Guerra Fredda la consolidò, e non solo a livello interno, ma in tutto il mondo. Ciò mise in discussione la distinzione westfaliana tra violenza "statista interna" e violenza internazionale; e questo dal momento che l'Occidente esercitava sempre più quel tipo di "potere di polizia" , attraverso il quale esprimeva il monopolio sulla violenza, solitamente esercitato internamente negli Stati, che veniva ora proiettato verso l'esterno nel mondo, come una capacità di arrestare e perseguire applicata sulla scena globale (Lohoff, 2013). Il mondo POST-guerra fredda ha continuato ad assistere al fatto che la stragrande maggioranza della spesa per la ricerca, negli Stati Uniti e altrove, era destinata a progetti e istituzioni militari o di natura militare. Ciò ha portato alla creazione di sostituti tecnologici del lavoro distruttivo immediato eseguito dalle forze di spedizione convenzionali, infliggendo così il colpo di grazia al soldato semplice, proprio allo stesso modo in cui le nuove tecnologie avevano eroso i posti di lavoro e le condizioni dei lavoratori in quello stesso periodo. Forme di violenza sempre più astratte e automatizzate, hanno segnato il culmine del processo attraverso il quale le armi a lungo raggio - dall’arco lungo al bombardiere B-52 - hanno reso, attraverso successive fasi di meccanizzazione, il combattimento corpo a corpo un ricordo del passato. La forma di guerra a distanza, che queste innovazioni hanno reso possibile, vedeva i nemici, come se fossero una sorta di “biomassa” passiva che veniva annientata da degli “operai della distruzione” altrettanto passivi. Come avveniva in altri ambiti del nascente mondo del lavoro digitalizzato, anche l’astrazione del lavoro associata alla “economia politica delle armi da fuoco” avanzava rapidamente a ritmo serrato. In un suo contributo risalente a quel periodo, Lohoff (2023c) colloca l'attuale conflitto tra Israele e Palestina all'interno di tale quadro post-statale; e lo fa a causa del carattere specifico di Hamas, visto come progetto politico e militare. In una fase precedente del conflitto di lunga durata, l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina aveva mantenuto un calcolo "clausewitziano" della violenza, vista come estensione delle lotte politiche fatte con altri mezzi, laddove questi ultimi si erano esauriti. Per Hamas, invece, la violenza antisemita eccessiva, non è stata solo la forma che veniva assunta dalla lotta, ma ne costituiva anche il suo contenuto. Si tratta di un fine in sé stesso infinito, e lo è nella misura in cui cerca una risoluzione, non nella creazione di uno Stato palestinese - come fece l'OLP - ma piuttosto nell'annientamento di Israele e in quello, più ampio, che vuole porre fine alla presenza del popolo ebraico in Medio Oriente. Caratterizzata dalla centralità della violenza spettacolare, temporalmente, questa campagna è infinita poiché i suoi grandi obiettivi, per i suoi esponenti non verranno mai soddisfatti(Lohoff, 2023c). A tal proposito, piuttosto che un progetto coerente di costruzione dello Stato - secondo Lohoff - Hamas rappresenta proprio quella geo-politica "post-statale" teorizzata da Kurz. Nel suo dominio sul popolo di Gaza, Hamas non replica nessuna delle funzioni tradizionali di uno Stato moderno, lasciando alle organizzazioni internazionali di aiuto la mediazione rispetto alla riproduzione sociale, liberando così tempo e risorse per potersi dedicare ad attività terroristiche interne proprio contro coloro che sono sotto il suo controllo, e esternamente contro le comunità oltre il confine con Israele. In questo modo, sostiene Lohoff, Hamas tiene in «ostaggio» la popolazione dello Stato palestinese ormai allo sbando per promuovere gli interessi della propria ricca organizzazione criminale, e dei suoi alleati e benefattori, nella regione in generale. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, Hamas fa parte della rete di alleati dell’Iran in Medio Oriente e altrove. Allo stesso modo, in Libano – un paese con cui non condivide alcun confine – l’Iran ha creato una forza che agisce per suo conto, Hezbollah, la quale si arricchisce grazie al caos e alle disgrazie che affliggono lo Stato in rovina a cui essa si è legata, mentre persegue il suo unico obiettivo di scontro con Israele, incarnando l’archetipo “post-statista” descritto da Kurz.
