giovedì 14 agosto 2008

La rosa di Pollastro



Nel libro, alla fine, ci sono i ringraziamenti dell'autore, Marco Ventura, ed uno, speciale, è rivolto ad Adriano Sofri "che ha avuto la pazienza di seguire la prima stesura del libro con suggerimenti preziosi". Confesso di essermi chiesto quali siano stati questi suggerimenti, in un contesto come quello della storia di Sante Pollastro che si dipana dal primo dopoguerra fino alla liberazione ed oltre. Il moralismo, di cui l'ex-leader di Lotta Continua fa scialo, porterebbe ad attribuire ai suoi consigli il taglio che, come nella canzone di Luigi Grechi, porta a scambiare la legge con la giustizia. Del resto, era un esercizio che svolgeva anche Paul Newman, nei panni del giudice Roy Bean nel film "L'uomo dei sette capestri", quando affermava - con assai più brio - alternativamente che la legge era la serva della giustizia, e che la giustizia era la serva della legge. Premurandosi di precisare che la cosa funzionava nei due sensi! Ad ogni modo, tolti i non frequenti richiami alla presunta malvagità, e cinismo, del bandito Pollastro, il libro è pregevole e prezioso e ricostruisce con cura ed amore una delle tante storie dimenticate e pur vive che ci portiamo dentro, semplicemente. Più attento al Sante Pollastri sconfitto, quello graziato da Giovanni Gronchi nel 1959, riesce a restituire la statura di un uomo che non ha mai smesso, fino alla morte nel 1979, di essere il ragazzo che era. Continuando a pedalare, l'occhio lievemente strabico sempre pronto a "prendere la mira".
Peccato, non sono riuscito a trovare nessuna fotografia di Sante Pollastro!

"Dopo la grazia del 1959, Pollastro andò ad occupare l'ultimo piano al numero 53, un sottotetto. In seguito traslocò al pianterreno, più spazioso, dove poteva coltivare il giardino e accudire ad una torma di gatti.
Fu questa la dimora dei suoi ultimi anni. (...)
Tutti i locali danno sul verde. Il giardino corre lungo porte e finestre, libere un tempo da tende perché Pollastro voleva che la natura entrasse direttamente in casa. Il cuore dell'appartamento era questo terreno oggi abbandonato ma ancora verdissimo, provvisto di un gazebo cadente ma tuttora animato dal rigoglio di fiori selvatici che si ostinano a riprodursi senza che nessuno li annaffi più. Gli altri inquilini ricordano i campanelli pasquali, i mughetti e l'intera gamma di fiori coltivati da Sante, in particolare un ceppo di rose bianche che chissà per quale astrusa tecnica o filosofia di giardinaggio i proprietari cambiano di posto ogni mese.
E' tenace la rosa: non vuole o non riesce a morire. La sdradicano, le tolgono la terra intorno, la lasciano senz'acqua, la maneggiano, la stropicciano, la costringono a rifiorire altrove, ma lei non soccombe mai, e per questa caparbietà la chiamano "la rosa di Pollastro". (...)
Quando Sante morì, il 30 Aprile del 1979, preceduto dalla sua Tina portata via dalla cirrosi epatica, la bicicletta Bianchi rimase nel cortiletto, dimenticata per anni in un sottoscala. Nessuno osava toccarla: invecchiava con il palazzo, faceva parte dell'arredo, come la ringhiera arrugginita o le crepe nel muro. Una notte scomparve.
Girò voce che il fantasma di Pollastro fosse tornato a prenderla. Forse la rubò, o per dirla con gli anarchici la espropriò, un ragazzo di mano lesta, o un ammiratore che la tenne per reliquia.
Per qualche anno, la sorella, Carmelina insistette a visitare l'appartamento non più suo: entrava, se ne stava seduta a contemplare il soggiorno, si accostava alla finestra, guardava fuori, faceva due passi nel giardino per verificare che "la rosa di Pollastro" ci fosse ancora. In quel fiore così tenacemente abbarbicato alla vita le sembrava, diceva, di rivedere il fratello. Un giorno si spense anche lei, portando nella tomba il segreto del perché Santino avesse imboccato la via del crimine.

A un pubblico ministero che ad Alessandria gli domandò il motivo di tutte quelle uccisioni, Pollastro disse: "Dopo la prima, le altre vengono da sole". (...)
"Lei ha delle idee anarchiche?" insistette il magistrato. "Anzi, ha delle idee?".
"Io ho le mie idee" rispose Pollastro.
"

Marco Ventura - Il campione e il bandito - Il Saggiatore Tascabili - Euri 10

Ah, occhio, che qui, in libreria, l'avevano messo nella sezione sport, ciclismo!!!
Ma forse è giusto ...

mercoledì 13 agosto 2008

uomini diversi!




George Montague Nathan (1895-1937)

ebreo, sergente dell’esercito inglese durante la Prima Guerra Mondiale, affiliato all’IRA e membro della Dublin Castle Murder Gang, organizzazione responsabile di delitti eccellenti.
Volontario nelle Brigate Internazionali nella Guerra Civile Spagnola.
In Spagna vestiva in modo impeccabile e guidava all’attacco i suoi uomini al grido "Adelante señoras!", agitando un bastoncino secondo la tradizione degli ufficiali inglesi.
Comandò dapprima la 1ª compagnia del 12° battaglione "Marsellaise", per poi assumere il commando dell'intero battaglione.
Divenne Capo di Stato Maggiore della XV Brigata Internazionale, poi comandante dei battaglioni Lincoln, Washington e inglese.
Ferito gravemente durante la battaglia di Brunete, ordinò ai suoi di cantare finché non spirò.
Venne sepolto sotto gli ulivi non lontano dal fiume Guadarrama.

martedì 12 agosto 2008

Western




Rio Bravo (in italiano "Un dollaro d'onore"), Howard Hawks lo fece ben due volte. La prima nel 1959 e la seconda nel 1966, ribattezandolo "El Dorado". Al secondo film, con Robert Mitchum nel ruolo che era di Dean Martin, manca solo questa canzone, credo!

Il mio fucile, il mio pony ed io
di Dimitri Tiomkin e Paul Francis Webster

Il sole sta sprofondando ad ovest
Il bestiame va giù al ruscello
Il tordo si sistema nel nido
E per il cowboy è l'ora di sognare

Nel canyon la luce si fa purpurea
E lì è dove vorrei stare
Con i miei tre buoni compagni
Solo il mio fucile, il mio pony ed io

Appenderò il mio sombrero
Sul ramo di un albero
Tornando a casa mio dolce tesoro
Solo il mio fucile, il mio pony ed io

Un succiacapre sopra il salice
Canta una dolce melodia
Cavalcando verso Amarillo
Solo il mio fucile, il mio pony ed io

Niente più vacche da prendere al laccio
Non vedrò più vagabondi
Dietro la curva stanno aspettando
Il mio fucile, il mio pony ed io
Il mio fucile, il mio pony ed io

lunedì 11 agosto 2008

scendendo



" (...) Sisifo guarda, allora, la pietra precipitare, in alcuni istanti, in quel mondo inferiore, da cui bisognerà farla risalire verso la sommità. Egli ridiscende al piano.
É durante questo ritorno che Sisifo mi interessa. Un volto che patisce tanto vicino alla pietra, è già pietra esso stesso! Vedo quell'uomo ridiscendere con passo pesante, ma uguale, verso il tormento, del quale non conoscerà la fine. Quest'ora, che è come un respiro, e che ricorre con la stessa sicurezza della sua sciagura, quest'ora è quella della coscienza. In ciascun istante, durante il quale egli lascia la cima e si immerge a poco a poco nelle spelonche degli dei, egli è superiore al proprio destino; è più forte del suo macigno.
Se questo mito è tragico, è perché il suo eroe è cosciente. In che consisterebbe, infatti, la pena, se, ad ogni passo, fosse sostenuto dalla speranza di riuscire? L'operaio d'oggi si affatica, ogni giorno della vita, dietro lo stesso lavoro, e il suo destino non è tragico che nei rari momenti in cui egli diviene cosciente. Sisifo, proletario degli dei, impotente e ribelle, conosce tutta l'estensione della sua miserevole condizione: è a questa che pensa durante la discesa. La perspicacia, che doveva costituire il suo tormento, consuma, nello stesso istante, la sua vittoria. Non esiste destino che non possa essere superato dall’uomo.
Se codesta discesa si fa, certi giorni, nel dolore, può farsi anche nella gioia. Questa parola non è esagerata. Immagino ancora Sisifo che ritorna verso il suo macigno e, all'inizio, il dolore è in lui. Quando le immagini della terra sono troppo attaccate al ricordo, quando il richiamo della felicità si fa troppo incalzante, capita che nasca nel cuore dell'uomo la tristezza: è la vittoria della pietra, è la pietra stessa. L'immenso cordoglio è troppo pesante da portare. Sono le nostre notti di Getsemani. Ma le verità schiaccianti soccombono per il fatto che vengono conosciute. Così Edipo obbedisce dapprima al destino, senza saperlo. Dal momento in cui lo sa, ha inizio la sua tragedia, ma, nello stesso istante, cieco e disperato, egli capisce che il solo legame che lo tiene avvinto al mondo è la fresca mano di una giovinetta. Una sentenza immane risuona allora: « Nonostante tutte le prove, la mia tarda età e la grandezza dall'anima mia mi fanno giudicare che tutto sia bene". L'Edipo di Sofocle, come Kirillov di Dostoevskij, esprime così la formula della vittoria assurda. La saggezza antica si ricollega all'eroismo moderno."

