martedì 13 marzo 2018

Salgari!

Salgari

Giù le mani da Emilio Salgari
- intervista di Antonio Carioti ad Ann Lawson Lucas-

Non si scomodavano a criticarlo, lo ignoravano. Per lungo tempo Emilio Salgari, considerato un romanziere minore per ragazzi, non ha ricevuto grande considerazione da parte della critica italiana. E colpisce che a battersi in prima linea per il suo recupero sia stata sin dagli anni Sessanta la studiosa britannica Ann Lawson Lucas, traduttrice di Collodi, della quale l’editore Olschki manda ora in libreria un’opera in quattro volumi (è appena uscito il primo) sull’autore veronese.

Domanda: Perché Salgari?

LUCAS: «Ho cominciato le ricerche da studentessa, moltissimi anni prima che fosse riscoperto dai critici. Devo ammettere che non conoscevo neanche il suo nome: allora si studiavano solo i “grandi”. Ma con il mio professore d’italianistica all’Università di Edimburgo, Mario Manlio Rossi, cercavo un tema del tardo Ottocento che potesse collegare lo studio letterario con i giovani lettori o con la pedagogia. Lui mi suggerì Alfredo Oriani o Salgari (che aveva letto da ragazzo). L’idea di indagare un argomento nuovo e non convenzionale mi attirava».

Domanda: Non le pareva estraneo alla vera letteratura?

LUCAS: «Nella mia famiglia c’era l’abitudine di leggere i romanzi avventurosi della tradizione inglese, vecchia di tre secoli. Cominciando da Robinson Crusoe di Daniel Defoe, passando per I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift e il patriottico Westward Ho! di Charles Kingsley, per arrivare all’impareggiabile Isola del tesoro di Robert Louis Stevenson, avevo i romanzi di avventure e di mare nel sangue: forse anche la mia città natale, Portsmouth (porto di Horatio Nelson, dove si trova tuttora la sua nave Victory), mi disponeva a studi del genere. Quei libri in Gran Bretagna erano ammirati: erano considerati Letteratura con la L maiuscola, senza alcun dubbio».

Domanda: Venne in Italia per occuparsi di Salgari?

LUCAS: «Trascorsi un anno presso la Biblioteca nazionale di Firenze, dove scoprii una storia molto più complessa di quella che mi aspettavo, con risvolti che meritavano uno studio approfondito. Una bibliografia attendibile non esisteva: la compilai allora, notando molte stranezze. Rintracciai i primissimi romanzi pubblicati sul giornale “Nuova Arena” di Verona, leggendo le versioni giovanili scritte per un pubblico adulto. Lessi anche tutto il materiale sedicente biografico e autobiografico, ma mi sorgevano gravi dubbi sull’autenticità. Infine giunsi al caso “Salgari fascista”: la campagna e lo scandalo provocati nel 1928 dal settimanale “Il Raduno”, che presentava lo scrittore veronese come precursore del regime. Un paio di mesi dopo la mia partenza da Firenze, tutti i fascicoli del “mio” prezioso “Raduno” nuotarono fuori della Biblioteca, lungo l’Arno in piena, per dissolversi in mare. Era il 1966. Ma avevo scoperto una storia drammatica e del tutto ignorata. A Venezia ne parlai con Giuseppe Turcato, che allora era l’unico serio ammiratore di Salgari. Avevo assunto un ruolo nuovo, quello di detective, che mi appassionava».

Domanda: Che cosa scriveva «Il Raduno»?

LUCAS: «Usava la retorica del tempo per sostenere (molto genericamente) che Salgari avesse espresso in anticipo l’ideologia fascista: la lotta, il coraggio (spesso menzionato evocando i reduci della Prima guerra mondiale), l’amore per il mare (collegato all’espansionismo navale), il desiderio di viaggiare in terre sconosciute (per imporre l’italianità), il desiderio di conquista. Dicevano che Salgari amava ardentemente l’Italia, che pure non figura quasi mai nei suoi romanzi d’avventura».

Domanda: Solo propaganda di regime?

LUCAS: «No, aggiungevano che gli editori avevano derubato Salgari, non lo avevano pagato abbastanza, affamando lui e la sua famiglia, fino a spingerlo al suicidio. Non era vero. Uno dei più bersagliati fu l’editore Bemporad di Firenze, premiato anche dal governo fascista, ma ebreo: gli attacchi erano apertamente antisemiti. Secondo me, il caso Salgari fu solo un pretesto per una campagna rivolta da un gruppo di scrittori contro gli editori».

Domanda: Ma l’idea di Salgari antesignano del fascismo è davvero infondata? Non esaltava le virtù guerriere?

LUCAS: «Se una specie di mitologia era stata creata mentre Salgari era in vita (il “capitano” che aveva viaggiato, la sua agiatezza), una nuova venne inventata negli anni Venti per promuovere non lui, ma il fascismo. Dal 1923 in poi la popolarità di Salgari venne sfruttata senza scrupoli tramite l’asserzione bizzarra che lui fosse stato un “prefascista”, e che i suoi libri predicassero gli ideali cari a Mussolini. È vero che esalta il coraggio e le battaglie sono centrali dei suoi romanzi. Però sono scene truci, non idealizzate: nel Corsaro Nero Salgari descrive le cervella che scivolano per terra a Maracaibo. I combattimenti sono necessari nei romanzi d’avventura e Salgari s’ispirava spesso alla storia reale. Ma erano i fascisti esaltati a infarcire la critica salgariana con parole chiave del regime: vivere pericolosamente, giovinezza ardita e così via. In realtà vedevano solo quello che volevano vedere, erano capaci di attribuire a Salgari punti di vista ed episodi non solo inesatti, ma completamente contrari alla verità. Ignoravano il fatto che lo scrittore avesse rappresentato il colonialismo come un male e che di solito — per semplificare anch’io! — i suoi cattivi sono i conquistatori europei e i buoni i ribelli indigeni. La critica salgariana fascista era volutamente cieca».

Domanda: Però i libri di Salgari sembrano antibritannici.

LUCAS: «No, anche questa è un’invenzione dei propagandisti fascisti per ovvie ragioni politiche. I coloni olandesi sono nemici del Corsaro Nero: chi dice che Salgari fosse anti-olandese? Gli spagnoli sono nemici degli insorti nelle Filippine: allora Salgari era antispagnolo? Fu antiromano quando scelse come eroi i Cartaginesi della Terza guerra punica? Purtroppo la fama infondata di un Salgari antibritannico è forse l’aspetto che dimostra quanto siamo, ancora adesso, sotto l’ombra dell’interpretazione distorta del Ventennio. Non credo che Salgari odiasse nessuno: era un narratore che sapeva drammatizzare qualsiasi conflitto storico. Non era contro gli inglesi: era contro il colonialismo, da qualsiasi nazione fosse praticato».

Domanda: Ma, leggendo Salgari, vedere spesso i suoi compatrioti nella parte dei cattivi che effetto le faceva?

LUCAS: «Conoscendo dall’infanzia quel tipo di romanzi, sapevo che erano necessari i buoni e i cattivi, cioè una forte carica morale. Ma sapevo che nei più validi, come L’isola del tesoro, era possibile il paradosso: buoni non tanto buoni e almeno un cattivo più affascinante e carismatico dei suoi antagonisti. Fra i primi romanzi di Salgari che lessi c’erano I misteri della Jungla Nera e Le Tigri di Mompracem, entrambi capolavori. Non mi ha mai sorpreso né infastidito il modo in cui Salgari presenta i personaggi inglesi o il ruolo storico dell’Impero britannico. La prima ragione è che sono cresciuta in una famiglia di sinistra con dubbi fortissimi su tutti gli imperi e sulla condotta politica, commerciale e militare della Gran Bretagna ottocentesca (anche se è facile giudicare il passato: si sa che una parte importante della psicologia vittoriana stava nel fatto che gli imperialisti credevano di fare del bene). La seconda ragione è che Salgari, come Stevenson, presentava le vicende in modo molto più sottile e complesso di quanto comunemente si ritiene. Pensiamoci un attimo: nei Misteri della Jungla Nera i veri cattivi sono i Thug indiani, il che non è una condanna di quel popolo in generale, anzi l’eroe TremalNaik è indiano. Il principale personaggio inglese, il capitano Harry Macpherson, prima sembra essere un antagonista, ma diventa l'alleato dell'eroe. Inoltre il temuto esercito britannico è composto di Sepoys, soldati indiani. Del resto nelle Tigri di Mompracem è Sandokan che tradisce l'ospitalità del lord inglese. All'inizio per me è stato un grosso vantaggio leggere Salgari senza sapere che cosa ne dicevano gli altri: così ho visto quello che c'era davvero nei romanzi, senza essere influenza dalla mitologia che si è ramificata più tardi.»

Domanda: Tra l'altro Che Guevara ammirava Salgari. Sandokan e Yanez sono in fondo due antimperialisti?

LUCAS: «Certo che i pirati di Mompracem, e tutti gli altri ribelli indigeni dei romanzi, sono antimperialisti! La loro lotta è una resistenza armata contro l'invasore. O piuttosto esprimono l'antimperialismo di Salgari, atteggiamento che nella sua epoca lo rende eccezionale e degno di nota. L'ho scritto molte volte, dall'inizio delle mie ricerche, quando costituiva una vera e propria scoperta. Più di recente ne ho parlato nella monografia "La Ricerca dell'Ignoto" (Olschki, 2000) e nell'edizione di tre libri salgariani, "Romanzi di giungla e di mare", che ho curato per Einaudi nel 2001. Non soltanto Che Guevara, ma molte altre figure di primo piano della cultura di sinistra hanno amato profondamente lo scrittore veronese: Antonio Gramsci, Cesare Pavese. E non a caso, perché Salgari prediligeva i deboli e i poveri: racconto tutto questo nei volumi che stanno uscendo da Olschhki. E forse oggi aggiungerei un altro elemento su Salgari: sebbene fosse monarchico, a me pare che avesse, almeno fino a un certo punto, tendenze anti-establishment.»

