sabato 24 giugno 2023

Contro il Cemento !!

Sabotaggio: «Prendere di mira l'industria del cemento è più che legittimo.»
- Intervista con Anselm Jappe (Reporterre) del 14 giugno 2023 -

Reporterre: Il 5 giugno, le brigate antiterrorismo hanno arrestato una quindicina di attivisti che, secondo la polizia, avrebbero danneggiato una cementeria Lafarge nella regione Bouches-du-Rhône. Qual è la sua reazione a questa operazione?

Anselm Jappe: Lo Stato non si vergogna di accusare di terrorismo coloro che hanno protestato contro un industriale legato al terrorismo. Ricordiamo che Lafarge è attualmente indagata per doppia complicità in crimini di guerra e contro l'umanità, dopo aver negoziato con l'ISIS il diritto di continuare i suoi lucrosi affari in Siria. Per questo sostegno,  nell'ottobre 2022, il gruppo è stato multato dagli Stati Uniti per 778 milioni di dollari. Ciò dimostra, se ce ne fosse bisogno, che il cemento, e più in generale l'estrattivismo, operano in mezzo a milizie, eserciti privati e signori della guerra che esercitano forme di potere particolarmente brutali. E qui sta l'ironia: lo Stato usa le brigate antiterrorismo per rintracciare degli individui che tutt'al più avrebbero usato solo qualche mazza o un paio di tronchesi! Questo si chiama sparare ai passeri con l'artiglieria pesante! Ed è un modo classico per soffocare qualsiasi opposizione. Non è la prima volta che lo Stato usa la sorveglianza antiterrorismo contro gli attivisti, ma questi metodi stanno diventando sempre più comuni e diffusi. Ovviamente, bisogna opporci a questa forma di repressione. Allo stesso tempo, di tutto questo c'è da esserne fieri. Sul piano politico, è come se lo Stato stesse facendo i suoi complimenti agli arrestati, e ai movimenti a cui essi appartengono. La sua reazione isterica dimostra solo che è molto preoccupato. Si percepisce il nervosismo dovuto alla sempre più crescente forza del movimento ambientalista; e a causa dello sviluppo di quelli che sono atti di sabotaggio, che però io non definirei violenti, ma semplicemente illegali. Il movimento per la difesa della terra dispone di un potenziale sovversivo che forse è superiore sia alle lotte strettamente sindacali che a quelle sociali di oggi. La stragrande maggioranza delle persone si dice preoccupata per l'ambiente ed è pronta ad agire; o approva chi lo sta facendo. È questo, a spaventare di più lo Stato: il fatto che migliaia o decine di migliaia di manifestanti non rispettino più la legge, come hanno fatto a Sainte-Soline o altrove. L'atteggiamento dei manifestanti sta cambiando. La vecchia strategia del governo, tesa a separare gli attivisti, in pacifisti buoni e teppisti cattivi, non funziona più. Anche le persone più anziane o quelle che non si impegnerebbero personalmente in questo tipo di azioni ora le giustificano. È una reazione sana e legittima alla brutalità dello Stato e della polizia.

Reporterre: E per quanto riguarda gli industriali?

Jappe:  Sì, ovviamente il sistema industriale e produttivista rappresenta una forma di violenza. A essere i primi criminali climatici. sono gli industriali. Inoltre, essi non godono più di una buona stampa, e c'è una crescente consapevolezza di questo. Per molto tempo il cemento è stato considerato come se fosse un elemento neutrale, ma ora l'opinione pubblica si rende conto che questo materiale, così come l'industria che lo produce sono dannosi sotto molti aspetti. Il filosofo Hegel diceva: «Solo le pietre sono innocenti». Ma la verità è che ora anche le pietre, una volta entrate nel ciclo industriale, ormai non sono più innocenti.

Reporterre: Come analizza il fatto che 200 attivisti abbiano deciso di entrare in azione in un cementificio Lafarge e che in questo fine settimana, a Nantes,  si stiano mobilitando di nuovo contro l'industria del cemento e contro l'estrazione della sabbia?

Jappe: Come ha detto il filosofo Walter Benjamin nel 1940, si tratta di un modo per «tirare il freno d'emergenza». Il treno del progresso si sta precipitando verso quello che è un abisso e, prima di tirare il freno, non si va di certo a chiedere allo Stato se i regolamenti consentano o meno ai passeggeri comuni di tirare questo freno. Gli attivisti pretendono il disarmo del cemento. Ed hanno ragione a farlo. Il cemento è un'arma di distruzione di massa. Io non ho dei consigli legali da dare alle persone arrestate, che per ora sono innocenti, ma spero che questo caso possa costituire un'occasione collettiva per tornare all'attacco e dire che - anche se non seguiamo le leggi dello Stato - abbiamo tutte le ragioni per agire. Esiste una morale superiore alla legge dello Stato. È la legittimità contro la legalità. Di fronte ai tentativi di intimidazione, bisognerà riuscire a trovare collettivamente la forza per reagire. Prendere di mira l'industria del betonaggio rimane un obiettivo più che legittimo.

Reporterre: Perché?

Jappe: Perché non ci sono più dubbi sulla sua natura apocalittica. Perché il cemento gioca un ruolo centrale in quella che è la logica industriale e capitalista. È un'industria che produce enormi conseguenze per l'ambiente e per la salute, e che da tempo sta devastando il mondo con la costruzione di autostrade, centrali nucleari, dighe e così via. Il cemento si lega a traffici illegali, come quello del furto di sabbia, e produce un'enorme quantità di rifiuti. Si tratta di un grande problema industriale. Il cemento è il principale responsabile dell'artificializzazione dei suoli e dei catastrofici depositi alluvionali che ne derivano, come è accaduto il mese scorso in Italia, in Romagna. Da solo, è responsabile dell'8% delle emissioni globali di CO2. Per quanto riguarda il settore delle costruzioni, esso è responsabile del 39% delle emissioni di CO2 a livello mondiale. Ma non sono solo questi gli unici motivi per impegnarsi. Questo settore ha anche contribuito alla diffusione mondiale di un'architettura monotona e assai spesso inabitabile, che non tiene alcun conto di quali siano i materiali e del patrimonio del bagaglio di conoscenze locali, preferendo invece un materiale sempre uguale, le cui costruzioni sono spesso progettate da architetti-designer che non tengono alcun conto delle esigenze degli utenti. Il cemento armato ha contribuito in modo determinante all'impoverimento del mondo sensibile; un impoverimento che è il segno distintivo del capitalismo.

Reporterre: Come possiamo lottare contro questa industria?

Jappe:  Opponendoci in maniera pratica a ogni tipo di nuovo progetto inutile o dannoso; che si tratti di autostrade, centri commerciali, aeroporti, cementifici o cave. È incoraggiante vedere come negli ultimi anni queste lotte si siano sviluppate fortemente in Francia. Nel Paese non c'è quasi alcun progetto che vada avanti senza incontrare opposizione. Ciò dimostra che esiste una crescente consapevolezza del problema. Io penso anche che dobbiamo continuare a minare sempre più la reputazione del cemento. Per molto tempo, con Le Corbusier o altri, lo si è considerato come un materiale nobile, una prova di modernità. Ma adesso tutto questo è arrivato alla fine.

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

venerdì 23 giugno 2023

En français

Jaggernaut n°5 - Estate 2023
Con e oltre Marx: la critica della dissociazione del valore, un dibattito teorico in corso
(pubblicato da Crise & Critique) ISBN : 978-2-490831-26-5 ISSN : 2534-6377
16 euro - 320 pagine - Distribuzione: Makassar e Hobo-diffusione

In origine, "Jaggernaut" era il nome del carro processionale della dea indù Visnù. «Il culto di Jaggernaut» - scrive Marx - «prevedeva un rituale assai pomposo, che dava luogo a un'esplosione di fanatismo, il quale si manifestava poi con suicidi e con mutilazioni volontarie. In occasione di queste grandi feste religiose, i fedeli si gettavano sotto le ruote del carro che trasportava la statua di Visnù-Jaggernaut». Una metafora, questa, che Marx ha utilizzato più volte, parlando di esseri umani che venivano gettati «sotto le ruote dello Jaggernaut capitalista», in modo da evidenziare così la dimensione sacrificale, feticistica e distruttiva del capitalismo.

In questo quinto numero della rivista, si potrà leggere un dossier in cui viene dato conto della costruzione teorica in corso di quella che è la nuova critica del patriarcato produttore di merci: una storia di quali, tra il 1966 e il 1992, sono state le origini della rivista tedesca "Krisis" ; un manifesto per la trasformazione della critica anticapitalista, un articolo di Robert Kurz in cui egli cerca di portare avanti una «rivoluzione teorica rimasta incompleta», tutta una serie di scambi critici che si sono svolti intorno alla teoria e all'analisi di quelle che sono state le molteplici forme assunte dalla crisi contemporanea, dalla finanziarizzazione all'inflazione globale, passando per la pandemia di Covid e per l'interpretazione che si potrebbe dare della guerra in Ucraina. Sandrine Aumercier ritorna sull'aporia relativa agli studi di genere, e sulla distinzione tra sesso e genere, che continua a mantenere una confusione implicitamente naturalistica tra la forma sessuata delle relazioni sociali in una data società, da una parte, e la riproduzione sessuale, dall'altra.

Indice dei contenuti:

DOSSIER

- Editoriale: "Con e oltre Marx: un dibattito teorico in corso", Di Matthieu Galtier e Clément Homs, per il Comitato di redazione .

- I cani da strada della teoria critica. Alle origini della Krisis: protagonisti e preistoria della Critica della dissociazione del valore (1966-1992) di Clément Homs.

- Una critica del capitalismo per il XXI secolo. Con Marx, oltre Marx: presentazione del progetto teorico del gruppo Exit! del Gruppo Exit!

- Una rivoluzione teorica incompiuta, di Robert Kurz

- Ernst Lohoff e l'individualismo metodologico, di Bernd Czorny

- Due libri, due punti di vista. Su "La grande svalutazione" e su "Denaro senza valore", di Ernst Lohoff

- Wishful Reading. Una risposta al gruppo di Karlsruhe, di Ernst Lohoff

- La critica del valore vista come una confezione ingannevole, di Thomas Meyer

VARIA

- La pandemia nella crisi fondamentale del capitale. Inflazione globale, lo scoppio dell'ultima bolla finanziaria e la disintegrazione sociale del capitalismo, di Fabio Pitta e Allan Silva

- Dinamiche di escalation e frammentazione globale. La lotta per l'Ucraina, di Marcos Barreira
 
VERSUS

- La naturalizzazione del sesso nelle teorie costruttiviste di genere, di Sandrine Aumercier


fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

giovedì 22 giugno 2023

Consumare il Mondo !!

Il Capitalismo in marcia verso la collisione ecologica
di André Villar

La contraddizione esistente tra quella che è la forma sociale capitalistica-moderna e il mondo concreto e sensibile, si evidenzia e si esprime, tra l’altro, a partire dalla crescente erosione delle fondamenta ecologiche e materiali della Terra. A ogni sviluppo tecnologico, ecco che viene mobilitata sempre meno forza lavoro destinata a produrre una determinata quantità di beni. Ciò significa che nel corpo di ciascuna merce si trova a essere coagulato sempre meno lavoro umano. Detto in altri termini, le merci valgono sempre meno. Come può, il sistema sfuggire a una simile contraddizione? Producendo sempre più unità del medesimo prodotto! Se a causa dei nuovi sviluppi tecnologici, il valore di ciascuna merce si è dimezzato, ecco che per compensare la perdita si rende quindi necessario produrre una quantità doppia di prodotti. E dal momento che questo movimento non si arresta - e che il sistema può preservarsi solamente espandendosi per mezzo della dilatazione della propria forma - ecco che ci rendiamo conto del fatto che tutta questa logica ha finito per portare a un incremento del processo di dilapidazione delle basi naturali della vita.

Si tratta di una sorta di «tasso di accelerazione del Consumo del Mondo»; cosa che nel corso della storia del capitalismo aumenta in maniera esorabile. Una dinamica questa, che continua ad aggravarsi sempre più. Basti pensare che sono decenni ormai che praticamente la velocità dei computer viene raddoppiata al ritmo di ogni ogni due anni; e questo tenderà ad aumentare ancora di più nel corso della cosiddetta singolarità, come è stato previsto da alcuni teorici: accelerazione dell'accelerazione di un movimento che era già esponenziale [*1]. Questa contraddizione tra la forma sociale e il contenuto concreto-sensibile del mondo è stata espressa da Marx nel modo seguente: «Ciò significa semplicemente che lo stesso numero di operai - la medesima quantità di forza lavoro che faceva lavorare un certo capitale variabile per ottenere un determinato volume di valore dato - ora, in seguito ai particolari metodi di produzione sviluppatisi nella produzione capitalistica, pone in attività, utilizza e consuma in maniera produttiva, durante lo stesso periodo di tempo, una massa sempre più grande di strumenti di lavoro, di macchine e di capitale fisso di ogni genere;  e pertanto consumerà produttivamente una quantità sempre più grande di materie prime e ausiliarie». [*2]

Il problema che Marx era riuscito a individuare, è diventato una vera e propria catastrofe; oltre a essere una minaccia crescente per la specie umana e per gli altri abitanti della Terra. Questa logica, che nel corso del suo processo di affermazione su scala planetaria ha già portato a molti eccessi, ora sta rapidamente procedendo in direzione della distruzione delle condizioni ecologiche necessarie alla vita nel suo complesso. Può darsi che forse la vita stessa sopravvivrà, e che tutto questo sia solo una leggera febbre nella storia della Terra. Ma il ritmo della depredazione planetaria tende a rendere impossibile l'esistenza umana in quelle che sono delle parti sempre più crescenti del pianeta, portando così a fughe di massa da quelle regioni colpite da dei disastri ecologici di qualche tipo, insieme a guerre per le "risorse" vitali; le quali guerre, per inciso, sono già iniziate in un modo o nell'altro in varie parti del pianeta, e comprendono anche la guerra per  l'acqua [*3].

L'accelerazione del processo di Consumo del Mondo si sta manifestando in modi diversi, ma l'aumento delle emissioni di CO2 nell'atmosfera ne è la manifestazione più evidente. Anche dopo la rivoluzione industriale, i livelli di emissioni di CO2 nell'atmosfera erano relativamente bassi. È dalla metà del XX secolo in poi, che questo processo si è intensificato. Nel 1950, appena cinque anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, le emissioni globali annuali erano passate da 4 a 6 giga-tonnellate di diossido di anidride carbonica (una giga-tonnellata equivale a 1.000.000.000 di tonnellate). Nel 1989, tale cifra era quasi quadruplicata, arrivando a 22 giga-tonnellate. E nel 2022, avrebbe raggiunto le 36,8 giga-tonnellate. In altre parole, le emissioni di CO2, in tre decenni sono aumentate di oltre il 50%.

Una crescita, questa, che avrebbe potuto essere ancora maggiore se non fosse stato per la forte deindustrializzazione che ha fatto seguito al processo di crisi globale; e solo in misura assai minore in seguito alle misure adottate per ridurre le emissioni: energia solare ed eolica, auto elettriche, efficienza energetica, ecc. Tuttavia, sono state le stesse dinamiche del collasso che ora stanno portando a un aumento dell'utilizzo del carbone minerale e dell’«Olio di Scisto»: una vera e propria regressione energetica finanziata dai capitali fittizi, che sta amplificando i già gravissimi problemi ambientali [*4].

Altrettanto allarmanti  appaiono le cifre relative alla produzione di rifiuti, alla distruzione delle foreste, alla desertificazione del suolo, e così via. Ma è ovvio che tutti questi impatti non possono essere isolati l'uno dall'altro; al contrario. I loro effetti si intersecano, si compenetrano e si intensificano. Ad esempio, l'aumento della temperatura globale porta allo scioglimento del permafrost, e quindi a una maggiore incidenza degli incendi, e pertanto al riscaldamento degli oceani, e così via. Il risultato è il rilascio di una maggiore quantità di metano e di CO2, insieme a una minore capacità di assorbirli, cosa che sta creando una spirale devastante [*5]. Pertanto, non si tratta di un fenomeno lineare.

Una volta che sono stati superati certi limiti, c'è la possibilità di enormi balzi, e che si inneschino delle reazioni a catena, portando così un'escalation incontrollabile. In questo modo, quelle che erano le prospettive più catastrofiche di ieri, finiscono ora per svanire, lasciando il posto a previsioni ancora più terrificanti. Se essa non viene fermata, continuerà come un bolide, e lo farà nonostante tutti gli avvertimenti e tutti gli allarmi. Verso l'abisso.

-  André Villar - Pubblicato il 21/6/2023 su Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme -

NOTE:

[*1] - La "singolarità" costituisce un singolo evento che ha dalle enormi implicazioni. Essa rappresenta quella fase di crescita tecnologica, esponenziale quasi verticale, allorché il ritmo diventa così talmente estremo che sembra espandersi - per quelli che sono i nostri limitati standard umani - fini a raggiungere una velocità infinita. Per Ray Kurzweil, nell'ultima fase di sviluppo della Singolarità, è l'intero universo che viene saturato dalla nostra intelligenza: «È il destino dell'universo» (p. 29). A suo avviso, una civiltà umano-macchina - con esseri umani non biologici - continuerebbe a rappresentare la civiltà umana, ma lo farebbe a un nuovo e più alto livello di evoluzione. Si veda: Kurzweil, "The singularity is near : When humans transcend biology", New York, Penguin, 2006.

[*2] - Karl Marx - Il Capitale - Libro III -

[*3] - Nemmeno i Paesi centrali vengono risparmiati dalla guerra per le risorse vitali. Il governo francese ha costruito dei giganteschi bacini idrici al fine di rifornire le grandi aziende agricole durante l'estate. I residenti protestano, sostenendo che queste misure danneggiano i piccoli agricoltori. Questi conflitti si stanno già diffondendo in tutto il mondo. I conflitti per l'acqua diventano comuni in Francia, DW Brazil su Youtube, 02/06/2023. Vedi su: https://www.youtube.com/watch?v=uk4NcVlwKzw . Consultato il: 12/06/2023.

[*4] - BOTELHO, Maurílio. "Pianeta in fiamme: come la crisi capitalista approfondisce il collasso ambientale", del 24/08/2021. Online su: https://francosenia.blogspot.com/2021/08/al-fuoco.html

[*5] - I grafici mostrano che più della metà delle emissioni di CO2 si sono verificate negli ultimi 30 anni, BBC News Brazil, 08/11/2021. Disponibile: https://www.bbc.com/portuguese/geral-59013520 . Consultato il 02/05/2023. Le emissioni di CO2 raggiungono un livello record nel 2022, ma sono inferiori al previsto; su: Carta Capital, World, 02/03/2023. Disponibile:  https://www.cartacapital.com.br/.../emissoes-de-co2.../ . Accesso: 12/06/2023.

Come un Uruboro, ma è solo questione di… tempo !!

Il capitalismo cannibale è il sistema a cui dobbiamo la crisi attuale. Debito schiacciante, lavoro precario e mezzi di sostentamento assediati; servizi in calo, infrastrutture fatiscenti e confini induriti; violenza razziale, pandemie mortali e condizioni meteorologiche estreme; il tutto sovrastato da disfunzioni politiche che bloccano la nostra capacità di immaginare e attuare soluzioni alternative. Questo libro è un'immersione profonda nella fonte di tutti questi orrori. Diagnostica le cause della malattia e dà i nomi dei colpevoli.

'Capitalismo cannibale' è l'espressione che usa Nancy Fraser per definire il sistema sociale che ci ha portato a questo punto. La metafora del cannibale è calzante per l'analisi della società capitalista caratterizzata da una frenesia alimentare istituzionalizzata in cui il piatto principale siamo noi. Ma Fraser precisa e amplia anche la parola 'capitalismo' che, a suo giudizio, designa un ordine sociale che consente a un'economia orientata al profitto di predare i supporti extra-economici di cui ha bisogno per funzionare: la ricchezza espropriata dalla natura e dai popoli assoggettati; le molteplici forme di lavoro di cura, cronicamente sottovalutate quando non del tutto disconosciute; i beni e i poteri pubblici che il capitale richiede e allo stesso tempo cerca di limitare; l'energia e la creatività delle persone che lavorano. Per questa ragione la parola capitalismo non si riferisce a un tipo di economia, ma a un tipo di società: quella che autorizza un'economia ufficialmente designata ad accumulare valore monetizzato per gli investitori e i proprietari, mentre divora la ricchezza non economizzata di tutti gli altri. Come l'uroboro che si mangia la coda, la società capitalista è pronta a divorare la sua stessa sostanza.

