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sabato 22 giugno 2024

La Critica del Valore riduce tutto ai primi capitoli del I Libro de Il Capitale ?!!???

Non è la prima volta che viene mossa una critica di questo tipo. L' ipotesi secondo cui la Critica del Valore limiterebbe la sua analisi del capitalismo solo ai primi capitoli del Capitale è falsa. Essa " regge" in alcuni ambienti, facendolo solo per il fatto che nessuno sa veramente cosa sia la Critica del Valore, e in virtù del fatto che ciò permette ai “critici” di eludere le esigenze di un dibattito teorico più "profondo". Anziché mediare, a partire dall'analisi del reale le categorie fondamentali del capitalismo, ivi comprese quelle della circolazione e della "politica" - procedimento che viene seguito tanto da Moishe Postone quanto da Robert Kurz, seppure ciascuno in maniera differente – vediamo come questa tesi di una presunta riduzione della teoria di Marx al "Libro I" intenda semplicemente continuare a "leggere" il reale a partire dalle sue forme più immediate.

Infatti, Postone dimostra in maniera assai rigorosa che, in generale e nonostante le differenze interne - che sono molte - tutte le letture tradizionali di Marx hanno in comune il fatto di interpretare le categorie del Capitale in termini di immediatezza e vedendole tutte vincolate alla circolazione. Nella lettura che Postone fa di queste categorie, non troviamo una riduzione, bensì una mediazione. Egli qui si preoccupa dei diversi livelli di analisi e dei diversi piani di esposizione. Il suo libro mostra infatti qual è la differenza tra i rapporti di produzione, in senso stretto, e i rapporti di distribuzione; cosa importante - come dice Postone - «per comprendere LA RELAZIONE esistente tra le categorie del Libro I - come il valore, il plusvalore, il processo di valorizzazione e l'accumulazione - e quelle del Libro III, come il prezzo, il profitto e il reddito». Mentre invece, dove c'è una relazione, il "critico"  vede solo una riduzione. Tanto meno, ha senso pretendere dallo studio di Postone un'analisi immediata del mercato globale ( ivi compreso il sistema politico-statale ). Il suo approccio si sviluppa a un livello teorico assai più astratto - il che non rappresenta una negazione o una "riduzione" dell'"analisi concreta", quanto piuttosto costituisce un prerequisito per fondare teoricamente l'analisi stessa. Se da un lato, egli si interessa delle "forme fondamentali" che strutturano la società capitalistica, indipendentemente dalle particolari configurazioni storiche; dall'altro, si interessa invece della relazione tra queste forme - considerate a livello logico - e le "leggi dei movimenti" così come vengono poi descritte sulla base della dinamica storica del capitalismo [ad esempio, le varie tendenze descritte nel Libro III].

Questi due momenti della teoria non sono separati: l'analisi di Marx mostra che esiste una "relazione sistematica" tra le "forme fondamentali e l'azione sociale". Senza un immediato contesto sociale, non c'è alcun modo di pensare a tali "forme fondamentali", così come non c'è alcun modo di analizzare tale contesto sociale senza le forme soggiacenti. Tuttavia, secondo Postone, l'atteggiamento più comune è invece proprio quest'ultimo: pensare i contesti storici e l'azione sociale solo "sulla base del carattere immediato delle forme manifeste".  L'idea alla base di una "riduzione" - già sbagliata quando si riferisce all'elaborazione fatta da Postone in un'opera di "chiarimento teorico fondamentale" - diventa insensata quando si riferisce alla stessa Critica del Valore e alla sua teoria della crisi. Gli è che, a differenza del libro di Postone, il quale si pone principalmente il problema di una "reinterpretazione della critica marxiana", e non di una teoria sviluppata del capitalismo contemporaneo ( sebbene in altri suoi scritti vi siano dei "momenti" non sistematici di questa teoria ), la Critica del Valore affronta fin da subito proprio il problema della socializzazione capitalistica per come è attualmente e della sua dinamica di crisi. Negli anni '90, invece, la "moda" che ha caratterizzato la ricezione brasiliana di questa posizione consisteva in una critica opposta: Kurz veniva denunciato (ad esempio da Ruy Fausto) come colui che si sarebbe limitato a considerare solo i movimenti superficiali del mercato globale. D'altra parte, già nel saggio fondativo della Critica del Valore, "La crisi del valore di scambio", del 1986, Kurz si concentra soprattutto sulle tendenze strutturali e sulle contraddizioni annunciate nel Libro III ( tendenza alla riduzione del tempo di lavoro sociale totale, tendenza alla diminuzione della massa di plusvalore, formazione di lavoro sociale immediato, ecc.

Lo stesso si può dire riguardo alla polemica intrapresa dalla Critica del Valore nei confronti della "Nuova Lettura" [si veda, ad esempio, il dibattito tra Norbert Trenkle e Michael Heinrich], che ruota anch'essa intorno all'interpretazione di queste tendenze del capitalismo sviluppato, come quella al "capitale fittizio" e tutto ciò che nel III libro Marx designa come la «barriera reale alla produzione capitalistica». Nell'opera di Kurz, un'esposizione più sistematica della "teoria del valore" è apparsa solo DOPO la sua teoria della crisi, la quale, tuttavia, contiene già un'analisi della dinamica della crisi mediata da categorie marxiane che non erano ancora state sistematizzate. Pertanto, già il fatto di attribuire a Kurz la medesima posizione di Postone - laddove essi seguono invece percorsi assai diversi - dimostra una totale mancanza di dimestichezza con l'argomento. In sostanza, si tratta di "ridurre" gli approcci che si discostano dalle eterne ruminazioni delle letture "politiche" di Marx - già completamente fuori dalla realtà (non correrei molti rischi se scommettessi sul fatto che questo "critico" è anche un negazionista della crisi...) - a una sorta di massa indifferenziata, per poi liquidarli tutti, senza alcun criterio, in quanto "regressione". Mentre invece è proprio questa a essere di per sé una regressione.

« Ora voglio arrivare a un ultimo punto, che potrebbe forse sembrare un po'strano: la "fittiziazione" Questo termine va riferito al concetto di capitale fittizio, il quale, ancora una volta deriva  dal buon vecchio Karl Marx e dal suo famoso "Capitale". Ma lo si trova però solo alla fine, nel III volume, quello a cui tuttavia ben pochi marxisti sono arrivati, per quanto oggi le parti più interessanti siano proprio quelle».  (Robert Kurz, 1994 )

fonte: @Marcos Barreira

sabato 4 maggio 2024

“Diskrepanz” !!

Una critica rivoluzionaria dell'antisemitismo
- di Stephan Grigart -

Senza Moishe Postone, scomparso a Chicago il 19 marzo 2018 all'età di 75 anni, con ogni probabilità questo giornale non esisterebbe; quanto meno non esisterebbe nel modo in cui oggi lo conosciamo. La scissione che ebbe luogo all'interno della redazione di "Junge Welt" - da cui poi nel 1997 è emersa "Jungle World" -  è stata anche il risultato di un processo che era cominciato ancor prima della riunificazione: alla fine degli anni '80, il testo di Postone "Nazionalsocialismo e antisemitismo" circolava già, come raccomandazione privilegiata, in tutti quegli ambiti  che stavano cercando di ricalibrare il proprio marxismo, e che lo facevano a partire da una rilettura della "Critica dell'economia politica" di Karl Marx; sia dall'analisi della teoria critica classica sia da una più intensa preoccupazione riguardo il nazionalsocialismo. Scritto originariamente per una rivista statunitense, dopo la sua prima pubblicazione in Germania, tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80, quel testo non aveva suscitato molte discussioni. Nel 1991, l'ISF - con sede a Friburgo e guidata dal pubblicista Joachim Bruhn - lo ristampò nella sua rivista Kritik & Krise; sarebbe poi apparso nel 2005, nella raccolta di saggi di Postone, "Deutschland, die Linke und der Holocaust" (La Germania, la sinistra e l'Olocausto), pubblicata dalla Ça’ Ira di Friburgo, e che oggi rimane una lettura obbligatoria per chiunque sia interessato alla critica sociale materialista. I redattori di "Deutschland, die Linke und der Holocaust" hanno dichiarato: «Gli scritti di Postone hanno influenzato l'adozione di una teoria critica della società da parte di una parte rilevante della sinistra radicale, la quale ha oggi come punto di partenza l'approccio autocritico al passato nazionalsocialista». Tra le altre cose, questi scritti hanno anche portato alla creazione di questa rivista, sulla quale sono state frequentemente pubblicate interviste a Postone, oltre a diversi dossier su di lui. Sullo sfondo della banalizzazione marxista-leninista dell'antisemitismo, che aveva prevalso per decenni, Joachim Bruhn descrisse correttamente le tesi di Postone sul nazionalsocialismo, definendole come una «rivoluzione nella visione materialista dell'antisemitismo». Tanto la sua descrizione dell'antisemitismo moderno - svolta a partire dalle categorie fondamentali del Capitale di Marx, e vedendolo come “odio per l'astratto” – quanto la sua chiara distinzione tra antisemitismo e razzismo, fatta a partire dall’analisi delle pratiche di sterminio del nazionalsocialismo viste come rottura con la logica capitalistica della valorizzazione e con la razionalità del dominio, rappresentano ora un referente; così come lo è anche la sua critica alla sinistra tedesca e a un anticapitalismo feticista che si ritiene progressista. Talvolta, nella ricezione delle tesi di Postone sull'antisemitismo, si è notata la tendenza a una difesa teorico-razionalizzante della storia; per quanto, tuttavia, tali tesi non possono essere accusate di questo. Per Postone, l'esperienza ebraica della violenza e dello sterminio, e l'orrore dell'antisemitismo nella sinistra tedesca, costituiscono il punto di partenza di ogni suo sforzo critico. Il padre, un rabbino lituano, era riuscito a emigrare in Canada nell'agosto del 1939, appena una settimana prima che scoppiasse la seconda guerra mondiale. Laggiù incontrò quella che sarebbe diventata sua moglie, cresciuta in Unione Sovietica durante il terrore stalinista, e da quell'incontro, nel 1942, sarebbe nato. Tutta la famiglia di suo padre, e molti parenti di sua madre vennero uccisi nella Shoah. Postone avrebbe frequentato prima la scuola elementare ebraica a Edmonton, nel Canada occidentale, e successivamente il liceo ebraico, prima a Los Angeles e poi a Chicago. Inizialmente, studierà biochimica all'Università di Chicago, ma ben presto sarebbe passato a studiare Storia Intellettuale, con Hannah Arendt, che allora, a detta di Postone, era l'unica professoressa dell'Università che nel corso dei suoi seminari si rivolgesse a Marx e Hegel. Prima di trasferirsi all'Università di Francoforte, nei primi anni '70, quando avrebbe completato il suo dottorato con Iring Fetscher, e poi sarebbe stato intensamente coinvolto nelle discussioni della Nuova Sinistra, avrebbe studiato tedesco a Monaco di Baviera. A New York negli anni '70, avrebbe insegnato al Brooklyn College e al Richmond College. Dal 1987 in poi ha insegnato Storia intellettuale europea e, più recentemente Teoria sociale critica, all'Università di Chicago, come professore presso il Dipartimento di Storia.

Nel 1985, Postone, in occasione della visita di Helmut Kohl e Ronald Reagan al cimitero militare di Bitburg, scrive una lettera aperta alla sinistra della Germania Ovest, il cui contenuto viene ancora oggi ignorato da gran parte della sinistra. In quella lettera, Postone definisce l'atlantismo filo-americano dei conservatori tedeschi dell'epoca come un modo conveniente per far apparire la Germania Ovest una normale democrazia, senza però che essa si sia mai confrontata con il proprio passato nazionalsocialista. In tal modo, egli decifrava l'antimperialismo della sinistra - a partire dal fatto che ci sono «centinaia di migliaia di persone pronte a manifestare contro l'imperialismo americano, e solo poche centinaia contro una riabilitazione riguardo il passato nazista» -  vedendolo come rozzo antiamericanismo e come una forma alternativa di difesa contro la colpa. La lettera verrà ripubblicata all'inizio degli anni '90, su istigazione del giornalista Matthias Küntzel sulla rivista Bahamas, e rimane ancora oggi una delle critiche più coerenti alla società tedesca post-nazista e alla sua sinistra. Il libro di Postone su Marx, "Time, Labor, and Social Domination" - pubblicato nel 1993 dalla Cambridge University Press - scritto sviluppando la sua tesi di Francoforte del 1983, riceveva il prestigioso premio dell'American Sociological Association. Quando, dieci anni dopo, il libro verrà pubblicato in tedesco da Çaira, "Jungle World" non si limiterà solamente a pubblicare una recensione dettagliata, ma pubblicherà tutta un'intera serie di articoli sulla «nuova interpretazione della teoria critica di Marx» svolta da Postone. Il suo studio rappresenta un'obiezione al socialismo matematico dell'idealismo del valore, del denaro e del prezzo, il quale vede solo dei problemi di distribuzione, e crede che, in genere, possono essere risolti per mezzo di politiche fiscali alternative, senza però arrivare mai ad affrontaregli effetti prodotti da un Lavoro che si è costituito intorno al Valore. Simultaneamente, Postone si oppone ugualmente anche al marxismo tradizionale, con la sua nozione sovra-storica di un proletariato che viene visto come il soggetto di un'emancipazione generale. Opponendosi allo stesso tempo anche alle teorie post-strutturaliste, e alla loro semplice negazione del fatto che esista una totalità mediata dal Valore. Al posto della tradizionale concezione marxista che vede solo la contraddizione fondamentale tra Capitale e Lavoro, egli pone, nello spirito della Teoria Critica, la Differenza (Diskrepanz) tra l'Esistente e il Possibile. A partire da quella che è un'idea centrale dei "Grundrisse" di Marx – svolta nello stesso modo in cui lo fa simultaneamente anche quella  Critica del Valore, costituitasi intorno a Robert Kurz, con il quale egli stesso a volte è stato in stretto contatto -  Postone individua e mette a fuoco il decisivo antagonismo del capitalismo in quella che è la crescente contraddizione tra Valore e Ricchezza materiale.

- Stephan Grigart - Pubblicato su: Jungle World, 29/03/2018 -

fonte: Alindenor Pedro - Utopias Pòs Capitalistas -

venerdì 15 marzo 2024

Capitalismo e Antisemitismo !!

Possiamo affermare che  - rispetto al capitalismo - l'antisemitismo è strutturale, nel senso che il capitalismo secerne l'antisemitismo così come la nuvola reca in sé il temporale; ma lo è anche nel senso che non abbiamo a che fare semplicemente con una forma di pregiudizio nei confronti di un gruppo minoritario (lo storico Tal Bruttmann gioca una frase particolarmente azzeccata allorché scrive che: «Se insegnare la Shoah fosse stato un vaccino contro l'antisemitismo, a quest'ora lo avremmo saputo!»); e inoltre, l'antisemitismo, si distingue a partire dal suo carattere: (etno)populista, anti-egemonico e antiglobalista. Così, nel contesto della forma di socializzazione capitalista, fornisce un quadro interpretativo di quello che è un mondo estremamente complesso, e storicamente dinamico, e, nei suoi confronti, rivendica per sé un potere esplicativo globale. L'antisemitismo moderno viene pertanto a essere una visione del mondo che ora - partendo da quelle che sono state le forme precedenti di un antigiudaismo premoderno - cerca invece ora di spiegare il mondo moderno e capitalista.

