giovedì 31 agosto 2023

Marx a “La Mannara” !!

L'indagine ha che fare con l'assassinio di un'importante uomo politico in un villaggio nella parte interna della Sicilia, in Italia. Il modo in cui il rapporto viene redatto potrebbe far credere che sia stato illegalmente divulgato dallo stesso commissario che ha seguito il caso, riuscendo così a fare del materiale poliziesco un racconto letterario; visto che il crimine aveva stretti legami con la nota "Operazione Mani Pulite", svoltasi a metà del 1994. [...] La storia, piena di deviazioni poetiche da parte di un commissario semi-malinconico, rende assai difficile, come diceva Celso Furtado, «sbucciare la cipolla" della realtà» (un riferimento, questo, che vuole sottolineare l'applicazione recidiva del metodo dell'economia politica alle sue investigazioni). E tuttavia - ciò nonostante - se considerata attentamente e «depurata da ogni casualità» (come diceva Engels, un altro investigatore seminale), ecco che la realtà si consegna, e si impone bruciante, come la Dama dell'Apocalisse nella voce di Elis Regina. Insomma, per farla breve, un lunedì mattina, due funzionari della nettezza urbana di Vigata, nel terreno che circondava le rovine della vecchia fabbrica chimica della città, edificata quando il vento del progresso soffiava forte sull'isola, avevano scoperto il cadavere dell'onorevole parlamentare Cusumano; una sorta di capo politico locale:

«(…)poi quel venticello rapidamente si era cangiato in un filo di brezza e quindi si era abbacato del tutto: era stato capace però di fare più danno di un tornado, lasciandosi alle spalle una scia di cassintegrati e disoccupati. Per evitare che le torme vaganti in paese di nìvuri e meno nìvuri, senegalesi e algerini, tunisini e libici, in quella fabbrica facessero nido, torno torno vi era stato alzato un alto muro, al di sopra del quale le strutture corrose da malottempo, incuria e sale marino, ancora svettavano, sempre più simili all'architettura di un Gaudi in preda ad allucinogeni.» (Camilleri, 1999, "La forma dell'acqua", Sellerio)

Va detto che a quel tempo tutta l'Italia intera era scossa dal terremoto giuridico causato dai magistrati di Milano. E la morte di un'importante figura politica, avvenuta in una zona di prostituzione, portava acqua a quel mulino. Insomma, il rapporto del commissario diventava così una radiografia dell'epoca della crisi politica innescata dall'Operazione Mani Pulite, oltre che a essere, una precisa descrizione della vita quotidiana, delle relazioni di lavoro, insieme a quelle della criminalità che riguardava quella cittadina costiera che aveva vissuto giorni migliori. Il posto in cui era avvenuto il crimine era noto come "La Mannara": il prodotto di una mente ingegnosa, che essendo venuta a sapere della decisione ministeriale secondo cui sarebbero stati trasferiti nella cittadina, a titolo di controllo del territorio, dei distaccamenti militari, aveva installato in quel luogo un mercato di carne umana finalmente liberata dal giogo comunista e proveniente principalmente dall'Est europeo. Arrugginite dall'aria del mare, le rovine della fabbrica che circondavano la mannara affascinavano il commissario. Erano un'immagine che sintetizzava la sua terra, simboleggiavano qualcosa che neanche lui riusciva a spiegare. Ma le circostante oscure del crimine, nel coinvolgere la mannara, avevano provocato la curiosità urgente del commissario. Da vivo, l'onorevole Cusumano non era mai stato colto in flagrante; e, come se non bastasse, il medico legale aveva dichiarato che la morte era avvenuta per un infarto fulminante, per cause naturali. E a partire dal fatto che c'era qualcosa che gli sembrava fuori posto, ecco che il nostro commissario aveva contraddetto ogni ragionevole previsione e aveva deciso di continuare le sue indagini. Come diceva la gente del paese, questo commissario, quando decideva di capire qualcosa, la capiva! Ma, in Camilleri, il malinconico detective amletico - se vogliamo - appare più simile ad un dio di quinta categoria che scopre le cose con rabbia e fastidio, un dio che non ha mai preso in mano il controllo del caso:

« (...) La ragazza non rispose, lo taliava, semplicemente. "E allora?". - "E tu saresti un uomo onesto?" sibilò. Montalbano capì che si riferiva alla notte in cui aveva visto Ingrid seminuda, distesa sul suo letto. - "No, non lo sono" disse. "Ma non per quello che pensi tu". » (Camilleri, 1999, "La forma dell'acqua", Sellerio)

Il commissario di Vigata sa di non essere un uomo onesto, ma non per il motivo che potremmo immaginare. L'indagine sulla quadratura del cerchio - in questo caso quella sulla forma dell'acqua - rivela come alla fine sia l'investigatore stesso che prende la forma dell'indagine. Prende coscienza delle conseguenze contraddittorie delle sue proprie indagini solo dopo che si rivela l'esito di tutta questa vicenda. Tragicamente, il processo della verità si trova sempre alle spalle del commissario. La figura dell'investigatore che non controlla le conseguenze delle sue investigazioni -  e che di questo ha coscienza - è la più appropriata se si vuole rappresentare una società reificata che non dipende solamente dalla somma degli sforzi individuali compiuti per tornare alla propria vita normale, o per autogovernarsi. Montalbano, l'impotente commissario di Vigata, finisce per ricordarci un racconto di Kafka, dal titolo "Indagini di un cane", che ci viene narrato da un inquietante investigatore canino, il quale racconta quali sono stati tutti i risultati sbagliati dell'indagine, e lo fa senza mai mostrare di essere in grado di comprenderla. Così, in questo racconto, a unire i fili, e a scoprire le risposte date dall'investigazione canina può essere solo il lettore. Analogamente, allo stesso modo, solo un narratore che sia critico dell'Illuminismo può mirare a quella crepa esistente tra ciò che lui pensa essere la realtà e il modo in cui la realtà stessa viene rappresentata. Perciò, alla fine tocca al lettore decodificare un processo nel quale bisogna che la concretezza prenda il posto dell'oggettività; e dove a essere spettrale è la realtà stessa. Insomma, cerchiamo di essere più dubbiosi!!

mercoledì 30 agosto 2023

Il rumore del mondo che cambia...

    «Poiché il mio desiderio di vivere al di fuori delle prescrizioni normative della società binaria etero patriarcale è stato considerato una patologia clinica denominata ‘disforia di genere’, mi è sembrato interessante pensare all’attuale situazione mondiale come una disforia generalizzata.»

Dysphoria Mundi è un diario della transizione planetaria che prende qui la forma di un testo mutante, fatto di saggistica, filosofia, poesia e autofiction. Preciado, malato di Covid e rinchiuso nel suo appartamento, attinge a tutti i generi per raccontare un mondo in cui i diversi orologi si sono sincronizzati al ritmo del virus, ma anche del razzismo, del femminicidio, del riscaldamento globale e descrive le modalità di un presente rivoluzionario: non qualcosa che è accaduto in un passato mitico o che accadrà in un futuro messianico, ma qualcosa che sta avvenendo. Una sorta di taccuino filosofico-somatico di un processo di mutazione planetaria in atto. Ciò che è accaduto durante la crisi covid su scala globale, segna per l’autore l’inizio della fine del realismo capitalista e introduce un nuovo paradigma epistemico. Se la modernità disciplinare raccontata da Preciado era caratterizzata dall’isteria, se il fordismo, erede del dopoguerra e della rivoluzione psicanalitica, era schizofrenico, allora il neoliberismo cibernetico è disforico. Preciado si afferma qui come uno dei più importanti filosofi internazionali del momento, e riesce a consegnare, come ha affermato Judith Butler, un libro “monumentale”, un opera-mondo dove l’autore ripercorre i cambiamenti che si stanno producendo in tutte le sfere sociali, politiche e sessuali. Un libro essenziale per comprendere il presente e ancor di più per entrare nel futuro.

(dal risvolto di copertina di: Paul B. Preciado, Dysphoria Mundi. Fandango. Traduzione di Roberta Arrigoni, pp.592, €29)

Un corpo che parla
- di Chiara Valerio -

«Prendere coscienza significa assumere che il nostro corpo vivo e desiderante è la sola tecnologia sociale in grado di operare il cambiamento. Siamo le crepe nei ghiacci polari, siamo l'Amazzonia deforestata. Siamo l'incendio che divora le campagne della California e della Galizia. Siamo il deserto del Madagascar che avanza. Siamo il buco nell'ozono».
Dysphoria Mundi, di Paul B. Preciado, è un libro composito, vasto e largo. È diario, pamphlet, saggio, racconto, elenco, invocazione, lettera, biblioteca, pubblicità e annuncio. È grave e leggerissimo, tiene insieme e sovrappone, con esattezza limpida, erotica e politica, parte dal corpo e al corpo torna, sussurra e grida, al fondo, una cosa - l'aria intorno alla quale si dispongono le variazioni, e poi l'aria da capo - e cioè che essere attratti da un altro modo di esistere non è una malattia. Esercitarsi a staccare l'automatismo del pensiero indotto dalle norme sociali, sfuggire alle tecnologie di potere della modernità coloniale che hanno funzionato come tecnologie di morte. Lo strumento dialettico che smonta l'automatismo e porta a rottura quella che, da Achille Mbembe (teorico politico camerunense) in qua si chiama necropolitica, è il corpo. Per il fatto stesso che lo strumento dialettico sia il corpo, e sia in effetti non un corpo teorico, ma il corpo stesso di Paul B. Preciado, Dysphoria mundi è un oggetto narrativo sensuale, è cioè relativo ai sensi, tutti, al piacere che essi procurano. Elide la distinzione tra corpo e spirito, ragione e sentimento, poesia e scienza, torna, senza citare, ma per prassi, ad Agostino che scrive capii le cose col cervello, dunque col cuore. «Volevo cambiare, solo questo. E il desiderio di cambiare non faceva distinzione tra mente e corpo. Un pazzo forse, ma se lo ero, la mia pazzia non risiedeva che nel rifiuto dell'antinomia tra due poli, quello femminile e quello maschile, che per me avevano né più né meno la consistenza di una combinazione sempre variabile di catene cromosomiche, secrezioni ormonali, invocazioni linguistiche».
Che sia per pratica femminista, intersezionale e queer, che derivi dalla frequentazione del mondo dell'arte, dell'immaginazione architettonica e dalla riflessione e (ancora) dalla prassi farmacologica, che sia perché Paul B. Preciado è il Boswell di sé stesso, Dysphoria mundi è la cronaca di una vita singola che, nel suo svolgersi minuto di passi e pensieri, di traslochi e stasi, di letture e corpi si fa esperienza universale, proprio come la Vita di Samuel Johnson, estensore di dizionari e corpo politico, redatta, appunto, da James Boswell. Paul B. Preciado, segue sé stesso, si usa come sonda per capire quali e dove siano i confini tra una cosa e un'altra, un essere umano e un altro, una comunità e un'altra, chiama a raccolta i suoi studi, le sue esperienze, l'esperienza dei suoi studi e lo studio della sua esperienza e, nella trama di Derrida e Foucault, Esposito e Haraway, Butler e Agamben, Bifo e Angela Davis ordisce la rivoluzione in forma di dedica a tutti i viventi umani arrivati in un mondo di decisioni normalizzatrici, razziste e distruttive, assuefatti al consumo sia economico che semiotico (comunicazione), educati a essere accettati da tutti e a tutto accettare per un fraintendimento di forma e postura democratica. Una dedica, molto strutturata, a loro cui abbiamo insegnato a provare vergogna di inadeguatezza e disforia. E Preciado, nella sua logica affettuosa, mobile ed esatta - una struttura tensioattiva - incita a cambiare modo di pensare e pure corpo, spezzare il codice, amare tutto ciò che il mondo prima ha insegnato a odiare, fare della storia dell'oppressione una opportunità. «In questo credo possa riassumersi la mia idea di tempo libero: sesso e lettura amore e scrittura. Niente sport, niente escursionismo, culturismo, ciclismo, turismo, nessun ismo di nessun tipo».
Dysphoria mundi non è un libro semplice, presuppone molte letture e molta vita - sei hai letto Guattari e Derrida, è più immediato, certo, ma pure Woolf e Davis, ce ne sono molti, tuttavia, che io non ho letto - e, come per altre antinomie che, pagina, dopo pagina, rivelano la natura di chiodi per sostenere un sistema di conoscenze assoluto sì ma solo in sé stesso, cade anche la distanza tra lettura e vita. Si legge e si vive. Le avversative lasciano lo spazio alle congiunzioni. È, Dysphoria mundi, la biografia di una macchina morbida (Preciado cita Bourrughs) che lavora sull'ipotesi che il Covid-2019 abbia segnato la fine del realismo capitalista. Se l'esperienza biologica e biografica di nessuno è replicabile, quella di Paul B. Preciado lo è ancora meno per la mole del tutto sul quale ha appoggiato occhi e arti. Tuttavia, poiché del suo nome prima della transizione, che continua e continua e continua, scrive «nome dantesco che non ho mai sentito né femminile né maschile» chiudiamo con l'universalità di Dante, tra poesia e scienza, sempre nel gioco creativo della gravità. L'amore che move il sole e le altre stelle è il rumore del mondo che cambia.

- Chiara Valerio - Pubblicato su Robinson del 13/5/2023 -

Un'umanità fuori dal binario
- di Vittorio Lingiardi -

Il diavolo di un tarocco apre le ali e vola sulla copertina di Dysphoria Mundi, l’ultimo libro del filosofo Paul B. Preciado. È un diavolo trans che fa la linguaccia, in piedi su un mondo tagliato a metà che bagna col suo sangue. Rapisce gli sguardi di chi entra nelle librerie, desta meraviglia e scandalo. Ricorda una tavola del Rosarium philosophorum, il testo alchemico del XIII secolo attorno a cui Jung costruisce la sua teoria del transfert. Preciado è drastico, ironico, gentile. Vive nel cambiamento, non distingue la mente dal corpo, è oltre l’anatomia-antinomia dell’ovvietà binaria maschile/femminile. Quando la carta e la carne combaciano, come si fa a non lasciare la parola all’autore? Ecco, Preciado si descrive così: «A detta dei miei contemporanei, sono un’anima malata. O un corpo sbagliato dal quale l’anima tenta di fuggire – non si mettono d’accordo. Sono uno squarcio siderale tra il corpo che mi impongono e l’anima che fabbricano, un buco epistemico, una lacerazione politica, un abisso religioso, un giro d’affari psicologico, una stravaganza anatomica, un caso di studio sul quale tutti i nuovi despoti illuminati del Ventunesimo secolo hanno qualcosa da dire, senza peraltro che nessuno di noi glielo abbia mai chiesto». Cosmopolita e transdisciplinare, da poco premiato al Festival del cinema di Berlino per il suo esordio alla regia – Orlando, ma biographie politique – Preciado ha dialogato con Stefano Boeri alla Triennale di Milano. Parlano di transizione planetaria e anche di architettura. Perché quando Paul era Beatriz (la B è rimasta, puntata tra nome e cognome), si è dottorato a Princeton in teoria dell’architettura. Sul palco è fluviale e assertivo, il suo traduttore consecutivo Pietro Cecioni lo sa, sta al gioco e diventa anche lui performance.
Preciado è un’esplosione di futuro nel contemporaneo e il suo pubblico di oggi sembra leggerlo come noi abbiamo letto Deleuze e Guattari o Baldwin o Butler. Per entrare in una rivoluzione che decostruisce il mondo fin qui attraversato. Il resto è ultravisione. Non va letto per dire «sono d’accordo» - io per lo meno - ma per lasciarsi toccare dalla sua parola oracolare e vedere cosa ci succede dentro. Poi ciascuno si regola come vuole e come può. Il teatro era pieno, dunque le persone curiose o affamate delle sue parole sono molte. Preciado ama il j’accuse, ma anche il pensiero. Mentre demolisce la nostra tradizione e fa a fette il sapere diagnostico della psichiatria e quello clinico della psicoanalisi (e a me viene voglia di replicare che non solo lui è in movimento, anche le discipline che attacca lo sono, mentre lui le distrugge senza badare alla tensione del loro transitare), dal palco dice una cosa bellissima: «i maestri sono pieni di difetti e di problemi, ma se non li avessero non li sceglieremmo come tali». Allievo di Derrida e Heller, studioso di Foucault, Preciado, l’ho detto, ha sempre un indice puntato. Eppure non è arrabbiato, sa ridere. Quell’indice lo ha puntato a Parigi nel 2019, all’École de la Cause Freudienne, proclamando Sono un mostro che vi parla a più di tremila psicoanalisti, per molti dei quali, in effetti, era un soggetto malato, una gender-chimera (come ogni altro suo testo, anche questo è pubblicato in Italia da Fandango).
Il diavolo sulla copertina di Dysphoria Mundi è un paziente con la sua scheda anamnestica. Preciado la inserisce nel volume per farci partecipi della rappresentazione di sé che ha dovuto accettare per ricevere la sua terapia ormonale. «Mi sono dovuto dichiarare pazzo. Affetto da una forma ben precisa di pazzia che chiamano disforia. Ho dovuto dichiarare che la mia mente era in guerra con il mio corpo, che la mia mente era maschile e il mio corpo femminile. Io, a dire il vero, non sentivo alcuna distanza tra quella che loro chiamavano mente e quello che identificavano come corpo. Volevo cambiare, solo questo». Esordisce così, presentando la nozione di «disforia di genere» per poi dislocarla e risignificarla. Scompone il termine per rivelarne l’ibridazione etimologica. Dys-, che separa, nega, denota difficoltà, e phe´rein, che porta, sostiene, trasferisce. Insieme fanno dysphoria: un trasporto andato male, un difetto di tenuta che nella lingua degli psichiatri indica una sofferenza dell’umore. La formula che per endocrinologi, psichiatri e psicologi indica il peso di un disagio che va riconosciuto e nominato perché possa essere risolto nella costruzione creativa del proprio sentimento di genere, per Preciado è invece solo un dispositivo etero-cispatriarcale che serve a patologizzare le forme di vita esorbitanti rispetto al regime normativo della differenza sessuale e di genere. La mia prospettiva è quella dell’intersoggettività in una relazione d’ascolto non imposta, la sua è quella di una soggettività visio(rivoluzio)naria.
Ma a ben guardare, continua Preciado, la disforia è nel mondo, in tutti i corpi esiliati, non solo quelli delle persone trans: i corpi delle donne, delle minoranze etniche e sessuali, delle persone migranti, in tutti i corpi non conformi e nelle loro infinite declinazioni. Preciado sa che i corpi non esistono fuori dal paesaggio e dunque eccoli vivere e morire nella pandemia annunciata, nella devastazione ecologica e climatica, nella minaccia di una guerra mondiale. È questo lo scenario di Dysphoria Mundi. Il rumore del mondo che crolla. La disforia non è più malattia dell’individuo, ma del mondo, lo scarto tra due modelli epistemologici: il vecchio ordine petro-sesso-razziale (petro- sta per petrolio) e il nuovo ordine «ancora balbettante» che si forma attraverso atti di critica e disobbedienza politica.
Dysphoria Mundi è il ritratto del presente-futuro, il racconto «di come il mondo moderno che aveva tracciato il confine tra la sua ragione e la nostra follia abbia cominciato a sgretolarsi». Preciado preconizza questa nuova era dalla sua nuova casa a Parigi, malato di Covid. Nell’agitazione febbricitante scrive di cambiamenti e tumulti sotterranei che tradiscono la pandemica immobilità della superficie. Il suo libro non può che essere disforico, instabile. E attraversare ogni genere letterario: saggio filosofico e poesia, epistolario, diario e autofiction. La rivoluzione è già iniziata, dice Preciado, e chiama tutti all’appello. Perché «non siamo semplici testimoni di quello che accade. Siamo il corpo nel quale il cambiamento si fa strada e getta radici». La disforia generalizzata come condizione epistemico-politica della nostra contemporanea anima mundi.

