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sabato 26 febbraio 2022

Lo Sguardo della Medusa

Dal momento che stiamo vivendo nell'era di una grande e multidimensionale crisi delle società moderne, non possiamo più permetterci di chiamare con il loro nome quelle cose che ci stanno stritolando.
Il termine «capitalismo», il cui utilizzo è stato così tanto denigrato, e spesso frainteso, bisogna che venga urgentemente di nuovo analizzato, al fine di poter conoscere e combattere tutto ciò che ci sta capitando.
In maniera istruttiva, e con metodo, Benoît Bohy-Bunel propone in questo libro una ricostruzione della critica marxiana del capitalismo, ed espone quali sono le sue implicazioni contemporanee per il XXI secolo.
Ciò di cui si tratta, è esaminare cosa si trova nel cuore della società contemporanea, vale a dire, il feticismo della merce, e criticarlo; cosa che ci porta alla necessità di attuare una denaturalizzazione di quelle che sono le categorie fondamentali del capitalismo, per poter andare così verso il superamento di una società che si basa sulla ricchezza astratta.
Per riuscire a cogliere il modo in cui il valore agisce come se fosse una totalità spezzata, è anche necessario esaminare le strutture del coinvolgimento concreto degli individui, i quali, per essere riconosciuti come "soggetti", devono conformarsi a dei comportamenti.  Ciò implica che venga attuata una riflessione sulla forma del soggetto moderno, sull'umanesimo dell'Illuminismo e sul formalismo della scienza moderna. E implica anche l'analisi di quella che è di fatto una dominazione multidimensionale.
Il soggetto del valore - che è un soggetto maschile, occidentale, bianco e valido - espelle fuori da sé, in quanto «non-cultura» - tutto ciò che non gli corrisponde. Razzismo, patriarcato, validismo e antropocentrismo, che ci vengono indotti a partire dalla forma-soggetto escludente, sono indissociabili dal processo capitalista. L'autore cerca pertanto di pensare in modo categorico tutte queste diverse manifestazioni del totalitarismo del valore.

Benoît Bohy-Bunel, "Le Regard de la méduse. Réification et sujet moderne dans le capitalisme". Prefazione di Alastair Hemmens. Crise e Critique. Collection Palim Psao / 280 pages.  Parution le 31 mai 2022.

Benoît Bohy-Bunel è filosofo e drammaturgo. Ha pubblicato "Symptômes contemporains du capitalisme spectaculaire. Actualités inactuelles"(L'Harmattan, 2019), "Contre Lordon. Anticapitalisme tronqué et spinozisme dans l'opera di Frédéric Lordon" (Crise & Critique, 2021), e "Approche matérialiste de la 'Critique de la raison pure'" (L'Harmattan, 2022).

mercoledì 13 ottobre 2021

Il «Proleghese»

Il soggetto moderno
- di Acid Prod -

Il proletariato, come lo intendiamo comunemente, è morto da tempo. Almeno in Francia, la distinzione tra proletariato e borghesia non sembra più pertinente per descrivere la realtà. La lotta tra queste due classi è bell'e finita dopo la caduta del blocco sovietico. In tal modo, così, il marxismo, che aveva accompagnato ideologicamente tale conflitto, si è anch'esso estinto, e ad imporsi su tutta popolazione è stata la borghesia trionfante. Ora, quelli che sono gli ultimi difensori del marxismo tradizionale non vogliono riconoscere la vittoria della classe borghese, e continuano a contrapporre in maniera sterile i due campi così ipostatizzati. Un simile approccio dualista impedisce loro di riconoscere ed evidenziare il carattere ibrido del soggetto moderno.

Il soggetto moderno è un "proleghese": egli incarna il dualismo tra proletariato e borghesia!
Da un lato, continua a essere obbligato a vendere la propria forza lavoro, se non altro per poter esistere socialmente. D'altra parte, ha perfettamente integrato le logiche borghesi, soprattutto quelle che costituiscono la sua relazione con il mondo. A partire da questo, ciò che caratterizza la borghesia è soprattutto il suo fondamento ideologico derivato dall'Illuminismo. Il "proleghese", a sua volta, considera sé stesso come uno spirito autonomo, al di fuori dal mondo della materia. Egli sfrutta, spudoratamente e senza vergognarsene, la natura - che percepisce come separata da lui - e non ha problemi a servirsi del proprio corpo. Perciò, come lavoratore indipendente, ad esempio, considera del tutto normale sfruttare sé stesso: vede il suo corpo come indipendente dalla sua mente, che per lui è sacra. Il corpo gli appare come se non fosse altro che un volgare supporto per la testa. Ed è  in questo senso che il "proleghese" è soprattutto un proletario che si è lasciato colonizzare dalle logiche borghesi. Ma non è stato semplicemente colonizzato, quanto piuttosto ha partecipato in maniera attiva alla propria mutazione, avvenuta attraverso meccanismi psichici. Come diceva Marx nella sua critica a Proudhon, il "proleghese" vuole l'impossibile. Egli vuole le condizioni della vita borghese senza però subire le conseguenze necessarie per godere di queste condizioni!
La crisi attuale provoca un conflitto psichico nel soggetto moderno, il quale ha subito  un fenomeno di interiorizzazione. Il soggetto moderno si è identificato nella costrizione sociale veniva esercitata su di lui. Questa sua sottomissione al vincolo del lavoro, ha finito per provocare in lui dei sentimenti contraddittori. Il proletario che è in lui, desidera ritrovare la propria pienezza, ma la sua parte borghese tenta di convincerlo che il lavoro è una forma di salvezza, necessario nella vita. Il "proleghese" arriva persino al punto di amare il proprio lavoro e a identificarsi grazie ad esso. Si tratta come di una sorta di sindrome di Stoccolma collettiva. È a partire da tutto ciò che la coscienza gioca un ruolo decisivo nel farci accettare l'inaccettabile...

- Acid Prod - 23 settembre 2021 -

Commenti:

Credo si possano distinguere due livelli: la forma del soggetto moderno è una determinazione più profonda, a livello individuale, rispetto alla questione dei soggetti collettivi, come le classi, o come le nazioni per esempio. Si tratta di una forma comune in quelle che sono le sue determinazioni più essenziali e generali rispetto agli individui sotto il capitalismo, ma poi questa forma viene mediata su un piano più empirico per mezzo delle «maschere di carattere» differenziate che i soggetti assumono a seconda di ciò che viene personalizzato nella relazione-feticcio capitalista. Possiamo parlare della forma-soggetto come di una forma a priori - ma limitata a una fase storica - in cui tutti i comportamenti, e la coscienza, devono essere "plasmati" affinché l'individuo venga riconosciuto come "soggetto". Fin dall'inizio, qualunque sia la loro classe, ogni individuo che vende e produce una merce deve rientrare in questa forma. Certo, a seconda dell'individuo, nella sofferenza inflitta da questa forma e nell'inadeguatezza più o meno parziale dell'individuo, ci può essere un po' di "gioco" e di non-identità, ma c'è, e si riproduce quotidianamente per "vivere" nella società della merce.

Un altro punto che può essere sottolineato, si riferisce all'interno di questo processo di soggettivazione, nel quale l'uomo (il maschio) assume la forma del soggetto moderno. Egli incarna, storicamente e logicamente, il «sesso del capitalismo» (Scholz) - e ciò è vero indipendentemente dalla classe sociale. Egli è pertanto il soggetto della conoscenza e della volontà, e lo è soprattutto logicamente e storicamente sul piano generale della determinazione del soggetto-forma, del soggetto economico e del soggetto politico (homo economicus e homo politicus), e infine del soggetto che imbriglia e domina la natura. Ma questo soggetto può diventare  dominante solo al prezzo di una dissociazione interna: il maschio deve espellere e reprimere tutto ciò che non può assumere la forma del lavoro e la forma del valore, e attribuirlo esternamente al non-soggetto dell'Altro, vale a dire, alla donna e al non bianco, allo zingaro e al superfluo. E questo processo di espulsione e repressione di ciò che è dissociato sarà costituito anche dalla paura del suo ritorno, e che può sempre trasformarsi in un odio per le donne, in una paura della propria de-mascolinizzazione, ecc. L'esclusione delle donne, dei non bianchi e degli altri soggetti "minori" non è stata quindi una "inconcludenza", vista nel quadro di una logica del valore vuota di contenuti propri, e che, seguendo il suo stesso principio, dovrebbe e potrebbe un giorno inglobare il mondo intero. Al contrario, questa esclusione è stata costitutiva fin dall'inizio, anche se le sue forme empiriche sono molto cambiate dall'Illuminismo in poi.

- Palim Psao - 25 settembre 2021 -

- Fonte: Facebook

venerdì 27 agosto 2021

Il Muro

In un'epoca di crisi ecologica, il dogma rivoluzionario della «riappropriazione dei mezzi di produzione» non può più essere affermato innocentemente.
Motore umano, motore meccanico: sono queste le basi dell'invenzione capitalista del «lavoro». La fede in un'indefinita sostituibilità della spesa energetica astratta, alimenta lo sviluppo tecnologico e mantiene una relazione ambivalente con la termodinamica. Una concezione sostanzialista del valore, sviluppata da Karl Marx e riletta da Robert Kurz, ci permette di reinscrivere il paradigma energetico all'interno della forma sociale capitalista, e di esplicitare così le sue stesse dinamiche. La composizione organica del capitale articola e connette strettamente il «lavoro morto» delle macchine al «lavoro vivo» degli uomini. In tal senso, la crisi energetica e le sue ricadute ecologiche costituiscono pertanto il muro esterno del metabolismo capitalista; essendo l'altro muro - interno - costituito dalla creazione di un'umanità superflua. Ragion per cui, l'abolizione del lavoro astratto potrebbe allora significare solo la fine delle tecnologie, le quali non sono altro che la «materializzazione adeguata» del capitalismo. Solamente una richiesta di emancipazione formulata fino a questo livello potrebbe portare a far sì che smetta di consumare illimitatamente il mondo materiale, e ruscire allo stesso tempo a offrire le basi sociali per una reinvenzione di tecniche e di attività liberate dalla compulsione alla valorizzazione.

da: Sandrine Aumercier - LE MUR ÉNERGETIQUE DU CAPITAL. Contribution au problème des critères de dépassement du capitalisme du point de vue de la critique des technologies - Editions Crise & Critique.

TABLE DES MATIERES
Chapitre 1 – La crise de l’énergie au coeur de la crise permanente du capitalisme
           1.1 - Fin du pétrole et développement durable… du capital
           1.2 L’émergence du paradigme énergétique
           1.3 La bioéconomie, synthèse entre économique et biophysique
Chapitre 2 – Moteur humain, moteur d’engin
             2.1 - Le dogme classique de la substituabilité des facteurs de production
            2.2 - Le travail comme « dépense d’énergie »
             2.3 - La technologie comme potentialisation de la force de travail dans la contradiction en procès
             2.4 - Marx énergéticien ?
Chapitre 3 – L’abolition du travail et ses conséquences
             3.1 - Quel type de démantèlement industriel ?
             3.2 - A la recherche des critères de dépassement du capitalisme
Conclusion
4ème de couverture

L'autrice:
Sandrine Aumercier ha studiato filosofia e psicologia a Parigi. È psicoanalista a Berlino, membro della Psychoanalytische Bibliothek Berlin e collaboratrice della rivista francese Jaggernaut. I suoi interessi di ricerca includono la storia della psicoanalisi, la psicologia collettiva, la tecnologia e la critica della dissociazione dei valori.

venerdì 21 maggio 2021

Il treno si ferma ...

Prefazione alla nuova edizione aprile 2021 de "L'Effondrement de la modernisation" di Robert Kurz
- di Anselm Jappe e Johannes Vogele -

Questo libro venne pubblicato per la prima volta nel mese di settembre del 1991, in Germania. Ebbe immediatamente una certa eco. Da quasi due anni era caduto il muro di Berlino, da quasi un anno la Germania era stata "riunita", ma l'Unione Sovietica - ancora in preda a delle convulsioni - non si era ancora dissolta formalmente. Scrivere "Collasso", ha coinciso con quel periodo così ricco di cambiamenti. Hans Magnus Henzesberger, un importante intellettuale tedesco dotato di un grande intuito, lo pubblicava presso l'editore Eichborn nella sua prestigiosa collana "Die andere Bibliothek". A far rapidamente raggiungere alla diffusione di questo libro il traguardo delle ventimila copie, fu probabilmente il rapido disincanto tedesco nei confronti delle speranze di nuovi miracoli economici; cosa che portò l'influente giornale "Frankfurter Rundschau" a definire quel libro come «la più discussa tra tutte le recenti pubblicazioni». Venne ben presto tradotto in Brasile, dove scatenò una vera e propria passione per la Critica del Valore.

Oggi, trent'anni dopo, può essere letto sotto diversi punti di vista. Vi si trova l'analisi dello stato del mondo in un momento cruciale, un'analisi che continua ancora a stupire per la sua perspicacia e audacia. Il suo soggetto principale è i crollo del «socialismo reale» nei paesi dell'Est; un avvenimento che , per gran parte dei lettori odierni, si situa prima della loro nascita o nella loro prima infanzia: una storia ormai lontana. Il collasso del blocco sovietico venne ovunque percepito - a destra, a sinistra, e perfino tra molti dei suoi ex avversari di estrema destra - come la prova della vittoria finale del modello occidentale, e quindi della democrazia e dell'economia di mercato, di solito per gioirne, talvolta per rattristarsene. Robert Kurz, al contrario, non solo offriva una spiegazione marxista dell'inevitabile fallimento del «socialismo reale» assai diversa dalle analisi che venivano comunemente proposte a sinistra, ma affermava anche, audacemente, che la fine dell'URSS non era stata altro che una tappa del crollo globale della società delle merci, di cui i paesi «socialisti» ne avevano costituito solo un segmento minore. Oggi possiamo constatare la giustezza del punto di vista di Kurz, il quale prevedeva che la fine dell'Unione Sovietica non avrebbe inaugurato affatto un periodo di prosperità globale e di pace universale, e neppure una felice «fine della storia», ma avrebbe piuttosto significato che saremmo entrati in un'era ancora più travagliata di quella precedente: il collasso globale del sistema capitalistico. Ovviamente, non tutte le previsioni di Kurz si sono avverate esattamente, e il collasso non è avvenuto così rapidamente come lo aveva previsto. Tuttavia, in retrospettiva, questi errori di valutazione dovrebbero pesare ben poco, data al correttezza della sua tesi essenziale. Il capitalismo, sia esso statale o basato sul mercato, è rimasto dappertutto intrappolato dentro una crisi irreversibile, la quale è la conseguenza dell'esaurimento strutturale di quello che è il suo meccanismo di base: la trasformazione del lavoro in valore al fine di accumulare del capitale, il tutto in un processo tautologico senza fine.

Allo stesso tempo, questo libro costituisce anche un'importante documentazione circa la storia della Critica del Valore: esso costituisce simultaneamente sia il suo certificato di nascita che un buon riassunto di quelle che sono le sue tesi centrali. La rivista "Marxistische Kritik" era stata fondata nel 1987 a Norimberga, in Germania, da una piccola cerchia di persone senza alcun legame accademico o istituzionale, provenienti da differenti sensibilità della sinistra radicale marxista. All'inizio, venne mantenuto un carattere piuttosto riservato, anche dopo che il nome venne cambiato in "Krisis"; cosa che tuttavia non impedì che venisse realizzato un fondamentale lavoro teorico , che incluse anche una rottura con la doxa marxista sulla questione del "lavoro" e della "lotta di classe", sempre in nome di un ritorno all'opera di Marx stesso. Venne messa in atto una riformulazione della critica marxiana dell'economia, nel senso di una critica categoriale, una critica delle categorie di base, negative e distruttrici, delle società capitalistiche - lavoro, valore, denaro, merce - insieme a una nuova critica del feticismo. Fu in questo contesto che Robert Kurz, l'autore più prolifico del gruppo, cominciò a redigere un intero libro sul cambiamento epocale in atto, più accessibile di quanto fossero gli articoli che venivano pubblicati su "Krisis". Questo libro, è stato "Der Kollaps der Modernisierung".
Su queste basi di una riformulazione della critica marxiana dell'economia politica, il libro offre una contro-storia di cosa sia stata l'instaurazione del capitalismo nelle periferie, soprattutto nel XX secolo. In particolare, l'analisi che Kurz fa della rivoluzione dell'Ottobre 1917 e del blocco sovietico è assai diversa da tutte quelle prodotte dalla sinistra radicale nel corso della sua esistenza. Come afferma Kurz, in un'intervista del 2006 dal titolo «Il Kollasso 15 anni dopo» [*1], non era mai stato messo in discussione il presunto carattere socialista e post-capitalista dell'Unione Sovietica. Quei rari teorici che hanno parlato di «capitalismo di Stato» non sono mai andati oltre il concetto sociologistico e riduttivo di «burocratizzazione». Identificando in maniera superficiale il capitalismo con le sole classi dominanti, tematizzano solamente la critica del «plusvalore», in senso sociologico, vedendolo come la sua «appropriazione» da parte della «classe capitalista»; e in Unione Sovietica da parte dello «Stato-partito». Ma non è mai stato così. Più fondamentalmente, dal momento che la forma valore funziona come in un loop, e si avvolge in maniera feticistica attorno a questa sostanza del capitale che è l'astrazione-lavoro. E non è stata denunciata neppure l'instaurazione di questo suo mondo nelle società del blocco sovietico, avvenuta sotto la forma di una «accumulazione primitiva», ma se ne è vista piuttosto unicamente la sua «iniqua distribuzione» che da quel momento in poi si è svolta a vantaggio - non della classe borghese ma  - della nuova classe burocratica. A differenza di un Trotsky, cui mancava una vera e propria concezione de capitalismo, la burocrazia costituiva - agli occhi di Kurz - una conseguenza, e non la causa, della repressione statale che mirava a generalizzare il lavoro astratto nelle società ad esso refrattarie.
In maniera ancora più fondamentale, secondo Kurz, la differenza tra l'economia pianificata e l'economia di mercato era soltanto relativa, mentre invece la loro base comune, vale a dire il «lavoro astratto», pesava molto di più. Un lavoro astratto che non ha come obiettivo quello di produrre valore d'uso, ma solamente plusvalore, insieme alla moltiplicazione del denaro, in quanto «fine tautologico», al di là di qualsiasi bisogno reale. Il capitalismo si è formato a partire dal XVI secolo (periodo di «accumulazione primitiva») attraversando quelle che sono state fasi in cui si è alternato un interventismo statale, spesso brutale, ad un'auto-regolazione da parte del mercato. Una volta stabiliti i primi capitalismi nazionali, per i nuovi arrivati diventava sempre più difficile entrare nel mercato mondiale. La rivoluzione russa del 1917, a prescindere dalla volontà dei suoi leader, non aveva e non poteva avere, secondo Kurz, il «comunismo» come orizzonte, ma piuttosto una «modernizzazione di recupero», vale a dire una versione accelerata dell'installazione delle forme sociali basate sul capitalismo, ossia riorganizzando le vecchie strutture sociali premoderne in modo da imporre la socializzazione degli individui attraverso il valore; non è stato affatto un caso che Lenin abbia visto nell'economia tedesca della prima guerra mondiale, e più specificamente nel servizio postale tedesco, un modello da seguire. Le categorie di base della produzione capitalistica - quali il valore, il denaro, i salari, i prezzi - non vennero mai abolite in Unione Sovietica: si poté piuttosto assistere ad una ripetizione accelerata, e pertanto ancora più brutale, dell'«accumulazione primitiva» e delle rivoluzioni borghesi occidentali. Quando, a partire dagli anni '60 e '70, la coscienza occidentale venne colta dall'orrore per il «totalitarismo», essa stava scoprendo soltanto una realtà che era un'immagine concentrata del suo stesso passato. Non  si trattava di fare una rivoluzione per superare il capitalismo, come proclamava l'ideologia, ma, al contrario, di trasformare una società contadina premoderna in una società capitalista. Milioni di persone vennero integrate in maniera repressiva nel sistema del lavoro astratto. Dopo la Russia e i suoi satelliti europei, ci furono numerosi paesi del Sud e dell'Est del mondo, rimasti indietro in quella che era stata l'ascesa globale del capitalismo, che durante il periodo delle indipendenze tentarono nello stesso modo di realizzare la loro «modernizzazione di recupero».

Ma per quanto l'URSS, durante lo stalinismo, riuscisse a ripetere l'ampia accumulazione estensiva del periodo iniziale del capitalismo, essa poi si rivelò del tutto incapace di passare alle fasi successive nelle quali l'accumulazione avrebbe dovuto essere intensiva; e il problema si ripeterà poi anche con i nuovi paesi indipendenti degli anni '50 e '60. La sospensione della dinamica interna del valore aveva finito di esasperare fino all'assurdo quelli che erano i lati negativi, come per esempio la totale disconnessione di creare valore relativamente ai bisogni. Fu così che l'Unione Sovietica, nel giro di pochi anni fini per trovarsi nuovamente in ritardo, e solo grazie all'autarchia forzata rimase in condizione di poter resistere ancora per qualche decennio alla concorrenza internazionale. Contrariamente a quel che si crede  (vale a dire che bastasse sostituire un modello economico «sbagliato» - il socialismo - con un modello «giusto» - l'economia di mercato - per potere ottenere ovunque le medesima prosperità dell'Occidente), Kurz sostiene che l'economia di mercato non è espandibile a piacimento: ma è, al contrario, una bestia condannata a divorare sé stessa. Qualsiasi aumento di produttività che avvenga nei centri più avanzati, compromette la produzione di valore nei paesi che non sono in grado di tenere il passo; allo stesso tempo, non è più possibile alcuna autarchia. In questa competizione, le prime a crollare sono state le economie del terzo mondo, poi quelle dell'Est, proprio nello stesso momento in cui si svolge una lotta finale tra gli stessi paesi occidentali. In questa congiuntura, Kurz ribadisce con forza la teoria marxiana della crisi. Questo perché egli la vede come se fosse lo strumento più adeguato per comprendere la realtà che essa stessa riformula. Viene così rimesso sui suoi piedi il Marx dimenticato, il Marx della crisi fondamentale che - dopo la tronca teoria del crollo di Henryk Grossmann, o quella di Rosa Luxemburg - era stato rimosso, se non addirittura demonizzato [*2]. Kurz descrive perciò in dettaglio quali sono le aporie che minano le fondamenta stesse delle due nuove «locomotive» dell'economia mondiale durante gli anni '80 e '90: la Germania e il Giappone, le quali, con il resto dell'Europa e del Nord America, hanno costituito la «Triade» capitalista. Non si tratta di una crisi congiunturale, ma dell'ultimo sussulto di un modello di produzione basato sul lavoro astratto, nel quale l'altissimo livello di produttività si trova ad essere in un'opposizione sempre più evidente con la sua subordinazione all'auto-movimento del denaro. Lo scenario dipinto da Kurz è apocalittico: una parte sempre più importante dell'umanità, in particolare quella che si trova nelle periferie collassate del Sud America, in Africa o in Medio Oriente, non viene più nemmeno sfruttata, ma si vede del tutto tagliata fuori da ogni legame con l'economia e con la civiltà. Così, dalle sue reazioni disperate nascono delle guerre civili, un neo-nazionalismo etnico, un fondamentalismo religioso (non solo islamico) e degli spaventosi ritorni alla barbarie. Pertanto, il libro di Kurz va ben oltre la sola comprensione del passato e ci può aiutare a comprendere meglio il presente: essenzialmente, negli ultimi decenni, la crisi globale della società del mercato, ha confermato le previsioni di Kurz; smorzate solamente da alcuni «momenti ritardatari» e da qualche pausa. Di questi «momenti ritardatari» - che spiegano perché il crollo non sia continuato al ritmo previsto da Kurz - il più importante è costituito dall'espansione della sfera finanziaria, la quale è andata ben oltre tutto ciò che si poteva immaginare. La colossale crescita del debito, sia pubblico che privato, non ha risolto per niente i problemi del capitalismo: è solo servito a rimandare lo scoppio delle bolle speculative, cosa che porterà al collasso dell'economia cosiddetta «reale». Kurz non si è mai stancato di sottolinearlo. Bisogna tuttavia ammettere che la capacità, dimostrata dalla società di mercato, di prolungare la sua vita sotto flebo è impressionante.

Se questo libro da una parte riassume a grandi linee la critica del valore, esso ne segna però anche una tappa intermedia. Coloro che sono stati i primi fondatori della «critica del valore», incluso Robert Kurz, descrivono volentieri la propria evoluzione teorica come un graduale abbandono, a volte difficile, dei dogmi del marxismo tradizionale. Un processo che evoca una dialettica tra continuità e rottura. La critica del valore si trova così ad essere segnata da dei continui passi in avanti nell'elaborazione, lo sviluppo e la definizione specifica del suo approccio teorico; ancora nel 2012, nel suo ultimo libro, "Denaro senza valore", Kurz continua a riferirsi ad «una rivoluzione teorica che dev'essere completata». Il Collasso della modernizzazione mantiene pertanto diversi limiti che poi, in seguito negli scritti successivi, verranno superati da Kurz. Così come, per esempio, la critica del lavoro - il quale in quanto fondamento della società del valore deve essere abolito, e non valorizzato - non è ancora compiuta. Più volte, a più riprese, Kurz si attiene ancora al Marx essoterico, perseguendo una duplice concezione aporetica del lavoro [*3]: seguendo in primo luogo quella trans-storica, che lo vede come sforzo, come «metabolismo con la natura», o necessità naturale, e in secondo luogo come «lavoro moderno» creatore del (plus)valore, visto in una prospettiva assai più restrittiva, limitata al capitalismo. Ciò lo porta talvolta a delle retroproiezioni, sulle società pre-capitaliste, dei concetti che sono propri della critica dell'economia politica. Sia che si tratti della merce - la quale sarebbe esistita sotto «forma di nicchia» - o che riguardi il «valore d'uso», il quale costituirebbe ancora l'orizzonte del «lavoro» [*4].
Nel primo capitolo, Kurz arriva persino ad affermare che «parlare di società del lavoro come di un concetto ontologico sarebbe una tautologia, visto che senza dubbio nel corso di tutta la Storia, fino ai nostri giorni, la socialità - in tutte le sue forme derivate - non è stata altro che una tale società del lavoro.» In questa concezione, il lavoro, in quanto attività produttiva che fa fronte alla necessità, nella modernità capitalistica avrebbe solo cambiato forma. Questo spinge Kurz ad usare senza alcuna remora la famosa idea di una «missione civilizzatrice» (Marx) del capitale grazie allo sviluppo delle forze produttive che, a causa del loro intreccio sempre più inestricabile a livello globale, entrerebbero alla fine in contraddizione con il principio di concorrenza che costituisce il motore del loro sviluppo. Alla fine del libro, arriva addirittura a parla di un «comunismo delle cose», che si stabilisce a prescindere dagli attori della società capitalista, e che andrebbe liberato in maniera cosciente dalle costrizioni distruttive e obsolete della valorizzazione. Negli anni successivi alla pubblicazione de Il Collasso della modernizzazione, ci sono state delle fasi in cui si è assistito allo sgombero di questo genere di macerie che erano state ereditate dal marxismo tradizionale. In un tentativo di approfondimento della critica e dei suoi concetti, Kurz e la corrente della critica del valore anno abbattuto, via via, tutte le vacche sacre del marxismo e delle altre correnti progressiste o rivoluzionarie. Nell'intervista succitata, Robert Kurz precisa:
«Inizialmente, la nuova teoria si concentrò su un ulteriore sviluppo della critica dell'economia politica. La teoria della crisi e la critica del sistema di produzione delle merci, ivi comprese le forme della politica e della nazione, ne costituivano un nuovo contenuto, ma la riflessione su tali contenuti rimaneva nel quadro di una concezione tradizionale della teoria. Il carattere astratto-universalista di qualsiasi formazione teorica del mondo moderno, in quanto momento della sua ontologia, non veniva considerato; così come non veniva considerato il concetto di soggetto e la moderna relazione di genere ad esso correlata. Seguendo il modello della filosofia hegeliana, il nuovo approccio si basava su una procedimento di "derivazione logica", dove la relazione tra essenza e apparenza doveva essere risolto come se si trattasse di un'equazione matematica. Questo modo di pensare astratto e universalista che aveva ogni teoria moderna radicata nella filosofia dell'Illuminismo, si univa a un ostinato attaccamento, del tutto sconsiderato, alla metafisica della storia dell'Illuminismo: per il futuro, il moderno sistema di produzione di merci veniva messo in discussione sulla base della teoria della crisi, ma per il passato esso continuava ad essere compreso come se si fosse trattato di un preteso "progresso" che aveva superato le presupposte oscurità, naturalità ed animalità del mondo agrario premoderno. A partire da Marx, la teoria della critica del valore ha approcciato in modo del tutto nuovo la pretesa razionalità del feticismo dell'era moderna; tuttavia, come aveva fatto lo stesso Marx, ha inscritto proprio questa nuova scoperta all'interno della filosofia ideologica della storia di questa "falsa razionalità".»

L'idea di una dialettica del progresso, venne pertanto abbandonata e sostituita dall'esigenza di una radicale tabula rasa, che era la sola in grado di emancipare l'umanità dal dominio capitalista. Nelle successive tappe, ci si è sbarazzati di una comprensione trans-storica del lavoro [*5], di una visione dialettica o negativa del progresso e dell'Illuminismo [*6] e, di conseguenza, da una prassi teorica androcentrica di derivazione e di identità. Tuttavia, questo percorso di allontanamento doveva allo stesso tempo diffidare delle sirene del postmodernismo che in quello stesso momento stava prendendo piede. Al contrario, diventava urgente criticare simultaneamente sia la vecchia concezione totalizzante hegeliana che la nuova «differenza» derridiana, il culto del progresso e quello di una nostalgia fuorviante e reazionaria, il determinismo storico e la falsa immediatezza (Adorno) ana-storica, il concetto di una totalità identica a sé stessa e le identità frammentate e flessibilizzate, che alla fine non possono essere ridotte, a loro volta, altro che a sé stesse.
E soprattutto mancava ancora la critica della dimensione patriarcale della società di mercato, che pochi anni più tardi doveva diventare molto importante, e che assumerà alla fine il nome di «critica della dissociazione valore» (Wert-Abspaltungskritik). In realtà, fino a quel preciso momento, la vecchia critica del valore non aveva mai abbandonato il terreno della critica androcentrica, «dimenticando» e oscurando l'altra faccia della riproduzione della società produttrice di merci, necessaria e resa inferiore allo stesso tempo. Finalmente si era reso necessario decidersi a vedere nel capitalismo un patriarcato produttore di merci, e non più semplicemente limitarsi a considerare il dominio patriarcale come un derivato dell'auto-movimento del valore. Considerare come essenziale quella che è la parte dissociata e femminizzata della riproduzione globale capitalistica, non poteva essere ritenuto come se fosse una gentilezza un po' paternalista messa in atto da parte della «grande teoria», ma bisognava strapparla attraverso il conflitto e la polemica, e doveva essere accompagnata dalla sua quota di collera e di rotture. È a partire dall'articolo «Il valore è il maschio», di Roswitha Scholz, pubblicato nel 1992, che si è aperta questa breccia [*7].
In compenso, in questo testo, la teoria della crisi ha già trovato la sua forma pressoché completa: è la crescente sostituzione del lavoro vivente, unica fonte del valore e del plusvalore, per mezzo della tecnologia, che fa «fondere» la sostanza del valore, proprio in Occidente. Come nota retrospettivamente Kurz, è stato solo con il Collasso della modernizzazione che i due sviluppi principali della critica del valore che erano già stati elaborati hanno potuto essere riuniti a livello sistemico: la critica di un «socialismo» fondato sul lavoro astratto e sulla produzione di merci, e la nuova teoria della crisi.
A partire, e a causa dell'età di questo testo il lettore si troverà di fronte a una doppia esigenza: da un lato, dovrà confrontarsi con dei fatti vecchi di trent'anni, che si situano, come abbiamo già detto  prima, tra la caduta del muro di Berlino e il crollo dell'Unione Sovietica. Va sottolineato come il primo venga raccontato al passato e il secondo al futuro. Questo testo dovrebbe quindi essere letto come un documento storico che testimonia una tappa del percorso di una critica sociale che ha sempre avuto come unica intenzione, quella di nuocere alla società delle merci.

- Anselm Jappe e Johannes Vogele - Pubblicato il 25 aprile 2021 - su Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme -

NOTE:

[*1] - Robert Kurz, « Der Kollaps der Modernisierung''- Intervista disponibile su: https://www.exit-online.org/link.php?tabelle=autoren&posnr=168

[*2] - Si veda: Robert Kurz, "La Substance du capital", Paris, L’Échappée, 2019.

[*3] -  Si veda: Nuno Machado, "L’aporie du concept de travail chez Marx : une analyse chronologique",  su Jaggernaut, n°3,"Abolissons le travail !", Albi, Crise & Critique, 2020. E Robert Kurz, "La Substance du capital", op. cit.

[*4] - Per quanto riguarda gli ulteriori sviluppi di Robert Kurz, si rimanda alla recensione di Anselm Jappe del libro di Kurz, "Geld ohne Wert": «Robert Kurz, voyage au cœur des ténèbres du capitalisme», su La Revue des Livres (n°9, janvier 2013): che può essere letto per intero, tradotto in italiano su: https://francosenia.blogspot.com/2013/08/denaro-senza-valore.html. Si veda anche "La Substance du capital", op. cit.

[*5] - Robert Kurz, La Substance du capital, op. cit.

[*6] - Si veda Robert Kurz, "Raison sanglante. Essais pour une critique émancipatrice de la modernité capitaliste et des Lumières bourgeoises", Albi, Crise & Critique, 2021.

[*7] - Roswitha Scholz, « La valeur, c’est le mâle. Thèses sur la socialisation par la valeur et le rapport de genre», in R. Scholz, Le Sexe du capitalisme. « Masculinité » et « féminité » comme piliers du patriarcat producteur de marchandises, Albi, Crise & Critique, 2019.

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

domenica 7 febbraio 2021

Lo Sciame

Nelle ultime settimane, il mercato finanziario mondiale è stato scosso da un movimento in rete: un'operazione coordinata da parte di migliaia di piccoli investitori che, grazie agli strumenti forniti loro dalle reti sociali, dai forum di discussione e dalle App gratuite, hanno comprato azioni di una catena di negozi di giochi (GameStop). Questo gruppo di persone ha messo in atto un braccio di ferro con i grandi fondi speculativi (hedge funds) che avevano puntato al fallimento della catena di negozi. La strategia ha portato ad un innalzamento del prezzo dei titoli della società, mettendo in pericolo gli interessi dei grandi speculatori (che avrebbero guadagnato dal crollo delle azioni). A partire da questa esperienza, ce ne sono state molto altre, anche in Brasile nel confronti di azioni estremamente svalutate dell'Istituto Brasiliano di Riassicurazione (IRB), un organismo colpito sia dalla pandemia che dalle frodi interne, oltre che dalle indagini della Comissão de Valores Mobiliários (CVM). Questa ondata di mobilitazioni, è stata immediatamente salutata come se fosse una litta contro i grandi squali del mercato, a dimostrazione del potere della «moltitudine» nelle reti, come un flash-mob economico e perfino come addirittura un «nuovo fronte della lotta di classe». Tale impressione è stata rafforzata nel momento in cui le reti e i forum utilizzati dagli investitori al dettaglio sono stati bloccati e sono stati controllati gli acquisti da lì partiti: in Brasile, la borsa valori (B3) aveva messo all'asta le azioni dell'IRB.

Hedge Funds, GameStop e i piccoli investitori di Reddit: la grande abbuffata di Blackrock
- A proposito della miseria della critica tronca del capitalismo: quando i critici del mercato diventano speculatori -
di Tomasz Konicz

Gamestop è un fossile, un anacronismo la cui agonia non può essere significativamente prolungata, neppure grazie ai suoi affari con Microsoft. La catena di negozi è specializzata nella compravendita di supporti per giochi per computer. In vista del costante aumento della larghezza di banda di Internet, e in vista della corrispondente espansione delle piattaforme di giochi digitali, come Steam, che stanno eliminando tutta la distribuzione intermedia e la produzione di supporti dati, in quanto fattori di costo, la fine di questa impresa che comprende circa 7.500 filiali sembra essere ormai segnata. Dovrà succedere ad essa ciò che è successo alle grandi catene di videonoleggio, che molto tempo fa hanno dovuto lasciare il posto ai servizi di streaming. La stessa cosa vale anche per la più grande catena di cinema del mondo, AMC Theatres. Cinema? Nell'era di Netflix, del Covid e della crisi climatica. Sul serio?
È abbastanza sorprendente che queste imprese possano resistere così tanto tempo, visto il rapido sviluppo delle forze produttive in tutti i rami della tecnologia dell'informazione. L'implementazione delle più recenti conoscenze tecno-scientifiche nel processo di valorizzazione del capitale, creando nuovi mercati e nuove idee per fare affari, distrugge inevitabilmente settori imprenditoriali superati diventati obsoleti; insieme a quelli che sono i mezzi di sussistenza di tutti coloro che da essi ne dipendono, nella forma del lavoro salariato. Questa «contraddizione in processo», come l'ha chiamata Marx, nel movimento di espansione storica del capitale è una costante. L'economia borghese ama parla di «cambiamento strutturale» della società del lavoro. Perché mai impiegare decine di migliaia di funzionari in delle filiali quando i giocatori possono comprare, nella comodità delle proprie case, i giochi direttamente dalla Nintendo, dalla Sony, da EA o da UbiSoft grazie alle piattaforme Steam, Amazon, Epic Store?
E pertanto, quando un modello imprenditoriale anacronistico smette di essere redditizio, quando le corporazioni che agiscono in questo mercato obsoleto realizzano il cambiamento troppo tardi e si avvicina il loro fallimento, ecco che le iene e gli avvoltoi entrano subito in scena. Agli «investitori» piace comprare a basso costo simili corporazioni in difficoltà, per cannibalizzarle, smantellarle, vendere con profitto le rimanenti azioni e licenziare la maggior parte dei funzionari; se i dipendenti sono fortunati possono ancora negoziare un piano sociale in cui i contribuenti sosterranno il costo di questa liquidazione. Nelle piazze finanziarie, tuttavia, gli hedge funds possono trarre beneficio dalla caduta dei prezzi  di questi candidati al fallimento per mezzo della cosiddetta vendita allo scoperto. In questo caso, lo speculatore del mercato finanziario prende in prestito il titolo in questione, lo vende in borsa e, solo dopo la scadenza del periodo di prestito, lo ricompra grazie ad un acquisto di copertura e lo restituisce al proprietario. Se il prezzo del titolo è sceso, ecco che allora la differenza tra il prezzo del «prestito» e quello della rivendita dell'azione (quando era più alto), da una parte, e dall'altra il prezzo del successivo acquisto di copertura si traduce in un profitto speculativo.
Dal punto di vista degli agenti del mercato finanziario, non importa se i prezzi salgono o scendono. Anche se le imprese entrano in difficoltà finanziarie, o fanno collassare interi mercati,  a partire dalla previsione corretta hanno sempre modo di trarre profitto da simili situazioni. Se i prezzi delle azioni dei candidati al fallimento non crollano, contrariamente al previsto, ci sono problemi per questo tipo di speculazione derivante dalla caduta delle azioni (denominata, nel gergo finanziario, «short selling», «vendita allo scoperto»). Attualmente, per esempio, l'Hedge Fund Melvin Capital sta facendo di tutto per cercare di non affondare, anche se evidentemente aveva realizzato una speculazione corretta sul fallimento di GameStop. La società di servizi finanziari, per la quale i fondi Citadel e Point 72 hanno dovuto concedere iniezioni finanziarie per 2,75 miliardi di dollari, semplicemente non aveva previsto lo sciame su Internet.
Sulla piattaforma sociale Reddit, nel sotto-forum wallstreetbets, che conta quasi 7 milioni di membri, si sono riunite tutte quelle forze che, per motivi diversi, sono ostili alle attività dei grandi marchi insediati a Wall Street. Broker giovani e aggressivi che vogliono semplicemente prendersi una grossa fetta della torta facendo uso dei metodi più brutali possibili, si mischiano tanto agli attivisti di sinistra preoccupati per la redistribuzione della ricchezza, quanto alle persone risultanti dalla decomposizione della destra radicale negli Stati Uniti, dove l'ideologia dei «liberi mercati» viene presa molto sul serio. La confusa missione di democratizzare i mercati finanziari, di punire gli «opportunisti» e i «truffatori» di Wall Street, di ridistribuire il denaro a favore della classe media, costituisce il vago comun denominatore di questo sciame.
Il ventaglio dello spettro politico (che si sta comunque dissolvendo a causa della crisi) che si trova dietro questa azione va dalla socialdemocratica di sinistra Alexandria Ocasio-Cortez al repubblicano texano Ted Cruz; dalla critica tronca di sinistra del capitalismo, che vede nei mercati finanziari una causa fraudolenta della crisi sistemica capitalista, fino all'anarco-capitalismo di destra, che si manifesta, ad esempio, nel movimento libertario negli Stati Uniti, il quale considera il neoliberismo come un tradimento della dottrina pura dei mercati assolutamente liberi. Non è molto difficile, in questa miscela, riconoscere inconsci sentimenti antisemiti.
Questo attivismo dei broker e degli agenti di borsa - caricato politicamente in maniera diffusa - che chiarisce ancora una volta quanto poco i soggetti capitalistici del mercato abbiano bisogno di capire il capitalismo per riuscire ad avere successo , prende di mira la vendita allo scoperto degli hedge funds per varie ragioni. A livello ideologico, una volta stabilita la narrazione che parla di «creatori buoni» e di «malvagi farabutti» del capitale finanziario, si ha come l'impressione che con la vendita allo scoperto, il capitale finanziario starebbe rovinando quelle che sono le imprese buone e sane. Si ignora il fatto evidente, spiegato sopra, che queste speculazioni sono soltanto delle previsioni azzeccate. È una critica al capitalismo a livello di Sahra-Wagenknecht, la quale sente dovunque l'odore degli scarafaggi parassiti del mercato finanziario, le cui macchinazioni succhierebbero il sangue dei bravi e diligenti imprenditori. Il risultato è la sensazione che il capitale finanziario starebbe rovinando intere aziende.
Tra gli eroi dello sciame, nel quale militano anche molti turbo-capitalisti, sono inclusi di conseguenza miliardari come Elon Musk, l'uomo «più ricco» del mondo, che in qualche tweet ha sodalizzato con il movimento e gli ha conferito l'impulso necessario grazie alla presenza in rete del suo sciame personale. Oggi, Musk è in grado di causare egli stesso dei movimenti di mercato, con un tweet, quali l'aumento del prezzo delle azioni dei produttori di giochi che si trovano in difficoltà.
I capitalisti antisindacali come Musk, che ha applaudito al golpe del litio in Bolivia, vengono acclamati dallo sciame, così come avviene con i miliardari asiatici che stanno comprando le azioni di GameStop. Ora, qualsiasi capitalista può elevarsi al rango di figura anti-establishment, basta che mandi i tweet giusti!
Tuttavia, è stato per semplici ragioni pratiche che le vendite allo scoperte sono state il minimo comune denominatore attraverso cui - dopo diversi tentativi andati falliti - lo sciame è riuscito ad accordarsi per riuscire ad eccedere la massa critica di investimenti che ha permesso al fenomeno GameStop di auto-promuoversi, e che ora riguarda altre aziende come la catena di cinema AMC. Lo sciame va semplicemente alla ricerca di azioni contro le quali stanno operando il maggior numero possibile di «shorts»  [posizioni al ribasso], in modo da montare su di esse uno «short squeeze» [ una speculazione diretta contro le vendite allo scoperte che mirano a far salire il prezzo delle azioni ]. Per poterlo fare, non sono necessari investimenti di miliardi di dollari, dal momento che la vendita allo scoperto è, in effetti, il tallone di Achille delle Hedge Funds. Lo «short squeeze» dello Sciame di Internet, è una tattica possibile ed efficace per mettere in difficoltà perfino fondi miliardari. Jaime Rogozinski, il fondatore di wallstreetbets, vede il suo Forum come se fosse addirittura un proseguimento del movimento Occupy Wall Street, che ora sarebbe riuscito a colpire Wall Street là dove fa male; nel caro denaro.
La vendita allo scoperto degli Hedge Funds è ad alto rischio proprio perché anche degli investimenti relativamente piccoli possono far sì che il prezzo delle azioni continui a salire, dato che i fondi coinvolti devono comprare subito le azioni in modo da poter limitare le loro perdite; cosa che innesca una dinamica ascendente che si auto-rafforza da sé sola. Il prezzo delle azioni dell'azienda candidata al fallimento, Game Stop, è passato così, da poco meno di 20 dollari, all'inizio dell'anno, a più di 350 dollari; e questo proprio perché ora gli speculatori coinvolti nella vendita allo scoperto hanno comprato le azioni anche per non affondare completamente. Di conseguenza, ci sono stati diversi fondi che hanno subìto delle perdite significative. Melvin Capital ha dovuto abbandonare le sue speculazioni, mentre Citron Capital, un fondo specializzato in vendite allo scoperto, ha riportato una perdita del 100% del suo capitale di garanzia.
Ma ci si aspetta che saranno molti i fondi che manterranno le loro vendite allo scoperto, ed è per questo che, in ultima analisi, lo «short squeeze» assomiglia ad una battaglia di resistenza tra lo Sciame e il Fondo: riuscirà la massa di piccoli investitori a contenere il prezzo per il tempo che basterà affinché i fondi che hanno scommesso sulla vendita allo scoperto siano costretti ad arrendersi? L'idea distorta che si trova dietro a tutto questo, è quella di riuscire a ridistribuire la ricchezza dall'alto verso il basso attraverso l'attivismo sul mercato finanziario: le perdite miliardarie dei fondi si materializzano, grazie allo «short squeeze», nella ricchezza di tutti i piccoli investitori che improvvisamente si ritrovano a possedere azioni la cui quotazione viene altamente valorizzata. L'unico inconveniente, che qui si manifesta su piccola scala, è il problema del capitale fittizio generato nei mercati finanziari (che non è costituito dalla valorizzazione che avviene grazie al lavoro salariato, ma attraverso la creazione che si realizza sul mercato finanziario); cosa che tra le altre cose rende in gran parte anche la favolosa ricchezza di un Elon Musk solo una rappresentazione contabile. Semplicemente, Musk non può spendere i miliardi che possiede; dal momento che se lo facesse verrebbero svalutati. La situazione è simile a quella avvenuta con lo sciame di GameStop. Non appena un numero sufficiente di attivisti comincia a ottenere i loro profitti, vale a dire, a realizzare il trasferimento di ricchezza dall'alto verso il basso, ecco che la loro ricchezza si dissolve nell'aria, e il prezzo delle azioni crolla.
I vincitori della grande abbuffata di GameStop sarebbero un po' come quelli che arrivano presto e vanno via appena in tempo, mentre il «denaro stupido» - il modo in cui gli Déi di Wall Street chiamano la classe media quando investe - continua a iniettare soldi nello «short squeeze». Per gli Hedge Funds più audaci, sembra sia arrivato il momento di prendere in considerazione una nuova vendita allo scoperto delle azioni GameStop, visto che continuano ad essere sopravvalutate assurdamente di oltre 350$. Inoltre, è anche più probabile che molti speculatori si arrischieranno a investire ben presto in azioni della GameStop e alimenteranno così lo «short squeeze». Si vede già quale sarà uno dei maggiori vincitori : la famigerata impresa di servizi finanziari Blackrock possiede milioni di azioni GameStop, il cui valore di mercato, secondo Reuters, è aumentato di 2,4 miliardi di dollari. In realtà, questa cui stiamo assistendo è una «scorpacciata di Blackrock». Questi speculatori saranno scrupolosi quando sarà il momento di liquidare le loro posizioni? Un altro vincitore è Ryan Cohen, un capitalista che agisce su Internet e che è entrato in GameStop nel mese di agosto comprando azioni per 75,8 milioni di dollari per riallineare l'impresa; e le cui azioni ora valgono 1,3 miliardi$ !
In questo modo, i critici del mercato finanziario tra gli attivisti dello sciame di Reddit stanno lottando uniti, insieme a Blackrock, ai presunti capitalisti di Internet e al golpista antisindacale Elon Musk, contro i venditori allo scoperto, contro gli «short seller», e contro gli Hedge Funds, che vengono dipinti come malvagi «scarafaggi». La dialettica negativa della critica tronca del capitalismo, che vede il mercato finanziario come se fosse il covo e il rifugio di tutti i mali, trasforma gli stessi critici del mercato finanziario in speculatori finanziari. Missione compiuta! La personificazione, negli «scarafaggi», della crisi globale del capitale , la sua riduzione alla sfera finanziaria, può in questo modo, in ultima analisi, essere trasformata in una strategia politicizzata di investimento che ci ricorda quelli che sono stati i primi giorni del capitalismo Kickstarter, quando decine di improbabili imprenditori lanciarono grandi campagne di finanziamento collettivo, soprattutto nel settore giochi, per accumulare così milioni; solo per poi deludere enormemente migliaia di «giocatori-investitori». Il vaporware Star Citizen di Chris Roberts, creatore di Wing Commander, è stato un simbolo da 300 milioni di dollari di questo movimento, il quale pretendeva soprattutto di democratizzare la produzione capitalista di giochi per computer, allo stesso modo in cui ora sta tentando di fare con l'industria finanziaria.
Ciò che sta emergendo qui, è una nuova era di speculazione manipolatrice, quasi «politicizzata», del mercato finanziario, dove dei profittatori si sforzeranno di creare intorno alle loro strategie speculative uno sciame di «denaro stupido». La furia dello Sciame si concentra, tuttavia, sulle discutibili piattaforme che permettono ai piccoli investitori di negoziare le azioni senza alcun costo. La «Trading App» Robinhood, che viene vista nella tradizione del «Movimento Occupy», è di fatto gratuita. Però, allo stesso tempo, essa vende ai grandi squali del mercato finanziario i dati commerciali dei suoi clienti, in cambio di elevate commissioni, dando loro un vantaggio speculativo nel trading ad alta frequenza. Società di servizi finanziari come Citadel, che ha dovuto appoggiare l'Hedge Fund di Melvin Capital, sono tra i maggiori clienti di queste piattaforme azionarie, le cui App,nei titoli ricordano quelli dei giochi per cellulare.
E sono state proprio queste piattaforme a sospendere temporaneamente il trading di azioni GameStop; cosa che molti partecipanti allo Sciame hanno visto come una misura corrotta di protezione a favore dei grandi Hedge Funds, che finora nel gioco del mercato della azioni hanno sempre vinto. Le imprese di Internet, Google o Facebook o Discord hanno agito in modo simile, bloccando o sciogliendo i gruppi di investitori dello Sciame. Per lo meno, lo Sciame comincia a capire che il gioco in Borsa si gioca con carte segnate: i grandi pesci che si muovono nella vasca degli squali, hanno semplicemente un vantaggio informatico.
Il problema, tuttavia, è che i mercati finanziari sotto il capitalismo sono qualcosa di più che un semplice Parco Giochi per gli Hege Funds e per gli altri speculatori. A fronte del processo storico di crisi, che può essere definito come una crisi capitalista di sovrapproduzione, nella quale costanti aumenti di produttività nella produzione delle merci destabilizzano sempre più il sistema mondiale, i mercati finanziari giocano un ruolo fondamentale: da una parte, essi generano una domanda finanziata dal credito per delle merci che diversamente non troverebbero acquirenti; dall'altro lato, la valorizzazione del capitale fittizio corre a tutta velocità per poter compensare la sua valorizzazione sempre più stagnante nella produzione reale di merci.
Il prezzo da pagare per questi decenni di alchimia sul mercato finanziario, è la crescente montagna globale di debiti, insieme alla sempre più crescente intensità delle bolle dei mercati finanziari, che difficilmente possono essere stabilizzate. L'ultima fiammata di crisi, relativa allo scoppio della pandemia dello scorso anno, ha potuto essere stabilizzato con grandi difficoltà e solo grazie al fatto che gli Stati e le Banche Centrali hanno iniettato molte migliaia di miliardi di dollari e di euro nei mercati finanziari assurdamente gonfiati. Il terreno di gioco in cui lo Sciame politicizzato si sta ora formando, come un nuovo attore «dirompente», è anch'esso instabile e poggia, per così dire, su delle fondamenta marce; e sarebbe un'ironia adeguata al tardo capitalismo se una ambigua scommessa su delle azioni di Videogames dovesse scatenare una nuova fiammata di crisi.

- Tomasz Konicz - Pubblicato originariamente in tedesco il 30/1/2021 su The Lower Class Magazine - Pubblicato su o Blog da Boitempo il 4/2/2021 -

Fonte: Blog da Boitempo

venerdì 30 ottobre 2020

Trovare il colpevole !?!

