sabato 23 maggio 2026

“Bianchezza Ebraica” e “Filo-Semitismo Statale” …

Teoria del Complotto, Critica sociale e Antisemitismo
- Le crisi, che hanno già segnato il ventunesimo secolo - dall'11 settembre alla pandemia di coronavirus - hanno scatenato molti dibattiti circa la legittimità della critica sociale, nel momento in cui essa diventa cospirativa.
In questo testo, Balázs Berkovits contribuisce, mettendo in discussione ciò che non viene preso in considerazione da chi giustifica la teoria del complotto: vale a dire, la critica antisemita è una critica come tutte le altre? -

Indice: - Difesa politica delle teorie del complotto -  Quando le teorie del complotto diventano antisemite -  Spiegazioni del complotto e scienze sociali -  L'antisemitismo come critica anti-egemonica -  "Filosemitismo di Stato" -  Studi critici sulla bianchezza e la cospirazione ebraica. -
- di Balazs Berkovits -

L'11 settembre, e gli interventi militari statunitensi che ne sono seguiti sembrano siano serviti da catalizzatori per una nuova ondata di pensiero complottista, inaugurando un periodo segnato da una crescita esponenziale delle teorie del complotto (inizialmente basate sull'11 settembre stesso) strettamente legato all'espansione dei social media, alla diffusione non filtrata di informazioni anonime, e all'indebolimento del ruolo di vigilanza svolto dai giornalisti professionisti. Molti sostengono che la diffusione delle teorie del complotto - le quali creano delle vere e proprie "realtà alternative" che poi si sviluppano in vere e proprie "visioni del mondo" - abbia finito per degradare le condizioni necessarie a una discussione libera e razionale, causando così un dibattito pubblico frammentato.

La difesa politica delle teorie del complotto
    Eppure... È importante notare come le teorie del complotto siano strettamente legate all'idea di una  critica sociale, e a quella di scienze sociali critiche, come è dimostrato dai numerosi dibattiti che riguardano la libertà di espressione e il corretto funzionamento della democrazia; in contrasto con la segretezza e il governo da parte di un'élite antidemocratica [*1]. Infatti, tra gli scienziati sociali e i teorici politici, vediamo che ci sono molti sostenitori delle teorie del complotto. Da un lato, essi sostengono che queste teorie siano parte integrante di una sfera pubblica democraticamente funzionante (e questo nonostante le possibili carenze cognitive), che incarna sia un discorso anti-egemonico che la diffidenza verso le cosiddette interpretazioni autorevoli, siano esse governative che scientifiche [*2]. In tal modo, per alcuni, le teorie del complotto sono solo una manifestazione estrema, seppur comprensibile, di come gli oppressi tentino la critica radicale: «La tendenza [...] a comprendere tutti i fatti del potere come se fossero cospirazioni, dovrebbe soprattutto essere letta come la deriva patologica di un movimento che vuole porre fine alla espropriazione di uno sforzo che viene compiuto da parte di individui comuni per riappropriarsi del pensiero della loro situazione; del pensiero del mondo in cui vivono e che è stato confiscato da dei governanti separati circondati dai loro esperti» [*3]. Dall'altra parte, i teorici del complotto tendono a insistere che esistano delle reali teorie del complotto. Di conseguenza, la forma di queste spiegazioni del mondo, vale a dire il fatto che invocano l'esistenza di complotti, non permette, a priori, di considerarle ingiustificate [*4]. Per chi le difende, potrebbe esistere una definizione neutrale e "descrittiva" delle teorie del complotto, della quale sarebbe impossibile, prima di una verifica empirica, poter dire se siano false o meno. Secondo questa definizione, le cospirazioni sono semplicemente il lavoro di un gruppo di agenti, i quali agiscono insieme, in segreto e consapevolmente, al fine di promuovere un risultato desiderato, ispirato da intenzioni maliziose. Il termine "teoria", non evoca edifici concettuali immaginari o chimerici, ma al contrario esso segnala qualcosa di simile a una teoria scientifica normale; in attesa della sua conferma o confutazione. Tutto ciò equivale a proporre di prendere sul serio le teorie del complotto, soprattutto perché queste dovrebbero essere uno strumento importante di critica al potere. Ed è anche una critica a coloro per i quali le teorie del complotto sono sempre ingiustificate, fittizie o fantasmagoriche. In una sorta di inversione dialettica, alcuni arrivano persino ad affermare che la caccia ossessiva alle teorie del complotto rivelerebbe piuttosto la tendenza paranoica di coloro che occupano posizioni dominanti nella nostra società. Per paura di perdere il monopolio sull'interpretazione del mondo, sarebbero pertanto portati a squalificare i punti di vista divergenti chiamandoli "teorie del complotto". Pertanto, la proliferazione di «teorie del complotto è decisamente insufficiente a spiegare l'ossessione per le teorie del complotto [...]. La sensazione di essere attaccati, la sindrome ossidionale della fortezza assediata, svolgono un ruolo decisivo in un universo mediatico in cui tutte le negazioni di essere ausiliari di un sistema di dominazione, ora danno loro solo più credito. […] La crociata mediatica contemporanea contro le fake news, avrà difficoltà a nascondere che la stampa stessa è il luogo più autorevole per la circolazione delle fake news[*5]

Quando le teorie del complotto diventano antisemite
    Tuttavia, coloro che ritengono che le teorie del complotto possano essere usate per criticare le strutture di potere e il discorso anti-egemonico, raramente menzionano quelle che provengono dalla destra, o da chi detiene il potere (come Donald Trump o Viktor Orbán). Ma il fatto è che le teorie del complotto non sembrano più avere uno status esclusivamente marginale o "alternativo": hanno fatto diverse incursioni nell'opinione politica dominante, e vengono spesso professate da una posizione di potere (ad esempio, il recente movimento QAnon negli Stati Uniti, la teoria dello "Stato profondo", le accuse contro George Soros negli Stati Uniti e nell'Europa dell'Est, o la "lobby israeliano-ebraica" negli Stati Uniti - sebbene quest'ultimo discorso provenga anch'esso dalla sinistra). Quello che i teorici della cospirazione non menzionano, è che le teorie del complotto sono anche antisemite, o strettamente legate a visioni del mondo che si pongono sotto l'ombrello dell'antisemitismo. Quando si considera che le teorie del complotto sono sempre state principalmente rivolte contro gli ebrei, ecco che allora diventa particolarmente difficile difendere il pensiero complottista vedendolo come atteggiamento anti-egemonico. È infatti innegabile che il pensiero complottista e l'antisemitismo siano per lo più associati: la "voce sugli ebrei", secondo quelli che sono i termini di Adorno e Horkeimer, rivela un aspetto fondamentale del mito antisemita. Moishe Postone, invece, considera il pensiero complottista come se fosse l'essenza stessa dell'antisemitismo, e questo nella misura in cui quest'ultimo deriva - secondo lui - proprio dall'incapacità di pensare in modo astratto. Ed è anche parecchio consapevole della capacità di come le teorie del complotto antisemite abbiano l'aria di essere un discorso anti-egemonico: «La visione moderna antisemita, concepisce la dominazione astratta del capitale – il quale sottopone le persone al vincolo di forze misteriose e impercettibili – come dominazione dell'ebraismo internazionale. L'antisemitismo, pertanto, può apparire addirittura come anti-egemonico.» [*6] Per riuscire a comprendere l'antisemitismo moderno, è importante sottolineare il modo in cui esso feticizza e personifica dei processi complessi come forma di dominazione sociale che, nel capitalismo moderno, hanno sempre una dimensione in gran parte astratta: «Sono gli ebrei, e solo gli ebrei, che sono stati percepiti come se stessero dietro dei processi e dei fenomeni sociali astratti; e quindi come se fossero dei cospiratori intangibili.» [*7] Le teorie del complotto divennero in tal modo, dalla fine del XIX° secolo in poi, il principale schema antisemita. In effetti, una delle principali caratteristiche dell'antisemitismo (la sua "differenza specifica" dal razzismo) è la fede in una cospirazione ebraica – più influentemente "codificata" dai "Protocolli dei Savi di Sion", un falso risalente ai primi anni del XX° secolo. Pertanto, se la critica del complotto viene reinterpretata come se si trattasse di una semplice forma di critica anti-egemonica, nella quale l'elemento antisemita è insignificante, se non addirittura immaginato (cosa che alcune interpretazioni critiche fanno [*8]); ecco che allora a essere trascurato sarà qualcosa di essenziale. E,  viceversa, se la critica anti-egemonica, a causa di un quadro cospiratorio, scivola nell'antisemitismo, essa allora diventa altrettanto problematica, se non di più. Quando i critici di sinistra affermano che « nella retorica populista, i Rothschild simboleggiano il dominio socio-economico dei "plutocratici'", mentre gli ebrei, come popolo, non vengono affatto messi in discussione, o attaccati, per ciò che sono, o per ciò che essi rappresentano.» [*9], ecco che questo non può fare a meno di evocare le parole di un leader autocratico di destra nel mezzo della sua campagna contro George Soros. Solo perché Soros è ebreo - egli  dice - ciò non significa che per lui, nel tentativo di proteggere la nazione, debba essere fatta un'"eccezione": «Contro coloro che minacciano la sicurezza dell'Ungheria, useremo il potere politico e legale dello stato ungherese, indipendentemente da origine, religione o ricchezza.»[*10].

