venerdì 19 settembre 2008

Canzone d'amore perduto



Esce ad Ottobre il nuovo volume, l'ottavo, della serie "bootlegs". Si intitola "Tell Tale Signs" e, fra le altre canzoni, contiene una outtake dall'album "Time out of Mind". Il video, con Harry Dean Stanton, è splendido. E contiene anche un tocco d'ironia, quando mostra Stanton che si fa una copia del nuovo cofanetto!
Magari, forse, Bob ha voluto dire qualcosa alla Sony e alla sua spregevole operazione. Oppure forse no ....

Sognarti
di Bob Dylan

La luce in questo posto è orribile
Sembra di stare sul fondo di un ruscello
Da un momento all'altro potrei svegliarmi da un sogno
Mi manca tanto la carezza più dolce
Come la tomba di un bambino
Che non ha mai pianto o riso
Nascondo la mia fede nella pioggia
Ti ho sognato
E’ tutto quel che faccio
E questo mi fa impazzire

Da qualche parte sta facendo giorno
Un raggio di luce avanza sfrecciando
Le campane delle chiese suonano
Mi chiedo per chi
Tu Viaggia sotto qualche stella
Ovunque sarai mi vedrai

Il passato ombroso è così vago e così vasto
Dormo in bilico sopra il mio dolore
Ti ho sognato
E’ tutto quel che faccio
E potrebbe farmi impazzire

Forse avranno ragione di me e forse no
Ma ad ogni modo, non sarà stanotte
Vorrei la tua mano nella mia proprio adesso
Potremmo andare dove la luna è al perigeo

Per anni mi hanno tenuto chiuso in gabbia
Poi mi hanno buttato su un palco
Ci sono cose che durano più di quanto immagini
E non si spiegano mai
Ti sto sognando
E’ tutto quel che faccio
E questo mi fa impazzire

Beh, io mangio quando ho fame
Bevo quando ho sete
Vivo la mia vita, per dirla tutta
E anche se la mia faccia si riempie di rughe
Non importa finché tu ci sei

Mi sento come un fantasma innamorato
Sotto il paradiso lassù
Mi sento più lontano di quanto non sia stato mai
Mi sento più lontano di quanto possa sopportare
Ti sto sognando
E’ tutto quel che faccio
Ma questo mi fa impazzire

Ogni cosa sulla mia strada è riluttante come il giorno
In una forma strana e inusuale
Spirali di nebbia dorata qua e la in un incendio
Come raggi di luce in una stella

Forse sei qui o forse non c'eri
Forse hai toccato qualcuno e ti sei bruciata
Il sole silenzioso mi ha messo in fuga
Facendomi un buco nel cervello
Ti sto sognando
E’ tutto quel che faccio
potrebbe farmi impazzire

giovedì 18 settembre 2008

rivolte carcerarie



"Marat, queste prigioni interne
sono peggiori delle più profonde segrete di pietra
e fino a che non vengono aperte
tutte le vostre agitazioni
non sono che sommosse carcerarie
soffocate da galeotti comprati"

dal Marat-Sade (La persecuzione e l'assassinio di Jean-Paul Marat rappresentati dai ricoverati del manicomio di Charenton sotto la direzione del marchese de Sade)
di Peter Weiss

mercoledì 17 settembre 2008

pensieri



"Bisogna essere lenti come un vecchio treno di campagna e di contadine vestite di nero, come chi va a piedi e vede aprirsi magicamente il mondo, perche' andare a piedi e' sfogliare il libro e invece correre e' guardarne solo la copertina. Bisogna essere lenti, amare le soste per guardare il cammino fatto, sentire la stanchezza conquistare come una malinconia le membra, invidiare l'anarchia dolce di chi inventa di momento in momento la strada.
Bisogna imparare a star da se' e aspettare in silenzio, ogni tanto essere felici di avere in tasca soltanto le mani. Andare lenti e' incontrare cani senza travolgerli, e' dare i nomi agli alberi, agli angoli, ai pali della luce, e' trovare una panchina, e' portarsi dentro i propri pensieri lasciandoli affiorare a seconda della strada, bolle che salgono a galla e che quando son forti scoppiano e vanno a confondersi al cielo. E' suscitare un pensiero involontario e non progettante, non il risultato dello scopo e della volonta', ma il pensiero necessario, quello che viene su da solo, da un accordo tra mente e mondo."

("Il pensiero meridiano" - Franco Cassano)

Il pensiero meridiano era il titolo che chiudeva l'ultima parte de "L'uomo in rivolta" di Albert Camus. E pare che, adesso a distanza d'anni, Camus si stia prendendo la sua rivincita su un certo "pensiero notturno", tirando dalla sua parte anche quelli che in gioventù, forse, mai e poi mai si sarebbero sognato di dare ragione a chi definiva Marx, "profeta della giustizia senza tenerezza". Adesso, magari, va di gran moda contrapporre - come fa Camus - comune a stato e rivolta a rivoluzione. Niente di strano, se si riscoprissero - di questi tempi - figure come quella di Giuseppe Fanelli e di Ricardo Flores Magon. Come se si passasse dal "Lenin in Inghilterra" e "Marx a Detroit", entrambi di Mario Tronti, a "Ricardo Flores Magon a Centocelle" di Franco Piperno!


«Vento del Meriggio» DeriveApprodi
Dall’introduzione di Franco Piperno:

I nove saggi raccolti in questo volume si distendono su una costellazione di luoghi che attraversa buona parte del Mezzogiorno continentale e su un orizzonte temporale decennale – da una parte, sono arbitrari segnatempo che alludono alla ricostruzione, dall’interno, di ciò che è accaduto dell’anima meridionale in quest’ultima decade; dall’altra, costituiscono delle piccole pietre miliari che nominano i «luoghi ameni», quei luoghi dove si sono dati avvenimenti singolari che hanno trovato il loro compimento come sentimenti, concetti, giudizi – penetrati nel senso comune fino al punto d’abitare ormai quegli stessi luoghi.

Da un punto di vista accademico o, meglio, di storia del pensiero politico, gli scritti qui pubblicati sono il risultato di una convergenza imprevedibile tra due traiettorie culturali partite da luoghi geograficamente assai distanti e del tutto autonome l’una dall’altra. Infatti, a far data dagli anni Novanta del secolo appena trascorso, è andato delineandosi, nel Mezzogiorno d’Italia, un «pensiero meridiano» che ha creato le premesse per una vera e propria «esplosione di senso», per dirla con Jurij Lotman. Qui, oltre al rimando bibliografico ai lavori di Alcaro, Cassano, Petrusewicz et al.1, importa sottolineare come il risultato più significativo conseguito da questo sforzo di pensiero sia stato la critica roditrice della tediosa «questione meridionale», ovvero la demolizione spietata della rappresentazione del sud costruita, a partire dalla fine dell’Ottocento, da quella corrente economico-politica che va sotto il nome di «meridionalismo». Si badi: non si è trattato solo di fare i conti con la radice liberal-risorgimentale che ha alimentato il meridionalismo italiano tanto nella sua versione dorsiana-salveminiana quanto in quella marxista-gramsciana – per via dell’inerzia dei processi d’individuazione, i ruderi di questa tradizione, ben rappresentati icasticamente dalla figura del governatore-giornalista della Calabria Agazio Loiero, sparsi anche al di fuori del Mezzogiorno, nella pubblica amministrazione, nelle burocrazie sindacali e di partito, nelle redazioni dei giornali e delle emittenti televisive, continuano a produrre e riprodurre una «opinione pubblica» accidiosa; mentre nell’attività di studio e di ricerca la presenza del meridionalismo è divenuta marginale, se non caricaturale, come è attestato dalle opere di un esemplare epigono, l’accademico napoletano Enrico Cirillo Pugliese.

La posta è stata ben più alta, perché si è puntato a emancipare gli studi sul Mezzogiorno dal privilegio indebito accordato e dalla conseguente egemonia esercitata da quella triste e improbabile scienza che è l’economia politica; e ad aprirli nel verso dell’antropologia e della sociologia comparata, della storia delle idee, delle passioni comuni, dei desideri indotti, della comune apprensione del tempo e della natura, della psico-analisi della vita quotidiana, del senso comune, delle forme di rimozione collettiva. Questo primo, meritorio, lavoro di scavo tra i concetti irriflessi ha consentito l’apparire di uno scenario da esodo, esodo semantico da parole come crescita economica, modernizzazione, progresso – riconosciute nella loro natura di credenze culturali, ideologie superstiziose; feticci, insomma, che legittimano il funesto desiderio d’arricchirsi in fretta piuttosto che tendenze ontologiche dell’umanità in ascesa.

Così, per riassumere con un veloce slogan il lento e profondo maturare del «pensiero meridiano», possiamo dire che il rifiuto sordo e massiccio alla modernizzazione, quella comune percezione ciclica e lenta del tempo, considerata alla stregua di un cancro da estirpare per la salvezza della nazione intera, si è svelato come un immenso magazzino di sentimenti, relazioni, concetti dal quale attingere a piene mani perché il Meridione rientri in se stesso, assuma consapevolezza della propria autonomia etica e civile.


Franco Piperno (a cura di)
Vento del meriggio
Insorgenze meridionali e postmodernità nel Mezzogiorno
DeriveApprodi pagg. 228 €13

martedì 16 settembre 2008

venerdì 12 settembre 2008

cosìvalavita



Jose Diaz (Siviglia, 1896 - Tiflis, 1942), segretario del Partito Comunista di Spagna PCE). Milita dapprima nell'anarchismo, entrando nel PCE piuttosto tardi, nel 1929.
Assertore convinto della politica di fronte popolare, elaborata dal Comintern, dopo l'inizio della
guerra civile conduce una lotta accanita contro il movimento anarchico ( 'I fascisti, i trozkisti e gli incontrollabili [leggi anarchici e socialisti]' - aveva dichiarato al congresso del suo partito nel
marzo del 1937 - 'sono i nostri tradizionali nemici e devono essere sterminati non solo in Spagna, ma in tutti i paesi civili'.).
La mano tesa alla borghesia liberale, la tesi di una repubblica parlamentare "di tipo nuovo", il rifiuto delle collettivizzazioni indiscriminate sono i caposaldi di una politica che, dopo il maggio 1937 a Barcellona, s'impone definitivamente anche a livello di governo.
Di salute precaria, ripara in Unione Sovietica nel 1938, e qui muore nel 1942 cadendo dal quinto piano di un ospedale di Tiflis, "aiutato" nella caduta, da agenti della polizia segreta sovietica, nel quadro della liquidazione dei "testimoni" della tragedia spagnola, decisa da Stalin.

mercoledì 10 settembre 2008

Oro, oro: ce l'hanno tutto loro!