(dal risvolto di copertina di: NANCY FRASER, "Capitalismo cannibale. Come il sistema sta divorando la democrazia, il nostro senso di comunità e il pianeta". Traduzione di Federico Lopiparo LATERZA Pagine 204, €20)

Il Capitale bestia onnivora
- di Carlo Bordoni -

L'uroboro è un serpente che si morde la coda, simbolo , alchemico del potere che si consuma e si rigenera. Ma anche della circolarità del tempo (Nietzsche) che si ripete all’infinito. Per Nancy Fraser, filosofa femminista della New School for Social Research di New York, l’uroboro può rappresentare bene il capitalismo. In Capitalismo cannibale (Laterza) ipotizza la sua capacità di crescere a dismisura attraverso la pratica auto-fagocitatrice degli stessi elementi che servono alla sua sopravvivenza. Cannibalizza le ricchezze della natura, soprattutto, senza provvedere a reintegrarle, assieme ai lavori di cura, le cui energie sono dirottate altrove, e persino le capacità politiche, destituite di ogni potere decisionale, con una continua opera di sfruttamento ed espropriazione a carico delle persone più deboli. Malgrado questa continua attività autodistruttiva, il capitalismo riesce a progredire e a rigenerarsi, in barba a ogni logica. Fraser non ha dubbi: partendo da una tesi che sembrava superata, la traduce in un manifesto di critica sociale ed economica dai toni durissimi. Infatti di capitalismo non si parlava quasi più, sembrava un termine obsoleto, da «padroni delle ferriere», fuori luogo in tempi di lavoro immateriale, di finanziarizzazione e di globalizzazione. Persino la classica equazione «capitalismo uguale lotta di classe» sembrava caduta per effetto della dismissione dei termini. Che senso ha una lotta di classe senza il capitalismo? L’ultima volta primeggiava nelle pagine del saggio di Marshall Berman "Tutto ciò che è solido svanisce nell’aria" (il Mulino), ma erano gli anni Ottanta. Partendo da un’affermazione di Karl Marx, Berman scriveva che il capitalismo è per sua natura mutevole, proprio perché moderno. È instabile, si nutre di una modernizzazione continua, consuma risorse, idee, prodotti, mode. Crea nuovi equilibri, seguendo un processo incessante di dissolvimento e di ricreazione. Se si vuole contrastarlo è necessario cavalcare il cambiamento e magari precederlo.

Dell’idea di Berman resta molto in Nancy Fraser, grazie alla quale scopriamo che il capitalismo aveva alimentato le varie crisi che si sono succedute, compresa la pandemia, per tornare ogni volta più forte che mai. A perire sono stati semmai i suoi avversari, debitamente cannibalizzati o cooptati al suo servizio. Perché c’è un aspetto su cui insiste: che il capitalismo non è un sistema economico, bensì un sistema sociale. Nato con la modernità, ha realizzato la prima grande frattura con il passato separando il «lavoro produttivo salariato» dal «lavoro riproduttivo non salariato», con una netta divisione dei ruoli. La produzione (retribuita) è riservata principalmente al genere maschile e i compiti relativi alla riproduzione e alla cura (non retribuiti) al genere femminile, determinando così «le moderne forme capitalistiche di subordinazione delle donne». Unitamente a un sistematico sfruttamento e a un’espropriazione delle ricchezze, al punto di privare di energia gli stessi agenti produttivi e riproduttivi da cui trae sostegno. È in questa contraddizione insanabile, in questa continua dispersione e cannibalizzazione delle ricchezze naturali, umane e politiche che lo supportano, che il capitalismo si rafforza.

L’analisi di Fraser è radicale, svolta a tutto campo, quasi globale, nella sua comprensione degli eventi e delle tendenze. Offre al lettore una visione complessiva lucidamente destabilizzante dell’idea che abbiamo di una società tendenzialmente progressista, che deve ancora fare i conti con tante criticità e disuguaglianze. Fraser avverte che per comprendere il reale status del nostro mondo è necessario andare a scavare nelle «sedi nascoste» della produzione. Si scoprirà che il capitalismo come forma di vita, stabilmente radicato nella mente dell’umanità moderna, nella sua capacità proteiforme, ha assunto volti rassicuranti e ha palesato soluzioni in apparenza innovative, sulle quali si è riversata la critica collettiva. Come nel caso del neoliberismo, che non è altri che il vecchio capitalismo sotto mentite spoglie, utile a deviare l’attenzione generale verso obiettivi secondari. Alla fine Nancy Fraser non perviene a soluzioni, se non quella di «affamare la bestia».

Obiettivo non facile, se dopo secoli di lotte e di faticose conquiste (in parte ritirate) dipendiamo ancora dalle idee di Marx esposte nel suo capolavoro Il Capitale. La società attuale, sempre più individualizzata, sembra avere risolto i problemi generali a livello strettamente personale, ma sempre all’interno della stessa logica di accumulazione del valore. La privatizzazione delle vite riserva a ognuno il compito di risolvere i propri problemi, senza intaccare il sistema nel suo insieme. È una forma di sopravvivenza basata su un tacito accordo tra il singolo e il grande cannibale: l’importante è che lasci intatto il piccolo spazio personale in cui agire. In attesa della giusta soluzione, che non avverrà affamando la bestia e neppure attraverso una rivoluzione, meglio affidarci alla speranza di un lento declino. Se il capitalismo è nato con la modernità, solo la fine della modernità potrà cancellare la «sede nascosta» in cui nasce la cultura del capitalismo. È solo questione di tempo.

- Carlo Bordoni - Pubblicato su La Lettura del 19 marzo 2023 -

mercoledì 21 giugno 2023

Ricevo e pubblico !!

Ogni epoca celebra gli eroi che le si addicono
- di Gianfranco Sanguinetti -

La falsa coscienza degli italiani. La soffocante retorica celebrativa, il lutto nazionale, i funerali di Stato, gli opposti e adiposi giudizi morali, la partecipazione emotiva, vera o falsa, al compianto generale, così come i conati di becero squadrismo contro chi apertamente non ha condiviso il cordoglio istituzionale imposto per la scomparsa di Berlusconi, sono una fantasmagoria costernante degna di rituali di popoli neo-primitivi - quelli allevati dalla zootecnia televisiva.

La falsa coscienza e l'indigenza di un intero paese si è esibita impudicamente in deliquio, sproloquiando per la perdita di un uomo che  ha fatto impunemente ed esattamente il contrario di ciò che gli italiani hanno fatto in questi anni: cioè il proprio interesse. E l'ammirazione supera ogni limite a causa della sua impunità, perché, come ricorda Leopardi, "In tutta l'Europa (massimamente in Italia, dove tutti gli assurdi e gl'inconvenienti sociali sono maggiori che altrove) non reca infamia l'essere o l'essere stato vizioso, né l'aver commesso delitti [...] ma bensì l'essere o l'essere stato punito di qualsivoglia vizio o misfatto..." (Zibaldone, 4044-45).

La falsa coscienza degli italiani, che hanno proiettato le proprie meschine pulsioni inconsce, reificandole nel personaggio di Berlusconi, mostra l'inopia e l'impotenza della coscienza infelice di tutto un popolo. Gli storici del futuro, quando esamineranno le desolanti cronache italiane dei nostri tempi, per sondarne la gravità dovranno leggersi l'opera miliare di Joseph Gabel: La falsa coscienza.

Sarebbe forse tempo di indire il lutto nazionale perpetuo per la morte di un intero popolo.

Gianfranco Sanguinetti – 20/6/2023 -

martedì 20 giugno 2023

Lettera a Karl Marx

Firenze, 7 febbraio 1865, via dei Pucci, secondo piano

Carissimo, tu hai formalmente il diritto di avercela con me, perché ho lasciato senza risposta la tua seconda lettera e ho tardato fino a oggi a rispondere alla terza. Ecco le cause del mio silenzio: conformemente al tuo desiderio, ho mandato a Garibaldi una copia dell’appello del comitato internazionale e aspetto ancora una sua risposta. Attendo inoltre che si stampi la traduzione italiana per spedire anche questa. Non ti puoi immaginare come in questo paese la gente sia lenta e indecisa. La mancanza di denaro – questa prima e fondamentale, ma anche molto naturale malattia di ogni organizzazione democratica in Europa – inceppa ogni lavoro attivo. Oltre a ciò, la grande maggioranza degli italiani, demoralizzata dal fiasco [in italiano nel testo] completo e dagli errori del partito democratico centralista e unitario, è adesso fortemente malata di scetticismo e di stanchezza. Soltanto la propaganda socialista, appassionata, energica e conseguente, può far tornare in questo paese la vitalità e la volontà. Ma per tutto ciò ci vuole tempo, perché qui occorre ricominciare tutto da capo. In Inghilterra, com’è evidente, voi andate avanti a gonfie vele. Noi, al contrario, azzardiamo a dispiegarle a poco a poco [in italiano nel testo].
Ti mando una poesia fiorentina che spero non ti dispiacerà. Purtroppo l’organizzazione è un affare ben più difficile delle poesie: anch’essa procede, è vero, ma molto lentamente. I suoi successi sono rallentati dall’indifferenza scettica, dalla diffidenza reciproca, dall’ignoranza e dall’incapacità dei cosiddetti capi della cosiddetta democrazia, completamente disorientata e demoralizzata. In Italia deve formarsi una democrazia nuova, fondata sul diritto assoluto e sul culto unico del lavoro. Gli elementi per questo ci sono: l’Italia ne è piena e su questo punto non si deve disperare. Pazienza [in italiano nel testo], come amano dire qui, e di questa pazienza ne occorre tanta! Mazzini è terribilmente in errore se continua a credere che l’iniziativa del nuovo movimento verrà dall’Italia. Verrà dall’Inghilterra, o dalla Francia, o magari dalla Germania; certamente dalle prime due se parliamo solo dell’Europa, oppure da quella magnifica America del Nord: ecco il centro intellettuale e propulsivo dell’umanità. Il resto verrà dietro a rimorchio.
E ora, carissimo [in italiano nel testo] amico, dammi la tua assoluzione per il lungo silenzio, un peccato nel quale non ricadrò più, e bacia rispettosamente per me le belle mani della signora Marx e della figlia.

Tuo devoto M.B.

Non appena avrò le fotografie di mia moglie e di me stesso ve le manderò, ma in cambio chiederò quelle di tutta la santissima famiglia [in italiano nel testo]

(dal volume «Viaggio in Italia» (Elèuthera), una lettera di Michail Bakunin)

lunedì 19 giugno 2023

Democrazie schizofreniche !!

Da dove nascono la guerra, l'avidità, lo sfruttamento, l'insensibilità alle sofferenze altrui? E qual è l'origine della disuguaglianza, ormai riconosciuta come uno dei problemi più drammatici e radicati del nostro tempo? Da secoli, le risposte a queste domande si limitano a rielaborare le visioni contrapposte dei due padri della filosofia politica: Jean-Jacques Rousseau e Thomas Hobbes. Stando al primo, per la maggior parte della loro esistenza gli esseri umani hanno vissuto in minuscoli gruppi ugualitari di cacciatori-raccoglitori. A un certo punto, però, a incrinare quel quadro idilliaco è arrivata l'agricoltura, che ha portato alla nascita della proprietà privata. Poi sono apparse le città, e con esse si è affermata l'organizzazione fortemente gerarchica di quella che chiamiamo «civiltà». Per Hobbes, al contrario, la necessità di imporre un rigido ordine sociale si è imposta per contenere la natura individualista e violenta dell'essere umano, altrimenti sarebbe stato impossibile progredire organizzandosi in grandi gruppi. Quasi tutti conoscono queste due storie alternative, almeno nelle loro linee generali: riassumono le idee più diffuse sulla storia dell'umanità e la sua evoluzione, e hanno contribuito a definire la nostra visione del mondo. Ma pongono anche un problema: entrambe dipingono la disuguaglianza come una tragica necessità; un elemento che non potremo mai cancellare del tutto, in quanto intrinsecamente legato al vivere comune. Una visione che non convince affatto gli autori di questo libro, decisi a gettare nuova luce sul passato della nostra specie. In una sintesi tanto meticolosa quanto di largo respiro, che coniuga i risultati delle ricerche storiche e archeologiche più recenti al contributo di pensatori provenienti da culture diverse da quella occidentale, il sociologo David Graeber e l'archeologo David Wengrow ci raccontano una storia diversa - più articolata e ricca di chiaroscuri - dell'evoluzione sociale dell'Homo sapiens. Una storia illuminante e attendibile, dalla quale ripartire per provare a immaginare un futuro diverso.

(dal risvolto di copertina di: "L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità" di David Graeber e David Wengrow Rizzoli, pp. 736, €28)

Il diritto alla fuga
di Adriano Favole

Esistono «tre libertà fondamentali, se non addirittura primarie: la libertà di circolare, di disobbedire agli ordini e di riorganizzare i rapporti sociali». David Graeber e David Wengrow ("L’alba di tutto", Rizzoli, 2022) individuano nella «libertà di abbandonare la comunità con la certezza di essere ben accolti in terre lontane», il pilastro di ogni forma di libertà umana e insieme un forte antidoto al sorgere di poteri coercitivi e violenti. Lo fanno sulla scorta di una vasta analisi archeologica, storica e antropologica: in effetti, per gran parte della storia dell’umanità, sono esistiti sistemi di «ospitalità» che hanno permesso a individui e gruppi più o meno numerosi di muoversi in cerca di asilo e rifugio. I due autori definiscono queste aree come «reti» o «catene regionali dell’ospitalità»: un intero continente, l’Australia, sembrerebbe potersi definire in questi termini almeno fino all’arrivo dei coloni inglesi all’inizio dell’Ottocento. I nativi australiani circolavano liberamente in un’ampia area caratterizzata da lingue e usi alquanto diversi, ma unita da una comune struttura mitologica che dava a ognuno una sorta di cittadinanza o di «passaporto» per muoversi sul continente (Bruce Chatwin, Le vie dei canti, Adelphi, 1987). L’organizzazione «totemica» dei nativi dell’America settentrionale sembra svolgesse un ruolo simile: in gruppi linguistico/culturali anche molto lontani si poteva sempre trovare qualche affiliato al clan dell’orso, per dire, che in caso di necessità ospitava il fuggiasco. Ampie catene dell’ospitalità basate su credenze religiose e su giochi come quello della palla sembrano ugualmente caratterizzare l’area andina. Nella ricerca che fonda il metodo etnografico dell’antropologia, d’altra parte, Bronislaw Malinowski (Argonauti del Pacifico occidentale, Bollati Boringhieri, 2011) scoprì che gli isolani delle Trobriand (Papua Nuova Guinea, Melanesia) erano connessi con isole che si trovavano a migliaia di chilometri di distanza da uno scambio di «inutili» (dal punto di vista degli usi concreti) oggetti di prestigio come collane e braccialetti di conchiglie e madreperla. Il circuito del kula — così i nativi definivano lo scambio — sarebbe un indizio contemporaneo di una pratica un tempo molto diffusa.

Prima di dare vita ad aree culturali specifiche e relativamente chiuse, prima di pensarsi come un insieme di «società» diverse e discrete, e ben prima di inventare gli Stati-nazione e i loro rigidi confini, l’umanità sembra avere sperimentato forme di cittadinanza internazionale o se volete forme universali di parentela che permettevano la mobilità su lunghe distanze e soprattutto la fuga. Quando le condizioni economiche, ecologiche o politiche rendono difficile e al limite impossibile l’esistenza, agli esseri umani rimane la possibilità di fuggire o quanto meno il sogno di trovare ospitalità altrove, di poter riconfigurare in modo nuovo i rapporti sociali, di sottrarsi di conseguenza agli ordini di capi e tiranni. E se applicassimo questa idea a quello che sta succedendo nell’epoca contemporanea, dove non solo intere popolazioni vivono in mezzo a privazioni materiali e a costrizioni e a violenze di ogni tipo, ma dove la parte ricca del mondo pontifica sulla necessità di «fermare le partenze», di limitare gli aiuti e il diritto d’asilo (e persino il salvataggio), di impedire insomma l’esercizio della libertà fondamentale, quella di circolare e di andarsene sbattendo la porta? E se provassimo a «de-naturalizzare», ovvero a mettere in discussione l’idea secondo cui la normalità dell’essere umano è vivere nei rassicuranti confini di uno Stato? E se la libertà di circolazione di tutti fosse il vero antidoto al sorgere di dittatori violenti, un modo pacifico di esportare la democrazia?  Siamo una specie in perenne fuga. Come scrisse Marco Aime qualche anno fa: abbiamo piedi e non radici (Verdi tribù del Nord, Laterza, 2012). Siamo nel profondo meticci perché ci muoviamo ed emigriamo da sempre. La libertà di migrare, come hanno scritto Valerio Calzolaio e Telmo Pievani (Libertà di migrare, Einaudi, 2016), andrebbe considerata come un diritto universale dell’essere umano. Per gran parte della sua storia, in verità, l’umanità ha potuto contare su questa libertà intesa come una possibilità concreta, più che come un diritto astratto.

Nelle mie ricerche di campo, mi sono imbattuto spesso in popoli e gruppi fuggiaschi e in pratiche dell’accoglienza. In Polinesia occidentale la possibilità di fuga si incarnava nell’istituzione del tavaka. Individui solitari, o piccoli gruppi in conflitto col resto della popolazione, potevano prendere il mare sulle loro piroghe, cercando altrove asilo o un’isola vuota su cui ricostruire nuovi rapporti sociali. I diritti d’approdo facevano parte di una conoscenza diffusa e di possibilità di asilo riconosciute. Molte isole dell’Oceania sono oggi il frutto di questi complessi innesti e movimenti e a stento si trova una sola isola che sia il frutto di uno sviluppo endogeno. Ovviamente non sempre i fuggiaschi erano ben accolti, ma in molti casi questi arrivi sono all’origine di dinastie di capi. La figura dello stranger king, del «re straniero» che assume il potere politico attraverso un patto con i maîtres de la terre, i primi arrivati, è una figura molto diffusa tanto in Oceania come in Africa (David Graeber e Marshall Sahlins, Il potere dei re, Cortina, 2019). Quando la Terra presentava ancora ampi margini di insediamento, la fuga approdava spesso in aree non esplorate o poco sfruttate: sull’isola di Réunion, nell’Oceano Indiano, le popolazioni Kafr si presentano oggi come i discendenti di schiavi fuggiaschi che trovarono rifugio nelle aree vulcaniche interne. A volte sono i non umani a essere ospitali, come ben sanno i migranti che cercano di arrivare in Europa attraverso le foreste dell’Est o che cercano di arrivare in Francia attraverso i boschi delle valli alpine. In modo simile, i «figli dei fiumi» o bushinengé della Guyana francese, sono discendenti dei marrons, schiavi fuggiti dalle piantagioni che andarono a creare libere repubbliche lungo le complesse ramificazioni fluviali dell’Amazzonia. Senza scomodare società che a molti parranno esotiche e lontane (non per questo non esistono!), quanti discendenti di italiani ho incontrato in Francia e in Oceania i cui padri o nonni fuggirono altrove ai tempi del fascismo? Quanti italiani hanno trovato asilo e rifugio altrove in epoche di carestie o penurie o semplicemente perché hanno potuto lasciare il nostro Paese in cerca di fortuna altrove?

Viviamo in democrazie alquanto schizofreniche. A differenza di quanto si potrebbe pensare a prima vista, il mondo contemporaneo non ha affatto abbandonato l’antica idea delle catene regionali dell’ospitalità. Per certi versi in realtà è proprio questa la cifra fondante di quella che, con una bella dose di ipocrisia, chiamiamo «globalizzazione». Una parte di umanità circola e viaggia senza sosta: cercando altrove nuove opportunità o semplicemente per svago. A volte una fuga temporanea da routine eccessivamente inglobanti, come avviene per il turismo. Proprio in questo anno post-pandemico, molti osservatori si attendono un nuovo record di viaggi aerei intercontinentali. Una parte di umanità dunque ha realizzato, nonostante gli Stati e i loro confini, una nuova configurazione della possibilità di fuga e dell’accoglienza altrove, grazie a passaporti «forti» e accettati un po’ ovunque (e alle carte di credito ovviamente). La schizofrenia sta nel fatto che una parte di questi flaneurs contemporanei sostiene con disinvoltura che, al contrario, il resto del mondo dovrebbe essere «incoraggiato» a rimanere nei propri confini. Anzi, dovrebbe persino sentire la responsabilità di stare a casa per costruire una società migliore e combattere i dittatori. Per quell’umanità figlia di un dio minore dipingiamo la «normalità» come un mondo in cui ognuno rimane a casa propria, contento della propria «identità». Un intero continente, l’Europa, si affanna così a «limitare le partenze» e a contrastare gli «scafisti» invece di chiedersi con quali politiche (asilo, corridoi umanitari, flussi regolari di lavoratori, collegamenti aerei) ripristinare, per tutti e in primo luogo per chi scappa da guerre e persecuzioni (i sopravvissuti di Crotone, è bene ricordare, arrivavano da Siria, Iran, Afghanistan e Pakistan), l’antico diritto alla fuga. Impedire la fuga è il miglior dono che si possa fare ai regimi non democratici, i quali hanno da sempre lavorato a questo obiettivo costruendo muri, limitando i passaporti, imprigionando i dissidenti. La libertà di fuggire, di andarsene, di non obbedire più agli ordini e di riconfigurare altrove i propri rapporti sociali è una leva imprescindibile. La democrazia si nutre di diritti per chi rimane, ma non è sostanziale senza vie di fuga o quando si impedisce a mezzo mondo ogni via di fuga.

- Adriano Favole - Pubblicato su La Lettura del 12/3/2023 -

Un osso duro da rosicchiare…

Torniamo alla definizione delle classi
- di Christophe Darmangeat -

In un articolo che ho scritto su questo blog due anni fa (di già!), ho sottolineato quali sono le difficoltà che si incontrano nel definire le classi sociali, ovvero se lo si fa nei termini della classificazione proposta da A. Testart, seguendo la delimitazione tra il II e il III mondo. Non ho fatto molti passi avanti per trovare una soluzione, ma le discussioni che ho avuto nell'ultima settimana con alcuni colleghi (e ce ne saranno altre!) mi hanno convinto a riesumare questo osso duro da rosicchiare. Tanto più che le discussioni svoltesi nel frattempo sul tema dell'altra transizione - quella che dal Primo Mondo porta al Secondo - mi hanno suggerito una riformulazione del problema, e le poche righe che seguono non riprendono affatto lo stato della questione: per cui invito i lettori interessati a fare riferimento ai testi in questione.