Questa visione del mondo riconosce in maniera erronea il dominio globale, temporalmente dinamico, astratto e senza soggetto del capitale - dominio, che sottopone gli esseri umani a dei vincoli che vengono imposti loro da forze storiche astratte, la cui prassi sociale è all'origine, ma che non può essere colta direttamente - alla stregua del dominio dell'«ebraismo internazionale». Una tale visione reifica, in termini concreti, quello che è il dominio astratto del capitale, al quale contrappone invece la particolarità concreta, come se fosse essa ciò che è autentico: il popolo etnico, il "vero francese", la razza, ecc. L'antisemitismo non rappresenta una recrudescenza premoderna, ma piuttosto costituisce un tentativo di dare un volto pseudo-"concreto" a quella terribile astrazione intoccabile che è il valore. E in questo senso, per chi come noi sostiene che è strutturale al capitalismo, l'antisemitismo non è un "residuo", ma esso costituisce il nostro futuro globale, e viene guidato dal processo di crisi della valorizzazione, e dell'imbarbarimento. Pertanto, ogni tentativo - che non sia più immanente, ma trascendente - di contrastare l'antisemitismo implica che vada riconosciuto il legame interno che lega strutturalmente questa visione esplicativa del mondo al capitalismo, e implica anche la distruzione della stessa forma capitalistica della vita sociale.

La moderna visione antisemita del mondo, vede il dominio astratto del capitale - che sottomette le persone a delle costrizioni provenienti da un potere misterioso e impenetrabile - come se esso fosse il dominio dell'ebraismo internazionale. Per riuscire a cogliere e a comprendere questo, bisogna distinguere, non solo l'antisemitismo moderno dal razzismo, ma anche l'antisemitismo tradizionale - presente nelle società cristiane precapitalistiche (dove strutturalmente gli ebrei venivano accusati di essere il popolo deicida)  - dalla forma moderna di antisemitismo specifica della società capitalistica. L'antisemitismo moderno, viene spesso visto come se fosse una semplice variante del razzismo. Eppure le due forme differiscono in modo significativo, per quanto entrambe abbiano in comune, in quanto forme di discorso essenzialista, che comprendono i fenomeni socio-storici come essi fossero innati; biologici o culturali. Mentre la più parte delle forme di razzismo attribuisce all'Altro, che viene visto come inferiore, un ruolo significativo, fisico e concreto, l'antisemitismo moderno tratta invece l'ebreo, non come inferiore, ma come pericoloso, come portatore del Male. Agli ebrei, viene attribuito un grande potere, ma tale potere non è né concreto né fisico. Al contrario, è astratto, universale, inafferrabile e globale. In un simile contesto, gli ebrei costituiscono una cospirazione internazionale immensamente potente.

L'antisemitismo moderno non è semplicemente una forma di pregiudizio contro un gruppo minoritario; esso piuttosto si distingue per il suo carattere populista, anti-egemonico e antiglobalista. Si tratta di un quadro interpretativo che vede un mondo estremamente complesso e storicamente dinamico, rispetto al quale rivendica per sé un potere esplicativo globale. L'antisemitismo moderno è quindi una visione del mondo che, partendo da quelle che sono state le precedenti forme , oggi cerca di spiegare il mondo moderno e capitalista. Questa visione del mondo riconosce il dominio globale, temporalmente dinamico, astratto e senza soggetto del capitale - che sottopone le persone alla costrizione di forze storiche astratte che non possono cogliere direttamente - vedendolo in maniera erronea come se esso costituisse il dominio dell'"ebraismo internazionale". Così facendo, questa visione reifica, in termini concreti, il dominio astratto del capitale, al quale oppone la particolarità concreta di tutto ciò che vede come autentico.

Questa originale interpretazione dell'antisemitismo moderno è opera dello storico e teorico Moishe Postone (1942-2018). Essa assume le categorie fondamentali del mondo capitalista come punto di partenza, e le riconduce alla contro-razionalità antisemita. L'antisemitismo nasce allo stesso modo in cui, alla comparsa del capitale, appaiono anche le due forme della merce: il suo valore d'uso e la sua dimensione astratta (valore). L'antisemitismo nasce a partire dalla contrapposizione tra il lato concreto, da una parte, e quello astratto del lavoro, dall'altra; e questo a partire dal fatto che tutte le relazioni sociali capitalistiche appaiono in questo modo, antinomiche. Il concreto, il valore d'uso, della merce viene prodotto in quanto supporto necessario per l'astratto del valore. La coscienza comune, oppone sempre quello che sarebbe un concreto "buono" a un astratto "cattivo. In tal modo, l'astratto e il concreto non vengono colti in quella che è la loro unità, in quanto parte fondante di un'antinomia, a partire dalla quale l'effettivo superamento dell'astratto - vale a dire, della dimensione del valore - presuppone il superamento pratico e storico dell'opposizione stessa, e pertanto anche quello di ciascuno dei suoi due termini. Ragion per cui, l'antisemitismo personifica negli ebrei  l'astratto, il male;  mentre il lato concreto è il bene, l'organico, il biologico, il naturale. L'antisemitismo nazista, che costituisce anche una forma particolare di quello che è l'antisemitismo moderno, viene interpretato come se si trattasse di una sorta di  primaria rivolta "anticapitalistica", come una forma di "anticapitalismo feticizzato". Auschwitz è stata interpretata come se essa fosse una fabbrica per "distruggere il valore", vale a dire, per distruggere le personificazioni dell'astratto. Pertanto, l'antisemitismo tratta gli ebrei, non come membri di un gruppo razzialmente inferiore che deve essere tenuto al suo posto (con la violenza, se necessario), ma come la rappresentazione di un potere malvagio e distruttivo. In questa visione manichea del mondo, la lotta contro gli ebrei diventa una lotta per l'emancipazione umana. Liberare il mondo, significa liberarlo dagli ebrei. Lo sterminio (da non confondere con l'omicidio di massa), è la logica conseguenza di questa visione del mondo. Dal momento che l'antisemitismo può apparire anti-egemonico e quindi emancipatorio, ecco che esso può anche riuscire a confondere le differenze tra la critica reazionaria e quella progressista del capitalismo. In tal modo, costituisce un pericolo per la sinistra. Nell'antisemitismo si fonde e si confonde, in un amalgama esplosivo, ciò che è profondamente reazionario con ciò che è apparentemente emancipatorio .

(Bibliografia: Moishe Postone, Critique du fétiche-capital. Le capitalisme, l’antisémitisme et la gauche, Paris, PUF, 2013)

lunedì 5 febbraio 2024

Moishe Postone, sulla Rote Armee Fraktion (RAF) e la Palestina…

Stammheim e Tel Zataar: saggio sulla morale e sulla politica
- di Moishe Postone -

- I -
Negli ultimi anni, ho sempre avuto problemi con il modo in cui - pubblicamente a sinistra - è stata discussa la questione della violenza. Da una parte, ci sono coloro che, partendo da una posizione umanista radicale, rifiutano la giustificazione (gesuita o stalinista) di tutti i mezzi, vista nei termini di fine ultimo, e in questo modo arrivano a un rifiuto categorico di ogni uso della violenza. Sottolineano come l'obiettivo di creare un mondo migliore debba essere identificato in maniera chiara in ciascuna fase che porti a tale obiettivo. Anche se, fondamentalmente, mi trovo vicino a questa posizione, ho qualche problema con il modo in cui essa viene spesso difesa, e per me rimane molto astratta. Non critico un tale atteggiamento in quanto sarebbe troppo morale. Anzi, al contrario, trovo che sia sorprendente il fatto che delle persone provenienti da un movimento la cui forza motrice è sempre stata la moralità, l'orrore morale dei nazisti, di ciò che accade in Vietnam e della situazione nel Terzo Mondo, oggi rifiutino una posizione vedendola come se fosse troppo morale e quindi, in un certo qual modo, prendano le distanze da una parte di sé. Mentre il mio problema è invece che, in questa discussione, la questione della violenza viene resa avulsa da ogni contesto politico e storico. Si ha come l'impressione che la violenza debba essere rifiutata da tutti i movimenti e gruppi, e questo indipendentemente dalla loro concreta situazione storica. Ma non è solo questo. Non credo che di per sé, una simile posizione possa essere sufficiente per poter criticare adeguatamente la politica della guerriglia urbana. Respingo la politica dei guerriglieri non solo per ragioni morali, ma anche per ragioni politiche, perché se seguiamo i guerriglieri nel campo che essi hanno creato, allora bisogna portare avanti una discussione politica con loro. I guerriglieri si considerano "realisti", si considerano come "fattore pratico di resistenza", e accusano il resto della sinistra di ingenuità e liberalismo. Vorrei problematizzare questa autovalutazione perché, a mio parere, essa è profondamente apolitica. Cercherò dispiegarlo qui di seguito. Anche la maggior parte delle argomentazioni dei difensori della guerriglia metropolitana sono astratte e morali. Tuttavia, il carattere delle loro argomentazioni è assai diverso da quello di coloro che assumono la posizione "umanista radicale".

Mentre questi ultimi problematizzano il rapporto tra l'obiettivo e i mezzi del cambiamento sociale, i guerriglieri traggono la giustificazione morale della propria violenza, solo esclusivamente dalla violenza sociale esistente, e non dai cambiamenti che devono essere ottenuti attraverso una loro politica. Questo spiega solo le cause della violenza, non i suoi effetti e i suoi obiettivi. Io non critico la loro rabbia; è anche la mia. E conosco anche il desiderio di esprimere questa rabbia, direttamente attraverso la violenza. Ma per quanto la rabbia possa essere la forza motrice per molte azioni politiche, per far sì che un'azione possa diventare politica, dev'essere emotivamente comprensibile per più di un piccolo gruppo. Se attuarla o meno, va discusso, e non solo in termini di giustificazione morale, ma anche in termini di quali sono i suoi effetti. Negli Stati Uniti, la prima protesta contro la guerra nel sud-est asiatico a cui ho partecipato avvenne nel 1963. Eravamo in dieci. I passanti ci sputavano addosso. Eravamo a conoscenza degli orrori che si stavano verificando lì, volevamo porvi fine, ma eravamo isolati in un oceano di patrioti americani reazionari. Cosa sarebbe accaduto se, a causa della nostra rabbia e del nostro isolamento, avessimo fatto ricorso a degli atti di sabotaggio? Sarebbe stato moralmente giustificabile, ma avremmo anche distrutto la possibilità di un'opposizione generalizzata alla guerra. Noi - e insieme a noi tutte le posizioni contrarie alla guerra - saremmo stati condannati dall'opinione pubblica e visti come traditori e nemici del popolo americano. Saremmo stati usati per mobilitare ancora di più sostegno alla guerra. Ma tutto ciò non fu più così facile quando, nel 1967, dopo una lunga agitazione 300.000 persone marciarono in direzione del Pentagono, e quando, nel 1970, a protestare a Washington c'era un milione di persone, e quando, sempre in quello stesso anno, nel corso di uno sciopero nazionale degli studenti contro l'invasione della Cambogia e per la liberazione di Bobby Seale, vennero paralizzate contemporaneamente più di 1.000 università. Quel che emerse, fu un ampio movimento che, nel fermare il governo degli Stati Uniti, si rivelò più efficace di qualsiasi forma di sabotaggio. Tra il voler scaricare immediatamente la rabbia - rimanendo in tal modo moralmente puri - e voler cambiare o distruggere la fonte di quella rabbia, c'è una differenza. Il linguaggio di chi difende la posizione guerrigliera assomiglia al linguaggio degli avvocati che giustificano, rendendolo comprensibile, e spiegano le azioni dei loro clienti; ma non è il linguaggio degli attori politici, che vedono la violenza come un mezzo per raggiungere dei fini politici. E non può essere diversamente. Quale argomentazione ragionevolmente "realistica" potrebbe aprire la strada a un possibile successo della guerriglia in questo paese? Qui non si tratta di giustificare la rabbia, né si tratta della brutalità dello Stato e della società, non è questione di stabilire, ai fini della repressione, se i guerriglieri siano o meno da biasimare; la domanda è: che cosa è stato ottenuto con questo? Oppure, che cosa si potrebbe ottenere in una metropoli come questa? Niente.

È da qualche anno. che i compagni della RAF vengono a dirci che viviamo in un paese fascista, e che quindi l'unica linea d'azione è la resistenza armata. Sia come sia. Non intendo dilungarmi oltre, ma se fossimo davvero sotto il fascismo, allora questo articolo, questo giornale e tutte queste aule pubbliche (Teach-in) ormai non esisterebbero più. Ma se il fascismo bussasse davvero alla porta, cos'è che si dovrebbe fare? A mio avviso, dovremmo cercare di evitarlo con tutti i mezzi, e questo si può fare solo allargando il più possibile il movimento antifascista. Il movimento operaio tedesco, nel 1933 non venne sconfitto, ma si arrese senza lottare. Fu la tattica del KPD, che scelse di entrare in clandestinità prima ancora che Hitler salisse al potere, aderendo alla tesi del socialfascismo che descrive questa resa senza che ci fosse alcuna lotta. Poi, la clandestinità venne schiacciata, più o meno rapidamente. E ciò che allora il lavoro clandestino di uno dei più grandi partiti comunisti del mondo non riuscì a realizzare, dovrebbe essere ora possibile per un piccolo gruppo? Le persone che si ricordano della vittoriosa resistenza jugoslava, o di quella francese, non dovrebbero dimenticare l'elemento nazionale nella lotta contro l'occupazione da parte di una potenza straniera. Oggi, la Germania non è occupata da una macchina militare straniera. Nella Repubblica federale tedesca permangono dei problemi di legittimazione, i quali non sono semplicemente diventati dei problemi di paura e di ansia. Il principio fondamentale su cui si basa un fronte antifascista, al di là di tutte le differenze riguardanti la questione positiva degli obiettivi della lotta, consiste nell'avere un avversario comune. Ma i compagni che qui e ora pretendono di combattere il fascismo, non sono evidentemente interessati a un movimento così vasto. Diamo un altro sguardo agli Stati Uniti all'epoca dei grandi processi politici, alla fine degli anni '60, in particolare al processo a Bobby Seale. Il movimento delle Pantere Nere non chiedeva che ci si identificasse con la sua politica, ma cercava piuttosto di essere sostenuto contro gli attacchi da parte dello Stato. Fu su questa base che si creò un ampio fronte, un movimento comune il cui obiettivo - oltre alla liberazione di Bobby Seale - era mettere sotto accusa i metodi brutali e terroristici dello Stato contro le Pantere e il ghetto. Il tema della protesta consisteva nella contraddizione tra le pretese liberali di uno Stato che starebbe agendo in conformità con quelle che erano delle leggi chiaramente definite, da una parte, e ciò che invece veniva realmente messo in atto, dall'altra. Ovviamente, questo tipo di approccio è "liberal", ma tuttavia, nondimeno, veniva visto come il primo passo che portava verso un movimento ampio e sempre più radicalizzato; quanto meno, creare la creazione di questo scudo protettivo liberal ha rappresentato per la sinistra una necessaria linea di difesa. Ogni sinistra ha bisogno di un simile scudo, ha bisogno dello spazio per continuare a vivere. Nel Terzo Mondo, si tratta del sostegno dei contadini, nelle metropoli, si tratta di un forte movimento operaio, e/o di un'opinione pubblica liberal che garantisca alla sinistra tale spazio. Questo margine di manovra è politico, e non viene dato gratis, in anticipo, ma deve essere costruito (e lo "spazio" che l'anonimato urbano fornisce alla guerriglia urbana non lo sostituisce, ma ne costituisce solamente una traduzione reificata di quella che è una costellazione politica tecnica, analoga alla reificazione del concetto di potere politico visto come un'arma). Che cosa ci dice tutto questo? A mio avviso, la RAF rifiutò ogni sostegno contro le leggi di Stammheim [*1] e contro le condizioni di detenzione, se un tale sostegno non era disposto a identificarsi con la politica della RAF. C'erano allora - e ci sono - molti che erano disposti a protestare contro il trattamento dei prigionieri, contro il tentativo di usare la RAF per legittimare la repressione, ma erano molti che volevano farlo senza per questo identificarsi automaticamente con la RAF. Non per paura, non per debolezza, ma semplicemente perché non erano d'accordo con queste politiche. La RAF non consentiva un tale sostegno. Ciò che lo Stato faceva loro, veniva usato come una leva morale. La pressione morale come strumento di reclutamento: un atteggiamento talmente da avanguardia che fa apparire come dei socialisti consiliari persino i bolscevichi prima della rivoluzione. È stata questa, per me, uno dei motivi che negli ultimi anni ha paralizzato molte discussioni sulla RAF; un contributo alla paralisi di una sinistra che era già paralizzata. Naturalmente, ci si chiede quale sia il ragionamento alla base del rifiuto di questo sostegno. Una protesta che - per la prima volta dopo molto tempo si stava mobilitando a partire dalla vicenda delle intercettazioni telefoniche - si è conclusa con l'omicidio di Siegfried Buback. C'è da chiedersi perché la RAF non era interessata ad avere un pubblico più ampio. Ho il sospetto che, conoscendo la brutalità dell'imperialismo e del "capitalismo democratico", abbia equiparato queste forme di governo alla brutalità fascista.

