giovedì 15 ottobre 2020

Invisibili Ovvietà

Le ovvietà del progresso
- di Anselm Jappe -

Ci sono delle cose talmente ovvie ed evidenti che nessuno le vede, né tantomeno le menziona più; e chiunque le faccia notare agli altri, sembra che stia dicendo della banalità. Cosa che tuttavia non è affatto una buona ragione per non dirle.
L'attuale dibattito a proposito del 5G e del «progresso» ne costituisce un buon esempio, con le sue ingiunzioni caricaturale che ci invitano a dover scegliere tra il 5G e la «lampada ad olio».
La prima domanda che, con semplicemente un po' di buon senso, dovremmo porci è: un progresso in che cosa?
Nessuno, per esempio, è felice del «progresso» del Covid ! Bisogna che il progresso migliori la vita umana.
Possiamo avere perciò due tipi principali di progresso: un progresso tecnico, che consiste nell'accresciuto dominio dell'uomo sulla natura, ed un progresso che potrebbe essere definito «morale» o «sociale»: le relazioni umane diventano migliori, meno violente, più solidali, più «inclusive».
A partire dal discorso sul progresso, fin dall'inizio, il rapporto tra queste due forme è stato sempre non troppo chiaro. Spesso si presuppone, come se fosse ovvio. che il progresso tecnico comporti automaticamente anche un progresso morale; ci sono alcuni, soprattutto a sinistra, che pongono l'accento sul progresso sociale, ma ritengono che la base indispensabile sia il miglioramento delle condizioni materiali, e che solo lo sviluppo tecnico possa garantire un tale miglioramento.
Un governo non può sostenere l'adozione di nuove tecnologie come se questo fosse un fine in sé: deve sostenere che esse renderanno migliore la vita di tutti.
Tuttavia, non esiste alcun legame necessario tra le due forme di progresso: ci può essere un forte sviluppo tecnologico associato ad una regressione morale, come è avvenuto nel caso del nazismo, ma ci può essere anche un progresso sociale che non si preoccupa dello sviluppo tecnico, come propugnato da Jean-Jacques Rousseau, dalla maggior parte delle correnti anarchiche, ma anche da molti discorsi religiosi (come gli Amish !).
Soprattutto negli ultimi decenni, la società ha preso coscienza del fatto che le soluzioni tecnologiche, perfino laddove apportano degli evidenti benefici, comportano quasi inevitabilmente degli effetti indesiderati.
Lo si sa, per esperienza, e assai prima di qualsiasi «valutazione dell'impatto» o «stima dei rischi». Per questo semplice motivo, chiunque proponga l'uso di una nuova tecnologia come risposta ad un problema dovrebbe sempre dimostrare che quello stesso risultato, o la risoluzione di quello stesso problema, non possa essere ottenuto senza fare ricorso alla tecnologia, e quindi correndo meno rischi.
Ed è ecco la seconda invisibile ovvietà.
Prima di arrivare ad essere in grado di permetterci di guardare un video mentre siamo nell'ascensore, o di andare a visitare in aereo ad ogni fine-settimana una nuova metropoli, il progresso coltivava soprattutto questa nobile vocazione: diminuire le sofferenze non necessarie. «Che nessun bambino debba andare a letto affamato»: era questo il modo per definire l'obiettivo minimo del progresso umano.
Ma come arrivarci? Attraverso mezzi tecnici o sociali?
Al giorno d'oggi, la stragrande maggioranza delle sofferenze umane non viene causata dalla «natura», ma dall'organizzazione della vita sociale. Dovrebbe quindi essere molto più facile per l'uomo poter cambiare ciò che dipende dall'uomo, rispetto a ciò che dipende dalla natura. Ciò che l'uomo ha fatto - in linea di principio - lo può anche disfare.
Ragion per cui, per porre fine alla fame nel mondo, potrebbe essere sufficiente coltivare tutte le superfici agricole per mezzo di piccole aziende agricole polivalenti, evitare le monocolture orientate all'esportazione, non dare dei bonus agli agricoltori perché smettano di coltivare la terra, evitare di gettare a mare le «eccedenze» agricole, ed inoltre smettere di sostenere dei regimi che esportano arachidi in cambio di armi...
Impossibile, ci verrà detto, tutto ciò è bello ma è utopico: il commercio mondiale crollerebbe, i consumatori occidentali non accetterebbero mai di rinunciare alle loro bistecche, e gli investimenti e i posti di lavoro ne soffrirebbero.
Se l'ordine sociale è intoccabile, allora cominciamo a cambiare la natura: si inventano i pesticidi e la manipolazione genetica, dei prodotti chimici e delle macchine gigantesche al fine di creare delle enormi masse di prodotti agricoli, ma in condizioni spaventose.
A quanto pare, sembra più facile rompere l'entità più piccola dell'essere vivente, il genoma, piuttosto che espropriare una compagnia di frutta, è più facile creare miglia di molecole di sintesi piuttosto che accettare il fallimento della Monsanto, più facile inventare dei semi autosterili piuttosto che privare i consumatori del loro Big Mac.
Un altro esempio: una delle principali cause sia dell'inquinamento che del consumo sfrenato di energia, per una parte considerevole della popolazione, è il trasporto quotidiano tra il luogo di lavoro e l'abitazione. Questo problema è oramai globale, ed è ovvio che abbia molto a che fare con i prezzi delle abitazioni nelle grandi città, e quindi con la speculazione immobiliare.
Ma affrontare alla radice tale flagello, significherebbe attaccare la sacrosanta proprietà privata: e perciò sarebbe più facile estrare petrolio all'altro capo della terra e poi inviarlo per mezzo di un oleodotto, oppure ricorrere al nucleare. La fissione dell'uranio appare essere più facile da padroneggiare di quanto lo siano gli azionisti della Total o dell’Exxon.
Oppure ancora: molte persone, desiderose di riuscire ad avere un figlio in maniera «naturale», ricorrono alla procreazione assistita; cosa che però pone problemi di ogni genere. Naturalmente, in questi ultimi decenni il tasso di fertilità è diminuito fortemente, e questo molto probabilmente ha a che fare con l'eccessiva presenza di alimenti sintetici nel nostro ambiente; ma affrontarne le cause è troppo complicato e si scontra con troppi interessi ed abitudini, a tutti i livelli della scala sociale.
Meglio allora imbarcarsi in soluzioni tecnologiche, per quanto pericolose possano essere.
È questo uno dei grandi paradossi del nostro tempo: ciò che è sociale, e quindi fatto dall'uomo, viene considerato come naturale, e quindi assolutamente immutabile. Le «leggi del mercato», la «concorrenza internazionale», gli «imperativi tecnologici», la «necessità della crescita» sembrano assai più immutabili della legge di gravità. Chi propone di cambiarli, nella migliore delle ipotesi viene considerato ingenuo, se non un terrorista.
Al contrario, i limiti che la natura pone effettivamente all'uomo (ad esempio, sotto forma di insetti che vogliono, anch'essi, mangiare le piante coltivate, o dal fatto che l'essere umano sia mortale, oppure che non ha il dono dell'ubiquità) vengono considerati come se fossero sociali: sempre provvisori, in attesa di «trovare una soluzione», costi quel che costi.
Così facendo, l'umanità ammette di essere impotente di fronte alle proprie creazioni. Si tratta di un destino ineluttabile? O ci possiamo organizzare in maniera diversa?

- Anselm Jappe - Pubblicato il 13/10/2020 su Le blog de Anselm Jappe -

mercoledì 14 ottobre 2020

Un orologio avanti…

Il periodo storico in cui siamo collocati è informato da una visione di matrice liberale e da un indirizzo economico capitalista. Ma cosa significhi qui davvero “liberale” e quale nesso vi sia con il capitalismo è tutt’altro che ovvio. Il primo compito che questo testo si assume è dunque quello di fornire un chiarimento circa la genesi di lungo periodo della “ragione liberale” in Occidente, seguendone la maturazione dal XVII secolo al presente. Questo passo è necessario per identificare cosa conti come nucleo centrale e cosa come periferia accessoria nello sviluppo liberale. In seconda battuta il testo mira a identificare la logica di fondo che alimenta la ragione liberale, logica che nutre i processi capitalistici, ma va ben al di là di essi. Ne emerge un quadro in cui la ragione liberale non ha più bisogno di essere “rappresentata” perché ha occupato tacitamente l’intero spazio concettuale del politico. Essa gioca oramai tutte le parti in commedia, maggioranze e opposizioni, destra e sinistra, dissimulando la sistematica operazione di distorsione di senso che ha operato. Accade così che le ramificazioni della ragione liberale si siano insediate in intellettuali e movimenti che si ritengono “neutrali”, o persino “anticapitalisti”. E questa occupazione, pervasiva quanto inavvertita, sta alla base della percepita impossibilità di concepire alternative, e dunque dello scacco perenne in cui si agita la coscienza contemporanea.

(dal risvolto di copertina di: Andrea Zhok "Critica della ragione liberale. Una filosofia della storia corrente", Meltemi.)

Il sogno del capitalismo perfetto rischia di distruggere la società e il mondo
- Dopo secoli di successi, il mito del mercato che si autoregola sembra condurre l'umanità verso la catastrofe -
di Claudio Gallo

L'ideologia ultima e più insidiosa, la morte delle ideologie, è l'espressione del trionfo del liberalismo maturo con l'etichetta, già parzialmente deteriorata ma ancora egemonica, di neoliberalismo. Citare il saggio del 1992 di Francis Fukuyama sulla fine della storia è diventato un riflesso condizionato un po' stucchevole, che funziona però bene come immagine in un mondo sempre più orientato a (non)pensare per immagini. Alle sopracciglia alzate di chi vuole salvare la purezza del liberalismo originario e criticare il legame diretto tra liberalismo e neoliberalismo, bisognerebbe ricordare le impietose analisi, per lo più provenienti dai suoi stessi quartieri, del comunismo storico come esito concreto del pensiero comunista, per dileggiare chi ancora s'illudeva sulla possibilità di un'applicazione più umana dei principi marxisti: il mitico comunismo a Beverly Hills.
Nel mondo iper-finanziarizzato di oggi, nessuno direbbe ad esempio che l'ordoliberalismo tedesco, il celebrato capitalismo renano dal moderato orientamento sociale, abbia vinto la battaglia per la sopravvivenza della teoria più adatta. Nell'impresa quasi controintuitiva di svelare che il re è nudo, si cimenta Andrea Zhok, docente di filosofia all'Università Statale di Milano, in "Critica della ragione liberale", uscito da Meltemi.
L'uso del termine «ragione liberale» nasce dall'intento di dare un senso definito all'oggetto della critica, cosa impossibile con un concetto vago ed elastico come liberalismo, radicato in una storia che s'inizia almeno nel XVII secolo e che nel suo significato genericamente percepito incarna i valori della libertà, del parlamentarismo,dello stato di diritto. Con un tale mantello per tutte le piogge, è difficile non pensare che la maggioranza dei cittadini occidentali non possa non dirsi liberale. Ma proprio l'originaria indeterminatezza dei principi liberali, che si strutturarono in opposizione alle concezioni ereditarie e nobiliari del potere, richiede la ricerca di un nucleo fondante, aldilà dei tatticismi di percorso. La stessa opzione democratica fa parte del patrimonio storico del liberalismo ma non è un tratto imprescindibile del suo Dna, come per altro dimostrano, oggi in estremo oriente, i tentativi di realizzare società di mercato in cornici autoritarie.
Secondo Zhok, i tratti di fondo del «liberalismo reale» come si sviluppa da Hobbes a Locke fino all'economia neoclassica dell'ultimo '800 e ancora oltre a Von Hayek e Milton Friedman, è un «manifesto individualismo normativo e assiologico» e «una visione delle relazioni sociali strutturata intorno all'idea dello scambio economico». Ha ricordato recentemente Jean Claude Michea che le interminabili guerre di religione tra '500 e '600 avevano reso gli autori del nascente liberalismo diffidenti sulla possibilità che i valori forti, come la fede, potessero fondare una società stabile. La conseguenza fu che nella ragione liberale si fissò un nucleo essenzialmente negativo: è prescritta la non interferenza in uno scenario dove non esistono valori obiettivi ma soltanto propensioni individuali. C'è da un lato una realtà esterna, definita dalla logica razionale e necessaria della nascente scienza, e dall'altro l'arbitrarietà irriducibile delle pulsioni individuali. A mediare tra questi mondi incomunicabili resta soltanto il mercato, gli scambi auto-interessati che diventano l'origine e il motore di qualsiasi socialità. Allora, «l'imporsi della ragione liberale non può essere letto in modo disgiunto dall'imporsi del capitalismo come sistema di produzione».
A questo punto nascono le difficoltà. Nonostante la ragione liberale, con la cristallizzazione di un nuovo paradigma storico che permise di superare l'Ancien Régime, abbia una secolare storia di progressi e successi, le sue premesse sono basate su un mito che alla lunga, nella stagione in cui «non ci sono alternative», sta mostrando tutta la sua pericolosa astrattezza. L'esito di questo processo è una progressiva disumanizzazione della società e una crescente minaccia ambientale. Il mercato infatti non è in nessun modo un'istituzione naturale,come si è soliti dare per scontato. Ha mostrato Marcel Mauss che la forma primaria di transazione interpersonale non è quella del baratto ma quella del dono.
Scrive Zhok sulla scorta delle osservazioni di Karl Polanyi: «Il baratto, così com'è antropologicamente e storicamente riscontrabile, è una transazione di mutuo interesse che presuppone una cornice sociale unitaria: il villaggio, il paese,la città». In questo senso, i mitici cacciatori di Adam Smith che applicano il baratto in quanto individui isolati sono una pura astrazione metodologica.
Con la crescente adozione da parte dell'economia degli stilemi scientifici, matura l'idea di un'esistenza indipendente della sfera economica separata dall'etica e dalla politica, «idealmente capace di autoregolarsi senza bisogno di interventi esterni». La celebre «mano invisibile del mercato», citata una sola volta nella Ricchezza delle nazioni da Smith e poi diventata un altro mito fondativo della ragione liberale, è soltanto una versione laica della provvidenza. Il capitale da mezzo diventa fine, acquistando una dimensione illimitata che si contrappone, distruttivamente, all'ineliminabile finitezza umana. Zhok dedica l'ultima parte del libro a mostrare come le ideologie rivendicazioniste che attraversano la nostra società, dai diritti umani al politicamente corretto, sono coerenti con la «ragione liberale» e in nessun modo ne mettono in discussione gli assunti, anzi, ne continuano la politica con altri mezzi.
Certo, la capacità di autocorrezione tipica del metodo scientifico ha permesso all'economia liberale di ottenere risultati rimarchevoli, nonostante le premesse filosofiche inconsistenti. Tuttavia, che il capitalismo «abbia i secoli contati» potrebbe non essere più vero nel nostro mondo in cui crescono le diseguaglianze e gli orologi del disastro ambientale e dell'apocalissi atomica vanno sempre più in fretta.

- Claudio Gallo - Pubblicato su TuttoLibri dell'11 luglio 2020 -

martedì 13 ottobre 2020

Debiti!!

Dopo l'arrivo dell'ultimo ospite non invitato, il Coronavirus , oggi ci troviamo ormai, come si suol dire «sommersi di debiti». E questo inoltre, a quanto pare, succede in un contesto dove il dibattito sembra pendere dalla parte di che ne invoca ancora di più, di debito. Ed ecco che la mail di Giordano, con allegato questo testo che pubblico volentieri, è quanto mai benvenuta perché interviene in una discussione  che - per quanto sopita a causa della preponderanza di cose che appaiono come più urgenti da discutere -  mantiene una sua enorme importanza, al fine di sapere di che cosa oggi stiamo parlando. Mi riferisco qui alla polemica postuma (a causa della precoce morte di Robert Kurz) tra "Denaro senza valore" di Kurz, per l'appunto, e "La grande svalorizzazione" di Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, dove per la prima volta fanno capolino - sospinte da Lohoff come se fossero i "topi di Willard" - le cosiddette «merci di second'ordine»; che poi, sempre secondo Lofoff, sarebbero quei titoli, o "merci derivate" che «permettono all’impresa di capitalizzare il valore futuro non ancora realizzato». Insomma, una sorta di teoria monetaria del valore che in qualche modo può essere ancora in grado di «salvare il capitalismo», e simultaneamente «fare giustizia» invece della teoria di Kurz, il quale non avrebbe fatto altro che perpetuare una interpretazione erronea del capitale fittizio. Ed ecco che il credito di Lohoff viene ad assomigliare ad una sorta di gatto di Schoeringer, che, finché non apri la scatola, rimane allo stesso tempo vivo e morto, plusvalore reale e denaro senza valore, il tutto a seconda se quel capitale fittizio sia coperto o scoperto. Roba da ... apprendisti stregoni! Alla quale viene da rispondere citando Kurz: «Certo, fu la crisi economica mondiale a generare il keynesismo ma non fu il "modello di regolazione" politico del keynesismo a superare la crisi e a "politicizzare" il boom del dopoguerra, bensì la crescita, insita nel processo stesso della produzione di merce, che prese l’avvio ancora una volta, su di un livello di sviluppo superiore, in virtù della generalizzazione delle nuove produzioni di massa fordiste ad elevata intensità di lavoro. Allo stesso modo anche un nuovo modello di accumulazione "postfordista" dovrebbe discendere dai potenziali immanenti della produzione di merce, non da confuse determinazioni circa un mero rinnovamento della "regolazione", che presa di per sé sarebbe come un pesce fuor d’acqua.» È il Kurz di "Tutto sotto controllo sulla nave che affonda" scritto nel 1989. Il Kurz di qualche anno prima, anteriore al periodo in cui - come sottolinea Sivini: «Lohoff aveva condiviso le posizioni di Kurz prima di una rottura sul piano personale e di una contrapposizione sul piano teorico, che si prolunga nelle riviste Krisis e rispettivamente Exit!.» Potrebbe sembrare in qualche modo squallido, rimarcare come alla base di una disputa teorica su base economica non ci sia altro alla fine che qualche insopìto rancore personale, ma non è affatto così. È la vita. Ad essere squallida, rimane solo l'Economia ed i tentativi disperati di raffazzonarla in qualsiasi modo, per continuare che cosa, poi? Non credo di saperlo e neanche mi interessa!

f.s.

L’economia del debito e la Critica del valore
di Giordano Sivini

Marx non ha mai usato il termine di "capitale finanziario". Secondo David Harvey lo si può riferire al capitale produttivo di interesse [*1], ma questo accostamento è fuorviante. Il capitale produttivo di interesse è denaro che, per accrescersi, viene dato a credito al fine di generare interessi. Il capitale finanziario è invece costituito dall’insieme dei titoli che attestano il vincolo alla restituzione del credito aumentato degli interessi. I titoli sono, nel linguaggio di Marx, capitale fittizio, in quanto duplicato dei crediti che li hanno generati. Autonomizzati dal rapporto originario, sono merci che i creditori cedono a terzi per liberarsi dell’immobilizzo del denaro dato a credito per realizzare un guadagno ulteriore rispetto all’interesse. Nelle compravendite il cambiamento di prezzo produce infatti utili o perdite. Nel gergo finanziario gli interessi hanno la forma dei rendimenti e dei dividendi, gli utili e le perdite legati alle variazione di prezzo sono plusvalenze e minusvalenze.
L’autonomizzazione del movimento dei titoli nel circuito finanziario offusca il fatto che il rapporto creditizio ha origine e si conclude nel circuito produttivo. Qui opera il debitore, il quale, se utilizza produttivamente e con successo il credito, fa fronte al rimborso e agli interessi sottraendoli dal profitto che realizza. Altrimenti, se non va in bancarotta, per pagare deve liquidare parte del patrimonio dell’impresa. Questo è il principio intorno al quale - come vedremo - si articola il paradigma del capitalismo che vive di debito da quando la produzione di plusvalore è entrata in crisi.
Alcune importanti indicazioni che contribuiscono a definire questo paradigma si ritrovano in Marx. Non sono però molto presenti nelle elaborazioni che, richiamandosi a Marx, guardano al capitalismo in quanto prodotto dal movimento del capitale produttore di plusvalore. Il capitale fittizio, quando compare, occupa una posizione residuale.
Sono due i Marx [*2] che leggono in questo modo il capitalismo. Uno guarda all’antagonismo tra lavoro e capitale e alla lotta di classe; celebra il lavoro e combatte lo sfruttamento. L’altro fa riferimento ad un metaforico soggetto automatico che riproduce relazioni sociali dominate dal tempo di lavoro: una concezione irrazionale da combattere. Entrambi assumono a fondamento del capitalismo la produzione del plusvalore nell’intreccio con la sua circolazione, però considerata diversamente.
Il Marx che ha egemonizzato il movimento operaio si è mosso sul terreno della circolazione intestandosi da un lato i risultati conseguiti entro il sistema del plusvalore relativo, dall’altro i progressi dei lavoratori nel Socialismo reale. Quando su entrambi i fronti è risultato soccombente, i lavoratori si sono trovati a competere per l’accesso ai mezzi di sussistenza. I suoi apologeti hanno continuato a celebrare l’etica del lavoro perorando dallo Stato un’occupazione purchessia.
Per il Marx del soggetto automatico la circolazione è invece il terreno sul quale i capitali individuali competono per appropriarsi di plusvalore aumentando una produttività che sviluppa la contraddizione tra riduzione del tempo di lavoro e produzione di plusvalore. Questo Marx ha aggregato nella Critica del valore militanti che denunciano che il movimento operaio, seguendo l’altro Marx, «invece di criticare radicalmente, come irrazionale fine tautologico, la trasformazione di energia umana in denaro» [*3], è stato portatore di una concezione ontologica del lavoro come essenza dell’umanità, che «permea tutte le classi sociali e filtra o forma tutto il pensare e l’agire» [*4]. Hanno elaborato, nella teoria e nella prassi, una diversa analisi del capitalismo nella prospettiva della estinzione della riproduzione del plusvalore. Questa analisi però si arresta quando il denaro perde il legame con il valore e il capitale fittizio si estingue con lo scoppio di bolle finanziarie.
E’ opportuno cominciare questo articolo dal capitale fittizio recuperando le posizioni di Marx. Nella seconda parte è presentata sinteticamente l’analisi del capitalismo condivisa dalla Critica del valore. nella elaborazione di Robert Kurz, che ne è stato il principale esponente. La terza parte guarda ai limiti a cui questa analisi approda, e al tentativo maldestro di Ernst Lohoff di superarli considerando il capitale fittizio come capitale. La quarta parte si concentra sul paradigma del capitalismo del debito.

1. Marx e il capitale fittizio

L’interesse come sottrazione di plusvalore
Nel lavoro di Marx sul capitale produttivo di interesse è implicito che l’erogazione del credito al capitale produttivo di merce è foriero di una radicale loro divaricazione. Consente la produzione di plusvalore, ma le sottrae una sua parte. Si tratta di ΔD dell’espressione D+ΔD, che corrisponde all’interesse che consente al capitale produttivo di interesse di accrescersi. D+ΔD è ancora capitale se si ricongiunge al capitale produttivo di merce per contribuire all’accumulazione. Altrimenti entra nella disponibilità del capitale produttivo di interesse.
Così Marx, Capitale, Libro Terzo, capitolo 21: «Chi presta dà via il suo denaro come capitale; la somma di valore che egli cede a un altro è capitale e quindi rifluisce a lui. Il semplice riflusso verso di lui non sarebbe però riflusso, sotto forma di capitale, della somma di valore prestata, ma semplice restituzione di una somma di valore prestata. Per rifluire come capitale, la somma di valore anticipata deve non soltanto essersi conservata nel movimento, ma deve aver valorizzato se stessa, accresciuto la sua grandezza di valore, quindi deve ritornare con un plusvalore, come D + ΔD e questo ΔD è qui l’interesse o la parte del profitto medio che non rimane nelle mani del capitalista operante, ma tocca al capitalista monetario.»

