martedì 20 luglio 2021

Fuori i dati: ché dobbiamo reinventare il capitalismo !!

Negli ultimi vent'anni i colossi del settore digitale sono progressivamente riusciti a concentrare sui loro server una quantità di dati impressionante. Questi monopoli di informazioni, se possono far bene agli azionisti di Facebook, di Amazon e di Google, fanno invece male al progresso. Che si tratti di sconfiggere il coronavirus, di far funzionare i treni in modo puntuale o di combattere con successo la povertà, è indispensabile che i dati siano accessibili a tutti: dagli scienziati ai cittadini che lavorano, dalle startup innovative alle aziende tradizionali, da chi si occupa di politiche sociali alle ong. È arrivato dunque il momento di obbligare le superstar digitali a condividere il loro tesoro, e di ripensare la protezione dei dati tanto strenuamente difesa, soprattutto in Europa. I dati hanno infatti una qualità sorprendente: dal punto di vista economico sono un «bene non rivale», che si trasforma in valore solo quando viene utilizzato e il cui valore aumenta anzi a ogni uso aggiuntivo. Non si tratta dunque di espropriare le Big Tech, visto che in senso strettamente legale i dati non possono essere «posseduti» e nemmeno scompaiono se più soggetti li usano. Semplicemente è assurdo lasciare che poche grandi piattaforme ricche di dati limitino il valore e la conoscenza che la società nel suo complesso può ottenere da essi. I tempi sono insomma maturi perché il Regolamento generale sulla protezione dei dati, tanto necessario per difendere i diritti individuali, lasci il posto a un nuovo Regolamento generale sull'uso dei dati, ancor più necessario per la democrazia e la prosperità di tutti noi, in qualsiasi Paese del mondo. "Fuori i dati!" è un libro molto acuto dal punto di vista dell'analisi economica, tanto tecnologicamente documentato quanto politicamente controverso.

(dal risvolto di copertina di: Thomas Ramge e Viktor Mayer-Schönberger, "Fuori i dati!". (Egea, pp. 160, euro 17)

Diamo al popolo il potere dei Big Data
-La provocatoria proposta di due studiosi inglesi: “Rompiamo i monopoli dell’era digitale”-
di Massimiliano Panarari

È l’«oro del Terzo Millennio», in grado di produrre immense fortune private, e di dare formidabili strumenti conoscitivi ai poteri pubblici. Come pure – il dark side del «totalitarismo soft» del Tecno-Leviatano illiberale e del capitalismo della sorveglianza – di mettere occultamente a repentaglio le libertà individuali e la sfera privata dei cittadini. Il traffico per streaming e serie tv ha cominciato a calare, come mostrano i flussi sulla rete Internet nazionale – segnale del ritorno alla vita (seppure nella formula new normal) – ma la «caccia ai dati» prosegue, con ben altra portata strategica. Ed è diventata una questione che investe la stessa qualità della democrazia, intorno alla quale si moltiplicano studi e strumenti di indagine (come la Rivista di Digital Politics, diretta da Mauro Calise).
Un ambito della riflessione si sta concentrando su quello che rappresenta un fattore economico essenziale della rivoluzione digitale: il gigantismo inarrestabile delle imprese che traggono i loro profitti dallo sfruttamento dei dati. L’acquisizione di una taglia oversize da parte dei colossi di Big Tech deriva da plurime cause, sottolineano gli studiosi (dividendosi sulla «bontà» della destinazione finale del processo): il conseguimento del traguardo delle economie di scala e l’ottimizzazione attraverso la diversificazione interna. Chi controlla le infrastrutture distributive vuole possedere i contenuti da farvi transitare e si interessa a quelli che rispetto al loro core business vengono classificati come old media (e che piacciono anche per simboliche ragioni di blasone). L’umana, troppo umana tentazione – antitetica alla dottrina liberale di mercato e alle ragioni della concorrenza e della convenienza per i consumatori – di sbarrare la strada ai competitor, «meglio» ancora se in via preventiva.
Tutte tendenze che conducono al monopolio (o all’oligopolio) quale direzione di marcia obbligata (e incontrastata) dell’egemonia delle corporation delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Ovvero, quella che con il titolo del libro di Tim Wu (docente della Columbia Law School e già advisor presso la Federal Trade Commission e funzionario dell’Amministrazione Obama) si può etichettare come La maledizione dei giganti (Il Mulino, pp. 152, euro 14).
Una minaccia per la stabilità finanziaria, come pure, giustappunto, per la libertà politica e la coesione sociale delle democrazie liberal-rappresentative determinata dall’accumulo di diseguaglianze che accompagna questa tipologia di capitalismo digitale. Da cui l’esigenza – inderogabile, come sostiene Wu – di rinverdire le tradizioni antimonopolistiche del passato per spezzettare i colossi high-tech, ripristinando le condizioni di competitività e concorrenza. Oppure, come propone un altro libro, rompendo il loro monopolio nella materia prima di cui sono gli inesauribili e inesausti accaparratori (anche, talvolta, al di là della legalità). Una risorsa, quella dei dati, che risulta cruciale per il controllo di quell’altra (e accelerata) rivoluzione che risponde al nome di Intelligenza Artificiale. Questa ricetta suggestiva (e «provocatoria») sta al centro delle tesi del volume Fuori i dati! (Egea, pp. 160, euro 17) di Thomas Ramge (ricercatore presso il Center of Advanced Internet Studies di Bochum e collaboratore dell’Economist) e Viktor Mayer-Schönberger (professore di Internet Governance
and Regulation
all’Università di Oxford e componente del Digitalrat, l’organo consultivo del governo tedesco sulle tematiche digitali).
La loro idea di fondo è che per fare ripartire il progresso autentico – perché, come insegna molta teoria economica, lo status monopolistico riduce le possibilità di produrre innovazione (uno degli incubi di Joseph Schumpeter) – si debba disarticolare il possesso esclusivo delle informazioni. E che i dati vadano, pertanto, assimilati a un «patrimonio dell’umanità», entrando anche nella disponibilità degli altri operatori economici: start-up e piccole e medie imprese, ma anche Ong e soggetti che si occupano di innovazione. L’Occidente si ritrova difatti sprofondato in quello che i due studiosi definiscono «un periodo di frenetica stasi dell’innovazione», in cui gli incrementi di produttività risultano tra i più scarsi della storia contemporanea e la registrazione dei brevetti avviene a opera di un numero sempre più limitato di aziende. Mayer-Schönberger e Ramge notano che i dati raccolti nella fase odierna si rivelano circa sette volte superiore a quelli effettivamente impiegati anche solo una volta, con i relativi problemi di costi di conservazione come di violazione (potenziale o reale) della privacy. Dovrebbe, quindi, scoccare l’ora della condivisione, senza per giunta che ciò comporti alcun «esproprio proletario» (o, per meglio dire, «cognitario») di Big Tech, visto che in un’accezione propriamente legale i dati non possono essere posseduti.
A farsi promotrice di questa «rivoluzione gentile» non potrebbe che essere l’Europa, inventandosi una terza via tra l’anarcocapitalista Silicon Valley e l’autocratica Cina, nel nome della spesso evocata sovranità digitale.
Per combattere il «colonialismo dei dati» e dare vita a un libero ed equo ecosistema digitale le istituzioni comunitarie dovrebbero, però, procedere alla realizzazione di un «vasto programma». Vale a dire, il superamento del Gdpr e la sua integrazione con un diverso regolamento generale sull’uso dei dati, rendendo facilmente accessibili tutte le informazioni che non risultano sottoposte a vincoli di riservatezza. Non «i soviet più i Big Data» (al posto dell’elettrificazione), come potrebbe affermare qualche agit-prop dell’Ideologia californiana bensì, più opportunamente, il potere dei Big Data al «popolo», alle pmi e alla società civile.

- Massimiliano Panarari - Pubblicato sulla Stampa del 13/6/2021 -

lunedì 19 luglio 2021

Domani !

Una vecchia foto. Otto uomini camminano per le strade di Barcellona. In cammino, e non già in marcia, ché non c'è niente di marziale nell'atteggiamento di questi otto uomini che hanno appena fatto a pezzi un intero esercito. C'è aria nuova per le strade di Barcellona, il venti luglio del 1936.

Il primo, da sinistra, si chiama José Perez Ibanez, ma tutti quelli che lo conoscono lo chiamano "El Valencia". Veste la tuta blu degli operai e ha sulla spalla una mitragliatrice Hotchins. Quello piccolo, alla sua sinistra, è Severino Campos. E' disarmato, ed è l'unico ad esserlo. E' quasi schiacciato fra "El Valencia" e Ricardo Sanz che a causa dello straccale che gli sega il torace appare quasi grasso. Mezzo passo indietro c'è Garcia Oliver, che fuma e sembra quasi guardarlo preoccupato. Aurelio Fernandez, invece sembra stia passeggiando distrattamente. Accanto a lui, Jover, detto "il cinese"; l'unico ad aver passato i quarant'anni. Guarda da un'altra parte. In abito da pescatore, Miguel Garcia Vivancos. A destra, chiude il gruppo Augustin Souchy, una borsa, forse di cuoio, nella mano destra.

Di questi uomini, di loro tutti, si può dire che sono abituati alla violenza  e prima di questi tre giorni hanno già ucciso. Hanno ucciso «pistoleros» e uomini della Falange, hanno fatto fuori industriali e anche religiosi. Hanno ucciso, ma non sono violenti. Hanno ucciso e hanno rapinato banche per poter pagare gli avvocati dei tanti finiti in galera, e per sé non hanno mai tenuto neanche un centesimo. Tutti e otto questi uomini, nei mesi a venire, comanderanno divisioni o brigate, e lo faranno senza mai diventare soldati di mestiere. Del resto il loro lavoro è sempre stato quello di meccanico, ebanista, manovale, operaio tessile, panettiere. Quasi tutti loro moriranno vecchi e dopo aver lavorato tutta una vita.

In queste poche ore di una giornata di cui la foto testimonia il culmine, senza rendersene conto sono diventati gli uomini più potenti di tutta la Catalogna. Di lì a pochi mesi, commetteranno degli errori che poi si riveleranno terribili, e quella rivoluzione - l'ultima del movimento operaio - affogherà nel sangue anche per colpa dei loro errori. Nei decenni successivi che verranno - dopo quel giorno e da quel giorno in poi - anche fra di loro ci sarà inimicizia, malevolenza e rancori che dureranno per tutto il resto della loro vita. Ma questo momento - che nella foto si è fermato come per magia - è il loro trionfo. Questo è il loro giorno. Perché hanno vinto, o forse solo perché sono ancora vivi!

Uno di loro, Garcia Oliver, tre giorni prima, poco prima di scendere in strada, era stato chiamato dal padrone del «Ritz», il quale gli aveva comunicato di avere scelto lui, tra i tanti dipendenti, per diventare il maitre di quell'albergo. Lui aveva accettato, fingendo riconoscenza, poi aveva salutato ed era uscito. Fuori, per strada, lo aspettano tre compagni. Uno gli porge un'Astra 9 mm.. Lui controlla che non abbia il colpo in canna, e poi tutti e quattro si avviano. Quattro giorni dopo, il Ritz verrà trasformato in una mensa popolare per gli operai, i mendicanti, le puttane ...


già pubblicato sul blog il 15/3/2010

domenica 18 luglio 2021

Istruitevi !!


 « La scuola pubblica è sempre stata, fin dagli inizi, territorio sovrano di un’amministrazione lontana, un luogo di oppressione (…). I suoi edifici erano e sono architettura autoritaria (…). Lo si vede a prima vista che, come i manicomi e gli istituti di rieducazione, sono stati costruiti per custodire uomini e imporre loro una disciplina. Quei locali da tecnocrati, fusi in cemento armato, sono assolutamente inadatti per lo studio. Il vandalismo dei bambini, che rivela una sorprendente forza di resistenza, non è altro che un imprescindibile tentativo di sbarazzarsi di questi ambienti che costituiscono un pericolo pubblico. (…) Ben raramente capita di sentire di bambini che imbrattano la loro abitazione, o vi appiccano il fuoco (…). Evidentemente (…) non pensano affatto a fracassare il frigorifero o a gettare dalla finestra il televisore. (…) Le costruzioni scolastiche migliori potrebbero forse essere utilizzate come case di riposo per anziani o come asili per i senzatetto. La stragrande maggioranza si dovrà invece farli saltare in aria. »

- Hans Magnus Enzensberger - da "In difesa del precettore" - 1982 -

venerdì 16 luglio 2021

Dentifricio & Banconote

E. G. de la S. (1928-1967)
- di  Hans Magnus Enzensberger - 

Ci fu un tempo quand'erano in diecimila a portare in capo il suo berretto,
in centomila a portare per le strade, del suo ritratto
grandi ritratti, a gridare il suo nome a perdifiato.
Irreali sembrano ora quei cortei attraverso la città, quasi
quanto la terra e la classe in cui egli era nato.

Lontana dai mattatoi e dalle baracche e dai bordelli
si sgretolava sul fiume la villa del padre. Il denaro era svanito,
ma la piscina fu tenuta. Un bambino timido, allergico,
spesso sul punto di soffocare. Lottò col proprio corpo,
fumò sigari, divenne (per ciò che vuol dire) un uomo.

Sotto il cuscino teneva Jules Verne. La sua prima sortita,
la sua prima fuga nella realtà: Tristi Tropici.
Ma i lebbrosi sotto la decrepita veranda lungo il Rio delle Amazzoni
non capivano ciò che diceva, e continuavano a morire. Fu solo allora
che trovò il nemico che gli rimase fedele fino alla fine,
e il nemico del nemico. Poche vittorie trascorsero, e a lui
l'Uomo Nuovo, una vecchia idea, parve una novità. Eppure l'economia
non ascoltava i suoi discorsi. Mancavano sempre gli spaghetti.
Inoltre non c'era più dentifricio, e di che cosa è fatto il dentifricio?
Le banconote ch'egli firmava non valevano nulla.

Lo zucchero sulla camicia era vischioso.
Le macchine, pagate con valuta pregiata,
arrugginivano sul molo. Un ronzìo di si dice sommergeva La Rampa.
Inchini a Mosca, nuovi crediti. Il popolo aspettava in fila,
era irresponsabile, faceva battute fameliche. Ovunque delatori,
intrighi ch'egli non afferrò mai. Un eterno forestiero.

Voleva moralizzare i Russi. Il filantropo invocava
"l'odio inesorabile che avrebbe trasformato gli uomini
in una violenta, efficace, fredda macchina omicida
". In realtà
era una mimosa: preferiva leggere poesie. (Baudelaire
lo conosceva a memoria). Un delicato infingardo, pane per i servizi segreti.

E allora corse alle armi e rimase lì, dove tutto era chiaro
e distinto: nemico il nemico e tradimento il tradimento, nella giungla.
Solo lui stesso pareva spento. "Gonfio, senza barba, con le tempie grigie,
occhiali dalle lenti spesse, come un salesman, in montgomery
", così
camuffato si avviò a Ñanccahuazú al suo ultimo lavoro.

Non parlava in quechua né il guaraní. "Il silenzio degli indios
era assoluto, come se venissimo da mondi diversi". Insetti,
liane, boscaglia. "I contadini come pietre". Coliche, attacchi di tosse,
edemi. Dosi eccessive di cortisone. Adrenalina.
Anelante l'ultima iniezione: "Ave María purísima!"

Già "la leggenda si diffondeva come una schiuma. Siamo tutti
Supermen, invincibili
". (Sempre questa micidiale ironia,
inavvertita dai compagni). "Un relitto umano", un idolo.
"Lo avremmo impiegato", annunciarono tra i suoi nemici mortali
i più progressisti. Invece spiegarono il suo cadavere
con le mani mozzate. "Un'avventura mistica", anzi,
"una Passione che irresistibilmente ricorda l'immagine di Cristo":
così scrissero i seguaci. Lui: "Les honneurs, ça m'emmerde".
E' stato non molto tempo fa, ed è stato dimenticato. Solo gli storici
si annidano come tarme nella stoffa della sua uniforme.

Buchi nella guerra del popolo. Ormai nella metropoli di lui parla
soltanto una boutique, che gli ha rubato il nome.
In Kesington High Street ardono i bastoncini d'incenso;
accanto alla cassa siedono gli ultimi hippies, fiaccati,
irreali, come fossili, e senza quesiti, e quasi immortali.

Il testo si tronca, e quiete continuano a marcire le risposte.

- Hans Magnus Enzensberger -  da "Mausoleum. Trentasette ballate tratte dalla storia del progresso" - Einaudi

già pubblicato sul blog il 23/8/2006

giovedì 15 luglio 2021

L’enigma e la decifrazione

« La verità dell'indagine non è l'indagine della verità. Non vogliamo indagare il mondo com'è, ma inventarlo come non è. Il termine 'inventare' non deve essere inteso in senso tecnologico; non significa unire positivo con positivo, suono con suono, pezzo con pezzo come se l'invenzione fosse una fabbricazione tra gli altri. Inventare significa piuttosto: essere presenti nella rottura del guscio positivo dell'esistente; partecipare all'introduzione del reale nel gioco delle perle di vetro, sperimentare come il non ancora emana dal sempre, come il non sentito si stacca dal sempre sentito per apparire come per la prima volta. (...) Mentre la ricerca positivista, estremamente ignorante e spocchiosa, si basa sull'ipotesi che il mondo non è sufficientemente conosciuto, la coscienza-composizione sa che il mondo non è sufficientemente sconosciuto. Si presenta ai nostri occhi e alle nostre orecchie troppo rivelato, e infatti non si tratta di decifrare gli enigmi, ma di proteggerli dai loro decifratori. »

- Peter Sloterdijk, "Mobilitazione copernicana e disarmo tolemaico" -

mercoledì 14 luglio 2021

Predestinati !!

I critici contemporanei dell'economia si lamentano a proposito della fede nei liberi mercati - si gli economisti che i cittadini comuni - e affermano che si tratta di una forma di religione. Si scopre così, che in un senso più profondo e storicamente fondato, in quest'idea c'è qualcosa di vero. In contrasto con la visione storica convenzionale dell'Economia, che viene vista come un prodotto assolutamente secolare dell'Illuminismo, Benjamin M. Friedman dimostra che la religione ha esercitato fin dall'inizio una potente influenza. Friedman rende evidente come la fondamentale transizione riguardo il pensare quello che noi chiamiamo economia, a cominciare dal 18° secolo, sia stato plasmato in maniera decisiva dalle linee di conflitto di un pensiero religioso nel contesto del mondo protestante di lingua inglese. La fede in un Dio dal carattere umano, sull'Aldilà e sullo scopo della nostra esistenza, nel mondo in cui vivevano Adam Smith e i suoi contemporanei, veniva messa in discussione. Friedman esplora come quei dibattiti possano spiegare l'enigmatico comportamento di così tanti nostri concittadini e il fatto che loro punto di vista circa le politiche economiche - e il loro comportamento rispetto al voto - sembra essere così in netto contrasto con quello che dovrebbe essere il loro vantaggio economico. Gettando una luce sulle origini della relazione tra pensiero religioso e pensiero economico, insieme a quelle che sono le conseguenze attuali, Friedman fornisce preziose intuizioni relative ai nostri dibattiti di politica economica, e mostra quale sia la strada per delle politiche funzionali per tutti i cittadini.

(dal risvolto di copertina di: "Religion and the Rise of Capitalism", di Benjamin Friedman. Alfred A. Knopf, pagg. 544, € 31,20)

Le origini «religiose» dell'economia
- di Gianni Toniolo -

Da chi è nata la scienza economica moderna basata sul primo teorema del benessere, secondo il quale persone che, in un quadro competitivo, agiscono nel proprio interesse migliorano non solo la propria condizione ma anche quella degli altri? La risposta ovvia è Adam Smith. Ma perché proprio lui, perché proprio nella Scozia della seconda metà del Settecento? Per rispondere a queste domande, Benjamin Friedman, noto macroeconomista di Harvard, dice che non basta rifarsi alla cultura scientifica dell’illuminismo scozzese del quale Smith era autorevole esponente. Per una risposta più completa si può trovare rifacendosi a Einstein secondo il quale «il pensiero scientifico è lo sviluppo del pensiero prescientifico».
Su questa premessa Friedman ha imbastito, in 281 pagine chiare e splendidamente illustrate nell’edizione di Knopf, una ricostruzione dell’evoluzione del pensiero protestante sulle due rive dell'Atlantico, alla ricerca di quel “pensiero prescientifico”, delle credenze diffuse, che – più dell'alta cultura illuminista – spiegherebbero il clima nel quale fiorirono le origini smithiane della scienza economica moderna. Gli storici del protestantesimo arricceranno forse il naso di fronte a un economista teorico ebreo impegnato a rubare loro il mestiere. Ma farebbero male, perché la tesi, magari provocatoria, è interessante. In estrema sintesi si tratta di questo: perché si creasse un pensiero prescientifico diffuso coerente con la nascita della moderna economia “scientifica”, era necessario che la religiosità diffusa, il sentire dell’uomo comune, superasse la visione pessimista della natura umana insita nel pensiero luterano e, soprattutto, calvinista. Se tutti gli umani sono intrinsecamente cattivi, se il loro destino è “predestinato” sin dall’origine del mondo, se la sola ragione di esistenza umana sulla terra è il dare gloria a Dio, perché affaticarsi per migliorare noi stessi e la terra in cui viviamo?
Nel mondo della Riforma, questa visione del rapporto tra Creatore e creature cominciò a essere messa in discussione sin dall’inizio del diciassettesimo secolo (per esempio da Jacob Armenius in Olanda, da Carlo I che vietò alla Chiesa d’Inghilterra di predicare la predestinazione). L’Atto di Tolleranza di William e Mary (1688) aprì la strada a una maggiore libertà di discussione, alla creazione di accademie, all’accettazione dei non conformisti nelle università. John Locke scrisse sulla compatibilità della fede con la ragione, riconoscendo che quest’ultima è una grazia di Dio concessa a tutti. Venne progressivamente crescendo la consapevolezza di un Dio benigno, che gode della felicità delle sue creature e le incoraggia a cercare la felicità propria e quella degli altri. Su queste basi si sarebbe consolidato, secondo Friedman, l’humus culturale, il pensiero prescientifico diffuso che, in una società ancora profondamente religiosa, avrebbe ispirato a un uomo sostanzialmente agnostico come Adam Smith dapprima la Teoria dei sentimenti morali, poi la Ricchezza delle Nazioni, opera quest’ultima incomprensibile senza la prima. In sostanza: se gli esseri umani sono ragionevoli, se la loro natura è intrinsecamente buona, come sostenevano i Moderati scozzesi, allora essi hanno la capacità di fare scelte morali e di agire in modo virtuoso. Senza un superamento del pessimismo della predestinazione, il pensiero di Smith non avrebbe trovato il clima culturale diffuso necessario al proprio fiorire.
Il titolo weberiano del libro, forse voluto dall’editore, trae un po’ in inganno. Friedman non vuole spiegare le origini religiose del capitalismo ma quelle del pensiero economico moderno, dei principi fondamentali che tuttora reggono la scienza economica. Questa avvincente storia intellettuale e sociale lascia necessariamente in ombra il suo intreccio con la (ri)nascita del capitalismo, adombrata invece nel titolo. Già nel tredicesimo secolo, l’emergente economia capitalista di mercato delle città italiane si era accompagnata all’opera di riconciliazione tra fede e ragione condotta da Alberto Magno e Tommaso d’Aquino, a riprova di un intreccio complesso tra storia dei fatti e storia del pensiero. Allo stesso modo, non possiamo evitare di chiederci quanto la grande stagione sei-settecentesca del capitalismo commerciale abbia influito sulla formazione del pensiero prescientifico all’origine di quello scientifico di Smith. Ma questo è il tema per un prossimo libro. Possiamo, invece, seguire ancora Friedman nei suoi  ultimi capitoli che tracciano la sorprendente continuità di minoritarie, ma non trascurabili, culture prescientifiche, come quelle di segmenti del protestantesimo evangelico statunitense, che sarebbero alla base di comportamenti, che un economista può solo definire irrazionali, come scelte elettorali opposte agli interessi stessi di chi le compie. Una prova, a contrario, della forza delle credenze prescientifiche.

- Gianni Toniolo - Pubblicato sulla Domenica del 6/6/2021 -

martedì 13 luglio 2021

Movimenti

A Cuba si muovono
- di Floréal - 12/7/2021

Da domenica, a Cuba, sono in corso delle manifestazioni che vedono un'ampia partecipazione.
Partita da San Antonio de los Baños, la protesta si è estesa in molte città di quello che è un paese sprofondato in una situazione disastrosa, soprattutto sul piano sanitario e alimentare. A questo si aggiunge la totale assenza di libertà, che oramai caratterizza da più di sessant'anni quest'isola a regime totalitario.
In alcune località, le manifestazioni pacifiche sono state represse in maniera brutale dalle truppe speciali del Ministero dell'Interno (MININT), dalle cosiddette Forze armate rivoluzionarie (FAR), dai gruppi paramilitari e da altri scagnozzi del Partito comunista e della Gioventù comunista.
Il presidente Diaz-Canel - il pallido burattino che ha sostituito Raoul Castro alla guida dello Stato -  ha già intonato in televisione il solito ritornello sui delinquenti e gli altri personaggi manipolati dagli stranieri, un motivetto che è già stato cantato molte volte e che non mancherà di essere ripreso qui. con accenti più o meno stalinisti, dai soliti squallidi imbecilli e da altri farabutti.
Il popolo cubano si sta svegliando! Viva Cuba libre!

- Floréal -  Pubblicato il 12/7/2021 su Le blog de Floréal -

lunedì 12 luglio 2021

Breviàri

Nel suo libro "Caratteri filosofici. Da Platone a Foucault" (2010, Raffaello Cortina) - identificato nel sottotitolo dell'edizione portoghese come un «breviário», sebbene la parola non appare nell'originale –, Peter Sloterdijk fa uso della formula del breviario per comprendere un insieme di vite: cosa che gli permette di includere il suo progetto in quella linea associativa che comprende le Vite degli Artisti di Vasari, Le vite immaginarie di Marcel Schwob, la Storia Universale dell'Infamia di Borges, la Sinagoga degli Iconoclasti di Wilcock, la Letteratura Nazista in America di Bolaño, Vite minuscole di Pierre Michon, e così via. L'attenzione alla forma, vista come veicolo specifico del pensiero, non è estranea a Sloterdijk: parlando di Hegel, in questo libro sui «temperamenti» (nell'originale tedesco: "Philosophische Temperamente. Von Platon bis Foucault". Diederichs, Munich, 2009) scrive che la sua figura preferita del pensiero è la conclusione (la quale corrisponde a un ritmo e a una catena di idee, visto come se fosse la forma breve della «vita»). Ciò che Sloterdijk cerca, è stabilire una sorta di modulazione instabile tra soggetto ed epoca, tra il posizionamento specifico di un pensiero individuale nel flusso del tempo e l'iscrizione generalizzata di quello stesso tempo/epoca nella capacità di scrittura del soggetto.

Se qualcosa funziona da filo conduttore, per i commenti che Sloterdijk fa a proposito di  figure così diverse, questo è allora il tentativo di descrivere criticamente il modo in cui i soggetti sono e non sono in sintonia con il loro tempo (il modo in cui Wittgenstein, per esempio, sollecita un ricorso alla figura medievale dell'eremita, allo stesso tempo in cui simultaneamente rifiuta la forma testuale completa a favore dell'aforisma; o come Schelling sorprende i suoi contemporanei in quelli che sono stati almeno due momenti: in gioventù, con la sua brillantezza inaspettata; in maturità, con il suo stile tardivo che lo rende incline all'incompleto e al malinconico).

Le posizioni occupate dai filosofi commentati da Sloterdijk non si risolvono mai in una sorta di pura appartenenza al passato, o in un puro rimando al futuro (quando l'opera verrà finalmente compresa in tutte le sue possibilità). La riscoperta di Pascal, per esempio, viene esaltata come una conseguenza dell'educazione ricevuta a partire dalle Affinità elettive, con Goethe e Nietzsche; Schopenhauer, a sua volta, sarà sempre necessario per coloro che decidono di avvicinarsi alla «rinuncia» («la parola più difficile del mondo» per i moderni); Leibniz, infine, può essere una delle principali fonti di ispirazione per le generazioni future che cercano di «rigenerare» un principio di «ottimismo» o, quantomeno, di «non pessimismo».

fonte: Um túnel no fim da luz

domenica 11 luglio 2021

Gilda, ti amo, e abbasso il lavoro !

Scritta a Sochaux, sul muro di una fabbrica nel maggio 1968, questa frase è a dir poco scioccante. Fatto sta che essa precede un grido, quello degli operai della Pechiney Noguères che, nell'estate del 1973, scrissero in un volantino: « In questa azienda, insieme alle loro illusioni, sono entrati dei lavoratori giovani e sani. Ora, dopo quindici anni, si ritrovano sfiniti, svuotati, menomati, disillusi ».

In fabbrica, in ufficio, ci vanno tutti. A fare cosa? A morirci lentamente, poco a poco. Ma comincia a farsi sentire una certa disobbedienza. Il lavoro non gode più dello stesso rispetto. Nascono nuovi slogan: «Per potersi guadagnare la vita, bisogna perderla?». È la malattia del secolo! Contro di essa, un nuovo desiderio di esistere, che si sta manifestando. È come se si trattasse di un risveglio...

 ( "Gilda, je t'aime, à bas le travail !", di Jean-Pierre Barou. Gallimard La France sauvage - 2018 )

sabato 10 luglio 2021

Genova 2001: Odissea nel sogno del soggetto automatico…

[su "Impero"] Hardt/Negri devono perciò edulcorare la costituzione, e la conformazione dei soggetti in quanto soggetti della valorizzazione del valore e della concorrenza; il processo di valorizzazione - in quanto sostanza della soggettività - viene da loro assunto del tutto positivamente, come potenziale della "auto-realizzazione" dell'uomo, mentre la logica di azione immanente a questa soggettività, ossia la concorrenza universale, è praticamente assente. Ne risulta che il processo di valorizzazione viene interpretato come sostanza della soggettività, in maniera del tutto positiva, come potenza dell'auto-realizzazione umana. E la logica immanente a questa soggettività agente non compare in quanto concorrenza universale (una vera e propria prodezza, in un'opera sul capitalismo che pretende di aprire delle nuove prospettive!). (...) Incapaci di formulare una "critica", si vedono obbligati a scegliere un'alternativa che l'Impero in crisi impone loro in maniera immanente, e si indovina quale essa sia: l'immanenza della barbarie reinterpretata positivamente. (...) nel caso di "Impero", non si tratta più di un'esternalizzazione - di un «laggiù fuori nella steppa» - ma dell'interiorità dello stesso "Impero".

I "barbari" sono immanenti (...), si tratta di un di per sé già positivo che li porta a concludere (appoggiandosi a un'errata interpretazione di Walter Benjamin): «I nuovi barbari distruggono con una violenza affermativa e, nella materialità della loro esistenza, tracciano nuovi percorsi di vita.» Questi nuovi barbari non sono, secondo Hardt/Negri, prodotti dalla crisi della valorizzazione mondiale del capitale; ma sono al contrario (del tutto conformemente all'ideologia del culturalismo postmoderno e dell'economia istituzionale) all'origine della crisi; intesi non negativamente, ma positivamente, come "soggettività ribelle". In quest'ideologia fantasmatica del soggetto, la valorizzazione del capitale viene indossata a meraviglia, il negativo non risiede in essa, ma nel dominio corrotto che la governa.

E c'era da aspettarselo: non ci sarebbe nessuno "inutile", nessun "superfluo": « L'Impero ha lavoro  per tutti! Più il lavoro è deregolamentato e più ce n'è. » (pag.371) Anche se si tratta di un lavoro "sfruttato" e dominato dalla corruzione. Dal momento che il capitalismo postmoderno sarebbe riuscito a trasformare tutto in lavoro e in creazione di valore (cosa che Hardt/Negri ritengono non ci sia nessun bisogno di dimostrare), non si può avere né crisi reale né limite interno assoluto alla valorizzazione del capitale. Anche l'individuo che fa i suoi bisogni nell'intimità del suo cesso, in una qual certa maniera, "valorizza il capitale": eccolo qua bel bello il sogno del "soggetto automatico", se mai esso avesse potuto sognare, ma questa visione delle cose costituisce un'impossibilità logica e pratica.

da: Robert Kurz, "Impero (Hardt/Negri): il mondo in crisi visto come la Disneyland della Moltitudine" 

venerdì 9 luglio 2021

Tra l’incudine e il martello

Imperativi del valore e collasso ecologico
- di Moishe Postone -

« Tra le considerazioni ecologiche e gli imperativi del valore - sia in quanto forma di ricchezza che di mediazione sociale - si viene a creare una tensione di fondo. Ciò implica anche che nel quadro della società capitalista, ogni tentativo di rispondere veramente alla crescente distruzione ambientale, facendo ricorso alla moderazione del modo di espansione di questa stessa società, a lungo termine finirebbe probabilmente per rivelarsi inefficace; e questo non solo a causa degli interessi dei capitalisti o dei capi di Stato, ma anche a causa del fatto che l'incapacità ad aumentare il plusvalore comporterebbe delle gravi difficoltà economiche e degli enormi costi sociali. In Marx, nella società capitalista, la necessaria accumulazione di capitale e la creazione di ricchezza sono intrinsecamente legate. Inoltre [...] dal momento che sotto il capitalismo il lavoro viene fissato come mezzo necessario alla riproduzione individuale, i lavoratori salariati rimangono dipendenti dalla "crescita" del capitale, persino quando le conseguenze, ecologiche o meno, del loro lavoro sono dannoso per loro stessi o per gli altri. La frizione tra le esigenze della forma merce e le necessità ecologiche si accentua nella misura in cui la produttività aumenta e pone un serio problema, soprattutto durante i periodi di crisi economica e di disoccupazione di massa. Questo dilemma e la tensione in cui esso si radica, sono immanenti al capitalismo; la loro definitiva risoluzione continuerà a essere impossibile per molto tempo, finché il valore continuerà a essere la forma determinante della ricchezza sociale. »

(da: Moishe Postone, "Temps, travail et domination sociale. Une réinterprétation de la théorie critique de Marx", Paris, Mille et une nuits, 2009 (1993), p. 459-460 )

giovedì 8 luglio 2021

Risposte !

E' la fine degli anni '70 quando in America va in onda uno dei rarissimi filmati in esterno del "Saturday Night Live". S'intitola "Don'Look Back In Anger" - parafrasando il titolo del dramma di Osborne - ed è in bianco e nero. Nel film, possiamo vedere un vecchio con cappotto e cappello scuro, baffoni bianchi e occhiali da vista, che cammina nel cimitero di Brooklyn reggendo una corona di fiori.

Mentre cammina, borbotta: « Tutti credevano che sarei stato io, il primo ad andarsene...E invece... ».
E mentre bofonchia queste parole, passa, una via l’altra, vicino alle tombe di un cimitero coperto di neve. La telecamera inquadra le lapidi. Gilda Radner, Chevy Chase, Bill Murray, Dan Aykroyd. Qualcuno di loro è morto di overdose, qualcun altro di chirurgia estetica, altri ancora di eccesso di velocità.

« Perché sono rimasto proprio io? Perché io ho vissuto così a lungo, mentre loro sono morti tutti? » - si chiede il vecchio. Poi rivolge uno sguardo in macchina, molto sornione ...

« Perché io sono un ballerino! »

Stacco. Parte la musica, ed ecco che, in campo lungo, le braccia tese, il vecchio John Belushi comincia a ballare in mezzo alle tombe…

già pubblicato sul blog il 23/1/2009

mercoledì 7 luglio 2021

Convergenza e Plagio !!

Non appena pubblicato, "Essere e tempo", il capolavoro di Martin Heidegger, fu ritenuto una vera e propria rivelazione filosofica. Pochi, però, conoscevano allora il libro del giovane ebreo italiano Carlo Michelstaedter. Le sue pagine sembrano precorrere fin nei concetti lo scritto rivoluzionario di Heidegger. In quest'avvincente inchiesta filosofica Thomas Vasek, oltre a delineare le singolari corrispondenze tra i due pensatori, getta nuova luce sul testo di Heidegger, il quale ha ignorato a lungo quella fonte preziosa.

(dal risvolto di copertina di: Thomas Vasek, "Heidegger e Michelstaedter. Un'inchiesta filosofica". Mimesis, pp. 320, € 24 )

Il plagio di Heidegger, quasi un thriller
- Le tesi più importanti di “Essere e tempo” ispirate dal giovane goriziano Michelstaedter -
- di Donatella Di Cesare -

Heidegger sarebbe ricorso al plagio? E la sua grande opera Essere e tempo non sarebbe poi così autentica come in genere si crede? A instillare il dubbio è il saggio di Thomas Vašek, Heidegger e Michaelstaedter. Un’inchiesta filosofica, che arriverà domani in libreria per Mimesis nell’ottima traduzione di Fulvio Rambaldini. Pubblicato in tedesco nel 2019, da Matthes & Seit a Berlino, questo volume si inserisce nell’acceso dibattito, tuttora in corso, che intorno al pensiero e alla figura di Martin Heidegger ha preso avvio dopo l’uscita dei Quaderni neri.
Giornalista e filosofo austriaco, autore di numerosi saggi, Vašek è apprezzato dal grande pubblico di lingua tedesca anche come caporedattore della famosa rivista Hohe Luft, il bimestrale che ha il merito di aprire discussioni politiche, etiche, culturali sui grandi temi dell’attualità. Non sorprende allora che abbia usato i suoi mezzi affinati per questa inchiesta, quasi un thriller. L’idea nasce quando, dal fondo dimenticato di Argia Cassini, pianista morta ad Auschwitz nel 1944, viene fortunosamente alla luce una prima, parziale traduzione tedesca del libro di Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, pubblicato postumo nel 1913. Provato da avversità, dissidi e delusioni profonde, sfinito da quell’impegno di scrittura intensissimo, il giovane Michelstaedter si era ucciso con un colpo di rivoltella alla tempia la mattina del 17 ottobre 1910. Aveva solo ventitré anni. Quell’evento tragico, che allora sembrò del tutto inatteso e inspiegabile, mise fine alla sua vita e a una promettente carriera di intellettuale, poeta, pittore e filosofo.
Noto in Italia grazie alla casa editrice Adelphi, che ne ha pubblicato gli scritti, e all’interpretazione che ne hanno offerto, tra gli altri, Massimo Cacciari, Gianni Carchia, Franco Fortini, purtroppo Michelstaedter è un nome quasi sconosciuto in Germania. E ciò malgrado la traduzione completa del suo capolavoro, che risale al 1999, nonché il romanzo di Claudio Magris Un altro mare, del 1991, e quello dello scrittore austriaco Egyd Gstättner, Der Mensch kann nicht fliegen. Der letzte Tag des Carlo Michelstaedter, entrambi ispirati alla sua figura e alla sua drammatica storia.
Si spiega così l’entusiasmo di Vašek per quella che, a tutti gli effetti, è quasi una riscoperta. La tesi centrale del suo libro è sintetizzata così: «a mio parere il meglio di Essere e tempo è già in Michelstaedter». Sebbene più volte ammetta che non esiste alcuna prova storica, pure Vašek è persuaso che Heidegger abbia avuto tra le mani le pagine del giovane genio goriziano e ne abbia tratto spunti e idee per la sua grande opera. Certo, non mancano le differenze già nello stile e nei toni: da un canto l’urgenza esistenziale, la fantasia artistica, la dimensione onirica, dall’altro la potenza del linguaggio e la profondità filosofica. Per il resto si deve riconoscere che le convergenze – già notate da più di un critico negli anni Trenta – sono eclatanti: dal tema dell’angoscia a quello della cura, dall’esigenza di autenticità al desiderio di sottrarsi alla «rettorica», ovvero alla «dittatura del si», come la chiama Heidegger, cioè al conformismo del «si pensa», «si dice», dalla finitezza dell’esistenza alla paura della morte.
Ma com’è finito quel primo dattiloscritto nelle mani di Heidegger? Chi lo ha fatto giungere oltre confine? È qui che comincia il thriller. Vašek ricostruisce, non senza suspense, tutte le piste che collegano due personaggi solo apparentemente così lontani. A parlare già di Michelstaedter sarà stato forse il filosofo Franz Brentano, dopo una breve visita a Firenze, oppure l’accademico austriaco Oskar Ewald, che ne aveva ascoltato una conferenza a Gorizia e ne era rimasto impressionato.
Ma non si può escludere che addirittura Albert Einstein abbia portato a Friburgo una copia del libro La persuasione e la rettorica. Le ipotesi si affastellano. Quella verso cui Vašek sembra propendere è legata al nome di Julius Evola, l’esoterico filosofo protofascista, di cui forse Heidegger ha letto qualcosa, e che a sua volta nella propria autobiografia ammette il debito verso Carlo Michelstaedter. Singolari nessi, sorprendenti collegamenti. Finché, però, l’archivio in cui si conservano le carte, i documenti, la corrispondenza e gli scritti ancora inediti di Heidegger, resterà chiuso ai ricercatori per volere degli eredi, sarà impossibile rispondere a questa come ad altre domande.
Il libro di Vašek è comunque un tentativo che va oltre la ricostruzione storica e che sembra quasi rinviare a ciò che il grande «monarca» della filosofia tedesca può aver ripreso dalle correnti della cultura ebraica che sarebbero state annientate di lì a poco. Un tentativo analogo è quello di Susanne Möbuß, che ha pubblicato nel 2018 una imponente monografia in tedesco, dove mostra ciò che Heidegger, senza menzionarlo, ha ereditato dal pensiero del grande filosofo ebreo tedesco Franz Rosenzweig.
Per noi sarà forse l’occasione per rileggere Michelstaedter, in questi anni un po’ dimenticato, per riscoprire il fascino di questa figura di confine, figlio per parte di madre di un’antica famiglia ebraica, i Coen Luzzatto, esponente della cultura austroungarica, italiano per vocazione. E chissà, se non si fosse suicidato, sarebbe finito anche lui ad Auschwitz, come la madre, la sorella maggiore e quell’amica, amante, Argia Cassini, il cui lascito ha ispirato l’inchiesta di Vašek.

- Donatella Di Cesare - Pubblicato sulla Stampa del 7/7/2021 -

martedì 6 luglio 2021

Il suono del modem…

Per dieci anni circa - dal 1999 al 2009, mese più mese meno - ho partecipato a modo mio a qualcosa che per potersi esercitare, tra le altre cose, aveva bisogno di ... un modem. A 56K. No, non è una serie Netflix!
Ora vengo e mi spiego.

La foto che potete vedere sopra, scattata a Cantù alla fine di una partita a calcio - seguita a un lungo pranzo e nella quale ho giocato contro Paolo Sollier, realizzando anche un gol - che è in qualche modo la sintesi di un periodo non breve in cui di solito, dopo lunghe discussioni e polemiche (in luoghi assai più strani delle cosiddette odierne reti sociali; e che si chiamavano mailing list e newsgroup e chat su mIRC) fissavamo un incontro da qualche parte in l'Italia per guardarci in faccia, in modo da poter poi mangiare e bere e cantare tutti insieme. Strane cose sono successe fra e con queste persone. Eppure, con diverse delle persone di cui parlo ho mantenuto amicizia (vera, non fb), e inoltre mi porto dietro lo sgomento e il dolore per la perdita di due di quegli amici che non ci sono più e a cui volevo particolarmente bene.

