mercoledì 8 maggio 2019

Capitale e Fascismo

Editoriale [*1] del n°16 della rivista Exit!, maggio 2019
- di Thomas Meyer -

«Se, come è purtroppo possibile, noi dobbiamo perire, facciamo almeno in modo di non scomparire senza essere prima esistiti. Le forze considerevoli che dobbiamo combattere si apprestano ad annientarci; e certo esse possono impedirci di esistere pienamente, cioè di imprimere al mondo il suggello della nostra volontà. Ma c'è un settore in cui esse sono senz'altro impotenti. Esse infatti non possono impedirci di sforzarci a comprendere con chiarezza l'oggetto dei nostri sforzi. Se non ci sarà dato di realizzare ciò che vogliamo, potremo almeno averlo voluto, e non solo desiderato alla cieca. D'altra parte, la nostra debolezza può certo impedirci di vincere, ma non di comprendere la forza che ci schiaccia.»

(Simone Weil, da "Oppressione e Libertà", 1934) [*2])

«Chi non vuole parlare del capitale dovrebbe tacere sul fascismo». Oggi, questa frase di Horkheimer è ancora valida, e dovrebbe essere ampliata dell'altro: chi non vuole parlare della costituzione feticista della società della dissociazione-valore, dovrebbe tacere anche a proposito delle lotte sociali. Non c'è dubbio che la «costituzione sociale» si trova sempre più al centro dell'attenzione, soprattutto vista nel contesto della vittoria elettorale di Donald Trump avvenuta due anni fa. Sono molti quelli che, in questo processo, hanno criticato il fatto che la «classe operaia» avesse smesso da tempo d'occupare un posto centrale, e che ora ci fosse una classe media di sinistra concentrata sulla «politica identitaria» e sulle «questioni LGBT», ragion per cui i lavoratori e le lavoratrici avrebbero optato per Trump. Queste critiche possono essere corrette nella misura in cui la borghesia di sinistra si è, di fatto, poco interessata alla «sotto-classe sociale», ai lavoratori poveri, la cui miseria è diventata ormai da tempo innegabile (i senzatetto, gli anziani che raccolgono bottiglie per convertirle in pochi euro fanno ormai parte del quotidiano) ed ha raggiunto anche la classe media. Tuttavia, sono fuori strada coloro che pretendono che il razzismo abbia la sua vera causa nell'impoverimento di questi ultimi anni, come a più riprese ha sottolineato la nazional-sociale Sarah Wagenknecht. Queste critiche hanno lo stesso contenuto, quando affermano che la sinistra dovrebbe scordarsi delle «questioni di identità» (e quindi classificare l'omofobia ecc. come un problema minore o, per dirla più chiaramente, come se fosse un «problema di lusso» assai meno importante) per poter tornare finalmente a concentrarsi sulla «questione dei lavoratori» o sulla «questione di classe». Di conseguenza, recentemente si è tornato a parlare di «classi» e di «questione sociale», senza  che sia stata riformulata una necessaria emancipazione sociale che sia all'altezza dell'epoca, contro le categorie reali della società della dissociazione-valore; piuttosto accade che il vecchio vino venga versato in nuovi bicchieri. Non si tratta più di un «ritorno» della questione sociale, dal momento che non è mai scomparsa, e che sono già passati decenni da quando una nuova povertà di massa si è installata con forza. In quello che è il nostro ambito, si è già più volte fatto riferimento al minaccioso imminente collasso sociale delle classi medie, così come alle corrispondenti distorsioni ideologiche. La crisi continua ad intensificarsi, e questo significa anche che essa si manifesta sempre più in quelli che sono i centri, dove spesso non fa altro che attuare un «recupero» di ciò che è pratica comune nelle periferie. Si può perciò parlare di un «impoverimento di recupero». Da allora in poi, gli squilibri sociali sono diventati evidenti, ma senza che siano rimasti incontrastati, com'è dimostrato dai movimenti di protesta. In questo modo, i prezzi degli alloggi sono diventati sempre più insostenibili; c'è un buon numero di persone che deve riservare a tali costi una quota importante del proprio reddito, e di questo folle aumento non si vede la fine. In sostanza, le persone sono costrette a lasciare i propri appartamenti e a trasferirsi in alloggi più piccoli e ristrutturati, che sono ancora più cari di quelli vecchi non ancora ristrutturati. In caso di necessità, esiste una milizia di Stato che può «aiutare» al trasloco. In un simile contesto, si richiede un «un diritto umano all'alloggio» e si esige che i prezzi degli affitti siano accessibili, e che lo spazio della vita non venga lasciato in mano alla «speculazione», ecc. Tuttavia, ogni provvedimento «ben intenzionato» finisce per essere vittima dell'argomento della finanziabilità, e anche le «promesse» di creare eventualmente degli altri alloggi sociali alla fine vengono realizzate solo per coloro che se li possono permettere. In una situazione simile, la risposta appropriata dovrebbe essere quella di esigere che i beni materiali vengano sottratti a quella che è la logica della valorizzazione, visto che non possono più essere ottenuti a partire da dei criteri capitalistici. Ma dal momento che il capitalismo si basa sul sacrificio umano, in fin dei conti l'ultima ratio è quella di rottamare i beni materiali, quella di gettar via, nella spazzatura, il pane invenduto, di lasciare vuoti gli appartamenti e criminalizzare tutti quelli che cercano di opporvisi praticamente, occupando le case vuote, o tornando negli appartamenti dai quali sono stati espulsi. Anziché affrontare l'evidente assurdità del capitalismo, le persone vengono dichiarate fattori di perturbazione, e problema di sicurezza. Se necessario, sono disponibili in qualsiasi momento delle misure dittatoriali. I ogni caso, non mancheranno mai dei «cani assetati di sangue» né dei «carnefici volontari». La «democrazia combattiva» conosce il detto: « cavatela da solo... ». Il razzismo, ormai già endemico, si intensifica dell'altro quando si accusano i rifugiati di essere loro i responsabili della povertà delle persone anziane e della penuria degli alloggi, come se la situazione sociale prima della «crisi dei rifugiati» (Hartz IV, lavoro temporaneo, ecc.) fosse poi così buona, come se la madre single o il pensionato sarebbero stati meglio economicamente se non fossero mai arrivati i rifugiati. Sicuramente, su questo i nazisti «preoccupati e coinvolti» dell'AfD stanno ponendo la prima pietra per i pogrom. Al posto della solidarietà, si prepara la selezione razzista degli esseri umani. Un caso si è già verificato all'inizio del 2018 al «Tafel Essen» [*3], quando si è voluto distribuire cibo unicamente ai «tedeschi». Non c'è alcun dubbio che i bisogni siano enormi, soprattutto fra gli immigrati e i rifugiati; ma anziché praticare la solidarietà, in modo che tutti possano ricevere a sufficienza, e arrivando a violare perfino quello che è l'«idealismo dello scambio» borghese, il quale esige che non sia gettato via niente e che si appropria delle merci invendute, ecco che si vede come la «penuria» sia rimasta una fatto naturale indelebile nella coscienza. Come ci si poteva aspettare, anche Sahra WagenKnecht ha difeso i Tafel. D'altra parte, è anche vero che la reazione di numerosi indignati è stata ipocrita, soprattutto provenendo da coloro che erano stati congiuntamente responsabili di alcune catastrofi antisociali (Agenda 2010 della coalizione rosso-verde, ecc.). Ma anche la Wagenknecht, con la sua presunta critica sociale, è ipocrita quanto afferma di poter affrontare questa situazione mostrando della comprensione verso le misure razziste.
Naturalmente, gli agitatori di ispirazione fascista non vogliono avere niente a che fare con una critica fondamentale del capitalismo. Al suo posto, la miseria, che non può più essere ignorata, viene recuperata in maniera razzista, cosa che appare chiaramente nell'aspirazione ad una «politica sociale» da parte dell'ala nazista dell'AfD, che l'ha proposta al congresso di questo partito il 30 giugno 2018, ad Augsburg. Nek discorso di Björn Höcke, è stato detto: «Noi pensiamo identità e solidarietà allo stesso tempo, anche e soprattutto all'interno di un settore politico centrale che diverrà importante per il futuro di questo paese, riguardo quello che è il campo della potica sociale, insieme alle sotto-aree della sanità, delle pensioni e dell'assistenza. Pensiamo perciò identità e solidarietà insieme, e così diverremo il Partito del popolo, il solo partito popolare pertinente a quello che è l'avvenire della Repubblica Federale della Germania. [Applausi]. Sono fermamente convinto,  è la mia analisi della situazione in Germania, in Europa e nel mondo, sono fermamente convinto che l'AfD resterà il partito della pace sociale (!) e che esso deve entrare nella coscienza del popolo di questo paese come partito della pace sociale. [Applausi]». Il «Partito della pace sociale»! Bisognava pensarci. A cosa somigli questa «pace sociale» ne ha dato un esempio, nell'autunno 2018, durante un discorso elettorale in Baviera, il nazista dell'AfD Andreas Winhart: «C'è un numero incredibile di casi di AIDS nell'Africa nera, lo sappiamo. Ma, signore e signori, c'è anche la scabbia, e stiamo conoscendo di nuovo la tubercolosi. Vorrei sapere, se un uomo di colore mi costringe a baciarlo (!), oppure mi tossisce addosso per strada, ecco io vorrei sapere se è malato o no, cari amici, e dobbiamo esserne sicuri. Il 14 ottobre, abbiamo la possibilità di mandare l'AfD al parlamento bavarese, di mandare in pensione la signora Merkel e di colare a picco la flotta di Soros (!!) insieme a tutte le scialuppe di salvataggio, nel Mediterraneo (!!!) [applausi]» (trasmissione televisiva del 12/10/2018).
Questo dovrebbe essere sufficiente a dimostrare come i «comunisti» o i liberali di sinistra abbiano fondamentalmente torto quando pensano di poter ignorare il razzismo, oppure di poterlo far diventare una «contraddizione secondaria» nel momento in cui esigono che vengano di nuovo messe in evidenza le situazioni sociali ed i rapporti di classe, come se il razzismo e le situazioni sociali potessero essere separati l'uno dalle altre! Höcke e i suoi ci indicano chiaramente dove ci porterà il viaggio. Solo delle briciole «solidali» per i «purosangue», e niente di più, per gli altri nessuna solidarietà; niente per quelli che non corrispondo all'«identità nazionale tedesca», i quali dovrebbero, preferibilmente annegare in silenzio nel Mediterraneo.
