Il Critico dell'Ordine
- di Juan Benet -
Alcuni insinuano che stia arrivando una nuova era retorica, simile a quella che l'Impero romano visse durante la dinastia antonina. Ed ecco che così, a un periodo dominato dalla libera creazione, ne seguirebbe solitamente un altro, più interessato allo studio e all'analisi dei testi precedenti, di modo che così, per il critico e il ricercatore, arriva il momento di occupare quella che nella cultura è la posizione di comando, rimasta vacante a causa dell'abdicazione da parte del narratore o del poeta. Nessuno, quel punto, si stupirà dell'entusiasmo e del fervore con cui il nuovo retore assumerà il comando della prima autorità gerarchica, e non tanto per la brama di potere in sé, quanto piuttosto per le possibilità che questo momento offre per poter esercitare un insegnamento, il quale dovrà essere ricevuto con obbedienza e rispetto. Infatti, la funzione primaria del critico dovrebbe essere quella di insegnare, ma gli è che quando la cultura si trova a essere in gran parte nutrita e sostenuta proprio da coloro che ne disdegnano le regole - e sono più dediti a ricreare e a inventare - ecco che allora. piuttosto che insegnare e informare, il lavoro di insegnamento svolto dal critico si trova spesso offuscato dal disagio causato dalla servitù ai testi , come dire, nei confronti di gusti e maniere che non coincidono con i propri. Quanto può essere frequente allora che il critico nostalgico e amareggiato – similmente all'insegnante incaricato di tenere un corso su una materia che non è la sua e che non gli procura alcun piacere, obbligandolo a uno sforzo supplementare che, come se non bastasse, lo pone anche in una situazione difficile di fronte ai suoi studenti - il quale riesce a parlare solo di confusione e decadenza ogni volta che deve confrontarsi con ciò che sa a malapena giudicare. Pertanto, non stupisce che non appena egli arriva al potere, la prima cosa che intende fare sia quella di imporre la disciplina. In ultima analisi, chi sceglie la critica si autodenuncia: egli di solito è un uomo d'ordine che ama le regole, per il quale non esiste nulla di più emozionante della validità universale di un principio, dell'infallibilità di una dottrina, della sacralizzazione di un nome, o dell'eternizzazione di un valore: vale a dire, ama tutto ciò contro cui la cultura (forse l'unica attività umana che mette in discussione tutto e che, in linea di principio, non deve rispettare nulla) ha sempre combattuto. È per questo che l'epoca retorica è così ben distinguibile: essa inizia proprio nel momento in cui il critico comincia a polemizzare. Non appena - non accontentandosi solo di giudicare la nuova opera - comincia a indicare al creatore di quell'opera quale deve essere la condotta da tenere e il percorso da seguire. Insomma, quando diventa un vigile del traffico.
Non gli basta più insegnare, ora deve imporre. E analogamente a quel che fa quell'insegnante che impone la propria gerarchia oltre i limiti dell'aula, anch’egli non si limita solo a imporre i propri criteri nel campo di una materia, ma pretende che l'allievo si conformi al modello che lui stabilisce per ogni cosa: in che modo debba stare seduto e parlare, quali libri dovrà leggere, a quali dogmi deve credere e quali santi è obbligato a venerare. Poiché, altrimenti, ogni cosa finirebbe per diventare confusione... o decadenza. E alla fine, quando l' atmosfera risulta satura di tutta questa obbedienza a modelli e dottrine, ecco che l'epoca retorica si conclude - e non potrebbe essere altrimenti – poiché finisce per essere solamente una tautologia morale: il Critico, a forza di imporre i propri criteri, finisce per parlare solo di sé stesso. La dottrina sorregge e ingloba i modelli, tanto quanto i modelli inglobano la dottrina... e non c'è nulla di meglio che la disobbedienza, escogitata dall'uomo, per poter uscire da questa situazione soffocante. Il termine che viene usato di solito dal critico (sempre sufficientemente istruito per nascondere la propria genealogia di regime) è sempre lo stesso: confusione il più delle volte, decadenza altre. Così, quando mi capita di sentire le ammonizioni con cui un critico travolto dagli eventi si rivolge al suo pubblico per fargli sapere che, nonostante il caos, lui conserva la giusta misura di virtù; quando leggo quelle frasi sulla “confusione che regna nel mondo delle lettere...”, o sul “percorso di rigenerazione della nostra narrativa”, non mi chiedo nemmeno più come sia possibile che le persone che sembrano conoscere il rimedio a questi mali si lamentino così tanto, anziché mettere in pratica la cura o, quantomeno, proporre al pubblico la loro misteriosa medicina. Sono consapevole del fatto che si tratta solo di modi di dire e che, in fondo, servono solo a nascondere l'intima pochezza dell'indole critica. È fin troppo noto che non esistano rimedi di tale genere; che non esistano strade per la rigenerazione dell'arte fornite dalla teoria, e che un ambiente culturale sarà tanto più ricco e fertile quanto più sarà confuso. Ogni volta che li sento parlare di confusione e di decadenza, penso all'espressione di nostalgia e di ammirazione con cui si ricordano di quell'ordine che regnava nelle aule dei seminari in cui molti di loro si sono formati.
- Juan Benet - da "Articoli (1962-1977", Ediciones Libertarias
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