domenica 21 ottobre 2018

Lui, lei e gli altri...

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Quando il 16 agosto del 1960 la polizia sovietica bussa alla porta di Olga Ivinskaja, la donna conosce già il motivo di quella visita sgradita. Da quindici anni è infatti l’amante, l’amica, la confidente dello scrittore Boris Pasternak, diventato un nemico della patria all’indomani della pubblicazione clandestina del Dottor Živago. Olga è entrata a tal punto nel cuore di Boris da ispirare la protagonista femminile del romanzo, l’immortale Lara. Nel 1960 Pasternak è ormai morto da qualche mese, sono passati tre anni dalla prima edizione del romanzo e due anni dal Premio Nobel che è stato costretto a non ritirare, così Olga finisce in Siberia dopo un processo sommario. È solo l’ultimo capitolo, postumo, della vita sentimentale di uno scrittore irregolare, segnata da amori folli e abbandoni repentini: dalla seconda moglie Zinaida, rubata a un amico, alla poetessa Marina Cvetaeva, fino all’incontro folgorante con la sua nuova musa, Olga. Intorno, scorre la vita ambigua di Pasternak verso un regime che contesta in privato ma che non esita ad appoggiare pubblicamente, tradendo gli ideali dei compagni intellettuali come Anna Achmatova e Osip Mandel’štam, che conoscevano gli orrori della Lubjanka.

(dal risvolto di copertina di: "Il senso di colpa del dottor Zivago", di Pierluigi Battista. La nave di Teseo)

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Nel labirinto di Pasternak: I tradimenti e un amore che sa di riscatto
- di Barbara Stefanelli -

C’era un gioco che si faceva da ragazzi, bisognava essere in gruppo e avere in mente una storia: due protagonisti, qualche comparsa, il luogo dove avvengono i fatti, i dialoghi, un epilogo. Si scriveva una striscia di testo su un foglio, che poi si piegava accuratamente per proteggere l’embargo e si passava a chi avevi accanto, in senso orario. Alla fine del giro si poteva distendere la carta — nel frattempo era diventata una specie di ventaglio richiuso lungo un’unica stecca — e si rileggeva. Dalla storia d’origine di ciascuno scaturivano tante versioni, incrociate e sovrapposte, quanti erano i partecipanti. Nello stupore generale, le vicende umane avevano preso mille strade, ognuna legittima e (in)credibile. È l’effetto che fa il sorprendente libricino scritto da Pierluigi Battista: Il senso di colpa del dottor Živago, dove in meno di cento pagine si distende d’un fiato un labirinto di disvelamenti di uomini e donne, poeti ed editori, spie e dittatori, telefonate, carteggi segreti, letteratura e verità.

Chi è lui. Boris Pasternak, autore di poesie e di un romanzo, Il dottor Živago, premiato nel 1958 con un Nobel che non andò a ritirare per «ragioni di Stato», figlio di un pittore e di una pianista, artista promettente già agli esordi e affascinante sin dai primi ritratti dipinti dal padre, sposato due volte (con la prima moglie ebbe un figlio, Evghenij; la seconda, Zinaida, la strappò al miglior amico di allora) e per 15 anni — dai suoi 56 alla fine — amante fedele dell’unica vera musa della sua vita.
Chi è lei. Olga Ivinskaja, redattrice nella rivista «Novy Mir» dove trentaquattrenne conobbe Boris e ne ricambiò una passione senza preliminari, vedova due volte (il primo marito suicida), due figli, due aborti con Pasternak, due volte imprigionata nei gulag di Stalin che perseguitò lei e risparmiò lui («lasciatelo in pace tra le nuvole», sarebbe stata la linea del Cremlino).
Dove siamo. Ci troviamo nella Mosca degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta fino — per chi sopravvisse — alla caduta del Muro, quando Evghenij andò finalmente a prendersi il Nobel di famiglia. Mosca e i campi per i sospettati, Mosca e le dacie dei privilegiati, Mosca e le fughe a Parigi.
Chi sono «gli altri». Che Battista sceglie di raccontare attorno a Boris e Olga, lasciando intravedere i destini dell’intellighenzia russa dell’epoca. Una sequenza di vessazioni, tragedie e vertici lirici che dimostrano quanto Mandel’štam aveva intuito: il paradosso di un regime capace di uccidere «per motivi poetici», dimostrandosi l’unico sistema politico intimorito a morte dal potere della poesia. Marina Cvetaeva, dal 1922 al 1935 amore epistolare di Boris, interrotto a causa di quello che per la scrittrice era «il complesso-dolce» Pasternak. Un traditore, sempre accomodante, rispetto all’intransigenza che avrebbe portato lei prima a rinunciare all’esilio francese e poi nel 1941 a togliersi la vita con ancora indosso il grembiule da donna delle pulizie, impiccata a un chiodo nella via di Elabuga, nel Tatarstan, intitolata all’uomo che aveva elaborato le direttive della dittatura culturale stalinista: Andrej Ždanov. «Cerco con gli occhi un gancio e non ne trovo». Anna Achmatova, due mariti finiti agli arresti, il figlio Lev condannato a 18 anni di lavori forzati, la scelta di cantare comunque l’eroismo di Leningrado contro i nazisti e il ritorno — dopo «la grande guerra patriottica» secondo Stalin — nell’isolamento decretato dalla dittatura per la quale lei era «metà suora metà sgualdrina». Pasternak non partecipò al linciaggio e cercò sempre di passarle del denaro ma da lontano la osservò sprofondare in un disperato delirio — «una spossatezza crudele travolge il giorno e la notte in un cerchio di sangue» — mentre chiuso nella dacia di Peredelkino vedeva salire il genio del suo Živago.

E poi Osip Madel’štam, braccato da quello che in un epigramma declamato e mai scritto aveva definito «il montanaro del Cremlino» con dita «grasse come larve» e «baffi da scarafaggio». Fu Mandel’štam la prova più lacerante per la tempra dell’intellettuale Boris Pasternak. Tradito, arrestato due volte, il poeta e saggista morì durante il trasferimento in Siberia nel 1938. La sua grandezza fu salvata da Nadežda, capace di mandare a memoria tutti i versi del marito per vanificare i roghi di Stato. Nel solco tra i due artisti — uno naufrago predestinato, l’altro abile navigatore — si decide una parte del giudizio sul senso di colpa di Pasternak-Živago. Battista risale la corrente, a volte tenera, del loro rapporto fino al gorgo della famosa telefonata giunta dal Cremlino, una notte del 1934. Una telefonata che vide «il compagno Stalin» esercitare feroce la sua doppiezza per stanare un interlocutore colto volutamente in contropiede. «Di’ un po’, cosa si dice nei vostri circoli letterari riguardo all’arresto di Mandel’tam?». Pasternak rispose incerto e confuso, dissimulando, tergiversando. Finì umiliato. «Se a un mio amico fosse capitata una disgrazia, mi sarei fatto in quattro per salvarlo», lo strattonò l’uomo all’origine di quella stessa «disgrazia». «Ma perché parliamo sempre di Mandel’štam?». «E di cosa vorresti parlare con me?». «Della vita e della morte», azzardò lo scrittore. E una frazione di secondo dopo sentì la comunicazione interrompersi.
Con Mandel’štam alle spalle e sulle spalle portandosi per sempre il suo ricordo, entriamo nella zona rossa: andiamo al cuore delle vite e delle ambiguità di Pasternak. Perché il senso di colpa del dottor Živago raggiunge il climax nella relazione di Boris-Yuri con Olga-Lara, l’unica in grado di indicargli la strada di un’espiazione letteraria che lo avrebbe trattenuto da un destino amletico o achmatoviano giù nel baratro dell’ossessione. Pasternak pagò le sue oscillazioni esistenziali con un paio di infarti, tuttavia Olga lo riscosse, accompagnò, a tratti guidò e spinse al compimento del capolavoro. «La porta della verità — scrive Battista — si era spalancata e Boris Pasternak sentiva ora la missione di rovesciare il comportamento seguito per decenni. Finalmente il vero come redenzione dell’inautentico, del falso, del compromissorio, della mancanza di coraggio». Rischiare in grande diventò una sfida possibile, una sfida innanzitutto a sé stesso. «Fin d’ora siete invitati alla mia fucilazione», dichiarò firmando il contratto per la pubblicazione all’estero del manoscritto, un contratto destinato a Giangiacomo Feltrinelli, che di tutti i coprotagonisti raccolti in quel ventaglio di nomi, frasi, gesti si rivela forse il più coraggioso e tenace — ma questa è un’altra storia nella Storia.

Nel 1960, poco più di due anni dopo il successo mondiale del romanzo, l’autore morì nella sua dacia. Non ammessa in casa, Olga lo vegliava dalla veranda, consapevole che avrebbe presto pagato per tutti e due. Venne infatti rispedita ai lavori forzati, questa volta con la figlia Irina, e fino al crollo dell’Urss non poté rivedersi nel magnifico volto cinematografico di Julie Christie che dal 1965 l’aveva trasformata in un mito del Novecento. Lei che durante la prima detenzione, nel 1949 a Potma, all’inizio della grande avventura, si disperava perché non possedeva neppure uno specchio rotto. «Olga aveva l’ossessione della cura di sé e del suo aspetto — nota Pierluigi Battista che sembra aver compreso ogni sfumatura — non voleva che al ritorno da quell’inferno di ghiaccio Boris la vedesse vecchia, decrepita, brutta. E potesse disamorarsi di lei». Nella Postilla, l’autore si chiede se sia tutto vero quanto ha raccontato. E per rispondere descrive un lunghissimo «percorso tra i libri che mi hanno accompagnato e suggestionato (e ossessionato) nel corso degli anni». Quel percorso riunisce memorie di protagonisti diretti, figlie e pronipoti, discendenti lontani. E poi saggi, documenti, lettere. L’irresolutezza congenita, la consapevolezza del danno che questa può causare alle persone amate, il desiderio di affrontare la vita che non è un gioco, «non è come attraversare un campo»: tutto questo affiora e si accavalla nella narrazione di Battista, dà forza e senso a quella «personale ma non arbitraria interpretazione» di che cosa sia stato il senso di colpa di Boris Pasternak. E di quali siano state le conseguenze — dolorose, senza mai rimpianti — dell’amore di Olga.
«Era già tardi quando sentì suonare il campanello del destino. Aprì la porta, stupita di vedersi di fronte proprio Boris, affannato, visibilmente emozionato: “Cara Olga, oggi però sotto la statua di Puškin non ti ho detto la seconda cosa, quella più importante”. “Dimmela subito Boris, in effetti ero ansiosa di sapere quale fosse”. “Eccola: Olga, io ti amo”».

