domenica 3 maggio 2026

LA FINE DEL REGIME MODERNO DELLA VERITÀ !!

La riorganizzazione del reale: un mondo in convulsione
- di Stéphane François -

Dalla pubblicazione di "An Irrational Twenty -1 Century" (edizioni CNRS), avvenuta nel 2018, si è verificata una spettacolare accelerazione delle dinamiche già descritte: l'ascesa delle teorie del complotto, il ritorno dell'irrazionale, il crollo della fiducia nella scienza e nelle istituzioni, la brutale ricomposizione delle ideologie e alcune rinnovate tensioni geopolitiche. Questi sviluppi, offrono l'opportunità di guardare indietro, punto per punto, a queste trasformazioni, ma anche di ampliarne il portato, comprenderne le radici profonde e misurarne le implicazioni per gli anni a venire. Si tratta di collocare queste analisi in un quadro teorico più ampio: la lunga storia delle idee, le mutazioni tecnologiche, gli effetti psicologici della tecnologia digitale, i patrimoni culturali ed estetici, l'inversione dei regimi di verità. Proponiamo, meno un commento e più una mappatura del cambiamento civilizzazionale che stiamo attraversando. In effetti, non ci troviamo di fronte a una crisi congiunturale, ma a un movimento fondamentale: una "riorganizzazione della realtà"; per usare l'espressione di un autore che commenterò più avanti. Comprendere questo movimento, è essenziale se vogliamo ancora sperare di resistervi.

Il massiccio ritorno dell'irrazionale: una vecchia dinamica accelerata
   Già nel 2018, allorché stato pubblicato il libro summenzionato, sentivamo la pressione crescere. Stava prendendo piede un progressivo cambiamento di quel che era il rapporto con la realtà: rifiuto della scienza, sfiducia verso le élite, ripresa di pratiche pseudo-tradizionali, fascinazione per l'esoterismo. La democrazia rappresentativa non era più fonte di ispirazione; tutto appariva stanco, abituale, incapace di rispondere alle preoccupazioni contemporanee. Lo staff politico, sia di destra che di sinistra, dava l'impressione di un corpo svuotato di ogni sostanza: niente più progetti per il futuro, solo una gestione a breve termine, dettata da imperativi elettorali. Questo contesto - già antico, è vero! - si è accelerato e ha creato un terreno fertile esplosivo, su cui potevano solo prosperare forze irrazionali. Una delle espressioni di tutto questo, è stato il movimento dei Gilet Gialli. Il movimento dei Gillet Gialli ha costituito un evento fondativo. È stato allo stesso tempo una rivolta sociale, una crisi democratica e un laboratorio del populismo contemporaneo. Tale populismo, lungi dall'essere una semplice demagogia, per alcuni Gillet Gialli era invece caratterizzato da un radicale rifiuto di qualsiasi forma di rappresentanza, chiedendo pertanto una democrazia diretta. Ma paradossalmente, questo rifiuto finì per aprire la strada all'infiltrazione di gruppi estremisti, in particolare d'estrema destra, e all'emergere spontaneo di "imprenditori della causa", i quali cercavano di diventare portavoce, malgrado il rifiuto aperto di qualsiasi leadership. In tal modo, il movimento rivelò una grande contraddizione: volere orizzontalità assoluta, pur lasciandosi catturare da chi aveva una migliore padronanza dei codici mediatici. Così, la demagogia tornò poi "dalla porta sul retro". Allo stesso modo, la pandemia di Covid-19, può essere analizzata come un punto di svolta antropologico. Essa non ha agito solo come una crisi sanitaria: ma piuttosto ha messo in luce una caratteristica tipica dell'epoca, vale a dire, una frammentazione radicale del rapporto con la conoscenza. Il rifiuto della scienza, già percepibile prima del 2020, è poi esploso. Il fenomeno è stato enorme: alcune persone negavano l'esistenza del virus, mentre altre sostenevano che i vaccini erano armi politiche o biologiche. Per altri ancora, la sfiducia verso la scienza è venuta a essere alimentata da ricerche superficiali su Internet, percepite come equivalenti dell'esperienza scientifica. In realtà, quelli che riaffioravano con forza erano discorsi occultisti, energetici e pseudo-medici. Emergeva un paradosso sorprendente: le persone che rifiutavano le misure sanitarie erano spesso le stesse persone che vedevamo cedere alla paura del panico non appena un vicino tossiva. Era un mix esplosivo di negazione e di iper-paura, sintomatica di un individualismo