sabato 24 luglio 2021

Il tempo della nostra vita …

Il lavoro: definisce la nostra posizione nella società, determina dove e con chi passeremo gran parte della nostra giornata, è il mediatore della nostra autostima e un mezzo per trasmettere i valori in cui crediamo. Se gli economisti moderni profetizzavano la progressiva scomparsa del giogo del lavoro, oggi siamo sempre più indaffarati e sempre più occupati, a discapito del tempo dedicato a noi stessi. Ma lavorare fa davvero parte della nostra natura?
Per rispondere, James Suzman ripercorre la storia dell’umanità dalle origini ai nostri giorni, spaziando tra antropologia e zoologia, fisica e biologia evolutiva, economia e archeologia. Se è vero che oggi troviamo una realizzazione e uno scopo nel lavoro, i nostri antenati concepivano in modo molto diverso se stessi e il tempo a loro disposizione. Il mito odierno dell’occupazione, considerata quasi una virtù, è un’evoluzione relativamente recente nella nostra storia millenaria, che ha avuto origine con l’avvento dell’agricoltura e con la nascita delle città, con la domesticazione degli animali e, successivamente, con la comparsa delle macchine. Lavoro racconta come nei secoli si siano trasformati radicalmente non solo la nostra capacità di produzione e il nostro impatto sull’ambiente, ma anche i concetti stessi di noia, ozio e tempo libero, seguendo i mutamenti dettati da ideologie, religioni e scoperte scientifiche.
A lungo abbiamo faticato per noi stessi e per gli altri – talvolta fino a morirne –, ci siamo chiesti se ne valesse la pena, abbiamo lottato per ricavare qualche ora di libertà da dedicare alle persone e alle cose che ci piacevano. Oggi, alle soglie di un’era che promette di automatizzare gran parte delle nostre attività, James Suzman ci invita a riflettere sui valori e desideri cui vogliamo dare spazio nell’uso che facciamo del tempo della nostra vita.

(dal risvolto di copertina di: James Suzman, "Lavoro. Una storia culturale e sociale". pagine: 384 € 36,00)

IL LAVORO E L’OSSESSIONE DELLA SCARSITÀ
Antropologia. Una lettura che schiude orizzonti più vasti di quelli economici: all’elogio del buon selvaggio si associa la sfida di un futuro diverso nell’era dell’intelligenza artificiale
- di Alberto Orioli -