- Barbara Stefanelli - Pubblicato sul Corriere del 25/9/2018 -

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Se Stalin telefona di notte Pasternak rinnega l’amico
- La vita da romanzo (non sempre eroico) dell’autore del “Dottor Zivago” dai poeti che non osò salvare, al dramma di Olga che per amore finisce ai lavori forzati -
di Mattia Feltri

Nella Mosca di Stalin un grande pianista sta suonando Chopin. Si blocca, scoppia in lacrime, sbatte il coperchio della tastiera e lascia il palco fra la meraviglia e il clamore del pubblico. Il pianista si chiama Genrikh Neigaus. Sua moglie, Zinajda, lo ha appena lasciato per mettersi col suo migliore amico, il sommo poeta Boris Pasternak. Potrebbe essere la trama classica di una commedia di Hollywood, è invece la superficie dello sprofondo. Pasternak, per avere la donna, ha ingoiato un tubetto di medicinali. Lei lo salva e si strazia. Lui lascia la prima moglie e il figlio e va a vivere con lei. Finché non incontrerà la giovane Olga, le darà appuntamento sotto una statua di Puškin, le parlerà a lungo, la congederà per poi raggiungerla a casa: Olga, mi sono scordato la cosa più importante, io ti amo.
Le cose belle costano care. L’amore di Pasternak costerà a Olga la fortuna inestimabile. Pasternak è l’intoccabile – lasciatemi stare questo abitante delle nuvole, diceva Stalin agli aguzzini con gli artigli affilati. Pasternak sa incatenare le parole, le sa far suonare, e ha paura, controlla che non una sillaba stoni con le aspettative di regime. Attorno a lui camminano uomini morenti, poeti che temono la tirannia, e la affrontano. Marina Cvetaeva gli scrive lettere crepitanti – quanto saremmo stati felici insieme, avremmo cantato in questo e quell’altro mondo. Lui abbandona la lirica – quanto ti amo! Sono separati da chilometri, da storie in cui sono entrati a capofitto, dal disastro dei tempi, e dall’indole imbelle di Pasternak. Lei, sempre in disgrazia, senza lavoro, senza soldi, senza una mano tesa («sono sola, sono un deserto umano»), troverà un chiodo a cui impiccarsi. Anna Achmatova per la polizia culturale non è una poetessa, è metà suora e metà sgualdrina. Suo marito, il poeta Nikolaj Gumilev, era stato arrestato e fucilato per cospirazione monarchica, e Anna imparò a memoria le sue poesie perché non lasciassero traccia ma avessero un futuro. Sarà arrestato anche il secondo marito, e pure Lev, il figlio di Anna; lei trascorre l’esistenza dentro una tana di terrore e di irriducibile resistenza, coltivando ammirazione e affetto per Pasternak, il maestro che non ha mai un problema. E poi Osip Mandelstam, forse il più grande, schiena drittissima, convoca gli amici e recita un epigramma in cui Stalin è il montanaro del Cremlino, ha dita grasse come larve, baffi di scarafaggio, un antropofago per cui ogni omicidio è un banchetto. Non può durare tanta sfrontatezza. Lo arrestano, lo condannano al gulag, muore durante il trasferimento. Stalin chiama Pasternak nel cuore della notte, gli chiede di Mandelstam, Pasternak balbetta, si scansa di lato, cerca di cambiare discorso, Stalin prova ribrezzo – non hai nemmeno saputo difendere un compagno, io per un amico mi sarei fatto in quattro.
Questo non è un libro, è uno strepitoso, desolante ed esaltante balletto di fantasmi che volteggiano nella più allucinata e inafferrabile dittatura del Novecento. Esaltante perché poi la soluzione è nel titolo – Il senso di colpa del dottor Zivago. Pierluigi Battista ci porta dritti verso l’unica cosa che conta delle nostre vite: non possiamo essere migliori degli altri, possiamo soltanto cercare di essere migliori di noi stessi. E dunque si deve tornare a Olga, la giovane Olga che si innamora di Pasternak sotto la statua di Puškin, e che di notte viene presa, portata alla Lubjanka, condannata ai lavori forzati. Ogni cedimento, ogni piccolo sbandamento del poeta non può che dipendere da quest’anima nera di donna. Anche Olga diventa un fantasma che danza attorno a Pasternak. Non ha saputo proteggerla, come non ha saputo proteggere la prima e la seconda moglie, ha allungato giusto qualche rublo a Mandelstam e a Cvetaeva, ha dimenticato Achmatova, ha assistito al loro tracollo e quello di tanti altri col dolore attutito dal muro di protezione che si era costruito attorno. E lì che mette mano alla sua unica opera in prosa, il romanzo progettato per decenni – Il dottor Zivago. Olga è Lara, lui è Jurij, i loro indici sono puntati dritti contro il male sovietico, e il domani non avrà pace, ma Pasternak saluterà finalmente la folla dei fantasmi guardandoli negli occhi.

- Mattia Feltri - Pubblicato sulla Stampa del 29/8/2018 -

sabato 20 ottobre 2018

Vivacemente tuo!

Galli

Filosofo, economista, profeta dell’ultima eresia teologico-politica dell’Occidente: l’opinione mondiale si divide fra quanti lo considerano eroe e salvatore del proletariato e quanti vedono in lui il demone simbolo di ogni male. Marx è stato a lungo oggetto di interpretazioni e sentimenti disparati, fino a diventare un’icona resa neutra dalla storia, ritratta nel granitico monumento davanti alla Piazza Rossa di Mosca e posta di fianco a Oliver Hardy sulla copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles. A due secoli dalla nascita, una lucida riflessione sull’incompiutezza del suo pensiero forte, sulle cause del suo successo, sulle sue contraddizioni, sconfitte, ambigue vittorie.

(dalle note di copertina di: "Marx eretico", di Carlo Galli. Il Mulino )

Il dono dell’incompiutezza
- di Benedetto Vecchi -

Un libro felicemente anomalo, questo di Carlo Galli, filosofo della politica che ha ingaggiato da anni un corpo a corpo con le tesi del giurista Carl Schmitt, inquadrandolo in quella corrente di pensiero sotterranea, ma a suo modo potente, che dal nichilismo approda all’elegia della decisione. E che arriva a diventare la tonalità teorica dominante del nazismo. Attorno a questi temi, Galli ha lavorato molto, consegnando ai lettori testi importanti, come Genealogia della politica (Il Mulino), Spazi politici (Il Mulino), Contingenza e necessità nella politica moderna, Ancora Destra e Sinistra (questi ultimi due pubblicati da Laterza). La sua vita ha contemplato anche un impegno diretto, come deputato, nell’agone politico. Esperienza istituzionale che non lo ha molto entusiasmato, per i suoi riti e le sue ingessature, tanto in Parlamento che nel partito democratico che lo ha eletto. Mai però Carlo Galli si era confrontato con le teorie marxiane, meglio con Karl Marx, autore che è stato certo letto, ma che è rimasto finora quasi sempre sullo sfondo, una specie di classico al quale fare riferimento senza nessuna sistematicità. Ed è da accogliere con piacere la pubblicazione del condensato, ma fertile saggio che il filosofo italiano ha dato alle stampe in occasione del duecentesimo anniversario marxiano con il titolo Marx eretico (Il Mulino, pp. 164, euro 13).
Un libro che non ha nessuna pretesa di sistematicità nell’analisi del pensatore di Treviri, ma che ha un nucleo tematico e teorico che va valutato positivamente. C’è il titolo, che è programmatico, perché sgombra il campo da banalità e letture interessate a demolire Marx, magari osannandolo a parole.
L’autore della critica dell’economia politica è un eretico: non lascia nessun appiglio alla costruzione – come invece purtroppo è accaduto – di una teoria dogmatica, deterministica della critica alla società del capitale.
Marx, scrive Galli, si colloca su quel sentiero dove la teoria sfocia nella prassi e dove la prassi alimenta la teoria. I filosofi hanno interpretato il mondo, ora si tratta di cambiarlo, scriveva Marx. Questo tuttavia non significa che non bisogna più fare teoria e filosofia. Semmai significa che la prassi è esperienza della lotta di classe, della disparità di potere tra le classi e che tutto ciò fornisce materiale per la teoria. Si potrebbe dire che dietro la frase di Marx sul passaggio all’azione c’è un invito a una prassi che non si chiuda in un sistema, ma che tenga aperta sempre l’interrogazione sul mondo.
Dunque Marx eretico rispetto a Hegel (amato e odiato, ma verso il quale si pone come interlocutore alla pari), perché individua il nocciolo del capitalismo, cioè l’appropriazione privata della ricchezza prodotta socialmente. Per restituire l’individuo alla sua umanità è questo il nocciolo da fondere. Il proletariato è il soggetto che incarna lo sfruttamento del capitale. Per questo è il soggetto riconosciuto per combattere il capitalismo. Su cosa sia il proletariato Marx lo chiarirà parzialmente, lasciando però aperta la porta a modifiche, variazioni, aggiornamenti tanto sulla sua composizione che sulla consistenza politica.
Interessanti sono i riferimenti di Galli agli scritti più direttamente storico-politici di Marx (il 18 Brumaio e Le lotte di classe in Francia), dove le dinamiche politiche e istituzionali francesi e l’entrata in scena del proletariato sono indagate sul loro divenire, dunque sui limiti, il potenziale, i rapporti di forza presenti nella società e nella scena politica. Il proletariato sarà sconfitto nel 1848 con la cancellazione della Comune di Parigi, ma la sua storia non finisce con quell’insuccesso, annota Galli.
Anche la ponderosa critica dell’economia politica occupa un posto di rilievo in questo testo di Galli. Marx è uno studioso sistematico. Lettore onnivoro, passa giornate intere nella biblioteca di Londra, studiando i teorici dell’economia politica (Adam Smith e David Ricardo, ovviamente), ma anche leggendo voracemente giornali e report sui fatti politici.
La critica dell'economia politica ha una notevole base documentale per segnalare che c’è sfruttamento, c’è plusvalore non pagato al lavoratore. Ma mai – e su questo non si può che concordare con Galli – l’impianto analitico del filosofo di Treviri è voluto diventare sistema o, peggio, una teoria economica da affiancare a quelle già esistenti. Marx voleva sovvertire il mondo, voleva cioè la rivoluzione. Certo non ambiva a una nicchia, più o meno polverosa, nella galleria dei grandi pensatori della modernità, come è accaduto ad altri filosofi e sociologi.
C'è un'altra parola che torna continuamente in questo libro. Incompiutezza. Marx è l’incompiuto, colui cioè che ha aperto molti sentieri, percorrendone alcuni e abbandonandone altri. L’incompiutezza lo avrebbe dovuto preservare dalla sua musealizzazione, ma non è stato così. Il diamat sovietico e molto marxismo della seconda e terza internazionale lo hanno invece ridotto a un santino e le sue opere a una successione di frasi fatte, usate per legittimare esperienze statali autoritarie e soffocanti. Vero, ma fa bene Galli a ricordare le molte donne e uomini che lo hanno invece utilizzato per affermare proposte di liberazione dall’oppressione.
Marx, dunque, incompiuto. È questa una delle chiavi di lettura del volume, che merita attenzione. Non tanto per quello che evidenzia: il suo progetto di critica del capitale, Marx non riesce a realizzarlo. Continuerà a studiare, leggere, scrivere, inviare lettere per affermare che bisogna continuare a scavare, a interpretare il mondo per trasformarlo, ma la sua filosofia sarà incompiuta.
Non c’è però in questa proposizione nessun intento demolitorio. Semmai l’implicito invito a riaprire i laboratori marxiani, dopo che la sconfitta si è depositata. Galli, in poche pagine, segnala percorsi di ricerca messi in campo in questi anni. Dalla ripubblicazione di nuove edizioni critiche delle opere marxiane, all’incontro di Marx con altri teorici della modernità capitalista. Da chi propone la critica dell’economia politica del capitalismo digitale e finanziario a chi vorrebbe de-provincializzare e decolonizzare il pensatore di Treviri. Tutti percorsi aperti in sordina dopo la grande sconfitta, ma che segnalano la vivacità della riflessione marxiana.
Forse il modo migliore per ricordare Marx è alimentare i laboratori marxiani, entrare nuovamente negli atelier della produzione (così diversi da quelli industriali di fine Ottocento) e svelarne l’arcano. Producendo dunque teoria e producendo politica. Quella radical che si propone un programma minimo: l’abolizione dello stato di cose presenti.

