La "Wertkritik" e la nostra impotenza di fronte alla guerra
di alain lecomte
E se la guerra non fosse stata un incidente, un'eccezione, un evento che avviene quando tutte le risorse della negoziazione sono state esaurite, ma al contrario uno stato permanente, una sorta di struttura alla base delle nostre società e dei nostri regimi politico-sociali? E se fosse da questa struttura ancora attiva e letale - come diciamo dei vulcani della catena dell'Alvernia, che sono ancora attivi quando pensavamo fossero estinti - quali sarebbero allora le principali caratteristiche delle nostre formazioni sociali? Ben lungi dall'essere la continuazione della politica con altri mezzi, la guerra è stata sempre lì, pronta a ruggire, mascherandosi solo a volte sotto la maschera della politica? Se l'assenza di guerra - o almeno di una guerra "calda", quasi (o del tutto) globale - fosse l'eccezione nella storia, e non la regola, il frutto ottenuto attraverso una dura lotta da parte di esseri umani attivi e coscienti che percepivano, in un dato momento, l'inumanità delle guerre (perché ne provenivano da alcune particolarmente terribili), e sviluppavano pertanto incredibili risorse di immaginazione per cercare di evitarle, Così incredibili che non sarebbe bastato a eliminarla, e che, nonostante tutti questi sforzi, sarebbero poi sempre ricominciate, una volta passato qualche decennio, o addirittura un secolo? La critica del valore (o Wertkritik) coltiva il valore di aprirci a nuove prospettive riguardo all'analisi dei processi storici. Pone fine ai banali dogmi del marxismo classico, e lo fa anche per quanto riguarda fenomeni importanti come la guerra. La concezione marxista classica, così come la cosiddetta concezione "borghese" (cioè, in termini generali, quella del buon senso), minimizzano il fenomeno. In un certo senso, è come se i poteri fossero stati istituiti e fossero in guerra quasi "accidentalmente", allorché i loro interessi sono entrati in contraddizione. In breve, il capitalismo, o qualsiasi altra forma di formazione sociale (come il feudalesimo, per esempio) esistevano prima della guerra, e ci si poteva liberare dalla guerra liberandosi dalle formazioni sociali che l'avevano generata. Per Marx, la storia è l'ascesa costante delle forze produttive all'interno di una struttura dei mezzi di produzione, che finisce per incrinarsi; e questo può essere assimilato al "progresso" proposto dalla concezione borghese, pertanto egli non concepisce la storia come se fosse un'intensificazione delle guerre, la quale ogni volta porta a rotture in cui il mondo si trova alla fine sempre sull'orlo del collasso. Eppure... Autori come Robert Kurz, Ernst Lohoff e Norbert Trenkle hanno idee molto diverse. Potremmo averle anche noi se solo ci pensassimo su un po': non è forse la guerra il fenomeno storico più dominante nella storia? Non potremmo forse vedere le formazioni sociali on quanto organizzate attorno alla guerra, anziché il contrario? Kurz suggerì che non fosse l'ascesa delle forze produttive - una sorta di boom naturale paragonabile alla crescita di una pianta o di un albero - a essere all'origine dello sviluppo della società capitalista, ma al contrario fu quella delle forze di distruzione, il cui principale innesco è stata l'invenzione delle armi da fuoco. Questo, ovviamente, è nuovo, almeno lo è nella prospettiva teorica ispirata da Marx (o da Hegel, ecc.). Per Kurz, ripreso da Frederick Harry Pitts (dell'Università della Cornovaglia) nel suo articolo "Wertkritik and the Critical Theory of Capitalism in the Age of Conflict" ( https://francosenia.blogspot.com/2026/05/la-guerra-che-ci-aspetta.html ), «la storia si svolge, e partorisce il processo capitalistico del lavoro, imponendolo attraverso l'imposizione progressiva della nuova economia politica delle armi da fuoco su quella vecchia». « Le guerre precapitaliste» continua Kurz «erano limitate, ritualistiche e sportive, destinate principalmente all'edificazione o all'avanzamento delle classi aristocratiche. (...) Ma alla fine del 1400 e al 1500, con l'uso di macchine militari più sofisticate, concepite per combattere le "guerre assolute" clausewitziane, viste come estensione delle dispute politiche, tutto cambiò . E questo scatenò un'esplosione della spesa militare, a partire dalla quale le precedenti economie di bottino vennero sostituite da quelle della tassazione volta al finanziamento degli eserciti permanenti, e della produzione di una potenza di fuoco. Le "guerre di costruzione dello Stato", del primo periodo moderno, le quali, attraverso la produzione di marine oceaniche, videro gli Stati impegnarsi in un'espansione colonialista, nella quale istituzionalizzarono delle strutture di potere durature che portarono poi alla Politica, intesa come una sfera di attività specifica e relativamente autonoma, la quale rappresentava il complemento amministrativo di quella che diveniva un'economia sempre più dinamica.» Quella che Kurz chiama "economia politica delle armi da fuoco" fu decisiva in questa rivoluzione militare. «Le esigenze produttive di cannoni e moschetti resero necessario il passaggio da piccole officine a economie su scala più grandi in un'industria degli armamenti nascente. La competizione tra aziende e Stati stimolò l'innovazione tecnologica nei mezzi di distruzione. […] Le migliori opportunità sociali venivano sempre più sacrificate alla macchina militare sotto forma di personale e conoscenze.»