La mia intuizione mi suggerisce uno stretto parallelismo tra le due situazioni. In entrambi i casi, la soluzione proposta da Testart privilegia un elemento giuridico: in un caso, l'esistenza di un prezzo della sposa e del wergild; e nell'altro, quella della proprietà fondiaria. Ma in entrambi i casi, la soluzione si trova viziata dalla propria ristrettezza: nel senso che esistono delle società ricche, le quali tuttavia ignorano i pagamenti matrimoniali e giudiziari. Allo stesso modo, alcuni rapporti di classe (a partire dalla Schiavitù) rimangono indipendenti dalla proprietà fondiaria.  Quella di comprendere il fenomeno in questione in termini di conseguenze o di manifestazioni (per così dire, a tappeto) è una falsa idea. La ricchezza non viene a essere definita a partire dalle disuguaglianze di ricchezza, e questo per due motivi: in primo luogo, perché dire che ci sono disuguaglianze di qualche sorta, nulla ci dice circa la natura di quel qualcosa. In secondo luogo, perché la ricchezza può esistere benissimo senza però generare delle disuguaglianze di ricchezza; ovvero, generando disuguaglianze talmente limitate da rimanere impercettibili.

Credo che la stessa cosa possa valere anche per lo sfruttamento: dobbiamo essere in grado di caratterizzarlo per quello che è, e non per i suoi presunti corrispettivi correlati (l'esistenza di persone che, de facto o de jure, sono dei dipendenti, o, come ho suggerito, l'esistenza di proprietari svincolati dal lavoro produttivo). Per la ricchezza, così come per lo sfruttamento, la difficoltà risiede nel fatto che il fenomeno che dovrebbe costituire il criterio di delimitazione, esiste in un modo o nell'altro in tutte le società. La ricchezza è presente nel Primo Mondo, sotto forma di beni che possono essere scambiati con altri beni. Lo sfruttamento è presente in tutto il Secondo Mondo (schiavi, servitori, donne, dipendenti di ogni tipo, ecc.), ed esistono anche all'interno del Primo Mondo stesso - e in ogni caso, da un punto di vista teorico, non c'è nulla che lo impedisca. È quindi necessario scomporre il fenomeno, per poter individuare la forma specifica in cui la cosa possa validamente fungere da criterio. Nel caso della ricchezza, ad esempio, ho proposto una distinzione tra ricchezza "elementare" e ricchezza "estesa", ed è solo la presenza di quest'ultima che caratterizza i Mondi II e III. Se mi trovo sulla giusta strada, allora dovremmo essere in grado di scomporre il fenomeno dello sfruttamento, in modo da evidenziare così quali dei suoi elementi costitutivi sono caratteristici di una società di classe (vale a dire, del III Mondo). Questa è un'ottima domanda... per la quale non ho un'idea di risposta.

- Christophe Darmangeat - Pubblicato il 16/11/2022 su La Hutte des Classes -

domenica 18 giugno 2023

La lettera, alla fine arriva sempre...

Quando Walter Benjamin - con il suo libro "Uomini tedeschi. Una serie di lettere" (una sorta di precursore del libro formato interamente di citazioni, che progetta nel suo lavoro dei "Passages") - ci propone una raccolta di grandi lettere, per farlo si serve della figura tutelare di Goethe, in modo che così possa riuscire a parlarci di un mondo che non esiste più, e rispetto al quale, nel 1936, si rende necessario compiere il lavoro di elaborazione del lutto (il libro viene pubblicato in Svizzera - proprio il luogo in cui dieci anni dopo uscirà il libro di Auerbach, "Mimesis": anch'esso una meditazione sui mondi che non esistono più), usando lo pseudonimo di Detlef Holz. Molti decenni dopo, Coetzee, nel pubblicare "Elizabeth Costello", promuoverà un movimento simile, sebbene più complesso, dal momento che mette in atto un ulteriore avvitamento, a partire da un personaggio interposto (una maschera, una protesi): per l'appunto, proprio quella Costello, che «non esiste». È Costello che entra in possesso della lettera di Lord Chandos, mostrando come, dentro questa invisibilità (la natura stessa del linguaggio, il mistero del linguaggio, il linguaggio come mistero), se ne dispieghi un'altra, quella di Lady Chandos ("Lettera di Elizabeth, Lady Chandos, a Francis Bacon" è il titolo dell'epilogo di "Elizabeth Costello"). Appare indubbio che la lettera si imponga, che per quanto tempo ci voglia, essa trovi un modo per arrivare:

La lettera di Goethe arriva a Benjamin (che si trasforma in Detlef Holz: la sua persona, la sua maschera, la sua protesi), allo stesso modo in cui la lettera di Chandos arriva a Coetzee (il quale inventa una scena in cui la lettera invisibile di Lady Chandos possa così arrivare fino a Elizabeth Costello; e in questa invenzione, l'abisso che separa la persona del libro "Elizabeth Costello" da Elizabeth Costello, opera una differenza derridiana che non viene tracciata con la voce, ma con la grafia, il segno).

fonte: Um túnel no fim da luz

sabato 17 giugno 2023

Come ci siamo arrivati… ?!!

« A quanto pare, sembra che a partire dal 1918 la classe operaia abbia cominciato a essere sempre più identificata come un agente della propria oppressione - in particolare, a causa della sua fedeltà alla forma sindacale - e ha cominciato a essere vista come un fattore del sistema capitalistico. In uno strano modo, i comunisti dei consigli e l'ultra-sinistra confermavano ciò che Lenin aveva sostenuto a proposito del fatto che la classe operaia sia sempre in grado, da sé sola, di raggiungere una coscienza sindacale. Ma anziché seguire Lenin - ossia, promuovere l'istituzione di un organo centrale di partito composto da intellettuali borghesi - i comunisti dei consigli, inconsapevolmente, preferirono tornare alla prospettiva che era stata quella di Bakunin: una prospettiva che affermava che la classe operaia avrebbe raggiunto la coscienza rivoluzionaria solo attraverso l'azione. E questo, per i comunisti consiliari, significava passare - attraversando il tumulto dell'azione industriale su larga scala - alla costituzione dei Consigli Rivoluzionari. Così, questi gruppi di comunisti consiliari - gruppi di individui impegnati a cercare di intervenire nelle lotte industriali - erano, ironia della sorte, esattamente proprio ciò che Bakunin aveva previsto nel 1870, allorché scrisse la Lettera a (o il Ripudio di) Necaev: "L'unico scopo della società segreta [termine con cui Bakunin indicava un gruppo rivoluzionario; in Europa, nel 1870, un'organizzazione rivoluzionaria doveva essere necessariamente una società segreta] deve essere non quello di creare una forza artificiale al di fuori del popolo, ma di destare le forze popolari spontanee, di unirle e organizzarle; di conseguenza, l’unico esercito rivoluzionario possibile e reale non si trova fuori dal popolo, è il popolo stesso. È impossibile svegliare il popolo con mezzi artificiali, le rivoluzioni popolari sono provocate dalla forza stessa delle cose (...) Quali saranno lo scopo principale e il compito dell’organizzazione? Aiutare l’autodeterminazione del popolo sulla base di una assoluta uguaglianza, della libertà umana completa e multiforme, senza la minima ingerenza da parte di qualsiasi potere, anche provvisorio o di transizione (...) ".

Ma i comunisti consiliari (seguendo Marx) hanno sempre disprezzato gli anarchici, e pertanto non hanno mai guardato in maniera adeguata alla storia della Prima Internazionale (si veda: Rudolf Rocker, "Anarcho-syndicalism: Theory and Practice") e perciò non sono stati in grado di riconoscere il fatto che Bakunin li aveva preceduti di almeno 50 anni. E pertanto - forse a partire dalla Comune di Parigi –, per i comunisti consiliari e per l'ultrasinistra, i pilastri storici cui riferirsi divennero i Consigli Operai Rivoluzionari. Poi, subito dopo ci sono stati i primi giorni dei soviet (consigli) nella Rivoluzione russa, lo Shop-Stewards Movement nel Regno Unito e i Consigli dei lavoratori e dei soldati in tutta Europa, in particolare in Germania alla fine della prima guerra mondiale. Ovviamente, tutti questi fenomeni fallirono, ma l'«eredità», come scrisse Paul Mattick nel 1939: "aveva trovato la sua espressione organizzativa in vari gruppi antiparlamentari e antisindacali presenti in un certo numero di Paesi. Ai suoi inizi, e nonostante tutte le sue incoerenze, questo movimento si oppose rigorosamente a tutto il  capitalismo, così come si oppose al movimento sindacale nel suo insieme, in quanto esso faceva parte del sistema".»

( Mickey Moosenhauer )

fonte: Contrahistorical

venerdì 16 giugno 2023

La «brigata Ravachol» !!

«La storia di un ricercatore che crede di sapere cosa cerca, e di un ricercato che è stato trovato e rinchiuso. E dei molti modi in cui si sbagliavano entrambi». Marco Malvaldi

Marcello è un trentenne senza un vero lavoro, resiste ai tentativi della fidanzata di rinsaldare il legame e cerca di prolungare ad libitum la sua condizione di post-adolescente fuori tempo massimo. La sua sola certezza è che vuole dirazzare, cioè non finire come suo padre a occuparsi del bar di famiglia. Per spirito di contraddizione, partecipa a un concorso di dottorato in Lettere, e imprevedibilmente vince la borsa. Entra così nel mondo accademico e il suo professore, un barone di nome Sacrosanti, gli affida come tesi un lavoro sul viareggino Tito Sella, un terrorista finito presto in galera e morto in carcere, dove però ha potuto completare alcuni scritti tra cui le Agiografie infami, e dove si dice abbia scritto La Fantasima, la presunta autobiografia mai ritrovata. Lo studio della vita e delle opere di Sella sviluppa in lui una specie di identificazione, una profonda empatia con il terrorista-scrittore: lo colpisce il carattere personale, più che sociale, della sua disperazione. Contemporaneamente sperimenta dal di dentro l’università: gli intrighi, le lotte di potere tra cordate e le pretestuose contrapposizioni ideologiche, come funziona una carriera nell’università, perfino come si scrive un articolo «scientifico» e come viene valutato. Si moltiplicano così i riferimenti alla vita e alla letteratura di Tito Sella, inventate ma ironicamente ricostruite nei minimi dettagli; e mentre prosegue la sarcastica descrizione della vita universitaria, il racconto entra nella vita quotidiana di Marcello e nelle sue vitellonesche amicizie viareggine. Realtà sovrapposte, in cui si rivelano come colpi di scena delle verità sospese. Che cosa contiene l’archivio Sella, conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi? Perché il vecchio luminare Sacrosanti ha interesse per un terrorista e oscuro scrittore? E che cosa racconta, se esiste, La Fantasima, l’autobiografia perduta?
La ricreazione è finita è un’opera che si presta a significati e interpretazioni molteplici. Un narrato in cui si stratificano il genere del romanzo universitario – imperniato dentro l’artificioso e ossimorico mondo dell’accademia –, con il romanzo di formazione; il divertimento divagante sui giorni perduti di una generazione di provincia, con la riflessione, audace e penetrante, sulla figura del terrorista; e il romanzo nel romanzo, dove l’autore cede la parola all’autobiografia del suo personaggio. Questo libro racconta la storia di due giovinezze incompiute, diversissime eppure con una loro sghemba simmetria.

