giovedì 24 gennaio 2013

per amore

fotoGreasley

Il soldato inglese, nella fotografia, si chiamava Horace Greasley ed è sopravvissuto al campo di concentramento, dove lo vediamo, per morire il 4 febbraio del 2010. Greasley, secondo gli archivi, è stato il soldato che vanta il record mondiale di fughe da un campo di concentramento. Per più di 200 volte rinunciò all'ospitalità tedesca, nel corso della seconda guerra mondiale. Tale frequenza, ma anche le conseguenti ricatture, credo vadano considerate alla luce del fatto che era il suo amore per una ragazza tedesca, Rosa Rauchbach, a guidare i suoi passi. Il rischio era enorme, anche e forse ancor più per la ragazza, considerato che Rosa nascondeva le sue radici ebraiche ai nazisti.
Nella foto, lo si vede mentre sta sfidando, orgogliosamente, niente di meno che Heinrich Himmler, venuto a compiere un'ispezione nel campo di concentramento. Dopo la guerra, Greasley ha spiegato che, in quel momento, ignorava chi fosse quell'uomo. Sapeva, però, che si trattava di un ufficiale superiore, così aveva colto al volo l'occasione per cercare di ottenere razioni più abbondanti. Infatti, nel corso della "conversazione", Greasley, ad un certo punto, decise di togliersi la camicia per dimostrare a Himmler quanto fosse deperito. Ma, nonostante tutto, non riuscì a conseguire il suo obiettivo. Un motivo in più per andarsene, quanto prima!

mercoledì 23 gennaio 2013

Dumas era negro!

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Si trova in territorio ostile, il dottor King Schultz. Si trova nella tenuta governata con pugno di ferro, dal proprietario della piantagione e degli schiavi. Eppure, nonostante sia stato "smascherato" e si ritrovi controllato da diversi sicari armati, nonostante tutto riesce a prendere il controllo della conversazione. E' la sua arte, come ha saputo dimostrare fin dall'inizio del film. Del resto, è un dentista, e la specialità di ogni dentista è quella di farti stare zitto!!!
Rimirando la libreria, sposta il discorso su Dumas, e sorridendo, ironicamente informa Candie che Dumas era ... nero. Lo schiavista non riesce a trovare un'obiezione, a questa informazione circa il preteso colore della pelle dell'autore del Conte di Montecristo; rimugina. Solo quando Schultz gli girerà le spalle, dopo avergli spiegato che non può dirgli auf wiedersehen, ma solo addio, dal momento che non ha più intenzione di rivederlo; solo allora, pretenderà una stretta di mano, a sugello del contratto firmato. Ma Schultz non può stringergli la mano, è impossibile per lui compiere quell'atto non verbale che sarebbe ben più che una riconciliazione. Ecco che viene meno l'eloquenza, ma anche lo scherno, lo stesso che ci ha mostrato i razzisti del ku klux klan in  preda ai loro problemi con i buchi per gli occhi dei cappucci; la faccenda, ora, si fa seria. E' il momento della verità, non c'è spazio per nient'altro. E la verità è semplice. Ci sono conflitti che non possono avere una soluzione pacifica, e che se devono comportare la rovina comune, allora vuol dire che così dev'essere.

Django_unchained_trailer

martedì 22 gennaio 2013

padri e figli

Chissà cosa ne pensa, di questo video, il padre? Già, perché l'autore del videoclip musicale che si vede sopra è Romain Gravas, figlio di Costa-Gravas, figlio dell'autore di film come "Z" e "L'Amerikano". Certe eredità sono sempre pesanti, e sembra quasi che cerchino di costringerti a differenziarti. Come dire, ho appreso la lezione ed ora faccio per conto mio; cammino con le mie gambe e guardo con i miei occhi, senza dimenticare i tuoi, e quello che hanno visto. Ma la strada è quella giusta, e si vede. La musica può piacere o meno, ma le immagini sono potenti.

modelli economici

kurz

Nell'ideologia economica dell'Occidente, per lungo tempo si sono apparentemente affrontati due campi: quello degli USA, neoliberale, radicalmente orientato sul mercato, e quello dell'Europa, politico industriale, conosciuto anche sotto il nome di "capitalismo renano", a base di Keynesismo e di Welfare. Gli ideologi del mercato scommettevano su una politica dell'offerta (tagli della spesa a tutti i costi, in particolare della spesa salariale), mentre quelli dello Stato scommettevano su una politica della domanda (crescita dei consumi per mezzo della spesa pubblica e dell'innalzamento dei salari). Una trentina d'anni fa, il modello europeo aveva perduto qualsiasi credito, nella misura in cui l'accrescimento della spese pubblica aveva aperto la strada all'inflazione, mentre la crescita ristagnava, malgrado tutto. Il crollo del socialismo di stato sembrava confermare questa crisi. A questo punto, il concetto statunitense di ultraliberismo poteva intraprendere la sua marcia trionfale, mentre gli europei, in particolare i socialdemocratici guidati da Schröder et Blair, si affrettavano a seguirne l'esempio.
Il grande « successo » della rivoluzione neoliberista consisteva, come tutti sanno, nel far nascere delle bolle finanziarie senza precedenti, che incoraggiassero per più di un decennio la congiuntura deficitaria mondiale. Quando arrivò il crack del 2008, e mise fine a quest'epoca, l'atterraggio fu brutale. I governi europei, una « grande coalizione » con a capo la Germania, fecero ricadere la colpa sull'America e la sua dottrina neoliberale - come se essi non avessero, da parte loro, imposto a forza la medesima politica. A volte, si aveva l'impressione che ci fosse stato un cambiamento e che, su entrambe le coste dell'Atlantico, per mezzo di piani di salvataggio e programmi di rilancio, ci si fosse allineati al modello europeo. Ma i limiti del finanziamento pubblico non tardarono ad apparire sotto forma di crisi del debito. Fece ritorno il tradizionale antagonismo, più bruciante che mai, tranne che i ruoli si erano invertiti: almeno a prima vista, gli USA e la loro élite economica scommisero sull'intervento statale al fine di stimolare il mercato, mentre l'Europa, sotto l'ala della Merkel, si orientò verso dei programmi di austerità draconiana.
Ma la verità è che non c'era più un modello economico chiaro; al contrario, le due parti cercavano di uscirne con l'inganno. Sia negli USA che in Europa, da una parte si votavano i programmi di rigore finanziario sulla spesa, mentre da un'altra parte le banche centrali si impegnavano a far sì che il denaro continuasse a scorrere.  Gli Stati venivano esortati a risparmiare, le imprese ad investire. Solamente che, anche se annaffiate da denaro a buon mercato, le banche non accordavano più prestiti, se non in modo risibile, preferendo mettere i soldi nelle banche centrali. Dall'altra parte, le imprese avevano del tutto smesso di reclamare dei crediti per poter fare grossi investimenti, ed erano tornate alla buona vecchia politica che consiste nel ridurre drasticamente i costi. Senza la spesa pubblica non funziona più niente, ma essa deve essere ridotta comunque ad una porzione congrua. E se è anche vero che le bancghe centrali sottoscrivono le obbligazioni di Stato, non lo fanno per sostenere una domanda reale, ma semplicemente per frenare il deprezzamento di quei titoli, al fine di salvare le banche che li detengono.
Tale politica ipocrita ha portato un ritorno della stagnazione ancora più grave di quella precedente, ma stavolta non durerà. Per il momento, gli USA sembrano voler privilegiare la strada inflazionistica e l'Europa di Merkel la strada della recessione e di un terrorismo finanziario da Stato d'urgenza. Né l'una, né l'altra strada funzionerà. Chi vuole salvare il sistema finanziario non ha altra scelta che lasciar deperire la domanda, e chi vuol salvare la domanda si vede costretto a rovinare il sistema finanziario. L'intreccio assurdamente contraddittorio dei due modelli economici indica che i loro fondamenti capitalisti comuni si sono oramai sgretolati.

- Robert Kurz - da "Neues Deutschland"  6 febbraio 2012

lunedì 21 gennaio 2013

sponsor

Young

Luglio 1988, quasi subito dopo la prima mondiale di "This Note's for You" di Neil Young - canzone e video, dove vengono presi in giro vari musicisti di alto livello, per il loro avallare marchi come Pepsi e Michelob - MTV impone di non trasmettere il video "per problemi di violazione del marchio". Per tutta risposta, Young si offre di girare di nuovo il video; ma MTV sostiene che il testo della canzone è altrettanto problematico. Allora, Young, infuriato, scrive la seguente lettera aperta ai dirigenti di MTV.
(nota: alla fine, MTV, toglierà il divieto, e "This Note's for You" andrà a vincere l'MTV award come miglior Video dell'Anno)

  6 Luglio 1988
  
   MTV, voi, mocciosi senza spina dorsale. Vi rifiutate di trasmettere "This Note's for You" perché avete paura di offendere i vostri sponsor. Per cosa sta la "M", in MTV? Per Music o per Money? Lunga vita al rock and roll.
  
   Neil Young


fonte: http://www.lettersofnote.com

domenica 20 gennaio 2013

Prima e Dopo

marina

Marina Ginestà aveva 17 anni, insieme al sogno di una rivoluzione, quando, nell'estate del 1936 si fece fotografare, bella e orgogliosa, sulla terrazza dell'Hotel Colòn di Barcellona. Oggi, conserva, nel volto, ancora la stessa sfida.

sabato 19 gennaio 2013

Oggi

sull'autobus di ritorno dal cimitero di Coviolo alla stazione di Reggio Emilia, l'autista attacca bottone: "l'hanno cremato?" -fa. "Sì, l'hanno cremato"- "dopo la cerimonia". Poi soppesando con lo sguardo, di rimando, aggiunge "io la conosco la storia". "C'è la storia, e c'è l'uomo." "Non è un eroe" -suggella. "No, certo, gli eroi sono quelli che sparano e ammazzano i marinai indiani disarmati. E' così. No, non è un eroe. Per fortuna!"

venerdì 18 gennaio 2013

Domani

"Due razze di uomini. L'una uccide e paga, anche con la vita. L'altra giustifica migliaia di crimini ed accetta di ricavarne onori"  (- Albert Camus -)

gallinari_manette

Si terrà di domani, sabato 19 gennaio, alle 14.30 presso il cimitero di Coviolo in via dei Fratelli Rosselli 5 la cerimonia in saluto di Prospero Gallinari

Coviolo si trova a 4 km da Reggio Emilia. Si può raggiungere prendendo il bus 4 dalla stazione di Reggio Emilia.
Orari di collegamento (una ventina di minuti il tragitto)
13.11  /  13.59   /   14.05   /   14.12

parole

muerte
Le ultime parole!
"Qui, ho fatto il mio lavoro" - Albert Einstein
"Muoio come ho vissuto, al di là dei miei mezzi" - Oscar Wilde
"Ho bevuto 18 bicchieri di whisky puro. Credo che sia un record" - Dylan Thomas
"Levatemi questo cuscino. Non ne ho bisogno." - Lewis Carroll
"Non avrei mai dovuto passare dallo scotch al martini!" - Humprey Bogart
"Io sono il conte Dracula, il re dei vampiri, sono immortale." - Bela Lugosi
"Ora vado a dormire. Buona notte." - Lord Byron
"Che Dio aiuti la mia povera anima!" - Edgar Allan Poe
"Alce, indio" (incomprensibile frase di) - Henry David Thoreau
"Ma i contadini ... Come muoiono i contadini?" Lev Tolstoj
"O se ne va lui o me ne vado io" - (riferendosi alla carta da parati nella stanza) - Oscar Wilde
"Sei meravigliosa" - (rivolgendosi alla moglie) - Arthur Conan Doyle
"Andate via, sto bene." (Herbert George Wells)
"Qual è la risposta?" "Ah!" "Qual è la domanda?" (Tra un frase e l'altra, ci fu il silenzio) - Gertrude Stein
"Davvero nessuno lo capisce?" (Riferendosi al suo "Finnegans Wake") - James Joyce
"Uccidimi, se no sei un assassino!" - Franz Kafka
"Nato in una stanza d'albergo. Che sia maledetta! Morto in un'altra." Eugene O'Neill

giovedì 17 gennaio 2013

foto di gruppo con prete

prigionieri

24 settembre 1940. Prigionieri repubblicani, in un carcere franchista, durante una "celebrazione" in occasione della giornata della Vergine della Misericordia. Nella fotografia si possono contare 55 persone. Sono tutti seri e dimagriti, e guardano preoccupati verso il fotografo. Tutti tranne uno, che sorride per i posteri: il prete!

(Clickare la foto per ingrandire)

fonte: http://album-agujero-negro.blogspot.it

Plaza Joe Strummer

joe-strummer-en-granada

" Spanish songs in Granada, oh ma corazón ", ebbe a scrivere e cantare Joe Strummer in "Spanish Bombs". Ed ora Strummer avrà il suo nome, dato ad una piazza, nel cuore della città di Granada. E del resto, Strummer, a Granada c'era stato, ben prima dei Clash, partito da Londra insieme ad una ragazza spagnola, Paloma Romero, con cui aveva vissuto in una casa occupata, uno "squat". Poi, a Granada, insieme ad un gruppo locale, gli "091", aveva finito per produrre un loro disco. Con gli 091, aveva parlato molto della dittatura franchista, di Federico Garcia Lorca. E da quelle discussioni, sarebbe poi nata "Spanish Bombs". Era un'ossessione, Lorca, per Strummer. Raccontano che avesse comprato un badile, e avesse provato a scavare la tomba di Lorca!

mercoledì 16 gennaio 2013

Insisto!

joyce

L’insistenza di Joyce

Appunto per questo scrisse Borges una volta, non senza una punta di ironia: «I miei scritti sono così poveri, che persino un magistrato può migliorarli». Non è detto infatti che non sia una prova di immaturità artistica quell’insistenza di Joyce giovane, fermamente protrattasi per ben tredici anni se non più,nel non voler mutare, non diciamo una riga ma nemmeno una parola dei suoi racconti, per quanto glielo chiedessero i successivi editori a cui il manoscritto veniva presentato; quasi che ogni pezzo di ogni suo racconto fosse stato una gemma, il che può pure essere vero se si pensa che quelle novelle erano destinate a diventare antenate di quasi tutti i racconti scritti in seguito per almeno quaranta o cinquant’anni. Ma se quei pezzi da sopprimere erano davvero gemme, è strano che Joyce non si sentisse abbastanza ricco e sicuro da poterle sostituire con altre ugualmente preziose.
La verità è che quei passi che ferivano editori e tipografi (perché in Inghilterra erano soprattutto le tipografie a subire i rigori della legge) erano stati messi lì appunto per ferire, ed è a questa sua personale vendetta o provocazione che Joyce non voleva rinunciare: per lui era importante poter chiamare «vecchia ubriaca» la regina Vittoria; ma su questo piano si confondono l’arte e la politica, e ogni passo in tale direzione è un passo appunto verso la concezione totalitaria, che dal confondere l’arte con la politica presto arriva al sostituire interamente con la politica l’arte. Questo è il cammino che hanno seguito molti dotati scrittori italiani, fino alla quasi totale cancellazione; e come sembrano oggi seri, persino al pubblico, quelli che non l’hanno seguito, si chiamino Campanile o Landolfi.

- Juan Rodolfo Wilcok -  "Il Reato di Scrivere" -

martedì 15 gennaio 2013

connazionali

poitier

Aveva 15 anni nel gennaio del 1943, Sidney Poitier, quando lasciò Nassau e la sua famiglia, diretto verso gli Stati Uniti, la "terra delle opportunità", in cerca di una vita migliore e di qualche soldo da mandare ai suoi, rimasti alle Bahamas. Dopo mesi di lavori sottopagati e di notti passate a dormire per le strade di Miami, decise di andarsene ad Harlem. Una voltà lì, incapace di riuscire a trovare un lavoro durevole, si arruolò nell'esercito, mentendo sulla sua età. Venne congedato dopo un anno. I soldi guadagnati sotto le armi, finirono alla svelta, ed era sul punto di rinunciare. Piantare tutto e tornarsene a Nassau. Nel disperato tentativo di tornarsene a casa,incapace com'era di mettere insieme abbastanza soldi per pagarsi il viaggio, scrisse una lettera al Presidente Roosvelt, chiedendogli un prestito. Fortunatamente per lui, non gli arrivò risposta. Di lì a poco riuscì ad entrare nella compagnia dell'American Negro Theater e, piano piano, riuscì ad emergere come attore. Nel 1963, 18, anni dopo che aveva scritto la lettera al Presidente, Poitier divenne il primo nero a vincere l'Oscar come miglior attore, per il sua recitazione nella parte di Homer Smith, nel film "Lilies of the Field" (in italiano, I gigli del campo) di Ralph Nelson.
Questa è la lettera:

Caro Presidente Roosvelt,

   Il mio nome è Sidney Poitier e mi trovo qui negli Stati Uniti a New York City. Sono delle Bahamas. Vorrei tornare alle Bahamas ma non ho i soldi necessari. Mi piacerebbe che lei mi prestasse 100 dollari. Glieli restituirò quando sarò arrivato alle Bahamas. Mi mancano mia madre e mio padre, i miei fratelli e le mie sorelle, mi manca la mia casa nei Caraibi. Sembra che non riesca proprio ad organizzarmi qui in America, soprattutto per il freddo, e perciò le chiedo, come cittadino americano, di prestarmi 100 dollari per tornare a casa. Glieli rispedirò e le sarò veramente molto grato.
  