Una simile valutazione morale, che elimina ogni differenziazione, non solo è sbagliata analiticamente, ma è anche fatale politicamente . Nega qualsiasi margine politico di manovra e lo rifiuta in quanto compromesso morale. In tal modo, così si tratta perciò solo di "smascherare" lo Stato in quanto fascista. Evidentemente, ritenevano che se la popolazione se ne fosse resa conto, avrebbe finito per indignarsi moralmente. Supponevano che le loro valutazioni morali fossero la norma e si sarebbero riversate sulla società, come se l'indignazione fosse qualcosa che semplicemente esiste, anziché una cosa che va creata. Oppure rappresentavano la stessa visione del mondo che, negli Stati Uniti, avevano i Weather Underground, vale a dire, la tesi secondo cui Stati Uniti e Germania sono assolutamente malvagi, mentre nel Terzo Mondo i movimenti sono assolutamente buoni; a partire dalla quale la guerriglia metropolitana può essere pertanto vista come se fosse una piccola unità, parte di un movimento di liberazione globale che opera dietro le linee nemiche. Questa visione manichea del mondo, unitamente all'assoluta semplificazione e glorificazione del Terzo Mondo, che era già erronea alla fine degli anni '60, oggi è semplicemente deprecabile. Due cose mi legano alla RAF. Una di queste è il fascino che qualche anno fa ha esercitato su di me l'idea della resistenza armata; soprattutto contro i nazisti. Oggi direi che parte di quel fascino (che non ho affatto superato) consisteva nell'idea che non avrei più vissuto una vita quotidiana. Ogni minuto della mia vita avrebbe avuto un senso solo in quanto sarebbe stato determinato da una lotta moralmente giusta e necessaria, e che, dovendo trovarmi sempre di fronte a una questione di vita o di morte, non avrebbe più avuto niente a che fare con la quotidianità. Riflettendo su questo, mi accorsi che qualsiasi idea di avere una vita quotidiana - che ormai coincideva solo con quella di una  morte lenta e oscura sotto il capitalismo - mi era diventata estranea, e che pertanto avevo un atteggiamento di disprezzo nei confronti delle lotte quotidiane. L'unica idea che avevo della vita coincideva con una morte lenta. Sto dicendo questo, perché a un tratto mi sono reso conto che la mia idea di avere una vita senza una routine significava un flirt con la morte. Desideravo una morte che fosse diversa da una morte oscura. E tuttavia anche la lotta può anche essere caratterizzata da una vita differente. La seconda cosa, ha a che fare con la riconciliazione con il passato. Mi sentivo profondamente ed emotivamente vicino all'antifascismo della RAF; però a volte mi veniva da pensare che, nella loro avversione alla rimozione generale del passato nazista di questa nazione, erano arrivati a voler riprodurre un remake degli anni '30 - '40, la fine di provare a sé stessi che sarebbero stati moralmente migliori dei loro miserabili genitori. A volte ho anch'io fantasie simili a queste, fantasmi con i quali devo fare i conti, poiché la risposta alla repressione generale avvenuta nel passato non dovrebbe consistere nel desiderio di riviverlo. Nonostante queste connessioni, e sebbene possa in una certa misura identificarmi emotivamente con questo atteggiamento, ciò però non significa che io sia d'accordo con la politica della RAF. Innanzitutto, vorrei chiarire come una posizione politica sia determinata soprattutto dalla volontà di cambiamento sociale, e da una discussione su quali devono essere i mezzi da utilizzare per raggiungere tale obiettivo. La maggior parte di noi desidera che il fine corrisponda ai mezzi; molti di noi si sforzano di coniugare vita politica e vita privata. Nella nostra politica, c'è molto esistenzialismo. L'esistenzialismo della guerriglia urbana, tuttavia, mi sembra di tipo diverso da questo, un atteggiamento esistenziale, visto come obiettivo, che prende il posto del cambiamento sociale.Lo sto enfatizzando, a causa della rabbia. Non ho niente contro una condotta esistenzialista non politica. Nessuno può essere obbligato ad essere "politico", e dichiarare che sia questo il più elevato dei valori della vita. Però sono arrabbiato per quello che è accaduto negli ultimi anni. Sono arrabbiato con i militanti della RAF che si dichiarano più politici di tutti, e che pertanto hanno esercitato una tremenda pressione morale su molti di noi, i quali stavano già soffrendo di impotenza e di isolamento; una pressione, la loro, che è arrivata al punto di diffamare - bollandoli come ingenui e apolitici - tutti coloro che non erano d'accordo con la RAF. Il mio obiettivo è quello di mettere in discussione l'autovalutazione della RAF come gruppo politico. Nell'atteggiamento che ho descritto, vedo non solo le ragioni per rifiutare ogni alleanza, ma anche la base per la costruzione di un modello che spiega la propria violenza solo a partire da ciò che è già in atto; e mai a partire da quelli che sono oi suoi propri obiettivi. Questo atteggiamento, non può essere criticato solo moralmente, poiché è esso stesso profondamente morale. Moralmente, il rifiuto dell'omicidio, da parte degli umanisti radicali, si oppone alla necessità di impiegare qualsiasi mezzo per combattere la crudeltà. Una tale morale può anche portare a un atteggiamento che gioca sul numero dei morti, affermando che quattro morti, e la possibilità che ce ne siano altri 86 in più, non sono importanti, se paragonati al numero assai più alto delle vittime dello Stato. A questo punto, nel sommare i morti, l'atteggiamento dei guerriglieri comincia a rispecchiarsi in quello dell'avversario, quanto meno in termini qualitativi, dal momento che le differenze quantitative sono evidenti. Quel che intendo affermare, è qualcosa di più di un rifiuto della politica della RAF. E questo è dovuto al fatto che il loro atteggiamento di base corrisponde a un genere particolare di esistenzialismo, nel quale tutte le questioni relative agli obiettivi diventano confuse e poco chiare. Un tale atteggiamento è ben lontano da tutto ciò che invece pretende di essere, vale a dire, una forma efficace di politica e di resistenza.

- II.
Per maggior chiarezza, vorrei ora ricordare alcune azioni di alcuni gruppi politici del Medio Oriente. Si tratta di organizzazioni alle quali la RAF era legata in maniera disastrosa, ma le cui azioni, a differenza di quelle della RAF, avevano un chiaro obiettivo strategico. I pianificatori del dirottamento del volo per Mogadiscio ne avevano calcolato gli effetti, solo che questi effetti avevano ben poco a che fare con la RAF. Questo, lo sottolineo non solo per mostrare fino a che punto gli altri gruppi vedevano una relazione tra mezzi e fini (anche se in questo caso respingo tale rapporto), ma anche perché credo che essi abbiano usato la RAF per i propri fini. La cosa è stata possibile proprio a causa dell'atteggiamento che la RAF aveva nei confronti della violenza, oltre che a un certo tipo di anti-imperialismo - diffuso a sinistra - che si lega strettamente a quel tipo di atteggiamento. Ma prima, una breve storia: Israele – per delle ragioni di cui parlerò più avanti – è disposta a «fare pace» solo con gli esistenti Stati arabi, e non con i palestinesi. In questo modo, così facendo, sta minando in modo permanente la possibilità di una pace con i palestinesi. Naturalmente, tutti i gruppi palestinesi si oppongono pertanto a qualsiasi tipo di negoziato di pace che li escluda, e che non porti a una sorta di unità nazionale palestinese. Tuttavia, all'interno del movimento palestinese ci sono gruppi come il FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina), oltre a vari gruppi scissionisti che si sono formati da esso e accanto ad esso, che rifiutano qualsiasi accordo di pace con Israele. In questo senso, la loro posizione nei confronti di Israele è complementare a quella di Israele nei confronti dei palestinesi. Indipendentemente da come la si voglia giudicare (ne ho un'opinione negativa, come cercherò di spiegare più avanti), ci sono alcune azioni del FPLP - in particolare il dirottamento di aerei - che possono essere intese solo come un modo per tentare di imporre tale posizione o, quanto meno, per silurare altri tentativi di risoluzione. Ciò significa che l'obiettivo strategico finale di ogni rapimento - pur richiedendo sempre il rilascio di prigionieri politici - rappresentava qualcosa di diverso. Esempi:

1) Settembre 1970: Israele ed Egitto firmano un armistizio che pone fine alla guerra di logoramento nel Canale di Suez. Il Segretario di Stato americano Rogers presenta un piano di "pace" per il Medio Oriente. A quel tempo, i gruppi palestinesi in Giordania erano diventati estremamente forti, quasi uno Stato nello Stato. L'esercito giordano, alla ricerca di un'opportunità per attaccare, stava diventando sempre più irrequieto. In questa situazione, il FPLP dirotta tre aerei; apparentemente al fine di ottenere il rilascio di prigionieri palestinesi. Ovviamente, l'effetto fu l'inizio di una guerra in Giordania. Ed era questo il vero e immediato obiettivo dei rapimenti. Con ogni probabilità, il FPLP pensava che il movimento palestinese potesse sconfiggere l'esercito di re Hussein. E qualora avessero preso il potere in Giordania, i palestinesi non si sarebbero dovuti più preoccupare dei negoziati di pace. In tal modo, il piano di Rogers sarebbe stato compromesso. Nei fatti, la guerra si risolse in un grande massacro di palestinesi; il potere politico e militare dei palestinesi in Giordania venne compromesso. Indipendentemente dal fatto che il FPLP ne abbia o meno tenuto conto, quello che venne raggiunto fu il medesimo obiettivo "finale": vale a dire che tutti i colloqui relativi ai piani di pace vennero esclusi dal tavolo. Era questo l'intento strategico dei rapimenti: la richiesta di rilascio dei prigionieri politici serviva solo da pretesto. Ma c'è anche un'altra cosa che intendo chiarire: quando parlo dei tentativi da parte di alcuni movimenti palestinesi di sabotare possibili piani di pace, dovrebbe essere chiaro che anche Israele persegue lo stesso obiettivo, e lo fa con mezzi ancora più brutali: espropriazione forzata di terre palestinesi, colonizzazione dei territori occupati, attacchi militari ai campi palestinesi, invasioni dei territori vicini. La politica israeliana, di brutale aggressione e di creazione di una situazione, per i palestinesi e i paesi arabi vicini, è una provocazione permanente; ed è questo l'intento di tale politica. Tanto storicamente quanto nell'attualità, le azioni degli israeliani costituiscono il principale ostacolo alla pace. Il motivo per cui mi concentro qui più sui palestinesi, è la loro forte influenza sull'attuale sinistra; sto cercando di sollevare la questione di un processo di apprendimento politico all'interno della sinistra.

2) Estate 1976: guerra civile in Libano. Il lungo e sanguinoso assedio di Tel Zataar – il campo profughi palestinese di Beirut considerato una roccaforte del FPLP – era al suo culmine. L'assedio era stato reso possibile, non solo dal sostegno israeliano ai falangisti cristiani, ma anche dall'ingresso in Libano delle truppe siriane, inteso come un "fattore regolatore". In questo senso, tali truppe sostituivano l'OLP, che aveva svolto questo ruolo ma che ora non poteva più farlo né politicamente né militarmente. Il FPLP aveva visto l'imminente minaccia di una distruzione del campo e, a livello politico, il riavvicinamento de facto tra Israele e Siria. Fino ad allora, la Siria era stata l'unico dei cosiddetti Stati in prima linea che aveva sostenuto con più forza la causa palestinese. Era su tale sfondo che avveniva il dirottamento dell'aereo a Entebbe. Anche stavolta, la richiesta di rilascio dei prigionieri politici serviva a nascondere un altro obiettivo: quello di cercare di impedire il riavvicinamento tra Israele e Siria e, se possibile, ridurre la pressione su Tel Zataar. In che modo? I pianificatori del rapimento sapevano che gli israeliani non avevano mai scambiato prigionieri con ostaggi. Tuttavia, difficilmente si sarebbero aspettati che un'unità di commando israeliana prendesse d'assalto un aeroporto così remoto. Quindi, che genere di reazione si aspettavano dagli israeliani? Credo che stessero ipotizzando un massiccio attacco israeliano al Libano, che non si sarebbe limitato solo alle aree meridionali, implicitamente cedute dalla Siria come sfera di influenza israeliana. Se un tale attacco avesse avuto luogo, la Siria non avrebbe potuto rimanere passiva, né tanto meno mantenere la sua intesa di fatto con Israele. Anche senza una guerra tra Israele e Siria, quanto meno il riavvicinamento tra i due paesi sarebbe stato annullato. I siriani, l'OLP e il FPLP sarebbero stati tutti dalla stessa parte delle barricate, e l'assedio di Tel Zataar avrebbe avuto termine (il prezzo, però, sarebbe stato quello di una distruzione ancora maggiore in Libano). Credo che a spiegare la forma specifica dell'azione sia proprio questo obiettivo. Due giorni dopo l'arrivo dell'aereo dell'Air France a Entebbe, i circa 150 passeggeri non ebrei vennero rilasciati, mentre i circa 100 passeggeri ebrei furono de facto tenuti in ostaggio. E tra coloro che selezionarono i passeggeri, dividendoli tra ebrei e non ebrei (e non tra israeliani e non israeliani, cosa che sarebbe stata già abbastanza grave), c'erano dei giovani tedeschi. Non credo che sia stata una coincidenza, quanto piuttosto un gesto deliberato (e questo sia che i rapitori direttamente coinvolti se ne siano resi conto o meno). L'intento era quello di mettere in atto una provocazione talmente estrema da innescare una risposta israeliana estremamente violenta. Il mondo avrebbe visto, di nuovo, il modo in cui i tedeschi separano gli ebrei e i non ebrei gli uni dagli altri. E fu così che la cosa venne percepita (tranne, forse, da alcune parti della sinistra, ma di questo parlerò più avanti). Dappertutto, ci fu come un'enorme ondata di ricordi traumatici. Tutti i piccoli progressi che erano fatti dagli antisionisti progressisti, nel tentativo di spezzare lo stretto legame esistente tra l'immagine che gli ebrei avevano di sé e il sionismo – una connessione che è si diffusa solo dopo la seconda guerra mondiale – venne come spazzata via. L'intento era quello di creare un fronte unito, di tutti i gruppi palestinesi e arabi, contro tutti gli israeliani e gli ebrei, per ingessare ogni conflitto all'interno dei rispettivi "campi", in modo che ciascuna parte arrivasse così a vedere nell'altra parte i "veri nazisti"; un proposito questo, che non aveva nulla a che fare con un movimento di liberazione progressista.