Va detto che, stranamente, a legarci insieme - così come, naturalmente e soprattutto, a dividerci - era uno strombazzato amore per due o tre di quelli che oggi vengono definiti cantautori, quantomeno i più ... famosi. E così facendo, di cantautori ne abbiamo raccattati a iosa. Varie persone e personaggi si sono uniti, hanno partecipato e/o si sono accodati a questo piccolo universo. E naturalmente è successo di tutto. Arrivavano come le api sul miele; alcune erano persone vere,  altri erano falsi come una banconota da 30€! C'è stato perfino chi in qualche modo ne ha tratto profitto, o almeno ha creduto di poterlo fare. Buon per lui! Ci sono stati addirittura quelli che a un certo punto si sono portati via il pallone - chiudendo una delle mailing list - dicendo che era loro e che non volevano giocare più. Ne conservo il ricordo dei loro nomi, e qualcos'altro.

In questa foto, scattata alla conclusione della partita, con il viso stravolto per il caldo e la fatica, insieme a Sollier e al padrone di casa, Andrea Parodi (devo ammettere che ho litigato anche con lui - così come ho fatto con almeno metà di quel mondo - ma ci siamo riappacificati, se non proprio chiariti), c'è anche uno strano personaggio dalla faccia sorridente e non troppo stanco, il quale cerca di sovrastare e attribuirsi la situazione, come ha sempre fatto, ed ha continuato a fare, finché gli è stato permesso. Data la mia repulsione per ogni stalinismo - che mi impedisce di ritoccare ed alterare qualsiasi cosa che abbia forza e forma di documento storico - ho scartato subito l'idea di rimuoverlo dalla foto; idea che mi aveva sfiorato. Questo per dire che è bene che ci sia: serve a ricordarmi quanto e quante volte mi sono sbagliato sul conto delle persone.


lunedì 5 luglio 2021

L’Odore

La storia è più o meno la solita degli abiti nuovi dell'imperatore, con in più - a quanto pare - un pizzico di verità storica e un esempio di sagacia femminile. Forse. Si tratta di una storia vecchia, antica, e parla di un tiranno che dominava la città in cui sono nato: Ierone II, il quale sembra, dalle testimonianze, che avesse un problema piuttosto serio. Puzzava, letteralmente. Puzzava talmente tanto che quel puzzo è riuscito ad arrivare fino ad oggi. Puzzava Ierone; però, essendo un tiranno, pare che nessuno glielo avesse mai fatto presente. Magari questo non per mancanza di coraggio, ché tanto a dirglielo non sarebbe cambiato niente: Lui avrebbe continuato a puzzare e ad impestare, e ci sarebbero state un paio di narici in meno, a sopportare l’odore.
Senonché, un giorno - bello o brutto che fosse - arrivò a Siracusa una visitatrice straniera, la quale sembrava dovesse avere una certa importanza, dal momento che, non appena arrivata, venne subito portata al cospetto del tiranno, che desiderava riceverla.

« Ma tu puzzi, signore! E talmente tanto che non ti può star vicino! » - credo siano state queste, più o meno, le sue parole. A quel punto, credo sia calato un silenzio inquietante su tutti i presenti che aspettavano la reazione del tiranno. E la reazione non tardò ad arrivare. Solo che Ierone reagì prendendosela con chi gli era stato vicino per tutti quegli anni senza mai fargli notare il suo piccolo difetto. L'accusa era di mancanza di sincerità: usava, a quei tempi! E agli occhi del tiranno, la maggior colpevole di un tale reato, non poteva essere altro che la moglie, cui venne richiesto di giustificarsi.

« Mio signore, io, in vita mia, non mi sono mai avvicinata a nessun uomo che non fossi tu. » - la spiegazione non si fece aspettare – « E così ho pensato che il tuo respiro e il tuo odore fossero una condizione naturale propria di tutto il resto degli uomini. »

Niente male, davvero niente male. Degna di Odisseo.

già pubblicata sul blog il 12/1/2012

domenica 4 luglio 2021

Ai margini ??

Che cosa significa essere marginali? Quali sono i meccanismi che in una società determinano inclusioni ed esclusioni? Generalmente pensiamo a fattori economici, politici, identitari, religiosi, culturali, che tuttavia nella storia hanno avuto un peso differente secondo le circostanze. Nel nostro Medioevo, il fattore discriminante è stato quello religioso: nella cultura di quel periodo, infatti, la difformità di fede difficilmente era consentita e anzi era percepita quale alterità, mentre si mostravano atteggiamenti più mediati e accomodanti, spesso persino inclusivi, nei confronti degli umili, dei malati, dei bisognosi, degli stranieri. Sia che si manifestasse come eresia sia come adozione di un altro culto, in particolare l'ebraismo e l 'Islam europei, la differenza religiosa costituiva invece sempre un discrimine profondo, frutto non di casualità, ma di politiche culturali precise. Il libro indaga, sulla lunga durata, le ragioni di questo "carattere originario" della nostra cultura, alla luce del fatto che le scelte compiute nel passato si riverberano sul nostro presente più di quanto si sia disposti ad ammettere.

(dal risvolto di copertina di: "Ai margini del Medioevo. Storia culturale dell'alterità", di Marina Montesano. Carocci, 24€)

Meglio gli zingari di catari e valdesi
- Un'analisi delle marginalità nel Medioevo. Il fattore "più" discriminante era quello religioso -
di Antonio Musarra

« Adì 18 di luglio venne a Bologna un duca d'Egitto,il quale aveva nome il duca Andrea, e venne con donne, putti e uomini del suo paese, e potevano essere ben cento persone.Il quale ducha si havea rinegada la fede christiana, et il Re d'Ungheria prese la sua terra et lui. Esso ducha disse al detto re di voler tornare alla fede cristiana, et così si battezzò con alquanti di quel popolo, e furono circa 4000 uomini. Que' che non vollero battezzare furono morti ». E una cronaca bolognese del Quattrocento a segnare l'ingresso nella storia italiana del popolo romani, gente «che chiamavano zengani», emblema della marginalità - storica e storiografica -, la cui vicenda si perde nelle brume del tempo. Il cronista ne narra l'avvento nella penisola; a suo dire, per volere di Sigismondo di Lussemburgo, re d'Ungheria e futuro imperatore. Dopo il battesimo, questi «volle che andassero per lo mondo sette anni, e che dovessero andare a Roma al Papa». Nel 1422, il gruppo giunse a Bologna; a quanto pare, recando con sé un decreto reale, in forza del quale «essi poteano rubare per tutti que' sette anni per tutto dove andassero, e che non potesse essere fatta loro giustizia». Il loro arrivo suscitò stupore. La popolazione accorreva ad ammirarli «per rispetto della moglie del Duca,che diceano che sapeva indovinare, e  dir quello che una persona dovea avere in sua vita». Due settimane dopo, ripartirono, sostando a Forlì, prima d'entrare in Toscana. Orbene, è singolare constatare quanto certi cliché siano risalenti nel tempo, parametrando l'esperienza d'un popolo su caratteri quali la provenienza esotica, il nomadismo, la propensione al furto («Onde fecero gran rubare in Bologna»), le arti divinatorie; e ciò,a fronte dell'inserimento precoce nel tessuto sociale di gruppi e famiglie, come testimoniato da diverse fonti (è il caso, ad esempio, d'un certo Nicola Zingaro, proprietario terriero a Carpi, segnalato nel 1448, e di molti altri). Ma, certo, la diversità non passava inosservata.

Da questo punto di vista, la vicenda del popolo romani è paradigmatica d'un Medioevo «ai margini» - ma non, certo, marginale -, la cui ricostruzione è, ora, al centro d'un ricco studio di Marina Montesano, ordinario di storia medievale presso l'Università di Messina, edito per Carocci: Ai margini del Medioevo. Storia culturale dell'alterità. Marginalità molteplici, s'intende, legate a diversi fattori: economici, sociali, linguistici, comportamentali, ma non tali da segnare un fossato culturale quanto quelli religiosi. Bisogna, dunque, intendersi sui termini. Nel corso del Medioevo, l'emarginazione riguardava, piuttosto, la difformità e la dissidenza religiosa: la forma di alterità più rilevante, in un periodo storico in cui - per così dire - la religiosità si respirava nell'aria. A partire dall'incontro latino-germanico, la Cristianità latina, affermatasi progressivamente tra IV e X secolo e definitivamente a partire dall'XI, con la progressiva crescita d'autocoscienza del papato romano, aveva visto proliferare diverse forme religiose non conformi, viste con sospetto e prontamente represse. Certo, l'accusa di eresia era un'arma spendibile in molti campi: strumento di gestione del potere, avrebbe costituito un tratto caratteristico della Chiesa basso-medievale e moderna, volta a disciplinare la società. Catari e valdesi ne faranno le spese; i musulmani saranno oggetto di particolari attenzioni «crociate»; non diversamente dai pagani Wendi del Baltico, e così via. Nel Quattrocento, da tale accusa sorgerà quella di stregoneria, che darà avvio alla moderna «caccia alle streghe», accompagnandosi alla crescente insofferenza del mondo latino nei confronti degli ebrei, sfociata, dopo i primi pogrom del 1096, in eventi epocali come l'espulsione dei sefarditi del 1492. Controversistica e proselitismo - benché, dalla metà del Duecento, la Chiesa riconoscesse la sostanziale illiceità delle conversioni forzate - erano all'ordine del giorno. Un quadro a tinte fosche, dunque. Ma un quadro parziale, dotato di molteplici sprazzi di luce. Secondo la studiosa, quella medievale non era una «società persecutoria». Benché la difformità religiosa fosse avvertita come un pericolo, il povero,lo straniero, il malato erano tenuti in alta considerazione. Da questo punto di vista, è difficile individuare individui e gruppi realmente emarginati. Anche chi svolgeva lavori degradanti o apparteneva a comunità liminali possedeva un proprio posto nel mondo. Si pensi ai lebbrosi e al loro impegno nell'Ordine di San Lazzaro, composto da cavalieri affetti dal morbo, o agli stessi ebrei e al loro ruolo nello sviluppo dell'economia europea. Siamo difronte, dunque, a una società complessa, da leggere con gli occhi dell'antropologia storica; o,meglio,della nuova «storia culturale», di cui Marina Montesano costituisce, ormai, un punto di riferimento. La sensazione è che la sua «storia culturale» dell'alterità, ben scritta e documentatissima, sia destinata a fare da modello, aprendo nuove strade.

- Antonio Musarra - Pubblicato su Tuttolibri del 29/5/2021 -

sabato 3 luglio 2021

Sonnanbulismo

Sloterdijk (sempre in "Luftbeben: An den Quellen des Terrors", 2002 ["Terrore nell'aria". 2007, Meltemi Editore]) commenta il cambiamento di paradigma che la guerra ha stabilito nel XX secolo: l'ambiente esterno (la natura, l'aria, l'atmosfera) non è più garanzia di respiro e di tranquillità (come lo era per Nietzsche, Heidegger o Robert Walser, ad esempio), ma, al contrario - con l'avvelenamento generalizzato assicurato dalle tecnologie di guerra, ora "dissacrate" da un uso civile -, l'ambiente ora è sempre ostile e l'individuo si trova impegnato in uno sforzo permanente per costruire ambienti artificiali che lo possano proteggere, temporaneamente, dall'ambiente esterno.
In simili condizioni, il sistema immunitario diventa un argomento di discussione: quando, in maniera latente, tutto può essere contaminato e avvelenato, scrive Sloterdijk, quando tutto è potenzialmente ingannevole e sospetto, ecco che dalle circostanze esterne non possono essere dedotte né la totalità né la possibilità di «essere un Tutto». L'integrità non può più essere pensata come se fosse un qualcosa ottenuto grazie alla devozione nei confronti di un'ambiente benevolo, ma piuttosto solo come lo sforzo individuale di un organismo che si distingue dal suo ambiente. Ciò apre la strada a un nuovo campo di pensiero, tipico della contemporaneità: l'idea secondo cui la vita insiste non tanto sul suo «esserci» - espresso attraverso la sua partecipazione al tutto - quanto piuttosto su una sua stabilizzazione attuata per mezzo della «chiusura di sé» e il rifiuto selettivo di partecipare.
Poco prima di queste conclusioni finali, Sloterdijk fa riferimento a un saggio di Elias Canetti del 1936; che in origine era una conferenza in onore del 50° compleanno di Hermann Broch. Tra le due guerre, Broch emerge come il poeta del nostro tempo, scrive Canetti, come il poeta attento all'atmosfera, attento a quel cambio di paradigma di cui parla Sloterdijk (cosa che sottolinea, non solo per il contenuto della sua esposizione, ma anche a partire della scelta formale della collocazione di Canetti/Broch in un unico stesso saggio: come Canetti legga in Broch una sensibilità profetica, un'attenzione all'ostilità dell'ambiente che in lui sarebbe scattata solo anni dopo). Broch denaturalizza l'immediatezza dell'ambiente, il suo carattere ancora non pensato, parlando di quel «sonnambulismo» che contraddistingue e segna chi non riconosce ancora l'ostilità dell'ambiente.

fonte: Um túnel no fim da luz

venerdì 2 luglio 2021

Nati stanchi !!

Walter Benjamin entra anche in polemica con quelle filosofie della storia che riferiscono il presente a un senso del futuro: queste concezioni della storia preannunciano che  tutti gli abusi, le ingiustizie e le atrocità della storia finiranno, riciclati o metabolizzati, dentro un senso storico. Perciò, a salvarsi sarebbe il futuro, e non il passato! Il pensatore tedesco denuncia perciò queste teorie della storia come ideologie del progresso, e le respinge sulla base di due motivi.

Il primo è dato dalla confusione tra progresso tecnico e progresso morale: con il primo abbiamo ottenuto il dominio sulla natura e, tra le altre cose, anche sull'uomo. Benjamin - con la pazienza di un collezionista - mise in fila tutti i sogni di emancipazione che l'uomo aveva associato all'avvento della moderna tecnologia. Il diciannovesimo secolo, ad esempio, credeva al sogno di Leonardo da Vinci; cioè immaginava che gli aerei avrebbero trasportato la neve, dalle Alpi per alleviare il Ferragosto ai romani. Ma ciò che è realmente accaduto, è che gli aerei hanno riempito le trincee di sangue.

La seconda critica è rivolta alla natura inesauribile, perfettibile e invincibile del progresso: inesauribile perché il tempo e le risorse della natura e dell'uomo sono infinite; perfettibile, perché l'evoluzione del mondo e dell'uomo porta sempre a migliorare, come ben dimostra il darwinismo sociale; e invincibile, perché l'uomo e la funzione della società funzionano come la natura, contro le cui leggi è meglio non combattere. Una delle conseguenze più nefaste di questa convinzione sulla perfettibilità dell'uomo e del mondo, è la pigrizia.

Racconta Kafka, ne "La costruzione della Muraglia Cinese", che i costruttori della Torre di Babele in realtà non poserò neanche la prima pietra: dal momento che avevano tutto il tempo del mondo a venire, non si disturbarono nemmeno a iniziare il lavoro.

Fonte: - Reyes Mate - De La herencia del olvido - Errata Naturae. Madrid: 2008.

già pubblicato sul blog l’8/12/2011

Sai, è capitato anche a me...

Presagi, presentimenti, intuizioni e delusioni: indovinare il futuro è una pretesa impossibile o è una facoltà reale, capace di sorprenderci e turbarci? Divinità classiche, eroine della tragedia greca, indovini di antiche dinastie cinesi, saggi dalla millenaria sapienza indiana, visionari dell’Israele antico o contemporaneo, ma anche personaggi della storia recente o del nostro quotidiano, saranno i nostri compagni di viaggio, protagonisti enigmatici di vere e proprie sedute divinatorie, di misteriosi incontri con l’inesplicabile. Certo, di ciarlatani è pieno il mondo e la nostra età disillusa è abituata ad avvicinarsi al destino senza grandi pretese; ma dietro a una profezia, anche una sola, che si avvera, c’è unicamente il caso oppure si spalanca una dimensione insondata dell’animo umano?

(dal risvolto di copertina di: GIULIO BUSI, "Indovinare il mondo". Il Mulino. pp. 240, €15.)

QUEL VARCO «ESATTO» CHE CI SVELA IL FUTURO
- Profezie & indovini. Dalla dea Temi a Narciso fino all’Israele contemporaneo, le tappe di un viaggio tra miti e quotidianità che ci racconta di «aperture» verso il domani. E che talvolta fa dire: «sai, è capitato anche a me» -
di Giulio Busi

C'è un magazziniere solerte nel profondo della mia anima. È sempre all’opera, senza concedersi un minuto di riposo. Immagazzina con cura le cose vedute, sentite, toccate. Le ordina, anche se io non so bene come, affinché si possano richiamare, passare in rassegna, riutilizzare. Il magazziniere è molto geloso delle proprie prerogative. Dove mette i singoli pezzi è affare suo, è il suo segreto professionale, e guai a fargli troppe domande. A volte, i ricordi riaffiorano a fatica. Sono confusi, ingarbugliati, insensati.

Fosse solo il passato, a darmi problemi. I dispetti più innervosenti me li fa con il futuro. Sul più bello, una folata di vento apre una certa porticina e, trasognato, vedo qualcosa, sento un profumo, tocco una superficie. L’ho già vista, respirata, toccata? No, sono sicuro di no. Non l’ho ancora vissuta, quella situazione. Eppure mi appartiene, anche di questo ho una certezza profonda, intuitiva, indelebile. Ci risiamo. Il magazziniere si diverte a scompigliare l’ordine di cui pure è maniaco. È lui che ha messo le mie sensazioni fuori posto. È colpa dei suoi imbrogli, se ho l’impressione di vivere adesso quello che mi deve ancora succedere. Forse il nostro conflitto nasce da un malinteso. Io credo che sia un magazziniere e invece lui fa il trovarobe. Procura i costumi e gli oggetti per la scena. Lavora anche lui per il Grande Teatro dell’Anima, anzi ne è un componente indispensabile. Il suo compito? Fornire tutto quello che serve, perché la rappresentazione sia vivace, suggestiva, indimenticabile. Non importa da dove vengano le robe. Basta che lui le trovi, che funzionino, che ogni dettaglio sia curato. Altro che inserviente. È un artista coi fiocchi, capace di tirar fuori oggetti mai visti. Io pretendo che mi sciorini sull’unghia nomi e circostanze, ma lui, l’impareggiabile trovarobe, ha un compito ben più importante. Il Gran Teatro dell’Anima è sempre aperto e gli attori non possono mica starsene senza costume, con la scena vuota. Quello che serve non è ancora sul palco? Il trovarobe si affanna, corre da una parte e dall’altra, sgraffigna dove può, rovista in ogni angolo. Passato, futuro, presente, che differenza fa? Presto, che si va in scena!

È davvero così antiquato, questo universo fatto di presagi, domande, intuizioni e delusioni? L’abbiamo dietro di noi, seppellito da millenni di storia, o può ancora dirci qualcosa, lanciarci una sfida, suscitare un brivido d’inquietudine? Per parlare di veggenti e d’indovini, senza censure e senza apologie, ho scelto la via del racconto. Dalla dea Temi a Narciso, dalla periferia di Bucarest agli scantinati di Milano. E poi un parco giochi del Piemonte, l’Israele antico e quello contemporaneo, una finca del Costa Rica. Sono le cornici - occasionali, esemplari, irripetibili - di brevi, intensi incontri con l’inesplicabile. È un viaggio tra mito, narrazione e quotidianità, tessuto con ricordi di amici, confessioni di scrittori, visioni, collage emotivi. Sono “sedute” divinatorie vere e proprie, o semplici presentimenti, che infilo secondo la casualità delle letture e del capriccio degli eventi. E della mia curiosità. Una curiosità che so condivisa da molti, viva, assidua. Basta toccare l’argomento, lanciare una domanda, sollecitare un ricordo, e ciascuno di noi ha qualcosa da dire e da raccontare. «Sai, è capitato anche a me...». Dopo questa frase, un po’ impacciata, si schiude un vaso di Pandora, variopinto, sorprendente. A seconda della stoffa in cui è tagliato l’interlocutore, viene alla luce un vissuto vivido oppure pauroso, accettato con entusiasmo o respinto con scetticismo. Sono attimi unici, ripercorsi nella memoria, in cui il divenire s’arresta, si fonde, si plasma, nell’intimità tra chi chiede di sapere e chi sa, o pretende di vedere oltre le apparenze.

Non si tratta qui di verità o di superstizione. Quello che importa è il come. Per quale porta escono dal mondo le persone - normali, anormali, invasate, confuse, lucide - che popolano i fatidici «sai, è capitato anche a me»? Dove si sono dislocate, e in che modo? Esiste un’apertura nascosta verso il divenire? Si schiude in modo sempre simile, o gira su cardini diversi, a seconda del momento, della situazione, del nostro essere individuale? Va da sé che l’argomento è scivoloso, tortuoso, infido. Di ciarlatani è pieno il mondo, e per un vaticinio azzeccato se ne possono trovare mille e ancora mille che vanno a vuoto, illudono, danneggiano chi vi presti fede. Contro i falsi presagi mettono in guardia già i testi sumerici del terzo millennio a.e.v. Ma quella sola profezia che si avvera, può svelarci una dimensione insondata dell’animo umano? O è frutto del caso, un’insignificante eccezione, che conferma la regola di fredda razionalità e d’imperscrutabilità del nostro destino? Passeremo attraverso i labirinti del sogno e le anticipazioni, frammentarie e spaesanti, di un vissuto ancora nascosto, lontano, neppure nato. I contorni delle cose si dissolvono, i confini del significato si slabbrano e, proprio per questo, la visione interiore si acuisce all'estremo. La meta? Cento porte del destino, così si chiama la conclusione del volume: dove trovarli, questi ingressi, come varcarli? “Indovinare” è, allo stesso tempo più, e meno di “comprendere” razionalmente. Possiamo capire una lezione, in un’aula universitaria o nella vita, tenerla a mente, ripeterla, trasmetterla. Qualcuno di noi, talvolta, può invece “indovinare” la sorte propria o altrui, presentirla, vederla come in una nebbia. È lo sguardo, incerto eppure penetrante, con cui scrutiamo il futuro che ci aspetta, o scopriamo, d’improvviso, il passato ignoto che grava sul nostro destino. Il futuro è vicino, vicinissimo. Se solo riuscissimo a svelarlo, a incontrarlo da qualche parte. Partiamo subito, per questo luogo introvabile - sfuocato, pericoloso, attraente. Andiamogli incontro, in fretta, costi quel che costi. Indoviniamo il mondo, finché abbiamo tempo per farlo, e parole per dirlo.

- Giulio Busi - Pubblicato su Domenica del 16/5/2021 -

giovedì 1 luglio 2021

Ma di quale soggetto stiamo parlando ?!?

Feticismo, soggetto della merce e soggetto dell'inconscio.
di Sandrine Aumercier

1) L'autocomprensione della soggettività borghese.
La questione relativa alla base soggettiva del capitalismo, non è mai stata risolta. Visto che le merci non ci vanno da sole, chi è che va quindi al mercato? Marx sviluppa l'idea delle maschere di carattere che gli individui indossano all'interno del modo di produzione capitalista. Come in una commedia in cui ognuno interpreta un ruolo scritto in anticipo, i soggetti della merce si collocano nel mercato capitalista e si mettono ad eseguire le regole che nessuno sa da chi sono state scritte, per quanto si riferiscano ai loro ideologhi di circostanza, che a volte vengono persino immaginati come se fossero grandi maestri di cerimonia, pur non avendo alcuna padronanza del processo complessivo. Perfino nel contesto dell'opposizione formale tra tempo di lavoro e tempo libero, la socializzazione capitalista include la totalità del tempo di vita. Il suo modello perfetto sono quei complessi residenziali operai del XIX secolo in cui il lavoro e la vita erano stati concepiti come un unico da dei padroni paternalisti, o quelle start-up del XXI secolo che finanziano palestre e ore di meditazione per i loro lavoratori, nello stesso tempo in cui, simultaneamente, li requisiscono la sera e la domenica per mezzo della connessione continua. Gli individui così nascono e lavorano nel timore di subire quella sorte dei perdenti, la cui immagine ripugnante l'economia capitalista continua ad alimentare, e questo lo fa fin dal primo giorno di scuola. Il vincolo oggettivo della «gabbia d'acciaio» (Max Weber) è pertanto la prima risposta alla questione del soggetto della merce. Eppure, tuttavia rimane concomitante con una celebrazione senza precedenti della «libertà individuale». In nessun caso, i due poli di questa forma di soggettivazione devono essere pensati separatamente, dal momento che essi costituiscono il nucleo stesso dell'aporia dell'emancipazione. Abbiamo a che fare con una costrizione implacabile che prende la forma della libertà giuridica borghese, la quale potrebbe essere riassunta come la libertà apparentemente infinita di scegliere il modo in cui si vuole essere divorati, cioè il modo in cui ciascuno potrà gettare il proprio tempo di vita nel calderone del tempo sociale del lavoro astratto. Ma questa «libertà», che ad alcuni può sembrare una cosa fantastica [*1], è solo formale, poiché il posto che ogni persona crede di occupare «liberamente» sulla scacchiera sociale viene così sovradeterminato, e la massa di lavoro astratto che ogni persona crede di poter rivendicare si riduce inesorabilmente mentre segue il ritmo delle «trasformazioni tecnologiche».

Sebbene racchiuse e costrette nel loro indescrivibile carattere formale, le libertà borghesi continuano a proporsi come un bene universale che funziona continuamente come «autogiustificazione intellettuale» (Robert Kurz). Vista dall'interno delle sue enclave sicure, la democrazia liberale andrebbe difesa in quanto il regime meno peggiore, per usare una parola famosa, poiché favorirebbe «la ricchezza delle nazioni» e lo «stato di diritto». Il cittadino dello Stato borghese può rivendicare in linea di principio una serie di diritti formali che vengono sottintesi come in costante miglioramento, «come un sistema eccellente che avrebbe qualche spigolo che dev'essere smussato». In fondo, il razzismo endemico della polizia non sarebbe altro che il razzismo della polizia, analisi questa che viene facilmente estesa a innumerevoli micro-situazioni sociali, ma presentata in questo modo - la denuncia del razzismo -  non tocca affatto la relazione fondamentale basata sull'espropriazione dell'immensa maggioranza delle regioni del pianeta, da un lato, e lo scarto di interi strati della popolazione mondiale, dall'altro. Questi strati sono stati classificati all'alba della modernità secondo una scala di razze la cui stessa parola è ufficialmente tabù [*2], e allo stesso tempo riappropriati dal movimento de-coloniale. La modernità capitalista ha fatto passare il mondo intero attraverso il collo di bottiglia di una visione del mondo intrinsecamente suprematista la cui bandiera ideologica è l'assioma del progresso. Certo, non ha inventato la schiavitù, la segregazione, la xenofobia e nemmeno l'imperialismo; d'altra parte, l'Illuminismo ha stabilito per la prima volta - e questa è stata una novità assoluta - una concezione deterministica della storia universale sotto la quale tutte le storie particolari sarebbero state sussunte. In questo modo, per la prima volta, inoltre, le cosiddette razze inferiori e le cosiddette razze superiori sono state classificate secondo le linee del progresso in base a criteri biologici che poi sarebbero stati perfezionati dal razzismo scientifico (colore della pelle, dimensioni del cervello, morfologia, ecc.)[*3]. L'idea di progresso ha potuto così riunire sia i teorici più razzisti che quelli più antirazzisti, perché i primi vi hanno visto la prova dell'irrimediabile inferiorità di certi popoli, mentre i secondi hanno visto in essa una giustificazione della missione dell'Europa cristiana nei confronti delle culture che era necessario innalzare al proprio livello. Oggi, questo imperialismo universalista sopravvive in particolare nel discorso sullo sviluppo, nel cui contesto le economie della periferia sono sottoposte a indicatori forgiati dalla presunta efficienza del centro.

Ci si propone di rimuovere il razzismo dal linguaggio e dalle interazioni immediate, in quanto scoria della schiavitù o della storia coloniale (a seconda del contesto nazionale), ma non certo di mettere in discussione le basi di un modo di produzione la cui disuguaglianza è una componente strutturale, e la disuguaglianza razziale il momento fondante, anche laddove esistono dei meccanismi compensativi. Le discussioni sulle parole autorizzate e su quelle proscritte, la gerarchia dei privilegi e delle discriminazioni soggettive occupano oramai tutta l'attenzione a detrimento dell'analisi delle condizioni di instaurazione del capitalismo, le quali persistono come se fossero una «sorta di sedimentazione che non è consapevole di sé stessa»[*4]. La storia della modernità può così continuare ad essere raccontata attraverso il prisma di un continuo miglioramento dell'universalizzazione dei diritti sociali, i quali, a loro volta, vengono appresi attraverso il prisma dell'individualità borghese pronta a dispiegare tutta la sua buona volontà per purificare i propri atti e pensieri da ogni traccia maleodorante di razzismo e di sessismo (così come si auto-costringe volentieri al consumo responsabile). Ma non si parla delle condizioni coloniali di instaurazione del capitalismo e della sua espansione globale; e quando si denuncia il suo prototipo astratto (l'individuo maschio, bianco, occidentale) o il «privilegio bianco» è inutile dire che tale privilegio può benissimo coinvolgere una persona di colore o di sesso femminile, poiché si tratta di un prototipo che estende il suo involucro alle profondità della riproduzione universale del capitale e struttura l'intero spettro degli scambi globalizzati fino al livello più intimo delle società occidentali - anche al di là delle semplici persone fisiche che coinvolge. I movimenti di riconoscimento non fanno altro che esigerne il suo miglioramento attraverso una migliore distribuzione dei frutti (in gran parte mitici) della ricchezza sociale, insieme a una distribuzione più egualitaria dei diritti astratti, che recentemente si sono ridotti a una sorta di delazione senza fine delle rispettive discriminazioni; spetta ancora una volta a questa forma di soggettività, che viene spellata viva, cercare di salvare il diritto borghese denunciando e mostrando le ferite individuali di cui è colpevole. Tutta l'energia che viene consacrata a questa causa immediata si esaurisce prima ancora che si riesca a risalire al livello storico-logico di cosa è stata la costituzione del soggetto della merce in un quadro giuridico che garantisce il gioco della concorrenza, cioè un'inclusione nel mercato che è consustanziale a un'esclusione strutturale. I meccanismi correttivi della legge intervengono nella sfera fenomenologica del pregiudizio personale senza però mettere in discussione il principio dell'antagonismo degli interessi privati. Così facendo, contribuiscono indirettamente all'atomizzazione sempre più raffinata dell'individuo, il quale si chiude ritraendosi per poter salvaguardare le sue prerogative in un universo spietato che minaccia di portargli via tutto in qualsiasi momento. La questione che non deve essere posta è quella relativa alla natura dell'autorità che concede tali diritti, così come allo status del soggetto che chiede il riconoscimento. Non per niente oggi si parla di eliminare i pregiudizi razzisti e sessisti degli algoritmi (i quali notoriamente riflettono quelli dei loro progettisti e utenti): non si parla di eliminare l'algoritmizzazione del mondo, che corrisponde al progetto di un'ottimizzazione razionale di tutta la «conoscenza» e di tutte le «decisioni» da parte di macchine capaci di raccogliere masse sempre più astronomiche di dati. Di cosa si tratta, allora, se non di uno sfratto organizzato del soggetto in sé? [*5] Ma in realtà di quale soggetto stiamo parlando?

L'individuo occidentale - guardando con condiscendenza alle economie cosiddette "emergenti" (anche quando si trovano in pieno collasso) e ai sistemi dittatoriali (anche quando sono sostenuti da tutte le complicità geopolitiche) - continua perciò il più delle volte a sentirsi come se fosse la prova vivente della supremazia di un modello al quale pensa di avere la «fortuna» di appartenere (di solito per esserci casualmente nato). E sarà sempre una triste concessione dell'elettore di sinistra, l'estensione politica di un tale privilegio apparentemente conquistato con fatica - ma di solito da altri rispetto a lui stesso - a tutto il pianeta. Così, non c'è bisogno di essere un volgare suprematista di estrema destra americano (un tipo che detesta ogni persona istruita della classe media che consideri le proprie opinioni «moderate»,  di sinistra o di destra, come la pupilla dei suoi occhi). Poiché si è suprematisti a ragion veduta e senza saperlo, solo per il semplice fatto che non si concepisce altro progresso se non quello che si crede di vedere dall'alto della propria enclave urbana, liberale e progressista. Si è suprematisti già solo se si celebrano certe conquiste tecnologiche, come l'indiscutibile «progresso della chirurgia» (al quale accede solo una minima parte della popolazione mondiale), indipendentemente dalla totalità sociale che le ha rese possibili. L'idea che tale progresso possa essere salvato a priori dalla distruzione generale come se si scegliesse cosa prendere al buffet in una festa, ci evita di esaminare lo sviluppo del capitalismo  insieme a quello consustanziale delle forze produttive. La valutazione e l'apprezzamento degli elementi da conservare, unitamente alle possibilità o impossibilità corrispondenti a una nuova configurazione, verrà deciso dalla formazione sociale che succederà al capitalismo, ma questo non può costituire una sorta di requisito positivo, come se si potessero negoziare in anticipo delle «condizioni di uscita» vantaggiose [*6]. Dal punto di vista della critica immanente, ogni celebrazione puntuale di un progresso particolare sganciato dalla macchina di cui fa parte, dipende pertanto da un'apologetica che ha avuto inizio a partire dalla «missione civilizzatrice» del XVIII secolo, e della quale sono portatori gli autori di riferimento della letteratura coloniale. Ormai depurata dal riferimento coloniale, questa visione ritiene ancora che tutto il mondo deve raggiungere il grado di sviluppo che prevale nei centri del capitalismo, ritenuto il summum bonum definito da punti di crescita, un alto grado di connettività, tecnologie all'avanguardia e da un bel po' di diritti formali. Resta il fatto che questa promessa è meccanicamente incompatibile con l'universalizzazione della concorrenza, la quale costituisce l'altra faccia del medesimo assioma del progresso. Ogni individuo viene reso formalmente uguale (somigliando idealmente all'oggetto informatico) e allo stesso tempo viene sollecitato sempre a «superarsi». L'uguaglianza repubblicana è il complemento ideologico di un principio di concorrenza che produce non solo vincitori, ma anche perdenti, che poi meritano così la commiserazione pubblica sotto gli auspici di una lunga storia di politiche sociali: prima eliminare, e poi curare. La contraddizione moderna tra uguaglianza formale e competizione reale, che è alla base di tutte le lotte di riconoscimento borghesi, è stata riassunta da Marx in questa formula laconica: «qui regnano solo la Libertà, l'Uguaglianza, la Proprietà e Bentham.» [*7].