Le conseguenze della crisi si riflettono regolarmente anche nel collasso del sistema sanitario. I «programmi di aggiustamento strutturale» [N.d.T.: "Spending Review"] hanno ripetutamente portato allo smantellamento di tutte le cure mediche, quando non potevano più essere «finanziate», come si è già visto, per esempio, in questi ultimi anni in Grecia. Anche qui, la privatizzazione degli ospedali, il «risparmio sul sistema sanitario», ha portato ad avere una medicina a più velocita e alla cosiddetta «crisi della sanità». Ovviamente, si economizza sul costo del personale, cosa dimostrata dal fatto che esiste una situazione di perenne carenza del personale nel settore infermieristico e sociale, che la giornata lavorativa normale comprende innumerevoli ore supplementari che non possono essere ridotte, così come una retribuzione miserabile. Ragion per cui non sorprende che a causa delle catastrofiche condizioni di lavoro, sempre meno persone desiderino esercitare questa professione. Lo situazione di emergenza della sanità, secondo i media, ha raggiunto un livello tale da costituire un pericolo per la salute. Contro lo stato di emergenza della sanità, la contestazione si è organizzata, attraverso scioperi e per mezzo della campagna «Gli esseri umani prima del profitto! - Stop allo stato di emergenza della sanità» del partito Die Linke. Ma non sorprende che in questo, la crisi dei servizi sanitari non venga espressa come il risultato di una crisi fondamentale del capitalismo, ma sia attribuita alla privatizzazione ed al neoliberismo. Rivendicare il rifinanziamento e più posti di lavoro non coglie quello che è il punto essenziale. Non c'è dubbio che qualcosa potrebbe essere fatta in maniera immanente, ad esempio ridistribuendo diversi fondi, e che delle lotte immanenti, come degli scioperi per dei salari più alti e per un orario di lavoro più sopportabile, sono significative e necessarie. Tuttavia, tale rifinanziamento e tale redistribuzione, per quanto auspicati, possono funzionare solo fino a quando lo permette la situazione delle finanze pubbliche. Il presupposto rimane quello che la Germania resti vincente sul mercato mondiale, e quindi competitiva (e l'enorme settore dei bassi salari ne fa parte), ma presto o tardi in qualche modo questo finirà.
La lotta sociale immanente e la lotta per gli «interessi dei lavoratori», tuttavia, raggiungono il loro limite nel limite interno della valorizzazione del capitale, e perdono il loro senso, al più tardi, allorché la produzione e la riproduzione non potranno più essere rappresentate sotto la forma del lavoro salariato e della produzione di denaro. Di conseguenza, i conflitti di interesse immanenti del «punto di vista dei lavoratori» devono essere trascesi e superati: si deve insistere sul fatto che ciascuno ha un diritto materiale all'assistenza medica, all'alloggio, all'alimentazione, ecc., indipendentemente da qualsiasi calcolo finanziario che determini per noi ciò che è ancora possibile, e cosa non lo è. Robert Kurz ha scritto: «L'universalità sociale di un interesse che superi realmente il sistema moderno di produzione di merci, tuttavia non sarebbe possibile se non come meta-interesse, vale a dire, come sviluppo di un interesse che va "contro la forma capitalistica dell'interesse stesso"; in altre parole, quello che è l'interesse, infine, di non voler più portare avanti una «lotta di interessi» eterna, la quale viene imposta dalla concorrenza borghese, e che si può fare solo "facendo esplodere dalle sue fondamenta l'ordine sociale dominante"».
Altrove, Kurz scrive: «Quali sono le possibilità di resistenza di fronte a questa travolgente tendenza alla de-civilizzazione? A quanto pare, sembra che un lobbismo limitato a dei deboli servizi sociali non sia più sufficiente. Non esiste un determinismo puramente oggettivo della crisi in qualsiasi situazione, e un margine di manovra immanente può essere utilizzato per guadagnare qualcosa. Ma questo si può fare solo nel contesto di un vasto movimento sociale capace di affrontare e vincere in una certa misura la concorrenza universale ed affermare un insieme di rivendicazioni, anche se questo non permette di superare la crisi radicata nelle contraddizioni sistemiche del lavoro astratto e della struttura della dissociazione di genere. "Perché divenga possibile un simile movimento, è necessaria anche una piccola guerra tenace nella vita quotidiana contro il pensiero social-darwinista, sessista, razzista e antisemita in tutte le sue varianti". Inoltre, il percorso della crisi può aprirsi verso una nuova società solo se la resistenza immanente trova la prospettiva di un altro modo di produzione e di vita al di là del patriarcato produttore della merce, e quindi al di là del vecchio socialismo di Stato. "Questa apertura è possibile solo attraverso la concomitante apertura dell'orizzonte intellettuale ad una nuova critica radicale della società - invece di lasciarsi divorare interamente dalla quotidianità della crisi"». Ciò contrasta nettamente con il cosiddetto dibattito sul reddito di base incondizionato (RBI). Originariamente, com'è noto, quest'idea era venuta a Milton Friedman al fine di abolire quelle che erano tutti gli altri benefici sociali. Qualora il RBI dovesse portare alla fine delle misure di repressione sociale contro i disoccupati (Hartz-IV), una cosa del genere andrebbe certamente approvata. Ma ancora una volta, verrebbero applicati il criterio della sostenibilità finanziaria e quello dei limiti fissati dal limite interno. Inoltre, il RBI sarebbe accessibile solamente ai «cittadini nazionali», cosa che non farebbe altro che accrescere la caccia all'uomo interna. Sebbene alcuni partigiani del RBI sospettino del fatto che la ricchezza prodotta sia svincolata dal lavoro salariato e che una vita professionale «di successo» sia sempre più un'eccezione, il RBI può essere comunque interpretato come una forma di negazione della crisi: malgrado la disoccupazione di massa, la forma denaro deve continuare ad essere la condizione dell'esistenza umana; il Reddito di Base Incondizionato simulerebbe perciò una società del lavoro senza lavoro, nella quale gli «hipster» potrebbero continuare a sorseggiare la loro Bionade [*4]. In modo che perciò, così, tutto potrebbe restare com'era. La stessa cosa vale anche per il «denaro dei contribuenti».

Come abbiamo più volte sottolineato in questa rivista, lo «Stato di diritto democratico», durante la crisi, non sa fare altro che reagire, ai disastri sociali e alla tendenza all'imbarbarimento della «società civile», facendo uso di mezzi repressivi. Nella storia del capitalismo questo si è visto molte volte. Al massimo dopo l'11 settembre 2001, si è potuto vedere una massiccia espansione dell'apparato di sicurezza degli stati capitalisti. Inoltre, negli ultimi decenni, negli Stati Uniti si è affermata una vera e propria industria carceraria - il «centro della libertà occidentale». La risposta alle turbolenze sociali consiste soprattutto nell'incarcerazione e nell'isolamento; ragion per cui, in maggioranza negli Stati Uniti si è detenuti per delitti legati alla droga, e non a gravi crimini violenti. Tuttavia, è per l'appunto questa pretesa gravità dei crimini ad essere sempre sottolineata dalla propaganda, e che evidenziano gli agitatori della sicurezza, allorché vogliono «resecurizzare» le strade armando la polizia, ed estendendone il suo potere. Si può sostenere che a partire dalla fine degli anni '70, la pratica penale si è allontanata dal concetto di «risocializzazione», e si concentra sempre più sulla punizione e sulla «dissuasione». Nelle condizioni di crisi, le misure di risocializzazione come il (re)inserimento sul mercato del lavoro diventano sempre meno efficaci, e perciò esiste il pericolo che l'apparato di sicurezza sia tanto più spinto a colpire ancora più selvaggiamente, e in tutte le direzioni, e che le sue misure repressive diventino sempre meno efficaci. Inoltre, a lungo termine, anche la polizia stessa diventa un problema di sicurezza, come chiaramente testimoniano i rapporti sulla violenza poliziesca. In fin dei conti, la polizia non sarebbe poi così diversa dalle milizie terroristiche, come dimostrato dagli imbarbariti apparati di Stato della «periferia». Per cui non sorprende che lo Stato estenda sempre più quello che è il potere degli apparati repressivi (polizia, servizi segreti, ecc.) e che in quegli anni la polizia sia stata anche fortemente riarmata sul piano tecnico, vale a dire sul piano militare. Qui la parola d'ordine è sicuramente quella di osare più fascismo! Con le nuove leggi sulla polizia, che nel 2018 sono state applicate praticamente in tutta la Germania - o presto lo saranno - è stato stabilito lo Stato di polizia, in parte con misure finora conosciute unicamente nelle dittature. Particolare attenzione viene accordata all'azione preventiva delle milizie di Stato contro il «pericolo imminente», come viene detto in quella che è la loro neolingua orwelliana. Quale sarà il momento in cui si tratterà di una minaccia simile, è ovviamente la polizia a deciderlo. D'altronde, in Baviera, dopo l'agosto 2017 (poco dopo il G-20), le persone cosiddette «pericolose» - quelli che, viene sottolineato, non hanno commesso dei crimini ma che forse potrebbero eventualmente commetterne - possono essere sottoposti a «custodia preventiva» - la Schutzhaft, come veniva chiamata sotto Hitler - vale a dire che possono essere rinchiusi fino a tre mesi senza né accusa né processo. Non è nemmeno necessario che sia stato pianificato in maniera dimostrabile un futuro crimine, vale a dire che per proclamare che ci sia un «pericolo imminente» non è necessario che ci sia un «pericolo concreto» reale! Dopo i tre mesi, la scadenza può essere estesa da un magistrato (e senza dubbio ci saranno degli sbirri giuridici disposti a farlo). Teoricamente, una «persona pericolosa» può anche marcire in prigione senza alcun limite di tempo e senza aver commesso alcun crimine! Detto per inciso, una tale «custodia cautelare preventiva» può essere disposta anche in caso di infrazione amministrativa. Del resto, le «persone pericolose» non hanno alcun diritto ad un avvocato d'ufficio. Inoltre, un tribunale non è affatto tenuto a soddisfare la richiesta di una persona interessata che voglia depositare delle prove (che potrebbero discolparlo). Si tratta in definitiva della logica dello stato di emergenza che viene «normalizzata» attraverso l'indurimento messo in atto da queste leggi! Ovviamente, i primi ad essere colpiti dall'intensificazione della possibile violenza poliziesca (che già di per sé è fascistoide) sono i rifugiati. Ma tutto questo non riguarderà solamente i rifugiati, come lo hanno dimostrato le rappresaglie nei confronti dei sindacalisti e degli attivisti di sinistra durante le giornate del Partito AfD a Norimberga (9 e 10 giugno 2018), e poco dopo a Augsburg. Va anche detto che, in Baviera, nella primavera del 2018, avrebbe dovuto essere adottata una nuova legge sulla psichiatria, la quale prevedeva la schedatura, da parte della polizia, delle persone che sono state ospedalizzate forzatamente. Una volta che le persone di cui si parla sono state ospedalizzate forzatamente, devono essere trattate come dei criminali incalliti: archiviazione dei dati, controllo della posta, intercettazioni telefoniche, ecc. È chiaro che le due legge non possono essere considerate separatamente una dall'altra. Dopotutto, per delle ragioni politiche, dei «piantagrane» sono stati più volte forzatamente incarcerati in psichiatria, tanto più che è stata apertamente dichiarato che lo scopo della legge era quello della «prevenzione del pericolo».
Ma la «resistenza contro il potere dello Stato», così come viene graziosamente chiamata, non sempre ha uno sfondo social-critico ed emancipatorio, Ma può anche essere parte di un'agitazione fascista che viene esplicitamente diretta contro una certa «civiltà borghese» ancora esistente (come ad esempio è il caso dei «cittadini del Reich» [*5]. La cosiddetta «alleanza fra la popolazione e l'élite» (Arendt) agisce come un acceleratore della barbarie, come dimostrano le le elezioni democratiche di Bolsonaro, Duerte, ecc. Dovremo tenerlo presente in seguito, per non commettere l'errore di vedere una fondamentale «dualità» fra la popolazione l'apparato della violenza statale, malgrado tutte le critiche alle milizie di Stato. Fra le ragioni che spiegano il continuo rafforzamento dello stato di polizia potrebbero esserci senza alcun dubbio gli atti di follia omicida e gli attentati terroristici. Ma se lo Stato riarma le sue milizie, ciò avviene, in primo luogo, per poter essere in grado di soffocare sul nascere ogni resistenza sociale, come è stato dimostrato dal summit del G-20 e dalle sue conseguenze. Quando in Francia, dopo l'attentato del 13 novembre 2015, è stato dichiarato lo stato di emergenza a Parigi, «fra le altre cose», sono stati perseguiti alcuni oppositori di sinistra. In Francia, lo stato di emergenza è stato prorogato più volte, diventando in tal modo una istituzione permanente. Nel momento in cui, «ufficialmente», lo stato di emergenza è stato revocato, questa revoca ha generato una legislazione sulla sicurezza ancora più dura - come era prevedibile. Come era già accaduto, la democrazia dà vita al fascismo. Una volta, Adorno ha detto che si preoccupava non tanto del fascismo contro la democrazia, quanto del fascismo nella democrazia. Al di là di Adorno, tuttavia, il fascismo va visto come il proseguimento della democrazia fatto con altri mezzi. Questo diventa chiaro quando si capisce che la democrazia ha come condizione di essere sottomessa al movimento di valorizzazione del capitale e che, nella crisi, la famosa democrazia si riduce perciò a quello che è il suo nucleo repressivo. Che a partire da ogni euro, bisogna farne due e che le persone che non possono più essere utilizzate per il «posto di lavoro» (così miserabile ed insensato quanto lo è per quegli «eletti» che diventano sempre meno numerosi) devono crepare più in silenzio possibile , in quanto queste sono cose che non possono più essere negoziabili democraticamente. Tutto dipende dalla sostenibilità finanziaria, e in fin dei conti, la priorità è che lo Stato si affermi nella concorrenza globale.
In questi ultimi anni il terrore poliziesco democratico è stato, e lo è tuttora, massicciamente usato contro la resistenza sociale. In Spagna ed in Grecia, ad esempio. In Grecia, ovviamente, le case occupate vengono sgomberate. La cosa viene attuata in maniera particolarmente dura, quando in questi squat si trovano alloggiati dei rifugiati. Se si viene arrestati, non è escluso che dopo si venga torturati - come avviene nelle dittature militari. Qualsiasi resistenza organizzata contro la politica del potere, provoca una reazione di delirio paranoico da parte dell'ordine. Tutto questi, ovviamente, avviene anche sotto il governo «di sinistra» di Syriza. In Spagna, le cose non sono diverse. Oggigiorno, chiunque può essere un «terrorista», anche qualcuno che disturba solamente l'«ordine pubblico», vale a dire, chiaramente, nel momento in cui le persone occupano delle case vuote, o si appropriano di cibo invenduto con l'intento di distribuirlo pubblicamente. Perciò non sorprende che si parli di un ritorno a quelli che erano i metodi di Franco. La «legge bavaglio», adottata nel 2015, alla fine abolisce la libertà di espressione e di manifestazione. Tale legge prevede delle ammende fino a 600.000 euro! Benché si tratti di restrizioni della costituzione, leggi simili sono considerate solo come delle infrazioni amministrative, vale a dire che vengono imposte direttamente dalla polizia, aggirando in tal modo la strada giudiziaria. Evidentemente, il contesto è quello delle numerose manifestazioni ed occupazioni contro la politica di austerità degli ultimi anni. Quando il regime al potere non ha più «argomenti», tira fuori il bastone. Le milizie di Stato e una paranoica giustizia del terrore, in fin dei conti non sono altro che le ultime scelte che i democratici offrono alla popolazione. In ultima analisi, viene «sospettata» ogni persona che contesta e che vuole esprimerlo praticamente o verbalmente, o chiunque possa essere legato a qualcuno che forse potrebbe farlo. Il passo successivo potrebbe perciò essere quello per cui le forze al potere non avranno più bisogno di far sembrare che vogliono preservare una qualche «civiltà», come se questi indurimenti legislativi venissero di fatto applicati per salvare il meraviglioso «Stato di diritto» (come ama sottolineare la Germania), o per «garantire la libertà e la sicurezza dei cittadini», come ha detto Rajoy al tempo della «legge bavaglio». Ragion per cui, questi maniaci a tempo pieno entrano apertamente, e senza tante cerimonie, nella barbarie, allo stesso modo in cui lo fa Duterte nelle Filippine: senza alcun indugio, fa aprire il fuoco su dei (presunti) tossicomani e si paragona a Hitler: «Hitler ha massacrato tre milioni (!) di ebrei. Adesso, ci sono tre milioni di drogati. [...] Sarei felice di massacrarli (!)», naturalmente con l'obiettivo «di risolvere il problema del mio paese e salvare dalla perdizione la prossima generazione». In effetti, ne sono stati fatti fuori migliaia. In Brasile, questa follia continuerà con Bolsonaro, il prossimo psicopatico eletto. Assomiglia più a Duterte che a Trump. Assomigliare a quest'ultimo sarebbe già abbastanza nefasto. «Naturalmente», Bolsonaro è misogino ed omofobo. Simpatizza apertamente per la dittatura militare e dichiara che a cambiare la situazione non sono le elezioni ma la guerra civile. Per lui, i movimenti sociali, come quello dei senza terra, in futuro dovranno essere trattati come dei «terroristi». Cosa faranno i nazisti «attenti e preoccupati» della Germania quando la «Merkel scomparirà» davvero, e l'economia collasserà e i dorati anni '50 non vorranno essere ripristinati? A quel punto, gli individui che fanno parte della «sifilide della sinistra» e che sono affetti dal «delirio di genere» verranno liberati per poter essere abbattuti? Le fantasie ed i commenti dei vari nazisti dell'AfD hanno già dimostrato come questo genere di ipotesi non sono poi così tanto esagerate. L'«apparato di sicurezza» sempre più imbarbarito - quello che è lo «Stato profondo» - prima o poi darà certamente il suo contributo.

È del tutto evidente che il regime capitalista è diventato insostenibile. La crisi, che ha già piombato in una miseria di massa gran parte della «periferia», è ormai da tempo diventata realtà anche negli Stati capitalisti del centro. Le ultime «isole di prosperità» si trovano a dover affrontare quello che è un «impoverimento di recupero». Allo stesso tempo, lo Stato riarma le sue milizie e soffre lui stesso di quella che è una finanziabilità sempre più precaria. Diventa quindi possibile che in avvenire la repressione non sia più inscritta in un «quadro ordinato», e che non faccia altro che aggravare il disordine pubblico, vale a dire la barbarie, a causa di qualsiasi tentativo di mantenere l'«ordine pubblico». In questo numero di Exit !, verranno criticate diverse distorsioni ideologiche, sempre più evidenti ed efficaci, soprattutto oggi, in un momento in cui le situazioni sociali si aggravano. Queste distorsioni si traducono, per esempio, nell'aspirazione alla rinascita della sovranità dello Stato-nazione, così come viene spesso sollecitato da varie «nuove destre» o «rosso-bruni»; oppure si traducono in una «teologizzazione» dello Zeitgeist postmoderno, il quale si manifesta in alcuni filosofi che fanno riferimento a San Paolo (come Badiou ed Agamben). È altrettanto importante sottolineare che, nei centri occidentali, l'«imbarbarimento degli apparati di sicurezza» e la fascistizzazione sopra descritta hanno certamente raggiunto, in questi ultimi anni, una nuova qualità, ma tuttavia ha una storia che continua da decenni. Roswitha Scholz commenta l'articolo di Robert Kurz «La democrazia divora i suoi figli - Note sul nuovo radicalismo di destra» del 1993. Da questo testo relativo a diversi settori (economia, politica, rapporto di genere, ecc.) estrae delle tesi centrali e descrive gli sviluppi in tali settori fino all'estate del 2018. Conclude, asserendo che secondo l'analisi fondamentale di Kurz, secondo la quale la democrazia ed il nazionalsocialismo/fascismo non sono strutturalmente opposte, le aspirazioni di estrema destra ed il pensiero che ne fa parte emergono dalla stessa democrazia, in quanto forma organizzativa del capitalismo, anche se no sono identiche. È solamente a partire dal crollo finanziario del 2008 - quando le ideologie di estrema destra, il populismo e la violenza che corrisponde loro, si espandono in tutto il mondo, fra le altre cose per mezzo degli apparati militari e di polizia - che tutto questo diventa visibile in tutta la sua ampiezza, scrive Scholz. Il suo saggio s'intitola perciò «La democrazia divora sempre i suoi figli - oggi ancora di più». Nell'ultima parte, Scholz critica l'articolo di Daniel Späth, «Rosso-bruni dovunque», che è stato pubblicato sul n° 14 di Exit!, affermando che Späth non ha sufficientemente tenuto conto dello slittamento verso l'estrema destra, al più tardi dopo la fine del socialismo del blocco dell'Est, ma piuttosto ha dato l'impressione che questo slittamento degli ultimi anni sia piovuto dal cielo. Per cui, Späth non tiene conto delle elaborazioni essenziali nel contesto della critica del valore (-dissociazione), ivi compresi il testo di Kurz del 1993. Inoltre, non commenta le sovrapposizioni fra la sinistra, in tutta la loro diversità, e l'estrema destra, sovrapposizioni che abitualmente il concetto di fronte trasversale ingloba, ma parla piuttosto delle sovrapposizioni esistenti fra il neoliberismo e le (nuove) ideologie di destra. Il contributo di Gerd Bedszent, «L'autorità dello Stato dall'inizio dei tempi moderni fino ai nostri giorni - Lo Stato-nazione come levatrice e