Albert Camus - Il mito di Sisifo

venerdì 8 agosto 2008

canto d'agosto





Sono arrivato al mio ultimo appuntamento con te, ed ero spettinato, come al solito.
Spettinato di una notte di treno in fretta e furia. E così, ancora una volta ti è toccato ...
Solo che non hai potuto né vedermi, né riavviarmi i capelli, com'era tuo solito.
E questo solo perché, semplicemente, non ci sei più.
Non ci sei più, ma io ci sono, per te.
Per il biglietto di sola andata in questi mille mondi, quelli con te e quelli senza di te.
Per la tua lingua, che non ho mai dimenticato, e per la possibilità di averne una mia, che non capivi.
Per la luce d'Agosto di questo tuo ultimo viaggio che non ti porta da nessuna parte.
Per le storie, di cui sono fatto anch'io, e per la tua storia che ancora mi racconto, e mi ripasso, mentre cammino la mia strada.
Per la generosità che hai sparso, senza chiedere mai niente in cambio, se non sorrisi e parole, colori e profumi.
Per il canto e il mare e la musica e gli scogli, di cui mi hai fatto.
Per la tua forza e il tuo amore, e perché vanno di pari passo.
Per tutto.
Per quello che sono.
Per quello che non c'è più.
Per quello che ci sarà. Sempre.

lunedì 4 agosto 2008

vita, morte, amore e libertà



"Life Death Love and Freedom", è il nuovo disco di John Mellencamp, scuro come la notte e semplice come un "eccomi", giocato tutto su un registro scarno e terribile di folk e di blues.
Cos'altro??

Terra Inquieta
di John Mellencamp

C'è dolore in me, ma continuo a muovermi
per portare pace a questa terra inquieta
Là fuori è scuro, non riesco a leggere i segnali
e portare pace a questa terra inquieta
Uragani all'orizzonte, il giorno del giudizio si avvicina
Non riesco a vedere un futuro
che porti pace a questa terra inquieta

Ci sono due uomini che camminano
Per la stessa strada polverosa
per portare pace a questa terra inquieta
Dritti, spalla contro spalla
Condividono lo stesso pesante fardello
portare pace a questa terra inquieta
Gli occhi di uno dei due traboccano tristezza
La pancia dell'altro è piena di un'insopportabile pena
Si avvicinano sempre più
portano pace a questa terra inquieta

Ho sentito il pianto dei bambini
Dieci milioni di solchi da zappare
portare pace a questa terra inquieta
Più morto di un cane, eppure non posso permettere
di portare pace a questa terra inquieta
Gli occhi di cielo sono su di te
Ma l'anima è d'inferno
Loro ti taglieranno via le dita
Per portare pace a questa terra inquieta

Allora tu puoi stare dritto in piedi ed urlare
Puoi sdraiarti e morire
per portare pace a questa terra inquieta
Possiamo sistemare i nostri collari
E non cercare nemmeno di provare
a portare pace a questa terra inquieta
Timoroso di chi vuol farti del male
e trascinarti su un terreno sempre più arretrato
Sappi solo che la verità sta per arrivare
a portare pace a questa terra inquieta

C'è dolore in me
ma continuo a muovermi

venerdì 1 agosto 2008

siciliani



Letture disordinate le mie, molti le chiamerebbero così! Letture a cui, a volte, torno. E c'è qualcosa di perverso, a mio avviso, nell'andare a ri/leggere. Uno scavare alla ricerca di qualcosa, fra il perduto ed il dimenticato. Qualcosa che magari non esiste, nel libro. Sfogliare le pagine, in un crescendo di frenesia quasi, alla ricerca del "periodo perduto"; quello che ti salverà la vita. A volte lo trovi, altre volte no. Oggi l'ho trovato. Era all'inizio, stava nello scritto di introduzione di Gesualdo Bufalino ad un'antologia sulle "cento sicilie". Uno sguardo impietoso e affascinato, una capacità di mettere a nudo e di ferire, un modo di ascoltare e di guardare. L'isola e sé stessi.
Isola? Ha ragione Tucidide quando scrive "è impedita dall'essere terraferma da un braccio di mare di circa venti stadi". Impedita! Ed è stata impedita da quei soli venti stadi, dall'essere isola, sembra concludere Bufalino. Oh, i siciliani sono convinti di essere isolani, i più isolani di tutti, anzi! Isolani per antonomasia. E l'hanno anche data a bere a tutti, questa storia! Ma, forse, l'insistere su questa presunta "isolitudine" è l'unico tratto accomunante. Poi, come dice Bufalino, sull'isola tutto è plurale, molteplice. I colori delle tante sicilie ... colorate. Il verde del carrubo, il giallo dello zolfo, il bianco del sale e il bianco della pomice, il rosso della lava e il nero dell'ossidiana, il biondo del miele e l'arancio degli agrumeti. E l'azzurro del mare. E l'abbaglìo del sole, che tutto copre e riveste. Che fa sembrare inaccettabile la morte. L'ho toccato con mano, al funerale di mio padre, nel sole accecante di un mattino di luglio. Non è, lì, la morte, l'esito naturale della vita: è l'invidia degli dei!
E tutto che è - come dire - diverso. Perché i siciliani sono diversi. Diversi dagli altri, e diversi fra loro. Diversi dall'invasore come diversi dall'amico. Diversi quelli che partono, per non ritornare, da quelli che restano. E gli uni e gli altri, diversi da sé stessi.
Diversi, quelli che si condannano per essere ... siciliani, diversi da quelli che se ne assolvono.
Claustrofobia e agorafobia. Agorafilia e claustrofilia. Dritti e rovesci.
Dura poco l'allegria di essere nati e di vivere nel centro del mondo! Come un eccesso di identità che diventa segregazione che si odia o si ama, e si lega da sé sola ad altre segregazioni che portano il nome di famiglia, casa, città, cuore. E che pesano, richiedono una scelta di districarsi fra i mille fili del sangue e del destino che si intrecciano. E orgoglio, diffidenza, pudore, sono le risposte che accompagnano la fuga come il nascondersi. L'odio e l'amor di clausura. Ma rimane una dimensione teatrale del vivere.
Teatro, del resto è nato da quelle parti, il teatro. Tragedia, farsa e melodramma, dovunque. Sempre in bilico fra mito e sofisma, ciascuno, dentro e fuori. Ogni occasione è buona. Ci sono maschere da indossare o da strapparsi dalla faccia, ma sempre nella liturgia scenica.
E si è suscettibili ai fischi come agli applausi. All'occhiu r'e ggenti.
Teatro perpetuo, come quello che sto tra/scrivendo, rubando, magari facendo finta e facendo credere che sia ... vero!

giovedì 31 luglio 2008

Suonale, quelle campane!



Nel 1999, John Badham dirige per la televisione uno strano western dal titolo "The Jack Bull". Vagamente ispirato a "Michael Kohlhaas" di Heinrich von Kleist, il film, che si avvale della sceneggiatura di Dick Cusack (padre di John), racconta la storia di un uomo, un allevatore di cavalli (Myrl Redding, interpretato da John Cusack), che subisce un sopruso da parte di un proprietario terriero (Henry Ballard, interpretato da L.Q.Jones). Ballard riduce quasi in fin di vita due cavalli di Redding, dopo averli presi forzatamente, come deposito, a causa di un pedaggio richiesto allo stesso Redding che non aveva da pagare, e ferisce gravemente Billy, indiano crow amico di Redding rimasto in custodia insieme ai cavalli. La causa intentata a Ballard, per riottenere i suoi cavalli nello stato di salute in cui li aveva lasciati, non sortisce effetto alcuno e Redding decide di vendere tutti i suoi beni per poter reclutare con il ricavato una sorta di esercito mercenario, al fine di avere giustizia.
Ben presto, si ritroverà a dichiarare guerra allo stato del Wyoming!
Sarà, alla fine, il giudice Tolliver (interpretato da John Goodman) a rendergli giustizia, costringendo il proprietario terriero a curare i cavalli ... e condannando a morte l'allevatore, per i reati perpetrati nel paese.
Il figlioletto di Ballard, nella scena finale, riporta a casa i due cavalli, mentre scorrono i titoli di coda distesi sulle note struggenti di "Ring Them Bells" e sulla voce di Bob Dylan che canta la giustizia, come solo lui sa fare.



Suonale, quelle campane
di Bob Dylan

Suonale quelle campane, tu pagàno
dalla città che sogna,
suonale quelle campane, dai santuari,
attraverso valli e fiumi,
per quanto sono profondi e vasti
ed il mondo è dalla sua parte
e il tempo corre all'indietro
e così come fa la sposa.

Suonale quelle campane, San Pietro,
dove soffiano i quattro venti,
suonale quelle campane con mano di ferro
affinché la gente sappia.
Adesso è ora di punta
sulla ruota e sull'aratro
ed il sole sta per tramontare
sulla vacca sacra.

Suonale quelle campane, dolce Marta,
per il figlio del povero,
suona quelle campane, cosi' il mondo saprà
che c'è un solo dio
Il pastore si e' addormentato
dove i salici piangono
e le montagne sono affollate
di pecore smarrite.

Suonale quelle campane, per il cieco e il sordo,
suonale quelle campane, per tutti gli abbandonati,
suonale quelle campane, per quei pochi eletti
che giudicheranno i molti, quando finirà il gioco.
Suonale quelle campane, per il tempo che vola,
per il bimbo che piange
quando l'innocenza muore.

Suonale quelle campane, Santa Caterina
dall'alto della stanza,
suonale dalla fortezza
per i gigli che fioriscono.
Le righe sono lunghe
e la lotta è dura
e stanno azzerando la distanza
fra il diritto e il torto

mercoledì 30 luglio 2008

troubadour



Joel Rafael è uno dei principali interpreti e continuatori della canzone di Woody Guthrie, cui ha dedicato almeno due dischi. Di Woody Guthrie, Rafael ha musicato cinque canzoni, dategli da Nora Guthrie, che non erano mai state pubblicate e di cui non si conoscevano le melodie. Adesso pubblica un disco ("THIRTEEN STORIES HIGH") di sue canzoni, di cui "This is my Country" costituisce il manifesto. E per questa canzone di protesta chiama Graham Nash e David Crosby, ai cori. Una canzone, come ha detto Nash,
"... così potente e profonda ... un appello fatto dal suo cuore ai nostri cuori"

martedì 29 luglio 2008

Blues ... siciliano!