- Benedetto Vecchi - Pubblicato sul Manifesto del 17/10/2018 -

Il vecchio che avanza

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Il capitalismo sta morendo. I profitti crescono mentre la disuguaglianza aumenta e l’innovazione rallenta. Qualcosa deve succedere. La fusione tra big data e intelligenza artificiale porterà, secondo gli Autori, a un nuovo tipo di capitalismo: quello fondato sui dati. Nel corso dell’ultimo secolo la storia del capitalismo è stata la storia di un mercato dominato da denaro e imprese. Usiamo il prezzo per valutare i beni e la cifra che siamo disposti a pagare indica fino a che punto riteniamo valido un prodotto. Le imprese, dal canto loro, coordinano attività complesse, come la produzione di massa delle automobili, controllando il flusso delle informazioni e centralizzando il processo decisionale, e garantendo al tempo stesso un livello di occupazione stabile. Ma il capitalismo dei dati è un’altra cosa: i dati che noi generiamo su noi stessi e quelli che le imprese generano relativamente ai loro prodotti permettono ad appositi algoritmi di collegare acquirenti e venditori in modo molto più efficiente rispetto ai mercati basati sul sistema dei prezzi. Queste stesse forze rendono superfluo il controllo rigido delle informazioni, consentendo a gruppi di persone di dimensioni sempre più ridotte di coordinarsi efficacemente senza dover ricorrere a un’infrastruttura elaborata. In definitiva, le grandi imprese centralizzate potrebbero ridursi a nulla più che un individuo e il suo computer. Un capitalismo incentrato sui dati potrebbe significare un’economia più sostenibile e più equa, ma la fine dell’impresa – e, con essa, la fine del lavoro stabile – comporta anche grossi rischi. Reinventare il capitalismo nell’era dei big data ci spiega come il cambiamento tecnologico in corso stia uccidendo il capitalismo che siamo abituati a conoscere e che cosa lo rimpiazzerà.

(dal risvolto di copertina di: Viktor Mayer-Schönberger e Thomas Ramge: Reinventare il capitalismo nell'era dei big data, Egea)

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L’illusione sempreverde del libero mercato
- di Benedetto Vecchi -

Gli economisti inseguono il sogno di un modello che spieghi come, dove e quando produrre ricchezza, spiegando arbitrariamente il perché tale distribuzione della ricchezza sia «naturale» . È quel che fanno Viktor Mayer-Schönberger e Thomas Ramge nel volume Reinventare il capitalismo (Egea edizioni, pp. 212, euro 24) che può essere considerato uno dei testi che caparbiamente ritiene la decennale crisi economica globale come un contingente fenomeno dello sviluppo capitalistico. L’interesse del libro sta però non nella autoconsolatoria spiegazione della crisi come fenomeno episodico, quanto nell’individuare nei Big Data il florido settore capace di plasmare i comportamenti individuali e collettivi e così rilanciare lo sviluppo capitalista. Uno degli autori, Viktor Mayer-Schönberger, che sarà ospite oggi al Festival dell’innovazione di Padova (Palazzo Moroni, Sala Paladin, ore 15), ha una consolidata esperienza di studioso di Big Data ed è convinto che il capitalismo stia vivendo una trasformazione radicale al termine della quale il modello del mercato perfetto avrà la sua traduzione operativa. I dati, infatti, consentiranno ai singoli di accedere a informazioni che possono orientare felicemente le loro decisioni. Non ci sarà più una asimmetria di informazioni tra venditore e acquirente, sia che riguardi l’acquisto di una merce che la ricerca del lavoro.
Il vecchio sogno del libero mercato sarà dunque finalmente realizzato. L’utopia fittizia dei neoliberisti vedrà così la sua attuazione. La «città del sole» liberale uscirà allora dalle nebbie della realtà. Le parti del volume che meritano attenzione sono tuttavia altre. Il milieu che vincola la raccolta ed elaborazione di informazioni all’intelligenza artificiale, è considerato dai due autori come la leva che muove l’intero capitalismo.
Le cosiddette Faboulous Big Five del capitalismo (Amazon, Google, Facebook, Apple e Microsoft) sono destinate a crescere nei profitti e nell’accumulo di dati, ma da qui ad alcuni anni il loro oligopolio su Internet sarà messo in discussione dall’arrivo dei concorrenti cinesi, indiani, europei, che riorganizzeranno le loro imprese secondo i criteri del mercato orientato ai data-rich.
Sarà infine l’intelligenza artificiale a farla da padrona. I produttori di machine learning e dei corrispettivi programmi informatici faranno, infatti, buoni affari. E se questo avrà qualche effetto generale sull’andamento dell’occupazione, ogni tentativo di tassare i robot (proposta avanzata da Bill Gates) o di reddito di cittadinanza (il mantra al quale si sono convertiti molti manager della Silicon Valley, spaventati dalla crescita della povertà) resta nocivo, scrivono Mayer-Schönberger e Ramge, per l’innovazione e per la stabilità del sistema. Lo Stato nazionale deve favorire uno sviluppo data-driven, rimuovendo tutti gli ostacoli che può incontrare. Dunque, tutti devono diventare imprenditori di se stessi. È questo il nucleo centrale del volume. In tempi di crisi del neoliberismo, Reinventare il capitalismo ha il pregio di sfidare la realtà. Poco importa se la disoccupazione diviene strutturale, che le disuguaglianze crescano raggiungendo il livello di guardia, che la cittadinanza e la democrazia siano ormai un simulacro posticcio del migliore dei mondi possibili. Quel che conta è far ripartire il treno della crescita economica, favorendo le imprese dei Big Data, ma introducendo misure per una prossima liberalizzazione del settore (gli oligopoli sono la bestia nera del mercato data-driven). Un libro dunque che ha un obiettivo politico dichiarato: salvare il capitalismo da se stesso radicalizzando le caratteristiche neoliberiste. Può sembrare ingenuo, ma è quanto fanno non solo negli Stati Uniti: con le dovute differenze, accade anche in paesi come la Cina, l’India, cioè nelle nuove superpotenze economiche.

- Benedetto Vecchi - Pubblicato sul Manifesto del 18.5.2018 -

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Leggere 180 milioni di parole
- Con il Big Data rivivono i giornali della Belle Èpoque -
di Nello Cristianini

Che cosa hanno a che spartire un vecchio gesuita, la nuovissima scienza dei Big Data e la Contea Principesca di Gorizia e Gradisca? Sembrerebbe l'inizio di qualche barzelletta, e invece, grazie alla nuova disciplina dell'Umanistica Digitale («digital humanities», nel mondo anglosassone), queste realtà così distanti si trovano a contatto diretto. L'idea viene dall'analisi quantitativa su grande scala dei giornali antichi, un metodo storico recente, che è stato applicato allo studio dei giornali britannici e americani, per scoprire cambiamenti culturali e fenomeni sociali che non sarebbero altrimenti facili da studiare. Il mio gruppo di ricerca all'Università di Bristol si è occupato dello studio di tutti i giornali locali pubblicati a Gorizia tra il 1873 e il 1914. Ovviamente la cosa richiede l'uso di strumenti informatici ed è qui che le cose si fanno interessanti.
La preparazione dei dati da sola è un'impresa che sarebbe parsa titanica solo pochi anni fa. Intanto si devono digitalizzare le immagini dei giornali e nel nostro caso c'erano due giornali in lingua italiana che coprivano il periodo dell'indagine: «L'eco del Litorale» e «Il Corriere di Gorizia» (in seguito «Corriere Friulano»). La Biblioteca Statale Isontina li aveva già in forma di microfilm. Abbiamo quindi digitalizzato 42 microfilm nei laboratori della British Library, a Boston Spa, ottenendo le immagini digitali di 47.500 pagine di giornale. Poi a Bristol abbiamo trasformato queste immagini in testo, ottenendo 110 milioni di parole. Queste le abbiamo combinate con il testo digitale di giornali in lingua slovena, disponibili alla Biblioteca Digitale di Slovenia (Gorica, Soca, Primorski List), raggiungendo un totale di 180 milioni di parole: la sola prima lettura di questo testo richiederebbe a un ricercatore otto anni di lavoro.

L'arrivo della modernità
L'analisi statistica di questi dati ci consente di interrogare il passato in un modo interamente nuovo. Concentrandoci su parole che cambiano frequenza in modo significato, possiamo individuare i momenti in cui si comincia a parlare di idee nuove, come il socialismo o il suffragio universale, e poi i momenti in cui arrivano le nuove tecnologie, come il telefono, il cinema, l'automobile. Con queste informazioni, poi, lo storico può andare a cercare «a colpo sicuro» gli articoli nel periodo giusto, che rappresentano questi cambiamenti.
È cos' che abbiamo individuato due periodi in cui la conversazione si volge verso discorsi di tipo nazionale oppure articoli che esprimono ansia verso la modernizzazione. Entrambe sono situazioni che sperimentiamo anche adesso e che erano familiari ai goriziani della Belle époque. E infatti la scelta di Gorizia è stata dettata (anche) da considerazioni strategiche: è un modello in piccola scala di una regine multietnica e multilingue, in un periodo di rapido cambiamento. I nostri studi futuri sulla stampa europea, potranno trarre giovamento da questo progetto.

Il premio internazionale
Va ricordato che la Contea Principesca di Gorizia e Gradisca era una regione dell'Impero Austro-Ungarico, tra il 1861 e il 1918. Era un territorio unico, al punto di contatto di quattro mondi: germanico, slavo, latino e mediterraneo. Seguiva il corso dell'Isonzo, da Caporetto a Grado. Ovviamente era un territorio multietnico e multilingue e adesso è diviso tra Italia e Slovenia.
Ecco come lo studio dell'Umanistica Digitale collega i Big Data alla storia della Contea di Gorizia. Ma che cosa c'entra il vecchio gesuita? Questo campo di ricerca, in espansione in America e Inghilterra, ha origini italiane: con padre Roberto Busa, che convinse l'Ibm negli Anni 50 a fornirgli i computer per studiare le opere di San Tommaso. E infatti, oggi, il premio internazionale per lavori in «digital humanities» si chiama «Roberto Buza Prize».

