domenica 19 luglio 2026

«Le verità sono malate, le bugie altrettanto»…

Per una «liberazione» degli intellettuali *
- di André Breton -

Compagni,
    se gli organizzatori di questa giornata hanno voluto concedere uno spazio - sottraendolo ai delegati di potenti formazioni il cui tempo di parola era già stabilito -  a uno scrittore; ecco che allora questo scrittore, il quale non può pretendere di rappresentare altro che sé stesso, cercherà comunque di stabilire che la causa qui difesa si identifica in modo assai generale con quella per cui lottano da sempre sia lo scrittore e che l’artista. Questo scrittore non si propone altro che svegliare dalla loro letargia quegli ambienti intellettuali assai estesi e metterli di fronte a quella che è la loro responsabilità specifica, e ordinare loro, in nome di ciò che li qualifica nel loro stesso proprio ruolo, che alcuni di essi si liberino di quella tolleranza, stupefatta in alcuni e sprezzante in altri, ma troppo spesso opportunista e codarda, in modo da poter così fermare una buona volta i danni causati dalla peggiore intolleranza, che agisce al servizio della menzogna e dell’odio. Ciò che mi sembra possa soprattutto giustificare l’intervento dello scrittore a questa tribuna è che, quali che siano le sue tendenze specifiche, egli assume un compito cui, se non al prezzo di una totale squalificazione, non può sottrarsi: quello di custode del vocabolario. Spetta a lui vigilare affinché il senso delle parole non si corrompa, denunciare impietosamente chi oggi fa professione di falsarlo, elevarsi con forza contro il mostruoso abuso di fiducia che costituisce la propaganda di una certa stampa.Chi non vede, oggi più chiaramente che mai, che è proprio a causa di questa profonda alterazione – voluta da alcuni – del significato di certe parole chiave che stiamo morendo prima del tempo; chi non vede che è  proprio subendo passivamente questa alterazione che ci lasciamo trascinare lentamente verso la guerra di sterminio che ci stanno preparando? Queste parole chiave, sulle quali si esercita una sapiente disintegrazione, sono oggi sulla bocca di tutti: parole come democrazia, socialismo, libertà, coscienza umana. L’ultima a essere stata cinicamente deviata dal suo significato comune, fino a rischiare di perdere ogni senso per l’uomo della strada è la parola pace.

   Abbiamo infatti appena assistito a un cosiddetto Congresso della Pace, i cui partecipanti non hanno perso occasione per dimostrare che concepivano la pace solo tra di loro e soprattutto non con gli altri. I quali, del resto, proprio mentre predicavano la pace da questa parte del mondo, erano più che mai ferventi sostenitori della guerra nell'altra parte, in Asia. Il che lasciava abbastanza intendere che la loro rivendicazione pacifista mascherasse la loro intenzione di guadagnarsi una tregua, il tempo strettamente necessario alla produzione degli ordigni che avrebbero alimentato il prossimo massacro [...] Faccio fatica a guardare in faccia alcuni dei miei vecchi amici che si compromettono per avere posizioni di comando in questa galera, ma se i nostri sguardi si incrociassero, di certo non sarei io a distogliere gli occhi. Non chiederemo mai abbastanza conto a loro di aver gettato il peso della loro opera, e il credito che la loro attitudine passata aveva loro valso - trionfo dopotutto dello spirito - nel campo della domesticazione dello spirito. La stanchezza e l’invecchiamento rendono ancora più odioso il calcolo dell’astuzia, e devo ammettere che sopporto assai male, spazientito, vedere Picasso che dà pubblicamente la parola a un Ilya Ehrenbourg, “ufficiale della Legione d’onore” dice il manifesto, e comunque falso testimone accertato, quello stesso che cercò di far passare come veleno elaborato nelle officine naziste *Il Silenzio del mare* di Vercors e, nel 1934, di presentarci - io e i miei amici surrealisti - come pédérastes e magnaccia, per cui mi vanto ancora di averlo corretto di mia mano.

   C'è stato un tempo, non molto lontano, in cui lo scrittore poteva considerarsi esonerato da ciò che non è il libero e degno compimento del suo vero lavoro; così come avviene per tutto ciò che viene richiesto al lavoratore, al contadino. Il peso crescente, su di lui, di una mano sempre più pesante e vincolante, accompagnata da una minaccia di rovina universale imminente, lo costringe a liberarsi a qualsiasi costo (contrappongo questa liberazione al cosiddetto "impegno" con cui siamo stati bombardati). Liberarsi significa rifiutare di passare attraverso i canali prestabiliti, significa proclamare ad alta e chiara voce che, qualunque cosa accada, non ci si arrenderà agli argomenti di nessuna delle due propagande nemiche, vale a dire, che siamo ancora assai lontani dall'aver perso la speranza nel risveglio di un buon senso che possa rifondare la comunità umana. Liberarsi significa anche accusare e smascherare instancabilmente coloro che falsificano e ingannano. Significa, senza distinzione di schieramento, marchiare con il segno dell’infamia coloro che, a fini politici, riempiono i campi di lavoro e uccidono. No, sulla base della mia opinione più o meno autorevole, nessuno potrà negare che il pensiero libero e l’arte libera abbiano stasera voce in capitolo. Sono loro ad avere voce in capitolo, innanzitutto in considerazione di quel margine di futuro che la loro ragion d’essere ci porta a immaginare. Già solo per questo motivo, è oscurantismo della peggior specie limitare loro lo spazio di manovra, per non parlare poi di quando lo si sopprime del tutto. È il domani a essere minacciato, come un campo arato che anela a una manciata di semi. Ma se il pensiero libero e l’arte libera hanno voce in capitolo, ciò è anche perché i regimi totalitari hanno in comune il fatto che è proprio contro tale pensiero e tale arte che questi si scagliano per primi, perché è su di essi che fin dall’inizio si abbatte il pugno e si esercita la persecuzione più implacabile. La via stalinista, sotto questo aspetto, darebbe una lezione a quella hitleriana! Si sa bene cosa ne è stato di Majakovskij, di Esenin: entrambi usurpati nonostante il rifiuto categorico rappresentato, come minimo, dal loro suicidio. Ma chi si preoccupa, ad esempio, della sorte riservata ai due più grandi artisti della Rivoluzione, i costruttivisti Tatlin e Lissitzky? Dove è finito l’ultimo grande esponente della poesia russa, Boris Pasternak, che nel 1935 osservavamo, non senza apprensione per il suo destino più o meno imminente, al “Congresso internazionale per la difesa della cultura”? Perché non lo si dirà mai abbastanza: il terrore che regna nella letteratura e nell’arte della zona russa si estende fino a noi in forma strisciante. Coloro che hanno il compito di promuoverlo dispongono di mezzi considerevoli, mentre il talento e la convinzione non sembra occupare in loro un posto di primo piano. Si tratta di un vero e proprio trust con ramificazioni di natura poliziesca, il cui solo funzionamento mette già in pericolo il pensiero indipendente e la ricerca artistica disinteressata, cui lavora sistematicamente a minare sia ideologicamente che materialmente.

   A tale scopo, è ovvio che tutti i mezzi diventano buoni, in particolare la calunnia come si è visto nel caso di Paul Nizan; durante il mio viaggio in Messico io stesso sono stato presentato, attraverso una lettera circolare della "Maison de Culture", come se fossi un nemico particolarmente perfido della Repubblica spagnola, è stato poi stampato che alla radio di New York mi sarei specializzato nel lodare Pétain. Benché tutte queste invenzioni un po’ grossolane non abbiano lunga vita, non si esita tuttavia a ricorrere a modi più attivi di intimidazione. In queste condizioni, non sorprende che i rari esemplari poetici o plastici che il dirigismo culturale lascia arrivare fino, a noi tramite traduzione o riproduzione, presentino un carattere ultra-convenzionale e stereotipato dei più spiacevoli. Nulla di meno adatto alla necessità di esaltazione di un regime che comunque primeggia su ogni altra ambizione imposta. Si può immaginare il freddo che susciterebbe a Parigi una mostra di pittura e scultura russa contemporanea, fatta con un secolo di ritardo, rispetto al Rêve de Détaille e al Quand même di Antonin Mercié. È un peccato che questi prodotti siano riservati al consumo interno, o quasi. Tutto ciò sarebbe solo un male parziale, se non avessimo buone ragioni di credere che l’arte sia uno specchio avanzato della vita (come si dice di un orologio che vada avanti o che ritardi), uno specchio la cui funzione è quella di prefigurare l’uomo in ciò che lo aspetta.