Il capitale fittizio
Il capitale fittizio è costituito dai titoli che originano dal credito investito dal capitale produttivo di interesse per conseguire l’obiettivo ΔD. I titoli più rilevanti all’epoca di Marx sono le azioni e i titoli di Stato. Le azioni sono capitale fittizio in quanto rappresentazione del credito erogato ad una impresa, che non viene restituito ma frutta interessi, coperti da una parte del plusvalore realizzato proporzionale alla partecipazione del credito al capitale. I titoli di Stato sono capitale fittizio in quanto il rimborso e gli interessi non dipendono dalla valorizzazione, per la quale il credito generalmente non viene utilizzato. Le banconote senza copertura emesse dalla Banca centrale sono capitale fittizio e nel contempo funzionano come capitale denaro supplementare.
Così Marx, Capitale, Libro Terzo, capitoli 29 e 30: «La maggior parte del capitale del banchiere è quindi meramente fittizia ed è formata da titoli di credito (cambiali), titoli di Stato (che costituiscono capitale consumato), e azioni (buoni su entrate future). E qui si deve tenere presente che il valore monetario del capitale rappresentato da questi titoli che si trovano nelle casseforti dei banchieri, anche se sono buoni su entrate sicure (titoli statali) oppure titoli di proprietà su un capitale reale (azioni), è meramente fittizio e che esso viene determinato a prescindere dal valore del capitale reale che questi titoli, almeno parzialmente, rappresentano.» (29)
«Le azioni (…) rappresentano capitale effettivo, precisamente il capitale investito e operante in queste imprese (…). Ma questo capitale non ha una duplice esistenza, una volta di valore-capitale dei titoli di proprietà, delle azioni, un’altra di capitale effettivamente investito o da investire in queste imprese. Esso esiste unicamente sotto questa ultima forma e l’azione non è altro che un titolo di proprietà, pro rata (in proporzione) sul plusvalore che verrà realizzato da questo capitale.» (29)
«Il pagamento di 5 £ da parte dello Stato è solo un capitale immaginario, fittizio. Non solo la somma concessa in prestito allo Stato non esiste più. Essa non doveva mai essere spesa e investita come capitale, e solo qualora fosse stata investita come capitale avrebbe potuto convertirsi in un valore in grado di mantenersi da solo.» (29)
«Allorché la Banca emette biglietti che non hanno la copertura della riserva metallica che si trova nelle sue casseforti, essa crea segni di valore i quali rappresentano non solo mezzi di circolazione, ma anche capitale supplementare - seppure fittizio - corrispondente all'importo nominale di queste banconote senza copertura. E questo capitale supplementare le procura un profitto supplementare.» (30)

I titoli come duplicati e come merce
I titoli di debito sono duplicati del capitale effettivo. Attestano il diritto all’interesse e, tranne le azioni, al rimborso del debito alla scadenza. Non consentono però il ritiro del credito. Il capitale produttivo di interesse che nel circuito produttivo lo ha concesso si trova quindi immobilizzato, ma può superare questo vincolo vendendo i titoli che detiene. Infatti i titoli sono attestati di proprietà che possono passare da una mano ad un’altra, e in questo senso sono merci, il cui prezzo nella compravendita differisce dal valore nominale legato alle modalità di erogazione del credito. Così Marx, Capitale, Libro Terzo, capitoli 29 e 30: «I titoli diventano un duplicato cartaceo del capitale effettivo (...). Essi si trasformano in rappresentanti nominali di capitali inesistenti (…). Essi diventano forme di capitale produttivo d’interesse.»(30)
«Il  movimento autonomo del valore di questi titoli di proprietà, non soltanto dei valori di Stato, ma anche delle azioni, consolida l’apparenza che essi costituiscano un capitale reale accanto al capitale o al diritto sul capitale di cui essi sono eventualmente titolo giuridico. Essi si trasformano difatti in merci, il cui prezzo ha un movimento e un modo di fissarsi suoi propri. Il loro valore di mercato differisce dal loro valore nominale, indipendentemente dal cambiamento di valore del capitale effettivo (sebbene in legame col cambiamento della sua valorizzazione).» (29)

L’accumulazione monetaria e quella reale. L’inversione
L’accumulazione monetaria può svilupparsi in una "direzione molto diversa" dall’accumulazione reale, con un travaso da questa a quella. Se quella reale si interrompe il profitto nella forma di capitale monetario va ad alimentare l’offerta di credito del capitale produttivo di interesse. La "direzione molto diversa" si proietta fino all’inversione tra capitale produttivo di interesse e capitale produttivo di merce quando il saggio di interesse supera il saggio di profitto: una situazione che «si può prolungare per un certo tempo».
Così Marx, Capitale, Libro Terzo, capitoli 30 e 32: «Si potrebbe - e di ciò facciamo qui solo un rapido cenno - intendere per accumulazione del capitale monetario anche l’accumulazione della ricchezza in mano dei banchieri (…). Questi tali possiedono il capitale e i redditi sempre in forma di denaro o in forma di crediti su denaro. L’accumulazione del patrimonio di questa classe può svilupparsi di per se stessa in una direzione molto diversa da quella dell’accumulazione reale, dimostrando però in ogni caso che questa classe intasca una buona parte dell’accumulazione reale.» (30)
«Se l’industriale non può estendere immediatamente il suo processo di riproduzione, una parte del suo capitale monetario viene eliminato dalla circolazione come eccedente e si trasforma in capitale monetario da prestito.
» (32)
«Un saggio d’interesse elevato può essere pagato con un saggio di profitto elevato, ma con guadagno d’imprenditore decrescente. Esso può essere pagato — e ciò si verifica in parte in periodi di speculazione — non dal profitto, ma dallo stesso capitale altrui preso in prestito, situazione questa che si può prolungare per un certo tempo.» (32)

Il radicamento strutturale del capitale fittizio
Le citazioni da Marx servono a mettere le basi per una interpretazione del capitale fittizio diversa da quella prevalente nel marxismo. Il capitale è fittizio in quanto costituito da titoli privi di valore, che nel circuito finanziario sono merci ed hanno un prezzo. Essi hanno, tuttavia, un legame strutturale con il circuito produttivo, dove operano sia gli erogatori del credito che mirano ad accrescerlo con gli interessi, sia i debitori che lo utilizzano per realizzare plusvalore, con parte del quale restituiscono l’anticipazione e pagano gli interessi. Questi interessi sono valore sottratto al plusvalore.

2. La fine della società del plusvalore

La critica del valore
Denaro – Tempo di Lavoro – Valore – Merce - Più Denaro: è il processo che sottende all’accumulazione di capitale e forgia la società del plusvalore. Il capitale, in quanto sintesi di questo processo, è un “soggetto automatico”. Lo dice Marx in un breve passaggio del capitolo terzo del primo libro del Capitale: «Il valore passa continuamente da una forma all'altra, senza perdersi in questo movimento, e si trasforma così in un soggetto automatico.» [*5]. Contrapposto al capitale inteso dal marxismo tradizionale come antagonismo tra lavoro e capitale, «il soggetto automatico è una metafora paradossale per un rapporto sociale paradossale. Non è affatto un’esistenza separata che si trova al di fuori, da qualche parte, ma è la sfera d’influenza sociale che obbliga gli uomini a subordinare il proprio agire all’automatismo del denaro capitalizzato» [*6].
La storicità del soggetto automatico è definita da Marx nel Frammento sulle macchine: «Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo, per il fatto che tende a ridurre il tempo di lavoro ad un minimo, mentre, d’altro lato, pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte di ricchezza» [*7]. L’esposizione di questa contraddizione tra riduzione del tempo di lavoro e la sua proprietà di produrre valore «è il lato più radicale ed innovatore del pensiero di Marx» [*8]. Prefigura l’estinzione del capitale come conseguenza della sostituzione del lavoro vivo con capitale costante per l’aumento incessante della produttività, determinato dalla concorrenza tra i capitali individuali.
La storicità del capitale emerge con chiarezza dalla terza rivoluzione industriale della microelettronica e dell’informatica, quando, con la diffusione di tecnologie che innovano i processi molto più che i prodotti, il capitale costante riduce irreversibilmente il contributo del lavoro vivo, e la saturazione del mercato impedisce l’espansione ulteriore del plusvalore.

L’esaurimento del plusvalore
Il soggetto automatico è stretto nella contraddizione tra la crescita della produttività e la contrazione della produzione di plusvalore causata dalla sostituzione di lavoro vivo con capitale costante. E’ la competizione tra i capitali individuali a stimolare questo processo. Nella produzione di una merce ciascuno concorre a determinare il plusvalore complessivo con un apporto di tempo di lavoro inverso rispetto alla produttività. Così anche se diminuisce il valore per unità di prodotto, aumenta la quantità, e nella circolazione può appropriarsi di una parte del plusvalore tanto maggiore quanto più alto è lo scostamento della sua produttività da quella media.
«Se lo sviluppo delle forze produttive, forzato dalla concorrenza, rende superfluo il lavoro ed attacca in questo modo la sostanza del capitale, allora è chiaro che il livello incessantemente sempre più elevato delle forze produttive porta la crisi a dimensioni sempre più considerevoli» [*9]. Tuttavia, questa tendenziale diminuzione di lavoro vivo può essere bilanciata da un aumento della scala della produzione, e questo è effettivamente avvenuto nel fordismo. Con la terza rivoluzione industriale della microelettronica la compensazione non è più possibile perché sono le tecnologie di processo e non di prodotto a determinare la produzione. Questo rende irreversibile la diminuzione del lavoro vivo, nonostante l’allargamento del mercato oltre le barriere nazionali.
La produzione di plusvalore trova limiti anche in due processi esterni al capitale ma da esso determinati: l’espansione del capitale produttivo di interesse e, rispettivamente, del lavoro improduttivo.
Il capitale produttivo di interesse offre credito al capitale produttivo di merce per acquistare mezzi di produzione e forza lavoro. Il suo intervento è essenziale quando il profitto non è sufficiente per aumentare la composizione organica del capitale, per ampliare la scala della produzione, per superare una crisi contingente. Con il plusvalore realizzato si rimborsa il debito e si pagano gli interessi. A differenza di questo credito alla produzione, il credito al consumo conta, per gli interessi e per il rimborso, sul valore derivante da un reddito futuro. Quando il ricorso al capitale produttivo di interesse diventa sistematico «il reale movimento di accumulazione viene a dipendere indirettamente dai risparmi concentrati della società (…) e accelera il processo di scollamento del denaro dalla base produttiva di capitale» [*10].
Il lavoro improduttivo si sviluppa invece per sostenere l’espansione del capitale con infrastrutture fisiche e sociali; come conseguenza dell’espulsione dai processi produttivi delle attività che non producono plusvalore e che vanno a allargare il settore dei servizi; come mancata realizzazione del plusvalore. Con le merci che consuma, il lavoro improduttivo contribuisce alla realizzazione del plusvalore, ma non alla sua riproduzione, in quanto queste merci non concorrono alla ricostituzione di una forza lavoro e di mezzi di produzione creatori di nuovo plusvalore. Perciò i costi delle attività basate sul lavoro improduttivo devono essere coperti da plusvalore che non producono, o, in mancanza, da capitale fittizio a cui provvede lo Stato con titoli del Tesoro. La loro emissione «si è fatta tanto massiccia da soffocare la creazione di valore, provocando un paradossale rovesciamento del rapporto tra Stato e società» [*11].
Con la contrazione della valorizzazione la riproduzione sociale dipende sempre più dal capitale produttivo di interesse che anticipa credito alle imprese, alle famiglie e agli Stati. Ma sempre più il debito non viene rimborsato, perché l’impresa realizza un profitto inferiore al debito da rimborsare; il lavoratore salariato si ritrova disoccupato; lo Stato si indebita al di là delle risorse fiscali. Il debito deve essere coperto da nuovo debito, scrive Kurz. Così che «il sistema finanziario spinge davanti a sé una montagna in crescita incessante di denaro creditizio "privo di sostanza", che viene trattato "come se" passasse per un reale processo di valorizzazione (…). La catena fittizia di prolungamenti alla fine non può che spezzarsi» [*12].
«Una economia interconnessa alla bolla finanziaria» [*13] è il terreno in cui l’agonia del soggetto automatico si esprime in forme prive di valore. «Le categorie che le hanno plasmate persistono nella coscienza generale che ha interiorizzato le condizioni di esistenza capitalistiche e che non può (né vuole) immaginarsi altro che vivere entro queste norme» [*14].
Il neoliberismo ha cercato di alimentare una crescita basata sull’espansione illimitata del credito e dell’indebitamento, ma nel momento dello scoppio delle bolle finanziarie ha dovuto riabilitare lo Stato per salvare il sistema finanziario, spostando la crisi dai mercati finanziari alle finanze pubbliche. Lo Stato tuttavia ha una capacità limitata sia nell’aumentare le imposte sia nel concorrere con imprese e famiglie per ottenere credito. Gli resta la possibilità di muoversi sull’orizzonte della creazione di denaro senza valore chiedendo alle banche centrali di emetterlo dal nulla, alimentando quella che secondo Kurz sarà la più grande bolla finanziaria di tutti i tempi.