Sappiamo bene che il lavoro è qualcosa di più di un argomento per l’osservazione economica. È ciò che definisce il nostro essere cittadini, la nostra misura dell’autostima, il confine etico segnato da valori accatastati nei secoli dei secoli, un po’ dal pensare laico un po’ dalle religioni. È per questo che non basta mai immaginare il lavoro come frutto di domanda e offerta in un equilibrio chiamato retribuzione. Né è bastante l’odierna “guerra civile” sui blocchi dei licenziamenti o sulla iperprotezione del posto di lavoro prima ancora che dei lavoratori. C’è sempre qualcosa di più. Di ancestrale, di recondito quando si chiama in causa il lavoro. James Suzman, antropologo sudafricano che vive a Cambridge, lo spiega nelle 378 pagine di Lavoro (Il Saggiatore) ed è come se a scrivere fosse uno sciamano. Perché ci porta in una carrellata della storia dell’umanità e parte dall’epoca, l’inizio del tutto, dove a muovere i comportamenti non era ancora l’ossessione della scarsità. Il problema economico per eccellenza: studiare le azioni razionali di chi cerca di soddisfare bisogni e desideri sempre superiori alle risorse disponibili. Il limite della scarsità diventa il tabù da superare. E si supera con il lavoro e, soprattutto, con la ricchezza. È qui che nasce l’angoscia esistenziale di una società fondata sul terrore della scarsità. Tutti condividiamo la bolla della cultura occidentale che vede (e vive) la scarsità nelle materie prime, nell’acqua, nelle infrastrutture, nel lavoro, nei redditi disponibili . Non è un’illusione ottica. È la realtà del nostro quotidiano contemporaneo. Ma poi arriva Suzman ed entriamo in un mondo più largo e più lungo (nel tempo). La lettura dell’antropologo schiude orizzonti più vasti di quelli dell’economista, anche se più rischiosi e certo non riportabili con una derivata o un’equazione. Suzman ci avverte che il problema della scarsità «si basa su una valutazione negativa della nostra specie», portato evolutivo dell’homo sapiens quando crea la cultura agricola lasciando quella del cacciatore-raccoglitore. L’antropologo sudafricano sa bene come la controdeduzione immediata a questa tesi sia che le società primitive sono sempre state una incessante battaglia esistenziale di sopravvivenza contro la fame, le malattie, le aggressioni.
Che solo il progresso, pur nelle sue imperfette declinazioni, ha consentito di mitigare prima e di superare poi. Suzman sostiene che si tratta di una lettura sbagliata e pregiudiziale: non è affatto vero - sostiene - che quelle popolazioni fossero sempre sull’orlo della fame. Anzi, in genere erano molto meglio nutriti e vivevano più a lungo dei membri delle società agricole, lavoravano 15 ore a settimana e per il resto si riposavano o si svagavano. L’ennesimo elogio del buon selvaggio. Che stavolta nasce da prove: come i resoconti della vita degli ju/hoan, ad esempio, una delle popolazioni dei boscimani del Khalari, nell’Africa australe. Suzman racconta di un boscimano che, tornato a casa dalla caccia, gli dice: «Il cuore è felice, le gambe pesanti e la pancia piena». C’è un’intera visione del mondo in quelle poche parole. L’abbondanza è la bussola esistenziale, la noncuranza della ricchezza la rotta sociale e morale. Ciò che conta, ci spiega Suzman, è che i nostri antenati «hanno cacciato e raccolto cibo per il 95% dei 300mila anni di storia dell’homo sapiens e, dunque, il problema della scarsità, e dei nostri atteggiamenti verso il lavoro, risalgono alla nascita dell’agricoltura».
Certo, l’orizzonte di 300mila anni di storia rende le nostre attuali percezioni molto relative e questo impedisce di liquidare le osservazioni di Suzman come banali provocazioni. E di conseguenza ci pone in una prospettiva “laica” nell’accettare anche la domanda chiave del libro: perché per noi oggi il lavoro è molto più importante di quanto non fosse per i nostri progenitori che cacciavano e raccoglievano cibo? Perché, in un’era di abbondanza senza precedenti, siamo ancora tanto preoccupati dalla scarsità? La risposta la dà l’antropologia sociale, scienza derisa per molti anni dagli economisti, fino a quando non è diventata una delle discipline di complemento usate anche dai banchieri centrali per affinare la capacità di lettura del mondo contemporaneo per il quale l’economia da sola non basta più.
Non si tratta di immaginare un salto quantico all’indietro per la società di oggi, ma di non restare schiavizzati dall’ideologia della scarsità che altro non è se non il frutto della prevalenza, in un tempo lungo, della società agricola. Un mondo di angosce (tra cui l’idea del duro lavoro come virtù e dell’ozio come vizio) amplificate dalle repentine migrazioni verso le città. Per Suzman il salto quantico va immaginato verso un futuro diverso, ai limiti dell’utopia, soprattutto adesso che l’era dell’intelligenza artificiale schiude scenari inimmaginabili per il post-capitalismo.
La civiltà dei robot e dell’Industria 4.0 può creare le condizioni per una diffusione su larga scala dei paradigmi del lusso oggi appannaggio delle élite. E può anche indurre un riflessione generale su quali siano gli scopi ultimi del nostro vivere sociale. Il primo a farlo forse sarebbe stato proprio John Maynard Keynes che si prendeva gioco degli antropologi che ficcavano il naso nell’economia. Era il primo però a non eludere il problema della diseguaglianza e invitava a «rivalutare i fini sui mezzi e preferire il bene all’utile». In ogni caso, e su questo Suzman è carente, è proprio la possibilità/volontà di scegliere a fare l’homo sapiens. Con tutto il tormento e la responsabilità che questo comporta. Fino a scoprire che la scarsità non è fuori, ma dentro ciascuno di noi.

- Alberto Orioli - Pubblicato sulla Domenica del 13/6/2021 -

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