   C'era, nel pensiero di Marx, una falla da cui il male poteva entrare, l'embrione di una di quelle vegetazioni parassite capaci di tutto divorare e di tutto ricoprire, ed  è quello che ci siamo chiesti molte volte e che ancora ci chiediamo con ansia. Ci pensavo di nuovo recentemente, rileggendo la lettera così umana e profetica di Proudhon a Marx, datata Lione, 17 maggio 1846 (centotre anni fa, compagni): « Non prometto di scrivervi molto né spesso, i miei impegni di ogni genere, uniti a una naturale pigrizia, non me lo permettono… Cerchiamo insieme, se volete, le leggi della società, il modo in cui queste leggi si realizzano, il progresso secondo il quale riusciamo a scoprirle; ma, per Dio! dopo aver demolito tutti i dogmatismi a priori, non pensiamo a nostra volta di indottrinare il popolo… non creiamo per l'umanità un nuovo lavoro con nuovi pasticci… solo perché siamo alla guida di un movimento, non diventiamo capi di una nuova intolleranza, non ci poniamo come apostoli di una nuova religione, anche se questa religione fosse la religione della logica, la religione della ragione.» Mi commuove poter far risuonare qui questa voce che dissipa ogni forma di corruzione, anche se dovesse trovare ascolto solo presso i nostri compagni anarchici. Devo precisare che, tenendo questi discorsi, non sto guardando all’America, o meglio a ciò che si fregia del nome d’America; gli USA, così come si dice l’URSS (queste abbreviazioni, dove il senso originale si perde, ci mettono a nostro agio). Contro gli USA, chiunque mi conosca sa che ho le peggiori rimostranze, assai meno personali piuttosto che extra-personali, al punto che durante cinque anni di soggiorno non vi ho contratto alcuna amicizia. Odio tanto quanto chiunque, e più di quanto essi stessi possano odiarlo, il modo in cui gli USA si comportano con i miei amici neri e, se possibile, ancora di più, il modo in cui si sono comportati con i miei amici indiani. Ho orrore per l’ipocrisia sessuale che regna negli USA e per la licenza vergognosa che ne consegue. Provo una certa fobia verso una lingua che è come un impasto d’inglese e nella quale la parola "angoscia", per esempio, non può più essere tradotta. Ho anche paura di quel passaggio, laggiù sempre invisibile, dell’uomo alla sua tomba, tutto considerato, di quelle cerimonie funebri dove il morto, truccato come vivo e con i suoi abiti migliori, piegato artificialmente in una poltrona e per poco con il sigaro in bocca, riceve, nel contesto dei gusti che ha manifestato – che possono essere i Tropici o Versailles – i suoi ultimi ospiti chiacchierando davanti a lui come se nulla stesse succedendo. Degli Stati Uniti, nulla mi è più contrario del loro pragmatismo da quattro soldi, nulla mi disgusta intellettualmente come la loro invenzione dei "Digests", nulla mi rivolta tanto quanto il loro complesso di superiorità. Detesto il loro dominio, sotto la copertura del denaro, sull’America centrale e sull’America del Sud. Considerando la loro situazione attuale e costretto a constatare che stanno estendendo al Vecchio Continente il loro disegno imperialista, nego con veemenza che la stupidità della Coca-Cola, dei suoi dirigenti e dei suoi banchieri possa avere la meglio sull’Europa, che nel corso dei secoli ha portato tante volte la stella sulla fronte e che, sotto sembianze così antiche, è ancora capace di metamorfosi. Al di là di ogni pregiudizio settario, vorrei concludere con queste parole di Georges Bernanos che non temo di fare mie:

  «Le verità sono malate, le bugie lo sono altrettanto… Non è del tutto certo… che l’indebolimento di una Virtù rafforzi altrettanto il vizio corrispondente. Se fosse così, la storia degli uomini e dei popoli avrebbe un altro colore e un rilievo maggiore… Quello che il mondo perde è probabilmente davvero perduto, perduto per il bene e il male, perduto senza ritorno. È di freddo che il mondo morirà.» E come potrei sentirmi in grado di esprimermi meglio, come potrei avere la presunzione di dire diversamente, quando aggiunge: «La pace è una grande opera, realizzata da un grande popolo, e da lui imposta in nome di una grande fede… Ci sono sempre abbastanza ragioni per morire, buone o cattive, si può morire benissimo per inattività, per disgusto, ma vivere richiede molta costanza e amore. La vostra società non merita più di essere amata… La pace è molto bella, solo che la gente si chiede cosa ci metterete dentro. La guerra è molto più facile da riempire della pace… In sostanza, se ho capito bene, la nostra guerra è giusta perché ci è stata imposta, è un atto di legittima difesa. Sarebbe più corretto dire che non siamo responsabili della sua ingiustizia… La vostra società non è senza dubbio più abbastanza giusta per una pace giusta… I popoli non credono più nella pace, proprio perché non credono più nella giustizia. I popoli escono dalla pace tanto facilmente quanto si esce da una casa minata – fuori o dentro, che importa? » È necessario che questa società venga cambiata da cima a fondo. Non si cambierà con il sangue. Cambierà il giorno in cui la giustizia, che era solo addormentata, si sveglierà al grande spavento dei suoi becchini e più che mai splendente si siederà sulla sua tomba.

- André Breton -

* Questo discorso scritto per il meeting del Rassemblement démocratique révolutionnaire (RDR) che si teneva il 30 aprile 1949 - Giornata internazionale di resistenza alla dittatura e alla guerra - non ha potuto essere pronunciato perché il meeting è diventato confusionario quando un fisico americano, Carl Compton (fratello di Arthur Compton, pacifista, che era stato invitato), ha fatto l'apologia dell'arma nucleare! Quella sera, né Breton né Davis hanno potuto parlare..

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