domenica 15 gennaio 2023

Un pazzesco personaggio letterario !!

1978. Aldo Moro è rapito e ucciso. Sulle città piomba lo stato d’emergenza. «La droga» sfonda ogni argine. Tre papi in Vaticano. Le ultime grandi riforme sociali. Mentre accade tutto questo, di notte e di giorno sempre piú italiani vedono dischi volanti. È un fenomeno di massa, la «Grande ondata». Duemila avvistamenti nei cieli del Belpaese, decine di «incontri ravvicinati» con viaggiatori intergalattici. Alieni e velivoli spaziali imperversano nella cultura pop. Milena Cravero, giovane antropologa, studia gli appassionati di Ufo in una Torino cupa e militarizzata. Martin Zanka, scrittore di successo, ha raccontato storie di antichi cosmonauti, ma è stanco del proprio personaggio, ed è stanco di Roma. Suo figlio Vincenzo, ex eroinomane, vive a Thanur, una comune in Lunigiana, alle pendici di un monte misterioso. Il Quarzerone, con le sue tre cime. Luogo di miti e leggende, fenomeni inspiegabili, casi di cronaca mai risolti. L’ultimo, quello di Jacopo e Margherita, due scout svaniti nei boschi e mai ritrovati. Intorno alla loro scomparsa, un vortice di storie e personaggi. IN QUESTO ROMANZO TROVERETE:

L’Antro di San Palpano. La grotta piú grande del Quarzerone. Ma ce ne sono decine ancora inesplorate.
Censor. Autore di un veridico pamphlet. Ci aveva beccato in pieno.
Forravalle. Piccolo centro della Lunigiana. Noto per le castagne, i funghi e le visioni di creature insolite.
Il Grucat. Gruppo ricercatori ufologi e clipeologi associati Torino.
Jimmy. Ha fondato l’Hallogallo, in quel di Aulla. Piú che un negozio di dischi, un ashram dei corrieri cosmici.
Jole. È la nonna di Jimmy. Sa come toglierti la renella, e come riconoscere i chiodi delle streghe.
Goffredo B. Mazzaroso. Avvocato, principe del foro. La «B.» sta per Benito.
Odeon. L’ultima puntata della seconda stagione.
Onorio Pardini. Ha un tatuaggio con un’aquila e un serpente.
Pablo Pepper. Editore. Istrionico e spregiudicato. Ha vissuto lo spaghetti western e la Swinging London.
Paul Beathens. L’ipotesi è quella della strutturazione della libertà nello spazio. L’ipotesi è sempre la rivoluzione.
Pugno al cielo. Foglio d’agitazione della sinistra extraparlamentare. Il direttore è ancora esule in Francia. Non lo estradano.
Rilevatore Gndn. Se si rompe, non si ripara. Ma cambia poco.
Romulo Casella. Si auspica l’invasione aliena. Il proletariato ha tutto da guadagnarci.
Zanka. È anche una parola della lingua kobaiana.

(dal risolto di copertina di Wu Ming, "Ufo 78". Einaudi, pp.520, €21)

Sarà colpa di tutti quegli ufologi a Roma se la città è precipitata nel caos?
- 1978, l’anno del sequestro Moro e dell’ondata di avvistamenti di oggetti volanti nei cieli d’Italia. Lo raccontiamo in un romanzo che ha un protagonista ispirato al “fantarcheologo” Kolosimo -
di Wu Ming

Ufo 78 cominciò a prendere forma molti anni fa. Il primo nucleo risale al 2006, quando insieme al collega Giuseppe Genna ci lanciammo in un’improvvisazione narrativa che chiamammo Mater Materia, incentrata sugli anni Settanta. Non gli «anni di piombo», come da cliché, ma quelli dei nostri ricordi di bambini sognatori: la fissazione di massa per gli Ufo, il paranormale, il «misterioso»; gli incontri ravvicinati del terzo tipo; il Triangolo delle Bermude; il “sensitivo” Uri Geller che piegava cucchiai col pensiero – già allora ci chiedevamo: se ha simili poteri, perché li spreca piegando cucchiai? Chi se ne frega dei cucchiai? – e i libri del “fantarcheologo” Peter Kolosimo (1922–1984), che si vendevano a carrettate. Erano in ogni casa, le nostre e quelle dei nostri amici: Astronavi sulla preistoria, Odissea stellare, Fratelli dell’infinito…
Si produsse un corto circuito tra quei ricordi e altri, vividi ma meno affascinanti: echi di lotta armata, tg che riferivano di attentati, immagini di posti di blocco. Ambientammo Mater Materia nel ’78, l’anno del sequestro Moro e di altri eventi cruciali, ma anche dell’«ondata» di Ufo, circa duemila avvistamenti nei cieli d’Italia, record tuttora ineguagliato. Ci figurammo uno scrittore ispirato a Kolosimo e un convegno sugli Ufo programmato a Roma per il terzo weekend di marzo. Il convegno saltava dopo l’agguato di via Fani. Che avrebbero fatto tutti quegli ufologi in una capitale precipitata nel caos? Ci baloccammo con l’idea di scrivere un romanzo insieme, noi e Genna. I casi della vita ci condussero altrove, ma quelle suggestioni continuarono a lavorare. Nel 2007 Genna pubblicò Medium, romanzo in cui elaborava il lutto della morte del padre. Peter Kolosimo – ma era proprio lui? – vi compariva come personaggio. Quanto a noi, nel luglio 2009 pubblicammo su GQ un articolo dedicato a Kolosimo e intitolato Ufo e rivoluzione, come un celebre scritto del trotskista argentino Juan Posadas (1912–1981). Lo stesso Posadas affiancò Kolosimo come possibile protagonista – benché trasfigurato – di un futuro romanzo. Materiale che si accumulava nei computer. Nel mentre scrivemmo Altai, poi ci fu la lunga gestazione de L’Armata dei Sonnambuli, oltre ai vari progetti solisti. Nel maggio 2013 il Guardian ci chiese di compilare una «top ten» ragionata delle nostre utopie predilette. Interpretammo «utopia» non come descrizione di una società ideale, ma come desiderio di altrove che si esprime nella cultura e nelle pieghe del nostro quotidiano. Includemmo nella lista quattro libri di Kolosimo. Nel 2014 la nostra «sezione musicale», il Wu Ming Contingent, incise il suo primo album, Bioscop. Un brano, Italia mistero kosmiko, parlava di Kolosimo, di cui proprio quell’anno cadeva il trentennale della morte. Sul nostro blog Giap, insieme allo studioso di magia e misteri Mariano Tomatis, celebrammo la ricorrenza in uno speciale intitolato, con citazione beatlesiana, Trent’anni «across the universe».
Recuperammo Mater Materia. Col permesso di Genna, per conto nostro ci lanciammo in un brainstorming. Nuovo titolo di lavoro: Viva Posadas! Nel libro doveva chiamarsi così l’ultimo spaghetti western, girato a voga finita da un pezzo. Fu allora che lo scrittore ispirato a Kolosimo prese il nome di Martin Zanka. Lacerti del brainstorming e delle prime ricerche li depositammo come bombe a tempo in alcuni dei libri a seguire. In Un viaggio che non promettiamo breve (2016) compare un (vero) ufologo torinese, Paolo Fiorino, e si accenna alle leggende “spaziali” che avvolgono la Val di Susa. Nel frattempo, come tanti anni prima dalle ricerche per 54 era nato Asce di guerra, da una costola di Viva Posadas! nacque un altro romanzo. Accadde quando incrociammo la traiettoria di Aleksandr Bogdanov (1973–1928), dirigente bolscevico, avversario politico e teorico di Lenin, autore di un classico della fantascienza in lingua russa, Krasnaja zvezda (Stella rossa). Il romanzo che dedicammo a Bogdanov, Proletkult, uscì nell’autunno 2018. Lo presentammo a Bologna in una sera di novembre, proprio mentre in città si svolgeva un convegno ufologico sull’Ondata del ’78, nel quarantesimo anniversario di quegli avvistamenti. La coincidenza ci spinse a riprendere in mano Viva Posadas!, che nel frattempo aveva cambiato titolo di lavoro e si chiamava La grande ondata del 1978, oltre ad aver cambiato intreccio molte volte. Ora avevano un ruolo alcuni lemuri fuggiti da un camion diretto allo zoo di Pistoia. Creature aliene, già apparse nel 2004 in uno dei nostri romanzi solisti, New Thing. Nel gennaio 2019 iniziammo la stesura, ma nel 2020 calò come un maglio, schiacciando tutto, l’emergenza Covid. Non smettemmo di scrivere, ma lo scrivere è parte della vita, e nel 2020 le nostre vite, come quelle di tutti, cambiarono bruscamente. Mentre lavoravamo a La grande ondata sviluppammo su Giap riflessioni critiche sulla gestione pandemica. Inevitabilmente, il romanzo fu influenzato da quelle analisi, e da quanto ci accadeva intorno. Nei due anni seguenti continuò a trasformarsi, a cambiarci tra le mani. Nel 2021 il titolo si era ormai asciugato: Ufo 78. Quell’estate terminammo la prima stesura completa, la rileggemmo e ci dicemmo: no, ancora non funziona. L’Einaudi ci concesse un altro anno. Lavorammo come dannati. Tagliammo una sottotrama che mal si intrecciava alle altre, ambientata nel mondo musicale neofascista, tra le band che suonavano ai Campi Hobbit. Quanto ai lemuri, erano già scomparsi tempo prima. Finita la nuova stesura a fine maggio 2022, abbiamo continuato a limarla fino al 26 agosto, e all’ultimo minuto prima di andare in stampa.
Ufo 78 arriva in libreria pochi mesi prima del centenario della nascita di Kolosimo, che venne al mondo il 15 dicembre 1922. Giuriamo, non l’abbiamo fatto apposta. È stata la rotazione di ingranaggi celesti, ruote dentate il cui moto cominciò un giorno del 2006 quando Genna al telefono disse: «Che pazzesco personaggio letterario, Peter Kolosimo!»

- Wu Ming - Pubblicato su Tuttolibri del 15/10/2022 -

Chiedi agli UFO dove stiamo andando
- di Daniele Giglioli -

La prima cosa che ci colpisce nel nuovo romanzo di Wu Ming, Ufo 78, è l'estrema lentezza, talvolta esasperante anche se intenzionale, del ritmo narrativo, all’opposto di quanto ci aveva abituato questo collettivo di scrittori nelle sue produzioni corali e solistiche. La seconda è la strana sfocatura dei personaggi. Nessuno spicca, in nessuno ci si identifica, nemmeno per via di ambiguità, un modo come un altro per produrre empatia. La terza è la scelta di tenere sullo sfondo lo scenario politico di quell’anno rovente (evento cardine il delitto Moro), quando il drago su cui siamo seduti ha dato uno dei suoi scossoni più violenti inaugurando la stagione dell’emergenza permanente in cui viviamo tuttora. È un romanzo di atmosfera, ambientato in una nicchia della vita associata, le tante e litigiose microcomunità di fanatici degli Ufo, che nel ’78 ebbero pane per i loro denti come sempre durante i grandi momenti di crisi politico-sociale — i primi anni della guerra fredda, la recente epidemia di Covid: avvistamenti a non finire. Se l’esperimento, perché si tratta senz’altro di un esperimento, sia riuscito, è una domanda che resta sospesa fino alla fine, e così ci regoleremo anche qui. Difficile, da un organismo narrativo così disseminato, ricavare una trama in poche righe. Meglio procedere per via di elenco. Ci sono due boy-scout scomparsi nell’agosto del 1976. Un ispettore forestale che non se ne dà pace. Uno scrittore ex partigiano ed ex comunista che ha all’attivo molti libri di successo tutti all’insegna dell’«e se…» (sulla scia del Mattino dei maghi, bestseller di Louis Pauwels e Jacques Bergier, anno 1960, e ovviamente, non citato nel testo ma nei ringraziamenti, di Peter Kolosimo), e un figlio tossicodipendente che si sta disintossicando, in tutti i sensi, nella Comune di Thanur, fondata da una carismatica studiosa-sciamana che mescola Carl Gustav Jung a teorie inverificabili sulla rivoluzione neolitica come origine del patriarcato, ma edificata su terreni e fabbricati di una villa ereditata dalla rampolla di una delle più reazionarie famiglie dell’alta borghesia milanese. C’è poi un’antropologa accademica che segue come osservatrice partecipante il mondo degli ufologi, scisso però in due branche di opposto orientamento. Da una parte gli ufologi propriamente detti, che si propongono di verificare se gli Ufo esistano davvero, a modo loro seguaci del metodo scientifico, e che avvertono perfino un certo sollievo quando scoprono che si tratta di abbagli o di mitomania. Dall’altra parte gli ufofili, che non si preoccupano tanto di ciò che è vero e ciò che è falso ma delle ragioni psicologiche ed esistenziali che stanno dietro agli avvistamenti: in apparenza i più fricchettoni, ma credo sia solo moderato spoiler informare chi legge che verrà da loro l’indicazione utile a sciogliere almeno alcuni dei tanti misteri che si addensano attorno al monte Quarzerone, in Lunigiana, pochissimo noto alle cronache non locali come luogo privilegiato di apparizioni, visioni, leggende, nonnine un po’ streghe ma in senso buono. Dove sono finiti i due ragazzi? Che ci faceva in quel luogo sperduto l’organizzazione Stay Behind, agli italiani farsescamente ammannita come Gladio? Possono alcuni funghetti neanche troppo allucinogeni riuscire dove hanno fallito tanti magistrati e giornalisti d’inchiesta, quando ancora ce n’erano?

