martedì 28 maggio 2019

Leggere!

Liberare il lavoro, o liberarsi dal lavoro?
- Simone Weil lettrice di Marx -
di Franck Fischbach

Nel suo libro scritto nel 1934, le "Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale", Simone Weil redige un primo capitolo che intitola «Critica del marxismo». Mi propongo qui di esaminare quel capitolo, al fine di determinare la natura e la portata delle critiche che Weil rivolge al «marxismo». Ma indubbiamente bisogna aggiungere immediatamente che la prima questione che qui si pone, alla lettura di questo capitolo e di tutto il libro stesso, è quella di sapere e determinare a chi sia rivolta la critica, o piuttosto le critiche formulate da Weil: se ci si attiene al titolo del capitolo, appare evidente che l'oggetto della critica sia il «marxismo», ma, leggendo il testo, si constata che nessun «marxista», nessuna corrente del «marxismo», né  - come direbbe Ètienne Balibar - alcuno "dei" marxismi viene mai citato, e che alla fine le critiche di Weil sono tutte rivolte a Marx in persona. Da parte di Weil, questo può significare una pura e semplice assimilazione di Marx al (ai) marxismo(i): pertanto fa uso dell'espressione «Marx e i suoi seguaci», senza fare alcuna distinzione fra gli stessi «seguaci», e, soprattutto, inscrivendo tali «seguaci» in diretta continuità con Marx, sulla base di una qualche sorta di principio secondo cui essi sono tutti dei fedeli discepoli del maestro, ed hanno proseguito l'opera teorica e pratica sulla base dei principi di Marx stesso. Insomma, in breve, sembrerebbe che, per Weil, Marx ed il marxismo siano una sola ed unica cosa. Non la rimprovereremo qui per questo, considerando che questo gesto di assimilazione del marxismo allo stesso Marx è perfettamente comprensibile, essendo la Weil un'autrice che scrive nel 1934. Ciò detto, è proprio a partire da questi anni che comincia a diventare possibile non assimilare più immediatamente Marx ed il marxismo, e questo soprattutto proprio grazie alla pubblicazione nel 1932 dei "Manoscritti del 1844" e de "L'ideologia tedesca" - due testi che Simone Weil perciò aveva potuto conoscere quando aveva scritto le sue "riflessioni".
Ad ogni modo, comunque, Simone Weil sviluppa nelle sue "Riflessioni" una critica del marxismo e di Marx le cui grandi linee sono le seguenti. Essenzialmente, lei vede in Marx un pensatore della produzione che avrebbe messo al centro del propria comprensione storica quello che era lo sviluppo delle forze produttive. Ciò avrebbe portato Marx a far dipendere l'emancipazione umana dallo sviluppo stesso delle forze produttive della società: secondo Weil, Marx avrebbe pensato che «ogni progresso delle forze produttive fa avanzare l'umanità sulla strada della liberazione» (R, p.19). Secondo lei, si tratta di una mera "fede", nella misura in cui non vede in Marx alcuna «dimostrazione del fatto che le forze produttive siano suscettibili di uno sviluppo illimitato» (ivi, p.20). A questo si aggiunge che, anche ammettendo che un un simile sviluppo delle forze produttive sia possibile, non c'è niente che garantisca che questo sia un progresso in sé, e che metta l'umanità sulla strada della sua emancipazione. Se il primo di questi due punti indica un'opinione, il secondo viene visto da Weil come un vero e proprio atto di fede che ha fatto nascere una forma moderna di religione: scrive quindi che «la crescita della grande industria ha reso le forze produttive la divinità di una sorta di religione, della quale Marx ha subito suo malgrado l'effetto quando ha elaborato la propria concezione della storia» (ivi, p.21). E dal momento che Marx ha subìto «suo malgrado» l'influsso di questa nuova religione - della quale dobbiamo purtroppo constatare che non è altro che la religione borghese del progresso - in tal misura egli ha fatto quanto meno parte, secondo Weil, di coloro che hanno attivamente partecipato alla sua diffusione, rafforzandone l'effetto: la fede di Marx nel progresso tecnico della grande industria lo avrebbe in effetti portato a prospettare una forma automatica di industria che potrebbe arrivare a rimpiazzare il lavoro umano. Ed è questo il senso che avrebbe il tema, che troviamo in Marx, di una «soppressione» o di una «abolizione del lavoro». Ma, nota Simone Weil, «è unicamente l'ebbrezza prodotta dalla rapidità del progresso tecnico che ha fatto nascere la folle idea che il lavoro umano potrebbe un giorno diventare superfluo» (ivi, p.37). Se seguiamo Weil, Marx avrebbe creduto, sostanzialmente, che sarebbe stato sufficiente lasciare libero corso allo sviluppo senza precedenti delle forze produttive sotto il capitalismo, per far sì che un bel giorno che un tale sviluppo abolisse da sé solo la necessità del lavoro umano e facesse transitare l'umanità dal regno della necessità all'impero della libertà. Insomma, secondo Weil, Marx avrebbe condiviso «la convinzione utopica secondo la quale, attraverso un semplice decreto, il sistema di produzione attuale avrebbe potuto essere messo al servizio di una società di uomini liberi e uguali» (ivi, p.38).
A mio avviso, questa critica di Marx svolta da Weil è interessante e andrebbe presa molto sul serio. Si tratta di una critica attinente, che tuttavia sbaglia indubbiamente bersaglio. È incontestabilmente attinente a quello che può essere chiamato «marxismo tradizionale», e che costituisce l'ambito in cui scrive Weil, e, da questo punto di vista, le critica svolta da Weil mi sembra molto efficace. Ma penso che la critica non riguardi Marx personalmente. E l'interesse maggiore della critica di Weil sta proprio nel fatto che ci permette di distinguere fra Marx in persona ed il marxismo tradizionale. Cercherò qui di chiarire meglio questa distinzione.