- Nello Cristianini - University of Bristol - Pubblicato sulla Stampa del 16/5/2018 -

venerdì 19 ottobre 2018

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Henri Lefebvre e la Comune del 1871
(Henri Lefebvre, La proclamation de la Commune. 26 mars 1871, La Fabrique, 2018)

La Comune incarna la rivolta operaia contro lo Stato centrale. Questa insurrezione permette di ripensare la strategia rivoluzionaria. La Comune del 1871 rimane uno dei momenti rivoluzionari più emblematici. Prima del movimento del maggio '68, è questa rivolta ad essere oggetto di riflessione: fra il filosofo marxista Henri Lefebvre ed i situazionisti, ha luogo uno scambio di analisi sulla Comune, comprendere il fallimento e insieme le potenzialità delle rivolte storiche deve servire a reinventare la rivoluzione.
I situazionisti, da parte loro, insistono sulla «percezione, da parte degli insorti, di essere diventati padroni della propria storia, non tanto a livello delle decisioni politiche "governative", quanto a livello della loro vita quotidiana». Le loro riflessioni si nutrono della critica della vita quotidiana. «La Comune è stata la più grande festa del XIX secolo», affermano i situazionisti. Questa insurrezione riflette allo stesso tempo una critica dell'urbanismo. L'appropriazione sociale dello spazio e la trasformazione della vita quotidiana, sono i due aspetti principali di questa rivolta. Henri Lefebvre analizza perciò la Comune come se fosse un momento di duplice potere. La legittimità si oppone alla legalità. Nel suo libro, "La proclamazion de la Commune" (Gallimard, 1965), Henri Lefebvre propone quelle che sono le sue riflessioni.

Lefebvre libro

Interpretazioni della Comune
La Comune di Parigi si oppone al regime del Secondo Impero, il quale si apre con il colpo di stato del 2 dicembre 1852. Karl Marx descrive questo periodo ne "Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte". L'analisi economica e sociologica ci fa comprendere quali sono i difetti e le contraddizioni della società francese. Lo Stato vuole controllare tutto, ma non riesce a risolvere alcun problema.
Henri Lefebvre, influenzato dai situazionisti, insiste sulla dimensione di festa della Comune. Una simile rivolta esprime un desiderio di libertà e l'azione umana è guidata dalla coscienza storica, legata ad una coscienza di classe, e quindi, a partire da questo, si dà una visione dell'avvenire ed un orizzonte utopico, che sono alla base dell'attività rivoluzionaria. Contro il marxismo ortodosso, che riduce gli avvenimenti ad una dimensione economica, Henri Lefebvre valorizza la libertà e l'utopia: «A nostro avviso, una rivoluzione costituisce un fenomeno totale, simultaneamente economico, sociologico, storico, ideologico, psicologico, ecc.».
Riguardo la Comune, ci sono diverse interpretazioni. I reazionari riducono questa rivolta ad un complotto fomentato dall'Associazione Internazionale dei Lavoratori. La narrazione dei repubblicani e dei moderati la descrive come se si trattasse di un movimento patriottico senza alcun carattere di classe e come se fosse un movimento democratico piccolo-borghese. Fra i sostenitori della Comune, ci sono coloro che vi hanno partecipato, i quali offrono la loro testimonianza. Ma questi testi, che sono diventati delle fonti importanti, non sono degli scritti storici. Ignorano le analisi di Marx e non propongono una riflessione globale sugli avvenimenti.
Léon Trotsky, nella sua prefazione al libro di C. Talés, "La Comune del 1871. Alba e Tramonto" [Jaca Book, 1971], propone un'analisi storica. Da buon bolscevico, ritiene che solo un partito con dei capi avrebbe potuto guidare le masse. In maniera più pertinente, paragona il Comitato centrale della Guardia Nazionale ad un Soviet. Ma, lungi dall'essere eletto direttamente dalle masse, questo Comitato include dei piccolo-borghesi che avevano sviluppato un approccio parlamentaristico: rifiutano di mettere in discussione il potere legale che si trovava riunito a Versailles. Léon Trotsky ha il merito di aver analizzato le cause del fallimento della Comune e di aver posto la questione strategica, ma si accontenta di restare appiattito su un modello statico, senza nemmeno cercare di comprendere la dinamica politica degli avvenimenti. I limiti della Comune di Parigi servono al capo dell'Armata Rosa per valorizzare il modello autoritario della rivoluzione bolscevica.

Le cause della Comune
L'insurrezione della Comune si spiega a partire da delle cause sociali: gli operai vivono in miseria e diventano sempre più poveri! Nelle grandi fabbriche come quelle che si trovano a Le Creusot, si crea una solidarietà operaia. Scoppiano numerosi scioperi. Le lotte dei bronziers [operai metallurgici delle fonderie] divengono emblematiche. Mentre il bonapartismo si basa sulla burocrazia e sull'apparato statale: «Questo Stato si erge al di sopra della società e diventa la meravigliosa preda che si contendono le diverse frazioni delle classi dirigenti, in nome dei loro propri interessi», analizza Henri Lefebvre. Lo stato si pone come arbitro e come grande difensore dell'interesse generale; ma quello che difende è l'interesse generale della borghesia. Il regime bonapartista non si oppone affatto allo sviluppo del movimento operaio. Come la Germania di Bismark, pensa di riuscire ad integrare quelle che sono le rivendicazioni del socialismo di Stato. Ma, con l'eccezione dei giacobini, tutte le tendenze rivoluzionarie del movimento operaio francese si rivelano come anti-statali. Ma la Comune non può essere spiegata unicamente a partire dalle cause sociali. Perché è la coscienza storica a permeare le classi popolari: le persone che hanno partecipato all'insurrezione del 1848, o perfino a quella del 1830, hanno come intessuto una sorta di trama storica. La storia della Francia è come costellata da delle ondate di rivolta che arrivano a rovesciare il regime al potere. Nel 1871, è Auguste Blanqui ad incarnare la continuità storica delle insurrezioni.
Quel che si è sviluppato, è un immaginario popolare della società: la letteratura di Victor Hugo delinea una narrazione manichea, per cui i ricchi sono cattivi ed i poveri sono buoni; la realtà è evidentemente assai più complessa, ma il popolo, il quale comprende sia i proletari che gli artigiani, in un mondo di miseria, è davvero portato alla solidarietà di classe. Per il proletariato parigino, è il padrone di casa che accende la rivolta: «Assai più che il padrone, il popolo detesta l'uomo che ha la proprietà dell'alloggio, colui che dispone di quelle che sono le leggi più severe per farsi pagare, e che può gettare il suo affittuario in mezzo alla strada, trattenendo in pegno la sua povera mobilia», descrive la situazione Henri Lefebvre. La comune comprende molteplici dimensioni. E' un movimento patriottico contro l'invasore straniero e contro i traditori del regime bonapartista, ma è anche un movimento di opinione repubblicano contro l'Assemblea di Versailles, rurale e conservatrice. Poi è un movimento rivoluzionario contro lo Stato centralizzato e contro il capitalismo. La Comune appare così come un compromesso fra tutte queste grandi forze e queste grandi aspirazioni che sono perfino contraddittorie. Perfino gli stessi militanti dell'Internazionale ed i blanquisti mancano di una prospettiva chiara, se non quella del rovesciamento dello Stato esistente. Ma la teoria di Marx relativa al deperimento e all'estinzione dello Stato proviene direttamente dall'osservazione della Comune: «Dunque, quest'esperienza si realizza in un'atmosfera di grande confusione, la confusione della vita spontanea e creatrice», così riassume Henri Lefebvre.

lefebvre marx

Le Ideologie della Comune
Per sostituire lo Stato centralizzato, P.J. Proudhon propone il federalismo ed il mutualismo. «Porta all'anarchia, vale a dire alla soppressione del governo degli uomini a favore dell'amministrazione delle cose», così lo descrive Henri Lefebvre. Proudhon critica lo Stato in quanto strumento di oppressione. Ma dall'altro lato, non propone alcuna analisi di classe. Contrariamente a quel che fa Marx, non fa affidamento alla lotta di classe e non parte dall'obiettivo di una rivoluzione proletaria. Proudhon privilegia un approccio idealistico: tenta di conciliare l'Autorità e la Libertà attraverso il federalismo. Per Bakunin, l'insurrezione deve permettere la fine immediata dello Stato, mentre per Proudhon è l'autogestione dei gruppi territoriali che deve sostituire lo Stato. Questo approccio, attraverso il credito l'assicurazione reciproca, appare essere più riformista. Tuttavia, nondimeno, ad influenzare la Comune è la critica dello Stato svolta da Proudhon, e la decentralizzazione.
Gli anarchici, seguaci di Bakunin, avevano aderito all'Internazionale e sono presenti soprattutto a Lione e a Marsiglia. Sono degli efficaci organizzatori, la loro critica dell'autorità permette loro di acquisire autorità personale, e tuttavia la loro ideologia appare confusa, al di là dell'insurrezione non hanno una prospettiva chiara, ma sono loro a dare alla Comune una dimensione decentralizzatrice.
L'Internazionale diviene così un'organizzazione di massa che passa dal riformismo alla rivoluzione: consente il confronto fra le idee di Marx, di Proudhon e di Bakunin. I marxisti e gli anarchici sono d'accordo nel mettere in discussione il «socialismo mutualista» dei proudhoniani. L'Internazionale insiste sull'abolizione della proprietà privata, al fine di poter permettere una proprietà collettiva della terra e degli strumenti di lavoro. Ma gli operai francesi non sono portati alla teoria. Privilegiano l'azione!
L'Internazionale oscilla fra il repubblicanesimo e l'organizzazione della classe operaia unicamente su un piano economico. E tuttavia l'Internazionale contribuisce a diffondere una prospettiva federalista ed internazionalista. La Comune riceve il sostegno degli operai, ma anche quello di una bohéme artistica che viene rifiutata dalla borghesia: ad incarnare questo gruppo sociale ci sono Lautréamont, Rimbaud, Jules Vallès o il pittore Courbet.

Un movimento spontaneo contro lo Stato
La Comune sorge a partire dalla disgregazione del potere centrale: con la guerra contro la Germania, il vettovagliamento ed i problemi della vita quotidiana vengono organizzati a livello di distretto e di quartiere. Quella che emerge da tutto questo, a Parigi, è un'effervescenza spontanea, sparisce la separazione fra la politica e la vita quotidiana, i comitati locali si coordinano in maniera federale. La base si ritrova una grande autonomia, ed i rappresentanti diretti che vengono eletti in tale contesto sono revocabili in qualsiasi momento.
Nel momento in cui lo Stato collassa, il Comitato Centrale deve riorganizzare la società. Tuttavia, i comunardi rimangono troppo legalistici; non osano impadronirsi della Banque de France e delle sue casse! D'altra parte, l'amministrazione e i servizi pubblici vengono riorganizzati al di fuori di qualsiasi burocrazia statale: sono i lavoratori a prendere il controllo delle PTT [Postes, télégraphes et téléphones] secondo quella che è un'organizzazione decentralizzate e federalista. Viene ridotto il costo degli affitti degli alloggi.
La Comune appare come un momento rivoluzionario ineludibile: lo Stato, la burocrazia e le istituzioni vengono eliminate, una nuova forma di organizzazione trasforma la vita quotidiana. «Avviene una metamorfosi che trasforma i beni in comunità, in una comunione in seno alla quale il lavoro, la gioia, lo svago, la soddisfazione dei bisogni - e innanzitutto i bisogni sociali ed il bisogno di socialità - non saranno più separati», analizza Henri Lefebvre. Sparisce la politica in quanto funzione specializzata ed il quotidiano diventa una festa perpetua. Gli insorti diventano padroni della loro vita e della loro storia. «La più grande misura sociale della Comune è stata quella di mettere in atto la propria esistenza», afferma Karl Marx. In Marx, è la Comune a nutrire la critica radicale dello Stato. A differenza di Lassalle e del suo socialismo di Stato, la Comune sperimenta una forma di auto-organizzazione. Contro la visione stalinista e della dittatura del proletariato, la Comune dimostra che l'iniziativa proviene dal basso, direttamente dalle classi popolari. La Comune non si basa su alcun grande leader per poter guidare le masse, sul modello dell'avanguardia illuminata prevale la dimensione collettiva. La spontaneità e l'organizzazione alla base appaiono essere assai più efficaci dei capi o dei partiti. I marxisti ortodossi ritengono che alla Comune sia mancato un esercito ed un potere centralizzato, ma invece, al contrario, è stata la rinascita del giacobinismo e del legalitarismo ad impedirle di impadronirsi delle banche.
Non è la spontaneità, bensì, al contrario, sono le vecchie abitudini e le ideologie che hanno impedito che la Comune vincesse. «La Comune e la sua sconfitta mostrano come i difensori del vecchio mondo abbiano beneficiato della complicità dei rivoluzionari, di quelli che pensano o pretendono di pensare alla rivoluzione», analizza Henri Lefebvre. Le ideologie giacobine o proudhoniane alimentano la confusione e le vecchie pratiche, anziché affidarsi alla creatività e alla spontaneità. Appare difficile che la storia si possa ripetere, ma i limiti della Comune rilevano soprattutto la sua dimensione locale. Ad essere trascinata nell'insurrezione è soprattutto Parigi, nelle altre regioni della Francia, le strutture e le istituzioni rimangono intatte.