Chi ha letto altri libri dei Wu Ming non faticherà a riconoscere molti dei motivi loro cari. Una schietta passione per le controculture supportata da una mostruosa, avrebbe detto Fantozzi, erudizione in materia. Un atteggiamento di apertura, spigliata quanto ragionata, molto al di là dell’opposizione crederci/non crederci, verso quello straordinario patrimonio della mente umana che è la leggenda. La crescente, rispetto ai loro esordi, presa di posizione a favore di quell’universo di persone che vivono ai margini della società senza pretendere di occuparne il centro. Un realismo non magico, termine abusato e ormai da abbandonare, ma disposto alla sorpresa, al dettaglio non a posto nel quadro, alla pista che non porta magari da nessuna parte, e comunque non dove ti eri ripromesso di andare. Un culto per le coincidenze che è riuscito felicemente a evitare la paranoia — il vero cattivo del romanzo: è importante — in cui si sono infognati surrealismo e situazionismo pur con tutte le loro altezzose difese culturali. Una capacità di cogliere i nessi tra macro e microstoria affinata allo spasimo: Aldo Moro è in una prigione; il «movimento» sta per finirci; il Paese pure; forse l’intera modernità razionalistica, che va giustamente fiera delle sue formidabili prestazioni, scienza, Stato di diritto, laicità, individualismo, capitalismo, socialismo, è essa stessa una prigione che sbandiera libertà. È per questo che i più sprovveduti, nell’impossibilità di credere che in questo mondo un altro mondo sia possibile, quando butta malissimo ricominciano a guardare il cielo, chi in cerca di un nuovo Padrenostro (il socialismo intergalattico), chi più semplicemente di ciò che non sappiamo perché magari è da lì che si può saltar fuori dalla rete. Speranze illusorie? Per chi attende una palingenesi senz’altro. Ma per chi sa o intuisce che questa vita, la sua vita, l’unica che ha, è connessa da mille fili (anche equivoci come la comune libertaria che diventa una lucrosa comunità di recupero per tossicodipendenti: dei santoni è sempre bene diffidare da subito), ad altre vite altrettanto queste, uniche e irripetibili, è lecito sperare e talora sperimentare che non uno ma molti altri mondi sono possibili. Ultimissima annotazione. Un romanzo di atmosfera, si è detto, cambiamento non da poco nel corpus dei Wu Ming. Ma perché si compia appieno è necessario che cambi anche lo stile. Quello di prima non è adatto. Segnali in questa direzione ce ne sono molti. Ma è necessario, se è consentito a un recensore dispensare consigli, osare di più in una navigazione perigliosa sempre a rischio di finire nella Scilla del «poetico» o nella Cariddi del «suggestivo oggettivo». Riusciranno i nostri eroi? La scommessa e l’augurio sono decisamente sì.

- Daniele Giglioli - Pubblicato su La Lettura del 16/10/2022

sabato 14 gennaio 2023

Triangolazioni !!

Arrivando in Brasile nel novembre del 1936, Ernst Jünger si propone come se fosse un decifratore di segni: arriva assumendosi il compito di passare in rassegna, in maniera esaustiva, tutto ciò che vede, legge e sperimenta. Il primo campo di sperimentazione - e non poteva essere diversamente - è il cielo ("il dominio del cacciatore celeste", per dirla con Roberto Calasso): «Ho visto per la prima volta la Croce del Sud e ho dovuto concordare con l’opinione della maggior parte dei viaggiatori secondo cui questa costellazione non può affatto competere con quelle dei nostri cieli settentrionali. In particolare le due supreme luci dell’Orsa Maggiore e di Orione non hanno eguali nel cosmo stellato.» ("Traversata atlantica", Guanda).

L'occhio del decifratore di segni incontra un ambiente nuovo, che aveva visto solo nei libri, e la differenza è evidente: «Provai il desiderio di avere un binocolo per decifrare la ricchezza di foglie e fiori che prosperavano sui tronchi e sui rami ampiamente distesi.», scrive Jünger il 17 novembre 1936, a Santos, lamentandosi della limitatezza dei suoi sensi, ed esaltando la superiorità di una protesi (egli aveva già trattato l'argomento a bordo, il quinto giorno: «La smania di fare fotografie e filmini che aveva la compagnia dei viaggiatori affacciata al parapetto ha raggiunto il culmine negli istanti in cui la nave avanzava molto vicina alla riva, quasi sfiorandola. In questo intervallo di tempo, che dovrebbe essere dedicato al perfetto sposalizio dell’occhio con le cose, l’essere umano si dedica a una simile cattura di sagome e all’apparecchiatura che essa richiede. In tal modo egli meccanicizza i ricordi.»).

Questo meccanizza la memoria, scrive Jünger nei suoi commenti riguardo alla relazione esistente tra l'occhio e la protesi, condensando così, nel proprio percorso della decifrazione dei segni, tanto i disparati percorsi di Walter Benjamin (il quale scrive proprio allora il suo famoso saggio sulle "teorie del fascismo tedesco" proprio a partire da Jünger) quanto quelli di Martin Heidegger (la corrispondenza pubblicata tra Jünger e Heidegger copre il periodo dal 1949 al 1975; inoltre, Heidegger partecipa a un volume in omaggio a Jünger nel 1955). È formidabile il modo in cui Jünger rappresenti questa sua triangolazione con Benjamin e Heidegger ("essere" e "tempo" vengono attraversati e sono avvicinati per mezzo della tecnica, dalla protesi, dal dispositivo), facendolo a partire da un punto estremo, da un punto extra-atlantico, latinoamericano.

fonte: Um túnel no fim da luz

venerdì 13 gennaio 2023

Ordinary Monsters !!

1882. Londra è una città grande come il mondo, dove è facile perdersi, soprattutto se l’unico posto che finora hai chiamato casa è un paesino nel delta del Mississippi o un circo itinerante del Midwest. Charlie e Marlowe sono approdati nel Vecchio Mondo, sotto cieli carichi di nebbia e fuliggine, fino al 23 di Nickel Street West, per andare incontro a una nuova vita in un luogo dove sentirsi finalmente al sicuro, dove i loro talenti non saranno solo fonte di diffidenza, equivoci, dolore e solitudine. Ma ad attenderli c’è un terribile morvide, un non-morto, assetato di sangue, pronto a tutto per servire il suo oscuro signore. Per fortuna ci sono anche gli angeli custodi: Mrs Harrogate con la veletta sempre abbassata a coprire una voglia purpurea e la forza austera, Mr Coulton che nasconde la gentilezza sotto una dura buccia, e Alice Quicke, investigatrice privata decisa a cambiar vita. E via di nuovo, in viaggio alla volta della Scozia, verso una scuola unica nel suo genere, per sfuggire a una figura di tenebre e fumo che non si arrenderà fino a quando Charlie e Marlowe non saranno suoi. Tra meraviglie e tradimenti, passato e futuro, slanci di vita e rischi incalcolati, un manipolo di amici cercano di far luce dove tutto è tenebra, per scoprire la verità sui loro doni e sulla natura di ciò che li sta perseguitando, per arrivare a capire che a volte le gioie più grandi ci arrivano per mano dei mostri peggiori.

(dal risvolto di copertina di: J. M. Miro, "Oscuri talenti". Bompiani, pagg. 752, € 22)

L’età vittoriana degli X-Men
- Un nuovo, talentuoso e misterioso autore, J. M. Miro, ci cattura con un’opera che mescola mondi e suggestioni. E che ci ricorda come questo genere sia necessariamente intessuto di oscurità -
di Licia Troisi

Ci siamo passati tutti, soprattutto da adolescenti: ci siamo sentiti diversi, che fosse per il nostro corpo che non ci piaceva, o per i gusti e le passioni differenti da quelli di tutti gli altri. Abbiamo pensato fosse impossibile essere amati, magari ci siamo isolati. Ci siamo sentiti dei mostri. Un soggetto brillantemente incarnato dagli X-Men di Stan Lee e Jack Kirby, a loro volta ispirati alla Doom Patrol della rivale Dc Comics. Ora, questo tema viene declinato in una nuova chiave, efficace e originale, da J. M. Miro, pseudonimo un po’ misterioso di un autore che «vive e scrive nella regione del Pacifico nord-occidentale», come recitano le scarne note biografiche. Oscuri talenti — Ordinary Monsters, come recita il titolo originale, che alla tematica del mostro, quindi, allude ancora più esplicitamente — aggiunge al topos una scrittura preziosa e al tempo stesso chirurgica, un’irresistibile ambientazione vittoriana, che pur spazia tra luoghi lontani — dal Nuovo Mondo, al Giappone, alla brumosa Scozia — e una capacità di sconvolgere continuamente le certezze dei suoi giovani e tormentati protagonisti, e quelle del lettore di conseguenza. Perché se gli X-Men avevano almeno dalla loro la solida saggezza e la cristallina bontà di Charles Xavier, per Charlie, Marlowe e Komako le cose non saranno altrettanto semplici.

Fin dalle prime pagine, facciamo conoscenza coi nostri protagonisti: ognuno di loro ha un potere speciale, ognuno di loro vive il proprio talento come una condanna, ognuno è stato rifiutato dalla società, e ha dovuto arrangiarsi, da solo, o con l’aiuto di radi amici o pietosi protettori. C’è Marlowe, otto anni, che può diventare luminoso, e la cui luce può al tempo stesso curare o ferire. C’è Charlie Ovid, sedici anni, che può guarire da qualsiasi ferita, persino quelle mortali, ed è prigioniero del sud razzista degli Usa. C’è Komako, che fa danzare la polvere. A cercarli, Alice Quicke, ruvida detective privata, e Frank Coulton, entrambi in missione per il misterioso Cairndale Institute, che cerca talenti come i loro per educarli e aiutarli a usare i loro poteri. Ma nulla è come sembra, e tra allievi che hanno scelto la via del male, creature millenarie e ambigui mentori, i ragazzi dovranno imparare a fidarsi solo di se stessi, in un mondo oscuro e sempre pronto a divorarli. C’è una stretta corrispondenza tra l’ambientazione ottocentesca, con le sue brume, certo, ma anche le sue brutture, le sue regole spietate, e il destino dei ragazzi. Non sono soltanto i loro poteri a renderli dei reietti: è la società stessa a non essere a loro misura, poteri sovrannaturali o meno. L’Inghilterra vittoriana non è posto per bambini, con la sua industrializzazione selvaggia, il lavoro minorile e lo sfruttamento dei più piccoli, figurarsi per un trovatello come Marlowe. Così, Charlie, ragazzo di colore, non può trovare posto nel Mississippi della schiavitù. La metafora diventa così limpida: non si nasce mostri, è la società che ci fa diventare tali, quando non riesce ad accettarci, quando tutto quel che fa è cercare di sfruttare noi e i nostri corpi. Una lezione spietata, così come crudamente spietato è tutto il mondo costruito da Miro: come nella miglior tradizione della fiaba, prima che Walt Disney le edulcorasse tutte, il fantastico non può che accompagnarsi a una giusta dose di orrore e mistero.