3. I limiti di Kurz e un tentativo di rivitalizzare il capitale fittizio

Kurz e il capitale fittizio
Kurz esplicita i limiti storici del capitale, soggetto automatico agito contraddittoriamente dall’aumento della produttività del lavoro e stretto nella morsa della crescita del lavoro improduttivo e del capitale produttivo di interesse. Quando viene colpito irreversibilmente dalla terza rivoluzione industriale la morsa agisce sul vuoto del capitale fittizio.
Per Kurz il capitale fittizio non è costituito da titoli di debito. Viene a formarsi con lo scollamento del capitale produttivo di interesse dal capitale produttivo di merce, quando non c’è plusvalore per rimborsare e remunerare il credito, ed è necessario far fronte al debito con nuovo debito. «L’apparente movimento diretto D – D’ diventa "fittizio" in senso stretto solo quando il fallimento del processo sostanziale di valorizzazione viene compensato pagando i crediti diventati inesigibili con nuovi crediti. Questo caso si dà oggi su grande scala, non solo per i crediti al Terzo mondo, ma anche per una massa globale di crediti alle imprese e al consumo» [*15].
Kurz generalizza ciò che avviene con il debito degli Stati, estendendolo a imprese e famiglie. Gli Stati rinnovano alla scadenza i debiti rimborsando i titoli del Tesoro ed emettendone altri per far fronte al debito aumentato dagli interessi. Lo possono fare perché manovrano un capitale fittizio, privo di ancoramento diretto alla produzione di plusvalore. Non avviene lo stesso con i crediti alle imprese e alle famiglie. Il credito all’impresa è finalizzato a produrre e realizzare plusvalore, che in parte serve per rimborsare il credito e a pagare gli interessi. Se il plusvalore non viene realizzato, la scadenza del credito può essere spostata in avanti negoziando l’emissione di nuovi titoli, ma, alla fin fine, se non va in bancarotta, l’impresa deve far fronte al debito, alienando il patrimonio, così da trasformare in denaro il valore già in esso incorporato. Anche le famiglie, quando viene meno la produzione di reddito, per coprire il debito devono intaccare il proprio patrimonio.
In conclusione, quando il capitale produttivo di merce esaurisce la produzione di plusvalore, il capitale produttivo di interesse consegue l’obiettivo della sua crescita appropriandosi di ricchezza sociale già esistente. Questo è il nocciolo del paradigma del debito. Sarà meglio compreso allargando l’analisi dal circuito produttivo, terreno esclusivo dell’analisi di Kurz, al circuito finanziario dove il capitale fittizio, come scrive Marx, è costituito da titoli che rappresentano la duplicazione del denaro dato a credito.
Sulla duplicazione si basa Ernst Lohoff per sostenere che il capitale si riproduce per mezzo dei titoli nel capitalismo del debito, segnato dall’inversione tra capitale produttivo di merce e capitale produttivo di interesse, e dalla supremazia di quest’ultimo [*16]. Lohoff aveva condiviso le posizioni di Kurz prima di una rottura sul piano personale e di una contrapposizione sul piano teorico, che si prolunga nelle riviste Krisis e rispettivamente Exit!.

Il tentativo di rivitalizzare il capitale fittizio
Lohoff spiega di essere stato indotto a riprendere la tematica del soggetto automatico dalla convinzione che la sopravvivenza del capitalismo alla crisi della valorizzazione dovesse essere attribuita alla capacità della sfera finanziaria «di produrre, in qualche modo, una forma peculiare di moltiplicazione del capitale che permette di sostituire, transitoriamente, l’accumulazione di plusvalore» [*17]. Rileggendo a suo modo il terzo libro del Capitale, ha costruito una tesi fondata sulla categoria della duplicazione del denaro, trascurata da Kurz.
Marx afferma che in una relazione di credito «la stessa somma di denaro esiste doppiamente come capitale per due persone». Per ottenere un credito il debitore sottoscrive un titolo con l’implicita promessa di realizzare un guadagno con una parte del quale rimborsare il credito e pagare gli interessi. Lohoff considera i titoli "merci derivate" o "merci di ordine 2" «che permettono all’impresa di capitalizzare il valore futuro non ancora realizzato» [*18]. In questo modo, sostiene, «il capitale iniziale ora esiste non solo raddoppiato, ma raddoppiato all’interno dell‘economia capitalista» [*19]. Ne segue che «la reale accumulazione di valore nella produzione di beni non è l'unica fonte concepibile che può alimentare l'accumulazione sociale totale del capitale» [*20]. Anzi - è la conclusione - quando la crescita del capitale è diventata una variabile subordinata alla crescita del capitale fittizio, «l’accumulazione capitalistica globale supera l’accumulazione coperta da una precedente valorizzazione» [*21]. Questo caratterizza la fase del "capitalismo invertito".
Avendo contraddetto l'assunto teorico che il capitale non può essere altro che sostanza di valore, Lohoff è soggetto ad aspre critiche, in particolare di Thomas Meyer che si richiama a Kurz [*22]. La controversia riguarda i fondamenti teorici della critica del valore, paradossalmente senza che sia verificata la consistenza teorica ed empirica della tesi di Lohoff [*23], che attribuisce al capitale fittizio virtù che non troverebbero posto neppure tra le credenze estreme del neoliberismo.
Marx afferma che la duplicazione «consolida l’apparenza che essi (i titoli) costituiscono un capitale reale accanto al capitale o al diritto sul capitale di cui essi sono eventualmente titolo giuridico», ma di apparenza si tratta. Le merci di ordine 2 nel loro movimento trasferiscono da una mano all’altra il diritto al rimborso del credito aumentato dell’interesse. Sono e restano capitale fittizio che nel passaggio di mano trasferiscono capitale fittizio come plusvalenze o minusvalenze. La duplicazione non somma il dare con l’avere, come sostiene Lohoff, ma riflette la separazione del credito dal debito, del dare dall’avere. «Il profitto - ancora Marx - non viene raddoppiato per la doppia esistenza della medesima somma di denaro, come capitale per due persone. Esso può operare come capitale per ambedue soltanto mediante la ripartizione del profitto. La parte che tocca al prestatore si chiama interesse».

4. Il paradigma dell’economia del debito

La metamorfosi dell’interesse
La problematica relativa al capitale fittizio va affrontata, diversamente dagli approcci finora esaminati, concentrandosi sull’interesse che il capitale produttivo di interesse consegue anticipando credito al capitale produttivo di merce.
Due soggetti, il capitale produttivo di interesse e il capitale produttivo di merce, si riproducono incontrandosi. Il primo si accresce offrendo credito in cambio del rimborso e dell’interesse, il secondo si serve del credito per acquistare i mezzi che gli consentono di accrescersi attraverso la produzione e la vendita della merce, e di rimborsare il debito pagando gli interessi. I loro orizzonti sono espressi dalle relazioni D-D’ e rispettivamente D-M-D’, che evidenziano il diverso modo in cui il denaro si accresce, e la dipendenza dell’incremento D-D’ dall’incremento D-M-D’. Marx scrive che «ΔD è qui l’interesse o la parte del profitto medio che non rimane nelle mani del capitalista operante, ma tocca al capitalista monetario».
Il valore ΔD sottratto al plusvalore subisce una metamorfosi, passando dalla sfera DM-D’, che produce ricchezza privata socialmente fruibile, a quella D-D’, della ricchezza monetaria privata senza valore sociale.
Il bisogno di credito si accresce con lo sviluppo competitivo della produttività che richiede sempre più capitale costante, e con l’espansione della scala della produzione, che - secondo la tesi di Kurz – sviluppa il lavoro improduttivo i cui costi sono sostenuti dallo Stato. Quando l’accumulazione rallenta e il credito pubblico si risolve in inflazione, il profitto fluisce dal circuito produttivo verso il capitale produttivo di interesse per erogare crediti e fare utili in settori e luoghi diversi da quelli in crisi.

L’interesse come espropriazione
L’inversione della relazione tra capitale produttivo di merce e capitale produttivo di interesse segna il passaggio all’economia del debito. Il credito condiziona definitivamente la valorizzazione. Nel calcolo del saggio di profitto i costi del credito diventati strutturali vanno rapportati al plusvalore assieme a quelli del capitale costante e del capitale variabile. Il saggio si abbassa, e i capitali individuali devono aumentare la produttività e, con essa, il credito. Sempre più spesso aumentano gli utili con plusvalenze su titoli altrui, partecipando a quello che Minsky definisce money manager capitalism.
La sopravvivenza competitiva è riservata a quei capitali che realizzano utili che superano la soglia necessaria a far fronte agli interessi sul debito. Gli altri, tuttavia, possono restare in piedi finché dispongono di risorse patrimoniali per rimborsarli. In questa situazione il credito e il titolo che lo rappresenta non riflette più le aspettative di plusvalore futuro.
Metà delle grandi imprese che operano nel mondo non realizzano profitti economici, ma riescono a saldare il debito [*24]. Altre ricadono nella categoria delle imprese zombie, che stanno sul mercato senza essere in grado di rimborsarlo, costrette dai creditori a rinnovare il credito cedendo come interessi parte del valore già incorporato nel loro patrimonio, in un processo che le porta all’estinzione. Altre ancora per far fronte ai crediti «possono estendere la loro agonia, comprimendo il valore della forza lavoro al di sotto della sussistenza» [*25].
Il capitale fittizio si incunea nello stesso processo di valorizzazione. Nella fase espansiva del plusvalore la riproduzione del lavoratore vi entrava come salario e come salario differito, a copertura dei costi del lavoratore e della sua famiglia. Nell’economia del debito l’unità familiare non c’è più. E’ stata travolta dallo stesso sviluppo materiale del fordismo, che al suo apogeo ha fatto saltare il disciplinamento sociale disarticolandola nei suoi componenti e facendo emergere una molteplicità di interessi individuali, puntualmente aggrediti dall’abbassamento del livello di sussistenza e dall’offerta pressante di credito.
L’indebitamento prende il posto di quello che nel fordismo era il risparmio canalizzato nel sistema bancario come eccedenza rispetto al rapporto tra redditi e consumi. Supplisce all’abbassamento dei redditi, alla precarietà dell’occupazione, al venir meno dei servizi pubblici e del welfare, all’aumento dei costi per la casa, per i figli, per l’istruzione, per la salute, per i trasporti, per i beni di consumo, per la vecchiaia. Le carte di credito sono così molecolarmente diffuse che i rapporti sociali di merce sono mediati dalla coazione al pagamento di interessi occulti. La normalità del debito ha una copertura ideologica straordinariamente efficace. «La magia della finanza sta nell’abilità di dare prendendo» [*26], poiché, anche se questa connessione è imposta, «il prodotto finanziario – un vitalizio, una pensione, un mutuo o un contratto assicurativo – connettono dal punto di vista dell’individuo costi attuali con benefici futuri» [*27].
Finché mantengono la fiducia del mercato i titoli sono considerati liquidi e diventano denaro, ricchezza monetaria, fonte di potere personale e sociale, che ancora si accresce offrendosi come credito e speculando sui titoli. «Mentre nel linguaggio comune "speculatore", o "speculazione" hanno varie connotazioni e implicano spesso giudizi sul piano morale, in economia "speculatore" e "speculazione" sono termini tecnici: chiunque abbia un portafoglio aperto è uno speculatore» [*28]. Le strategie speculative sovraespongono i titoli, quanto a prezzi e rischi, rispetto alle attività sottostanti, formando bolle speculative che periodicamente scoppiano. Le bolle sono escrescenze - che le banche centrali cercano di governare - di una economia del debito caratterizzata, attraverso gli interessi, dalla appropriazione privata del valore incorporato nella ricchezza sociale già prodotta, che accompagna la crisi della produzione del plusvalore.

