martedì 21 agosto 2007

Miniere



Miniere, miniere di carbone.
Quanto c'è, sulla terra, di più simile all'inferno.
Dallo Utah alla Cina.
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Lo sciopero dei minatori di carbone del Colorado cominciò nel settembre del 1913. Quando lo sciopero ebbe inizio, i minatori furono immediatamente sfrattati dalle baracche che occupavano nelle cittadine minerarie. Aiutati dall'Unione dei Lavoratori Minerari, piantarono tende sulle colline vicine e continuarono, da questi accampamenti, lo sciopero e il picchettaggio. I poliziotti privati assunti dagli uomini di Rockfeller, che si erano rivolti all'agenzia investigativa Baldwin-Felts, cominciarono ad organizzare incursioni negli accampamenti, sparando con mitragliatrici e fucili.
L'elenco dei minatori morti si allungava, ma gli scioeranti resistettero. Respinsero un treno blindato in uno scontro a fuoco, riuscirono a tenere lontani i crumiri, portati da fuori per far fallire lo sciopero.
Il governatore del Colorado convocò la Guardia Nazionale, i cui stipendi vennero coperti da Rockfeller.
Dapprima, i minatori pensarono che la Guardia fosse stata inviata per proteggerli e l'accolsero applaudendo e sventolando bandiere. Presto scoprirono che era venuta per reprimere lo sciopero. Nell'aprile del 1914 due compagnie della Guardia Nazionale vennero schierate sulle colline che sovrastavano la principale tendopoli degli scioperanti, quella di Ludlow. La mattina del 20 aprile cominciarono a sparare sulle tende con le mitragliatrici. I minatori risposero al fuoco. Vennero uccisi i capi dello sciopero. Lou Tikas, il capo degli scioperanti greci, il siciliano Pasquale Costa insieme alla moglie e ai due figli, Frank Rubino, William Snyred e il figlio, la signora Chavez e i suoi due figli, la signora Malsovich insieme ai suoi sette bambini. Le donne e i bambini scavarono fosse sotto le tende per cercare di ripararsi dai proiettili. Al tramonto, le guardie cominciarono a scendere dalle colline per appiccare il fuoco alle tende. La gente che cercava di fuggire veniva mitragliata, tredici persone furono falciate dalle raffiche. Il giorno successivo un guardiasigilli della compagnia dei telefoni, attraversando i resti fumanti della tendopoli, sollevò un lettino di ferro che copriva una buca all'interno di una delle tende: c'erano i cadaveri carbonizzati e contorti di undici bambini e due donne. L'episodio passò alla storia come il massacro di Ludlow.
La notizia si diffuse rapidamente. A Denver, l'Unione dei Lavoratori Minerari lanciò un "Appello alle armi".
"Raccogliete tutte le armi e le munizioni che potete". Trecento scioperanti armati si misero in marcia da altre tendopoli, diretti a Ludlow. Tagliarono i fili del telefono e del telegrafo, e si preparano a dare battaglia.
I ferrovieri si rifiutarono di trasportare i soldati dalla caserma di Trinidad a Ludlow.
A Colorado Springs, trecento minatori del sindacato abbandonarono i luoghi di lavoro e, armati di revolver, carabine e fucili da caccia, si diressero verso il distretto di Trinidad. Nella stessa Trinidad, i minatori, dopo aver partecipato al funerale dei morti di Ludlow, raggiunsero un edificio vicino dove erano state raccolte delle armi. Presero i fucili e salirono sulle colline, devastando le miniere e uccidendo le guardie che le sorvegliavano e facendo esplodere i pozzi. A Denver, ottantadue soldati di una compagnia che doveva raggiungere Trinidad si rifiutarono di partire.
La stampa riportò: "Gli uomini hanno dichiarato che non avrebbero preso parte ad una sparatoria contro donne e bambini. Hanno coperto di fischi e insulti i trecentocinquanta che sono partiti".
Nel mentre cinquemila persone manifestavano sotto la pioggia sul prato antistante il campidoglio di Denver, chiedendo che gli ufficiali della Guardia Nazionale presenti a Ludlow fossero processati per omicidio, e denunciando il governatore come complice del massacro.
Il sindacato dei sigarai di Denver approvò con una votazione l'invio di cinquecento uomini armati a Ludlow. Le donne del Sindacato dei lavoratori dell'abbigliamento annunciarono che quattrocento di loro si erano offerte volontarie, come infermiere, per aiutare gli scioperanti.
Due giorni dopo, mentre i minatori erano in armi sulle colline del distretto minerario, il New York Times scriveva - "Il presidente dovrebbe distogliere la sua attenzione dal Messico quanto basta per prendere misure forti nel Colorado".
Il governatore del Colorado chiese truppe federali per ristabilire l'ordine, e il presidente Woodrow Wilson lo accontentò! A quel punto, lo scioperò si esaurì. Sessantasei uomini, donne e bambini erano stati uccisi e nemmeno un membro della milizia o una guardia mineraria erano stati incriminati.
Il Times aveva alluso al Messico. La mattina in cui a Ludlow vennero scoperti i cadaveri nella buca scavata sotto la tenda, le navi da guerra americane stavano attaccando Vera Cruz. La bombardarono, la occuparono e uccisero cento messicani perché il loro paese aveva arrestato alcuni marinai americani e aveva rifiutato di sparare ventuno salve di cannone, in segno di scusa verso gli Stati Uniti.

lunedì 20 agosto 2007

Notizie ...



Sono troppo pigro per tentare l'esperimento, però sono costretto ad ammettere che ogni tanto mi sento come invogliato a mettermi a raccogliere, da qualche parte, le notizie "gustose" che, qua e là, affiorano dai giornali. Sarebbe tanto più facile, oggi, con il web!
Ma poi desisto e la do vinta alla pigrizia, senza però rinunciare a riportarne un paio quaggiù dentro, di notizie. Come quella, spassosissima, del settantenne che lascia in macchina la madre novantottenne per andare a ballare con la badante della stessa. O certo, spesso sono notizie che hanno il sapore della bufala (l'età del protagonista, da ieri, è cambiata tre volte, abbassandosi da 78 fino a 70 anni), però non credo che alcun giornalista sarebbe stato in grado di partorire il "non ci trovo nulla di male" proferito in risposta alla notizia di essere stato denunciato per abbandono di incapace.
Poi c'è la notizia di una "locomotiva lanciata a bomba contro l'ingiustizia", anche se non so se Claudio Fracchia sia biondo, visto che ha quarant'anni e quindi non è propriamente giovane; ma la polo VolksWagen che ha lanciato a più riprese contro gli avventori, seduti al tavolino di uno dei caffé storici di Torino, è quanto di più vicino alla storia del macchinista ferroviere cantato da Guccini!
Storie d'estate. Come quella che sto leggendo, a puntate, scritta da Paolo Rumiz su Repubblica, che parla di Annibale e del suo viaggio in Italia, fra aneddoti e suggestioni e scoperte. Decisamente affascinante!

venerdì 17 agosto 2007

Quando il passato ... resta!



Giuseppe Bonfatti, un partigiano come tanti. Nei primi giorni dell'ottobre del 1943, insieme ad altri giovani di Viadana (Mantova), crea la "Libera Associazione Giovanile". In seguito ad un lancio di volantini antifascisti è arrestato insieme ad altri compagni . Processato, viene condannato a cinque anni di confino e internato nel campo di concentramento di Fossoli di Carpi, da cui però fugge. Riesce a stabilire un collegamento col gruppo che di lì a poco diverrà la Prima Brigata Partigiana di "Giustizia e Libertà". Forma a Buscoldo un raggruppamento di "sappisti" che poi si fonderà con un altro gruppo di Cavallara. Bonfatti ne prende il comando. Il 19 novembre del 1944 gli arriva l'ordine di eliminare il tenente Omobono Fertonani, comandante delle brigate nere di San Matteo delle Chiaviche. Bonfatti gli tende un agguato, ma Fertonani non è solo e la sorpresa fallisce. Riesce comunque a lanciare da lontano una bomba a mano che ferisce leggermente il fascista, quindi si dà alla fuga. All'imboscata fa seguito un imponente rastrellamento e trentacinque partigiani vengono arrestati e condotti a Fossoli. Qualcuno parla e fa il nome di Giuseppe Bonfatti. Una squadra delle brigate nere di Sabbioneta, comandata da un certo Faina, mette in atto un'azione di rappresaglia contro la casa della famiglia di Bonfatti, dove erano la madre e le sorelle, dandola alle fiamme, picchiando le donne e uccidendo gli animali. Bonfatti giura di vendicarsi.
L'8 novembre 1990, in un bar del centro di Viadana, Bonfatti chiede di Giusppe Oppici, uno dei volontari che gli ha bruciato la casa. Oppici è un fascista incallito, uno di quelli che, ad esempio, litiga quando perde a carte. E tutte le volte che si arrabbiava, gli amici lo prendevano in giro dicendo - "guarda che prima o poi torna il Bonfatti e ti mette a posto", senza sospettare che la cosa si sarebbe avverata.
Riconosciutolo, Bonfatti lo invita con una scusa ad uscire dal bar. In mano ha un giornale, dentro al quale ha incartato un piccone lungo sessanta centimetri. Appena fuori dal bar, comincia a colpirlo alla testa con violenti fendenti, urlando - "Sono tornato per fartela pagare". Oppici crolla a terra. Il Bonfatti continua a colpire fino a quando non gli spacca la scatola cranica. Poi posa il piccone accanto al corpo e si avvia tranquillamente verso la piazza. Alla gente che accorre, si rivolge dicendo - "chiamate i carabinieri. Che mi vengano a prendere, quel che dovevo fare l'ho ormai fatto!" Poco dopo viene fermato. Assolutamente calmo, si dichiara "prigioniero di guerra" e, in caserma, quando gli chiedono il motivo per cui ha ucciso, tira fuori una "dichiarazione ad uso pensione di guerra" rilasciatagli dal comune di Viadana che attesta, fra l'altro, come gli sia stata incendiata la casa, per rappresaglia, da un gruppo di Brigate nere fasciste. E conclude - "sono tornato apposta dal Brasile per ammazzarlo". Ritiene di aver compiuto un atto di guerra partigiana, seppure con quarantacinque anni di ritardo!

giovedì 16 agosto 2007

Piccoli freddi e grandi imbrogli



"Il grande imbroglio", è la traduzione del titolo originale ("The Big Fix") di "Moses Wine Detective". Piccolo grande film, quasi misconosciuto, che si opponeva, a modo suo e a partire dal titolo, a quel "Il Grande Freddo" (The Big Chill) che da subito risultava troppo algido (per l'appunto!), e "costruito" come macchina per far soldi sul cadavere (che non si vede mai) di Kevin Costner.
Richard Dreyfuss si muove perfettamente a suo agio nei panni di un ex-sovversivo americano, mai pentito, finito per qualche strano scherzo del destino a fare l'investigatore privato. Sarà proprio il suo passato a strapparlo ad un destino di indagini su tradimenti e corna e lo costringerà a guardare negli occhi una realtà che non è quella che si vorrebbe essersi ... realizzata!
Il "situazionismo" fa capolino nella pellicola. Uno dei leader della rivolta studentesca, entrato in clandestinità e ricercato dall'FBI, è diventato ricco e lavora, sotto falsa identità, come dirigente di una delle maggiori società pubblicitarie americane. Era successo che, da latitante, vivacchiava lavorando nei bar. Consegnava panini e bibite negli uffici. Entrato in quest'ufficio, aveva visto i vari lavori appesi alla parete, i tentativi di creare degli slogan convincenti per vendere questo o quel prodotto. Qualcuno la aveva visto ridacchiare divertito dalla pochezza delle formule e gli aveva chiesto se lui sapeva fare di meglio. Sapeva farlo, ovviamente!
C'è una scena molto commovente che, a pare mio, vale da sola tutto il film. Il protagonista, per districarsi e cercare una traccia che possa condurlo alla verità, è costretto a visionare dei vecchi filmati in bianco e nero della rivolta di Berkley e, guardandoli, l'emozione cresce in lui, finché non riesce più a trattenere le lacrime. No, non era uno dei leader della rivolta il "piccolo" Richard Dreyfuss, ma in quella scena, in un attimo, entra nella schiera dei "grandi".

martedì 14 agosto 2007

Cuori Feriti



"Tom Russell è Johnny Cash, Jim Harrison e Charles Bukowski rollati dentro una sola persona. Provo una grande affinità verso le canzoni di Tom Russell, per come riesce a scrivere del Cuore Ferito dell'America"

Con queste parole, Lawrence Ferlinghetti ha dato il titolo al disco che raccoglie e riassume in un pugno di canzoni il tributo a Tom Russell. Da Johnny Cash a Doug Sahm, compreso lo stesso Ferlinghetti che recita "Stealing Electricity".
In più, lo stesso Tom Russell canta quattro canzoni, fra cui l'inedita "The Death of Jimmy Martin", dedicata a Jimmy Martin, morto nel 2005.

Ieri sera, il mio amico Federico mi ha fatto sapere, in diretta da Londra, che Tom Russell ha composto una canzone dedicata a Mother Jones, "The Most Dangerous Woman in America".
Peccato che fossero finite le magliette!

Ad ogni modo, questa è la tracklist del nuovo disco:

Johnny Cash – Veteran’s Day
Dave Alvin – Blue Wing
Joe Ely- Gallo del Cielo
Iris Dement – Acres of Corn
Dave Van Ronk – The Outcaste
Laurie Lewis – Manzanar
Doug Sahm – St Olav’s Gate
Suzy Bogguss – Outbound Plane
Ian Tyson & Nanci Griffith – Canadian Whiskey
Doug Sahm – Haley’s Comet
Jerry Jeff Walker – Navajo Rug
Ramblin’ Jack Elliott – The Sky Above
Lawrence Ferlinghetti – Stealing Electricity
Eliza Gilkyson – Walking on the Moon
Barrence Whitfield & Tom Russell – The Cuban Sandwich
Tom Russell - Who’s Gonna Build Your Wall?
Tom Russell - Home Before Dark
Tom Russell - The Death of Jimmy Martin

E questa è:

La Morte di Jimmy Martin
di Tom Russell

Un segugio si aggira correndo per la pineta
Il rumore dei suoi guaiti mi strappa l'anima
Una ghiandaia ha intonato un canto funebre
a tempo di ragtime.
Barbara Allen si è rivoltata nella tomba tutta la mattina
C'erano rose che crescevano dalla sua testa
Hey, stanotte Dio è andato a bruciare Nashville
Jimmy Martin è morto
Ah, il grande Jimmy Martin giace morto

Hai dieci decimi di vista ma stai girando in tondo come un cieco
Tu, minchione da Grand Ole Opry
Con i tuoi falsi giudizi e il tuo ipocrita snobismo
Ed il tuo Dio maledetto e senza cuore
Hai disprezzato Hank Williams ed hai emarginato Jimmy Martin,
Ragazzi che cantavano con lingua di fuoco
Hey, dio sta andando a bruciare il tuo Grand Ole Opry
Ascolta le urla degli ipocriti e dei bugiardi
Si sentono più al sicuro ora che Jimmy non c'è più.

Corri, Pete, corri, il tuo padrone ti chiama
Ti sta aspettando laggiù
Hey, non voltarti indietro, Nashville sta bruciando
Pete, Jimmy Martin è morto
Il grande Jimmy Martin è morto.

No, non chiamatemi cantante country
Per me c'è del veleno in codeste parole
E' dal 1973 che non sento una buona canzone country
Il re del bluegrass è morto per i vostri peccati
La puttana di Babilonia dorme nel vostro letto
E Dio, stanotte, è andato a bruciare Nashville
Jimmy Martin è morto
Il grande Jimmy Martin è morto.

Un segugio si aggira correndo per la pineta
Il rumore dei suoi guaiti mi strappa l'anima ...

lunedì 13 agosto 2007

Un Conto Personale



Ci sono dei film che riguarderesti sempre, ogni qual volta se ne dà l'occasione, ogni volta che ne hai il tempo e non hai altro da fare. Pigramente, smetti di cambiare canale e ti lasci andare a ri-guardare "Lo Squalo" per l'ennesima volta. Come ieri sera. E ancora una volta cerchi di disvelarne il meccanismo, provi ad estrapolare il nucleo della storia, almeno quello che per te è il nucleo! Quel che nella storia ti affascina, il pezzo del film che aspetti tutte le volte di poter rivedere.
Credo che sia così, più o meno, per tutti i film che si amano. Una parte, o due al massimo, più o meno lunga, che nella tua testa risolve, spiega tutto il film. Come in un gioco di citazioni da antologizzare. E ne "Lo Squalo" è il gioco dell'amicizia virile che si costruisce fra i tre uomini, a partire dal viaggio in barca. Durante la caccia. E non sono gli interessi comuni, a far da collante e a ricomporre i dissidii, bensì il lavoro comune. Il lavoro collettivo, insieme all'alcool e alla musica. Non c'è niente da fare, bisogna cantare insieme, dopo aver bevuto e mostrato ciascuno le proprie cicatrici. E i tatuaggi. Perché i tatuaggi, come le cicatrici, sono i segni indelebili della memoria. Anche il tatuaggio che si prova inutilmente a cancellare, come il nome della "Corazzata Indianapolis" che Quint/Robert Shaw reca sul braccio. Il suo conto personale con lo squalo. Perché il conto, quello vero, col nemico, è sempre e soprattutto un conto personale

Carte



"Io sono l'ultimo testimone.
Conservo documenti per un'epoca
che non li comprenderà più, o che vivrà
così lontana da quanto è accaduto
che dirà che ero un falsario"

Karl Kraus - "Gli Ultimi Giorni Dell'Umanità"

sabato 11 agosto 2007

Morte per lavoro




Non mi è simpatico Francesco Caruso, non certo per le sue ultime dichiarazioni a proposito della qualifica di assassini attribuita a Treu e Biagi (chissà perché non ha menzionato D'antona?). Forse non mi è troppo simpatico per il fatto che - come mi aspettavo - non ha tardato a voler ridimensionare (fino a chiedere scusa) le sue affermazioni che tutti, da Libero al Manifesto, hanno bollato come a dir poco demenziali.
E che cazzo, uno quando afferma delle cose dovrebbe preventivare la possibilità di non ritrattare, né del tutto né in parte!
Non mi è simpatico per forse troppi motivi, tutti tranne quelli espressi dai giornali. Per non parlare di quelli espressi dai rappresentanti delle forze politiche, in primis quella che lo ha fatto eleggere deputato in parlamento. Qualsiasi studente di giurisprudenza che ha, non dico studiato, letto un giurista di destra come Carl Schmitt, sa che non si governa senza sporcarsi le mani di sangue. Non lo sanno - a quanto pare - giornalisti e uomini politici, compresi quelli che amano fregiarsi dell'appellativo di comunisti. Ignoranti senza giustificazione?
Davanti ad un Francesco Caruso che, solo per un attimo, ha avuto il coraggio di dire la verità, gli hanno voluto ricordare - tutti in coro - che non si può. Non si può dire la verità semplice, ricordare le chiare responsabilità, non si può soprattutto quando si è in parlamento, oppure si è giornalisti. Non attiene loro, la verità!

giovedì 9 agosto 2007

La Parola Amica



Una vecchia e buona amica. Tale l'ho considerata Carla, per tutti questi anni. Grazie alla condivisione di molte cose, e fuori e dentro il luogo di lavoro. Ma evidentemente non è mai abbastanza. Non basta aver viaggiato insieme, aver parlato, essersi arrabbiati o aver pianto insieme. Non basta quando interviene un gesto, una parola che cancella tutto, come un colpo di pistola. E ti lascia a ricordare solo quello che serve a spiegare lo sparo.
Non ce n'era alcun motivo. bastava che mi chiamasse per telefono e mi chiedesse di cambiarle il toner per la stampante. Invece di farmi telefonare da altri ed intimare, la seconda volta, di farlo. Perché no, perché lei, diversamente dagli altri, non poteva andare a prenderlo da sé: ché non poteva lasciare la postazione! Quella stessa postazione che ho trovato deserta quando sono andato a fare quanto richiestomi, senza nemmeno sapere da chi doveva essere occupata quella postazione. Non c'era alcun bisogno di cambiare il toner, fra l'altro. Ho chiesto e mi hanno detto chi era l'interessato. Sono andato a cercarla, e l'ho trovata che conversava amabilmente con la dirigente autrice della seconda telefonata. Come chiarimento ho ricevuto - "io mi faccio un culo così!". Ho risposto uno scarno "ne prendo atto" e sono andato via senza aggiungere altro. Né allora né mai più. Ridendo amaramente, dentro di me, al suo ruolo di sindacalista delle "rdb"! Allontanandomi, via dalle sue piccole contraddizioni e dalle sue contraddittorie piccolezze. Libero.
"L'amicizia confonde". Era l'incipit di un vecchio film. "Corbari", con un improbabile Giuliano Gemma nel ruolo del partigiano "re di Faenza" (come l'ha incoronato Luca Mirti nella sua bellissima canzone "Iris e Silvio"). E l'amicizia confonde, è vero. Sovente ti chiude gli occhi, o ti spinge a guardare da un'altra parte. La frase, nel film, era riferita ad un "amico" che cercava di impedire al protagonista di intervenire per salvare un ebreo dai fascisti, e so benissimo che la cosa non è comparabile con gli avvenimenti che hanno suscitato in me il riaffiorare del ricordo di quella frase, ma l'amicizia confonde! E i nodi vengono al pettine. Sempre.
E sono venuti al pettine, giorni fa, quando in un solo attimo mi sono reso conto che chi consideravo mia amica da qualcosa come venticinque anni era solo una piccola squallida stronza. Basta poco, un atteggiamento che si ripete più volte, come in un crescendo - e prima hai sempre cercato di distogliere l'attenzione, chissà perché? - e una frase infelice, detta al momento sbagliato, col tono di voce sbagliato, con la luce sbagliata negli occhi. No, non sono "questioni di lavoro"! E' la vita, quella con cui bisogna misurarsi, giorno dopo giorno. Giorno per giorno. E le amicizie finiscono, come tutte le cose. E meglio se finiscono così. Male, così come finiscono male i "grandi amori". Ed è bene che finiscano male anche le amicizie che hai ritenuto essere vere. Solo le piccole vicende durano in eterno, e in eterno si ripetono, sempre uguali a sé stesse. E forse quest'enunciato (che riprendo da Tronti, scritto a proposito del libro della Rossanda) è una sorta di condanna. Una condanna all'infelicità, o ad una felicità sempre e comunque sporadica, precaria, da cogliere per quanto possibile nel tempo e nello spazio che ti consente, che ti regala. Si può essere d'accordo o non d'accordo, circa l'ineluttabilità della fine, ma continuo a ritenere che sia meglio decretare la fine di qualcosa, anche la sua "mala fine", piuttosto che trovarsi a commisurarlo a quel che era, e non è più. O che forse non è mai stato, anche se questo non importa.

mercoledì 8 agosto 2007

treni ...



Ci sono vari modi di leggere i giornali e di fruire delle cosiddette notizie tele-trasmesse. Tutti perdenti. Probabilmente ha ragione Sbancor quando dice che questo è un paese dove, per conoscere la realtà, bisogna leggere i romanzi. Fatto sta che certe notizie sembrano non avere diritto di cittadinanza alcuna, e in televisione e sulla carta stampata. Qualcosa riesce a trasparire solo sul web, come la notizia che ci sarà un aumento del prezzo del pane e della pasta nell'ordine del 20% circa. Sembra siano finite le scorte, e che il prezzo del grano duro (che in gran parte importiamo) sia andato alle stelle! Curioso, in questa estate del 2007, scoprire che con ogni probabilità aveva ragione l'ingegner Bordiga, a proposito del fatto che "Mai La Merce Sfamerà L'Uomo"! Ma tant'è. Molto meglio preoccuparsi e fare preoccupare della guida in stato d'ebbrezza, e relativa campagna di stampa, adesso affiancata dal problema degli incendi nei boschi. Argomenti principali in questa calda estate dove la sedicente sinistra può sfoggiare tutto il suo bagaglio culturale e proporre così una soluzione da fini giuristi a tutti i problemi che affliggono il paese: la galera! No, meglio non leggerli i giornali, forse. Che si perde sempre!
Però, a volte ......
... A volte ci sono delle parole, di rado dette, assai più spesso scritte, sebbene sempre più sparute e più rare, che sortiscono l'effetto di chiamare in causa, di spingere. Parole, frasi, che ti fanno quasi alzare in piedi, di scatto. E ci riescono perché ti inducono a parlare, a dire, a completare la "trama". Erri De Luca è uno fra quelli che ci riesce più spesso, e meglio. Ti far venire voglia di ricordare. Di scambiare i ricordi. Il tuo per il mio! Ti senti in obbligo, per quanto hai ricevuto, aggratis; e devi - è la legge del dono - ricambiare, apportare qualcosa che possa arricchire quella scheggia di passato che ha guadagnato un'esposizione pubblica. E allora ti viene naturale togliere la polvere a quanto ritenevi smarrito da qualche parte, dentro.
A dare la stura è stato uno scritto (non riesco a trovare altro modo per definirlo): "Sul treno il Novecento in libertà", apparso sul manifesto, per una sorta di rubrica letteraria estiva, a proposito de "I rifugi della sinistra". Credo valga più di una lettura. Per quanto mi riguarda, è servito a riportarmi indietro, sui treni di quegli anni. Treni lunghi, sui quali anch'io ho guadagnato la libertà della fuga. Dove anch'io ho imparato "la classe", la prima e la seconda, e la comunanza del "volete favorire" fatto di pane e salame, di vino e di arance.
Molto più lungo il mio, di viaggio, col mare in mezzo per sovrammercato. Come quella volta che da Messina, il traghetto dovette arrivare fino a Vibo Valentia, per poi trasbordarci su un autobus che ci ricongiungesse alla stazione, e al treno. Reggio Calabria era in rivolta per "Reggio capoluogo"! Ma furono quattr'ore di mare. E dopo un viaggio come quello, salutavi con affetto e trasporto chi ti guardava, magari con l'invidia di te che eri arrivato e lui continuava da Firenze Santa Maria Novella a Dusseldorf! Per poi rifarlo a Natale, a Pasqua, in estate, alle prossime elezioni. In otto, in uno scompartimento. A raccontarsi storie, a commentare le storie raccontate. Come quelle che racconta, e continua a raccontare, Erri De Luca.
Grazie.

martedì 7 agosto 2007

uno dei mods...



Peccato però che fosse vestito da rocker, Ricky Shayne! Anche se nel film, "La Battaglia dei Mods" (un "musicarello" del 1966, diretto da Franco Montemurro), erano vestiti da rockers anche i rockers.
Il film, già il film. Curioso, ma devo ammettere che il film sui mods, girato su un copione scritto da Ennio De Concini che cercava in qualche modo di dare un respiro ampio ad una storia che traeva ispirazione e motivo da una ... canzone.
Così dalla battaglia iniziale si dipanava una sorta di viaggio iniziatico da Liverpool fino a Roma, passando per Parigi e Genova. Un viaggio "banale" nella ricerca, già stantia in quegli anni, del ... padre da "uccidere". Eppure, quel film del 1966, visto nel 1967 all'età di 14 anni recava in sé qualcosa... Poche cose, certo, oltre la canzone ed il personaggio che amavo quando avevo quell'età; e tuttora conservo affetto per entrambi.
Poche cose, dicevo, destinate a segnarmi. Una ragazza con un caschetto di capelli neri ed un pacchetto di "Gitanes", tirato fuori dentro un vagone delle ferrovie francesi. Poi un Enzo Cerusico claudicante nei vicoli di una Genova malfamata, ed una chitarra regalata come pegno di gratitudine. Una chitarra, eredità e percorso, con la scritta tracciata sopra, a parlare della guerra di Spagna e delle Federacion Anarquista Iberica. Altri padri, non da uccidere ma da assumerne l'eredità che aveva più il sapore di una cambiale da onorare!
A tentare di riannodare il passato con il futuro. Con la musica, con le immagini, con le parole.
Con la vita.
A tentare di non smettere mai. Anche attraverso questa strana cosa chiamata "blog" che rischia di assomigliare sempre più ad una sorta di "guida per riconoscere i miei santi"!

lunedì 6 agosto 2007

La volontà del popolo (ancora!)



"La guardia è stanca." - Con queste parole, pronunciate nella notte del 5 gennaio 1918, un giovane marinaio anarchico di nome Anatoli Zhelezniakov (o Anatol Jeleznakoff) sciolse l'Assemblea Costituente e scrisse il suo nome nella storia della Rivoluzione Russa.
Quando nel 1917 il regime zarista era collassato, Zhelezniakov serviva su una dragamine che aveva base a Kronstadt. Dopo la rivoluzione di febbraio, gli anarchici insieme ad altri militanti avevano occupato la villa di P.P.Durnovo (governatore di Mosca durante la rivoluzione del 1905) e l'avevano trasformata in una comune rivoluzionaria, con stanze per leggere e discutere ed un giardino come campo da gioco per i bambini. L'occupazione rimase indisturbata fino al 5 giugno 1917, quando un certo numero degli occupanti provò ad impadronirsi della macchina tipografica di un giornale borghese. Allora Pereverzev, ministro della giustizia del governo provvisorio, ordinò agli anarchici di abbandonare immediatamente la casa.
Il giorno successivo, cinquanta marinai, fra cui Zhelezniakov, arrivarono da Kronstadt per difendere i loro compagni che, nel frattempo, si erano barricati nella villa per resistere all'attacco del governo. Per le successive due settimane rimasero trincerati, sfidando il governo e il soviet di Petrograd. Ma dopo l'assalto, da parte di alcuni anarchici, ad una vicina prigione, per liberare i detenuti, il ministro Pereverzev ordinò un attacco alla villa, durante il quale perse la vita un operaio anarchico e venne catturato Zhelezniakov che, dopo un processo sommario, fu condannato a 14 anni di lavori forzati. Un gruppo di marinai andò a Palazzo Tauride per parlare con Pereverzev. Non avendolo trovato, sequestrarono Victor Chernov (socialista rivoluzionario ministro dell'Agricoltura e futuro presidente di quell'Assemblea Costiuente cui Zhelezniakov, sei mesi più tardi, avrebbe intimato il suo ordine di disperdersi). Fu solo grazie a Trotsky che Chernov evitò di essere linciato.
Poche settimane più tardi, Zhelezniakov evase e riprese le sue attività rivoluzionarie. Organizzò una dimostrazione di massa dei marinai di Kronstadt all'ambasciata americana, per protestare contro la condanna a morte di Tom Mooney e la minaccia di estradare in California Alexander Berkman, entrambi accusati di essere implicati nel "Preparedness Parade bombing" del 22 Lugio 1916 a San Francisco.

Nell'ottobre del 1917, Zhelezniakov lavorò insieme ai bolscevichi per abbattere il Governo Provvisorio. Dal momento che l'equipaggio del suo dragamine lo aveva eletto delegato al Secondo Congresso dei Soviet del 25 Ottobre 1917, la notte stessa assaltava il palazzo d'inverno alla testa di un contingente di marinai. Dopo l'ottobre rivoluzionario venne nominato comandante del distaccamento a guardia del Palazzo Tauride.
"Bandoliere piene di cartucce drappeggiavano le loro spalle in modo civettuolo e le granate pendevano inopportunamente dalle loro cinture" - così li descrive un testimone oculare!
E sarà in questo ruolo che, su ordini bolscevichi, compirà la sua missione storica di sciogliere l'Assemblea Costituente.
Durante la guerra civile che ne seguì, Zhelezniakov combattè nell'Armata Rossa in qualità di comandante di una piccola flotta, prima, e di un treno corazzato, dopo. Prese parte alle campagne contro i cosacchi del Don e contro i generali Krasnov e Denikin. Quando Trotsky riorganizzò l'Armata Rossa, mettendo al comando ufficiali zaristi e abolendo il sistema di auto-governo, Zhelezniakov protestò vigorosamente, così come fecero molti altri rivoluzionari che si opposero al ritorno dei vecchi metodi militari. Per tale motivo venne messo fuorilegge.
Ad ogni modo, Zhelezniakov tornò a Mosca illegalmente e discusse la cosa con Sverdlov, presidente del Comitato Esecutivo dei Soviet, che gli spiegò che c'era stato un equivoco e gli offrì un'alta posizione militare. Zhelezniakov declinò l'offerta e si recò ad Odessa per riprendere la guerra contro i Bianchi. L'anno successivo, nel 1919, i Bolscevichi gli rinnovarono la proposta. Stavolta Zhelezniakov accettò e venne designato comandante della campagna contro Denikin. Zhelezniakov combattè fino al 26 Luglio 1919, ucciso da una granata dell'artiglieria dei Bianchi. Aveva 24 anni.

venerdì 3 agosto 2007

Strade



"Mi sono calcato il cappello all'indietro e mi sono incamminato verso ovest da Redding attraverso le foreste di abeti lungo la costa vagabondando di città in città con la chitarra appesa sulle spalle. Ho cantato nei bassifondi di quarantadue stati: la Reno Avenue di Oklahoma City, la Lower Pike Street di Seattle, il tavolo del giudice di Santa Fé, le baraccopoli infestate da mosche intorno alle discariche di rifiuti delle città. Ho cantato negli accampamenti che chiamano ‘Little Mexico’, nella parte lercia dei verdi pascoli della California. Ho cantato sulle chiatte di ghiaia della costa Est e lungo la Bowery di New York guardando i poliziotti dare la caccia agli ubriaconi di rum.
Mi sono chinato lungo la curva del Golfo del Messico e ho cantato fra il sale e il catrame di Port Arthur, fra gli operai dei pozzi e delle raffinerie di Texas City, fra i fumatori di marijuana di Houston. Ho seguito gli itinerari di fiere e rodei per tutta la California settentrionale, Grass Valley, Nevada City. Ho seguito le piste delle albicocche e delle pesche intorno a Marysville e le colline sabbiose dei vigneti di Auburn bevendo il vino fatto in casa dagli amici contadini. Ovunque, ho messo il cappello in terra e cantato per gli spiccioli. A volte sono stato fortunato e mi sono trovato dei buoni lavori. Ho cantato alle radio a Los Angeles, e ho avuto lavoro da zio Sam per andare nella valle del fiume Columbia e registrare ventisei canzoni sulla diga del Grand Coulee. Ho inciso due album di dischi chiamati Dust Bowl Ballads per la Victor. Ho perso di nuovo la strada ed ho attraversato altre due volte il continente sulle carrozzabili e sui treni merci. La gente mi ha ascoltato nei programmi nazionali CBS e NBC ed ha pensato che fossi ricco e famoso, ed invece non avevo neanche un soldo in tasca al momento di riprendere il cammino."

Woody Guthrie - Bound For Glory

giovedì 2 agosto 2007

Una partita a poker ... con Katrina



Si chiama Katrina (su youtube)
di Ralph Kline

Stanotte mi sono sdraiato, per dormire
Prego il signore affinché custodisca la mia anima
Ascolto il vento, rispondermi
La tua anima è tutto quel che hai, tutto quel che hai

Lei arriva stanotte, a vedere le nostre carte
Nessun Jack, o Regina, o Re può batterla
Anche con un Full è meglio passare
Lei lo sa, la sua Scala può vincere
Stanotte, è lei che comanda

Lei fa girare il vento, e fa cadere la pioggia
Chiuderà la partita con onde rabbiose
Non prova nessuna vergogna, mentre distribuisce il dolore
Si chiama Katrina, il suo nome è Katrina

Noi lanciamo i dadi, lei farà girare la ruota
Noi valutiamo le probabilità, lei vincerà il piatto
Lei guarderà le nostre mani, e poi darà le carte
Una partita, e lei è venuta per uccidere
Il dolore, e lei è venuta a distribuirlo

Con la luce del mattino, sapremo deridere la sua ira
E quelli che lei ha risparmiato cammineranno in lutto
Pagheremo il tributo, dopo averlo calcolato
E poi, sentiremo la sua risata
Sentiremo Katrina ridere
Per sempre, la sentiremo ridere

mercoledì 1 agosto 2007

Deserti ...




Mi ero disposto per bene, sul divano. Pistacchi e tequila! Pronto a godermi gli sviluppi che l'intricata trama di "Jericho" mi avrebbe riservato. E invece no, niente. La seconda settimana senza.
La morte del quasi-novanticinquenne (si è spento serenamente all'età di novantacinque anni.... E, cazzo, s'aveva anche a lamentare!) Michelangelo Antonioni ha suscitato alla direzione di rai due l'esigenza insopprimibile di riservargli un omaggio. E così mi ritrovo a guardare "Zabriskie Point", dopo non ricordo quanti anni dall'ultima volta che l'ho visto. Lo guardo, prestandovi maggior attenzione, mentre lo filtro con le "conoscenze" acqusite solo molto tempo dopo la mia prima visione del film. Guardo il protagonista, rimasto giovane. Per sempre. Morirà in carcere, qualche anno dopo il film. Rimarrà ucciso, strozzato da una di quelle macchine da palestra, per il sollevamento pesi fatto da sdraiati, in condizioni misteriose. Era in carcere in seguito ad una rapina, allo scopo di finanziare un'organizzazione di estrema sinistra.
Guardo il protagonista, Mark Frechette, e lo vedo somigliante a mio figlio. Ma forse è solo la somiglianza...a certi sogni.
Il film, dicevo, il film visto con occhi nuovi seppure invecchiati. Mi soffermo a leggere sui titoli di testa, e mi accorgo che la sceneggiatura è firmata per metà da americani e per metà da italiani. Fra gli americani, Sam Shepard. Non lo sapevo allora. Ma anche se l'avessi letto, a quei tempi, non sapevo una sega di chi fosse Sam Shepard!
La scena iniziale, mi afferra per le palle e mi trascina nel passato. Quello vero, non certo quello che la memoria riesce a lenire, con la sua misericordia, quarant'anni dopo! Ed è un bene.
Certo non c'erano divisioni fra bianchi e negri, in Italia, anche perchè, sicuramente, non c'erano "bianchi e negri" in Italia! Ma c'erano sicuramente la noia e i discorsi idioti. E l'accusa di individualismo, e pure borghese!
Fu uno dei miei primi impatti, con l'università e il movimento, ovviamente attraverso gli occhi di una ragazza. Tutto secondo copione. Accadde all'opera universitaria, in piazza san Marco, dove le matricole erano state convocate per comunicare loro che non avrebbero avuto diritto al pre-salario (cinquecentomila lire l'anno!). Fu lì che mi incazzai per la prima volta, a Firenze. E una ragazza, piccola dolce e molto carina, mi venne a dire che non serviva a niente. Che bisognava organizzarsi, ecc. ecc.. L''individualismo borghese, e tutto il resto. Era di "servire il popolo", credo. Ricordo che mandai una lettera individuale, all'opera universitaria, in cui li invitavo a ricontrollare la mia situazione. Diversamente - minacciavo - avrebbero avuto mie notizie attraverso la "procura della repubblica". La tattica mi era stata suggerita dal "barone situazionista napoletano", di cui ho parlato un'altra volta. Poco tempo dopo mi arrivò una lettera di scuse, da Staderini, il presidente dell'opera universitaria (curioso come ci si riesca a ricordare, a tanti anni di distanza, dei nomi...insignificanti). Ebbi il presalario! E Staderini, finché il presalario non venne pagato, ogni notte venne tempestato da decine di telefonate che gli rammentavano quanta fame avevano gli ospiti della "Casa dello studente". Indivualisti, forse borghesi anche se non credo, sicuramente organizzati a modo nostro, come sono sempre stato (mi si perdoni l'anacoluto).
La ragazza la rividi solo un paio di volte. Poi più!
Forse perché mancava una colonna sonora come la "Tennessee Waltz" del film... Forse!

martedì 31 luglio 2007

Raccordi Anulari



Un'altra canzone essenziale. E' di Guy Clark. Personalmente la preferisco nella versione di Jerry Jeff Walker. Ne esiste anche una cover, in italiano, fatta da Luigi Grechi e intitolata "Foglio di Via".

Il Raccordo di Los Angeles
di Guy Clark

Impacchetta tutte le tue cose
Butta giù una nota con tutti i buoni propositi
Saluta il padrone per me
Non l'ho mai potuto sopportare, quel figlio di puttana
Butta via tutti quei giornali di Los Angeles
E quella scatola di wafers alla vaniglia ormai ammuffiti
Adios a tutto questo cemento
Portami su qualche strada sterrata

Se solo riesco ad uscire dal raccordo di Los Angeles
Senza essere ammazzato o arrestato
Percorrerò quello sterrato in una nuvola di fumo
In cerca di una terra che non è stata comprata

Un pensiero per te, mio vecchio Dennis
Penso che mi mancherà solo una cosa
Riesco a sentirlo da qui, il suono della tua chitarra
Dolce e profonda come un dono da portare
Suonala per me ancora una volta, adesso
Crederò a tutto quello che dici
Però continua, continua a suonare

Se solo riesco ad uscire dal raccordo di Los Angeles
Senza essere ammazzato o arrestato
Percorrerò quello sterrato in una nuvola di fumo
In cerca di una terra che non è stata comprata

E tu infila la cartolina rosa nella cassetta delle lettere
Lascia la chiave infilata nella serratura
Loro la troveranno, oppure no
Sono sicuro che c'è qualcosa che ho dimenticato
Oh Susanna, non piangere, bambina
L'amore è un regalo che si fa con le mani
Noi abbiamo qualcosa in cui credere
Non pensare che adesso è tempo di lasciarci

Se solo riesco ad uscire dal raccordo di Los Angeles
Senza essere ammazzato o arrestato
Percorrerò quello sterrato in una nuvola di fumo
In cerca di una terra che non è stata comprata

lunedì 30 luglio 2007

Ammazza Un Bastardo!



Ovunque siate, chiunque siate,
c'è un bastardo che vi rende la vita impossibile.
Politico, ecclesiastico, militare, sbirro, padrone, promotore,
funzionario, doganiere, caporeparto, capetto, usciere,
controllore, burocrate, bancario, etc. (lista non esaustiva).

Ammazzatelo.
Attuerete un atto di salubrità pubblica.
Al contempo realizzerete un'opera d'arte di altissimo livello.
La campagna AMMAZZA UN BASTARDO!vi offre anche la possibilità di soddisfare
il vostro altruismo.
Uccidendo chi vi dà fastidio, uccidete pure chi infastidisce gli altri.

Siate moderni. AMMAZZATE UN BASTARDO!
Siate alla moda. AMMAZZATE UN BASTARDO!
La vita è breve. AMMAZZATE UN BASTARDO!
Pensate agli altri. AMMAZZATE UN BASTARDO!
Divertitevi. AMMAZZATE UN BASTARDO!

N.B.: Se le vostre intime convinzioni vi vietano di togliere la vita a qualche animale, per quanto nocivo, vi invitiamo a compiere lo stesso gesto in modo simbolico, ad esempio distruggendo un monumento alla gloria di uno o più noti bastardi, o ancora un'opera d'arte disgustosa a vostra scelta.

Per evitare ogni confusione con comuni fatti di cronaca, fate una croce qui sotto per ogni bastardo abbattuto.

Da Ammazza un bastardo! di Colonel Durruti (Edizioni Spartaco, 2007)


Parigi si sveglia tappezzata di manifesti inneggianti alla rivolta. Manifesti color malva che consigliano: “Ammazzate un bastardo”. Sembra una delle tante trovate pubblicitarie, invece l’insurrezione scoppia davvero e si estende a macchia d’olio, in un susseguirsi di azioni spontanee. Il gruppo che la scatena si ispira apertamente all’atto surrealista più semplice evocato da André Breton: “Scendere in strada con il revolver in pugno e sparare a caso nella folla”.


Colonel Durruti è lo pseudonimo con il quale Emmanuel Jouanne e Yves Frémion, hanno firmato alcuni loro romanzi. Jouanne, traduttore di Philip K. Dick, è un prolifico autore di fantascienza ed è considerato tra i maggiori scrittori “neo-formalisti”. Frémion è scrittore e critico di fumetti.

venerdì 27 luglio 2007

La Ballata di Marì



Quando hanno suonato alla porta...
...ho aperto ed ho visto un secondino. Mi ha guardato senza parlare, ha teso il braccio verso di me. Reggeva una busta nella mano. Io l'ho presa. Lui ha accennato un piccolo inchino, poi ha girato sui tacchi e se n'è andato via. Sono rimasta un attimo, la porta spalancata, con la busta in mano, fra le dita.
L'ho guardato mentre finiva di scendere le scale, il secondino. Fino a quando è uscito in strada, chiudendosi il portone alla spalle. Solo allora ho guardato la busta, rigirandomela in mano.
Mi sono seduta al tavolo della cucina e l'ho aperta, quella busta. E ho cominciato a leggere.

"era già tardi perché con una corda sul collo freddo pendeva Michè"

Com'è fatta una lacrima asciutta? Me lo sto chiedendo in questo momento! Non riesco a piangere per lui. Non ci riesco. Cazzo! Mi ha fatto già piangere tutte le lacrime che avevo. Ed ora è tardi. E' tardi per tutto. Anche per perdonare.

"s'è impiccato ad un chiodo perché non voleva restare vent'anni in prigione lontano da te"

Non credo che mi sarebbero bastati vent'anni. Saperlo lontano da me per SOLO vent'anni! Questo non impediva che mi svegliassi, con la paura di vederlo tornare. Magari di notte, magari di soppiatto. Mi avrebbe rimesso sulla strada. A battere. Dicendo che gli altri uomini non contavano, non potevano sporcarmi, in fondo. Io ero solo sua. E solo lui poteva amarmi. Nessun altro!

"nel buio Michè se n'è andato sapendo che a te non poteva mai dire che aveva ammazzato soltanto per te"

E poi, un bel giorno (o dovrei dire un brutto giorno), arrivò lui. Lui, voleva solo portarmi via. Ed io volevo solo essere portata via. Un illuso! Miché disse che era solo un illuso. E gli brillava una strana luce negli occhi, mentre lo diceva. "Quello è solo un idiota che non ha capito niente di te!"
- continuava a ripetere, a ripetermi, a ripetersi.
Forse avrei fatto meglio a credergli. Sarebbe stato meglio per tutti.
Forse....

"io so che Michè ha voluto morire perché ti restasse il ricordo del bene profondo
che aveva per te"

Il bene! Già! Strane cose si fanno in nome del bene. Ti prendono e ti svuotano dentro, fino a non lasciarti più niente. Lo fanno in nome del bene. Del tuo bene e del loro bene per te. Non ti rimane niente alla fine. Niente! Nemmeno la speranza. Solo quel loro bene. E non riesci nemmeno più a vomitare.

"vent'anni gli avevano dato la corte decise cosìperché un giorno aveva ammazzato chi voleva rubargli Marì"

Vent'anni! Vent'anni per aver difeso la sua proprietà. Era così che si spiegava la sua condanna. E non pensava, non ha mai pensato, alla mia, di condanne: vederlo mentre faceva a pezzi la mia unica speranza, con venti coltellate. Guardare quegli occhi morenti che mi chiedevano "perchè, perchè mi hai fatto questo?". Non ha mai pensato alle mie notti a venire!?

"se pure Michè non ti ha scritto spiegando perché se n'è andato dal mondo tu sai che l'ha fatto soltanto per te"

E cosa avrebbe dovuto scrivermi?
Era questa l'unica lettera che aspettavo. Questa!

"domani Michè nella terra bagnata sarà e qualcuno una croce col nome la data su lui pianterà"

E adesso che marcisca pure all'inferno!

giovedì 26 luglio 2007

Franco Leggio



L'ho saputo solo qualche tempo dopo, della sua morte avvenuta il 15 dicembre dello scorso anno. Spero che non sia stato troppo freddo nella sua Ragusa, quel giorno.
Strano, aveva poco meno di 86 anni, ma non mi riesce pensarlo come "vecchio". E non perché siano passati oramai diversi anni dall'ultima volta in cui l'ho visto per l'ultima volta. No, non per questo. No, per non averlo visto "invecchiare".
Già da subito, quando lo conobbi, all'inizio degli anni settanta - ed era più giovane di mio padre solo di poco più di un anno - lo percepii come un quasi-coeateno. La sensazione era destinata a rafforzarsi, nel 1974, quando passammo una buona "mesata" a Vallo della Lucania, praticamente stando insieme giorno e notte, al processo contro Giovanni Marini. O certo, ne sapeva "qualcuna" in più di me, come quando mi rimbrottò perchè stavo lasciandomi scappar detto, al commissario Juliano, che l'immobile che avevamo forzato, in piazza a Vallo della Lucania, era stato, per l'appunto, forzato. Ne aveva di esperienza di poliziotti e magistrati!
Fummo gli unici, io e lui, a "farcelo" tutto, il processo. Arrivammo qualche giorno prima che cominciasse, per preparare un po' il terreno per le decine di compagni che via via si sarebbero succeduti, in quel buco di culo del mondo. L'impatto fu dei peggiori, all'inizio. Il segretario della locale federazione comunista ci venne ad esprimere tutta la solidarietà e tutto il dispiacere, per non poterci mettere a disposizione la sede, sebbene i militanti di base del paese avessero cercato di premere in tal senso. Ordini dall'alto! E questo, nonostante Terracini fosse nel collegio di difesa. Ma già Terracini non ci stava troppo con la testa. E, ad onor del vero, anche quando ci stava aveva da tempo accettato di far da gagliardetto ad un partito comunista che aveva assai poco (sì, è un eufemismo!) a che fare con quello da lui fondato insieme a Bordiga e Gramsci. Ma tant'è, anzi tanto fu.
Ho passato fra le più belle giornate, e nottate, della mia vita, a Vallo della Lucania, nel 1974, insieme a Franco Leggio. A fare, a organizzare, a chiacchierare. Ricordo sempre il pianto del gestore della trattoria dove mangiavamo tutti i giorni, quando lo salutammo dicendogli che andavamo via, la mattina dopo la notte della sentenza. Un omone enorme che piangeva come un bambino, mentre abbracciava e baciava Franco, cercando di strappargli la promessa di un ritorno. Ne ricordo, di Franco, la modestia e le battute. Lo spirito siciliano che traboccava da quei suoi occhi dallo strano taglio quasi orientale. Ne ricordo la tranquillità, persino quella volta che, lui (che non aveva, e non avrebbe mai preso la patente) seduto dietro nella macchina dalle gomme liscie che ci aveva prestato il vecchio Fantazzini, persi il controllo e riuscii a fermarmi solo dopo un chilometro di sbandate e qualche testa-coda. Non fece una piega, la sua bocca impreziosita da quei baffi spioventi che lo avevano fatto scambiare per un fascista, alla Occhipinti, la prima volta che lo vide!
Già, Vallo della Lucania. Come ricordare tutto e tutti? I compagni che arrivavano da tutte le parti d'Italia. Quelli che andavano via poco dopo e quelli che si fermavano un po' più a lungo. Gli slogan urlati sotto il carcere, di sera, e quella volta che cominciarono a sparare e Luca Villoresi aveva una storta alla caviglia, ed era alto (lo è ancora, credo) più di un metro e novanta e si appoggiava a me e a Franco mentre si cercava di scappare stando chinati. E la gente del luogo che si ubriacava e ci raccontava la sua vita, storie di resistenza umana e politica. E Dario Fo che arriva e fa lo spettacolo in paese, e noi gli si monta e poi gli si smonta il palco. E Franco che mi guarda e sorride ammiccando, come a dire che è meglio essere fra quelli che lo montano e poi lo rismontano il palco, piuttosto che fra quelli che si limitano a salirci sopra per poi tornare in albergo senza nemmeno fermarsi a parlare, non dico a ringraziare.
Ma forse ci si nasce, come Franco Leggio. Minatore in una miniera di zolfo, probabilmente fu lì che tutto incominciò. Poi in Marina, per sfuggire alla sorveglianza che a Ragusa si faceva sempre più stretta. Nel 1944 contrae la tubercolosi e viene ricoverato in un sanatorio, a Ragusa, da cui scappa nel gennaio del 1945 per mettersi a capo della rivolta contro la coscrizione. Il movimento "Non Si Parte" si scontra, armato, con la polizia sotto il controllo degli alleati e viene represso con centinaia di arresti. Gli costa un anno e mezzo di prigione, a Franco! Torna a lavorare in miniera nel 1949 e partecipa al grande sciopero di due mesi, e all'occupazione delle miniere, durante il quale i minatori e le loro famiglie si battono contro la polizia. Come spesso avviene, la lotta è svenduta dai sindacati ed alcuni, fra cui Franco, sono costretti a lasciare Ragusa. Fra il 1949 ed il 1969 lavora a Napoli, a Bari, a Genova e a Milano, e infine in Francia. In questo periodo si lascia coinvolgere nel lavoro clandestino che gli spagnoli hanno messo in piedi contro il franchismo. E' uno degli italiani della "banda" di Jose Luis Facerias e riesce a sfuggire all'agguato della polizia spagnola in cui lo stesso Facerias perde la vita, nel 1957. Nel 1960 fonda la casa editrice"La Fiaccola" ed i costi di "produzione" sono alti e comportano perquisizioni e arresti. Continuerà a pagarli per anni, questi costi, senza mai cedere di un passo. Anche quando, nel 1986, i magistrati chiederanno una perizia psichiatrica, dichiarerà pubblicamente che, se lo vogliono, dovranno venire a prelevarlo a casa! Sarà un vasto movimento di opinione internazionale a scongiurare l'ennesima brutalità ai suoi danni.
Ora è morto, nello stesso ospedale da cui era evaso nel 1945!
Io mi tengo il suo tranquillo coraggio che non ho mai avuto e non avrò mai, insieme al ricordo dei suoi occhi brillanti e del suo sorriso. Come nella foto che sono riuscito a salvare dai "miei archivi polverosi".
Aveva un anno meno dei miei anni di oggi, allora. Sì, è sempre stato un mio coetaneo, e lo è ancora.
Lo sarà sempre!

mercoledì 25 luglio 2007

canzoni come coltelli



Maledetto ingorgo!
Anche stasera piove. E anche stasera mi ritrovo bloccato in mezzo a questa fiumana di macchine.
Possibile che, in questa città, bastino due gocce d'acqua dal cielo per paralizzare tutto?
Io qui a battere i pugni sul volante, e a fumare una sigaretta dopo l'altra, e lei....cosa farà lei? Cosa cristo starà facendo in questo momento?
Magari è già arrivata, in quel buco d'albergo. Certo che è arrivata!
Tanto lo so: ha preso l'autobus. E quando l'autobus è rimasto bloccato nell'ingorgo, è scesa ed ha continuato a piedi.
Ha sempre paura di far tardi... ed arriva sempre in anticipo.
Adesso magari è su quel letto, su quel materasso da quattro soldi, nella nostra solita stanza, a domandarsi, a dirsi mille cose. Sdraiata sopra un un letto singolo!
"Costa meno" - non perde occasione per sottolinearlo, il prezzo delle cose.
Come se il costo della vita, le rinuncie, le delusioni, i rimpianti si pagassero in soldi!
E invece il conto è molto più salato.
Lo paghi col tuo. Con qualcosa che non potrai riguadagnare mai più.
Chiusi. Siamo sempre chiusi, rinchiusi, da qualche parte.
Un amore rinchiuso. Rinchiuso dentro un telefono, rinchiuso dentro una stanza d'albergo. E anche ad essere rinchiusi in due non c'è nessun sollievo.
Io, qui, dentro questa macchina, con la musica che fuoriesce dallo stereo a farmi compagnia (fosse almeno la dyane dei miei vent'anni!); lei rinchiusa dentro a quella stanza d'albergo, talmente rinchiusa che perfino il cortile, in agguato fuori dalla finestra, è un cortile chiuso, senza luce.

"Un amore blues, il nostro" - lo ripete sorridendo.
Ed io che avrei voluto un amore-valzer fatto di sole e di cielo caldo, di sabbia e di vino ghiacciato.
Avrei esagerato. Perdio se lo avrei fatto!
Ero disposto a correre il rischio.
Ma lei, no!
Ed io non voglio perderla, non la posso pensare sola in quella stanza.
Non ci riesco.
Ora apro lo sportello e scendo da questa macchina.
Che m'importa se la strada si è trasformata in un torrente?
A piedi, vado a piedi fino a quell'albergo senza ascensore!
Ci arrivo a piedi al terzo piano. Anche al trentesimo, se occorre.
E la porto via, me la porto via. Certo che lo faccio!

"Altro da trascinare
non ne ha non ne ha


e la moglie di Anselmo sente l'acqua che scende
dai vestiti incollati da ogni gelo di pelle
nel suo tram scollegato da ogni distanza
nel bel mezzo del tempo che adesso le avanza
così fu quell'amore dal mancato finale
così splendido e vero da potervi ingannare"

martedì 24 luglio 2007

Tequila, Sheila



La canzone è di quel pazzo scatenato di Shel Silverstein (ne ha fatte di cose memorabili, l'autore di "The Great Conch Train Robber", fra cui anche la colonna sonora de "I fratelli Kelly"(Ned Kelly), di Tony Richardson). Dicevo la canzone è di Silverstein, ma è stata resa famosa da Bobby Bare.


Tequila, Sheila
(Davis - Silverstein)

Non mi sono mai fidato di una donna
Ma stanotte, Sheila, confiderò in te.

Versami un'altra tequila, Sheila
E togliti quel vestito di raso rosso
Ho attraversato il confine
E ho messo le mani su un bel po' d'oro a Juarez
Perciò mi sento proprio come il vecchio Pancho Villa
Ed ho un bel po' di pesos da spendere
Allora portami un'altra tequila, Sheila
E vieni a letto ed amami ancora una volta.

No, non posso dirti niente
Non preoccuparti per la pistola sotto il mio cuscino
Ma mi mi sento come se fossi nudo, senza
E poi riesce a calmare la mia ansia
Non mi sono mai fidato di una donna
Ma stanotte, Sheila, confiderò in te.
Perciò passami il sale e il limone,
Stenditi sul letto e spegni la luce.

Ascolto il battito del tuo cuore, Sheila
Ma sento anche un rumore di passi fuori dalla porta
Il cortile brulica di Federali
E, Sheila, non c'è nessun posto dove nascondersi
Ignoro chi sia stato a far loro la soffiata
Io qui non conosco nessuno, tranne te
Ma fino ad ora non mi ero mai fidato delle donne
Sheila, questo è quello che sto per tornare a fare. Sì.

Versami un'altra tequila,
Sto per indossare il tuo vestito di raso rosso
E tu metterai i miei abiti
Poi andrai fuori e ti farai vedere
E ti aguguro tutto il bene possibile, Sheila.
Non mi sono mai fidato delle donne
E mi ero fidato di te stanotte
Perciò versami un'altra tequila, Sheila
E poi me ne andrò verso il confine.

Sì. Un'altra tequila, Sheila,
per attraversare il confine, stanotte.

lunedì 23 luglio 2007

Gli Uguali!



"Libertà e Paura". Era il titolo italiano di "Easy Rider"; anche se "Paura della Libertà" avrebbe reso assai di più e meglio, in sintesi, quella sorta di conferenza che il giovane avvocato un po' fuori di testa, impersonato da Jack Nicholson, tiene davanti al fuoco del bivacco notturno, subito prima di essere assassinato proprio a causa, e per mano, di quella paura.
La paura della libertà. allora come oggi, continua a chiamarsi "ricerca della sicurezza"!
E se, da un lato, se ne infischia del fatto che laddove c'è "sicurezza" non può esservi più libertà, dall'altro non bada a spese pur di assicurarsi la ... sicurezza.
La sicurezza di chi? O di che cosa?
E, semplificando, si può senz'altro affermare che le telecamere, proliferanti nelle nostre città come tanti "uccelli da guardia" degni di un racconto di Sheckley, come in un romanzo distopico degli anni cinquanta, non servono e non serviranno di certo al prefetto Serra per individuare i fascistelli responsabili delle continue aggressioni che prendono sempre più piede, in città come Roma. Ma che importa? La moglie del ministro Amato le trova così rassicuranti!
Il ministro Amato, già! Proprio quello che, a suo tempo e per primo, ha falcidiato in un sol colpo scala mobile e pensioni. Adesso no. Adesso non è più tempo per quelli come lui. Ora non c'è più gusto. E' fin troppo facile!
E così, come non apprezzare la carica di humour nero che si dipana dalle iniziative dei sedicenti comunisti che rendono a pois questo bel governo, così moderato (moderati la Bonino e Dini!!??!!) e così democratico. Come non apprezzare la capacità comica di chi, nella foga di abolire il vituperato scalone di maroniana memoria, riesce a conquistare una riforma delle pensioni ancora più peggiorativa? Da standing ovation! Ma anche la spalla non è niente male. Da una destra (a destra di chi?) che continua a farfugliare il tormentone delle pensioni ai giovani (che risate!). E cosa c'è di meglio che continuare a far lavorare i vecchi, per spalancare le porte del lavoro garantito - e conseguente pensione - ai giovani!???
Certo che sono davvero briosi! Ma anche il sindacato (uno e trino) non vuole essere da meno, in questa kermesse cabarettistica. Così ci canta delle aspettative di vita (di merda) in aumento e non ci racconta (lo fa per non intristirci) che i cinquantenni vengono estromessi in mille modi dal mercato del lavoro, per far posto ai ... giovani (che cominciano a non essere più tanto giovani, nemmeno loro!): un centinaio di contratti l'anno, non-pensionabili, per ciascun giovane! Credo sia questo il ... cosiddetto patto. Naturalmente senza tralasciare la miglior barzelletta che raccontano da anni, e che tuttavia non perde il suo effetto esilarante: quella che le pensioni le pagherebbero i non-pensionati, ai pensionati!
E poi c'è chi dice che destra, sinistra e sindacati sono tutti uguali!
Ma nemmeno per sogno. C'è sempre chi è più uguale - e più comico - degli altri!

mercoledì 11 luglio 2007

dal 12 al 22 di Luglio: Maybe Sicily



« Sicanio praetenta sinu iacet insula contra
Plemyrium undosum; nomen dixere priores
Ortygiam. Alpheum fama est huc Elidis amnem
occultas egisse vias subter mare, qui nunc
ore, Arethusa, tuo Siculis confunditur undis.»

«Un'isola giace nel golfo di Sicania,
davanti all'ondoso Plemmirio;
Ortygia è il suo nome antico.
Qui Alfeo - è noto - fin dall'Elide,
si spinge per vie invisibili
fino a confondersi con le onde sicule,
sulla tua bocca, Arethusa.»

(Virgilio, Eneide, libro III)

martedì 10 luglio 2007

Superstiti e sopravvissuti


C'è un libro, fra i tanti che ho, disperatamente sottolineato (con tratti di matita, ai tempi non c'erano gli evidenziatori), letto e riletto. Le pagine sono oramai ingiallite, però hanno tenuto e la rilegatura non si è disfatta. Il libro è un libro per così dire "sfortunato". Rifiutato dalle due case editrici di riferimento di Danilo Montaldi, che con Einaudi e Feltrinelli aveva pubblicato quelli che sono considerati due classici della cosiddetta "inchiesta militante", "Le Autobiografie della leggera" e "Milano Corea", rispettivamente.