Così il potere si associa sempre alla sofferenza — Marlowe può involontariamente far del male a chi lo ama, Charlie spesso si ferisce di proposito per salvare sé e i propri amici — e nessuna delle creature — numerosissime — presenti è esente da un giusto grado di ambiguità. E, del resto, anche tutti gli adulti che popolano il libro, e che dovrebbero proteggere i ragazzi, nascondono ciascuno ombre e passati oscuri. Ne emerge un ritratto tridimensionale, in cui ogni cosa appare stratificata; il libro presto appare come un caleidoscopio in cui perdersi, un abisso in cui ogni strato di lettura ne nasconde ulteriori altri, e in cui affondare è piacevolissimo. Perché, in tutto questo, la storia corre come un fuso, cosa non affatto banale, date le più di seicento pagine attraverso le quali si dipana. Ma l’azione è così serrata, l’ambientazione così curata e sfaccettata, i colpi di scena così tanti e così ben misurati, che il racconto corre via come niente. Ne emerge un quadro spietato e affascinante, un mondo oscuro di che il lettore percepisce di aver indagato solo una piccola parte. E infatti il finale, sebbene tiri perfettamente le fila della vicenda narrata, è aperto verso un auspicato sequel. Insomma, Oscuri talenti aggiunge un nuovo e interessante tassello al mondo sempre più variegato della narrativa fantastica, e lo fa con un preziosismo stilistico e una minuziosa costruzione del mondo che non potranno non appassionare tanto i patiti del genere che i neofiti decisi ad avvicinarlo per la prima volta.

- Licia Troisi - Pubblicato su Robinson del 15/10/2022 -

Guida alla Non-Sopravvivenza !!

Nessun pianeta per nessuno. La lunga agonia del Club di Roma
- di Frank Grohmann -

Adesso, nel momento in cui quelli che si sono autoproclamati eredi del 1972 stanno cercando di far rivivere lo spirito dei «limiti alla crescita» [*1], quando invece in realtà stanno seppellendo un bambino nato morto e vecchio di cinquant’anni proprio ora mentre ne stanno scavando la sotto il dito minaccioso dei figli dei loro figli, adesso che è arrivato il momento di firmare i biglietti di condoglianze.
Viene così nuovamente invocata la vecchia formula [*2] secondo la quale basterebbe tirare le giuste leve  nella giusta direzione per fare sì che, come si diceva allora, «un piccolo cambiamento in un settore porti a grandi cambiamenti in tutti i settori». Oggi, come ieri, si vorrebbe controllare un gioco insostenibile come il Monopoli, a partire dal fatto che (ad esempio) vengono sostituiti i cattivi giocatori, e/o (qualche volta) sostituiamo le pessime regole del gioco, oppure (addirittura) cambiamo radicalmente il gioco economico; facendolo ovviamente nei punti giusti, cioè dove la cosa non faccia male a nessuno. Però, oggi come in passato, non si pensa nemmeno per un attimo di abbandonare il tavolo da gioco, anche se questo significa scavarsi la fossa, e che nessuno avrà più un mondo. O certo, naturalmente, all'epoca era già stato identificato ciò che gli autori del rapporto avevano chiamato «il Santo Graal dell'economia moderna» - vale a dire la crescita - e di essa si diceva che doveva essere domata. Ma cosa succederebbe se il mondo intero  non smettesse di cercare questo Santo Graal, mentre allo stesso tempo continua a sacrificare al suo feticcio? Ecco, è così che l'«economia moderna» ha potuto continuare a correre incontrollata per mezzo secolo, non toccata dallo spirito dei «limiti». Cosa rimane da fare oggi agli eredi di questo spirito, se non riconoscerlo come nato morto e annunciare al mondo che in fondo a essere decisivo, è stabilire cosa deve crescere, cosicché alla fine si possa proclamare: «La crescita è morta, viva la crescita!». Anche se questo significa ancora una volta: niente mondo per nessuno, e scavarsi la propria fossa.
No, noi no, per quel che ci riguarda, non stiamo continuando affatto ad assecondare ancora l'ultimo gemito di quell'epoca passata che credeva ancora nella salvezza: se l'aumento attuale della popolazione mondiale, l'industrializzazione, l'inquinamento, la produzione di cibo e lo sfruttamento delle risorse naturali dovessero continuare invariate - si diceva - i limiti assoluti della crescita sulla Terra verrebbero raggiunti entro i prossimi cento anni! Ma non ci uniremo però nemmeno alla minestra riscaldata delle attuali parole che, fin dalle prime battute, suonano come il canto funebre dello stesso spirito che ora invoca che: «la crescita economica assume un nuovo carattere e tutt'altro fine»!

Ma chi ha detto che saremmo andati alla veglia funebre! Dove c'è da aspettarsi che, come al solito, le orazioni funebri che sono state annunciate, misureranno solo il cammino compiuto in direzione della tomba, dicendo che è stato fatto in termini di «ricchezza ampiamente condivisa e reciprocamente vantaggiosa, vista come prosperità per tutti i cittadini»! Tanto la nostra assenza non verrà notata, dal momento che a piangere ci saranno molte persone. Dopotutto, a essere sepolto non sarà solo quello vecchio, ma anche il nuovo bilancio, che ha cinquant'anni in meno rispetto a quello vecchio, e in quella tomba rimane ancora spazio sufficiente a tutto il Club, cui in ultima analisi erano destinati entrambe le relazioni. Fino ad allora, l'intenzione sarà stata quella di dotare gli esseri umani di un manuale di istruzioni per la sopravvivenza del pianeta. Di tutti questi vani tentativi rimarrà solo la testimonianza di un ipocrita gesto critico: in passato, si pensava che quelle che erano delle mostruose relazioni sociali, potessero essere aggiustate e sistemate sottolineando la finitezza del tavolo da gioco su cui vengono giocate; al giorno d'oggi, ci si propone di separare la crescita buona da quella cattiva, sempre sullo stesso tavolo da gioco, il quale però genera solo distruzione. Pertanto, i necrologi potranno essere meglio caratterizzati per mezzo dall'ambivalenza dei concetti che servono a giustificare e a perpetuare l'indice del segnale di allarme. Per esempio, usando il termine «fallimento del sistema», visto nel senso di un'«iper-finanziarizzazione iniziata negli anni '80, la quale è parassitaria dal momento che preleva dai beni comuni più di quanto poi possa essere rigenerato». Oppure, tutto ciò che ha a che fare con la proposta di un principio di organizzazione economica supposto come assai diverso - vale a dire, orientato verso questi stessi «beni comuni» - il quale dovrebbe aprire la strada a una possibile «economia del benessere».

In uno dei due casi, viene pensato separatamente ciò che sembra invece essere unito solo nel concetto. In questo modo, il sistema può essere salvato proprio solo a partire dall'ipotesi di un fallimento, allo stesso modo in cui una buona crescita si ottiene a partire da una cattiva crescita: sistemiamo ciò che non ha funzionato, in modo che il sistema possa funzionare di nuovo (e anche meglio!).
Nel secondo caso, il concetto ci deve permettere di pensare insieme ciò che invece in realtà può essere solo separato. In tal modo, un'economia la cui logica interna esclude proprio una simile promessa, può comunque essere orientata al benessere, allo stesso modo in cui una buona crescita non deve fare altro che sbarazzarsi della cattiva crescita: manteniamo la promessa del benessere, e l'economia tornerà a prosperare (e lo farà anche meglio)!
Così, in entrambi i casi, le narrazioni raffazzonate e malamente messe insieme, devono consentire che sia mantenuta la propria fede nella favola della «trasformazione di quello che è il senso e lo scopo della nostra economia»:
Prima, «valorizzavano il nostro futuro»! Adesso, «ne attestano il suo totale abbandono»! Insomma, ha funzionato una volta! Proprio per questo può funzionare di nuovo!
Contrariamente a quanto viene sbandierato, questa auto-proclamata «accurata e dettagliata visione delle relazioni economiche, e della natura dell'economia» va quindi letta come se fosse una guida alla non-sopravvivenza.
E come non potremmo esserci accorti che tra le righe si può leggere l'annuncio dell'avvenuto decesso della Critica dell'economia politica? Hanno creduto che fossimo proprio degli sciocchi fino in fondo, non è vero?
Anche l'ultima formula, quella di un'«economia del benessere» trasformista, spuntata dal nulla proprio lungo il percorso del suo corteo funebre, non riesce più ingannarci sul fatto che domani non ci sarà più terra da coltivare per nessuno.

Frank Grohmann, 6 gennaio 2023 - Pubblicato su GRUNDRISSE. Psychanalyse et capitalisme

NOTE:

[*1] - Dennis Meadows e altri, "Halte à la croissance", Paris, Fayard, 1972.

[*2] - Club of Rome (a cura del), "Earth for All. Ein Survivalguide für unseren Planeten", 2022.

giovedì 12 gennaio 2023

Collassati !!

I collassologhi, hanno fondato una teoria - la Collassologia  - che è allo stesso tempo, simultaneamente, sia fatalista che naturalista.
Fatalista, nel senso che secondo loro il il collasso non è evitabile: ragion per cui giudicheranno inutile qualsiasi tentativo di trasformazione globale che oggi viene messo in atto (è «inutile combattere», sostengono Pablo Servigne & Raphael Stevens & Gauthier Chapelle nel loro "Un'altra fine del mondo è possibile", pubblicato in Italia da Treccani ). Naturalista perché,  per naturalizzare sistematicamente il mondo sociale moderno, attinge alle scienze naturali borghesi. Pertanto, per loro, fatalismo e naturalismo  procedono insieme e di pari passo: così, dal momento che il sociale è naturalizzato ecco che diventa del tutto inutile lottare contro le sue leggi implacabili. In questo saggio, tale discorso verrà criticato alla radice. Nel libro vengono analizzate e commentate tre opere dei collassologhi ("Come tutto può crollare", "Un'altra fine del mondo è possibile", "Mutuo soccorso, l'altra legge della giungla"). Si scoprirà così che i collassologhi in realtà non vogliono farci effettivamente uscire dal capitalismo, ma cercano piuttosto di adattare la società capitalista al crollo.

UNE CRITIQUE ANTICAPITALISTE DE LA COLLAPSOLOGIE, di BENOIT BOHY-BUNEL. Collection : Questions contemporaines. 13,5 €

Irrinunciabile !!

Un saluto ai Gilet gialli

È stato questo l'emergere dei Gilet Gialli in Francia: un tuono nel cielo della mediocrità. La loro presenza ha catalizzato segretamente una forza insurrezionale che si stava risvegliando in tutto il mondo. L'ironia della storia ha voluto che siano apparsi in un paese dove l'abiezione e la stupidità avevano oscurato i Lumi di una volta.

La paradossale alleanza tra una volontà pacifica e una risolutezza incrollabile ha piombato nella confusione e nello smarrimento un governo che sonnecchiava assopito confidando nello scombussolamento mercantile delle masse. La mediocrità dei capi di Stato, dei notabili, delle élite era a questo punto talmente esemplare che bastava che il carro dello Stato dovesse solo "navigare su un vulcano"; citando la scherzosa espressione di Prudhomme.

Da destra a sinistra, un disprezzo unanime ha accolto i Gilet Gialli. Chi erano questi intrusi che improvvisamente riscoprivano l'ispirazione della Comune di Parigi, la gioia del maggio 1968, la  tranquilla sicurezza degli zapatisti, quando molti di loro ne avevano solo una conoscenza rudimentale? È stato un bel momento di comicità sentire gli intellettuali e gli esperti in pensiero critico trattare da imbecilli quelle persone che scoprivano in sé stessi e insieme, la presenza di una vita da cui le necessità quotidiane ci tenevano - e continuano a tenerci - crudelmente lontani. Questo impulso vitale: sono stati loro a propagarne spontaneamente la consapevolezza pratica, ludica e poetica.