GUERRA CIVILE MONDIALE
«La totale razionalizzazione e la completa economicizzazione delle relazioni sociali, creano un ambiente protetto dove prospera il suo opposto intrinseco, l’irrazionalità, già di per sé sempre carica di violenza.» (Lohoff, 2013)
La crisi del 2008 - sostiene Kurz (Kurz, 2013b) - aveva messo in luce quali fossero alcuni degli elementi, stabilizzanti e destabilizzanti, della cosiddetta era "post-statista". Questa preoccupazione, ricorrente nella Wertkritik, era incentrata sull'aspettativa secondo cui lo sviluppo tecnologico avrebbe portato il capitalismo a una sovrapproduzione di merci, il cui valore pertanto avrebbe subito una drastica riduzione. Molti commentatori di sinistra, vedevano la finanziarizzazione come il risultato di un sovra-accumulo di capitale, che era alla ricerca di un ritorno, al di fuori di altre vie produttive, per l'investimento in un'economia caratterizzata da un settore dei servizi gonfiato, e da una sovracapacità manifatturiera provocata da delle potenze emergenti, guidate dalle esportazioni. Ma per Kurz, l'idea che la crisi fosse stata causata da una battaglia tra i blocchi imperialisti – che contrapporrebbe la Cina all'egemonia in declino degli Stati Uniti – sembrava che continuasse a essere ancorata a una mentalità assai più adatta alla storia precedente a quella che era stata invece la "rottura epocale" avvenuta nel 1989. Ragion per cui, mentre durante gli anni della Guerra Fredda il mondo era davvero diviso in dei blocchi politici concorrenti, e nelle loro guerre per procura; invece, l'egemonia statunitense stabilitasi definitivamente nel 1989, non rappresentava più il dominio imperiale di una Capitale specificamente nazionale. Piuttosto, il Capitale statunitense mediava ora quelle che erano le catene del valore globali, nel loro insieme, definendo in tal modo quello che ora era il carattere comune al capitalismo contemporaneo in tutto il mondo, ivi inclusa la Cina. Ciò significava che la crisi andava collocata ora anche a livello di una "interdipendenza del Capitale globale", anziché all'interno delle dinamiche competitive tra delle potenze in competizione e in concorrenza tra di loro (Kurz, 2013b). Fino al 2008 - sostiene Kurz - negli Stati Uniti, il complesso militare-industriale aveva sostenuto il suo ruolo egemonico, garantendo crescita interna e posti di lavoro, e proiettando all'estero il potere di "polizia" americano, agendo e intervenendo ovunque nel mondo in nome della stabilità. Questo si era incarnato nelle "guerre per l'ordine mondiale" che l'Occidente aveva condotto contro il terrorismo religioso e contro gli Stati canaglia negli anni Novanta e 2000, alla ricerca di una sorta di "gestione precaria e planetaria della crisi". Questo potere aveva contribuito a coniare quello che Kurz aveva definito come "il dollaro delle armi", distribuito sotto forma di obbligazioni, e che significava che la ricchezza in eccesso del mondo ora fluiva nelle casse statunitensi per ricompensare il complesso militare-industriale con nuovi investimenti. La centralità del dollaro delle armi, ha fatto sì che nel 2008 Wall Street si trovasse nell'occhio del ciclone. Tuttavia, col sostegno del governo, ciò ha anche permesso ai consumi privati e alle imprese statunitensi di scongiurare una crisi ancora più grave, assorbendo in parte, se non del tutto, l'eccesso di produzione globale derivante dall'espansione della capacità produttiva che ha fatto seguito all'avvento della globalizzazione e alla terza rivoluzione industriale (Kurz, 2013b). Identificare la finanza come responsabile della crisi, come ha fatto gran parte della sinistra dopo il 2008, significa rivolgere le critiche esclusivamente alla distribuzione e alla circolazione del valore nella società capitalista, giustificando al contempo le condizioni in cui esso viene prodotto. Questo, per Kurz, significava esprimere solo «il disperato desiderio di fuggire, tornando ai tempi della prosperità fordista e della regolamentazione keynesiana», rappresentati dall'economia della Guerra Fredda. In assenza di un "Euro delle armi" europeo, capace di assorbire la sovrapproduzione globale - sostiene Kurz - degli elementi facenti parte della sinistra post-crisi hanno riposto le loro speranze in una coalizione simile a quella vista all'era della Guerra Fredda, per la "riforma mondiale" che unisce e mette insieme la Russia di Putin, la Cina autoritaria, il "petrolio-caudillismo" del Venezuela e il "regime islamista antisemita" dell'Iran. Essendo questa un'alternativa indesiderabile e poco plausibile, Kurz prevede invece l'insorgere di una guerra civile mondiale a causa della “crisi globale in fase di maturazione” dovuta alla sovrapproduzione provocata dalla terza rivoluzione industriale (Kurz, 2013b). In definitiva, come ha sostenuto più recentemente Trenkle (2022a, 2022b), questa economia capitalista fallita aveva fornito delle basi che erano insufficienti per qualsiasi tentativo di stabilire un ordine post-1989, fatto di libertà democratica e di mercato; e così lo sviluppo neoliberista aveva finito solo per aggravare la devastazione causata dalla modernizzazione di recupero che c'era stata sotto il socialismo "effettivamente esistente" nel periodo della Guerra Fredda. L'arricchimento cleptocratico delle fazioni governanti ,fiorì tra le rovine, a spese delle popolazioni su cui governavano. Ovviamente, tutto questo era solo superficialmente simile ai processi di privatizzazione e di neo-liberalizazzione che gli venivano associati in Occidente, e senza che ci fosse alcuna base per l'integrazione sociale e politica, se quella dovuta al fondamentalismo nazionale, etnico e religioso (Lohoff, 2023c). Laddove il "socialismo effettivamente esistente" e il comunismo sovietico avevano fornito copertura a molti paesi che combattevano il colonialismo nel Sud Globale durante il periodo della Guerra Fredda, il loro crollo non fece altro che lasciare un vuoto che veniva colmato da tutte queste ideologie settarie, dirette contro una serie di nemici esterni e interni. Ciò generò una disgregazione sociale e politica che - quando i governi occidentali intervennero militarmente per riportare ordine - peggiorò solo il disgregamento. E, in risposta a questo disgregamento, suggerisce Lohoff (2022), l'Occidente non fece altro che abbandonare il "senso liberal-democratico della missione", espressosi nelle "guerre per i diritti umani" che avevano visto gli Stati Uniti, e altri, tentare di fare, negli anni '90 e 2000, il "poliziotto mondiale". In questo contesto, per Lohoff (2023b), l'attuale confronto tra democrazie liberali occidentali e Stati autoritari non si presta facilmente a una spiegazione basata sulla vecchia nozione di "imperialismo", ma costituisce piuttosto l'espressione di una "guerra civile globale", nella quale la distinzione tra politica interna ed estera sfuma. Questa guerra - suggerisce Kurz - non verrà combattuta tra "blocchi di potere nazionale-imperiali, per la redistribuzione del mondo", come nel XX° secolo, ma avverrà all'interno degli interstizi dell'ordine stesso, oramai in decomposizione (Kurz, 2013b).
IMPERIALISMO LIQUIDO E COLONIALITÀ DEL POTERE
In qualche modo, come già osservato, l'analisi della Wertkritik a proposito delle sviluppo intrecciato - tra capitalismo e conflitto - verso l'attuale "guerra civile mondiale", risuona con altre analisi svolte all'interno di una linea marxista, quale, ad esempio quella sulla" 'colonialità del potere", di Quijano (2007). Quest'ultimo concetto, è stato esteso nel corso di un recente intervento del dissidente marxista siriano, Yassin al-Haj Saleh (2023) il quale, seguendo una linea di argomentazione che mette in discussione la rilevanza delle teorizzazioni convenzionali riguardo l'imperialismo visto come lo "stadio più alto" del capitalismo, porebbe apparire superficialmente simile a quelle prodotte dai pensatori della Wertkritik, in risposta ai conflitti e alle crisi del periodo contemporaneo. Saleh, traccia il modo in cui le forme passate di imperialismo siano, allo stesso tempo, sia sepolte che completamente riconfigurate in quella che sarebbe la contemporanea guerra civile mondiale; e lo fa utilizzando la Siria, come caso di studio nelle iniziative e nelle priorità concorrenti dei diversi attori. Descrive il modo in cui Stati Uniti, Russia, Iran, Turchia e Israele - per non parlare di entità come l'ISIS e lo stesso regime di Assad - rechino in sé delle storie che sono in qualche modo associate all'imperialismo, o al colonialismo che oggi plasmano quelle che sono le loro ambizioni regionali. Tutto ciò produce un insieme complesso e intersecante di alleanze e di rivalità, basate su storie coloniali e imperiali, che Saleh definisce come "imperialismo liquido". Nel farlo, per capire come il regime di Assad stesso occupi una posizione coloniale in riferimento al territorio che governa, ed estendendo questo attraverso l'invito a Russia e Iran a intervenire per loro contro i cittadini siriani, Saleh utilizza il concetto di Quijano di "colonialità del potere". La Russia stabilì, per la prima volta una presenza in Siria, facendolo al di là della sua tradizionale sfera d'influenza, su invito del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Intanto, il cosiddetto "asse di resistenza" iraniano in Medio Oriente - suggerisce Saleh (2023) - utilizza una retorica "anti-imperialista", come se fosse un "smokescreeen", nei confronti dell'espansionismo della Repubblica Islamica, del sostegno alle dittature regionali contro la ribellione popolare e la destabilizzazione dei governi tramite milizie settarie come gli Houthi, oltre a una rete proxy che è stata impiegata, nel conflitto regionale che è recentemente scoppiato a seguito degli attacchi di Hamas del 7 ottobre, contro degli obiettivi civili e militari appartenenti a Israele e all'Occidente. Nel frattempo, gli islamisti salafiti-jihadisti, che hanno ostacolato la lotta emancipatoria contro il regime di Assad, rappresentano anch'essi una forza esterna con intenzioni imperiali di dominare e controllare la Siria in quanto parte di un califfato fondamentalista. Saleh suggerisce che lo spazio per questo0 innesco sulla Siria dei diversi "imperialismi liquidi" sia stato aperto, non da dei processi confinati nell'«asse autoritario della resistenza» apparentemente opposto all'Occidente, ma bensì dalla guerra al terrore di quest'ultimo, che a volte ha visto Stati Uniti e Regno Unito coordinarsi con la Russia per combattere i crociati salafiti-jihadisti che erano scesi in campo nella regione. Anche durante le fasi peggiori dell'assalto congiunto Assad–Putin–Soleimani contro il popolo siriano, l'Occidente si era impegnato in una danza attenta che metteva in scena una "deconflittuale" divisione del lavoro nell'impresa della distruzione dell'ISIS. La combinazione di questa calibrazione, con un'ostilità generale, mette in evidenza il carattere "liquido" dei progetti imperiali in atto. La complessità dovuta alla partecipazione delle potenze occidentali e della NATO al conflitto, viene evidenziata - suggerisce Saleh - proprio nel modo in cui gli Stati Uniti si sono alleati con le forze curde contro l'ISIS in Siria, e questo anche mentre le forze curde mantengono un'intesa strategica con le forze militari di Assad. Nel frattempo, la Turchia, alleata della NATO degli Stati Uniti, è intervenuta in Siria per combattere il PKK curdo, esportando la propria guerra civile dal Kurdistan turco al Kurdistan siriano, vedendola come parte della più ampia guerra civile siriana, scoppiata a seguito della rivoluzione popolare contro Assad. La sezione siriana del PKK, il PYD, era alleata degli Stati Uniti nella lotta contro l'ISIS, ma gli Stati Uniti alla fine tradirono i curdi a seguito dei contratti con la Turchia su altre questioni militari e diplomatiche legate alla sua vicinanza alla Russia di Putin. Pertanto, vediamo come vi sia poca coerenza negli interessi strategici in gioco, come quelli concessi dagli imperativi materiali, o economici, ravvisabili nell'imperialismo classico. Come suggerisce Saleh, l'adesione della sinistra a una comprensione dell'imperialismo, debitrice della concettualizzazione di Lenin di quello che sarebbe il "massimo stadio del capitalismo", ha teso a limitare la sua applicazione solo alle democrazie liberali occidentali, in gran parte sulla base della fantasia secondo cui la Russia e la Cina di oggi, in qualche modo, trasmetterebbero dal loro passato un contenuto non capitalistico; anche se in pratica sono capitalisti. "L'imperialismo liquido", in tal senso, offrirebbe una spiegazione alternativa, che catturerebbe la complessità e l'estensione delle attuali pratiche "imperiali", dimostrate in Siria e oltre. Le diverse potenze che si sono posate sul paese, nelle loro talvolta contrastanti risposte alla rivolta popolare contro una brutale dittatura, stanno portando avanti delle strategie prive di "solidità o coerenza", crollando, o cambiando, a causa dell'assenza di qualsiasi "missione civilizzatrice", o di interessi materiali quali le risorse naturali che potrebbero aver definito il loro scopo in passati periodi di rivalità inter-imperialista. Infatti, Saleh suggerisce che gli Stati Uniti e l'Occidente, più ampiamente, lontani dallo spingere per il "cambio di regime" in