Domanda: Ed era anche antirazzista, visto che nei suoi romanzi abbondano gli amori meticci, a cominciare da quello tra Sandokan e Marianna.

LUCAS: «Poco dopo l'avvento della democrazia in Sudafrica, in un convegno sulla letteratura per l'infanzia tenuto a Pretoria nel 1995, il mio intervento si intitolava Il "fratellino bianco": Salgari, il colonialismo e i rapporti razziali. Il fratellino dell'arabo-malese Sandokan è naturalmente il portoghese Yanez; con Marianna e Ada questi sono personaggi dei primi romanzi, scritti quando Salgari era poco più di un ragazzo. Ciò che simboleggiavano - la capacità degli esseri umani di vivere insieme, di amare e stringere amicizie senza far caso a colore, religione, ceto sociale, etnicità - é rimasto un punto fermo nel suo pensiero. Così l'indiana Surama diventa moglie di Yanez, ne "I briganti del Riff" la principessa zingara è amata da uno studente spagnolo e il "Leone di Damasco" è il marito saraceno, musulmano, della cristiana Eleonora, ossia "Capitan Tempesta". È chiaro che Salgari era per l'eguaglianza tra gli uomini, specie nelle questioni etniche. Però negli ultimi anni scrisse tre romanzi sulle guerre negli Stati Uniti fra i pionieri e le tribù native, in cui la sua etica normale venne rovesciata.»

Domanda: Come mai?

LUCAS: «In gioventù a Verona Salgari aveva visto il circo di Buffalo Bill e ammirava molto la perizia dei cowboy col fucile e col lazo. Credo che gli sia rimasta nella mente un'immagine idealizzata dei pionieri. Verso la fine della vita era stanco, malato e depresso: aveva perso la sua visione ottimista. Inoltre sui giornali, la sua fonte importante, i resoconti delle guerre contro i "pellerossa" erano spesso velenosi e razzisti. Nel ciclo sul Far West non c'è il "vero" Salgari che in tutta la vita si era mostrato molto indipendente negli atteggiamenti sociali umanitari, un modello anche per noi oggi.»

Domanda: In effetti nella famosa serie tv di Sergio Sollima ritroviamo il Salgari antimperialista. Lei come giudica Kabir Bedi nelle vesti di Sandokan?

LUCAS: «Chi non ha ammirato quell'attore bellissimo? Un Sandokan davvero notevole! Ma languoroso, non nervoso, elettrico come i tuoni e lampi evocati da Salgari nel descrivere il suo eroe. Purtroppo io non ho visto la serie tv con Kabir Bedi negli anni Settanta, ma la mia collaboratrice italiana ricorda l'atmosfera in famiglia: ogni puntata era un appuntamento da non mancare e Simona, che non aveva letto Salgari da ragazzina, si entusiasmava intensamente come tutti. Io invece ho visto qualche puntata solo in anni recenti e sono rimasta molto delusa. Sollima aveva ragione a girare il film in Malaysia: ci vuole l'apparenza della realtà. Ma per fare un film convincente servono un sacco di soldi. Per me l'avventura salgariana è stata resa al meglio nell'immaginazione, in qualche illustrazione dei libri, non altrove.»

Domanda: Però il successo della serie dimostra il segno che Salgari ha lasciato nella cultura popolare italiana.

LUCAS: «Sì, è una presenza indelebile. I frutti della sua immaginazione hanno prodotto da tempo una specie di floklore: anche senza leggere i libri tutti sanno chi sono Sandokan e il Corsaro Nero. È una fama che si è rispecchiata regolarmente non solo nelle versioni a fumetti, nei film, alla tv, nei giochi e nei giocattoli, nella musica, ma anche nella pubblicità per prodotti estranei al mondo salgariano come la benzina. Quanto alla cultura colta, la lingua italiana è stata davvero arricchita dai neologismi importati da Salgari. Non si tratta di termini entrati nella lingua di ogni giorno, beninteso, ma di parole riconoscibili per molta gente: praho, kriss, ramsinga, thug, bengalow, daiachi, per pensare solo al ciclo indo-malese. Altre parole già esistenti sono state familiarizzate in italiano da Salgari: giunca, gaucho, filibustiere, rajah. Adesso sono date per scontate, ma derivano dalle sue ricerche approfondite e dalla sua fantasia.»

Domanda: Per finire, quale romanzo e quale personaggio predilige nell'epopea salgariana?

LUCAS: «Ci sono più di ottanta romanzi, scegliere è difficile. Non è una risposta molto originale, ma "I misteri della jungla nera" è per me un capolavoro originale. E anche il personaggio di Sandokan è un'invenzione magistrale. Tuttavia ci sono altri romanzi affascinanti: amo molto quelli che hanno non un eroe ma una protagonista femminile forte e unica, come la contessa polacca negli "Orrori della Siberia", e specialmente "Capitan Tempesta", romanzo che, con i richiami ariosteschi e tassiani, pone Salgari nella grande tradizione letteraria italiana.»

Pubblicato su La Lettura del 24/9/2017

2 commenti:

Roberto Paglia ha detto...

Un'intervista davvero interessante, grazie per averla inserita nel blog.

Franco Senia ha detto...

Prego :-)