Spiegazioni del complotto e scienze sociali
    Secondo l'opera del filosofo della scienza Karl Popper, molte discussioni si sono concentrate sul rischio di vedere le scienze sociali critiche diventare complottiste, e questo a causa del modo in cui esse spiegano i fenomeni sociali. Oggi, alcuni teorici - adottando la posizione opposta a quella di Popper - affermano persino che le scienze sociali critiche siano per loro natura "paranoiche", e questo poiché il sospetto è alla base del loro approccio; inoltre, trattano necessariamente i collettivi come se essi fossero dotati di intenzionalità, dal momento che c'è pochissimo altro modo di parlarne [*11]. Ciò significherebbe che le scienze sociali critiche non potevano, e non dovevano, evitare la presupposizione dell'esistenza di fenomeni cospiratori. Allora questo significa forse che, sia a livello epistemologico che a livello normativo, non può esserci una distinzione chiara tra teorie del complotto e critica sociale? Tuttavia, l'argomentazione di Popper non mira a una denuncia generale delle scienze sociali, né della loro dimensione critica; ciò è evidente se consideriamo quel che nelle sue "Congetture e Confutazioni" dice su Marx. Qual è la teoria del complotto della società, di Popper? «È la convinzione che tutto ciò che accade nella società – ivi comprese le cose che generalmente non sono gradite alle persone, tipo guerra, disoccupazione, povertà, carenze – sia il risultato diretto della progettazione di alcuni individui o gruppi potenti.»[*12] In questo modo, la visione cospiratoria della società cerca una causa determinante nel comportamento individuale: tutto può essere spiegato a partire  dall'azione deliberata degli agenti coscienti, e dalla loro collaborazione sulla base di "interessi" comuni. Secondo Popper, «La visione complottista della società non può essere vera perché equivale a presumere che tutti i risultati, anche quelli che potrebbero sembrare spontanei a prima vista, siano il risultato inteso delle azioni di una persona interessata a tali risultati. A questo proposito, va ricordato che lo stesso Karl Marx fu uno dei primi a sottolineare l'importanza, per le scienze sociali, delle conseguenze inaspettate: [...] Il capitalista non è un cospiratore demoniaco, ma un uomo che le circostanze costringono ad agire come egli fa; non è più responsabile del proletariato, dello stato delle cose.» [*13] Ma naturalmente, enfatizzando degli sviluppi negativi che sarebbero sempre il risultato di una volontà malevola, finisce che in tal modo la visione cospirativa della società finisce per semplificare il compito critico, fino all'eccesso, e non impedisce a molte persone di approvarla come tale. Come gli rimprovera Popper, il "marxismo volgare" ha introdotto delle spiegazioni complottiste nella teoria sociale; e si è quindi allontanato dalle intenzioni originali e dal metodo cauto della teoria marxista, che può essere interpretato come una patologia della critica; una critica che non si comprende da sé sola.

