mercoledì 17 giugno 2020

Per piccina che tu sia …

Gli abiti nuovi del piccolo-borghese
- di Jean-Luc Debry -

«Sono un vero anarchico anch'io, ma, dal momento che vivo in una società - visto come di essa me ne approfitto mio malgrado - considero che sia un dovere seguirne le regole. Senza che debba crederci. Senza doverle insegnare ai miei figli. Le seguo tanto più scrupolosamente, proprio perché non credo in esse, perché è questo il mio modo di "versare la mia quota".» (Georges Simenon, "Quand'ero vecchio", 1972).

La piccola borghesia, cui spesso nella letteratura contemporanea si fa riferimento col termine di «classe media» (media in tutto), è difficile da definire. Eppure, oggi essa è portatrice di un'ideologia che della quale sentiamo il respiro che ci soffia addosso, i fantasmi che aleggiano, le sue idee sull'epoca in cui viviamo, cui ci spinge ad aderire con entusiasmo. Nel contesto di un quadro marxista - e della sua analisi classista - può essere posizionata in una prospettiva gerarchica che la colloca all'interno del gruppo dei sottufficiali dell'ordine industriale capitalista. L'economia capitalista, secondo Marx, si fonda su un sistema di categorie astratte - il lavoro astratto, il valore astratto ed il denaro - in cui l'ideologia serve da eccipiente per dissimulare l'alienazione sotto il velo della «salvezza individuale». Questo serve ad istituire, secondo l'ordine della natura, ciò che attiene all'economia politica nel senso in cui la intendeva Marx. In risposta ad una simile astrazione, quello che viene rivendicato come un'«arte del saper vivere» compatibile con la ricerca di una forma concreta ed intangibile di «benessere» si presenta sotto le mentite spoglie della fine del desiderio dell'emancipazione sociale. Come un modello, insomma.
La piccola borghesia, vista come «classe di transizione in cui sono simultaneamente confuse gli interessi di entrambe le due classi che transitano», scriveva György Lukács, le quali due classi vengono viste come se fossero «al di sopra dell'opposizione di classe in generale». Essa cerca di fare in modo di «non sopprimere» quelli che sono i due estremi, il capitale ed il lavoro salariato - ci dice -  e tenta di attenuare la loro opposizione trasformandola in una armoniosa ricerca [*1]. Le sue convinzioni esistono esclusivamente nella sua coscienza piccolo-borghese. E indubbiamente è su questo punto, più che sulla base di una rigorosa analisi marxiana -ci dice Lukàcs -, che riusciamo a comprendere meglio in che cosa la piccola borghesia sia un «fatto sociale» che assume delle forma ideologiche che sono sempre più vuote, sempre più svincolate dall'azione sociale, per diventare alla fine nient'altro che il prodotto della propria ideologia. In un famoso passo del Manifesto del Partito comunista (1848), Marx ed Engels parlano di «quei sacri brividi dell'esaltazione devota, dell'entusiasmo cavalleresco, della malinconia filistea», «affogati nell'acqua gelida del calcolo egoistico». Sessant'anni dopo, nel 1919, in un testo ormai celebre, "La scienza come professione", Max Weber osservava che «È il destino della nostra epoca, con la razionalizzazione e l’intellettualizzazione a essa propria, e soprattutto col suo disincantamento del mondo, che proprio i valori ultimi e più sublimi si siano ritirati dalla sfera pubblica per rifugiarsi nel regno oltremondano di una vita mistica o nella fratellanza delle relazioni immediate tra gli individui.». Gli strati superiori del lavoro salariato e della pubblica amministrazione costituiscono, tra l'altro, -come scriveva Trotsky nel 1937 in "90 anni di Manifesto Comunista" - l'armatura ideologica di questa «categoria sociale». Lo sviluppo del capitalismo ha incrementato in maniera straordinaria l'esercito di tecnici, di amministratori, di impiegati nel settore del commercio, in una parola di tutti quelli che vengono chiamati «la nuova classe media». Così vediamo, ai nostri giorni, l'importanza assunta dalle professioni legate alla comunicazione, al marketing, all'informatica, all'amministrazione dei flussi e delle procedure, ma anche quella assunta dagli specialisti in sudi quantitativi e qualitativi, nella psicologia positivista e, in larga misura, dai sociologhi e dai consulenti di ogni genere, i quali, uomini e donne dell'«arte», indicano assolutamente quale debba essere la strada da seguire, e quale quella da bandire. Le loro narrazioni e il loro linguaggio determinano la nostra relazione con il mondo e con gli altri esseri umani, e sarebbe da presuntuosi pensare che possiamo sottrarci a tutto ciò. Il buon governo della società ed il buon governo dell'individuo vengono dispensati come se si trattasse di conoscenze neutrali, apolitiche e, cosa ancora più sorprendente, emancipatrici.