   Il suo connazionale Americano
  
   Sidney Poitier
  
  
fonte: http://www.lettersofnote.com

lunedì 14 gennaio 2013

il giornalista e il brigatista

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"Twitta" Gianni Riotta, su Twitter, a proposito di Gallinari che:
"Colpisce toni ricordi brigatista Gallinari, scomparso oggi: tranne @GotorMiguel parlano di Resistenza e non di strage di innocenti a viaFani"
Certo, non è che uno a Riotta possa chiedere più di tanto, ma credo che la considerazione, nella quale il giornalista fa professione di sgomento, meriti una piccola analisi, anche se ancora i funerali di Prospero non ci sono stati. Ma credo, valga ricordare come questo, nella nostra epoca di pensiero unico ci possa portare a fare raffronti ed analogie con altri funerali, ed altre epoche di pensiero unico. I funerali di Malatesta nella Roma fascista, e quelli di Kropotkin nella Russia bolscevica, ma anche quelli della Baader-Meinhof, a Berlino. Momenti in cui il racconto della sconfitta diventa la sottile vittoria del vinto. Come oggi, con Prospero, per Prospero, grazie a Prospero.

censure

Wilcock 1961 - Recortado

Ma per chi di idee ne ha molte, le potature del censore (non totalitario, cioè, non la potatura totale e definitiva, che è un’altra canzone) non saranno mai una  tragedia. Si è visto per esempio il caso di un film girato quasi interamente davanti a un ottuso censore spagnolo, il quale ordinava senza posa di sopprimere questa o quella inquadratura e per ogni cosa che gli veniva vietata il regista ne inventava una migliore. L’ultima scena dell’opera doveva infine presentare i due protagonisti finalmente congiunti nell’amplesso amoroso, e anche questo particolare tradizionale il pubblico ufficiale ebbe a trovare spinto, sicché il regista esplose adirato: «E  allora che vuole che facciano, che li metta a giocare a carte?». Il censore approvò subito questa idea, e anche il regista la trovò buona, e così venne dato al film un finale molto più intelligente di quello previsto nel copione. Ma naturalmente la Spagna non è un paese totalitario, dove il buon regista invece di girare un film sarebbe o morto o in campo di concentramento.

- Juan Rodolfo Wilcock - "Il Reato di Scrivere" -

domenica 13 gennaio 2013

¡Ay, Carmela!

ebro

 

La battaglia dell'Ebro, senza ombra di dubbio una delle più cruente e definitive fra tutte le battaglie combattute durante la guerra civile spagnola. La battaglia dell'Ebro, la più triste di tutte, una battaglia narrata, cantata, vista al cinema, ed ora, forse "definitivamente" raccontata in questo libro del 2003 che cerca di chiarire gli eventi fatali di quella guerra, di quella battaglia senza vincitori né vinti. Mappe, interviste, manifesti, giornali dell'epoca, per raccontare la storia di quei quattro mesi di lotta, quattro mesi, dal 25 luglio al 13 novembre del 1938, in cui tanti credettero di essere stati piombati all'inferno. Jorge Reverte ha scritto un libro esemplare, emozionato, in ogni pagina una storia, e tutte le storie, insieme, a formare la storia della battaglia dell'Ebro, vista da ogni angolatura, dall'alto della politica internazionale giù, fino al fondo della più sporca trincea.


Jorge Martinez Reverte - La Batalla del Ebro (scaricabile qui per intero)
Language: Spanish | Publisher: Critica | ISBN: 8484324699 | 2003 | PDF | 472 pages | 5 mb

sabato 12 gennaio 2013

fatti inquietanti

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Si era alla fine degli anni '50, sicuramente dopo la rivolta del 1956, quando arriva, da Budapest, la notizia di un "battesimo comunista". Ne riferisce Juan Rodolfo Wilcock, che ha rinvenuto la nota che ne parla sulle pagine di un giornale italiano di cui non si saprà mai il nome. Tutto quello che ne rimane sta dentro una voce del suo libro, "Fatti Inquietanti".
La scena avrebbe potuto svolgersi anche a Praga, anziché a Budapest, e poteva benissimo essere una storia raccontata da Bohumil Hrabal, oppure, in tono meno farsesco e assai più disperato, da Milan Kundera.
Wilcock inizia con la frase - "Su un giornale di Budapest è apparsa una strana notizia ..." e passa a raccontare la storia del battesimo di Mihály Czirjancis, figlio di un operaio, avvenuto nel corso di una cerimonia che "non sapremmo se definire religiosa". La segretaria della sezione locale del partito comunista, ha fatto da madrina, ed il rito si è svolto nel cortile della fabbrica. Il padre, insieme ai colleghi, "hanno cantato in coro diversi inni comunisti ungheresi".

venerdì 11 gennaio 2013

i libri che non ho scritto

malraux

Era l'unico, o almeno uno dei pochissimi, André Malraux, fra i "mostri sacri" della letteratura francese del XX secolo, a non aver avuto pubblicato un volume di "Corrispondenza". C'è da dire che, nel caso dell'autore de "L'espoir", che lui stesso si era premurato, nel suo testamento, a stabilire che le sue lettere non venissero pubblicate, non prima di almeno 30 anni dalla sua morte.
Malraux non considerava la corrispondenza una forma di letteratura e, soprattutto, non intendeva far parlare di sé e della sua intimità; la massa trascurabile dei segreti, come la definiva. Ora, trascorso il tempo prescritto, l'editore Grasset la fa finita con quest'anomalia, e pubblica un libro (Lettres choisies, 1920-1976 (Cartas escogidas, 1920-1976)) che comprende più di 200 lettere, scelte e commentate da François de Saint-Cheron, dove si muove un Malraux come liberato, in un sol colpo, dal peso della letteratura e da quello del grande uomo di stato. Viene fuori l'amico attento, spesso simpatico e divertito, lettore compulsivo, senza far però dimenticare l'uomo dei compromessi politici. I destinatari sono il generale de Gaulle, Max Jacob, Anré Gide, José Bergamin, Marc Chagall, Pablo Picasso, Salvadot Dalì.
"Niente mi pare degno della lettera, tranne le idee, le cose di ordine pratico e gli elementi bizzarri della vita" - questa è la frase di Malraux che fa da preambolo al libro, sebbene nelle lettere pubblicate sia stato consegnato poco spazio alle "cose di ordine pratico". La fanno da padrone, le idee, che siano letterarie o politiche, e, in sottordine, lo “estrambótico”, una delle sue parole feticcio, che emerge da ogni pagina.
Pur quando è investito della funzione ministeriale (che occuperà dal 1958 fino al ritiro di de Gaulle), dimostra tutto il suo senso dell'umorismo; quello stesso che gli faceva disegnare "piccoli diavoli" sulla copertina delle sue note del Consiglio dei Ministri. Nelle lettere a de Gaulle, che definisce come "un compañero, a volte meraviglioso, e fedele, a bordo di una nave sulla quale il destino ci ha imbarcati entrambi".

Malraux 4

Dall'inizio, fino alla fine del libro, quello che risalta su tutto è proprio il valore assegnato all'amicizia, da parte dell'autore de "La condizione umana". "In letteratura, ogni attacco personale è vano", scrive ad un certo punto. Spiega a Martin du Gard come si sia trovato a cantare per la gioia, sapendo che gli avevano assegnato il nobel per la letteratura; lo stesso nobel che Malraux non otterrà mai. In un'altra lettera, sempre a du Gard, chiede che vengano trasmesse a Camus, le sue congratulazioni per avere ottenuto il premio, e applaude alla sua "condotta esemplare". "Avrebbero dovuto darlo a Malraux" - ebbe a dichiarare Camus.
Molte delle lettere, sono una sorta di mini-critica letteraria delle opere che ha ricevuto, che ha letto, che ha analizzato. In altre occasioni, la sua attività politica gli ha impedito di mantenere con la letteratura, quel contatto che amava; e lo manifesta in una lettera a Gide, scritta alla fine del 1945, in cui si scusa per non averlo potuto ringraziare per il suo articolo su "L'espoir". "Quanto alle povere anime che pensano che 'prima lottassi' e che ora mi sarei guadagnato il riposo borghese, hanno molto da imparare ...".
A Marcel Pagnol, che gli propone di presentarlo come candidato all'Accademia Francese, nel 1954, argomenta così il suo rifiuto: "Il desiderio di portare a termine lavori interrotti per 10 anni, di cui lei sa, mi ha obbligato ad una specie di pensione. Mi separano da lei, i libri che non ho scritto".

giovedì 10 gennaio 2013

in che modo, esattamente?