L'antisemitismo come critica anti-egemonica
    Si può presumere che questo malinteso - che si traduce in forme critiche volgari - si sia perpetuato fino ai nostri tempi. Ciò è legato alla superficialità epistemologica, alla povertà del ragionamento, al pensiero dicotomico o persino manicheo, così come alla sete di radicalismo. La critica radicale spesso si presenta sotto forma di categorie essenzializzate, e appare come basata su un "dualismo metodologico"[*14]. Man mano che le categorie di critica diventano sempre più dicotomiche (oppressore-oppresso, indigeno o colonizzante, indigeno/razziato o membro della classe bianca dominante), avviene che particolarità, ambivalenze, contraddizioni e ambiguità vengono trascurate, ignorate, appiattite. Il "dualismo metodologico", può essere osservato in diversi centri parzialmente interconnessi di critica radicale della società e - in stretto contatto con essi - in alcune forme di critica agli ebrei. Può essere rilevato nella contemporanea "teoria critica della razza", così come nella rigida opposizione tra antisemitismo e razzismo, la quale relega l'antisemitismo a un'epoca passata; e/o lo considera sostituito dal razzismo anti-musulmano. Nelle categorie dicotomiche della critica - sia come minoranza (in Occidente) sia come maggioranza (in Israele) - vediamo che gli ebrei appaiono dalla parte degli oppressori, piuttosto che da quella degli oppressi. Non si dice che siano "razzializzati" o discriminati: non esiste un "razzismo" anti-ebraico, almeno non in una forma "istituzionalizzata", ma esiste solo come fenomeno marginale. Quando i termini binari di razza e "colore" vengono applicati nel discorso di dominazione e "privilegio", allora gli ebrei vengono messi dalla parte "bianca", e l'antisemitismo viene rimosso dalla lista delle preoccupazioni [*15]. L'antisemitismo razziale tradizionale è stato codificato nel linguaggio del razzismo, mentre l'antisemitismo politico, visto nella sua forma cospiratoria, non verrà considerato nulla di significativo. Questa neutralizzazione teorica dell'antisemitismo, rende le spiegazioni delle teorie del complotto ancora più legittime e, al contrario, l'accettazione delle spiegazioni del complotto in quanto critica anti-egemonica, fa sì che ciò che finora è stato considerato antisemitismo, venga ora considerato un non-soggetto. Ciò significa che, nelle società occidentali, la critica agli ebrei viene vista come una legittima critica sociale, che non deriva dall'ostilità verso gli ebrei, ma da una posizione politica supportabile da delle argomentazioni razionali (allo stesso modo in cui l'antisionismo viene anch'esso considerato come una semplice posizione politica che non ha nulla a che fare con l'antisemitismo). La scorciatoia "critica" più semplice, è certamente costituito dal ragionamento complottista; altrimenti, la forma complottista del ragionamento emerge da una variante povera della critica sociale. È vero che l'antisemitismo, anche nella sua formulazione "classica" da parte di Wilhelm Marr, e soprattutto di Otto Glagau che alla fine del diciannovesimo secolo equiparò esplicitamente l'antisemitismo alla critica sociale; affermando che «la questione sociale È la questione ebraica» [*16]. Tuttavia, la differenza è che a quel tempo il riferimento ebraico non era solamente esplicito, ma anche primordiale: agitatori professionisti lo riempivano di contenuti socio-politici, al punto che l'ebraismo era diventato la metafora di tutti gli effetti dannosi della modernizzazione. Oggigiorno, invece, la parola ebreo viene apparentemente relegata in secondo piano, e sostituita da qualifiche quasi sociologiche e politiche. Trasposta nel vocabolario della critica sociale, la critica agli ebrei diventa apparentemente legittima: passa per essere una spiegazione scientifica della società, in un ambito anti-egemonico. È questo il caso quando gli ebrei vengono presentati come parte dell'élite di potere, sia finanziaria che politica; o quando diventano l'incarnazione delle classi privilegiate, "tradendo" la loro posizione originaria di paria (come si può spesso sentire in tutti i contesti in cui si parla di "bianchezza ebraica", come vedremo); o quando vengono rimproverati per essere favoriti dallo Stato e dalle sue istituzioni a danno di altri gruppi o minoranze (spesso chiamato "filo-semitismo statale"). Per le ragioni sopra menzionate, la natura cospiratoria della spiegazione, non porta automaticamente a screditarla; anzi, sarebbe persino probabile che piuttosto ne rafforzi l'autorità critica.