lefebvre bakunin

L'Utopia in azione
Il libro di Henry Lefebvre contrasta con l'approccio storico tradizionale. Certo, il suo libro mostra quelli che sono gli eventi significativi della Comune, ma non si accontenta di una banale descrizione. Il filosofo marxista fa riferimento alla Comune per meglio affermare la prospettiva di una rivoluzione sociale e libertaria, e così facendo si inscrive in un romanticismo rivoluzionario che cerca di collegare fra di loro lotta sociale ed utopia. Un tale momento della Comune, ci consente di affermare un punto di vista politico e teorico.
In questo libro si riflette l'influenza dei situazionisti, in quanto, come i suoi giovani amici, Lefebvre insiste sulla creatività e sulla spontaneità; contro le avanguardie e contro i partiti, la rivoluzione rimane quella dell'azione delle classi popolari che si riprendono il controllo della propria vita. Malgrado gli episodi sanguinosi, Henri Lefebvre  insiste su quella che è la dimensione di festa della Comune. Un simile approccio consente una critica della società delle merci e del militantismo di sinistra. Presentare la Comune come una festa significa attaccare l'industria culturale e quei divertimenti che propongono solo delle feste artificiali e prive di significato. La vera festa è quella che si esprime nella lotta e nella rivolta. ed è solo quando crollano le norme e le costrizioni sociali che la festa può davvero avere inizio!
Perciò, la visione di festa della Comune rende possibile opporsi al marxismo ortodosso, il quale riduce la contestazione alla sua dimensione economica. Una rivoluzione deve sovvertire tutti gli aspetti della vita. La rivolta non deve accontentarsi di un discorso miserabilistico, ma deve affermare una dimensione festosa gioiosamente libertaria ed il piacere ed il desiderio sono anch'essi dei motori della rivolta. Henri Lefebvre non intende ridurre le cause della Comune solo ad una dimensione sociale, ma è anche il nostro desiderio di un altro mondo che ci spinge ad innalzare le barricate. L'influenza situazionista si sente anche rispetto al panorama delle ideologie della Comune. Lefebvre propone una critica delle diverse correnti del movimento operaio, tentando di mostrare quelli che erano le varie impasse ideologiche. I giacobini ed i blanquisti rimasero attaccati ad un'autorità centrale, i proudhoniani rifiutavano la lotta di classe, al fine di valorizzare quelle che erano le alternative rispetto ad essa, gli anarchici organizzavano l'insurrezione senza avere in vista una chiara prospettiva.
Queste critiche rimangono pertinenti se vogliamo analizzare i limiti delle diverse ideologie che oggi attraversano l'attuale movimento sociale; allo stesso modo, Henri Lefebvre si riferisce alle vecchie abitudini ed al legalitarismo che impedisce ad un movimento spontaneo di dare prova dell'audacia necessaria per attaccare il capitalismo, e così lo stesso Lefebvre si oppone alle ideologie ed ai partiti per potere così meglio valorizzare una pratica di lotta che si fondi sulla creatività e sulla spontaneità.
Ma Henri Lefebvre non si limitava solo ad essere vicino ai situazionisti; egli è rimasto legato per tutta la sua vita al Partito Comunista Francese, ed è stato per molto tempo un attivista di quella potente organizzazione, rimanendo sotto la sua influenza intellettuale e politica. Lenin, per lui, rimaneva un importante riferimento teorico. La sua implacabile critica del giacobinismo non gli dà però la lucidità necessaria a mettere in discussione l'attaccamento al modello marxista-leninista, e non riesce a percepire la contraddizione esistente fra Lenin e la valorizzazione della spontaneità rivoluzionaria.
Nello stesso paragrafo, Lefebvre riesce a conciliare le due opposte correnti, facendo riferimento al Lenin che insiste sulle condizioni oggettive della rivoluzione, dove il capo bolscevico attacca l'estremismo e le teorie della spontaneità rivoluzionaria. Lenin pensa che la rivoluzione dipenda unicamente da un contesto oggettivo, con una crisi economica e politica. Al contrario, gli amici di Rosa Luxemburg insistono sulla soggettività e sulla spontaneità della rivolta, laddove Henri Lefebvre osserva che evidentemente la rivoluzione dipende da fattori sia oggettivi che soggettivi. Ma non è necessario togliere Lenin dalla formaldeide per adottare una simile posizione. D'altronde, il capo bolscevico propone quella che è solo una caricatura delle idee dei suoi avversari politici: la sinistra tedesco-olandese ed i comunisti consiliari non eludono affatto le dimensioni oggettive, ma preferiscono affidarsi alla spontaneità della rivolta piuttosto che all'inquadramento autoritario dei partiti. Tuttavia, malgrado il suo attaccamento quasi affettivo a Lenin, Henri Lefebvre si appoggia alla Comune per poter uscire dal vecchio modello avanguardista. Per riprendere il controllo della loro vita, i proletari devono rivoltarsi. Solo le lotte autonome e spontanee riescono ad aprire delle nuove possibilità, e per sovvertire tutti gli aspetti della vita, la rivoluzione deve abbattere il capitalismo.

- Pubblicato il 12 ottobre 2018 su Zones subversives - Chroniques critiques -

fonte: Zones subversives - Chroniques critiques



Realismo Onirico

donzelli


«Nel pensiero dei moderni, il grottesco – scrive Victor Hugo nella Prefazione al suo Cromwell – ha una parte immensa. È dovunque: da un lato crea il deforme e l’orribile; dall’altro il comico e il buffonesco». Partendo dalla lettura di questo testo, il libro studia le metamorfosi della rappresentazione grottesca nella letteratura europea, e non solo, alla luce del trauma irreversibile provocato dalla Rivoluzione francese. Con la presa della Bastiglia si assiste a uno scatenamento irrefrenabile di forze distruttive che attaccano e uccidono ogni presunto colpevole, reale o fantasmatico che sia, il più delle volte prodotto da un’immaginazione sovraeccitata, come se i confini tra il possibile e l’impossibile fossero andati irrimediabilmente in frantumi. Dall’evento cruciale della decapitazione del re sotto la ghigliottina iniziano a diffondersi i germi dell’orrore che contagia, divora, deforma ogni cosa. Ed entra in scena il legame decisivo tra il sangue versato e la malattia, tra la violenza e l’aberrazione. L’attesa della morte, tanto reale quanto immaginaria, trascina la coscienza in un vortice di allucinazioni, sussulti visionari, deliri e incubi che dilatano la stabilità di ciascuna fisionomia psichica, estendendola verso direzioni sempre difformi rispetto alle norme codificate: grottesche, appunto. Proprio qui, in questo sottosuolo affollato di fantasmi e di lugubri oroscopi – perlustrato, intanto, dalla psichiatria di Esquirol e dei suoi successori – vengono a incrociarsi le traiettorie di alcuni tra i grandi protagonisti della narrativa ottocentesca: da Hoffmann a Poe, Nodier, Hugo, Balzac e Manzoni. Tutte traiettorie labirintiche, quanto le spirali tracciate da Piranesi nelle Carceri: figurazione esemplare di questo tracollo delle forme, destinate ormai a convivere con la propria ombra negativa, dove il tragico si intreccia con il mostruoso.

(dal risvolto di copertina: Vanessa Pietrantonio, "Maschere grottesche.L'informe e il deforme nella letteratura dell'Ottocento", Donzelli)

Il Secolo dei Mostri
- di Francesco Paolella -

Ecco qui lo spettacolo di un secolo (l’Ottocento), di una cultura (quella romantica) e della loro consacrazione agli incubi, ai mostri, ai demoni, ai vampiri. Arte, letteratura, scienza: l’Ottocento è stato il secolo del troppo alto e del troppo basso, del troppo vicino e del troppo lontano – e agli occhiali sono stati preferiti il telescopio e il microscopio. Ogni passione, ogni eccentricità, ogni anomalia sono stati descritti e sondati, ad amalgamati in rappresentazioni che volevano, appunto,e sempre tenendo assieme gli opposti, mostrare le leggi assurde che governano la vita.
Attraverso i classici – da Hugo a Balzac, da Poe a Manzoni – il libro di Pietrantonio ricostruisce la genealogia di questa cultura dell’eccezionale e del grottesco, la quale ha posto il caos originario (e sempre riemergente) come fonte della creatività. I deliri, i tormenti, le angosce di un mondo, di una cultura, si trasformano nei corpi e nei visi dei personaggi dei romanzi, e lo fanno deformandoli: creano delle maschere che ridisegnano la realtà e divengono le apparizioni delle “malattie morali” che filosofi e psichiatri sono chiamati a studiare e classificare. Questa inesausta clinica del mostruoso e del grottesco è andata a scovare le figure più eccentriche nei sotterranei e nelle chiese gotiche, nei manicomi e nei bagni penali, costruendo una vera teratologia fondata sul crimine, sull’allucinazione e sulle perversioni. A suo modo, la recente, fortunata serie Penny Dreadful (2014-2016) non ha fatto che collezionare tutti i frutti di quelle talentuose immaginazioni ottocentesche.
La medicina, e la psichiatria in particolare, sono state ovviamente vere protagoniste in questo lavoro di deformazione (rivelatrice) del reale. Durante tutto il secolo, e poi oltre, gli alienisti hanno cercato di fissare sulla carta le espressioni caratteristiche di ogni patologia mentale, facendo corrispondere – almeno nelle intenzioni – a ogni diagnosi certi gesti e certe smorfie. Da parte sua, la fisiognomica ha appunto cercato di realizzare un atlante delle passioni umane e delle loro aberrazioni, sempre tenendo presente l’equazione fra ciò che è morboso e ciò che è brutto, e tentando di dare un volto a ciò che rimane oscuro, sfuggente, innominabile.
Il Condannato di Hugo o la Maschera della morte rossa di Poe sono dei modelli di questa vera tecnica autoptica applicata alle morbosità e agli eccessi, i quali connotano, almeno in potenza, ogni passione umana.
L’Ottocento ha visto il crollo – di cui ancora oggi si sente l’eco – del mondo naturale, retto da poteri eterni e sacri: la Rivoluzione e la ghigliottina, con la loro dissacrazione carnevalesca e con la seguente comparsa sul palcoscenico di folle poco meno che “bestiali”, sono i veri mostri che hanno iniziato a contrassegnare tutto il secolo XIX. Il quale è divenuto via via sempre più chiaramente anche il secolo dei sogni, del sonnambulismo, dell’automatismo e di ogni perdita di coscienza, ad esempio dovuta all’assunzione di droghe: con la cultura romantica si è creato uno spazio in cui poter materializzare incubi e ossessioni, e dar libero sfogo a forze prima inespresse.
Questo “realismo onirico” trova nella peste e nella carestia, così come vengono descritte da Manzoni, uno dei punti più alti: torniamo soltanto all’incubo di don Rodrigo, durante la notte in cui quest’ultimo scopra di essere ormai condannato dalla malattia. Manzoni ha saputo mostrare quanto la storia, con i suoi traumi, e anche e soprattutto negli angoli più remoti, possa essere grottesca.