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Nel 1890, i marxisti si trovano di fronte ad un problema molto reale, e politicamente pressante, che Engels spiega nel modo seguente:
"Su un punto, i nostri compagni francesi hanno assolutamente ragione: nessuna trasformazione rivoluzionaria duratura è possibile in Francia contro il volere del piccolo contadino."
Al tempo, in Francia,i contadini erano la più numerosa classe sociale, ed era chiaro per Engels e per i marxisti che nessuna azione socialista, che avesse successo, poteva essere intrapresa, in opposizione a questa classe. Però, la classe non era affatto interessata agli obiettivi politici dei socialdemocratici, e preferiva mantenere le proprie condizioni economiche. Perciò, il problema che si poneva all'opposizione atteneva a come indirizzare le richieste economiche di questa classe al fine di prendere il potere. Secondo Engels, alcuni marxisti pensavano che questo poteva essere fatto mentendo sfacciatamente ai contadini, a proposito delle politiche del futuro governo socialdemocratico.
"(Noi) possiamo portare immediatamente dalla nostra parte la massa dei piccoli contadini solo se siamo in grado di fare loro una promessa che noi stessi sappiamo di non poter mantenere."
Chiaramente, Engels avvertiva i socialdemocratici che nessun marxista poteva salvare i piccoli produttori dal loro destino; tutt'al più, i marxisti potevano solo ritardare l'inevitabile.
"Non è per niente nel nostro interesse, portare il contadino dalla nostra parte, una notte, per poi perderlo di nuovo, la mattina dopo, se non possiamo mantenere le nostre promesse. Non possiamo fare nessun utilizzo del contadino, come membro del Partito, se lui si aspetta che noi perpetuiamo la sua proprietà del piccolo appezzamento di terra, così come del piccolo artigiano, che si vorrebbe vedere perpetuato come maestro."
Ora, era chiaro cosa avrebbe significato questo, nella Francia del tempo, ed Engels, che non si illudeva sulle conseguenze di un comportamento onesto da parte dei marxisti, non esitava a descriverne le conseguenze:
"Lasciateli andare con gli anti-semiti che prometteranno loro di salvare le loro piccole imprese."
Oggi, i marxisti hanno perso un simile senso di onestà.
Anche studiosi come Guglielmo Carchedi possono dimostrare, da un lato, che le politiche Keynesiane non funzionano, mentre, dall'altro lato, chiedono alla classe operaia di battersi, comunque, per tali politiche. Continuano a promettere la "vera democrazia", quando sanno che lo Stato deve essere abolito. Promettono "paghe decenti" alla classe operaia, quando sanno che il capitalismo sta abolendo la domanda di lavoro. Continuano a fare promesse sulla sicurezza sociale, ed altri programmi di welfare, quando sanno che tali programmi devono essere aboliti: se il capitalismo non viene abolita, la sicurezza sociale non c'è più; se il capitalismo viene abolito, la sicurezza sociale non serve. In entrambi i casi, non c'è più!
Oltretutto, la classe operaia non è una qualche classe di piccoli produttori condannata alla sua propria scomparsa, dal progresso del capitalismo, ma sarebbe proprio il prodotto del capitalismo ed il cuore della rivoluzione sociale. E allora, quale ragione ci dovrebbe essere per mentire alla classe operaia su tali questioni? Che vantaggio ne proverrebbe? Diversamente dai socialdemocratici dei tempi di Engels, i marxisti, oggi, non hanno nessuna speranza di sostituirsi al potere statale. Perciò, rimane solo da pensare che ci credono davvero alle loro bugie, e pensano davvero che cose come la sicurezza sociale, il salario minimo garantito e la protezione dell'ambiente possano sopravvivere alla fine del capitalismo. Fottuti buffoni!

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Sia come sia, sembrano confermare la considerazione, fatta da Robert Kurz, a proposito del fatto che "La difficoltà consiste nel fatto che la forma capitalista della divisione funzionale della società - come nel caso della struttura capitalista del valore d'uso - non può essere assimilata, senza alterazioni, all'interno di una riproduzione emancipatrice". Che poi sarebbe la difficoltà di fronte alla quale si trovarono i Comunardi, a Parigi, quando presero il controllo della vecchia macchina statale; e si videro costretti a dismetterne l'intera struttura, per crearne una del tutto nuova che soddisfacesse ai nuovi specifici bisogni. Ora, l'esperienza comunarda circa lo stato, si estende all'intera struttura economica della società, che dev'essere distrutta.
La risposta alla domanda, "In che modo, esattamente?", comincia con l'assumere che niente delle presenti relazioni può più essere salvato, sotto nessuna forma.
L'ultima volta che questa domanda venne posta, dall'anarchico Bakunin, Marx rispose che anche dopo l'emancipazione, sarebbero rimaste vestigia dello Stato; non era questione di quello che si desiderava, ma di processi materiali che determinavano quello che poteva, e quello che non poteva essere realizzato. Dal punto di vista della società di allora, la produzione di merci non aveva ancora esaurito la sua utilità, ed il lavoro era ancora materialmente necessario, come la rivoluzione fordista avrebbe in seguito dimostrato. Marx risponde a  Bakunin più o meno come Engels rispondeva ai marxisti, a proposito dei contadini. Smettere di firmare, agli anarchici, assegni che non potranno riscuotere. Si può promettere alla classe operaia che lo stato verrebbe abolito, ma sarebbe una promessa disonesta, come quella fatta ai contadini francesi.
L'argomento è semplice: lo stato non può essere abolito nella sua interezza, finché sussiste la produzione di merci.
Due sono i corni della questione. Il primo attiene alla relazione fra stato e produzione di beni, ed al fatto che lo stato non possa essere abolito finché si dà divisione dei mezzi di produzione, fra i membri del società, finché le basi economiche della società si fondano sulla produzione e sullo scambio di merci. Il secondo corno, invece, riguarda la necessità stessa della produzione di merci: a che punto diventa obsoleta per la società nel suo intero?
Assumendo che fosse corretta, l'argomentazione di Marx, circa la relazione fra Stato e produzione di merci, niente però lascia supporre che la sua risposta, alla domanda di Bakunin, fosse definitiva. E ora la produzione di merci ha ormai esaurito la sua utilità.

mercoledì 9 gennaio 2013

sterminatori

 

Tierney Jailed After Scuffle  New York -- Patrolman Louis Romano questions former movie actor Lawrence Tierney in the West 54th Street Police Station early today. Tierney was arrested after a bruising battle with Romano and another policeman on Sixth Avenue after they had ejected him from a bar. All three were given treatment at a hospital and released. (1958)

New York, 1958. L'attore di origine irlandese Lawrence Tierney si trova presso la stazione di polizia della 54.a strada west. Tierney che aveva interpretato, da protagonista, il ruolo di Dillinger nel film "Lo sterminatore" del 1945 (e che, prima di morire, chiuderà la sua carriera nel film "Le Jene" di Tarantino, nel ruolo di Joe Cabot), ha appena avuto una "discussione" con il poliziotto che si vede nella foto, Louis Romano, ed un altro agente. I due avevano buttato fuori da un bar l'attore che se l'era avuta piuttosto a male.

martedì 8 gennaio 2013

possibile

fabregas

Quando, dopo il 20 luglio 1936, gli anarchici - per quanto armati e padroni delle strade, delle fabbriche e dei quartieri - di fronte ad un futuro incerto, rinunciarono a portare fino alle estreme conseguenze i loro presupposti rivoluzionari, si aprì una via intermedia che, a partire dall'intenzione "realista" di vincere "prima la guerra", segnò anche la perdita irreparabile del loro protagonismo.
Così, si rispettava il governo della Generalidad e si creava, insieme ai partiti della borghesia, il Comitato Centrale delle Milizie Antifasciste. Ma anche così, per tutti i primi giorni ed i primi mesi, il potere reale continuava a dettar legge nelle strade e nei quartieri; mentre nelle fabbriche si dava inizio alla loro appropriazione collettiva. In molti cosi, obbligati dalla fuga precipitosa dei padroni.
Quando il governo della Generalidad, e il suo presidente Companys, cercarono di rafforzare il loro potere, cercando di attrarre la CNT nell'area di governo, allora arrivò il momento di mettere per iscritto "i metodi rivoluzionari". Non si trattava di una "socializzazione" dell'economia, di un mutamento rivoluzionario della struttura, ma semplicemente di riconoscere quello che era già realtà. Praticamente, per la "collettivizzazione", era il momento di "fare la legge" che la definisse, ma anche la limitasse. Insomma, venne escogitata una soluzione "possibilista".
Ed è qui che ha un ruolo cruciale, come ministro dell'Economia e rappresentante della CNT, Joan Porqueras Fàbregas (conosciuto anche come Joan P. Fábregas).
La figura di Fàbregas rimane, oggi, quasi praticamente sconosciuta. Non solo ma i dati che si trovano, appaiono spesso contraddittori. Figlio di un oste, fece studi di contabilità, praticò diversi mestieri, fu panettiere e venditore di automobili, per finire poi, verso la metà degli anni venti, consigliere della Banca Marsans. Ed è a questo punto che comincia la confusione sulle sue tendenze politiche, ed alcune fonti lo arruolano come militante della "Lliga regionalista", un raggruppamento politico conservatore. Ovviamente, il lavoro di Fàbregas lo porta a relazionarsi con la borghesia catalana - sono, di fatto, i suoi clienti - ma accomunarlo a tale destra è cosa diversa, soprattutto quando si che, alla proclamazione della seconda repubblica, nel 1931, si presenta nelle lista della  Esquerra Repúblicana de Catalunya (ERC) e iscrive al Sindacato delle Libere Professioni della CNT. Nel gennaio del 1932, fonda l'Istituto di Scienze Economiche della Catalogna, all'interno dello "Ateneu Enciclopèdic Popular", dove comincia a giocare un ruolo di primo piano, come docente di economia politica.
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E' l'11 agosto del 1936, che entra a far parte del Consiglio di Economia della Catalogna, dove difende il criterio della "collettivizzazione". Arriva proprio nel momento in cui l'organizzazione anarcosindacalista ha optato per il possibilismo, e necessita di qualcuno che abbia solide conoscenze di Economia. E quando le dirigenze locali e regionali della CNT danno il nulla osta per l'entrata nel governo della Generalidad della Catalogna, sarà Fàbregas ad essere designato, il 26 settembre, come ministro dell'Economia.
Ed è proprio in tale veste che redige e firma il "Decreto di Collettivizzazione e Controllo Operaio"; la disposizione legale più importante, in materia di economia, promulgata durante la guerra civile. Si racconta che l'abbia difeso con tale tenacia, il suo decreto, fino ad arrivare a minacciare, a mano armata, Tarradellas, il ministro delle finanze. C'è da aggiungere che Fàbregas, soprendentemente, si dichiarerà contrario all'ingresso della CNT nel governo centrale e, vittima delle pressioni interne, verrà sostituito, il 17 dicembre, da Sinesio Garcia (più conosciuto come Diego Abad de Santillán).

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lunedì 7 gennaio 2013

spiaggiato

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Era la primavera del 1932, a Berlino, quando Walter Benjamin andò letteralmente a sbattere, per strada, contro il suo vecchio amico Felix Noeggerath. Cominciarono a parlare e Noeggerath informò Benjamin che si stava preparando a partire per Ibiza. Andava a trovare il suo unico figlio, Hans Jakob, che studiava le lingue e le storie di quell'isola e, ben presto, invitò Benjamin ad unirsi a lui. Non era un buon posto, Berlino, per Benjamin. I nazisti gli avevano già requisito l'appartamento ed aveva perso il posto al giornale per cui lavorava, ed anche il programma di radio-storie per bambini stava per essere chiuso. Ibiza era lontana e meravigliosa, ed era anche un posto decisamente a buon mercato, di quei tempi. Accettò, cominciando così l'esilio che sarebbe durato fino alla sua morte. Ci rimase due mesi, su quell'isola delle Baleari, e poi ci tornò per altri sei mesi, intorno all'estate del 1933. Miserevolmente triste, sotto quel sole abbacinante non seppe fare di meglio che seppellirsi nel suo proprio passato remoto - o almeno così sembrava a lui - raccontandosi e scrivendo della sua infanzia a Berlino. Ma scrisse anche di dove si trovava, di quella sorta di "avamposto" dell'Europa, apparentemente non toccato dalla modernità, dove avrebbe potuto affrontare a testa alta la sua idea centrale: che la modernità atrofizzi la capacità di conoscere il mondo e di raccontare storie. E proprio a Ibiza, finì di mettere a punto quelle che poi sarebbero diventate le idee intorno a cui ruotano i suoi testi "importanti". E proprio in quello splendore allucinatorio, inventò una nuova forma di saggio, fatto di incroci e attraversamenti. Sogni, etnografia, icone, racconti. In poche parole, Benjamin, sotto il sole di Ibiza, "spiaggiato come una balena", perse la sua oscurità. Aveva cominciato già da prima, sul lungo viaggio in terza classe sulla "Catania". Undici giorni, da Amburgo a Barcellona, prima di imbarcarsi per Ibiza. Assorbito dai suoi racconti, fertilizzati dalla monotonia della vita di nave. Finiranno dovunque, anche nelle sue lettere, scritte sull'isola, a Gretel Adorno, e al suo amore, Jula Cohn.

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domenica 6 gennaio 2013

la mosca

cartesio

un libro mai tradotto

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Un bastardo rimane un bastardo, anche da morto. E non deve alzare polvere, come diceva André Breton.
Ed è proprio lui, Breton, il protagonista di questo "Belleville-Barcellona" di Patrick Pécherot.
Siamo nel 1938, durante la guerra civile spagnola, laddove si giocava quel futuro che è ancora il nostro presente. E' ben conscio, e non dimentico, Pécherot, di come gli stalinisti assassinarono allora quella rivoluzione. Ed è proprio qui che interviene Breton. Facendo uso dei contatti di un segretario di Trotsky, Rudolph Klément, si rende garante dell'arrivo a destinazione, a Barcellona, di una grossa partita di armi destinata al POUM. Intanto, a Parigi, la "Cagoule", per conto di Mussolini, ammazza i militanti rivoluzionari e Clovis Trouille dipinge i "Mes funérailles".
E una fotografia. Benjamin Péret, in piena guerra civile, seduto sotto un portico, con una mano accarezza il gatto accoccolato sulle sue ginocchia, un fucile nell'altra mano. "Tutti e due, hanno fermato il tempo" - commenta Pécherot ...

Belleville-Barcelone di Patrick Pécherot (éd. Gallimard Série Noire)

sabato 5 gennaio 2013

Hal e l’IBM

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Il mese di agosto del 1966, 2 anni prima dell'uscita del film "2001, Odissea nello spazio", Stanley Kubrik scrisse al vice-presidente della sua società di produzione, per chiedere se l'IBM (una società, il cui logo appariva brevemente nel film) fosse a conoscenza delle azioni omicide di HAL, nella storia.
Vale la pena sottolineare che, sia Stanley Kubrik che Arthur Clarke abbiano fin da allora negato che HAL rappresentasse l'IBM, ed hanno sempre sostenuto che "lo scarto di una lettera" fra i nomi, HAL e IBM, fosse stato puramente casuale.

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fonte: http://www.lettersofnote.com

critiche

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Ad Herman Melville, autore di Moby Dick, venne rifiutato il suo romanzo da un editore che lo definì "troppo lungo e troppo vecchio stile". Orwell si vide rifiutare "La fattoria degli animali", perché "in questo paese, le storie sugli animali non vendono". Faulkner, nel 1931, scrisse un romanzo in cui c'era una donna che veniva stuprata con una pannocchia di mais, "Santuario": il suo editore lo respinse mentre era in corso di pubblicazione; a suo dire, se usciva, quel libro, sarebbero finiti tutt'e due in galera, autore ed editore!
E fin qui gli editori ...
Shakespeare non stava molto simpatico a Voltaire, il quale definì l'opera del Bardo, "un enorme mucchio di letame". Ma anche Dickens non scherzava quando affermava di trovare Shakespeare così noioso da procurargli la nausea, mentre Tolstoj liquidava l'autore di Amleto, come "grezzo, immorale, volgare e senza senso".

fonte: curistoria.blogspot.it

venerdì 4 gennaio 2013

controsogno

o ultimo dia de pompeia

Marzo 1971. George Steiner tiene una conferenza presso l'Università di Kent, in Inghilterra, dove si propone di dare suggerimenti per una ridefinizione della cultura dell'epoca. Steiner sostiene che la cultura del XX secolo, soprattutto dopo la guerra, si blocca in un intenso dialogo col romanticismo del secolo precedente. Tale contatto, però, privilegia un aspetto sotterraneo del movimento romantico: lo sfruttamento sociale, piuttosto che la civiltà; l'ipocrisia, piuttosto che la libertà di pensiero; la minaccia dello Stato, piuttosto che la sicurezza. Pertanto, la cultura del XX secolo, quando si volge al suo passato recente, parla della violenza che lo ha costituito - soprattutto quella contenuta negli oggetti artistici dell'epoca:
"E' precisamente a partire dalla decade del 1830, che si può osservare l'emergere di un contro-sogno - una visione di città devastate, una fantasia di invasioni e di Vandali, i cavalli dei mongoli che si dissetano alle fontane dei giardini di Tuileries. Si sviluppa una strana scuola di pittura: quadri raffiguranti Londra, Parigi o Berlino, viste come colossali rovine, famosi edifici bruciati, saccheggiati o situati in una desolazione misteriosa, in mezzo a rovine e acque stagnanti. La fantasia romantica anticipa la promessa vendicativa di Brecht, la promessa che niente resterà delle grandi città, eccetto il vento che le attraversa. Esattamente cento anni dopo, questi collage apocalittici e questi disegni immaginari della fine di Pompei saranno diventate le nostre fotografie di Dresda e di Varsavia. Non serve la psicoanalisi per poter suggerire quanto ci sia di realizzazione di desideri in queste suggestioni del XIX secolo."

giovedì 3 gennaio 2013

poster

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Jacques Rancière, in un articolo dal titolo "Una società del manifesto", apparso sul giornale brasiliano La Folha de Sâo Paulo nel settembre del 1996, si concentra su un'immagine apparsa sull'Illustrated London News del giugno 1848 che "ci mostra un'alta barricata sulla sommità della quale si dispiega un gruppo di insorti. Un piccolo cartello reca la scritta 'Completo'" In proposito, Rancière si domanda se l'autore dell'incisione "abbia voluto intrattenere il suo pubblico mostrando degli operai parigini che vanno sulle barricate così come si va ad uno spettacolo"? Quindi, Rancière, ci propone la sua riflessione sul rapporto fra politica e teatro; assai lontana da quella di Debord a proposito del feticismo dello spettacolo.
L'incisione "ci dice che l'insurrezione stessa, non è affatto la folla affamata, o furiosa, che si riversa nelle strade come un torrente. Ma è un modo di occupare la strada, di distogliere uno spazio normalmente votato alla circolazione degli individui e delle merci, di deviarlo nello spazio di manifestazione di un personaggio dimenticato, nel bilancio del governo: il popolo, gli operai o qualche altro personaggio collettivo."
Quanto al grido degli insorti del giugno 1848, "Pane o piombo", non viene inventato a causa della fame, ma per l'abitudine al teatro, e preso in prestito dal suo linguaggio. "La politica, nel senso forte del termine, comincia con la capacità di dare via il suo linguaggio ordinario ed i suoi piccoli dolori per appropriarsi del linguaggio e del dolore degli altri". Comincia con la narrazione, questo modo di scavare la realtà, di aggiungere nomi e personaggi, scene e storie che la moltiplichino e le tolgano una sua evidenza univoca. "E' così che l'insieme di individui lavoratori diventano il popolo, i proletari, è così che l'intreccio delle strade si trasforma nella città, nello spazio pubblico."
"Lo stesso popolo è una parvenza teatrale, un essere fatto di parole, che arriva in sovrannumero ad imporre la scena della sua parvenza e del suo disordine in luogo della buona ripartizione delle funzioni sociali."
Ripenso a questa barricata teatrale - dice Jacques Rancière - quando sento descrivere il nostro mondo come il mondo della società dello spettacolo, o della politica spettacolo; tracciando la sua differenza rispetto all'analisi di Guy Debord. A suo dire, "noi non viviamo in una società dello spettacolo dove la realtà si perde, quanto, piuttosto, in una società del manifesto dove l'apparenza viene respinta". Il manifesto, per lui, non è lo spettacolo ma è, al contrario, ciò che lo rende inutile, quello che ne riferisce in anticipo il contenuto e ne sopprime, in un sol colpo, la singolarità; come nei manifesti dei film che ce ne anticipano l'effetto, attraverso il dosaggio specifico di stimoli appropriati sul suo target di pubblico. Lo stesso avviene con le rappresentazioni televisive, "delle anti-narrazioni che ci mostrano dei personaggi simili a noi, che si muovono in ambiti simili a quelli nei quali noi li guardiamo, e che espongono dei problemi che assomigliano ai nostri, in ciò simili ai problemi che si presentano, in un'altra parte della giornata, ai testimoni della realtà".

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E fin qui ... Peccato però che Ranciére si fermi al manifesto del 1848 e non dia seguito all'analisi, riferendosi alle rappresentazioni delle manifestazione e delle rivolte contemporanee, così come vengono presentate sui media attuali, dove attori e produttori di informazioni si confondono.
Ad esempio, cosa ci può dire un'immagine come quella sopra, dove vediamo una profusione di bandiere e palloni e palloncini che si mescolano a slogan e rivendicazioni? Cosa percepirà, il cronista? La determinazione dei manifestanti ad occupare la strada, o la determinazione ad occupare i titoli di quei giornali che cominciano i loro reportage, dando conto della differenza della cifra dei partecipanti; quella fornita dalla polizia e quella data dagli organizzatori? Le "reti" hanno apportato un cambiamento, ed avere una buona "copertura mediatica" o "essere in linea" viene considerato come un minimo indispensabile, assai più importante che scendere per strada. Come la carta riciclata o la prima serata per la tv, sembra ormai acquisito che bisogna mostrarsi, bisogna essere localizzati! Il "dove sei?" che oramai si sente per le chiamate su telefonia mobile, si accompagna al "visto in televisione e su facebook". In questo nuovo rapporto di forza, non ci si limita a "comunicare" all'opinione pubblica, ma, all'ombra dei propri avatar, si considerano i propri computer come degli spazi di manifestazione. Lasciando le strade alle sfilate di moda, dando ragione a quelli che dicono che quando c'è uno sciopero non se ne accorge nessuno, e a quelli che predicono che il prossimo sciopero avverrà su internet.
"Pane o piombo", ugualmente, ha lasciato il posto ad altri slogan che, per la più parte, hanno perso la loro potenza di sfida guerriera. Gli slogan per il lavoro, contro la disoccupazione e la precarietà, sono tutt'al più grida di risentimento. Altre grida, hanno perso la loro potenza, a forza di essere separati da qualsiasi azione concreta, che invece promettono. Come se venissero indirizzate, solamente, ai membri del propio clan, al più ai propri simpatizzanti e, se l'eco è forte a sufficienza, al nemico.
La politica, questa pratica che, secondo Rancière, è sempre stata sorella al teatro, ha cambiato la sua "messa in scena", conformandosi ai bisogni dei media e piegandosi all'ottimizzazione del riferimento al numero delle "pagine visitate", al cosiddetto "ranking" sui motori di ricerca. Incamminandosi verso l'illusione di stare insieme, perdendo il senso della realtà.

fonte: http://www.autrefutur.net

mercoledì 2 gennaio 2013

comitati

Comites

Questo libro è complemento e continuazione ai due precedenti libri di Guillamòn, "Los Comités de Defensa de la CNT en Barcelona (1933-1938)" e "Barricadas en Barcelona" (il secondo scaricabile qui), dove si relaziona a proposito dei fatti che, fin dal primo inizio e poi allo scoppiare della rivoluzione sociale, portano al trionfo della controrivoluzione, nel mese di maggio del 1937. "La rivoluzione dei comitati", di Agustin Guillamòn, pubblicato da Aldural/El Grillo Libertario, nel 2012, diventa un'opera imprescindibile sulla Guerra Civile Spagnola, dove i protagonisti spiegano, in una sorta di prima persona del tempo presente, gli avvenimenti occorsi nella Barcellona rivoluzionaria del secondo semestre del 1936.
Le rivoluzioni sociali, questi tentativi di riorganizzare produzione e società su nuove basi, sono rare, nella storia. Nel secolo scorso, abbiamo avuto la rivoluzione russa, caratterizzata dai Soviet; quella tedesca, basata sui Räters (Consigli); e quella spagnola, basata sui Comitati.
Soviet, Consigli e Comitati furono gli organismi potenziali del potere della classe operaia, in ciascuna di queste rivoluzioni. Lo studio di tali organismi dovrebbe permetterci una conoscenza più approfondita della dinamiche sociali, dei problemi e delle debolezze di ciascuna rivoluzione; dove, al di là delle circostanze politiche, sociali ed economiche in cui si avverarono, continuano a riportarci un'esperienza insostituibile, tanto nei successi quanto - soprattutto - nei fallimenti. La grande lezione della rivoluzione dei Comitati, nel 1936, rimane, per tutti i rivoluzionari, quella relativa alla necessità ineludibile della distruzione dello Stato.
I Comitati di quartiere esercitarono tutto il loro potere nelle strade di Barcellona, scontrandosi, in più occasioni, dapprima col Comitato Centrale delle Milizie Antifasciste e dopo, a partire dal 26 settembre del 1936, con i comitati superiori della CNT, integratisi nel governo della Generalidad.
Nel libro, si studia l'origine dell'organismo rivoluzionario conosciuto come il "Comitato Centrale dei Rifornimenti", e la sua successiva integrazione nel Ministero dei Rifornimenti della Generalidad, integrazione avvenuta senza alcun problema, grazie alla presidenza della stessa persona: Josep Juan Doménech. Emerge, impetuosa, la figura dell'economista Joan Pau Fábregas, ministro dell'Economia e firmatario del Decreto di Collettivizzazione, le sue originali proposte economiche, fra cui la monopolizzazione del commercio con l'estero - come soluzione di emergenza contro la carestia - che andò incontro al rifiuto da parte degli altri ministri e che ebbe, come effetto la sua definitiva esclusione, insieme a quella di Andres Nin, dal governo della Generalidad, il 17 dicembre del 1936. Evento appena commentato dalla storiografia accademica. A questo punto, i prezzi per i rifornimenti cominciarono a salire in modo assolutamente incontrollabile, a causa della speculazione, mettendo i lavoratori in una situazione limite, alla fame!
E proprio la fame, venne utilizzata dal governo e dagli stalinisti, come una potente arma per sconfiggere i rivoluzionari. Vennero ripetutamente negati quei rifornimenti, atti a costituire una riserva adeguata di alimenti. Contemporaneamente, si procedeva ad istituzionalizzare e ad addomesticare la violenza politica rivoluzionaria, che era esplosa nei primi mesi. Lo stato esercita il monopolio della violenza, per mezzo delle cosiddette forze dell'ordine pubblico; cosa che appare come essere la normalità della società capitalista. La violenza rivoluzionaria che rompe tale monopolio, viene invariabilmente presentata come un fenomeno eccezionale, caotico ed arbitrario e, pertanto, come delinquenza, ed i suoi leader come criminali. La restaurazione dell'ordine borghese, a partire dall'ottobre 1936, si oppose e si scontò con la violenza rivoluzionaria.