Non copierò ulteriormente questo eccellente testo, che merita di essere letto per intero, ma in particolare sappiamo che Kurz racconta lo sviluppo del lavoro astratto nelle grandi fabbriche: «Queste condizioni produssero dei soldati professionalizzati che divennero, di fatto, i primi lavoratori salariati dipendenti, per la loro riproduzione, non dalla famiglia, bensì dal denaro e dal consumo di merci.» Questi furono i soldati professionalizzati apparsi intorno al periodo delle guerre napoleoniche. «Il loro lavoro prefigurava il lavoro astratto e svuotato del capitalismo industriale, nella misura in cui il combattimento non riguardava più una motivazione intrinseca legata a ideali o affinità, quanto piuttosto l'ordine da parte dello Stato di uccidere in generale.» Questi soldati furono, inoltre, dice sempre Kurz, «I primi soggetti nella storia a essere 'disoccupati' in questo modo formale, quando scoppiò la pace tra le due guerre, furono i soldati che si trovarono ai margini, controllati come problema sociale e popolazione in eccesso». E prosegue dicendo: «Man mano che i loro protetti diventavano l'archetipo della classe operaia, i comandanti militari divennero l'archetipo della classe capitalista, la quale si impadroniva dei bottini di guerra e cercava di investire e accumulare a partire da essi; mentre i loro capitani, divennero gli archetipi dei dirigenti. Di conseguenza, per Kurz, fu la guerra a incubare le nuove forme di soggettività di classe caratteristiche della società capitalista, e le tecniche di gestione e i rapporti di lavoro attraverso cui si esprimono.». In tal modo, Kurz ha analizzato le diverse nozioni di guerra, così come esse esistono dal Medioevo fino ai giorni nostri, rendendo la guerra la forza trainante che sta dietro l'instaurazione di una forma di società che si adatta perfettamente alla guerra stessa che in essa vi si svolge (abbiamo anche potuto leggere la tesi di Johann Chapoutot secondo cui l'industria della seconda metà del ventesimo secolo aveva modellato le sue regole organizzative su quelle del regime nazista vedi: https://francosenia.blogspot.com/2021/05/liberi-di-obbedire.html ). Tutto ciò tenderebbe a dimostrare che c’è la guerra alla base delle nostre organizzazioni sociali, quali che esse siano. Una sorta di prova antropologica su cui è opportuno meditare. È significativo trovare questo tipo di riflessione in una corrente di pensiero che finora ha favorito la relazione storica tra fenomeni sociali, e si è potuta affidare a considerazioni "antropologiche". Non è forse un salto di scena fingere che la guerra sia una caratteristica fondamentale dell'esistenza umana? Che questo tratto manifesterebbe il fatto che le soggettività si sviluppano solo attraverso i loro sforzi di oggettivare gli altri, culminando nella loro disumanizzazione: la guerra vista, in un certo senso, come tentativo di disumanizzare l'altro, proprio allo stesso modo in cui si parlava della follia vista come un tentativo di far impazzire l'altro (Harold Searles) e che, da sé sola, ora spiegherebbe tutto. È su questa posizione che la maggior parte dei giornalisti arriva sempre di più, impotenti come sono (come siamo noi), a trovare altre giustificazioni per ciò che sta accadendo in questo momento nel mondo. La guerra di Trump sembra così folle e priva di logica (anche la più cinica) a priori. Questa tesi antropologica è tuttavia la più plausibile. Si trova anche negli scritti di autori lontani dalla Wertkritik e dalla prospettiva critica in generale, ma che piuttosto si trovano in accordo con una prospettiva "positiva" riguardo la definizione delle caratteristiche fondamentali delle società umane, come è il caso del sociologo Bernard Lahire, dal quale ho letto alcuni estratti dal grande libro "Le strutture fondamentali delle società umane" (pubblicato da La Découverte). Nel suo capitolo sulla guerra, Lahire colloca le logiche della guerra vedendole nella continuazione delle «logiche di opposizione tra 'noi' e 'loro' che si osservano sia nei primati non umani (specialmente scimpanzé) sia negli esseri umani» e afferma: «Disumanizzare l'"altro" è il modo più comune per giustificare il trattarlo come una cosa o come un animale (in quelle società che trattano un animale umano in modo diverso da un animale non umano)»; e non è poi così lontano da ciò che dicono Ernst Lohoff e Norbert Trenkle trascritti da Frederick Harry Pitts:
«Per la Wertkritik, come per Eraclito, la guerra è davvero "il padre di tutte le cose" (Lohoff, 2013)[...] In fondo, la soggettività umana è legata alla capacità di oggettivare gli altri; un processo questo che in vari tempi e luoghi assume sempre una forma più o meno violenta.» La guerra quindi non è un esercizio isolato che si verificherebbe di tanto in tanto, ma sarebbe effettivamente una sorta di "sostanza" (nel senso di Spinoza) che eserciterebbe i suoi poteri e diritti per tutta la storia degli esseri umani (e persino degli animali non umani, come è stato osservato nel caso degli scimpanzé), Semplicemente in modo variabile, si potrebbe dire: molto in evoluzione.