- Vittorio Lingiardi - Pubblicato su Domenica del 18/6/2023 -

Tifoserie…

A quanto pare, in questa situazione  - nella quale l'escalation militare, già in atto in Europa con la guerra in Ucraina, che in Oriente sta per esplodere con l'imminente invasione di Taiwan, da parte della Cina, e che minaccia ora anche la stabilità dei paesi africani, col rischio concreto di precipitare il mondo in quella che non sarebbe più solamente un'ipotesi di olocausto nucleare - sembra che adesso l'ultima alzata d'ingegno di certa "compagneria" - che assomiglia sempre più a quell'estrema destra da cui trae la propria concezione di "Libertà" -  sia quella di saltare sul carro dei cosiddetti Brics. Nell'ottica di un banale "accontentiamoci", ci vengono a dire che la battaglia da sostenere dovrebbe ora essere quella ... della concorrenza nel capitalismo!!

A quanto pare, siamo tornati alla retorica fascista delle nazioni proletarie e di quelle borghesi, dove la prossima mossa sarà necessariamente quella della guerra mondiale. Anziché assumere il capitalismo come il peggior nemico dell'umanità, si sostiene quella che secondo loro costituirebbe la sua "parte buona e giusta", la cui logica predatoria sta distruggendo quella natura che ospita sia noi che tutti gli altri esseri viventi che qui abitano.

L'unica lotta ammessa, sembra essere solo quella che si svolge nel quadro della ... ConcorrenzaDenaro, lavoro, concorrenza. Moneta contro moneta, o addirittura Birra contro Birra (Messina). È questa l'unica lotta concessa! In questa situazione asfittica, in cui il massimo della rivendicazione e della lotta è quella per il Reddito di Cittadinanza, occorre fantasia e immaginazione. C'è bisogno di Utopia, se si vuole arrivare a riuscire a tirare il ... Freno d'Emergenza. E fermare così questa infernale Locomotiva del Progresso, in modo da poter così scendere da questa... Storia.

martedì 29 agosto 2023

Ordine di servizio !!

In "Tutti i nomi", il suo romanzo pubblicato nel 1997 (un anno prima che ricevesse il Nobel per la letteratura), Saramago racconta di un uomo che si perde in un «archivio dei morti». Si tratta di un «ricercatore di temi araldici» «che riuscimmo a ritrovare solo una settimana dopo, quasi alla fine, quando ormai avevamo perduto tutte le speranze di ritrovarlo vivo». A partire da quel caso, venne emanato un «ordine di servizio», «in cui si decretava l’uso obbligatorio del filo di Arianna, designazione classica e, se mi consentite, ironica, della corda che conservo nel cassetto»; da allora, non è stato più registrato nessun altro caso di scomparsa. Subito dopo esser stato narrato questo caso - e la riflessione sull'efficacia del filo di Arianna - Saramago, nella sua storia, dimostra una comprensione che lo avvicina, ad esempio, a quello che era il progetto di Sebald in Austerlitz: senza l'esistenza di certi fatti, come questo, «senza i quali non sarei mai arrivato a capire l’assurdità del separare i morti dai vivi».

«In primo luogo, è un’assurdità dal punto di vista archivistico, considerando che la maniera più facile di trovare i morti sarebbe quella di poterli ricercare dove si trovassero i vivi, posto che questi ultimi, in quanto vivi, li abbiamo perennemente davanti agli occhi, ma, in secondo luogo, è un’assurdità anche dal punto di vista mnemonico, perché se i morti non rimangono in mezzo ai vivi finiscono prima o poi per essere dimenticati, e poi, perdonate la volgarità dell’espressione, è una faticaccia dell’accidente riuscire a scoprirli quando ne abbiamo bisogno, come del resto prima o poi finisce sempre per succedere.»

fonte: Um túnel no fim da luz

lunedì 28 agosto 2023

La guerra, come pacchetto di stimolo economico !!

L'economia di guerra di Putin
- Il tasso di cambio del rublo rimane a un livello basso, ma l'economia russa si sta stabilizzando nonostante le sanzioni imposte dagli stati occidentali -
di Tomasz Konicz

Attualmente, l'economia russa, che da tempo presenta molti di quelli che sono i tratti distintivi di un'economia di guerra, ha cominciato a inviare dei segnali contraddittori. Il crollo della valuta russa contrasta con i solidi dati economici che sembrano invece indicare la stabilizzazione economica della superpotenza belligerante. Nel 2022, dopo che è stata registrata una recessione – il prodotto interno lordo (PIL) era crollato del 2,1% –,  più volte, il Fondo monetario internazionale (FMI) ha dovuto aumentare al rialzo le sue previsioni relative alla crescita per la Russia di quest'anno – fino all'attuale 1,5%. Mentre, per esempio, per il 2023, il FMI vede invece la Germania rimanere in una leggera recessione, con un calo della prodotto economico dello 0,3%.

Per la Russia, la ripresa economica è iniziata in primavera: quando nel primo trimestre si trovava ancora nella recessione che aveva coinciso con l'inizio della guerra (con un -1,9%), già nel secondo trimestre aveva raggiunto una forte crescita, corrispondente al  4,9% in più, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Inoltre, nel mese di maggio, la disoccupazione - ufficialmente registrata nella Federazione Russa - è scesa al 3,2%, il livello più basso dal 1991; cosa che di fatto equivale alla piena occupazione, rendendo così plausibili le previsioni di una forte crescita dei salari reali fino al 3,4% (e ciò nonostante l'inflazione prevista per quest'anno fino al 6,5%). Tutti questi dati economici - in apparenza buoni – sembrano però contraddire il significativo deprezzamento della valuta russa, che durante questa ripresa economica ha perso notevolmente valore rispetto al dollaro USA. All'inizio dell'anno, per un dollaro USA bisognava pagare da 65 a 75 rubli. A metà anno, il tasso di cambio è sceso a circa 80 rubli, una tendenza che si è intensificata nei mesi di giugno, luglio e agosto, fino a quando il dollaro è arrivato a costare 100 rubli. Dopo un intervento della banca centrale russa, che a metà agosto ha aumentato il tasso di interesse di riferimento dall'8,5 al 12%, il tasso di cambio si è stabilizzato, per il momento, intorno ai 95 rubli. Di conseguenza, la valuta russa in declino si sta pericolosamente avvicinando ai minimi storici del subito dopo l'inizio dell'invasione russa nel marzo 2022, quando lo shock iniziale - dovuto alle generalizzate sanzioni di guerra da parte degli stati occidentali - aveva fatto precipitare il tasso di cambio a 130 rubli per un dollaro. In seguito, tra maggio e dicembre 2022, il governo russo era riuscito - attraverso misure di sostegno statale e diversificazione delle esportazioni di materie prime - a stabilizzare la valuta  a 55-60 rubli per un dollaro, un livello persino migliore rispetto a quello prebellico dei 70-75 rubli. E allora, come si conciliano la ripresa economica con la caduta del rublo?

Di solito, le perdite relative al tasso di cambio indicano – in special modo, per quel che riguarda le economie nazionali esportatrici di materie prime della semi-periferia   – che sta andando giù anche l'economia. In un simile contesto, le conseguenze economiche dovute alla mobilitazione bellica sono particolarmente illuminanti. Ormai, la Russia deve ora essere vista come un'economia di guerra, e questo anche se il governo sta ancora cercando di mantenere una facciata di normalità civile; e questo mentre allo stesso tempo le nuove leggi russe di mobilitazione gettano le basi per un'ulteriore escalation della guerra. Dopo i fallimenti e i disastri che si sono verificati nella prima fase della guerra, allorché gran parte delle attrezzature militari russe venne distrutta, e il governo dovette espandere enormemente quella che era la produzione del suo complesso militare-industriale, in modo da poter iniziare almeno a soddisfare la domanda al fronte, che era immensamente crescente. L'industria militare russa, a livello internazionale, rappresenta l'unico ramo competitivo del paese, la cui economia, nella fase di trasformazione post-sovietica degli anni novanta, è stata in gran parte deindustrializzata. La guerra, almeno per il momento, sta agendo come se fosse una sorta di pacchetto di stimolo economico, che aumenta così anche la domanda di lavoro. In Russia, ad abbassare il tasso di disoccupazione, contribuisce sia la crisi demografica generale - che vede una popolazione la cui età media sta rapidamente aumentando – sia le conseguenze di una mobilitazione parziale la quale ha colpito centinaia di migliaia di salariati russi. Le guerre, spesso causano anche una carenza di manodopera.

Inoltre, la continua ed elevata domanda di materie prime, di fonti energetiche, di alimenti di base e di fertilizzanti sul mercato mondiale, garantisce che ci siano entrate stabili in valuta estera. La Russia, non è solamente il più grande esportatore mondiale di gas, oltre a essere uno dei principali fornitori di petrolio. La Federazione Russa è anche uno dei più importanti produttori di nichel, di carbone, di uranio, di rame, di alluminio e di palladio. Inoltre, quest'anno potrà sperare anche in un raccolto record di cereali; la cui esportazione viene da tempo strumentalizzata dal governo a fini geopolitici.

Malgrado le sanzioni occidentali, tutti questi fattori contribuiscono a che verso la Russia ci sia un afflusso stabile di valuta estera, il quale, con ogni probabilità, si potrebbe prosciugare solo in caso di un forte crollo dei prezzi del mercato mondiale indotto dalla crisi. Tuttavia, allo stesso tempo, questa economia di guerra viene mantenuta semplicemente per mezzo dell'accumularsi del deficit statale; cosa che non crea effetti a catena duraturi, come ad esempio invece avverrebbe nel caso di investimenti statali attuati nel contesto dello sviluppo e dell'espansione di nuovi rami dell'industria (come avvenne con la produzione automobilistica del capitalismo negli anni Cinquanta). In Russia, anche il complesso militare-industriale è fatiscente, e dipende dall'importazione di componenti high-tech occidentali o cinesi, di modo che queste importazioni troppo costose, indotte dalle sanzioni, stanno gravando sempre più sulle finanze e sulla bilancia commerciale russa. Secondo le stime della Banca Centrale Russa, nei primi sette mesi di quest'anno, il saldo di bilancio delle spese correnti della Federazione Russa è stato di soli 25,2 miliardi di dollari americani, rispetto ai 165,4 miliardi di dollari dello stesso periodo dell'anno precedente. L'aumento dei costi di trasporto, e gli sconti sui prezzi che la Russia offre ai nuovi importatori di petrolio russo, come la Cina o l'India, hanno causato questo calo delle entrate. Nello stesso periodo, si è formato un significativo deficit di bilancio di 2,82 trilioni di rubli (l'equivalente di 29,3 miliardi di dollari USA), che corrisponde a circa l'1,8% del PIL della Russia. Nello stesso periodo dell'anno precedente si era invece venuto a creare un surplus di 557 miliardi di rubli. Un aumento del 12% della spesa delle famiglie, è stato controbilanciato da un calo delle entrate del 7,9%.

Allo stesso tempo, aumentano sempre più i segnali di una forte fuga di capitali dalla Russia. Da febbraio 2022 a giugno 2023, in Russia, secondo le stime della Banca centrale russa, circa 253 miliardi di dollari sono stati ritirati dalle banche. Solo nel 2022, il deflusso di capitali ha raggiunto i 239 miliardi (compresi i deflussi di 19 miliardi che c'erano stati prima dell'inizio della guerra), un importo questo, equivalente a circa il 13% di quello che all'epoca era  il prodotto interno lordo (PIL) della Russia. Tale cifra ha superato quella relativa alla fuga di capitali negli anni della crisi del 2008 (crisi finanziaria) e del 2014 (annessione della Crimea); ciascuno dei quali ammontava all'11% del PIL. Questi deflussi – così come la svalutazione del rublo – sono anche un'espressione della crescente instabilità politica-di potere che si è venuta a creare nell'apparato statale russo, a seguito della guerra, nel corso della quale i racket e le cricche mafiose stanno sempre più entrando in competizione tra loro. L'ultima ondata di svalutazione - per l'equivalente da circa 80 a 100 rubli per dollaro -ha avuto inizio nella seconda metà di giugno, quando Yevgeny Prigozhin ha guidato la Wagner - la forza mercenaria da lui fondata - nel corso di una rivolta che ha messo a nudo la fragilità del regime di Putin.

Tuttavia, in ultima analisi, sarebbe sbagliato aspettarsi un collasso economico in quella che è la guerra di aggressione russa in Ucraina. I regimi autoritari e le dittature, possono far fronte a difficoltà sociali ed economiche assai maggiori rispetto alle democrazie tardo-capitaliste in via di erosione; se non altro anche solo grazie alla pura repressione. Ecco perché in tempo di crisi il fascismo diventa più attraente. Ad ogni modo, non si può però escludere uno scenario che potrebbe rendere impossibile la continuazione della guerra di aggressione russa: vale a dire, una combinazione di insuccessi militari, unitamente a dei problemi di approvvigionamento, insieme a proteste e malcontento dovuto ulteriori mobilitazioni, così come a difficoltà sociali ed economiche e a tensioni politiche interne. Dal momento che la Russia - come esportatore di energia e di materie prime - dipende dalle economie dei suoi partner commerciali, nelle previsioni esiste un'altra incognita: quella del divampare della prossima crisi. Se l'attuale turbolenza nel mercato immobiliare cinese in difficoltà dovesse diffondersi, e se gran parte della semi-periferia - la quale dipende dal capitale cinese - dovesse risultarne colpita, ecco che allora questo colpirebbe indirettamente anche la Russia.

- Tomasz Konicz - Pubblicato il 24/8/2023 su Jungle World -

sabato 26 agosto 2023

BIDENOMICS !!

L'improvvisato Masterplan di Biden
- di  Tomasz Konicz -

Le cosiddette "Bidenomics" sono qualcosa di più di una nuova parola d'ordine del dipartimento delle Pubbliche Relazioni della Casa Bianca? In ogni caso, comunque sia, il presidente sta pubblicizzando questo termine, ritenendo che potrebbe aiutarlo a vincere la rielezione del prossimo anno. Le "Bidenomics" dovrebbero rappresentare una «rottura fondamentale», tipo quella che a suo tempo hanno costituito le cosiddette "Reaganomics": le politiche neoliberiste degli anni Ottanta che si basavano sulle agevolazioni fiscali per le imprese e per i ricchi, sul libero scambio senza ostacoli e sul Laissez-faire del mercato; almeno così ha dichiarato Joe Biden durante una sua conferenza che ha tenuto a Chicago.

