domenica 11 aprile 2021

Naja

La mia naia (in un'epoca in cui, al posto dei Colonnelli, sono ora di moda i generali).

La mattina mi alzavo di buon'ora. No, non perché fossi mattiniero ma, com'è noto, nelle caserme la tromba suona assai presto, e tocca poggiare i piedi per terra.
Poi, dopo avere ingurgitato un'ignobile sbobba che chiamavano colazione, mi recavo a passo non marziale (dato che non avevo da fingere che stessi facendo qualcosa) alla Palazzina del Comando, dove ritiravo uno strano affare che veniva chiamato “bolgetta”.
Si trattava di una sorta di cilindretto d'ottone, chiuso da un lucchetto e contenente all'interno delle chiavi che servivano ad aprire l'Armeria. Una volta raggiuntala, l'Armeria, e dopo essermi infilato in una tuta blu da lavoro, per prima cosa smontavo minuziosamente qualcosa - una mitragliatrice, una beretta, un garand -, e poi, una volta disposti accuratamente quei pezzi su un banco metallico di lavoro, aprivo il mio libro, quello che al momento stavo leggendo, e mi ci immergevo.
Certi altri giorni, in cui non avevo punta voglia di leggere, prendevo un paio di vecchi Enfield (fucili a canna lunga di fabbricazione inglese), che erano custoditi nel "reparto museo" del mio "posto di lavoro", e con la scusa di provarne l'efficienza, me ne andavo a sparare al poligono di tiro all'interno della caserma. Molte cose ancora avevano da succedere, molto da inventare, molto da vivere, da gioire, e da penare. Chissà se, diversamente, in qualche modo, tutto sarebbe andato comunque come poi è andato. Allora non me ne curavo, e non avevo nemmeno cominciato a chiedermelo.

Nessun commento: