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domenica 12 maggio 2024

Stata attenti !!

Il lavoro
- di Roger Belbéoch -

Per tutti, il lavoro rappresenta la maggior preoccupazione, sia che gli si dedichino tutte le proprie energie, come vuole la morale, sia che si voglia sfuggirgli, in quanto attività faticosa e noiosa. Da diversi decenni "il bambino" è stato ritirato dal circuito produttivo, ma questo non significa che rimanga estraneo al lavoro. In definitiva, tutta l'istruzione rimane solo un apprendistato in quello che è il proprio ruolo di futuro produttore. Nei genitori, la preoccupazione dominante è quella di sapere quale posto occuperà il figlio nella produzione, senza preoccuparsi molto dello stato in cui ci arriverà. Ed è pertanto in relazione al lavoro che, per noi, si deve giudicare una società o un progetto di trasformazione sociale. La prima osservazione che va fatta riguarda le stesse parole che vengono usate. In tutte le società a noi vicine, esistono molte parole per designare questo genere di attività: fare, produrre, lavorare, costruire, ecc. A volte viene persino aggiunto il nome dell'oggetto trasformato, ma non sempre è necessario. Inoltre,  man mano che le nostre società si sviluppano questo è diventato sempre meno necessario, poiché è solo l'attività che sembra avere un interesse, o un significato. Abbiamo pochissime parole che designino sia l'attività di trasformazione che l'oggetto trasformato, e queste parole tendono a scomparire dal linguaggio. La struttura analitica del nostro linguaggio riflette e rafforza la separazione del lavoro, ci mantiene in una condizione di pensare nella quale questa separazione viene ritenuta (quando non è semplicemente inconscia) come se fosse un fatto naturale, quasi biologico del genere umano. E' quindi per noi assai difficile uscire da un simile quadro e immaginare una società in cui tale separazione non esista. Tuttavia, non c'è nulla di naturale in questa separazione. Alcune società non l'hanno mai adottata come base per le loro strutture. In esse, non vi ritroviamo quelle parole generali che designano l'attività produttiva indipendentemente dagli oggetti prodotti. Il loro linguaggio riflette piuttosto una vita nella quale produzione e prodotti non sono separati. Naturalmente, si dice che queste società sarebbero primitive. Non si tratta di prendere questa o quella tribù indiana o africana come modello sociale perfetto. Quando ne parliamo, si tratta piuttosto di rendersi conto che gli uomini hanno creato un gran numero di strutture sociali assai diverse. Ragion per cui, non siamo perciò limitati da quelle che sarebbero leggi naturali fondamentali. Il lavoro, nella forma che conosciamo, è essenziale per il "buon" funzionamento della nostra società. L'ideologia, quali che siano i suoi aspetti, tende a convincerci della normalità di questa attività. Oggi, sta trovando sempre più difficile svolgere il suo ruolo, perché mentre la nostra società "migliora" e razionalizza questa attività, la reazione normale degli individui diventa sempre più quella di rifiutarla. Per molto tempo abbiamo cercato di convincere le persone che il lavoro era il fondamento della virtù, dell'onestà, della rispettabilità, dell'equilibrio. Era ed è sempre più spietatamente separato dal piacere. Pertanto, l'enorme desiderio che i bambini hanno dentro di sé di scoprire, di conoscere, di integrarsi con tutti i loro sensi negli oggetti che li circondano, di legare la loro attività utilitaristica alla totalità della loro vita quotidiana, questo desiderio deve essere rapidamente spezzato. Di questo, se i genitori non l'hanno già fatto, se ne occupa la scuola.  Ma al momento i risultati non sono granché, e i problemi di rifiuto diventano sempre più evidenti; la società rischia di esaurire le pattumiere in cui infilare tutti i suoi squilibrati. Tuttavia, sebbene sia sempre più violenta, la rivolta non riesce ancora a liberarsi facilmente del quadro ideologico che per secoli abbiamo dovuto sopportare. E' pronta ad adattarsi all'illusione tecnocratica, a patto che quest'ultima ci metta un po' di buona volontà. Il godimento che il lavoro dispensa in tutte le società industriali - o in quelle che aspirano a diventarlo - può esistere solo attraverso l'intermediazione del denaro. L'operaio non beneficia mai direttamente del suo lavoro, egli può trarre profitto solo dalle merci che compra con il suo denaro. Più la società si perfeziona, più complicato e incomprensibile diventa il circuito tra il godimento e l'atto produttivo. I mestieri, con il loro cortocircuito, tendono a scomparire. Il divertimento viene sempre rimandato. Il presente è sempre meno interessante, conta solo il futuro. La vita è sempre più divisa in momenti il cui le uniche relazione si basano sul denaro. In questa società, godere di più significa lavorare di più, vale a dire, annoiarsi sempre più nel presente, per poi godere dopo, ma questo dopo non arriva mai a esistere. In tali condizioni, la reazione normale e salutare è quella di rifiutare ogni lavoro, a favore di quei godimenti immediati che escludono ogni sforzo produttivo. Ciò a cui assistiamo è una marginalizzazione totale o parziale rispetto al lavoro, che richiede uno sforzo produttivo sempre maggiore. Rispetto a questo, per prima cosa, va notato che non si tratta di un atteggiamento nuovo. In definitiva, in passato si è trattato della mentalità del rentier, il redditiere che, riducendo i propri bisogni, risparmiava il più possibile per poi poter trascorrere parte della propria vita senza lavorare. Solitamente, la parziale emarginazione dal lavoro viene accompagnata dallo sviluppo di un'ideologia che arriva alla convinzione secondo cui, nella nostra società (industriale), potremmo vivere lavorando molto meno, riducendo massicciamente gli sprechi ed eliminando le attività non necessarie (spese militari o altro). Alcuni immaginano che le macchine possono funzionare senza l'intervento umano, sotto il controllo dei computer, ma si tratta di una visione ultra-tecnocratica del mondo, la quale fa da cassa di risonanza a certi scienziati che, come se fossero dei banditori, chiedono qualche soldo in più promettendo di mostrare cos'è che sanno fare. È questo il programma di tutti i partiti politici di sinistra: sviluppare la tecnologia senza limiti (verrà presa qualche precauzione per non distruggere l'ambiente, sono moderni e conoscono i problemi ecologici!) e ridurre l'orario di lavoro. Queste idee si basano sul principio che ogni e qualsiasi lavoro, ogni sforzo produttivo, sia noioso (soddisfacendo così la nostra natura) e che possiamo produrre ciò di cui abbiamo bisogno solo in modo industriale (e così le fondamenta della nostra società vengono mantenute). In un equilibrio meraviglioso. Dal momento che non possiamo eliminare completamente il lavoro, allora lo ridurremo, e cercheremo anche di renderlo un po' meno noioso attraverso delle tecniche di rotazione delle attività. Ma tuttavia manterremo quello che è l'essenziale dell'attuale struttura industriale; anzi, meglio ancora, lo svilupperemo senza ostacoli (non ci sarà più lotta di classe). Tutto ciò presuppone che il male non provenga dal lavoro (industriale) in sé, ma dalla sua organizzazione e dal suo scopo (gli armamenti sono cattivi; i mulini, i computer, i telefoni possono invece essere buoni).

E se si trattasse di una malattia derivante dal lavoro (industriale) stesso? In questo caso, le rivoluzioni proposte dovrebbero porre fine al periodo di incubazione della nostra malattia; possiamo essere certi, quindi, che dopo queste rivoluzioni la nostra malattia si svilupperebbe in modo fulmineo. Si aprirebbe un futuro radioso per i guaritori di ogni tipo! Alla fine, ciò che è fastidioso del nostro lavoro non è lo sforzo fisico o intellettuale che esso implica, ma la nostra relazione con questo sforzo. Nel momento in cui ne traiamo un godimento immediato, senza che ci sia il denaro a confonderci, se questo lavoro appare intimamente legato agli altri nostri godimenti per tutti i nostri sensi, se usiamo ciò che produciamo via via che procediamo, non diciamo mai che stiamo lavorando. Se ciò che produciamo non viene integrato direttamente nella nostra vita, ma viene scambiato attraverso relazioni sociali dirette e piacevoli, allora lo scambio non ha nulla a che vedere con la compravendita di beni in un negozio (dove conta solo il denaro). Perciò, la soluzione radicale ai nostri mali non è quindi la riduzione dell'orario di lavoro, quanto piuttosto il suo cambiamento. E questo cambiamento non può essere previsto in nessuna forma in una società basata sulla tecnologia industriale, dal momento che essa implica sempre una divisione delle attività (che questa divisione sia spinta o meno fino all'assurdo, può conferirle vari aspetti senza tuttavia modificarne fondamentalmente le conseguenze). In ogni caso, la divisione del lavoro e la sua separazione dalla vita necessitano di meccanismi di misurazione dell'attività produttiva (il denaro è il più semplice) che non siano il piacere che il produttore trae dai prodotti, cosa che separa inesorabilmente il produttore dai suoi prodotti, gli uomini dagli oggetti. Le cosiddette tecniche soft, se sono interessanti, non è perché non inquinano, ma perché possono riguardare la scala delle conoscenze, del know-how e delle possibilità di un individuo o di un piccolo gruppo di individui legati da relazioni sociali solidali. Se invece una tecnologia, chiamata soft, richiede l'arrivo di specialisti per allestire l'impianto o migliorarne le prestazioni attraverso dei mezzi che la comunità non è stata in grado di concepire, se poi questi specialisti scompaiono una volta che l'impianto è in funzione, allora ecco che tutto questo non è più interessante di un filtro che è stato posto sulla ciminiera di una fabbrica al fine di evitare di sommergere di polvere le popolazioni del quartiere. È facile immaginare che la nostra società industriale, avendo esaurito le sue risorse energetiche (petrolio, carbone, uranio, ecc.), installi dei giganteschi impianti a gas metano (o energia solare), migliorando l'efficienza di questi impianti grazie a degli sviluppi sempre più complessi, dopo studi sempre più frammentari. Se l'agrobiologia si accontenta di produrre cibo senza impoverire il suolo e senza distruggere l'ambiente (l'ambiente turistico, è una compensazione necessaria per evitare uno squilibrio troppo brutale nelle nostre stupide vite), verrà rapidamente assorbita dalla nostra società. Gli uomini lavoreranno su una catena di montaggio nelle fabbriche biologiche, invece di lavorare su una catena di montaggio nelle fabbriche chimiche. Non c'è nulla di miracoloso nella biologia (o nella scienza biologia). Concepita in questo modo, è solo l'estensione dell'attitudine scientifica e tecnica che, esaurito il fascino della fisica e della chimica, ora è pronta ad adattarsi per poter setacciare altri campi. In tal modo la vita potrebbe essere "più sana", ma altrettanto noiosa. L'essenziale, è conciliare i desideri dell'individuo con gli sforzi che deve fare per ottenere i materiali necessari per la sua vita. Coltivare in modo diverso, senza cambiare il rapporto dell'individuo con la terra, non cambia molto riguardo le nostre difficoltà. In tutti i tempi e in tutte le società (anche nella nostra), gli uomini hanno cercato di avere relazioni di tipo non produttivo con i prodotti che essi fabbricano, o con gli strumenti che utilizzano. Ma questo genere di rapporto costituisce un freno alla produttività; la forza motrice essenziale di ogni società tecnica. Se il meccanico controlla la finitura del suo pezzo al tatto, sviluppando in tal modo dei rapporti sensuali immediati (senza intermediari) con il materiale, egli sta perdendo tempo (e sviluppa così delle cattive abitudini). Ecco che allora su di esso verrà incollato un dispositivo di misurazione: la finitura apparirà sotto forma di un numero, con il quale, qualunque sia la sua immaginazione, egli non avrà alcuna relazione concreta. Se l'agricoltore cerca di valutare la qualità della sua terra attraverso il tatto, l'olfatto e il gusto (non dobbiamo dimenticare che anche i nostri sensi sono potenti mezzi di analisi), dovrà aspettarsi una produttività inferiore rispetto a quella che avrebbe se affidasse tale operazione a un laboratorio di analisi. Ma, attraverso le analisi chimiche (o biologiche), egli rimarrà del tutto estraneo al suolo e alle piante che produce. Quando un contadino parlava una volta della "sua" terra, non intendeva solo un rapporto di proprietà privata. ed ecco che così, ora, invece di andare nei campi, va a lavorare. È diventato un estraneo alla sua terra, un lavoratore come tutti gli altri. A porre l'uomo, in un rapporto armonioso con gli oggetti e gli esseri che lo circondano sono le relazioni sensuali. È solo attraverso queste relazioni che possiamo comprendere il mondo esterno, cioè prendere coscienza, in questo mondo, della necessità di certe interazioni tra gli oggetti (e gli esseri). Le "spiegazioni" scientifiche che ci possono essere date non spiegano nulla, dal momento che esse sono astratte e non sono percepite dalla totalità del nostro corpo.  Le leggi scientifiche possono essere solo accettate ma mai comprese, hanno solo un valore operativo tra oggetti (o esseri) che a noi sfuggono, perché la necessità delle interazioni che cercano di tradurre non è sensorialmente impressa nel nostro corpo. Non appena questa comprensione degli oggetti e degli esseri viene eseguita a partire dai nostri sensi, il nostro atteggiamento cambia completamente, diventiamo rispettosi nei loro confronti. Ovviamente, non si tratta di un sentimento di sottomissione agli oggetti, agli altri, ma del riconoscimento, da parte dei nostri sensi, delle proprietà proprie di un oggetto o di un essere. Come possiamo sperare di rispettare gli altri - di non essere in rapporti permanenti di competizione o di produttività con loro - se non abbiamo questi relazioni di rispetto e di adattamento con gli oggetti che ci circondano? Ciò che è essenziale, quindi non è ridurre lo sforzo, ma introdurre questo sforzo nella nostra vita sensuale e psicologica, senza intermediari astratti, siano essi il denaro (o qualsiasi altro mezzo di misurazione dell'attività produttiva), numeri o macchine, i cui meccanismi sono troppo complessi per poter essere appresi dai sensi di una sola persona. Ciò che rende la bicicletta così attraente è la straordinaria semplicità del suo design. Attraverso i propri muscoli, tutti sentono semplicemente quella che è la stabilità di questa macchina. La matematica che "spiegherebbe" questa stabilità e la facilità di guida, è terribilmente complicata, e non interessa a nessuno (tranne che ai matematici) perché una bici è direttamente comprensibile. La tecnologia ha le sue proprie dinamiche (attraverso l'intermediazione dei suoi tecnici). Se accettiamo una tecnologia molto complessa, che richieda un lungo apprendistato specialistico per poi acquisirne alla fine solo una piccola parte, è inimmaginabile che essa possa essere controllata dalla società nel suo insieme, se non per mezzo di relazioni gerarchiche, le quali avranno un forte impatto su tutte le relazioni sociali. E pertanto non sarà quindi in grado di svilupparsi in stretta corrispondenza con i desideri di tutti.

Non si tratta di proibire totalmente la tecnica, e di tornare alla vita naturale nelle grotte. Ma il rapporto tra uomo e tecnologia deve cambiare. Abbiamo bisogno di una tecnologia senza tecnologi, senza conoscenze specialistiche. Una tecnica dovrebbe essere sviluppata solo se viene percepita da tutta la comunità a cui viene collegata come una necessità vitale. Questo è possibile, naturalmente, solo se tutti gli individui della comunità ne possono controllare tutti gli aspetti. Tutti coloro che prendono parte a quello che è l'abbrutimento quotidiano e massiccio degli individui, tutti coloro che distruggono ciò che è vivo nei bambini per ridurli allo stato di animali domestici, coloro i quali non hanno nulla da trasmettere, se non dei riflessi condizionati; tutte queste persone vogliono farci credere che gli uomini possono vivere solo perché esistono alcune persone illuminate e dotte che si sono fatte carico dell'orda di cretini e di imbecilli incapaci che siamo. Le nostre società sembrano aver rinunciato ad avere certe strutture sociali non gerarchiche a favore di uno sviluppo rapido e incontrollabile della tecnologia che, fornendo certe comodità, le ha portate sempre più ad abbandonare le relazioni sociali libere e la vita collettiva. Ma c'è stato bisogno di molto tempo per liberarsi dalla nostalgia di queste relazioni con i materiali e gli esseri viventi. Ogni tanto (e sempre più raramente) troviamo ancora un gesto o un atteggiamento che ci rimanda a queste relazioni. Ma se questi gesti diventassero consapevoli, sarebbero altamente sovversivi. Bisogna svuotarli di ogni significato, indirizzandoli verso attività separate dalla vita quotidiana: il tempo libero, il bricolage, l'attivismo. Questo serve a mantenere l'equilibrio minimo necessario per la vita, e non costituisce un pericolo per le strutture sociali. Se si piantano fiori dopo la fabbrica o l'ufficio, lo si fa indossando guanti, perché la terra è sporca; se si costruiscono mobili, si ricopre sprezzantemente il legno con brutta plastica. Se l'organizzazione sociale rende loro la vita impossibile, troveranno posto nei partiti politici, nei sindacati e in ogni altro tipo di gruppo organizzato, dove potranno agitarsi, ma l'unica speranza che resterà loro è quella di sostituire un giorno i loro padroni che li fanno arrabbiare. Ma soprattutto, non abbiamo il desiderio di vivere una vita completa, integrata in tutto ciò che ci circonda, per trovare gesti di rispetto verso gli altri. Bisogna distruggere tutte le macchine, tranne quelle che possiamo rispettare, vale a dire, capire. Non avremmo più robot meccanici, elettronici o umani a nostra disposizione; probabilmente la fatica sarebbe maggiore, ma non saremmo più obbligati a lavorare. Affrontare questo tema del lavoro è assai difficile, dal momento che siamo talmente immersi nella mistica del lavoro che ora, nella nostra rivolta, rischiamo di far riapparire, sotto una nuova veste, la vecchia ideologia. Ed è forse proprio questo ciò che ho fatto scrivendo questo articolo con il pretesto di denunciare l'illusione tecnocratica, e ho ceduto alla tentazione di far rivivere, in una forma più nuova, la virtù del lavoro.
State attenti !

- Roger Belbéoch (Fisico antinucleare) (1928-2011) - Articolo pubblicato sulla rivista Survivre... e Vivre n°16, primavera-estate 1973, p. 16-22 -

fonte: Et vous n’avez encore rien vu…

sabato 9 marzo 2024

I Sindacati contro la Rivoluzione !!

«   Un secolo fa, Karl Marx rimproverò ai sindacati di limitare le loro rivendicazioni a questioni di paga, ore di lavoro, etc., ignorando il problema dell’abolizione del lavoro salariato, chiave della soppressione del capitalismo. Oggi, Marx verrebbe tacciato dalla gente di Mosca di essere  un piccolo-borghese egalitario , e da quelli che aspirano a riformare il sindacato come un ultra-sinistro confuso.
    Ma egli non vedeva questa abolizione come qualcosa di lontano, molto posteriore alla rivoluzione, bensì come concomitante ad essa, se non addirittura persino come la sua causa. Infine, egli riteneva che, già nella sua epoca, i paesi industrializzati disponessero di mezzi materiali più che sufficienti a farvi fronte.
    Oggi, noi, i rivoluzionari, siamo in grado di aggiungere che i sindacati sono contro qualsiasi e ogni rivoluzione sociale, poiché sono divenuti un ingranaggio indispensabile allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Nell’economia attuale, il loro ruolo è paragonabile a quello delle corporazioni dell’epoca manifatturiera; con la differenza, però, che mentre le corporazioni si dimostrarono inadatte alla grande industria, i sindacati invece si adattano perfettamente a quella che è la forma più assoluta di capitalismo, la forma statale.»

Benjamin Péret & G. Munis - "Les Syndacats contre la Rèvolution" –1960 -

martedì 26 settembre 2023

Manifesto contro il Lavoro !!

Rottura qualitativa
- Sull'attualità della critica radicale del lavoro -
  di Norbert Trenkle

La coercizione fondamentale del capitalismo, è la coercizione del lavoro. In questa società, per sopravvivere bisogna lavorare: per conto proprio, come un artigiano che produce le sue merci, come un piccolo lavoratore autonomo, oppure sotta forma di venditore della sua propria forza lavoro, il quale in tal modo fa di sé stesso una merce. Pertanto, il lavoro non è soltanto quell'attività che produrre delle cose (utili o nocive), così come viene comunemente inteso. Ma esso rappresenta la forma, storicamente specifica, della mediazione sociale. È per mezzo del lavoro, che le persone realizzano il proprio contesto sociale capitalista, il quale poi si contrappone loro, apparendo loro come violenza oggettivata. La dominazione capitalista oggettivata, viene perciò direttamente vissuta anche nel lavoro. È nell'ambito del lavoro, che gli individui isolati devono sottomettersi direttamente alle imposizioni della concorrenza, della "razionalità" e della "produttività". Ed è qui, in quest’ambito, che gli individui devono ignorare che cosa stanno producendo, e i danni che, così facendo, potrebbero causare. Dal momento che, in ultima analisi, non si tratta altro che di riuscire a vendere quello che è il prodotto della propria forza lavoro, o la forza lavoro propriamente detta, visto che nella società delle merci non si può sopravvivere senza denaro. Sul posto di lavoro, facciamo tutti direttamente parte della macchina sociale che obbedisce al fine in sé dell'accumulazione del capitale, e dobbiamo obbedire alle sue leggi.

Non meraviglia, perciò, che fin dall'alba del capitalismo nel campo del lavoro siano scoppiati dei violenti conflitti. All'inizio si trattava ancora solo della costrizione al lavoro in generale. Le persone, che venivano strappate con la forza, e allontanate da quelle che erano le loro condizioni di vita e di produzione tradizionali, resistevano in massa a una tale costrizione; dal momento che non potevano permettersi di venire ingabbiati per l'intera giornata, senza alcuna autonomia. È avvenuto solo dopo secoli di disciplina brutale, imposta attraverso la fame, la violenza e l'indottrinamento ideologico, che il lavoro è potuto diventare così qualcosa di naturale, come ci appare oggi. Eppure, tuttavia, il desiderio di evadere - così come la volontà di sottrarsi ad esso - non è mai stato soppresso del tutto. Ciò perché, neppure il rapido aumento della produttività è riuscito a far scomparire la pressione esercitata dalla morsa del lavoro, e la sofferenza che esso provoca. È vero che in questi ultimi 40 anni - durante i quali la conoscenza si è imposta come la principale forza produttiva - il capitale si è progressivamente sempre più svincolato dal lavoro direttamente speso, in modo che l'accumulazione ora avviene principalmente sui mercati finanziari. Ma essendo state quasi completamente distrutte quelle che erano le basi dei modi di produzione e di vita non capitalistici, ora praticamente tutto il mondo viene costretto a vivere vendendo la propria forza lavoro, o qualche altra merce; allo stesso tempo in cui, però, dato che il capitale dipende sempre meno dal lavoro, avviene che le condizioni di tale vendita, nel loro complesso, non possono fare altro che peggiorare.

Oggi, pertanto, la contraddizione fondamentale non è più quella tra capitale e lavoro, bensì piuttosto tra la spinta del capitale a divorare il mondo intero, da una parte, e il numero crescente delle persone che non servono più a realizzare un simile fine distruttivo, dall’altra. In ampie zone del Sud globale, la maggioranza è stata da tempo dichiarata "superflua" a questo scopo. Tutte queste persone possono sopravvivere solo attraverso un mix di lavoro estremamente precario nel settore informale e di una sussistenza non meno precaria, che viene svolta e praticata principalmente dalle donne. Nei centri capitalistici, sono stati soprattutto quegli strati di lavoratori retaggio del vecchio fordismo, insieme al nuovo proletariato dei servizi, a essere stati inizialmente colpiti dalla svalutazione economica e morale della loro forza lavoro. Ma anche quelli che erano stati i vincitori relativi nel mondo del lavoro post-fordista - le cosiddette nuove classi medie - hanno dovuto lottare sempre di più per riuscire a mantenere la propria posizione sociale e cercare così di non cadere fuori dalla macchina del lavoro, in costante accelerazione. Negli ultimi anni, le aziende hanno dovuto fare alcune concessioni in termini di salari e di orari di lavoro a causa del fatto che c'è una carenza di manodopera, principalmente per motivi demografici. Ma si è trattato di un fenomeno temporaneo che terminerà al più tardi con la crisi economica globale che si sta già manifestando. Al di là di tutto questo, comunque, non si tratta solo dei perdenti sociali, ma anche di gran parte della classe media, già pressata dall'alto costo degli alloggi - che stanno diventando inaccessibili - e dall'aumento vertiginoso del costo della vita.

Ancora una volta, il motivo è che il capitale sta occupando sempre più l'intera superficie terrestre per i propri scopi; e la distruzione dei mezzi di sussistenza che ciò comporta ha ora un impatto diretto anche sui processi economici. Chiunque continui a elogiare e ad inneggiare al lavoro, facendo finta che la crisi possa essere risolta tirando la cinghia, abbassando il riscaldamento e rimboccandosi nuovamente le maniche, soffre di una perdita della realtà, quasi grottesca. Tutto ciò che si continua a chiedere, è che la macchina capitalista continui a funzionare, nonostante il fatto che non abbia nulla da offrirci, se non ancora più distruzione, oltre a condizioni di lavoro e di vita ancora peggiori. Invece, ciò di cui abbiamo bisogno è esattamente il contrario. Si tratta di contendere al capitale il tempo di vita e le risorse che continuamente ci ruba, e che trasforma in mezzi per distruggere il mondo. È questo l'unico modo che abbiamo per riuscire a fare spazio a un modo di produzione e di vita basato sull'attività libera e autodeterminata, sulla cooperazione e sulla solidarietà. Le richieste di infrastrutture sociali gratuite, e di socializzazione dei settori energetico e abitativo vanno in questa direzione. Esse mirano a sottrarre al mercato i settori fondamentali della sussistenza, e a organizzarli in termini comunitari, ossia come bene comune nel senso più ampio del termine. Allo stesso tempo, i passi in questa direzione ampliano il margine di manovra per ridurre la coercizione del lavoro, soprattutto attraverso un'ampia riduzione dell'orario di lavoro, e per chiudere i settori più distruttivi della produzione capitalista, come l'industria automobilistica.

Tutto ciò non ha niente a che fare con la "rinuncia", come quella che viene ora predicata continuamente e dappertutto. Al contrario, si tratterebbe invece di un guadagno, in termini di qualità della vita e di tempo disponibile, che potrebbe essere utilizzato soprattutto per una nuova divisione delle attività riproduttive, senza quelle differenze di genere che hanno funzionato come una sorta di base occulta e subordinata del lavoro. Pertanto, il superamento del lavoro è assai più che una semplice riduzione quantitativa del lavoro salariato, come viene auspicato nelle odierne utopie tecniciste; si tratta piuttosto di una rottura qualitativa rispetto alla forma reificata dell'attività e delle relazioni sociali che sta alla base del dominio capitalistico, ed è una condizione necessaria per l'emancipazione sociale.

- Norbert Trenkle - Pubblicato il 13/10/2022 su Jungle World 2022/41 -

martedì 28 marzo 2023

Marx, tetro e funesto !!

Un Marx che amava il Capitalismo?
- A proposito di un dibattito su tecnologia e disoccupazione -
  di Maurilio L. Botelho, con la collaborazione di Marcos Barreira

«Gli imbecilli pensano che Marx odiasse il capitalismo. No! Era un suo entusiasta ammiratore» Reinaldo Azevedo

Marx, ha mai detto che «la tecnologia avrebbe fatto sparire i posti di lavoro»? Qual era per lui la relazione che si era venuta a stabilire tra la tecnologia e il progresso sociale?
Per un lettore di Marx, la prima idea, qui sostenuta da un "irriducibile" economista liberale, suona un po' strana, dal momento che il teorico tedesco non è che pensi esattamente secondo quelli che sarebbero i termini di "occupazione" e "reddito", allo stesso modo in cui farebbe qualsiasi economista ordinario rimasto fermo alla sfera della circolazione; bensì lo fa piuttosto soprattutto in termini di analisi della forma di produzione che abbiamo nel capitalismo, e delle sue contraddizioni; cosa che ovviamente include anche la circolazione, vista come un momento della totalità. Il problema della relazione esistente tra tecnologia e fine del "lavoro", ci consente tuttavia di aprire nel discorso circolazionista, una breccia dalla quale far passare un'interpretazione attuale della teoria della crisi di Marx. Nel dibattito, il contrappunto che viene fatto dal "lettore di Marx", sembra invece essere invece però proprio quello di chi vuole semplicemente rifiutarsi di stabilire una simile relazione. Qui, il punto decisivo è che - rispetto alla crescita del capitale globale - non esiste una crescita "proporzionale" della forza lavoro. Per cui, anziché di «distruzione creativa», Marx parla invece di una tendenza a ridurre l'uso (l'impiego) della forza lavoro rispetto alla grandezza del capitale globale.

Il risultato di una cosa del genere?
Un ampliamento assoluto dell'«esercito industriale di riserva», vale a dire di quelli che gli economisti chiamano "disoccupati". Ed è questo è ciò che troviamo allorché apriamo il Capitale, «quel libro noiosissimo» - come dice l'economista - nel quale Marx descrive la relazione esistente tra «l'aumento della tecnologia», l'espansione della produttività e l'uso della forza lavoro [il capitale variabile]:

«Il modo di produzione specificamente capitalistico, lo sviluppo della forza produttiva del lavoro a esso corrispondente, e il cambiamento così causato nella composizione organica del capitale che ne deriva, non vanno soltanto di pari passo con il progresso dell’accumulazione, ovvero con l’aumento della ricchezza sociale. ESSI PROCEDONO A UN PASSO INCOMPARABILMENTE PIÙ RAPIDO, perché l’accumulazione semplice, ossia l’estensione assoluta del capitale complessivo, è accompagnata dalla centralizzazione dei suoi elementi individuali, così come la rivoluzione tecnologica del capitale addizionale è accompagnata dalla rivoluzione tecnologica del capitale originario. Con l'avanzare dell'accumulazione, quindi, cambia la proporzione tra la parte costante e quella variabile del capitale. Siccome la domanda di lavoro è determinata non dal volume del capitale complessivo, ma dal volume della sua parte costitutiva variabile, essa diminuisce in proporzione progressiva con l’aumento del capitale complessivo, invece di aumentare in proporzione di esso, come è stato presupposto prima. Essa diminuisce in rapporto alla grandezza del capitale complessivo, e diminuisce in progressione accelerata con l’aumento di questa grandezza. È vero che, con l’aumento del capitale complessivo, cresce pure la sua parte componente variabile, ossia la forza di lavoro incorporata a esso, ma cresce IN PROPORZIONE COSTANTEMENTE DECRESCENTE» (Il Capitale, libro I. maiuscole mie).

Tuttavia – lo diciamo per i "non lettori" del Capitale –per quanto le singole unità aziendali impieghino sempre meno forza lavoro, il capitalismo rimarrebbe però dotato di un'eterna capacità di espansione, la quale porterebbe sempre a compensare questi tagli grazie a ulteriori e nuove "opportunità". Così, nella visione liberale radicale «le nuove tecnologie distruggeranno alcuni posti di lavoro, ma altrove ne creeranno altre». Mentre, invece, nella visione dell'"economista dello sviluppo", «se un Paese raggiunge un livello x di tecnologia, allora la sfida dell'economista lì diventa quella di trovare nuovi campi di accumulazione; ma se raggiunge un punto di altissima complessità economica, ciò che viene dopo è la creazione di servizi tecnologici, e la tendenza dei salari in quel settore diventa quella di alti salari».

La differenza tra il roseo mondo del fondamentalismo di mercato e la panacea sviluppista, consiste nel fatto  che nel primo caso il mercato esegue automaticamente l'aggiustamento economico, purché non sia ostacolato da "interventi politici"; mentre nel secondo, l'intervento tecnocratico svolge il ruolo opposto, impedendo così che l'accumulazione si trasformi in "disoccupazione strutturale". In questo dibattito - che ignora le contraddittorie dinamiche strutturali delineate da Marx - gli estremi ideologici divergono solo circa quale debba essere il ruolo della "politica"; ma lo fanno pur sempre sulla medesima base che vede un capitalismo in grado di continuare indefinitamente il processo di accumulazione. La visione che ha Marx dell'accumulazione capitalistica, invece, è del tutto diversa: egli sostiene che il capitale possiede una dinamica storica quasi oggettiva [feticista], la quale conferisce all'accumulazione un carattere socialmente incontrollabile e distruttivo. La conclusione circa la riduzione relativa della forza lavoro in linea con l'espansione del capitale globale, cui Marx perviene, è talmente importante da essere stata definita come la «legge generale dell'accumulazione capitalistica». Al di là di quelli che sono i cicli periodici di incorporazione della forza lavoro, la tendenza generale dell'impiego della forza lavoro è quella di «diminuire progressivamente con la crescita del capitale globale»:

«Quanto maggiori sono la ricchezza sociale, il capitale in funzione, il volume e il peso della sua crescita, cioè la sua densità e intensità, e quindi anche la grandezza assoluta del proletariato e la produttività del suo lavoro, tanto maggiore è l’esercito industriale di riserva. Le stesse cause che sviluppano la forza di espansione del capitale, aumentano la forza di lavoro disponibile. La grandezza proporzionale dell’esercito industriale di riserva cresce dunque insieme con le potenze [meccaniche e astratte, tangibili e intangibili], della ricchezza. Ma quanto maggiore, in rapporto all’esercito operaio attivo, è l’esercito di riserva, tanto maggiore è la sovrappopolazione consolidata, la cui miseria è in proporzione inversa del suo tormento di lavoro. Quanto maggiore, infine, è lo strato dei Lazzari della classe operaia e l’esercito industriale di riserva tanto maggiore è il pauperismo ufficiale. Questa è la legge generale e assoluta dell’accumulazione capitalistica: [a un polo della società si concentra la ricchezza e al polo opposto dilaga la miseria]. La legge di attrazione per la quale una massa sempre crescente di mezzi di produzione, grazie al progresso compiuto nella produttività del lavoro sociale, può essere messa in moto mediante un dispendio di forza umana progressivamente decrescente, che permette all’uomo della società moderna di produrre di più con meno lavoro, si esprime nel sistema capitalistico –dove non sono i mezzi di produzione al servizio del lavoratore, bensì il lavoratore al servizio dei mezzi di produzione– in legge di repulsione: quanto più alta è la forza produttiva del lavoro, tanto più grande è la pressione degli operai sui mezzi della loro occupazione, e quindi tanto più precaria diventa la condizione di esistenza del salariato e la vendita della sua forza di lavoro per l’aumento della ricchezza altrui, ossia per l’auto-valorizzazione del capitale.»  (Capitale, Libro I).

A essere qui in discussione, non è solo un ampliamento assoluto del "proletariato" - il quale del resto può essere definito come quelle persone che non possiedono direttamente i mezzi di produzione – ma la crescita dell'esercito degli esclusi in «rapporto all'esercito attivo dei lavoratori». La "legge generale dell'accumulazione capitalistica" rende evidente il carattere mendace di affermazioni come quelle che sostengono che «in Marx non esiste una simile relazione secondo la quale la tecnologia distruggerebbe i posti di lavoro», ma serve oltretutto anche a chiarire il problema della condizione del lavoratore inserito nel processo produttivo e la cosiddetta "legge di bronzo", o "legge di ferro" dei salari.