Questa nuova strategia economica introdurrebbe tre «cambiamenti fondamentali»: gli «Investimenti Intelligenti in America», da parte del governo; la «Formazione e il Potenziamento dei lavoratori americani», in modo da ampliare così la classe media; e la «Promozione della Concorrenza al fine di ridurre i costi e aiutare le piccole imprese». Secondo Biden, le "Bidenomics" dovrebbero consistere in tutta una serie di programmi keynesiani di stimolo, i quali procederebbero di pari passo con il Protezionismo e mirerebbero alla Reindustrializzazione degli Stati Uniti, insieme al Rafforzamento del ruolo dei Sindacati e alla Lotta contro i monopoli e gli oligopoli nel settore economico. Il nuovo termine è stato accolto dai media, che lo hanno ripreso con gratitudine. Il Financial Times ha visto nelle "Bidenomics" niente di meno che la realizzazione di quello "Spirito del Mondo"  hegeliano, che ora sta facendo oscillare globalmente il «pendolo della storia», portandolo dal neoliberismo alla «politica industriale e alla supervisione governativa dei mercati», attuando così uno sconvolgimento storico. Secondo il New York Magazine, l'amministrazione Biden avrebbe addirittura annunciato la «morte del neoliberismo», mentre The Atlantic vede in tutto questo già l'emergere di un nuovo «Washington Consensus» post-neoliberista caratterizzato da «nazionalismo economico».

Queste valutazioni sono corrette nella misura in cui il modello neoliberista della gestione della crisi si è esaurito, al più tardi con la pandemia di Covid-19, e l'attuale svolta nella politica economica è solo una reazione a questa situazione. Le offensive per la privatizzazione, messe in atto allo scopo di aprire nuovi campi di sfruttamento, di globalizzazione e di libero scambio, per mezzo di mercati finanziari rampanti ed economia delle bolle finanziarie; tutte queste strategie neoliberiste, che in risposta alla stagflazione degli anni settanta hanno prevalso in tutto il mondo, per decenni sono state considerate ricette di successo solo perché, dagli anni Ottanta, il sistema mondiale è stato sempre più a credito. Il debito globale è aumentato più rapidamente di quanto lo abbia fatto la produzione economica globale, in particolare con gli Stati Uniti, grazie al dollaro USA come valuta di riserva mondiale, i quali hanno accumulato deficit commerciali sempre maggiori e montagne di debito, essendo il mercato di vendita più importante del mondo. Pertanto, le eccedenze delle esportazioni di Cina e Germania costituiscono solo il rovescio della medaglia della de-industrializzazione degli Stati Uniti nel contesto di un sistema globale che poteva riuscire solo a rimandare la crisi del capitale - il quale stava soffocando nella propria produttività - per mezzo di una crescita finanziata dal credito, che in tal modo pagava in anticipo la valorizzazione futura. Questo processo, accompagnato dall'erosione della classe media statunitense, dopo la crisi economica del 2008/2009 ha trovato la sua espressione politica : il successo del populista fascista di destra Donald Trump, che ha parlato del declino degli Stati Uniti, e soprattutto di quello delle sue regioni industriali, usando i toni più crudi e più cupi. Ora Biden sta adottando la medesima retorica di Trump che parla di un'auspicata reindustrializzazione degli Stati Uniti, combinandola però - a differenza di Trump - con il patrocinio dei sindacati e il sostegno alle industrie basate sulle energie rinnovabili.

Tuttavia, dal 2021 in poi, è stato il forte aumento dell'inflazione ad aver avuto un impatto ancora più significativo sulla politica economica di Biden. Ora, le banche centrali dovevano scegliere tra combattere l'inflazione e stimolare l'economia. Per riuscire a tenere sotto controllo l'inflazione, la Federal Reserve statunitense e la Banca centrale europea (BCE) hanno aumentato il tasso di interesse di riferimento. La crescita di questi ultimi anni, causata dalla bolla di liquidità sui mercati finanziari, che le banche centrali hanno sempre più gonfiato attraverso la loro politica monetaria espansiva, adesso rischia di finire. All'orizzonte si profila persino la minaccia di un ritorno della stagflazione – bassa crescita accompagnata da un'inflazione persistente. I grandi programmi governativi di stimolo economico statale, hanno lo scopo di contrastare la minaccia della stagnazione. Nel 2021, il Congresso - su iniziativa di Biden e in risposta alla pandemia - ha approvato l'American Rescue Plan accendendo un fuoco di paglia economico del costo di 1.900 miliardi di dollari. A ciò, lo scorso agosto sono seguiti prima sussidi e finanziamenti per l'industria dei microchip per un totale di 52,7 miliardi di dollari USA (Chips and Science Act) e infine l'Inflation Reduction Act da 500 miliardi, che prevede investimenti in infrastrutture e industrie nel campo delle energie rinnovabili; il quale è infarcito di clausole "Buy-American" delle quali si è lamentata soprattutto l'Unione Europea.

In realtà, è probabile che, dal 2021, siano stati proprio questi requisiti contenuti nei pacchetti di stimolo economico, ad aver portato al raddoppio degli investimenti industriali negli Stati Uniti. Secondo la Casa Bianca, da quando Biden è entrato in carica, le aziende industriali hanno annunciato investimenti per un totale di quasi 500 miliardi di dollari, di cui 231 miliardi di dollari riguardano la produzione di semiconduttori.
La tendenza a dare impulso all'interventismo statale, in risposta a periodi di crisi, non è nuova. Questa fase di crisi che sta iniziando, ci ricorda gli anni Trenta del XX secolo, quando il grande crollo del '20 innescò in quasi tutti i paesi metropolitani una svolta verso il protezionismo e il nazionalismo. Anche nella reazione all'ondata di crisi del 2007/2008, le persone sono state piuttosto caute al riguardo, ma ora tutto ciò sembra ormai essere stato dimenticato a causa delle crescenti contraddizioni sociali e dell'intensificarsi della concorrenza internazionale tra le sedi industriali. Le misure di stimolo economico e la politica di investimento dell'amministrazione Biden, hanno avuto un discreto successo proprio perché recano in sé quella componente protezionistica che l'UE deplora; e ciò perché tale protezionismo non si è ancora generalizzato - non è ancora diventato il nuovo "Washington Consensus" - e l'UE non ha ancora adottato nessuna misura corrispondente per poterlo contrastare. Ma nonostante la ripresa degli Stati Uniti associata alle "Bidenomics" (calo dell'inflazione, rialzo dei mercati azionari, crescita robusta anziché recessione), secondo un sondaggio della CNN, la maggioranza del 51% degli intervistati si vede «ancora in una fase di recessione», e solo il 37% approva le politiche economiche del presidente. Non c'è da stupirsi, visto che le componenti di politica sociale dei pacchetti di stimolo alla pandemia erano state concepite per il breve termine, e pertanto il loro effetto si è esaurito da tempo, mentre i nuovi programmi di politica industriale di Biden hanno potuto essere approvati solo perché hanno tenuto conto degli interessi delle più importanti lobby di capitali.

Dal punto di vista politico, le "Bidenomics" non sono solamente una risposta al populismo di Trump, ma lo è anche alle richieste della sinistra socialdemocratica e socialista, con la sua figura di riferimento, Bernie Sanders, il quale nell'ultima campagna delle primarie del 2019 contro Biden, aveva chiesto un programma di trasformazione socio-ecologica chiamato "Green New Deal", per di 16mila miliardi di dollari USA: una somma gigantesca, ma adeguata alla dimensione della crisi. All'epoca, Biden invocava programmi per circa 4.000 miliardi; e dopo tutta una serie di blocchi repubblicani, e di corrispondenti compromessi, tutto ciò è finito per diventare l'Inflation Reduction Act, orientato al protezionismo del valore di 500 miliardi di dollari USA. A questo proposito - come risposta riformista alla crisi ecologica ed economica del capitale - le "Bidenomics" sono poco più di una raccolta di misure ad hoc legate alla crisi, che vengono vendute come una strategia politica. Tuttavia le "Bidenomics" – vale a dire, ciò che rimane dei sogni socialdemocratici relativi a una riformabilità del capitalismo, dopo che i suoi rappresentanti si sono fatti strada attraverso le istituzioni della macchina politica di Washington – possono ancora riuscire a spostare temporaneamente sulla concorrenza internazionale le conseguenze della crisi. Fino a quando la concorrenza internazionale non seguirà l'esempio, in termini di protezionismo.

- Tomasz Konicz - Pubblicato il 23/8/2023 su Jungle World -

«Dal nonno» …

«Qualche tempo dopo, accompagnai Lacan durante una visita a Heidegger a Friburgo in Brisgovia. Aveva saputo che Heidegger aveva avuto un ictus cerebrale e voleva rivederlo prima che morisse, così si espresse. Lo conosceva da tempo, gli aveva fatto visita agli inizi degli anni Cinquanta con Jean Beaufret, che era stato un suo analizzando. Lacan aveva tradotto in francese uno dei suoi testi, intitolato “Logos”, apparso nel ’56 nella rivista La Psychanalyse. Nel ’55, Heidegger era stato invitato da Beaufret e Maurice de Gandillac a un colloquio a Cerisy-la-Salle. Al ritorno, Heidegger e sua moglie si erano fermati a Guitrancourt dove avevano trascorso alcuni giorni. Lacan aveva fatto loro visitare la regione in macchina, a rotta di collo come sempre, senza tener conto delle grida della signora Heidegger. [...]

Gli Heidegger abitavano in una casa di recente costruzione in un quartiere residenziale, che non assomigliava per nulla all’immagine della capanna nella foresta che io associavo al filosofo. Non eravamo nemmeno entrati, che la signora Heidegger ci ingiunse in modo autoritario di usare le pattine che riservava ai visitatori. [...]

Fummo introdotti nella sala dove Heidegger era disteso su una sdraio. Lacan cominciò a intrattenerlo sui suoi ultimi progressi teorici facendo uso dei nodi borromei che stava allora sviluppando nei seminari. Per illustrare il suo discorso, tirò fuori di tasca un foglio di carta piegato in quattro, sul quale disegnò una serie di nodi per mostrarli a Heidegger, il quale per tutto il tempo non pronunciò verbo e tenne gli occhi chiusi. [...]

Durante la cena, Heidegger si mostrò un po’ più loquace, ma la conversazione fu poco animata: Lacan leggeva il tedesco, ma non lo parlava quasi, e i nostri ospiti sapevano poco il francese. Prima di separarci Heidegger mi donò una sua foto ritratto, formato cartolina, sul cui retro scrisse: Zur Erinnerung an den Besuch in Freiburg im Bu. Am 2. April 1975, senza nemmeno menzionare il mio nome. Rimasi stupefatta per questo autografo da fan, che io non avevo sollecitato, ma lo conservai religiosamente. Uno dei miei pazienti, che vide la fotografia su una mensola della mia biblioteca, mi chiese se fosse mio nonno.»

(Catherine Millot, da "Vita con Lacan", Traduzione di Rosella Prezzo - © 2017 Raffaello Cortina Editore)

venerdì 25 agosto 2023

Un sogno irrealizzabile !!

BRICS: diventare più grandi, ma anche più forti?
- di Michael Roberts -

Il vertice di tre giorni dei leader BRICS termina oggi. I BRICS sono Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. Il leader russo Putin non era presente di persona – ha molte altre cose da fare! Ora, le cinque nazioni BRICS hanno un PIL che, combinato, in termini di parità di potere d'acquisto (una misura di ciò che il PIL può acquistare a livello nazionale in beni e servizi) è più grande di quello del G7. Questo, nell'ordine economico mondiale, suona come un punto di svolta. Ma, tuttavia, potrebbe essere solo un'illusione.
In primo luogo, all'interno dei BRICS, a essere dominante è la Cina (che rappresenta il 17,6% del PIL globale), seguita dall'India al secondo posto (7%); mentre Russia (3,1 per cento), Brasile (2,4 per cento) e Sud Africa (0,6 per cento) insieme contribuiscono con quello che è solo il 6,1% del PIL mondiale. Pertanto, quello con cui abbiamo a che fare non è un potere economico equamente condiviso. Inoltre, in termini di dollari nominali - cosa che a mio parere è ciò che conta - rispetto al G7, i paesi BRICS continuano a essere ancora ben indietro. Combinato, nel 2022, il blocco BRICS ha avuto un PIL di 26 trilioni di dollari, che corrisponde circa al PIL dei soli Stati Uniti. E allorché andiamo a misurare il PIL pro capite, ecco che vediamo che i BRICS non vanno da nessuna parte: anche utilizzando dollari internazionali corretti per mezzo del PPP [Purchasing Power Parity:Parità Potere di Acquisto], il PIL pro capite degli Stati Uniti ammonta comunque a $ 80.035, più di tre volte quello della Cina, il quale ammonta a $ 23.382.

Nel corso di questo Summit, sono stati invitati altri paesi, ad aderire come membri a pieno titolo: Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Ma anche tale invito venisse accolto, il gruppo dei BRICS rimarrà comunque una forza economica assai più piccola, e più debole, del blocco imperialista del G7. Inoltre, i BRICS sono molto diversi in termini di popolazione, di PIL pro capite, di geografia e di composizione commerciale. Senza considerare che le élite dominanti in questi paesi sono spesso ai ferri corti tra di loro (Cina contro India; Brasile contro Russia). Pertanto, a differenza del G7 - che, sotto il controllo egemonico degli Stati Uniti, condivide degli obiettivi economici sempre più omogenei  - il gruppo BRICS, per ricchezza e reddito e senza obiettivi economici unificati appare eterogeneo; tranne forse quel che attiene a cercare di allontanarsi dal dominio economico degli Stati Uniti, e in particolare del dollaro USA. Ma anche questo obiettivo risulta difficile da raggiungere. Come ho già sottolineato, sebbene ci sia stato un relativo declino del dominio economico degli Stati Uniti e del dollaro, a livello globale quest'ultimo rimane di gran lunga la valuta più importante tanto per il commercio, quanto per gli investimenti e per le riserve nazionali. Approssimativamente, circa la metà di tutto il commercio globale viene fatturato in dollari, e questa quota è rimasta praticamente inalterata. A livello globale, il dollaro USA è rimasto coinvolto in quasi il 90% delle transazioni, rendendolo così come la valuta più trattata nel mercato degli scambi. Circa la metà di tutti i prestiti transfrontalieri, dei titoli di debito internazionali e delle fatture commerciali vengono espressi in dollari USA, mentre circa il 40% dei messaggi SWIFT [trasferimenti di denaro rapidi e sicuri tra banche], e il 60% delle riserve valutarie globali sono in dollari. Lo yuan cinese continua gradualmente a guadagnare e la quota di renminbi [la valuta avente corso legale nella Repubblica Popolare Cinese] nel fatturato valutario globale, è aumentata, da meno dell'1% di 20 anni fa a oltre il 7% di oggi. Ma la valuta cinese rappresenta ancora solo il 3% delle riserve valutarie globali, rispetto all'1% del 2017.

Ed è anche vero che la Cina in chiave "anti-USA" rimane fortemente impegnata per quel che riguarda le sue riserve valutarie di dollari USA. La Cina, ha dichiarato pubblicamente di aver ridotto, tra il 2005 e il 2014, la quota in dollari delle sue riserve, dal 79% al 58%. Ma tuttavia, negli ultimi dieci anni, non sembra che la Cina abbia cambiato la quota in dollari delle sue riserve. Inoltre, le istituzioni multilaterali che potrebbero essere un'alternativa agli attuali FMI e alla Banca Mondiale (controllati dalle economie imperialiste) sono ancora minuscole e deboli. Ad esempio, c'è la New Development Bank, istituita nel 2015. La NDB, con sede a Shanghai, ha appena nominato come suo responsabile l'ex presidente di sinistra del Brasile, Dilma Roussef. Si rumoreggia sul fatto che la NDB potrebbe fornire un polo di credito in opposizione a quello delle istituzioni imperialiste del FMI e della Banca Mondiale. Ma c'è ancora molta strada da fare per arrivarci. Un ex funzionario della South African Reserve Bank (SARB) ha commentato: «l'idea secondo cui le iniziative dei Brics - delle quali la più importante finora è stata la NDB - soppianteranno le istituzioni finanziarie multilaterali dominate dall'Occidente, è un sogno irrealizzabile». Anche così, tuttavia, in questo decennio la rivalità internazionale - dal punto di vista politico, economico e militare - si surriscalda. I giorni del dominio, totale e assoluto, da parte del blocco imperialista sotto gli Stati Uniti, sono finiti; e questo perché la globalizzazione, vale a dire, il commercio senza ostacoli, così come i flussi finanziari degli ultimi due decenni del 20esimo secolo sono finiti. Mentre nei primi due decenni di questo secolo, nelle principali economie la redditività del capitale è diminuita, quella che si è intensificata è stata la lotta per il plusvalore tra le principali economie capitaliste. E questo sta portando a una frammentazione del potere economico. Il blocco imperialista guidato dagli Stati Uniti è ancora dominante, ma il suo dominio viene ora messo in discussione, come mai prima d'ora.