Quello che segue è un importante documento di Indalecio Prieto, ministro socialista della Marina e dell'Aviazione del governo Negrin, durante la Guerra Civile Spagnola, che è stato pubblicato anni fa in Messico dal OSP. Prieto riassume in poche pagine il modo in cui operarono i dirigenti del partito comunista francese e che cosa accadde all'oro della Banca di Spagna. La storia rivela una verità che i dirigenti stalinisti hanno cercato di nascondere per molti anni.
"Affermo - ha detto riferendosi al sostegno ricevuto nel corso della guerra - che gli effetti lucrativi possono annullare o attenuare la nostra gratitudine per l'aiuto ricevuto dall'URSS e dai partiti comunisti ad essa fedeli".
Sono otto punti di cui già si sapeva nel 1939 e che nessuno ha smentito.


1.-Il Partito comunista francese aveva amministrato, per acquisti di attrezzature militari, duemilacinquecento milioni di franchi per conto di Negrín, senza che la gestione di una somma così enorme somma fosse controllata, né poco né molto, da nessun funzionario dello Stato
spagnolo.

2. Il partito comunista francese aveva trattenuto per sé, forse come intermediario di prestazioni, una notevole parte della somma di denaro consegnatagli da Negrín.

3. La propaganda, prima pubblica e dopo clandestino, del partito comunista francese veniva pagata con il denaro procurato dal Stato spagnolo, poiché gli aiuti della Terza Internazionale erano inesistenti e l'ammontare dei contributi era di gran lunga molto inferiore della spesa enorme per la propaganda.

4. Avido di denaro, il partito comunista francese, correggeva costantemente i suoi bilanci che nessuno esaminava, richiedendo frequentemente maggiori somme ai signori Negrín e Mendez Aspe, (quest'ultimo, ministro delle Finanze).

5. Lo splendido quotidiano comunistoide "Ce Soir", degno di "Paris Soir", era finanziato con fondi forniti da Negrín

6 .- La flotta, composta di dodici navi, appartenenti alla compagnia di navigazione francese, era di proprietà della Spagna, dal momento che erano state acquistate con denaro spagnolo tutte le imbarcazioni, e tuttavia i comunisti francesi, amminastratori della suddetta compagnia, rifiutarono di restituire le navi, considerandole loro .

7 .- Uno dei battelli della Navigazione Francia, il "Winnipeg",venne noleggiato dalla S.E.R.E. (ente di soccorso per gli espatriati istituito da Negrín) per il trasporto di esiliati in Cile, aumentando
così le entrate dei comunisti francesi, attraverso un nuovissimo sistema che prevedeva il noleggio, a prezzo elevato, agli spagnoli di una nave che apparteneva agli spagnoli.

8. Parte del tesoro spagnolo saccheggiato dal nostro territorio quando venne evacuata la Catalogna venne preso in custodia da comunisti francesi.

Per quanto riguarda il margine di profitto della Russia, è utile raccontare una storia davvero sorprendente:

Il giorno 25 Ottobre 1936 vennero imbarcate a Cartagena, con destinazione Russia, settemilaottocento casse piene d'oro, monete e lingotti. L'oro costituiva la maggior parte delle riserve della Banca di Spagna.
In precedenza, il Sig. Negrin, come ministro delle finanze (non era ancora presidente del Consiglio), aveva ottenuto l'accordo del governo, firmato dal Presidente della Repubblica, per un decreto che autorizzava le misure di sicurezza ritenute necessarie per quanto riguardava l'oro della Banca di Spagna. In qualità di membro del governo accetto la responsabilità che spetta a me per l'accordo, anche se né io né gli altri ministri conoscevano la destinazione. Non so se ne fosse a conoscenza l'allora Presidente del Consiglio, Francisco Largo Caballero.
La spedizione venne condotta con grande mistero. Se ne sono venuto a conoscenza è stato per puro caso, perché ero a Cartagena per affari di servizio - come ministro della Marina e dell'Aviazione - quando la spedizione ha avuto luogo sotto la direzione personale di Negrín e
Mendez Aspe.
Quattro dipendenti della Banca si imbarcarono sulla nave che è trasportava il prezioso carico. Essi non erano stati informati su dove fossero diretti. Credevano che sarebbero sbarcati a Port Vendres, a Sete o a Marsiglia e si ritrovarono ... a Odessa. Il 6 novembre arrivarono con il nostro oro a Mosca. E lì accadde qualcosa che merita di essere raccontata. I funzionari della Grosbank guardarono e riguardarono per interi minuti ogni pezzo, e una volta pesato lo ripesavano. I dipendenti della Banca di Spagna, abituati alla grande celerità di simili operazioni, non riuscivano a spiegarsi così tanta lentezza, la quale avrebbe richiesto vari mesi per il conteggio. Ma
questa lentezza era dovuta al desiderio di giustificare la permanenza in Russia di tutti quelli che avevano custodito la mercanzia. A tutti i costi si cercava di impedire il loro ritorno in Spagna al fine di non rendere noto l'invio dell'enorme carico d'oro. Le famiglie dei passeggeri erano inquiete e cercavano di sapere dove si trovavano i loro cari, e per placare la loro ansia anch'esse vennero imbarcate, senza sapere per dove, e portate in Russia.
La consegna dell'oro, così accuratamente pesato e misurato, doveva pur concludersi un giorno, e si concluse. I dipendenti della Banca di Spagna credettero allora che, portata a termine la loro missione, sarebbero tornati in Spagna. Ma le loro richieste in tal senso, al nostro ambasciatore, don Marcelino Pascua, furono inutili. Non si consentiva loro di partire; erano confinati, con i loro familiari, in Russia. Dopo due anni, quando la guerra era finita, l'incaricato dei negoziati, Don Manuel Martinez Pedroso, riuscì a rompere quel confino.
Ma i quattro bancari non vennero rimpatriati. In Spagna avrebbero potuto parlare della consegna. E così, al fine di evitarlo, vennero sparsi per tutto il mondo: uno venne mandato a Buenos Aires, un altro a Stoccolma, uno a Washington e un altro in Messico.
Contemporaneamente venivano fatti sparire dalla scena gli alti funzionari sovietici che si erano occupati dell'affare: il ministro delle Finanze Grinko, il direttore della Grosbank, Marguliz, il
direttore aggiunto, Cagan, il rappresentante del ministero delle Finanze nello stesso istituto di credito, Ivanoski; Il nuovo direttore del Grosbank, Martinson ...
Tutti vennero rimossi dai loro incarichi, Marguliz, Cagan e Ivanoski vennero mandati in Siberia e Grinko venne fucilato.
Nel frattempo, una rivista grafica, "L'URSS in costruzione", dedicava un numero speciale sull'aumento delle scorte d'oro in Russia, atribueondone il merito allo sviluppo dello sfruttamento di giacimenti d'oro in Russia. Era l'oro della Spagna.
La Russia non ne ha mai restituito una sola oncia.

Indalecio Prieto

martedì 9 settembre 2008

cow-punk



Accidenti alla mania di tradurre i titoli cambiandoli, nel tentativo di vendere di più! Ma è l'unica pecca della proposta, fatta dalla "Fanucci", di questo inedito di di Joe Lansdale che ho fra le mani.
"Zeppelins West". Tradotto in "Fuoco nella Polvere". Il libro è una sorta di fuoco d'artificio. Sembra di leggere il Farmer dei tempi migliori, quello a cui Lansdale si riferisce in una sua intervista definendolo come "uno scrittore capace di essere il migliore e il peggiore nella stessa frase"! Siamo in pieno cow-punk: un universo alternativo dove il Giappone avanza da ovest nel territorio degli Stati Uniti, Buffalo Bill (anzi la sua testa) che sopravvive grazie alla tecnologia e al piscio di maiale, le carni di Frankenstein sono un ottimo afrodisiaco, Ned, l'otaria del capitano Nemo che gira una manovella e batte su dei tasti, Wild Bill Hicock e Toro Seduto, per non parlare di Oscar Wilde che fa "scalpare" i poeti mediocri (la critica sa essere brutale!), ma ci sono anche il mago di Oz, Jules Verne e H.G. Wells.
Succedono queste cose, nei libri di Lansdale. La cattiva notizia è che il seguito, "Flaming London", non è stato ancora tradotto. La buona notizia è che è stato già stampato da anni, in America, e che è ancora meglio: Invasioni da Marte, King Kong, robots, dinosauri e un viaggiatore del tempo!

Joe Lansdale - Fuoco nella Polvere - Fanucci - 9 euri e 90

lunedì 8 settembre 2008

Pasquinate ...



Luigi Magni ha iniziato la sua carriera come sceneggiatore. Poi, da regista, ha cominciato quasi subito alla grande, regalandoci come suo secondo film quel "Nell'Anno del Signore" che rimane opera imprescindibile e magica.
Film del 1969, ed è già metafora di tutto quanto, da lì a qualche anno, si apprestava ad accadere. Aprirà anche la strada a tutta una filmografia incentrata intorno a quel periodo storico (il risorgimento e la repubblica romana) che a Magni deve essere particolarmente caro.
Ma esiste anche un altro Luigi Magni, minore. Autore di un romanzo come "Cecilio", ed anche autore di poesie. Forse mai pubblicate.
Una in particolare, questa che segue, fornita di un link "youtube" in cui viene recitata dal commissario Montalbano, pardon da Luca Zingaretti, volevo dire!

NOTA del 27/10/2013 : Mi fa notare un anonimo commentatore che avrei fatto un errore gravissimo, attribuendo a Luigi Magni (che è morto proprio oggi) la poesia che sarebbe invece di Roberto Lerici. Detto questo, di errori gravissimi ne ho fatto tanti in vita mia, e uno in più ... Anche perché per me questa canzone rimane ... una pasquinata.