Weil attribuisce a Marx una critica del capitalismo che verrebbe svolta dal punto di vista del lavoro, nel senso che il capitalismo svilupperebbe le forze produttive del lavoro in maniera tale da non avere alcun precedente storico, ma allo stesso tempo anche in modo che tale sviluppo non andrebbe a beneficio di coloro che lavorano, bensì piuttosto a loro detrimento, imponendo ad essi delle forme di dominio senza precedenti. L'idea sarebbe dunque quella che il lavoro umano, che in quanto lavoro produttivo assicura il metabolismo uomo/natura, costituirebbe una costante storica, ed ogni società si baserebbe sul lavoro inteso in tal modo; il capitalismo non avrebbe fatto altro che accelerare lo sviluppo delle forze produttive, ma sottomettendo del tutto i lavoratori a quello che è un sistema di costrizione e di dominio; la soluzione consisterebbe in uno sviluppo ulteriormente accresciuto delle forze produttive, e quindi in una liberazione del lavoro tale che finirebbe per liberare gli uomini dal lavoro stesso, affidando alle macchine i compiti produttivi e lasciando agli uomini solo il controllo di tali macchine. Tutto ciò implica più cose: innanzitutto il fatto che l'approccio critico nei confronti di ciò che, nell'esistente sistema attuale, impedisce oppure ostacola la sua propria evoluzione verso un sistema superiore, e quindi, in secondo luogo, il fatto che il sistema post-capitalista (che lo si chiami socialista o comunista, è un altro problema) possa essere generato solo a partire dal sistema attuale così com'è, vale a dire, lasciando che la logica interna si sviluppi a partire dalle basi attuali. Quali siano le idee abbastanza comuni e diffuse nel marxismo tradizionale è certo ed assodato; ma quali siano le idee di Marx in persona è tutta un'altra cosa. Vorrei innanzitutto porre l'idea, eccellentemente formulata da Moishe Postone, secondo la quale la peculiarità della critica di Marx è di non essere una critica che viene svolta a partire e sulla base di ciò che esiste, ma piuttosto una critica di ciò che esiste svolta sulla base e a partire da ciò che "potrebbe" essere - questa è una formula di Postone che bisognerebbe ulteriormente approfondire, dicendo che si tratta, in Marx, di una critica di ciò che è svolta sulla base di ciò che - all'interno di ciò che esiste - "nega" ciò che è. [*1] Ciò implica che la società post-capitalista può nascere solamente da una rottura completa e radicale con la società attuale, e non dallo sviluppo di potenzialità delle quali essa sarebbe già positivamente portatrice. Se si torna alla questione del lavoro, ciò può voler dire quanto segue: Marx non ha detto che ogni società umana si basa sul lavoro, e che questo fondamento trans-storico diverrebbe evidente con il capitalismo e che alla fine si tratterebbe di liberare il lavoro. Piuttosto, Marx ha detto che la società capitalista è la "sola" che sia interamente fondata sul lavoro, e che superare il capitalismo significa passare ad una società liberata dal lavoro, vale a dire non ad una società nella quale non si lavori più, ma ad una società in cui il lavoro non sarebbe più l'unico e solo fondamento dei rapporti sociali. Nel primo caso, di cui Weil fa, a mio avviso a torto, di Marx un rappresentante, si pensa in sostanza che il lavoro raggiunge, o raggiungerà, nel capitalismo il suo punto di sviluppo supremo, e che il passaggio al post-capitalismo avverrà sopprimendo quelli che sono gli ostacoli, come il mercato e la proprietà privata, che il capitalismo oppone in maniera contraddittoria allo sviluppo completo di ciò stesso che è tuttavia il suo principio, ossia il lavoro. Questo equivale a dire che il post-capitalismo è il completamento ed il compimento, vale a dire nei fatti, la "realizzazione" del capitalismo. Ora, a me sembra che Marx abbia pensato che doveva esserne non la realizzazione, bensì, al contrario, la "negazione".

Il lavoro nei Manoscritti del 1844 - Una critica sociale svolta dal punto di vista del lavoro
Il problema. evidentemente, è che un certo numero dei testi di Marx vanno nel senso di liberare il lavoro, e non in quella di liberarsi dal lavoro. Questo è soprattutto il caso dei Manoscritti del 1844. Se c'è un testo di Marx in cui viene svolta in qualche sorta una critica del capitalismo in nome del lavoro, ponendosi dal punto di vista del lavoro, questi sono senz'altro, di fatto, i Manoscritti del 1844. Il punto di partenza, è la comprensione, da parte di Marx, di quest'epoca di lavoro, vista come espressione essenziale della vita umana generica. «La vita produttiva è la vita generica» [*2], scrive Marx, e specifica che il carattere proprio di una specie, vale a dire il suo carattere generico, si basa interamente nella forma del«l'attività vitale» propria di questa specie; ora, nel caso degli uomini, la loro attività vitale propria risiede precisamente nel lavoro, vale a dire nell'attività consapevole e volontaria attraverso la quale essi stessi producono le condizioni per perpetuare la loro propria vita. La vita propriamente umana, scrive Marx, è «la vita che genera la vita» [*3], vale a dire che essa è l'attività produttiva attraverso la quale vengono generate le condizioni della loro propria vita. E questa attività produttiva, negli uomini è cosciente: gli uomini non "sono" solamente la loro attività generica, come le altre specie, gli uomini "sono" la loro attività vitale generica, vale a dire che essi l'assumono come oggetto e ne hanno coscienza: quindi producono consapevolmente e volontariamente le condizioni della loro propria vita, assumendo la loro propria attività come oggetto della coscienza, ed essi producono quindi oggettivamente un mondo che non è altro che l'oggettivazione della coscienza che hanno di sé stesso. «La creazione pratica di un mondo oggettivo, la trasformazione della natura inorganica sono», scrive Marx, «l'attestato che l'uomo è un essere generico cosciente» [*4]. Stabilendo, quindi, in questo modo, un legame essenziale che più che di appartenenza, è di identificazione tra il lavoro e l'essere generico dell'uomo, Marx formula allo stesso tempo il punto di vista che assumerà nel proseguimento del suo testo, e a partire dal quale potrà sottomettere il dispositivo sociale alla critica, a cominciare dalla proprietà privata, tutto ciò che ha avuto come effetto quello di impedire lo sviluppo, o di saccheggiare una parte degli uomini, di questa attività vitale umana che è l'attività della produzione, vale a dire il lavoro. Ora, l'alienazione del lavoro consiste proprio in un tale saccheggio: degli uomini vengono spossessati non solo del prodotto del loro lavoro ma anche del godimento stesso della loro propria attività umana generica. Si tratta perciò di abolire le condizioni che impediscono, limitano e restringono indebitamente il godimento sia di questa attività generica di produzione e dei prodotti che essa genera,  cosa che deve avvenire essenzialmente attraverso la soppressione della proprietà privata e l'abolizione dei rapporti di mercato. Questo permetterebbe di liberare l'attività umana generica, liberazione che punta anche alla probabile abolizione delle attuali divisioni fra lavoro da un lato, e tempo libero dall'altro, oppure anche fra lavoro manuale e lavoro intellettuale: un'attività umana liberata sarà un'attività completa, totale, multiforme o poliforme, e non più suddivisa, frammentata ed unilaterale. Quando si passa dai "Manoscritti del 44" a "L'Ideologia tedesca", non si può non constatare un profonda trasformazione che porta incontestabilmente acqua al mulino di coloro che hanno voluto vedere in questi due testi molto più che un cambiamento, vale a dire una vera e propria rottura o una «cesura». Se ci si attiene al solo tema del lavoro, la cesura appare essere un po' più evidente e difficilmente contestabile: si passa in maniera manifesta da una critica sociale che, nei Manoscritti, viene fatta dal punto di vista del lavoro e "in nome del lavoro", ad una critica del lavoro in sé nell'Ideologia tedesca,e, più precisamente , ad una critica del lavoro che viene formulata nei termini quanto meno radicali dell'«abolizione» o della «soppressione» del lavoro.


Il Lavoro ne L'Ideologia Tedesca: verso l'Abolizione del Lavoro
«I proletari, invece, per affermarsi in quanto individui, devono abolire la loro propria condizione di esistenza quale è stata fino ad oggi, che è allo stesso tempo la condizione di esistenza di ogni società fino ad oggi, voglio dire, abolire il lavoro.» [*5] Quello che Marx dice qui a proposito dei «proletari» viene detto in contrapposizione ai «servi»: per i servi, non si tratta di abolire le loro condizioni, bensì di sviluppare le loro potenzialità e soprattutto, come dice Marx,  di «far valere liberamente le loro condizioni di esistenza già in atto» [*6], vale a dire ottenere il riconoscimento della loro qualità di lavoratore, in modo che un tale sviluppo possa condurli al «lavoro libero», vale a dire precisamente a quella che è la condizione stessa degli attuali proletari. Per contro, questi ultimi non hanno più delle «condizioni di esistenza» che essi possano ancora «sviluppare»: il loro lavoro «libero» significa proprio che non si trovano più in rapporto con nessuna delle condizioni che siano ancora loro, ed al contrario sono separati da ogni condizione del loro proprio sviluppo. Questo perché questi proletari attuali non possono più avere secondo Marx altro obiettivo se non quello dell'abolizione del lavoro in sé. Resta ovviamente da determinare cosa Marx intenda qui esattamente per «abolizione del lavoro».
Ne L'Ideologia tedesca, il quadro della società capitalista assume la seguente forma: si tratta di una società che produce degli individui isolati gli uni dagli altri, e che li pone in concorrenza gli uni con gli altri, sebbene ogni spazio di mediazione fra questi individui isolati prenda la forma di una mediazione esterna rispetto ad essi, che viene loro imposta, che essi non scelgono, in breve, assume la forma di una mediazione che è allo stesso tempo oggettiva e necessaria, quasi naturale. Per esempio, l'appartenenza degli individui ad una classe, a differenza di quella che è la loro appartenenza ad un ordine di quello che era l'ancien régime, assume questa forma di un legame esterno che viene loro imposto dalla necessità: scrive Marx, «La classe diventa a sua volta indipendente rispetto agli individui, in modo che questi ultimi trovano le loro condizioni di vita già stabilite, ricevono dalla propria classe, già programmata, quella che è la loro posizione nella vita [...]; sono subordinati alla loro classe.» [*7]. L'appartenenza ad una classe è una necessità che si impone a degli individui la cui condizione primordiale è quella dell'isolamento e della reciproca concorrenza; è per necessità che questi individui si subordinano ad una classe che è per loro una struttura esterna, costrittiva, imposta e non scelta: «Gli individui isolati formano una classe solo in quanto devono condurre una lotta comune contro un'altra classe; per il resto, continuano ad essere nemici nella concorrenza.» [*8]. La stessa cosa avviene per quanto riguarda un'altra forma di mediazione sociale, quella della divisione del lavoro: lì, con la forza costrittiva e insieme all'esteriorità di una condizione naturale, viene imposta agli individui anche la mediazione sociale. Appena subito dopo aver parlato della subordinazione degli individui alla classe, Marx scrive che «si tratta del medesimo fenomeno della subordinazione degli individui isolati per mezzo della divisione del lavoro», ed aggiunge che «tale fenomeno non può essere soppresso se non sopprimendo la proprietà privata ed il lavoro stesso». Ora, è proprio questo legame tra la soppressione della proprietà privata e la soppressione del lavoro che costituisce la novità de L'Ideologia tedesca: d'ora in poi, la soppressione della proprietà privata diventa la condizione di una liberazione del lavoro, di una realizzazione del lavoro, e non della sua soppressione e della sua negazione.
Forse, possiamo riuscire a chiarire quest'idea di una soppressione del lavoro, se la esaminiamo in quello che è il suo legame con la divisione del lavoro. Il punto di partenza, nella situazione propriamente moderna, è, come abbiamo visto, l'esistenza di individui isolati e concorrenti gli uni con gli altri: questo isolamento e questo rapporto di concorrenza fa sì che gli individui non abbiano alcun controllo sui processi attraverso i quali essi esistono, non solo come individui isolati, ma anche ed allo stesso tempo in quanto individui socializzati. È questa la ragione per cui la loro socializzazione, vale a dire la mediazione sociale, è un processo che rimane esterno rispetto ad essi e che si impone su di loro per mezzo di una forza necessitante che lo rende una costrizione naturale oggettiva. Ora, la più importante forma che è stata assunta fino ad oggi dalla mediazione sociale in ogni società divisa in classi, e ancor di più in una società (moderna) in cui le classe stesse non sono altro che una somma ed un'aggregazione estranea di individui isolati, è stata quella della divisione del lavoro. La divisione del lavoro è la forma assunta dalla mediazione sociale in ogni società esistita fino ad oggi, nella misura in cui ogni società finora esistita è stata una società divisa in classi: questo perché, scrive Marx, tutte le rivoluzioni precedenti si sono accontentare di modificare la distribuzione del lavoro, e quindi di modificare la forma della divisione del lavoro tra le classi, ma non hanno mai cercato in alcun modo di abolire la divisione del lavoro in sé, vale a dire l'abolizione della "forma" stessa assunta fino a quel momento dall'attività sociale, vale a dire dal lavoro. Scrive Marx: «La rivoluzione comunista si orienta contro il tipo di attività che ha prevalso fino a quel momento, sopprime il lavoro [die Arbeit beseitgit] ed abolisce [aufhebt] il dominio di ogni classe nello stesso momento in cui abolisce le classi stesse in sé, dal momento che questo viene attuato dalla classe che nella società non vale più come se fosse una classe, che non viene più riconosciuta in quanto classe, e che in seno alla società attuale è già l’espressione del dissolvimento di tutte le classi, nazionalità, ecc.» [*9]. Quindi non si tratta più di una ristrutturazione della divisione del lavoro, di una semplice modifica della sua forma, ma della sua abolizione pura e semplice. Il che vuol dire che bisogna far sì che la divisione del lavoro non sia più la forma della divisione sociale, ovvero vuol dire che la mediazione sociale fra gli individui non deve più essere realizzata per mezzo della divisione del lavoro. Orbene questo, ci dice Marx, implica che il lavoro in sé dev'essere «soppresso», ossia che venga «abolito». Non si può quindi abolire la "forma" della mediazione sociale della divisione del lavoro senza che debba essere abolita anche il "contenuto" di tale mediazione, vale a dire il lavoro in sé. Ma che cosa può voler dire tutto questo?  
Insistiamo innanzitutto sul legame fra la forma della mediazione sociale ed il contenuto di questa mediazione: nei termini di Marx, si tratta della relazione tra, da una parte (dal lato del contenuto), il «modo di produzione», vale a dire la maniera concreta e materiale in cui gli uomini lavorano e producono, e dall'altra parte, «la forma delle relazioni umane che sono legate a questo modo di produzione» [*10]. E Marx pone che, fino a quel momento, questa forma assunta da quelle che sono le relazioni fra gli uomini è stata una forma necessaria, nel senso che si è trattato di una forma imposta e non scelta, e quindi nel senso di una forma che si presentava come una forma naturale. Scrive Marx: «La dipendenza universale, questa forma spontanea della cooperazione degli individui su piano storico universale, è trasformata da questa rivoluzione comunista nel controllo e nel dominio cosciente di queste forze le quali, prodotte dal reciproco agire degli uomini, finora si sono imposte ad essi e li hanno dominati come forze assolutamente estranee.» [*11]. In questo passaggio, Marx ci dice essenzialmente due cose. Innanzitutto, che la rivoluzione comunista è una trasformazione radicale della "forma" della mediazione sociale, ovvero della forma delle relazioni umane: questa rivoluzione deve far sì che si passi dalla forma della «dipendenza universale» alla forma del «controllo» e del «dominio cosciente». Ma, in seguito, Marx qui ci dice anche che la forma non voluta e non controllata dei rapporti sociali, che ha prevalso finora, ha allo stesso tempo generato delle potenze che hanno dominato gli uomini. Queste «potenze»sono ad esempio quelle del mercato, della divisione del lavoro, oppure, ancora, quella della proprietà. Ma ciò che dev'essere qui osservato, è che queste potenze dominatrici, che appaiono come se fossero estranee agli uomini, secondo Marx sono state create dalle forme dei rapporti sociali, attraverso quelle che sono le relazioni umane dal momento che questa forma finora è stata una forma non controllata ed incosciente. Ciò è interessante, in quanto implica che l'elemento fondatore del dominio sociale cada dal lato della "forma della mediazione sociale, e non dal lato delle forze produttive, contrariamente a quella che è la tesi che Simone Weil, e insieme a lei molti altri attribuiscono a Marx. Pertanto, vediamo chiaramente leggendo L'Ideologia tedesca come, secondo Marx, uno sviluppo superiore delle forze produttive possa sviluppare una ristrutturazione all'interno della forma dei rapporti sociali, e per esempio modificare gli equilibri tra le classi, ma che non potrebbe certamente far sì che tale forma venga essa stessa abolita, e cessi di generare delle potenze che dominano gli uomini. Del resto, Marx lo dice in maniera estremamente chiara quando postula quali siano gli elementi indispensabili per un «sovvertimento totale» della società: «Gli elementi materiali di un sovvertimento totale sono, da una parte, le forze produttive esistenti e, dall'altra parte, la formazione di una massa rivoluzionaria che faccia la rivoluzione, non solo contro delle condizioni particolari della società passata, ma contro la stessa produzione della vita così com'è stata fino a quel momento, contro l'attività totale su cui essa si fondava.» [*12]. Marx dice «le forze produttive "esistenti"»: inutile quindi che esse si sviluppino dell'altro, ulteriormente, il loro attuale sviluppo è pienamente sufficiente, e, soprattutto, non c'è da aspettarsi niente da uno sviluppo superiore di queste forze, e inoltre non c'è nient'altro, a parte che questo solo sviluppo supplementare delle forze produttive che è sufficiente, e da sé solo, a generare e  a portare ad un «sovvertimento totale» della società.
In questo stesso passaggio, Marx parla di una rivoluzione che verrebbe fatta contro - sto citando - «l'insieme dell'attività» che è stata «la base» della «produzione della vita» e della società finora. Che cosa egli intenda per «l'insieme dell'attività» non può avere alcun altro significato che non sia quello dell'attività umana considerata nel suo insieme, vale a dire, sia il suo contenuto che la sua forma. Nel suo contenuto, questa attività è il lavoro umano. Poiché la «produzione della vita precedente» riposa interamente sul lavoro, ed il lavoro è quest'attività che è stato «il fondamento» della «precedente produzione della vita». Che cosa vuol dire? Può voler dire che l'attività fondatrice sarà un'attività direttamente sociale, e che sarà l'attività stessa, cosciente e volontaria, dell'associazione, della cooperazione e dell'organizzazione: un'attività sociale diretta che esiste anticipatamente e immediatamente, secondo Marx, nelle pratiche politiche attraverso le quali il proletariato rivoluzionario si impegna ad organizzarsi. Questo ci riporta alla trasformazione dell'attività "nella sua forma": finora l'attività è stata un'attività imposta agli uomini nel suo contenuto di attività produttrice, ma anche e soprattutto nella sua forma di attività non ripartita e non suddivisa volontariamente e coscientemente da e tra gli uomini stessi. Il cambiamento nella forma dell'attività significa il passaggio ad un'attività che sia direttamente ed esplicitamente sociale, vale a dire ad un'attività il cui carattere sociale non sia più dissimulato né travestito nella forma di una necessità e di una potenza "naturale".

Si comincia a vedere un po' più chiaramente quale sia l'impostazione di Marx ne L'Ideologia tedesca, e che porta all'idea di una «soppressione del lavoro», avendo capito che è questa l'idea che stiamo cercando di comprendere. Il punto di partenza, è la situazione della società civile moderna che Marx comprende ed analizza in maniera assai vicina a quella di Hegel, soprattutto allorché quest'ultimo, ne I Principi della filosofia del diritto, aveva fatto della società civile il momento della più estrema scissione tra la particolarità e l'universalità: da un lato viene concesso alla particolarità, cioè a dire agli individui, come diceva Hegel, «il diritto di svilupparsi e di diffondersi dappertutto», vale a dire il diritto cercare la soddisfazione del loro proprio interesse egoistico, e dall'altro lato viene concesso «all'universalità il diritto di stabilire che essa è il fondamento e la forma necessaria della particolarità» [*13], cosa che ha fatto "imponendo" agli individui un «sistema di dipendenza multilaterale» [*14] sotto la forma di una necessità che viene loro imposta esternamente, e che allo stesso tempo li costringe. Ed è esattamente questo il punto di partenza di Marx ne L'Ideologia tedesca quando pone, da un lato, «la separazione degli individui in quanto individui» e, dall'altro lato, «la loro necessaria unione, implicata dalla divisione del lavoro», e quando aggiunge che, proprio a causa di questa stessa scissione, l'unione, la quale non può che essere necessaria, inoltre non può avere altra forma se non quella di un «legame divenuto alieno agli individui» [*15]. In una situazione di separazione tra gli individui, la cui libertà e diritto consistono nel consacrarsi a quello che è unicamente il loro interesse particolare, l'unione fra questi stessi individui può prendere solo la forma di un legame esterno e costrittivo. Perfino l'interesse «comune» di questi individui. quando per esempio si trovano riuniti in una classe, rimane un interesse particolare, poiché esso è il loro interesse comune unicamente « nei confronti di una terza parte »; e quindi nel momento in cui ne fanno l'oggetto di un'aggregazione esteriore, questi individui non appaiono in tale aggregazione in quanto individui, ma solamente come i rappresentanti, identici fra loro, di un interesse che li riunisce solo esteriormente.