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La rivolta militare di luglio, aveva aperto la strada alla violenza, come soluzione del conflitto sociale e politico: in guerra, i conflitti si risolvono uccidendo il nemico. La situazione eccezionale - di crisi istituzionale e di rivoluzione sociale - provocata dalla rivolta militare e dalla conseguente guerra civile, fu il terreno fertile su cui proliferarono i rivoluzionari, diffamati come "incontrollati", che si facevano giustizia con le proprie mani.
In una situazione di fallimento di tutte le istituzioni, e di vuoto di potere, i comitati rivoluzionari, ed anche alcuni comitati di investigazione, si assunsero il potere di giudicare e di condannare il nemico fascista - inclusi quelli che erano solo sospettati di esserlo - che fosse un prete, un proprietario, un uomo di destra, un ricco o della "quinta colonna". Le armi che impugnavano davano loro il potere, e il "dovere" di sterminare il nemico. Semplicemente, era giunta l'ora di dare la morte al fascismo, senz'altra alternativa che quella di morire o di uccidere, perché si era in una guerra mortale contro i fascisti.
Dal momento che non è mai accaduto che qualcuno accusasse un soldato di uccidere il nemico, perché mai dovrebbe essere accusato qualcuno di uccidere il nemico, imboscato nella retroguardia? In guerra, il nemico lo si uccide. Non ci sono altre leggi, né regole morali, né filosofie.
A molti anni di distanza, dotti accademici (per lo più, eredi dello stalinismo) elaborano complicate spiegazioni e teorie per biasimare e colpevolizzare esclusivamente gli anarchici; ma tutti i documenti storici ci dicono che il miliziano (della CNT, repubblicano, del poum, o stalinista) che andava a far "fare una passeggiata" al prete, al padrone o al fascista, applicava una regola molto semplice: in guerra il nemico lo si uccide, se non si vuole essere uccisi.
Il fenomeno della violenza rivoluzionaria dei miliziani, nella retroguardia aragonese e catalana, va studiato nel contesto della lotta per il potere locale: formazione del comitato rivoluzionario, pulizia di tutti i preti e tutti i fascisti, espropriazione della terra, del bestiame e delle proprietà degli uomini di destra (per lo più, uccisi o scappati) e della chiesa che andavano a consolidare economicamente la collettività popolare. In questo processo giocavano un ruolo importante i conflitti sociali precedenti, focolai di vendette e di regolamenti di conti in ogni villaggio, che spiegano la maggior o minor virulenza della "pulizia".
Violenza e rivoluzione erano inseparabili. Violenza e potere erano la stessa cosa. In tempi di rivoluzione, la violenza è tanto distruttiva (del vecchio ordine) quanto costruttiva (del nuovo ordine), non può essere dominata e trova sempre i suoi esecutori, anonimi o meno. E' stato così per la rivoluzione francese e sarà così per la rivoluzione di domani.
Ma quando la violenza incontrollata, legata alla situazione rivoluzionaria di luglio e ad un potere atomizzato, cominciò ad essere regolata, ad ottobre (sotto la sua nuova forma di violenza legittima e/o legale del "nuovo" ordine pubblico), dalle nuove autorità antifasciste, cessò di essere una violenza rivoluzionaria, collettiva, popolare, giustiziera e spontanea, e si trasformò in un fenomeno crudele, alieno ed incomprensibile per il nuovo ordine controrivoluzionario, borghese e repubblicano, centralizzato e monopolista, che si andava ad instaurare precisamente partendo dal controllo e dalla rimozione della precedente situazione rivoluzionaria.
Nel mese di ottobre 1936, il ritorno al "nuovo" ordine pubblico, patteggiato fra il governo della Generalidad e i superiori comitati libertari, stabilì che venisse considerata "anormale" e transitoria, la violenza rivoluzionaria dell'estate. In ogni caso, non si riconosceva quello che era accaduto a luglio. Si doveva voltare pagina: importava solo l'unità antifascista per vincere la guerra.

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Alcuni persero il passo, e non si abituarono mai al cambiamento da una situazione di giustizia rivoluzionaria, spontanea ed atomizzata, che durò alcune settimane, alla restaurazione del monopolio della violenza da parte delle istituzioni statali, che segnò il passaggio ad una giustizia repubblicana. Soffrirono una sorta di gap temporale, come Pascual Fresquet, comandante della Brigata della Morte "Ortiz". Altri, invece, spinsero, divennero protagonisti e vissero tale cambio in prima fila, come Aurelio Fernandez, organizzatore delle "Pattuglie di Controllo". Fernandez, segretario del Consiglio di Sicurezza, attraverso il quale consiglio di sicurezza cercò di far accettare il nuovo ordine delle pattuglie, senza mai sollevare in alcun momento la necessità di rompere l'unità antifascista; diventato poi ministro della Generalidad, in aprile, e, paradossalmente, imprigionato nell'agosto del 1937, accusato per un attentato contro Josep Andreu Abelló, presidente del Tribunale di Cassazione di Barcellona, e poi per l'uccisione di 42 Maristi.

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Questo libro ha il coraggio di situare nel loro contesto storico, e di cercare di capire dal punto di vista del proletariato rivoluzionario, due degli episodi più spietati, ma anche più manipolati e mitizzati, della repressione rivoluzionaria anarchica: la Brigata della Morte di Fresquet, e l'assassinio di 42 Maristi, da parte di Aurelio Fernandez e Antonio Ordaz, fornendo dei documenti inediti.
Fra i documenti inediti o sconosciuti pubblicati in questo libro, c'è "Soladirad Obrera" di lunedì 20 luglio 1936; il discorso radiofonico di Durruti, i primi di novembre; i dibattiti dei comitati libertari a proposito delle numerose diserzioni dalle colonne confederali; la reprimenda ad Ortiz, Fresque, Ruano ed altri comandanti delle colonne; la demoralizzazione dei miliziani della colonna Durruti, convinti dell'assassinio del loro leader per mano stalinista; l'approvazione e la giustificazione dell'eliminazione di una quarantina di padri Maristi, da parte dei comitati superiori, considerati come nemici imboscati nella retroguardia; i costanti attacchi a Jean Pau Fàbregas, l'economista della CNT che promulgò il Decreto delle Collettivizzazioni, fino ad ottenere la sua uscita dal governo della Generalidad; il bilancio di Doménech sul lavoro fatto dalla CNT sui rifornimenti, da luglio a dicembre del 1936; l'esistenza di una rete di distribuzione alimentare, gestita dai comitati di quartiere (e dalle cooperative), e così via.
Sono compresi tutti gli atti delle riunioni di comitati superiori libertari, delle sessioni del Comitato Centrale delle Milizie Antifasciste, del Consiglio della Generalidad, della Giunta di Sicurezza Interna e del Comune di Barcellona; insieme agli articoli più significativi del stampa dell'epoca, da Solidarid Obrera a La Vanguardia, dal Bollettino d'Informazione della CNT-FAI a Treball al Diario Official della Generalidad. Altri documenti provengono dalle riunioni della Commissione delle Industrie di Guerra, dal Sindacato dell'Alimentazione della CNT e dal Comitato Economico dell'Industria del Pane.
Il libro presenta, inoltre, una selezione di alcuni significativi frammenti documentali, che a volte spiegano, altre si contraddicono, ma che sono imprescindibili per capire cosa stesse succedendo, e quali problemi agitavano ed occupavano quegli uomini e quelle donne - che fossero dirigenti o gente del popolo - cosicché il lettore comprenda l'epoca, capisca il clima che si viveva in ogni istante, assista ai dibattiti che si producevano nelle riunioni dei comitati superiori, o nel Consiglio della Generalidad, e partecipi delle ansie e delle paure della vita quotidiana del tempo.
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Due cose se ne traggono:
1 - La questione, nel luglio del 1936, non era tanto quella di prendere il potere (da parte di una minoranza dirigente), quanto quello di distruggere lo Stato, per mezzo del coordinamento, dell'estensione e dell'approfondimento delle appropriate attività dei comitati. I Comitati rivoluzionari di quartiere (ed alcuni di quelli locali) non facevano, o dovevano fare, la rivoluzione. Essi erano la rivoluzione sociale.
2 - La distruzione dello Stato era un processo concreto, in cui i Comitati esercitavano funzioni proprie delle istituzioni ufficiali, dal momento che lo Stato era incapace di assumersele. Tale processo di distruzione dello Stato, e la consolidazione dei comitati, era parallelo e simultaneo. Il processo controrivoluzionario consistette precisamente nel ricostruire lo stato borghese, nello stesso tempo in cui venivano distrutti i comitati rivoluzionari.

 

 


GUILLAMÓN, Agustín: La revolución de los comités. Hambre y violencia en la Barcelona revolucionaria. De julio a diciembre de 1936.
Aldarull y El grillo libertario, Barcelona, 2012.

martedì 1 gennaio 2013

ridendo e scherzando

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C'è un vecchio scherzo che, a quanto pare, verrebbe fatto a danno di qualcuno, da centinaia di anni. E' stato attribuito a capi di stato, ad alti prelati, ad Edgar Allan Poe ed a Sir Arthur Conan Doyle. Probabilmente proprio quest'ultimo, il creatore di Sherlock Holmes, è stato l'orchestratore di tale scherzo. Una notte, annoiato, mentre era impegnato a giocare pigramente con tutta una serie di pensieri malvagi, decise di spedire un biglietto a cinque dei suoi amici. Lo stesso biglietto, a tutti e cinque. Il biglietto sarebbe stato consegnato in forma anonima, non ci sarebbe stata nessuna firma né qualsiasi informazione che potesse far risalire all'autore. Ci sarebbe stato scritto, solo, semplicemente: "SIAMO STATI SCOPERTI. SCAPPA!" E così fece.
Alla successiva cena, in cui si riuniva insieme agli amici, la sua cerchia sociale era in fermento, per l'improvvisa e totale scomparsa di una delle persone cui era stato spedito il biglietto. Di quella persona non si seppe, mai più, nulla.
Sembra tutto molto verosimile, a partire dal fatto che Conan Doyle è sempre stato associato a qualche macabro mistero, che fa sembrare plausibile il fatto. Ma c'è da dire che questo "scherzo" non comincia e non finisce affatto con lui. Una storia simile, a proposito di uno scherzo, viene attribuita anche ad Edgar Allan Poe. E possiamo anche fare la considerazione che si attaglierebbe assai meglio a Poe, una faccenda del genere, ed al suo umorismo diabolico - anche se la storia avrebbe conseguenze meno rimarchevoli, a causa della scarsa rispettabilità degli amici dell'autore della Botte di Amontillado.
In realtà - c'è da dire - nessuno dei due, probabilmente, ha mai fatto in vita sua qualcosa del genere. La storia dei biglietti, è solo una sorta di vecchia leggenda metropolitana che viene tramandata da secoli. Si suppone che venisse usata dai politici di un partito, per indurre i membri del partito opposto a fuggire prima di un'importante voto. La si attribuisce anche ad un vescovo che aveva bisogno di liberarsi del più corrotto fra i suoi sacerdoti: la battuta finale è che rimase senza nemmeno un sacerdote!
Certo, è solo uno scherzo, ed una leggenda metropolitana, ma c'è una ragione per cui viene associato a scrittori di racconti del mistero, e viene usato come test di virtù. Cosa c'è, meglio di un biglietto anonimo, per gettare una luce sulle vite segrete che una percentuale della popolazione vive? A seconda dello scherzo, e a chi viene attribuito, questa percentuale varia da un minimo del 20% (l'uno sui cinque di Conan Doyle) fino al 100% (dei preti). Ma come si fa ad esserne sicuri, se non si prova? Insomma è uno scherzo che potrebbe, a buon diritto, diventare un'indagine sociologica. Quale percentuale della popolazione, ricevendo un biglietto di quella fatta, si darebbe alla fuga? E quale percentuale reagirebbe, in un qualche modo? Ovviamente c'è un vizio di forma, perché diverrebbe un termometro che non si lega solo a segreti profondi ed oscuri, ma anche a tutta una serie di ingenuità. Il fatto che non tutti cadano nelle truffe, tentate per posta elettronica, non significa che ci siano molte poche persone interessate al denaro, ma solo pochi sono disposti a credere che un principe straniero - per esempio - sia disposto a darglielo. Ci sarebbe almeno qualche persona che, saputo che il suo segreto è stato scoperto, reagirebbe piuttosto male! Ad ogni modo - comunque sia - l'idea è geniale, e lo scherzo è divertente.

fonte: http://io9.com

lunedì 31 dicembre 2012

Catania

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Fa freddo, d'aprile ad Amburgo. E' il 1932, e Walter Benjamin si appresta ad imbarcarsi sulla "Catania", per riprendere il suo lungo periplo dell'Europa. La Francia, la Danimarca, fino alle coste spagnole ed italiane. Pensieri, progetti, continuano più tardi, sul ponte della nave, mentre cammina avanti e indietro. Un libro, per "raccontare una lunga storia interrotta da dei sogni". I quarantasette racconti inediti che, raccolti sotto il titolo "Non dimenticare il meglio", andranno a comporre una trama singolare, fatta di spazi, di tempi, di sogni. Un giovane uomo che intraprende un viaggio per andare a far visita alla nonna morta da lungo tempo, e finirà per incontrare una giovane donna vestita di un abito azzurro sbiadito; un turista a Parigi beve un caffè e mentre sorseggia dalla tazza si domanda se una volta, da bambino, sia stato seduto a quello stesso tavolo.
"Quante navi avranno attraversato questo ghiaccio di marmo"!
Un borghese esaurito entra in un'osteria di Roma, una sorta di spelonca affollata di operai, e si ingozza di pezzi di baccalà nell'indifferenza generale; quest'uomo cammina, ma non si muove nelle strade della Roma fascista, ma dentro lo spazio della modernità.
Tutti i personaggi di Benjamin assomigliano al "flaneur" di Baudelaire: sono in cerca di un asilo in mezzo alla folla, e rimangono sulla soglia del mondo. Né borghesi né proletari, il cuore della massa. Il lettore viene trascinato, da questi racconti, dentro un universo onirico, in un sogno senza tempo. Lontano dal mondo dove la passione pubblica suprema reclama "un centro, un führer, una soluzione".
Il filosofo tedesco, marxista scettico, ostile alle istituzioni universitarie, viaggiatore insaziabile, traduttore di Baudelaire e di Proust, su quella nave non scrive niente di teorico, niente di rivoluzionario. Dissotterra dalle pieghe del tempo una materia letteraria sedimentata dai millenni, il racconto. Storie, racconti senza spiegazioni, senza psicologie, che fanno scivolare il lettore dal presente al passato, dalla realtà al sogno. Atmosfera, concisione, l'arte della caduta, farebbero pensare a Borges e, certamente, a Kafka. Ma soprattutto è al filosofo Walter Benjamin che bisogna pensare; proprio a lui, a quello che nella sua opera a proposito del "Narratore" rivela il posto particolare, e dimenticato, che ha il racconto, spazzato via dal romanzo e dall'informazione. "Ogni mattina, veniamo informati sugli ultimi avvenimenti sopravvenuti sulla superficie terrestre. Eppure, siamo poveri di storie degne di nota". Non dimenticare il meglio, rimane fedele alla sua estetica, che cerca incessantemente di riportarci la potenza dell'origine. L'aura dell'opera d'arte e quella del racconto, subiscono le stesso identico declino.
Perché si sta perdendo l'arte di raccontare delle storie?
"Non si poteva forse già allora constatare che le persone ritornano mute dal campo di battaglia? Non più ricche, ma più povere di esperienza comunicabile."
Continua a dire Benjamin, sul ponte della "Catania", nell'aprile del 1932, mentre medita il progetto di "raccontare una lunga storia interrotta da dei sogni".

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domenica 30 dicembre 2012

la Cina è vicina

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Dentro l'imballaggio di una lapide in polistirolo, Julie Keith ha trovato una lettera. Julie Keith è una mamma americana, in Oregon, che si era recata, prima di Halloween, al supermercato vicino, per comprare qualcosa che potesse decorare il suo giardino per la festività incombente. Voleva fare solo qualcosa di divertente per i suoi figli, e si è ritrovata di fronte questa richiesta di aiuto da parte di un operaio forzato cinese.
Si può leggere, in inglese, e con qualche parola in cinese: "Signore, se lei ha acquistato questo prodotto, potrebbe essere così gentile da inviare questa lettera all'Organizzazione mondiale per i diritti umani (...) Ci saranno migliaia di persone, perseguitate dal partito comunista cinese, che vi ringrazieranno per questo, e non vi dimenticheranno mai." Poi si fa menzione di giornate lavorative lunghe 15 ore, senza pausa domenicale né vacanze, ma si fa cenno anche a torture, e si parla di salari irrisori. Questi lavoratori, di cui l'autore della lettera fa parte, scontano una pena da uno a tre anni, cui sono stati condannati senza alcun processo.
L'operaio precisa che le finte pietre tombali in polistirolo vengono fabbricate nel campo di lavoro di Shenyang, a nord di Pechino.


fonte: http://bigbrowser.blog.lemonde.fr

attenzioni

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Barcellona, 1909.

Dopo aver duramente represso gli operai di Barcellona, nel corso di quella che verrà chiamata la "settimana tragica" (si rifiutavano di andare a morire in guerra, in Marocco!), il governo decise di sbarazzarsi dell'insegnante e pedagogo Francisco Ferrer Y Guàrdia (fondatore della "scuola moderna”: il diavolo in persona, praticamente!) che venne assassinato senza pietà (legalmente e secondo il diritto), e, mentre che c'era, decise anche di chiudere 120 scuole laiche a Barcellona e nella provincia. Così riusciva a prendere due piccioni con una fava, grazie al silenzio e alla collaborazione della Chiesa.
E tutto questo avvenne anche a dispetto di alcuni dei sostenitori del governo, come il conservatore Antonio Maura che continuava a dire che era "necessario fare la rivoluzione dall'alto, per evitare che la facciano dal basso". E come avviene solitamente, in questi caso, la sua lucidità la pagò cara! E proprio a lui, che probabilmente era uno dei politici che meglio aveva capito che i problemi sociali della Spagna non potevano essere risolti con le pallottole sparate, toccò, in quanto capo del governo in quel momento, ordinare la repressione degli insorti di Barcellona, di cui alcuni erano chiaramente anarchici e comunisti, però molti altri erano dei semplici padri di famiglia, riservisti che volevano solo continuare a fare la loro normale vita di tutti i giorni, e che non erano implicati in alcuna attività che potesse essere considerata sovversiva dal governo. Maura diede ordine di sparare alla polizia e all'esercito, che erano oltremodo desiderosi di ricevere un simile ordine. E, alla fine, questo gli costò anche la sua destituzione. Va detto che, come premio, ricevette l'attenzione di due attentati; ad ogni modo, in questo, risultò maggiormente fortunato di altri politici del suo tempo. In ogni caso, governo, re e classe dirigenti non fecero alcun tesoro dei suoi consigli. Sparare era molto più facile!

sabato 29 dicembre 2012

scienza della politica

moon is a harsh mistress cover

"Per quanto riguarda la stesura della vostra Costituzione, vorrei attrarre la vostra attenzione sulle meravigliose virtù del negativo! Accentuate il negativo! Fate sì che il vostro documento sia costellato di tutte le cose che al governo sarà per sempre proibito di fare."

- Robert A. Heinlein - La luna è una severa maestra - 1966 -