- Giordano Sivini -

NOTE:

[*1]  -  « Dall’esame della massa di scritti non molto coerenti sul processo di circolazione di differenti tipi di capitale monetario, lo si può riferire al capitale produttivo di interesse». Harvey D., "Limits to capital", London, Verso, 2006 (1° ed. 1982), p. 287.
[*2]  -  Robert Kurz - "Il doppio Marx" - https://francosenia.blogspot.com/2014/01/marx-e-marx.html
[*3]  -  Gruppo Krisis, "Manifesto contro il lavoro", Roma, Derive e Approdi, 2003.
[*4]  -  Intervista di Sonia Montano a Robert Kurz: https://www.sinistrainrete.info/marxismo/162-intervista-a-robert-kurz.html
[*5]  -  Marx K., "Il capitale, Libro primo", a cura di Cantimori D., Roma, Editori Riuniti, 1972, pp. 170-1
[*6]  -  Robert Kurz, ""Sanguinante e purulento da tutte le parti": https://francosenia.blogspot.com/2014/06/sangue-e-pus.html
[*7]  -  Marx K., "Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica", Firenze, Nuova Italia, vol. II, p. 401
[*8]  -  Anselm Jappe - Prefazione a "Geld ohne Wert", di Robert Kurz - https://francosenia.blogspot.com/2013/08/denaro-senza-valore.html
[*9]  -  Kurz R., "La vera barriera della produzione capitalista è il capitale stesso": https://francosenia.blogspot.com/2016/07/sarete-sempre-di-meno.html
[*10] -  Kurz R, "L’ascesa del denaro al cielo": https://francosenia.blogspot.com/2017/11/il-colore-dei-soldi.html
[*11] -  Idem.
[*12] -  Idem.
[*13] -  Kurz R., "La sostanza superflua", intervista di Galisi J. Filho: https://francosenia.blogspot.com/2015/07/ciascuno-e-la-sua-propria-prussia.html
[*14] -  Kurz R., "Vies et mort du capitalisme", Fécamp, Lignes, 2011, p. 139
[*15] -  Kurz R, "L’ascesa del denaro al cielo": https://francosenia.blogspot.com/2017/11/il-colore-dei-soldi.html
[*16] -  Lohoff E., Trenkle N., Die große Entwertung, Münster, Unrast, 2012: trad. francese La grande dévalorisation, Rotterdam, Post-Editions, 2014.
[*17] -  Lohoff E., "Due libri due punti di vista. Per una discussione su La grande svalorizzazione e Denaro senza valore" : https://francosenia.blogspot.com/2017/05/un-gioco-di-specchi.html
[*18] -  Lohoff E., Trenkle N., cit, p.162
[*19] -  Lohoff E., O caráter fetichista das mercadorias do mercado de capitais e o seu segredo, Krisis, 3 giugno 2018 (orig. ted. Krisis 1, 2014).
[*20] -  Idem.
[*21] -  Lohoff E., Trenkle N., p. 158
[*22] -  Meyer T., "La critica del valore come confezione ingannevole": https://francosenia.blogspot.com/2019/10/pacchi.html
[*23] -  Per una critica preliminare cfr. Sivini G., "Ernst Lohoff e la duplicazione della ricchezza": https://anatradivaucanson.it/dibattiti/ernst-lohoff-il-capitale-fittizio-e-la-duplicazione-della-ricchezza
[*24] -  Sivini G., "La centralizzazione del capitale e la caduta del saggio di profitto":  http://www.palermo-grad.com/la-centralizzazione-del-capitale-e-la-caduta-del-saggio-di-profitto.html
[*25] -  Starosta G.,"The Outsourcing of Manufacturing and the Rise of Giant Global Contractors", New Political Economy, 15, 4. 2010.
[*26] -  Martin R., "Financialization of daily life", Philadelphia, Temple University Press, 2002, p. 16.27
[*27] -  Blackburn R., "Finance and the fourth dimension", New Left Review, 39, 2006.
[*28] -  Biasco S., Arbitraggio Speculazione, Materiale didattico, Lezione 10, Roma, s. d., https://www. w3.uniroma1.it/

lunedì 12 ottobre 2020

Waterloo

« Lo scrittore rappresenta la verità, la vera letteratura distinguendosi dalla falsa solo per l’ineffabile senso della verità. Va tuttavia precisato che lo scrittore non è per questo né un filosofo né uno storico, ma solo qualcuno che coglie intuitivamente la verità. Per quanto mi riguarda, io scopro nella letteratura quel che non riesco a scoprire negli analisti più elucubranti, i quali vorrebbero fornire spiegazioni esaurienti e soluzioni a tutti i problemi. Sì, la storia mente e le sue menzogne avvolgono di una stessa polvere tutte le teorie che dalla storia nascono. Paul Valéry, parlando della storia, una volta ha detto pressa poco: “ Ho visto una lettera del generale inglese Shrappnel, scritta cinque giorni dopo la battaglia di Waterloo; vi afferma che sono stati proprio i nuovi proiettili da lui inventati che hanno vinto la battaglia “. Ecco, il nome di Shrappnel noi l’abbiamo sentito solo dopo la Prima guerra mondiale. Si chiamavano “shrappnel” i proiettili che esplodevano a una certa altezza lanciando una rosa di schegge, ma nessuno ne aveva mai fatto cenno parlando della battaglia di Waterloo. Lo stesso Valéry sembra ignorarlo, ma il suo intervistatore, il siciliano-francese Lo Duca, osserva che l'uso degli shrappnel nel corso della battaglia di Waterloo è stato descritto da Stendhal. Quando Fabrizio vede il terreno fangoso schizzare in alto di qualche palmo, senza saperlo Stendhal ha descritto non l’effetto di una fucileria ma quello dei proiettili del generale Shrappnel.
È così che si scopre una verità storica, non già in un testo di storia, bensì nelle pagine di un romanzo, non in una dotta analisi, bensì grazie a una descrizione romanzata. Probabilmente, Stendhal non si rendeva conto di fare una rivelazione fondamentale descrivendo la battaglia di Waterloo, e tuttavia è riuscito a dire quel che nessuno prima di lui aveva detto. Questa battaglia non era stata forse raccontata come la storia di un malaugurato ritardo, di un generale Blücher che arrivava al posto di un Grouchy? »
 

(da: Leonardo Sciascia, "La Sicilia come metafora". Oscar Mondadori)

domenica 11 ottobre 2020

Critica della Competenza

Funzionari, scienziati, intellettuali, manager... Chi sono gli esperti a cui abbiamo affidato la gestione delle nostre vite? Quando, come e perché ci siamo messi nelle loro mani? E cosa succede se i risultati del loro lavoro non sono all'altezza delle nostre aspettative?
Affidando le nostre vite agli esperti, ne siamo anche diventati dipendenti. È una storia lunga, la storia di come l'umanità ha ridotto l'incertezza del mondo delegandone la comprensione e l'amministrazione a un'élite di individui considerati «migliori». Il Novecento ha segnato il trionfo di questi operatori specializzati, mostrando la loro eccezionale capacità di assicurare decenni di sicurezza e sviluppo, finché qualcosa si è inceppato. Di fronte ai competenti si ergono oggi i loro nemici autoproclamati: chiamiamoli populisti, perché oppongono alla retorica della minoranza istruita quella del «popolo», ai radical chic un radical choc. La domanda che pongono è urgente e merita di essere presa sul serio: a cosa servono gli esperti se non garantiscono piú gli stessi rendimenti del passato? Come i cicli economici richiedono talvolta, per ripartire, la sostituzione drastica di un parco tecnologico obsoleto con macchine di ultima generazione, anche i cicli culturali hanno bisogno periodicamente di essere resettati e riavviati. Al prezzo, va sottolineato, di un rischio colossale: perché se in rari casi questa strategia di «distruzione creatrice» permette l'inizio di una rinnovata fase di crescita, piú spesso porta invece alla catastrofe. E se fosse giunta anche per noi la fine di un ciclo?

(dal risvolto di copertina di: "Radical choc: Ascesa e caduta dei competenti", di Raffaele Alberto Ventura. Einaudi.)

La competenza è un boomerang che parte radical chic e torna radical choc
- di Massimiliano Panarari -

Critica della ragion competente «nell’era Covid». Ovvero, in quell’ennesima età dell’ansia collettiva che ha tributato gli onori delle cronache (e consegnato le chiavi dei salotti dei talk show) ai competenti dell’epidemiologia e della virologia. La tecnica al potere ha trovato una delle sue culle precisamente in Italia, dove l’abdicazione alle proprie responsabilità da parte della classe politica rappresenta un fenomeno di lungo periodo che ha aperto le praterie ad altri soggetti (poiché. come noto, in natura e in politica il vuoto non rimane a lungo). E ad ampliare gli spazi per l'affermazione politica dei tecnici ci ha pensato soprattutto all'indomani del quasi regime-change di Tangentopoli, l'infinita transizione del nostro sistema politico-istituzionale e dell'offerta partitica.
Ad affrontare me suo nuovo libro il tema dell'«ascesa e caduta dei competenti» è un intellettuale già impostosi nel dibattito con una serie di provocazioni brillanti e intelligenti, e che continua a battere il ferro incandescente dell'intervento culturale sul tempo presente. Il saggista Raffaele Alberto Ventura (classe 1983) - analista del Groupe d'études géopolitiques e collaboratore di Esprit - si è occupato già, a suo modo, di quella «questione generazionale» che costituisce una delle fratture materiali e immateriali più significative dell'Italia dopo la metà degli anni Novanta (in Teoria della classe disagiata, uscito da Minimum Fax). E con questo volume conclude quella che si può ritenere una sorta di «trilogia del collasso», palesando anche una sintonia, sotto alcuni aspetti, coi filoni (molto francofoni) della disastrologia e della collassologia. In questo lo studioso si presenta quale entomologo di un'apocalisse postmoderna di sicuro non gaia, ma reputata come ineluttabile alla luce delle trasformazioni radicali vissute dall'Occidente ora sprofondato nella pandemia. Di fronte alla quale le nostre società hanno reagito in maniera ancora più accentuata all'insegna di una spinta verso la «tecnostruttura» quale strumento di riduzione e contenimento dell'incertezza, che nell'ultimo secolo e mezzo è andata di pari passo con la burocratizzazione del mondo (e la sua correlata «gabbia d'acciaio», come delineò con straordinaria lungimiranza Max Weber). Un pegno pagato dalla popolazione sempre (o quasi, e con pochissime eccezioni) di buon grado, perché nel percorso della modernizzazione la tecnostruttura si è efficacemente incaricata di garantire lo sviluppo economico insieme alla sicurezza. Un binomio indissolubile presente, di fatto, già nelle radici della teorizzazione dello Stato moderno, quel Leviatano di Thomas Hobbes, al cui proposito Ventura sfodera alcune suggestive comparazioni con i «mecha componibili», i robottoni (come Voltron) costituiti mediante l'assemblaggio di una serie di altri automi tipici di un sotto-filone di anime e cartoni animati giapponesi.
L'allegoria hobbesiana rappresenta una delle vette della metaforologia del meccanicismo che, fra corpi, macchine e orologi, si travasa nell'economia e nell'idea della divisione del lavoro, giungendo sino al taylorismo, dove si riannoda giustappunto con la concezione via via egemonica nel XX secolo della razionalità burocratica efficiente e con le dottrine della modernizzazione economica. Nel corso degli ultimi secolo avevano difatti proceduto strettamente in parallelo le tre potenze dello Stato, del capitalismo e della scienza, mentre intorno al Sessantotto aveva provato a resistere all'affermazione definitiva della razionalizzazione neocapitalistica un certo pensiero neomarxista, a cui era collegato pure il «neobarocco» situazionismo, intriso di malinconia «secentesca» e propugnatore di una sovversione a colpi di spettacolo rovesciato di segno.
La critica della competenza ha coinciso a lungo con un «affare interno» al mondo culturale (dalla sociologia della conoscenza al costruttivismo, sino alla decrescita). Di recente, alcuni di quegli stessi spunti sono infine confluiti all'interno di quell'anti-intellettualismo che identifica uno dei fondamenti del populismo, e contrappone - annota Ventura - la bandiera del radical choc ai radical chic. L'autore, che populista sicuramente non è, compie nondimeno una disamina durissima di quelle che considera le retoriche della meritocrazia. E questi anni, nei quali la premessa e le premesse della tecnostruttura sembrano non funzionare più, sono interpretabili, a ragion veduta, anche secondo la chiave dei «rendimenti decrescenti della competenza» illustrata dal libro. Supportando le sue analisi con varie iniezioni di cultura pop - da Fantozzi a Snowpiercer (un interessante film di fantascienza distopica del regista premio Oscar di Parasite, Bong Joon-ho) - Ventura arriva alla conclusione che «il meccanismo della competenza, per come è concepito oggi, è una fondamentale fonte di ineguaglianza e di fragilità sistemica». Troppo radical choc come esito, a nostro giudizio, col rischio - certo, involontario - di assecondare qualche fautore (ed esteta) del Grand Hotel Abisso. Ma questo suo volume, al pari dei precedenti, va letto tutto e meditato con attenzione, perché di cose interessanti - anche quando non ci sembrano condivisibili - ne dice veramente tante.

- Massimiliano Panarari - Pubblicato sulla Stampa del 12/9/2020 -

sabato 10 ottobre 2020

La seezza della quasità

C'è una di quelle «Storie dello spazio profondo», o meglio uno di quegli «Incubi di provincia»...  Una di quelle disegnate da Bonvi su sceneggiatura di Guccini . Per lo più vengono giocate su trame, saccheggiate a man bassa, rubate dalla fantascienza degli anni cinquanta. Sheckley e Farmer, sopra tutti e, in questo caso Walter Tevis. Ora non ricordo se questa qui sia stata pubblicata in volume, insieme a tutte quelle altre, oppure no, ma mi tornerà in mente. [*] Anche perché sfugge alla "continuity" delle «Storie dello spazio profondo», la quale si appoggiava alla pubblicazione mensile delle tavole che uscivano sulla rivista "Psycho". Questa, uscì da un'altra parte, credo. Non ricordo dove. Su "Il mago", mi pare!
La storia vede il solito personaggio biondastro, un po' slavato, con le fattezze di Bonvi adattate al fumetto, che se ne sta seduto sul letto, una benda sull'occhio, e  ricorda gli ultimi avvenimenti. Si tratta di una scatola nera fatta di uno strano materiale, venutasi misteriosamente a creare. Nella scatola si scopre che c'è un piccolo buco. Ed ecco che lui ovviamente ci guarda dentro ed ecco che subito qualcosa, dall'interno della scatola, gli ha come pugnalato l'occhio. La reazione immediata è quella di schiacciare la scatola nera sotto i piedi. Passa un po' di tempo, ed ecco che accade qualcosa: un gigantesco occhio è apparso nel cielo. La reazione delle autorità mondiali non si fa attendere, e contro questa stranezza adesso ci sono già pronti sulle rampe di lancio, pronti a decollare, dei missili a testata nucleare. Obiettivo: l'occhio nel cielo. E c'è Bonvi che seduto sul letto se la ride, mentre ripensa alla scatola che ha schiacciato sotto i piedi. In tanti tanti piccoli pezzettini. Ha capito di chi è quel gigantesco occhio nel cielo.

- [*] Appena ripubblicato da Rizzoli Lizard, disponibile dal 6 ottobre 2020, in: Bonvi, "Incubi di Provincia", con prefazione di Guccini -

(già pubblicato sul blog il 2/10/2006)

venerdì 9 ottobre 2020

Dare a Croce quel che è di Croce

« Come presidente del Partito liberale italiano, Benedetto Croce fu uno degli intellettuali più influenti coinvolti negli affari pubblici italiani dopo la caduta di Mussolini. Nel porre Croce al centro di eventi storici tra il 1943 e il 1952, questo libro descrive in dettaglio la sua partecipazione alla vita politica italiana e i suoi maggiori contributi alla rinascita della democrazia italiana. Attingendo ad una grande quantità di materiale primario, compresi i discorsi politici, le corrispondenze, i diari e i documenti ufficiali di Croce dell'Italia postbellica, questo libro fa luce sulla natura dinamica e progressiva del liberalismo di Croce e sulle carenze dei vecchi leader liberali. Fornendo un resoconto annuo di quelle che furono le iniziative di Croce, l'autore Fabio Fernando Rizi colma un vuoto nella biografia di Croce, coprendo aspetti della sua vita pubblica spesso trascurati, male interpretati o del tutto ignorati, e lo pone tra i padri fondatori dell'Italia moderna. »

(tradotto dal risvolto di copertina di: Fabio Fernando Rizi, "Benedetto Croce and the Birth of the Italian Republic, 1943-1952 ". Toronto University Press)

Benedetto Croce riannodò i fili dell’Italia ferita e divisa in due
- È uscito in Canada un libro dello storico Rizi sul ruolo politico del filosofo dopo l’8 settembre. A Napoli il pensatore era il «padrone di casa» del Regno del Sud -
  di Sergio Romano

Benedetto Croce fu uno dei maggiori filosofi europei del secolo scorso, ma anche, in alcuni momenti della sua vita, un uomo politico. Fu «politico» quando partecipò al dibattito revisionista sulle sorti del socialismo provocato dalle tesi di un grande socialdemocratico tedesco (Eduard Bernstein) tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Fu politico quando prese posizione contro l’intervento dell’Italia in guerra nella primavera del 1915 e quando volle ascoltare il discorso che Mussolini pronunciò al Teatro San Carlo di Napoli il 24 ottobre 1922, mentre le camicie nere mettevano in scena nella capitale del Sud la prova generale dello spettacolo che sarebbe andato in scena a Roma quattro giorni dopo. Fu politico quando promosse un manifesto degli intellettuali italiani contro il fascismo il 1° maggio 1925 e quando votò in Senato contro il Concordato che Mussolini firmò con la Santa Sede nel febbraio del 1929. E fu politico infine durante il Ventennio, quando la sua rivista («La Critica») divenne il solo partito di opposizione tollerato dal regime e una sorta di vangelo liberale per molti giovani fascisti che si affacciavano agli studi universitari negli anni Trenta. Conosciamo bene quei capitoli della sua vita, ma avevamo prestato meno attenzione al periodo, tra l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la conquista alleata di Roma nel giugno 1944, in cui il re e il governo Badoglio si installarono al Sud, fra Salerno, Capri e Napoli. Quel periodo è raccontato e studiato ora in un libro pubblicato in Canada dalla University of Toronto Press (Benedetto Croce and the Birth of the Italian Republic, «Benedetto Croce e la nascita della Repubblica italiana»). L’autore, Fabio Fernando Rizi, aveva già scritto un libro su Croce durante il fascismo ed è uno dei più appassionati studiosi del filosofo napoletano nel mondo culturale di lingua inglese.
Quando la monarchia scese al Sud, Croce divenne una sorta di padrone di casa. Gli facevano visita tutti coloro (giovani militari, politici e funzionari dello Stato) che avevano attraversato il fronte per schierarsi con l’Italia antifascista e antinazista. Gli facevano visita gli ufficiali americani, inglesi, francesi e polacchi che avevano letto i suoi libri. Lo intervistavano i corrispondenti di guerra. Sulla situazione italiana aveva idee molto chiare. Sapeva che non sarebbe stato facile per il Paese riconquistare la sua credibilità e avanzava tenacemente due proposte. In primo luogo, per riscattarsi, l’Italia avrebbe dovuto partecipare al conflitto con le forze armate dislocate nelle regioni meridionali e con nuovi gruppi di combattimento composti da volontari. In secondo luogo il governo Badoglio e la classe politica prefascista (fra cui soprattutto Enrico De Nicola) avrebbero dovuto convincere Vittorio Emanuele III ad abdicare. Soltanto così sarebbe stato possibile, secondo Croce, ottenere migliori condizioni al tavolo del trattato di pace e salvare la monarchia che a lui, liberale conservatore, sembrava la migliore barriera contro il rischio di una deriva comunista.
Scoprì subito che i suoi maggiori avversari sarebbero stati gli Alleati e in particolare Winston Churchill. La Gran Bretagna aveva un conto da regolare con la politica mediterranea di Mussolini e voleva che l’Italia pagasse senza sconti il prezzo della sconfitta. Poteva essere «cobelligerante», ma non alleata. Quanto a Vittorio Emanuele III, non credo che a Londra provassero una particolare simpatia per il sovrano in carica, ma temevano che la sua abdicazione avrebbe pregiudicato la stabilità del Paese.
La maggiore vittima di questa politica inglese fu Carlo Sforza. Quando si fermò a Londra per qualche giorno, prima di tornare in Italia, promise che non avrebbe fatto contro i Savoia una politica repubblicana, ma non mantenne la parola, e il governo britannico, irritato, non permise che diventasse ministro degli Esteri. Sforza dovette accontentarsi di un ministero senza portafoglio e realizzò le sue ambizioni soltanto dopo la firma del trattato di pace nel 1947. Anche per l’abdicazione del re fu necessaria molta pazienza. Quando fu chiaro che non aveva alcuna intenzione di abdicare, De Nicola, sollecitato da Croce, lo persuase a permettere almeno che le funzioni del capo dello Stato fossero trasferite a un luogotenente, nella persona di suo figlio Umberto. Vittorio Emanuele III accettò, ma pretese che la nomina del luogotenente avesse luogo soltanto dopo il suo ritorno nel palazzo (il Quirinale) da cui era fuggito nella notte dell’8 settembre. Voleva, almeno per un giorno, essere re nella sua vecchia casa e nella pienezza delle sue funzioni. L’abdicazione venne quindi più tardi, il 9 maggio 1946, per consentire a Umberto di essere re d’Italia quando gli elettori andarono alle urne per decidere se l’Italia sarebbe stata monarchica o repubblicana.
Come ricorda Fabio Fernando Rizi, Croce, in quella fase della sua vita, si dedicò interamente alla politica nazionale. Resistette alle pressioni di coloro che lo avrebbero voluto alla Presidenza del Consiglio, ma fu un diligente ministro senza portafoglio. I suoi rapporti con Togliatti, dopo il ritorno del leader comunista in Italia il 27 marzo 1944, non furono cordiali, ma dopo avere partecipato insieme al governo presieduto da Badoglio, giunsero entrambi alla conclusione che il maresciallo era stato un buon presidente del Consiglio.
L’ultima iniziativa politica di Croce è la più interessante. Quando il Parlamento dovette ratificare il trattato di pace firmato a Parigi nel 1947, il senatore Croce si alzò in piedi all’Assemblea Costituente per dichiarare che il trattato era un diktat, che gli Alleati si erano rimangiati le promesse fatte durante la guerra, che le umilianti condizioni imposte al Paese, fra cui la spartizione della flotta e la privazione delle colonie, violavano i principi della Carta Atlantica. «È impossibile», disse, «costringere gli italiani a dichiarare bello ciò che considerano brutto». Il trattato fu ratificato e il futuro dell’Italia smentì le sue pessimistiche previsioni. Ma il suo ultimo discorso fu una straordinaria lezione di orgoglio e dignità nazionale.

- Sergio Romano - Pubblicato sul Corriere del 29/3/2019 -

giovedì 8 ottobre 2020

Il dubbio e l’inchiesta

Il dubbio come strumento di ricerca: potrebbe essere questa, una prima definizione della poetica di Leonardo Sciascia, il quale era allo stesso tempo un illuminista ed un tradizionalista, oltre ad essere simultaneamente un europeo (un erudito desideroso di varcare le frontiere) ed un siciliano (interessato a quelle che erano le minuzie e i dettagli della sua irriducibile esperienza isolana). In Sciascia, per quel che riguarda, appunto, il dubbio come strumento di indagine, ci sono tre immagini, tre figure che sembrano fondersi insieme: 1) il detective, che fa domande, che ascolta e che osserva; 2) lo studioso, che viaggia e fruga negli archivi; 3) il residente, abitante in una piccola citta che se ne sta seduto nella piazza (al bar, sulla veranda, alla finestra) e che osserva la vita sociale.
È il dubbio, ad esempio, che porta Sciascia a riesaminare le storie del fisico Majorana (assassinato? suicida? fuggiasco in seguito allo stupore morale a fronte dei risultati delle sue ricerche sul nucleare? ) e dello scrittore Raymond Roussel (che, a Palermo, nel 1933 si suicida). Sciascia ripercorre e rilegge la cronaca giornalistica relativa ai due casi, alla ricerca dei dettagli perduti, dei punti di vista che la stampa ha trascurato di considerare. E nel mentre, allo stesso tempo in cui fa questo, porta con sé tutta una serie di procedure, di pratiche prese di peso dai suoi autori prediletti che costantemente rilegge (la curiosità di Montaigne, la capacità di osservazione di Stendhal, il gioco degli specchi di Pirandello).
Alla fine del suo "1912+1" (il libro che racconta la storia del processo alla contessa Tiepolo, che aveva ucciso l'attendente del marito militare, per presunti motivi d'onore), per esempio, Sciascia dichiara apertamente quale sia stato fin dall'inizio l'intento della sua storia: quello di essere un omaggio a Pirandello. «Nel caso Tiepolo, tutto quanto era pirandelliano», dichiara, «le diverse verità, il gioco dell'apparire contro l'essere» (una cosa che vale anche per un libro di Sciascia di alcuni anni prima, "Il teatro della memoria", pubblicato nel 1981, sul caso Bruneri-Canella: il ritorno di un uomo che era scomparso durante la prima guerra mondiale; qualcosa di assai vicino al caso Martin Guerre e a quello del colonnello Chabert, di Balzac).

mercoledì 7 ottobre 2020

Maledetti bambini!!

L'isola di Almanzora.
Quanto l'ho cercata, sulle mappe! Ero convinto che esistesse davvero e forse, la mia mania per le isole è cominciata anche da lì. Per un po' di tempo mi ero immaginato che "Almanzora" fosse l'isola di Alboran, la quale si trova nel Mediterraneo fra la Spagna e il Marocco; questo prima di scoprire che Alboran è solo un isolotto disabitato, il quale in passato ha avuto sì una sua storia ed una sua importanza, ma che adesso consiste solo di un faro che si erge su uno “scoglio” solo un po' più grande degli altri. Perciò, l'isola di Almanzora rimarrà per sempre solo quello che è realmente: una strana isola vista in una film una vita fa.
Il cinema era l'Abstor d'essai, a Porta Romana, a Firenze. L'anno non sto nemmeno a dirlo, ma era lo scorso millennio. «Ma come si può uccidere un bambino?», chiedeva il titolo di quel film che cominciava un po' come “Uccelli” di Hitchcock, vale a dire, mostrando attraverso dei filmati di archivio come, ad essere sempre state le vittime designate di tutto quello che “gli adulti” hanno “commesso”, fossero ... i Bambini. Guerre, carestie, epidemie, da una parte, e, da quell'altra, come conseguenza, piccoli corpi senza vita. Poi cominciava la storia. In fondo è sempre la stessa storia, simile a quella che, per esempio, racconta Stephen King in «Grano rosso sangue» e, prima ancora che lo facessero King e Serrador, era quella più volte raccontata ne «Il villaggio dei dannati». La storia?:
Una coppia - lei incinta - sbarca in quest'isola per trascorrervi una vacanza. Lui, che sull'isola ha prestato servizio militare, ha voluto far vedere il posto alla moglie, e l'ha portata lì. Ma, quando arrivano, stranamente, non si riesce a vedere un solo adulto sull'isola. Ci sono solo e unicamente bambini. Ovviamente, la terribile verità si scopre piano piano, ed emerge inesorabilmente.
Ma il vero film era quello che si svolgeva in platea, dove si potevano sentire le grida delle esortazioni, lanciate dalla massa degli spettatori coinvolti, che venivano urlate agli attori e ai personaggi incapaci, quasi fino alla fine, di spaccare quelle tenere testoline ricciolute. Niente da dire, un bel psicodramma! Ma come si fa ad uccidere un bambino?!? Si può, si può! Certo che si può.
Ma perché ho scritto questa cosa? Semplicemente perché da quando l'ho visto quella unica volta, questo film e quell'isola non mi hanno mai lasciato.


«Ma come si può uccidere un bambino?» (¿Quién puede matar a un niño?) di Narciso Ibáñez Serrador (Montevideo, 4 luglio 1935 – Madrid, 7 giugno 2019), film tratto dal romanzo "El juego de los niños" di Juan José Plans.

(già pubblicato sul blog il 1°/9/2006)

martedì 6 ottobre 2020

Fermiamo tutto!

Il lavoro, all'incrocio di tutta la nostra rabbia
- di Gilles Tal-Kuntrabandu -

Il lavoro, in quanto tale, continua ad essere il punto cieco delle lotte sociali, l'angolo morto del sociale. Si impone su tutti, condiziona al massimo la nostra vita, ma interessa il dibatto solamente in termini relativi a quelle che sono solo dinamiche settoriali. Tuttavia, estendere la nostra analisi alla critica fondamentale del lavoro, potrebbe forse consentirci di collegare le lotte, scardinando la fatalità dell'isolamento militante (la cattiva «depoliticizzazione», il cattivo «individualismo», portando ad un'invenzione collettiva di nuovi modi di produzione, mirati ad un vero cambiamento della società.
«Non serve a niente essere vivi per tutto il tempo in cui si lavora.» - André Breton, Nadja (1928) -

Su Facebook, durante il confinamento, sta succedendo questo. È il 3 aprile, lo stabilimento della Toyota annuncia che ha intenzione di riprendere la produzione il giorno 21. «Ma noi non vogliamo che la fabbrica della Toyota riparta!», non riesce a trattenersi dal dire un compagno,  Jean-Christophe Menu. «Né quella, né nessun'altra fabbrica di automobili!». Grazie a quello che ha dimostrato di essere un granello di sabbia nella meccanica capitalistica, ci troviamo ad un punto insperato dell'umanità, in cui il tempo è ridiventato reale, potenzialmente utili all'essere umano ed alla sua vita, assolutamente inutile al capitale mortifero, e questa potrebbe anche essere la nostra ultima chance. Questa opportunità, non va assolutamente sprecata. La Toyota non deve ripartire».
Ben presto, a fronte di questa bella reazione si assiste allo schierarsi di due fronti: «Non dimenticate di andarne a parlare con gli operai della Toyota», dice una di esse. Mentre l'altra, più laconica ancora: «210 mila posti di lavoro nell'industria automobilistica... ».  Brandendo il cartello «attenzione, lavoro», questi arbitri, che sostengono di non essere tanto dei Geoffroy Roux de Bézieux [*1] quanto piuttosto dei Jean Jaurès, si fanno carico di sostenere un punto di vista ed un metodo che viene molto apprezzato dai datori di lavoro, nel momento in cui si cacano addosso per la paura, e che viene definito come il «ricatto del lavoro». Dal momento che il lavoro non si discute, ed il rifiuto del dibattito trascende le posizioni sociali e politiche. È vero che le persone scendono in strada per dei motivi che assai spesso sono legati al lavoro: o perché non lavorano o perché lavorano troppo, o perché chiedono adeguamenti in termini di retribuzione, di orario di lavoro, di ambiente di lavoro; insomma, perché hanno dei problemi che riguardano le loro condizioni lavorative. Ma non si scende mai in strada contro il lavoro. La questione che attiene alla domanda circa il «perché si deve lavorare?» ammette come sua risposta universale: «perché dobbiamo mangiare!». Lavorare, avrebbe addirittura a che fare con una questione di dignità umana. In Francia, il principio del «diritto al lavoro» divenne centrale durante la rivoluzione del 1848, quando la popolazione parigina crepava di fame, e perciò, un secolo più tardi [*2] le Nazioni Unite lo consacrarono nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. Non offenderemo le lotte sindacali e politiche se affermiamo che storicamente esse si sono unite agli sforzi padronali nel contesto della dinamica della mistificazione del lavoro in quanto costante antropologica (quel piccolo ritornello secondo cui il lavoro sarebbe sempre esistito e che si troverebbe inscritto nei nostri geni)[*3]. Né si offenderanno i Gilet gialli per il fatto che stanno sostenendo tale dinamica con le loro colorate rivendicazioni di una maggiore giustizia sociale, vale a dire, a favore di una più equa ripartizione di quelli che sono i frutti della distribuzione, e quindi del lavoro, senza rimettere mai in discussione la produzione stessa. Il gilet giallo «si riferisce in maniera specifica alle persone che utilizzano il loro veicolo per andare al lavoro», osserva del resto lo storico Gérard Noiriel [*4]. «Cosa che ci consente di fare anche un collegamento con tutta una parte del mondo operaio: gli impiegati comunali, gli operai dei cantieri, ecc., i quali sono tutti obbligati a portare questo indumento di protezione». In maniera più generale, si noterà che le lotte si interessano assai poco alla critica del lavoro. Malgrado le loro divergenze, la maggior parte dei sindacalisti, dei gilet gialli e degli ambientalisti si ritrovano tutti nella medesima impasse a causa delle loro riflessioni frammentate, che servono assai male le cause che ciascuno di loro vorrebbe difendere: questa non vuole essere un postulato, ma piuttosto una constatazione, considerato lo stato in cui versa il mondo.