« Filo-semitismo statale »
   Come minoranza, in alcuni discorsi gli ebrei sono stati criticati per mezzo dei concetti di "indigeneità postcoloniale" e di "filo-semitismo di stato". Il termine "indigeno" qui non va inteso come nativo, ma nel senso rivendicato dal "movimento dei nativi della Repubblica" (e successivamente dal partito, il Partito dei Popoli Indigeni della Repubblica) fondato nel 2005 da Houria Bouteldja. Esso si riferisce ai sudditi "post-coloniali" che vivono nella metropoli francese, ma lo fanno ancora sotto il dominio degli eredi dei loro colonizzatori, esprimendo così un'identità sia razziale che politica [*17]. È come se la colonia fosse stata trasferita nella metropoli stessa, laddove lo stesso tipo di relazioni si sarebbero riprodotte tra nativi e colonizzatori. Ma cosa c'entrano gli ebrei con questa storia? Il movimento indigeno ci offre un caso di critica radicale, in cui il ruolo attribuito agli ebrei, accanto ai colonizzatori, diventa un aspetto importante. La nozione di "filo-semitismo statale" - particolarmente diffusa in Francia - esprime l'idea che gli ebrei costituiscano una minoranza protetta e valorizzata dalla Repubblica, mentre le altre minoranze non ne beneficiano, e vengano persino attaccate e stigmatizzate dallo Stato e dalle sue istituzioni. Gli ebrei sono considerati da Bouteldja, e dagli altri portavoce delle minoranze, come se fosse una minoranza che avrebbe integrato la maggioranza dominante, abbandonando volontariamente la sua situazione originale, venendo così cooptati dalla maggioranza. Un elemento importante del "filo-semitismo statale" consisterebbe nel trattamento privilegiato della repressione dell'antisemitismo, rispetto alle altre forme di razzismo. Secondo Bouteldja e altri [*18], il "filo-semitismo di stato" contribuisce a stigmatizzare arabi e neri, attribuendo loro un presunto antisemitismo, al fine di rafforzare le gerarchie razziali esistenti. Esiste una complicità essenziale tra gli ebrei e gli apparati statali, poiché gli ebrei, nonostante la loro storia come minoranze perseguitate, portano una certa responsabilità nella costruzione del nuovo "ordine identitario" in Francia. Allo stesso tempo, Bouteldja interpreta l'antisemitismo proveniente da gruppi minoritari come una semplice reazione al "filo-semitismo statale", rendendolo così una risposta politica degli oppressi al contributo degli ebrei all'oppressione statale [*19]. In tal modo, l'antisemitismo (in contrapposizione al razzismo, che è autentico e diretto contro le popolazioni razzializzate e oppresse della storia coloniale francese) viene reinterpretato come se si trattasse di una semplice forma di critica al potere, una risposta politica alla dominazione ebraica. Lo stesso tipo di argomentazione lo si può trovare in molti autori, riguardo lo scandalo dell'antisemitismo all'interno del Partito Laburista britannico. I difensori della sinistra corbynista furono assai rapidi a denunciare una cospirazione contro il leader laburista; una difesa che poi in seguito acquisì una certa sistematicità teorica, come vediamo nel seguente estratto: «[...] la narrazione contro Jeremy Corbyn, non è semplicemente contro la sinistra. Essa costruì una nuova politica di interesse ebraico, riallineando uno stato britannico attorno a una definizione di identità ebraica. […] Sebbene gli ebrei possano essere stati essenzializzati in quanto popolazione emarginata associata al comunismo e all'usura, ora vengono invece essenzializzati in quanto guardiani della legittimità occidentale, dentro e fuori dal paese[*20]. L'autore sostiene che le classi medie e alte ebraiche, si identificano facilmente, e colludono con le élite dominanti, poiché hanno interessi comuni nel mantenere lo status quo economico e sociale. Allo stesso tempo, si prendevano di mira ebrei di sinistra e della classe operaia; come dimostrato, ad esempio, dal fatto che dei membri ebrei del Partito Laburista furono in modo sproporzionato presi di mira per presunti antisemitismi e poi sospesi o espulsi. Un altro autore sostiene che gli ebrei vengono «sempre più designati dagli stati occidentali come difensori della legittimità del mondo occidentale nei confronti del Sud Globale, così come difensori delle popolazioni nere e asiatiche nei loro stessi paesi.» [*21]. Prosegue poi affermando che i "leader ebrei" britannici accettarono l'offerta nel tentativo di integrarsi meglio nei circoli d'élite. Ancora una volta, la lotta di classe e l'oppressione razziale dovrebbero dimostrare il vuoto del concetto di antisemitismo, il quale si dissolve così sotto lo sguardo materialista; a sua volta, questa interpretazione cerca di legittimare gli attacchi e le critiche rivolte agli ebrei, o a certi gruppi ebraici, in vena cospiratoria, come se si trattasse di qualcosa che verrebbe rivolto solo alle élite al potere. In che modo viene costruito l'argomento? Innanzitutto, si dice che le élite al potere, inclusi gli ebrei, attacchino i sinistri attraverso l'antisemitismo, e che quindi sia legittimo chiamare questo un "gioco di prestigio" (è questa la famosa "formulazione di Livingstone") [*22]) ; secondo, ebrei di spicco colludono e cospirano oggettivamente con l'élite britannica per mantenere l'ordine sociale gerarchico esistente; e terzo, «una guerra contro l'antisemitismo significa pertanto una guerra contro gli ebrei della classe operaia e di sinistra,» così come contro altri progressisti, e questo sarebbe l'unico "vero" antisemitismo oggi, proveniente dallo Stato. Il concetto di antisemitismo viene così svuotato della sua sostanza, strumentalizzato in modo assurdo, e trasformato nel suo opposto: «L'affare Corbyn è il nostro processo postmoderno a Dreyfus del XXI° secolo» [*23]. Gli autori citati intendono dimostrare, in due modi, che le accuse di antisemitismo costituiscono una farsa: non solo mascherano la lotta di classe, ma sono anche uno strumento per condurla contro gli oppressi e la sinistra "progressista"; inoltre servono a mettere a tacere le critiche rivolte al dominante. Ed è attraverso questo gesto, attraverso la neutralizzazione dell'antisemitismo, che le teorie del complotto che coinvolgono gli ebrei - affermando la loro collaborazione sulla base di un interesse di classe comune - cercano di diventare una spiegazione rispettabile, unita a una critica anti-egemonica.