"Stanotti mi sunnai ch'era ccu nuddu
je nuddu si sunnau ch'era ccu mmia

m'arruspigghiai je nun truvai 'a nuddu ...
nuddu s'arruspigghiò e truvò a mmia

... e ju 'a nuddu vuogghiu bbeni ...
picchì nuddu vuoli beni 'a mmia
."

Una vecchia nenia siciliana, cantata da una vecchia e trascritta dal solito ricercatore armato di magnetofono! La riporta Gesualdo Bufalino da qualche parte.
Una struttura circolare, come se fosse un blues scritto da Borges ...

"Stanotte ho sognato che non ero con nessuno
e nessuno ha sognato di essere con me
mi sono svegliato e non ho trovato nessuno
nessuno si è svegliato e ha trovato me
ed io non voglio bene a nessuno
dal momento che nessuno mi vuole bene"
...

venerdì 25 luglio 2008

angeli



L'angelo di Montgomery
di John Prine

Io sono una vecchia donna, ho preso il nome di mia madre
Il mio uomo è un altro bambino che è diventato vecchio
Se i sogni fossero stati fulmini e il desiderio fosse stato il tuono
Questa vecchia casa sarebbe cenere oramai da tanto tempo

Coro:
Disegna un angelo che vola via da Montgom'ry
Fammi un poster di un vecchio rodeo
Dammi solo qualcosa che io possa conservare per
Credere in questa vita che è solo una strada sassosa da camminare

Quando ero una ragazza, stavo con un cowboy
Non era un granché, solo un uomo libero e vagabondo
Ma è passato tanto tempo e non importa capire come
Gli anni se ne sono andati come acqua che errompe da una diga crollata

Disegna un angelo che vola via da Montgom'ry
Fammi un poster di un vecchio rodeo
Dammi solo qualcosa che io possa conservare per
Credere in questa vita che è solo una strada sassosa da camminare

Mosche nella mia cucina, le sento ronzare
E non ho ancora compicciato nulla da quando mi sono svegliata stamani
Come fa una persona ad andare a lavorare, la mattina,
E tornare a casa la sera, e non avere niente da dire.

Disegna un angelo che vola via da Montgom'ry
Fammi un poster di un vecchio rodeo
Dammi solo qualcosa che io possa conservare per
Credere in questa vita che è solo una strada sassosa da camminare

giovedì 24 luglio 2008

Deserti



Pancho e Lefty
di Townes Van Zandt

Vivere sulla strada, amico mio, ti fa restare libero e puro
Ora tu indossi la tua pelle come un'armatura
E il tuo respiro è forte come kerosene
Non eri l'unico figlio di tua madre, ma eri il preferito
Lei cominciò a piangere quando la salutasti
e si sentì come affogare dentro i tuoi sogni
Pancho era un giovane bandito, il suo cavallo veloce come acciaio lucente
La pistola infilata nella cintura dei pantaloni
In faccia a tutto il mondo onesto che volesse sfidarla
Panchò andò incontro al suo destino - lo sai - nel deserto giù in Messico
Nessuno ascoltò le sue ultime parole, purtroppo è così che andò
I federali dicono che avrebbero potuto catturarlo quando volevano
Lo lasciarono scappare solo per pietà, suppongo
Lefty non poteva cantare i blues per tutta la notte, come era solito
La polvere che Pancho sputava andava a finire nella bocca di Lefty
Il giorno in cui stesero il povero Pancho, Lefty se la filò in Ohio
Dove poteva procurarsi tutti i soldi che gli servivano senza che
nessuno lo riconoscesse
I federali dicono che avrebbero potuto catturarlo quando volevano
Lo lasciarono scappare solo per pietà, suppongo
I ragazzi raccontano la storia di come Pancho cadde, ed ora Lefty
dorme nei motel da quattro soldi
Il deserto è quieto, Cleveland è fredda
E così finisce la storia che vi abbiamo raccontato
Pancho ha bisogno delle vostre preghiere, è vero, ma lasciatene da
parte qualcuna per Lefty
Lui ha fatto solo quel che doveva fare, e ora sta diventando vecchio
I federali dicono che avrebbero potuto catturarlo quando volevano
Lo lasciarono scappare solo per pietà, suppongo
Pochi federali, oramai vecchi, dicono che avrebbero potuto catturarlo
quando volevano
Lo lasciarono scappare solo per pietà, suppongo

mercoledì 23 luglio 2008

storie



Le storie finiscono, certo. Ma lasciano sempre qualcosa, i ricordi, belli e brutti, e le colpe ed il loro senso. Così Francesco "Bifo" Berardi - ma non solo lui - non si sottrae a questa legge. E ci scrive sopra!
Mi sono sempre chiesto come possa avvenire che, a partire da premesse ed analisi del tutto simili e condivise, si possa finire per arrivare a conclusioni del tutto divergenti. Ma, con ogni probabilità, è proprio dalla "identità meschina" che tutto procede! Il salto lo si spicca solo in un certo momento della vita, mai prima e mai dopo, e la spinta la si trae da una sorta di "carburante" ben preciso che produce energia solo se acquisito in un momento determinato. C'è quel libro che va letto in quel preciso periodo, c'è quel film che va visto solo in quel mese di quell'anno. Non sarà servito a niente se è stato troppo presto e non servirà a niente se sarà troppo tardi! Il mondo cambia, e ci cambia, certo. Le persone cambiano molto meno, assai spesso non cambiano punto. La storia degli anni settanta ha fatto entrare in scena una generazione che, con cuore e generosità, non ha saputo sottrarsi alla speranza della "politica"( e della democrazia rappresentativa ), una generazione il cui "love affair" con il partito comunista ha prodotto perversioni che, ogni qualvolta si doveva consumare l'amplesso elettorale, sono state chiamate col nome di "scheda rossa", ed in mille altri modi ameni che adesso non riesco quasi più nemmeno a ricordare.
Oggi, nella nuova analisi, il "grande partito del proletariato" nonostante abbia finito per essere assunto - finalmente - per quello che è, continua a far scattare la solita vecchia trappola che vuole e richiede il "confronto". Oggi non ci sarebbero più le masse proletarie ed operaie, bensì un esercito di depressi da ... non lasciare soli. La politica diventa terapia! Ieri con i metalmeccanici, domani con i piddini loro malgrado. L'intelligenza si auto-umilia e le montagne partoriscono topolini. Combattere la "spaventosa barbarie totalitaria" con le armi spuntate della democrazia rappresentativa, agitando lo spettro di una "lista comunale" che diventi maggioranza, ha tutto il sapore di un esperimento che rispetterà la regola marxiana della storia che si ripete: la prima volta in tragedia, la seconda in farsa.
Il luogo delle urne elettorali è luogo ipotecato da sempre, come il luogo del partito e del sindacato.
Semplicemente, la cosiddetta "identità gloriosa", cui Bifo fa riferimento nel suo scritto, non è mai esistita. Gli "interessi operai" erano stati venduti quasi da subito, e non solo "in cambio di una miserabile partecipazione al potere dominante". Ma anche solo per denaro, banalmente!
Forse oggi, davvero, il sogno della rivoluzione (politica in senso comunista o anarchica in senso sociale) è svanito. Ed anche il soggetto si allontana e si confonde in mille colori e in mille territori. Forse non è dato ipotizzare insurrezioni che riescano, anche nella limitatezza di una sola giornata, a ridarci il senso del tempo, umano e sospeso, della rivolta. Ma riprendersi il tempo, provare a riprenderselo, significa anche sottrarlo alla costrizione e all'infelicità del vecchio mondo. Anche a quella delle urne!

martedì 22 luglio 2008

fotografie



"Guardare una vecchia fotografia di se stessi, o di una persona che si conosce, o di un personaggio pubblico molto fotografato, significa per prima cosa pensare: quanto più giovane ero (o era) allora"

Susan Sontag, "Sulla fotografia"


"L’osservatore sente il bisogno irresistibile di cercare nell’immagine quella scintilla magari minima di caso, di hic et nunc, con cui la realtà ha folgorato il carattere dell’immagine, il bisogno di cercare il luogo invisibile in cui, nell’essere in un certo modo in quell’attimo lontano si annida ancora oggi il futuro, e con tanta eloquenza che noi, guardandoci indietro siamo ancora in grado di scoprirlo"

Walter Benjamin

lunedì 21 luglio 2008

quello che non ho ...



" (...) Vi si sentirà battere il cuore di una inedita Sicilia ionica, dove «mafioso» voleva dire «sgargiante, superbo, leggiadro», e si diceva di una ragazza; vi si potrà, pellegrinando fra le verità sommerse della civiltà «familiare», trarre a riva qualche inaffondato relitto; riconoscere nella compianta figura dei padri l'immagine di un'alleanza di occhi e mani leali, l'ipotesi, insomma, di una comunità e di una terra abitabili... In quanto a me, infine, a me che scrivo, e di ricordi mi ammalo, e coi ricordi mi curo, chissà che non sorprenda fra tanti risorgimenti la macchia di sangue, il ramo d'oro, l'ustione celeste, il segno che aspetto per riconvincermi di esistere (memini ergo sum!) e per ritrovare, in guerra col tempo, la mia dilapidata immortalità di bambino. (...)"

Gesualdo Bufalino
- Museo d'Ombre - Sellerio

giovedì 17 luglio 2008

belle età



"Avevo vent'anni. Non permetterò mai a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita".
Così Paul Nizan cominciava il suo "Aden - Arabia", un libro che, come ebbe a scrivere Jean Paul Sartre nella sua introduzione, parlava della giovinezza, ai giovani, e riusciva a farlo in quanto avrebbero riconosciuto, nella voce di Nizan, la propria voce: "egli può dir loro tutto perché è un bel giovane mostro, come loro". E' il diario disperato di chi non sopporta il mondo che lo circonda e decide di partire alla ricerca di un'umanità meno falsa. Inutilmente.
Tornerà, uomo in rivolta, a finire di imparare la propria parte nel mondo. A caro prezzo. Comunista, alla sottoscrizione del patto Molotov-Ribbentrop, straccerà pubblicamente la tessera del partito, così sarà - parola di Thorez (leader dei comunisti francesi) - un provocatore al soldo della polizia.
Morirà a trentacinque anni, nel 1940, combattendo contro i nazisti, nella battaglia di Dunkerque. Una pallottola lo lascerà giovane, per sempre, come il suo libro!

martedì 8 luglio 2008

Intermezzo siracusano



Dovrei tornare mercoledì 16 luglio!
Salud

Viola



Questi giorni di buio di lutti di vergogne
avvicinandomi alla parola fine della stesura
che credo sia quella definitiva, stilato
un "intervento" ecco ore diciotto dell'8 luglio

(...)

Ora che s'è fatto silenzio,
a denti stretti ciao - ma ciao dove
se non su questo pianeta che tu bella
infioravi? Luce succo esalati come
scoppia la melagrana al troppo sole.

Tu clandestina.

( ... )

S'è acceso all'orizzonte il faro
che illumina San Miniato musiva,
le verdi colline del Fiore sulla sera.
Egli ha detto: « Aiutami, insieme daremo
voce e lume alla sua storia. Ci spenderò,
io, nel trascriverla, il resto della vita».

E tu non gioire dagl'inferi
del loro cordoglio, bella, del loro
vecchio cuore ... Sei stata di questo
pianeta Italia molecola impazzita,
nel tuo occhio trapassano a fissarlo,
i suoi lutti recenti le quotidiane sozzure.

Massima la "sopraffazione di classe", certo,
come le lotte operaie le feste la poesia.
Tu, esemplare d'allucinata speranza, stolta
vestale della felicità ché Morte d'entro 'l cor
me tragge un core. « Ma cosa citi? Il referente
è altrove
», dài, protesta, «e che squallido epifonèma.»

Natascia ha poi detto: «Era l'allodola venuta
a posarsi sul gàttice infido, così è caduta».

Vasco Pratolini - Il mannello di Natascia - Einaudi

lunedì 7 luglio 2008

partenze



“Uno scrittore da combattimento, satanico quel tanto che occorre…” - così l'aveva definito Valerio Evangelisti. Thomas Disch, scrittore di fantascienza, autore di opere memorabili come Campo Archimede ( Camp Concentration ), capace di portare la narrativa di genere su sentieri inesplorati. Si è suicidato, la notte del 4 luglio!

venerdì 4 luglio 2008

"cattivi maestri"



Marx chiama la rivoluzione "il nostro buon amico, il nostro Robin
Hood, la vecchia talpa che sa lavorare così veloce sotto terra . la
rivoluzione". Nello stesso discorso, alla fine: "Nel medioevo, per
vendicare il misfatti dei padroni, esisteva in Germania un tribunale
segreto "la feme". Quando sui muri di una casa si vedeva un segno
rosso, voleva dire che il proprietario era caduto in disgrazia della
"feme". Oggi su tutte le case d'Europa c'è la misteriosa croce rossa.
La storia stessa è chiamata in giudizio, chi esegue la sentenza è il
proletariato. "

Karl Marx - La Rivoluzione del 1948 e il proletariato - pubblicato in
"The People's Paper" - 19 Aprile 1856

giovedì 3 luglio 2008

«La storia è qualcosa che non c'è stato, raccontato da qualcuno che non c'era»



"Durante la guerra civile spagnola ebbi l'acuta consapevolezza che una
storia onesta di quella guerra non sarebbe stata mai scritta, non
avrebbe potuto essere scritta. Semplicemente non esistevano cifre
attendibili o resoconti obiettivi di quanto stava accadendo. E se già
provai quella sensazione nel 1937, quando il governo spagnolo era
ancora in piedi e le menzogne che le varie fazioni repubblicane
diffondevano l'una sul conto dell'altra (oltre che sul conto del
nemico) relativamente limitate, qual è ora la situazione? Anche
ammesso che Franco venga deposto, su quali testimonianze potrebbero
basarsi gli storici del futuro? Se Franco, o qualcuno della sua
specie, rimarrà al potere, la storia della guerra consisterà in
larghissima misura in "fatti" che milioni di persone ancora vive sanno
essere falsi."

George Orwell, "Tribune", 4 febbraio 1944

mercoledì 2 luglio 2008

modi di dire



"E ch' n'hammu a vidiri? Li spicchia?"
"E che ne dobbiamo vedere? Gli spicchi?"

In siciliano, per dire che l'apparenza rivela già la sostanza.
Proprio come un'arancia che non occorre sbucciare per sapere che è marcia.
Proprio come certi libri che non serve leggere per sapere che sono delle merdate fasciste!

martedì 1 luglio 2008

Testepiatte



"Ho trovato la foto in bianco e nero del '58 di questa ragazza, seduta sul cofano di un'auto. Era Miss Temple City. Tutto è partito da lì, ho ricostruito la storia ed è nato il libro. Sono andato a Little Temple, il ragazzo che aveva fatto la foto è diventato famoso: dimmi chi era la ragazza, gli ho chiesto, ma lui non si ricordava. Che tristezza! Poi, ho scritto le canzoni".
E' un modo per far dischi, questo, per costruire storie come quella di "Ridin' with tthe blues". La canzone fa parte dell'ultimo lavoro di Ry Cooder, "I, Flathead", il terzo, ed anche il terzo concept disk, in tre anni: una trilogia dedicata alla California. Il primo, "Chavez Ravine", parlava di un quartiere raso al suolo per far posto al nuovo stadio di Los Angeles. Il secondo, "My name is Buddy", ci ha raccontato di un gatto "wobblie" e della perdita della solidarietà e dell'unità della classe operaia. Ora, con "I flathead" (le "teste piatte" erano gli operai bianchi degli anni cinquanta. Venivano dal sud ed erano in grado di riparare qualsiasi cosa), Cooder ci racconta, in qualche modo, di sé stesso. A dirci che è sempre lo stesso ... ragazzo, anche adesso.
Le teste piatte erano dei draghi nel truccare i motori della auto, c'erano anche in Italia, con le 600 abarth! Nel disco ci sono quattordici brani, a raccontarci tutto Ry Cooder, quello del country e del Rythm and Blues, quello delle cesellature di "Jazz", il tex-mex dei suoi primi dischi. Per farlo si inventa una band (lui, che ha suonato con i Rolling Stones e che si è fatto derubare, da Keith Richards, della sua tecnica chitarristica!). Kash Buk e i Klowns. E così ci racconta la storia di Buk che corre con le auto truccate e suona nei "roadhouse" insieme al suo amico, l'alieno Shakey! Ci racconta della scomparsa di una cultura, di corse automobilistiche vietate, di film di fantascienza, di riviste come "Popular Mechanic", di steel guitars.
Leggende fra la metropoli e il deserto, dove sembra quasi di vedere dio che alza il suo dito medio.
E la musica è tutto, diventa struggente in "5000 country music songs", si diverte a farsi prestare, alla rinfusa, "hey porter", "folsom prison blues" e "big river" per cantare "Johnny Cash", ovviamente! E si fa sembrare Chip Taylor che canta una canzone di Tom Waits in "Can I Smoke In Here?".
Ry Cooder è tornato al volante e ci canta che "Drive like i never been Hurt", ed è facile credergli. Per farlo si circonda di musicisti come Jim Keltner alla batteria e Flaco Jimenez alla fisarmonica, Ron Blake e John Hassell alle trombe, e molti altri.
Non ama i concerti, Cooder, e dice che questo potrebbe essere il suo ultimo disco, ma intanto il Ry Cooder di "Paradise and Lunch" è tornato!

lunedì 30 giugno 2008

umorismo!!??

oltre ogni confine



Attraverso il confine
di Ry Cooder

Mi hanno detto che c'è un posto passato il confine
Dove le strade sono tutte lastricate d'oro
E si trova proprio appena attraversato il confine
E quando arriva il tuo turno di giocare
C'è una lezione che devi imparare
Potresti perdere molto più di quanto speri di trovare

Quando arrivi nella terra delle promesse non mantenute
Ed ogni sogno scivola via attraverso le tue dita
Allora sai che ora è tardi per cambiare idea
Per arrivare così lontano hai pagato un prezzo
Ed ora non puoi tornare dov'eri prima
Ed hai proprio oltrepassato il confine

Su e giù lungo il Rio Grande
Migliaia di orme nella sabbia
Rivelano un segreto che nessuno può vedere
Il fiume è come un respiro
Che scandisce la vita e la morte
Dimmi chi sarà il prossimo ad attraversare il confine

Nell'oscurità piena di tristezza
Oggi dobbiamo attraversare
Questo fiume che ci chiama ad andare avanti

Ma la speranza rimane anche quando l'orgoglio svanisce
E ti fa continuare a muoverti
Chiamandoti ad attraversare il confine