ansioso: vittime di un individualismo esasperato, alcuni pretendevano la libertà totale pur vivendo in una paura sproporzionata del virus. La pandemia ha rivelato così un rapporto paradossale con la libertà. Questa crisi avrebbe potuto beneficiare i movimenti ambientalisti, i quali da tempo sono portatori di discorsi sulla fragilità sistemica; i limiti del modello produttivista e i rischi globali. Tuttavia, essi non sono riusciti a incarnare un'alternativa credibile all'irrazionalità prevalente, e questo perché il campo è stato monopolizzato da diversi discorsi e pratiche, come le cosiddette medicine "alternative"; discorsi spiritualisti; fantasie antiscientifiche e, infine, le comunità complottiste. L'ecologia politica si è trovata allora intrappolata in un fuoco incrociato: troppo razionale per alcuni, troppo radicale per altri. D'altra parte, la collassologia, che apparve nello stesso periodo con sfumature escatologiche, ne approfittò.

Detonatori politici e geopolitici (2020–2025)
    Se il ritorno dell'irrazionale era già un fenomeno importante prima del 2020, il periodo 2020–2025 ha concentrato una successione di eventi abbastanza drammatici, fino a farci precipitare in un cambiamento generale. Questi eventi non furono anomalie isolate: agirono come rivelatori, amplificatori e, soprattutto, come ristrutturatori delle immaginazioni politiche contemporanee. Hanno alterato il continuum cognitivo, ossia, il modo in cui gli individui percepiscono la verità, la credibilità, le istituzioni, i conflitti e il mondo stesso. La pandemia ha reso visibile la fragilità delle società contemporanee. Tuttavia, dobbiamo insistere su un punto essenziale: pur se non ha creato l'irrazionale contemporaneo, gli ha fornito un quadro favorevole alla sua esplosione. Il rifiuto della scienza ha raggiunto un livello tale che la discussione pubblica a volte si è trasformata in uno scontro tra competenze scientifiche, da un lato, e le "ricerche personali" effettuate su Google dall'altro. Queste ultime sono state alimentate da delle credenze di tipo occultistico o esoterico; una sfiducia strutturale verso le istituzioni, in particolare quelle scientifiche e politiche; teorie del complotto che riciclavano vecchi immaginari come l'anti-massoneria e l'antisemitismo. Questa crisi ha prodotto una nuova ibridazione tra una cospirazione politica neo-populista (anti-élite, anti-sistema) e una teoria del complotto occultista; ivi inclusa una re-incantazione mitologica della realtà, la quale si è manifestata in pratiche pseudo-mediche e pseudo-tradizionali, ma anche in un ritorno alla religione, vista da una prospettiva fondamentalista. La pandemia è stata il primo terremoto. L'invasione dell'Ucraina ne è stato un altro, di natura diversa però: una divisione ideologica globale. Quando la Russia invase l'Ucraina, una logica binaria avrebbe dovuto imporre il fatto che le forze politiche si posizionassero in modo relativamente coerente. Non fu così. Lo shock è stato duplice: geopolitico e ideologico. Così, l'estrema destra si è divisa in due. Tradizionalmente affascinata dalla Russia di Putin – percepita come modello di ordine, autorità, nazionalismo e conservatorismo morale – l'estrema destra europea si è divisa: un campo si è allineato con l'Ucraina, invocando la difesa di un popolo sovrano contro un imperialismo brutale; mentre un secondo campo, fedele a Mosca, vedeva la Russia come l'ultimo baluardo della civiltà occidentale contro il liberalismo, l'egualitarismo, il multiculturalismo e la NATO. Questa divisione è essenziale: ha dimostrato come le diverse famiglie politiche siano mosse dall'interno da delle profonde contraddizioni. Ancora più sorprendente è stata la posizione di una parte dell'estrema sinistra (nel senso globale dell'espressione), rimasta prigioniera dello schema anti-imperialista di un'altra epoca, la quale continuava, contro ogni previsione, a percepire la Russia come se fosse ancora una forza anti-imperialista. Questa visione si basa su una potente eredità simbolica, quella della Guerra Fredda; ma che è completamente inadeguata di fronte alla realtà di un regime autoritario e profondamente reazionario. C'è una notevole inerzia ideologica qui: la storia mentale pesa più della storia reale. Ancora più sorprendente, il Sud Globale utilizza invece una griglia