Francesco Paolella - Pubblicato il 17/10/2018 su tysm review - philosophy and social criticism

giovedì 18 ottobre 2018

Zuppe postmoderne??

sinistra lenin2

Il Nuovo Pensiero Critico
(Razmig Keucheyan, Hémisphère gauche. Une cartographie des nouvelles pensées critiques, La Découverte, 2013-2017)

Le nuove teorie critiche possono servire ad alimentare quelle che sono le attuali lotte sociali: una gioventù in rivolta scopre le nuove riflessioni e ne fa uso per pensare l'emancipazione. Il pensiero critico è riemerso alla fine degli anni 1990, con la moda dell'alter-globalismo e con il ciclo di lotte aperto dal movimento del 1995. Le teorie critiche riflettono sulla realtà, ma anche su ciò che è desiderabile, e includono una vera e propria dimensione politica. Queste teorie sono critiche in quanto mettono in discussione l'esistente ordine sociale in maniera globale. Il marxismo si appoggiava su delle potenti organizzazioni operaie, mentre, al contrario, il nuovo pensiero critico emerge in un periodo di riflusso delle lotte sociali. A partire da questo, il sociologo Razmig Keucheyan propone una rappresentazione soggettiva di tutti questi nuovi pensieri critici nel suo libro "Hémisphère gauche".

Il pensiero della sconfitta
«Tutto comincia a partire da una sconfitta. Chiunque voglia comprendere la natura del pensiero critico contemporaneo deve tener conto di questa constatazione», osserva Razmig Keucheyan. Le nuove teorie critiche emergono dopo che c'è stato riflusso susseguente alle lotte del '68: vediamo una sinistra postmoderna che rinuncia a qualsiasi prospettiva di rottura politica e di rivoluzione sociale.
Lo storico Perry Anderson osserva il verificarsi di una rottura in seno al marxismo, allorché, all'inizio del XX secolo, gli intellettuali marxisti prendono parte al dibattito che agitava le organizzazioni del movimento operaio, nel quadro di una riflessione che si inscrive all'interno di una prospettiva di azione, di modo che la conoscenza empirica possa permettere di prendere delle decisioni. A tal proposito, Lenin promuove un'«analisi concreta delle situazioni concrete», in cui la riflessione critica sia basata su quella che era l'esperienza vissuta delle lotte sociale: dopo la sconfitta della rivoluzione tedesca del 1923, i marxisti non partecipano più alle organizzazioni operaie, e inoltre l'Unione Sovietica e i partiti comunisti si affidano ad una marxismo ortodosso che lascia ben poco spazio all'innovazione teorica. I marxisti diventano così degli intellettuali professionisti che si rifugiano nell'astrazione e nell'ambito universitario.
Gli scritti degli intellettuali appaiono essere molto lontani da quello che è il dibattito che si sta svolgendo nell'ambito delle lotte sociali, e ci sono delle differenze riguardo l'azione politica: «Essere membro del partito socialdemocratico russo, all'inizio del XX secolo non comporta gli stessi obblighi che implica la partecipazione al consiglio scientifico di Attac», ironizza Razmig Keucheyan. Gli intellettuali contemporanei si sono formati nelle università americane, e sono più interessati alle «politiche di identità» che alla trasformazione sociale. Questi accademici studiano i gruppi minoritari, come quello degli omosessuali, che vogliono affermare la loro identità piuttosto che mettere in discussione l'ordine sociale. Questa modalità si nutre del minestrone post-stutturalista alla francese, con Derrida, Deleuze e Foucault.
Le nuove teorie critiche si inscrivono, in quanto filiazione del '68, a quella corrente della "Nuova Sinistra" che si sviluppa negli anni che vanno dal 1956 al 1977. Nel '68 assume particolare valore la critica dell'alienazione che si basa sugli scritti del giovane Marx, in particolare sui Manoscritti del 1844, cui fanno riferimento Henri Lefebvre, Georg Lukacs, Herbert Marcuse, oppure Jean-Paul Sartre. La critica dell'alienazione nella vita quotidiana permette di esprimere la frustrazione che deriva dal contrasto fra i desideri e la realtà legata allo sviluppo della società dei consumi, e permette anche di collegare le lotte degli omosessuali, delle donne, degli emarginati: tutte queste correnti si stanno imponendo nei settori ai margini del dominio dei sindacati e dei partiti comunisti. Poi ci sono altri aspetti meno confortanti che alimentano i nuovi pensieri critici: la presa del potere dello Stato, o la distruzione dello Stato non vengono più previsti dagli intellettuali, in quanto Antonio Gramsci ritiene che il potere non si trovi unicamente nello Stato, ma che esso attraversi tutto l'insieme del corpo sociale, ed abbiamo un Foucault clownesco che ritiene che il potere non sia affatto concentrato nello Stato, bensì diventi diffuso; le istituzioni e la classe borghese non sono più dei nemici da abbattere, mentre lo scontro ed il conflitto sociale spariscono a vantaggio di esperienze alternative.

I nuovi intellettuali critici
Abbiamo una tipologia di intellettuali che può essere osservata a partire da quel che è il loro approccio riguardo la politica: i pessimisti rinunciano ad una prospettiva di trasformazione sociale, e tuttavia rimangono attaccati ad una critica radicale della società della merce. In questo percorso si colloca Theodor Adorno. Mentre Guy Debord, soprattutto dopo la dissoluzione dell'Internazionale Situazionista avvenuta nel 1972, sviluppa una critica implacabile del mondo della merce, ma sceglie l'isolamento, assumendo una postura aristocratica.
Quelli che resistono, provengono da correnti rivoluzionarie, ma a causa del periodo storico ridimensionano al ribasso le loro ambizioni:  Noam Chomsky fa riferimento all'anarcosindacalismo e alla tradizione illuminista, ma si accontenta di un tiepido anti-liberismo. I trotzkisti, come Daniel Bensaïd, si considerano rivoluzionari, ma preferiscono sostenere idee riformiste mentre aspettano giorni migliori. Secondo loro un simile approccio permette una "tenuta" in dei periodi che si caratterizzano per dei rapporti di forza sfavorevoli, e di conseguenza continuano a rimuginare sulla sconfitta storica della sinistra per poter giustificare l'allineamento al riformismo. Mentre, gli innovatori promuovono l'ibridazione teorica, per cui il marxismo viene articolato insieme al femminismo, all'ecologia, al post-colonialismo, e l'ibridazione è anch'essa un prodotto della sconfitta. La corrente della Critica del Valore consente un rinnovo del marxismo, dal momento che questa corrente non si limita a promuovere semplicemente un'appropriazione dei mezzi di produzione, ma critica quelle categorie del capitale, quali il lavoro, il denaro, la merce o il valore: il rovesciamento del capitalismo non può essere fatto in nome della difesa della condizione operaia!
A divenire più importanti sono gli esperti: spesso si tratta di economisti o di specialisti di un argomento specifico che hanno delle competenze riconosciute dalla comunità accademica. Attac e la Fondazione Copernic raggruppano degli esperti anti-liberisti. Michel Foucault teorizza l'intellettuale specifico, il quale deve accontentarsi di intervenire solò sul proprio campo di competenza, senza sviluppare alcuna analisi globale, ed anche Pierre Bourdieu sostiene una competenza scientifica del mondo sociale: I leader sono degli intellettuali che partecipano a delle organizzazioni politiche: Daniel Bensaïd è una figura che fa parte della Ligue Communiste Révolutionnaire (LCR), ma questo partito rimane un gruppuscolo che non ha certo l'influenza che hanno le potenti organizzazioni operaie (in America Latina, gli intellettuali accompagnano l'arrivo della Sinistra al potere: l'accademico Alvaro Garcia Linera, in Bolivia, partecipa al governo). Qui, gli intellettuali rimangono segnati dal pessimismo e dalla sconfitta, e sembrano quindi disconnessi dai processi politici reali: la teoria si allontana dalla pratica!

Le Nuove Riflessioni
Razmig Keucheyan fa un elenco che cataloga una serie di intellettuali alla moda, di cui la maggior parte sono evidentemente dei cretini che non rivestono grande interesse, le cui chiacchiere vuote rifiutano qualsiasi forma di prospettiva politica. Il solo scopo delle loro riflessioni è quello di potersene poi vantare nei colloqui accademici o para-militanti: come riferimenti vengono usati Negri, Badiou, Zizek, Butler, Mbembe o Laclau. Ma da tutto questo non proviene niente di interessante, si tratta solamente del vecchio avanguardismo post-stalinista che rinasce: gli intellettuali devono educare le brave persone per poi guidarle verso la rivoluzione, o piuttosto al riformismo. Per fortuna, non c'è nessun sfruttato che conceda il minimo credito a questi pagliacci, a quali si possono interessare solo dei politici di sinistra.
Vengono menzionati alcuni pensatori più originali, come l'economista Robert Brenner, il quale attacca il dogma del terzomondismo, che si respira in tutto l'antimperialismo da operetta che abbonda su Internet. I terzomondisti apprezzano i "popoli" dei paesi poveri, i quali subiscono l'oppressione dei paesi ricchi. Quest'opposizione fa riferimento al liberalismo di Adam Smith, il quale a sua volta si riferisce alla posizione che si ha nel commercio mondiale. Robert Brenner, al contrario, si concentra sulla posizione di classe di ciascun individuo nella sua rispettiva società: un proletario tedesco continua ad essere più oppresso di quanto lo sia un borghese indonesiano. «Per R. Brenner, il capitalismo non è soprattutto questione di commercio internazionale e di espansione del mercato mondiale. E' questione di lotta di classe», riassume Razmig Keucheyan. Invece, Jacques Rancière rompe con l'avanguardismo dei suoi colleghi, in quanto il suo principio di una «uguaglianza delle intelligenze» rompe con l'idea secondo cui, per guidare le masse verso la loro liberazione, sarebbe indispensabile un'élite illuminata. Ciascun individuo, chiunque sia, può essere partecipe in una riflessione politica. Jacques Rancière sembra perciò legarsi al principio di auto-emancipazione, diventato raro nella galassia intellettuale di sinistra. Egli insiste anche sul conflitto politico contro la polizia del consenso liberale. Un individuo che lotta si stacca dalla propria identità per attaccarsi ad una forma di universalismo, e può quindi sodalizzare e riconoscersi nell'identità dell'altro. Anche se la riflessione di Ranciére rimane bloccata in una sorta di democraticismo, con una chiacchiera filosofica che si guarda bene dal rimettere in discussione lo Stato.