3) Ottobre 1977: dirottamento di un aereo diretto a Mogadiscio. Anche in questo caso, veniva richiesta la liberazione dei prigionieri politici, sebbene stavolta si trattasse principalmente di prigionieri politici tedeschi. Tuttavia, non credo che fosse questo il vero obiettivo, né che il rapimento fosse stato voluto dalla RAF, ciò perché, anche dal punto di vista della RAF, tutto ciò non aveva molto senso. In primo luogo, l'attacco su larga scala ai cittadini tedeschi coinvolti era in contraddizione con la precedente politica della RAF. In secondo luogo, da un punto di vista tattico, il rapimento sminuiva l'importanza che Hanns-Martin Schleyer aveva in quanto ostaggio, diventando così solo uno degli 87. Credo che la RAF sia stata usata solo come alibi, e che il vero motivo strategico vada invece ricercato nuovamente in Medio Oriente. Nello stesso giorno in cui il GSG 9 venne attaccato a Mogadiscio, ci fu un attentato alla vita di Arafat in Libano. Egli aveva fatto pressioni sul FPLP affinché ritirasse i suoi fedayn dal Libano meridionale. La probabile ragione era che, a causa degli sforzi americani e sovietici per far riconvocare la Conferenza di Ginevra in autunno e dei tentativi israeliani di minare questi sforzi legalizzando nuovi insediamenti in Cisgiordania, ecc., Arafat voleva evitare una situazione che poi sarebbe stata usata come pretesto per ulteriori azioni da parte degli israeliani per impedire la conferenza (nel frattempo, l'8 novembre - come presunta rappresaglia per un attacco missilistico sulla città di Nahariya, nel nord di Israele, che aveva ucciso 3 persone - ci fu un attacco dell'aviazione israeliana e dell'artiglieria che distrusse diversi villaggi e campi nel sud del Libano, uccidendo più di 100 persone). Un altro aspetto della costellazione in cui si è svolta l'azione, è la pressione recentemente esercitata su Israele dalle potenze occidentali, soprattutto europee, affinché accettasse i palestinesi come partner negoziali a Ginevra. Israele si è ostinatamente rifiutata: non intende negoziare con i "terroristi". Così vediamo che in questo contesto, un gruppo palestinese compie un'azione diretta contro lo Stato più potente d'Europa. Il risultato è una protesta in tutto il mondo occidentale contro il "terrorismo internazionale", che viene identificato direttamente con i palestinesi. La posizione di Israele appare in questo modo più comprensibile. Non è una coincidenza. È ancora troppo presto per sapere se questo obiettivo è stato raggiunto. Questo avverrebbe se i principali Stati arabi – ritenendo che i palestinesi rappresentano un peso inaccettabile – avviassero dei negoziati con Israele senza che ci sia una significativa partecipazione palestinese. Naturalmente, ciò costringerebbe tutti i gruppi palestinesi a silurare tali negoziati di pace (la questione di come le rivalità intra-arabe – Libia contro Egitto, Iraq contro Siria – siano mediate nel contesto del conflitto tra i diversi gruppi palestinesi è questione troppo complicata per essere affrontata qui). E' possibile, tuttavia, che il calcolo del FPLP non vada a buon fine, e che gli americani e gli europei continuino a spingere per una presenza palestinese a Ginevra. Ciò indicherebbe solo che le potenze europee e gli Stati Uniti sono ben consapevoli dei propri interessi e che, mentre Israele ha bisogno dell'imperialismo, non è necessariamente vero anche il contrario. Dal 1967, in Medio Oriente l'imperialismo e la sua strategia sono cambiati in modo significativo. Ciò che viene evidenziato a partire da tutti questi esempi, è che, a prescindere da come la si pensi, queste azioni hanno degli obiettivi sia tattici che strategici. E questi obiettivi non sono solo espressioni di rabbia, né sono destinati solo a liberare i prigionieri. Sotto questo aspetto, sono azioni assai diverse da quelle messe in atto dalla RAF nella Repubblica Federale Tedesca, e rivelano come quest'ultima, nonostante la sua "durezza", sia stata piuttosto ingenua. Dal momento che, purtroppo, la RAF non aveva una concezione della politica all'altezza della sua indignazione morale, probabilmente ha creduto agli slogan che venivano proposti, e quindi pensavano che potessero essere utilizzati da altri gruppi per i loro propri fini. Questo, tuttavia, richiede ulteriori spiegazioni. Come hanno potuto i giovani tedeschi di sinistra lasciarsi strumentalizzare in questo modo, per esempio a Entebbe, laddove la loro funzione principale era proprio quella di essere tedeschi? Credo che probabilmente non se ne siano nemmeno resi conto, ma il motivo non può essere ricercato nell'ingenuità individuale. Come ho già detto, penso che tutto questo abbia molto a che fare con l'attitudine che ha la RAF di giustificare la violenza in base alla violenza esistente, ma anche al fatto che ciò si lega a una forma di anti-imperialismo che non si limita solo alla RAF.

- III -
Vorrei  aggiungere qualcosa su questa forma di antiimperialismo, abbastanza diffusa, che è rappresentata anche dalla RAF, prendendo come esempio il Medio Oriente. E discutere inoltre anche la questione dei processi di apprendimento politico in generale, riferendola a questo. Per molti di noi - detto col senno del poi - la più parte dell'esperienza dei comunisti degli anni '30 e '40, appare difficile da capire. Ci risulta difficile posizionarci in maniera soggettiva rispetto ad essa: come potevano, quelle persone – anche di fronte alla minaccia storica mondiale rappresentata dal fascismo – ignorare delle cose così talmente ovvie? Come hanno potuto annullare ogni loro facoltà critica - nonostante gli orrori della collettivizzazione forzata, delle deportazioni di massa, dei processi farsa, della Spagna, del patto Hitler-Stalin, dei campi di lavoro - fino al punto di riuscire a negare la realtà dell'Unione Sovietica? C'è da chiedersi se, anche nella lotta contro il fascismo, fosse necessario "vedere" l'Unione Sovietica come il paradiso della classe operaia, anziché accettarla come il minore dei due mali. E nel dirlo, siamo poi davvero così diversi, anche senza le direttive di un quartier generale moscovita, e senza un'organizzazione gerarchica? Quando diciamo che per essere contro il fascismo non c'era bisogno di liberarsi di tutte le facoltà critiche, e accettare totalmente e glorificare l'Unione Sovietica, nel farlo forse sarebbe meglio guardare più da vicino il nostro atteggiamento nei confronti dei diversi movimenti politici: per continuare ad avere quella posizione antimperialista che nell'ultimo decennio la maggior parte di noi ha adottato, si deve per forza abbracciare in maniera così acritica ogni movimento che si dichiara antimperialista? A colpirmi, per esempio, è stato il fatto che dopo Entebbe non ho più sentito un solo discorso pubblico, da parte della sinistra tedesca, su quello che era accaduto prima dell'attacco israeliano. Quale cecità rispetto a questo, che genere di censura veniva richiesta alla sinistra, la cui socializzazione politica ha avuto inizio a partire dalla sua avversione al nazismo, per far sì che oggi non riconoscesse un'azione nella quale i tedeschi hanno di nuovo selezionato gli ebrei? Ci sono persino state anche delle persone talmente politicamente e moralmente inconsapevoli, da celebrare l'azione. Forse temevano che se avessero messo in discussione l'azione, ad essere messo in discussione sarebbe stato anche il loro antisionismo? Ma tuttavia, non c'è alcuna relazione tra queste due cose. La consapevolezza dei crimini commessi contro un popolo, o contro un gruppo di persone, e il desiderio di cercare di porre fine a tali crimini non dovrebbe necessariamente implicare una solidarietà acritica con qualsiasi ribellione politica contro quell'oppressione, soprattutto se di tipo nazionalista. Semplicemente, voler sottolineare questa oppressione, non giustifica legittimare necessariamente tutte le politiche che la combattono. Questo atteggiamento, non a caso, assomiglia a quello che ho descritto sopra come quello dei difensori della guerriglia urbana, che giustificano la violenza indicandone le cause piuttosto che tenere conto degli effetti. Vorrei condividere un esempio tratto dalla mia esperienza personale.

Quando andavo a scuola, facevo parte del movimento sionista. Mi ci sono voluti molti anni di "osservazione" – sia morale che politica – e di domande prima che potessi abbandonare tale posizione, e sviluppare una critica antisionista; ma perché ero stato sionista, e che cosa significava (e significa) quel movimento, per la maggior parte degli ebrei dopo la seconda guerra mondiale? Prima di allora, a sostenere il sionismo c'era solo una minoranza di ebrei. La maggioranza degli ebrei non ha mai analizzato il sionismo. Per loro, così come nel mio caso, sionismo significa semplicemente autodeterminazione nazionale. E per capire il motivo per cui  l'autodeterminazione nazionale sembrasse così ovvia alla maggioranza degli ebrei, che la vedeva pertanto come una soluzione necessaria, bisogna sapere che  i responsabili dello sterminio di 6 milioni di ebrei, e della distruzione dei centri tradizionali della cultura ebraico-europea nell'Europa orientale non erano stati solo i fascisti tedeschi. Se si trattasse "solo" di una reazione a questo, il nazionalismo non sarebbe così tanto naturale. Ma ho imparare ben presto che, sebbene ad aver dato inizio e diretto la Soluzione Finale, i fascisti tedeschi hanno ricevuto un massiccio sostegno da parte dei non tedeschi. Ad esempio, dai fascisti francesi e rumeni, ma anche fiamminghi, croati, slovacchi, ucraini, lituani e lettoni. Tutti i movimenti che facevano parte del secondo gruppo, provenivano da dei popoli che soffrivano il dominio di un potere centrale, il quale a sua volta era dominato da un altro popolo:  così, i fiamminghi dai valloni, i croati dai serbi, gli slovacchi dai cechi, gli ucraini, i lituani e i lettoni dai russi. In realtà, la questione dell'autonomia e dell'indipendenza regionale è pertanto assai più complicata del modo in cui solitamente viene presentata nell'attuale dibattio. E non sempre, questi movimenti sono dei movimenti progressisti. In Polonia, gli ebrei che erano sopravvissuti alle rivolte dei ghetti e ai campi di concentramento, per il fatto di essere ebrei, spesso vennero uccisi dai partigiani nazionalisti polacchi; I sionisti, vennero spesso uccisi dai comunisti. A tutto questo, oltre al sostegno attivo dei nazisti, si aggiunse anche il sostegno passivo degli Stati Uniti, del Canada e della Gran Bretagna, che si rifiutarono di modificare le loro quote di immigrazione. Quando, dopo la guerra e dopo il 1948, l'antisemitismo cominciò a diffondersi nei paesi comunisti – il processo Slansky a Praga, il "complotto dei medici" a Mosca – ecco che per la maggior parte degli ebrei il cerchio si chiuse. Il sionismo - che la maggior parte delle persone vedeva semplicemente come autodeterminazione nazionale - cominciava ora a essere ampiamente sostenuto. Non "vedevamo" quel che stava succedendo ai palestinesi. E questa "cecità" veniva rafforzata da alcuni altri eventi: che il Mufti di Gerusalemme aveva trascorso a Berlino gli anni della guerra, che in Iraq i tedeschi avevano sostenuto la rivolta anti-britannica di Rashid Ali, e che per le strade del Cairo, quando l'esercito di Rommel si avvicinava all'Egitto, erano apparse bandiere con svastiche. Tutte queste storie, insieme ai discorsi provenienti da dei nazionalisti palestinesi reazionari, come Shukeiry, hanno fatto sì che, nella nostra percezione, i palestinesi apparissero come l'ennesimo nemico che voleva distruggerci. Questa volta, però, avremmo reagito. Non "vedevamo" i palestinesi per quello che erano: contadini e artigiani, piccoli commercianti e operai che venivano espropriati e terrorizzati, persino espulsi, e che - in casi come Deir Yassin – massacrati dai sionisti; e che pertanto cercavano di reagire. Sto qui citando il sionismo come esempio estremo di un movimento che, in termini di cause, cioè in termini di storia della sofferenza di un popolo, appare del tutto comprensibile , ma che tuttavia non può essere giustificato in alcun modo per quanto riguarda i suoi effetti.