- Michael Roberts - Pubblicato il 24/8/2023 su Michael Roberts blog. Blogging from a Marxist economist -

giovedì 24 agosto 2023

Liberarsi della paccottiglia

In questi giorni, relativamente alla traduzione di un piccolo saggio in cui si argomenta contro l'abbandono della lotta di classe - da parte della Wertkritik - e si propone di integrare l'analisi di Kurz con quella svolta da Théorie Communiste (la quale sarebbe «più storicamente fondata»), in seguito alla piccola discussione che ne è seguita, è emerso ed è stato citato questo "Oltre la lotta di classe", di Robert Kurz, che avevo già pubblicato sul mio blog il 19 ottobre 2013, traducendolo dal portoghese. Rileggendolo, mi sono reso conto che, data la sua importanza, il testo meritava una migliore e più fedele traduzione. Ragion per cui, mi sono voluto cimentare con l'originale, in tedesco, cercando di dare nella mia nuova traduzione il meglio possibile, ai fini della sua comprensione. Per cui, dopo un'attenta rilettura, lo ripropongo. 

Oltre la lotta di classe
- di Robert Kurz -

Ogni volta che sentono pronunciare dalle loro proprie stesse labbra i termini di «classe» e di «lotta di classe», ecco che ai marxisti tradizionali vengono subito le lacrime agli occhi. La loro identità di critici del capitalismo si lega, inseparabilmente e a doppio filo, a questi due concetti. Ma di fronte a quelle che sono le attuali condizioni all'inizio di questo XXI secolo - vale a dire, quelle della terza rivoluzione industriale (microelettronica), della globalizzazione dell'economia d'impresa e dell'atomizzazione sociale - ecco che il paradigma teorico-classista del «proletariato» sembra di botto essere diventato stranamente polveroso. Quanto più i veterani marxisti insistono, in maniera provocatoria, sull'idea secondo la quale noi «viviamo ancora in una società di classe», tanto meno ci muoviamo in una simile situazione, e ciò malgrado - o per meglio dire, proprio a causa del - l'aggravarsi delle contraddizioni del capitalismo, oltre che a causa di una crisi socioeconomica di tipo nuovo che sta scuotendo tutto il pianeta. Deprivato oramai di ogni e qualsiasi fondamento, sul terreno della critica dell'economia, parlare del «ritorno delle classi» finisce per essere del tutto impotente, oltre che superficialmente sociologico. È questo il motivo per cui questo concetto non è di alcuna utilità per quello che è il nuovo movimento di massa contro la globalizzazione capitalista, la guerra e il disfacimento sociale. L'apparato concettuale della critica radicale ha bisogno di essere liberato da tutta questa paccottiglia.

Ovviamente, la «classe rivoluzionaria» della quale parlava Marx era il proletariato industriale del XIX secolo, unificato e organizzato proprio da quello stesso Capitale di cui sarebbe dovuto diventare il becchino. I gruppi sociali che dipendevano dal salario proveniente dai settori derivati dei servizi pubblici e commerciali, delle infrastrutture, ecc., invece, non potevano essere sommati al proletariato, se non come una sorta di forza ausiliaria; e questo poteva avvenire silo a partire dal fatto che quest'ultimo - in quanto nucleo di massa della vita sociale - fosse dominante nelle fabbriche produttrici di plusvalore. E questo fino al momento in cui si cominciò a verificare un'inversione del rapporto numerico, che diventò percettibile già fin dall'inizio del XX secolo (e che venne affrontato solo in maniera superficiale dal vecchio marxismo, per esempio, nella discussione a proposito delle tesi di Bernstein), quando si comincia a vedere che lo schema tradizionale delle classi e della rivoluzione non avrebbe più potuto funzionare.

I dipendenti del settore pubblico e degli altri settori secondari, i quali nella riproduzione capitalista stavano gradualmente diventando la maggioranza, sono - non solo sociologicamente, ma anche economicamente - diversi dal vecchio «proletariato». I loro costi riproduttivi, così come, nel loro insieme, tutti gli altri costi del loro settore d'attività, vengono sostenuti a partire dalla produzione industriale di plusvalore. Ma, e nella misura in cui, dal punto di vista numerico, il rapporto si è invertito, ecco che anche il «finanziamento» di questi settori ora non può più provenire dalla produzione del plusvalore reale, ma viene simulato, in anticipo, sulla base di un plusvalore futuro, a venire; cosa che avviene soprattutto grazie all'indebitamento pubblico, e per mezzo della creazione di liquidità monetaria da parte dello Stato, ma anche attraverso l'indebitamento privato, e grazie all'«economia delle bolle finanziarie». La teoria del «capitalismo finanziario», elaborata da Hilferding, va intesa proprio in relazione a un simile contesto (senza che tuttavia però l'autore ne avesse coscienza). In realtà, tutto ciò ci indica semplicemente che il capitale - pressato dalla necessità strutturale e dal peso sempre più schiacciante dei servizi pubblici e degli altri settori secondari - genera ora un grado di socializzazione che, da solo, non riesce più a sopportare. Con la terza rivoluzione industriale, il nodo di questa contraddizione arriva al pettine. Il capitale distrugge le proprie fondamenta con una manovra a tenaglia: da un lato, assistiamo all'espansione di tutti quei settori che - nella riproduzione del capitale totale - appaiono come dei «costi morti»; mentre, dall'altro lato, la rivoluzione microelettronica porta a che si restringa, e a un livello mai visto finora, quello che era il nucleo produttivo del capitale della produzione industriale.
 
La marginalizzazione del proletariato industriale coincide così con una crisi capitalistica fondamentale di tipo nuovo. Certo, i settori pubblici secondari del capitale commerciale, possono essere certamente trasformati, in maniera formale, privatizzandoli. Ma dal momento che questo non cambia niente per quel che riguarda il loro carattere economico di settori derivati, ecco che essi vengono smantellati, oppure virtualmente distrutti. Incapace di mantenere - nelle sue forme - il grado di socializzazione raggiunto, il capitale de-socializza la società. Il risultato è una sociologia della crisi, costituita da masse di disoccupati e di cassaintegrati, di pseudo-lavoratori indipendenti e di «imprenditori da baraccopoli», di madri single e di precari flessibilizzati che cercano lavoro, ecc.; per non parlare del terzo-mondo piombato in un'economia di sussistenza primitiva e di saccheggio. Questa crisi rivela e mette in evidenza il vero volto della concorrenza, già insita nel concetto stesso di capitale. Nella concorrenza, non c'è più solamente il lavoro che si contrappone al capitale, ma anche il lavoro contrapposto al lavoro, il capitale al capitale, il settore industriale contro il settore industriale, la nazione contro la nazione. E ora persino un sito industriale contro un altro sito, un blocco economico contro un altro blocco, l'uomo contro la donna, l'individuo contro l'individuo, perfino il bambino contro il bambino.

La «lotta di classe» è diventata parte integrante di questo sistema di concorrenza universale, sciogliendosi in esso, e rivelandosi per quella che è: solamente un caso particolare di ciò che riguarda tutto il sistema, e che è assolutamente incapace di trascendere il capitalismo. Anzi, a uno stadio di sviluppo più basso, ne costitutiva addirittura, e piuttosto, proprio la forma immanente della sua dinamica, allorché in questa struttura si trattava ancora di riconoscere i proletari di fabbrica in quanto soggetti borghesi. Per poter competere, ed essere così in concorrenza, bisogna agire nelle medesime forme comuni. In realtà, fondamentalmente, capitale e lavoro costituiscono solamente degli aggregati, i quali si trovano a uno stadio diverso di quella che un'unica e medesima sostanza sociale. Vale a dire che il lavoro è capitale vivo, e il capitale è lavoro morto.

Ma la nuova crisi consiste proprio nel fatto che ora è lo sviluppo capitalistico stesso, quello che sta dissolvendo la sostanza di quel «lavoro astratto» che costituisce la base produttiva del capitale. Di conseguenza, e in tal modo, il concetto di «lotta di classe» perde ogni sua pseudo-trascendente luminosità metafisica. I nuovi movimenti non possono più definirsi, in maniera «oggettiva» e formale, a partire da un'ontologia del «lavoro astratto», e per quello che dovrebbe essere il loro «ruolo nel processo di produzione». Oramai, possono definirsi soltanto in termini di contenuto, vale a dire, a partire da ciò questi movimenti vogliono. O meglio ancora, per quello che essi vogliono impedire: ossia, la distruzione della riproduzione sociale per mano della falsa oggettività degli imperativi imposti dalla forma capitalistica.

E anche per il futuro che desiderano: l'uso sensato e comunitario delle forze produttive, al grado di sviluppo raggiunto e in base alle loro esigenze, anziché secondo i folli criteri della logica capitalista. Il loro terreno comune può pertanto essere solamente il terreno comune a quelli che sono degli obiettivi emancipatori; e non certo il terreno comune a un'oggettivazione definita dalla stessa relazione di capitale. Ciò che la prassi, ora in maniera cieca sta già portando avanti a tentoni, la teoria deve ancora arrivare a concettualizzarlo. Solo allora, i nuovi movimenti potranno diventare critici in maniera radicale nei confronti del capitalismo, e lo faranno in un modo del tutto nuovo, al di là del vecchio mito della lotta di classe.

- Robert Kurz - Pubblicato in Neues Deutschland, 30.05.2003 - Original "Jenseits des Klassenkampfs" -
  - fonte: Exit! Krise und Kritik der Warengesellschaft -

mercoledì 23 agosto 2023

Critica Utopica !!

La teoria critica, nelle diverse forme elaborate nel tempo, si presenta essenzialmente come “critica dell’ideologia”, ovvero come smascheramento delle dinamiche di oppressione agenti nella società e giustificate da apparati culturali, normativi ed economici. Tale critica si può intendere come l’analisi storico-filosofica degli effetti alienanti determinati dall’agire umano. Tuttavia, senza prospettare la possibilità di concrete alternative che possano gradualmente modificare e redimere la realtà, la sua efficacia pratica risulta fortemente limitata. Da qui la necessità di coniugare la critica con l’utopia, per ispirare nuove visioni al pensiero politico, che tendano a scardinare le strutture di sopraffazione e costruire una più emancipata versione del vivere sociale.

(dal risvolto di copertina di: ROBERTO MORDACCI, "Critica e utopia. Da Kant a Francoforte". CASTELVECCHI Pagine 188, €19,50)

L’utopia di oggi è riconciliare civiltà e natura
- di Maurizio Ferrera -

Nella filosofia moderna il concetto di «critica» irrompe grazie a Immanuel Kant, che le attribuisce un compito fondativo: individuare le condizioni che rendono possibile l’uso della ragione in ambito sia teoretico che pratico. Con Karl Marx, l’analisi critica si storicizza: il suo oggetto diventano le dinamiche concrete della società al fine di metterne in luce le contraddizioni e individuare le trasformazioni capaci di superarle. Negli anni Trenta del secolo scorso, gli studiosi della Scuola di Francoforte (come Theodor Adorno, Max Horkheimer, Herbert Marcuse, Walter Benjamin) integrano l’approccio marxiano con le acquisizioni delle scienze sociali empiriche. Alla filosofia critica spetta la funzione di definire innanzitutto i problemi di ricerca e di organizzarne poi i risultati entro un quadro interpretativo il cui fine ultimo è disvelare gli ostacoli alla emancipazione umana. Di particolare rilevanza, per i francofortesi, è la critica dell’ideologia, ossia lo smascheramento della falsità delle strutture culturali e sociali che giustificano e riproducono l’oppressione. Già all’interno della Scuola di Francoforte e poi nei successivi sviluppi, la teoria critica ha assunto sfumature e orientamenti diversi. Il recente libro Critica e utopia (Castelvecchi) di Roberto Mordacci, autorevole studioso di filosofia della storia, ne fornisce una efficace sistematizzazione, distinguendo fra quattro principali filoni. Il primo è quello della critica trascendentale che, alla stregua di Kant, mira a individuare le strutture normative che orientano i tipi di azione. Un esempio è la teoria di Jürgen Habermas sull’agire comunicativo. Quest’ultimo si esplica tramite un dialogo intersoggettivo volto a raggiungere intese su principi e immagini del mondo. Se non rispetta alcune condizioni trascendentali (sincerità, veridicità e così via) la comunicazione fallisce e genera contraddizioni pratiche che impediscono l’intesa. La seconda forma di critica è quella dialettica, di derivazione hegelo-marxiana. Qui l’attenzione si concentra sulle manifestazioni concrete della prassi storica, come l’Illuminismo e il predominio della razionalità strumentale (Adorno e Horkheimer) o la società unidimensionale (Marcuse). Queste manifestazioni vengono criticate in quanto deformazioni dei propri stessi presupposti normativi. Il capitalismo vuole produrre ricchezza, ma finisce per causare crisi ricorrenti, sfruttamento e alienazione. E questi effetti perversi vengono occultati attraverso giustificazioni ideologiche che creano false motivazioni. La terza forma è quella genealogica, più vicina a Friedrich Nietzsche. In questo caso lo scopo della critica è decostruire le contraddizioni presenti rintracciandone le radici storiche profonde. Adorno e Horkheimer collegano la deriva totalitaria loro contemporanea a quella «separazione fra soggetto e oggetto» caratteristica del pensiero occidentale fin dal mito di Ulisse (la razionalità strumentale) che si lega le mani per resistere alle sirene (le forze della natura). Gli studi di «archeologia del sapere» di Michel Foucault (ad esempio la sua Storia della follia) sono un altro esempio di critica genealogica. Infine c’è la critica messianica, esemplificata soprattutto da Benjamin. Ad essere sotto processo è qui l’idea stessa di storia come progresso, capace di superare per gradi oppressione e alienazione (come nel pensiero socialdemocratico). Le contraddizioni della realtà sono invece insanabili, l’unica redenzione può avvenire per mezzo di un evento rivoluzionario radicale e definitivo.

Nella seconda parte del suo interessante volume, Mordacci collega teoria critica e pensiero utopico (a cui aveva già dedicato il libro Ritorno a Utopia, Laterza, 2020). Pur sorretta dall’impegno normativo nei confronti dell’emancipazione, la teoria critica si concentra sulla denuncia delle contraddizioni, ma non delinea scenari alternativi. Per Mordacci bisogna superare questo limite, impegnandosi in un «completamento costruttivo che osi immaginare l’alternativa nelle sue forme più concrete». L’autore propone dunque una quinta forma di critica, capace di immaginare nuovi mondi possibili in grado di motivare l’azione politica a favore del cambiamento. La critica utopica non si limita a rilevare le contraddizioni del presente, ma suggerisce, anche per frammenti, percorsi concreti di rovesciamento che colpiscano i nodi nevralgici delle strutture di oppressione e sfruttamento. Quale metodo seguire per esercitare l’immaginazione utopica?
Nel capitolo più originale del libro, Mordacci sostiene che tale esercizio deve poggiare su quella funzione — insieme emotiva e cognitiva — che la tradizione filosofica ha chiamato sensus communis. Senso di giustizia, tensione verso l’eguaglianza, desiderio di libertà, impulso alla solidarietà, aspirazione alla felicità: queste le capacità di base da impiegare per l’immaginazione del futuro. L’autore non si sottrae al compito di individuare l’attuale priorità per la critica utopica: l’emergenza ambientale. Giustamente, Mordacci sostiene che il cambiamento climatico è una sfida ineludibile, il risultato di un grumo di contraddizioni che mette a repentaglio la stessa sopravvivenza del pianeta. Ci troviamo di fronte a una vera e propria necessità utopica: ripensare nel profondo il rapporto fra uomo e natura, liberando le potenzialità di giustizia sociale ed emancipazione che si aprono in questo processo.

L’appello di Mordacci è più che giustificato. Denunciare le contraddizioni e sottolineare l’enormità del rischio che incombe su di noi non fornisce oggi incentivi sufficienti affinché la sfera politica si attivi per scongiurare l’estinzione collettiva. E anche se accadesse, il semplice istinto di conservazione potrebbe dar luogo a risposte regressive e non emancipative. La motivazione che deve spingerci a cambiare modello di sviluppo non deve essere solo la paura, ma anche e soprattutto la speranza (non a caso Mordacci richiama Ernst Bloch e il suo principio speranza). Dobbiamo perciò attivare quella coscienza anticipante che forgia il «non-ancora» come meta di libertà e giustizia e, oggi, di riconciliazione con la natura. Alle capacità del senso comune elencate da Mordacci dovremmo forse aggiungere quella che i pensatori ambientalisti chiamano sensibilità biofilica: il senso di appartenenza e l’attrazione spontanea che noi umani proviamo per la natura e tutti gli esseri viventi. Per Adorno e Horkheimer il razionalismo occidentale nacque con l’astuzia di Ulisse di fronte alle sirene. Il vero errore non fu però resistere al canto, ma lasciare dietro di sé il verde prato fiorito che copriva la loro isola. Oggi abbiamo bisogno di utopie realiste che ci aiutino a sanare quella separazione. Con un nuovo «folle volo», nel nome di una sostenibilità equa e inclusiva.

