domenica 4 aprile 2021

La Resilienza, ovvero la Capitolazione

Abitare la catastrofe
- di Sébastien Navarro -

«Dopo il 2011, vale a dire tre generazioni dopo Hiroshima,
i giapponesi sono ridiventati dei topi da laboratorio.»
(Jean-Marc Royer, Le monde comme projet Manhattan.)

«La cosa più terrificante della radioattività, è che essa annienta lo spirito; e questo ciò che sento profondamente dentro di me. Su ogni minima cosa della vita quotidiana, nutro dei dubbi. Non c'è più alcuna certezza. Ogni cosa vacilla. Tutto quanto è falso. È così che viene soffocata la coscienza», è questo ciò che nell'autunno del 2012 constata Yasushiro Abe, responsabile del Cinema Forum Fukushima, un anno e mezzo dopo che i nuclei dei tre reattori della centrale nucleare di Fukushima Daiichi sono entrati in fusione.
Ogni cosa vacilla, tutto quanto è falso, la coscienza rimane come soffocata; queste poche parole, quasi basterebbero a riassumere il lavoro paziente e minuzioso fatto da Thierry Ribault, nel suo ultimo libro intitolato "Contro la Resilienza". Nel corso delle pagine, l'autore disseziona quelli che sono gli aspetti psicologici, tecnici e politici di questa Resilienza, vista come una «tecnica del consenso». Al timone di questa «cogestione dell'agonia» troviamo - senza alcuna sorpresa - i diversi strati delle autorità pubbliche giapponesi, ma anche strutture accademiche come il FURE di Fukushima (FUkushima FUture Center for REgional REvitalization) che ambisce a promuovere una «cogestione post-catastrofica», soprattutto attraverso suggerimenti e raccomandazioni a porre in atto delle «buone pratiche», che mirano a creare le condizioni che permettano di vivere insieme ai radioisotopi secondo le regole del «buon vicinato». Cosa a cui puntano questi famosi «Dialoghi», che vengono organizzati dalla Commissione Internazionale di Protezione Radiologica (ICRP), nel corso dei quali degli esperti accreditati invitano i residenti abilmente disorientati ad addomesticare, se non a scacciare, qualsiasi sensazione di terrore e di disperazione nei confronti della minaccia radioattiva.

Partendo dalla resilienza delle cose - vista come la capacità, che ha un materiale, di tornare al suo stato precedente malgrado i ripetuti shock - per arrivare alla resilienza degli esseri umani che vengono invitati a ripopolare il loro territorio contaminato dall'impronta del fuoco nucleare -, la sfida alla fin fine appare essere quella di una sorta di «rinascita» nicciana che insinua che tutto ciò che non uccide rende più forti.
Vista dalla Francia, e a partire da un simile concetto di resilienza, abbiamo in mente soprattutto il lavoro mediatico del neuropsichiatra Boris Cyrulnik, autore tra l'altro, alla fine degli anni '90, di "Un merveilleux malheur" [tradotto in italiano nel 2000 come: "Il dolore meraviglioso", Frassinelli], il cui titolo è un ossimoro che dovrebbe spingerci a trarre riflessione da tutte quelle donne e quegli uomini  che sono riusciti a ricostruire sé stessi dopo aver sopportato difficoltà e sofferenze che hanno distrutto più di una persona. A prima vista quindi, sembra che non ci sia niente di particolarmente brutto in ciò che assomiglia a una risorsa psichica ovvia, la quale è parte di qualsiasi pulsione di vita. Si troverebbero perciò, disseminati in ciascuno di noi, i germogli di un'irriducibile vitalità, la quale non chiederebbe altro che di venire educata in modo da permetterci di trasformare gli ostacoli della vita quotidiana in altrettanti trampolini che ci permetterebbero di saltare verso una realizzazione sempre più completa della personalità. Ciò nondimeno, rimane il fatto che nel prisma di questa psicosociologia individualizzante, comincia già a farsi sentire una distinzione tra coloro che avrebbero le risorse per ricostruirsi e quelli che non le hanno. Dal momento che se la resilienza è innanzitutto un lavoro su di sé, un'interiorizzazione e una metabolizzazione delle afflizioni, la sua distribuzione tra gli esseri viventi è terribilmente disuguale. La resilienza non è affatto una cicatrizzazione naturale e universale, ma essa si ottiene e si guadagna attraverso il dolore, poiché come dice Ribault: «Solo chi sa soffrire può pretendere la sopravvivenza.» Da lì a tessere i fili di una «eugenetica soft», la tendenza ad un ennesima incarnazione del darwinismo sociale meritava quantomeno di suscitare una certa preoccupazione, soprattutto quando i suoi aspetti più perversi vengono messi in gioco al fine di invitare legioni di cittadini ebeti a santificare - volenti o nolenti – questo scrigno, divenuto altamente tossico, del Tohoku.