Quando arrivi nella terra delle promesse non mantenute
E ogni sogno scivola via attraverso le tue dita
Allora sai che ora è tardi per cambiare idea
Per arrivare così lontano hai pagato un prezzo
Ed ora non puoi tornare dov'eri prima
Ed hai proprio oltrepassato il confine

venerdì 27 giugno 2008

Una generazione che ha dissipato i suoi ... scrittori



Somiglia molto, il borgo, Sassofrasso, alla cittadina senza nome del film di Scola, "Il commissario Pepe", in cui un inconsueto Ugo Tognazzi si muoveva fra i "veleni" del nord-est. Era solo preistoria, e il peggio aveva ancora da venire. Quarant'anni dopo, questo paese consiste sempre de "il popolo più analfabeta, e la borghesia più ignorante d'Europa". E' un fatto. Ed è questo fatto che, con ogni probabilità, comporta un cambio nel registro stilistico e narrativo del nuovo libro di Girolamo De Michele, "La visione del cieco".
Sono passati dieci anni, e in mezzo c'è stato di tutto, c'è stata Genova e l'altra gamba, nella strada accanto, correndo, si è allontanata dell'altro. Ce ne siamo scordati un po' tutti, della meta; i morti e i vivi. E le descrizioni si fanno sempre più grigie, scarne, essenziali. Quasi a dire che non ci va più bene niente, e nessuno; come ad Andrea Vannini, per principio. Tranne i gatti, che hanno un cuore sempre, e anche il cielo grigio che va bene per le ... anime tristi. Poi ci sono gli "scrittori", quelli col nome cambiato e quelli che protestano perché sono sardi, anzi barbaricini, e amici di De André, anzi di Faber, e protestano per l'uso indebito delle canzoni dell'amico defunto, anche se la canzone è di Brassens! E poi gli aneddoti. Non può essersela inventata, Girolamo, quella del politico che ha fatto carriera portandosi un formaggio avariato nella borsa, per distrarre i contendenti! E chi sarà mai il poeta-saggista-titolare di un corso di letteratura nell'università della citta "vituperio delle genti"? Troppo facile, e proprio per questo vero. E poi è troppo facile, anche, condividere con Andrea Vannini il suo concetto di umanità, quello che può fare a meno di alcuni!
Il resto è la vita, la realtà e il suo senso. Quelli che prima hanno fatto i soldi inquinando, e adesso li fanno ripulendo, quelli che l'orrore ce l'hanno dentro la loro bella casa tranquilla, quelli che bruciano i "negri", quelli che sono capaci di tutto pur di continuare ad avere il rottweiler, il fuoristrada e la villa accanto al capannone. Quelli. Ed hai voglia a cercare di "ingentilire lo scirocco". Certo, se ci fosse stata internet ai tempi del condor e dei suoi tre giorni, gli occhi "blu kennedyano" di Robert Redford, nella scena finale, avrebbero ammiccato ad un internet point, invece di lasciarci tutti nell'incertezza. Ma, nel frattempo, Jaco Pastorius è morto, come molti altri su cui adesso ci troviamo a contare i nostri passi. E forse è morto anche Andrea Vannini, ma il mondo ci appartiene. Ci sono le fotografie che continuano a proclamarlo, per sempre. E un gatto ... si chiama Merlino, come il gatto del mio amico Antonio ....

Girolamo De Michele - La visione del cieco - Einaudi Stile Libero - 16 euri

giovedì 26 giugno 2008

sterminateli, tutti!



Comincia bene, dalla copertina quasi kafkiana, il primo "trade paperback" del serial "The Exterminators" per la Vertigo della DC Comics. A Los Angeles i muri sono pieni di scarafaggi, oltre che di topi, ed Henry James è appena uscito di galera, dove si è fatto una cultura leggendo libri, i più grossi, Ed è preparato, ha imparato dalle 2.434 pagine della storia completa dell'impero romano che, ad un certo punto, si trova sempre una "buccia di banana" su cui si scivola, e che niente dura in eterno. Fuori di galera, incomincerà a lavorare, facendo l'unico lavoro che gli viene offerto dal nuovo compagno della madre, proprietario della "Bugs-Bee-Gone", una ditta di disinfestazione. La fidanzata, Laura, ha un impiego di alto profilo presso le Ocran Industries che producono il miglior insetticida mai esistito: il Draxx, che - come ha scoperto il Dr. Saloth Sar, scienziato della Bugs-Bee-Gone ed ex-Kmehr rosso - ha un curioso impiego collaterale come droga iniettabile, quello di fare esplodere letteralmente, ad un certo punto, l'incauto consumatore.
Henry detesta il suo lavoro, eppure prova a farlo al meglio, insieme ad una stralunata compagnia di "guerrieri del DDT" composta da cowboys zen, avanzi di galera e rifiuti sociali. Ma qualcosa sta cambiando e il piede è sempre più vicino alla sua "buccia di banana". E poi c'è una scatola, trovata da uno sterminatore quando era marine durante la guerra del golfo; sembra fatta di pietra e reca uno scarabeo in basso rilievo, da una parte, e quattro buchi di serratura e una svastica, dall'altra. Forse portata in Iraq dai soldati romani, a chiudere il cerchio. La storia ti prende e non ti lascia, infarcita di dialoghi da film di Tarantino in un contesto da X-Files. Dovranno essere gli Sterminatori a ... risolvere i problemi.
Inizialmente concepita per la televisione, la storia è disegnata sapientemente da Tony Moore che ha ideato la trama insieme a Simon Oliver che ne cura i testi.

The Exterminators - Vita da Scarafaggi - Planeta DeAgostini - 9.95 euri

mercoledì 25 giugno 2008

Succede



Un film, a volte, andrebbe guardato così come si legge un libro. Sfogliando le pagine, e tornando indietro a rileggere un dettaglio, a cercare un particolare che non si era ben fissato nella memoria. E poi andando di nuovo avanti. Inseguendo la trama. E la trama di "... e venne il giorno" ("The Happening") di M. Night Shyamalan comincia a muoversi fra le nuvole dei titoli iniziali, poi si sposta fra le panchine del Central Park e finisce sotto gli alberi degli Champs Elisées, tutto mettendo in comunicazione fra loro, così come realmente avviene, a dirci che non c'è, non ci sarà più, più un margine da oltrepassare, un posto dove rifugiarsi. Al sicuro.
Comincia un po' come "The Cell" di Stephen King, ma poi se ne va da un'altra parte, girando in tondo. E la salvezza, come nei versi di Holderlin, può essere solo proprio lì dove maggiore è il pericolo. L'unico modo per sconfiggere la morte consiste nello smettere di averne paura. Semplicemente. La casa, come in ogni film horror che si rispetti, è il luogo dell'orrore. Tale si rivela sempre, alla fine. E' come la morte, congela il tempo e lo costringe a scorrere in una spirale continua. Tutto precipita, nello spazio di pochissimo tempo, e non ci si salva insieme agli altri, ma non ci si salva nemmeno da soli. La morte si vince solo scegliendo e accettando di morire. Venendo fuori, dritti, in piedi contro il vento. Quasi tutta la retorica (buona?) del romanticismo. Morire per rinascere, come l'eroe dai mille volti.
"Perché nessuno vuole darmi un attimo per concentrarmi?" - urla Wahlberg ad un certo punto, in un certo spazio dove non c'è più dove andare. La comunità si consuma, si disgrega, da sola. Cerca di ridursi al minimo per interferire il meno possibile, per non interferire più. Ma non è possibile. Bisogna tornare indietro, smettere di scappare. Tornare a comunicare, alla comunicazione elementare. Dopo tutti i dialoghi da teatro dell'assurdo che scandiscono tutta la pellicola.
Non c'è più "campo", nel film, né in senso cinematografico né in senso telematico!
E il tempo, è il tempo, questo nostro tempo dove la morte sembra essere l'unica forma di vita.
Solo una dichiarazione di vita, di amore supremo, può sconfiggerla.

lunedì 23 giugno 2008

attestati



"Un epitaffio adeguato mi è stato spedito alcuni mesi fa. E' un manifesto, un metro per un metro e venti, stampato dal partito socialdemocratico tedesco. Ecco la traduzione del testo:

1933...
In quei giorni i roghi divampavano nelle città tedesche. Per ordine di Goebbels milioni di libri vennero distrutti dalle fiamme.

Il disegno sotto questo testo mostra Goebbels che scaglia un libro nel fuoco sotto lo sguardo di Hitler, sulla copertina del libro si legge il nome di Koestler.

1952
In questi giorni nuovi roghi sono divampati nelle città tedesche della zona sovietica. Di nuovo, nove milioni di libri sono periti nelle fiamme.


Il disegno mostra Pieck che getta un altro libro, di nuovo contrassegnato "Koestler", nel fuoco, sotto lo sguardo di Stalin.

Anche se si può obiettare che nel 1933 avevo pubblicato un solo libro di cui non erano disponibili grandi quantità da bruciare, trovo che il fatto che questi manifesti siano stati affissi nelle città tedesche sia comunque gratificante. Una copia ora è appesa fuori dal mio studio, incorniciata come un diploma professionale che certifica che il suo possessore ha superato l'esame ed è autorizzato ad esercitare la sua arte. Perché essere bruciato due volte nella vita è, dopotutto, una rara distinzione."

Arthur Koestler - Londra, Ottobre 1953

venerdì 20 giugno 2008

L'amica di Kafka



Milena Jesenska.
Fin da quando era una ragazzina, tutta Praga parlava di lei e si raccontavano storie folli: che sperperasse denaro a fiumi, che avesse attraversato a nuoto la Moldava per arrivare in tempo ad un appuntamento, che fosse stata arrestata alle quattro di mattino per aver raccolto magnolie "pubbliche". Vestiva abiti impalpabili e fluttuanti alla Isadora Duncan, preferibilmente nei toni dell'azzurro o del verde acqua, i capelli ondulati, sciolti, spesso intrecciati con dei fiori. Milena, figlia unica dell'eminente professor Jesensky, chirurgo di fama, mal sopportava i lacci di una vita borghese. Frequentava l'esclusivo Minerva, uno dei primi licei femminili in Europa. Era quello che si diceva una ragazza emancipata, una personalità molto forte, tanto da essere presa a modello da molte sue compagne. La madre morirà quando Milena ha 17 anni ed il rapporto con il padre, da sempre difficile, peggiorerà di giorno in giorno.
Sarà una donna generosa, sino all'eccesso; in amore e in amicizia, valori che anteponeva a tutto. Ma, soprattutto, una donna coraggiosa che si costringerà a trasformare il suo forte individualismo dei giorni migliori in responsabilità sociale e politica. Nel 1938 quando la sua Boemia verrà soggiogata, inciterà alla resistenza contro i nazisti, aiutando a fuggire all'estero ebrei e compatrioti cechi. Di lì a poco verrà arrestata dalla Gestapo e morirà, a 47 anni, nel campo di concentramento di Ravensbrück nel maggio del 1944 poche settimane prima dello sbarco in Normandia.

Alla morte di Kafka, avvenuta nel 1924, aveva scritto:

"L'altro ieri è morto nel sanatorio di Kierling a Klosterneuburg vicino Vienna, il dottor Franz Kafka, uno scrittore di lingua tedesca vissuto a Praga. Qui lo conoscevano in pochi, poiché era un eremita, un uomo sapiente spaventato dalla vita. Era lungimirante, troppo saggio per poter vivere e troppo debole per poter combattere. Vedeva il mondo con una tale chiarezza e precisione da non poterlo sopportare, da doverne morire, egli infatti, non si è concesso scappatoie, non si è salvato come tanti altri rifugiandosi in qualche equivoco intellettuale per nobile che fosse. Era un uomo e un artista dotato di una coscienza così scrupolosa che rimaneva vigile anche là dove gli altri, i sordi si sentivano al sicuro".

giovedì 19 giugno 2008

attualità politica


"Mentre si preparavano le elezioni per le Cortes, Heinz un giorno chiese al suo lustrascarpe quali risultati a suo avviso ci si potesse attendere dalla consultazione. L'uomo, di solito molto loquace, rimase un po' in silenzio, poi si drizzò e diede una lezione ad Heinz, una lezione che non ho mai potuto scordare. Quando incominciò a parlare la sua voce aveva un tono di velata ironia: "Senor, non comprendo come proprio lei possa rivolgermi una simile domanda. Suppongo sia tedesco e..." si interruppe e squadrò lentamente Heinz dal basso verso l'alto. Poi proseguì in un tono un poco incerto: "...se non sbaglio lei dovrebbe essere un oppositore di Hitler; dunque probabilmente un rifugiato politico socialista o comunista... La prego di scusarmi, signore, se mi permetto simili considerazioni, ma la sua domanda mi ci ha costretto. Lei sa meglio di me che alle elezioni politiche dell'anno scorso i socialisti e i comunisti assieme hanno ottenuto più di quattordici milioni di voti. Ma cosa è servito al movimento operaio? A nulla! Nonostante la sua vittoria elettorale il movimento operaio è stato schiacciato dai fascisti... Io non riesco a capire come lei, che è della sinistra tedesca, possa ancora credere che una decisione politica passi attraverso le elezioni o il parlamento...", poi soggiunse con una voce piena di dignitosa superiorità: "Senor, io sono anarchico e rifiuto sia le elezioni sia il parlamento. C'è solo una via che porta alla libertà e al comunismo: L'azione diretta!". Poi si piegò nuovamente sulle scarpe di Heinz e diede loro l'ultima lucidata."

Margarete Buber Neumann

Da Potsdam a Mosca, 1957

mercoledì 18 giugno 2008

un'altra musica




MIDDLE CLASS BLUES
di Hans Magnus Enzensberger

Non possiamo lamentarci.
Abbiamo da fare.
Siamo sazi.
Mangiamo.
Cresce l’erba,
il prodotto sociale,
l’unghia delle dita,
il passato.
Le strade sono vuote.
Le chiusure sono perfette.
Le sirene tacciono.
Questo passa.
I morti hanno fatto il loro testamento.
La pioggia è cessata.
La guerra non è stata dichiarata.
Questo non è urgente.
Noi mangiamo l’erba.
Noi mangiamo il prodotto sociale.
Noi mangiamo le unghie.
Noi mangiamo il passato.
Non abbiamo nulla da nascondere.
Non abbiamo nulla da perdere.
Non abbiamo nulla da dire.
Abbiamo.
L’orologio è caricato.
La vita è regolata.
I piatti sono lavati.
L’ultimo autobus sta passando.
È vuoto.
Non possiamo lamentarci.
Cosa aspettiamo ancora?

martedì 17 giugno 2008

Aspetta!



Aspetta
di Tom Waits

Hanno appeso un cartello appena fuori città
"Se fai la bella vita, non vorrai smettere"
Così lei se ne andò da Monte Rio, figlio,
Proprio come una pallottola sparata da un fucile
Con i suoi occhi color carbone e i suoi fianchi da Marilyn Monroe
Se ne andò verso la California
E la luna era d'oro, e i suoi capelli come il vento
Disse solo "Non voltarti indietro
Andiamo Jim"

Oh devi aspettare, aspetta, aspetta
Prendi la mia mano, sono qui
Devi aspettare

Bene, lui le diede un posto da custode di magazzino
E un anello intagliato da un cucchiaio
Cerchiamo tutti quanti qualcuno cui dare la colpa
Ma tu dividi il mio letto, e hai preso il mio nome
Allora va' avanti e chiama la polizia
Non ci vai a rimorchiare belle ragazze nei bar
Lei aggiunse "ti amo ancora"
A volte non c'è niente da aggiungere

Oh devi aspettare, aspetta, aspetta
Prendi la mia mano, sono qui
Devi aspettare

Bene, dio benedica il tuo piccolo cuore infedele
St. Louis ha preso i miei anni migliori
Mi manca la tua voce dal suono di porcellana rotta
Come vorrei che tu fossi ancora qui con me
Tu lo hai fatto e tu lo stai disfacendo
Brucia la tua casa fino alle fondamenta
Quando non c'è rimasto più niente a trattenerti
Quando cadi sulle ginocchia su questo grande mondo blu

Oh devi aspettare, aspetta, aspetta
Prendi la mia mano, sono qui
Devi aspettare

Dalle parti del Riverside Motel
Ci sono dieci gradi sottozero
Vicino ad un negozio "tutto a 99 cents" lei chiuse gli occhi
E comincio a dondolare
Ma è difficile ballare in quel modo
Quando fa freddo e non c'è musica
La tua casa è così lontana
Ma dentro la tua testa un disco gira
Sta suonando una canzone che dice

Oh devi aspettare, aspetta, aspetta
Prendi la mia mano, sono qui
Devi aspettare

lunedì 16 giugno 2008

Non solo canzoni

Vent'anni fa ...



PAZ
Gang

Da quando non ci sei
la luna piange rosa
un corvo nero vola
sopra la città
il corvo ha un becco d’oro
un becco tutto d’oro
vedessi come splende
nell’oscurità
Bologna non c’è più
se l’hanno presa loro
è un cumulo di noia
che spendi e paghi caro
Bologna è una carogna
che non ti vuole vivo
da quando non ci sei
Bologna non c’è più
Non ti sei perso niente
non ti sei perso niente
non ti sei perso niente
PAZ
Per noi che siamo qui
nel letto del diavolo
noi che prendiamo tempo
e non vediamo l’ora
per noi quello che resta
è l’ombra di una vita
vuoi mettere risorgere
PAZ
Non ti sei perso niente
non ti sei perso niente
non ti sei perso niente
PAZ

domenica 15 giugno 2008

poltica...mente



"Molti errori, disse il signor K., nascono dal fatto che non si interrompono coloro che parlano, o lo si fa troppo poco. Così è facile che venga fuori un tutto illusorio, che, dato che è un tutto - ciò che nessuno può mettere in dubbio -, sembra che vada bene anche nelle sue singole parti, benché invece le singole parti vadano bene solo per quel tutto."

Bertolt Brecht - Storie del Signor Keuner

venerdì 13 giugno 2008

Il partito dell'insurrezione



Nella Spagna della seconda repubblica, nei primi anni trenta del secolo scorso, la lotta armata non era certo espressione di disperazione o impotenza politica! Lo scontro tra classe operaia e stato era all'ordine del giorno e la mediazione istituzionale veniva usata e superata ogni giorno dalla lotta operaia. Ed era proprio la connotazione anti-istituzionale della lotta operaia ad alimentare l'ipotesi che potesse verificarsi, quasi senza soluzione di continuità, la trasformazione della lotta stessa in scontro rivoluzionario. Magari poteva bastare un intervento audace che servisse da detonatore.
Così, la determinazione delle scadenze insurrezionali prescindeva dalla valutazione delle condizioni politiche generali.
E le insurrezioni non venivano neppure pensate come vincenti, ma erano concepite come momenti di rottura. L'alternativa fra fascismo e rivoluzione sottolineava l'incapacità del riformismo a rispondere allo scontro sociale che avrebbe ricevuto un'accelerazione dai tentativi insurrezionali, verificando allo stesso tempo la capacità di organizzazione e di attacco.
Nella fase insurrezionale del 1932-33, gli anarchici spagnoli espressero l'originalità del loro essere "partito dell'insurrezione", creando la "mentalità" che permetterà l'insurrezione delle Asturie nel 1934 e la risposta rivoluzionaria a Francisco Franco nel 1936.
Nel dicembre del 1933, dopo una campagna astensionista organizzata dagli anarchici con un impegno eccezionale, le destre vincono le elezioni e viene così sancita la fine del grande progetto riformista. La crisi del ridormismo, e l'attualizzazione della minaccia del fascismo, creano un'impressionante e inarrestabile spinta all'unità fra le masse. L'insurrezione delle Asturie - cui gli anarchici asturiani, da sempre favorevoli a rapporti di unità coi socialisti, parteciperanno in prima linea, dando un contributo determinante - è preparata ed organizzata dal Partito socialista ed ha una partecipazione di massa. La parola d'ordine "Unios Hermanos Proletarios" campeggia dappertutto e sottolinea la coscienza di essere entrati in una fase decisiva dello scontro di classe. Con ogni probabilità, l'insurrezione delle Asturie è stata l'ultima occasione in cui il proletariato ha giocato all'attacco, e non su terreni e scadenze imposte dal nemico.
La direzione insurrezionalista della CNT-FAI viene colta di sorpresa dal cambiamento di posizione del Partito socialista e dal processo unitario, che si svolge a livello di base, nelle fabbriche e nel paese e non riesce a svolgere una funzione trainante. Non riesce a garantire, con la sua forza ed esperienza di partito della lotta di strada, l'estensione a livello nazionale della Comune asturiana e si dimostra incapace di gestire la crisi del riformismo che pure essa stessa aveva contribuito a provocare. Il dopo Asturie coinciderà, per gli anarchici, con un periodo di crisi delle posizioni insurrezionaliste che, d'altronde però, non vennero mai superate per mezzo di altre ipotesi rivoluzionarie. Nelle battaglie in strada che, poi nel 1936, sconfissero, a Barcellona e in altre città della Spagna, l'esercito franchista, furono di nuovo capaci di esprimere tutta la loro forza ma, dopo il il 1934, non riuscirono più a proporsi come polo di elaborazione e direzione politica e saranno condannati ad essere subalterni, di fatto, al Fronte Popolare.

giovedì 12 giugno 2008

tenebre



"Io non ci credo in Dio. Lo capisce, questo? Si guardi intorno, amico mio. Non lo vede? Il frastuono e le grida della gente che soffre saranno musica per le orecchie di Dio. E io rifuggo queste discussioni. Il discorso dell'ateo del villaggio che ha come unica passione quella di vilipendere dalla mattina alla sera qualcosa di cui nega innanzitutto l'esistenza. La comunanza di cui lei parla è basata solo e soltanto sul dolore. E se quel dolore fosse veramente collettivo invece che soltanto ripetitivo, il suo peso basterebbe a staccare il mondo dalle pareti dell'universo e a farlo precipitare in fiamme in mezzo a quel po' di notte che saprebbe ancora generare prima di ridursi ad un nulla che non è neppure cenere. E la giustizia? La fratellanza? La vita eterna? Santo cielo, amico mio. Mi mostri una religione che prepari l'uomo alla morte. Al nulla. Quella sarebbe una chiesa in cui potrei entrare. La sua prepara solamente ad altra vita. Ad altri sogni, illusioni e bugie. Se si potesse bandire la paura della morte dal cuore degli uomini, non vivrebberoun giorno di più. Chi sarebbe disposto a sopportare questo incubo, se non per paura dell'incubo che lo seguirà? Sopra ogni gioia pende l'ombra dell'ascia. Ogni strada porta alla morte. O peggio. Ogni amicizia. Ogni amore. Tormenti, tradimenti, lutti, sofferenza, dolore, vecchiaia, umiliazione, malattie orrende e lunghissime. E alla fine di tutto una sola conclusione. Per lei e per ogni persona e ogni cosa a cui ha scelto di legarsi. Ecco la vera fratellanza. La vera comunità. Di cui tutti sono membri a vita. E lei mi viene a dire che nel mio fratello sta la mia salvezza? La mia salvezza? Be', allora lo maledico. Lo maledico sotto ogni forma e sembianza. Mi ci rivedo, in lui? Sì che mi ci rivedo. E quello che vedo mi disgusta. Mi capisce? Riesce a capirmi?"


Cormac McCarthy - Sunset Limited - Einaudi

mercoledì 11 giugno 2008

Nuove canzoni di ... protesta



Se Chip Taylor, che passerà sicuramente alla storia per canzoni come "Wild Thing" e "Angel of the Morning", ha scritto e cantato un capolavoro, beh allora questo capolavoro è stato "Black and Blue America", inciso nel 2001. Un concept con tutte le carte in regola per raccontare alle orecchie e al cuore l'America di John Wesley Voight, in arte Chip Taylor!
Adesso, a sette anni di distanza, riprende un paio di canzoni da quel disco e, strizzando l'occhio a Bob Marley, a partire dal titolo, ci consegna un altro concept. Un disco politico, intimo e arrabbiato fino allo spasimo. Un pugno di canzoni, un pugno di ballate taglienti come rasoi.
Ascoltate quella che dà il titolo al disco, e guardate il video dove si muove un cantautore che porta l'eskimo. Per due volte rubato alla canzone, prima dal golf, poi dal poker. E per due volte restituitoci. Grazie al cielo!
Una nuova canzone di libertà.....

martedì 10 giugno 2008

"Nella storia che non ama imperatori..."



Ho sempre pensato che la vita consista in un gioco di rimandi che possono servire a coprire la distanza di quei gradi di separazione che ci affliggono.
Che sia cinema, letteratura o musica è giocoforza, sempre, cercare quei riferimenti, in ciò che più ti colpisce e ti piace, che ti permettano di allargare gli orizzonti ...Leggi un libro - magari un saggio di quell'autore che adori - e cominci a sottolineare i nomi che lui fa. Come a crearti una mappa, un piano di viaggio che possa continuare a farti muovere. Così ascolti un disco e poi scopri che uno dei tre, che ha partecipato a quel disco che tanto ti è piaciuto, ha fatto qualcos'altro. Anzi, continua a farlo. Così mi è capitato di scoprire che Gianluca Bernardo, oltre ad aver preso parte, insieme a Fosca e Santese, a quel "Ballate di Fine Inverno" di cui ho parlato, è l'anima di un gruppo. I Rein. E questo gruppo ha già fatto uscire un singolo, un EP e - la notizia è di pochi giorni fa - un nuovo disco. Tutto rigorosamente copyleft.
Del gruppo, riporto la presentazione che i musicisti danno di sé stessi. Il singolo e l'Ep si possono scaricare dal sito myspace, e più sotto si può ascoltare "Est", la canzone che dà il titolo all'EP. Io dico che ne vale la pena!


"In una Babilonia di plastica e cemento, dal 1999 i Rein suonano e attraversano l'Italia in lungo e largo a bordo di una vecchia macchina diesel. Una storia lunga chilometri, fatta di autogrill sospesi nella nebbia, portapacchi strabordanti, pacchetti di sigarette accartocciati, bazar ai bordi della ss16 e binari ai lati della 106; una storia bruciata tra gli ultimi nei privè dei primi. Poche brandine e tanti sacchi a pelo che noi ci sappiamo adattare; caffè a portar via che magari poi ci viene sonno; che l'E45 è meglio dell'A1 perché non costa, mentre la Salerno-Reggio va bene comunque, tanto è l'unica. Qui, dove la periferia è anche il centro di tutto e la musica resta l'unico modo per parlare di felicità e di tristezza allo stesso tempo, i Rein, incrocio ferroviario tra Messico e Ungheria, Francia e Irlanda, prendono e partono con poche certezze, poca benzina e qualche punto fermo stampato ai cigli delle strade. Libri francesi, musica latina e risorse slave, futbol e chitarre spaccate, qualche bottiglia di birra messina, quando si trova. E se povertà e ricchezza si confondono, la multiculturalità è un dato di fatto e non un'opinione. Qualcosa resta, tra tanta storia e poca identità. Qualcosa resta. E allora questo qualcosa cerchi di farlo entrare in qualche modo nel portabagagli e di portarlo in giro, per raccontarlo. Per raccontare come avviene che da mille madri diverse nasca un solo figlio, triste come la soledad, fedele come le steppe del Connemara, feroce come il sud, poetico come l'est. Quaggiù, in provincia di Babele, qualcosa resta."

(I Rein)



EST
di Gianluca Bernardo


Nella storia che non ama imperatori
Si rimpasta il vecchio gioco del potere
E mi ricordo di altre bandiere
Altri slogan, altre facce ed altre idee

Sulle strade che entrano a Praga
C’è il trionfo della repressione
Sui carri armati dell’armata rossa
C’è una maschera di un altro colore
C’è chi maschera un altro colore

Sulla piana che solca l’Ungheria
Corre il treno di questa mia vita
Ma tu mi dici che è già finita
E non sai che dolore mi dai
Tu non sai il dolore che mi dai

Tu che mi dici: lascia stare
Sai che il tempo è un amico infedele
E come vedi, tutto cambia
E l’amore è fatto solo di poesia
E l’amore è fatto solo di poesia

Le mani sempre più tese
E gli occhi schiusi fin dentro un’ideale
E il vento sui nostri ricordi
Sulle promesse
Sulle certezze
Sulle speranze
Di questo sogno che chiamiamo libertà

Per la gloria dei moderni dittatori
Scorre il sangue di un popolo sovrano
E tu soldato americano
Con che pane questa sera mangerai
Di chi è il pane che stasera mangerai

Sui tamburi della propaganda
Il regime immola i suoi ideali
Tanto una bomba quando esplode
Fa gli uomini davvero tutti uguali
Fa gli uomini davvero tutti uguali

E in TV si accendono i roghi
Per il fiore della mia generazione
Ti ho aspettata una vita
Ma tu dov’eri sorella utopia?
Ma tu dov’eri sorella utopia?
Ma tu dov’eri sorella utopia?
Ma tu dov’eri sorella anarchia?

Le mani sempre più tese
E gli occhi schiusi fin dentro un’ideale
E il vento sui nostri ricordi
Sulle promesse
Sulle certezze
Sulle speranze
Di questo sogno che chiamiamo libertà

lunedì 9 giugno 2008

"Il fantasma di un angelo sulla scena del crimine"




Spesso John Hiatt ha affermato nelle sue interviste che Bob Dylan è stato il primo ad influenzare la sua musica e il suo modo di fare canzoni. Mi vien da dire, però, che non ricordo di aver mai sentito "molto" Dylan dentro le canzoni di John Hiatt. Fino ad ora, per lo meno. Fino a questo "Same Old Man", e alla sua ottava traccia. "Our Time".
La canzone è un piccolo gioiello cesellato di situazioni che costruiscono la trama dei fatti irrilevanti che costituiscono una storia d'amore, riaffioranti alla memoria senza quasi una logica. Di episodio in episodio. Saltando avanti e indietro. Prima risparmiando sui dettagli.
"Una domenica mattina a leggere i giornali in un loft a New York, e a mangiare a letto cibo cinese da asporto".
Poi riempiendo il rigo musicale di un eccesso di parole.
"Mi è tornato in mente di quando distribuivi soldi ai barboni su Bowery Street"
canta in un crescendo "Non senza prima esserti lasciata convincere che i soldi servivano per un panino e non per il vino".
Le parole si distendono e vengono compresse, e vanno a fluire come un "talking-blues" che diventa una triste e sommessa ninna-nanna.
"Mi sono svegliato, madido di sudore freddo, ed ho realizzato che non avremmo più cucinato un pasto, insieme".
La voce roca di Hiatt aggiunge un'ombra di dolce nostalgia, cullata dal violino di Jim Luther Dickinson. E John Hiatt sa bene quando arriva il momento di lasciare sola la voce del violino!
Senza esagerare, una canzone che vale un disco.

domenica 8 giugno 2008

Il Fumo Degli Anni '70



Un disco di ballate. E, anche, un disco gratis, da scaricare. Un disco di ballate belle, coinvolgenti e, per me, legate ad un periodo della mia vita che, in qualche modo, non passa, non riesce a passare, non passa mai e che, adesso, grazie a queste canzoni torna a bussare, con dolcezza.
A dire che quel che eravamo, siamo. Una manciata di ballate nato al "vicolo dei musici", a Roma. Ci sono stato più d'una volta, al "vicolo", e anche se queste me le sono perse, adesso - grazie al cielo - le ritrovo. Nostalgia e speranza, certo, ma anche "fortuna e gloria"!
Non sono, di solito, troppo prodigo di parole, ma stavolta mi viene ancora meno d'aggiungere altro, ché continuo ad ascoltarmele e riascoltarmele, queste canzoni.
Scaricatevele, ascoltatele, leggetene i testi e riascoltate le canzoni. Poi leggetevi la storia del disco, e tutto il resto, sugli autori, sulle canzoni. E poi, ogni tanto, tornate sul sito, ché magari potrà capitare di trovare qualche nuova "vecchia" gemma.