(dal risvolto di copertina di: Dario Ferrari, «La ricreazione è finita». Sellerio, pp. 480, € 16)

I dolori del giovane (dottorando) Marcello in lotta col barone che si crede una rockstar
- Un laureato in Lettere di provincia non vuole lavorare nel bar del padre e partecipa a un concorso accademico. Lo vince e si scontra col prof. Sacrosanti, che gli appioppa la ricerca su un oscuro scrittore-terrorista -
di Sergio Pent

In mezzo a stelle che cadono, amori che si frantumano, speranze di orfani strappacuore e overdose di blogger e tiktoker, talvolta un respiro di buona narrativa riesce ancora a farci credere di non aver speso invano decenni a sfogliar pagine e a scriverne. Dopo la sorpresa in crescendo delle Ferrovie del Messico di Griffi, arriva ora l’opera seconda del viareggino Dario Ferrari, La ricreazione è finita. L’opera prima, La quarta versione di Giuda (Mondadori 2020), ci era del tutto sfuggita e forse - con gli attuali parametri di pubblicazione - era sfuggita anche al suo editore. Un’opera viva e modulata sul male di vivere, sui compromessi, sui ricordi - privati e sociali - e sulle contraddizioni quotidiane - e poi spesso definitive - che alla resa dei conti chiamiamo vita. Si parla di epoche e di speranze, sogni e sconfitte, partendo da un passato prossimo del 2017 in cui il trentenne viareggino Marcello Gori, laureato in lettere, tenta - pur senza convinzione - il concorso di dottorato presso l’università di Pisa, ben sapendo che i posti occupabili sono già distribuiti a priori dalle alte macchinazioni accademiche, dove svettano «individui che operano nel settore ristretto della cultura sentendosi delle rockstar». Circondato da amici perdigiorno o aspiranti cattedratici ancora al palo, Marcello si confronta con l’algido potere dell’intoccabile Sacrosanti, che male accoglie «l’incidente» del concorso che permette al Gori di rientrare fra i tre possibili dottorandi.

La descrizione delle manovre accademiche risulta tanto schietta, vivace e godibile quanto frustrante, come se da certi gattopardismi non riuscissimo a sganciarci neanche all’epoca di Elon Musk. Ma tutto è appena all’inizio, poiché il Sacrosanti - mente eccelsa ma anche un po’ perversa - affida a Marcello, per la sua tesi, una ricerca sull’oscuro scrittore viareggino Tito Sella, di cui il dottorando non rammenta neppure l’esistenza. Ma ormai il ballo è iniziato, e il nostro protagonista comincia il suo compito con qualche perplessità, scoprendo che Tito Sella - 1953-1998 - su Wikipedia è semplicemente, seccamente segnalato come «terrorista italiano». Marcello prosegue comunque le ricerche, assillato dalla fidanzata Letizia, studentessa di Medicina, che lo vorrebbe già sistemato, e dal padre che lo denigra puntualmente per non aver scelto di ereditare il bar di famiglia. La vita viareggina di Marcello continua tra bevute, amici che ricalcano i vitelloni felliniani, ambizioni di carriera ma anche paura di uscire dal guscio protettivo della provincia. Quando però legge le Agiografie infami di Tito Sella, qualcosa dentro di lui si modifica, cresce la consapevolezza di poter entrare in un universo generazionale remoto, quello che attraversò con ideali astrusi, sangue e violenza gli anni del terrorismo. Esiste forse un’opera autobiografica dispersa - La Fantasima - in cui Tito Sella raccontò quegli anni e quelle imprese eversive, ma nessuno l’ha mai letta. Contro ogni raccomandazione - anche di amici universitari - Marcello accetta di recarsi a Parigi per studiare gli archivi privati e letterari di Sella, e da qui nasce la vera, possente - ma anche tragicamente ironica - sostanza del romanzo.

La seconda parte è un tuffo nella memoria, con l’opera sconosciuta di Sella rivisitata da Marcello a suo uso e consumo, traendone un sunto generazionale commosso e a tratti ridicolo, in cui una banda di vitelloni viareggini anni Settanta si ritrova - più per gioco che per veri intenti politici - a fondare un gruppo eversivo molto precario - la Brigata Ravachol - da cui partirà comunque - tra goliardate impacciate, rapimenti da commedia popolare e ingenuità di prospettiva - un’involontaria, pesante escalation di errori destinati a una tragedia da prima pagina, La ricostruzione è intensa, irruenta, generosa, e conclude il fervore di quegli anni con un punto interrogativo oltre il quale c’è solo la prigionia di Tito Sella e la sua morte prematura. Il resto rimane avvolto in un mistero che Marcello cerca di disvelare attraverso ricerche e contatti, non ultimo quello con un vecchio brigatista italiano rifugiato a Parigi. Ma da qui in poi tutto procede in discesa verso la spianata delle rivelazioni, che cambiano le carte in tavola e regalano al romanzo un’intensità che sconcerta, irrita e commuove, poiché al fondo di ogni generazione si cela un mistero irrisolto, un’illusione mal riposta, una beffa del destino in grado di condizionare anche il futuro, lasciando defluire certe ombre del passato verso un vergognoso oblio. Come si suol dire talvolta in questi casi, è un romanzo che avrei voluto scrivere io.

- di Sergio Pent - Pubblicato su TuttoLibri del 25 febbraio 2023 -

giovedì 15 giugno 2023

Smobilitare la «classe» !!

Critica sociale e teoria di classe
- Sulla necessità di riformulare la nostra concezione di lotta sociale -
di Julian Bierwirth


In questi ultimi anni, la categoria di «classe» è tornata ad assumere grande importanza nelle discussioni circa la direzione della critica sociale emancipatrice, e sull'orientamento delle lotte sociali. La rinascita della politica di classe viene vista come se fosse una grande opportunità per riuscire a dare una definizione più precisa di quelli che sono i meccanismi di dominazione sociale, e al fine di una radicalizzazione delle lotte sociali. Tuttavia, a un esame più attento, il termine sembra poco adatto a questi due aspetti. E per poter svolgere i necessari dibattiti, nel contesto del Capitalocene, si rende pertanto necessario un altro paradigma.

La classe e la critica del capitalismo
L'importanza che il concetto di classe riveste nell'attuale fase della teoria e della prassi della sinistra ha, per gli attori, un significato socio-psicologico che non deve essere sottovalutato. Da un lato, esso indica la (presunta) subordinazione alle condizioni sociali. È chiaro che noi non siamo semplicemente degli esseri umani (come pretende l'ideologia liberale), ma piuttosto degli «esseri umani sottomessi». E lo siamo in base al principio di «classe», che ogni individuo interpreta e intende in maniera diversa. Il termine serve a cercare di rendere comprensibile la sofferenza causata dalla società; eppure allo stesso tempo non riesce a spiegare molto (dal momento che con tale termine ciascuno intende qualcos'altro). Però, allo stesso tempo, il principio di «classe» contiene simultaneamente anche un principio e un motore che guida l'azione. Infatti, dato che in realtà l'assoggettamento non ci riguarda come individui, ma piuttosto in quanto membri di un gruppo assai ampio (la «classe»), ecco che da questo ne possiamo trarre una capacità di azione collettiva. Una simile duplice funzione della «classe», la troviamo già in Marx, il quale da un lato si avvale di un concetto analitico di classe (e lo fa soprattutto ne Il Capitale, dove egli intende le classi come se esse fossero delle categorie funzionali alla produzione di merci); mentre, dall'altro lato, usa la «classe» come concetto teorico di emancipazione (soprattutto nel Manifesto comunista). E ancora a tutt'oggi, a mio avviso, è quest'ultima accezione a rappresentare l'attrattiva centrale esercitata dal discorso sulle classi. Ci promette di definire e stabilire un legame tra dominazione e liberazione, per mezzo del quale viene spiegato chiaramente in che modo i dominati, trasformandosi in soggetti collettivi, possono essere in grado di trasformare le relazioni [*1]. Il problema, consiste nel fatto che le due accezioni del termine non si conciliano bene tra di loro, e perciò non sono in grado di cogliere in maniera pertinente (o addirittura coerente) la diversità tra le diverse forme che costituiscono la dominazione, lo sfruttamento e la resistenza. Questa incompatibilità tra loro, determina un indebolimento del concetto di classe, il quale così viene per essere applicato a dei fenomeni molto diversi, perdendo in tal modo quella chiarezza analitica che un tempo invece lo caratterizzava. Se, ad esempio, le lotte per i costi degli affitti devono essere considerate come lotte di classe, ecco che vediamo che così quello che è un conflitto all'interno della sfera della circolazione (laddove si scontrano affittuari e proprietari) finisce piuttosto per assumere un significato che Marx voleva però invece riservare solo alla sfera della produzione. Se, in fin dei conti, tutto è «classe», allora il concetto non può più servire a spiegare niente di specifico, e di conseguenza non serve più a niente analizzare il modo in cui si costituiscono i rapporti sociali. Però, d'altra parte, se lo riduciamo invece solo alla precisa definizione politico-economica che Marx gli attribuisce nel Capitale, ecco che subito il concetto di lotta di classe diventa di scarsa utilità per descrivere quelle lotte centrali che oggi si svolgono a partire da un obiettivo emancipatorio. Ed ecco che allora il problema non può essere più risolto ricorrendo al concetto di «classe». Solo quando ci rivolgiamo ai principi operativi centrali della società capitalista, il rapporto tra dominio e asservimento può essere risolto in modo emancipatorio. Questo approccio implica un importante cambiamento di prospettiva: il punto di partenza dell'analisi non è più costituito dalla determinazione dell'identità (chi fa parte della «classe»?), ma da quella del contenuto (cosa vogliamo abolire?). Dobbiamo quindi chiederci che cosa è che caratterizza fondamentalmente il capitalismo.