***Anzi, dopo che mi hanno fatto notare come il "democratico", e fratello di democratici, Zingaretti censuri lo "sparavo, sparavo, sparavo", provvedo a mettere qui sotto il video di Proetti che recita, con più trasporto e meno ipocrisia, la stessa identica poesia. ***

La poesia sembra parlare di cose importanti, di temi dimenticati e quasi mai trattati.
Parla di debiti da assolvere, di figli e di cambiali lasciate dai genitori. Da pagare!
Parla di ragazzi che si era e che si dovrebbe continuare ad essere. Parla di noi



Mio padre è morto a 18 anni partigiano
di Luigi Magni

Mi' padre è morto partigiano
a diciott'anni fucilato ner nord, manco so dove;
perciò nun l'ho mai visto, so com'era
da quello che mi' madre me diceva:
giocava nella Roma primavera.

Mo l'antra notte, mentre che dormivo,
sarà stato due o tre notti fa,
m'e' parso de svejamme all'improvviso
e de vedello, come fusse vero;
sulla faccia c'aveva un gran soriso,
che spanneva 'na luce come un cero.

- Ammazza, come dormi - m'ha strillato,
era proprio lui, ne so' sicuro,
lo stesso della foto che mi' madre
ciaveva sur comò, dietro na fronda
de palma tutta secca, benedetta,
un regazzino, che ride in camiciola,
cor fazzoletto rosso sulla gola.

Ma siccome sognavo i sogni miei,
pe' la sorpresa j'ho chiesto: - Ma chi sei?-
- So' tu' padre - ma detto lui ridenno
- forse che te vergogni alla tua età
de chiamamme cor nome de papà? -

- No, papà, te chiamo come hai detto,
me fa ride vedette ar naturale,
scuseme tanto se me trovi a letto,
che voi sape'? Nun me posso lamenta',
nun so' un signore, trentadu' anni,
davanti c'ho na vita,
ancora nun è chiusa la partita. -
Lo sai, da quanno mamma s'è sposata
co' mi' padre, che invece è er mi' patrigno...
credo sett'anni dopo la tua morte... -

A 'ste parole ho visto che strigneva un poco l'occhi,
come quanno se sta ar sole troppo forte.
- Scusa papa', credevo lo sapessi -
Ma lui, ridenno senza facce caso,
spavardo, spenzierato, m'ha risposto:

- Ma che ne so io de quello che è successo,
io so' rimasto come v'ho lassato,
quanno giocavo, giocavo, giocavo...
giocavo a calcio e mica me stancavo,
giocavo co' tu madre e l'abbracciavo,
giocavo co' la vita e nun volevo,
coi fascisti però nun ce giocavo,
io sparavo, sparavo, sparavo. -

Poi m'ha toccato i piedi dentro al letto
e ha fatto un cenno, come da di' - Sei alto! -
- E dimmi - dice - prima d'anna' via,
che n'hai fatto della vita
che t'ho dato giocanno co la mia...
Vojo sape' sto monno l'hai cambiato?
Sto gran paese l'avete trasformato?
L'omo novo è nato o nun è nato?
In qualche modo c'avete vendicato?
- e rideva co' l'occhi, coi capelli,
sembrava quasi lo facesse apposta.
Me sfotteva, capito, quer puzzone
rideva e aspettava la risposta.

- Ma tu che voi co' tutte 'ste domanne?
Mo' perché sei mi' padre t'approfitti.
Tu m'hai da rispetta', io so' più grande!
Va beh adesso accampi li diritti
perché sei partigiano fucilato...
ma se me fai sveja' io t'arisponno,
mabbasta solo che aripijo fiato.

Certo che la vita è migliorata!
Avemo pure fatto l'avanzata.
Travolgente hanno scritto sui giornali. -

- Mejo così - me fa - se vede che è servito...
vedi quanno che m'hanno fucilato
Nun ho strillato le frasi de l'eroi
pensavo a voi che sullo stesso campo
avreste certo vinto la partita
pure che io perdevo er primo tempo. -

- No, un momento papà, te spiego mejo...
nun è che avemo proprio già risorto
nella misura in cui ci sta er risvorto emh...
E allora quer ragazzo de mi' padre
che stava a pettinasse nello specchio
s'arivorta me fissa e me domanna:
- Ma insomma, adesso er popolo comanna?-

Qui so zompato sur letto, co' na mano
m'areggevo le mutanne, co' l'altra
cercavo de toccallo, e nun potevo.
Allora j'ho parlato,
perché m'aveva preso come 'na malinconia
e nun volevo che se ne annasse via
prima de sape' bene come è stato.

- Sei ragazzo, papa', come te spiego
nun poi capi' come cambia er monno..
Ce vole tempo, er tempo se li magna
i sogni nostri, io, sai che faccio, aspetto!
Tutto quello che viene, io l'accetto,
semo contenti se la Roma segna,
li compagni so' tanti e li sordi pochi...
e nun ce sta più tempo pe' li giochi! -

- Ma so' sempre quelli te strappano le penne,
ma tu nun poi capi' papa', sei minorenne,
se eri vivo te daveno trent'anni,
mejo che torni da dove sei venuto,
perché quelli che t'hanno fucilato,
proprio quelli lì qui te fanno mori' tutti li giorni!
Lassa perde papà, qui nun e' aria,
semo cresciuti...nun semo piu' bambini,
torna a gioca' co' l'artri regazzini
che hanno fatto come hai fatto tu,
noi semo seri...e nun giocamo più.

A 'sto punto mi padre s'e' stufato,
ha fatto du' spallucce, un saluto,
s'è rimesso in saccoccia la sua gloria
e vortanno le spalle se n'e' annato
ripetendo nel vento la sua storia:

- Ma che ne so io de quello che è successo,
io so' rimasto come v'ho lassato,
quanno giocavo, giocavo, giocavo...
giocavo a calcio e mica me stancavo,
giocavo co' tu' madre e l'abbracciavo,
giocavo co' la vita e nun volevo,
coi fascisti io però nun ce giocavo...
io sparavo, sparavo, sparavo.

venerdì 5 settembre 2008

sportivamente


Club Esportiu Júpiter, solo una delle tante squadrette che militano nei campionati regionali spagnoli, forse .... Già, forse!
Sul "manifesto" del 21 marzo 2008, Andrea Sceresini ha pubblicato un bellissimo pezzo in cui racconta la storia affascinante de "
La squadra degli operai che fece la rivoluzione".
E magari, avendone voglia, si può anche leggere la storia de "L'utopia dell'olimpiade popolare", scritta sempre da Sceresini sul "manifesto" dell'8 maggio 2008.

giovedì 4 settembre 2008

al bar



Due uomini al tavolino di un caffè. Discutono.
Il primo è Buenaventura Durruti, anarchico, l’altro è Andrès Nin, segretario del Poum, il Partito operaio di unificazione marxista.
Ad un certo punto, Nin alza lo sguardo ed osserva i tram che circolano sulla via: sono stati collettivizzati dai lavoratori, dipinti di rosso e nero, e sulle loro fiancate risaltano le sigle "Cnt-Fai". Si sa che Nin ha pensato che questa misura fosse, forse, un poco assurda. Del resto, però, erano stati gli stessi tranvieri a prendere l’iniziativa: l’intera linea era controllata dal sindacato, e ai lavoratori era permesso di viaggiare gratuitamente da una parte all’altra della città. Anche riguardo a questa questione, Nin aveva avuto una piccola discussione con Durruti: "E’ giusto – si chiedeva - così, fin da subito, non far pagare nulla? Forse è meglio aspettare un po’ di tempo, attendere che le cose maturino gradualmente. E poi, perché scrivere solo "Cnt", sui tram? I lavoratori sono rappresentati anche da altre sigle".
Nin era molto stupito da tutto quello che stava accadendo, e ad un certo punto dice una cosa straordinaria.
Dice: "Tutto funziona. I tram funzionano, i taxi funzionano, e tutto è gratis, persino i caffè nei bar. La gente non paga l’affitto, eppure tutto funziona, e per le strade tutti inneggiano al socialismo. Vi rendete conto di quello che ciò rappresenta?".
E' molto commosso, ed aggiunge: "Lo sapete che in Russia, per ottenere qualcosa del genere, ci vollero mesi? Dopo la presa del potere, i dirigenti trascorsero parecchio tempo a discutere sul da farsi. Sul cosa fare con i soviet, col partito".

Intervista a Wilebaldo Solano, maggio 2007, A. Sceresini

mercoledì 3 settembre 2008

Sausalito



"Se dovessi andare in Paradiso sarei infernalmente annoiato come un bambino in lacrime sul bordo di un pozzo".
Così si chiude lo splendido disco di Coner Oberst, sulle note sommesse e struggenti di "Milk thistle" (che, il dizionario mi informa, si traduce "cardo mariano"). Ma tutto il disco merita assai più di un ascolto, e canzone per canzone. Dal folk al rock al country al rock 'n' roll, l'ex-leader dei Bright Eyes realizza un'opera destinata a durare. Un disco da sentire, e da leggere nei suoi testi.


Sausalito
di Coner Oberst

Vento caldo mi gonfia i capelli
Il tempo appeso tenuto fermo da una molletta
Non c'è dolore che il sole non possa lenire
Sniffo la pelle dei sedili della tua nuova auto
Guido attraverso il deserto nel crepuscolo
Addormentata sulla mia spalla, trattieni per noi tutte le stelle

Quel genere di amore che lascia la schiena dolorante
Con addosso solo una maglietta
Lei si rigira su un materasso fatto d'aria
Chiudo gli occhi e vedo una scalinata
Che sale fino all'assoluto
E tutto il creato ha un suono troppo debole per essere udito

Così rimango fra le sue gambe
Al riparo da tutte le mie paure
Mentre i motociclisti scivolano lungo i santuari autostradali
dove spariscono i viandanti

So bene che i guai sono stati i tuoi migliori amici
Cercavano di stare con te nei fine-settimana
Cercavano di stare con te anche quando avevi preso la tua decisione
Hai detto, è tutto finito, morto.
Adesso la tua emicrania è quel che ti è rimasto di allora
Noi non siamo diversi, e io amo pagare i miei debiti

Dovremmo andarcene a Sausalito
E' facile vivere in un casa galleggiante
Lasciare che l'oceano ci culli fino a farci addormentare
E al mattino quando il sole sorge
Guardare nell'acqua e vedere il cielo blu che si riflette
Come se fosse disteso ai nostri piedi

Così rimaniamo fra queste onde
Al riparo per tutti i nostri anni
Mentre i motociclisti scivolano lungo i santuari autostradali
dove spariscono i viandanti
dove il tempo scioglie i ghiacciai
dove i campi bruciano nel tramonto
dove spariscono i viandanti

martedì 2 settembre 2008

Bene!



(...)
"E qui
dove il calore scioglie la terra,
sulle lingue di fuoco tendendo i palmi,
dallo spavento o dal ghiaccio,
si riscalda un soldato.
Il fuoco gli si posò sugli occhi,
sopra una ciocca di capelli
gli si adagiò ...
Così stupito lo riconobbi
e dissi:
« Salute, Aleksandr Blok!
E' la festa dei futuristi,
il frac del vecchiume
s'è scucito punto per punto!»
E Blok mi guardò; ardevano i fuochi.
« Bene! » rispose.
E tutt'intorno affondava
la Russia di Blok ...
Le sconosciute, le nebbie del nord
andavano a picco come rottami
e latte di conserva.
E subito il suo volto
divenne più sinistro
della morte invitata a nozze:
« Dalla campagna ... scrivono ...
m'hanno bruciato la biblioteca
nella villa ... ».
Immobile, fisso è lo sguardo di Blok
e l'ombra di Blok,
sorgendo sopra un muretto,
anch'essa pare che guardi:
sembra che entrambi
aspettino
l'incedere di Cristo
sull'acqua.
Ma Cristo a Blok
non ritenne opportuno apparire:
Blok se ne stava
con molta tristezza negli occhi.
E invece di Cristo,
più vivi, col loro canto,
apparvero degli uomini
all'angolo della strada.
In piedi, in piedi, in piedi!
(...)

da "Bene!" di Vladimir Majakovskij

Nei versi di Majakovskij, in qualche modo, c'è tutto Aleksandr Blok davanti alla rivoluzione.
"Bene!" e "Mi hanno bruciato la biblioteca". E poi, basta poco. Basta cambiare prospettiva, girare lo sguardo, distoglierlo da quel fuoco al cui calore Blok tende le mani, ed ecco che sembra di udire il passo cadenzato dei dodici che avanzano in drappello. Nel fuoco della rivoluzione, camminano, con il loro fardello di dolore, subìto e inflitto. No, a Majakovskij non riesce di vedere la figura di chi secondo Blok li guida. Non c'è nessun cristo. Ci sono solo dodici uomini soli, fra tanti uomini, che camminano cantando, i fucili puntati. E cantano la più straordinaria canzone che mai sia stata scritta. I dodici!
Usando ritmi e cadenze della canzone popolare, Aleksandr Blok tratteggia un quadro allegorico della Russia percorsa come da una tormenta, dalla sanguinosa violenza rivoluzionaria.



I dodici
di Aleksandr Blok

Cupa sera neve bianca
La bufera
I viandanti abbatte e sfianca
La bufera
sulla terra intera!

Turbina il vento
I bianchi fiocchi
E abbarbaglia gli occhi
Ghiaccio, ghiaccio:
l'uomo sui ginocchi
casca, oh poveraccio!

Il vento soffia a mulinello
marcian dodici in drappello

Le carabine sulle spalle:
intorno fiamme rosse e gialle.

I berrettacci son da ladri
Sul dorso c'è l'asso di quadri!

Olà, senza croci
è la libertà!

Tra-ta-tà!

Fa freddo, compagni, fa freddo!

Oh partirono i ragazzi
a servir l'armata rossa -
a servir l'armata rossa
con la testa nella fossa!

Amarezza amara
oh, vivere è bello!
Carabina austriaca
sdruci nel mantello!
Per la rabbia del borghese
bruceranno ogni paese
ed in fiamme andrà la terra:
Dio proteggi questa guerra!

Mi diventi un incosciente
via, ragiona rettamente.
La tua mano ancor macchiata
è del sangue dell'amata!
Tieni il passo rivoluzionario
ché non sonnecchia l'avversario!

Avanti, in alto i cuori!
Urrà, lavoratori!

... senza il nome benedetto
vanno vanno ad uno ad uno.
Pronti alla vendetta,
pietà per nessuno ...

E le canne son puntate
contro l'ombra del rivale
Nelle strade abbandonate
dove infuria il temporale
Dalle nevi accumulate
non si cava lo stivale
Vibra la vento lo stendardo.

Passo lento, passo tardo.

Più violento, più gagliardo

Il nemico si ridesta ...
La tempesta alza la testa

Avanti, in alto i cuori!
Urrà, lavoratori!

(...)

lunedì 1 settembre 2008

Colpevole



Adesso Randy Newman fa un disco più o meno ogni dieci anni (non contando le colonne sonore), e quando esce è un avvenimento.
Il suo nuovo "Harps and Angels" non è da meno.
Addirittura, il testo di "A few words in defence of our country" è finito come editoriale sul New York Times. Non c'è che dire!
Ma, senza nulla togliere alla bellezza delle sue ultime canzoni, io preferisco il Randy Newman dei tempi di "Good Old Boys", quando cantava "Guilty".
E "Guilty" la preferisco nell'indimenticabile versione dell'indimenticato John Belushi.

Colpevole
di Randy Newman

Sì, tesoro, sono ubriaco
E non dovrei essere qui, lo so
Ma sono in un mare di guai, amore
E non avevo un altro posto dove andare

Il barista mi ha dato del whiskey
Ed ho avuto un po' di cocaina da un amico
Ora devo solo continuare a muovermi
Finché non sarò di nuovo fra le tue braccia

Sono colpevole, bambina sono colpevole
E la colpa non mi lascerà per il resto dei miei giorni
Non sono mai riuscito a fare quel che avrei voluto
E niente di tutto quel che tento va in porto

Lo sai, lo sai come sono fatto, bambina
Lo sai, lo sai che non riesco a stare da solo
E ci vogliono un bel po' di farmaci
Per convincermi che sono qualcun altro.

venerdì 22 agosto 2008

sui muri di san frediano

scavando ...



Joseph Déjacque nasce in Francia nel 1821, partecipa materialmente alla rivoluzione e all’insurrezione operaia del 1848, e a quella del 1849 contro la nomina di Luigi Napoleone a presidente.
Marinaio, operaio decoratore e poeta, viene ripetutamente arrestato. Il 22 ottobre 1851 è condannato a due anni di galera per l’insieme delle sue poesie: “Les Lazaréennes” e “Fables et poésies socialistes”, appena pubblicate a Parigi.
Fugge a Londra, poi a New York, dove pubblica nel 1854 un opuscolo su “La Question Révolutionnaire”, di intonazione anarchica. A New Orleans scrive “L’Humanisphère” (1856-58).
Nel 1858 si stabilisce a New York e pubblica la sua Utopia in un giornale quasi interamente redatto da lui: “Le Libertaire. Journal du mouvement social”, che esce dal 9 giugno 1858 al 4 febbraio 1861. Cura lui stesso la piccola, ma non infima diffusione del giornale, lavora per campare, è poverissimo e malato.
Dappertutto, anche nel socialismo, vede autoritarismo.
Torna sfinito a Parigi, forse in preda a un crollo psichico.
Muore in circostanze misteriose (forse suicida) nel giugno 1867.
Fautore della “legislazione diretta” con una maggioranza variabile a seconda dei diversi argomenti, anarcosindacalista ante litteram, paladino di una liberissima “communauté anarchiste”, influenzerà dopo un secolo di silenzio l’immaginazione dell’Internazionale Situazionista.

Avanti tutti! E con le braccia e con il cuore, la parola e la penna, il pugnale e il fucile, l’ironia e la bestemmia, il furto, l’avvelenamento e l’incendio, facciamo la guerra alla società!”. (Joseph Déjacque)

giovedì 21 agosto 2008

Questa Terra è di Ciascuno



Il nostro paese
di John Mellencamp

Posso stare fianco a fianco
Di chi lotta per ideali che ritengo giusti
E posso stare fianco a fianco
Di chi ritiene dover stare in piedi e lottare
Credo
Ci sia un sogno per ciascuno
Questo è il nostro paese

C'è abbastanza spazio qui
Per la scienza della vita
E c'è abbastanza spazio qui
Per la religione del perdono
E per provare a capire
Tutta la gente di questa terra
Questo è il nostro paese

Dalla costa orientale
Fino alla costa occidentale
Giù per la Dixie Highway
e indietro fino a casa
Questo è il nostro paese

La povertà potrebbe essere
Solo un altra brutta cosa
E il bigottismo potrebbe essere
Visto solo come un'oscenità
E quelli che governano questa terra
Potrebbero aiutare il povero e l'uomo comune
Questo è il nostro paese

Dalla costa orientale
Fino alla costa occidentale
Giù per la Dixie Highway
e indietro fino a casa
Questo è il nostro paese

Il sogno è ancora vivo
E un giorno si avvererà
E questo paese appartiene
A gente come me e voi
Quindi lasciate che la voce di libertà
Canti sgorgando da questa terra
Questo è il nostro paese

Dalla costa orientale
Fino alla costa occidentale
Giù per la Dixie Highway
e indietro fino a casa
Questo è il nostro paese

Dalla costa orientale
Fino alla costa occidentale
Giù per la Dixie Highway
e indietro fino a casa
Questo è il nostro paese

mercoledì 20 agosto 2008

lucidità



"Il socialismo, mantenendo le forme, il nome, gli schemi delle argomentazioni, - tutto il frasario di Marx - ha ridotto la sua negazione della società borghese a un elemento di riforma nella società borghese, volto a scopi più o meno particolari e materiali: più o meno mite, a seconda che più o meno i capi del partito avevano bisogno della società borghese e, approfittando della forza che loro concedeva il partito, ambivano a un posto in quella. Così che in Francia il socialismo è giunto al governo, in Germania ha creato una classe benestante più borghese dei borghesi, in Italia... dell'Italia è pietoso tacere".

(Carlo Michelstaedter, "La Persuasione e la Rettorica", 1910)

martedì 19 agosto 2008

lamento





Jerry Douglas, un chitarrista e suonatore di dobro, nato nell'Ohio ma cresciuto alla scuola musicale della regione dei Monti Appalachi, quell'Appalachia che Edgar Allan Poe avrebbe voluto sostituisse il brutto nome di Stati Uniti d'America.
Jerry Douglas ha scritto questo pezzo strumentale dal titolo per me curioso.
Senia's Lament!

lunedì 18 agosto 2008

il gioco della vita



Il mazziere distribuisce otto carte ai giocatori, iniziando, come al solito, dal giocatore alla sua destra e finendo con se stesso. Non c'è briscola a terra. Il primo giocatore ha due possibilità: passare o chiamare una carta. Si chiama una carta (solo il suo valore, senza specificare il seme) quando si ritiene che aggiungendo alle carte in nostro possesso quella chiamata, si possa controllare il gioco. Se, ad esempio, si possiede un Asso, un Tre e un Re di Coppe, c'è tutto l'interesse a chiamare un Cavallo, in quanto se il seme di Coppe fosse quello di briscola, si disporrebbe (col compagno) delle quattro carte di briscola più alte. Fatte identiche considerazioni gli altri giocatori chiameranno le loro carte. Alla fine del giro diventa "chiamante" chi ha chiamato la carta dal valore più basso e ottiene il diritto di scegliere il seme di briscola. Chi possiede la carta chiamata, diventa il compagno del chiamante e può scegliere se restare in incognito, o farsi riconoscere (giocando la carta chiamata o comportandosi in maniera inequivocabilmente favorevole al chiamante). Ma finché la carta chiamata non è giocata, non c'è mai la sicurezza sull'identità del compagno. Se nessuno si sente di chiamare, ovvero tutti passano, la mano è nulla e si ricomincia daccapo. Una volta stabilito chiamante e seme di briscola, si gioca con le regole consuete della briscola in due. Inizia il giocatore alla destra del mazziere, poi chi ha preso per ultimo. Vince la smazzata chi raggiunge i 61 punti (chiamante più compagno o i punti degli altri tre). Se il chiamante vince segna due punti a proprio vantaggio, uno a vantaggio del chiamato, -1 (o zero) contro gli avversari. Se vincono questi ultimi, segnano 2 punti a proprio vantaggio, -1 a svantaggio del compagno e -2 a svantaggio del chiamante. Vince l'intera partita il giocatore (singolo) che arriva per primo a 11 punti.
In un'altra variante, i giocatori, prima di chiamare la carta, dichiarano il punteggio minimo che intendono raggiungere. Chi dichiara il punteggio più alto diventa il chiamante, ma vincerà la mano solo se raggiungerà effettivamente quel punteggio.
Un giocatore può anche decidere di giocare da solo, chiamando una carta in suo possesso (senza necessariamente dichiararlo). In caso di vittoria, otterrà i due punti del chiamante, più quello del compagno.

Gioco ambiguo la briscola in cinque. Si gioca scommettendo su un numero di punti o su una carta, facendo una sorta di asta. Si vince grazie a un socio che resta nascosto fino a quasi tutta la partita o che, addirittura, non esiste. Si gioca, di norma, tre contro due, ma nessuno dei cinque sa di chi altri si deve fidare. Fino alla fine. Gioco da bar di provincia, probabilmente in via d'estinzione. Prova evidente che anche il popolo conosce l'arte sottile delle alleanze, della diplomazia nascosta, dell'inganno. Bisogna esserci nati in un piccolo paese per conoscere certe cose: il bar, i vecchi avventori che fanno parte dell'arredamento, i due sport nazionali: le carte e la chiacchiera, e la noia, e quello che si ordina da bere e che ha nomi diversi in ogni angolo d'Italia ma che serve sempre allo stesso scopo, quello di fermare il tempo che passa e che travolge tutto, e tutto stravolge. A volte, e sempre più spesso, anche il bar. Bisogna essere avvezzi a tutte le insidie, furbizie e sbruffonate che si usano per vincere una mano di briscola in cinque.

giovedì 14 agosto 2008

La rosa di Pollastro



Nel libro, alla fine, ci sono i ringraziamenti dell'autore, Marco Ventura, ed uno, speciale, è rivolto ad Adriano Sofri "che ha avuto la pazienza di seguire la prima stesura del libro con suggerimenti preziosi". Confesso di essermi chiesto quali siano stati questi suggerimenti, in un contesto come quello della storia di Sante Pollastro che si dipana dal primo dopoguerra fino alla liberazione ed oltre. Il moralismo, di cui l'ex-leader di Lotta Continua fa scialo, porterebbe ad attribuire ai suoi consigli il taglio che, come nella canzone di Luigi Grechi, porta a scambiare la legge con la giustizia. Del resto, era un esercizio che svolgeva anche Paul Newman, nei panni del giudice Roy Bean nel film "L'uomo dei sette capestri", quando affermava - con assai più brio - alternativamente che la legge era la serva della giustizia, e che la giustizia era la serva della legge. Premurandosi di precisare che la cosa funzionava nei due sensi! Ad ogni modo, tolti i non frequenti richiami alla presunta malvagità, e cinismo, del bandito Pollastro, il libro è pregevole e prezioso e ricostruisce con cura ed amore una delle tante storie dimenticate e pur vive che ci portiamo dentro, semplicemente. Più attento al Sante Pollastri sconfitto, quello graziato da Giovanni Gronchi nel 1959, riesce a restituire la statura di un uomo che non ha mai smesso, fino alla morte nel 1979, di essere il ragazzo che era. Continuando a pedalare, l'occhio lievemente strabico sempre pronto a "prendere la mira".
Peccato, non sono riuscito a trovare nessuna fotografia di Sante Pollastro!

"Dopo la grazia del 1959, Pollastro andò ad occupare l'ultimo piano al numero 53, un sottotetto. In seguito traslocò al pianterreno, più spazioso, dove poteva coltivare il giardino e accudire ad una torma di gatti.
Fu questa la dimora dei suoi ultimi anni. (...)
Tutti i locali danno sul verde. Il giardino corre lungo porte e finestre, libere un tempo da tende perché Pollastro voleva che la natura entrasse direttamente in casa. Il cuore dell'appartamento era questo terreno oggi abbandonato ma ancora verdissimo, provvisto di un gazebo cadente ma tuttora animato dal rigoglio di fiori selvatici che si ostinano a riprodursi senza che nessuno li annaffi più. Gli altri inquilini ricordano i campanelli pasquali, i mughetti e l'intera gamma di fiori coltivati da Sante, in particolare un ceppo di rose bianche che chissà per quale astrusa tecnica o filosofia di giardinaggio i proprietari cambiano di posto ogni mese.
E' tenace la rosa: non vuole o non riesce a morire. La sdradicano, le tolgono la terra intorno, la lasciano senz'acqua, la maneggiano, la stropicciano, la costringono a rifiorire altrove, ma lei non soccombe mai, e per questa caparbietà la chiamano "la rosa di Pollastro". (...)
Quando Sante morì, il 30 Aprile del 1979, preceduto dalla sua Tina portata via dalla cirrosi epatica, la bicicletta Bianchi rimase nel cortiletto, dimenticata per anni in un sottoscala. Nessuno osava toccarla: invecchiava con il palazzo, faceva parte dell'arredo, come la ringhiera arrugginita o le crepe nel muro. Una notte scomparve.
Girò voce che il fantasma di Pollastro fosse tornato a prenderla. Forse la rubò, o per dirla con gli anarchici la espropriò, un ragazzo di mano lesta, o un ammiratore che la tenne per reliquia.
Per qualche anno, la sorella, Carmelina insistette a visitare l'appartamento non più suo: entrava, se ne stava seduta a contemplare il soggiorno, si accostava alla finestra, guardava fuori, faceva due passi nel giardino per verificare che "la rosa di Pollastro" ci fosse ancora. In quel fiore così tenacemente abbarbicato alla vita le sembrava, diceva, di rivedere il fratello. Un giorno si spense anche lei, portando nella tomba il segreto del perché Santino avesse imboccato la via del crimine.

A un pubblico ministero che ad Alessandria gli domandò il motivo di tutte quelle uccisioni, Pollastro disse: "Dopo la prima, le altre vengono da sole". (...)
"Lei ha delle idee anarchiche?" insistette il magistrato. "Anzi, ha delle idee?".
"Io ho le mie idee" rispose Pollastro.
"

Marco Ventura - Il campione e il bandito - Il Saggiatore Tascabili - Euri 10

Ah, occhio, che qui, in libreria, l'avevano messo nella sezione sport, ciclismo!!!
Ma forse è giusto ...

mercoledì 13 agosto 2008

uomini diversi!




George Montague Nathan (1895-1937)

ebreo, sergente dell’esercito inglese durante la Prima Guerra Mondiale, affiliato all’IRA e membro della Dublin Castle Murder Gang, organizzazione responsabile di delitti eccellenti.
Volontario nelle Brigate Internazionali nella Guerra Civile Spagnola.
In Spagna vestiva in modo impeccabile e guidava all’attacco i suoi uomini al grido "Adelante señoras!", agitando un bastoncino secondo la tradizione degli ufficiali inglesi.
Comandò dapprima la 1ª compagnia del 12° battaglione "Marsellaise", per poi assumere il commando dell'intero battaglione.
Divenne Capo di Stato Maggiore della XV Brigata Internazionale, poi comandante dei battaglioni Lincoln, Washington e inglese.
Ferito gravemente durante la battaglia di Brunete, ordinò ai suoi di cantare finché non spirò.
Venne sepolto sotto gli ulivi non lontano dal fiume Guadarrama.

martedì 12 agosto 2008

Western




Rio Bravo (in italiano "Un dollaro d'onore"), Howard Hawks lo fece ben due volte. La prima nel 1959 e la seconda nel 1966, ribattezandolo "El Dorado". Al secondo film, con Robert Mitchum nel ruolo che era di Dean Martin, manca solo questa canzone, credo!