Per «piccolo-borghese», Balzac, così come Flaubert, intendeva il «colletto bianco», gli impiegati degli uffici. Una classe  che alla loro epoca era «in via di sviluppo». A quei tempi, l'ambizione spingeva Rastignac a lasciare la sua provincia natale - Angoulême - e ad andare verso Parigi (il luogo dell'emancipazione sociale per quell'individuo che si impegnava a farlo e a trarne merito). Oggi, si intraprende la strada inversa, lasciando la capitale per la campagna, la sua nuova Icaria: un luogo mitico e idealizzato, a volte fino alla caricatura, verso cui dispiega sia la sua ambizione sia i suoi ideali che lo spingono alla ricerca di una vita pura e sana. Si pensi, ad esempio, agli esperimenti agricoli di Bouvard e Pécuchet che, privi di ogni conoscenza in materia, si lanciavano in simili attività senza tenere in nessun conto le conoscenze degli autoctoni. «Partendo dal precetto che di grano non se ne produce mai troppo, soppressero circa la metà dei prati artificiali e, in mancanza di concime, ricorsero a panelli fertilizzanti; ma li sotterrarono senza prima frantumarli, sicché il raccolto riuscí magrissimo. L’anno dopo seminarono molto fitto, vennero dei temporali: il grano s’allettò.» I romanzi di Balzac, Flaubert, Maupassant, Mirbeau hanno messo in scena una piccola borghesia che era agli albori del suo sviluppo, opportunista, meschina, e la cui mediocrità viene eguagliata solamente dalla sua pretesa universalità. Per quanto la sua declinazione sia cambiata, il paradigma rimane lo stesso, ma rovesciato. La motivazione, ancora egoistica e narcisistica dei neo-Rastignac, ora lo porta a pensare sé stesso come se fosse il «salvatore» della provincia. Col pretesto di condurre una ricerca sulle pubbliche virtù perdute, il «giovane lupo dai lunghi denti» si offre come modello spettacolare da seguire, diventando così una sorta di evangelizzatore che aspira ad occupare il posto di comando, candidandosi alle varie posizioni di potere locale, a far parte di ogni tipo di commissioni o consigli, arrivando ad aspirare (perché no?) a farsi eleggere in parlamento, mimando o parodiando la democrazia partecipativa [*2]. È diventato così la personificazione di questa nuova fede che egli professa con convinzione, dando la chiara impressione di essere stato investito di un'unica missione: «salvare, loro malgrado, i bifolchi», e se necessario farlo perfino contro loro stessi. Dal momento che è questo il marchio che l'autoctono oggi ama. Ed è in un tale contesto che entra in scena la figura del «borghese bohémien», che per molti versi non può che ricordare Bouvard e Pécuchet.
Così, ancora una volta, bisogna ricorrere alla letteratura per poter chiarire le cose. E stavolta si tratta del Maupassant di Bel-Ami (1885). È in questo romanzo che compare, forse per la prima volta, il termine di «borghese bohémien», che viene usato per designare Clotilde de Marelle [*3]. Da allora in poi, il «comune bobo» [*] è diventato un «paradosso ambulante» [*4], al quale ormai si è aggiunto molto altro per descriverlo: è il fastidio sempre più palpabile che suscita, sia negli ambienti popolari quanto nella borghesia classica (se posso permettermi questa pungente formulazione. In lui, la sua fede arriva ad essere proselitismo fino al punto che finisce per avere un grande effetto repulsivo. E questo è ascrivibile tanto al suo pensiero, quanto al suo modo di vivere, alle sue abitudini, che vanta ed elogia in quanto standard della «buona vita». Gli è che il «bobo comune» moltiplica quelle che solo le sue ingiunzioni, militando per istituire una «cultura» falsamente «compassionevole» che lo spinge a classificare i suoi bersagli secondo tre categorie: i catecumeni, gli increduli e i farabutti. E quelli che vivono nel peccato, non devono aspettarsi niente.
