martedì 5 maggio 2026

ANCORA GUERRA CIVILE MONDIALE

La "Wertkritik" e la nostra impotenza di fronte alla guerra (2)
- di alain lecomte -

Rinascita della guerra – le illusioni del "campismo"
    Cosa sta succedendo davanti ai nostri occhi?  Gli ultimi avvenimenti ci ricordano quanto sia la guerra, la sostanza che sta alla base della nostra umanità. Ogni fase della storia mette davanti a un nuovo stato di guerra. Fino a poco tempo fa - cinquant'anni fa - avremmo ancora potuto rifugiarci in un'interpretazione della storia vista nei termini di un imperialismo dominante. Se c'erano delle guerre, questo avveniva perché c'era un imperialismo - in particolare l'imperialismo americano -  che cercava di affermare il proprio controllo assoluto sulle forze cosiddette “progressiste” che contestavano il suo dominio. C'erano la Corea, il Vietnam. Allo stesso modo in cui, prima, c'erano state delle guerre coloniali, nelle quali le principali potenze (Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, Regno Unito) volevano mantenere le proprie colonie (solo di queste si parlava, non vedevamo da un punto di vista colonialista, gli atteggiamenti di conquista e di dominio della Cina sul Tibet o sullo Xinjiang, né quelli della Russia sulle “altre repubbliche dell’URSS”). Eravamo abituati a tutto questo, al punto da credere ingenuamente che se non ci fossero state più colonie, se non ci fosse più stata un'opposizione tra imperialismo e potenza "socialista", l'URSS, una volta scomparsa quest'ultima, beh, non ci sarebbe più stata alcuna guerra! E a tutto questo ci abbiamo creduto per circa quasi trent'anni...E ciò, fino a quando la cosa non è ricominciata. La Russia, che si pensava fosse morta insieme al nome di Unione Sovietica, tornava invece alla lotta per contrastare i desideri di indipendenza dei suoi vicini, ivi inclusa, in primo luogo, l'Ucraina (ma c'erano anche Georgia, Cecenia...), e questo nel mentre che l'Iran, a partire dalla rivoluzione islamica del '79, si affermava come potenza emergente che sfidava qualsiasi altra entità locale, e in particolare Israele, per la loro legittimità; nel mentre che entità non nazionali - come Al-Qaeda o ISIS -  intrapresero un'aggressione con obiettivi altrettanto colonialisti, e in ogni caso con l'obiettivo di creare nuove potenze (il famoso califfato). Mentre gli Stati Uniti, ovviamente, puntando, come potenza  al monopolio degli armamenti, si superarono lanciandosi in conflitti da cui tornavano più o meno sempre a mani vuote, prima di lanciarne una, -  recente - cui non sono nemmeno in grado di assegnare un obiettivo concreto. Guerra per il gusto della guerra; si sarebbe tentati di pensare. Oppure, in modo un po' più sfumato, guerra per rafforzare i mezzi di guerra. Ovviamente, l'impatto degli Stati Uniti va misurato in termini dell'arroganza dei suoi leader (soprattutto quello attuale), e della sua ricerca volta a ottenere la massima concentrazione di ricchezza, vale a dire, il valore ancora prodotto su scala globale (in una disperata ricerca delle ultime briciole di plusvalore che possono rimanere: una ricerca, questa, che comporta la schiavitù dell'Europa; per cui ora si può anche smettere di parlare di "campo occidentale". Senza dimenticare la punizione della Cina, dove le risorse dei combustibili fossili sono ancora sfruttabili; e questo nel tentativo di mantenere un'economia di carbonio obsoleta. Resta il fatto che essi stanno conducendo una guerra contro l'Iran apparentemente senza giustificazione, se non per sostenere Israele nel suo desiderio di eliminare uno Stato che sfoggia la minaccia nucleare insieme a quella di armare permanentemente dei mini-stati ostili, Hamas e Hezbollah, che usano il pretesto di difendere un popolo palestinese, cui in realtà non tengono affatto, nel mentre che l'estrema destra israeliana vuole approfittarne per cercare di far regnare un ordine messianico su un Oriente mitico.

È tanto! Dovremmo schierarci? Come dicevamo una volta.
   La Doxa vorrebbe farci considerare tutti questi come se fossero dei conflitti "tra campi", convocandoci a prendere posizione per un campo piuttosto che per un altro. Così, conflitto sarebbe tra ebrei e arabi, oppure tra ebrei e palestinesi, mentre è chiaro che i palestinesi, come popolo, sono vittime sia del potere di Hamas (cioè l'Iran) sia del potere di Israele (scatenato dalla follia di Netanyahu); e che gli ebrei sono sparsi in tutto il mondo e che, per la maggior parte, come tali, sono ostili al governo Netanyahu, e sono stati fortemente colpiti dal trattamento che è stato riservato alla Striscia di Gaza. Storia, tradizioni, realtà etniche vengono pertanto usate dai regimi al fine di galvanizzare le popolazioni, per fare accettare loro passivamente la dura condizione delle vittime di queste guerre. C'è sempre una Bibbia, un Corano, una Torah aperta all'angolo di un tavolo che dice: devi andarci, devi combattere tizio, devi far trionfare il tuo popolo, la tua fede, il tuo dogma [*1]. Israele dovrà andare dal Nilo all'Eufrate (come dicevano gli evangelisti americani), mentre la Palestina dovrà estendersi dal fiume (il Giordano) fino al mare (il Mediterraneo). Una signora che compra le sue verdure al mercato di Estacade. nel frattempo, fa dei commenti ansiosi, dicendo al suo ortolano che «questo è ciò che desiderano da tremila anni». Capisco che si sta riferendo agli ebrei. L'ortolano, da parte sua, le risponde che nemmeno gli altri sono chiari («hanno massacrato trentacinquemila bambini», dice, «ti rendi conto?») e la voce continua così, le parole si disperdono. Finiamo per vedere il nostro vicino come la persona responsabile di tutto questo. Perché è ebreo, o perché è arabo o perché è religioso.