Tuttavia, questo modello viene visto e considerato come se fosse quello che avrebbe dato prova di sé almeno una volta - al tempo della ricostruzione fordista-keynesiana del dopoguerra - e che bisognerebbe fosse introdotto qui ora, e poi riformato altrove. Soprattutto, andrebbe reso ancora più egualitario, più ecologico, più sociale, ecc. (dato che si suppone che lo sia di già) al fine, per esempio, di correggere alcuni degli effetti perversi della cosiddetta «concorrenza non distorta» che appare nei testi costitutivi dell'Unione Europea. Questo modello è quello che ancora oggi sostiene di aver ottenuto i progressi più significativi nel campo della salute, dell'educazione, della prosperità, della pace, dell'uguaglianza e della libertà; come si ama citarli, così a cascata [*8]. Tutti possono congratularsi per il risultato dei Verdi alle elezioni europee o alle elezioni municipali francesi, perché testimonierebbero un progresso della «coscienza ambientale»: si vedrà in seguito cosa pensare di una simile forma di «coscienza», che si sta chiaramente diffondendo in misura inversamente proporzionale al danno che pretende di rimediare.
Ciascuno può deplorare i voti di estrema destra come fossero una macchia sulla lavagna e appassionarsi ancora di più nella difesa dei «valori dell'UE» sulla scena internazionale. Di fronte alla miseria che preme alle porte dell'Europa - uno spettacolo di cui si nutre la televisione - la soggettività borghese crede ancora di poter trarre beneficio da quegli strumenti, per il miglioramento generale dell'umanità, a condizione che vengano rimossi i politici incompetenti, vengono introdotti investimenti ragionevoli e vengano imposte tasse eque. Sarebbe preferibile, però, anche che tutti rimanessero  e si «sviluppassero» a casa loro, perché si sa che «non possiamo accogliere tutta la miseria del mondo». La corsa verso l'abisso sarebbe dovuta solo agli eccessi del neoliberalismo, il quale andrebbe "regolato", ignorando la dimostrazione marxiana secondo cui «il movimento del capitale non ha fine e non ha misura» [*9]. Quindi non siamo mai usciti dalla psicologia de racconto di fiabe ed è il momento di riprendere la questione del soggetto su altre basi teoriche. Il progresso celebrato dai cantori della democrazia liberale viene infatti definito dal minuscolo perimetro narcisistico di una soggettività ancora risparmiata da tali piaghe; forse non per molto tempo. E quando le vecchie ricette politiche non funzionano, è naturale che questo genere di coscienza ne attribuisca la colpa a una qualche cospirazione delle élite, oppure a qualche orda di migranti che vengono a togliergli il pane di bocca. Il feticismo del progresso è pertanto consustanziale al feticismo della merce: all'astrazione del valore corrisponde l'idea non meno astratta di un «meglio» costantemente annunciato e costantemente rimandato. Il limite interno assoluto del modo di produzione capitalista (la cui duplice conseguenza è, da un lato, la fabbricazione di un'umanità soprannumeraria, senza lavoro e senza mezzi di sussistenza, e, dall'altro, la distruzione esponenziale dell'ambiente) rimane inaccessibile all'obiezione fatta dal progresso e dallo Stato di diritto. Allo stesso modo in cui il soggetto della merce crede di «scegliere» a chi vendere la sua forza-lavoro e crede di contribuire alla ricchezza sociale - se non alla propria - e crede di «scegliere» quando elegge un rappresentante che dovrebbe difendere i suoi interessi, o quando sceglie quali beni di consumo comprerà dalla mostruosa «collezione di merci», che è diventato il suo unico orizzonte. Questo punto di vista viene condiviso tanto dall'uomo d'affari ossessionato dalle sue strategie di successo quanto dal lavoratore immigrato che confronta la sua condizione attuale con quella ancora peggiore che lo attenderebbe nel suo paese d'origine, alla luce dell'accesso globalizzato al valore-lavoro. Ciascuno, vedendo solo ciò che è alla sua porta, attribuisce i propri problemi a un'altra classe sociale antagonista, ma rimane convinto in tutta buona fede di avere tutte le possibilità dalla sua parte per potersela cavare. Questo è un malinteso sistematico della dinamica globale di cui l'individuo è solo un anello insignificante.
La questione delle fondamenta soggettive del capitalismo non può quindi prescindere dall'interrogarsi sullo statuto di questa «libertà» così universalmente celebrata, che alla fine si riduce alla falsa infinitezza della scelta tra diverse merci (quali che siano le diverse forme che essa assume nel corso della sua trasformazione in capitale, lavoro, valore di scambio e, infine, tra i diversi programmi politici), in una marcia forzata in direzione di un'apoteosi costantemente rinviata.

L'algoritmo perfetto imporrebbe all'intera società un albero decisionale ottimale, in cui ogni micro-scelta - cioè ogni scelta individuale tra due beni - porterebbe in assoluta buona fede alla felicità sociale proclamata fin dalla rivoluzione industriale dagli utilitaristi liberali. L'individuo viene posto sotto l'egida di un principio astratto di progresso che non solo ha tutte le caratteristiche di un'ideologia che stermina ogni altra forma di vita, ma che viene perfezionato grazie a dei sistemi tecnologici che si suppone siano in costante miglioramento. La dottrina dell'interesse individuale, costretta ad ammettere la corruttibilità degli interessi, apporta in questo modo il proprio correttivo sotto forma di una presunta neutralità strumentale perfezionata dalla digitalizzazione del mondo. Salvo vantarsi del «malessere» diagnosticato da Freud e degli occhiali speciali che in proposito egli indossa, la psicoanalisi non ha molto da dire su un'alienazione sociale che tuttavia blocca la strada a qualsiasi superamento del livello individuale. Questo silenzio conferma una collusione palpabile, al punto che l'analizzante spesso non cerca altro che migliorare la sua sorte all'interno di questa socializzazione, e l'analista vi si presta, che gli piaccia o no, in nome del desiderio inconscio. In questo, la critica lacaniana dell'adattamento del sé non ha ancora tratto tutte le conclusioni, nella misura in cui si aspetta che il soggetto assuma una parte del disordine sociale di cui si lamenta, anche circa il disordine del suo ambiente. Nel fare ciò, la psicoanalisi non deve esimersi dal trattare in teoria - prima che in pratica - il limite rappresentato dalla riproduzione oggettiva della relazione sociale da cui essa stessa procede. Lo stesso limite si incontra dall'altra parte, quando la critica delle relazioni feticiste si ferma alla soglia della questione dell'inconscio. Bisogna dunque cercare di analizzare perché la critica sembra doversi sempre fermare a uno dei due "lati". [...]

- Sandrine Aumercier - Estratto da Jaggernaut n°3  p 195 a 204. - Giovedì 04 febbraio 2021

NOTE:

[*1] - Pensiamo qui alla frequente obiezione di persone provenienti da paesi autoritari e patriarcali, insediate in Europa, che fanno sentire i nativi europei come se «non si rendessero conto della loro fortuna» e fossero mal consigliati al punto da sputare nel piatto dove mangiano e sulle conquiste della democrazia borghese. Questa obiezione, basata sull'esperienza vissuta, deve essere vista nel contesto dell'ignoranza del rapporto capitalista globale, che organizza il successo di pochi attori economici e politici e il fallimento di tutti gli altri. La precaria «visione del successo» di pochi non dimostra il successo del sistema nel suo insieme. L'esperienza soggettiva di una vita migliore non dovrebbe oscurare l'analisi delle logiche globali.

[*2] -  Il 12 luglio 2018, l'Assemblea nazionale francese ha votato per eliminare la parola "razza" dalla Costituzione.

[*3] - Si veda Catherine Coquery-Vidrovitch, "Le postulat de la supériorité blanche et de l'infériorité noire", in Le livre noir du colonialisme, Parigi, Robert Laffont, 2003.

[*4] - Robert Kurz, "20 Thesen gegen die so genannte Aufklärung und die 'westliche Werte'", in Blutige Vernunft, Bad Honnef, Horlemann, 2004, p. 18. In "Ragione sanguinosa. 20 tesi contro il cosiddetto Illuminismo e i 'valori occidentali'", di Robert Kurz in https://francosenia.blogspot.com/2014/07/le-catene-del-pensiero.html

[*5] - Ivi, p. 43

[*6] -  Vedi Robert Kurz, "Tabula rasa", in Blutige Vernunft, op. cit. pp. 112-121: Kurz solleva la questione essenziale circa quali criteri debbano governare la scelta dei manufatti della storia da conservare, notando che certe tecniche, come la scrittura o la vinificazione, non sono specifiche della forma storica in cui hanno avuto origine e quindi non hanno motivo di essere spazzate via con l'arrivo di una nuova epoca. Ma contrariamente alla sua intenzione, Kurz mostra una certa leggerezza teorica nel discutere le tecniche che ritiene possano essere salvate dalla fine del capitalismo, poiché manca un esame approfondito del carattere secondo cui molte di esse sono condizionate dalle infrastrutture capitaliste. Un tale esame non può basarsi su un inventario utilitaristico, sanitario o estetico (cioè su un criterio formale) ma deve concentrarsi sull'analisi delle articolazioni intrinseche tra il modo di produzione capitalista e le innovazioni che esso ha portato.

[*7] -  Karl Marx, Il capitale, Parigi, PUF, 2014, p. 198.

[*8] - Era questo, per esempio, il grande ritornello di Michel Serres. Vedi Michel Serres, "Contro i bei tempi andati". Bollati Boringhieri.

[*9] -  Karl Marx, Le Capital, op. cit. p. 172.

fonte: Nouvelles de l'humanité #2