Le analisi della società
Il movimento operaio si basa sulla divisione della realtà in termini di classi sociali, in cui le categorie nazionali e religiose disturbano questa suddivisione. Fino al XIX secolo, la sinistra si è opposta alle categorie etno-nazionali delle categorie sociali, ma oramai questa dimensione di classe sembra scomparsa dalle preoccupazioni della sinistra: il "classismo" viene considerato come se fosse un'oppressione come tutte le altre. Lo storico E.P. Thompson analizza la costruzione delle classi sociali, ed influenza storici come Markus Rediker, in quanto promuove una «storia dal basso», attraverso una storia sociale del capitalismo che adotta il punto di vista delle classi subalterne. E.P. Thompson diviene così una figura della sinistra anti-stalinista, e lancia una polemica contro il filosofo Louis Althusser, nella quale rimprovera allo strutturalista di promuovere una teoria fumosa che non presta alcuna attenzione ai fatti empirici.
E.P. Thompson è l'autore di un importante libro di storia sociale su "La Formazione della Classe Operaia in Inghilterra", in cui critica "l'economismo", secondo il quale le classi sociali si ridurrebbero ad un fenomeno socio-economico che esiste indipendentemente dalla coscienza dei loro membri. La classe operaia è essa stessa anche parte pregnante della propria formazione, è l'esperienza a permettere l'emergere delle classi sociali, e quest'esperienza è composta da un insieme formato dai valori, dalle rappresentazioni, e dagli affetti posseduti da una classe sociale. La posizione degli individui nella struttura sociale, ma soprattutto il loro vissuto, alimenta tale esperienza.
Anche il sociologo Erik Olin Wright fa parte della tradizione marxista e rimane attaccato ad un'analisi di classe, osservando soprattutto quelle che sono le contraddizioni delle classi medie, insieme a quelle di dirigenti e manager. Questi sono dei salariati, che però esercitano una funzione di direzione al fine di disciplinare i dipendenti: più è elevata, la posizione sociale nella gerarchia dell'impresa, più il salariato si identifica con la borghesia. Eirk Olin fa anche uso del termine di sfruttamento, piuttosto che del concetto fumoso di dominio, in quanto lo sfruttamento designa un rapporto sociale secondo cui gli sfruttatori hanno bisogno degli sfruttati. Contrariamente a quanto avviene con i nuovi pensatori, Erik Olin Wright focalizza la sua analisi sui luoghi di produzione.

Mettere insieme Teoria e Pratica
Il libro di Razmig Keucheyan permette di poter presentare in maniera accessibile i pensieri degli intellettuali alla moda, e supera lo scoglio di quel che è il loro compleso gergo in modo da tentare di chiarire quali sono i loro propositi. Soprattutto, Razmig Keucheyan cerca di situare questi nuovi pensieri nel loro contesto storico e politico. Certo, egli mantiene una certa compiacenza nei confronti di molta paccottiglia di questi intellettuali, ma la sua ricerca della contestualizzazione consente di sottolineare quali sono i limiti di questi nuovi pensieri critici. Razmig Keucheyan insiste sulla separazione fra la teoria e la pratica: assai spesso gli intellettuali sono degli accademici, e le loro analisi sono finalizzate al riconoscimento da parte dei loro colleghi e delle loro istituzioni, non hanno la vocazione a rovesciare l'ordine sociale: gli intellettuali non partecipano alle lotte sociali, e quindi la dimensione strategica sparisce. Gli intellettuali più brillanti possono anche fare delle scoperte rilevanti, ma non si interrogano sulle possibilità che tali scoperte hanno di rovesciare l'ordine esistente, e inoltre i nuovi pensieri critici si stanno allontanando dalle preoccupazioni e dalla vita quotidiana delle classe popolari. Mentre, al contrario, è nei movimenti di rivolta che vengono elaborate delle riflessioni critiche che possono permettere di cambiare il mondo.
Quella che ne viene fuori è una zuppa postmoderna  che valorizza le identità particolari. Lo sfruttamento, l'alienazione ed i rapporti sociali di classe vengono considerati come secondari; gli intellettuali non si identificano più con il proletariato, ma compongono una nuova classe sociale, la piccola borghesia intellettuale, che difende i suoi propri interessi. Un tale gruppo sociale gode di un relativo benessere materiale, quindi il riconoscimento diventa più importante della lotta per il miglioramento delle sue condizioni di esistenza.
Il limite del libro di Razmig Keucheyan  consiste nel suo approccio: si concentra sulla presentazione delle figure intellettuali, e si lega a quelli che sono i residui del marxismo-leninismo. Sarebbe più interessante tracciare una mappa, non di individui, ma di correnti intellettuali e politiche, e sarebbe più pertinente guardare ai tentativi di ri-attualizzazione del pensiero libertario, del sindacalismo rivoluzionario, del comunismo dei consigli, della critica situazionista e dei marxismi anti-burocratici. Ma Razmig Keucheyan, da buon estremista di sinistra, confonde questa tradizione intellettuale con l'anti-totalitarismo di Bernard-Henri Lévy. Eppure, solo le correnti comuniste libertarie consentono di farci uscire dall'impasse autoritaria e riformista dei nuovi pensieri critici.

sinistra libro

fonte: Zones subversives - Chroniques critiques

Beviamo, beviamo!

ubriachi

Secondo una leggenda africana, le donne persero coda e pelliccia quando il dio della creazione insegnò loro a fare la birra. Fu così che ebbe origine l’umanità. Da allora, incontriamo l’alcol ovunque, dai primi insediamenti neolitici fino alle astronavi che sfidano l’ignoto spazio profondo, e insieme al bere troviamo la sua compagna più sfrenata, allegra e sovversiva: l’ubriachezza. L’ubriachezza è universale e sempre diversa, esiste in ogni tempo e in ogni luogo. Può assumere la forma di una celebrazione o di un rituale, fornire il pretesto per una guerra, aiutare a prendere decisioni o siglare contratti; è istigatrice di violenza e incitamento alla pace, dovere dei re e sollievo dei contadini. Gli esseri umani bevono per sancire la fine di una giornata di lavoro, bevono per evasione, per onorare un antenato, per motivi religiosi o fini sessuali. Il mondo, nella solitudine della sobrietà, non è mai stato sufficiente. Breve storia dell’ubriachezza osserva il nostro passato dal fondo di una bottiglia, da quello spazio vitale – il bar – che è abolizione temporanea delle regole dominanti, festa del divenire e convegno di gioie. Grazie alla scrittura colta ed esilarante di Mark Forsyth, vivremo l’ebbrezza di un viaggio che dalle bettole degli antichi sumeri penetra nelle stanze di un simposio ateniese; assisteremo al sorso di vino che ha cambiato il mondo per sempre, quello bevuto da Cristo nell’ultima cena; entreremo nella taverna in cui è nata la letteratura inglese e ascolteremo il crepitio dei revolver nei peggiori saloon del Selvaggio West. Infine, come in quell’antica leggenda africana, scopriremo che la nostra civiltà nasce grazie al sacro dono dell’alcol: perché bere è umano, ubriacarsi è divino.

(dal risvolto di copertina di: Mark Forsyth, "Breve storia dell’ubriachezza". Il Saggiatore.)

Stivate di barili colmi di bevande alcoliche e di uomini pronti a svuotarli: le navi che dai porti del Vecchio Continente salparono alla volta delle Americhe portarono in quei luoghi un nuovo sapere alcolico. Inclini al bere, educati alla mistica del vino, frequentatori di taverne, i colonizzatori incontrarono dall'altra parte del mondo culture indigene tra loro molto diverse, che avevano stabilito nei secoli rapporti complessi con una vasta serie di prodotti fermentati, rapporti in cui il rituale dell'ubriachezza poteva a volte assumere un carattere di sacralità. Dall'impatto sorsero nuovi modi di bere all'eccesso: sbornie epocali, malsane, curative, profetiche, battagliere, mortali, punibili, estatiche, comuni, solitarie, artistiche, visionarie, sacre, profane.

(dal risvolto di copertina di: "Sbornie sacre, sbornie profane. L'ubriachezza dal Vecchio al Nuovo mondo", di Claudio Ferlan".Il Mulino.)

Storie di ubriachezza
- di Mauro Portello -

Sono milioni gli individui che soprattutto verso sera entrano in un clima interiore fatto di ansia diffusa e aspettative strane, non ben definite, qualcosa che ha a che fare con la pulsione alla fuga, con il desiderio di evasione, di liberazione. C’è in loro un certo nervosismo. Ma tutto si placa, verso sera, quando appare una qualunque forma fenomenica del noumeno alcolico, dal prosecco al gin-martini… L’alcol sembra l’approdo, e l’alcol era il manque che innervosiva. E tutto subito si colora di serenità, ogni cosa appare ancora sopportabile, ancora possibile; si concepiscono nuovi desideri, viene una rinnovata, magari strampalata, progettualità, una sostanziale voglia di continuare a vivere. Oppure, nella variante gaia, per così dire, il flash alcolico del cicchetto stabilizza e consolida un’idea comunque già ben strutturata che la vita sia pur sempre una bella cosa e che non basti fare altro che mantenerne il ritmo di serenità anche attraverso tutte le microhybris del rituale serotino che servono. Forse è proprio il nostro essere umani che induce una necessaria logorrea, che talvolta si fa insopportabile, per la sua pesantezza, e va in qualche modo fermata, almeno per un po’. C’è come bisogno di una sospensione, di una pausa da tutte le infinite narrazioni, dalle invettive, dalle prediche, dai lamenti, è in quel momento che occorre uno spritz di allentamento, di recupero di leggerezza.
C’è un che di filosofico nell’alcol, è un fatto, provate a spiegarne il perché, il perché lo si cerca e lo si usa in quantità, vengono fuori ragionamenti, riflessioni, misteri, antropologie e psichismi, “piccole trascendenze” (Antonio Moresco). Non può essere un caso che sia stato chiamato anche spirito o cordiale. Non può essere un caso che moltissima letteratura e arte siano fiorite in “ambiente alcolico”.
Nella sua vertiginosa "Breve storia dell’ubriachezza" (il Saggiatore 2018, trad. it. di Francesca Crescentini) il linguista britannico Mark Forsyth prova a sintetizzare una storia, per niente breve, che condiziona l’umanità sin dalle origini. Con fare tipicamente anglosassone, sobrio, scanzonato, ironico e serissimo, Forsyth mostra l’evolversi dell’uso dell’alcol insistendo sul dato antropologico fondamentale: “In qualsiasi luogo o epoca gli esseri umani abbiano vissuto, si sono sempre riuniti per inebriarsi. Il mondo, esperito nella solitudine della sobrietà, non è, e non è mai stato, sufficiente” (p.273). E mettendo in fila le diverse fasi dell’evoluzione, dal brodo primordiale ai voli spaziali, delinea la costante alcolica che via via diventa modalità del sacro, strumento di potere politico ed economico, ma senza mai perdere la sua funzione sostanzialmente autoassolutoria che gli uomini gli assegnano.

Da quando l’enzima ADH4 ha reso capace l’uomo di metabolizzare l’alcol, dieci milioni di anni fa, mettendogli a disposizione un potenziale energetico superiore a quello di tutte le altre scimmie, la storia dell’alcol si è immediatamente intrecciata a quella degli eventi delle grandi civiltà umane. Forsyth parla di una “Preistoria del bere” in cui gli uomini hanno cominciato a coltivare non tanto per produrre cibo, quanto “perché volevamo qualcosa da bere”; e la birra fu l’inizio di tutto grazie al suo essere nutriente, facile da produrre e da conservare così da trasformarsi in un vero e proprio fattore culturale capace di muovere gli uomini a creare agglomerati e la stanzializzazione. Da qui la civiltà.
La birra, dice Forsyth, “è all’incirca il primo argomento su cui la gente ha deciso di scrivere”, le prime scritture erano infatti liste di “pagherò” relativi alle monete correnti, cioè orzo, oro o birra. Con la birra, che bonificava l’acqua generalmente fetida, l’ubriachezza assume nell’antico Egitto caratteri mistici. E questo aspetto avrà un ruolo addirittura dominante nelle vicende storiche dei popoli sud-americani, come vedremo. A questo proposito Forsyth ricorda la essenziale riflessione dello psicologo William James (fratello di Henry): “La sobrietà sminuisce, distingue e dice no; l’ubriachezza espande, unisce e dice sì. […] La coscienza ebbra è un frammento della coscienza mistica, e l’opinione complessiva che abbiamo di essa dovrebbe trovare posto nell’opinione che abbiamo della sua più vasta totalità” (p.63).
Poi arrivano i greci, che “dovevano complicare tutto”, e si mettono a bere vino, introducendo un discrimine tra quei barbari che bevono birra e la propria civiltà evoluta. Per Platone l’uomo ideale è colui che, con una sorta di educazione all’ebbrezza, riesce a mantenere il pieno controllo di sé anche dopo una grande bevuta. È la terra di Dioniso, ma l’ebbrezza deve rimanere una disciplina. Belle le pagine che Forsyth dedica al Simposio platonico. In Cina (qui abbiamo il primo alcolico documentato risalente al 7000 a.C.) solo Confucio, bevitore energico egli stesso, nel V sec. a.C. riesce a diffondere, introducendo un fitto reticolo di rituali e cerimonie, un uso controllato dell’alcol restituendo pace e prosperità a una società dilaniata dalle continue violenze in cui l’ubriachezza era uno degli strumenti per il potere.
Il nodo delle sacre scritture non poteva non entrare a pieno titolo in questa Storia: da Noè che dopo il diluvio inizia a coltivare una vigna e a produrre vino, all’ultima cena in cui il vino assume un preciso ruolo simbolico per la cristianità. Né l’Antico Testamento né il Nuovo condannano l’ubriachezza in modo definitivo, in essi si afferma sempre l’istanza della moderazione. Sarà il Medioevo a dare inizio all’inane lotta all’ubriachezza trasformandola in peccato; un peccato che nei fatti sarà regolarmente perdonato in nome della tolleranza verso l’alcol inteso come determinante fattore di aggregazione sociale.
Nel mondo islamico l’ebbrezza è una faccenda che riguarda il dopo, solo nell’aldilà si potrà bere molto e bene, così nel Corano la sura 47:15 recita: “ci saranno ruscelli di un’acqua che mai sarà malsana e ruscelli di latte dal gusto inalterabile e ruscelli di un vino delizioso a bersi e ruscelli di miele purificato”.

E “chi beve vino in questo mondo senza pentirsene, non lo berrà nell’altro mondo” dice l’Hadith, la raccolta successiva di detti di Maometto. Forse proprio in quel “pentirsene” o meno sta la realtà dei peccaminosi bevitori del Medio Oriente. Forsyth cita le “khamriyya”, cioè le canzoni del vino, del più grande poeta arabo Abu Nuwas che scriveva a Bagdad nel IX secolo d.C., come documenti della controversa sensibilità verso l’ebbrezza da alcol in quella parte del mondo nella quale accanto al divieto anatemico avviene anche ciò che un mullah iraniano ha raccontato nel 2003 (!): “Nemmeno gli occidentali bevono come noi. Loro si versano un bel bicchiere di vino e lo sorseggiano. Noi, qua, piazziamo un barile di vodka da quattro litri sul pavimento e lo scoliamo finché non ci vediamo più. Non sappiamo neanche come si consumino gli alcolici, o roba del genere. Che gente che siamo. Maestri dell’eccesso e dello spreco” (p.146).
Nel viaggio di Forsyth l’Europa appare come una sorta di fulcro, dove l’usanza dell’alcol si è realizzata e fatta cultura. Da lì molte delle vicende alcoliche dei popoli si sono generate. Nel nord Europa vichingo l’ubriachezza era una precisa cifra sociale, Odino, il capo degli dèi vichinghi, era “l’ubriaco” e vegliava su una società in cui “L’alcol era autorità, l’alcol era famiglia, l’alcol era saggezza, l’alcol era poesia, l’alcol era il servigio reso all’esercito e l’alcol era destino” (p.149). Nella Londra tra Sei-Settecento, la città più grande del mondo con circa 600.000 abitanti, ci fu il passaggio dalla birra al gin e in certi quartieri si pensa che una stanza su cinque fosse uno spaccio di gin, sempre piena zeppa di gente sudicia che affogava i dispiaceri bevendo, o che dormiva per smaltire i postumi di sbronze di un gin che con una doppia distillazione arrivava a 80% vol. È da lì che nella seconda metà del Settecento questa “vistosa classe inferiore” si è spinta verso le terre che sarebbero diventate gli Stati Uniti d’America e l’Australia. Dove l’alcol, in positivo e in negativo, ha tracciato i percorsi praticamente di ogni sviluppo politico-sociale. In America lo stesso George Washington dopo aver perso la prima tornata politica, nella seconda, per diventare il primo presidente americano, dovette concepire un’astuta campagna elettorale basata sulla distribuzione di alcolici agli elettori. Un paese marchiato dall’alcol, dai saloon del far west al proibizionismo; dove, secondo un rapporto interno della NASA, persino gli astronauti si sono sbronzati in ben due missioni. In Australia per più di vent’anni ci fu il dominio dei famigerati galeotti dei Rum Corps, un regime fondato sul ferreo controllo del commercio di alcolici.
La domanda è sempre la stessa: perché gli uomini cercano l’alcol? Perché in un paese come la Russia (vodka a volontà dal XV secolo grazie ai mercanti genovesi), solo nel 2010 il ministro delle Finanze Aleksej Kudrin ha potuto dichiarare che “Quelli che bevono sono anche quelli che ci aiutano di più a risolvere i problemi della società, come l’espansione demografica, lo sviluppo di altri servizi sociali e il sostegno al tasso di natalità” (p.254)?
Forsyth parla di “culture asciutte”, in cui l’alcol è assunto con un certo rigore (nei paesi nordici si tende a non bere durante il giorno e la settimana, ma si può esagerare nel week-end), e “culture bagnate” in cui l’alcol entra nella vita quotidiana senza particolari eccessi (nei paesi mediterranei). Sono utili categorie antropologiche per capire la vicenda della colonizzazione europea del Sud America, dove, appunto, le “culture bagnate” latine hanno in qualche modo prodotto le “culture asciutte” dei colonizzati. Proprio alla penetrazione degli europei nel continente americano è dedicato il libro di Claudio Ferlan, Sbornie sacre, sbornie profane. L’ubriachezza dal Vecchio al Nuovo Mondo (Il Mulino 2018), un’altra storia di ubriachezza, per così dire, dove l’aspetto strumentale dell’uso dell’alcol emerge con particolare forza: l’ebbrezza nella vicenda della colonizzazione centro-sud e nord americana mette in relazione quelle due culture.

L’ubriachezza, dice Ferlan (con la mano ferma dello storico), è sempre stata difficile da perimetrare, una materia davanti alla quale storicamente lo stigma delle istituzioni e persino della medicina hanno sempre avuto scarso ascolto. Venendo dalla terra, l’uva, il grano sono sempre stati intesi come fattori di civilizzazione e l’ebbrezza di fatto è stata una “pratica ancestrale” (p.19). Nel trasferire la “malapianta” dell’uso smodato di alcol nel Nuovo Mondo, dopo che nel Vecchio la “follia reversibile” dell’ubriachezza aveva affrontato, con successo, le prove della cristianizzazione, della Riforma e della Controriforma, gli europei si sono inventati un formidabile strumento di guerra, un’arma sofisticatissima di penetrazione (qualche vaga analogia con l’odierno uso “malvagio” della rete?), capace di controllare, per almeno tre secoli, gli aspetti più profondi delle aggregazioni sociali intervenendo su rituali religiosi e politici. L’immagine più straziante è quella del povero Geronimo, il gigante della lotta degli indiani d’America, che vecchio e ubriaco di whisky cade da cavallo nella notte e muore di freddo. Impossibile non pensare che senza l’alcol la Storia sarebbe stata un’altra cosa.
Una ricerca recentissima condotta in 195 paesi dal 1990 al 2016, presentata sulla rivista “Lancet” mostra come l’alcol nella società odierna sia ancora presente innanzitutto sotto forma di dramma. “Nel 2016 – si dice – era il settimo fattore di rischio non solo di morte prematura, con 2,8 milioni di morti (circa il 10%, maggiore per i maschi), ma anche di perdita di salute”. Lo studio, presentato da Alberto Mantovani, direttore dell’Istituto di ricerca milanese Humanitas, nel “Corriere della Sera” nello scorso settembre, rileva anche il vero dramma di una follia non sempre reversibile e cioè il fatto che “il consumo di questa sostanza rappresenta la più grave causa di morte prematura e disabilità fra i 15 e i 49 anni”.
Che dire? Siamo nell’antropocene e mi sa che una delle cicatrici più vistose che l’uomo lascerà della sua permanenza sul pianeta sarà proprio questa sinistra attrazione per l’ubriachezza, e nessuno saprà mai veramente il perché. Forse era semplicemente perché la vita era bellissima e insopportabile.
Per l’immediato, se è vero che l’alcol sprigiona il suo potere magico (di ammorbidire i lacci dell’Io e di lasciar andare le pulsioni) e distribuisce la sua felicità su una soglia, non prima e non dopo (infatti non la si deve superare) poiché se no diventa sofferenza, credo valga ancora sommamente (lo condivido con Mantovani) ciò che il manzoniano gran cancelliere spagnolo Ferrer (I promessi sposi, cap. XIII) rivolge al cocchiere mentre avanza con la carrozza tra la folla: “Pedro, adelante con juicio”. 

- Mauro Portello - Pubblicato su DoppioZero il 18 ottobre 2018 -