Che cos'è il capitalismo?
Il capitalismo, ha dato origine a una formazione sociale che si distingue per quello che, rispetto a tutte le società precedenti, costituisce un aspetto centrale. Gli esseri umani si trovano a essere allontanati ed estromessi da quelle che erano le loro tradizionali relazioni sociali, e vengono scaraventati in un sistema che si caratterizza a partire da quella che appare come una strana autoreferenzialità. Il capitalismo è essenzialmente contraddistinto da quel meccanismo che consiste nel fare più soldi per mezzo dei soldi. E inoltre, del resto, è a questo meccanismo che esso (il capitalismo) deve il suo nome. «Il capitale» è - secondo Marx - il meccanismo e il movimento che succhia e assorbe lavoro, denaro e natura per poi dopo rigurgitare altro denaro; e che in tal modo, di passaggio, «simultaneamente esaurisce le due risorse da cui si origina ogni ricchezza: la terra e il lavoratore».Tale principio di autoriproduzione incessante, è auto-referenziale: non ha un fine esterno, non ha un punto di arrivo verso il quale si dirige. Ed è largamente indipendente da quegli individui che occupano le posizioni concrete di azione e di dominio. Se proprio vogliamo arrivare al cuore dell'asservimento e dell'alienazione di cui tutti soffriamo, non ci rimane altro da fare che eliminare tale processo autoreferenziale di accumulazione del capitale. Per poterlo fare, ci servono altre forme di riproduzione sociale, che dobbiamo creare tutti insieme. E tutti insieme dobbiamo condurre quelle lotte sociali finalizzate ad appropriarci della ricchezza della società. Le condizioni concrete, in cui si svolgono le lotte sociali, sono quindi sempre segnate in modo centrale dalle condizioni di (ri)produzione del capitale. Secondo Marx, l'analisi di queste condizioni ci fornisce la chiave per comprendere le lotte contemporanee. Al contrario, invocare oggi il concetto di classe funziona spesso come il tentativo di trovare una scorciatoia: passare direttamente alle lotte senza alcuna analisi sostanziale; lotte che poi vengono intraprese senza successo.

Analisi politica ed economica anziché politica identitaria
Prendiamo come esempio quello di un dibattito politico attuale, e vediamo in che modo cambia la prospettiva, prendendo in considerazione i contesti politici ed economici. Nel momento in cui i prezzi dei generi alimentari, dell'energia e degli affitti aumentano, l'enfasi sulla politica di classe si esprime attraverso la richiesta di salari più alti, di sussidi pubblici per la «classe operaia», e maggiori tasse sui ricchi [*2]. Ma chiedere salari più elevati, significa anche che l'economia nel suo complesso deve continuare a crescere, in modo da mantenere così sostenibili i salari stessi. Oggi - al più tardi con le crisi ecologiche - per una sinistra che vuole preservare un pianeta vivibile, la crescita economica non è più una soluzione. Ma se vogliamo uscire dalla crescita economica, abbiamo anche bisogno di trascenderla e superarla, andando oltre quelle che sono le nostre tradizionali richieste socio-politiche. Un altro esempio, è quello degli affitti e delle controversie in materia di locazione. Se nei grandi agglomerati urbani gli affitti stanno andando fuori controllo, ciò non avviene semplicemente perché per ragioni sconosciute i proprietari sono diventati più avidi e hanno pertanto innescato una «inflazione dovuta alla cupidigia». Si tratta piuttosto di capitali finanziari inutilizzati che, in quelli che sono tempi di bassi tassi di interesse, cercano opportunità di investimento redditizie, e le trovano nel settore immobiliare. Pertanto, se vogliamo capire e criticare l'aumento degli affitti, dobbiamo parlare della finanziarizzazione del capitalismo, dell'importanza dei mercati finanziari nel XXI secolo, e così via. Dire che questi processi devono essere portati avanti da persone reali e operose non è molto d'aiuto. Bisogna quindi parlare della situazione politica ed economica in cui si trova attualmente il capitalismo. Solo comprendendola, possiamo capire i cambiamenti degli attori sociali, e gli attuali processi di impoverimento. Questa prospettiva implica che le relazioni sociali fondamentali, che caratterizzano la vita sotto il capitalismo, non sono affatto delle relazioni di classe. Con il capitalismo, il lavoro si è imposto come  il mediatore centrale tra gli individui, da una parte, e la ricchezza sociale dall'altra. Tutti noi dipendiamo dal fatto che la macchina della valorizzazione del capitale debba continuare a girare, dal momento che siamo legati a essa tramite le nostre vite e le nostre possibilità di riproduzione. Questo ci rende vulnerabili e soggetti a essere ricattati. Il collega che assembla automobili nella fabbrica di automobili può anche essere del tutto convinto dell'urgenza relativa alle crisi ecologiche, ma il suo bisogno di riproduzione individuale lo mantiene legato alla società motorizzata. In caso di dubbio, egli opterà addirittura per l'auto con motore a combustione interna piuttosto che per l'auto elettrica, e lo farà semplicemente perché la produzione di auto a combustione interna richiede più lavoro, e questo gli assicura la sua ricompensa individuale, almeno a breve termine. Il fatto per cui ci troviamo in una fase economica nella quale il lavoro vivo perde sempre più la sua importanza in quello che è il processo di produzione - mentre, allo stesso tempo, le merci del mercato finanziario e l'economia di rendita stanno guadagnando sempre più importanza ai fini dell'accumulazione di capitale - non rende certo le cose più facili per il collega della fabbrica di automobili. Ciò perché la merce che egli vuole vendere (vale a dire, il lavoro), nel processo di accumulazione del capitale sta oggettivamente perdendo sempre più  importanza. E la cosa determina un effetto poco favorevole alle condizioni di vendita di tale merce. Per sottolinearlo ancora una volta: tutto ciò non costituisce una legge di natura, bensì una conseguenza del fatto che tutti noi dobbiamo garantire la nostra sussistenza comprando e vendendo merci. È per questo che Marx ha definito il capitalismo come una società produttrice di merci. Ed è da questo meccanismo che dobbiamo uscire se vogliamo liberarci dalle coercizioni che rendono la nostra vita un inferno.

La lotta di classe nella crisi climatica
Queste riflessioni non sono nuove ma, se viste nel contesto della crisi ecologica, stanno assumendo sempre più importanza . Ancora una volta, la crisi sta cambiando in maniera fondamentale la situazione politica nella quale attualmente ci troviamo. Essa non consente più che si possa continuare a mantenere quegli schemi che dal fordismo in poi hanno mantenuto a galla la sinistra. L'enfasi che viene posta sull'aumento dei salari, non può essere dissociata dall'enfasi sulla crescita economica. E noi non abbiamo certo  bisogno di continuare a spingerci ulteriormente sempre più in profondità nella tana del coniglio; piuttosto, dobbiamo uscirne. Quello di cui abbiamo bisogno non è più una politica di classe - in quanto lotta finalizzata a rafforzare il ruolo che i lavoratori hanno nel capitalismo - ma al contrario quel che ci serve è una smobilitazione della classe. Dobbiamo organizzare, e portare avanti le lotte in maniera tale che esse siano in grado di condurci fuori dalla falsa realtà; impedendo che si rimanga sempre più profondamente coinvolti nei suoi meccanismi. In un tale contesto, le lotte sociali che si svolgono nell'ambito, e sul terreno del lavoro, possono assumere un carattere assai diverso, a seconda delle premesse a partire dalle quali esse vengono condotte. Ad esempio, la lotta per la riduzione dell'orario di lavoro ha un carattere del tutto diverso rispetto a quello della lotta per l'aumento dei salari, la quale viene portata avanti al fine di mantenere la capacità di consumo della classe operaia. Per usare le parole di Leo Löwenthal: «Che il proletariato si fermi»! Anche pensando la lotta di classe in modo più radicale, non è che le cose migliorino di molto: cosa se ne ricaverebbe nel caso che le aziende dovessero appartenere ai lavoratori? Ci sarebbero dei grandi settori della produzione che  per motivi di sicurezza pubblica dovrebbero essere immediatamente fermati! In ultima analisi, qui si tratta della qualità del nostro rapporto sociale con la natura, vale a dire, è questione di sapere in che modo vogliamo comportarci nei confronti del mondo che ci circonda. E la cosa continua a rimanere sempre strettamente legata al modo in cui ci relazioniamo, ossia al modo in cui stabiliamo i rapporti con i nostri simili. Attualmente, comprendiamo la natura come se fosse un oggetto esterno a noi che bisogna dominare. E stabiliamo tutte le nostre relazioni sociali attraverso le merci, il denaro e il lavoro. Oggi, la sinistra sociale ha ben poche risposte soddisfacenti alla domanda su come poter fare le cose in modo diverso. Si preferisce discutere della teoria delle classi... Il che significa che l'incontro di Francoforte, da cui è nato questo testo, non è solo parte della soluzione, ma è anche parte del problema.

Trasformazione storica del movimento operaio immanente
In effetti, c'è stato un periodo durante il quale il movimento operaio ha portato avanti con successo delle lotte sociali. Possiamo allora chiederci - in maniera del tutto materialista - quale è stata la base oggettiva della formazione del movimento operaio e del suo costituirsi come soggetto di azione collettiva? La cosa trova le sue origini nelle condizioni politiche ed economiche del XIX secolo. Nella neonata società della produzione industriale, i lavoratori avevano una sola merce da offrire: la loro forza lavoro. Tuttavia, si trovavano ben lontani dal venire riconosciuti come dei soggetti aventi uguali diritti. Non avevano affatto quei diritti politici che oggi noi diamo per scontati, e non esistevano nemmeno i diritti sociali, per cui non c'era alcun modo di proteggere i beni che mettevano in vendita. Allo stesso tempo, erano simultaneamente indispensabili al processo di produzione capitalistico. Le competenze necessarie per produrre merci, erano già incorporate nei loro corpi e nelle loro intelligenze. Così, avevano già una carta che si potevano giocare nel dibattito sociale. È stata questa la base oggettiva e materiale della costituzione, a livello nazionale, della classe operaia. Le lotte, portate avanti con successo dal movimento operaio a livello nazionale, erano lotte per il riconoscimento della "merce forza lavoro", e quindi erano lotte per l'integrazione dei lavoratori nella normativa delle leggi vincolanti una società che ruotava intorno al lavoro, al denaro e al capitale. In un'epoca nella quale la forza lavoro era la merce centrale dell'universo capitalista, le lotte potevano essere condotte nella forma della lotta di classe. Ovviamente, sovente queste lotte avevano una forte dimensione emancipatoria. Ciò è stato possibile, a partire dal fatto che esse portavano ad avere migliori condizioni di vita per le persone coinvolte. E questo, del resto, anche perché la missione storica oggettiva della classe operaia (vale a dire, l'integrazione dei lavoratori in quanto soggetti borghesi a tutti gli effetti) è stata travisata e interpretata come se fosse una lotta contro le costrizioni della modernità capitalista. Ad esempio, questa prospettiva si esprime attraverso la supposizione che, in realtà, non si trattasse affatto di integrazione nelle condizioni di vita borghesi, ma piuttosto dell'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Questo genere di atteggiamento non è insolito, ma si tratta, in ultima analisi, di una posizione idealistica che ha poco a che fare con le condizioni materiali. Più l'integrazione dei lavoratori ha avuto successo, più la carica emancipatrice delle lotte è scomparsa. Si è così arrivati a una generalizzazione del modo di esistenza della merce, il quale si è ormai completamente impadronito dei lavoratori: che diventano così i venditori riconosciuti della forza lavoro e, in quanto tali, dei soggetti politici riconosciuti. In questo modo, quelli che sono i contraddittori interessi dei diversi gruppi di venditori di forza lavoro passano in primo piano. La comunità che un tempo costituiva la classe viene erosa, ed è sempre più debole. Al suo posto, le differenze tra gli individui diventano sempre più il fulcro dei conflitti. Sul piano politico ed economico, tutto ciò si esprime nel fatto che il processo di produzione capitalistico, a partire da una concorrenza generalizzata, ha portato a una sempre più crescente scientifizzazione della produzione. Da un lato, questo ha portato anche a un notevole aumento delle quantità prodotte (cosa che ha dato ai lavoratori delle metropoli, delle possibilità di consumo inimmaginabili), però, dall'altro lato, essi sono diventati sempre più un'appendice di una produzione che rispetto a loro sta diventando sempre più autonoma. In questo modo, da un lato, si assiste a una crescente differenziazione della produzione all'interno dell'impresa, e all'emergere di ufficiali e sottufficiali del capitale, come sottolineato da Marx. Ma al più tardi, è negli anni Settanta, al momento della terza rivoluzione industriale, che questo processo porta anche a un crescente declassamento di ampi settori della vita proletaria. Le discussioni sulle nuove classi medie, sulla classe professionale manageriale, o sulle nuove classi «competitive» rientrano in queste trasformazioni. Sono l'espressione del collasso di una politica di classe emancipatrice a partire dalle condizioni materiali. Rimanere focalizzati sulle classi, è solo un riflesso idealista, e non costituisce una critica materialista della società. Questi cambiamenti, fanno oggettivamente perdere alla lotta di classe la sua centralità, semplicemente perché essa è stata privata della sua base materiale. Ma allo stesso tempo, le lotte femministe e antirazziste (che sono sempre esistite, ma che prima erano meno visibili) diventano più centrali nell'economia dell'attenzione. In questo contesto, il tentativo di comprendere le lotte femministe e antirazziste come se fossero in primo luogo delle lotte di classe (nel femminismo marxista, si aggiunge «di classe»). Riformularle come lotte di classe, potrebbe essere inteso come un tentativo (inconscio) di relativizzare la loro nuova importanza, e di cancellare così la moltiplicazione delle lotte che le accompagna.

