venerdì 7 novembre 2025

La critica del Materialismo Storico, e del Capitalismo, in quanto Idealismo Reale

È a partire da metà degli anni '80 in poi, che Robert Kurz rompe con quello che allora - nel contesto della Neue Marx-Lektüre (Nuova lettura di Marx) - veniva chiamato "marxismo tradizionale"; vale a dire, una «specifica comprensione sociologica della socialità e delle formazioni sociali». Detto in altri termini, si trattava di un'interpretazione che aveva eliminato e bandito tutta quella che era allora la critica delle forme sociali capitalistiche (la critica categoriale), che nella critica marxiana del feticismo era esplicita, al punto che nel XX secolo veniva condivisa sia dalle tradizioni marxiste ortodosse che da quelle eterodosse. Va detto che una delle modalità della rivoluzione teorica  - portata avanti da una lettura di Marx che stavolta enfatizzava il valore creato dal lato astratto del lavoro, e dal feticismo della merce -  è stata quella di voltare le spalle al materialismo storico del Marx essoterico e dei marxisti. Qui di seguito un estratto, assai denso sul piano teorico, della critica svolta da Kurz al materialismo storico:

«Vediamo come, a questo punto, stia già diventando evidente il modo in cui il marxismo tradizionale sia rimasto completamente ostaggio e prigioniero do quella che è la vera metafisica dell'era moderna. Vediamo che il suo "materialismo" - il quale non cessa mai di celebrare quel ramo che gli corrisponde e che si trova nella Storia della Filosofia Occidentale - non rappresenta altro che una riflessione affermativa che riguarda uno degli aspetti della relazione di valore (o relazione di capitale), vale a dire una riflessione affermativa su quel materialismo sostanziale proprio della riduzione fisicalista, un materialismo nel quale il mondo naturale appare come se fosse già stato rimodellato dall'astrazione reale capitalistica. Si tratta di quel devastante materialismo che caratterizza una forma feticista di riproduzione che sta distruggendo e schiacciando la biosfera terrestre. Logicamente, nel pensiero marxista, a questo materialismo sostanziale-fisicalista, che vede positivamente una natura rimodellata in modo distruttivo, corrisponde un materialismo sostanziale-sociale del "lavoro", che rappresenta a sua volta quale sia l'agente di un simile rimodellamento. Questo «materialismo» legato all'ontologia marxista del lavoro, con la sua fede in una scienza meccanicistica della natura, è assai lontano dal voler superare l'idealismo formale della tradizione filosofica apparentemente nemica; esattamente come fa il pensiero borghese, di cui esso costituisce in sostanza un prolungamento e un aggiornamento, dove non fa altro che essere complementare a un tale idealismo.

Da questo punto di vista, Hegel non è stato affatto rimesso sui suoi piedi; quei piedi corrono più che mai sulla base delle istruzioni che vengono loro dettate dalla testa, vale a dire dal principio essenziale ideale-formale del capitalismo. Se decifrate nei loro termini sociali, allora le relazioni feticistiche «metafisico-reali» sono sempre simultaneamente anche degli «idealismi reali», esacerbati da un idealismo reale capitalistico, ora per la prima volta immanente: quello del «soggetto automatico», il quale assume le sembianze della valorizzazione del valore; ossia quelle di un looping cibernetico dell'astrazione reale «valore» su sé stessa. Ironia della sorte, il materialismo reale del lavoro e della scienza capitalistica della natura, anziché proporsi come il rovescio dell'idealismo reale della forma-valore, si mostra invece semplicemente come se non fosse altro che la sua manifestazione pratica.

L'astrazione reale del valore rappresenta uno stato e una forma di esistenza che viene assunta dalla prassi astratta-reale del lavoro, e viceversa; ed è proprio per questo che il lavoro astratto costituisce il modo in cui il principio sociale non materiale essenziale, si impadronisce in maniera terrificante del mondo materiale. L'«idealismo oggettivo» propugnato da Hegel, rimane pertanto, in un certo senso, persino più pertinente del «materialismo oggettivo» del pensiero marxista; con la differenza che Hegel concepiva l'idealismo reale capitalistico in termini apologetici, ovvero come movimento positivo di auto-mediazione dell'essenza astratta-reale, la cui negatività, e spietata distruttività, vengono in tal modo del tutto ignorate. Quanto al materialismo marxista, anche quando esso riesce ad aprirsi la strada verso la critica – benché si tratti sempre di una critica sostanzialmente monca e ostinatamente aggrappata all'immanenza –, ciò avviene proprio per il fatto che esso ignora il carattere specifico dell'astrazione sociale reale.

In quanto astrazione, il valore (o il lavoro astratto) continua in qualche modo a passare per essere una cosa che viene pensata, e quindi come se fosse un'idealità (negativa). Solo che in questo caso tale idealità non è né soggettiva né semplicemente riflessiva; non si tratta di un'idealità fatta di astrazioni puramente nomologiche (del linguaggio o del pensiero), bensì, al contrario, si tratta di un'idealità oggettivata da quelli che sono dei processi storici, e che viene «materializzata» a partire da una prassi coercitiva. Se vogliamo criticare appieno la sostanzialità negativa della relazione feticistica capitalista, non serve rimettere sui suoi piedi l'idealismo oggettivo hegeliano: si tratta piuttosto di tagliare quella testa che costituisce l'astrazione reale. Solo questo finirebbe per concretizzarsi finalmente  in una prassi liberatoria, la quale trascenderebbe per davvero l'esistente e che, anziché continuare a rimodellare in modo compulsivo sia il mondo degli uomini che quello della natura, riuscirebbe a distruggere il principio fondamentale di tale prassi distruttiva.»

( Robert Kurz, da "La sostanza del capitale", Parigi, L'Echappée, 2019, p. 43-44.)

fonte @Palim Psao

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