Pubblicato il 21 aprile 2026 da alainlecomte https://rumeurdespace.com/author/alainlecomte/
fonte: https://rumeurdespace.com/
Commento di Debra del 21 aprile 2026 alle 14 h 30 min:
«Ah! Sono molto interessata a ciò che hai scritto, ma non proprio dal punto di vista della guerra.
So che in GRECO ci sono due parole per l'aggressione che associamo alla guerra: "polemos" e "stasi".
Nei testi antichi, i Greci riservavano la parola "polemos" al combattimento esterno, ma l'idea di una guerra civile permanente e latente corrisponde a "stasi".
Dato che hai una formazione linguistica migliore della mia, conosci l'articolo di Beneveniste, "Categorie di linguaggio, categorie di pensiero" che rileggerò quest'estate con tutti i miei neuroni per cercare di comprendere l'eccezionale capacità della lingua greca di colonizzare la cultura, le lingue che tocca, perché questo è ciò che vedo al lavoro nella transizione dal lavoro di laboratorio a quello industrializzato. La logica di ciò che è organizzato nell'industrializzazione procede dall'alto, e non dal basso, ed è molto più basata sull'organizzazione della "polis" che sulla "res pubblica"? Potrebbe essere possibile?
Prova di questa colonizzazione a livello linguistico: so che il latino non ha bisogno di pronomi personali nella misura in cui la lingua, che è molto sistematizzata, ha marcatori di coniugazione così differenziati che i pronomi non sono necessari. Eppure, il latino importerà il greco "ego", che è uno dei pronomi più importanti per noi, un pronome che, tra l'altro, pesa molto sulla nostra modernità. Il greco colonizza così bene perché ha la reputazione, fin dall'Antichità, di essere una lingua COLTA, e chi vuole ammettere di essere ignorante e stupida?...
Forse una delle battaglie più importanti che vediamo in corso in questo momento è la ripetizione, ma non identica, di altre battaglie avvenute in precedenza? La società romana, la "res publica", non era la stessa della società greca. La schiavitù era diversa lì. Il ruolo delle donne, anche la struttura della famiglia. Neanche il lavoro lo era? Ho avuto un'idea qualche giorno fa. Non sapevo che i due partiti politici che si sono fondati negli Stati Uniti si chiamano Partito Repubblicano e Partito Democratico. Come se fosse stato un caso... La parola "repubblicano" in americano deriva dal latino, mentre la parola "democratico" deriva dal greco. Sarebbe allettante pensare che non ci sia conflitto tra ciò che ci arriva da Roma e ciò che ci arriva dalla Grecia, né per i nostri antenati né per noi, ma... Non è affatto così. C'erano molte differenze tra la società greca e quella romana, e i Romani non erano bruti, bestie selvagge accanto a sofisticati, colti e artistici DEMOCRATICI, ecc. La nostra storia è molto più complicata di così. Uno dei principali svantaggi dell'essere un democratico è la stasi. I Greci erano ben posizionati per saperlo, e scrissero ampiamente anche a riguardo. Molto prima che il nostro... novità.
E per il problema dell'oggettivazione... Per evitare di essere oggettificati, forse dovremmo stare dalla parte del soggetto? Ma dobbiamo sapere cosa significa essere un soggetto. Chi dice "soggetto" dice "soggetto", e in "soggetto" c'è il piccolo prefisso latino "sub" che significa "sotto". Tss, tss. Non vedo nessuno in questo momento che voglia stare sotto... Grazie. Era affascinante, visto da quell'angolazione.»
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