È bello il mio pennacchio, è bello
La demarcazione tra, da una parte, i proletari o i declassati della piccola borghesia che ha indossato spontaneamente il gilet e, dall'altra parte, la classe media del tipo «CPIS» [*5] che oppone resistenza all'agitazione delle rotatorie, materializza la mutazione ideologica messa in atto a partire dagli anni '80 dalla sinistra governativa, quando ha deciso di ignorare il sociale a vantaggio della società. La lotta di classe non interessa più i mattinali radiofonici e i palinsesti televisivi? A partire dall'autunno del 2018, è improvvisamente ricomparsa vestita di giallo, con le sue rivendicazioni riguardo il prezzo del gasolio.
Nessuno vuole lasciare un pianeta marcio ai propri figli. E dai gilet gialli non si può di certo pretendere il contrario. Beninteso, c'è tuttavia una certa diffidenza da parte di alcune persone nei confronti degli ecologisti, che vengono percepiti come se fossero dei privilegiati che si danno da fare per degradare ancora di più le condizioni di vita di «quelli che lavorano». Come contropartita, bisogna ammettere che le associazioni e gli attivisti verdi si sono spesso tappati il naso per non respirare le esalazioni al carbonio dei barbecue ai caselli. Il collegamento tuttavia è stato comunque stabilito, sebbene un po' tardi, e indubbiamente in maniera marginale, attraverso quello che è risuonato come uno dei più bei slogan del periodo: «fine del mondo e fine del mese, la stessa lotta». Per quanto non si possa affatto parlare di osmosi, sia gli uni che gli altri si affannano a convincersi che appartengano tutti allo stesso mondo [*6].
Per un certo periodo, la «giletgiallizzazione» del movimento sociale - e perfino quella del movimento ecologico - è riuscita a ridare un certo colore alle manifestazioni, ma le vecchie abitudini hanno la pelle dura e sono dure a morire. Rivendicazioni di categoria prima delle contrattazioni, gestione strategica del calendario, dichiarazioni in prefettura, segmentazione dei cortei con la traiettoria Place de la Liberté- Prefettura adattata secondo quella che è la configurazione locale, e tutti in cerca di qualcuno per potergli dire: «Hai visto? Ci sono ancora meno persone di quante ce n'erano l'ultima volta». Una volta che la cosa si sarà sgonfiata, potremo tornare a casa. Si deve tornare a casa. A volte, nelle grandi città dei personaggi tutti vestiti di nero spuntano dal nulla per ultra-violentare i distributori automatici e intimidire la polizia. Si continuerà a parlare all'infinito delle loro motivazioni, si dirà che recano danno a quello che è il "messaggio", e che sono controproducenti. Fino alla prossima volta in cui succederanno le stesse cose. Nel frattempo, la «necessaria riforma», lo sfruttamento dei corpi, il saccheggio delle risorse e la cementificazione continueranno a seguire il loro corso. Prima di ogni nuovo anno scolastico, si vorrebbe essere persuasi che «il prossimo ritorno a scuola sarà caldo» ma il Grande Giorno si allontana via via che ci si avvicina. Il sindacalismo è alla frutta ed i bei giorni dei Gilet gialli sono ormai alle nostre spalle, malgrado gli annunci troppo roboanti per poter essere considerati del tutto sereni. Gli ecologisti, da parte loro, dopo la sarabanda elettorale particolarmente grottesca del 2020, hanno una grande considerazione di sé stessi, ma i fatti sono ostinati: le utopie veicolate dall'ecologia politica continuano a fondersi nel gioco della rappresentazione. Fondamentalmente, non c'è da aspettarsi niente di buono dal modo in cui il mondo viene gestito. In breve, di fronte ad un potere sempre più repressivo, i rapporti di forza sono sempre più in una situazione di stallo. Ed ecco che allora la tentazione diventa quella di attaccare coloro che disertano la lotta, o che non vi hanno mai aderito. I militanti e gli attivisti impegnati nel miglioramento delle condizioni di vita, devono fare i conti con la propria amarezza, costretti all'angolo e convinti di star difendendo la giusta causa di fronte all'indifferenza della maggioranza. Eppure, c'è un denominatore comune all'insieme delle lotte, che è difficile da discernere quando ci si ferma a metà del ragionamento. Voi, movimento sociale, vorreste far ragionare il governo, e i suoi mandanti, i padroni. Vorreste perfino licenziarli, «espropriare i proprietari». Forse ritenete che l'autogestione della vostra azienda possa bastare a garantire l'uguaglianza sociale e la giusta ripartizione della ricchezza. Ma di quale ricchezza state parlando? L'autogestione di una fabbrica di spara-proiettili di gomma, per esempio, vi sembra qualcosa di auspicabile? [*7] E voi, che siete nella lotta ecologista, che pensate come Cyril Dion che un altro capitalismo sia possibile. Voi, vorreste accelerare la «conversione ecologica» in modo da «rispondere alle sfide climatiche del nostro secolo». Toyota, così come i suoi concorrenti, vi risponde «provateci!». Toyota vorrà vendere sempre più automobili, e accetterà solo di dipingerle blu cielo, o in giallo, a seconda delle circostanze. Jean Castex, quando è diventato capo del governo ha fissato quali sono le basi: «Credo nella crescita ecologica, e non nella decrescita verde» [*8]. In tal modo, questa transizione ci annuncia l'ennesima mutazione del capitalismo, come quando si cambiano le gomme all'arrivo dell'inverno: quali che siano i rischi metereologici, l'importante è continuare ad andare. Ma, esattamente, in un mondo finito, come pensate di conciliare il principio della crescita perpetua e la preservazione delle risorse? Perciò, sia che ci si concentri sull'occupazione o sull'impatto ambientale della produzione, assai raramente ci si interessa alla produzione in sé, alla natura di quelle che sono le merci prodotte. La produzione sfugge alla decisione degli esseri umani, i quali tuttavia la subiscono attraverso il lavoro ed il consumo. La natura della merce (bene o servizio) viene lasciata al libero apprezzamento di un'entità astratta, che è anche una categoria capitalistica: si tratta di ciò che viene chiamato «l'Economia». Ed è l'Economia ad imporre il 5G in modo da poter connettere quelli che sono tutti gli oggetti che abbiamo in cucina, e poter far dire al frigo ce «dovresti comprare dello yogurt». È l'Economia che ci indica quali sono i settori «emergenti e innovativi» dove dovranno lavorare i vostri figli, ora piccoli. È sempre l'Economia a dettare le condizioni per lo sfruttamento delle materie prime e delle «risorse umane».

Una certa urgenza
Fino a quando si ostineranno a considerare l'economia come se fosse una categoria neutrale, eventualmente riformabile qualora non vada nella giusta direzione, le nostre riflessioni individuali e collettive rimarranno isolate ed incomplete, e continueremo a trascurare l'esplorazione di ciò che invece dovrebbe accomunarci: la critica del lavoro. Mettere in discussione il lavoro - e quindi dissezionare ed analizzare il modo di produzione - ci consentirebbe non solo di unire le nostre rabbie, ma anche e soprattutto di tracciare i confini di una produzione che sia direttamente associata ai veri bisogni e desideri umani, e non alla logica astratta del profitto. Mettere in discussione il lavoro, significa cominciare a riprendere in mano la nostra vita, rifiutando i diktat dell'economia: «fermiamo tutto, pensiamoci sopra, non è per niente triste». Lo slogan di Gébé non è invecchiato di un giorno. [*9]
Gli arresti domiciliari della primavera del 2020 hanno forse avuto questa virtù - l'unica - riuscendo a togliere temporaneamente un certo numero di persone dal circuito del lavoro, di riuscire a farci riscoprire la lentezza e il tedio, e permetterci quindi di riuscire ad oggettivare un po' il lavoro, riuscendo a distinguere le attività realmente utili alle comunità umane da quelle che servono meno, o niente del tutto, o che sono addirittura nocive. E infine, fare la cernita delle nostre intime aspirazione, lontano da quella che è la formattazione pubblicitaria. Bisogna mettere in discussione il lavoro, e non solo quelle che sono le sue modalità formali, per poter selezionare in maniera corretta il modo di produzione di cui esso è la sostanza [*10]: per meglio comprendere l'uguaglianza sociale (la conquista del pane e la ricerca del lavoro, non sono affatto la stessa cosa), il concetto di necessità, la concentrazione territoriale, l'educazione, lo sfruttamento delle risorse... Senza dimenticare l'asimmetria delle condizioni di vita e dei rapporti sociali legati al genere, così come al colonialismo che continua ad essere sempre all'opera, così come «l'Economia» lo esige. Dove si trovano le miniere di coltan, senza le quali il nostro cellulare non funzionerebbe, impendendo purtroppo al vostro capo di chiamarvi al telefono al momento giusto? Dove si trovano le miniere di uranio della fata francese dell'elettricità, che illumina per tutta la notte il quartiere della Défense? Chi è che sfrutta il petrolio che vi consentirà domattina di andare a lavorare a trenta chilometri da casa? Mettere in discussione il lavoro, significa pensare all'evoluzione del mondo rifiutando l'opposizione tra liberalismo e populismo che, artificialmente ed in maniera falsamente contraddittoria, distoglie l'attenzione, offrendoci solo delle prospettive di morte. Mettere in discussione il lavoro, infine, non significa certo ignorare le modalità «proletarie» delle lotte sociali ed invalidarne quella che è la loro utilità, cosa che sarebbe assai stupida e rozza riguardo le conquiste storiche che ancora oggi garantiscono ad alcuni di noi benessere ed una forma di sicurezza sociale all'interno del quadro stabilito; ma significa riflettere sul loro superamento, in modo che l'inevitabile fine del modo di produzione capitalistico venga adeguatamente pensata e preparata, nel senso di un reale progresso umano, a guisa di alto e solido argine che faccia da diga contro lo tsunami reazionario in arrivo...

- Gilles Tal-Kuntrabandu - Pubblicato il 29/8/2020 -

NOTE:

[*1] - Presidente del Mede [Movimento delle Imprese in Francia], a partire dal 2018
[*2] - Articolo 23, estratto: «Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta del suo lavoro, a delle condizioni di lavoro eque e soddisfacenti e alla protezione contro la disoccupazione. [...] Ognuno, per la difesa dei propri interessi, ha il diritto di formare insieme ad altri dei sindacati e di aderire a dei sindacati.»
[*3] - Ricordiamo che la funzione di un sindacato (dei lavoratori) è quella della difesa degli interessi dei lavoratori, e che CGT significa «Confederazione Generale del Lavoro», che FO significa «Forza Operaia», e così via. Rammentiamo anche che i partiti politici di sinistra hanno basato la loro esistenza sull'importanza del lavoro produttivo: prima del PS, c'è stata la SFIOSezione Francese dell'Internazionale Operaia»); e poi a difendere la rivoluzione proletaria, il PCF, così come «Lutte Ouvrière», e così via.
[*4] - Gérard Noiriel, dialogue avec Nicolas Truong, Les Gilets jaunes à la lumière de l’histoire, Le Monde / L’aube – 2019.
[*5] - Cadres et Professions Intellectuelles Supérieures. [Dirigenti e Professioni Intellettuali Superiori].
[*6] - Questa descrizione andrebbe vista come se fosse un'affermazione banale e soggettiva dei fatti. La sociologia dei Gilet gialli resiste ad ogni caricatura, e molti compagni, giustamente, non si preoccuperanno certo per queste affermazioni.
[*7] - Parafrasando Claude Berger, autore di "Pour l’abolition du salariat" (1976), citato da Alastair Hemmens nel suo "Ne travaillez jamais", éditions Crise et Critique – 2019.
[*8] - Discorso all'Assemblea Nazionale, 15 luglio 2020.
[*9] - "L'An 01", un fumetto di Gébé, poi diventato anche un film di Jacques Doillon, Alain Resnais e Jean Rouch (1971-1973).
[*10] - Secondo la tesi di Robert Kurz, teorico della "critica della dissociazione-valore". Su questo argomento, si legga "La substance du capital", pubblicato da éditions L’Échappée nel 2019: indispensabile, sebbene un po' difficile quando non si possiede il gergo.

fonte:  Créons nos utopies. Le site de l'Assemblée Populaire du Grand Toulon