Alla fine "Saggio sulla politica comunista in Italia (1919 - 1970)" venne edito per "Quaderni Piacentini". Non mi erano simpatici "quelli" di "Quaderni Piacentini". Ricordo che da subito, nel 1970, appena sbarcato alla Casa dello Studente di Piazza Indipendenza, avevo conosciuto come inquilino della "casa" stessa uno che con quella rivista ci collaborava. Bruno Accarino. Anche oggi collabora con varie riviste e giornali, fra cui "Il Manifesto" ed ha una cattedra di filosofia da qualche parte. Credo fosse questo, già da allora, il suo scopo, e credo che sia stato proprio per questo che non mi risultò simpatico di primo acchito. Ad ogni modo, a rischio di scivolare nell'aneddotica, ricordo che era amico di un altro napoletano, un pazzo scatenato che si definiva "il barone situazionista" e che, di notte, lasciava cadere il contenuto dei pacchi di pasta dall'ultimo piano della "casa", giù per la tromba delle scale, uno ad uno. Ricordo anche che dovetti faticare non poco per far rimuovere l'Accarino dalle liste nere dei compagni di mezza Italia che lo avevano classificato come "fascista fiorentino". Era successo che, durante l'assalto alla casa dello studente da parte dei simpatici ragazzi che frequentavano la prospiciente sede del "movimento sociale" (c'era in corso una riunione regionale, credo, e si erano sentiti disturbati dalle note delle canzoni che provenivano dall'ultimo piano della palazzina universitaria). Fatto sta che, insieme ai più esuberanti dei ragazzi in camicia nera, anche l'Accarino era finito al commissariato per aver chiesto ad un maresciallo di salutargli ... la signora! Ad ogni modo - a prescindere dalla digressione - il libro venne pubblicato .... e ignorato pressoché da tutti. Pubblicato nel 1976, quando il pci era al massimo della sua fortuna, il libro enuncia la previsione, agghiacciante per la puntualità con cui si è verificata, secondo cui il partito egemone della sinistra, una volta abbandonato del tutto il "sogno rivoluzionario", si avvia mestamente verso il nulla.
Verso i Fassino, i Veltroni, i Mussi......
Non è andata a genio a molti, se non a punti, la tesi che approccia da un altro punto di vista la cosiddetta "autonomia del politico" trontiana, per dichiarare che "la storia della classe operaia italiana è totalmente autonoma dalla struttura istituzionale del movimento operaio".
E questa autonomia della classe, dentro il libro, giace sotto ogni parola, e la sua sottolineatura, che di tanto in tanto mi vado a rileggere. Quasi a mo' di conforto! Quasi sperando che venga un altro Montaldi che sappia trovare il punto di sutura fra i superstiti, i sopravvissuti di oggi e un nuovo ciclo di lotte.

lunedì 9 luglio 2007

Polverosi scaffali della memoria



Che brutti scherzi gioca la memoria! Che brutto scherzo è la memoria.
Somiglia sempre più agli scaffali della mia libreria, ingombra di volumi, dove i vecchi tomi ormai detengono un posto inamovibile, ed i nuovi fanno sempre più fatica a conquistarsene uno, anche precario. Si accampano, più timidamente, su un tavolino, su un comodino, e lì vivacchiano. Aspettano educatamente una sistemazione migliore.
Somiglia a quella libreria, soprattutto quando cerchi un libro, un ricordo di cui hai disperatamente bisogno, in un dato momento; e non riesci a trovarlo, a metterlo a fuoco. Ti manca, nella mente, la posizione cui poterlo riferire, il nome cui collegarlo, l'immagine. Uno, qualcuno o tutti questi dati.
Poi, a volte, come il balenare d'un lampo, ecco davanti agli occhi quello che cerchi. Parole, facce, nomi, profumi, musica. Si intrecciano, in maniera ineludibile. Si richiamano l'un l'altro. Ciascun ricordo ha senso solo all'interno della sequenza. Ciascun libro ha senso solo all'interno del suo scaffale. Ciascuno scaffale all'interno della libreria.
Le immagini sono inscindibili dalla colonna sonora. Un pò come il film "Giù la testa" ed il motivetto "scion scion"!
A quale rinunciare? Quale ricordo estirpare? Quale libro rimuovere dallo scaffale? Quale faccia cancellare? Quale nome dimenticare? Quale sequenza sovrascrivere? Quale canzone smettere di cantare? A quale sogno rinunciare?
E perchè?
Forse perchè la memoria ha una dimensione data, finita. Ed una volta oltrepassato il limite, comincia a traboccare, a colare, a scorrere via.
Oppure perchè è un fardello troppo pesante da portare. Sempre più pesante.
E' un interlocutrice che ti soppesa con occhio impietoso, talora arrossato da tracce di rimprovero.
Timorosa di essere diventata uno specchio in cui potresti non riconoscerti più.
Gelosa. Possessiva. Mal si sopporta, col passar del tempo, una così!
Pretende di conoscere e vagliare le tue nuove amicizie. Mette bocca in ogni cosa.
Invadente. Giovane. Di quella gioventù un pò arrogante.
Consapevole della propria bellezza. Troppo consapevole!
Una così è capace di farti fare qualsiasi cosa! Lasciandoti poco tempo a disposizione per pensare se ne valesse davvero la pena.
Ma quando sei stanco, deluso, a pezzi, chi altri ti può consolare? Chi meglio di lei conosce quel che sei, quel che sei stato, quel che senti, quel che vuoi?
Ti sa sussurrare le parole che ti servivano, ti guarda con gli occhi del colore giusto, ti chiama con il tuo nome, sa anche cullarti con le strofe di quella vecchia canzone che temevi di aver dimenticato.
E allora ti soffermi a contemplarla, mentre le tue rughe si distendono, senza scomparire; ti suggerisci che sì, ne è valsa la pena, metti quel vecchio disco di vinile sul piatto, accendi una sigaretta, ti versi da bere e ti godi il tuo proprio sorriso.

Firenze, 1999, da qualche parte!

venerdì 6 luglio 2007

stelle in bianco e nero



Solo sotto le stelle. Un film. O meglio, il titolo italiano (ma anche francese) di "Lonely Are the Brave", a sua volta l'adattamento di un libro. Un romanzo di Edward Abbey, "The Brave Cowboy". Abbey, quello di "Fuoco sulla montagna" e de "I sabotatori" (The Monkey Wrench Gang), quest'ultimo una sorta di testo ispiratore per i cosiddetti "ecoterroristi". E le cose pian piano cominciano a tornare. Solo sotto le stelle, un film visto da ragazzo, dato in televisione quando facevano -allora usava - i cosiddetti "cicli". Questo, mi pare si chiamasse qualcosa tipo "il crespuscolo del west". Il regista, David Miller, non propriamente uno sconosciuto. Uno che ha cominciato la sua carriera con "Terra selvaggia", nel 1941, uno dei tanti film su Billy the Kid, e l'ha egregiamente continuata con piccoli capolavori come "Merletto di mezzanotte", nel 1960, e "Capitan Newman", del 1973; quest'ultimo un film delizioso e tragico su un ospedale psichiatrico militare con un grande Gregory Peck e un gigantesco (nonostante la statura) Tony Curtis che si esibiva in un ruolo clownesco, allo scopo di alleviare le sofferenze dei pazienti. Film e cinema d'altri tempi. Fa in tempo a girare "Azione esecutiva" nel 1979, sull'assassinio di John Kennedy. Un film che ha al suo attivo diversi "ultimi". L'ultima apparizione sullo schermo di Robert Ryan, e l'ultima sceneggiatura (postuma)di Dalton Trumbo. Già, Dalton Trumbo, condannato per attività anti-americane e inserito nella lista nera. Maccartismo, in una parola! Poi, costretto a scrivere dal Messico, dove si era trasferito, sotto falso nome. Fino a vincere un oscar, col nome di Robert Rich. America! Dalton Trumbo (che amava scrivere nella vasca da bagno!), sceneggiatore di quello che forse è il più grande film antimilitarista di tutti i tempi, "E Johnny prese il fucile", è anche l'autore della sceneggiatura di "Solo sotto le stelle".
Un cast di tutto rispetto: Kirk Douglas, Gena Rowlands, Walter Matthau e, immancabile, George Kennedy.
Kirk Douglas è Jack Burns, che cerca di vivere, nell'america degli anni sessanta, come vivevano i cowboys, da lavoratore stagionale a cavallo. Rifiuta qualsiasi identificazione col mondo moderno! Dalla patente di guida alla tessera della previdenza. Quando un suo amico (una sorta di filosofo anarchico) viene messo in prigione, Burns deliberatamente si fa arrestare per farlo evadere. L'amico rifiuta, a causa della condanna lieve, e Burns scappa da solo. A cavallo verso il messico, in sella ad una puledrina, contro ogni logica. Fino al tragico epilogo.
Kirk Douglas ha affermato che questo, fra tutti, è il film che ama di più. E anch'io. E non solo fra quelli di Kirk Douglas! Vale ricordare Walter Matthau nel ruolo dello sceriffo riluttante che simpatizza per Burns, ma che deve fare comunque il suo lavoro. E Bill Raisch, solo una parte, con il suo unico braccio (nel film come nella vita) è protagonista di una memorabile scazzottata con Douglas (nella foto). L'anno successivo sarà l'uomo con un braccio solo (l'assassino della moglie) che David Janssen, nella stupenda e indimenticabile serie TV "Il fuggiasco" (The Fugitive), cercherà per tutti gli Stati Uniti, e per tutta l'america.
Era un mondo...in bianco e nero!

giovedì 5 luglio 2007

sottogeneri ...



HIXPLOITATION

Da "hick" (bifolco) + il solito suffisso SPLOITATION*. Sottogenere anni Settanta attraverso il quale Hollywood dedicò un'attenzione totalmente sproporzionata al sud agricolo, gretto e zoticone. Sul grande schermo si ebbe una pletora di inseguimenti in pick-up, vigilantes che amministravano la giustizia e atrocità rurali varie. Dopo i montanari da incubo in "Un tranquillo weekend di paura"(1972) di John Boorman, arrivarono lo sceriffo del Tennessee Joe Don Baker di "Un duro per la legge"(1973) e lo sceriffo dell'Alabama Lee Marvin di "L'uomo del Klan"(1974); poi i camionisti col baracchino di "Chroma Angel chiama Mandrake"(1977) di Jonathan Demme e "Convoy - Trincea d'asfalto"(1978) di Sam Peckinpah e i camionisti con babbuino (ma non era un orango?) di "Filo da torcere"(1978) e "Fai come ti pare"(1980), due grandi successi di Clint Eastwood. L'apoteosi dell'hixplotation giunse nel 1977 con "Il bandito e la madama", esordio alla regia dello stuntman veterano Hal Needham, un sudista purosangue che volle affidare ruoli seri al cantante balbuziente Mel Tillis, all'ubriaco per antonomasia Foster Brooks e alla zitellona "Gladys" Ruth Buzzi.