fornitore di servizi per la produzione di merci», tratta il ripristino delle strutture nazionali rivendicate dalla nuova destra. Bedszent comincia tracciando uno schizzo storico, caratterizzando lo Stato come una costruzione socio-economica relativamente giovane che è emersa all'inizio dei tempi moderni come un'alleanza di interessi fra i leader assolutisti e la borghesia urbana. Descrive la dualità del potere dello Stato e dell'economia di mercato come decisivo per l'economia nazionale emergente - gli apparati burocratici erano degli strumenti  per trasformare la popolazione in soggetti funzionali dell'economia di mercato e anche per gestire i conflitti con le economie nazionali concorrenti. Oggi, la crisi strutturale dell'economia mondiale priva gli apparati amministrativi degli Stati-nazione delle loro banche finanziarie. La denazionalizzazione che ha fatto seguito al declino dell'economia, ha già causato dei terribili danni in gran parte dell'Africa, dell'Asia, dell'America Latina e dell'Europa dell'Est, e attualmente si estende alle regioni sviluppate dell'Europa occidentale e a quelle nordamericane.
L'incapacità strutturalmente condizionata degli apparati politici a far fronte alle conseguenze della crisi globale, favorisce l'emergere di oscure correnti politiche, che si riferiscono in modo positivo alla storia cosiddetta eroica dell'inizio del capitalismo. Nel mondo del pensiero sommario degli ideologhi dell'estrema destra, tuttavia, esistono solo sulla carta. Le loro rivendicazioni si limitano all'esclusione repressiva delle vittime dei collassi economici e delle guerre di distribuzione post-statali. L'ondata di violenza di estrema destra che infuria in Germania da diversi anni è perciò una tortuosa strategia di gestione della crisi. Come dimostra Bedszent, la strategia auspicata dalla nuova destra di creare degli apparati di potere isolati dal mondo esterno e su piccola scala non può funzionare, neanche teoricamente. Ora, simili entità non sono fattibili senza finanziamenti esterni, e dal momento che non si tratta della creazione statali, queste entità vengono semplicemente simulate. Nella realtà, le attività delle milizie cittadine di estrema destra, e di altri movimenti particolaristici, non fanno altro che contribuire alla disaggregazione del monopolio della violenza; il processo di erosione degli apparati della violenza statale non viene quindi fermato dalle attività dei radicali di destra, ma viene favorito.
Nel mezzo dei processi di crisi della socializzazione capitalista, il religioso è in piena attività e propone diverse offerte di felicità, di sollievo e di rifugio. La ricerca febbrile di offerte di salvezza si mescola ad un nuovo interesee per San Paolo, che si è guadagnato un nuovo posto nel pensiero filosofico - come nel caso, fra gli altri, dei filosofi Alan Badiou e Giorgio Agamben. Nel suo contributo, «Nella crisi si può solo pregare? A proposito della fuga filosofica nel messianismo paolino», Herbert Böttcher si dedica a questo messianesimo sfociato nella filosofia. L'interesse di Badiou si concentra su Paolo in quanto rivoluzionario. Attraverso quello che è l'evento della sua conversione  all'evento-Cristo, Paolo diventa un critico della legge ebraica e del pensiero greco, e quindi il fondatore di una nuova verità universale che diverrà la base della costituzione di un soggetto militante. A partire dall'impotenza di cui soffre sotto il capitalismo, il soggetto ridiventa capace di agire, per così dire, a partire dal niente, se rimane fedele ad un evento vuoto di contenuto e alla sua verità a partire da una decisione esistenziale. Quanto a Giorgio Agamben, egli vuole infrangere il divieto di uno stato di emergenza che diviene uno stato normale. Con l'aiuto di Paolo, costruisce un residuo messianico che libera dal destino, e un redentore «tempo che resta», che, in breve, per lui diverrà la base di una vita messianica del tipo «come se non fosse»: una vita sotto il capitalismo come se esso non esistesse. Mentre Badiou cerca di stabilire un'identità tra la verità ed il soggetto, Agamben cerca una non-identità che sfugge a qualsiasi definizione di contenuto. Böttcher mostra come i due autori si ritrovano nella loro rinuncia a svolgere un'analisi del capitalismo come «totalità concreta», così come attraverso il loro fare ricorso diretto alle tradizioni pre-moderne, che ignora ogni contestualizzazione storica, e quindi la questione dei rapporti di dominio. Oltre agli errori teologici, questo porta ad una semplice strumentalizzazione di Paolo da parte le loro pensiero. Il nuovo interesse filosofico per una figura religiosa va di pari passo con una apertura postmoderna alla religione che comporta dei tratti decisionisti e autoritari, e chiusi alla riflessione. Esso appare legato ad un pensiero filosofico e teologico che sostituisce la giustificazione e la riflessione critica sul suo contenuto, con un riferimento all'autenticità delle esperienze e alla necessità di una decisione esistenziale. Si rivela essere altrettanto anti-riflessivo e fondamentalista dei prodotti spirituali offerti sul mercato esoterico o nelle chiese.
In questi ultimi anni, la «politica identitaria» della sinistra, e anche della sinistra liberale, è stata oggetto di numerose critiche, in questi ultimi tempi anche negli ambiti queer, come soprattutto lo ha dimostrato, nel 2017, la pubblicazione del libro «Beißreflexe», e quella di altre pubblicazioni sulla linea della «Kreischreihe». Thomas Meyer si occupa della politica identitaria queer, in particolare nel suo testo «Il genere, tra il segno del gioco performativo e la biologizzazione - Una critica della queerità postmoderna tardiva e del discorso medico sulla "transessualità"». Egli sottolinea che le critiche, così come oggi vengono giustamente formulate contro il «queer», esistevano già negli anni '90 da parte femminista . In particolare, il testo sostiene che l'esigenza da parte dell'ambito queer di un riconoscimento delle identità «devianti» non è necessariamente non problematico. Meyer cerca di dimostrarlo ripercorrendo il discorso medico collegato al fenomeno della «transessualità». Si tratta di dimostrare che attraverso il discorso sulla transessualità (il «transessualismo»), il malessere nella coercizione del genere, il fallimento legato al non potersi classificare inequivocabilmente nei caratteri borghesi di genere e che ha assunto storicamente la forma di un problema medico, e infine chirurgico. Ragion per cui, la sessualizzazione forzata non viene criticata, bensì perpetuata e biologizzata nei fatti. La flessibilizzazione dei codici di genere nella postmodernità non ha cambiato niente in tutto questo. La politica queer del riconoscimento è perciò ben lungi dall'essere all'altezza, soprattutto se vista nel contesto dell'«imbarbarimento del patriarcato» (Roswitha Scholz)  e dell'esistenza dei movimenti fascisti che richiedono delle relazioni di genere «tradizionali».
Nel n° 14 di Exit! del 2016, è stata pubblicata la prima parte di una serie pianificata da Richard Aabromeit sulla storia della moneta. Tuttavia, il testo «Il denaro, ma è una cosa semplice o no?» è stato oggetto di molte critiche. Nella forma in cui è stato pubblicato, non ha soddisfatto per niente i requisiti della critica della dissociazione-valore. Benché non si possa parlare di una teoria della storia elaborata all'interno della critica della dissociazione-valore, è stata sovente richiamata l'esigenza secondo la quale un testo non dovrebbe scendere al di sotto del livello che è stato raggiunto, anche se è solo frammentario. Nel suo contributo «Sulla persistente aporia della storia - addendum a "Il denaro, ma è una cosa semplice o no?"», Thomas Meyer comincia col riassumere alcune delle idee di base della teoria della storia della critica della dissociazione-valore, per poi affrontare i punti problematici del testo di Aabromeit.
Il contributo di Jan Luschach, «Sulla polarità immanente della teoria della storia borghese», si concentra sulla problematizzazione, dal punto di vista della critica della dissociazione-valore, di quelle che sono alcune ipotesi di base della teoria moderna della storia, così come li troviamo nel XIX secolo, da una parte, nella metafisica del progresso di Hegel, e, dall'altra parte, nello storicismo. Egli mostra come i due approcci teorici evolvano nel quadro di una medesima forma di pensiero, ed in questa forma occupano quelli che sono i poli opposti del «concetto» e della «rappresentazione». Se la filosofia teleologica e ontologica della storia di Hegel può essere valutata come un'autonomizzazione del concetto che rimane del tutto insensibile al suo oggetto, allora la concezione storica dello storicismo è particolarmente vicina all'oggetto, mi si rivela essere come una semplice ipostasi della contingenza storica. Si perde nella modalità della conoscenza della pura rappresentazione e dell'intuizione, cosa che rende impossibile la formazione di qualsiasi concetto critico. Contro queste false alternative, facendo riferimento alle riflessioni di Robert Kurz sulla storia in quanto «storia delle relazioni feticistiche», che egli aveva sviluppato per la prima volta nei suoi testi su «La storia come Aporia», vengono discusse quelle che sono le questioni che riguardano la continuità e la discontinuità, i punti comuni e le differenze tra le relazioni capitalistiche e quelle pre-moderne.

- Thomas Meyer - per la Redazione di Exit!, scritto nel mese di Novembre 2018 -

NOTE:

[*1] - Dal numero 16 della rivista Exit ! - Krise und Kritik der Warengesellschaft, Maggio 2019.
[*2] - Edizizioni di Comunità. Milano 1956, 292 pp.
[*3] - I «Tafel» sono delle associazioni tedesche che recuperano cibo per ridistribuirlo ai poveri. In questo caso, si tratta di quello della città di Essen.
[*4] - Bionade è un marchio commerciale tedesco di bevande bio-fermentate e analcoliche assai «in».
[*5] - I «Reichsbürger» sono dei gruppi nazisti che rifiutano l'esistenza della Repubblica Federale Tedesca e pretendono una continuità con il Terzo Reich. Rifiutano la democrazia, e sostengono delle tesi negazioniste ed antisemite. Tuttavia si tratta di un movimento piuttosto eterogeneo che è composto da diverso piccoli gruppi ed individui.

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

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