IL FUMO DEGLI ANNI '70
(testo e musica di Franco Fosca)

Il fumo degli anni 70 aveva lo stesso colore del mare
da solo nella mia stanza pensavo vorrei navigare
mi tormentavo i capelli che mio padre mi costringeva a tagliare
credevo in Jimi Hendrix e in un vecchio giradischi che funzionava male.

L’Italia a ferro e fuoco sull’orlo della guerra civile
le bombe di Savona le grandi manifestazioni
mio padre mi regalò una chitarra una sera d’aprile
io la presi in mano come se fosse un fucile.

In un giorno di primavera scappai da casa di mio padre
ingoiai una piramide dove vivevano le fate
insieme ad un amico con le braccia rovinate
mentre la grande madre luna schiudeva le porte della nostra estate.

E poi giù negli anni 70 l’autostop sulle strade,
piazze colorate, odore di donna
lunghe notti d’estate nudi quasi senza vergogna
notti d’inverno incantate sognando l’India e la California.

Centomila corpi magri sotto masse di capelli
umili come rettili audaci come uccelli
dalle bianche sabbie del sud alle bianche nebbie del nord
tra Marx e Castaneda e i fumetti di Alan Ford.

Però poi ti guardavi intorno e mancava sempre qualcuno
cadevano tutti quanti si ritiravano ad uno ad uno
sotto i colpi dell’eroina sotto i colpi della polizia
e chi risucchiato indietro nell’esofago enorme della borghesia.

Venne il ’77 che ne sapevamo noi del punk
c’era ancora Carter presidente la mitica Persia dello Shaa
e noi eravamo in Italia la dolce Italia delle vacanze
noi sporchi buttati per terra con le nostre chitarre e le nostre speranze.

Passarono dieci anni, dieci anni in un momento
come un castello di carte spazzato via dal vento
e c’è chi ha seppellito i sogni in fondo alla memoria
e c’è chi ha strappato quelle pagine dal libro della storia.

La mestizia della fine



Dino Risi (Milano 23 dicembre 1916 - Roma 7 Giugno 2008)

venerdì 6 giugno 2008

musica popolare



Sabato scorso, alla "Casa della Memoria" a Roma, organizzato dal "Circolo Gianni Bosio", c'era un pomeriggio dedicato a Woody Guthrie e la musica popolare americana, presente, oltre a Sandro Portelli e a Jorge Arevalo, direttore del " Woody Guthrie Archive" di New York, Nora Guthrie. La figlia di Woody ha dato una lezione magistrale su cosa sia "musica popolare", raccontando un aneddoto: durante un concerto del fratello Arlo insieme a Pete Seeger, per far cantare la platea, Arlo non ha trovato niente di meglio che incominciare a intonare la prima strofa di "I can't help falling in love with you". Poi, rivolto a Pete Seeger, ha chiesto se era in grado di andare avanti. E Seeger, prontamente, con un sorriso, è partito con la seconda strofa.


Non Posso Fare A Meno Di Innamorarmi Di Te
di George Weiss, Hugo Peretti e Luigi Creatore

Chi è saggio dice che solo uno scemo si butta senza pensare
Ma io non posso evitare di innamorarmi di te
Dovrei dire che è un peccato
Se non posso evitare di innamorarmi di te
Come un fiume che scorre
Verso il mare
Succede così
Ci sono cose che vogliono avverarsi
Cose che vogliono avverarsi

Prendi la mia mano (prendi la mia mano)
E prendi tutta la mia vita (anche la vita)
Perchè non posso fare a meno di innamorarmi di te

Gli uomini saggi dicono che solo gli stupidi fanno le cose senza pensare
Ma io, io non posso evitare di innamorarmi di te

Come un fiume che scorre
Verso il mare
Succede così
Ci sono cose che vogliono avverarsi
Cose che vogliono avverarsi

Come lo scorrere di un fiume
è così che funziona
Non posso evitare di innamorarmi di te (innamorarmi di te)
Come lo scorrere di un fiume (yea yea)
è così che funziona (perchè non ce la faccio)
Innamorarmi di te
Come lo scorrere di un fiume (non ce la faccio proprio)
é così che funziona
Non posso evitare di innamorarmi di te
Non posso evitare di innamorarmi di te

giovedì 5 giugno 2008

maledetti da dio



Non intendevo leggerlo, il libro di Alessandro Bertante, "Al Diavul" (Marsilio Editore). Non intendevo leggerlo per tutta una serie di motivi che hanno fatto sì che Bertante abbia finito per non starmi proprio simpatico, fra il suo pamphlet contro il '68 e le lodi sperticate all'ultimo romanzo del nazista Buttafuoco, la cui cifra stilistica, quando mi ci sono inopinatamente accostato, mi ha fatto a dir poco accapponare la pelle. Insomma, nonostante la trama per me intrigante, "Al Diavul" era un libro cui non intendevo dispormi. Poi, un articolo di Girolamo De Michele, di cui ho grande stima, che arruolava Bertante e questo suo ultimo libro nella schiera anti-stalinista, ha vanificato i miei propositi. E il libro l'ho letto. Devo dire che il "linguaggio nitido ed evocativo" non mi è riuscito di trovarlo, per quanto lo cercassi, in nessuna di almeno duecentoventi pagine di un romanzo di duecentoquaranta.
La prima parte del libro, e del novecento, trascorre avvolticciolata nella ragnatela di un periodare tanto infantile quanto inutilmente retorico. Dai primi anni del secolo, attraverso il piombo del fascismo e fino alla fuga e alla guerra civile spagnola, l'educazione politica dell'improbabile Errico si dispiega in tutta la sua noiosa potenza. Tutto sembra frutto di letture frettolose, se non fatte male. E fra gli innumerevoli sfondoni, è bene citare l'improbabile richiesta di aiuto al partito comunista a Torino, al fine di costituire un reparto di arditi del popolo nel paesello del protagonista. Poi, ahimé, si passa nella Spagna subito prima del 1936, dove vengo informato che l'insurrezione delle Asturie del 1934 avvenne nonostante il crumiraggio degli anarchici che "non mossero un dito. Rimasero a guardare il massacro dei minatori."(sic)
Uno scoop storico quasi degno di un Buttafuoco! Vabbé.
Poi si assiste all'irrestibile carriera del protagonista in attesa delle giornate del luglio 1936, dove si ritaglia un ruolo di protagonista. Oscuro, ma protagonista. Lui è l'uomo nella foto, quello che non sai mai chi è. Ma c'è in tutte le foto! La guerra civile è un po' come tutto il resto, un piatto entusiamo, o una entusiasta piattezza, dove a scandire il tempo è il numero delle volte che Errico fa l'amore con Marisol. Fino all'ultima, quella che segnerà la svolta nelle ultime venti pagine del libro, pagina più, pagina meno. E qui finalmente si cambia registro.
Morta Marisol, uccisa da un cecchino, il romantico protagonista si trasformerà in una sorta di macchina per uccidere. A capo di un manipolo di uomini, in disprezzo di quelli che sono gli ordini, questi "cinque maledetti da Dio" si ritroveranno quasi come se fossero in un libro di Sven Hassell ambientato durante la guerra civile spagnola, a seminare terrore e morte fra i falangisti, fino al tragico e inevitabile epilogo.
Eppure, queste quasi venti pagine (nelle ultime ci sarà l'erede, in pieno stile "Terra e Libertà", a raccogliere un ideale testimone) hanno forza e cifra stilistica e permettono di non rimpiangere l'acquisto.

mercoledì 4 giugno 2008

confusione



Sabato scorso, mi è capitato di assistere alla fine del "tributo a Fabrizio De André" che si svolgeva fuori della Factory Occupata, sulla Riva Ostiense a Roma. Quest'anno, le adesioni erano più "paludate" del solito e così, accanto ai misconosciuti Verbamanent, che sono riusciti a far ballare e saltare tutta la platea, sono saliti sul palco i soporiferi Tete de Bois e altri personaggi che, di questi tempi, quando si muovono riempiono i teatri, e non disdegnano il mezzo televisivo. Così ho potuto assistere ad una piccola performance di Ascanio Celestini che compensa le sue scarse capacità musicali con una lucidità politica invidiabile che, seppur non gli consente di essere il Gaber di questi anni, gli permette di calcare autorevolmente la scena, facendo dileguare gli insignificanti epigoni del "politicamente corretto"; quelli alla Paolini, per intenderci! Lo stesso discorso, ahimé, non può certo valere per chi, come Andrea Rivera, non riesce a mettere in scena che la sua propria pochezza. Banalità degne di un Jovanotti con il suo Che Guevara a San Patrignano. Tocca assistere alla proposizione di un "piano didattico" che richiede la lettura obbligatoria, nelle scuole, di una strana congrega che va da Rino Gaetano al fascista Marco Travaglio! Del resto, il triste scampanellatore di citofoni è ben avvezzo a simili commistioni. Sul suo myspace, si possono leggere i ringraziamenti a forcaioli come Beppe Grillo, a stalinisti come Sandro Curzi e a magistrati come Giancarlo Caselli. L'unica domanda è: come riesce un simile personaggio ad entrare in un centro sociale, a dire le sue idiozie e ad uscirne indenne? Sarà per via della sua statura inesistente, che impedisce di metterlo a fuoco?