Il mio fucile, il mio pony ed io
di Dimitri Tiomkin e Paul Francis Webster

Il sole sta sprofondando ad ovest
Il bestiame va giù al ruscello
Il tordo si sistema nel nido
E per il cowboy è l'ora di sognare

Nel canyon la luce si fa purpurea
E lì è dove vorrei stare
Con i miei tre buoni compagni
Solo il mio fucile, il mio pony ed io

Appenderò il mio sombrero
Sul ramo di un albero
Tornando a casa mio dolce tesoro
Solo il mio fucile, il mio pony ed io

Un succiacapre sopra il salice
Canta una dolce melodia
Cavalcando verso Amarillo
Solo il mio fucile, il mio pony ed io

Niente più vacche da prendere al laccio
Non vedrò più vagabondi
Dietro la curva stanno aspettando
Il mio fucile, il mio pony ed io
Il mio fucile, il mio pony ed io

lunedì 11 agosto 2008

scendendo



" (...) Sisifo guarda, allora, la pietra precipitare, in alcuni istanti, in quel mondo inferiore, da cui bisognerà farla risalire verso la sommità. Egli ridiscende al piano.
É durante questo ritorno che Sisifo mi interessa. Un volto che patisce tanto vicino alla pietra, è già pietra esso stesso! Vedo quell'uomo ridiscendere con passo pesante, ma uguale, verso il tormento, del quale non conoscerà la fine. Quest'ora, che è come un respiro, e che ricorre con la stessa sicurezza della sua sciagura, quest'ora è quella della coscienza. In ciascun istante, durante il quale egli lascia la cima e si immerge a poco a poco nelle spelonche degli dei, egli è superiore al proprio destino; è più forte del suo macigno.
Se questo mito è tragico, è perché il suo eroe è cosciente. In che consisterebbe, infatti, la pena, se, ad ogni passo, fosse sostenuto dalla speranza di riuscire? L'operaio d'oggi si affatica, ogni giorno della vita, dietro lo stesso lavoro, e il suo destino non è tragico che nei rari momenti in cui egli diviene cosciente. Sisifo, proletario degli dei, impotente e ribelle, conosce tutta l'estensione della sua miserevole condizione: è a questa che pensa durante la discesa. La perspicacia, che doveva costituire il suo tormento, consuma, nello stesso istante, la sua vittoria. Non esiste destino che non possa essere superato dall’uomo.
Se codesta discesa si fa, certi giorni, nel dolore, può farsi anche nella gioia. Questa parola non è esagerata. Immagino ancora Sisifo che ritorna verso il suo macigno e, all'inizio, il dolore è in lui. Quando le immagini della terra sono troppo attaccate al ricordo, quando il richiamo della felicità si fa troppo incalzante, capita che nasca nel cuore dell'uomo la tristezza: è la vittoria della pietra, è la pietra stessa. L'immenso cordoglio è troppo pesante da portare. Sono le nostre notti di Getsemani. Ma le verità schiaccianti soccombono per il fatto che vengono conosciute. Così Edipo obbedisce dapprima al destino, senza saperlo. Dal momento in cui lo sa, ha inizio la sua tragedia, ma, nello stesso istante, cieco e disperato, egli capisce che il solo legame che lo tiene avvinto al mondo è la fresca mano di una giovinetta. Una sentenza immane risuona allora: « Nonostante tutte le prove, la mia tarda età e la grandezza dall'anima mia mi fanno giudicare che tutto sia bene". L'Edipo di Sofocle, come Kirillov di Dostoevskij, esprime così la formula della vittoria assurda. La saggezza antica si ricollega all'eroismo moderno."

Albert Camus - Il mito di Sisifo

venerdì 8 agosto 2008

canto d'agosto





Sono arrivato al mio ultimo appuntamento con te, ed ero spettinato, come al solito.
Spettinato di una notte di treno in fretta e furia. E così, ancora una volta ti è toccato ...
Solo che non hai potuto né vedermi, né riavviarmi i capelli, com'era tuo solito.
E questo solo perché, semplicemente, non ci sei più.
Non ci sei più, ma io ci sono, per te.
Per il biglietto di sola andata in questi mille mondi, quelli con te e quelli senza di te.
Per la tua lingua, che non ho mai dimenticato, e per la possibilità di averne una mia, che non capivi.
Per la luce d'Agosto di questo tuo ultimo viaggio che non ti porta da nessuna parte.
Per le storie, di cui sono fatto anch'io, e per la tua storia che ancora mi racconto, e mi ripasso, mentre cammino la mia strada.
Per la generosità che hai sparso, senza chiedere mai niente in cambio, se non sorrisi e parole, colori e profumi.
Per il canto e il mare e la musica e gli scogli, di cui mi hai fatto.
Per la tua forza e il tuo amore, e perché vanno di pari passo.
Per tutto.
Per quello che sono.
Per quello che non c'è più.
Per quello che ci sarà. Sempre.

lunedì 4 agosto 2008

vita, morte, amore e libertà



"Life Death Love and Freedom", è il nuovo disco di John Mellencamp, scuro come la notte e semplice come un "eccomi", giocato tutto su un registro scarno e terribile di folk e di blues.
Cos'altro??

Terra Inquieta
di John Mellencamp

C'è dolore in me, ma continuo a muovermi
per portare pace a questa terra inquieta
Là fuori è scuro, non riesco a leggere i segnali
e portare pace a questa terra inquieta
Uragani all'orizzonte, il giorno del giudizio si avvicina
Non riesco a vedere un futuro
che porti pace a questa terra inquieta

Ci sono due uomini che camminano
Per la stessa strada polverosa
per portare pace a questa terra inquieta
Dritti, spalla contro spalla
Condividono lo stesso pesante fardello
portare pace a questa terra inquieta
Gli occhi di uno dei due traboccano tristezza
La pancia dell'altro è piena di un'insopportabile pena
Si avvicinano sempre più
portano pace a questa terra inquieta

Ho sentito il pianto dei bambini
Dieci milioni di solchi da zappare
portare pace a questa terra inquieta
Più morto di un cane, eppure non posso permettere
di portare pace a questa terra inquieta
Gli occhi di cielo sono su di te
Ma l'anima è d'inferno
Loro ti taglieranno via le dita
Per portare pace a questa terra inquieta

Allora tu puoi stare dritto in piedi ed urlare
Puoi sdraiarti e morire
per portare pace a questa terra inquieta
Possiamo sistemare i nostri collari
E non cercare nemmeno di provare
a portare pace a questa terra inquieta
Timoroso di chi vuol farti del male
e trascinarti su un terreno sempre più arretrato
Sappi solo che la verità sta per arrivare
a portare pace a questa terra inquieta

C'è dolore in me
ma continuo a muovermi

venerdì 1 agosto 2008

siciliani



Letture disordinate le mie, molti le chiamerebbero così! Letture a cui, a volte, torno. E c'è qualcosa di perverso, a mio avviso, nell'andare a ri/leggere. Uno scavare alla ricerca di qualcosa, fra il perduto ed il dimenticato. Qualcosa che magari non esiste, nel libro. Sfogliare le pagine, in un crescendo di frenesia quasi, alla ricerca del "periodo perduto"; quello che ti salverà la vita. A volte lo trovi, altre volte no. Oggi l'ho trovato. Era all'inizio, stava nello scritto di introduzione di Gesualdo Bufalino ad un'antologia sulle "cento sicilie". Uno sguardo impietoso e affascinato, una capacità di mettere a nudo e di ferire, un modo di ascoltare e di guardare. L'isola e sé stessi.
Isola? Ha ragione Tucidide quando scrive "è impedita dall'essere terraferma da un braccio di mare di circa venti stadi". Impedita! Ed è stata impedita da quei soli venti stadi, dall'essere isola, sembra concludere Bufalino. Oh, i siciliani sono convinti di essere isolani, i più isolani di tutti, anzi! Isolani per antonomasia. E l'hanno anche data a bere a tutti, questa storia! Ma, forse, l'insistere su questa presunta "isolitudine" è l'unico tratto accomunante. Poi, come dice Bufalino, sull'isola tutto è plurale, molteplice. I colori delle tante sicilie ... colorate. Il verde del carrubo, il giallo dello zolfo, il bianco del sale e il bianco della pomice, il rosso della lava e il nero dell'ossidiana, il biondo del miele e l'arancio degli agrumeti. E l'azzurro del mare. E l'abbaglìo del sole, che tutto copre e riveste. Che fa sembrare inaccettabile la morte. L'ho toccato con mano, al funerale di mio padre, nel sole accecante di un mattino di luglio. Non è, lì, la morte, l'esito naturale della vita: è l'invidia degli dei!
E tutto che è - come dire - diverso. Perché i siciliani sono diversi. Diversi dagli altri, e diversi fra loro. Diversi dall'invasore come diversi dall'amico. Diversi quelli che partono, per non ritornare, da quelli che restano. E gli uni e gli altri, diversi da sé stessi.
Diversi, quelli che si condannano per essere ... siciliani, diversi da quelli che se ne assolvono.
Claustrofobia e agorafobia. Agorafilia e claustrofilia. Dritti e rovesci.
Dura poco l'allegria di essere nati e di vivere nel centro del mondo! Come un eccesso di identità che diventa segregazione che si odia o si ama, e si lega da sé sola ad altre segregazioni che portano il nome di famiglia, casa, città, cuore. E che pesano, richiedono una scelta di districarsi fra i mille fili del sangue e del destino che si intrecciano. E orgoglio, diffidenza, pudore, sono le risposte che accompagnano la fuga come il nascondersi. L'odio e l'amor di clausura. Ma rimane una dimensione teatrale del vivere.
Teatro, del resto è nato da quelle parti, il teatro. Tragedia, farsa e melodramma, dovunque. Sempre in bilico fra mito e sofisma, ciascuno, dentro e fuori. Ogni occasione è buona. Ci sono maschere da indossare o da strapparsi dalla faccia, ma sempre nella liturgia scenica.
E si è suscettibili ai fischi come agli applausi. All'occhiu r'e ggenti.
Teatro perpetuo, come quello che sto tra/scrivendo, rubando, magari facendo finta e facendo credere che sia ... vero!

giovedì 31 luglio 2008

Suonale, quelle campane!



Nel 1999, John Badham dirige per la televisione uno strano western dal titolo "The Jack Bull". Vagamente ispirato a "Michael Kohlhaas" di Heinrich von Kleist, il film, che si avvale della sceneggiatura di Dick Cusack (padre di John), racconta la storia di un uomo, un allevatore di cavalli (Myrl Redding, interpretato da John Cusack), che subisce un sopruso da parte di un proprietario terriero (Henry Ballard, interpretato da L.Q.Jones). Ballard riduce quasi in fin di vita due cavalli di Redding, dopo averli presi forzatamente, come deposito, a causa di un pedaggio richiesto allo stesso Redding che non aveva da pagare, e ferisce gravemente Billy, indiano crow amico di Redding rimasto in custodia insieme ai cavalli. La causa intentata a Ballard, per riottenere i suoi cavalli nello stato di salute in cui li aveva lasciati, non sortisce effetto alcuno e Redding decide di vendere tutti i suoi beni per poter reclutare con il ricavato una sorta di esercito mercenario, al fine di avere giustizia.
Ben presto, si ritroverà a dichiarare guerra allo stato del Wyoming!
Sarà, alla fine, il giudice Tolliver (interpretato da John Goodman) a rendergli giustizia, costringendo il proprietario terriero a curare i cavalli ... e condannando a morte l'allevatore, per i reati perpetrati nel paese.
Il figlioletto di Ballard, nella scena finale, riporta a casa i due cavalli, mentre scorrono i titoli di coda distesi sulle note struggenti di "Ring Them Bells" e sulla voce di Bob Dylan che canta la giustizia, come solo lui sa fare.



Suonale, quelle campane
di Bob Dylan

Suonale quelle campane, tu pagàno
dalla città che sogna,
suonale quelle campane, dai santuari,
attraverso valli e fiumi,
per quanto sono profondi e vasti
ed il mondo è dalla sua parte
e il tempo corre all'indietro
e così come fa la sposa.

Suonale quelle campane, San Pietro,
dove soffiano i quattro venti,
suonale quelle campane con mano di ferro
affinché la gente sappia.
Adesso è ora di punta
sulla ruota e sull'aratro
ed il sole sta per tramontare
sulla vacca sacra.

Suonale quelle campane, dolce Marta,
per il figlio del povero,
suona quelle campane, cosi' il mondo saprà
che c'è un solo dio
Il pastore si e' addormentato
dove i salici piangono
e le montagne sono affollate
di pecore smarrite.

Suonale quelle campane, per il cieco e il sordo,
suonale quelle campane, per tutti gli abbandonati,
suonale quelle campane, per quei pochi eletti
che giudicheranno i molti, quando finirà il gioco.
Suonale quelle campane, per il tempo che vola,
per il bimbo che piange
quando l'innocenza muore.

Suonale quelle campane, Santa Caterina
dall'alto della stanza,
suonale dalla fortezza
per i gigli che fioriscono.
Le righe sono lunghe
e la lotta è dura
e stanno azzerando la distanza
fra il diritto e il torto

mercoledì 30 luglio 2008

troubadour



Joel Rafael è uno dei principali interpreti e continuatori della canzone di Woody Guthrie, cui ha dedicato almeno due dischi. Di Woody Guthrie, Rafael ha musicato cinque canzoni, dategli da Nora Guthrie, che non erano mai state pubblicate e di cui non si conoscevano le melodie. Adesso pubblica un disco ("THIRTEEN STORIES HIGH") di sue canzoni, di cui "This is my Country" costituisce il manifesto. E per questa canzone di protesta chiama Graham Nash e David Crosby, ai cori. Una canzone, come ha detto Nash,
"... così potente e profonda ... un appello fatto dal suo cuore ai nostri cuori"

martedì 29 luglio 2008

Blues ... siciliano!




"Stanotti mi sunnai ch'era ccu nuddu
je nuddu si sunnau ch'era ccu mmia

m'arruspigghiai je nun truvai 'a nuddu ...
nuddu s'arruspigghiò e truvò a mmia

... e ju 'a nuddu vuogghiu bbeni ...
picchì nuddu vuoli beni 'a mmia
."

Una vecchia nenia siciliana, cantata da una vecchia e trascritta dal solito ricercatore armato di magnetofono! La riporta Gesualdo Bufalino da qualche parte.
Una struttura circolare, come se fosse un blues scritto da Borges ...

"Stanotte ho sognato che non ero con nessuno
e nessuno ha sognato di essere con me
mi sono svegliato e non ho trovato nessuno
nessuno si è svegliato e ha trovato me
ed io non voglio bene a nessuno
dal momento che nessuno mi vuole bene"
...

venerdì 25 luglio 2008

angeli



L'angelo di Montgomery
di John Prine

Io sono una vecchia donna, ho preso il nome di mia madre
Il mio uomo è un altro bambino che è diventato vecchio
Se i sogni fossero stati fulmini e il desiderio fosse stato il tuono
Questa vecchia casa sarebbe cenere oramai da tanto tempo

Coro:
Disegna un angelo che vola via da Montgom'ry
Fammi un poster di un vecchio rodeo
Dammi solo qualcosa che io possa conservare per
Credere in questa vita che è solo una strada sassosa da camminare

Quando ero una ragazza, stavo con un cowboy
Non era un granché, solo un uomo libero e vagabondo
Ma è passato tanto tempo e non importa capire come
Gli anni se ne sono andati come acqua che errompe da una diga crollata

Disegna un angelo che vola via da Montgom'ry
Fammi un poster di un vecchio rodeo
Dammi solo qualcosa che io possa conservare per
Credere in questa vita che è solo una strada sassosa da camminare

Mosche nella mia cucina, le sento ronzare
E non ho ancora compicciato nulla da quando mi sono svegliata stamani
Come fa una persona ad andare a lavorare, la mattina,
E tornare a casa la sera, e non avere niente da dire.

Disegna un angelo che vola via da Montgom'ry
Fammi un poster di un vecchio rodeo
Dammi solo qualcosa che io possa conservare per
Credere in questa vita che è solo una strada sassosa da camminare

giovedì 24 luglio 2008

Deserti



Pancho e Lefty
di Townes Van Zandt

Vivere sulla strada, amico mio, ti fa restare libero e puro
Ora tu indossi la tua pelle come un'armatura
E il tuo respiro è forte come kerosene
Non eri l'unico figlio di tua madre, ma eri il preferito
Lei cominciò a piangere quando la salutasti
e si sentì come affogare dentro i tuoi sogni
Pancho era un giovane bandito, il suo cavallo veloce come acciaio lucente
La pistola infilata nella cintura dei pantaloni
In faccia a tutto il mondo onesto che volesse sfidarla
Panchò andò incontro al suo destino - lo sai - nel deserto giù in Messico
Nessuno ascoltò le sue ultime parole, purtroppo è così che andò
I federali dicono che avrebbero potuto catturarlo quando volevano
Lo lasciarono scappare solo per pietà, suppongo
Lefty non poteva cantare i blues per tutta la notte, come era solito
La polvere che Pancho sputava andava a finire nella bocca di Lefty
Il giorno in cui stesero il povero Pancho, Lefty se la filò in Ohio
Dove poteva procurarsi tutti i soldi che gli servivano senza che
nessuno lo riconoscesse
I federali dicono che avrebbero potuto catturarlo quando volevano
Lo lasciarono scappare solo per pietà, suppongo
I ragazzi raccontano la storia di come Pancho cadde, ed ora Lefty
dorme nei motel da quattro soldi
Il deserto è quieto, Cleveland è fredda
E così finisce la storia che vi abbiamo raccontato
Pancho ha bisogno delle vostre preghiere, è vero, ma lasciatene da
parte qualcuna per Lefty
Lui ha fatto solo quel che doveva fare, e ora sta diventando vecchio
I federali dicono che avrebbero potuto catturarlo quando volevano
Lo lasciarono scappare solo per pietà, suppongo
Pochi federali, oramai vecchi, dicono che avrebbero potuto catturarlo
quando volevano
Lo lasciarono scappare solo per pietà, suppongo

mercoledì 23 luglio 2008

storie



Le storie finiscono, certo. Ma lasciano sempre qualcosa, i ricordi, belli e brutti, e le colpe ed il loro senso. Così Francesco "Bifo" Berardi - ma non solo lui - non si sottrae a questa legge. E ci scrive sopra!
Mi sono sempre chiesto come possa avvenire che, a partire da premesse ed analisi del tutto simili e condivise, si possa finire per arrivare a conclusioni del tutto divergenti. Ma, con ogni probabilità, è proprio dalla "identità meschina" che tutto procede! Il salto lo si spicca solo in un certo momento della vita, mai prima e mai dopo, e la spinta la si trae da una sorta di "carburante" ben preciso che produce energia solo se acquisito in un momento determinato. C'è quel libro che va letto in quel preciso periodo, c'è quel film che va visto solo in quel mese di quell'anno. Non sarà servito a niente se è stato troppo presto e non servirà a niente se sarà troppo tardi! Il mondo cambia, e ci cambia, certo. Le persone cambiano molto meno, assai spesso non cambiano punto. La storia degli anni settanta ha fatto entrare in scena una generazione che, con cuore e generosità, non ha saputo sottrarsi alla speranza della "politica"( e della democrazia rappresentativa ), una generazione il cui "love affair" con il partito comunista ha prodotto perversioni che, ogni qualvolta si doveva consumare l'amplesso elettorale, sono state chiamate col nome di "scheda rossa", ed in mille altri modi ameni che adesso non riesco quasi più nemmeno a ricordare.
Oggi, nella nuova analisi, il "grande partito del proletariato" nonostante abbia finito per essere assunto - finalmente - per quello che è, continua a far scattare la solita vecchia trappola che vuole e richiede il "confronto". Oggi non ci sarebbero più le masse proletarie ed operaie, bensì un esercito di depressi da ... non lasciare soli. La politica diventa terapia! Ieri con i metalmeccanici, domani con i piddini loro malgrado. L'intelligenza si auto-umilia e le montagne partoriscono topolini. Combattere la "spaventosa barbarie totalitaria" con le armi spuntate della democrazia rappresentativa, agitando lo spettro di una "lista comunale" che diventi maggioranza, ha tutto il sapore di un esperimento che rispetterà la regola marxiana della storia che si ripete: la prima volta in tragedia, la seconda in farsa.
Il luogo delle urne elettorali è luogo ipotecato da sempre, come il luogo del partito e del sindacato.
Semplicemente, la cosiddetta "identità gloriosa", cui Bifo fa riferimento nel suo scritto, non è mai esistita. Gli "interessi operai" erano stati venduti quasi da subito, e non solo "in cambio di una miserabile partecipazione al potere dominante". Ma anche solo per denaro, banalmente!
Forse oggi, davvero, il sogno della rivoluzione (politica in senso comunista o anarchica in senso sociale) è svanito. Ed anche il soggetto si allontana e si confonde in mille colori e in mille territori. Forse non è dato ipotizzare insurrezioni che riescano, anche nella limitatezza di una sola giornata, a ridarci il senso del tempo, umano e sospeso, della rivolta. Ma riprendersi il tempo, provare a riprenderselo, significa anche sottrarlo alla costrizione e all'infelicità del vecchio mondo. Anche a quella delle urne!

martedì 22 luglio 2008

fotografie



"Guardare una vecchia fotografia di se stessi, o di una persona che si conosce, o di un personaggio pubblico molto fotografato, significa per prima cosa pensare: quanto più giovane ero (o era) allora"

Susan Sontag, "Sulla fotografia"


"L’osservatore sente il bisogno irresistibile di cercare nell’immagine quella scintilla magari minima di caso, di hic et nunc, con cui la realtà ha folgorato il carattere dell’immagine, il bisogno di cercare il luogo invisibile in cui, nell’essere in un certo modo in quell’attimo lontano si annida ancora oggi il futuro, e con tanta eloquenza che noi, guardandoci indietro siamo ancora in grado di scoprirlo"

Walter Benjamin

lunedì 21 luglio 2008

quello che non ho ...