I Gilet Gialli non appartengono né alla plebe né al proletariato. Per lo Stato e per i conservatori, sono dei facinorosi da passare per le armi. Il populismo fascista era convinto che avrebbe potuto padroneggiarli. Si è strozzato al primo boccone. La sinistra li avrebbe volentieri abbigliati con le vecchie vesti proletarie se l'apparato sindacale e politico, desideroso di offrire la propria tutela, se non fosse stato che gli insorti e le insorte hanno rifiutato di accettarla.

La loro auto-organizzazione informale si basa su alcuni principi essenziali e radicali: nessun leader, nessun apparato politico-sindacale, nessun rappresentante autoproclamatosi, priorità assoluta all'essere umano. Nessun altro movimento insurrezionale ha mai marcato con altrettanta determinazione, fin dall'inizio, il suo volere un mondo nuovo che sia in assoluta rottura con le nostre società di dominio, di potere, di sacrificio e di spirito militare.

La scossa sismica che sta scuotendo la società planetaria non si riduce a una sommossa, né una rivolta, né una rivoluzione. Essa indica il risvegliarsi di una vita che la civiltà del Profitto ha condannato all'avvizzimento. Rompe la gabbia di una letargia millenaria. La sua coscienza non è nata, come nel XVIII secolo, dalla lucidità di brillanti pensatori. È una voce anonima, balbettante. È ancora angosciata dalla paura per aver osato l'impossibile. Ma è presente, esiste e fa a meno delle parole perché intuisce che anche le parole devono rinascere. Dal Chiapas all'Iran, una poesia di sovversione sociale spinge verso le più disparate rive le sue onde fragili, effimere e incredibilmente irresistibili.

Di primo acchito, i pretesti addotti appaiono futili: tasse, biglietto della metropolitana, vilipendio dello Stato. Tra loro, molti si limitano ancora a rivendicazioni di sopravvivenza. Ma nessuno si sbaglia. Sotto, c'è qualcosa di ben più profondo. C'è la gioia che li fa danzare sulle rotatorie, sulle strade e dove dai cuori promana il desiderio di vivere liberamente. Nessuna richiesta sociale ha mai fatto mostra di una simile perseveranza, insieme a una determinazione così tranquilla. Tutto quanto sembra suggerire che ci troviamo di fronte a un fenomeno che va oltre gli animatori del movimento, dal momento che - lo capiranno prima o poi - lo portano in sé, nei loro cuori.

Non occorre essere dei geni per individuare, e rendersi conto che tra i Gilet gialli ci sono razzisti, antisemiti, omofobi, misogini, retro-fascisti, retro-bolscevichi, psicopatici e ritardati mentali. Tradizionalmente, la folla ha sempre privilegiato l'individualismo a spese dell'individuo, ed è bravissima nel far prevalere l'aggressività delle emozioni represse sull'intelligenza dei presenti. E tuttavia, ciò che il movimento dei Gilet Gialli ha promosso fin dall'inizio, è stato un senso umano che prescinde dal riflesso predatorio e garantisce la predominanza dell'aiuto reciproco e dell'autonomia individuale. Anche se questo movimento dovesse scomparire, avrà diffuso ovunque i semi di un'insurrezione della vita quotidiana e di una primavera che «fiorisce in ogni stagione».

Abituato da molto tempo a disprezzare le bandiere, mi sono reso conto che gli emblemi della Francia, branditi dai Gilet Gialli, non venivano sventolati nel vento nauseabondo del nazionalismo, ma sbattevano al ritmo del respiro della Rivoluzione francese, messaggera delle nostre rivoluzioni presenti e future. Due secoli di sciovinismo ci hanno impedito di ricordare che, malgrado la sua sanguinosa grandiosità, è stata la Marsigliese la canzone inaugurale delle rivolte che hanno sconvolto il mondo nel XIX e nel XX secolo.

La poesia non viene giù dal cielo, ma nasce nei bassifondi dell'esistenza. Non esiste alcuna misura, nessun calcolo che possa determinare l'intensità di ciò che si diffonde per risonanza, anziché per parole d'ordine. Libera da tribuni, manipolatori e intellettuali arroganti e presuntuosi, la ribellione dei viventi sgombera e apre spontaneamente la strada a una libertà autenticamente vissuta.

La stupidità è contagiosa, l'intelligenza è empatica. Basta qualche seme di radicalismo per fertilizzare le terre più aride. La qualità prevale sempre sulla quantità. Non preoccupatevi delle cifre! La civiltà dei numeri è finita! Lasciate che gli aggressivi disperati vi chiamino chimerici. Sono di quella stessa razza che da secoli afferma che la vita è cieca e la morte è lucida.

È a partire dalle piccole realtà locali che la lotta per la qualità della vita e per l'eliminazione degli inconvenienti assume il suo senso. Separato dalle sue radici viventi, il progetto di emancipazione umana è solo un'astrazione. La coscienza del vivente è la nostra radicalità. È irrinunciabile.

Raoul VANEIGEM - 31 décembre 2022 -
– À contretemps / Odradek / janvier 2023 –
[http://acontretemps.org/spip.php?article958]

mercoledì 11 gennaio 2023

La guerra civile molecolare e l’undicesima tesi su Feuerbach…

«Ricostruzione o barbarie?»
- di Thiago Canettieri  -

«Pensare che dopo questa guerra, la civiltà possa essere "ricostruita" - come se la ricostruzione della civiltà non fosse di per sé la negazione di tale guerra - è un'idiozia». (Theodor Adorno)

Domenica 8 gennaio. Esattamente una settimana dopo la "festa del futuro", che si riprometteva la riunificazione nazionale e la ricostruzione della democrazia, ecco che esattamente nello stesso luogo, osserviamo gli effetti violenti del bolsonarismo. Con una massiccia azione politica, gruppi di bolsonaristi hanno invaso le sedi dei tre poteri a Brasilia. Facendo affidamento sul "corpo molle" delle forze di polizia, l'orda giallo-verde, marciando, ha penetrato e ha depredato il Congresso Nazionale, la Corte Suprema e il Palazzo del Planalto. Si è trattato di una prova di forza. Se il governo democraticamente eletto aveva contato sulla pacificazione nazionale, con la prospettiva di una riedizione del patto lulista, questi ultimi accadimenti hanno infranto un simile sogno, come se fosse un castello di carte in una tempesta. Prontamente, il "neo-governismo di sinistra" ha subito assunto una posizione austera. Come mostrano i recenti meme, il governo appare implacabile contro i "terroristi". Le persone coinvolte negli atti di domenica scorsa devono essere punite in modo esemplare. La legge, dicono, deve essere rigorosamente rispettata. Nell'ampio spettro di sentimenti ed emozioni che sono stati mobilitati - dal legalismo al revanscismo - al centro troviamo l'aspettativa della ricostruzione. Quello che è avvenuto - a sintetizzarlo, è la foto dove si vede il manifestante terrorista con la Costituzione federale in mano e, alle sue spalle, la statua della Giustizia graffitata con la scritta "hai perso, Mané" - è la conferma del fatto che le istituzioni non funzionano più, o quanto meno non vengono più prese sul serio e, pertanto, sono diventate prive di efficacia. Di conseguenza, la postura assunta dal "nuovo lulismo", non è più quella del "Lula peace and love", quanto piuttosto del "vigila e punisci", ma vigilare non sarà sufficiente per "ricostruire" un Paese.

Comprendere e agire in questo scenario - a mio avviso - significa spingere fino alle sue estreme conseguenze il collasso istituzionale della Nuova Repubblica, la quale appariva già disidratata fin dal 2015. E sebbene il suo certificato di morte sia stato redatto in più momenti (il voto sull'impeachment di Rousseff; l'approvazione della riforma del lavoro; l'incarcerazione di Lula; l'elezione di Bolsonaro), la Nuova Repubblica rimane comunque l'entità che continua a guidare la prassi di gran parte della politica brasiliana contemporanea. E chi sembra prendere sul serio questo sgretolamento della politica della Nuova Repubblica, è proprio il bolsonarismo. Per quanto vengano trattati come se fossero "pirati", a essere crollato sembra essere proprio sia stata il repubblicanesimo democratico. Ci si riempie la bocca per parlare dello Stato di diritto democratico, ma il suo corpo è oramai già putrefatto. Proprio per questo motivo, per quanto appaia circondato da una certa aura mistica, parlare di ricostruzione democratica suona invece così tanto  estemporaneo. Il bolsonarismo è più coerente con lo "spirito della nostra epoca nazionale": prende sul serio l'erosione dei vecchi vincoli sociali (Stato-Repubblica-Lavoro). Lo si deve al bolsonarismo se la politica come conflitto è tornata all'ordine del giorno. Giornalmente, si premurano di proclamare che "sono in guerra". Questo sentimento profondo alla base dell'invasione della Piazza dei tre poteri e dei continui atti distruttivi, può emergere solo nel momento in cui l'individuo capisce di essere in guerra. Certo, ci sono anche i finanziamenti, e l'indulgenza delle forze repressive, ma questo non può offuscare la percezione più fondamentale secondo cui c'è molta volontarietà. La rivolta è nelle mani dell'estrema destra. Una simile postura insurrezionale è assai diversa da quella che poi è diventata la politica della risorta nuova Repubblica, e che vediamo confusa insieme alla gestione della sicurezza e dell'amministrazione del collasso. In un tale contesto, sembra quasi puerile aver fede nella ricostruzione. Non esiste alcuna ricostruzione possibile, anche perché, a rigore, non c'è nulla che valga la pena di essere ricostruito: ricostruire non significa forse ripristinare le condizioni di questa catastrofe e, pertanto, riprodurre necessariamente proprio l'autodistruzione?

Bisogna fermare l'escalation del nuovo radicalismo di destra in Brasile. Ma tuttavia, il modo in cui ciò è stato fatto ignora quale sia la questione sociale e politica di fondo. Fare ricorso al trattamento penale sarà inefficace, dal momento che definire ciò che è un crimine o meno avviene sempre a partire dalla legittimità istituzionale, la quale però è stata intaccata ed erosa. Al contrario, gli effetti sociali autodistruttivi potrebbero continuare a inasprirsi. Non si tratta di amnistiare i golpisti, quanto piuttosto di comprendere che cosa sta succedendo nel Brasile di oggi. Se si segue la strada della ricostruzione impossibile, finiremo per esserne tutti divorati. In ogni caso, l'egemonia della sinistra istituzionale - quella stessa sinistra che appare interessata a perseguire la ricostruzione - impedisce di comprendere la portata dei fenomeni più recenti. Da un lato, vengono minimizzate le azioni dell'estrema destra, sia patologizzandole ("sono deliranti, squilibrati, pazzi, ecc.") sia considerandole innocue, di modo che così appaiono ridimensionate. È da un simile postulato che proviene la posizione di credere nell'indebolimento spontaneo della folla. Dall'altro lato, per contro, c'è l'incessante atteggiamento di cercare di comprendere le conquiste dell'estrema destra come esse se fossero il prodotto diretto di determinati interessi e obiettivi di alcune frazioni della classe borghese. Oltre a ignorare la dimensione libidica e inconscia del fenomeno, questo sembra attribuirgli una certa razionalità proprio laddove invece ormai non esiste più. In entrambi i casi, quel che si perde di vista è il punto essenziale: nello scenario della guerra civile molecolare non importa se i soggetti sono patologici, con piccoli contingenti, o chi li finanzia. Potenzialmente, la violenza raggiunge tutti. È la forma stessa di organizzazione del bolsonarismo, a essere coerente con la molecolarizzazione della guerra, frutto di una dinamica di "desocializzazione catastrofica": un autoritarismo decentralizzato.

Quello che rimane, ai repubblicani democratici schierati su un fronte assai ampio, è solo un ossimoro: come si può credere nelle istituzioni, quando sono proprio esse quelle che devono essere ricostruite? E a questo non esiste risposta; e anno dopo anno, per quanto si insista sulla diagnosi della dissoluzione e della delegittimazione delle istituzioni, quel che rimane è questa la risposta unidimensionale. A questa catastrofe, dal punto di vista sociale, non c'è soluzione se non quella che non passa attraverso il superamento della forma sociale del valore, la quale, sebbene defunta, continua a perpetuarsi come criterio superiore di socializzazione. In tale contesto, la massa di persone maltrattate, spogliate e depredate continuerà ad aumentare. Questa dinamica continuerà a erodere le basi delle istituzioni, sviluppate dalla e per la modernità, dando così luogo a una dinamica di circolazione della violenza. In altre parole, è assai probabile che, indipendentemente dal governo eletto e dalle sue misure di ricostruzione, il processo sociale che chiamiamo bolsonarismo continui a inasprirsi. Gli effetti della crisi continueranno ad accumularsi, all'orizzonte, in un cumulo di macerie. La dinamica cieca del capitale continuerà il suo corso autodistruttivo, la dissoluzione del lavoro non potrà essere semplicemente invertita per mezzo di atti di benevolenza compiuti da parte di chiunque indossi la fascia presidenziale nell'attuale turno.

La crisi economica e la crisi politica non sono la causa, ma il risultato di quell'erosione delle forme sociali storicamente determinate che logora l'intero tessuto sociale. Stando così le cose, credo sia fondamentale tener conto di quegli elementi più generali che possono contribuire a spiegare l'attuale capitolo della catastrofe brasiliana, vale a dire, il quadro di dissoluzione del capitale in atto a causa delle proprie incoerenze e contraddizioni interne, che impongono limiti assoluti al suo auto-movimento, de-sostanzializzando così le forme sociali. Per smobilitare il bolsonarismo, la sconfitta elettorale di Bolsonaro non è sufficiente. Il primo è molto più ampio e ha radici assai più profonde del primo. Perciò ci verremo a trovare di fronte a un "bolsonarismo senza Bolsonaro". La fuga mal riuscita e disordinata dell'ex presidente non servirà a disperdere l'energia autodistruttiva che circola nel Paese. Dal risultato elettorale all'insediamento, il nuovo radicalismo di destra del Brasile si è rafforzato. La possibilità che la violenza esploda, coincide con l'atto di (ri)accendere la fiamma della speranza nella vecchia democrazia. Lo scenario che avremo di fronte per i prossimi quattro anni sarà quello dell'esplosione di questa "forma di terrorismo" che sintetizza il modo in cui si manifesta la guerra civile molecolare. La mobilitazione permanente dell'estrema destra tende a radicalizzarsi; e il risultato elettorale andrebbe letto solo come una soluzione di continuità in questa storia. Nel frattempo, la ragione dominante continuerà ad attendere la ricostruzione. Questa "attesa catastrofica" produce effetti deleteri: determina un'incapacità e uno stato di impotenza cognitiva, che limita l'interpretazione del mondo, e un'impotenza politica, che impedisce la trasformazione del mondo. Per dirla in breve, la famosa "undicesima tesi" ha fatto acqua da tutte le parti.

- Thiago Canettieri -  - Pubblicato il 10/1/2023

fonte: Blog da Consequência

martedì 10 gennaio 2023

Brazil !!

Perché il bolsonarismo?
Dopo gli attacchi dei neofascisti bolsonari di domenica, ecco che l'indispensabile libro di Fabio Pitta, "Il Brasile nella crisi del capitale del XXI secolo", rappresenta una ricca descrizione della storia economica e sociale della crescita e della crisi brasiliana degli ultimi due decenni. Il libro è disponibile su: https://www.editions-crise-et-critique.fr/ouvrage/fabio-pitta-le-bresil-dans-la-crise-du-capital-au-xxie-siecle/

Fábio Pitta è un geografo brasiliano, membro del Laboratorio di Geografia Urbana dell'Università di San Paolo (Grupo de Sexta do LABUR - crise e crítica do sistema fetichista productor de mercadoria e da modernização retardatária brasileria). Da diversi anni l'autore conduce ricerche sulla crisi economica brasiliana, sull'agroindustria della canna da zucchero, sul capitale fittizio e sul loro rapporto con la bolla globale delle materie prime.

Fábio Pitta, "Il Brasile nella crisi del capitale del XXI secolo. La bolla delle merci, il capitale fittizio e la critica della dissociazione del valore". Prefazione di Roswitha Scholz. 15,00€

L'inizio del XXI secolo, è stato spesso celebrato come il momento dell'emergere di nuove potenze, e dello spostamento del centro del capitalismo globale verso l'Asia e in altre regioni periferiche. Ma a distanza di vent'anni, molti di questi "Paesi emergenti" sembrano non esserlo più. La crescita dell'economia brasiliana negli anni 2000 e il suo crollo nel decennio successivo, hanno rivelato che questi paesi sono legati a un'economia delle bolle finanziarie, del tutto  in linea con le caratteristiche della crisi del capitalismo contemporaneo. Dopo lo scoppio della bolla delle materie prime, il Brasile ha iniziato a sperimentare un elevato debito pubblico e privato, una disoccupazione di massa, fallimenti a cascata e l'arrivo al potere dell'estrema destra. Un contesto questo, che ha invariabilmente aggravato le vessazioni nei confronti di donne, neri, indigeni e piccoli produttori rurali.

Il libro di Pitta, "Il Brasile nella crisi del capitale", analizza le cause e le conseguenze generali di questo periodo, dall'emergere delle classi medie che hanno portato al potere Lula e Dilma Rousseff, all'adesione di queste stesse classi al fascismo di Jair Bolsonaro. Per cui, il libro, non solo ci offre una buona discussione delle interpretazioni dei recenti sviluppi economici e politici in Brasile, come quelle di David Harvey sulla «accumulazione per espropriazione» e attraverso il land grabbing, ma ha anche il particolare merito di mediare tra i presupposti teorici della critica della dissociazione del valore e il "ventre" del mondo empirico, dando così un importante contributo al rapporto tra forma sociale e totalità concreta nel capitalismo in crisi.

fonte @Palim Psao

Valori d'uso & "Fabbriche Sociali"

Non c'è niente che sia NOSTRO: critica del feticismo del valore d'uso.

Il carattere distruttivo e la follia della produzione capitalistica, appaiono già del tutto evidenti perfino nel cosiddetto Valore d'uso, e nella sua produzione. Questo perché, comunque sia, il contenuto materiale di ogni e qualsiasi merce corrisponde sempre agli imperativi della valorizzazione; e non viceversa. Una critica teorica che dovesse limitarsi alla mera redistribuzione dei valori d'uso (ovvero dei beni/asset) e all'acquisizione dell'apparato produttivo esistente (e dell'apparato statale), non coglierebbe affatto quello che è il nocciolo della questione. E pertanto, la prassi risultante ne uscirebbe tronca, o assurda. Alla fine, difendere un'ontologia del lavoro ha come conseguenza, in ultima analisi, quella di non tenere assolutamente conto della negatività e della vera e propria potenza distruttiva insita nel lavoro astratto, permettendo così che le conseguenze distruttive del modo di produzione capitalistico, possano rimanere insufficientemente esposte (o arrivare addirittura a nasconderle).

«Sotto il dettame di questa produzione e realizzazione di ricchezza astratta, si rinuncia ogni giorno, per mancanza di redditività e di solvibilità, a delle produzioni rispondenti anche a dei bisogni elementari, dal momento che la produzione di beni distruttivi, prodotti per necessità distruttive (e non si parla solo di quelli dell'industria degli armamenti), viene ulteriormente intensificata. Ma non è solo in tal senso che l'astrazione dai bisogni materiali interviene massicciamente nel processo di produzione; e questo dal momento che anche i contenuti della produzione in sé apparentemente non distruttivi, seguendo lo spirito del lavoro astratto, vengono anch'essi modellati al prezzo della loro distruzione. Se dei pomodori vengono coltivati, per poi venire imballati in maniera conforme a quelle che sono le norme in vigore per la distribuzione, se delle mele vengono trattate con la radioattività per assicurare loro una durata più lunga, o se gli alimenti in generale vengono snaturati all'esclusivo fine della valorizzazione, e se per delle ragioni di semplificazione gestionale, tutta la ricchezza accumulata nel corso della storia nei termini di una vasta molteplicità di piante e di animali viene perduta, e si riduce ogni giorno a favore di una "Bio–Povertà", oppure, ancora, se nella costruzione delle case, sotto il dettame della riduzione dei costi imposto dall'economia imprenditoriale, vengono utilizzati materiali nocivi per la salute e se tutto questo si traduce in una disposizione disfunzionale dello spazio che è un insulto all'estetica: e in ogni caso è il contenuto materiale a a doversi adeguare all'imperativo della valorizzazione, e non il contrario; e nella misura in cui il capitalismo si sviluppa storicamente, tutto ciò avviene secondo delle proporzioni sempre più crescenti.».

(Robert Kurz, da "La substance du Capital".  L’Echappée, 2019 )

fonte: Palim Psao

lunedì 9 gennaio 2023

«Sake Viva» !!

GIAPPONE IN CRISI: aumentare l'acolismo!
- Dopo decenni di stagnazione, la banca centrale della nazione industriale più sovraindebitata al mondo, sta disperatamente resistendo a una svolta nella politica monetaria, e ciò nonostante l'aumento dell'inflazione (*terza parte di una serie di articoli sull'attuale scoppio di crisi) -
di Tomasz Konicz [***]