Ne La Nausea, Jean-Paul Sartre ci ha consegnato il diario di un piccolo-borghese alla ricerca della «sua» libertà. Il lettore scopriva che queste «persone oneste», con le loro piccole cerimonie, le loro pratiche separate, le loro statue di bronzo ed il loto preteso umanismo, in realtà non erano altro che dei «bastardi». E, nel dirlo, Sartre non faceva riferimento ad un mero tratto caratteriale, bensì ad un modo di vita che sovrapponeva una maschera di nobiltà a quelle che erano delle pratiche egoistiche di buona fattura. Georges Simenon, dal canto suo, descrive una piccola borghesia talvolta ambiziosa, talvolta soddisfatta di sé stessa, sempre mediocre, che si contrappone all'alta borghesia (Il Porto delle Nebbie), ai notabili borghesi della provincia (Il Cane Giallo) ed al proletariato (La Casa dei Fiamminghi). Luc Boltanski  era interessato [*5] all'ambivalenza strutturale che caratterizza l'uomo Maigret. Tra il funzionario - incarnazione di un'istanza astratta - e l'individuo che esercita la funzione, la tensione dialettica evoca quella delle professioni legate alla sovrastruttura della società. È in questo confronto il succo dei suoi romanzi. Più vicino a noi, la borghesia bohémienne di Leïla Slimani [*6] vive nell'11° arrondissement di Parigi, un ex quartiere operaio diventato, fin dai primi anni 2000, il luogo «alla moda» per eccellenza, la Mecca dove, in un ambiente sempre più costoso,  recuperato e sottratto al degrado, questa fauna si mette in scena con disinvoltura, esibendo una «felicità insolente» che, ritiene l'autrice, dovrebbe essere desiderabile per tutti, Qui, ci troviamo al centro delle abitudini della base elettorale del voto a Macron e dei suoi famosi mantra: «La concorrenza generalizzata è una cosa buona»; «il mercato si autoregola»; «bisogna limitare la spesa pubblica e abbassare le tasse»; «lo Stato è un cattivo manager».
I bobo sono «quelli che creano, che innovano», coloro che il profeta di sventure Macron elogia nei suoi discorsi elettorali. Per i bobo, il lavoro non è sofferenza. Loro si danno corpo ed anima. E se mai dovessero vacillare a causa un attacco di stanchezza passeggero, avranno sempre quelle risorse che permetteranno loro di ritirarsi in un'abbazia, di fare un corso di yoga,  un lungo viaggio o una terapia riabilitativa, insomma troveranno un luogo o una pratica dove il loro volontarismo positivista li «curerà» dai mali propri degli uomini dl loro tempo. I bobo esercitano delle professioni liberali o culturali. Essi proclamano la salvezza individuale attraverso il loro modo di vita. Dominano spiritualmente il resto della società. Il piccolo-borghese cool e redentore è diventato una sorta di modello dell'«Uomo nuovo», una guida per questi tempi vacui. Arriva ad incarnare fino alla caricatura lo spirito di un'epoca, ma anche il disgusto che essa può suscitare. Da qui, il fenomeno di rifiuto che ne deriva e che favorisce la pervasività di una forma di risentimento, se non addirittura di odio, nei suoi confronti. Per molti, tutti coloro che percepiscono la sua fiducia come una sorta di insulto -  «il falso è un momento del vero», diceva Hegel [*7] -, egli diventa perciò la causa del «male», una sorta di catarro che «scorre» sul viso di quelli che fumano sigarette e guidano un diesel, quelli che sono meno di niente, gli analfabeti, insomma tutti coloro contro i quali il prefetto macroniano di Parigi, il signor Lallement, ha dichiarato una guerra. «Non ci troviamo dalla stessa parte, Madame»...
La letteratura di fine Ottocento e di inizio Novecento ci descrive un gruppo sociale tormentato dalla propria stupidità. Ci ha annunciato quello che ormai appare come il suo trionfo. Consegnandogli le chiavi del potere, questa triste epoca si è iscritta nella storia come quella della mediocrità radiosa. In un tale disastro, tutto ciò che apriva, da vicino o da lontano, su una prospettiva di emancipazione sociale sembra sia naufragato. Ovviamente, si tratta di un trionfo assai fragile, dal momento che a forza di tirare l'elastico è possibile che questa neo-piccola-borghesia finisca per «prenderlo sul viso». E non si tratta neppure del fatto che le critiche anti-piccolo-borghesi di Brecht e l'illuminante punto di vista di Kracauer siano rimaste lettera morta. In effetti, sembra che non ci sia niente in grado di annullare quelli che sono gli effetti deleteri che questo naufragio intellettuale e spirituale ha su delle coscienze perdute. Tutt'al più, l'eccessiva sicurezza e fiducia di questa casta provoca il sorgere di una generale ostilità nei suoi confronti. Ma anche questo non è necessariamente un buon auspicio, poiché, per un effetto specchio, tutto ciò che viene «venduto» come positivo finisce poi meccanicamente per rendere desiderabile il suo reciproco negativo, che non è mai sufficiente per riuscire a potersi emancipare dalla stupidità.