di lettura de-coloniale: l'invasione russa è stata spesso analizzata, non come un'aggressione imperiale, ma piuttosto come un contrappeso simbolico all'Occidente. C'è meno ammirazione per Putin, di quanto invece non ci sia altro che una sfiducia storica verso le potenze occidentali. Non sorprende che i conflitti geopolitici non vengano mai letti allo stesso modo, a seconda di quale sia la storia delle nazioni. L'Ucraina ha dimostrato che i parametri binari della Guerra Fredda non funzionano più. Sono emerse così delle alleanze inaspettate. Sono scoppiate fratture ideologiche interne. La domanda "chi sostiene chi, e perché?" è diventata quasi insolubile. Questa confusione alimenta così il caos cognitivo: nessuna categoria politica, sembra più essere stabile. Stiamo assistendo alla fine della griglia di lettura geopolitica del ventesimo secolo. Se l'Ucraina ha frammentato i quadri ideologici, Gaza ha rivelato invece qualcosa di più profondo: il crollo del diritto internazionale, in quanto orizzonte comune. La risposta israeliana all'attacco di Hamas, è indubbiamente diventata sproporzionata. E questo ha portato a diverse conseguenze: la destabilizzazione delle alleanze tradizionali; la frammentazione dei circoli attivistici; il rumoroso ritorno di discorsi antisemiti senza alcun freno; l'offuscamento dei confini del dibattito pubblico. Il diritto internazionale, già abusato dalla Russia, ha sembrato perdere ogni coerenza. La logica umanitaria stessa è stata spazzata via dalla polarizzazione. Allo stesso modo, la crisi in Medio Oriente ha portato alla luce un fenomeno particolarmente sconcertante: l'ammirazione da parte di alcuni attivisti neonazisti per Israele. Questo non è recente: esiste già  dagli anni '60; ad esempio nell'opera di Jean Mabire (la quale celebrava "la riscoperta fratellanza del sangue e del suolo"). Tuttavia, essa non aveva mai raggiunto tale portata. Perché? Essi vedono Israele come se fosse un presunto modello di Stato etno-nazionalista, pronto a usare la forza per difendere la propria identità. Pensate alle tesi su questo argomento del "post-nazista" americano Greg Johnson! Questo paradosso dice molto sul nostro tempo. Questi estremisti adottano i riferimenti che permettono loro di alimentare la propria fantasia di purezza, pur se questi riferimenti contraddicano la loro storia ideologica. Sia Gaza che l’Ucraina hanno contribuito a cancellare il principio del “terzo escluso morale”, nel senso che non esiste più un consenso minimo su cosa costituisca: un’aggressione; una sproporzione; una legittimità; una vittima; o un oppressore. La realtà è ormai mediata da narrazioni contrastanti. Ci si muove in un contesto di relativismo cognitivo. Allo stesso modo, la vicenda Epstein costituisce un catalizzatore morale, e una macchina fantastica. Pochi eventi hanno cristallizzato la diffidenza delle élite quanto questo. Riunisce tutti gli ingredienti di una storia totale: impunità; lo sfruttamento sessuale sistemico dei minori; rete internazionale che coinvolge personalità di spicco; sofisticati apparati logistici; tutele istituzionali; Un suicidio considerato improbabile da molti osservatori. Nell'immaginario pubblico, tutto questo si traduce in un'equazione semplice: l'élite equivale a corruzione morale e strutturale. Inoltre, i possibili legami con il KGB alimentano l'idea di manipolazione, con conseguenze geopolitiche: Epstein sarebbe servito come vettore di compromesso, fornendo a Mosca materiali per influenzare figure politiche occidentali. Che sia accurata o meno, l'idea ha un immenso potere narrativo. In effetti, questa vicenda è stata naturalmente innestata nelle fantasie del "pizza-gate" e nelle narrazioni di QAnon: élite pedofile, rituali satanici e reti segrete. Quella a cui staremmo assistendo, sarebbe pertanto una lotta cosmica tra Bene e Male, vale a dire, una "metafisicizzazione" delle teorie del complotto: non denunciamo più soltanto la corruzione politica, ma descriviamo una lotta esoterica, quasi religiosa. Questa vicenda segna la fusione tra una cospirazione politica (anti-élite), una cospirazione morale (perversione generalizzata) e una cospirazione occultista (esoterica e, più in generale, religiosa escatologica: una narrazione del mondo). Essa simboleggia il passaggio da una crisi politica a una crisi della civiltà.

Caos cognitivo, cultura, media, social network e tecnologie: verso un mondo senza realtà comune
    Se gli sconvolgimenti politici e geopolitici avessero profondamente destabilizzato i nostri punti di riferimento, non avrebbero avuto un tale effetto, se non ci fosse anche stata una trasformazione culturale e tecnologica fondamentale. La nostra era vede tre dinamiche aggiunte; o meglio, intrecciate. La prima è l'offuscamento della realtà prodotto dalle arti e dalle visioni critiche del ventesimo secolo; la seconda è il graduale crollo dell'affidabilità del sistema mediatico, sempre più concentrato nelle mani di un'oligarchia; l'ultima dinamica è quella relativa all'ascesa delle reti sociali e dell'intelligenza artificiale, le quali ora stanno frammentando la percezione del mondo. Il risultato è un caos cognitivo senza precedenti, e non perché gli individui siano improvvisamente diventati irrazionali, ma perché il mondo stesso ormai non funziona più secondo un regime stabile di verità e autorità. Molto prima dell'arrivo dei deep-fake, delle teorie del complotto globalizzate o delle reti sociali, gli scrittori e gli artisti più radicali avevano già anticipato la de-realizzazione del mondo. Per decenni, gli autori hanno anticipato e disegnato una mappa del nostro presente: George Orwell e la permanente falsificazione della realtà tramite il linguaggio politico; Aldous Huxley e la dissoluzione della libertà attraverso il conforto e la gentile brutalità; William Burroughs e la manipolazione del mondo tramite il linguaggio, visto come agente virale; J.G. Ballard e l'esplorazione della psiche contemporanea saturata dai media; William Gibson e l'invenzione del cyberspazio, come territorio autonomo, o Roger Zelazny sulla ragione di Stato, le menzogne e il cambiamento della realtà... Philip K. Dick rimane il più profetico: paranoia visionaria, mondi simulati, identità frammentate. Quest'ultimo è senza dubbio l'autore che meglio comprendeva il nostro tempo: vedeva in realtà un tessuto fragile, minacciato in ogni momento dalla falsificazione. Quello che immaginava come finzione è ora un'esperienza quotidiana. Uno dei sintomi più evidenti del caos cognitivo, è il crollo della democrazia rappresentativa. Non siamo più minacciati solo da dei dittatori "classici", ma anche dei da demagoghi, da dei clown sinistri, figure spettacolari, manipolatrici, ossessionate dal clamore causato dal fatto che riescono a conquistare il potere in dei regimi che, in teoria, dovrebbero impedirglielo. Di conseguenza, Trump non è un'anomalia. È il prodotto di una copertura mediatica permanente; una perdita della cultura politica; ma anche della de-istituzionalizzazione, della cancellazione della verità a favore del "plausibile", e dell'emozione contro la ragione. Questo cambiamento non è una semplice debolezza del sistema: è la conseguenza logica di un regime esaurito. Questo caos cognitivo, in un certo senso, funziona come un ritorno alle crisi della fine del diciannovesimo secolo, ma peggio. Infatti, possiamo notare diverse somiglianze come l'esplosione della scienza e della tecnologia; la nascita di nuove credenze occulte (spiritualismo, teosofia); lo sviluppo della medicina "alternativa"; teorie anti-massoniche e del complotto; un rifiuto del personale politico ("tutto corrotto", "tutto marcio" del boulangismo) e della nascente democrazia rappresentativa; un aumento del nazionalismo; tensioni geopolitiche. Tuttavia, c'è una grande differenza: all'epoca, Internet non esisteva. Idee irrazionali circolavano lentamente, in riviste marginali, con una diffusione riservata. Oggi, questi discorsi vengono distribuiti su scala globale, in pochi secondi, grazie al Web. Abbiamo ricreato le condizioni della fine del XIX secolo, moltiplicandole. I social network pertanto svolgono un ruolo decisivo nella creazione dell'attuale caos cognitivo. Amplificano l'aggressività, promuovendo comportamenti tossici. Rinchiudono tutti in una bolla di conferma, accentuando la polarizzazione e indebolendo la capacità di distinguere tra sfumature e attacco. Infine, trasformano i conflitti in spettacoli. Il primo lock-down, nel 2020, ha ulteriormente accentuato queste tendenze. L'isolamento ha scatenato una violenza verbale e simbolica che prima era contenuta nello spazio fisico. La conseguenza è stata duplice: da un lato, gli individui si sentono più "isolati", nonostante l'iper-connessione, mentre dall'altro, stanno forgiando delle rigide identità digitali, le quali non tollerano più la contraddizione. Questi sviluppi si sono aggravati a partire dall'apparizione dell'intelligenza artificiale, la quale ha accelerato la dissoluzione della realtà. Tutto questo è particolarmente preoccupante. L'IA generativa ha introdotto un cambiamento ontologico: non solo il linguaggio può essere falso, ma anche le immagini e i video possono esserlo. Se queste pratiche esistevano già prima, sono però ora diventate più credibili, più difficili da individuare e soprattutto più accessibili a tutti. Inoltre, l'immediatezza delle informazioni, la mancanza di retrospettiva, la ricerca di un interesse permanente permettono di moltiplicare tutti questi aspetti. In effetti, i deep-fake ti permettono di far parlare qualcuno che non ha detto nulla; di fabbricare una scena che non è mai esistita; Creare prove da zero. Rendono possibile manipolare un'elezione, o scatenare una crisi internazionale. Le conseguenze sono vertiginose, perché ora, così, la realtà è diventata discutibile. Siamo entrati in un'epoca in cui credere è più importante che vedere, poiché vedere, in sé, può essere falsificato. Questo fenomeno è potenzialmente più destabilizzante di qualsiasi crisi precedente. Potrebbe segnare la fine del regime moderno della verità. Stiamo vivendo un momento di profonda ricomposizione del rapporto con la realtà. Crisi politiche, conflitti geopolitici, frammentazione dei media e innovazioni tecnologiche non sono fenomeni separati. Insieme, costituiscono un importante cambiamento antropologico. In effetti, siamo passati da un mondo in cui la scienza aveva autorità, e dove le istituzioni ispiravano una fiducia minima; dove il giornalismo filtrava informazioni e le immagini venivano usate come prove, ecc.; mentre ora stiamo andando verso un mondo specchio, quasi distopico, dove la verità è relativa; l'immagine è sospetta; il discorso istituzionale viene delegittimato; dove le credenze sostituiscono i fatti, e in cui gli individui vivono in bolle cognitive incompatibili tra loro. La grande questione del ventunesimo secolo non è più solo politica o economica. È soprattutto cognitiva: abbiamo ancora la capacità di condividere una realtà comune, la base di uno spazio pubblico come aveva studiato Habermas e, in ultima analisi, di qualsiasi democrazia? Considerando la frammentazione delle società, sia in termini di religioni, memorie diverse o persino divergenti, sia semplicemente convivendo, possiamo dubitarne. Almeno, per ora.

- Stéphane François - Pubblicato il 6/4/2026 su Frammenti sul Tempo Presente -

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