sabato 29 aprile 2023

Droghe vecchie e nuove !!

Chi non ha mai sognato di possedere il siero della verità e penetrare nel segreto della mente e del cuore degli altri e di se stesso? Quale giudice non lo vorrebbe, quale potere non lo riterrebbe l’ideale strumento di controllo? Kallocaina è appunto il nome del siero della verità che lo scienziato Leo Kall ha inventato per garantire allo Stato sicurezza e stabilità. Ma la verità sfugge alla strumentalizzazione, i suoi effetti sono sconvolgenti, rivelando la complessità dei rapporti umani e portando il germe della disgregazione nel sistema. Scritto nel 1940, quando era difficile nutrire grandi speranze nell’avvenire, Kallocaina ha in comune con Noi di Zamjatin, Il mondo nuovo di Huxley, 1984 di Orwell l’allucinata visione di una società spersonalizzata, dominata da uno Stato poliziesco che arriva a invadere anche la sfera privata dei cittadini sopprimendo ogni libertà. Benché le distopie appaiano spesso ingenue e superate dalle atrocità del reale, le questioni sollevate dal romanzo suonano di allarmante attualità. La continua violazione dei diritti umani, l’uso strumentale della giustizia, la disinvolta interpretazione delle leggi, la delazione eretta ad atto civico, l’acquiescente conformismo fanno parte del nostro panorama quotidiano. Ma l’originalità di Kallocaina, rara voce di donna in questo genere letterario, sta altrove: nella progressiva presa di coscienza del protagonista che verità e ragione, verità e controllo, verità e potere restano inconciliabili, nel suo lento processo di liberazione dal proprio super-io, fino all’accettazione delle esigenze più profonde che aveva negato e soffocato dentro di sé: quel bisogno di amore, di libertà e di fiducia, senza i quali l’esistenza e la persona umana perdono di valore e di significato.

(Dal risvolto di copertina di: KARIN BOYE, "Kallocaina. Il siero della verità", Traduzione di Barbara Alinei, postfazione di Vincenzo Latronico. IPERBOREA, Pagine 251, €17,5)


La figlioccia di Huxley, la madrina di P.K.Dick
- di VANNI SANTONI -

Siamo in un futuro sinistro, per non dire terrificante: uno Stato-mondo totalitario controlla ogni aspetto della vita dei cittadini, arrivando a separare i bimbi dalle famiglie per crescerli in base all'interesse del corpo sociale collettivo, senza alcuna possibilità di libero arbitrio. Le uniche libertà sono concesse alle forze di polizia, che controllano i cittadini con telecamere e microfoni nascosti ovunque, e hanno la facoltà di applicare a piacimento crudeli punizioni. In questo potere vasto e arbitrario, la polizia ha un solo cruccio: non poter spiare anche nelle menti dei cittadini... Questo finché il chimico Leo Kall non sviluppa una nuova droga, per certi versi simile a un’altra, anticamente celebre ma da tempo proibita, chiamata «alcol», che pareva capace di allentare le lingue di chi la assumeva.

La grande onda di narrativa distopica che ha iniziato a prendere forza a metà degli anni Dieci per raggiungere il suo picco al cambio di decennio — con la ripubblicazione di quasi tutti i classici del genere e l’uscita di una quantità sterminata di nuovi titoli che hanno declinato il sottogenere in tanti di quei modi da farne un genere a ogni effetto, dotato di un suo canone abbastanza ampio da poter essere considerato, letto e studiato anche in modo distinto dal filone-madre della fantascienza — sta perdendo forza per sovrapproduzione. E forse anche perché, tra crisi climatica e tensioni belliche, la vecchia fascinazione del «siamo in una distopia» comincia a stancare: «Dateci un’utopia, per carità, e fatelo rapidamente!». E tuttavia continua a sputare fuori qualche ultima perla, specie nel campo dei recuperi, quelli da veri speleologi editoriali. Lo si nota anche dal fatto che le più recenti e più interessanti distopie presentano temi sì attuali, ma strutturati attorno a dispositivi narrativi retrò. Un buon esempio è Istituto di bella morte di David Ely, recuperato da poco da Cliquot nella traduzione di Daniela Pezzella, e ambientato in un mondo in cui esiste la possibilità di cambiare vita tramite una speciale agenzia che si occupa di tutto, chirurgia estetica e ricollocamento inclusi. Ora, dopo le agenzie di «ricollocamento e chirurgia integrata», riappare una vecchia conoscenza della weird e pulp fiction (ma pure dei più prosaici noir di serie C): il siero della verità. La sua ricomparsa, però, non ha niente a che vedere con la narrativa di consumo: Kallocaina, il libro che lo rimette al centro della scena (o che semplicemente ce lo mette, visto che è del 1940, epoca in cui i governi si gingillavano davvero con l’idea di farmaci per agevolare gl’interrogatori), è un testo raffinatissimo, scritto dalla poetessa svedese Karin Boye, e tanto fino nello stile (ottimamente reso da Barbara Alinei), efficace nella forma, e cupo nelle atmosfere, da stare senza problemi accanto ai classici del genere. Se si proponesse un ideale quadrittico composto da 1984 di George Orwell, Il mondo nuovo di Aldous Huxley, Noi di Evgenij Zamyatin e, appunto, Kallocaina di Karin Boye, contestarlo risulterebbe difficile. Leggere per credere. Anzi, tanto elevato è il livello del lavoro di Boye, e tanto puntuale il suo arrivo (Noi, capostipite del distopico, è del 1921; Il mondo nuovo del 1932; 1984 del 1949, e Kallocaina va a collocarsi tra questi ultimi due uscendo nel 1940) che viene naturale pensare che se oggi non è noto quanto i suoi omologhi, è solo perché fu scritto da una donna, per di più proveniente dal mondo della poesia e non da quello della narrativa.

Certo, Kallocaina deve molto a Huxley (ma è sempre opportuno ricordare che esistono due Huxley, prima e dopo le sue esperienze con la mescalina: il primo ci ha dato il pessimismo psicofarmacologico del Mondo nuovo; il secondo l’ottimismo psichedelico di Isola), così come deve molto a Zamjatyn, ma tutti i romanzi distopici devono molto a Zamjatyn. In realtà, Kallocaina, per quanto l’espediente del «siero della verità» possa fare un po’ sorridere il lettore contemporaneo, non è semplicemente un testo per completisti. È una tra le migliori distopie mai scritte, che se la vede alla pari con colleghi più celebri, anzitutto per la capacità di Boye di dare vita a un mondo oscuro, oppressivo e privo di speranza — l’autrice stessa si sarebbe uccisa poco dopo la scrittura del testo, e si sente —, ma anche di trovare soluzioni narrative inattese. Poiché il «siero della verità» può sì fare confessare crimini compiuti, ma anche la volontà di commetterne in futuro... ecco allora che il gioco si ribalta. Da «figlioccia» di Huxley, Boye diventa «madrina» del Philip K. Dick di Minority Report, e non è poco: non è davvero poco. Se poi la morale di fondo risulterà un po’ risaputa nel suo ammonire contro l’avvento di uno stato di polizia, be’, sarà pur così ma vista la situazione globale non suonerà vana alle orecchie dei lettori del 2023.

- di Vanni Santoni - Pubblicato su La Lettura dell'8/1/2023 -

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