La "legge di bronzo dei salari" divenne famosa grazie ai dibattiti all'interno del Partito Socialdemocratico Tedesco. Nel 1875, i rappresentanti dei due partiti operai si incontrarono nella città di Gotha ed elaborarono un programma comune che, tra le altre cose, si batteva per uno «Stato libero», per una «società socialista» e per il superamento del sistema salariale e della «legge di bronzo del salario». Il principale ispiratore di un simile dibattito non era stato Marx, bensì il socialista Ferdinand Lassalle, l'ideatore della "legge di bronzo". Secondo lui, il salario dei lavoratori tenderebbe sempre al minimo di sussistenza, e farebbe questo in funzione dell'aumento della popolazione. La confusione tra marxismo e lassalismo, all'interno del movimento operaio e nei programmi dei partiti socialisti, avrebbe portato, nel corso del XX secolo, allo stigma dell'«errore di Marx», secondo cui al centro del capitalismo si sarebbe verificato - almeno fino agli anni Settanta - un reale miglioramento della "condizione operaia". Tuttavia, Marx aveva immediatamente respinto la "legge di bronzo" lassalliana, nella Critica del Programma di Gotha, dove sottolineava che l'origine di questa legge risiede nell'economia politica classica, nel pastore Malthus, il quale vaticinava a proposito di un aumento costante della popolazione, visto come causa della povertà. La critica di Marx a questa "legge del bronzo" non si limita solo al fatto che la crescita della popolazione dipende da dei criteri sociali (critica al malthusianesimo), ma asserisce che anche la determinazione del livello salariale dipende da delle condizioni storiche: il valore della forza lavoro viene definito come l'insieme dei "mezzi di sussistenza", ma questi mezzi, a loro volta, sono determinati dal "livello di civiltà" della classe operaia. Così, se esistesse una legge della povertà legata alla crescita naturale della popolazione, anche il futuro previsto dai socialisti sarebbe condannato alla povertà, dal momento che «questa [legge naturale] governa non solo il sistema del lavoro salariato, ma l'intero sistema sociale» (Marx, Critica del programma di Gotha).

Come è noto, Marx fu il più grande critico della tesi di «un'astratta legge demografica [che] esiste solo per le piante e gli animali». Proponendo l'esistenza di una relazione immanente tra la composizione organica del capitale e l'aumento progressivo del capitale fisso, Marx si misurava con una "legge naturale della società": una legge sociale "quasi naturale" del capitalismo, un processo sociale che agisce come se fosse una forza anonima che viene esercitata sugli individui. Questa legge preme - dietro le spalle dei soggetti e al di là di quelle che sono le variazioni congiunturali dei salari - in direzione di una miseria delle masse, vale a dire di un allargamento dello «strato lazzaro della classe operaia» e dell'«esercito industriale di riserva». Nel momento in cui l'esclusione sociale si aggrava, quando la "rivoluzione tecnologica" espelle i lavoratori dal processo produttivo, ecco che la pressione sui salari costringe a una caduta generale del livello salariale, che porta al "pauperismo ufficiale", che viene oggi chiamato "precarizzazione". Nel primo libro del Capitale, la "legge generale dell'accumulazione capitalistica" corrisponde a quella che nel terzo libro Marx chiamerà "legge tendenziale della caduta del saggio di profitto"; e questo perché la «rivoluzione tecnica», vale a dire l'aumento della composizione organica del capitale, non solo dissolve le basi sociali della riproduzione della forza-lavoro, gettando le masse nella miseria e nell'emarginazione, ma dissolve anche le basi della stessa produzione capitalistica: la creazione di valore e, con essa, il fine capitalistico in sé sotto forma di profitto, «Poiché lo sviluppo della forza produttiva, e la corrispondente maggiore composizione del capitale mobilitano un "quantum" sempre maggiore di mezzi di produzione per un "quantum" sempre minore di lavoro, ogni aliquota del prodotto globale, ogni singola merce o ogni singola parte di merce della massa complessiva prodotta assorbe meno lavoro vivo e, inoltre, contiene meno lavoro oggettivato, sia a partire dal deprezzamento del capitale fisso che viene impiegato, sia nelle materie prime e ausiliarie utilizzate. Ogni singola merce contiene pertanto si una somma minore di lavoro oggettivato nei mezzi di produzione che di nuovo lavoro aggiunto durante la produzione. A partire da questo, il prezzo della singola merce diminuisce. La massa di profitto contenuta nella singola merce può tuttavia aumentare, nel caso aumenti il tasso di plusvalore assoluto o relativo. Contiene meno nuovo lavoro aggregato, ma rispetto a quella retribuita, la parte non retribuita aumenta.  Questo però avviene SOLO ENTRO CERTI LIMITI. Con la diminuzione assoluta, enormemente incrementata nel corso dello sviluppo della produzione, della somma di lavoro vivo che viene aggiunto alla singola merce, anche la massa di lavoro non pagato in essa contenuta diminuirà assolutamente, per quanto possa essere cresciuta relativamente, cioè in proporzione alla parte pagata» (Capitale, libro III - corsivo aggiunto) [*1].

Così, anziché una visione positiva del progresso tecnologico, visto come espressione del "successo capitalistico", l'analisi di Marx sembra piuttosto suggerire che lo sviluppo delle forze produttive - in quanto necessità immanente del capitalismo stesso - spinga il capitale a confrontarsi con i propri limiti storici: «il capitalismo diventa senile» (Capitale, libro III), vale a dire che quando le forze produttive sviluppate dislocano più forza lavoro di quanta ne possano impiegare, allora ecco che «crolla la produzione basata sul valore» (Grundrisse). Marx ha reso tutto questo ancora più evidente in una delle sue bozze per Il Capitale: «La contraddizione tra capitale e lavoro salariato si sviluppa sino alla sua piena contrapposizione, dal momento che il capitale non solo è il mezzo di svalorizzazione della forza-lavoro vivente, ma è anche il mezzo che trasforma quest'ultima in superflua, sia che lo faccia completamente in alcuni determinati processi, sia riducendola alla quantità più bassa possibile all'interno della produzione nel suo complesso. II lavoro necessario si trasforma cosi immediatamente in popolazione superflua, in quanto massa incapace di generare plus-lavoro.» (Manoscritti 1861-1863).

Questa visione «tetra e funesta» di Marx si trova in diretta contraddizione con l'idea secondo cui «Marx era entusiasta di ogni innovazione tecnologica che emergeva nel suo tempo», dove in fondo questo entusiasmo sarebbe invece proprio quello che viene professato dall'economista liberale: nonostante la divergenza nella lettura dell'opera di Marx, entrambi rifiutano a priori il carattere dirompente della tecnica, visto che alla fine ogni progresso tecnologico sarebbe in grado di ricreare le basi dell'occupazione precedentemente rimosse. A questo proposito, l'evoluzionismo tecnologico di Elias Jabbour distorce palesemente la teoria di Marx, dal momento che gli attribuisce una visione immediatamente positiva della tecnica vista come «forza produttiva», ignorando i passaggi nei quali sottolinea che nel capitalismo le forze produttive hanno un carattere "unilaterale", e quindi per la maggior parte della società diventano "forze distruttive" (L'ideologia tedesca); o che l'industrializzazione dell'agricoltura «disturba il metabolismo tra l'uomo e la natura» e la «fertilità permanente del suolo» (Il capitale). Questo disinteresse per gli avvertimenti di Marx circa gli effetti distruttivi dell'accumulazione di capitale per l'ambiente, serve anche a mascherare le contraddizioni piuttosto gravi del «socialismo di mercato» nella Cina di oggi.

Certo, nonostante tutte le critiche radicali, c'è un momento in Marx in cui lo sviluppo delle forze produttive appare come effettivamente positivo; questo "ottimismo", tuttavia, non fa parte dell'orizzonte della società capitalista, ma ha luogo solo nella transizione verso una società emancipata, dove le forze sviluppate potrebbero essere utilizzate al di là del "fine in sé" dell'auto-valorizzazione del capitale; cosa che implica anche una crisi fondamentale del capitalismo. All'interno della forma capitalistica, lo sviluppo delle forze produttive assume un carattere socialmente distruttivo e autodistruttivo, e ciò perché le forze produttive del capitale creano «le condizioni materiali per farlo volare per aria» (Marx, Grundrisse). Le "catastrofi" e le "convulsioni" annunciate da Marx, sono il risultato immediato dello sviluppo tecnologico del capitale, non nel mondo roseo della riduzione della giornata lavorativa e del godimento del "tempo libero" visti come parte di un continuum storico. La crisi del lavoro appare immediatamente come se fosse una recrudescenza della dittatura del lavoro socialmente obsoleto [*2]. Nella sua utopia tecnologica schumpeteriana, che si combina con una teoria della transizione al socialismo attraverso il mercato e, in ultima analisi, anche "verso" un mercato inteso come antitesi del capitalismo [*3], Elias rifiuta categoricamente l'esistenza di un nesso tra «sviluppo della tecnologia e disoccupazione». Egli propugna, inoltre, il salvataggio dell'economia di mercato attraverso l'interventismo statale, che agirebbe come un medico sul letto del capitalismo. Non si può dubitare di Elias quando dice: «Sono comunista, ma non voglio il socialismo per me stesso. Se ho un capitalismo che funziona, mi basta». Qui appare evidente come l'«ammiratore entusiasta del capitalismo» non sia esattamente Marx, bensì l'ideologo della "proiezione" - il quale, a sua volta, "proietta" ingenuamente su Marx il proprio punto di vista. Il pensiero scolastico sosteneva che non esiste una posizione "più" sbagliata o "meno" sbagliata, poiché l'errore sarebbe solo uno stato assoluto, il quale non può essere suddiviso in gradazioni. Sebbene entrambi i partecipanti alla discussione si siano sforzati di dare un carattere quasi assolutamente errato alle loro formulazioni della teoria della crisi di Marx - al punto da dare quasi ragione agli scolastici - è inevitabile concludere che in questo dibattito ad avere più torto è l'amico di Marx, dato che la sua posizione - non meno superficiale di quella del suo avversario - vieta ed esclude completamente qualsiasi dibattito sullo stato reale della crisi capitalistica.

Maurilio L. Botelho, con la collaborazione di  Marcos Barreira 

NOTE:

[*1] Per un analisi di questa contraddizione capitalista, fatta a partire dal contesto della Terza Rivoluzione Industriale alla fine del  XX secolo, vedi: Robert Kurz, “A crise do valor de troca”, Consequencia Ed. RJ, 2018.
[*2] Grupo Krisis, “Manifesto contra o trabalho” [edição de 20 anos], Krisis/ Igra Kniga, 2019. 
[*3] Cfr. Maurilio L. Botelho e Marcos Barreira, “Ainda sobre o ‘milagre chinês’” [segunda parte] , Blog da Boitempo: https://blogdaboitempo.com.br/2022/01/19/ainda-sobre-o-milagre-chines-ii/


fonte: Krisis - Crítica da sociedade da mercadoria

lunedì 17 ottobre 2022

Autunni Caldi !!

Opportunismo nella crisi
- Il Partito della Sinistra, usando la demagogia sociale, vuole servirsi dell'attuale crisi come di un trampolino di lancio per la propria carriera -
di Tomasz Konicz [***]

Qualora nei prossimi decenni la storia dovesse ancora venir scritta, il 2022 resterà l'anno in cui la crisi climatica capitalista ha iniziato a trasformarsi in una catastrofe climatica globale.
In Europa, negli Stati Uniti e in Cina, i fiumi e i laghi d'acqua dolce si stanno prosciugando, mentre quegli alberi che non arrivano a prendere fuoco, a metà estate diventano color marrone [*1], Il numero di morti dovuti all'eccessivo calore [*2], probabilmente crescerà fino a raggiungere l’ordine delle decine di migliaia. In Pakistan, un'inondazione devastante è arrivata già a coprire fino a circa un terzo del Paese, colpendo fino a 30 milioni di persone. In buona parte del paese, sono state distrutte grandi aree di terra coltivata. [*3]  In molti paesi, le forniture di energia elettrica difficilmente potranno essere mantenute senza interruzioni, e durante i periodi caldi esiste la minaccia di una de-elettrificazione [*4]. In diverse regioni degli Stati Uniti, le forniture di acqua potrebbero collassare [*5]. L'impatto sui prezzi dei prodotti alimentari, nel corso della stagione - precedentemente conosciuta come «Estate» – a causa del caldo e degli incendi che ci sono stati quest'anno nell'emisfero settentrionale, ci saranno disagi esistenziali per molti milioni di persone, e non solo nel Sud del mondo. È evidente che si tratti di una crisi climatica capitalista [*6], dato che il capitale, nella sua coazione a valorizzare, non è in grado di ridurre le emissioni globali di CO2; tutto questo è avvenuto nel XXI secolo, al prezzo di una crisi economica globale. Secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia (AIE), le emissioni globali di gas serra, dopo essere diminuite durante la pandemia, raggiungeranno un nuovo massimo storico nel 2023; e non si prevede alcuna inversione di tendenza [*7]. Già quest'anno, dovrebbe essere raggiunto il livello pre-crisi. Pertanto, si tratta di un semplice e ovvia verità: quella che ci impone che il rapporto di capitale deve passare quanto prima e il più rapidamente possibile alla storia, se non si vuole che la crisi climatica porti alla barbarie e al collasso sociale. La dinamica feticistica, propria del capitale in quanto valore che valorizza sé stesso all'infinito, sta distruggendo il mondo [*8]. E questa verità è chiaramente sotto gli occhi di tutti. Non si tratta di una cognizione segreta. In questo momento, ormai sono molte le persone che hanno capito come una crescita economica infinita in un mondo finito sia solo una follia. La stragrande maggioranza della popolazione ritiene quanto meno che le cose non possono continuare ad andare avanti così, dal momento che la società tardo-capitalista si sta dirigendo verso l'abisso; lo capiscono tutti, tranne che nel Partito della Sinistra, e tra le componenti apertamente reazionarie di quella che si definisce la sinistra tedesca.

Demagogia sociale nella crisi
Di cosa abbiamo ancora bisogno, dopo l'Estate dell'orrore di quest'anno? Il Partito della Sinistra ha tracciato la sua strada: un «Autunno caldo» di proteste sociali. Così, a quanto pare avremmo bisogno di ancora più capitalismo, solo che dev'essere sociale. Tra la miriade di innumerevoli possibilità che abbiamo per poter reagire alla palese crisi sistemica, al collasso climatico, all'inflazione, all'impoverimento, all'erosione sociale, al fascismo, alla guerra e alla recessione, ecco che i leader conservatori della Casa Karl Liebknecht hanno optato per quella che è la variante anacronistica e opportunistica, e che in ultima analisi equivale alla demagogia sociale.Di fronte alla crisi in atto, non esiste alcun ritorno al capitalismo renano e all'economia sociale di mercato. La "sinistra" - in considerazione delle sue opzioni di coalizione - vuole arricchire l'ideologia di crisi del «capitalismo verde», divulgata con successo dai Verdi, grazie a una componente sociale. Demagogia sociale, significa dire alle persone delle bugie dolci e convenienti, in modo da ricavarne capitale politico. È questo ciò che il Partito della Sinistra - in tutte le sue fazioni - sta facendo in questo momento: nell'occultare una radicale teoria della crisi, insieme a una critica da sinistra del sistema, implicitamente, racconta alle persone spaventate che la crisi ecologica ed economica sistemica potrebbe ancora essere gestita attraverso la redistribuzione e lo stato sociale, ottenendo così voti e posizioni nella prossima gestione della crisi grazie a questo tipo di gestione del movimento, e attraverso la de-radicalizzazione di ogni potenziale resistenza. In pratica, il Partito della Sinistra intende creare per sé una domanda tra le élite funzionali, cioè vuole la gestione dell'opposizione. Si tratta, per così dire, dell'ultima occasione opportunistica per il Partito della Sinistra. In questa campagna non si discute di persone minacciate dal collasso, ma piuttosto del fatto che il Partito della Sinistra sta mentendo loro, usando le comode assurdità del capitalismo sociale, mentre i nostri fiumi si stanno prosciugando e il sistema si sta dirigendo verso il collasso socio-ecologico. Rispetto alle proteste sociali, nel contesto dell'escalation della crisi sistemica, dove la ben giustificata paura esistenziale delle persone viene strumentalizzata a fini partitici per distorcere la palese questione sistemica, facendola diventare una mera questione di redistribuzione, ecco che questa demagogia non è più solo un esempio caricaturale di falsa immediatezza [*9], ma è anche il risultato di una critica del capitalismo che è stata ridotta alla mera idea di lotta di classe e di redistribuzione. È un'adesione reazionaria a tutto ciò che è vecchio e che sta crollando, aprendo in tal modo spazi per un fronte trasversale [*10] che consiste di vecchie sinistre e di nuove destre, e che è già realtà nelle province della Germania orientale, ad esempio a Brandeburgo an der Havel, dove il 17 settembre il partito di sinistra, l'«Aufstehen» di Wagenknecht, il movimento pacifista, i pensatori trasversali, l'AfD e i nazisti hanno manifestato insieme per la pace e per il gas russo. In termini di demagogia sociale il partito di sinistra ora si trova in competizione con l'AfD. Letteralmente, all’interno e nel contesto delle medesime manifestazioni [*11]. Il fronte trasversale - così come viene propagandato da organi trasversali come Telepolis [*12] - è ormai una realtà, essendo l'espressione della generale brutalizzazione e regressione della sinistra tedesca, indotta dalla crisi, e che avviene quasi senza più clamore, senza scandalo. E il protagonismo nazional-sociale di quella sfrontatezza opportunista che viene chiamata Partito della Sinistra, che cosa fa in questa crisi esistenziale? Ovviamente richiede più combustibili fossili. Sahra Wagenknecht, la persona di sinistra preferita dalla destra tedesca, senza escludere alcun partito, già a metà agosto aveva chiesto, insieme al destrorso dell'FDP Kubicki, la messa in funzione del gasdotto Nord Stream 2, ora sabotato, poiché questo avrebbe avvantaggiato «il popolo e l'industria in Germania», piuttosto che Putin [*13]. Quindi, le parti apertamente reazionarie di una "sinistra" che sta già letteralmente marciando insieme ai nazisti, ora chiedono, in reazione alla dilagante crisi sistemica del capitale, una solidificazione del capitalismo fossile. Il quale però dev'essere sociale! La leadership del Partito della Sinistra sta dicendo ai cittadini che nella catastrofe climatica in corso, nell'agonia manifesta del capitale, non esiste niente di più necessario che un capitalismo socialmente giusto. Questa non è un'esagerazione polemica. Basta ascoltare l'attuale co-presidente, Martin Schirdewan, che nella sua intervista rilasciata in estate alla ARD, ha chiesto un'«equa distribuzione degli oneri della crisi prevista», e ha indicato come obiettivo dell'«autunno caldo» quello di «fare pressione sul governo federale e farlo agire» in modo da introdurre un «tetto al prezzo del gas» e una «tassa sui profitti in eccesso» derivanti dalla crisi [*14]. Anche se queste maldestre osservazioni, grottescamente sproporzionate rispetto alla crisi in atto, venissero prese sul serio e attuate, risulterebbero semplicemente inefficaci. Riduzione dei profitti, controllo dei prezzi da parte dello Stato, nazionalizzazione - le richieste dei credenti nello Stato ricordano in modo impressionante le fallimentari misure di crisi attuate alla periferia del sistema globale, ad esempio in Turchia o in Venezuela (e qui si tratta proprio di una conseguenza dell'avanzamento del processo di crisi, il quale si sposta dalla periferia ai centri, di modo che in tal modo la devastazione sociale nel Sud globale ci fornisce un'anticipazione del futuro della crisi che si sta svolgendo nei centri). Il partito di sinistra, senza rendersene conto, con la sua appendice keynesiana, sta di fatto seguendo le orme di Erdogan, il politico critico degli interessi [*15].

Opportunismo di sinistra, fronte trasversale e nuova destra
Accade a volte, che nel formulare simili richieste anacronistiche e socialdemocratiche, si finisca per invertire la causalità della crisi (come nel caso in cui l'inflazione viene ridotta a essere causata dalla ricerca di profitti extra). Quella satira reale neo-keynesiana, chiamata «Nuova Teoria Monetaria», che solo pochi mesi fa predicava la stampa illimitata di moneta [*16], davanti all'inflazione a due cifre sfugge alla propria bancarotta intellettuale, per approdare a delle semplicistiche teorie del complotto, dove si suppone che l'attuale aumento dei prezzi, preannunciante la svalorizzazione del valore [*17], sia il risultato dell'avidità imprenditoriale. Come se prima dell'inflazione - alimentata dall'inondazione di denaro, dalla pandemia, dalla crisi climatica e dallo scoppio della bolla di liquidità sui mercati finanziari [*18] - il capitale non cercava di ottenere il massimo profitto. Le conseguenze della crisi globale del capitale moribondo a causa delle sue contraddizioni interne, e che nella sua agonia devasta gli ecosistemi e la società, vengono trasfigurate nella sua causa grazie alla costruzione di grandi cattivi (tipo le corporazioni energetiche straniere) che ne sarebbero i responsabili, per poi proporre come soluzione tasse più alte o la redistribuzione. In tal modo, la crisi sistemica viene personificata attraverso la costruzione di capri espiatori che in ultima analisi andranno a vantaggio della nuova destra, la quale di fatto si affiderà all'opportunistico «lavoro di base» del Partito della Sinistra. La nuova destra dovrà solo sostituire l'immagine del cattivo nemico disonesto - attualmente costruita dalla sinistra come causa della crisi - con l'immagine del nemico che fa parte del complotto straniero e che è un parassita straniero, incomparabilmente più efficace nella Repubblica Federale grazie alla sua terribile tradizione autoritaria. In una crisi sistemica, personificare le cause della crisi porta inevitabilmente all'ideologia della crisi. Così facendo, il Partito della Sinistra - e non solo Wagenknecht - incoraggia il fascismo. Entrambi - destra e sinistra - fanno perciò affidamento alla demagogia sociale dell'«autunno caldo». Così la sinistra fa il gioco della nuova destra (e non solo nella Germania dell'Est) [*19]. Chi potrà trarre vantaggio dalle proteste sociali basate su falsi presupposti di base, visto che sono destinate a fallire nella realtà della crisi? La sinistra reazionaria, di destra, nazional-sociale, intrappolata in una falsa immediatezza e in un concetto riduttivo di lotta di classe, il quale ha già favorito l'ascesa dell'AfD e di Pegida grazie alle veglie per la pace [*20], alle campagne pubblicitarie per l'AfD durante la crisi dei rifugiati [*21], e all'«Aufstehen» e con la collaborazione con la destra sul fronte del cross-coronavirus [*22]? O piuttosto proprio la destra, che deve i suoi risultati elettorali a due cifre, ottenute nella RFT, alla pura ansia di crisi e all'esasperazione estremista della sfrenata ideologia neoliberista (dal darwinismo sociale al nazionalismo che consiste nel localizzare i luoghi di investimento) [*23]? È pertanto ovvio: quello che ora il Partito di Sinistra sta mettendo in atto è un trucco opportunistico che predispone il terreno alla destra. Tutto questo finisce per ingannare le persone minacciate dal collasso, la cui paura è ben giustificata; cosa che dovrebbe essere ben chiaro ai creatori della campagna sociale della Casa Karl Liebknecht. Visto che a volte i membri del partito lo dicono apertamente, nel corso dei loro scambi diretti, che non serve a nulla «dire semplicemente alla gente» cosa sta succedendo: in questo caso, la manipolazione risiede semplicemente nel programma. La crisi sistemica del capitale, che avviene sotto forma di un cieco processo globale, si manifesta non solo nell'incipiente catastrofe climatica, ma anche nel pericolo di una grande guerra in Europa, nella crisi delle risorse e dell'energia, nella crisi globale del debito, nell'imminente recessione, nella svalorizzazione del valore che si esprime attraverso l'inflazione; nel mentre che la leadership del Partito della Sinistra, sulla scia del conservatorismo apertamente di destra di Wagenknecht [*24], intende predicare un anacronistico ritorno all'«economia sociale di mercato». La crisi sistemica ha raggiunto un livello di maturità tale da minacciare che si spengano le luci, come aveva previsto già nel 2011 il critico del valore Robert Kurz [*25], mentre la sinistra accecata dalla crisi vuole vedere solamente la «questione sociale», come se il capitalismo stesse affrontando solo una nuova fase di espansione, come negli anni Cinquanta e Sessanta; che poi in fondo è stata la base economica del periodo storicamente breve dell'«economia sociale di mercato».

La crisi come trampolino di lancio per la propria carriera
L'ideologia di crisi relativa a una trasformazione verde del capitalismo, di un New Deal verde [*26], che poi è la ragione del successo elettorale dei Verdi, viene in realtà semplicemente allargata dal Partito della Sinistra, in modo da includere una componente sociale. Abbiamo semplicemente a che fare con un modo di pensare che parte dalla coalizione e che poi si sente costretto a scendere in piazza per motivi di carriera, oltre che per disinnescare il potenziale emergente di protesta legato alla crisi: l'assurdità socialdemocratica della «giustizia climatica» si aggiunge in questo modo alla chimera verde dell'eco-capitalismo, il quale consente all'opinione pubblica di aggrapparsi al capitalismo, nonostante la crisi climatica sia in fase avanzata. La crisi come trampolino di lancio per la carriera: è questa la strategia del "Partito della Sinistra". Pertanto, in questo modo diventa chiaro come, nel suo «Autunno caldo», il Partito della Sinistra - come accennato all'inizio - si preoccupi soprattutto di sé stesso, dal momento che questa alleanza tra comunità saccheggiatrici e truffatori opportunisti viene vista come se fosse la loro probabile ultima possibilità di carriera e di lavoro, di auto aziendali con aria condizionata e di uffici nella prossima amministrazione in crisi. Ma la campagna sociale punta anche a garantire che gli scandali degli ultimi anni - a partire dalla retorica di destra di Wagenknecht, a Klaus con la Porsche nel comitato per il clima del Bundestag, e fino alle aggressioni sessuali - vengano tutti dimenticati e che così alle prossime elezioni il Partito possa rimanere al di sopra della soglia di sbarramento del 5%, in modo da assicurarsi opzioni di coalizione nella prossima amministrazione della crisi. Ed è per questo che gli attacchi socio-politici della sinistra non si concentrano su Scholz o sulla SPD, ma piuttosto sulla FDP, di cui il Partito della Sinistra vorrebbe ereditare il posto - come se il cancelliere fosse Lindner! Quello che stanno attualmente pronunciando i militanti di questo partito, è un discorso pseudo-radicale di lotta di classe, il quale allo stesso tempo rifugge simultaneamente da qualsiasi conflitto fondamentale, in quella che è la sua preoccupazione per la propria struttura e per la «coesione» della società. Tutto ciò diventa evidente allorché si tratta di porre la questione del sistema di fronte a una crisi sistemica, che tutte le celebrità del Partito della Sinistra cercano in tutti i modi di eludere. Il partito evita questa fuga amaramente necessaria - e a rischio di conflitto - dalla prigione del pensiero capitalista, la quale costituirebbe un prerequisito essenziale per una prassi emancipatrice, in quanto ciò porterebbe in realtà a dei gravi conflitti, come è stato dimostrato da alcuni isolati e timidi tentativi in questa direzione [*27]. Al contrario: nell'apparato e nell'ambito di questo partito è diventata un'imposizione quella che richiede che venga fatto ogni sforzo per far sì che la sinistra rimanga nella falsa immediatezza capitalista, perfino in quella che ormai è una palese crisi sistemica.

Gestione della regressione e del movimento
È stata la SPD, in quanto partito del "popolino", a far passare il più grande programma di esautorazione dei diritti dei salariati, nella storia del dopoguerra della RFT, con l'Agenda 2010 e l'Hartz IV, ed è stato il partito pacifista dei Verdi a guidare la guerra di aggressione contro la Repubblica Federale di Jugoslavia, in violazione del diritto internazionale. Nel tardo capitalismo, I partiti della sinistra formale sono predestinati ad attuare politiche reazionarie, dal momento che sono particolarmente bravi a paralizzare il potenziale di opposizione grazie a quelli che sono i loro stretti legami con gli strati, i movimenti o le organizzazioni che influenzano. Ciò avviene innanzitutto attraverso l'emarginazione della critica radicale e categorica all'interno della sinistra; cosa che è il presupposto abituale per la partecipazione al governo. Per poter essere «idonei a governare», i Verdi, ad esempio, hanno dovuto mettere da parte i loro "fondamentali" già negli anni Novanta. Un processo simile, si sta verificando anche nell'attuale crisi della sinistra, dal momento che il Partito della Sinistra può raggiungere la posizione desiderata di amministratore della crisi capitalistica solo rendendo marginale, nella sinistra di lingua tedesca, sia la teoria che la critica radicale della crisi. Così, nella sua campagna sociale, il Partito della Sinistra si limita solo a gestire il movimento in modo da aumentare, come già sottolineato, la domanda di sé stesso nell'establishment politico, intercettando la crescente paura della crisi e la voglia di protestare della popolazione, deviando il malcontento verso un vicolo cieco riformista. Il focalizzarsi sulla redistribuzione e sulla lotta di classe, accompagnato da quello che è un militante imbavagliamento retorico, servirà a perseguire una personificazione ideologica delle conseguenze della crisi, emarginando in tal modo la critica radicale e la teoria della crisi, al fine di reprimere quella pura necessità di sopravvivenza che consiste nel superamento del capitale. L'opportunismo deve pertanto imporre la regressione teorica all'interno della sinistra, deve far arretrare il livello di riflessione precedentemente raggiunto rispetto alla crisi, in modo da avere così "successo" grazie alla sua demagogia opportunista della redistribuzione. Questa gestione del movimento - che comprende anche la regressione opportunistica a una pseudo-critica tronca e apertamente di destra - può essere studiata in termini concreti, ad esempio, nella rivista del fronte trasversale, Telepolis, la quale è stata monopolizzata da una comunità di predoni della sinistra rosso-bruna, i quali fanno parte del gruppo parlamentare di "sinistra" del Partito della Sinistra [*28], per poi reprimervi, su richiesta dell'editore, ogni critica radicale della crisi capitalistica precedentemente possibile, proprio perché la crisi si sta manifestando, ed è ormai evidente l'incompatibilità tra protezione del clima e capitale. L'abituale tematizzazione della crisi sistemica che veniva svolta su Telepolis - nonostante tutte le restrizioni dei media borghesi - l'insistenza sulla necessità della trasformazione del sistema, ai fini della sopravvivenza, è stata sostituita dal Partito della Sinistra, la critica radicale ha lasciato il posto a dei meri mugugni sulla disuguaglianza sociale, all'aperta propaganda di destra e all'enunciazione puramente descrittiva di ciò che sta accadendo nella crisi. Ed è proprio questa regressione teorica, questa psicoanalisi inversa, che costituisce la base spesso inconsapevole del programma opportunista del Partito della Sinistra nella crisi; e che fornisce anche munizioni ideologiche alla nuova destra. In questo modo, nella meschinità delle piccole cose, si esercita la capacità di governare pensando al quadro generale. Le forze che vedono nell'attuale crisi un biglietto d'ingresso per i rosso-verdi, che di fatto stanno già facendo pratica per imporre la ragion di Stato, devono rendere marginale, o addomesticare, ogni «discorso sulla crisi» poiché - a differenza del dibattito sulla distribuzione - esso semplicemente non è compatibile con l'establishment politico in cui vogliono confluire. E questa neutralizzazione della critica e della prassi radicale nella crisi sistemica, è di fatto un'abilità pratica che potrebbe rendere un partito di sinistra aperto a una destra attraente per le élite funzionali capitaliste.

Concorrenza di movimento
Tutto questo diventa particolarmente vero nel formarsi del discorso sulla crisi all'interno della sinistra attraverso la sua propaganda. Il continuo parlare di politica fiscale, di redistribuzione, di benefici sociali e di nazionalizzazione serve a mettere a tacere ogni discussione sulle alternative alla palese crisi sistemica, dal momento che questo sarebbe incompatibile con i cicli di trattative e con i negoziati di coalizione. L'enfasi posta sulla «politica degli interessi» – la quale è diventata vuota - oscura in tal modo il feticismo autodistruttivo del capitale in tutti i suoi stati aggregati. Questo opportunistico affievolirsi della critica categorica, insieme alla necessaria trasformazione del sistema, si traduce inoltre in una sempre più evidente concorrenza all'interno del movimento della sinistra, per quel che riguarda la crisi, che non a caso sta investendo anche il  movimento per il clima [*29]. La crisi climatica, che difficilmente svolgerà un suo ruolo nell'«Autunno caldo», non può essere incasellata nella rozza griglia degli interessi di classe, dal momento che anche in quest’ultima appare e si rivela l'impulso distruttivo del capitale, insieme all'impotenza delle élite funzionali capitaliste. Di conseguenza, avviene che persino dei gruppi problematici come "L'ultima generazione" vengono criticati dalla sinistra reazionaria a causa dei loro coraggiosi blocchi stradali, in quanto ciò impedirebbe ai lavoratori salariati di lavorare; vale a dire, il processo di valorizzazione del capitale viene interrotto. E a volte, a criticarli, sono quegli stessi potenziali amministratori della crisi, i quali non vedono nulla di male nel fatto che il partito di sinistra e i nazisti competano nella demagogia sociale, come hanno fatto a Lipsia il 5 settembre. Oppure quando marciano insieme nelle manifestazioni, come a Brandenburg um der Havel. Ma le tensioni e le frizioni tra i diversi orientamenti nel movimento di sinistra non fanno altro che evidenziare quelle che sono le contraddizioni sociali, assai reali, del tardo capitalismo: questa concorrenza all'interno del movimento, dove l'interesse di classe del capitale variabile - prontamente allucinato nella palude della sinistra come un «soggetto rivoluzionario» - si trova a essere concretamente in contraddizione con la protezione del clima, e non nasce solo dai calcoli opportunistici delle correnti nazional-sociali, sindacali e vicine a Wagenknecht, fatti da parte del Partito della Sinistra, che con la campagna sociale ha anche avanzato una proposta di riconciliazione all'interno del partito, in modo da superare la scorsa guerra di trincea per la demagogia e il carrierismo che ha interessato le varie correnti.

Le due facce dell'opportunismo
Dalle veglie per la pace del 2014, agli anni delle campagne pubblicitarie di Wagenkencht per l'AfD e la nuova destra, fino alle proteste trasversali durante la pandemia: negli ultimi anni, a sinistra si è formata una grande scena trasversale aperta alla destra; e che difficilmente, nelle prossime proteste sociali avrà timore di stabilire contatti proprio con la destra. Fino a che punto gli effetti di smussamento e assuefazione in tal senso siano ora già ben consolidati, è già diventato evidente, non solo a Brandeburgo an der Havel [*30], ma anche nelle manifestazioni parallele a Lipsia all'inizio di settembre, dove i venditori della "Junge Welt" hanno naturalmente proposto i loro prodotti all'uomo tedesco nel corso del raduno nazista, e in tal modo i membri della truppa trasversale della "Sinistra Libera" hanno così potuto educatamente partecipare, sotto gli occhi di tutti, al raduno del Partito della Sinistra, in quanto socialdemocratici. Naturalmente, nel Partito della Sinistra ci sono diverse correnti, ma le forze critiche nei confronti del capitalismo hanno smesso da tempo di giocare un ruolo nel partito. Si tratta piuttosto di approcci differenti rispetto alla politica opportunista, e che attualmente si contendono il predominio nel partito. L'erosione della sinistra tedesca [*31] , che dopo lo scoppio della guerra in Ucraina sta accelerando, e che si sta investendo anche forze di sinistra liberali e quasi verdi, oltre che andare verso il fronte aperto trasversale della destra, sta ora anche producendo i suoi effetti sul Partito della Sinistra. Ciò era diventato evidente nel corso delle discussioni che avevano preceduto la prima manifestazione del Partito della Sinistra a Lipsia, all'inizio di settembre, quando il campo nazional-sociale attorno a Wagenknecht si è scontrato con la corrente di sinistra-liberale [*32]. Gli attacchi di Wagenknecht, sui social media, contro il ministro-presidente Bodo Ramelow [*33], il quale avrebbe impedito la presenza a Lipsia di un rappresentante del fronte trasversale del partito della Sinistra, non danno motivo di aspettarsi un livello minimo di civiltà nel Partito della Sinistra. Ramelow è l'unico ministro-presidente tedesco che nel 2020 abbia deliberatamente scelto un politico dell'AfD come vicepresidente del parlamento statale al fine  consentire così la «partecipazione al parlamento» dell'AfD [*34]. In ultima analisi, non si tratta altro che di attriti interni tra le diverse correnti opportunistiche del partito: tra le correnti di sinistra-liberali che puntano sul rosso-verde e le correnti semplicemente reazionarie, nelle quali il pensiero relativo alla lotta di classe ha degenerato in un aperto populismo di destra, dove il "popolo" e la sua volontà - che ora ha preso il posto del proletariato, e ora servono come codice per il semi-nazista trasversale & Co; delle cui illusioni intende  mettersi al servizio [*35].

L'ignoranza e il concetto di carriera
Ma non è che tutto dev’essere inteso a partire da quelle che sono le intenzioni del Partito della Sinistra nel contesto dell'opportunismo di crisi. Ad entrare in gioco, è anche la cecità ideologica, insieme alla semplice stupidità contestuale alla scena della sinistra [*36]. La più importante alleata dell'opportunismo di sinistra è l'ignoranza, la riluttanza a dire addio a un'ideologia anacronistica, associata soprattutto a una militanza senza più alcuno scopo: «Non parlare, fai». Abbiamo visto gruppi di sinistra marciare con simili striscioni nel corso della manifestazione sociale, a Lipsia, all'inizio di settembre, con i quali chiedevano di non essere disturbati da nessuna teoria in quella che è la loro cieca prassi, che si ostina a sopravvivere nella falsa immediatezza. Così, a volte, nelle conversazioni, succede che qualsiasi critica alla pratica opportunistica del Partito della Sinistra venga subito respinta, a meno che non sia essa stessa accompagnata da una prassi («Cos'è che state facendo, concretamente?»). Secondo questa logica, la demagogia sociale del partito di sinistra potrebbe essere criticata solo a condizione di praticare la demagogia sociale stessa, dove, a sinistra, perfino le conoscenze fondamentali circa la funzione della formazione teorica diventano vittime di una regressione generale. Questo culto cieco della prassi si accompagna a una crescente ostilità nei confronti della teoria, e un ostentato odio verso gli intellettuali, com'è caratteristico del pre-Fascismo. Gli ideologhi della «semplice verità» e del «buon senso», che celebrano i loro trionfi insieme alla destra, ci dicono che i testi dovrebbero essere semplici e scritti in uno stile che non costringa le persone a pensare; cosa che in realtà finisce per essere solo un'espressione delle aspettative mercificate di quell'ambito regressivo, il quale è anche "semplicemente pigro" circa ciò che attiene al pensare, e si sottrae pertanto allo sforzo della riflessione, all'impegno intellettuale riguardo questioni complesse. L'asticella al di sotto della quale si deve passare, è costituita dallo stupido semi-nazista che si muove tra questi pensatori trasversali, e che in realtà rappresenta già un insulto implicito a quel grande "popolo" di cui questi gruppi fanno un gran parlare. La regressione generale si manifesta inoltre anche sotto forma di un desiderio conservatore di tornare ai vecchi tempi rivoluzionari, in modo che, nel frattempo, quelli che aderiscono tradizionalmente al marxismo, sulla scia della campagna sociale del Partito della Sinistra, non fanno altro che rinverdire gli slogan dei bolscevichi dell'epoca rivoluzionaria, manifestando improvvisamente a favore del «riscaldamento, del pane e della pace», immaginandosi come se fossero i piccoli Lenin del futuro, mentre in realtà non fanno altro che portare acqua all'opportunismo del Partito della Sinistra. «Rockin' like it's 1917»;  il che è possibile solo in quanto sottoprodotto ideologico di una manipolazione opportunista, che distorce la crisi sistemica in lotta di classe e in questione sociale. L'ignoranza riguardo la crisi e l'illusione ideologica, insieme, costituiscono perciò un'ottima base per l'unico movimento in seno alla sinistra che abbia un interesse reale interesse a voler emarginare la teoria della crisi: l'opportunismo.

Un pizzico di analisi di classe: la sinistra della classe media
Ironia della sorte, l'altro momento che apre inconsapevolmente la strada alla demagogia sociale è l'origine sociale; la composizione di classe di coloro che ricoprono posizioni, incarichi e funzioni nelle sedi delle organizzazioni, nell'apparato di partito e nei media che gravitano intorno al Partito della Sinistra. Si tratta perlopiù di esponenti della classe media, i quali hanno semplicemente paura dal momento che ora il culo della classe media tedesca bianca sta battendo sul ghiaccio dell'attuale scoppio di crisi. Nell'apparato di partito e nella direzione del "Partito della Sinistra", in tutto lo spettro della "sinistra-liberale" e nell'ambito di sinistra dei "Verdi" è questo strato a essere dominante. La sinistra di lingua tedesca, è in gran parte una sinistra di classe media, come appare evidente a partire dal suo indistruttibile culto del proletariato, il quale ha tutto a che fare con vane speranze, e niente a che fare con la realtà tardo-capitalistica. E pertanto, non appena il borghese snob tedesco di classe media si trova a dover far fronte a un'esplosione di crisi che mette concretamente in discussione il suo precedente stile di vita, ecco che scopre improvvisamente quanto la vita possa essere piacevole; per la classe media dei centri del tardo sistema capitalistico globale. Il desiderio conservatore che le cose rimangano così come sono, si manifesta in delle forme che sono «compatibili con la sinistra»: nella cecità rispetto alla crisi e nella nostalgia sociale. I tal modo, la campagna sociale diventa pertanto anche un tentativo - condannato in partenza al fallimento - di mantenere la propria posizione sociale anche nel bel mezzo della crisi sistemica. La lotta per lo stato sociale, da parte della classe media liberale di sinistra, nella sua falsa immediatezza, si associa alla lotta per il mantenimento del sistema, il quale sta collassando a causa delle proprie contraddizioni, e che ha prodotto nei centri uno strato ristretto e privilegiato, a livello globale, che ora naturalmente vuole soprattutto una cosa: rimanere classe media, come parte del "primo mondo".

Riassunto: Opportunismo di crisi della sinistra
Diversi, sono pertanto i fattori che spiegano il successo di un simile carrozzone, che nella sua maggioranza rimane assurdamente statalista e anacronistico, sebbene la crisi abbia ormai raggiunto un tale grado di maturità per cui anche i suoi ex negazionisti di sinistra ora non possono più sottrarsi a dover incorporare frammenti di teoria della crisi anche perfino nelle loro ideologie di sinistra liberale, socialdemocratica o leninista, finendo così per incollare dei pezzi che vanno a costruire dei veri e propri Frankenstein. La stupidità della scena della sinistra, insieme al narcisismo e all'illusione ideologica costituiscono una buona base per quell'unico movimento che all'interno della sinistra ha interesse reale a emarginare la teoria della crisi: l'opportunismo. Che cosa se ne ricava da una teoria della crisi coerente? Il superamento del capitale, in quanto totalità autodistruttiva, diventa semplicemente necessario per la sopravvivenza. Lasciato alle proprie dinamiche feticiste, il soggetto automatico, come un Amok, finirà per portare a termine la distruzione del mondo già avviata. Nel contesto della sinistra, questa premessa relativa alla prassi della crisi non è pertanto negoziabile. Non esiste alternativa al tentativo di porre in atto la trasformazione del sistema in un sistema emancipatorio. Ma come si può riuscire ad affermare tutto ciò nei media, o nell'establishment politico del tardo capitalismo, nei negoziati di coalizione o nei talk show? Nel voler rendere marginale la coscienza radicale della crisi, l'opportunismo può ancora sperare di venire assunto in quanto medico al capezzale del capitale, cosa che in ultima analisi equivale a diventare il soggetto della prossima amministrazione della crisi. Si tratta della logica panica del «si salvi chi può», la quale conferisce all'opportunismo quella sua particolare brutalità nell'ultima grande corsa alle cariche e alle posizioni. Visto che i bunker, o le isole private sono fuori portata, si cerca allora rifugio negli apparati statali asserviti e in erosione, la qual cosa costituisce anche la base di quella che è la crescente fiducia nello Stato da parte di settori della sinistra: è meglio entrare nell'apparato piuttosto che doverne uscire. Nella crisi del capitale, l'opportunismo di sinistra, che di fatto degenera in amministrazione della crisi capitalistica, può perciò basarsi su ampie tendenze ideologiche e identitarie, che spesso, a causa della crisi, lavorano in maniera sconsiderata all'erosione della sinistra tedesca. La regressione teorica, la recalcitranza nei confronti della critica categoriale e la conoscenza teorica già raggiunta, non vengono solo alimentate dall'opportunismo di sinistra, ma sono anche parte della brutalizzazione generale delle società capitalistiche, in ritardo rispetto alla crisi, la quale produce, anch'essa, i suoi effetti abituali e ci blocca in un'impasse. Il conservatorismo di sinistra - che nel suo culto del proletariato si aggrappa alle parti anacronistiche della teoria marxista, e così facendo può affrontare anche l'evidente crisi climatica solo a partire da quello che è il pensiero riduttivo della lotta di classe - promuove oggettivamente anche quell'opportunismo di sinistra che distorce la crisi sistemica in una questione di redistribuzione. E così, alla fine, tutto questo diventa simultaneamente la personificazione della crisi – a partire dalla ricerca attuata dietro le quinte - in quei cattivi da incolpare per l'inflazione o per la crisi climatica, fornendo così in tal modo anche delle munizioni ideologiche alla nuova destra, insieme alla quale ora si manifesta concretamente e apertamente in quel fronte trasversale che si è messo in marcia [*37]. In Germania, la destra sembra già emergere come quella che trae profitto dalla crisi.

Antidoto all'opportunismo della crisi: dire le cose come stanno!
Ma non è detto che debba essere necessariamente così; perfino in Germania, con la sua terribile tradizione nazionalsocialista. La regressione, la fascistizzazione, la caduta nella barbarie non sono inevitabili. Che ne dite di un nuovo approccio alla prassi, anziché riproporre per l'ultima volta gli stesso vecchi racconti di pessimo gusto degli ultimi decenni? Che ne dite, di fronte alla crisi, di provare stavolta a dire alla gente come stanno realmente le cose? È ormai evidente che il sistema globale capitalista è in agonia, e minaccia di crollare a causa delle sue contraddizioni interne ed esterne, ecologiche; perfino nella sinistra tedesca se ne comincia già a parlare. La sensazione di monotonia, diffusa tra la popolazione, secondo cui «non si può più andare avanti così» va ripresa e dev'essere concretizzata nella pratica concreta. Il compito ultimo della sinistra è quello di radicalizzare il crescente malessere che si manifesta nel capitalismo, vale a dire, andare alle sue radici, far capire che, per la sopravvivenza, si rende necessario il superamento del capitale, nel quadro di una trasformazione del sistema. Far passare alla storia la relazione di capitale, diventa pertanto l'ultima costrizione del capitalismo. O il capitale viene fatto passare consapevolmente alla storia da un movimento di emancipazione, oppure esso distruggerà le basi ecologiche e sociali del processo di civiltà. La cosa è talmente semplice da poter essere spiegata in maniera comprensibile a tutti quelli che già lo sospettano da tempo, ad esempio sottolineando l'assurdità di una crescita economica illimitata in un mondo finito; ma questo minaccia le carriere di tutti gli opportunisti di sinistra che intendono partecipare anche alla prossima gestione della crisi, nella politica e nei media. Ed è per questo che diffondere aggressivamente una coscienza radicale della crisi, è decisivo per quelli che devono essere gli sforzi della prassi della sinistra. Da un lato, essa traccia una linea di demarcazione rispetto all'opportunismo, ma soprattutto offre una chiara comprensione del carattere della crisi, ed è questo il prerequisito fondamentale per un movimento di trasformazione emancipatrice. Dato che non esiste alcun «soggetto rivoluzionario», dal momento che non esiste nessuno spirito del mondo che possa segretamente aiutare l'irruzione dell'«astuzia della storia», ecco che allora la questione della coscienza della crisi appare essere cruciale. Ecco perché la questione della trasformazione del sistema va affrontata in modo offensivo in ogni prassi: non perché si voglia un atteggiamento radicale nei suoi confronti, ma perché questo è inevitabile per tutti noi. L'auto-movimento del capitale, ignorato dalla critica riduzionista del capitalismo, e il feticismo, pilotato dalle contraddizioni interne della relazione di capitale, emergono chiaramente proprio nel momento dell'imminente collasso socio-ecologico, che smentisce anche tutta l'intera logica leninista degli interessi. L'umanità è impotente, in balia delle dinamiche distruttive del capitale, che essa stessa produce inconsapevolmente attraverso la mediazione del mercato, perfino nella sua agonia. La speranza, che va mantenuta nonostante tutte le evidenze, risiede nel fatto che nel corso del processo aperto di trasformazione, questo feticismo possa essere superato ed essere convertito in un movimento emancipatorio, per la formazione consapevole della riproduzione sociale. Esiste quindi un mezzo assai semplice che, nel caos della crisi imminente, permette di distinguere l'opportunismo del Partito della Sinistra dall'opposizione chiara e radicale. Un superamento emancipatorio del capitale è possibile solo a partire dal formarsi, nella popolazione, di una coscienza radicale e critica della crisi, coscienza che attualmente viene sabotata soprattutto dalla demagogia sociale del Partito della Sinistra. È la tematizzazione offensiva di questa semplice ed evidente verità: il capitalismo è al capolinea, la trasformazione del sistema è inevitabile, e guidare il processo di trasformazione inevitabile in una direzione progressiva. Tutta la politica concreta della sinistra deve essere orientata in vista di questo obiettivo, verso l'imminente battaglia per la trasformazione del sistema, anziché continuare ad aggrapparsi freneticamente alle categorie attualmente in via di dissoluzione, per riuscire a ottenere un posto nel bunker del governo e partecipare così alla minacciosa amministrazione della crisi. A rigore, una rivoluzione, che significherebbe l'instaurazione della famigerata «dittatura del proletariato» leninista, ormai non è più necessaria, né possibile, dal momento che è proprio il proletariato stesso che si sta dissolvendo. Ciò che è inevitabile, tuttavia, è una lotta per la trasformazione, vale a dire, una lotta che si svolga lungo tutto il corso dell'inevitabile trasformazione del sistema. Ed è qui, soprattutto nella sua fase iniziale, che possono sicuramente sorgere momenti della vecchia lotta di classe. Tutte le lotte concrete - dalle proteste sociali, agli scioperi per il clima, alle manifestazioni antifasciste o ai movimenti per i diritti civili - dovrebbero essere consapevolmente guidate, e organizzate in maniera offensiva come lotte per un futuro post-capitalista. È necessario pensare - nei processi e nelle contraddizioni - in modo da individuare quelle forze e quelle costellazioni che favoriscano un percorso emancipatorio di trasformazione. E questa lotta consapevole per il futuro post-capitalista, sarà anche il vero denominatore comune dei movimenti sociali concreti, che impedirà la competizione tra i movimenti - ad esempio, tra movimenti sociali e movimenti per il clima. La questione è semplice: quale società tardo-capitalista dovrà emergere nel corso del processo di inevitabile trasformazione: uno stato di polizia oligarchico altamente armato, o una democrazia borghese relativamente aperta, ecc.? Tuttavia, le lotte contro le tendenze di crisi tardo-capitalista, come la pauperizzazione, la de-democratizzazione, il fascismo, ecc. devono - come si è detto - essere condotte in modo offensivo, come momenti parziali della lotta per la trasformazione. Inizialmente, questa consapevolezza della crisi radicale può anche essere inizialmente articolata in slogan e richieste: le proteste sociali e le richieste di redistribuzione, ad esempio, mirerebbero a far pagare ai ricchi la prossima trasformazione; finché il denaro avrà ancora valore. Visto che alla fine, anche nella lotta sociale concreta, in ultima analisi, la fuga dalla prigione del pensiero capitalista dovrà essere osata, andrà fatta evitando di aggrapparsi a delle categorie in via di erosione, come lo stato sociale, ecc. Ecco perché i derivati borghesi della logica della lotta di classe - come la critica del consumo ecologico e il corrispondente modo di pensare rinunciatario - sono controproducenti. Non si tratta di limitare il consumo di merci, che è solo un momento del processo di valorizzazione, quanto piuttosto di liberare la soddisfazione dei bisogni umani dalla costrizione della forma merce. Sarà la crisi che distruggerà il consumo, insieme alla forma merce, come già sta avvenendo per molte persone, le quali si trovano costrette a vegetare sull'orlo della fame nelle aree fatiscenti della periferia. La questione riguarda come si possa lottare per una soddisfazione consapevole dei bisogni, al di là della forma merce, nel quadro di un processo che possa comprendere, nel suo complesso, la società ancora in attesa della lotta per la trasformazione..

L'antifascismo, come lotta contro la barbarie incombente
In un simile contesto, la prassi progressista appare possibile solo se viene vista come un momento parziale di una lotta per un processo di trasformazione emancipatorio; mentre tutto il resto ci riporta invece all'ideologia della crisi e, in ultima analisi, alla barbarie. All'inizio, il fronte della lotta per la trasformazione si svolge anche tra quelli che sono i campi politici in erosione, nella sinistra e nella destra.  La destra (incluso il fronte trasversale) - che dal centro spinge all'estremismo attraverso un'adesione reazionaria all'esistente che sta collassando - spinge a un fascismo che sta cadendo nell'anomia, in quanto forma di crisi apertamente terroristica del dominio capitalista; quello che rimane della sinistra forse potrà ancora riuscire a contrastarlo, come forza emancipatrice, solo se prevarrà in essa una coscienza di crisi radicale, che poi possa diventare la base di un processo di trasformazione consapevolmente guidato.Visto in tal senso, l'antifascismo in particolare - come è avvenuto nel corso dell'ultima crisi sistemica degli anni Trenta - sembra emergere come il primo campo di battaglia centrale nella lotta per la trasformazione. Contrariamente alla lotta di classe - nella quale i lavoratori rimangono all'interno del processo di valorizzazione, in quanto «capitale variabile» - la lotta di trasformazione, nel corso della crisi, rischia di essere rapidamente assorbita da una logica eliminativa, e questo perché, insieme al processo di valorizzazione crolla anche quella che è la base economica comune alle classi in dissoluzione. Il nemico non è più economicamente «necessario», ma finisce per essere semplicemente un concorrente superfluo. La volontà dell'Unione Europea di trasformare il Mediterraneo in una fossa comune per i rifugiati in crisi, rappresenta uno spaccato del potenziale barbarico del processo di crisi.In ultima analisi, la questione riguarda sapere se il dominio senza soggetto del capitale possa essere o meno superato nel corso della prossima trasformazione; oppure se l'estrema destra, che ha già piantato i suoi piedi nello Stato profondo, riuscirà per l'ultima volta a concretizzare il potenziale barbarico che è insito nella relazione di capitale. È anche per questa ragione che, ad esempio, i movimenti di protesta contro la de-democratizzazione, contro lo Stato di polizia e contro i piani autoritari sono essenziali se visti come momenti parziali della lotta di trasformazione, in quanto possono contribuire a mantenere il processo di trasformazione su un binario civile il più a lungo possibile, prima che entri in scena la logica militare. I resti della democrazia borghese devono quindi essere difesi con le unghie e con i denti, nella piena consapevolezza della loro inevitabile erosione, al fine di preservare spazi di emancipazione post-capitalistica in cui la libertà sarebbe liberata dalla sua deformazione e perversione da parte del capitale.

- Tomasz Konicz - Pubblicato su konicz.info, il 06.10.2022 -

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NOTE:

1 https://www.spiegel.de/wissenschaft/natur/austrocknende-fluesse-in-europa-wir-sind-erst-am-beginn-dessen-was-wir-an-extremen-sehen-werden-a-c40327e2-9e94-44af-be7c-45d1777ecb47

2 https://berlinergazette.de/hitzewelle-toedliche-logik-des-kapitals/

3 https://www.zdf.de/nachrichten/politik/pakistan-flut-seuchen-kinder-malaria-100.html

4 https://www.npr.org/2022/09/07/1121427449/an-intense-heat-wave-in-california-is-stressing-the-states-power-grid

5 https://www.theguardian.com/us-news/2022/sep/10/running-water-returns-in-mississippi-capital-but-its-still-undrinkable

6 https://www.konicz.info/2018/06/06/kapital-als-klimakiller/

7 https://www.cnbc.com/2021/07/20/co2-emissions-will-hit-record-levels-in-2023-iea-says.html

8 https://www.konicz.info/2022/10/02/die-subjektlose-herrschaft-des-kapitals-2/

9 Per falsa immediatezza, si intende la tendenza dei movimenti sociali a persistere inconsciamente  in modi di pensare che corrispondono alle condizioni e alle contraddizioni sociali contro cui sono effettivamente diretti.

10 https://www.konicz.info/2018/01/28/querfront-als-symptom/

11 https://www.flickr.com/photos/195176309@N02/albums/72177720302173237

12 https://www.konicz.info/2021/09/20/telepolis-eine-rotbraune-inside-story/

13 https://twitter.com/SWagenknecht/status/1560591239233253378

14 https://www.tagesschau.de/inland/innenpolitik/sommerinterview-schirdewan-linkspartei-101.html

15 https://www.konicz.info/2022/01/31/werteverfall/

16 https://www.nd-aktuell.de/artikel/1146327.modernen-monetaeren-theorie-gelddrucken-bis-zur-vollbeschaeftigung.html

17 https://www.konicz.info/2021/08/08/dreierlei-inflation/

18 https://www.konicz.info/2021/08/08/dreierlei-inflation/

19 https://www.rbb24.de/politik/beitrag/2022/09/brandenburg-havel-demonstration-linke-rechte-energie-lachmann-kritik.html

20 https://www.heise.de/tp/features/Gemeinsam-gegen-Rothschild-3365791.html?seite=all

21 https://www.heise.de/tp/features/Nationalsozial-in-den-Wahlkampf-3580672.html?seite=all

22 https://www.konicz.info/2022/02/01/wahn-wenn-nicht-jetzt/

23 https://www.kontextwochenzeitung.de/politik/376/neo-aus-liberal-wird-national-5145.html

24 https://www.konicz.info/2021/06/29/schreiben-wie-ein-internettroll/

25 https://www.exit-online.org/textanz1.php?tabelle=aktuelles&index=1&posnr=556

26 https://www.streifzuege.org/2011/die-oekologischen-grenzen-des-kapitals/

27 https://twitter.com/b_riexinger/status/1455615222098563072

28 https://www.konicz.info/2021/09/20/telepolis-eine-rotbraune-inside-story/

29 https://twitter.com/tkonicz/status/1577331336829870081

30 https://www.rbb24.de/politik/beitrag/2022/09/brandenburg-havel-demonstration-linke-rechte-energie-lachmann-kritik.html

31 https://www.konicz.info/2022/04/26/krisenimperialismus-und-krisenideologie/

32 https://www.spiegel.de/politik/leipzig-sahra-wagenknecht-als-rednerin-bei-linke-montagsdemo-ausgeladen-a-e84ae5ef-89e9-436f-8202-0241fe83175a

33 https://www.t-online.de/nachrichten/deutschland/parteien/id_100045786/sahra-wagenknecht-beschwert-sich-in-wut-sms-ueber-bodo-ramelow.html

34 https://www.sueddeutsche.de/politik/ramelow-afd-thueringen-1.4834648

35 https://www.heise.de/tp/features/Haben-die-Querdenker-mitgeschossen-6199358.html

36 https://www.konicz.info/2020/12/09/der-linke-bloedheitskoeffizient/

37 https://www.rbb24.de/politik/beitrag/2022/09/brandenburg-havel-demonstration-linke-rechte-energie-lachmann-kritik.html

38 https://www.konicz.info/2021/08/17/von-gruenen-und-braunen-faschisten-2/