Che fare? Le lotte sociali al di là della questione di classe
Se pensiamo le lotte dal punto di vista della classe, finiamo per pensarle in termini di politica identitaria. Vorrei invece proporre di pensarle in termini di contenuto. Come se esse fossero la negazione di ciò che rende la nostra vita un inferno, e che vogliamo superare. Tuttavia, nell'orientamento strategico delle lotte, continuano a esserci ancora (almeno) due aspetti importanti da tenere in considerazione. Innanzitutto, il processo di produzione capitalista attraversa e impregna tutti gli ambiti della società. Una pratica emancipatrice che volesse affrontare tale totalità dovrebbe superare il capitalismo globale in un sol colpo e tutt'insieme. Ma se il modo in cui le persone si relazionano, e pensano il mondo, è caratterizzato esso stesso da questa totalità capitalista, difficilmente si renderà possibile trovare e riconoscere delle maggioranze rilevanti. O quanto meno, al momento non riusciamo ancora a capire da dove queste maggioranze possano provenire. Tuttavia, allo stesso tempo, il capitalismo non è un sistema statico che semplicemente si limita a organizzare il dominio a un livello costante. Si tratta piuttosto di un sistema altamente dinamico, nel quale le condizioni di vita di molte persone si deteriorano costantemente proprio a causa delle dinamiche di crisi del capitale (quelle che le scienze sociali chiamano «crisi multiple»). Con la crisi climatica e la crisi della biodiversità, a essere in gioco sono anche le stesse basi scientifico-naturali della costruzione di una società vivibile. Dobbiamo pertanto muoverci in fretta, e non sembra affatto promettente aspettare che si creino quelle maggioranze globali necessarie a una rivoluzione globale. Di conseguenza, ciò significa che a mio avviso dobbiamo trovare il modo di relativizzare quanto meno quello che è il dominio della forma-merce, e separare, staccandoli dal dominio della merce, i domini parziali della riproduzione sociale. I punti di riferimento di interesse ci appaiono davanti nella misura in cui consideriamo le lotte emancipatorie a partire dalla prospettiva secondo cui la nostra riproduzione è organizzata intorno all'acquisto di merci. Ad attirare l'attenzione, sono state giustamente le lotte per la socializzazione degli alloggi (ad esempio, "DW-expropriation" o "Mietenwahnsinn Hessen"). Si tratta qui, essenzialmente, di far perdere all'alloggio il suo carattere di merce.  E in effetti, l'esplosione dei prezzi degli affitti è dovuta essenzialmente alla natura di merce degli alloggi: allorché il capitale deve essere investito, in un periodo di bassi tassi di interesse, gli alloggi diventano oggetto di speculazione. Il risultato è quello di un aumento degli affitti. Spesso si tenta di descrivere queste lotte come se fossero «lotte di classe», cosa che generalmente significa soltanto che la nozione di classe ha perso la sua acutezza, e alla fine è diventata identica a un concetto sociologico generale, come «povero» e «ricco». In questo modo finisce per essere solo un diversivo rispetto a qualcosa che potremmo descrivere più semplicemente dicendo solo che le nostre vite sono state rese più difficili dal fatto che dobbiamo comprare un alloggio come se si trattasse di una merce. Ma la casa non dovrebbe essere una merce! Prendiamo un altro ambito di lotta sociale. Quello delle ultime lotte del movimento per la giustizia climatica che hanno sollevato la questione delle condizioni di produzione dell'energia. Anche l'energia viene prodotta e venduta in quanto merce. Questa cosa ha dato vita a delle campagne come quella di «Exproprier RWE». In una società come quella tedesca, dove la percentuale di affittuari è vicina al 60%, si aprono delle interessanti possibilità di mettere in rete le lotte sociali. Al momento, in realtà nessuno ha interesse a isolare in maniera adeguata le proprie case. I proprietari non hanno alcun interesse a farlo visto che non sono loro quelli che devono pagare i costi dell'energia, mentre gli inquilini non hanno accesso a tale opzione dal momento che non sono loro i proprietari, e le società elettriche hanno interesse solo a vendere energia, e pertanto non è nemmeno loro interesse ridurre le vendite. Ma se gli alloggi fossero gestiti dagli inquilini e la produzione di energia fosse gestita dalla società, allora gli effetti provocati da una simile sinergia sarebbero enormi. A tal punto, le persone potrebbero davvero pensare a come organizzare il proprio approvvigionamento energetico in maniera materialmente sensata. Finora questo non è stato possibile, perché ovunque esistono relazioni tra le merci e il denaro. Visto dalla prospettiva di un movimento critico nei confronti delle merci, questo apre una moltitudine di possibilità di intervento e di cooperazione all'interno dei movimenti sociali. Va da sé che tutte queste lotte particolari non costituiscono ancora un superamento dei rapporti capitalistici. Ma essi tuttavia creano uno spazio per poter respirare in un mondo in cui è sempre più difficile respirare, soprattutto a causa delle condizioni climatiche in costante cambiamento. E questo implica anche un altro aspetto: le nuove possibilità di collegare le lotte tra di loro, non sono il risultato di un arretramento dalle proprie rivendicazioni, che verrebbe messo in atto a partire da un compromesso di facciata che sarebbe insoddisfacente per tutti. Ma risulterebbe invece proprio a partire dalla loro estensione e radicalizzazione. È proprio perché facciamo, delle categorie di base della formazione sociale capitalista, il punto di partenza delle nostre lotte - ed è proprio perché radicalizziamo le nostre rivendicazioni - che davanti a noi appaiono di continuo e sempre più delle nuove possibilità di alleanze tra le lotte.

- Julian Bierwirth - (gruppo tedesco Krisis) - Francoforte, 5 giugno 2023

- Questo testo si basa su un intervento dell'autore alla "Seconda Settimana di Lavoro Marxista" del 29 maggio 2023, a Francoforte sul Meno -

NOTE:

[*1] - Nel corso di una discussione, svoltasi nell'ambito della «Settimana di lavoro marxista», un oratore ha sostenuto che Marx avrebbe ridotto le condizioni sociali a una semplice frase nella quale ci sarebbe solo un soggetto, un oggetto e un predicato. Per cui ora sarebbe chiaro chi è che deve fare qualcosa, che cosa deve essere fatto, e come deve essere fatto. Nel discorso di classe, il mondo sembra essere tutto ben ordinato e assai facile da capire. Di fronte alla disperazione in cui si trovano i movimenti di emancipazione, questo può di certo essere una consolazione. Ma non ci fa andare da nessuna parte.
[*2] - Si veda, ad esempio, l'inqualificabile campagna «Quando è troppo è troppo»: https://www.wirsagengenug.de/

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

mercoledì 14 giugno 2023

In cerca dell’Apostrofe !!

Nel suo libro su Dante ("Dante come poeta del mondo terreno"), Erich Auerbach scrive che la risorsa artistica preferita da Dante è "l'apostrofe", vale a dire, l'improvvisa interruzione del discorso che l'oratore o lo scrittore attua nel rivolgersi a qualcuno o a qualcosa, reale o fittizio che sia (come la voce che parla ad Auxilio Lacouture in "Amuleto", di Roberto Bolaño: «ehi, Auxilio, che cosa vedi?»); oppure, parole o frasi nominali che iniziano con un'affermazione, in modo da indicare così il destinatario del messaggio (come nella frase di apertura del racconto "Biografia di Matvjej Rodionyc Pavlicenko", di Isaak Babel , ne "l'Armata a cavallo": «Compaesani, compagni, fratelli di sangue!»).

Per Auerbach, in Dante l'apostrofe non è un mero artificio tecnico, quanto piuttosto un'espressione naturale di quella che è la forza del suo spirito. Questo artificio, è un dispositivo che ha a che fare con la supplica e con l'evocazione, e necessita di un salto brusco dalla posizione della scrittura a quella della lettura; come se mettesse in atto un'abbreviazione del tempo e dello spazio. Auerbach ci dice che in quei versi di Dante, nei quali viene fatto uso dell'apostrofe, è possibile riconoscere come una sorta di «convocazione enfatica», e a volte perfino una «clamorosa evocazione» o una «chiamata supplicante». In tal senso, è lecito ricordare la frase di Herman Melville in "Bartleby, lo scrivano": «Ah Bartleby! Ah umanità!»; o quella di San Paolo nella sua prima epistola ai Corinzi (15,55): «Dov'è, o morte, la tua vittoria?»

Ma è solo nella Divina Commedia che questa forma troverebbe piena espressione, scrive Auerbach: «Se si volesse dare un'idea di quanto il suo grande poema sia ricco di apostrofe, bisognerebbe trascrivere un centinaio di versi della Divina Commedia, o forse più (...) Di questo lungo elenco, fanno parte ordini imperiosi e tenere richieste, suppliche e implorazioni al cospetto del dolore più profondo e pretese altezzose, appelli patetici ed esortazioni pedagogiche, saluti amichevoli e dolci ricongiungimenti; alcune di queste apostrofe vengono preparate con largo anticipo, estendendosi, dopo tutta una progressione di periodi, su molti versi impressionanti»

fonte: Um túnel no fim da luz