* SPLOITATION. Atrimenti "xploitation". Utile suffisso che attribuisce un senso di sporcizia a qualsiasi semantema cui venga attaccato. In questo modo si possono coniare ammiccanti sottogeneri a volontà. Tutto cominciò nei primi anni settanta con il termine "blaxploitation", che combinava le parole "black"(nero) ed "esploitation" (sfruttamento) per etichettare il flusso copioso e ininterrotto di pellicole con protagonisti afroamericani a base di spaccio di droga, lotta al crimine, nudità e stravaganze varie.
"Secondo me "Il pranzo di Babette" è ancora più food-sploitation di Tampopo".

da David Kamp Lawrence Levi - Dizionario Snob del Cinema - Sellerio

mercoledì 4 luglio 2007

Soprattutto per una ragazza ...



C'è qualcosa nelle violiniste! Almeno in un paio che ho conosciuto, e Chip Taylor dev'essere della stessa idea, almeno a giudicare dal fatto che, dopo Carrie Rodriguez, ha deciso di produrre il disco d'esordio di un'altra violinista. Kendel Carson. L'etichetta, nuova di zecca, è la "Train Wreck" e dopo l'ultimo disco di John Platania, di cui ho già parlato, serve da trampolino di lancio per questo disco. "Rearview Mirror Tears"". Ma non ci sono solo lacrime a riflettersi nello specchietto. C'è anche la voglia, e la capacità, di fare musica. La voce è giovane, ma è anche ricca e riesce a comunicare malinconia e allegria, anche se per la più parte del disco cammina sul "lato assolato della strada".
Le canzoni, in gran parte scritte dallo stesso Chip Taylor, sono rese al meglio da una "posse" di musicisti, da John Platania alle chitarre a Tony Mercadante al basso a Seth Farber alle tastiere, allo stesso Taylor ai cori, che riescono a buttare sul piatto tutta la loro esperienza a fare da controcanto ai ventidue anni di Kendel Carson.
Alle canzoni come "Ribbons & Bows", che racconta una di quelle storie strappalacrime che si spera siano solo un parto della fantasia, fanno da contraltare i versi di "I like trucks", cantata in una cantina, fra applausi e cori ubriachi:

"I like trucks, big trucks
I like cars that go fast
I like boys that talk trash
And take it as it comes

I like the sun when it goes down
And six bartenders in this cool town
And if sometimes all that sucks
I still like trucks, big trucks."

Ma "Rearview Mirror Tears" è un disco che cattura fin dalle prime note, e si rifiuta di lasciarti andare. Mischia folk, country e canzone d'autore. La riproposizione di "There's no angel on my shoulder", scritta da Taylor quarant'anni fa, avviene in un'esecuzione da antologia. E la musica scorre in uno stato di grazia fino alla bellezza cristallina di una canzone come "Ain't that a sun", giocata fra graffi e carezze che ti lascia in bocca l'amaro e la delusione per un disco che sembra finire presto. Troppo presto......

martedì 3 luglio 2007

soldati



Mi riesce difficile parlare di un disco appena uscito (anzi, quasi uscito!) e che, in realtà, ho già cominciato ad ascoltare da più di tre anni fa. Per cui, proverò a parlarne parlando d'altro. Il disco è "Soldati", l'autore è il mio amico Andrea Parodi da Cantù, e la quasi-recensione potrebbe sembrare viziata dal fatto che mi onoro di reputarmi suo amico e, soprattutto dal fatto che, fra i "ringraziati", compare anche il mio nome e cognome. Ma così non è, oppure forse sì. Ma che importa?
Dicevo che il primo master del disco mi capitò di ascoltarlo nel dicembre del 2003. Mentre andavamo alle rampe di san Niccolò per suonare all'aperto, dopo un pranzo che chiamiamo "piola". In quella situazione, ricordo, Vittorio Merlo (milanese trapiantato nel Lussemburgo) fece un tuffo fuori stagione dentro l'acqua che dal piazzale Michelangelo scende verso l'Arno. Cose che capitano. Il disco è uscito, quando oramai nessuno ci credeva quasi più. La "lifegate" sembra abbia preteso di "addolcirlo" un po'. Il colore della copertina, da rosso, è scolorito in un verde marcio. E anche la stella, sul basco di Tania la guerrigliera (che è anche il titolo di una delle sedici canzoni), è sbiancata. Credo che non sia un piccolo prezzo per avere su un supporto "ufficiale" molte canzoni che hanno fatto spesso da colonna sonora a spostamenti in macchina e a serate fra amici. Ed è stato bello che anche il disco abbia potuto viaggiare, fino ad arrivare fra le mie mani, proprio grazie ad una sorta di staffetta fra amici. Ne sono arrivati sette, da Cantù a Parma, grazie ad Alberto che - in seguito ad una telefonata ad Andrea, in vacanza in Sardegna - si è fatto consegnare il "malloppo" dalla mamma del Parodi! Così il disco è arrivato in una situazione "particolare" (proprio una di quelle "piole"), a Torrechiara, vicino Parma. Dove abbiamo avuto modo di ascoltarlo, e di commentarlo.
Il disco è bello. A parte le battute sulla "batteria campionata" e la cover di Jackie Leven, "Ragazzo Padre", che nella versione italiana richiama pericolosamente "Bandiera gialla" di Gianni Pettenati. Ma, a parte gli scherzi, le suggestioni ci sono tutte. Da "Pane arance e fortuna" che apre il disco alla cover da Bocephus King, "Scavando la mia fossa", fino alla bellezza unica di "Rosa"; senz'altro la più bella del mazzo.
Il disco era bello, a Torrechiara nella splendida ospitalità - squisita e perfetta - di Alle e Sara (in ordine alfabetico), fra amici. Quelli veri. Quelli per il cui bene si riesce anche a passar sopra a molte cose. Forse a poche. Ma, davvero, ci sei mancato Andrea.

Qui la recensione fatta dal mio amico Federico

lunedì 2 luglio 2007

un finale diverso!



Tempo fa - era il Dicembre 2000 - mi capitò di leggere sul sito di "Repubblica" un pezzo di Gabriele Romagnoli. Scritto nell'ambito della sua Rubrica, Navi in Bottiglia, parlava di un ex-cantautore e ... della fine che aveva fatto!


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Se scegli Sabrina

Il professor Fiorenzo Bandi è stato un cantautore fino a dieci anni fa. Di quelli arrabbiati. Ora insegna italiano alle magistrali. Alcune sue canzoni sono stati inni della rivolta studentesca: "Animali di vita" e, soprattutto, "Società malata". Con quel ritornello: "Società malata, guarisci o muori, sulla tua tomba non porterò fiori". Adesso passa un'ora intera a esaminare un canto del "Paradiso" cercando di attirare l'attenzione di allievi distratti. Come Sabrina Mariani, primo banco, lunghe gambe, scarpe senza tacco. Ha scelto lui di cambiare vita, di dire basta a un mondo in cui non si riconosceva più. Per restare avrebbe dovuto accettare compromessi, cantare magari di nuovi eroi cresciuti sulle ceneri della rivoluzione mancata. Un taglio netto e via, la chitarra nell'armadio, fuori i libri. È più contento così, più sereno. Di nuovo padrone di se stesso.
È arrivato a scuola tardi stamattina. Vede i manifesti sul portone. I bidelli e i professori agitati. Segue la corrente degli sguardi e arriva alla palestra. Ci sono almeno trecento studenti, radunati in assemblea, in un goffo tentativo di occupazione. Scandiscono nuovi slogan, sollevano nuovi problemi. Li guarda con un sorriso di nostalgia. Resta aggrappato allo stipite ad ascoltarli. Poi dal gruppo si alza una ragazza dalle gambe lunghe, scarpe senza tacco. Gli passa accanto. "Torno in classe, professore", dice "questi raccontano scemenze vecchie come il cucco". Il professor Bandi la segue con lo sguardo, poi anche con il corpo. È sulle scale, a pochi gradini da lei, quando dalla palestra si alza il coro:
"Società malata, guarisci o muori, sulla tua tomba non porterò fiori".
La
canta fra sé fino alla cattedra. Poi apre la Divina Commedia.

di G. Romagnoli, dal sito della Repubblica
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Ora, la foto di Travis Bickle/Robert de Niro, messa qua sopra, ha un suo senso. Forse perché ritengo che in tutti ci possa essere un Travis Bickle che preme per uscire, ogni tanto. Oppure anche perché mi piace pensare a Travis Bickle come il personaggio di una canzone. Chissà ....
Forse come il "finale diverso" che mi è piaciuto immaginare.
Perché c'è sempre un finale diverso!

Bandolo Fiorenzi si svegliò presto, quella mattina. Ci si sveglia presto, la mattina, quando si è maturata la convinzione che è giunto il momento di mettere in atto un piano per troppo lungo tempo meditato.
Ripensò al fatto che avrebbe dovuto svegliarsi presto anche quella mattina, trent'anni prima, e mettere in atto la sua decisione; e invece aveva rinunciato alla sua scelta, con troppa eccessiva facilità. Era stato molto più comodo dare retta alle parole di sua madre, dettate dal buon senso! Continuare gli studi e rinunciare a cantare. E così, quasi senza accorgersene, aveva rinunciato a molte altre cose. Aveva rinunciato alle sue proprie parole, più che altro!
E alla sua generazione, ed alla sconfitta di quella generazione.
In cambio aveva ricevuto quella tranquillità che gli derivava da altre parole, non sue, che andava ripetendo, ogni mattina, ora dopo ora, giorno dopo giorno, anno dopo anno.
Parole senza forza. Ombre pallide e fantasmi inconsistenti delle parole che avrebbe messo, con rabbia, dentro le sue canzoni mai scritte.
Viveva da trent'anni con un piede piantato sulla sua propria gola!
Si era adeguato a quel mondo, esangue, ricevendone in cambio la tranquillità di una vita spesa senza mai alzare la voce.
Mentre le prime luci del giorno cominciavano a strisciare dentro la cucina, attraverso i vetri della finestra, accese il gas sotto la "moka", prudentemente riempita la sera prima.
Le piccole abitudini che scandivano la sua vita! Prepararsi il caffé, sedersi al tavolo della cucina con la tazza fumante davanti e gli appunti sparsi, a rimettere insieme la lezione da tenere a quelle persone di cui non aveva incontrato mai gli occhi.
Scacciare via l'idea, la certezza, che non aveva loro niente da dire. Niente da insegnare a quelle povere marionette con le loro facce usate dal buon senso.
Incapaci di giocarsi un qualsiasi sogno che non fosse un futuro di lavoro e di guadagno.
Infilò la mano nella borsa di cuoio, scansò la piccola risma di fogli e strinse l'impugnatura della P38! Un piccolo cambiamento nel programma didattico. Avrebbe tenuto una lezione non prevista, quel giorno; avvalendosi di uno strumento d'insegnamento inconsueto, sebbene non inedito.
Sentì il sorriso forzargli i muscoli della faccia, e se ne sorprese.
Piacevolmente.