Riteniamo che, nella situazione della società civile moderna, ogni forma di mediazione sociale tra gli individui assume la forma di una necessità esteriore e costrittiva. In altre parole, non esiste mediazione sociale diretta fra gli individui: la loro mediazione sociale passa sempre attraverso un intermediario esterno rispetto ad essi. in modo che la mediazione stessa assuma la forma di una costrizione esterna esercitata da delle istanze che appaiono come oggettive e quasi naturali. Riguarda soprattutto il caso di ciò che dovrebbe essere il prodotto più immediatamente sociale degli individui, ossia la potenza sociale che essi sviluppano attraverso il loro lavoro, vale a dire le loro proprie forze produttive: tali forze produttive che sono quelle della società nel suo insieme, e quindi quelle di tutti gli individui, appaiono agli individui stessi come se fossero separate e «sparpagliate», come l'inverso di ciò che sono, vale a dire come delle forze che non sono loro, come delle forze esterne, e quindi come delle forze che non sono sociali, e come se fossero delle potenze naturali. «In alcuni periodi precedenti» - scrive Marx - «le forze produttive non avevano assunto questa forma indifferente alle relazioni degli individui in quanto individui» [*16]: la contraddizione è quindi estrema, dal momento che queste forze produttive esistono di fatto solo nelle, e per mezzo delle, relazioni fra gli individui; il prodotto sociale degli individui non appare come sociale, esso appare come il contrario di ciò che è, come non sociale, vale a dire come se fosse oggettivo e naturale.
La conseguenza che qui ci interessa, è la forma che assume il lavoro nel momento in cui le forze produttive non appaiono agli individui come le loro proprie forze, vale a dire come delle forze immediatamente sociali. Scrive Marx: «Il lavoro, il solo legame che unisce ancora gli individui alle forze produttive alla loro propria esistenza, ha perso in loro ogni apparenza di attivazione di loro stessi (Selbstbetätigung)» [*17]. Il loro lavoro è il ruolo che gli individui assumono nelle produzione sociale, e quindi in quelle che sono le forze produttive della società, ma, nelle condizioni attuali, non può essere altro che un lavoro isolato, diviso e frammentato, allo stesso modo in cui lo sono gli individui stessi, e perciò un lavoro che non appare agli individui come se fosse un'attività "sociale", ma al contrario come una costrizione naturale loro imposta, come un "mezzo" di cui non si può fare a meno se si vuole vivere [*18]. Proprio in virtù della stessa separazione tra gli individui e le forze produttive che, in sé, non sono altro che le loro stesse forze, ma che necessariamente non vengono considerate come tali - in virtù di tale separazione, quindi, il legame fra un individuo ed il proprio lavoro è anch'esso un legame esteriore: il lavoro di un individuo non è una sua attivazione fatta da lui stesso, non è un'auto-attivazione, ma è al contrario un'allo-attivazione, un'attività che gli viene imposta e che è comandata dall'esterno da altro rispetto a sé stesso. In una situazione nella quale, come dice Marx, «il lavoro può sussistere solo in condizioni di frammentazione» (p.102), sopprimere il lavoro significa perciò sopprimere la frammentazione. E se la «frammentazione» vuol dire che un'attività immediatamente sociale appare come non sociale, sopprimere la frammentazione significa "fare del lavoro" (vale a dire, della produzione della vita materiale) "un'attività immediatamente sociale". Il lavoro potrà diventare auto-attivazione degli individui solo a condizione di partire dal momento in cui diventerà l'elemento in cui avverrà la mediazione sociale [*19]. vale a dire, a partire dal momento in cui il lavoro sarà sotto il controllo cosciente e volontario dei produttori associati.
La «soppressione del lavoro» di cui parla Marx ne L'Ideologia tedesca, è la soppressione del lavoro visto sotto una forma precisa, vale a dire sia sotto la forma di un'attività che è esterna all'individuo, che viene imposta all'individuo come una costrizione, e sotto forma di un'attività che è frammentata e suddivisa che non riunisce gli individui se non sotto la forma non sociale della costrizione esteriore e naturale, o quasi naturale. L'abolizione del lavoro, ne L'Ideologia tedesca, è l'instaurazione di quella che Marx chiama «la comunità dei proletari rivoluzionari che mettono sotto il loro controllo tutte le loro proprie condizioni di esistenza e quelle di tutti i membri della società.» [*20]. L'unione o l'associazione qui è "volontaria", e non più esteriore, necessaria e obbligatoria, e ciò perché , come dice Marx, «gli individui vi partecipano in quanto individui» [*21]: questo vuol dire che partecipano "a titolo individuale", perciò singolarmente, e non più in quanto individui che si riuniscono in un'unità esteriore, rispetto alla quale, nella loro particolarità solamente formale, sono tutti astrattamente identici. Ed è questa forma di partecipazione all'unione volontaria dei proletari a far sì che, per ciascuno di loro, il proprio lavoro divenga sia un'attivazione di sé stesso che un'attivazione immediatamente sociale: di conseguenza, dal quel momento il lavoro si inscrive pienamente nelle relazioni fra gli individui, in modo che non si possa più distinguere, in seno al lavoro, quello che rientra nella produzione, da quello che rientra nell'organizzazione e nel controllo collettivo: viene abolito il lavoro, nel senso che non c'è più distinzione tra il fatto di produrre e l'attività stessi di associarsi e di controllare collettivamente le condizioni della realizzazione di ciascuno.
Riassumendo in poche parole, si può dire che il problema, così come viene pensato da Marx nel momento de L'Ideologia tedesca, consiste nel dare al lavoro la forma di una mediazione propriamente e, soprattutto, "esplicitamente" sociale, vale a dire, nel sopprimere le condizioni che hanno avuto come effetto quello di dissimulare e rendere invisibile agli agenti il fatto che il loro lavoro svolga una funzione sociale, e pertanto consiste nel sopprimere tutte le condizioni che fanno sì che la mediazione sociale appaia agli agenti come se fosse la loro essenza esteriore, ovvero che venga data ad essa la forma di una costrizione esterna, di una necessità naturale che li domina.