Come in un keynesiano "giorno della marmotta", il pacchetto di stimoli economici che il governo giapponese del primo ministro Fumio Kishida ha approvato lo scorso ottobre, per alleviare le conseguenze sociali del malessere economico e dell'aumento dell'inflazione, è arrivato all'equivalente di 200 miliardi di dollari. Il pacchetto di misure comprende principalmente sussidi energetici volti a ridurre di circa 1,2 punti percentuali il tasso di inflazione, che di recente ha raggiunto il 3,6% (abbastanza moderato rispetto gli standard dell'Europa occidentale) [*1] A Tokyo, nel corso di una conferenza stampa [*2], il capo del governo ha dichiarato che si aspetta che il pacchetto di stimoli economici porterà il prodotto interno lordo del Giappone ad aumentare del 4,6%. Da questo punto di vista, sembra che sia cambiato ben poco in una nazione industriale orientata all'esportazione, che per decenni, similmente alla Germania, ha avuto un'eccedenza di esportazioni [*3]. Negli anni '80, il Giappone veniva addirittura considerato in Occidente, così come avviene oggi con l'odierna Cina, una nazione economica in ascesa che sarebbe diventata la grande potenza dominante grazie alla sua industria di esportazione e agli investimenti esteri. Ma al boom industriale delle esportazioni degli anni '70 e '80 ha fatto seguito, alla fine degli anni '80 e all'inizio degli anni '90, una fase di crescita trainata dai mercati finanziari, durante la quale il Giappone ha sviluppato nei mercati immobiliari e azionari delle gigantesche bolle speculative [*4]. Dopo lo scoppio di queste bolle, in Giappone si è verificata una prolungata stagnazione economica con tendenze deflazionistiche [*5]. L'economia non è cresciuta quasi per niente, mentre i prezzi tendevano a diminuire, soffocando la domanda interna a causa del contenimento dei consumi, come accade spesso nelle deflazioni. Allo stesso tempo, il livello dei salari reali in Giappone, per mantenere basso il costo unitario del lavoro nel paese esportatore, ha ristagnato. Si trattava quindi di una tipica spirale deflazionistica, nella quale interagiscono malessere economico, calo dei prezzi e diminuzione della domanda, tutte cose che la politica economica giapponese combatteva da decenni [*6]. E Tokyo lo aveva già fatto attraverso numerosi programmi di stimolo keynesiano volti a rilanciare l'economia. A partire dagli anni '90, i diversi governi giapponesi hanno tutti ripetutamente cercato di rilanciare l'economia per mezzo di massicci programmi di investimento, per quanto le fiammate economiche di breve durata non sono riuscite a porre fine alla tendenza a lungo termine verso la stagnazione e la deflazione [*7]. Lo stato insulare è stato costantemente oggetto di vari progetti infrastrutturali, con autostrade, ponti e altri interventi su larga scala, fatti al fine di rilanciare il periodo di boom dell'economia giapponese [*8]. Di conseguenza, l'efficacia di questi programmi di stimolo ha continuato a scemare, mentre la nazione industriale sprofondava sempre più nel malessere dei "decenni perduti" [*9]: la crescita economica media annua tra il 1991 e il 2010, ha superato a malapena l'uno per cento, mentre i salari, in media, sono scesi del cinque per cento. Questa situazione di sofferenza giapponese, fatta di stagnazione e di deflazione, ha interagito con le tendenze della crisi globale del 2008. La crisi finanziaria ed economica globale del 2008 e del 2009, innescata dallo scoppio delle bolle immobiliari negli Stati Uniti e in Europa, ha provocato in Giappone, in quanto paese esportatore, un'enorme contrazione economica [*10], che ha dovuto essere ammortizzata attraverso un corrispondente programma di stimolo economico del valore di 154 miliardi di dollari [*11].
Avrebbe potuto essere ancora più vasto e consistente? Dopo i giganteschi progetti piramidali keynesiani dell'ultimo decennio del XX secolo, e dopo il keynesismo in crisi del primo decennio del XXI secolo, è stato il governo del primo ministro Shinzo Abe quello che, a partire dal 2013, ha cercato di riportare l'economia giapponese, in fase di deflazione, all'interno di una solida traiettoria di crescita, grazie a un mix di programmi di stimolo e di "riforme strutturali" neoliberali, quale l'aumento dell'imposta sul valore aggiunto. All'epoca, Tokyo investì circa 224 miliardi di dollari per tentare di far uscire il Paese dalla stagnazione, ottenendo un successo effimero e modesto. Nel contempo, la banca centrale giapponese, sotto la guida di Abe, aveva cominciato a espandere in modo massiccio i suoi programmi di acquisto di obbligazioni [*12]. Ma tutte queste misure di stimolo e incentivo, che pretendevano di riuscire a superare l'attuale emorragia della società del lavoro giapponese, ora impallidiscono rispetto al programma lanciato a Tokyo nel 2021 in risposta alla pandemia: circa 490 miliardi di dollari da spendere in misure volte ad ammortizzare l'impatto che ha avuto il "lockdown", dovuto all'interruzione delle catene di approvvigionamento globali sull'economia giapponese, fortemente interconnessa a livello internazionale [*13]. Solo un anno dopo, il primo ministro Fumio Kishida ha lanciato il qui precedentemente citato pacchetto di stimoli da 200 miliardi di dollari, che dimostra e sottolinea lo scarso effetto economico prodotto da dei pacchetti di stimoli di dimensioni crescenti in un'economia tardo-capitalista in crisi. In Giappone, per mantenere in funzione la macchina strozzata della valorizzazione del capitale, è necessario "bruciare" delle somme di denaro sempre più ingenti e a intervalli sempre più brevi. Ciò che sta emergendo consiste in tutta una serie di fattori che indicano come questa pratica decennale di sostegno all'economia, attraverso pacchetti di stimolo sempre più grandi, difficilmente potrà continuare a essere mantenuta. Quello che comincia a delinearsi, nello scenario giapponese, sembra essere un possibile passaggio a una nuova qualità della crisi. Sembra che in Giappone - come suggerito in particolare dall'aumento dell'inflazione [*14] e dall'indebolimento della valuta giapponese [*15] - si sia infine arrivati al capolinea del keynesismo. L'inversione di marcia nei tassi di interesse della politica monetaria avviata negli Stati Uniti e nell'Unione Europea circa un anno fa, sta esercitando una pressione crescente sulla forte dipendenza del Giappone dalle importazioni di materie prime, dal momento che il Giappone è l'unica grande economia al centro del sistema mondiale che rifiuta questa svolta nei tassi di interesse, e si aggrappa a una politica monetaria espansiva e allentata.

La scommessa assai rischiosa del Giappone
A causa del rialzo dei tassi d'interesse nell'area del dollaro e nella zona euro, i capitali abbandonano lo yen, provocando così una svalutazione della divisa giapponese, soprattutto nei confronti di quella che la valuta di riferimento mondiale, il dollaro. Ma così facendo, allo stesso tempo, però, il Giappone sta simultaneamente importando inflazione. Le importazioni di materie prime e di fonti energetiche - che vengono pagate in dollari - diventano di conseguenza sempre più costose, e assestano al paese una spinta all'inflazione che nel Giappone "deflazionista" era sconosciuta da decenni. Lo spettacolo della svalutazione della valuta giapponese è allo stesso tempo vertiginoso e drammatico: all'inizio del 2020, il dollaro costava poco più di 100 yen, mentre nell'ottobre del 2022 si avvicinava già a 150 yen. Subito dopo, grazie a un massiccio intervento della banca centrale giapponese, in cui è stata spesa la somma record di 42,8 miliardi di dollari [*16], lo yen si è stabilizzato a circa 135 dollari. In totale, dopo la svolta dei tassi di interesse negli Stati Uniti e nell'Unione europea, la banca centrale giapponese per sostenere lo yen avrebbe utilizzato 62 miliardi di dollari [*17]. Tuttavia, in ogni caso le riserve valutarie di Tokyo, pari a circa 1.200 miliardi di dollari, sono ancora sufficienti per continuare a sostenere lo yen anche nel medio termine [*18]. Questa svalutazione della moneta si riflette anche sulla bilancia commerciale del Giappone, dal momento che l'ex economia esportatrice - la quale aveva registrato eccedenze nelle sue esportazioni per più di tre decenni a partire dagli anni '80 - sta ora registrando nuovi deficit record. Tra il 1981 e il 2010, l'economia di esportazione del Giappone poteva tranquillamente generare per il paese un surplus commerciale di uno o due punti percentuali; condizione che è venuta meno solo dopo lo scoppio della crisi del 2008/2009 [*19]. Nel 2012, il Giappone, a seguito di un calo delle esportazioni dovuto alla crisi e al disastro nucleare di Fukushima, che ha aumentato il fabbisogno di energia fossile dell'economia giapponese, e che è stato soddisfatto con le importazioni, aveva registrato un deficit record equivalente a 78 miliardi di dollari [*20]. Dopo una breve stabilizzazione della bilancia commerciale, avvenuta a partire dal 2015 e che ha raggiunto più o meno il pareggio nel 2021, ora sembra essere di nuovo su una traiettoria fortemente discendente: è stato stabilito un nuovo record negativo nel novembre 2022, allorché il deficit si è ampliato arrivando a circa 13 miliardi di dollari; il doppio della cifra registrata nello stesso mese dell'anno precedente. L'aumento dei tassi d'interesse - soprattutto da parte della Fed, seguita dalla BCE - costringe pertanto quasi tutti i Paesi del centro capitalistico ad aderire a questa svolta dei tassi d'interesse, al fine di riuscire a ridurre al minimo le svalutazioni monetarie e la conseguente importazione di inflazione. La banca centrale giapponese legittima la sua adesione alla politica dei tassi d'interesse zero a partire dal misero sviluppo economico del Giappone [*21], visto che nel terzo trimestre del 2022 la produzione economica è diminuita dello 0,8% [*22]. Questa miseria economica è stata alimentata principalmente dalla produzione industriale, la quale a metà dell'anno è scesa in modo particolarmente marcato [*23]. A metà del 2022, Tokyo si aspettava ancora che l'economia giapponese raggiungesse nell'anno fiscale in corso una crescita del 2%, tenendo conto dei giganteschi programmi di stimolo [*24]. Per il prossimo anno fiscale, che inizierà ad aprile, si prevede una crescita del PIL dell'1,5%, mentre la previsione di crescita per l'attuale anno fiscale 2022 è stata ridotta all'1,7% [*25]. Tutto questo rende ancora più evidente l'esaurimento strutturale, in Giappone, della succitata politica di stimolo keynesiano: circa un anno dopo l'adozione di un pacchetto di stimolo da 490 miliardi di dollari, il Giappone rischia nuovamente di scivolare in recessione, il che avrebbe reso necessaria la nuova iniezione di stimolo di 200 miliardi di dollari menzionata all'inizio. Allo stesso tempo, è ovvio che gli effetti positivi delle svalutazioni monetarie, che nell'era della globalizzazione neoliberista erano in grado di creare enormi vantaggi per le economie orientate all'esportazione, come la Germania, sono stati da tempo eclissati dagli effetti negativi dell'aumento dei prezzi delle materie prime e dell'energia. Le gare di svalutazione dell'era neoliberista, in cui gli Stati nazionali cercavano di ottenere vantaggi nelle esportazioni attraverso le svalutazioni monetarie, nella nuova fase di crisi si sono trasformate in gare di rivalutazione [*26] , per mezzo delle quali si intende scaricare l'inflazione sui concorrenti [*27].

A resistere oggi alla tendenza globale, contrastando la svolta dei tassi di interesse, è rimasta solo la banca centrale giapponese. In un articolo di fondo, il Financial Times (FT) ha descritto il gioco ad alto rischio della politica di crisi giapponese e il modo in cui cerca di far superare al Paese stagnante l'attuale fase di crisi [*28]. Si tratta di una sorta di speculazione economica, un gioco ad alto rischio in cui le élite funzionali del Giappone speculano su un andamento molto specifico della crisi cercando di evitare grandi sconvolgimenti socio-economici. Gli acquisti di titoli di Stato da parte della Banca del Giappone - che nel frattempo ha accumulato debito pubblico per un valore nominale equivalente a 3,6 trilioni di dollari -, i programmi di stimolo economico di Tokyo, le misure di sostegno allo yen da parte della banca centrale che stanno causando la riduzione delle riserve valutarie del Giappone: in realtà, secondo il FT, tutte queste misure di crisi equivalgono a una «lotta contro le forze del mercato globale». La Banca del Giappone avrebbe puntato tutto su una strategia nella quale una «scala reale di sviluppi interni e internazionali» dovrebbe consentire al Giappone di mantenere la sua politica monetaria stimolante ed espansiva, evitando così la fase di una politica di alti tassi di interesse. In questo contesto - tra le altre cose che vengono citate dal Financial Times - ci sarebbe un aumento dei livelli salariali in Giappone, una stabilizzazione dello yen vacillante, una recessione «soave» e a breve termine negli Stati Uniti, oltre all'imminente fine della stretta monetaria statunitense, che attualmente si aggiunge alle pressioni per una rivalutazione monetaria a livello globale. In altre parole, Tokyo starebbe speculando su una prossima fine dell'attuale crisi.

Le montagne di debito del Giappone
Se questa speculazione non dovesse funzionare, un ordinato cambio di rotta verso una politica monetaria restrittiva, da realizzare senza gravi shock economici, sembra essere difficilmente realizzabile. La determinazione con cui la Banca del Giappone si è impegnata in questa sua strategia di politica monetaria espansiva, è stata resa evidente dai commenti degli analisti del Financial Times, secondo i quali, per i titoli di Stato giapponesi non c'è quasi alcun mercato normale. Secondo loro, la banca centrale giapponese è in procinto di «appropriarsi totalmente» del mercato, che «è già danneggiato» e che a causa del suo sforzo di mantenere bassi i tassi di interesse sui titoli di Stato giapponesi, «cesserà di esistere». In parole povere, la Banca del Giappone sta acquistando enormi quantità di debito pubblico giapponese, in modo da riuscire così a mantenere l'onere degli interessi sul bilancio dello Stato giapponese. Nel frattempo, lo Stato giapponese, attraverso la sua banca centrale, detiene già circa il 45% del debito pubblico del Giappone [*29]. C'è anche un altro fattore, che impedisce ai responsabili della politica monetaria giapponese di adottare una politica di alti tassi di interesse: le torri del debito giapponese, le quali hanno raggiunto dimensioni assurde.
E il mantenimento di queste montagne di debito deve essere il più "economico" possibile, se non si vuole che il tradizionale deficit di bilancio di Tokyo deragli completamente [*30]. L'interminabile successione di programmi di stimolo economico che dagli anni '90 i politici giapponesi hanno avviato per rilanciare l'economia, ha fatto sì che il debito pubblico del Giappone continuasse a crescere. Nel frattempo, il debito nazionale del Giappone ammonta a più del 230% del prodotto economico di questa nazione economica, che è stata al centro del sistema mondiale per decenni [*31]. In confronto, l'Italia - il potenziale candidato alla crisi da sovra-indebitamento dell'Eurozona - ha un carico di debito nazionale di circa il 150% del PIL. Persino la Grecia, salvata dalla rovina dall'ex ministro delle Finanze tedesco Schäuble durante la crisi dell'euro, nel 2021, aveva un rapporto debito/PIL inferiore, pari al 199%.
In Giappone, l'idea keynesiana di "uscire" dalla crisi sistemica del capitalismo [*32] grazie a dei programmi di stimolo, storicamente ha fatto una figura assai penosa, se si considera che l'onere del debito accumulato attraverso la «spesa in deficit» è cresciuto più velocemente di quanto abbia fatto il PIL. Nel 1995, all'inizio del grande periodo di stagnazione, il debito pubblico in Giappone rappresentava solo il 55% della produzione economica. Nel 2013, all'inizio del periodo della "Abenomics" - quando il Primo Ministro Shinzo Abe ha sposato la politica monetaria espansiva a dei programmi di stimolo economico alle riforme e aumentare così la competitività del Giappone - il debito pubblico giapponese era già pari al 196% del PIL; quattro anni dopo, quando si sperava che il Giappone potesse almeno stabilizzare il suo livello di indebitamento, ha raggiunto il 213% [*33]. In realtà, negli anni successivi l'onere del debito si è leggermente ridotto: nel 2018 era pari al 191% del PIL. Poi c'è stata la pandemia, che ha nuovamente causato un massiccio aumento del debito pubblico. Questo solleva la questione di come sia stato possibile accumulare una simile gigantesca montagna di debito pubblico, senza precedenti nell'intero sistema tardo-capitalistico mondiale. In primo luogo, il debito giapponese è essenzialmente giapponese: la quota di investitori stranieri è tradizionalmente molto bassa, attualmente pari ad appena il 15% [*34]. Ciò stabilizza quella che è la torre del debito giapponese, dal momento che, in tempi di crisi, non vi è la minaccia di massicci deflussi di capitale dal mercato obbligazionario estero. Inoltre, il Giappone - come detto - ha avuto per decenni un'eccedenza commerciale, che ha permesso di finanziare questo deficit nel bilancio nazionale. Ma, come spiegato, questo è esattamente ciò che non può più avvenire, visto che dopo la fase di crisi del 2008/09 il Giappone non è mai stato più in grado di conseguire un periodo prolungato di avanzi commerciali elevati; e quest'anno c'è persino la minaccia di un deficit commerciale particolarmente elevato [*35]. È da tempo che negli ambienti governativi giapponesi, si studiano le turbolenze del mercato obbligazionario britannico, al fine di evitare un'escalation simile, come riporta il FT. In effetti, al centro del sistema capitalistico mondiale, il Giappone e il Regno Unito [*36] sembrano distinguersi come i due Paesi più vulnerabili a un'ulteriore escalation della crisi, che potrebbe innescare una crisi finanziaria nel settore finanziario mondiale, simile alle onde d'urto che hanno fatto seguito al fallimento di Lehman Brothers. Se anche la banca centrale giapponese dovesse intervenire sul mercato obbligazionario intensificando gli acquisti di obbligazioni, come ha fatto la Banca d'Inghilterra lo scorso ottobre [*37], ecco che allora «la portata dell'intervento sarebbe molto, molto più grande; e con un rischio assai maggiore di contagio globale», ha avvertito il FT [*38].

Il vicolo cieco della crisi del keynesismo in concreto: orsù bevete!
In un sistema mondiale tardo-capitalista, che a causa della concorrenza cieca sta soffocando nella sua produttività sempre più elevata - produttività che non può più essere compressa e pressata dentro la forma merce -  sta avvenendo che la mancanza di nuove aree di valorizzazione non può essere eternamente sostituita dal debito [*39]. A un dato momento, queste torri del debito collasseranno. E questa cosa, ora sembra abbastanza possibile anche nei paesi centrali del sistema mondiale: Giappone o Gran Bretagna. Di conseguenza, il vicolo cieco della politica di crisi del tardo capitalismo, che in entrambe le sue varianti - neoliberale e keynesiana - si trova intrappolata nella trappola della crisi di quella che è ormai una vera e propria costrizione al debito [*40], si palesa in modo apertamente esemplare in quelli che sono i due classici Paesi modello delle rispettive ideologie economiche: tanto nella Gran Bretagna, patria del neoliberismo, quanto nel Giappone, con i suoi innumerevoli programmi di stimolo economico e i progetti piramidali keynesiani. Gli eterni sforzi per riuscire ad attuare una politica di crisi «guidata dalla domanda», nel Paese del Sol Levante ora assumono caratteristiche tragicomiche, soprattutto dopo il tramonto.
«Sake Viva», è il nome di un programma pubblicitario promosso dal governo giapponese per incoraggiare il consumo di alcolici - il sake. Qual è il problema? Nel 2011, la tassa sugli alcolici rappresentava ancora il 3% del gettito fiscale totale del Giappone, ma nel 2020 essa è scesa al 2%.  Se si tiene conto dell'elevato deficit di bilancio annuale di Tokyo, ci si accorge che allora si tratta di un vero e proprio duro colpo per le casse dello Stato.  Facendo un esempio, il consumo medio annuo di alcol è sceso da 100 litri nel 1995 a soli 75 litri nel 2020, laddove l'invecchiamento della società giapponese ha causato un calo delle vendite di bevande alcoliche.  Per cui si scopre che i giovani non sono più così inclini alle bevande alcoliche come lo era la vecchia generazione. I giovani giapponesi bevono meno, e «sempre più spesso non bevono affatto», ci ha informato il Financial Times [*41]. Pertanto, nel nome della preoccupazione per l'economia e per il bilancio nazionale, la campagna del governo sull'alcol - Sake Viva - ha soprattutto lo scopo di rendere popolare il consumo di questa sostanza, soprattutto tra la generazione di giovani che ora hanno tra i 20 e i 39 anni.

- Tomasz Konicz - Pubblicato il 30/12/2022 su Tomasz Konicz. Nachrichten und Analysen: Wertkritik, Krise, Antifa

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NOTE:

1 https://sumikai.com/nachrichten-aus-japan/wirtschaft/verbraucherpreise-in-japan-steigen-so-schnell-wie-seit-40-jahren-nicht-mehr-323601/

2 https://www.ft.com/content/eed2bb55-e769-4a0f-b2f1-0141698ae3f3

3 https://www.macrotrends.net/countries/JPN/japan/trade-balance-deficit

4 https://en.wikipedia.org/wiki/Japanese_asset_price_bubble

5 https://www.macrotrends.net/countries/JPN/japan/gdp-growth-rate

6 https://de.wikipedia.org/wiki/Deflationsspirale

7 https://www.intereconomics.eu/contents/year/2019/number/5/article/japanese-economy-two-lost-decades-and-how-many-more.html

8 https://en.wikipedia.org/wiki/Japanese_economic_miracle

9 https://en.wikipedia.org/wiki/Lost_Decades

10 https://www.jcer.or.jp/english/why-was-japan-struck-so-hard-by-the-2008-crisis

11 https://www.nytimes.com/2009/04/09/business/global/09yen.html

12 https://www.cmegroup.com/education/featured-reports/abenomics-a-work-in-progress-after-five-years.html

13 https://www.nytimes.com/2021/11/19/world/asia/japan-stimulus.html

14 https://sumikai.com/nachrichten-aus-japan/wirtschaft/verbraucherpreise-in-japan-steigen-so-schnell-wie-seit-40-jahren-nicht-mehr-323601/

15 https://sumikai.com/nachrichten-aus-japan/politik/abwertung-des-yen-wird-gefaehrlich-fuer-die-japanische-wirtschaft-322344/

16 https://www.reuters.com/markets/asia/japan-likely-spent-record-amount-october-prop-up-yen-2022-10-31/

17 https://www.ft.com/content/f9aca1c2-50c6-4040-8322-6ddfacda6cd6

18 https://www.ft.com/content/d1f06836-4c0b-45c7-bee4-be29c882b95a

19 https://www.macrotrends.net/countries/JPN/japan/trade-balance-deficit

20 https://www.nytimes.com/2013/01/24/business/global/japan-reports-a-78-billion-trade-deficit-for-2012.htmll

21 https://sumikai.com/nachrichten-aus-japan/politik/abwertung-des-yen-wird-gefaehrlich-fuer-die-japanische-wirtschaft-322344/

22 https://www.finanzen.net/nachricht/aktien/japans-wirtschaft-ist-im-sommer-weniger-geschrumpft-als-erwartet-11974562

23 https://sumikai.com/nachrichten-aus-japan/wirtschaft/japans-wirtschaft-steht-immer-mehr-unter-druck-310691/

24 https://www.japantimes.co.jp/news/2022/07/26/business/economic-growth-slowing-overseas-demand/

25 https://www.reuters.com/markets/asia/japan-govt-revises-up-fiscal-2023-growth-forecast-higher-capex-wages-2022-12-22/

26 https://www.konicz.info/2022/05/24/eine-neue-krisenqualitaet/

27 https://www.konicz.info/2022/07/22/schuldenberge-in-bewegung/

28 https://www.ft.com/content/f9aca1c2-50c6-4040-8322-6ddfacda6cd6

29 https://www.ft.com/content/f9aca1c2-50c6-4040-8322-6ddfacda6cd6

30 https://tradingeconomics.com/japan/government-budget

31 https://www.ceicdata.com/en/indicator/japan/government-debt–of-nominal-gdp

32 https://www.exploring-economics.org/en/study/books/kapitalkollaps/

33 https://www.cmegroup.com/education/featured-reports/abenomics-a-work-in-progress-after-five-years.html

34 https://www.ft.com/content/f9aca1c2-50c6-4040-8322-6ddfacda6cd6

35 https://asia.nikkei.com/Economy/Inflation/Japan-logs-record-73bn-trade-deficit-in-1st-half-of-fiscal-2022

36 https://www.konicz.info/2022/12/16/grossbritannien-the-first-to-fall/

37 https://www.konicz.info/2022/12/16/grossbritannien-the-first-to-fall/

38 https://www.ft.com/content/f9aca1c2-50c6-4040-8322-6ddfacda6cd6

39 https://oxiblog.de/die-mythen-der-krise/

40 https://www.konicz.info/2011/08/15/politik-in-der-krisenfalle/

41 https://www.ft.com/content/d660b8f9-7ef9-4b94-9cb4-fa20f7a9f725#comments-anchor

sabato 7 gennaio 2023

La rinuncia !!

In Occidente è in atto una tendenza che potrebbe estendersi all’intero mondo globalizzato: l’attività sessuale è in costante diminuzione, specialmente tra i più giovani, mentre è aumentata l’età media del primo rapporto. Nemmeno l’avvento delle App per incontri ha corretto questa rotta, rivelandosi persino controproducente. Eppure, intorno a una questione tanto cruciale, inedita e ricca di implicazioni, non si è ancora costruito un vero dibattito. Qual è l’origine di questa rinuncia? E com’è possibile che un fenomeno di tale portata avvenga in una società che, grazie alla rivoluzione sessuale, pareva essersi liberata da tabù e costrizioni? A queste domande prova a rispondere lo psicoanalista Luigi Zoja, partendo dai numeri e andando alla ricerca delle motivazioni profonde di una generale «fuga dall’intimità dei corpi», nel tentativo di riportare finalmente la sessualità al centro del discorso, come aveva fatto Freud per primo oltre un secolo fa. «Oggi si incontrano infinite “prefigurazioni” del desiderio sessuale. Non provengono piú dall’interno della personalità, come ciò che chiamiamo eros, ma ci giungono già confezionate dal mercato, o dalla pressione di certi gruppi. Si tratta di una libertà totale solo a parole, che nei fatti è spesso vissuta come prigionia all’interno del corpo e delle sue funzioni».

(dal risvolto di copertina di: Luigi Zoja, "Il declino del desiderio. Perché il mondo sta rinunciando al sesso". Einaudi, pagg. 240, € 17)

Quando la sessualità si declina in solitudine
- Il tramonto del desiderio. Uno studio approfondito e senza precedenti su una tendenza che sembra difficile da arrestare soprattutto nelle giovani generazioni tra le quali si registra un calo significativo dei rapporti -
di Luigi Zoja

Tra il mondo euro-americano e altre forze globali non c’è solo opposizione economica o militare, ma anche «scontri di civiltà». In varie misure, sia l’Islam fondamentalista che l’impero regressivo di Putin si oppongono alla sessualità dell’Occidente ancor più che ad altri aspetti della sua «società aperta». Fra gli stessi occidentali, certi soggetti culturalmente semplici possono invidiare la Russia perché la percepiscono come un mondo dove la donna sta al suo posto, e gli LGBT non strillano né cercano proseliti. Putin non perde occasione per blandirli. Alla cerimonia di incorporazione di quattro province ucraine, ha straripato dal tema tuonando: «Vogliamo il genitore numero uno, due e tre invece di padre e madre? Vogliamo che le scuole impongano ai bambini perversioni che conducono al degrado e alla estinzione? […] Che insegnino l’esistenza di altri generi oltre agli uomini e alle donne, e offrano chirurgia per il cambio di sesso? […] È inaccettabile».

L’esperienza clinica mostra che queste fissazioni emergono soprattutto in chi è sessualmente insicuro. Per difendersi dai propri complessi, la loro voce - trasversale e internazionale - afferma che in Occidente le identità di genere sono troppo confuse, quindi la virilità sta sparendo, mentre la licenziosità non conosce più limiti. Nel primo punto qualcosa è vero, il secondo è l’opposto della realtà. È verosimile che nel Novecento gli spazi del sesso siano cresciuti, per quantità e tipologia. Durante la prima metà del secolo, Freud ne ha inaugurato l’espansione, che, nella seconda, in America ha raggiunto la massa. Poi, la «liberazione sessuale» è tornata in Europa. Questa ricostruzione resta indiscutibile. Più recente, e assai meno noto, è invece il fatto che la sessualità sta ora drammaticamente calando.

A differenza del XX secolo, nel XXI molti paesi raccolgono classifiche sulle condotte sessuali. I dati più completi giungono dalla Gran Bretagna, che utilizza campioni vasti, provenienti da ogni età e settore del paese. Malgrado una scontata accettazione della omosessualità, chi vi si riconosce supera appena l’1%; soprattutto fra i più giovani i rapporti diminuiscono, mentre cresce fortemente la percentuale di chi richiede fedeltà nella coppia. Le statistiche della Germania riportano cali di sessualità ancor più netti. L’American Journal of Medicine informa che, dal duemila, negli USA la inattività sessuale giovanile è aumentata fra il 55% e il 100%, a seconda dell’età. Dovremmo quindi preoccuparci non per i costumi troppo liberi, ma per falsi pregiudizi diffusi dal populismo nazionale e internazionale? Il problema è più complesso. Il rapporto fisico e psichico con il corpo rimane il presupposto su cui dovrebbe innestarsi la maturità sessuale: fra gli adolescenti, insicurezze e autolesionismi (tagli o altre automutilazioni) irrompono invece con modalità e frequenze prima sconosciute. Questo propone un nuovo interrogativo. La mentalità dell’Occidente potrebbe aver commesso con la sessualità un errore culturale simile a quello avvenuto per l’economia? Si supponeva che potesse espandersi all’infinito, mentre oltre certi limiti (preannunciati da Marx e da Ivan Illich) i costi superano i benefici e si inverte la curva? La sessualità è istinto quindi, come nel nutrirsi, è possibile che il suo eccesso produca una autoregolazione sotto forma di nausea.

Fino a pochissime generazioni fa non esisteva neppure la foto riproducibile. Partendo dagli studi di Benjamin, in Vedere il vero e il falso ho notato come questo contribuisse a una società stabile: il giovane vedeva pochissimi esempi nel corso della intera vita, cresceva coi genitori e li imitava. Era facile assomigliare a loro: perfino la genetica lo aiutava. Oggi una/un adolescente non guarda la famiglia ma lo smartphone, che ogni giorno propone migliaia di modelli: perfetti, irraggiungibili, soprattutto per le ragazze. Conseguenza di ciò è un crescente rifiuto del proprio fisico. Inoltre oggi, prima di conoscere la sessualità attraverso un altro corpo, la si è quasi sempre incontrata nella pornografia, onnipresente in Internet. Il ragazzo reale non disporrà mai di una erezione permanente, come quella che si esibisce in rete. La ragazza reale non sarà mai sottomessa come l’attrice del porno. Il confronto con modelli irreali provocherà traumi, rinvii nell’inizio delle esperienze erotiche: all’opposto del Novecento, oggi l’età del primo rapporto tende a crescere. La masturbazione, che si credeva residuo di epoche proibizioniste, torna ad aumentare. La inafferrabilità delle immagini-modello contribuisce ai nuovi dubbi sulla propria “identità di genere”: pare legata anche a questo la crescita esponenziale della transessualità.

Perché la liberazione della sessualità era stata trattata all’infinito, mentre il suo attuale regresso non è discusso, o addirittura è sconosciuto agli specialisti? L’antico tabù del sesso riappare, inconsciamente, nel silenzio che circonda il suo declino? Certo, i mezzi di comunicazione – soprattutto in Italia – sono peggiorati e si dedicano a intrattenere più che a spiegare: una crescita della sessualità stuzzica, un suo calo no. Tuttavia non si può dare sempre la colpa ai media. Oggi, nel discorso pubblico l’economia è più centrale di un tempo. Si potrebbe notare che «fare l’amore non fa Pil». Non ha importanza economica il sesso in sé, solo i suoi campi collaterali, come la moda o i cosmetici. Li associamo a quello perché le loro vendite propongono la fantasia che favoriscano la seduttività: ma si può dimostrare solo che gli elementi seduttivi della moda o dei cosmetici fanno crescere il fatturato delle relative industrie, non i comportamenti erotici. C’è un campo dove le verifiche sono più facili. Anche le App per incontri sono collaterali della sessualità. In teoria offrono evidenti vantaggi, con la semplificazione della scelta e il risparmio di tempo. In pratica finora gli studi mostrano che fanno aumentare il tempo passato sulle App stesse, non quello dedicato all’esperienza sessuale: allargando all’infinito le possibilità, ampliano proprio quelle esitazioni che sono l’antitesi della passione.

L’amore si rattrappisce nella sua manifestazione idraulica, stadio conclusivo del passaggio alla modernità annunciato da Weber come «disincanto del mondo».

- Luigi Zoja - Pubblicato su La Domenica del 9/10/2022 -

giovedì 5 gennaio 2023

In pratica, a che serve la teoria ?!!??

Probabilmente uno dei migliori testi di Kurz. A partire dal fare tabula rasa, l'autore riesamina interamente il problema della relazione tra prassi e teoria, e scardinandone le fondamenta classiche, ne ridefinisce i termini e spazza via le false opposizioni. Horkheimer, Adorno, Bloch, Gramsci, Anderson, Foucault, Althusser, Negri, Tronti, Holloway, Debord, il marxismo di Stato, quello (post)operaista e quello di liberazione nazionale, la sinistra postmoderna heideggeriana; niente e nessuno viene risparmiato, soprattutto la critica della dissociazione-valore, la quale deve continuare a essere incessantemente trasformata.

«Grigia è, mio caro amico, ogni teoria, verde l'albero d'oro della vita.» Ribaltando questa famosa frase del Faust di Goethe, Robert Kurz ridefinisce i termini di quella che rimane una questione classica: «A che serve in pratica la teoria?», e nel farlo critica tanto l'impazienza attivistica per l'immediato divenire-prassi della teoria, quanto la pseudo-attività nella quale si immobilizza e rimane bloccata questa volontà di agire. Ponendo in evidenza il fatto che la falsa unità di teoria e pratica continua a muoversi all'interno di un sistema patriarcale produttore di merci, in tal modo l'autore prende in contropiede il marxismo tradizionale, che legge in maniera acritica l'undicesima Tesi su Feuerbach, secondo cui «I filosofi hanno finora interpretato il mondo in modi diversi; si tratta ora di trasformarlo.», quando mentre Marx invece non concepiva la «trasformazione del mondo» come se si trattasse di un manuale di istruzioni da seguire.

Partendo da Adorno e andando oltre, l'autore ci fornisce una vasta contro-storia dei dibattiti che hanno affrontato il «problema della prassi», e la sua relazione con la teoria tra i pensatori e i movimenti di sinistra: Horkheimer, Bloch, Gramsci, Anderson, Foucault, Althusser, Negri, Tronti, Holloway, Debord, i marxismi di Stato, i movimenti di liberazione nazionale, la sinistra postmoderna e post-operaista. La riproposizione e il ripensamento del concetto di «pratica teorica» consente di affinare una teoria critica che non si riduca a un'interpretazione immanente della realtà capitalistica, ma la superi in direzione di una critica categorica; vale a dire, riferendosi alla costituzione feticista della modernità capitalistica.

Indice dei contenuti
1.  Disagio nella teoria
2.  Adorno, le esigenze tronche della pratica e la "pseudo-attività".
3.  "Pratica teorica" e interpretazione-reale capitalista.
4.  Trattamento della contraddizione e "pratica ideologica".
5.  Il capitalismo come trasformazione del mondo: critica affermativa e critica categoriale.
6.  Teoria della struttura e teoria dell'azione.
7.  La "modernizzazione di recupero" e il postulato di una "unità inscindibile" tra teoria e prassi.
8.  La ragione strumentale.
9.  La svolta teorica dell'azione. Il marxismo occidentale e la "filosofia della prassi".
10. "Marxismo strutturalista" e la teoria politica dell'azione.
11. Il pendolo di Foucault. Dal marxismo di partito all'ideologia di movimento.
12. Il ritorno del "soggetto". Metafisica dei diritti dell'uomo e falsa autonomia.
13. "Noi siamo tutto": Miseria del (post)operaismo.
14. Dalla capitolazione dell'ideologia autoreferenziale del movimento a un nuovo concetto di "pratica teorica".

lunedì 2 gennaio 2023

Per la Critica del Valore !!

«Le illusioni "di sinistra" sulla democrazia si sono rivelate particolarmente audaci quando si sono presentate come domanda di "autogestione operaia" delle imprese, quindi come estensione della "democrazia" al processo di produzione. Ma se quello che si deve autogestire, è un'impresa che deve realizzare dei profitti monetari, gli autogestenti non possono fare altro, collettivamente,  che quello che fanno tutti i soggetti del mercato: devono fare sopravvivere la loro unità di produzione contro la concorrenza. Il fallimento di tutti i tentativi di autogestione, anche quelli organizzati su grande scala, come in Jugoslavia, non possono essere imputabili solamente al sabotaggio portato avanti dai burocrati (anche se questo ha naturalmente luogo). Ma in assenza di un modo di produzione realmente socializzato, le unità di produzione separata sono condannate, che lo vogliano o meno, a seguire le leggi feticiste della redditività. Nella società di mercato pienamente sviluppata, gli individui, che non possono immaginare una vita al di fuori del lavoro e delle merci, fanno di loro propria iniziativa tutto quello che è necessario per fare avanzare questo sistema, senza bisogno di essere manipolati.»

  (Anselm Jappe – da “Le avventure della merce”)

Esce finalmente per i tipi di Mimesis, in una nuova traduzione, il fondamentale testo di Anselm Jappe, "Le avventure della merce" !!

La “critica del valore”, fondata nel 1987 da Robert Kurz e dalla rivista tedesca “Krisis”, ha ormai trovato – senza supporto accademico o mediatico – una larga diffusione sul piano internazionale nell’ambito delle critiche radicali del capitalismo. Partendo dalla critica marxiana del valore, della merce, del lavoro astratto, del denaro e del feticismo, ma senza iscriversi in nessuna forma di “marxismo”, essa propone una lettura globale del capitalismo contemporaneo – tanto del mercato che dello Stato – che va molto al di là di una semplice critica del neoliberismo e della speculazione finanziaria. Non annuncia una redistribuzione del lavoro e del denaro, ma il loro superamento. Questo libro, uscito in francese nel 2004 e tradotto in sei lingue, presenta al pubblico italiano, in un linguaggio accessibile, la critica del valore nei suoi vari aspetti, dalle basi teoriche alle analisi dell’attualità politica ed economica, passando per la storia del capitalismo e per l’antropologia culturale.

(dal risvolto di copertina di: Anselm Jappe, "Le avventure della merce. Per una critica del valore". Mimesis, Traduzione di Riccardo Frola. Collana: Eterotopie, 2022, 258 pp. € 20,90 ISBN: 9788857595757 )