" (...) Vi si sentirà battere il cuore di una inedita Sicilia ionica, dove «mafioso» voleva dire «sgargiante, superbo, leggiadro», e si diceva di una ragazza; vi si potrà, pellegrinando fra le verità sommerse della civiltà «familiare», trarre a riva qualche inaffondato relitto; riconoscere nella compianta figura dei padri l'immagine di un'alleanza di occhi e mani leali, l'ipotesi, insomma, di una comunità e di una terra abitabili... In quanto a me, infine, a me che scrivo, e di ricordi mi ammalo, e coi ricordi mi curo, chissà che non sorprenda fra tanti risorgimenti la macchia di sangue, il ramo d'oro, l'ustione celeste, il segno che aspetto per riconvincermi di esistere (memini ergo sum!) e per ritrovare, in guerra col tempo, la mia dilapidata immortalità di bambino. (...)"

Gesualdo Bufalino
- Museo d'Ombre - Sellerio

giovedì 17 luglio 2008

belle età



"Avevo vent'anni. Non permetterò mai a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita".
Così Paul Nizan cominciava il suo "Aden - Arabia", un libro che, come ebbe a scrivere Jean Paul Sartre nella sua introduzione, parlava della giovinezza, ai giovani, e riusciva a farlo in quanto avrebbero riconosciuto, nella voce di Nizan, la propria voce: "egli può dir loro tutto perché è un bel giovane mostro, come loro". E' il diario disperato di chi non sopporta il mondo che lo circonda e decide di partire alla ricerca di un'umanità meno falsa. Inutilmente.
Tornerà, uomo in rivolta, a finire di imparare la propria parte nel mondo. A caro prezzo. Comunista, alla sottoscrizione del patto Molotov-Ribbentrop, straccerà pubblicamente la tessera del partito, così sarà - parola di Thorez (leader dei comunisti francesi) - un provocatore al soldo della polizia.
Morirà a trentacinque anni, nel 1940, combattendo contro i nazisti, nella battaglia di Dunkerque. Una pallottola lo lascerà giovane, per sempre, come il suo libro!

martedì 8 luglio 2008

Intermezzo siracusano



Dovrei tornare mercoledì 16 luglio!
Salud

Viola



Questi giorni di buio di lutti di vergogne
avvicinandomi alla parola fine della stesura
che credo sia quella definitiva, stilato
un "intervento" ecco ore diciotto dell'8 luglio

(...)

Ora che s'è fatto silenzio,
a denti stretti ciao - ma ciao dove
se non su questo pianeta che tu bella
infioravi? Luce succo esalati come
scoppia la melagrana al troppo sole.

Tu clandestina.

( ... )

S'è acceso all'orizzonte il faro
che illumina San Miniato musiva,
le verdi colline del Fiore sulla sera.
Egli ha detto: « Aiutami, insieme daremo
voce e lume alla sua storia. Ci spenderò,
io, nel trascriverla, il resto della vita».

E tu non gioire dagl'inferi
del loro cordoglio, bella, del loro
vecchio cuore ... Sei stata di questo
pianeta Italia molecola impazzita,
nel tuo occhio trapassano a fissarlo,
i suoi lutti recenti le quotidiane sozzure.

Massima la "sopraffazione di classe", certo,
come le lotte operaie le feste la poesia.
Tu, esemplare d'allucinata speranza, stolta
vestale della felicità ché Morte d'entro 'l cor
me tragge un core. « Ma cosa citi? Il referente
è altrove
», dài, protesta, «e che squallido epifonèma

Natascia ha poi detto: «Era l'allodola venuta
a posarsi sul gàttice infido, così è caduta».

Vasco Pratolini - Il mannello di Natascia - Einaudi

lunedì 7 luglio 2008

partenze



“Uno scrittore da combattimento, satanico quel tanto che occorre…” - così l'aveva definito Valerio Evangelisti. Thomas Disch, scrittore di fantascienza, autore di opere memorabili come Campo Archimede ( Camp Concentration ), capace di portare la narrativa di genere su sentieri inesplorati. Si è suicidato, la notte del 4 luglio!

venerdì 4 luglio 2008

"cattivi maestri"



Marx chiama la rivoluzione "il nostro buon amico, il nostro Robin
Hood, la vecchia talpa che sa lavorare così veloce sotto terra . la
rivoluzione". Nello stesso discorso, alla fine: "Nel medioevo, per
vendicare il misfatti dei padroni, esisteva in Germania un tribunale
segreto "la feme". Quando sui muri di una casa si vedeva un segno
rosso, voleva dire che il proprietario era caduto in disgrazia della
"feme". Oggi su tutte le case d'Europa c'è la misteriosa croce rossa.
La storia stessa è chiamata in giudizio, chi esegue la sentenza è il
proletariato. "

Karl Marx - La Rivoluzione del 1948 e il proletariato - pubblicato in
"The People's Paper" - 19 Aprile 1856

giovedì 3 luglio 2008

«La storia è qualcosa che non c'è stato, raccontato da qualcuno che non c'era»



"Durante la guerra civile spagnola ebbi l'acuta consapevolezza che una
storia onesta di quella guerra non sarebbe stata mai scritta, non
avrebbe potuto essere scritta. Semplicemente non esistevano cifre
attendibili o resoconti obiettivi di quanto stava accadendo. E se già
provai quella sensazione nel 1937, quando il governo spagnolo era
ancora in piedi e le menzogne che le varie fazioni repubblicane
diffondevano l'una sul conto dell'altra (oltre che sul conto del
nemico) relativamente limitate, qual è ora la situazione? Anche
ammesso che Franco venga deposto, su quali testimonianze potrebbero
basarsi gli storici del futuro? Se Franco, o qualcuno della sua
specie, rimarrà al potere, la storia della guerra consisterà in
larghissima misura in "fatti" che milioni di persone ancora vive sanno
essere falsi."

George Orwell, "Tribune", 4 febbraio 1944

mercoledì 2 luglio 2008

modi di dire



"E ch' n'hammu a vidiri? Li spicchia?"
"E che ne dobbiamo vedere? Gli spicchi?"

In siciliano, per dire che l'apparenza rivela già la sostanza.
Proprio come un'arancia che non occorre sbucciare per sapere che è marcia.
Proprio come certi libri che non serve leggere per sapere che sono delle merdate fasciste!

martedì 1 luglio 2008

Testepiatte



"Ho trovato la foto in bianco e nero del '58 di questa ragazza, seduta sul cofano di un'auto. Era Miss Temple City. Tutto è partito da lì, ho ricostruito la storia ed è nato il libro. Sono andato a Little Temple, il ragazzo che aveva fatto la foto è diventato famoso: dimmi chi era la ragazza, gli ho chiesto, ma lui non si ricordava. Che tristezza! Poi, ho scritto le canzoni".
E' un modo per far dischi, questo, per costruire storie come quella di "Ridin' with tthe blues". La canzone fa parte dell'ultimo lavoro di Ry Cooder, "I, Flathead", il terzo, ed anche il terzo concept disk, in tre anni: una trilogia dedicata alla California. Il primo, "Chavez Ravine", parlava di un quartiere raso al suolo per far posto al nuovo stadio di Los Angeles. Il secondo, "My name is Buddy", ci ha raccontato di un gatto "wobblie" e della perdita della solidarietà e dell'unità della classe operaia. Ora, con "I flathead" (le "teste piatte" erano gli operai bianchi degli anni cinquanta. Venivano dal sud ed erano in grado di riparare qualsiasi cosa), Cooder ci racconta, in qualche modo, di sé stesso. A dirci che è sempre lo stesso ... ragazzo, anche adesso.
Le teste piatte erano dei draghi nel truccare i motori della auto, c'erano anche in Italia, con le 600 abarth! Nel disco ci sono quattordici brani, a raccontarci tutto Ry Cooder, quello del country e del Rythm and Blues, quello delle cesellature di "Jazz", il tex-mex dei suoi primi dischi. Per farlo si inventa una band (lui, che ha suonato con i Rolling Stones e che si è fatto derubare, da Keith Richards, della sua tecnica chitarristica!). Kash Buk e i Klowns. E così ci racconta la storia di Buk che corre con le auto truccate e suona nei "roadhouse" insieme al suo amico, l'alieno Shakey! Ci racconta della scomparsa di una cultura, di corse automobilistiche vietate, di film di fantascienza, di riviste come "Popular Mechanic", di steel guitars.
Leggende fra la metropoli e il deserto, dove sembra quasi di vedere dio che alza il suo dito medio.
E la musica è tutto, diventa struggente in "5000 country music songs", si diverte a farsi prestare, alla rinfusa, "hey porter", "folsom prison blues" e "big river" per cantare "Johnny Cash", ovviamente! E si fa sembrare Chip Taylor che canta una canzone di Tom Waits in "Can I Smoke In Here?".
Ry Cooder è tornato al volante e ci canta che "Drive like i never been Hurt", ed è facile credergli. Per farlo si circonda di musicisti come Jim Keltner alla batteria e Flaco Jimenez alla fisarmonica, Ron Blake e John Hassell alle trombe, e molti altri.
Non ama i concerti, Cooder, e dice che questo potrebbe essere il suo ultimo disco, ma intanto il Ry Cooder di "Paradise and Lunch" è tornato!