Studi critici sulla bianchezza e la cospirazione ebraica
    Come abbiamo visto - oltre agli elementi metodologici che spingono la critica a diventare cospiratoria - in alcuni discorsi critici, gli ebrei vengono spesso, ed esplicitamente, designati come dominanti o, secondo il vocabolario in voga oggi, come "bianchi", i quali parteciperebbero attivamente all'oppressione delle persone di colore. È questo genere di approccio che caratterizza la maggior parte delle analisi degli ebrei visti nel contesto degli "studi critici sulla bianchezza". Nel pretendere di utilizzare determinati concetti e procedure delle scienze sociali, gli studiosi di bianchezza e razza spesso sostengono implicitamente - ma talvolta anche esplicitamente - tutta una serie di concezioni anti-ebraiche. le quali vengono presentate come se fossero delle posizioni anti-egemoniche.  Negli Stati Uniti, la critica alla "bianchezza" degli ebrei viene inquadrata in termini di vantaggi immeritati, privilegi derivanti dall'integrazione nella società mainstream, e persino "sovra-rappresentazione" in certi ambiti (come nei media, nell'industria cinematografica, o tra gli intellettuali pubblici, ecc.). La tesi generale veicolata dagli studi sulla bianchezza, è quella secondo cui i bianchi (o gruppi, e tra loro gli ebrei, che «sono diventati bianchi» nel corso di un processo socio-storico) avrebbero beneficiato del "sistema di oppressione" dei non bianchi [*24]. Tuttavia, da questo momento in poi, la spiegazione comincia a dividersi, a seconda che segua un percorso "collettivista", oppure "individualista". Uno dei pilastri degli "studi sulla bianchezza", e della "teoria critica della razza", che funge anche da simbolo del radicalismo, è la concezione di un "razzismo sistemico", che si pone alla base dell'interpretazione "collettivista". Esso si basa su assunzioni mono-causali, «attribuendo ogni caso di disparità razziale al privilegio bianco [...] al lavoro in una data interazione sociale» [*25], senza però descrivere quali siano i suoi meccanismi concreti, e ignorando quali siano gli altri fattori che contribuiscono al sistema di disuguaglianza. Tuttavia, la concezione di "razzismo sistemico" non richiede che i bianchi siano individualmente e consapevolmente razzisti, dal momento che il razzismo è radicato nel "sistema". Tuttavia, esiste anche un'ipotesi parallela e individualistica, secondo cui gli ebrei bianchi abbiano effettivamente sposato e sfruttato questa struttura razziale che è stata scelta per loro. In realtà, così facendo, la storia degli ebrei che diventano bianchi viene raccontata due volte. Innanzitutto, l'interpretazione struttura i risultati in termini di mobilità sociale e di acculturazione -  gradualmente ottenuti dopo la Seconda Guerra Mondiale -  che non vengono attribuiti agli ebrei stessi in quanto attori, ma alle condizioni sociali che li favorivano (pur essendo svantaggiosi per gli altri). Ragion per cui, sarebbe impossibile aggirare la gerarchia razziale, la quale inevitabilmente governa il sistema di disuguaglianza. In altre parole, è un «mito che gli ebrei siano usciti dalla situazione da sé soli» [*26]. Apparentemente, quindi, avrebbero raggiunto queste posizioni non come ebrei, ma in quanto bianchi; non come attori, ma come gruppo favorito dalle forze strutturali. Gli ebrei vengono così diluiti nel gruppo bianco, visto che le particolari