Siria, come spesso si vede fare nelle teorie del complotto dell'immaginario "anti-imperialista", abbiano di fatto perseguito una politica di "preservazione del regime", visto come mezzo di stabilizzazione. Sotto questi aspetti, il concetto di "imperialismo liquido" risuonerebbe con quello di "guerra civile mondiale", descrivendo uno stato globale di conflitto sempre più incoerente e complesso, dove l'antagonismo, o la contraddizione fondamentale, permea le azioni e gli approcci di specifici Stati, anziché separarli nettamente l'uno dall'altro, rappresentando così una frattura nel tessuto stesso della società mondiale, piuttosto che l'imposizione di una logica esterna su un Ordine liberal-democratico, altrimenti armonioso. Tuttavia, sebbene vi siano delle affinità tra la descrizione del cosiddetto "imperialismo liquido" che Saleh propone come estensione della "colonialità del potere" e la "guerra civile mondiale" teorizzata dalla Wertkritik, ci sono anche differenze! "L'imperialismo", sostiene Lohoff (2023b), qui non vale, poiché presuppone che il comportamento degli Stati sia determinato dagli interessi economici, in nome del capitale nazionale. Questa rappresentazione del potere mondiale, potrebbe aver avuto una certa sua plausibilità all'epoca del colonialismo, o forse addirittura all'epoca del confronto centrato sui blocchi associato alla Guerra Fredda, nel quale le economie nazionali erano in gran parte separate e indipendenti. Tuttavia, oggi non lo è così, a causa dell'intreccio delle economie nazionali sui mercati globali, e nelle reti di produzione. I conflitti contemporanei non impongono alcuna integrazione relativa ai processi commerciali, né saccheggi da parte di una potenza rispetto a un'altra, proprio perché da tutte le parti esiste già integrazione, senza che ci sia la necessità di un intervento militare a garantirla; sia che si tratti di risorse russe, di merci cinesi o di servizi occidentali. Qualsiasi apparente dimensione imperiale in quella che è l'attuale "guerra civile mondiale", sostiene Lohoff, riguarda esclusivamente le "fantasie imperiali", le quali derivano da delle idee, piuttosto che da interessi materiali, come ad esempio nel caso russo, in cui è all'opera una «ideologia legittimante per la guerra preventiva contro il sogno di libertà e di una vita migliore».
DALLA "NUOVA GUERRA FREDDA" ALLA "GUERRA CIVILE GLOBALE"
Oltre a differenziarsi dagli attuali modelli, basati sulla teorizzazione dell’«imperialismo», la concettualizzazione della guerra civile globale costituisce un’alternativa all’emergente consenso accademico e politico volto a interpretare il periodo attuale nell’ambito di un quadro realista, o razionalista, secondo cui si tratterebbe di una “nuova” o “seconda” guerra fredda caratterizzata dal ritorno a un capitalismo organizzato secondo blocchi contrapposti, basati più sulle forze produttive che su quelle distruttive. Questa "nuova" o '"seconda" guerra fredda, viene spesso interpretata come se fosse legata all'ascesa e alla centralità della Cina in quanto principale sfida che il capitalismo occidentale dovrebbe affrontare. Questo viene caratterizzato, da alcuni a sinistra, sostiene Lohoff (2023a), come se fosse parte di una resistenza mondiale contro l'egemonia imperialista occidentale, o semplicemente come l'apertura di un processo multipolare di competizione tra potenze imperiali vecchie e nuove: la cosiddetta "seconda guerra fredda". Quest'ultima interpretazione può indicare l'Iniziativa "Belt and Road", che rappresenta la principale mossa di Xi per il potere politico-economico nel Sud Globale e oltre. Tuttavia, la concettualizzazione della guerra civile mondiale da parte della Wertkritik, getta una luce diversa su ciò che sarebbe in gioco, dal momento che concentrandosi, non sulla competizione economica, bensì su ciò che coloro che scrivono oggi secondo questa tradizione, vedono come una lotta culturale e di civilizzazionale che viene combattuta su tutta una serie di fronti, al fine di riconfigurare l'ordine globale, e liquidare le libertà civili in un modo che va persino oltre la duplice interferenza esercitata dagli Stati Uniti durante la Pax Americana. Contrariamente alle impressioni che alcuni a sinistra coltivano, l'idea secondo cui la Cina farebbe parte di una costellazione anti-imperialista, che si confronta con l'egemonia statunitense, difficilmente regge, vista che la Cina è essa stessa un attore altrettanto potente, sui mercati e nelle istituzioni globali, quanto lo sono gli Stati Uniti e l'Europa. Rispetto ad analisi più ampie, la posizione della politica estera cinese non è rappresentata nella categoria della "competizione sistemica", così come viene concettualizzata nei resoconti della realpolitik della "seconda guerra fredda": Xi non cerca di sostituire la supremazia statunitense, ereditando un ordine mondiale intatto - propone Lohoff - ma piuttosto egli cerca di trasformare le stesse regole del gioco in modo da poter preservare il regime del Partito Comunista Cinese e, a volte, forse anche quello di alleati e di clienti quali Russia e Iran. Secondo Lohoff (2023a), la politica militare ed estera sempre più assertiva della Cina, focalizzata principalmente, ma non esclusivamente, su Hong Kong e Taiwan, si trova a essere strettamente legata all'approccio più repressivo adottato dal suo governo nei confronti del dissenso interno. I tentativi di sradicare lo spazio per le libertà civili, vicini a casa, suggerisce Lohoff, dovrebbero essere visti nel contesto della più ampia "controrivoluzione preventiva" della Cina, contro coloro che essa vede come dei movimenti per diritti e libertà civili imposti dall'Occidente; una lotta che si svolge nell'ambito delle istituzioni internazionali e delle relazioni economiche che la Cina intrattiene con gli Stati Uniti e l'Europa. Questa combinazione di contraddizioni interne e scontri esterni sta conducendo la Cina sulla via di un conflitto diretto con gli Stati Uniti e l'Occidente in generale.. Ma, come suggerisce Lohoff altrove (2022), il pericolo di inquadrare il mondo secondo il calcolo realista di una "nuova guerra fredda" consiste nel fatto che esso tende a concentrare le menti sul conflitto tra grandi potenze, tra Stati Uniti e Cina, e sulle rispettive sfere d'influenza, lasciando però ben poco spazio per fare i conti con le condizioni e le conseguenze di tutta una serie più complessa di rotture, ivi inclusa, in particolare, la campagna espansionista di dominio e di destabilizzazione portata vanti dalla Russia in Europa. Questa compiacenza, è stata evidenziata nel cosiddetto "Pacific tilt" del Regno Unito, delineatosi nei recenti documenti strategici, nei quali, sotto l'influenza dei responsabili politici realisti al governo, la postura militare britannica è stata riposizionata in direzione di una coalizione occidentale contro la Cina, e proprio nel momento in cui i piani russi per una rinnovata invasione dell'Ucraina sono diventati chiari. Come sottolinea Trenkle (2022b), la nuova invasione russa dell’Ucraina non è avvenuta in un contesto in cui sarebbe stato plausibile presentarla come una reazione alla crescente assertività occidentale, ma è avvenuta invece in un momento in cui, sulla scia del ritiro dall’Afghanistan e dell’abbandono delle linee rosse in Siria, l’Occidente si trovava in una fase di debolezza militare e diplomatica senza precedenti. Alla luce di questa indecisione, la Russia ha intravisto l’opportunità di giocare d’anticipo sui propri rivali geopolitici, senza doversi aspettare una reazione significativa da parte delle democrazie, distratte da questioni interne, e in una posizione poco favorevole a rischiare una guerra su vasta scala. Da questa posizione di debolezza, l’Occidente non può essere ritenuto responsabile di aver alimentato questo revanscismo nazionalista, sia attraverso la sua presunta umiliazione della Russia post-sovietica, sia attraverso l’espansione verso est della NATO, suggerisce Trenkle (2022a); piuttosto, è il risultato dell’incapacità interna della Russia di fare i conti con il crollo delle apparenti glorie passate. Trenkle vede in questo il risultato del fallimento del capitalismo di Stato, nel tenere il passo con il capitalismo di mercato in Occidente, e della conseguente esacerbazione del danno industriale ed economico da parte della cleptocrazia che ne è seguita. “L'impoverimento e l'insicurezza” che ne sono derivati sono stati accompagnati da ben pochi dei diritti e delle libertà che avrebbero reso lo sconvolgimento degno di essere vissuto. Ciò che il regime autoritario di Putin ha offerto in questo contesto è stato un senso di identificazione nazionale che ha rafforzato lo status violato della collettività e ha fornito alcuni mezzi di stabilizzazione. La difficoltà, suggerisce Trenkle, è che le “fantasie” di restaurazione nazionale sono state abbandonate tanto più quanto più sono diventati evidenti gli antagonismi interni e le debolezze economiche della Russia. Da questo punto di vista, il regime di Putin assomiglia a molti “perdenti” che sono vittime dei processi della “concorrenza capitalista”, e la sua vulnerabilità si manifesta nel peggiore dei modi attraverso “energie regressive”. È mosso dal desiderio di restaurazione, o di vendetta. e questo indipendentemente dal rischio di distruzione interna ed esterna, mentre porta avanti la sua guerra di risentimento contro coloro che sono stati percepiti come i rappresentanti dei diritti e delle libertà di un Occidente decadente, sia all'interno che oltre i suoi confini. Sotto molti di questi aspetti - osserva Trenkle (2022a) - ciò che alimenta il revanchismo russo non è un fenomeno esterno, estraneo al tessuto delle società occidentali, ma si tratta di qualcosa che si nasconde anche all'interno delle società occidentali, sia a sinistra che a destra. Da ciascuna delle due parti del conflitto tra l'Occidente e il resto, vediamo società ricettive al richiamo di una "visione del mondo anti-modernista", la quale contrappone delle culture '"organiche"... schierandole contro la "decadenza" e il "decadimento dei valori". In particolare, vediamo la politica identitaria rafforzare le sue "posizioni di potere sociale", che per certi gruppi – specialmente gli uomini – erano stare perdute, e che ora tentano una ricostruzione "irrealizzabile" di quel mondo che in passato aveva garantito un simile status. Trenkle associa il revanscismo di Putin a una critica del capitalismo contemporaneo comune sia alla destra autoritaria che alla sinistra autoritaria, che si manifesta in «un ritorno al mondo del fordismo o del “socialismo reale”, in cui il “lavoro onesto” contava ancora, il rapporto tra i sessi era ancora chiaramente binario e “l’ordine” prevaleva ancora». L’impossibilità di un ritorno a un mondo del genere, sostiene Trenkle, rende la sua ricerca ancora più distruttiva, poiché le «forze regressive… riducono tutto in macerie». Si potrebbe dire, in qualche modo, che questa dinamica alimenti almeno una parte del cambiamento politico-economico associato sia al trumpismo che alla Bidenomics, con un malcontento populista che si manifesta in un progetto politico volto a compiacere gli elettori maschi della tradizionale classe operaia, le cui preferenze di voto si sono rivelate decisive nei modelli elettorali dell'ultimo decennio. Tutto ciò non può essere distaccato da alcune delle politiche interne di rimpatrio industriale (reimigrazione) e così via, ampiamente considerate espressione della "seconda guerra fredda". In questo modo, il quadro concettuale della "guerra civile mondiale" ci consente di vedere il carattere del nostro scontro contemporaneo, derivante da una dinamica leggermente diversa rispetto alla sola competizione economica. La miscela regressiva di «autoritarismo, mascolinismo, culturalismo aggressivo e antisemitismo» che Trenkle (2022a) associa alla Russia di Putin e ad altre potenze non è qualcosa di estraneo alle società libere dell’Occidente democratico, ma piuttosto «ne costituisce il lato oscuro», il cui «irrazionalismo» è l’espressione dei «punti ciechi» e delle «esclusioni» inerenti a una «razionalità borghese» che presuppone un comportamento strumentale e calcolatore sia sulla scena economica che su quella diplomatica o geopolitica, nascondendo al contempo la povertà, la violenza e il dominio che ne sono alla base.