La Wertkritik di fronte alla crisi
    Dovrebbe esserci un modo alternativo di inquadrare tutte queste questioni. La WertKritik lo fa analizzando il capitalismo e le sue fondamenta nel loro insieme, evidenziando i processi astratti, evitando di assegnare a priori delle responsabilità a qualsiasi particolare gruppo umano sociale, etnico o religioso. Si rifiuta di feticizzare le relazioni sociali, e di renderle l'origine dei conflitti. Una delle opere più famose di Robert Kurz ed Ernst Lohoff, ad esempio, parla del "feticismo della lotta di classe",  dicendo che la lotta di classe, contrariamente a quanto si è a lungo detto sotto la protezione del marxismo dogmatico, non è il motore o la causa di tutte le cose, ma piuttosto solo un semplice effetto della valorizzazione sociale (ossia, è il fenomeno della creazione di valore svolto attraverso il lavoro e le merci). La sua realtà fantasticata esprime anche, a mio parere (e ci tornerò), una forma di fascinazione per la guerra, sia essa "civile", se non addirittura "sociale", la quale è parte della fonte dei nostri mali. [*2] Per quanto riguarda la guerra, la Wertkritik non esita a sfatare il mito dell'"imperialismo dominante" [*3] e cerca di analizzare il fenomeno attraverso altri concetti, evocando piuttosto una "guerra civile mondiale". In un momento in cui le economie nazionali sono così intrecciate tra loro, non esiste più alcuna questione di confronti, visti nel senso stretto tra "capitali nazionali" (Ernst Lohoff). Anche il potere americano deve ora lottare all'interno di un ordine mondiale, il quale dev'essere costantemente ricostruito. Robert Kurz teorizzò quale sia stato il ruolo delle armi da fuoco nell'apparizione e nello sviluppo del capitalismo. L'economia di guerra ha sempre dominato il mondo. La spesa militare è aumentata drasticamente, passando dalle "belle" guerre condotte dai signori del Medioevo, e portando così a un'industria colossale che impiega masse di operai. Ci sono ora molte popolazioni che, pur essendo civili, diventano bersagli per gli eserciti avversari, e non solo per chi lavora direttamente nella produzione di armamenti, ma anche per i loro subappaltatori, per chi li nutre, ecc.: il popolo nel suo insieme. Da qui il fatto che le guerre assumano sempre più l'aspetto di guerre contro i civili, culminando oggi nelle guerre moderne in Ucraina, a Gaza o in Iran. Aggiungiamo che i militari hanno sempre meno scrupoli nell'usare le popolazioni civili come scudi, scommettendo così sugli ultimi barlumi di umanità che potrebbero ancora animare le armate nemiche. Tutto ciò è sempre stato accompagnato da un appello alla ricerca tecnica e scientifica, in modo da poter così  aumentare sia la potenza delle armi sia la produttività dell'industria militare, riuscendo a ottenere, dopo un certo periodo, un surplus di produzione, la quale, a sua volta, richiede lo scoppio di nuove guerre (in modo pa poter vendere le scorte in eccesso di armi), oppure trova un modo per prosperare in un'economia - come quella che nacque dal 1945 in poi - nella quale il consumo aveva la precedenza, e che vedeva il Know-How e le tecniche di produzione militari tornare sulle loro applicazioni civili: automobili, elettrodomestici, radio o televisori; tutto ciò, fino alla recente ascesa dei computer e della tecnologia digitale, e fino a quando questa estensione forse non è più stata sufficiente, portando così alle guerre moderne menzionate sopra.
«Laddove gli anni di guerra avevano incubato le "forze produttive della seconda rivoluzione industriale" sotto forma di forze di distruzione, la Guerra Fredda le ha ora liberate (Kurz, 2013). L'organizzazione fordista del processo lavorativo, perfezionata dallo stato di guerra, aveva generato in tempo di pace dei guadagni di produttività così talmente rapidi da minacciare di produrre una sovrapproduzione di merci in relazione alla domanda, svalutando così i beni e creando le condizioni per una crisi economica. Ma le innovazioni emerse dagli anni di guerra, diedero origine a nuovi rami di produzione che soddisfarono le esigenze di un'epoca di consumo di massa; automobili, elettrodomestici, per esempio.»
A turbare qui, è l'idea secondo cui il periodo che, per noi, era sinonimo di pace e crescita economica e sociale (mai la civiltà ha conosciuto così tanti progressi nel campo sociale, che si traducono in miglioramenti in materia di salute – previdenza sociale ecc. –, tenore di vita – vacanze, ferie retribuite, possibilità di dotarsi di tutta una serie di dispositivi che facilitano la nostra vita quotidiana –, e opportunità di viaggiare per il mondo alla ricerca di nuovi contatti umani, favorendo così la diffusione dell’ideale umanistico), si rivela essere anche quella del più alto sviluppo delle armi e del loro commercio, dell'accumulo di mezzi di distruzione – bombe nucleari e missili intercontinentali – arrivando fino alla "conquista dello spazio", resa possibile da questa ricerca militare, e aprendo pertanto la strada a possibilità finora sconosciute di distruzione del mondo, in particolare tramite satelliti militari. «La Guerra Fredda rappresentò quindi l'apice dello stato di guerra. La corsa agli armamenti superò tutte le precedenti forme di distruttività, e le sue implicazioni scientifiche ed economiche rimodellarono completamente il terreno della competizione capitalista all'interno e tra gli stati-nazione. L'Unione Sovietica rimase competitiva per un certo periodo in termini scientifici e tecnologici, ma diversi fattori posero fine a questa situazione: l'ascesa della tecnologia dell'informazione; un'economia occidentale più globalizzata con accesso a una produzione ad alta intensità di lavoro per contenere la crisi; e l'"accesso privilegiato degli Stati Uniti al capitale transnazionale", che permise una spesa militare più elevata. La vittoria resa possibile da questi fattori ha istituito un ordine mondiale unipolare storicamente senza precedenti, in cui ogni idea di equilibrio di potere è stata abolita» (Lohoff, 2013).

