lunedì 31 ottobre 2022

Qualcos’altro…

Il riscaldamento globale non mi interessa. Parlami di qualcos'altro!
di Sandrine Aumercier

Mentre che gli obiettivi accettati, circa la riduzione dei gas serra, continuano a rendere ridicoli coloro che li hanno sottoscritti, e si moltiplicano gli allarmi scientifici - parallelamente al verificarsi di alcuni eventi climatici estremi o preoccupanti come le temperature di questo autunno – che non mancano di far pervenire alla nostra conoscenza altre relazioni che mostrano alla comunità internazionale lo specchio di alcune soluzioni che sarebbero «a portata di mano», a condizione però che ci sia la «volontà politica». Uno di questi, è il Rapporto 2022 sullo scarto esistente tra i i bisogni e le prospettive in materia di riduzione delle emissioni, pubblicato dall'ONU [*1]. Questo rapporto - il quale anch'esso entra a far parte della letteratura catastrofista del nostro tempo - comincia col mostrare come l'attuale traiettoria ci stia portando a un riscaldamento di 2,8° entro la fine del secolo, e che il rispetto degli impegni presi avrebbe l'effetto che ci porterebbe invece verso la forbice di un riscaldamento che sarebbe compreso solo tra i 2,6 e i 2,8°. La prima conclusione che se ne trae è quella secondo cui, con o senza impegni, condizionati o incondizionati, non farà poi molta differenza. Non si vede perché non dovremmo allora continuare sulla stessa strada, se poi l'enormità degli sforzi richiesti «a livello di sistema» - secondo quelle che sono le parole del rapporto - promette un risultato così mediocre. Ma quale esperto si potrebbe accontentare di una conclusione del genere?
Ed è qui che di solito entrano immancabilmente in gioco le consuete raccomandazioni finalizzate al raggiungimento dei cosiddetti «obiettivi» che sono stati fissati dall'Accordo di Parigi. Tra le soluzioni prospettate, si possono trovare le seguenti perle: elettrificazione dell'industria e del parco auto, promozione dell'idrogeno verde, miglioramento dell'efficienza energetica, attuazione di «flussi circolari di materiali», «carburanti sostenibili» per il trasporto aereo, modifica del regime alimentare, trasformazione del sistema finanziario, ecc. È stata l'aggiunta di tutti questi miglioramenti settoriali che, secondo il rapporto, avrebbe portato a un cambiamento «su scala sistemica», vale a dire al mantenimento di tutti quelli che sono i suoi presupposti di base. Questo porta a imbatterci in una curiosa figura retorica, secondo cui la pretesa novità coincide  in realtà con la conservazione dello stesso.
A qual fine lanciarsi ancora una volta nella confutazione di tutta questa rete di assurdità, identica a innumerevoli altre, e che alla fine equivale a proporre di mantenere proprio ciò che dovrebbe essere abolito? Bisogna arrendersi all'evidenza che anche queste confutazioni sono risultate fallimentari. Convincere della sua assurdità chiunque voglia credere in questo discorso, è altrettanto impossibile che convincere un feticista dell'assurdità del suo feticcio. Dal momento che il feticcio, secondo Freud, di fatto, non è un errore di gusto, bensì un'elaborata costruzione che serve a tenere insieme due percezioni opposte [*2]. E visto che questo feticcio sostiene tutta l'intera costruzione psichica, i suoi effetti non possono essere cancellati.

Nella sua opera, Freud, a seconda delle strutture coinvolte, distingue più figure di negazione. Uno dei suoi esempi paradigmatici consiste nel meccanismo che vediamo all'opera nella costituzione psichica del feticismo: una cosa percepita - in questo caso il pene materno - esiste e non esiste allo stesso tempo. Il feticcio permette di sostenere e gestire questa contraddizione, facendo sì che esso prenda il posto della percezione spiacevole il cui effetto è una scissione del sé. Freud non postula affatto un errore di percezione, o un semplice rifiuto della percezione, quanto piuttosto una vera e propria creazione psichica intermedia che permette di mantenere i due lati della contraddizione. È pertanto in questo modo che dovremmo «leggere» il tipo di rapporto rappresentato sopra. Tuttavia, la concezione ordinaria di «negazionismo climatico», che comprende il negazionismo secondo quella che è la famosa figura dello struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia, non ha capito niente. È a partire da un tale fraintendimento del meccanismo della negazione che si moltiplicano le esortazioni a tirare fuori la testa dalla sabbia e «cominciare finalmente a realizzare le trasformazioni necessarie che sono state messe nero su bianco in questo e in quell'altro rapporto». Generalmente, coloro che invocano la fine del negazionismo credono, da bravi soggetti dell'Illuminismo, di non essere affetti da questo difetto di visione.