Quindi che cos'è la «Resilienza» della quale Thierry Ribault ci descrive i misteri, se non innanzitutto il dispiegarsi di una politica totale di impresa che attacca il cuore e la mente dei suoi bersagli?
Il cuore che cercheremo di prosciugare e inaridire affinché scacci tutto il sangue cattivo legato ad una paura razionale delle radiazioni; la mente, che verrà rivoltata come se fosse un guanto da cucina, in modo che la vita prenda in mano il proprio destino per diventare il carnefice sanitario della sua sopravvivenza quotidiana. Bisogna visualizzare queste scene della vita quotidiana: madri che accompagnano a piedi i loro figli a scuola, munite di contatore geiger in modo da evitare gli hot-spot (i punti caldi ad alta intensità radioattiva), mentre cantano una filastrocca e proteggere così i loro bambini dai cocktail radio-nucleari. Dopo tutto, gli esperti nucleari non hanno forse chiarito in tutti i modi possibili che il pericolo non è poi così grande? E che se c'è un pericolo, questo ha luogo prima di tutto nella rappresentazione che ce ne facciamo. Ed è questa rappresentazione, irragionevolmente ansiogena, che la competenza nucleare si propone di riempire di arcobaleni. Dall'angoscia al benessere, la strada è la resilienza. A coloro che dopo la catastrofe nucleare sono scappati dalle loro case, dai loro campi, dai loro uffici, dai loro giardini, viene ripetuto il messaggio continuamente: dopo dieci anni, ora è tempo di ritornare. Decontaminati, delimitati, campionati e spettrografati, i luoghi sono sicuri. E se non ne siete convinti, ciò è perché in voi in fondo persiste ancora un vecchio freno nucleofobico, una paura fantasmatica che non ha ragione di esistere. Parola di scienziato. Una parola traballante e mortifera, ci dice Ribaut, di quella che è una scienza mobilitata «per avviare la popolazione ad un'attenuazione della propria apprensione, e fornirle perciò le migliori ragioni per potersi adattare alla vita contaminata e salvare così pazientemente sé stessi». O meglio ancora: «di auto-degradarsi in tutta tranquillità». Una parola traballante e mortifera proveniente da una scienza «sballata» poiché fornisce studi incompleti e parziali (ah! quelle famose soglie di esposizione magicamente sovrastimate per poter evitare alle autorità giapponesi di dover evacuare una quota troppo grande della popolazione). La parola traballante e mortifera di una scienza che esalta i benefici che proverrebbero da una delirante ormesi: vale a dire, tutti i benefici che deriverebbero da un organismo potenziato grazie al cesio-137 e lo stronzio-90.

Tutti mutanti, tutti aumentati dai tumori alla tiroide! L'incubo è un sogno al contrario; la realtà, una volta irradiata rimane soggetta a quello che ormai non è altro che un «mondo falsificato». Ribaut non è certo un cinico e per questo evinciamo che sia rimasto pietrificato dal dispositivo che egli stesso ha messo freddamente a nudo. E se non lo è lui, lo siamo noi al posto suo. Tra il nucleare e gli esseri umani, la repulsione attrattiva è vecchia di decenni e la miscela di terrore e fascinazione si è come vetrificata. In piena guerra fredda, la giaculatoria diplomatica degli «Atomi per la Pace» aveva il suo fondamento nelle tombe in cui si trovavano sepolti i centinaia di migliaia di Hibakusha di Hirosima e Nagasaki. «La morte erotizzata», come l'ha diagnosticata Jean-Marc Royer. La morte in agguato, ovunque e da nessuna parte simultaneamente: silenzioso conto alla rovescia verso delle sinuose carcinogenesi. Contro un tale destino di vita mutilata, contro questo fumo negli occhi istituzionalizzato che necrotizza i nostri istinti di sopravvivenza e che altera le nostre facoltà di giudizio , ci mette in guardia Ribaut: c'è il rischio che di porsi in attesa di una «verità redentrice». Il rischio di crogiolarsi nelle rotelle matematizzate di una cogestione cittadina, di ritrovarsi dentro gli ingranaggi dell'ingegneria del disastro, di non separarsi mai dal misuratore che ci consente di verificare continuamente la propria soglia di esposizione. Il rischio di acconsentire alla fine a condurre una semi-vita fatta di protocollo, per quanto prodotti da una serie di istanze indipendenti e da una elevata integrità. La sfida si situa altrove. Si tratta di rifiutate l'accomodamento patogeno venduto come se fosse un orizzonte insuperabile da parte di persone accondiscendenti che partecipano di una «cultura pratica della protezione radiologica»; si tratta di «avvertire la minaccia, diventarne pienamente consapevoli – facendolo anche attraverso la paura e la fuga - e attaccare le cause reali».

E qui Ribaut tira fuori quella grande e vecchia parola, «libertà», al giorno d'oggi oramai corrotta dai bottegai della sociologie postmoderne, in cui l'essere umano non sarebbe altro che una pallina da flipper che viene sballottata al ritmo dei respingenti dei suoi determinismi. Ma se esiste una cosa essenziale da ricercare per tutti coloro che vogliono infrangere la gabbia della propria impotenza e agire, allora si tratta proprio di questo «desiderio di avere il potere necessario a dominare le proprie condizioni e scelte di vita». Nel secolo scorso, una libertà sartriana, pensata sotto la minaccia dell'occupante - « dove il veleno nazista si è infiltrato fin dentro il nostro pensiero » -, poteva essere compresa come se fosse tanto « la conoscenza più profonda che l'uomo potesse avere di sé stesso » quanto « il potere di resistenza alle torture e alla morte » [*1]. Contro questa capitolazione che ci vorrebbe spingere a lavorare e a pensare nel contesto di un complesso energetico che è sempre stato militare-industriale, vale a dire, in guerra perpetua contro ciò che è vivente, bisogna saper accogliere e ricollegarsi a questa arcaica e salutare paura del pericolo che, contrariamente a quanto affermano tutti in coro gli amministratori della catastrofe, è il primo livello di qualsiasi e di ogni «consapevolezza che stiamo conducendo la nostra esistenza in un mondo falso, vale a dire, in un mondo nel quale il soggetto è strutturalmente sfasato; e quindi opporre il suo rifiuto ad essere oggetto di un rimodellamento artificiale che mira al suo adattamento indefinito al nuovo ambiente, svolto attraverso un lifting indolore, e in cui la resilienza è il bisturi».

- Sébastien NavarroPubblicato il 29/3/2021 su  A contretemps -

NOTA:

[*1] Jean-Paul Sartre, Situations III, Les Lettres françaises, 1944

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