NON È TUTTO ORO QUEL CHE LUCCICA: NON TORNIAMO ALL'ETÀ DELL'ORO?
La teorizzazione sul capitalismo contemporaneo, della Wertkritik, che lo vedo come spinto, dalle forze di distruzione in corso, verso una autoritaria danza della morte, ci permette di interpretare in modo più selettivo quelli che sono i diversi determinanti, presupposti per il suo sviluppo, in un periodo di "policrisi". La crisi finanziaria e l'ascesa del populismo, sono state viste come l'inaugurazione di una forma di capitalismo "post-neoliberista" (Davies & Gane, 2021). La pandemia di COVID-19, a sua volta, è stata vista come se si trattasse di un rafforzamento delle esistenti tendenze verso un maggior intervento dello Stato nell'economia. Nel frattempo, sembra che la crisi ambientale abbia costretto a un riequilibrio di Stati e mercati per correggere i fallimenti delle aziende nella lotta al cambiamento climatico. Tutti questi cambiamenti sono stati accolti con entusiasmo da tutto lo spettro politico. I commentatori "post-liberali" prevedono il potenziale di questa agenda, e lo usano per rappresentare un "nuovo sviluppismo" che aggiorni gli "Stati sviluppatori" aziendalistici orientati all'export della "ricostruzione nazionale" del dopoguerra indirizzandole verso le economie high-tech dell'Asia occidentale e orientale (Lind, 2020). Anche altri, sembrano convergere verso una valutazione di questo compromesso dell'età dell'oro della metà del XX° secolo, come se fosse l'archetipo di un capitalismo ben funzionante (vedi Pitts e Thomas 2024). Anche le visioni più futuristiche e lungimiranti del capitalismo e delle sue alternative, recano in sé questo peso nostalgico, dall'economia "missionaria" guidata dallo "Stato imprenditoriale", promossa da figure come Mazzucato (2013, 2021), che cita gli allunaggi guidati dallo shock dello Sputnik come se fosse un modello; fino ai sogni scintillanti della sinistra radicale, fatti di piacere e di svago ed abilitati dalla tecnologia, i quali si appoggiano a un rosso molto debitore del "vero socialismo" del XX° secolo (Bastani, 2019). Ma la Wertkritik ci ricorda l'impossibilità di ricreare quella «età dell'oro» della metà del XX° secolo che tutte queste visioni cercano in qualche modo di riprodurre. Come ci spiega Kurz, l'età dell'oro fu uno stravolgimento dovuto a circostanze altamente specifiche e contingenti, caratterizzate dalla minaccia del totalitarismo e dello sterminio, nonché da conquiste e concessioni sociali e materiali ottenute sotto la pressione di un mondo diviso in due e frammentato in singole economie nazionali. Dato che la situazione odierna viene interpretata come una sorta di “guerra fredda” razionalista e realista, alcuni sembrano colpiti dalla sensazione che oggi si stiano nuovamente ricomponendo le condizioni per una nuova serie di compromessi, mentre i mercati mettono in atto una ritirata deglobalizzante all’interno dei confini nazionali. Ma questo, però, significa scambiare una guerra civile mondiale, che attraversa sia il livello interno che quello internazionale, per una guerra fredda tra due blocchi ben separati, ciascuno con le proprie sfere d'influenza. Ciò che il concetto di "guerra civile globale" riflette, è che i conflitti geopolitici contemporanei, e la concorrenza, sono entrambi caratterizzati da un'interconnessione assai più ampia rispetto a quella della Guerra Fredda del XX° secolo, con le sue politiche militari e di sicurezza, ch erano assai più strettamente intrecciate con le preoccupazioni interne; fossero esse sociali o economiche (Leonard, 2021; Pakes & Pitts 2023). Anche se non ci dovesse essere una risorgere dell'accordo sociale e industriale fordista-keynesiano - cosa che molte forze politiche rincorrono - esiste tuttavia, comunque, una logica geopolitica, la quale guida lo sviluppo capitalistico in dei modi che, per la maggior parte, non vengono considerati come se fossero delle interpretazioni di una svolta "post-neoliberista". Il modello di capitalismo “neo-keynesiano”, così come esso viene descritto dai responsabili politici, e immaginato dall’opinione pubblica, si basa sul desiderio di creare una gestione delle forze produttive più dinamica, più inclusiva e più ecologicanente sostenibile, in modo da ottenere una più rapida e adeguata ripresa successiva alla pandemia e far fronte alla crisi climatica(Merchant, 2023). Ma la verità, per quanto sgradevole, è che l'approccio all'intervento del governo e alla politica industriale incarnato dalla “Bidenomics”, e da altre iniziative simili adottate dai paesi alleati, viene alimentato dalla guerra civile mondiale, di cui sono prova l'aumento delle spese per la difesa e gli sforzi volti a (ri)localizzare le catene di produzione di materie prime, minerali e materiali strategici. Questa situazione viene comprensibilmente interpretata dal punto di vista di una “nuova guerra fredda”, incentrata sull’inasprimento delle relazioni tra un blocco liberaldemocratico guidato dagli Stati Uniti e un blocco autoritario rivale, organizzato attorno alla Cina, e che include la Russia. Tuttavia, per quanto riguarda il concetto di guerra civile mondiale, forse sarebbe meglio considerarlo, anziché come una divergenza, piuttosto come una convergenza attorno a determinate dinamiche autoritarie che – sia a livello nazionale