Il soggetto moderno e le ideologie irrazionali, cospirazioniste e isteriche
- di Clément Homs -

Nel corso di quelle che sono le fasi della crisi o della decomposizione del capitalismo, in questi periodi le ideologie diventano particolarmente irrazionali e isteriche, e possono servire da sollievo per la coscienza, la quale può così fare a meno di sottoporre ad un esame critico le proprie condizioni di esistenza. Le ideologie irrazionali ed isteriche, così come quelli che ne sono «oggetto fobico» (le «élite», i «migranti», gli «ebrei» ecc.) provengono da un'angoscia degli individui di fronte alle forme soggettive ed oggettive delle loro condizioni di esistenza. Il principale meccanismo irrazionale è quello del capro espiatorio; una categoria che non può essere utilizzata in maniera trans-storica e che ha bisogno di essere specificata nel contesto delle forme sociali di pratiche storicamente determinate. Anziché mettere in discussione le impersonali strutture sociali capitalistiche - le quali in ogni modo si trovano ad essere state interiorizzate dagli individui come se si trattasse di una «seconda natura» - ecco che la responsabilità di ogni esperienza negativa che è stata vissuta dagli stessi, viene ad essere proiettata su degli individui, su dei gruppi o su delle istituzioni che vengono rese colpevoli di quelle che sono state e sono tutte le disfunzioni del capitalismo.
Questa «Tecnica di Personificazione superficiale dei Problemi e dei Disastri» (Robert Kurz), è un sollievo soggettivo per quegli individui sussunti sotto la forma soggetto, che in questo modo li esonera da ogni analisi critica e dallo svolgere una riflessione sulla totalità sociale, ma è anche allo stesso tempo qualcosa che si trova ad essere oggettivamente radicata nel modo stesso in cui viene fenomenalizzata quella che è l'essenza del capitalismo, attraverso la dicotomia che oppone il concreto all'astratto; cosa questa su cui torneremo ancora più avanti.
Tale tecnica colpisce tutti gli individui - tanto le élite funzionali quanto le diverse classi e strati sociali che sono gli esecutori dei movimenti del «soggetto automatico», di cui costituiscono il fondamento quotidiano. Questi individui - attraverso tali proiezioni superficiali - assimilano e gestiscono, in maniera riflessiva-affermativa e repressiva a partire dall'interno stesso della forma di coscienza adeguata alle relazioni sociali capitalistiche che li modella in quanto «soggetti», le contraddizioni profonde della «seconda natura» capitalistica, che emergono durante il processo di crisi.
«O la base accusa i governanti e gli organi dirigenti di essere degli imbecilli incompetenti» - sottolinea Kurz - «oppure sono quelli ad invertire i ruoli e ad accusare la base di essere inaffidabile, di non voler fare alcuno sforzo, ecc. Nella politica moderna, questo meccanismo di designazione del colpevole costituisce in un certo senso il principio stesso del suo funzionamento. La folla insulta i politici, e i politici insultano la folla. Allo stesso modo, come sappiamo, non c'è nessun partito di opposizione che attribuisca i problemi sociali al sistema politico in quanto tale e al modo di produzione su cui questo sistema si basa, ma sempre al fatto che attualmente al potere ci sono i loro avversari, e che la loro politica è "cattiva"»
Nel capitalismo di emergenza, le ideologie di crisi e le logiche di esclusione sociale che prevalgono, non saranno tanto una conseguenza dell'oggettività della posizione delle classi sociali  viste nella loro condizione di produttrici di ideologie necessarie e specifiche, quanto piuttosto del modo in cui questa oggettività esplode in ciascun singolo individuo; quale che sia la sua data posizione, l'esperienza negativa della crisi della forma del soggetto del lavoro, del diritto, della politica, della nazione, dei diritti sociali, ecc. che egli ha interiorizzato, o da cui è stato escluso in quanto dichiarato superfluo.
Questa interiorizzazione soggettiva, da un lato, risponde a tutto un insieme di fattori sociali determinanti che vanno dal contesto sociale di crisi e arrivano al modo in cui l'essenza del capitalismo si manifesta in quelle che sono le sue forme fenomeniche (che lo esprimono allo stesso tempo in cui lo dissimulano), passando per la costituzione di un sistema di disposizioni  incorporate nell'habitus sociale, nel senso in cui lo intende Bourdieu, e che costituiscono la forma del soggetto moderno; il quale fa sì che, a partire da queste determinazioni derivate (come se si trattasse di una stratificazione geologica) e collegate alle diverse «maschere di carattere», gli individui indossino in qualità di «portatori» ed «esecutori» viventi della logica feticista della valorizzazione. La soggettivazione dell'esperienza negativa della sofferenza sociale vissuta dall'individuo sotto il capitalismo di crisi, dipende anche dall'interiorità degli individui. Un'interiorità che non viene soppressa dall'incorporazione delle strutture e dalla sussunzione dell'individuo sotto la forma del soggetto. Qui - in forza della modellazione specifica dell'individuo fin dalla sua più giovane età e del fatto della sua possibilità di non indentificarsi con tutto ciò che egli fa in quanto «esecutore» della teleologia dell'accumulazione del capitale - la singolarità individuale gioca un ruolo perfino anche quando una tale «interiorità è fragile, solitaria e velleitaria, e fa continuamente riferimento alla sua propria impotenza».

Estratto da: Clément Homs, "I mastini del popolo e del capitale. Tesi sui populismi che portano alla costruzione della crisi nella dinamica del capitalismo"; in Jaggernaut n°1, Editions Crise & Critique, 2019

domenica 4 febbraio 2018

Critica Profonda

kurz critica radical clovis renat1o

La nuova simultaneità storica
- La fine della modernizzazione e l'inizio di un'altra storia mondiale -
  di Robert Kurz

Il dibattito sulla globalizzazione sembra essere arrivato attualmente ad una fase di esaurimento. Ciò non è dovuto ad un'estenuazione del processo sottostante ma alla mancanza d'aria per nuove idee interpretative. Quasi nessuno osa parlare della fine della storia della modernizzazione. È certo che intanto sono state scritte intere biblioteche a proposito della globalizzazione del capitale (la dispersione transnazionale delle funzioni economiche) che dissolve la separazione tra economia nazionale e mercato mondiale, e, con ciò, tutto il quadro di riferimento anteriore. Ma finora le conseguenze da trarre da questo riconoscimento il più delle volte sono state ritardate. I vecchi concetti continuano a rimorchio, sebbene non corrispondano più alla nuova realtà.
Per molto tempo è stato considerato come la summa della riflessione teorica far valere la particolarità nazionale di fronte all'universalità astratta del moderno modo di produzione capitalista. Negli anni '70, il cosiddetto eurocomunismo affermava che la teoria marxista era stata spesso troppo universale e, quindi, doveva "essere finalmente concretizzata" in termini nazionali, allo scopo di creare un socialismo popolare con i "colori" della Francia, della  Germania, dell'Italia ecc. Ma quest'enunciato era già reazionario nel momento stesso della sua formulazione. Nel processo della globalizzazione la relazione è stata finalmente invertita. La particolarità nazionale stessa è diventata una vuota astrazione, ancora presente, certamente, ma come sedimento di un'epoca trascorsa. La storia è nazionale solamente a titolo di una storia del passato ma non più del futuro. D'ora in poi non ci sarà più una storia francese, tedesca, brasiliana, cinese... La concrezione storica nello spazio di riferimento immediato della società mondiale non si riferirà più nel futuro alle particolarità ed ai contesti nazionali, ma a quelli transnazionali. Ciò si applica anche (e direttamente) a identità culturali, movimenti sociali e conflitti "post-politici".
La comunità nazionale violentata non è, tuttavia, la sola essenziale caratteristica dell'epoca passata che diventa obsoleta. La struttura spaziale delle particolarità nazionali reciprocamente delimitate era incatenata anche ad una struttura temporanea di fasi dello sviluppo capitalista reciprocamente delimitate. L'universo delle nazioni era un universo di non-simultaneità storica. Dal momento che il moderno sistema produttore di merci non si estese gradualmente che a partire dall'Europa nei secoli XIX e XX, le diverse fasi del capitalismo si susseguivano immediatamente le une accanto alle altre.
Ciò che era ancora il futuro per gli uni, era il presente per gli altri o il passato immediato. Questo dislivello del tempo storico ha da sé prodotto il paradigma dello "sviluppo", che nelle categorie capitaliste si presentava come una corsa di recupero dei ritardatari storici. Gran Bretagna, Germania e altri paesi continentali europei sono passati nel XIX secolo per una "modernizzazione di recupero" simile; nel XX secolo, di fronte all'occidente, la Russia, la Cina ed i paesi ex coloniali del sud globale si sono limitati a ripetere la stessa cosa. La nazione qui era lo spazio specifico della non-simultaneità storica.

Anche il movimento operaio occidentale classico era determinato da un paradigma analogo; solo che qui la "modernizzazione di recupero" non si riferiva, o perlomeno non in prima istanza, alla posizione della propria nazione di fronte al le nazioni più avanzate, ma soprattutto alla posizione giuridica e politica del lavoratore salariato di fronte alle altri classi sociali all'interno della stessa nazione. Era in gioco il "riconoscimento" dei salariati come  soggetti giuridici della loro forza lavoro e come pieni cittadini. Il diritto di voto universale ed uguale, l'uguaglianza giuridica delle donne, il diritto di sciopero, la libertà di associazione, la libertà di riunione e l'autonomia nella negoziazione salariale erano contenuti importanti di questa "modernizzazione di recupero" legata alle relazioni sociali interne, che si conseguì solo, negli stessi paesi occidentali più avanzati, nel corso del XX secolo. Il riconoscimento esterno dei ritardatari storici dell'est e del sud come nazioni nel mercato mondiale corrispondeva al riconoscimento politico e giuridico interno dei salariati come cittadini e soggetti del diritto. Ma questo riconoscimento è stato, in un certo senso, una trappola storica. Man mano che le società delle diverse regioni mondiali venivano confermate e fissate come soggetti formali del capitalismo, i salariati erano intanto inevitabilmente condannati anche alle forme nazionali e sociali del moderno sistema produttore di merci. Così come gli Stati della "modernizzazione di recupero" anche i partiti operai e i sindacati nazionali patirono una mutazione, trasformandosi negli esecutori delle false "leggi naturali" di questo sistema. Sotto le condizioni della globalizzazione non resta a tutti loro niente più che amministrare in maniera più o meno repressiva la crisi capitalista. Quello che la socialdemocrazia aveva già esercitato a partire dalla Prima Guerra Mondiale si ripete ora su scala globale.
Talvolta si pensa che questo sviluppo negativo ha impallidito la gloria della "liberazione nazionale" e dei partiti operai nazionali. In un certo modo è anche così. In tutto il mondo arde una forte insoddisfazione verso le istanze politiche della sinistra tradizionale in quanto hanno perso completamente la loro qualità di opposizione esattamente nell'ora della nuova crisi mondiale, dal momento che permasero legate ai paradigmi della "modernizzazione di recupero", già svuotati di sostanza. Però questi paradigmi sono tanto profondamente radicati che continuano a essere effettivi anche tra gli insoddisfatti. C'è qualcosa di fantasmatico nel modo in cui la nuova opposizione dirigendosi contro la ex-opposizione entrata nella rappresentazione del sistema dominante, si attiene ciecamente ai modelli obsoleti del sommerso universo della non-simultaneità. La critica alla co-amministrazione della crisi, alla quale partecipano gli antichi movimenti di liberazione nazionale e i partiti operai tradizionali che hanno raggiunto la partecipazione al potere, si rivela così labile e non molto credibile poiché pretende ripetere nel contenuto, ancora una volta, ciò che è obiettivamente naufragato da molto tempo.
Questo è più vistoso nel movimento mondiale contro la globalizzazione, con le sue proteste, i suoi forum sociali e le sue conferenze a Porto Alegre, Parigi, Berlino ecc. Questo movimento, da un lato è organizzato in forma transnazionale, ma dall'altro, paradossalmente, conta da una parte dei suoi membri, con articolazioni partitiche nazionali prossime ai gruppi che operano nella sfera transnazionale; tra loro si trovano anche coloro le cui organizzazioni madri si trovano nel governo ed effettuano esattamente quelle "leggi economiche" contro i cui effetti lotta il movimento sociale globale.
Però è il contenuto della maggior parte delle rivendicazioni ciò che rimane completamente estraneo al processo della globalizzazione. Parzialmente transnazionale, perlomeno nella sua forma, il movimento vorrebbe raggiungere una "regolazione politica" dei mercati finanziari e delle condizioni generali della produzione di merci e della distribuzione, sebbene la logica di una tale regolazione era legata al quadro dello Stato nazionale.
Pertanto si chiede di rianimare, a partire da questo stesso momento nell'ambito globale, esattamente il procedimento che già è naufragato storicamente nell'ambito dello Stato nazionale, l'unico adeguato per questo. È un'opzione irrimediabilmente anacronistica e irreale.
 