Jean-Luc Debry – Pubblicato il 21 maggio 2020 su A contretemps -

NOTE:

[*] - N.d.T.: « Bobo »: termine francese per indicare i sinistroidi amanti del lusso, più o meno simile a "radical chic". In francese, per Bobo - contrazione di "bourgeois-bohème" -  si intende quella categoria socioprofessionale che abita i grandi centri urbani - le cui simpatie vanno alla sinistra ecologista - che vota a sinistra ma ha il portafoglio a destra.

[*1] - György Lukács - Storia e coscienza di classe - 1922

[*2] - Essendo portato all'infantilismo, non esiterà nemmeno ad utilizzare i propri figli a scopi propagandistici. Il neo Rastignac rimane una sorta di perfetta incarnazione di quell'insostenibile leggerezza che Milan Kundera ha reso oggetto di un libro di cui citeremo questa frase: «Il Kitsch fa spuntare, una dietro l’altra, due lacrime di commozione. La prima lacrima dice: Come sono belli i bambini che corrono sul prato! La seconda lacrima dice: Com’è bello essere commossi insieme a tutta l’umanità alla vista dei bambini che corrono sul prato! È soltanto la seconda lacrima a fare del Kitsch il Kitsch.»

[*3] - Cito: «Fu allora che le strinse fortemente la mano, a lungo; e si sentì commosso per questa sua silenziosa confessione, preso da un'improvvisa infatuazione per questa piccola borghese bohémienne, per questa brava bambina che lo amava veramente, forse.»

[*4] - Géraldine de Margerie, Dictionnaire du look, Robert Laffont, 2011.

[*5] -In Énigmes et complots. Une enquête à propos d’enquêtes, Gallimard, coll. « NRF essais », 2012.

[*6] - Leïla Slimani - Ninna nanna - Rizzoli.

[*7] - Formula poi rovesciata da Debord ne «il vero è un momento del falso». Si noti come entrambi gli enunciati siano perfettamente applicabili al soggetto in questione

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