- Maurizio Ferrera - Pubblicato su La Lettura del 7/5/2023 -

martedì 22 agosto 2023

Wertkritik e/o Lotta di Classe !!??

Questo saggio introduce il lavoro di Robert Kurz e quella sorta di critica del valore un po' emarginata a cui esso viene associato: la Wertkritik. A partire da un resoconto storiografico critico svolto dalla "Nuova lettura di Marx", Robert Kurz sostiene che le differenze teoriche e politiche tra la Wertkritik e le altre correnti critiche del valore, non possono essere guardate con sufficienza o liquidate come se fossero delle mere lotte territoriali, ma vanno intese come l'espressione di quello che è un fondamentale disaccordo sulla natura del capitalismo e sul ruolo della "critica", il cui tratto distintivo è, naturalmente, l'insistenza su una vera e propria teoria della crisi Qui viene esposta la particolare versione di Robert Kurz della Wertkritik, ma, nel farlo, si argomenta contro il suo abbandono della nozione di lotta di classe, proponendo di integrare l'analisi di Kurz con l'analisi svolta da Théorie Communiste sull'attuale periodo del capitale, pretendendo che essa sia più "storicamente fondata".

La teoria critica come teoria radicale della crisi: Kurz, Krisis e Exit!
Sulla teoria del valore, la crisi e il fallimento del capitalismo

La sostituzione del movimento Nuit Debout con il movimento dei Gilets Jaunes, in Francia, così come il recente movimento del Rif nel nord del Marocco sembrano confermare la tesi di Alain Badiou secondo cui attualmente staremmo vivendo in «un'epoca di rivolte». La crisi finanziaria scoppiata nel 2007 costituisce in maniera immediata quello sfondo del nuovo ciclo di proteste che si è spostato, in modo disomogeneo, dall'Europa meridionale al Nord Africa, poi di nuovo all'Europa meridionale e poi agli Stati Uniti e al Canada, per riemergere in Nord Africa, Medio Oriente, , Sud America, e così via. Le proteste  sembrano segnalare una profonda transizione storica, o una rottura dove la cosiddetta egemonia neoliberista viene messa in discussione o, quantomeno, non smette di essere messa in discussione, com'è avvenuto negli ultimi trent'anni in Occidente. Sebbene le proteste assumano forme assai diverse, a seconda di dove si materializzano, dal Cairo a Istanbul a San Paolo, e sebbene le richieste espresse nelle proteste abbiano tutte caratteristiche locali, sembrano però essere chiaramente collegate tra di esse in quanto espressioni di una crisi economica e di quella che è la politica generale. La crisi e le proteste – che sembrano diffondersi solo in modo da formare come una rete discontinua di disperazione e di resistenza – sembrano collegate come se costituissero una sorta di unità (vedi Bolt Rasmussen 2015). Pertanto, la questione è come comprendere nel tempo l'attuale congiuntura,  e capire di che cosa sono espressione le numerose rivolte nel mondo. con che tipo di crisi abbiamo a che fare? Quanto è profonda? Stiamo assistendo all'inizio della fine del capitalismo "neoliberista", o addirittura del capitalismo in quanto tale? Siamo testimoni della transizione in cui da un'epoca guidata dagli Stati Uniti, si passa a quella in cui la Cina sta diventando la potenza dominante l'economia mondiale? Oppure siamo davanti a una vera e propria crisi del modo di produzione capitalistico, e non semplicemente a un cambiamento di egemonia politica ed economica? Le domande si accumulano altrettanto velocemente del modo in cui il mondo sembra cadere a pezzi. È un'analisi adeguata delle trasformazioni strutturali in atto oggi, diventa più urgente che mai. In un contesto del genere, non sorprende affatto che, con l'emergere della crisi finanziaria del 2007, ci sia stata un vera e proprio rinascimento marxista. Sono state presentate una moltitudine di competenti analisi marxiste, le quali - al di là delle accuse dei media (la colpa è dei banchieri avidi, la colpa è della classe media americana, la colpa è dei greci, la colpa è dei tedeschi, ecc.) - tentano di spiegare la crisi, alcune con maggior successo di altre. Tutta una serie di seminari sul comunismo, di Alain Badiou e Slavoj Žižek,  che si sono svolti a Londra, Berlino e a New York dall'autunno del 2008, hanno attirato grandi folle, e costituiscono un esempio di tutto ciò. Sia Badiou che Žižek hanno scritto dei libri sulla crisi attuale, ma nessuno dei due propone una valida analisi marxista dei problemi inerenti al modo di produzione capitalista; preferendo invece rimanere su un piano della spiegazione puramente filosofico (Badiou) e culturale (Žižek). Se vogliamo coniugare il comunismo rivoluzionario con una critica dell'economia politica, allora potrebbe rendersi necessario guardare oltre questa "blanda" e in qualche modo riduttiva critica dell'ideologia delle rappresentazioni dominanti del neoliberismo. Ovviamente, si presume che Antonio Negri e Michael Hardt siano impegnati in un'impresa simile, ma il loro ottimismo (qualsiasi cambiamento nella composizione del capitale diventa espressione del potere costitutivo della moltitudine, e il lavoro immateriale rende superflua la mediazione del capitale sulla capacità di cooperazione e creatività della moltitudine) non sembra realmente in grado di spiegare la portata della crisi attuale e la distruzione violenta che ha già causato [*1]. Il vitalismo ottimista di Hardt non è adatto all'epoca dei disordini. Di fronte a una grave crisi strutturale dell'economia mondiale, in corso dagli anni '70, gli ovvi limiti culturalisti del "marxismo occidentale" (Anderson 1976) e di tutti i suoi successori post-marxisti – da Laclau e Mouffe fino a Badiou e Žižek oppure, più recentemente, Srnicek e Williams – sono diventati sempre più evidenti. Tutti questi discorsi post-marxisti, per quanto diversi essi siano, sembrano tutti condividere la mancanza di interesse rispetto al compito necessario che è quello di identificare, esporre e criticare le contraddizioni e i limiti fondamentali inerenti a un modo di produzione basato sulla forma del valore. In altre parole, l'attuale congiuntura richiede una rinnovata attenzione alla critica dell'economia politica. Se oggi  – come si potrebbe argomentare, ad esempio, sulla scia di Immanuel Wallerstein (2003) e di Giovanni Arrighi (1994) – riteniamo di trovarci in un regime di astrazione e di dominio sociale che tende da tempo a un potenziale cataclisma, lo facciamo perché sosteniamo che attualmente ci stiamo scontrando con i limiti della "critica" post-marxista. Pertanto, qui di seguito, proponiamo di rivolgere la nostra attenzione a quelli che costituiscono gli sviluppi marxisti continentali alternativi, correlando l'analisi tedesca della forma-valore – più specificamente, gli scritti di Robert Kurz – con la teoria francese della comunizzazione, come essa viene presentata da Théorie Communiste, al fine di trovare alcune coordinate che siano più utili per una critica marxista radicale del capitalismo e del suo attuale regime di accumulazione in crisi. Kurz potrebbe non avere tutte le risposte – il suo abbandono della nozione di lotta di classe è problematico, come mostreremo – ma la sua analisi marxista hegeliana delle contraddizioni fondamentali del capitale costituisce un importante contributo alla continuazione dell'analisi critica della società tardo capitalista. Questo saggio è un tentativo di mostrare i punti di forza del suo approccio; ma tuttavia concludiamo con una discussione critica circa i limiti della critica del valore di Kurz, rispetto alla quale introduciamo l'analisi del periodo attuale - più storica e più specifica - svolta da Théorie Communiste, tornando così alla questione della crisi attuale e delle sue potenzialità per una nuova offensiva proletaria.

La teoria della forma valore
Una prima significativa ed efficace fonte che ci permette di comprendere l'attuale situazione storica, proviene da un ramo specifico del pensiero marxiano, che viene attualmente importata, dalla Germania nel mondo anglosassone,  sotto l'etichetta di "critica del valore", o "teoria della forma valore". In genere, la teoria della forma-valore viene presentata come un corpus di pensiero, più o meno coerente, che risale al periodo turbolento del maggio '68, e alle sue implicazioni politiche, un periodo durante il quale gran parte del tradizionale dogma marxista veniva ampiamente messo in discussione. La sfida alla doxa marxista era diventata evidente su tutta la mappa continentale dell'Europa del dopoguerra, a partire dalle correnti strutturaliste e post-strutturaliste in Francia fino al pensiero operaista e post-operaista in Italia e oltre, andando a costituire ciò che poi sarebbe divenuta  nota come la "svolta critica" nel marxismo, ovvero, come l'emergere di una Nuova Sinistra. Sfortunatamente, in quelle che sono le dominanti narrazioni storiografiche anglosassoni del marxismo critico, purtroppo la teoria tedesca della forma-valore viene spesso trascurata, o semplicemente ignorata; la cosa più evidente, forse è la sua assenza nel canonico libro sul "marxismo occidentale" di Perry Anderson (1976). Tuttavia - come viene qui sostenuto -   accanto e al di fuori del nesso franco-italiano (che da Anderson e molti altri era stato annunciato come se si trattasse del centro fondamentale della svolta critica del marxismo) esistevano valide alternative marxiste. Forse, da nessun'altra parte troviamo una risposta più chiara, e teoricamente elaborata, all'ortodossia marxista tradizionale di quella presente nei dibattiti tedeschi degli anni '70. Qui, la necessità di liberare il pensiero di Marx dalle pretese dogmatiche del "marxismo tradizionale" veniva formulata programmaticamente, come un appello per una "ricostruzione" teorica sotto il nome (applicato retroattivamente) di una "Neue Marx-Lektüre"; vale a dire, come viene tradotto in inglese, una "Nuova lettura di Marx"[*2]. Nelle pagine che seguono, torneremo su questi dibattiti tedeschi, al fine di consentire una nuova valutazione di quali siano stati i loro meriti storici, così come le loro ramificazioni contemporanee. [*3]

I dibattiti tedeschi e la nuova lettura di Marx
Nonostante l'introduzione, nel 1997,  del concetto di Neue Marx-Lektüre – come tentativo retroattivo di raggruppare le diverse correnti del pensiero marxista tedesco sotto un'unica etichetta [*4] – non esisteva, in senso stretto, una posizione teorica omogenea disponibile, quanto piuttosto una pluralità di prospettive diverse tutte pertinenti a una Nuova Lettura di Marx. Forse, in quanto tale, sarebbe stato più appropriato riferirsi al plurale a quelli che erano i dibattiti tedeschi. Tuttavia, tutti quanti questi dibattiti cercarono di andare oltre le carenze ideologiche del marxismo ufficiale, e di superare il cosiddetto "materialismo storico" o "dialettico" che ne costituiva il suo nucleo teorico. Uno dei testi chiave per risvegliare un rinnovato interesse critico nei confronti di Marx era rappresentato dalla tardiva ricezione dei Grundrisse, i manoscritti preparatori del Capitale di Marx. La prima edizione dei Grundrisse era stata pubblicata nel 1939(-41) a Mosca dall'Istituto Marx-Engels, con il titolo completo di Grundrisse der Kritik der Politischen Ökonomie (Rohentwurf) [*5]. Tuttavia, questa prima edizione moscovita non era completa, e inizialmente solo poche copie dell'opera raggiunsero il pubblico occidentale. Solo molto più tardi, nel 1953, la Dietz Verlag di Berlino pubblicò una versione completa contenente i sette manoscritti, più un'aggiunta di vario materiale correlato (Rosdolsky 1977, xi; Nicolaus 1973, 7). Ciononostante, qualche tempo dopo che quest'edizione del 1953 era stata resa disponibile a un pubblico più ampio fuori dell'Unione Sovietica, la discussione su quest'opera innovativa rimase comunque piuttosto limitata, confinata, per così dire, a un pubblico di lingua tedesca - per quanto con alcune importanti eccezioni, come nel fondamentale libro di Alfred Schmidt del 1962 "Der Begriff der Natur in der Lehre von Karl Marx" (cfr. Schmidt 1971; la traduzione inglese è apparsa con il titolo "The Concept of Nature in Marx") - il quale sembrava prestare una certa attenzione a queste "bozze" del Capitale (forse sulla base del falso presupposto che il Capitale di Marx avesse già esaurito l'argomento della critica dell'economia politica). La situazione sarebbe cambiata radicalmente solo alla fine degli anni Sessanta. Da questo punto di vista, ad aver realmente innescato la svolta critica nel marxismo, è stata la pubblicazione nel 1968 di quello che costituiva un ampio commento ai Grundrisse, scritto da parte del linguista ucraino in esilio e studioso di Marx, Roman Rosdolsky; un'opera suggestivamente intitolata Zur Entstehungsgeschichte des Marxschen "Kapital", o, nella traduzione inglese del 1977, "The Making of Marx's Capital". In questo libro, Rosdolsky (1977, xii) cercava di riconsiderare tutte le verità consolidate dell'«economia politica marxista», facendolo sulla base di un'indagine più seria di quello che era il metodo critico di Marx, e che per lui costituiva «il più trascurato» tra tutti i problemi della teoria economica di Marx. Pertanto, per Rosdolsky (1977, xii), i Grundrisse - o, nei suoi propri termini, la bozza - erano esattamente il libro che avrebbe pienamente risarcito questo «totale disinteresse per il metodo di Marx» e avrebbe  aiutato a liberare le opere mature di Marx dalle loro (errate) interpretazioni "economistiche", rendendo così possibile una rivalutazione del suo metodo critico-dialettico. Rosdolsky auspicava una riconsiderazione delle radici hegeliane del metodo dialettico di Marx, e del rapporto tra le categorie del Capitale (in particolare  quelle del primo volume) e la nozione di totalità o, più precisamente, con il concetto di un "capitale in generale" (Kapital im Allgemeinen). Oltre al materiale resosi disponibile con la pubblicazione dei Grundrisse, nell'originale tedesco, i tedeschi ebbero anche il vantaggio di accedere a un ricco archivio di manoscritti: le relative edizioni MEGA (la prima e la seconda) le quali comprendevano, tra l'altro, dei documenti importanti, come l'Urtext, il Contributo alla critica dell'economia politica (rispetto al quale, il Capitale veniva visto da Marx come una suo proseguimento) e i Rendiconti; per citare solo alcuni dei testi al centro dei dibattiti tedeschi dell'epoca. Un denominatore comune dei dibattiti tedeschi era la centralità che veniva assegnata all'analisi della forma valore della merce (e al problema del feticismo, che, come vedremo più avanti, una tale analisi comporta). L'attenzione all'analisi della forma merce del valore, veniva sollecitata da alcuni studenti di Adorno - Hans-Jürgen Krahl (1943-70), Hans-George Backhaus (1929-) e Helmut Reichelt (1939-) - i quali avevano notato come la questione della forma valore della merce fosse trattata in modo molto diverso da Marx nella prima edizione del Capitale del 1867 - il quale conteneva un'appendice, o Anhang, che trattava esclusivamente la forma valore - rispetto alle edizioni successive, dove apparentemente il suo approccio era stato divulgato in misura assai più considerevole. Profondamente sconcertati per questi enigmi della forma-valore, presentati lì e altrove nell'opera di Marx, e insoddisfatti delle "soluzioni" dialettiche offerte dai teorici della Scuola di Francoforte [*6], questi giovani eredi (o eresiarchi, se si preferisce) della tanto acclamata Teoria critica si avventurarono in profonde speculazioni circa quali fossero stati i motivi che avevano spinto Marx a modificare nelle edizioni successive del Capitale la sua analisi del valore, del denaro e del feticismo.

Ricostruendo la critica marxiana dell'economia politica
Per degli autori come Krahl, Backhaus e Reichelt, l'approccio analitico alla forma rivelava un'incompletezza nella struttura interna del Capitale, dovuta, a loro avviso, sia a un'ambiguità presente nel pensiero di Marx sia all'interferenza editoriale di Engels. Di conseguenza, hanno optato per un programma metodologico che ricostruiva il sistema di pensiero di Marx in modo da poter così comprendere e valutare sia l'ampiezza teorica e pratica che la profondità della sua critica dell'economia politica; un programma ben riassunto dai traduttori dello stimolante articolo di Backhaus (1980, 96) "Sulla dialettica della forma-valore":

«Per noi, l'analisi della forma-denaro del lavoro sociale nel capitalismo rappresenta il primo passo di quella che è una critica teorica della "società moderna" nella sua totalità, così come viene concepita da Marx, che servirà a rendere riconoscibile la necessaria critica pratica rivoluzionaria. Questa critica non si limita all'economia, ma deve andare ben oltre la base di una esauriente "critica dell'economia politica", fino alla (secondo quella che era la dichiarazione programmatica) "sovrastruttura", la quale sorge sulla base determinata da tale forma. Pertanto, questo progetto sistematico può diventare concreto solo quando (in primo luogo) viene ricostruito il frammento sistematico marxiano e se (in secondo luogo) viene completato tale frammento, fino a essere convertito in un sistema».