Una guerra civile mondiale?
   L'articolo di Frederick Harry Pitts citato sopra, offre una sintesi illuminante dei pensieri della Wertkritik, principalmente quella di Lohoff e Trenkle, sulla questione della guerra. In particolare, pone la domanda su cosa stiamo affrontando in questo momento. Non appena sono comparse le tensioni, molti autori hanno avuto il riflesso di rifugiarsi in quello che conoscono: ed ecco il ritorno della Guerra Fredda. Ancora una volta l'opposizione tra due schieramenti - ma questa volta, invece di essere USA e URSS, sarebbero stati Stati Uniti e Cina (ognuno con i propri satelliti, ovviamente) - ma molto rapidamente divenne chiaro che non poteva essere così. La Russia attaccava l'Ucraina, il conflitto mediorientale era al centro della scena, senza alcun legame con uno dei due grandi, come si diceva (quando Israele era visto come scagnozzo degli americani e i movimenti pan-arabi appartenenti alla sfera d'influenza sovietica). Inoltre, se la Russia ha attaccato l'Ucraina, non è stato, come ha sostenuto la propaganda russa ripetuta qua e là dai relè di influenza di Mosca, a causa di una "minaccia" improvvisa dall'Europa o dalla NATO; la prima militarmente debole e la seconda quasi moribonda, nel 2022. No, era invece davvero per cercare di ricostruire un impero dal quale la Russia era stata separata al momento del crollo dell'URSS, dopo un periodo di turbolenze in cui gli ex apparatchik avevano approfittato della situazione per rubare, estorcere e costruire immense fortune sulle spalle degli emarginati (vedi la striscia a fumetti Slava, vedi anche il film kazako Abel, di Elzat Eskendir, uscito quest'anno). Altrove, in un movimento simile, in Iran, Turchia e in alcuni paesi del Medio Oriente (Siria), le forze militari si sviluppavano con solo l'arricchimento delle élite al potere, e dei gruppi militari che occupavano posizioni di repressione e potere (ad esempio le Guardie Rivoluzionarie in Iran). Qui, la coesione sociale si raggiunse attraverso l'attivazione frenetica dei principi del fondamentalismo religioso (come anche in India). Il documentario trasmesso il 12 aprile su France 5, scritto da Jean-François Colossimo, intitolato "Gli imperi colpiscono ancora", mostra in modo eccellente come tutto ciò possa essere riassunto come se fosse una sintesi tra un tipo di impero basato su una politica economica di recupero specifica della fine della Seconda Guerra Mondiale e il tentativo di imitare il "successo occidentale". da un lato; e dall'altro d'altra parte, la religione che un tempo aveva regnato su questi imperi e che poteva essere nuovamente riattivata e strumentalizzata per trasformarli in potenze essenzialmente orientate alla vendetta e alla messa al passo di tutto ciò che potesse costituire un pericolo per l'ordine costituito: liberazione dei costumi, desiderio di democrazia (anche “formale”!), sete di emancipazione (al di fuori della religione, ovviamente). Le parole del documentario di Colossimo coincidono, del resto, con le caratteristiche attribuite ai regimi cosiddetti “socialisti” e/o “di liberazione nazionale” nella maggior parte degli scritti di Robert Kurz, in particolare in Leggere Marx, dove li definisce semplicemente come “regimi di recupero capitalistico”. Poiché il “recupero” era fallito, si era tornati alle vecchie soluzioni della religione. Il documentario di Colossimo ha anche il valore di ricordarci certi fatti che avevamo dimenticato: lo Scià d'Iran, per esempio, che promuoveva una nuova religione nel momento in cui voleva che il suo paese uscisse dall'orbita dell'Islam, che allora veniva considerato retrogrado e "contrario al progresso", ma che tuttavia pensava non fosse nulla di meglio per questo che sostituire una religione con un'altra, "più moderna"; ma anche la rapidità con cui la Chiesa ortodossa russa si schierò con Putin per dargli il suo sostegno religioso, o il modo in cui gli Stati Uniti, dall'inizio degli anni Cinquanta, sotto Eisenhower, si equipaggiarono con una sorta di religione di Stato, l'evangelizzazione, allora predicata da un certo Billy Graham: un movimento religioso nuovamente spinto nell'era Reagan, e che trovò la sua attuale apoteosi con l'era Trump. Abbiamo così avuto un assaggio dei metodi utilizzati dai regimi tirannici nei confronti della religione (che non è più l’oppio dei popoli, ma il pane benedetto degli oligarchi). Ovviamente, quando guardiamo a ciò che accade all'interno di queste potenze o "imperi", ciò che colpisce è il fatto che la situazione di guerra non si presenta solo come una guerra inter-statale, dal momento che alla fine ci sono poche situazioni in cui un blocco, formato da un regime e la sua popolazione, si trova di fronte a un'altra coppia simile. Il più delle volte sembra che il potere sia invece profondamente diviso, in preda a una guerra interna.. È questo il caso. in Iran. Non passerà molto tempo prima che anche questo accada negli Stati Uniti. Nel caso della Russi, è difficile da vedere, a causa del filtraggio delle informazioni. Nelle società liberali democratiche, questo invece si manifesta nell'importanza crescente di ciò che viene chiamato populismo. Il populismo è l'ideologia che promuove la guerra interna tra, da un lato, i gruppi favorevoli a forme di emancipazione individuale e sociale e, dall'altro, gruppi che vi si oppongono fondamentalmente, legati com'essi sono alle vecchie forme di potere e di dirigismo in vigore in un passato mitizzato, quando gli uomini avevano ancora tutto il potere, quando l'eterosessualità era la norma, le donne stavano ai fornelli e la lingua veniva “parlata correttamente”. Non sorprende che questi temi reazionari ("gli anti-woke") si trovino nei programmi delle élite dirigenti degli imperi in grado di causare guerre esterne: sono quegli stessi movimenti e tendenze, a frammentare l'umanità dentro e fuori dai suoi confini. Ed è per questo che i sostenitori della Wertkritik parlano di una "guerra civile mondiale". Per Lohoff (2023), l'attuale confronto, tra democrazie liberali occidentali e stati autoritari, non si presta a una spiegazione basata sulla nozione classica di "imperialismo"; piuttosto, essa è l'espressione di una "guerra civile mondiale" dove la distinzione tra politica interna ed estera tende a essere cancellata. Il quadro concettuale della guerra civile mondiale permette di comprendere il carattere dello scontro contemporaneo, vedendolo come derivante da una dinamica diversa rispetto alla sola competizione economica. La miscela regressiva di "autoritarismo, mascolinismo, culturalismo aggressivo e antisemitismo", che Trenkle (2022) associa alla Russia di Putin e ad altre potenze, non è esterna alle società libere dell'Occidente democratico: piuttosto, ne costituisce il "lato oscuro opposto", il suo "irrazionalismo" essendo l'espressione dei "punti ciechi" e delle "esclusioni" insite in una "razionalità borghese" che presuppone un comportamento economico e geopolitico strumentale e calcolatore, nascondendo la povertà, la violenza e il dominio che la sostengono. In effetti, la colpa attribuibile a queste "società libere" dell'Occidente democratico, è stata quella di aver fatto male il proprio lavoro: esse hanno tutte portato benessere e una forma di libertà in modo assai diseguale, permettendo ad alcuni di poterne beneficiare, ma impedendolo ad altri, viziando così le persone nelle metropoli, ma non quelle delle campagne, selezionando (tramite un sistema scolastico e universitario basato sulla selezione delle élite) coloro che avrebbero il diritto di arrivava a occupare posizioni dominanti, e impedendoglielo specialmente quando provenivano da regioni colonizzate, o da strati proletari della società. Da qui il desiderio di vendetta, odio e risentimento. Questo è ciò che si riflette oggi nel cosiddetto movimento "de-coloniale". L'Illuminismo, sì, ma non per tutti. Mentre era necessario, e deve esserlo ancora, che l'Illuminismo sia per tutti.