Questa critica riduttrice parte implicitamente dal fatto che le società potrebbero ancora "crescere" nel quadro della modernità borghese, sebbene la globalizzazione e la terza rivoluzione industriale abbiano già fatto esplodere questo quadro. Ciò si applica anche alle ipotesi economiche e filosofiche di fondo, che si rivelano anch'esse anacronistiche. Dal punto di vista economico, si tratta dell'aspettativa che la massa gigantesca di forza di lavoro globale ed economica rappresenterebbe ancora una riserva per la valorizzazione del capitale, non mantenendosi ora nella forma di uno sviluppo nazionale ma in quella del capitale globalizzato transnazionale. Gli uni sperano e gli altri temono che possa sorgere da qui ancora un'era di espansione tradizionale. In parte quest'alternativa poggia sul concetto di "media produttività sociale". Questa media di scientifizzazione della produzione è relativamente alta nei paesi capitalistici sviluppati e relativamente bassa nei paesi della periferia. Si spera quindi che con la globalizzazione crescente si produca una nuova media di produttività in ambito mondiale, che sia più basso comparato all'attuale media occidentale e più alto rispetto a quella dell'est e del sud. Sulla base di questo nuovo standard si crede possa essere possibile assorbire una parte considerevole della riserva momentaneamente inutilizzata della forza di lavoro globale nel processo di valorizzazione del capitale.
Ma questo calcolo non funziona. Come si misura la media della produttività? Esso si misura in accordo con il grado medio della scientifizzazione tecnologica della produzione. Tuttavia è decisivo il quadro a cui si riferisce questa media. È inequivocabilmente il quadro economico-nazionale della produzione sociale. Solo nello spazio interno di un'economia nazionale si applicano le condizioni-limite comuni che possono produrre, in modo generale, qualcosa di simile a una "media sociale". Ne fanno parte un livello comune di  sviluppo dell'infrastruttura, del sistema d'istruzione ecc. Nel quadro del mercato mondiale, tuttavia, non esistono condizioni-limite comuni di questo tipo. Per questa ragione non si può stabilire neppure un livello medio globale di produttività. La relazione delle nazioni o delle regioni mondiali nel mercato mondiale non presenta alcuna analogia con le imprese all'interno di un'economia nazionale. In questo modo, nel quadro globale si impone inevitabilmente il livello di produttività dei paesi industrializzati più vecchi d'occidente, i più sviluppati in termini capitalisti. Nella stessa misura in cui lo spazio nazionale diventa obiettivamente obsoleto a causa della globalizzazione, questo livello segna il criterio globale immediato e senza filtro per tutti i partecipanti del mercato. È illusoria la speranza che, in nuovo sistema transnazionale di riferimenti, la media di produttività sociale arrivi a diminuire e che la forza di lavoro non utilizzata si articoli di nuovo più facilmente nella produzione.
Nell'aspetto filosofico, un'aspettativa analogamente anacronistica determina il pensiero degli insoddisfatti. Perché la filosofia del cosiddetto Illuminismo, i cui fondamenti furono collocati nel XVIII secolo, è ancora considerata l'orizzonte insormontabile delle idee. Si pretende che il mondo possa, anche in questo senso, continuare ancora a svilupparsi nel quadro della modernità borghese. Quanto a ciò, la nuova opposizione non fa alcun decisivo passo più in là rispetto alla vecchia. Ma il paradigma dell'Illuminismo è esaurito quanto l'economia del sistema moderno produttore di merci, di cui era semplicemente l'espressione filosofica.
Le idee illuministe centrali di "libertà", "uguaglianza" e "auto-responsabilità" dell'"individuo autonomo" sono, secondo il loro concetto, ritagliate su misura per la forma capitalista del soggetto del "lavoro astratto" (Marx), dell'economia imprenditoriale, del mercato totalitario e della concorrenza universale. Libertà ed uguaglianza nel senso dell'Illuminismo furono sempre identiche all'auto-sottomissione degli uomini alle forme sociali del sistema capitalista.

La lotta del movimento operaio classico e dei movimenti di liberazione nazionale per il "riconoscimento" giuridico e politico poteva appellarsi alla filosofia dell'Illuminismo poiché non aveva altro obiettivo se non quello di entrare e crescere in queste forme, la cui condizione-limite sociale fu formata per mezzo della nazione esattamente come nell'aspetto economico. Ci sono soltanto sistemi nazionali di diritto borghese. All'esplodere del quadro nazionale, la globalizzazione rende obsoleta non soltanto la forma economica, ma anche la forma giuridica e politica del soggetto borghese. Con ciò la filosofia dell'Illuminismo è storicamente terminata. Non ha alcun senso invocare di nuovo l'idealismo borghese poiché per questa specie di libertà non c'è più alcuno spazio di emancipazione. Ciò si applica anche alle regioni mondiali che non sono mai andate oltre gli esordi dittatoriali dell'universalizzazione della forma moderna del soggetto. Così come la produttività economica anche la soggettività borghese si misura sullo standard globale omogeneo, dove la maggior parte degli esseri umani non rientra. Evidentemente il nuovo movimento sociale in tutto il mondo non ha ancora preso coscienza di queste condizioni. La costituzione delle strutture transnazionali del capitale è identica ad un'epoca di simultaneità storica. Malgrado le situazioni dal punto di partenza, ereditate del passato, siano distinte, i problemi del futuro possono essere formulati soltanto come problemi comuni a una
società mondiale immediata. D'accordo tanto con la forma quanto nel contenuto i vecchi paradigmi della sinistra sono obsoleti: nazione, regolazione politica, riconoscimento borghese, Illuminismo. La critica deve essere più profonda e comprendere i presupposti repressivi di questi concetti invece di reclamarne gli ideali. In caso contrario cade nel vuoto senza alcuno effetto.

- Robert Kurz - Pubblicato su Folha de Sao Paulo il 25 gennaio 2004 -

fonte: HomoLaicus

giovedì 1 febbraio 2018

Uova latte e lana?!?

cunha

«Scientificamente, viene chiamato "antropocene" il periodo della storia della Terra dominato dall'uomo, dove l'uomo esercita un controllo sempre più grande sui cicli naturali.  Daniel Cunha, nel saggio "L'antropocene come feticismo", dimostra l'insostenibilità di tale concetto: non è l'uomo in sé, bensì il capitalismo, nella sua dinamica distruttiva che porta alla distruzione dell'ambiente su scala planetaria. Quindi non si può parlare in alcun modo di controllo, in quanto la dinamica cieca della valorizzazione capitalista è esattamente il contrario di un controllo sociale cosciente. E' nella "geo-ingegneria" che diventa particolarmente chiara la follia della "razionalità" capitalista, o il moderno dominio della natura, il quale intende la natura sempre come un substrato per la valorizzazione del capitale (almeno nel senso della scienza applicata all'economia di impresa) e vuole ipotecare un ambiente abitabile domani agli interessi lucrativi oggi. L'autore mostra le perturbazioni del cicli globali del capitalismo e delinea diverse "contromisure" ormai inutili (come il regime di controllo delle emissioni) che, di fatto, hanno fallito completamente, in quanto non affrontano il problema reale né le sue cause. E' proprio questo fine in sé della valorizzazione del capitale che bisogna far saltare, se l'umanità vuole vivere un futuro in termini di ambiente naturale degno di esser vissuto.» (Riassunto tratto dalla Rivista EXIT! n°13)

L'antropocene come Feticismo
- Postfazione di Thomas Meyer -

Leggere a proposito della catastrofe climatica a venire, nell'indifferente provoca uno sbadiglio dettato dalla noia: si è già sentito tutto ed è già successo tutto, ma di regola non si vede proprio niente. A partire dalle notizie, di certo già sentite molte volte, a proposito del fatto che abbiamo di nuovo a che fare con il mese più torrido che ci sia mai stato da quando esiste un registro metereologico, la vita ignorante continua nella sua falsità, come sempre apparentemente "normale". Ma questa normalità immaginaria si basa appunto solo sull'ignoranza del soggetto narcisista della postmodernità, che arriva senza dubbio ad immaginare diverse fini del mondo, ma, dall'altro lato, non riesce a pensare niente di più plausibile del fatto che il mondo deve essere finanziabile, costi quel che costi! Il denaro, come si sa, non manca.
Naturalmente, anche aprire il giornale e leggere del capitalismo e delle catastrofi che ha scatenato, nemmeno questa è una novità. Vale tuttavia la pena affrontare la questione in maniera più dettagliata. Il testo di Daniel Cuhna cerca di sviluppare, nei termini della critica del valore, il problema del dominio capitalista della natura, insieme alle questioni a tale dominio associate - in maniera diversa rispetto a come hanno fatto Adorno e Horkheimer ne La Dialettica dell'Illuminismo, in cui anche essi tendono alla mitologia, riferendosi sempre alla valorizzazione del valore realmente capitalista. Qui diventa importante anche non solo muoversi sul piano della logica del capitale, ma è necessario arricchire tale piano con la corrispondente empiria e, simultaneamente, inserire l'empiria all'interno di un contesto di teoria sociale, in quanto solo così diventa realmente comprensibile. Dal momento che, sotto quest'aspetto, non ci si può aspettare niente da parte del lavoro accademico ufficiale, occuparsene è compito della teoria critica della società. Qui diventa ancora più importante essere a conoscenza delle elaborazioni degli altri a proposito di tali questioni (come, ad esempio, le alterazioni climatiche, il capitalismo agricolo, la produzione di plastica [*1] ed il trasporto individuale), e che in tal modo continui a svilupparsi il discorso corrispondente: ovviamente, con la segreta speranza che i punti di vista che ne risultano si diffondano anche al di là della ristretta cerchia degli intellettuali critici di sinistra.

Per quanto sia interessante, il testo di Daniel Cunha presenta tuttavia alcuni aspetti problematici, che esigono da parte mia un commento critico.
Il modo in cui si produce nel capitalismo non è guidato dalle necessità delle persone, né tanto meno da criteri di sostenibilità ecologica. Sebbene Cunha affermi giustamente che il processo di valorizzazione capitalista determini i contenuti della produzione ed il processo stesso di produzione, egli affronta in maniera acritica quelli che sono alcuni risultati tecnologici del capitalismo. In realtà, Cunha osserva che i mezzi di produzione e i processi di produzione dovrebbero essere radicalmente riformulati, in maniera che possano finalmente diventare arte - vale a dire, qualcosa di decisamente diverso; ma l'esagerato ottimismo che troviamo alla fine del su testo appare in contraddizione con questo, sembra essere fuori luogo.
È il caso questo, per esempio, dell'automazione. Come viene spiegato nel testo, nel capitalismo essa non serve a risparmiare lavoro, per poter così facilitare la vita. Ma ciò significa che - quando sarà stato abolito il capitalismo - questo non vuol dire che tutti i settori che finora sono stati automatizzati continueranno così. Per esempio. c'è l'idea, da parte di Google fra gli altri, di automatizzare la circolazione delle automobili, per poter così risparmiare sui "costi del personale" delle imprese di logistica e di taxi (cfr. Boris Mayer, "Roboter in straßenverkehr"[“Robot sulla strada”], in Jungle World nº 29/2015). Inoltre su molti siti si parla di "robot carers" [robot badanti(!)] per gli anziani e di "robot didattici"(!) per gli studenti; inoltre, a Nagasaki è stato costruito il primo albergo robotizzato(!), dove il trasporto dei bagagli, l'accoglienza degli ospiti ecc. vengono svolti da robot. Ovviamente, tutto questo serve alla "riduzione dei costi". Qui diventa chiaro che è il capitalismo ad emanciparsi sempre più dalle persone, piuttosto che essere le persone ad emanciparsi dal capitalismo.
Se e in che misura si devono modificare i risultati del capitalismo, se devono essere fondamentalmente mantenuti oppure aboliti, non può essere deciso in anticipo, ma lo si può fare solo sempre in concreto. La "cura delle persone" automatizzata non è certamente auspicabile, ma nel caso dell'estrazione mineraria automatizzata ecco che la cosa diventa già differente. Quando il capitalismo sarà stato abolito, e non ci sarà più alcuna coercizione al fine di aumentare la produttività indipendentemente dal contenuto, dai bisogni, ecc., a quel punto questo vorrà anche dire che in una società comunista possono esistere, parallelamente, fianco a fianco, differenti livelli di produttività, e che quindi non esisterà più un "pregiudizio morale" (Marx). Certo, ha del tutto senso produrre automaticamente molte sedie e produrle rapidamente se è necessario; ma, d'altra parte, non c'è niente contro il fatto che si costruiscano sedie in maniera più "tradizionale", per il gusto di farlo, per il piacere estetico, per il piacere di voler svolgere un lavoro manuale. Siamo noi ad usare la tecnica come una nostra capacità e secondo una nostra decisione, e non è essa ad usarci, semplicemente per il fatto che "c'è". Ma questo ne consegue anche che l'automazione non è semplicemente qualcosa che è benvenuta, e pertanto è sbagliato dire che dovrebbe solamente essere liberata dal giogo del capitale. Suona un po' come quella frase del vecchio marxismo, secondo la quale il capitalismo "decadente" blocca lo sviluppo delle forze produttive, e nel comunismo, al contrario, queste forze produttive potrebbero finalmente svilupparsi pienamente. Appropriarsi di quello che si costituisce in forma alienata, come avviene nell'elaborazione di Cunha, tuttavia può anche voler semplicemente abolirlo (in tutto o in parte).

È sicuramente vero che il capitalismo reprime oppure occulta il potenziale umano (specialmente per quel che dice riguardo la solidarietà e la cooperazione sociale), ma è ingenuo scrivere che con l'abolizione del capitalismo questo potenziale verrebbe semplicemente liberato. Poiché, in primo luogo, il capitalismo ha portato un determinato potenziale umano al suo pieno sviluppo, facendolo al servizio della valorizzazione del valore, con delle conseguenze che sono in parte estremamente fatali, in maniera tale che questa capacità dovrebbe innanzitutto essere ridotta o abolita, e in nessun modo "liberata", e poi, in secondo luogo, solo dopo verranno scoperti e sviluppati, al di là della valorizzazione del valore, i percorsi e le attitudini, viste come "alternative umane" (Bini Adamczak), poiché non esistono delle cose che si trovano semplicemente "incrostate" nel capitalismo.
L'autore parla anche del dominio capitalista sulla natura, con le sue conseguenze distruttive, che raggiungono il loro punto più alto con la perversione della geo-ingegneria. Ma, non appena l'umanità si trovasse ad essere libera dalla valorizzazione del valore e dalla sua ragione strumentale, potrebbe sembrare che il dominio della natura ed il controllo dei circuiti planetari che mirano all'onnipotenza non costituirebbe più alcun problema. Neanche la geo-ingegneria, sebbene anche nel comunismo la dinamica del clima potrebbe costituire un problema assai complicato e per niente lineare, continuerebbe ad essere troppo rischiosa.
Certamente, anche nel comunismo ci sarà una forma di dominio sulla natura che, tuttavia, sarà fondamentalmente diversa da quello esistente nel capitalismo. Sarà un dominio della natura che non astrarrà dai bisogni umani e dai bisogni della natura, né dalla logica propria ai suoi diversi sottosistemi e, pertanto, non verrà usata come se fosse un mero substrato per la realizzazione del valore - contrariamente a come avviene nel capitalismo. Dall'altro lato, sarebbe ingenuo immaginare la futura relazione uomo-natura come se si trattasse di una riconciliazione fra di essi, o anche nel senso di un'armonia, così come viene esposta nelle ridicole fantasie di un Charles Fourier; poiché ciò significherebbe presupporre che la natura di per sé ci vuole bene, e che essa sarebbe dotata di una volontà che terrebbe conto delle nostre necessità. Al più tardi, quando qualcuno venisse infettato da un virus mortale, si dovrebbe constatare che la riconciliazione non è possibile (a meno che per riconciliazione non si debba intendere sostenibilità ecologica, ma non sembra che sia questo quello che Cunha vuole dire).
Il dominio sulla natura - mirando all'onnipotenza - ed il suo presunto opposto - l'illusione di un'armonia nella e con la natura, in cui anche il leone verrebbe geneticamente "riprogrammato" come vegano - sono, a mio avviso, le due facce della stessa moneta. Il soggetto borghese, vale a dire, androcentrico si sforza di sottomettere tutta la natura, e pertanto anche sé stesso, in maniera tale che possa funzionare da substrato della valorizzazione del valore. Una volta che la valorizzazione del valore non ha limiti, anche il corrispondente dominio della natura non può conoscere limiti: da qui il dominio sulla natura che mira all'onnipotenza.

Ma, dall'altro lato, il soggetto riesce ad arrivare a questo solo per mezzo della dissociazione di tutti quegli aspetti che non possono essere assorbiti all'interno della forma valore, e questa dissociazione diventa quindi una "femminilità" immaginata che nel momento in cui le si contrappone, a sua volta, deve semplicemente incarnare di nuovo la natura, una "natura" contrapposta a sé stessa, come se fosse un Altro di per sé curativo; la "natura" vista come «scrofa che depone le uova e che produce latte e lana» [*2] per il soggetto androcentrico: quindi, la natura vista come struttura armoniosa immaginata.
Inoltre, è particolarmente doloroso che Cunha promuova le fantasie della creazione genetica. Anche qui, forse sarebbe auspicabile creare carne senza passare dalla "deviazione" attraverso l'animale, ma se questo venisse inteso come sostituzione dell'allevamento del bestiame in generale, in tal caso la cosa avrebbe delle conseguenze ecologiche catastrofiche, come viene mostrato da Anita Idel, nel suo libro "Die Kuh ist kein Klimakiller"[Non è la mucca l'assassina del clima] [*3] (per evitare malintesi, per allevamento di bestiame, qui non si intende allevamento industriale intensivo). Anche rispetto a questo punto, si vede nuovamente l'ingenuo ottimismo del progresso tecnologico. Nel mondo dell'ingegneria genetica, del resto, simili scenari di creazione sono stati programmati, per esempio, con frutta e legumi coltivati in gigantesche fabbriche bio-tecnologiche, con l'obiettivo di razionalizzare la professione contadina (!) (cfr. Jeremy Rifkin, "Das biotechnische Zeitalter" ["L'era della biotcnologia"], 1998). Che in ogni caso questo avvenga nell'agro-capitalismo globale, viene dimostrato, ad esempio, da Walden Bello, nel suo libro "The Food Wars" (2009), e da Peter Jonas, nel suo saggio “Jenseits der Agrarrevolution” ["Oltre la rivoluzione agraria"], apparso sulla rivista Kosmprolet n°3.
Va anche sottolineato criticamente il fatto che in alcuni punti Cunha attribuisce al tasso di interesse un effetto socialmente determinante. Forse intende dire che il profitto esasperato è il fattore determinante per la produzione. Ma, dal momento che oggi la produzione può avere difficilmente inizio senza credito, il tasso di interesse può perciò essere visto come espressione del plusvalore o come espressione del profitto atteso. Si tratta, tuttavia, di una formulazione infelice, che può portare a dei malintesi (a proposito del "nuovo capitale finanziario" e del suo ruolo nella crisi del sistema produttore di merci, si veda: Robert Kurz, "Das weltkapital. globalisierung und innere schranken des modernen warenproduzierenden systems" ["Il capitale mondiale. Globalizzazione e limiti interni del moderno sistema produttore di merci"], Berlino, 2005).
In sintesi, si può constatare che gli aspetti da criticare nel testo di Cunha possono in parte essere dovuti al fatto che Cunha, a mio avviso, sia sia orientato, in termini di critica del valore, più verso Moishe Postone e, pertanto, anche verso i suoi deficit teorici. Da tutto ciò, quello che emerge è una critica del valore riduttiva ed androcentrica che può essere espressa nel dominio sulla natura, e di conseguenza non problematizzata per quanto riguarda l'ottimismo tecnologico che ne può derivare.

- Thomas Meyer - Originariamente pubblicato su "Mediations – Journal of the Marxist Literary Group", Chicago, v. 28, n. 2, Spring 2015

NOTE:

[*1] - Si veda sul tema: Gerhard Pretting, Werner Boote, "Plastic Planet – Die dunkle Seite der Kunststoffe" ["Plastic Planet - Il lato oscuro della plastica"], Orange Press, 2014. Gli autori dimostrano le conseguenze estremamente allarmanti dovute alla produzione di plastica, a partire dall'inquinamento onnipresente delle montagne di rifiuti globali e dal "continente di rifiuto" nel Pacifico, per arrivare all'ingresso nella catena alimentare di minuscole particelle di plastica. A tutto questo, si aggiunge il fatto che la plastica contiene molte sostanze che vi sono dissolte, come ad esempio i cosiddetti "plastificanti", che si depositano nei corpo e possono causare nelle persone e negli animali cancro e sterilità. Gli autori sottolineano anche il debole effetto delle diverse misure adottate post festum dallo Stato, vale a dire, senza che venga toccato il processo produttivo. Quello che non riescono a chiarire, a causa della mancanza dei presupposti della critica dell'economia, è da dove provenga l'enorme "necessità" della plastica, e perché il suo utilizzo sia in continua crescita.

[*2] - Qui viene tradotta letteralmente l'espressione idiomatica tedesca "eierlegendes und milchgebendes Wollschwein"

[*3] - Il libro di Anita Idel (dal sottotitolo: "Come l'agro-industria sta devastando la Terra e che cosa possiamo fare contro tutto questo")D è un testo eccellente, anche contro l'ideologia del veganesimo politico.

fonte: EXIT! CRISE E CRÍTICA DA SOCIEDADE DAS MERCADORIAS