Ora, quando dite: "Ma è un movimento reazionario!", avete ragione, ma non è sempre stato così; ed è qui la questione dell'apparenza quella che voglio affrontare. Alla fine degli anni '40, il sionismo si presentava con un'immagine diversa. Veniva salutato come progressista da molti movimenti liberali e di sinistra. La fonte principale di rifornimento di armi proveniva dalla Cecoslovacchia, non dall'Occidente. L'URSS era stato il primo paese a riconoscere formalmente Israele. Alcuni settori del movimento sionista, nelle loro lotte contro gli inglesi, si presentavano come antimperialisti. L'esercito dei sionisti di destra, guidato da Menachem Begin (attualmente primo ministro di Israele) aveva buoni rapporti con l'IRA (il nemico comune erano gli inglesi). I kibbutz vennero salutati come degli esempi di socialismo utopico. Naturalmente, non è decisivo che allora il sionismo sia stato progressista, e ora non lo è più. Al contrario, un movimento, per quanto comprensibile possa essere rispetto alla sua causa, dev'essere compreso nel contesto di un determinato ambito sociale e storico a partire dagli effetti che produce e che potrebbe avere, indipendentemente dalla sua immagine e dall'immagine di sé che hanno i suoi membri. Molti dei sionisti effettivamente attivi, si consideravano dei progressisti, dei socialisti. Ma il desiderio dei sionisti di sinistra di costruire un paese progressista, sostenuto dai lavoratori ebrei dell'industria e dell'agricoltura, divenne ben presto il sistema migliore per creare un'infrastruttura sociale che, nel contesto di un paese già abitato, avrebbe escluso gli originari abitanti palestinesi. Indipendentemente da quali fossero le loro intenzioni soggettive, i sionisti di sinistra crearono un quadro che avrebbe dovuto assicurare il successo della colonizzazione ebraica della Palestina. Non avrebbe mai potuto sopravvivere sulla base della forza lavoro arabo. Ciò non dipende dal fatto che la maggioranza dei sionisti fosse consapevole di questo fatto. Basti dire che, in un tale contesto, la nozione progressista secondo cui non si deve vivere del lavoro altrui ha di fatto avuto un effetto diverso da quello che era nell'intenzione originaria. Nel contesto reale del Medio Oriente, questo movimento non aveva alcuna possibilità di essere progressista. Attraverso il mio confronto con il sionismo, ho imparato a vedere come e quanto fossero separati la causa e l'effetto di un movimento; ho imparato che, per giustificare un movimento, non basta riferirsi all'oppressione del popolo che tale movimento rappresenta. Sono anche arrivato a capire quale sia l'importanza di analizzare un contesto sociale e politico, al fine di riuscire a capire quanto l'intento soggettivo e l'effetto reale possano differire. L'inclusione di fattori "oggettivi", è assolutamente necessaria, e questo non è necessariamente oggettivismo. Dopo aver attraversato un lungo ed emotivamente difficile processo di apprendimento del sionismo, ora non voglio ripetere il medesimo errore per quanto riguarda altri movimenti. Voglio aggrapparmi a ciò che ho imparato, e non limitarmi a riferirlo solo a un movimento, per poi dimenticarmene. Ciò spiega quel che voglio dire ora, riguardo la maggior parte dei movimenti palestinesi. E' ormai moneta comune, affermare che la sofferenza degli ebrei in Europa non giustifica la sofferenza dei palestinesi. Tuttavia, l'altra faccia di questa medaglia è problematica. I palestinesi non sono stati responsabili delle sofferenze degli ebrei, e tuttavia ii palestinesi sono stati espulsi dagli ebrei. Pertanto, i palestinesi hanno il diritto di riprendere possesso della loro patria. Tuttavia, il problema di una simile posizione risiede nel fatto che mentre è comprensibile, e in qualche modo moralmente corretta, i suoi effetti diventano ambigui allorché si considera quale sia il suo contesto sociale e politico. Dopotutto, nel conflitto israelo-palestinese il problema consiste nel fatto che modelli come quello algerino o, ancor meno, quello vietnamita, non funzionano più perché qui la situazione è del tutto diversa. Gli ebrei israeliani, rispetto a una grande maggioranza palestinese, non costituiscono una minoranza. In Israele vivono circa 3 milioni di ebrei, mentre i palestinesi in Medio Oriente sono circa 3 milioni. La peculiarità dell'economia sionista, a differenza della maggior parte delle economie imperialiste, è che essa non dipende principalmente dalla forza lavoro palestinese. Ciò però non significa che i palestinesi abbiano sofferto meno rispetto, ad esempio, agli algerini, ma indica che, in questo contesto (di cui ho descritto solo due caratteristiche particolarmente evidenti), un classico movimento di liberazione nazionale – basato su dei movimenti di guerriglia e/o di sciopero – e volto alla "liberazione" dell'intera Palestina - non ha alcuna possibilità di successo. Solamente nelle aree in cui i palestinesi sono in maggioranza (vale a dire, principalmente nelle aree che gli israeliani hanno occupato dopo il 1967), e insieme ad altri fattori, un movimento palestinese potrebbe diventare abbastanza forte da costringere gli israeliani a ritirarsi. Nella maggior parte delle aree che si trovano all'interno dei confini pre-1967, tuttavia, qualsiasi "liberazione" implicherebbe che venga conquistato un altro popolo – indipendentemente da come quel popolo sia arrivato lì – e non il rovesciamento di un gruppo dominante relativamente piccolo che si basa sul lavoro di contadini, operai e artigiani arabi. E ciò possa avvenire, è altamente improbabile, sia politicamente che militarmente. Contrariamente a tutta la propaganda palestinese e israeliana, i fedayn non hanno mai rappresentato una minaccia per l'esistenza di Israele.


In un tale contesto, la creazione di uno "Stato democratico laico" - che i palestinesi chiedono programmaticamente - potrebbe risultare solo a partire da una lotta multinazionale, e non da una lotta puramente nazionale; ma invece è stata esattamente questa la lotta che finora le organizzazioni guerrigliere palestinesi hanno condotto. Ovviamente, non voglio dire che i palestinesi avrebbero dovuto rinunciare alla loro lotta, e aspettare che gran parte della popolazione israeliana si unisse a loro nella lotta contro il sionismo. Tuttavia, qualsiasi movimento che si ponga come obiettivo uno "stato democratico laico" in cui ebrei, musulmani e cristiani dovrebbero vivere insieme dovrebbe distinguere – anche nella guerriglia – tra quegli israeliani che possono essere possibili alleati e quelli che non lo saranno mai. Non voglio entrare nel merito del fatto che – curiosamente– il programma dell'OLP determini i gruppi in base a delle distinzioni religiose, piuttosto che nazionali, e che gli ebrei ai quali sarebbe permesso di vivere in una futura Palestina sarebbero solo quelli che – a seconda della versione – vivevano lì prima del 1917, o prima del 1948. E questo non è un argomento astratto, nel senso che le lotte multinazionali sarebbero migliori di quelle nazionali. Un movimento palestinese puramente nazionale al massimo sarebbe in grado di liberare solo quelle aree in cui i palestinesi costituiscono la maggioranza della popolazione; e un tentativo nazionalista di "liberare" il resto della Palestina non sarebbe più una guerra nazionale di liberazione, ma una guerra tra due nazioni. Se questa lotta fosse davvero antisionista, anziché essere semplicemente diretta contro gli ebrei che vivono in Palestina, allora questo programma dovrebbe manifestarsi nelle azioni stesse. E ciò non avviene. Le azioni di guerriglia non hanno fatto distinzioni. Questo è valso anche per il Fronte Democratico Popolare per la Liberazione della Palestina (FDPLP), che ha sempre sottolineato la necessità di contatti con elementi progressisti all'interno di Israele e che sperava in una possibile alleanza di classe con gli ebrei "orientali" di Israele. [*2] Nel 1974, il FDPLP attaccò una scuola nella città di Maalot, nel nord di Israele, e prese in ostaggio gli studenti. La popolazione di questa città è composta quasi interamente da ebrei orientali della classe operaia. L'azione non è stata all'altezza del programma. Bisogna vedere quali sono le azioni dei gruppi politici, e non limitarsi solo a leggere il loro programma. Le azioni dei guerriglieri hanno rivelato il nazionalismo che il programma dei fedayn nega. Queste azioni,  agli occhi della maggioranza degli israeliani, finiscono per contribuire a legittimare il sionismo e a far apparire la lotta alle masse palestinesi come una lotta puramente nazionale, senza alcun contenuto sociale. Ciò ha avuto degli effetti politici devastanti anche in relazione alle lotte in Giordania e Libano. A differenza di molte altre lotte, il conflitto israelo-palestinese è caratterizzato dal fatto che la guerra non esaspera le contraddizioni sociali esistenti in entrambe le parti, ma piuttosto le nasconde. Pertanto, mi ponfo delle domande sui possibili effetti di gruppi, come il FPLP, i quali si rifiutano di negoziare con gli israeliani e mirano alla liberazione "militare" di tutta la Palestina (e questo indipendentemente da come i diversi regimi arabi usino i diversi movimenti palestinesi ai fini delle proprie rivalità). L'effetto ottenuto da una simile politica, non è quello di infiammare, bensì di congelare i conflitti sociali in Medio Oriente, o tradurli in categorie nazionali. Ecco perché è così complementare alla politica israeliana: ai sionisti, che sia in atto una lotta nazionale permanente, o la sua minaccia, è necessario tanto per la loro ragion d'essere quanto per la stabilità interna. Questo, in passato negli Stati arabi, ha assolto la funzione di equiparare la "rivoluzione araba" alla "rivoluzione palestinese", e quest'ultima alla riconquista della Palestina. In questo modo, tutti i conflitti sociali rimangono bloccati all'interno dei conflitti nazionali. Chiunque rifiuti una soluzione di pace che includa uno "Stato parziale" palestinese, è assai miope. Ovviamente, una soluzione di pace del genere è nell'interesse immediato dell'imperialismo. E ovviamente uno Stato come questo non potrebbe essere altro che un mini-Stato governato da una borghesia nazionale e dai burocrati dell'OLP, sovvenzionati dal denaro saudita. E altrettanto ovviamente, all'inizio un simile Stato lascerebbe intatta la struttura del sionismo. Ma tuttavia, disinnescando il conflitto nazionale, un tale accordo di pace finirebbe per contribuire, molto più efficacemente rispetto a decenni di guerriglia inefficace, a minare il sionismo. Solo a quel punto, si aprirebbe la possibilità che ci siano delle dispute sociali i grado di trascendere i confini nazionali; dispute che potrebbero portare alla creazione di Stati "democratici laici", non solo in Palestina, ma in tutto il Medio Oriente. È per questo che Israele è pronto a fare la pace con i paesi arabi esistenti, ma non – quanto meno non senza una fortissima pressione esterna – con i palestinesi. Per contrastare il carattere nazionalista dei conflitti in Medio Oriente, la pace con i palestinesi è assolutamente necessaria, ed è esattamente questo, ciò che Israele non vuole, poiché attaccherebbe la legittimità politica del sionismo. Ed è per questo che io sostengo che gruppi come il FDPLP, che ammantano di slogan antimperialisti marxisti-leninisti quello che non è altro che il loro massimalismo nazionalista, stanno facendo esattamente lo stesso gioco degli israeliani. Antimperialismo non può significare solo resistenza contro l'oppressore immediato e contro le potenze che lo sostengono. Deve anche mostrare l'intenzione di costruire una società la cui struttura sia antimperialista. In questo senso, l'antimperialismo del FDPLP, per esempio, ha più cose in comune con quello dei sionisti di destra degli anni '40, che condussero contro gli inglesi una lotta clandestina più incisiva di quella degli altri sionisti, di quanto ne abbia, ad esempio, con quella dei Viet Cong. Il grado di impegno militare in una lotta nazionale, non è necessariamente indice di radicalismo sociale.

Tutto questo non vuole essere affatto un atto d'accusa contro i palestinesi. Il loro nazionalismo è del tutto comprensibile, non solo moralmente, ma anche materialmente. Quale altro atteggiamento sarebbe possibile per delle persone che sono state sfollate, e che da allora hanno sempre vissuto al di fuori di qualsiasi struttura sociale reale, e per più di una generazione in dei campi profughi che sono stati permanentemente presi di mira dai brutali attacchi israeliani, e che sono stati usati dagli stati arabi, nei loro conflitti tra di loro, come se fossero delle pedine? Naturalmente, rivogliono indietro il loro paese. Tutto. Tuttavia, ci sono delle importanti differenze tra i palestinesi che vivono nei campi profughi, e quelli che vivono nei territori occupati. In questa sede non voglio fare accuse, ma cercare piuttosto di fare una valutazione, in modo da poter essere in grado di determinare fino a che punto io - come antisionista - sono disposto a dare solidarietà attiva ai vari gruppi palestinesi. Tuttavia, esiste ancora un'accusa a un certo livello, per quanto non sia rivolta contro i palestinesi. Ma contro la sinistra locale, la quale ha difficoltà a fare politica antimperialista analizzando e valutando una situazione, e che potrebbe invece arrivare a sostenere criticamente i movimenti antimperialisti; un atteggiamento questo, che richiederebbe un continuo processo di apprendimento politico. Invece, di solito sia assiste solo a un'identificazione acritica con questi movimenti. Se non vediamo questi movimenti con occhi aperti, corriamo il rischio di rimanere delusi, o disillusi in un secondo momento, senza imparare nulla, scegliendo solo quello che sarà il prossimo oggetto di identificazione. Questo antimperialismo a quello che è  l'atteggiamento della RAF nei confronti della violenza: i movimenti hanno una causa giustificata, ma questa giustificazione non vale per quelli che sono i loro effetti politici. Può darsi che il segreto che sta dietro molti tra quelli che sono di sinistra, sta nel fatto che sono dei nazionalisti a rovescio? Nazionalisti la cui patria si trova altrove? E nel caso in non è, ovviamente e dogmaticamente, a Mosca o a Pechino, allora si trova alternativamente in Algeria, Vietnam, Cuba, Palestina, Portogallo? Abbiamo bisogno di controbilanciare il senso di impotenza e di inettitudine, in patria, identificandoci acriticamente con i movimenti e i regimi di altri paesi? I partiti comunisti occidentali che sono rimasti più fedeli a Mosca sono quelli più deboli: il DKP  in Germania e il PC-USA. È una coincidenza che siano proprio quei settori della sinistra che hanno rotto i legami con Mosca o con Pechino che si sono mostrati, nel loro senso di impotenza, i più inclini a glorificare la lotta armata all'estero? Non siamo in grado stare in piedi da soli? Quando ricadiamo in questo schema di identificazione, rinunciamo a qualcosa che originariamente ci ha reso di sinistra: le nostre riflessioni critiche sulle nostre esperienze e la loro mediazione rispetto alla società in cui viviamo. Siamo diventati di sinistra, perché ci siamo rifiutati di lasciare che questa società continuasse a instupidirci. È stata proprio la nostra impotenza a esporci e a renderci disponibili a nuove forme di istupidimento.

- Moishe Postone - Pubblicato originariamente con lo pseudonimo di M. Lubetsky nel Vol. 10 di Autonomie. Materialien gegen die Fabrikgesellschaft. Francoforte, 1977/78 -

NOTE:

[*1] - Il riferimento è alle leggi antiterrorismo adottate durante il processo ai membri della RAF.

[*2] - Gli ebrei orientali sono quelli emigrati dai paesi arabi dopo il 1948, e che oggi costituiscono la maggioranza della classe operaia israeliana, circa il 60% della popolazione israeliana.

fonte: História e Desamparo

domenica 28 gennaio 2024

Il nostro nazismo quotidiano…

Moishe Postone, ha fondato una teoria critica dell’antisemitismo e dell’ideologia, svolta a partire dalla critica di Marx al feticismo della merce, e ha indicato la connessione intrinseca tra antisemitismo e capitalismo.
Il capitalismo è fondato sull’antagonismo tra il valore della merce e il valore di scambio, da una parte, e il valore d’uso dall’altra. Postone dice che nel capitalismo il valore di scambio è «astratto, generale, omogeneo», mente invece il valore d’uso è «concreto, particolare, materiale». La logica della merce feticizza il concreto e oscura il valore, in quanto relazione sociale astratta che sottostà alla merce. Nel feticismo della merce, la dimensione astratta appare come naturale e senza fine, mentre la dimensione concreta viene vista come se fosse una cosa senza relazioni sociali. Postone sostiene che nella forma-valore, la «tensione dialettica tra valore di scambio e valore d’uso» del capitalismo viene sdoppiata nella sembianza della moneta, vista come astratto, e della merce, vista invece come concreto.

Ai fini della propria esistenza, il capitalismo richiede tanto la moneta quanto la merce: il valore di scambio e il valore d’uso, il lavoro astratto e il lavoro concreto. È il denaro a mediare lo scambio di merce, e quindi il denaro non può esistere al di fuori dalla logica delle merci. Le merci sono fatte per essere scambiate. Il denaro è l’equivalente generale di un tale scambio di merci. Pertanto le merci non possono esistere senza che avvenga lo scambio di valore, e senza che ci sia un equivalente generale (il denaro). Un altro modo per esprimere la dialettica di merce e denaro, è dire che la sfera della produzione della merce esiste in relazione alla sfera della circolazione, e viceversa.