caratteristiche socio-storiche degli ebrei non vengono considerate. Tuttavia, per gli studiosi della bianchezza, la mobilità sociale degli ebrei è anche il segno di un "tradimento" della loro autentica posizione minoritaria, e insieme di una loro alleanza con un sistema capitalista visto essenzialmente come razzista. Gli ebrei, seguendo i propri interessi, vengono pertanto accusati di contribuire al mantenimento della supremazia razziale ed economica bianca , non solo nella misura in cui dimostrano che è possibile che una minoranza abbia successo, ma anche sostenendo furtivamente la causa del razzismo. In tal modo, il modo più semplice per rivitalizzare una critica "strutturalista", diventa quello di introdurre elementi cospirativi nella spiegazione. È vero che in questo caso la spiegazione strutturale (gli ebrei sono presumibilmente favoriti da forze strutturali razzializzate) viene completata a partire da una rilevanza critica apparentemente contraddittoria. Naturalmente, esiste già un germe di critica (non complottista) in quella che è la parte strutturale della spiegazione: se gli ebrei non sono arrivati a occupare la loro posizione grazie ai propri meriti, ma piuttosto perché sono stati favoriti da dei fattori esterni, allora non avrebbero dovuto raggiungerla. Ma non è tutto, poiché nel paradigma della "bianchezza" gli ebrei dovrebbero avere un interesse diretto a mantenere la gerarchia razziale della società americana, pur rimanendo volutamente ignoranti delle "realtà" di razza e razzismo [*27]. Secondo questa visione, gli ebrei «hanno adottato un'identità americana che li ha resi sentimentalmente legati a una struttura politica che, a sua volta, ha creato per loro delle opportunità di vita eccezionali, e pertanto sono diventati riluttanti a confrontarsi con le politiche e con i modelli storici che hanno reso molto diversi gli Stati Uniti in cui vivevano i neri.» [*28]. Gli ebrei vengono pertanto accusati di cercare attivamente quello che è il privilegio bianco, e di collaborare con le élite bianche, riducendoli così allo status di attori; purché essi difendano i propri interessi a spese di altri gruppi minoritari. Un'azione con delle connotazioni negative. viene pertanto "compiuta" da loro in quanto ebrei (per quel che riguarda la loro identificazione con la maggioranza bianca e il loro presunto razzismo), vendendoli così come dei consapevoli traditori della loro posizione minoritaria; mentre, come abbiamo visto, le azioni con connotazioni positive vengono attribuite alle strutture, e non ai loro "meriti" (la loro mobilità sociale ascendente). Così, alla fine della linea di ragionamento, l'agenzia degli ebrei diventa sinonimo di cospirazione; e questo innanzitutto a partire dal fatto che rende possibile soddisfare le aspettative normative della teoria, vale a dire, diventare critici verso il presunto gruppo di dominanti (gruppo che ora include gli ebrei). Ma allo stesso tempo l'agenzia viene anche considerata cospiratoria, poiché si presuppone che possono possederla solo gruppi che si trovano già in posizione dominante, e che la useranno consapevolmente a danno dei gruppi dominati/oppressi. La cospirazione, diventa così l'altro nome per l'azione, in un paradigma in cui non dovrebbe esserci azione, perché gli obiettivi dei gruppi dominanti sono percepiti come invariabilmente raggiunti, in modo meccanico.