Abolire la centralità sociale del lavoro
L'ulteriore passo che viene compiuto da Marx nei Grundrisse e nel I libro de Il Capitale, consiste a mio avviso essenzialmente nel fatto che Marx approfondisca quest'idea per cui il lavoro svolga già, nelle condizioni attuali, una forma di mediazione sociale: la comprensione della forma di tale mediazione attuale dev'essere considerevolmente arricchita, e questo grazie ad una distinzione diventata ormai netta tra, da un lato, il lavoro materiale e concreto per mezzo del quale ogni società assicura il metabolismo uomo/natura, e dall'altro lato il "lavoro astratto" compreso in quanto forma del tutto specifica del lavoro sotto il capitalismo. Di conseguenza, anche l'idea di un'abolizione del lavoro ne viene fuori considerevolmente specificata. Direi che, da L'Ideologia tedesca al I libro de Il Capitale, Marx passa da un'abolizione del lavoro intesa come il fatto di dover dare al lavoro la forma di una mediazione esplicitamente sociale, che ha come effetto quello di dissolvere il lavoro nell'attività dell'associazione e del coordinamento sociale, ad un'abolizione del lavoro intesa come la soppressione della forma specifica di quella mediazione sociale realizzata dal lavoro sotto il capitalismo, cosa che ha come effetto quello di sopprimere ogni mediazione sociale garantita dal lavoro.
In realtà, non si tratta più solamente, come ne L'Ideologia tedesca, di passare dal lavoro in quanto forma di mediazione sociale travestita da necessità sociale e da costrizione esterna, al lavoro visto come mediazione "esplicitamente" sociale, vale a dire come attività socialmente controllata, organizzata in maniera collettiva e cosciente. Più radicalmente ancora, per il Marx del I libro de Il Capitale si tratta di abolire il lavoro in quanto mediazione sociale, sia che questa mediazione venga mascherata e travestita da necessità naturale come avviene nel capitalismo, sia che essa sia organizzata e venga pianificata come è avvenuto sotto quei regimi, alcuni dei quali si sono richiamati a Marx, ma che hanno mantenuto quella centralità del lavoro che Marx al contrario voleva abolire. In effetti, mi sembra che per il Marx de Il Capitale ad essere in gioco sia l'abolizione di ogni società che si basi sul lavoro in quanto unica forma della mediazione sociale: il fatto che questa mediazione si presenti come naturale e oggettiva e che sia incontrollata, oppure che essa pretenda di essere volontaria e consapevole e che venga pianificata, non è questo il problema per Marx. Dopo l'Ideologia tedesca, nei Grundrisse e ne Il Capitale, il problema centrale per Marx non è più quello di passare dal lavoro, visto come forma incontrollata ed incosciente della mediazione sociale, al lavoro come forma controllata e volontaria della mediazione sociale. Il problema , è quello di abolire il lavoro in quanto forma stessa della mediazione sociale.
Il punto di partenza rimane il medesimo che era ne L'Ideologia tedesca: Marx sostiene il carattere inseparabile del contenuto e della forma della mediazione sociale, nella fattispecie l'impossibilità di separare il lavoro in quanto insieme delle forze produttive e dei rapporti sociali di produzione. Questo esclude fin da subito una concezione del lavoro del tipo di quello che Simone Weil attribuisce a Marx. Questa concezione è grosso modo la seguente: ogni società, e quindi anche il capitalismo, si basa sul lavoro inteso come un'attività sociale per mezzo della quale gli uomini trasformano una data materia in vista di un fine, un'attività che è indispensabile alla riproduzione di ogni società, si che essa sia capitalista o meno. Questa attività, intesa come se fosse una costante storica, si inscriverebbe in un quadro sociale, vale a dire in dei rapporti sociali che, essi sì, sarebbero differenti a seconda delle società. Questi rapporti sociali sarebbero come i mezzi attraverso cui il lavoro verrebbe organizzato ed i prodotti del lavoro vengono distribuiti e ripartiti; sotto il capitalismo, questi rapporti sociali avrebbero come specificità quella di essere dei rapporti di mercato e dei rapporti fra proprietario privati e proprietario privato: è la soppressione di questi rapporti di produzione che potrebbe permettere il passaggio ad una società post-capitalista.
Vediamo come il presupposto di una tale concezione risieda in un'esteriorità che vede il lavoro, o le forze produttive, da una parte, ed i rapporti di produzione dall'altra: come se il lavoro ed i processi di produzione s'inscrivessero nel quadro dei rapporti di produzione che varierebbero secondo il tipo di società, ma che vengono supposti come esteriori al lavoro stesso. Questa concezione è quella che Simone Weil critica e che attribuisce a Marx. Ma il problema più grande posto da questa interpretazione, è che lei la attribuisca senza accorgersi che Marx dice che questa è proprio di una caratteristica del capitalismo, vale a dire, l'esteriorità che vede, da una parte, il lavoro e, dall'altra parte, i rapporti sociali che gli individui colgono come se fosse un quadro esterno e costrittivo che si impone su di loro, sulla loro attività, e che li domina. Ora, il risultato che Marx si propone è proprio quello di spiegare tale specificità della società capitalistica, ossia che i rapporti sociali vengono visti e vissuti come dei rapporti oggettivi che obbediscono ad una necessità quasi naturale e che esercitano sugli individui una forma di dominio astratto ed implacabile. Ed è la realizzazione di questo risultato che porta Marx all'idea seguente: la spiegazione di tale fatto risiede nel lavoro, e più esattamente nelle forma del tutto specifica che assume il lavoro nel capitalismo.
La scoperta della specificità del lavoro sotto il capitalismo, è a mio parere una delle grandi scoperte del Marx della maturità, diciamo a partire dai Grundrisse. Se Marx si fosse accontentato della teoria del lavoro astratto in quanto  fonte del valore, non avrebbe fatto granché più di Ricardo, invece Marx fa molto di più in quanto si domanda come avvenga che la teoria ricardiana del valore-lavoro sia esatta; e risponde dicendo che essa è vera "soltanto" sotto il capitalismo, e ciò perché il capitalismo è l'unico modo di produzione in cui il lavoro è produttore sia di valore d'uso che di valore di scambio e lo è solo nelle misura in cui esso è allo stesso tempo vettore dell'insieme delle mediazioni sociali, In tutte le altre formazioni sociali che ci sono state finora, il lavoro era certamente un'attività indispensabile per la riproduzione sociale, ma era un'attività che si inscriveva e si inseriva nelle mediazioni sociali avendo come caratteristiche sia quella di essere esplicitamente e apertamente sociale, che quella di essere stabilito e quindi di potere eventualmente continuare ad esistere indipendentemente dal lavoro. Nel capitalismo non è più così: in questa società caratterizzata dal fatto che la forma merce viene generalizzata, il lavoro in quanto lavoro che produce cose di valore, vale a dire merci, e quindi in quanto lavoro astratto, acquisisce una funzione che non aveva mai avuto precedentemente, vale a dire la funzione sociale di mediazione. Gli individui non hanno più rapporti sociali, se non quelli mediati dal lavoro, esso stesso considerato come se fosse lavoro astratto determinato dalla forma merce: il lavoro, sotto il capitalismo, tende a rimpiazzare tutte le altre forme di mediazione sociale, e a garantire da sé solo, ed esso solo, la funzione di mediazione sociale, che avviene direttamente attraverso la vendita di forza lavoro, o indirettamente attraverso ciò che rende possibile lo scambio di merci. In questo senso, ciò che Marx chiama il «lavoro astratto» non è, né unicamente e nemmeno innanzitutto, il lavoro inteso come fonte del valore, ma è soprattutto la forma stessa che il lavoro assume quando gli spetta la funzione di garantire, esso solo, la mediazione sociale. In breve, si può dire che, per Marx, avviene solo nel capitalismo che il lavoro sia «centrale», per così dire, cioè che esso sia, in quanto lavoro astratto, il portatore ed il vettore dell'insieme delle mediazioni sociali. Pertanto, abolire il lavoro, non può più assolutamente voler dire compiere e realizzare il lavoro, e quindi rimuove gli ostacoli che il capitalismo opporrebbe alla realizzazione del lavoro, dal momento che il lavoro non è mai stato così compiuto e realizzato così come è avvenuto sotto il capitalismo. Abolire il lavoro non può neppure voler dire dare al lavoro la forma di una mediazione sociale esplicita e aperta, dal momento che al lavoro non è mai stata assicurata fino a tal punto la mediazione sociale che ha avuto proprio sotto il capitalismo, e rendere tale mediazione ancora più esplicita di quanto già non sia, non avrebbe mai l'effetto di abolire questa forma astratta di mediazione che garantisce il lavoro anch'esso astratto. Abolire il lavoro, a partire dal Marx della maturità, vuol dire abolire la funzione di mediazione sociale o di socializzazione assicurata dal lavoro astratto produttore di valore. Ciò vuole pertanto dire liberare il lavoro dal ruolo sociale storicamente assolutamente particolare che esso ha giocato nel capitalismo, e fare perciò sì che il lavoro non sia più socialmente costitutivo, abolendo così quella che si chiama «centralità del lavoro» dal momento che il lavoro ha funzione socialmente centrale solo nel capitalismo. Questo evidentemente non vuol dire non lavorare più: il lavoro rimarrà attività produttrice di ricchezza materiale, ma questa attività non sarà più portatrice della funzione di socializzazione, ed anche la ricchezza stessa verrà liberata dalla forma valore che ha sotto il capitale. Affinché il lavoro divenga un'attività suscettibile di permettere la soddisfazione e forse perfino la realizzazione degli uomini che ad esso si dedicano, occorre che il lavoro cessi di essere socialmente costitutivo, e che quindi la società non si basi più su di esso. Credo che era questo ciò che Marx volesse dire quando parlava di abolizione del lavoro.

- Franck Fischbach - in Cahiers Simone Weil, tome XXXII, n°4, décembre 2009.


NOTE:

[*1] - Moishe Postone - "Time, Labor, and Social Domination" - https://libcom.org/files/Moishe%20Postone%20-%20Time,%20Labor,%20and%20Social%20Domination.pdf
[*2] - Marx, "Manoscritti economico-filosofici del 1844"  - https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1844/2/Manoscritti/indexman.html
[*3] - ivi.
[*4] - ivi, p.123.
[*5] - Marx, Engels, "L'Ideologia tedesca", p.96 - https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1846/ideologia/index.htm
[*6] - ivi.
[*7] - ivi, p.93.
[*8] - ivi.
[*9] - ivi, p.68; traduzione modificata a pag. 70 della MEW 3.
[*10] - ivi, p.69.
[*11] - ivi, p.67.
[*12] - ivi, p.70.
[*13] - Hegel - "Lineamenti di Filosofia del Diritto". Laterza. p.280.
[*14] - ivi.
[*15] - Marx, Engels, "L'Ideologia tedesca", p.96.
[*16] - ivi. p.102.
[*17] - ivi.
[*18] - «Al giorno d'oggi, attivazione di sé e produzione della vita materiale sono separati al punto che la vita materiale appare come se fosse il fine, e la produzione della vita materiale, vale a dire il lavoro, come se fosse il mezzo.» (iv, p.103).
[*19] - Come vedremo in seguito, il Marx della maturità arriverà, ne Il Capitale, ad una conclusione esattamente opposta: il lavoro sarà soddisfacente per gli individui solo quando non sarà più al centro di ogni mediazione sociale.
[*20] - Marx, Engels, "L'Ideologia tedesca", p.96.
[*21] - ivi.


 

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