Ma chi è che non si accorge che questa esortazione è essa stessa una negazione?
Così come martellare il feticista circa la «realtà» della castrazione femminile non lo convincerà del suo «errore», allo stesso modo, anche il martellamento sulla «realtà» fattuale del cambiamento climatico non servirà a produrre i cambiamenti necessari. Il problema risiede proprio in quei costrutti che ci vengono presentati come se fossero la soluzione alla «negazione», quando invece essi sono parte integrante della negazione stessa. Senza la moltiplicazione delle competenze-feticcio, le quali ci vogliono far credere che il sistema capitalistico abbia un fallo [*3] (e, saltuariamente, lo abbiano anche i suoi rappresentanti) - ossia, farci credere che tale sistema detenga quegli strumenti che possono risolvere i problemi legati al suo carattere di feticcio -  tutto questo non sarebbe possibile. Al giorno d'oggi non è più permesso dire che abbiamo un problema di «percezione errata» del cambiamento climatico, da correggere con l'aiuto di informazioni più accurate e di soluzioni più chiare. Al contrario, tanto la forma della diagnosi, quanto il rimedio corrispondente sono elementi di questa negazione, e nella loro stessa esortazione a rimuoverla, non fanno altro che rafforzarla: è questo il problema, ben più grave, che l'umanità deve affrontare. Ogni «soluzione» che ci viene offerta da una cricca di esperti allarmisti, deve essere vista come se fosse una «formazione di compromesso», in senso freudiano, volta a mantenere a tutti i costi le condizioni del capitalismo in crisi; ed è per questo che a livello sistemico non fa quasi nessuna differenza se la «soluzione» viene attuata o meno.

Alcuni psicoanalisti non hanno omesso di rilevare la vicinanza esistente tra il negazionismo freudiano e il negazionismo climatico, ma lo hanno fatto parlando, ad esempio, di un'«agenzia di corruzione nella nostra testa» ovvero di uno stato psichico perverso preoccupato «del perseguimento del piacere individuale a spese degli altri» [*4], come se il perseguimento della felicità individuale non fosse già la professione di fede dei primi liberali, ed essa stessa la matrice psichica del funzionamento capitalista; e che esige quindi che si vada fino in fondo all'analisi di un tale funzionamento.  La psicologizzazione della negazione, così come quella dell'ansia ambientale o quella del senso di colpa, per non parlare della descrizione degli «ostacoli inconsci alla cura del pianeta» [*5], o del nostro innato amore per la natura che verrebbe contrastato dal neoliberismo [*6] sono gli ingredienti di questa ricerca, la quale intende contribuire alla soluzione del problema climatico, analizzandolo dal punto di vista dei blocchi psichici. Ma ci sono anche degli psicoanalisti che si sono messi a parlare del riscaldamento globale per ricondurlo a una concezione atemporale dello spreco [*7] (confutata dalla ricerca storica [*8]) oppure a «un desiderio di finirla e di farla finita con la suddetta natura» [*9]. Occupando quello che è uno dei poli della grande frattura ideologica tra freudiani e lacaniani, ci si rivolge non a dei «meccanismi psicologici» identificabili, come i precedenti, ma piuttosto alla realtà della struttura, che il «discorso della scienza» condurrebbe al suo apice. La scienza farebbe esistere, come ripensamento, ciò che è sempre stato lì senza saperlo. L'establishment psicoanalitico odierno non sembra abbia da proporre altro che, da un lato, la scelta tra la declinazione dei meccanismi psicologici di negazione, e l'invocazione di un reale, tanto mistificante quanto atemporale, dall'altro. Tutto ciò elude completamente la dialettica tra la costituzione moderna di questa psiche e la sua controparte oggettiva, allo stesso modo in cui elimina il problema della mediazione o meno tra le due.

Forse riusciremo a capire un po' meglio ciò che stiamo cercando di identificare, se ci poniamo il problema della posizione da adottare. Ricordiamoci di quello psicoanalista che accolse Marie Cardinal, affetta da continue emorragie, dicendole fin dalla seconda seduta: «Non mi interessa. Parlami di qualcos'altro.» [*10] Oltre al fatto che le emorragie cessarono immediatamente (il che voleva dire che non era poi così grave), l'analisi è potuta iniziare in quel momento. Va da sé che lo psicoanalista non stava prendendo sotto gamba i problemi somatici della sua paziente, ma le stava facendo notare l'impasse di un trattamento incentrato sul sintomo insieme al suo interesse per «il resto». Allo stesso modo, dovremmo avere il coraggio di dire al mondo: «Il riscaldamento globale non mi interessa. Parlami di qualcos'altro.» In questo «qualcos'altro» al quale ci invita il «discorso analitico» (per dirla con Lacan), si cela anche tutta la storia dell'instaurazione del capitalismo, e della creazione dei rapporti di produzione che ci hanno portato al punto in cui siamo oggi. Certo, non è una semplice faccenda di divano, ma forse Lacan non ha sempre detto che la posizione analizzante non può essere ridotta al divano? Il guazzabuglio di allarmi e di avvertimenti, e la valanga di catastrofi climatiche che i media ci propinano hanno lo scopo di distrarci dall'essenziale e di spingerci verso il peggio. Contrapponiamoci a loro con un'astinenza inflessibile, allo stesso modo in cui lo psicoanalista non dispensa né medicine, né consigli, né affetto. Non si tratta di un'astinenza cinica, tutta impegnata a guardare dalla sua poltrona la fine del mondo, no, è un'astinenza determinata a condurre il discorso verso un certo punto di convergenza critica; questa astinenza è pertanto essa stessa piena di attenzione. Dovremmo affermare con decisione che il cambiamento climatico non è il problema, e osare persino dire che non vogliamo più sentirne parlare! Potremmo dover sopportare un gruppo di sinistrorsi sinceramente «eco-ansiosi» e amanti dei pannelli solari che ci sospettano di negazionismo climatico, convinti come sono di contribuire a eliminare la negazione e a realizzare un futuro migliore. Ma che fare? Non si può fare altro che rimanere su questa posizione.

Sandrine Aumercier, 29 ottobre 2022

NOTE:

[*1] - https://www.unep.org/fr/resources/rapport-2022-sur-lecart-entre-les-besoins-et-les-perspectives-en-matiere-de-reduction-des
[*2] - Questo argomento è già stato trattato su un precedente articolo: https://francosenia.blogspot.com/2022/07/piu-verde-del-previsto.html
[*3] - Il termine di «phallus», viene qui usato come significante dell'assenza, o della mancanza del pene, che apre alla sostituzione simbolica.
[*4] - Paul Hoggett, « Climate change in a perverse culture », dans Sally Weintrobe (sous la dir.), Engaging with climate change, Routledge, London, 2013, p. 60 et p. 63.
[*5] - John Keen, « Unconscious obstacles to caring for the planet », dans Sally Weintrobe (sous la dir.), op. cit.
[*6] - Sally Weintrobe, « On the love of nature and on human nature », dans Sally Weintrobe (sous la dir.), op. cit. Voir aussi Luc Magenat, La crise environnementale sur le divan, Paris, In Press, 2019; Sally Weintrobe, Psychological roots of the climate crisis, Bloomsbury academic, New York, 2021; Cosimo Schinaia, La crise écologique à la lumière de la psychanalyse, Paris, Imago, 2022.
[*7] - Voir par exemple Geert Hoornaert, « Malaise dans l’alèthosphére », La Cause du désir, 2020/3, n°106.
[*8] - Baptiste Monsaingeon, Homo detritus, Paris, Seuil, 2017.
[*9] - Martine Versel, « Edito : crise climatique et psychanalyse », L’Hebdo-Blog, n°275. En ligne : https://www.hebdo-blog.fr/category/lhebdo-blog-275/?print=pdf-search
[*10] -  Marie Cardinal, Les mots pour le dire, Paris, Grasset, 1975, p. 35.

Fonte:  GRUNDRISSE. Psychanalyse et capitalisme

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