venerdì 1 luglio 2022

Suggestione…

«Vorrei suggerire - e non vuole essere altro che una suggestione – come sia possibile guardare alla fine burrascosa, avvenuta intorno al 1975, della configurazione keynesiano-fordista adottata dal capitalismo del dopoguerra, immensamente produttiva, vedendola come espressione di una crisi secolare di valorizzazione.
Come reazione a questa crisi, il capitale ha cercato di annullare tutte le conquiste ottenute dai lavoratori sotto il fordismo; e lo ha fatto non solo indebolendo i sindacati, spostando la produzione in regioni a basso salario, o sostituendo i lavoratori con le macchine, ma anche inventando delle nuove forme di creazione di ricchezza.
Possiamo considerare il boom globale dell'economia del debito, come un tentativo per trovare nuove fonti di reddito. In sé, questo non ha niente di originale. Ma l'analisi marxiana del valore e della sua tendenza a diventare anacronistico, getta una nuova luce sull'attuale configurazione del capitale finanziario, dal momento che ci mostra come tutto ciò che succede sullo sfondo di una produzione di plusvalore che avviene in piena stagnazione sia l'espansione di un'economia del debito.

In termini molto generali, un debito equivale a una cambiale, che sia esplicita o tacita. E presuppone l'esistenza futura di una ricchezza sufficiente a coprirla. Ma se consideriamo l'attuale economia del debito sullo sfondo della stagnazione della produzione di plusvalore, sembra che il capitale voglia cercare di costituire in qualche modo la propria sfera di produzione di ricchezza. Tutta l'intera gamma di cambiali e di altri "strumenti finanziari" che sono stati sviluppati, è focalizzata sull'orizzonte del futuro. Questo orizzonte, secondo la teoria del valore, si allontana man mano che la produzione di plusvalore ristagna; la forma di valore, che sostiene tutto quanto l'intero sistema, non consente una produzione di ricchezza sufficiente a poter coprire questi debiti. Quello che ne risulta, è uno sforzo sempre più frenetico di trasformare qualsiasi cosa in una fonte di ricchezza futura. Le forme di credito del passato, relativamente semplici e dirette  - ad esempio i mutui -, diventano sempre più "finanziarizzate", vale a dire, vengono trattate come se fossero la "materia prima" di quella ricchezza che si suppone possa essere sfruttata in futuro. Un numero sempre più crescente di quelli che sono aspetti della nostra esistenza - dal credito alle infrastrutture - viene reso materiale, e diventa così il contenuto di nuove forme di una sedicente ricchezza.

La nostra griglia di lettura ci mostra quindi come la crisi della produzione di valore venga in realtà occultata da quella vasta operazione che è in corso per trasformare - attraverso la finanza - sempre più aspetti dell'esistenza in materia prima del profitto e della redditività, in forme di cosiddetta ricchezza, le quali dovrebbero offrire una garanzia per degli strumenti finanziari sempre più complessi - come se, nel capitalismo, una simile "ricchezza" potesse rendersi indipendente dal valore.

Ciò che David Harvey ha definito "accumulazione per esproprio" costituisce un aspetto di questo fenomeno. Tuttavia, ritengo che essa  non porti a un'accumulazione di valore, ma semplicemente alla moltiplicazione delle modalità di estrazione della cosiddetta ricchezza, in modo da poter così compensare l'assenza di accumulazione di valore. Lo si può comprendere come un tentativo inconscio di abolire il valore, che viene fatto in un contesto che rimane tuttavia strutturato dal valore. Quando l'accumulazione di valore si esaurisce, la ricerca della ricchezza diventa perversamente riflessiva: come una sorta di malattia autoimmune che inizia a nutrirsi della sostanza della società e dell'ambiente naturale.»

Moishe Postone, estratto da: "La crisi attuale e l'anacronismo del valore: una lettura marxiana"
(Pubblicato su "Continental Thought & Theory, vol. 1, n. 4", 2017, pp. 38-54)
 

fonte: Palim Psao

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