Il "frammento" a cui si fa riferimento qui, è il primo capitolo del Capitale ("Merci e denaro") e, in particolare, la terza parte di questo capitolo, "La forma del valore o il valore di scambio". Il sistema da completare, o da ricostruire, è la struttura del concetto di "capitale in generale", la struttura delle forme determinate di capitale, così come appaiono nel capitalismo. Il progetto sistematico consiste, pertanto, nello sviluppo logico-dialettico della forma-valore del denaro, a partire dalla necessità interna a priori di questa stessa categoria. Tuttavia, secondo questi autori, lo stesso Marx - per tutta una serie di ragioni legate a quelle che allora venivano descritte come preoccupazioni "essoteriche" nella costruzione stessa della teoria marxiana - non fu capace di completare questo compito sistematico: vale a dire, per preoccupazioni considerate esterne rispetto alla struttura interna e necessaria di un'analisi del capitale stesso (vale a dire,  preoccupazioni politiche o popolari) [*7]. L'idea era quella secondo cui Marx (1999) avesse concesso una coerenza dialettica a quelle che erano le sue  preoccupazioni relative alla leggibilità popolare; ragion per cui, sarebbe arrivato, più o meno inavvertitamente, a nascondere quello che era il  suo vero metodo esoterico, il quale veniva spiegato assai più chiaramente nell'analisi del valore, del denaro e del capitale, così come era stata svolta nell'edizione originale del 1867 de "il Capitale", e nell'Appendice ad esso. Di conseguenza, gli autori si sono assunti il compito di ricostruire la dialettica interna del capitale, nel Capitale, mostrando come il nucleo di questa dialettica fosse già contenuto in quello che era l'elemento più semplice e distinguibile nell'analisi: cioè, nella merce, a partire dalla sua duplice natura di valore (valore d'uso e valore di scambio). Ed è l'una o l'altra versione di questo programma metodologico di "ricostruzione" a essere recentemente riemersa nei discorsi marxiani contemporanei, a volte sotto i nomi generici di Nuova lettura di Marx, Critica della forma-valore, Critica del valore, e talvolta più specificamente come "dialettica sistemica" (teoria della forma del valore nella sua attuale mutazione anglofona), o come qualche altra nozione correlata. Sebbene le varie tendenze contemporanee alla critica del valore condividano, di fatto, un'enfasi su questioni metodologiche riguardanti l'analisi della forma valore della merce, esse non sono affatto delle semplici variazioni della Nuova Lettura di Marx, così come spesso presentano la cosa i suoi sostenitori e commentatori [*8]. Al contrario, esistono alcune differenze teoriche – e quindi politiche – fondamentali, le quali non possono essere semplicemente spazzate sotto il tappeto della "Nuova lettura di Marx". Per quanto accattivante possa sembrare, la cosiddetta Nuova Lettura di Marx continua a essere un termine generico che - va ricordato - è stato applicato in maniera  retroattiva, ed è stato consapevolmente promosso proprio dai sostenitori di una specifica, e piuttosto apolitica e (al limite) neoscolastica lettura di Marx: una lettura che rientra consapevolmente in quello che rimane un lignaggio della venerabile erudizione marxista e della teoria critica tedesca. Più di chiunque altro, probabilmente, quello che rappresenta la voce principale dell'attuale Nuova Lettura di Marx - il matematico e studioso di Marx, Michael Heinrich - rientrerebbe in questa categoria. [*9]

Il disagio nella teoria marxiana del collasso
All'inizio degli anni Novanta, Heinrich ha intrapreso un'ambiziosa esegesi dell'opera di Marx. Di conseguenza, i suoi scritti su Marx, che comprendono numerosi articoli e libri – forse, il più popolare nel mondo anglofono, è il suo manuale, "An Introduction to the Three Volumes of Karl Marx's Capital "(Heinrich 2012), il quale viene ampiamente considerato come uno dei resoconti più autorevoli di Marx in lingua tedesca. Un'affermazione centrale nell'opera di Heinrich, è quella secondo cui la critica di Marx dell'economia politica è stata una rivoluzione teorica solo parzialmente realizzata, e che Marx, in ultima analisi, è rimasto vincolato e confinato proprio all'interno del campo dell'economia politica con cui inizialmente voleva rompere. Il carattere di incompletezza della teoria critica di Marx nel suo complesso, era dovuto, secondo Heinrich, ad alcune  fondamentali "ambivalenze" della teoria del valore di Marx [*10].Ed è per questo motivo che la teoria critica del valore di Marx va ripulita da tutte queste ambivalenze teoriche, e dev'essere ristabilita sulla base di una solida "teoria monetaria del valore" (fondamentalmente, su questo punto e su molti altri, Heinrich concorda con l'approccio scolastico della forma di valore seguito da Christopher J. Arthur e dalla sua consorteria, sebbene Arthur operi con un'enfasi più apertamente hegeliana, posta sulla "dialettica sistemica", presumibilmente inerente all'opera matura del  Marx del Capitale) [*11]. La percezione che ne ha Heinrich - secondo cui l'opera di Marx sarebbe piena di ambiguità teoriche interne e di incoerenze - lo porta a respingere l'esistenza di una teoria della crisi, e a negare la necessità immanente di un collasso totale del modo di produzione capitalista. Heinrich rifiuta in maniera esplicita la potente idea avanzata da Marx - forse più chiaramente nei Grundrisse - secondo cui il modo di produzione capitalista tende a minare sé stesso e che perciò, attraverso una serie discontinua di crisi sempre più profonde, finirà per collassare – per così dire – sotto il suo stesso proprio peso. Piuttosto, a prescindere da quel che possono credere i sostenitori di una «teoria marxiana del collasso» [ Heinrich (2012, 177) ritiene che tale teoria sia operativa nelle teorie di Rosa Luxemburg, in quelle di Henryk Grossmann e, più recentemente, nell'approccio critico al valore sostenuto da Robert Kurz, insieme al suo ambiente circostante ( cosa su cui torneremo tra poco), l'enigmatica affermazione dei Grundrisse, a proposito del collasso, è stata semplicemente un errore teorico da parte di Marx: «Nelle opere successive Marx non riprende questa idea dai Grundrisse. Al contrario, Marx respinge implicitamente ogni suo precedente argomento a favore di un crollo». In altre parole, Heinrich nega categoricamente qualsiasi nozione di una possibile «crisi finale» e/o di un «crollo», e lo fa accusando Marx di aver tratto una «conclusione estremamente inverosimile» solo sulla base di alcune mere osservazioni empiriche, che erano prive di un adeguato riferimento concettuale (206-7). E tale argomentazione, porta Heinrich (2012, 206-7) a concludere che è del tutto «sorprendente che Marx stesso non si sia reso conto di quanto sia debole l'argomento».

Robert Kurz: Wertkritik, Krisis ed Exit!
Come già detto, gli argomenti di Heinrich contro una «teoria marxiana del collasso» sono stati sviluppati nel corso di una disputa teorico-politica polemica e continua con Robert Kurz (1943-2012), il cui contributo al campo teorico della critica del valore consiste principalmente nel suo continuo insistere su una teoria relativa a una crisi terminale del capitalismo, e nella sua elaborazione. L'approccio radicale e specifico di Kurz alla critica del valore, è noto col nome di Wertkritik, vale a dire, l'equivalente in inglese di «critica del valore», così come i curatori di "Marxism and the Critique of Value" (Larsen et al., 2014) - l'unica introduzione in lingua inglese, finora, sull'argomento - scelsero di tradurlo. Come viene debitamente sottolineato nell'introduzione a questa acuta raccolta di traduzioni di alta qualità della teoria del valore critico radicale (Wertkritik), esiste il rischio concreto che si possa confondere questa corrente di pensiero radicale con altre branche contemporanee della critica del valore (come quella di Heinrich) le cui «precise origini nella Germania occidentale degli anni settanta e ottanta, rimangono oggetto di qualche controversia», come viene diplomaticamente asserito. Inoltre, viene specificato come «Wertkritik, in questo senso sistematico designi in pratica il lavoro accumulato da quelli che probabilmente non sono stati più di trenta o quaranta individui, i quali formavano due collettivi (attualmente non cooperativi tra loro) orientati alla teoria, e il cui nucleo centrale ha vissuto e lavorato per anni dentro e intorno alla città bavarese settentrionale di Norimberga, e la cui attività principale è stata quella di produrre due riviste annuali – Krisis e Exit – oltre a Streifzüge, una pubblicazione viennese più simile a un opuscolo, e che era vagamente alleata con Krisis, come una sorta di terza sede» (Mediations 2013, xi). Nonostante le differenze chiaramente identificabili (l'importanza data alla teoria della crisi di Marx, ne è un esempio), che separano questo ramo specifico della critica del valore (Wertkritik) dalle altre varianti marxiste più generiche, essi vengono spesso tutti raggruppati sotto un'unica narrazione storiografica principale; quella di una Nuova lettura di Marx [*12], oppure vengono addirittura ignorati del tutto [*13]. Dopo il 2004,  complicare ulteriormente le cose,  interviene anche una parte delle persone intorno a Krisis – tra i quali lo stesso Kurz, Roswitha Scholz e Anselm Jappe, tra gli altri – ha decidono di separarsi da Krisis per formare Exit!, e che iniziano a riferirsi alla loro teoria chiamandola  Wertabspaltungskritik, sottolineando in tal modo, sulla spinta di Scholz, la problematica di genere inerente alla dinamica della forma del valore in sé. Questo aspetto «dissociativo» (e, pertanto, tutta la corrente femminista della critica del valore) viene così purtroppo relegata nella scelta, sicuramente più agevole, di narrare tutta la storia sotto il titolo unificante di Wertkritik. Un altro sfortunato svantaggio relativo a questa narrazione, consiste nella tendenza a cancellare non solo quelle che erano le differenze interne nella «scuola della Wertkritik di Norimberga» - come è stata chiamata altrove (vedi Fleischer 2011) -  ma anche - cosa più seria - le differenze teoriche più sostanziali che erano presenti nella controversia decennale tra Heinrich e Kurz, la quale (tra molte altre questioni) interessa il problema dell'esistenza di una teoria della crisi in Marx, occupando un posto centrale. Nelle pagine seguenti, riconsidereremo la critica del valore, così come essa viene associata alla posizione di Kurz, per vedere come e perché deve essere distinta da quella di Heinrich e dalla cosiddetta Nuova lettura di Marx.

Polemici e accademici
Come già accennato, i due rami più importanti della critica del valore associati a Kurz, sono le riviste "Krisis: Kritik der Warengesellschaft" [Krisis: critica della società delle merci] e "Exit! Krise und Kritik der Warengesellschaft" [Exit! Crisi e critica della società delle merci"], quest'ultima costituita da un gruppo che si è scisso da quello della prima rivista [*14]. Krisis iniziò con il nome di Marxistische Kritik [Critica marxista] a metà degli anni 1980, ma cambiò il suo nome nel 1989, prendendo le distanze dalla maggior parte di ciò che appare sotto il nome di marxismo. Kurz è stato un autore estremamente produttivo all'interno di questo mezzo e ha continuato a scrivere: quattordici libri, prima di morire nel 2012 all'età di 68 anni. Fino a tempi recenti, nessun libro di Kurz era mai stato tradotto in inglese e, a parte la raccolta di saggi summenzionata– Marxism and the Critique of Value – si trovano solo poche (e spesso molto dubbie) traduzioni in inglese. Kurz è stato coerente nel suo tenersi lontano dal mondo accademico, e dalle sue particolari forme di retorica politica e marxista, non diversamente da come hanno fatto altri vecchi pensatori rivoluzionari come Amadeo Bordiga, Guy Debord e Jacques Camatte. E così, a causa della sua lontananza dalle istituzioni accademiche, Kurz non è stato oggetto dello stesso tipo di attenzione di cui è stato oggetto qualcuno come Heinrich - che è un affermato accademico professionista e professore alla Freie Universität - o come i due teorici della Scuola di Francoforte ,Jürgen Habermas e Axel Honneth - entrambi direttori del prestigioso Istituto di Francoforte per la ricerca sociale, visti presumibilmente come tedofori della fiamma della "teoria critica". Tuttavia, nel 1999 - sebbene Kurz abbia sempre preferito rimanere abbastanza nell'ombra -  ha ricevuto una certa attenzione da parte del grande pubblico – anche se solo momentaneamente – a causa della pubblicazione del suo "Schwarzbuch Kapitalismus (Ein Abgesang auf die Marktwirtschaft)" ["Il libro nero del capitalismo (Un canto del cigno per l'economia di mercato)"]. Il libro, è di oltre 800 pagine e contiene un'esposizione storica immensamente dettagliata di quello che è stato lo sviluppo capitalistico, e delle scie di sangue che ha lasciato dietro di sé nella sua disastrosa corsa. Come viene chiarito da Kurz nella sua prefazione all'edizione ampliata del 2009, il libro voleva essere un saggio di storia controcorrente, un intervento teorico in un'epoca eccessivamente esaltata di euforia capitalista  generalizzata. Quando il libro vide la luce per la prima volta, nella seconda metà del 1999, esattamente dieci anni dopo la caduta del muro di Berlino e alle soglie della cosiddetta "New Economy", lo slogan del momento, in quel periodo era la conclamata cosiddetta «fine della storia». In un simile clima di consenso neoliberista, "Schwarzbuch Kapitalismus" aveva naturalmente suscitato scalpore, ricevendo elogi e critiche in egual misura. Tuttavia, il lavoro di un teorico di estrema sinistra relativamente sconosciuto era arrivato sulle pagine dei principali giornali tedeschi, come Frankfurter Rundschau, Süddeutsche Zeitung e Die Zeit, tra gli altri. E proprio Die Zeit aveva pubblicato non meno di due recensioni del libro, una delle quali lo aveva definito come il libro più importante dell'ultimo decennio (Lohmann 1999). Ma a lungo termine, lo stile polemico di Kurz, e le sue escursioni teoriche, spesso assai dense, non erano particolarmente adatti al successo popolare, o accademico. Il suo approccio ultra-critico, e non esattamente educato, nei confronti dei teorici contemporanei, a volte rasenta un'arroganza sprezzante. E sebbene si potrebbe anche supporre che Kurz abbia quanto meno qualcosa in comune con altri sostenitori del pensiero marxista e post-marxista, secondo Kurz stesso è invece chiaro che non è così, se si considera, ad esempio, il seguente passaggio, per nulla atipico, di quella che è l'introduzione al suo ultimo libro, Geld ohne Wert [Denaro senza valore] (pubblicato postumo):

«Tutti i concetti cosiddetti "post", derivano dall'ideologia postmoderna, e sono fondamentalmente incompatibili con la critica marxiana dell'economia politica, così come lo sono con quel "tipo di teoria" e con la comprensione concettuale che la riguardano. L'unico scopo che essa ha [l'ideologia postmoderna] è quello di sabotare qualsiasi progresso teorico che va in direzione della comprensione della nuova situazione storica, per annegarlo nell'eclettismo. ... Il termine "post-marxismo" riassume tutti i tentativi che sono stati fatti allo scopo di "post-modernizzare" la teoria marxista, vale a dire, di eliminare ogni aspetto scomodo di quella teoria in modo che, anziché superare criticamente sia il movimento operaio che il marxismo di partito, lo si virtualizzasse, in modo da renderlo così compatibile con gli interessi della classe media.» (Kurz 2012, 16).

Evidentemente, questo profondo disprezzo per tutta la tradizione del marxismo nella sua totalità – a partire dal movimento operaio tradizionale per arrivare alle sue forme "post-modernizzate" – si è espresso anche come una delle caratteristiche distintive dell'inimitabile stile di scrittura di Kurz. Il fatto che Kurz non rifugga dalle polemiche, appare evidente nel modo in cui egli tratta Heinrich nel suddetto libro – Geld ohne Wert – che fondamentalmente consiste in una lunga confutazione dell'interpretazione di Heinrich della teoria del valore di Marx; basata com'è, secondo Kurz, su un «individualismo metodologico» che contrasta nettamente con l'approccio più olistico dello stesso Marx. Anche se – o proprio perché – Heinrich sostiene un approccio «critico del valore», che superficialmente potrebbe sembrare essere strettamente correlato a quello di Kurz; egli diventa la personificazione di tutto ciò che oggi è sbagliato nel marxismo e, più specificamente, proprio nella cosiddetta corrente della critica del valore. Una tendenza che oggi - a mezzo decennio dalla prematura scomparsa di Kurz - sembra lentamente prendere piede anche nel mondo anglosassone, laddove alcuni dei disaccordi evidenziati in questo saggio sembrano invece essere tralasciati in favore di una storiografia più unitaria e, senza dubbio, un po' più conveniente. Come sottolinea Esther Leslie (2014, 410) – in quella che è una delle poche recensioni in lingua inglese dell'opera di Robert Kurz – ci sono «molte discussioni riguardo la provenienza e la genealogia dell'approccio della Wertikrik, e la maggior parte di esse sono acrimoniose e territoriali». Non c'è da stupirsi che ci siano state delle controversie, se si considera la natura altamente politicizzata di questi dibattiti. Ma ciò che è fondamentalmente in gioco per uno come Kurz va ben oltre la narcisistica idea accademica di «occupare una nicchia», e di certo non lo si può ridurre a una questione di «differenziare il proprio marchio», come sembra che Leslie, con un tono stranamente suggestivo, scelga invece di inquadrarlo (422). La questione più importante che dev'essere posta non riguarda se le idee di Kurz siano o meno "originali", se siano delle "reinvenzioni" di discussioni già esistenti o delle "selezioni" da esse, bensì se piuttosto abbiano o meno forza esplicativa, rispetto all'attuale situazione storica, dal momento che offrono un'adeguata prospettiva di antagonismo nei confronti del capitale. Ed è proprio la continua insistenza sulla nozione di crisi in Marx, ciò che consente a Kurz – in contraddizione con Heinrich, e apparentemente anche in contraddizione con Leslie (2014, 416), la quale ritiene che l'approccio di Kurz alle crisi segnali la «debolezza della teoria» che tenderebbe verso «una sorta di inevitabilità economica» – di sviluppare una teoria adeguata del collasso del modo di produzione capitalista.

Crisi e Collasso
Parafrasando il resoconto di Leslie (2014, 416) su Kurz: in tutto il lavoro di Kurz , il termine privilegiato è "crisi". Non c'è nient'altro che crisi, ed è permanente. In altre parole, la teoria delle crisi di Kurz corre come un filo rosso in tutta la sua opera, da Schwarzbuch Kapitalismus a Geld ohne Wert, e sarebbe sempre lo stesso argomento centrale quel che si trova in forme diverse nei numerosi articoli e nei saggi pubblicati nel corso degli anni, dal primo saggio del 1986 in Marxistische Kritik (in seguito ribattezzato Krisis), intitolato "Die Krise des Tauschwerts" [La crisi del valore di scambio], fino a una delle sue ultime elaborazioni, svolta nel saggio "Die Klimax des Kapitalismus" sulla rivista Konkret, nel 2012. In breve, Kurz diagnosticherebbe una crisi sistemica fondamentale del capitalismo, originata dall'esaurimento della fase finale dell'accumulazione del capitale, avvenuto intorno agli anni Settanta. Secondo Kurz, l'ultima ristrutturazione del capitale è stata accompagnata da una grande trasformazione tecnologica della produzione, quella che lui chiama la «terza rivoluzione industriale», la quale ha profondamente alterato la composizione organica del capitale, vale a dire il rapporto tra lavoro vivo, da una parte, e lavoro morto (accumulato) o capitale, dall'altra. Con l'automazione del processo di produzione, il quale – come effetto collaterale necessario – rende sempre più persone superflue alla produzione di plusvalore, il capitalismo entra in aperta contraddizione con sé stesso. Mentre lotta con i propri bilanci interni, il lavoro rimane necessario per la produzione di valore, ma simultaneamente diventa superfluo per il processo di produzione stesso; Il capitale non è più in grado di sostenere, né il proprio ciclo di vita (è incapace di valorizzarsi in misura sufficiente), né la crescente popolazione in eccesso che viene continuamente sempre più esclusa dal proprio metabolismo. Con l'introduzione del computer e della microelettronica, ci sono sempre più lavoratori che vengono espulsi dal metabolismo del capitale; essi vengono semplicemente esclusi, e sono diventati ridondanti per la produzione capitalista. La logica espansiva del modo di produzione capitalistico reca in sé le proprie barriere e le proprie contraddizioni interne. Di pari passo con lo sviluppo del modo di produzione capitalista, le possibilità di espansione si esauriscono gradualmente, e così il lavoro vivo - che è il punto di partenza per la creazione di plusvalore - viene gradualmente sostituito da macchine e tecnologia. La concorrenza tra i capitali individuali, e la loro ricerca di "profitti", li costringe a sostituire i lavoratori con delle tecnologie sempre più avanzate, estromettendo in tal modo quella che è l'unica fonte del plusvalore. In tal modo - secondo Kurz - la terza rivoluzione industriale costituisce la barriera finale al modo di produzione capitalista. Il fatto che il capitalismo tenda a collassare non significa, tuttavia, che il capitalismo si abolirà presto da sé solo; dal momento che il potenziale distruttivo del collasso è indefinito, e può durare per decenni, rendendo così ancora più necessaria la critica del modo di produzione capitalista e delle sue forme sociali.

Una «crítica categoriale»
Secondo Kurz, una vera critica rivoluzionaria deve ambire a una totale rottura "ontologica" con l'edificio della società capitalista nella sua totalità, e con la razionalità illuministica a essa inerente. E questo implica che si vada oltre il paradigma superficiale del tradizionale pensiero marxista, per il quale le categorie più fondamentali del capitalismo – lavoro, valore, merce, politica, ecc. – di per sé non sarebbero problematiche, di modo che, a differenza di Marx, acquisiscono così un carattere "trans-storico". Il lavoro non è qualcosa che dev'essere liberato, e il valore non è qualcosa che va distribuito in maniera più equa. Ma, al contrario, solo mettendo radicalmente in discussione tutte le categorie fondamentali dell'economia capitalista si potranno soddisfare quegli standard fissati da Kurz, per mettere in atto un'autentica critica dell'economia politica. Se Heinrich e altri, hanno cercato di valorizzare il concetto di "Nuova Lettura di Marx" per i propri fini di branding, la relazione che ha Kurz con tale concetto può essere meglio definita negativamente; come un processo continuo di critica nel quale si prendono le distanze. Per Kurz, la maggioranza dei sedicenti marxisti e dei cosiddetti teorici critici del valore, associati o meno che siano alla Nuova Lettura di Marx, non sono stati altro che dei falsi discepoli, incapaci di comprendere e di impegnarsi criticamente con il "vangelo". Nel sacro pantheon del marxismo occidentale, e oltre, ci sono solo poche le eccezioni - che vanno da Marx stesso a Benjamin e Adorno - esenti (solo in maniera limitata) dalla critica feroce di Kurz. Sono pochi i pensatori marxisti che vengono presi in considerazione. Kurz, piuttosto attinge a delle idee sparse e a figure emarginate, come lo studioso russo di Marx, Isaak Ilyich Rubin, e come il suo collega Evgeny B. Pashukanis; oppure si riferisce a una ristretta schiera di eretici comunisti di sinistra, come Anton Pannekoek e Guy Debord. In aggiunta a questo lignaggio di pensiero para-marxiano, Kurz fa ricorso e attinge a piene mani a studiosi di antropologia e storia, come Marcel Mauss o Jacques le Goff, e sembra che, tra i suoi contemporanei, qualcuno come Giorgio Agamben occupi per lui un posto più importante della maggior parte dei santi cavalieri del classico allineamento marxista, da Bernstein a Badiou. Un'eccezione significativa all'antipatia generale, di cui soffre Kurz per gli autoproclamati marxisti e post-marxisti, è lo storico americano Moishe Postone, il quale, nel 1990, ha sviluppato un'analisi del capitalismo sostanzialmente simile a quella di Kurz, e che viene continuamente invocato come fonte di riferimento positiva non solo del lavoro di Kurz, ma anche dei testi prodotti sulle riviste Krisis e Exit! Per Kurz, il libro fondamentale di Moishe Postone, "Time, Labour, and Social Domination: A Reinterpretation of Marx's Critical Theory" - il quale prende le distanze da quello che viene definito "marxismo tradizionale", e lo fa analizzando la forma di valore del capitale come se fosse una struttura di dominio quasi oggettiva e socialmente mediata - è molto più importante di qualsiasi altra opera in particolare. E ciò implica un cambiamento di focus, da un approccio basato sulla nozione di lotta di classe, verso un'analisi che ha a che fare con l'emergere di un nuovo tipo di dominio sociale, mediato dalla forma di valore, dove l'essere umano si trova a essere subordinato a degli imperativi strutturali impersonali. Quella che Postone e, mutatis mutandis, Kurz vogliono aggiornare è  la critica di Marx all'economia politica: «la messa a nudo della legge economica del movimento della società moderna».

Pertanto, per Kurz, la cosa più importante è una critica negativa della società capitalista, e non la lotta della classe operaia contro la borghesia. In altre parole, il marxismo come critica radicale dell'economia politica, e non come progetto politico il cui obiettivo è l'emancipazione della classe operaia. Ed è pertanto in tal senso che Kurz riconosce Postone come un importante precursore di una critica radicale della società capitalista, alla pari di Lukács, da cui deriva in maniera originale la nozione di «critica categoriale», ma che viene comunque criticato insieme a Heinrich, per l'assenza di qualsiasi teoria della crisi. Pertanto, il movimento centrale della critica del valore di Kurz consiste nel reinstallare il conflitto all'interno della forma più elementare di ciò che nella società capitalista è la ricchezza: vale a dire, la merce. Questo conflitto essenziale, attraversa tutti i livelli della sua analisi, e raggiunge il culmine nella teoria della crisi. La crisi non può ridursi a essere solo una semplice irrilevante disturbo in quello che altrimenti sarebbe un macchinario funzionante senza alcun intoppo; va riconosciuta in quanto componente intrinseca di un avanzato «sistema di macchinari» programmato, per così dire, per autodistruggersi. La rivoluzione, in quello che è il vero senso della parola, implica una rottura con tutte le categorie feticistiche derivate dalla forma del valore della merce, e consiste in una de-feticizzazione della razionalità borghese in tutto e per tutto. La forma valore della merce, è una forma che contiene già in maniera latente il potenziale di crisi, vale a dire, un'essenza che – parafrasando Hegel – non può fare a meno di manifestarsi.

Una genealogia del dissenso antipolitico
Come dovrebbe ormai essere evidente, la teoria della crisi implica anche una coerente postura antipolitica; non esiste alcun programma proletario, non c'è nessun piano politico – né nell'opera di Marx né nella teoria critica del valore – che riguardi come dovrebbe realizzarsi l'emancipazione. Tutto quel che abbiamo, è una concezione negativa di quello che è un sistema che si trova sull'orlo di un collasso automatico. Il fatto che Marx abbia cercato di salvare la nozione di "speranza" rivoluzionaria, collegando con la classe operaia allora emergente quella che è stata la sua critica del capitale,  e che abbia cercato di teorizzare la classe operaia vista come il soggetto storico - il proletariato, destinato ad abolire il capitalismo e a porre fine allo sfruttamento, mettendo fine così anche al furto dei frutti del lavoro operaio da parte del capitale – è stato poco più che un "errore",  una mera espressione delle specifiche circostanze storiche dell'epoca. L'evoluzione storica, dopo Marx, ha dimostrato che la classe operaia è una parte interna al modo di produzione capitalistico e, in tale configurazione, non costituisce alcun tipo di minaccia sistemica per il capitale; sostiene Kurz. Nel corso, e per mezzo, del movimento operaio, la classe operaia ha combattuto per il suo riconoscimento nell'ambito del capitalismo, e non per la soppressione del capitalismo. La lotta di classe del movimento operaio, è stata una competizione interna che si è svolta nel contesto delle categorie immanenti del capitalismo. In altre parole, la sfida è quella di storicizzare Marx e andare oltre il marxismo. Solo così sarà possibile ristabilire la critica radicale, di Marx, del modo di produzione capitalistico. L'emancipazione non dev'essere più proiettata nel futuro, vista come se costituisse un'idea astratta di proletariato in quanto soggetto rivoluzionario, ma va collegata a una continua analisi critica del capitalismo in quanto sistema profondamente irrazionale sull'orlo del collasso sistemico. Il compito non è quello di distribuire la ricchezza in maniera diversa, quanto piuttosto modificare radicalmente il modo di produzione su cui si basa l'obsoleto programmatismo del marxismo del ventesimo secolo. Pertanto, la critica del valore non si oppone solamente al movimento operaio tradizionale – visto nelle sue diverse espressioni politiche e filosofiche, nella sua lotta per una diversa distribuzione dei beni della società e nei suoi sforzi per frenare la paludosa cupidigia del capitale – ma anche a tutti quei marxismi rivoluzionari auto-identificatisi che hanno cercato di rivoluzionare il capitalismo a partire da una revisione socio-materiale nella quale viene assunta la proprietà dei mezzi di produzione, che dalla borghesia passano alla classe operaia. La critica del valore, alla Kurz, considera il proletariato come parte interna del modo di produzione capitalistico; essa è, per così dire, una critica post-proletaria. A distruggere il capitalismo, non saranno i proletari uniti; il capitalismo crollerà da sé solo. Tuttavia, una simile inevitabile rottura non implica in alcun modo una transizione graduale verso un comunismo di lusso, completamente automatizzato, come alcuni di recente (Srnicek e Williams 2015) hanno sostenuto. Alle porte, non c'è alcuna transizione morbida, ma solamente conflitto sociale, e barbarie. Pertanto, la domanda è: di fronte a un collasso planetario in corso, come (ri)organizzarsi, al di là di quelle che sono le forme storicamente obsolete di politiche identitarie?

Rivoluzione: teoria o movimento?
Il capitalismo è condannato. Esso si caratterizza a partire da delle contraddizioni inconciliabili, presenti nelle categorie fondamentali del modo di produzione capitalistico. È questa l'analisi di Kurz. Il capitalismo è diretto verso la sua auto-distruzione, inevitabilmente. E questo, non a causa delle azioni della classe operaia, né per le azioni concertate da tutto il movimento operaio. L'antagonismo tra capitale e lavoro è interno, e non si tratta di trasformare, a livello locale, le classi lavoratrici in un soggetto cosciente, in quello che sarebbe il soggetto storico. Per Kurz, non esiste un proletariato, visto nel senso di una forza interna/esterna in grado di mettere fine allo sfruttamento capitalista. Il proletariato si trova a essere pienamente inscritto nel funzionamento della modernità capitalistica, e nella cultura della classe operaia, non c'è alcuna prospettiva rivoluzionaria. Non esiste un «costituirsi della classe operaia», nel senso dell'emergere di un soggetto ribelle capace di trascendere il capitalismo. Radicalizzando la critica di Debord al movimento operaio consolidato e alla sua lenta integrazione nello stato sociale del dopoguerra, Kurz non solo rigetta le posizioni riformiste e gradualiste che privilegiano la classe operaia, e la considerano come una sorta di comunità senza macchia in grado di affrontare la "bugiarda" borghesia e le sue istituzioni repressive, ma rifiuta anche la nozione di proletariato come classe per sé stessa. Non esiste alcuna essenza proletaria, al di fuori del modo di produzione capitalistico, in grado di lanciare un attacco al capitalismo. Non esiste opposizione. Una "liberazione"  - ovvero, la fine del dominio non soggettivo del capitale -  può avvenire solo a partire dall'eliminazione di tutti i feticci fondamentali: merce, valore, lavoro e denaro. Tutte le idee di una rivoluzione contro il capitalismo falliranno inevitabilmente, se non saranno in grado di scatenare un processo che vada fino alle radici del male, ponendo fine alle forme quasi oggettive di dominio che caratterizzano il capitalismo. L'Unione Sovietica, si erge ancora come un tragico esempio di tutti quegli sforzi che si sono fermati alla superficie, prendendo il potere, ma riproducendo necessariamente alla fine la produzione di plusvalore, intrapresa ora in nome del proletariato. Come chiarisce Kurz - riecheggiando Debord - tutto ciò equivale solo a che i lavoratori in qualche modo controllino la loro stessa alienazione. L'idea socialista di uno Stato socialista, in una qualsiasi delle sue forme, è solo un'illusione. Non esiste alcuna transizione, né esiste una soluzione eurocomunista alla contraddizione interna del capitalismo. Non si tratta di un modo migliore di gestire l'economia. Non c'è mai stato. Come spiega Kurz, nell'introduzione all'edizione 2009 dello Schwarzbuch Kapitalismus, non esiste alcuna «forza sociale visibile» in grado di realizzare «l'emancipazione sociale» [*27].

Tutto ciò tende a dare alla sua analisi un tono mesto e malinconico; come se scrivesse in tono ironico. Ma Kurz si è lasciato alle spalle la nozione di soggetto rivoluzionario. Sia che esso appaia nella forma della classe operaia cinese, in quella della moltitudine, del precariato o semplicemente del proletariato, l'idea di un soggetto rivoluzionario è ormai solo un residuo problematico di quella che era l'illusione ideologica del "libero arbitrio" di un soggetto borghese. In quanto idea e prassi della rivoluzione, il punto di vista di classe è diventato obsoleto. Il grandioso abbandono della lotta di classe messo in atto da Kurz, è stato criticato dalle altre componenti dell'ultra-sinistra [*15]. Il fatto che il movimento operaio occidentale abbia indubbiamente contribuito solo a rafforzare la società capitalista (sebbene, naturalmente, abbia garantito i diritti relativi a una lunga lista di questioni precedentemente escluse dallo status "politico"), non significa che tuttavia i lavoratori non abbiano tentato di negare la relazione capitale-lavoro in un certo numero di situazioni storiche, dalla Comune di Parigi, passando per Barcellona nel 1936, e arrivando fino ad oggi. Come scrive Kurz, il movimento operaio ha cercato di strappare il potere alla borghesia e di controllare il processo di produzione capitalista, controllando in tal modo la propria alienazione senza porre fine al dominio capitalista; però ha anche rifiutato il lavoro salariato e si è rifiutato di partecipare alla gestione della produzione di plusvalore; vale a dire, in altre parole, ha tentato di negare il capitale. Il proletariato è – come scrive Maurice Blanchot (1971, 117), riecheggiando Marx – un'identità instabile caratterizzata da una qualità autocritica, "tesa" e necessariamente "scomoda", simultaneamente soggetto e oggetto, merce e proprietario della merce.

Riteniamo che l'analisi che Kurz fa delle contraddizioni fondamentali del capitale sia molto importante, ma siamo riluttanti ad accettare il rifiuto della nozione di lotta di classe che viene messo in atto da Kurz. Proponiamo pertanto di integrare la sua teoria critica del valore con l'analisi, storicamente più sensibile, condotta dal gruppo di estrema sinistra francese Théorie Communiste. Théorie Communiste emerge, dopo il maggio '68, dal movimento post-situazionista francese e italiano ed è attiva dalla fine degli anni '70, pubblicando dal 1977 una rivista con il nome del gruppo. L'approccio di Théorie Communiste è assai più di tipo storico, rispetto a quello di Kurz, finendo però per arrivare a quelle che sono delle conclusioni in qualche modo simili, sebbene siano allo stesso tempo diverse. A differenza di Kurz, Théorie Communiste si confronta molto più direttamente con la vecchia strategia marxista: attua un'analisi della situazione storica, selezionando quegli eventi considerati di eccezionale importanza nel contesto storico contemporaneo, al fine di individuare il proletariato e consentirgli di emanciparsi dallo sfruttamento e dall'alienazione. Théorie Communiste non ha rinunciato al proletariato, ma usa questo concetto per continuare e per attualizzare l'analisi ultrasinistra e situazionista della società capitalista. Tuttavia, come Kurz, Théorie Communiste sostiene che nella storia del modo di produzione capitalista - con la ristrutturazione dell'economia avvenuta negli anni Settanta e Ottanta sotto forma di nuove tecnologie, esternalizzazione e introduzione di un'enorme quantità di credito - abbiamo superato una soglia decisiva . Il gruppo fa uso della distinzione marxiana tra sussunzione formale e sussunzione reale del capitale, per dividere la storia della lotta di classe in tre periodi; essendo ora entrati nell'ultimo dei quali, la fase della sussunzione reale, dove un superamento del capitalismo diventa possibile per la prima volta. Nei due precedenti periodi che costituiscono la prima e la seconda fase della sussunzione formale - e che vanno, prima, dal 1830 al 1900, per arrivare poi fino al 1970 - la lotta di classe si è sempre svolta nel contesto di una tutta serie di organizzazioni - come il partito e il sindacato - che, piuttosto di tentare di attaccarla, hanno mediato e sostenuto quella che era la relazione capitale-lavoro. Tutte quelle lotte si configuravano come dei tentativi per cercare di affermare il punto di vista operaio riguardo la relazione capitale-lavoro, che voleva liberare i lavoratori dallo sfruttamento capitalista, senza però smantellare effettivamente le relazioni capitalistiche di base, per mettere i lavoratori a capo della società capitalista. Questo ciclo di lotte rappresenta ciò che Théorie Communiste chiama col nome di programmatismo; il quale ha incluso sia le lotte riformiste che quelle rivoluzionarie. La classe operaia rappresentava, o aveva, un'identità autonoma sottomessa e tuttavia esistente che doveva essere liberata. Il programmatismo costituisce l'autoaffermazione del proletariato, sia tramite le riforme sociali sia mediante la presa socialista del potere. Esisteva un programma: il programma riformista consisteva nella garanzia dei diritti dei lavoratori; Il programma rivoluzionario prevedeva la creazione di uno Stato operaio. In entrambi i casi, l'identità del lavoratore rappresentava sia il riferimento principale che il programma. Oggi, tale identità non esiste più. Così argomenta in maniera efficace Théorie Communiste, unendosi a Kurz in quella che è una critica radicale nei confronti di qualsiasi tentativo di proseguire sulla strada del vecchio movimento operaio. La ristrutturazione dell'economia che ha avuto luogo negli ultimi quarant'anni, ha lacerato la vecchia classe operaia, la quale non è più in grado di riprodursi. L'esternalizzazione, la precarizzazione, il lavoro informale e l'indebitamento hanno dissolto tutte le precedenti strutture di classe. Pertanto, non esiste più alcuna autonomia dei lavoratori da affermare. Ma su questo non si dovrebbe piangerci sopra, vedendo la scomparsa del "lavoratore" e del movimento operaio come una possibilità; sostiene Théorie Communiste. Oggi, noi ci troviamo sia di fronte a un limite che a una possibilità, e questo nella misura in cui l'insurrezione rivoluzionaria contro il capitalismo diventa possibile per la prima volta, al di là dell'idea di una gestione differente dell'economia capitalista. Ormai, come sottolinea Théorie Communiste (2009, 34), non si tratta più di una gestione socialista del capitalismo, quanto piuttosto dell'abolizione del modo di produzione capitalistico, insieme all'abolizione della riproduzione della classe operaia vista come soggetto/oggetto interno al capitalismo.

«La dinamica di questo ciclo costituisce la crepa, lo strappo [écart] che alcune pratiche attuali creano rispetto a quello che è il limite generale di questo ciclo di lotte: agire come classe. Attualmente, l'attività di classe del proletariato si trova a essere sempre più lacerata al suo interno: finché essa rimane l'azione di una classe, continua ad avere il capitale, come unico suo orizzonte ... Ma simultaneamente, nella sua azione contro il capitale, ciò che affronta è proprio la sua stessa esistenza in quanto classe, che ora deve trattare come un qualcosa da sopprimere». È in questo modo che Théorie Communiste ci dà conto del come e del perché la resistenza della classe operaia, nel diciannovesimo e ventesimo secolo, sia rimasta parte integrante dello sviluppo del capitalismo, ci dà conto di come la classe operaia sia diventata il proprio progetto e la propria identità da produrre, e non invece un relazione che dev'essere negata. Questo ci aiuta a spiegare la fusione del capitalismo con la classe operaia e con il suo movimento. Per un lungo periodo, il risultato di questo processo è stato l'integrazione o il recupero. Ma a partire dagli anni '80, la frammentazione diventa all'ordine del giorno. I cambiamenti post-fordisti dell'economia hanno distrutto tanto i soggetti riformisti della classe operaia, quanto quelli rivoluzionari, nelle loro forme programmatiche. È stato questo lo sfondo della lunga sequenza di proteste "negative" cui abbiamo assistito negli ultimi dieci anni, dalla Francia del 2005 alla Grecia del 2008, dall'Egitto e dagli Stati Uniti nel 2011, e così via fino ad oggi. Stiamo assistendo alla chiusura e alla fine di quel periodo programmatico nel quale i lavoratori sfidavano ma allo stesso tempo, soprattutto, affermavano il capitalismo. La lotta di classe del periodo della sussunzione formale non ha mai trasceso il capitalismo, e infatti è stato solo con la transizione verso una nuova era che si è resa possibile una rivoluzione comunista nel senso della fine del capitalismo. Poco a poco, la classe operaia può arrivare a problematizzare le condizioni che la rendono parte del capitalismo, metterle in discussione e possibilmente superarle. In questo momento si tratta soprattutto di un limite, relativo all'incapacità dei lavoratori di riprodursi, come avevano fatto finora. I giovani delle banlieues della periferia di Parigi, della Grecia, dell'Egitto, di tutto il Nord Africa e del Medio Oriente - ma sempre più anche quelli dell'Europa occidentale - si ritrovano a essere isolati dall'economia capitalista. Sono superflui, ridondanti e non è previsto che possano rientrare nel metabolismo del capitale. Questa brutale esclusione rappresenta anche una possibilità; sostiene Théorie Communiste: la relazione capitale-lavoro si trova davanti a un limite storico, aprendosi così a qualcosa di differente. Nella lotta, i lavoratori si scontrano direttamente con quella che è la loro esistenza stessa in quanto lavoratori, in quanto parte del capitalismo; ma si confrontano anche con la possibilità di porre fine a questa relazione, vale a dire, si confrontano con la rivoluzione. Pertanto, la nuova ondata di proteste ha perciò una prospettiva rivoluzionaria, e ce l'ha proprio perché, e nella misura in cui non può avanzare rivendicazioni, se non quelle volte a eliminare immediatamente le forme capitalistiche di base, quali il rapporto salariale e la proprietà privata, in quelle che sono le loro forme attuali. La rivoluzione non può più essere una meta lontana, ma deve presentarsi immediatamente, fin d'ora, nella lotta contro il capitalismo. Oggi l'analisi strutturalista di Théorie Communiste, riguardo la condizione del comunismo di essere possibilità, presenta tutta una serie di somiglianze con la teoria radicale della critica del valore di Kurz - per esempio, l'enfasi posta sia sul capitalismo come dominio senza soggetto, sia sulla "complicità" del lavoratore – e tuttavia non trascura la nozione di lotta di classe, insieme a quella di comunismo visto come «il movimento reale che abolisce lo stato di cose esistente», come scrivevano Marx ed Engels. Come viene provocatoriamente affermato da Théorie Communiste (2016, 17), la teoria critica del valore è una teoria morta perché è del tutto priva qualsiasi nemico. Essa finora ha preferito avanzare letture su vasta scala della struttura fondamentale del capitalismo, mappando l'esistenza degli imperativi strutturali generali che determinano le decisioni politiche, sociali ed economiche. Théorie Communiste si pone più in sintonia con le lotte in atto. Questo contrasto evidenzia forse quello che è un problema generale della prospettiva della critica del valore. Paradossalmente, il suo abbandono della lotta di classe finisce per perpetuare il dominio capitalista, il quale, per così dire, ha ingoiato e fagocitato tutte le contraddizioni di classe, senza lasciare crepe, o brecce. Allo stesso tempo, per il fatto di lanciare invettive che accusano il "marxismo tradizionale" di essere "affermativo" e "acritico", assistiamo al fatto di vedere che i difensori della tradizione riproducono la vecchia posizione d'avanguardia del capo onnisciente che cerca di mobilitare le masse docili. Il pericolo, è quello che i teorici critici del valore finiscano per confinare nella loro condizione coloro che sono privi di risorse, mentre rivolgono loro improperi e insulti. Questa postura avanguardista, che divide le persone in maestri e allievi, per poi subito dopo cercare disperatamente di annullare tale separazione [*16], rischia di diventare irrilevante via via e nelle misura in cui la crisi peggiora, mentre le lotte proseguono in tutto il mondo nei loro movimenti balbettanti.

- Mikkel Bolt Rasmussen e Dominique Routhier - Pubblicato il 24/7/2023 su https://necplusultra.noblogs.org

Riferimenti:

Anderson, Perry - "Considerations on Western Marxism". London: New Left Books.
Arrighi, Giovanni - "Il Lungo Ventesimo Secolo. Denaro, potere e l'origine dei nostri tempi" - Il Saggiatore -
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NOTE:

[*1] -  Sebbene in "Questo non è un manifesto" Hardt e Negri (2012, 7) abbiano dovuto moderare un po' il loro ottimismo, la loro analisi delle rivolte del 2011, insieme al tono generale, rimane lo stesso: «I movimenti di rivolta e di ribellione ... Ci forniscono i mezzi non solo per rifiutare i regimi repressivi sotto i quali queste figure soggettive  soffrono, ma anche quelli per invertire queste soggettività in figure di potere». E così via.

[*2] - Per un resoconto più ricco e canonico - sebbene non esente da problemi - della Neue Marx Lektüre, vedi Ingo Elbe (2010).

[*3] - Qui ci concentriamo sul contesto della Germania occidentale, dal momento che è stato in questo ambiente geografico che i dibattiti hanno prodotto risultati sostanziali nei termini dello sviluppo di una metodologia critica per comprendere la critica marxiana dell'economia politica. Non analizzeremo invece le specifiche ragioni storiche e politiche di tale fatto. Ma di certo, tuttavia, questi dibattiti avvenuti in Germania occidentale non si sono svolti in un completo isolamento, e si sono basati in parte su impulsi teorici che provenivano, per così dire, dall'esterno. Due nomi -  che dovrebbero essere menzionati se si prestasse la dovuta attenzione al contesto intellettuale, cosa che purtroppo non rientra nell'ambito di questo saggio – sarebbero Isaak I. Rubin (nato nel 1886; giustiziato durante la Grande Purga del 1937) e Evgeny B. Pashukanis (nato nel 1891; anche lui scomparso nel corso delle purghe del 1937). Entrambi erano studiosi sovietici di Marx, i quali oggi vengono ampiamente riconosciuti in quanto precursori della metodologia critica della forma del valore sviluppatasi più tardi nel dibattito tedesco. Tra le influenze teoriche più o meno contemporanee ai dibattiti della Germania occidentale, Elbe (2010, 10) cita Louis Althusser, Jacques Rancière, Lucio Colletti, Moishe Postone e John Holloway.

[*4] - È assai probabile che Hans-Georg Backhaus (1997, 9) abbia introdotto il termine nel senso specifico che ha acquisito oggi; sebbene Elbe (2010, 31n8) suggerisca che potrebbe invece essere datato al 1973.

[*5] - Il lavoro editoriale è stato svolto sotto la direzione di Pavel Veller, e non faceva parte della prima edizione di MEGA (Marx-Engels Gesamtausgabe), che è cessata prima del suo completamento già nel 1935 (Bellofiore e Fineschi 2009, 2).

[*6] - Come ha affermato Reichelt (1982, 166) nel corso di una presentazione orale polemica, «dalla Scuola di Francoforte, c'era assai poco da imparare, dal momento che essa era rimasta rimasta bloccata nel punto di vista del soggetto borghese».

[*7] - La distinzione tra gli aspetti essoterici e quelli esoterici della teoria di Marx, può essere fatta risalire a Stefan Breuer (1977).

[*8] - Si vedano, ad esempio, Endnotes (2010), Leslie (2014) e Mediations (2013).

[*9] - Però la critica andrebbe applicata – in una certa qual misura – anche a nomi come Wolfgang Fritz Haug, Dieter Wolf, Ingo Elbe e altri associati alla promozione del marchio "Neue Marx Lektüre". Per alcuni commenti critici sulla Neue Marx Lektüre, si veda, ad esempio, Reitter (2015).

[*10] - «Però questa rivoluzione scientifica, questa rottura con il campo teorico dell'economia politica, non era completa. In alcuni punti della sua esposizione, Marx rimaneva aggrappato al campo con il quale poi rompeva proprio in quel momento. Nello stesso testo, così,  possiamo osservare una rottura con tale campo e simultaneamente anche la continua presenza di alcuni elementi di quello stesso campo» (Heinrich 2004).

[*11] - Dal punto di vista di Arthur, Hegel è un riferimento naturale per la teoria della forma-valore, nella misura in cui in Hegel può essere identificata - oltre a una dialettica storica - anche un altro tipo di teoria dialettica, la quale può essere trovata in particolare in scritti come la Scienza della logica e la Filosofia del diritto. Secondo Arthur (2011, 2), quella che in Hegel è quest'altra dialettica – la quale, a partire da una prospettiva teorica della forma valore ,fornisce la chiave per comprendere il modo di presentazione che viene impiegato da Marx nel Capitale – «può essere chiamata "dialettica sistemica", visto che si occupa dell'articolazione di categorie progettate per concettualizzare un insieme concreto esistente».

[*12] - Questo è il caso di Elbe (2010). Roswitha Scholz ha criticato spesso la storiografia di Elba, in quanto (euro)androcentrica a scapito di un sottoinsieme di contributi marginalizzati del pensiero marxista che vanno dalla "Wertabspaltungskritik"  (la problematica prospettiva di genere che distingue la critica del valore di Scholz, di Kurz e del gruppo Exit! dalle altre posizioni all'interno della critica del valore) fino alla teoria postcoloniale. Si veda, ad esempio, Scholz (2016).

[*13] - Questo è il caso dell'ambiziosa, ma problematica, storiografia globale di Jan Hoff.

[*14]  - Entrambe le riviste dispongono di siti web, con ampi cataloghi di testi degli autori a essi associati: cfr. http://www.krisis.org e http://www.exit-online.org . Secondo il gruppo che si è scisso e che ha formato Exit!, la rottura è stata causata da delle differenze legate alla teoria della dissociazione del valore di Roswitha Scholz, secondo cui tutti gli aspetti della vita umana che non sono immediatamente conciliabili con la produzione capitalistica di valore, vengono dissociati e attribuiti alle donne.

[*15] - Principalmente Guigou e Wajnsztejn (2004).

[*16] - Per usare una formulazione rancieriana. Vedi Rancière (1983). Per una critica della posizione dell'avanguardia, vedi Bolt Rasmussen (2018).

fonte: NecPlusUltra - Critica spietata di tutto ciò che esiste