che internazionale – hanno finito per strutturare le relazioni sociali ed economiche del capitalismo contemporaneo.Basta leggere le dichiarazioni degli esponenti politici stessi per rendersi conto che le audaci politiche industriali su cui si fonda la “Bideonomics” hanno, in ultima analisi, una logica geopolitica che si basa su un “nuovo consenso di Washington”, che reagisce al capitalismo di Stato di stampo leggermente diverso che è stato sperimentato per la prima volta in Cina, e che estende la propria influenza attraverso organismi come il BRICS (un raggruppamento economico e geopolitico incentrato su Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e l’iniziativa “Belt and Road” (ad es. Ahmed et al., 2020). Malgrado le divergenze, assistiamo comunque a una convergenza, dal momento che i paesi occidentali riconoscono la necessità di replicare tale modello anche nelle proprie strategie. Questo tanto annunciato passaggio a un capitalismo post-neoliberista, nel quale lo Stato assume un ruolo attivo nella politica industriale, non è quindi solo una risposta razionale alle crisi politiche, ecologiche ed economiche contemporanee. Ciò che la Wertkritik evidenzia, è che tanto il marxismo materialista quanto il liberalismo idealista attribuiscono ai cambiamenti del capitalismo, proprio quel calcolo deterministico, o razionalistico, basato sulla nozione di progresso storico e tecnologico. L'accettazione - sia da parte della dottrina mainstream che da parte di quella critica - di una qualche sorta di ragione economica, o di razionalità materiale che guidi le decisioni prese dalle organizzazioni e dalle istituzioni dello Stato, del Capitale e della società civile, unitamente alla mancanza di capacità di confrontarsi criticamente con il ruolo dello Stato, in particolare, sembra essere assai poco adeguata a comprendere un capitalismo strutturato sulla base di una guerra revanscista e di una contrapposizione ideologica.
CONCLUSIONE: CAPITALISMO E FRONTE CULTURALE
Le dinamiche discusse nella sezione finale, non funzionano necessariamente sulla base della redditività capitalista, o di ciò che è razionale o ragionevole, e ciò che colpisce nell'analisi qui presentata è fino a che punto l'approccio, che la Wertkritik adotta, nei confronti della relazione tra guerra e capitalismo, sia tornato a quelli che erano i temi centrali della teoria critica, concentrandosi così , in ultima analisi, sull'aspetto culturale della guerra civile globale. Attraverso le trasformazioni, che descrive a un livello più concreto ed economico, avvenute negli ultimi decenni, è possibile identificare un elemento stabilizzante in quella che è, in ultima analisi, una rivolta culturale contro la democrazia liberale che coinvolge sia l'Occidente stesso che il mondo esterno. Questo ha trasformato quella che, durante la Guerra Fredda, veniva considerata una competizione sistemica tra capitalismi rivali, incentrati rispettivamente sul mercato e sullo Stato, convertendo l'antagonismo fondamentale in un conflitto tra culture e civiltà. Tuttavia, la concezione della decadenza e del declino occidentali che accomuna i diversi attori geopolitici, non è tanto un polo esterno e opposto alla democrazia liberale, quanto piuttosto un anti-modernismo reazionario che scaturisce dall’interno della stessa società borghese. Come sostiene Trenkle: «questa narrazione culturalista ha avuto origine in Europa nel corso del XIX° secolo… come reazione alla diffusa insicurezza generata dalle sfrenate dinamiche capitalistiche… Per contrastare tale fenomeno, come contro-immagine, gli individui hanno costruito un immaginario costituito da presunte antichissime culture o da religioni profondamente radicate… che meritavano di essere protette… o riportate in vita.» Come tale, l’orientamento apparentemente “anti-occidentale” e il “modello culturalista delle tradizioni inventate”, che oggi sottendono tutti i “fondamentalismi nazionalisti, etnici e religiosi”, sono a loro volta essi stessi il risultato di queste forze e di questi movimenti che si nutrono di un prodotto che l’Occidente stesso ha creato (Trenkle, 2022c). Questo assalto “culturalista” alla supposta decadenza occidentale sta alla base della dimensione autoritaria della “guerra civile globale”. Il fatto che l’attacco retorico all’Occidente – comune a Russia, Cina e Iran – di fatto riprenda conflitti culturali e critiche già centrali nelle stesse società occidentali, significa che questa guerra civile mondiale non si limita semplicemente a creare una frattura tra Stati e blocchi sulla scena globale, ma piuttosto occupa spazi di divisione all’interno stesso dei paesi che ne fanno parte. Tra le altre conseguenze, tale fenomeno erode quel firewall tra politica interna ed estera tipico delle altre fasi della rivalità tra le grandi potenze. Questa dinamica, suggerisce Lohoff (2023b), può essere rilevata non solo nella reinvasione russa dell’Ucraina e nella guerra per procura dell’Iran contro Israele e gli Stati Uniti in Medio Oriente, ma anche nella svolta autoritaria che si è verificata all’interno delle democrazie occidentali come risultato dei cambiamenti culturali, delle preferenze degli elettori e delle politiche di security contro le minacce interne ed esterne percepite.Il carattere culturale della guerra