Concludiamo!
    A quanto pare, sembra che, nelle società occidentali, la critica agli ebrei venga sempre più legittimata come critica sociale, come se essa provenisse da una posizione politica ragionata, lontana da qualsiasi intenzione o conseguenza antisemita. A mio avviso, gli è soprattutto che gli ebrei e l'antisemitismo (e persino la memoria della Shoah) costituiscono un ostacolo alla critica volgare; ed è per questo che affascinano così tanto certi focolai della critica mainstream contemporanea. Questo, poiché l'antisemitismo fatica a essere compreso nel linguaggio del razzismo (basato sulla discriminazione), e viene pertanto considerato inesistente, anche come arma concettuale che possa servire a reprimere la ribellione e il cambiamento sociale. Tuttavia, ciò richiede la ricodifica sistematica degli ebrei, in modo da essere intesi come dominanti, e l'accettazione delle teorie del complotto che devono assurgere a strumento di critica (la quale viene, però, poi impoverita e resa popolare). Ma quando - potendo indicare dei "colpevoli" -  si vuole assumere una posizione anti-egemonica, non si assume forse un certo vantaggio?

- Balázs Berkovits - Pubblicato il 5/6/2024 - fonte: K. La Revue -

NOTE:

1 - Mark Fenster, "Teorie del complotto: segretezza e potere nella cultura americana," Minneapolis: University of Minnesota Press, 1999; David Coady, "Cosa credere ora: applicare l'epistemologia alle questioni contemporanee", Malden, MA: Wiley-Blackwell, 2012; Matthew R. X. Dentith, "La filosofia delle teorie del complotto", Palgrave Macmillan, 2014; Julien Giry, "Archeologia e usi dello stile paranoico". Per un'epistemologia critica", Critica Masonica, Critica's Friends, 12, 2018.
2    Jaron Haramban e Stef Aupers, "Contestare l'autorità epistemica: teorie del complotto al confine della scienza", Public Understanding of Science, 24 (4), 2014.
3    Frédéric Lordon, "La cospirazione dell'anti-complotto. Squalificati per poter dominare meglio". Le monde diplomatique, 3 ottobre 2017.
4    Vedi, ad esempio: M R. X. Dentith, "Teorie del complotto sospettose", Synthesis, Vol. 200, No. 243, 2022.
5    Lordon, op. cit. cit.
6    Moishe Postone, "Storia e impotenza: mobilitazione di massa e forme contemporanee di anticapitalismo", Public Culture Vol. 18, No.199, 99.
7    Lars Rensmann e Samuel Salzborn, "La teoria di Moishe Postone e la sua rilevanza storica e contemporanea", Antisemitism Studies Vol. 5, No. 1, 2022, 62-63.
8    Giry, op. cit. cit., Lordon, op. cit. cit.
9    Giry, op. cit. cit., 7.
10    András Király, "Pont a zsidóktól inkább egy kis segitségre számitott volna Orbán" [Dagli ebrei, Orbán avrebbe voluto un po' di aiuto], 444.hu, 7 luglio 2017.
11    Luc Boltanski, Misteri e cospirazioni, Cambridge, Polity Press, 2014.
12    Karl Popper, Congetture e Confutazioni, New York – Londra, Basic Books, 341.
13    Ivi. 342.
14    Robert Fine e Philip Spencer, "Antisemitismo e la Sinistra. Sul ritorno della questione ebraica", Manchester University Press, 2017.
15    Vedi ad esempio: Cugino, Glynis e Robert Fine, "Una causa comune." Società europee. 14:2, 2012; Balázs Berkovits, "Di che colore sono gli ebrei?" K., 16 giugno 2021.
16    Vedi Shulamit Volkov, "Tedeschi, ebrei e antisemiti. Processi nell'emancipazione", Cambridge University Press, 2006.
17    Houria Bouteldja, "Bianchi, Ebrei e Noi. Verso una politica dell'amore rivoluzionario", Semiotext(e), 2017.
18    Eric Hazan, "En descendant la rue Ramponeau." Lunedì mattina, 2 febbraio.
19    Houria Bouteldja, "Razzismo/i di Stato e filosemitismo o come politicizzare la questione dell'antirazzismo in Francia?'", 2015,
20    Benjamin Balthaser, "I nuovi anti-dreyfusards. Sionismo e antisemitismo di Stato in Occidente", Spectre, 16 aprile 2023.
21    Sai Englert, "Recentring the State: Una risposta a Barnaby Raine sull'antisemitismo", Salvage, 17 dicembre 2019.
22    David Hirsh, Antisemitismo contemporaneo di sinistra, Routledge, 2017.
23    Benjamin Balthaser, op. cit. cit.
24    Karen Brodkin, "Come gli ebrei sono diventati bianchi?", Rutgers University Press, 1998
25    Jonathan David Church, "Reinventando il razzismo", 2020.
26    Karen Brodkin: "Come sono diventati bianchi gli ebrei?".
27    Balázs Berkovits, "Studi critici sulla bianchezza e il problema ebraico." Zeitschrift für kritische Sozialtheorie und Philosophie 5(1), 2018.
28    Jane Anna Gordon, "Cosa dovrebbero pensare i neri quando gli ebrei scelgono la bianchezza? E Ode a Baldwin", Critical Philosophy of Race, Vol. 3, No. 2, 2015, 231.

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