Il feticismo della merce è una forma di apparenza, nella quale la socialità astratta delle merci viene separata dalla sua concretezza: solo il concreto immediato (vale a dire, il bene che si consuma, i soldi che si tengono in mano) viene considerato e assunto come realtà. Questo concreto immediato finisce per oscurare l’esistenza delle relazioni sociali più astratte, quelle non direttamente visibili e che stanno dietro il fenomeno immediato. Postone sostiene che, nell’ideologia antisemita, il carattere duale, di valore d’uso e di valore di scambio, della merce viene “raddoppiato” nella forma della moneta (forma manifesta del valore di scambio) e della merce (forma manifesta del valore d’uso). Mentre la merce, in quanto forma sociale, incorpora sia il valore di scambio che il valore d’uso, l’effetto di questa esternalizzazione diventa quello per cui la merce finisce per apparire solamente nella sua dimensione di valore d’uso; come puro materiale.

Il denaro, dall'altro lato, appare invece come solamente un deposito di valore - come la fonte, e come il luogo, del puramente astratto - anziché come la forma manifesta esternalizzata della dimensione valore di quella medesima forma merce. Così, Postone sostiene che l’antisemitismo moderno non sia altro che una biologizzazione e una naturalizzazione del feticismo della merce, e si basa sulla «nozione per cui solo il concreto è “naturale”, e a partire da questo il “naturale” sarebbe più “essenziale” e più vicino alle origini». «Il capitale industriale appare pertanto come se fosse il discendente diretto del “naturale” lavoro artigiano», mentre invece la “produzione industriale” appare come se fosse «un processo di creazione puramente materiale». In questo modo, l’ideologia separa il capitale industriale e il lavoro industriale dalla sfera della circolazione, dello scambio e del denaro; la quale sfera viene vista come “parassitica”.

Nell’ideologica nazista, a essere biologizzata è anche la manifesta dimensione astratta; sotto forma di ... ebreo. La contrapposizione tra il materiale concreto e l’astratto diventa così opposizione razziale degli ariani agli ebrei. L’antisemitismo moderno è una “critica” unilaterale al capitalismo, che vede la sfera della circolazione come se fosse solo tale sfera a corrispondere alla totalità del capitalismo. Biologicamente, inscrive l’ebraicità nella circolazione e nel capitalismo; mentre che esclude dal capitalismo sia la tecnica che l’industria (entrambe percepite come produttive e ariane).

Nell’ideologia nazista, il capitalismo «appariva solo in quanto sua dimensione astratta manifesta, che veniva ritenuta responsabile dei cambiamenti economici, sociali e culturali, i quali erano associati col rapido sviluppo del capitalismo industriale moderno». Così, l’antisemitismo identifica tutti i cambiamenti negativi - le dislocazioni e le deterritorializzazioni associate al capitalismo, come l’urbanizzazione, la proletarizzazione, l’individualizzazione, la tecnicizzazione e la de-tradizionalizzazione - con il lato astratto del capitalismo, il quale viene percepito come se fosse l’unico lato a corrispondere alla potente universalità del capitalismo stesso, del socialismo o di altri simili fenomeni.

«Il capitalismo appariva essere solo esclusivamente come la sua dimensione manifesta astratta, la quale, a sua volta, diventava responsabile di tutti i concreti cambiamenti sociali e culturali associati al rapido sviluppo del capitalismo industriale moderno».

(da"Tecnica, antisemitismo e media. I Quaderni neri di Martin Heidegger", di Christian Fuchs.18 novembre 2015)

sabato 27 gennaio 2024

La Shoah: «Fabbrica negativa», prodotto autentico della società occidentale !!

« (...) Per Robert Kurz, in ultima analisi, la Shoah rimane inspiegabile per il marxismo - esso stesso profondamente prigioniero dell'illuminismo. del razionalismo e della narrazione del progresso, come avviene per il pensiero affermativo liberal-democratico ed idealista – il quale, a partire dalla propria aporia, ha cercato rifugio in formule come il "percorso speciale" tedesco, la "singolarità" e lo "scontrò fra civiltà". In genere, da parte dei rappresentanti della tesi della rottura della civiltà, non viene contestato che la storia di tale civiltà abbia recato in sé immensi crimini, ad esempio nelle colonie. Tuttavia, facendo notare che lo sterminio dei nativi americani, o lo sfruttamento della popolazione nera nel cuore delle tenebre congolesi, seguiva una razionalità fra mezzi e fini mossa da interessi materiali, esso accentua, da un lato, anche quella che è una differenza categoriale relativa allo sterminio nazionalsocialista degli ebrei europei; sterminio che emerge come puro fine in sé, separato da qualsiasi collegamento razionale. Mentre in tal modo si suggerisce così che i crimini "normali" della modernità capitalista, in ultima analisi, sarebbero in opposizione rispetto a una razionalità etica superiore della civilizzazione occidentale; e pertanto, nel corso del processo storico, la tendenza a tali crimini verrebbe sempre più rimossa, finendo possibilmente per sparire. Da questo punto di vista, la guerra degli Stati Uniti contro la Germania nazionalsocialista,  avrebbe pertanto confermato l'opposizione diametrale fra le civiltà capitaliste "normali" e il caso particolare tedesco, il quale sarebbe così anti-occidentale, anti-democratico, e in un certo qual modo perfino "anticapitalista".

Tuttavia, Kurz ha anche insistito sul fatto che il nazionalsocialismo tedesco è stato caratterizzato da una "barbarie singolare",  risultante da una storia nazionale particolare; per quanto, tuttavia, non separata dal contesto generale della civiltà moderna. E sebbene corrisponda alla particolarità dello sviluppo nazionale tedesco – il quale, per esempio, è stato più statalista, e dal punto di vista ideologico anche più culturalista e biologista - rispetto all'Inghilterra o agli Stati Uniti; il nazionalsocialismo è stato tuttavia parte integrante della storia della modernizzazione, vale a dire, ha rappresentato la "versione tedesca della trasformazione vista come sviluppo fordista".

Il fatto che in questa fase di transizione e di crisi, l'antisemitismo si sia fatto strada anche nell'America capitalista liberale, così come nell'Unione Sovietica capitalista di Stato - nella prima, come abominio del capitale finanziario "rapace", nella seconda come risentimento contro l'intellettualismo astratto - indica come non si trattasse solamente di particolarità nazionali. E ci sono anche altri indizi di tendenza all'imbarbarimento, sempre inerenti alla civiltà moderna (ma soprattutto nell'era fordista della società del lavoro che diventava totale), e che vengono individuati da Kurz nell'invenzione del campo di concentramento - avvenuto alla fine del XIX secolo da parte delle potenze coloniali - e nell'adozione di tale forma moderna di amministrazione delle persone nel sistema del Gulag sovietico. Anche l'esclusione della "vita indegna di essere vissuta", vale a dire, di quelle persone che non potrebbero apportare profitto nel processo di valorizzazione del capitale, o che perturbano attivamente tale processo, così come la psichiatrizzazione conseguente dei dissidenti politici, o la sterilizzazione forzata delle persone con disabilità, sono state perciò considerate tutte solo come conseguenze della logica della valorizzazione della modernità, sia che essa venisse etichettata come democratica, come socialista o come fascista.

"I nazisti", conclude Kurz, "non provenivano da un altro pianeta, essi erano carne della carne della storia della modernizzazione". La caratterizzazione nazionalsocialista degli ebrei, visti come anti-razza, è stata la conseguenza della loro posizione secolare nella storia europea, in quanto stranieri per eccellenza. Allo stesso tempo, però, rappresentava anche il risultato dell'identificazione degli ebrei con il denaro, con il capitale astratto straniero, il quale veniva considerato come se fosse un principio contrario al buon capitale industriale concreto, creatore di valore. Secondo Kurz - che riguardo a ciò si basa sugli studi del sociologo canadese Moishe Postone - nel pensiero nazionalsocialista gli ebrei incarnano tutti quei poteri moderni che provocano crisi e catastrofi sociali, e che, senza nessuna direzione reale, modellano anonimamente, “alle spalle dei soggetti”, lo sviluppo delle società. E Auschwitz, "prodotto autentico della civiltà occidentale", ha rappresentato una "fabbrica negativa", capitalisticamente anticapitalista, volta a "distruggere valore".

Lo sterminio degli ebrei della Germania, oggi viene visto invece come il risultato di una storia nazionale specifica, e anche come la conseguenza di una follia generale della civiltà moderna (effetto della "pulsione di morte" del Capitale, che aveva già scaricato la sua furia, sia nelle case di lavoro dell'inizio dell'età moderna, così come nei massacri della colonizzazione): ecco che così questa posizione, soprattutto nel contesto della discussione tedesca, può essere dislocata con leggerezza dalle parti di quel revisionismo storico che opera per mezzo di tutta una serie di equiparazioni relativizzanti. Ma, nonostante simile tentativi di renderlo tabù, è da tempo arrivato il momento di analizzare con serietà sia quello che è il nesso di causalità menzionato da Kurz.

(…) Lo sconsiderato discorso a proposito della cosiddetta "rottura della civiltà" - una medaglietta che viene fornita dallo studioso, per essere appuntata sulle vuote frasi di preoccupazione che vengono pronunciate nei discorsi-memoriali dei politici - è quindi diventato ormai inutile; serve solo a mantenere la costernazione di fronte alle uccisioni in massa tedesche. Con il crepuscolo degli dei nazionalsocialisti tedeschi, non è stata definitivamente soddisfatta la "pulsione di morte del capitale", per quanto, tuttavia, negli anni dorati dopo la fine dell'era delle guerre mondiali, la barbarie aperta sia stata messa in secondo piano. È vero che riguardo questo periodo Kurz menziona anche - contrariamente ai keynesiani e ai vecchi socialdemocratici nostalgici del "buon capitalismo" – e soprattutto i danni legati alla transizione di successo verso l'Auto-mobilizzazione, il fordismo e il consumo di massa: vedendo in questo la vittoria della totalità dell'economia di mercato, della soggettività giuridica astratta e della democrazia; ma si trattava però di qualcosa che era qualitativamente differente rispetto alle configurazioni precedenti, così come lo sarebbero state quelle seguenti.(...)»

Klaus Kempter - da "La storia del capitalismo II: crisi. guerre, barbarie) - pubblicato su Exit!

lunedì 13 novembre 2023

«Nuovi Materialismi» ?!!???

MATERIALISMO IDEALISTICO
- di NICK GIETINGER -

«Credono di garantire la libertà inscrivendola metafisicamente nell'ordine delle cose. Ma tutto ciò che stanno facendo è indebolire la capacità delle persone di pensare a ciò con cui abbiamo effettivamente a che fare».

Moishe Postone

Negli ultimi anni, c'è stato un crescente interesse per i cosiddetti Nuovi Materialismi (NM). Per qualche tempo, quest'argomento è stato discusso solo nei paesi anglofoni, ma negli ultimi anni sono apparsi degli interventi anche in tedesco [*1]. Nel settembre del 2023, alla conferenza "Futuring Critical Theory", organizzata dall'Istituto per la Ricerca Sociale (IfS), i Nuovi Materialismi verranno ora proposti come una delle numerose possibilità per il rinnovamento della Teoria Critica. Secondo una sua stessa dichiarazione, la Teoria Critica sarà messa alla prova durante il convegno: verranno affrontati argomenti che non sono mai stati trattati prima da essa, come la "rete globale dei fenomeni sociali", la "dimensione materiale della riproduzione sociale" e il "kit di strumenti normativi" della Teoria Critica classica. Il fatto che la conferenza ci inviti a integrare le analisi classiche della teoria critica con questi temi attuali, appare comprensibile se visto sullo sfondo di quella che è la lotta per la rilevanza sociale di tutte le istituzioni accademiche. Tuttavia, poiché la "Scuola di Francoforte" appartiene a una tradizione di pensiero ben diversa da quella dei Nuovi Materialismi, vale la pena riconsiderare la questione delle possibilità e - soprattutto - dei limiti di un'espansione dei contenuti in questa direzione. Utilizzando l'esempio di Bruno Latour (importante punto di riferimento dei Nuovi Materialismi, e co-fondatore della teoria attore-rete), verranno fatte alcune riflessioni sulle diverse premesse e sui loro effetti. L'Oxford Research Encyclopedia of Literature cita Latour e il suo libro "Non siamo mai stati moderni" [ed. Eleuthera] come "emblematici" dell'argomento dei Nuovi Materialismi [*2]. E in una recente relazione di Katharina Hoppe e Thomas Lenke, Latour viene anche menzionato come un'importante lemma [*3]. Anche se non sono tutti "latouriani", esiste una chiara relazione. Graham Harman [*4] e Jane Bennett [*5] fanno esplicito riferimento a Latour, e vengono anche fatti numerosi riferimenti a lui nel lavoro di Donna Haraway, collega di lunga data e amica di Latour (anche se, tra le altre cose, fa anche delle osservazioni critiche circa la mancanza di un approccio femminista. Da un lato, il Nuovo Materialismo cerca di prendere le distanze dalle scuole di pensiero hegeliane e marxiste, mentre allo stesso tempo si oppone al relativismo, all'attenzione al linguaggio e al discorso del post-strutturalismo. Le cose, i materiali o gli «attori non umani» devono avere più potere. Ciò mette in discussione il pensiero occidentale dell'Illuminismo per il suo dualismo di soggetto e oggetto e per le connesse separazioni di soggettività e razionalità, verità e ideologia, natura e società, scienza e politica, ecc. Un dibattito questo, che è antico quanto la prima formulazione di Cartesio relativa a tale dualismo: già nel XVII secolo, Cartesio distingueva lo spirito dominante dalla materia da sottomettere; concetto cui si oppose il suo contemporaneo Baruch Spinoza. Spinoza, del resto, sviluppò una filosofia anti-dualistica, una cosiddetta filosofia monistica. Tale filosofia, intendeva fare a meno di una dicotomia in cui una parte domina l'altra. Questa tradizione filosofica spinozista ha conosciuto una nuova ripresa nella seconda metà del XX secolo, attraverso personalità come Gilles Deleuze, Michel Foucault e Michel Serres, tra gli altri. Spinoza è stato invocato contro la filosofia hegeliana del soggetto, della storia e della totalità. Immanenza vs. totalità, azione vs. struttura, libertà vs. determinazione. Negli anni '80, Bruno Latour ha continuato questa tradizione, facendo uso dell'armamentario della tradizione monistica, ha dissezionato l'establishment scientifico facendo uso degli studi scientifici, e ha sottolineato che la separazione dualistica creata dalla Wissenschaftlerinnen [establishment scientifico] moderna non era in realtà reale. Anziché di soggetti e di oggetti dualistici, ha parlato - facendo riferimento a Michel Serres - di quasi-oggetti, vale a dire, di fenomeni che non sono né soggetto né oggetto [*6]. La designazione di questi quasi-oggetti ha molti nomi. Altrove, Latour li chiama anche ibridi. Donna Haraway ha adottato questo concetto, dandogli il nome di "cyborg" nel suo famoso manifesto [*7]. Uno dei temi principali dell'opera di Latour viene formulato nel suo già citato libro "Non siamo mai stati moderni" [ed. Eleuthera] (1991), vale a dire, cosa sia che caratterizza la modernità. Questa domanda sembra avere qualcosa in comune con la teoria critica della Scuola di Francoforte. E tuttavia, proprio nel rispondere a questa domanda, Latour trova la propria definizione di modernità, poi diventata una premessa centrale per il NM, e facendolo contraddice proprio le analisi dei fondatori di IfS.

LA CRITICA E LA COSTITUZIONE MODERNA
Per Latour, il modo in cui nella modernità viene espressa la critica, si caratterizza per il fatto che essa rifiuta e liquida come un fenomeno, come un prodotto, le opinioni ingenue delle persone. mel mentre che, invece, come spiegazione utilizza un ente occulto, qualcosa di inconfutabile, e che quindi esiste indipendentemente dagli esseri umani [*8]. Pertanto, solo un osservatore completamente neutrale - lo scienziato (sic!) - può quindi vedere la vera causa di un fenomeno [*9]. Secondo Latour, inoltre, il pensiero moderno sostiene anche che viviamo in un mondo dualistico. I dualismi che abbiamo enumerato all'inizio sarebbero stati dichiarati realtà dalla filosofia moderna. Latour critica questo punto di vista: a suo parere, i dualismi possono essere separati solo solo a partire da una prassi che originariamente non è dualistica. Egli chiama "traduzione" questa pratica originaria . In tal modo, Latour individua due livelli. In primo luogo, il livello della "traduzione", vista come una rete di relazioni soggetto-oggetto che non possono essere assegnate in maniera chiara. In altre parole, si tratta di ibridi che nel dualismo tra cultura e natura, scienza e politica, umani e non umani non si fondono. Il secondo livello, per Latour è quello moderno. E consiste in una "purificazione" successiva, nel corso della quale i moderni separano tutte le traduzioni precedenti inbase a quella che è la la loro moderna costituzione dualistica. I moderni consideravano come realtà soltanto il secondo livello, ma per Latour entrambe le pratiche vanno pensate insieme. Solo nel momento in cui smettessimo di considerare entrambi i livelli, non saremmo più moderni. Paradossalmente, alla fine, non rimane altro che il livello ontologicamente postulato nella traduzione, e al livello della separazione non viene più attribuita alcuna seria efficacia. Per quanto Latour si difenda dall'ovvia obiezione di aver sviluppato qui la propria critica moderna [*10], tale accusa non può essere completamente respinta. Infatti, se Latour rivela che in realtà noi non siamo moderni, e che i dualismi non sono reali, allora il fatto che la pensiamo così può essere attribuito solo a una falsa percezione. Ciò significa che la separazione non sarebbe una prassi, ma solo un modo errato di pensare. Il risultato è il vecchio dualismo tra azione e pensiero, che in realtà Latour avrebbe voluto dissolvere. Secondo Latour, riferirsi al pensiero moderno come se esso fosse la costituzione moderna, ha un solo effetto reale: ci permette di sfruttare la natura senza alcun limite [*11]. Ma se seguiamo la sua teoria, tuttavia, lo sfruttamento della natura non può essere una pratica reale. Se lo fosse, allora saremmo moderni. Invece, per Latour, questo dev'essere solo un punto di vista, o un modo di pensare, e quindi non è una realtà. Le categorie disegnate da Latour, non vengono da lui utilizzate in maniera coerente. Pertanto, la sua confusione concettuale vanifica la sua pretesa anti-dualistica. Alla fine, nella concezione di Latour, ciò che rimane è un livello simmetrico, che Latour chiama «antropologia simmetrica», dove esistono solo ibridi qualitativamente indifferenziati [*12]. Tutte le distinzioni, anche quelle relative alla storia tra pre-modernità e modernità, tra scienza e visione religiosa del mondo, ecc., vengono da lui dissolte. Le società ibride sarebbero caratterizzate solo da delle differenze quantitative [*13]. Così facendo, Latour intende mettere in discussione l'«eccezionalismo moderno». In questo modo, quella che era una critica giustificata del materialismo storico, ora finisce per oscillare qui nel suo esatto contrario. Dalle differenze, dalle rotture e dalle linearità, Latour salta e arriva, senza alcuna mediazione, alla cancellazione della storia. Visto che tutte le culture precedenti hanno sempre agito e pensato in maniera ibrida - e così facciamo anche noi - si fa sempre più forte il sospetto che Latour nutra in segreto un suo idealismo. Se non siamo mai stati moderni, allora perché la purificazione ha perso la sua efficacia? Se non è rilevante, allora perché la purificazione viene menzionata come una prassi di Latour? Si tratta quindi di una prassi puramente idealistica? Andando avanti, diventa così sempre più chiaro che l'accusa di idealismo non può essere respinta a priori.

LA COLLETTIVITÀ AL POSTO DELLA TOTALITÀ
Oltre ai concetti di critica e storia (o modernità), Latour rifiuta anche il concetto di totalità o di società. In contrasto con l'approccio di Max Horkheimer, secondo cui «il riconoscimento critico delle categorie che dominano la vita sociale reca in sé anche la sua condanna»[*14], Latour decide di gettare completamente a mare la categoria di totalità. Preferisce parlare di reti e di collettivi [*15], che restituirebbero alla politica un margine di manovra per agire. Latour arriva persino a sostenere che parlare solo di totalità finisce per rafforzarla, e ci rende incapaci di agire: «Ogni totalizzazione, anche quella critica, promuove il totalitarismo» [*16]. Ma si potrebbe però anche vedere la cosa al contrario: solo una corretta comprensione della totalità sarebbe in grado di abolire la totalità. Ma la cosa richiederebbe che se ne parlasse. Latour - e questa sembra essere una tendenza generale del NM - da nessuna parte affronta in maniera approfondita quelle che sono le varie concezioni della totalità in Hegel, Marx, la Scuola di Francoforte, o le interpretazioni alternative della teoria marxiana della seconda metà del XX secolo. Al contrario, quel che fa consiste nel costruie argomentazioni di comodo, le quali poi possano così essere facilmente delegittimate. Ad esempio, a un certo punto Latour usa la metafora della rete ferroviaria, telefonica, idrica o televisiva, vale a dire, per quelle che sono reti tecnologiche. Per quanto queste reti coprano molti luoghi, esse non sono mai completamente globali, universali o totali, poiché: «È impossibile viaggiare in treno fino a Malpy, un piccolo villaggio dell'Alvernia, o fino a Market Drayton, una piccola città nello Staffordshire» [*17]. Tuttavia, non c'è nessuno dei rappresentanti della scuola "hegeliana" che abbia mai parlato di una rete ferroviaria o telefonica, quando è stato usato questo termine [*18]. L'inutilità dell'argomentazione di Latour riflette quello che è il suo modo di trattare concetti critici. Anziché confrontarsi con i rappresentanti della scuola hegeliana, si limita a evidenziare le cose da un punto di vista fenomenologico. A partire da questo, appare chiaro che in Latour, a differenza di Horkheimer, non esiste alcuna concezione relativa a un concetto critico di totalità che critichi la totalità senza negarla. Rifiutando il concetto di totalità, Latour - così come fanno altri rappresentanti del NM (adottandone le premesse teoriche) - cerca di sfuggire alla propria reale impotenza. La resistenza politica, secondo Latour, è possibile. Ma quel che viene meno, però, è la riflessione sulla forma in cui nel capitalismo appare la politica. Quello di cui si parla, è una "politica" astorica che, sottraendosi all'idea di totalità, potrebbe finalmente realizzare qualcosa. Ma tuttavia, gli approcci che si appropriano di queste premesse teoriche corrono il rischio di riprodurre le condizioni capitalistiche, negandone la forma e l'efficacia. Dopo tutto, sotto il capitalismo, la capacità di agire può essere conquistata solo a partire da delle restrizioni, come quella della sottomissione all'imperativo della crescita, vale a dire, la compulsione a operare attraverso il lavoro, o per mezzo dell'imposizione del valore alla natura [*19].

IL "DASEIN" SENZA L'UOMO
Come molti teorici post-strutturalisti, Bruno Latour è influenzato da Martin Heidegger. E anche Heidegger si colloca in una tradizione filosofica anti-dualista, che si considera l'antitesi della filosofia illuminista classica. La filosofia esistenzialista di Heidegger si caratterizza a partire dal fatto che vede un mondo reale, fenomenologico, che si apre a ogni individuo, e si contrappone a un mondo moderno astratto, meccanicistico e anonimo (l'«Uomo») e alla scienza naturale. Di conseguenza, le persone sono «dimentiche dell'essere». L'individuo, il Dasein, con la sua determinazione, dovrebbe resistere all'«Uomo»  e prendere in mano il proprio destino, riconoscendo il proprio essere. Latour, ora critica Heidegger per aver preso troppo sul serio la modernità, nonostante essa non sia affatto la realtà reale. Heidegger si era innamorato dei Moderni e della loro Costituzione. Di conseguenza, Latour epura completamente la filosofia di Heidegger dal quella che è la sua critica della modernità e del suo mondo astratto. Per cui, in realtà, il metodo fenomenologico sarebbe solo la descrizione della realtà, e non è vero che tutti noi non siamo «ignari dell'essere» [*20]. In altre parole, Latour vorrebbe «realizzare il progetto impossibile di Heidegger» [*21]. Viene così cancellata anche quell'unica critica per mezzo della quale la Teoria critica avrebbe potuto forse, nonostante tutte le sue contraddizioni [* 22], ancora legarsi criticamente, ovvero in quanto critica della modernità. In questo modo, invece, ciò che rimane è un'innocua teoria fenomenologica che sfocia nel positivismo descrittivo.

CRITICA DELLA RAGIONE STRUMENTALE
Ciò non significa che una teoria critica debba affermare il pensiero strumentale dell'Illuminismo. Al contrario, per una teoria critica del nostro tempo, la critica della modernità è indispensabile. Ma non tutte le scuole di pensiero che si rifanno a Hegel, Marx o alla Scuola di Francoforte affermano necessariamente una padronanza assoluta della natura, e sono quindi necessariamente cartesiane o totalitarie. Ad esempio, esiste una scuola di pensiero nella tradizione di Alfred Sohn-Rethel, che negli anni '70 e '80, in particolare all'Istituto Otto Suhr di Berlino, ha posto delle questioni epistemologiche, e ha cercato di spiegare criticamente il modo moderno di pensare nel contesto della struttura capitalista della società [*23]. Questo approccio, che potrebbe anche essere descritto come una spiegazione sociale o materialista, dal momento che cerca di spiegare le idee della prassi (quotidiana) delle persone, i loro modi sociali di relazionarsi, tra loro e con la natura. Ecco che in questo caso, il capitalismo viene inteso non solo come "economico", ma anche come un modo di esistenza. Questa tradizione - purtroppo rimasta sepolta nel mondo accademico di oggi - si riferiva a Marx, per mezzo di una sua lettura non ortodossa, e criticava sia il marxismo ortodosso che la teorizzazione borghese e post-strutturalista. I libri di questo periodo dimostrano che è possibile affrontare criticamente il concetto di totalità senza dover per questo affermare un illuminismo strumentale. Al contrario, è solo affrontando la realtà sgradevole (totalità, storia, feticcio) che la modernità può essere spiegata e quindi criticata in prima istanza. Se ci si limita a evitare il dibattito critico, non si potranno comprendere i concetti e quindi non si potrà abolirli. Questa tradizione teorica alternativa, legata a Marx, offre anche una concezione non ortodossa della storia, la quale cerca di spiegare il modo moderno di esistenza a partire dalle strutture sociali (e questo modo non include solo l'estrazione del plusvalore). Latour e alcune teorie della NM, invece, non riescono a spiegare quello che è stato l'emergere della modernità [*24].

POSITIVISMO
Il metodo di Latour mira a descrivere il mondo, piuttosto che metterlo criticamente in discussione. Lars Gertenbach e Henning Laux, scrivono in una loro recente introduzione:
«Mentre il modello della spiegazione riduce gli eventi sociali al minor numero possibile di elementi e relazioni causali, e il modello della comprensione accorcia antropocentricamente il campo di osservazione della sociologia, secondo Latour è solo il modello della descrizione che ci permette di mantenere aperto quello che è l'elenco delle entità sociologicamente rilevanti, e di perseguirne le varie associazioni. In una prima fase, l'ANT [Actor-Network Theory] persegue pertanto l'etnometodologia, ciò perché anch'essa sposta il focus della ricerca dal perché al come» [*25].
Ciò che così rimane come critica, è il riferimento agli attori non umani o la dissoluzione dei dualismi. Si potrebbe dire che l'approccio di Latour è una critica inter-scientifica dell'etnometodologia e del suo essere limitata alle persone e alle loro azioni. Di conseguenza, è per questo motivo che Latour deve rispondere alla domanda se non sia in realtà un positivista. Cosa che egli tuttavia non nega: «(...) dopo tutto, sono un realista ingenuo, un positivista» [*26] Questo suo positivismo non è altro che la logica conseguenza di ogni teoria che eviti il più possibile di parlare di una totalità, o di un essere. Sembra assurdo che una teoria positivista debba contribuire al rinnovamento della teoria critica, se si considera l'aspra critica del positivismo della Scuola di Francoforte!

NEOLIBERALISMO
In un apprezzamento del sociologo francese Gabriel Tarde [*27] - il quale ha avuto una grande influenza su di lui - Latour sostiene una teoria economica che deve essere libera da ogni essenza, dalla stabilità e dalle leggi prevedibili. Questo perché l'economia non può essere controllata e sottoposta a dei principi generali. Ed è per questo che Latour argomenta, con Tarde, a favore di un pensiero che ripensi l'economia e possa così restituire alla politica quello che è il suo potere creativo: «Se si accettasse seriamente di dispiegare, senza alcuna trascendenza, questa immanenza, non si potrebbe allora tornare a fare di nuovo politica? Una politica che i seguaci di Mammona - il dio della provvidenza e dell'armonia automatica - così come quelli dello Stato, per così tanto tempo ci hanno proibito di praticare: sì, questa politica della libertà. Liberalismo,allora?» [*28].
Latour non vuole avere "paura" del concetto di liberalismo, il quale, in fondo, è finalizzato a una politica di "libertà". Questo dimostra l'ingenua adozione, da parte sua, del gergo neoliberale, che è solo la necessaria conseguenza della mancanza di un concetto sociale di libertà. Perché la libertà nel capitalismo ha un carattere specifico: la libertà di agire nell'ambito del lavoro, del denaro e della proprietà. Anziché chiedersi e verificare se invece il discorso sulle leggi e sulle restrizioni non corrisponda forse a una realtà che esiste nella pratica capitalistica quotidiana;  si sostiene semplicemente che il problema risiede nel pensiero, nell'atteggiamento sbagliato. Secondo Latour e Tarde, il fatto che la politica non sia in grado di agire non è dovuto ai vincoli del capitalismo, ma semplicemente a un modo di pensare sbagliato, a una teoria economica sbagliata. Questo dimostra assai bene come la mancanza di riflessione sulla forma capitalistica in cui si svolge oggi la politica porti direttamente all'affermazione del capitalismo. Non è quindi un caso che il tentativo di Latour di liberare l'economia dalle leggi, somigli molto alla teoria economica neoliberista di Friedrich August von Hayek. Latour ammette addirittura, a un certo punto, che Tarde aveva «...molto in comune con Hayek, a parte il darwinismo sociale di Hayek...» [*29] .

CHI HA ABOLITO IL CAPITALISMO?
«[C'è] Nuovamente un compito politico!» si rallegra Latour, nell'ultima pagina di "Noi non siamo mai stati moderni" [*30]. Grazie a una «democrazia estesa alle cose» [*31]  verrebbero eliminate tutte le restrizioni dovute alla Costituzione Moderna, e finalmente sarebbe possibile agire. L'obiettivo di Latour è chiaro: la resistenza che la politica incontra oggi, in realtà non è una pratica reale, ma è dovuta alla Costituzione Moderna che ossessiona le menti delle persone [*32]. Sullo sfondo storico della situazione dei movimenti di sinistra, negli anni '70 e '80, quello che si può vedere è il desiderio di ignorare i vincoli imposti alla politica: la rivoluzione non si è concretizzata, e si è diffusa la disperazione. Per contrastare questa situazione, la gente ha semplicemente cercato di non parlare più di capitalismo, dal momento che è restrittivo. E questo è avvenuto con conseguenze fatali, poiché secondo Moishe Postone così facendo è stata seguita una strada che camminava parallelamente all'economia: il neoliberismo [*33]:
«La sinistra non si è resa conto di far parte della stessa ondata del neoliberismo. Anche il neoliberismo è del tutto incentrato sull'arbitrio, è questa la sua ideologia. In un certo qual modo, tanto la sinistra quanto i neoliberisti stanno rispondendo alle forme degli anni '50 e '60: con il keynesismo fordista in Occidente e con l'economia pianificata a Est. E in ogni caso si tratta di una reazione piuttosto monolaterale. C'è come un continuum tra la le persone di sinistra che parlano di Agency [N.d.t: "La facoltà di far accadere le cose"] e quelle di destra che siedono nel dipartimento di economia della mia università a Chicago: i Chicago Boys. Anche a loro piace tanto parlare di Agency» [*34].
Per criticare le contraddizioni che sorgono attraverso i dualismi della realtà - cioè la modernità - la teoria critica deve essere in grado di descriverla questa realtà. Latour, invece, descrive una realtà che non va assolutamente criticata, ovvero parla di un mondo ibrido, non moderno e privo di contraddizioni. Così, il problema si pone in maniera unilaterale sul modo di pensare: basterebbe cambiarlo, per rendersi conto che non siamo affatto moderni. Ma se, come sostiene Latour, il mondo non fosse davvero moderno, perché mai dovremmo ancora criticarlo? [*35] Quando oggi si parla di teoria critica, soprattutto nel mondo accademico, si ha spesso come l'impressione che le categorie della teoria critica siano superate. I colloqui e i convegni (ad esempio. come quello organizzato dall'IfS) ne sono la testimonianza. Se la NM, ispirata da Latour, vuole essere chiamata «Nuova Teoria Critica», allora bisognerebbe che fosse in grado di spiegare perché e come mai le categorie della Scuola di Francoforte - come feticcio, capitalismo o totalità – apparterrebbero a un epoca vecchia e il motivo per cui oggi non sono più valide. Quando sarebbe avvenuta questa rivoluzione segreta? Chi avrebbe abolito il capitalismo? Sicuramente, ci sono delle critiche giustificate da fare alle categorie della Scuola di Francoforte [*36]. Ma ritengo che sia controproducente respingerle del tutto. Così facendo, si butta via il bambino con l'acqua sporca, e ci si allontana dalla realtà capitalistica. E tutto ciò solo al fine di impadronirsi di una presunta capacità di agire [*37]. Così facendo, l'azione astratta diventa un feticcio, un fine in sé. Si adottano le categorie capitaliste, che vengono presentate come emancipatrici. Un aspetto, questo, che può essere rintracciato molto bene nel lavoro di Latour, e che si in una certa qual misura si applica anche ad altri esponenti dei Nuovi Materialismi. Il rifiuto delle categorie centrali della teoria critica, insieme a una filosofia heideggeriana ripulita dall'alienazione, conduce direttamente a un'apologia delle riforme politiche del capitalismo - che vengono già applicate in una  forma assai simile [*38] -  e anche all'affermazione del neoliberismo. Bruno Latour non è uno che ha voluto legarsi alla Teoria Critica. Al contrario, egli sostituisce la teoria critica con qualcosa di completamente diverso. Il programma di Latour è più vicino a Popper, ad Hayek e a Heidegger di quanto lo sia a Horkheimer, a Marcuse e ad Adorno. Il termine e il concetto di «teoria critica» viene qui cambiato e confuso a tal punto che ci si chiede perché mai le nuove teorie vogliano essere chiamate teoria critica.

- Nick Gietinger - Pubblicato il 30/9/2023 su https://diskus.copyriot.com/

NOTE:

1 - Gertenbach, Lars/Laux, Henning (2019): Zur Aktualität von Bruno Latour. Wiesbaden: Springer) und Hoppe, Katharina/Lemke, Thomas (2021): Neue Materialismen zur Einführung. Hamburg: Junius.

2 - https://www.academia.edu/40286307/New_Materialisms_preprint

3 - Hoppe/Lemke 2021, 11.

4 - U. a. Harman, Graham (2009): Prince of Networks. Bruno Latour and Metaphysics. Melbourne: re.press.

5 - Bennett, Jane (2010): Vibrant Matter. Durham/London: Duke University Press.

6 - Nel suo libro "Il parassita" (1987), Michel Serre, Michel (1987): si fa l'esempio del calcio, e chi i calciatori devono seguire quando giocano una partita di calcio.
      Durante il gioco, non è mai del tutto chiaro chi sia il soggetto - cioè il sovrano - e chi sia l'oggetto - cioè il governato. Il pallone o i giocatori?

7 - Haraway, Donna (1985): Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo. Feltrinelli

8 - Latour, Bruno (2008): "Non siamo mai stati moderni.". eléuthera 2009

9 -Questo si riferisce anche al marxismo e alla critica del feticismo. L'obiettivo di una teoria critica per il nostro tempo, invece, potrebbe essere quello di individuare un essere storicamente specifico che possa essere abolito, e quindi non sia ontologico. Per una critica della critica di Latour alla critica di Marx al feticismo, vedi White, Hylton (2013): Materiality, Form, and Context: Marx Contra Latour. In: Studi vittoriani, vol. 55, n. 4, pp. 667-82.

10 - Latour 2008, 55.

11 - Latour sostiene - in una costruzione molto discutibile - che a causa della simultaneità di traduzione e purificazione, sarebbe possibile produrre sempre più ibridi. Pertanto, i moderni sarebbero invincibili. Così, la natura non viene distrutta o sfruttata all'infinito a causa del modo di esistenza capitalistico, ma piuttosto proprio perché i moderni sono "invincibili" in virtù della loro costituzione.

12 - Haraway riprende questo concetto per mezzo del suo concetto di "culture della natura". Per la critica di questo termine, si veda Stache, Christian (2017): Capitalism and the Destruction of Nature: On the Critical Theory of the Social Relationship to Nature. Opladen/Berlino/Toronto: Verlag Barbara Budrich., 61 ss.

13 - Questa nozione di ridurre tutti gli eventi a un unico livello, fa parte dell'attuale dibattito sulla "memoria multidirezionale" avviato da A. Dirk Moses. Nella sua critica all'ultimo libro di Moses, lo storico Stephan Malinowski scrive che Moses «attraverso la sua decontestualizzazione crea una notte analitica in cui tutti i gatti sono grigi ». E che «categorie così ammorbidite» sarebbero la via diretta verso la banalità. (Malinowski, 27.08.2023, https://zeitung.faz.net/fas/feuilleton/2023-08-27/b3878584100c6841d25aad74fbb4479c/?GEPC=s9) Anche Latour potrebbe essere accusato di qualcosa di simile, se semplicemente non volesse più distinguere tra pre-modernità e modernità. Proprio come Moses, non vuole distinguere l'Olocausto dalla guerra al terrorismo o dall'annientamento degli Aztechi, Latour non vuole distinguere la scienza moderna dallo stile di vita pre-moderno. Se Moses, come Malinowski, insinua che «molte persone sono state uccise in molti luoghi in ogni momento» (Malinowski), nel caso di Latour, «molti ibridi vengono prodotti in molti luoghi e in ogni tempo».

14 - Horkheimer, Max (2011): Traditionelle und Kritische Theorie. Fünf Aufsätze. Frankfurt am Main: Fischer Verlag, 225.

15 - I collettivi sono, ad esempio, associazioni di scienziati, aziende, politici, esseri umani e non umani. Queste devono mantenere costantemente la loro stabilità e potrebbero anche scomparire di nuovo. Questo dà loro più spazio di manovra rispetto a una totalità trascendente.

16 - Latour 2008, 166. Lo stesso vale per il capitalismo. In una conferenza (Latour, Bruno: (2014): Su alcuni degli effetti del capitalismo. http://www.bruno-latour.fr/sites/default/files/136-AFFECTS-OF-K-COPENHAGUE.pdf), in cui Latour discute del capitalismo, parla dell'«idea velenosa del capitalismo». Qui Latour parla del capitalismo come di qualcosa che ossessiona le menti delle persone e le rende senza speranza. Dal momento che non era possibile rovesciare il capitalismo, forse non doveva essere fatto. «Non è il capitalismo che dovresti rivoluzionare, ma piuttosto il tuo modo di pensare.» Queste frasi ricordano i coach motivazionali di questi tempi: è tutta una questione di mentalità. L'idealismo di Latour diventa evidente nella tesi finale della conferenza: «Finora gli economisti hanno solo cambiato il mondo in vari modi, ora si tratta di interpretarlo». Anche se la parola è usata continuamente, non è chiaro in questa conferenza cosa intenda per capitalismo.

17 - Latour 2008, 166.

18 - Si ha l'impressione che Latour non abbia mai avuto a che fare con la Scuola di Francoforte. La sua critica è rivolta principalmente alle teorie sociali classiche, al marxismo o al postmodernismo, che egli chiama teoria critica.

19 - Qualcosa che poi chiede anche Latour. La capacità politica di agire si esaurisce quindi con una modifica del banale equivalente di CO2, che è stato a lungo un luogo comune e per il quale è altamente discutibile se fermerà il cambiamento climatico. Sulla critica di Latour a questa soluzione, si veda: Tellmann, Ute (2016): Political Ecology, Calculation and the De-Materialization of Dingpolitik. In: Mondo sociale, 67° anno, n. 3, numero speciale: La nuova sociologia politica di Bruno Latour, pp. 333-351.

20 - Latour 2008, 87.

21 - Latour 2008, 90.

22 - Qualcosa che Herbert Marcuse ha notoriamente provato. La sua critica a Heidegger in quel momento si applica ancora oggi a Latour: «La direzione del movimento economico come fatticità storica, tuttavia, può essere presa solo dall'analisi dello stato storico concreto e non è accessibile alla fenomenologia della storicità come struttura di base dell'esistenza. Una tale analisi storico-economica deve aver sempre preceduto ogni teoria di un atto storico, perché non fa altro che esporre il terreno su cui questo atto può avvenire come un cambiamento necessario. ( Marcuse, Herbert/Schmidt, Alfred (1973): Interpretazione esistenzialista di Marx. Francoforte sul Meno: EVA., 80 f.). Così, Marcuse critica anche una concezione astorica della politica che non si illumina sulle proprie condizioni sociali.

23 - Tra questi, Manfred Dahlmann, Bodo von Greiff, Rudolf Wolfgang Müller, Norbert Kapferer, Elvira Scheich e Claus Peter Ortlieb.

24 - La visione dualistica del mondo – e qui Latour pensa interamente nello spirito di Nietzsche – è stata "inventata" da vari filosofi o gruppi. Questi sono stati in grado di prevalere in certe situazioni storiche e i loro presupposti sono stati accettati senza discutere fino ad oggi. In alcuni punti, questa visione assomiglia all'idea di un culto del genio o di una cospirazione, in cui individui o gruppi dettano il modo di pensare di interi continenti.

25 - Gertenbach/Laux 2019, 133 f.

26 - Latour, Bruno: (2010): Eine neue Soziologie für eine neue Gesellschaft. Frankfurt am Main: Suhrkamp Verlag, 270.
27 - Latour, Bruno/Lepinay, Vincent (2010): Die Ökonomie als Wissenschaft der leidenschaftlichen Interessen. Frankfurt am Main: Suhrkamp Verlag.

28 - Latour/Lepinay 2010, 14.

29 - Latour/Lepinay 2010, 108.

30 - Latour 2008, 192.

31 - Latour 2008, 188.

32 - In un'introduzione ai nuovi materialismi, Katharina Hoppe e Thomas Lemke criticano il fatto che la dissoluzione dei dualismi non è l'ultima parola in termini di saggezza, e che il capitalismo e la tecnocrazia rimangono troppo spesso indiscussi nei nuovi materialismi (Hoppe/Lemke 2021, 144 e 165). C'è da chiedersi se questa concezione liberale della politica non sia già insita nelle premesse del NM (come qui esemplificato da Bruno Latour) e immanente in teoria.

33 - Anche Hoppe e Lemke vedono questa parallelizzazione, ma per loro questa analogia è «troppo schematica e semplicistica». (Hoppe/Lemke 2021, 155).

34 - https://www.youtube.com/watch?v=eqjiznDQ3Ho (Min. 14:37)
 
35 - Un'eccezione è Donna Haraway, anche se di solito prende molto da Latour. Prende sul serio il concetto di capitalismo e vede nella dialettica dell'illuminismo una «... critica alleata del progresso e della modernizzazione...» (Haraway (2018):(Haraway (2018): Unruhig bleiben. Die Verwandtschaft der Arten im Chthuluzän. Frankfurt/New York: Campus., 253). Fa anche una necessaria critica del feticcio del lavoro del marxismo tradizionale. Allo stesso tempo, sfortunatamente, come per molti esponenti della NM, non è chiaro cosa intenda effettivamente per capitalismo. Karen Barad critica anche Latour per la sua adozione acritica dello stato liberale (Barad, Karen (2007): Meeting the Universe Halfway. Durham/Londra: Duke University Press, 58).
 
36 - Moishe Postone, per esempio, ha fatto proprio questo. Cfr. Postone, Moishe (2003): Zeit, Arbeit und Gesellschaftliche Herrschaft. Freiburg: ca-ira Verlag, 141 ff.
 
37 - C'è anche qui una somiglianza con la filosofia esistenziale di Heidegger, per cui il Dasein deve afferrare il suo destino nella determinazione. Contro ogni resistenza dell'«Uomo». Anche in questo caso vale la critica di Marcuse a Heidegger, secondo cui bisogna sapere con che cosa si ha a che fare prima di procedere all'«azione». La «politica» non c'è solo lì, così come l'«essere-nel-mondo» non avviene nel vuoto.

38 - Hoppe/Lemke 2021, 156 ss. forniscono esempi e, secondo Ute Tellmann, in Latour ha luogo una «smaterializzazione della politica delle cose», cioè l'introduzione del calcolo tecnocratico classico dalla porta di servizio (Tellmann 2016).

fonte: DISKUS – HOCHSCHULE