civile globale implica, in qualche modo anche da parte della sinistra, delle risposte diverse rispetto a quelle che suggerirebbe invece una visione più ristretta ed economicista di una “seconda guerra fredda”. “L'orientamento realpolitico” implicito nella prospettiva di una “nuova guerra fredda”, in cui si combinano calcoli razionali di cooperazione e di confronto, fondamentalmente, scarta la possibilità di qualsiasi risposta emancipatoria basata su quel poco che è rimasto di un “universalismo” negato e incompleto che viene associato ai cosiddetti “valori occidentali”. Trenkle (2022a) sostiene che ciò mette in discussione l’universalismo, visto come un baluardo contro “l’offensiva geopolitica dell’autoritarismo”, soprattutto perché, nel contesto di una guerra civile mondiale dove ci sono pochi confini chiari tra i blocchi, la coalizione contro i propri nemici contiene al suo interno anche alleati che non sono certo essi stessi modelli di democrazia, libertà e diritti umani. Nel contempo, esiste un rifiuto analogo di questo percorso emancipatorio anche da parte della stragrande maggioranza della sinistra contemporanea, la quale, sulla scia di Karl Liebknecht, individua il nemico principale all’interno dell’Occidente, piuttosto che, ad esempio, in Russia, Cina o Iran. Ciò è comprensibile, suggerisce Lohoff (2022), nella misura in cui la “società mondiale” capitalistica, che è sinonimo dei paesi occidentali, ha visto una distribuzione della ricchezza e del potere altamente diseguale e ingiusta tra classi e regioni, e «solo una parte relativamente piccola della popolazione mondiale è in grado di condurre una vita ragionevolmente adeguata e sicura ed avere accesso a ciò che promette la Carta dei diritti umani» (Trenkle, 2022a). Tuttavia, tali analisi suggeriscono anche che coloro che si impegnano in modo evidente a favore dell’emancipazione dovrebbero riconoscere quanto diventi pericoloso il mondo in seguito al vuoto lasciato dal ritiro dell’Occidente dalla sua precedente funzione di garante di alcune di queste forme di libertà e di diritto. Lohoff (2022) sostiene che, anche se la promessa della sua realizzazione nella “società mondiale” del periodo post-Guerra Fredda è stata “miseramente smentita”, sarebbe un errore, per coloro che sono interessati all’emancipazione, perdere di vista la possibilità che “l'autodeterminazione e la partecipazione alla ricchezza sociale” vengano scartate insieme ad essa. Nel contesto di una guerra civile globale che coinvolge tutti i paesi che ne fanno parte, e non si limitano semplicemente a scontrarsi tra di loro, la visione regressiva del mondo che caratterizza la nascente “internazionale autoritaria” – come la definisce Lohoff – non viene imposta alle democrazie occidentali dall’esterno, ma scaturisce dall’interno stesso dell’ordine da loro costruito, a causa del fallimento della promessa di libertà e diritti per tutti. Lohoff suggerisce (2023c), quindi, che la guerra civile mondiale esige che una sinistra emancipatoria si impegni nella difesa e nell’ulteriore realizzazione dell’incompiuto progetto della democrazia liberale, in un momento in cui le potenze occidentali e i loro loschi alleati lo promuovono solo a metà. In nessun modo la sinistra dovrebbe desiderare la sconfitta della democrazia liberale per mano di un’opposizione apparentemente “anti-imperialista” – che in definitiva è di carattere autoritario – o a causa del crescente autoritarismo di alcuni governi e movimenti politici all’interno dello stesso Occidente. Tuttavia, le tendenze alla convergenza non implicano un'equivalenza, e sia Lohoff che Trenkle ritengono che le libertà, pur incomplete ma comunque ben reali, di cui godono i cittadini delle democrazie liberali occidentali, debbano essere difese ed estese; e «se necessario» - come afferma Trenkle - «anche con la forza» (2022a). Ma il “carattere transnazionale” dell’offensiva autoritaria implica anche che questa lotta non possa limitarsi solo alle unità nazionali, tra loro e l’una contro l’altra, ma debba procedere anche al loro interno. Per Trenkle, ciò implica un’intensificazione delle lotte emancipatorie per una «trasformazione sociale ed ecologica» contro gli attuali limiti legati all’organizzazione della «produzione di merci e dello Stato», ricollegando lo sviluppo della concezione della guerra e del capitale della Wertkritik ad alcune delle preoccupazioni fondamentali originariamente introdotte nei primi lavori di Kurz: ovvero, l’integrazione intrinseca nello sviluppo capitalistico delle forze distruttive in atto e la necessità materiale del loro superamento. Questo ci riporta a un'intuizione fondamentale offerta dalla Wertkritik a chi sia alla ricerca di fonti di luce nell'oscurità (cfr. Kurz, 2013c; Lohoff, 2013): il legame tra la guerra civile globale e la “crisi ontologica” inerente alla realizzazione dei soggettiattraverso il degrado degli altri in oggetti, vale a dire, la tendenza alla barbarie che questa “crisi ontologica” codifica nella società capitalistica, e l’incapacità, da parte di qualsiasi forma di “amministrazione planetaria”, di scongiurarla realmente.
- Frederick Harry Pitts -Pubblicato nel 2024 , su European Journal of Social Theory - https://journals.sagepub.com/ -
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