Un soggetto diviso
    Questa idea di una guerra civile mondiale è spaventosa, è prima di tutto una guerra tra forze sociali all'interno delle nostre società, attorno alle "libertà civili" e ai diritti fondamentali, che oppongono i sostenitori di un ordine tradizionale a coloro che aspirano all'universale. Andando oltre, come suggerisce un giovane blogger - qui (
https://littpo.fr/2026/04/11/de-la-guerre-et-de-la-paix/) - quella che ci attraverserebbe come dei soggetti divisi, costringendoci a restare sempre vigili non è anche una guerra ancora più "interna". Alcuni obietteranno che questa divisione interna, è l'effetto della divisione sociale, ma ciò non è ovvio: la relazione tra causa ed effetto può anche andare nella direzione opposta, in ogni caso è una relazione complessa (dialettica?) e sarebbe presuntuoso decidere per un solo senso, che la guerra era il risultato di questa capacità specifica della soggettività umana di oggettivare gli altri, arrivando persino a parlare di una "capacità umana comune alla violenza e di una disposizione a rischiare la propria vita in combattimento". "Se la capacità di uccidere," dicono, ""Come afferma il blogger Gabriel Go di essere uccisi dev'essere continuamente rinnovata come condizione di autocoscienza umana, lo stato moderno ne rappresenta la sua sospensione e sublimazione: la lotta verso la morte si sposta così verso altri tipi di attività sociali; vale a die, il lavoro. Ma l'instaurazione di una tale pace sociale alla fine media solo sotto un'altra forma quello che è il contenuto sottostante della violenza e della distruzione: un processo che può essere facilmente invertito quando si scatenano decadenza e deregolamentazione.» Come afferma il blogger Gabriel Grossi, forse spetta a noi iniziare a lottare contro noi stessi per contrastare quelle tendenze che ci spingono all’isolamento, allo spirito di vendetta e allo scontro. “La pace è uno sforzo”, dice. L'emancipazione inizia con sé stessi. Non sarà mai senza sforzo. Lo sforzo del pensiero, in particolare, il quale è l'unico che rende possibile fermare il naturale movimento verso l'entropia che porta al caos. Questo sforzo di pensiero deve portarci a una capacità sempre maggiore di analizzare le situazioni che stiamo vivendo, certamente, ma che però può anche aprire la nostra immaginazione verso altri mondi possibili. Ovviamente, con l'IA, che cerca di evitare tali sforzi, non siamo cero partiti bene. Ma non è forse questa la prova che tutto ciò è anche collegato alle forze di distruzione?

- di alain lecomte - Pubblicato il 4/5/2026 su https://rumeurdespace.com/

NOTE:

1 - Non sto incriminando qui questi Grandi Testi, che forse fanno parte dell'unica eredità positiva delle nostre civiltà, ma l'inevitabile uso che ne viene fatto a fini puramente politici.

2 -  Se la classe "capitalista" potesse essere "eliminata", e riapparire immediatamente sotto un'altra forma, finché la sorgente astratta e fondamentale del capitalismo rimarrà al suo posto - e la scomparsa del capitalismo deriverebbe da qualcosa di molto diverso – forse si tratterà di una profonda trasformazione dell'immaginario sociale, rispetto a una volontà di guerra, che al contrario si manterrà solo se la nostra ipotesi è corretta; cioè, che il sistema produttivo si basa sullo sforzo bellico permanente.

3 -  Cioè, l'idea di un imperialismo occidentale che tirerebbe le fila dei vari scontri che si stanno scatenando sulla superficie del globo. 

Nessun commento: