mercoledì 10 giugno 2026

TORNATO DALLA PERIFERIA…

Esoticismo anti-esotico e orientalismo inverso: visioni contrastanti su Debord e Sadik Jalal Al-Azm.
- di Palim Psao -

   Recentemente ho riscoperto un breve passaggio tratto da una lezione tenuta da Debord nel 1957. A prima vista, il testo sembra trattare la storia dell'avanguardia artistica, insieme ai vicoli ciechi della creazione contemporanea. Tuttavia, a uno sguardo più attento, su può vedere come si evidenzi in esso quello che è già un meccanismo intellettuale, il quale in seguito avrà notevole fortuna: la tendenza a conferire ai margini del mondo capitalistico, un'autenticità che le "società occidentali" dovrebbero invece aver perso. Il passaggio è tratto dal "Rapporto sulla costruzione delle situazioni, e sulle condizioni dell'organizzazione e azione della tendenza situazionista internazionale"; un testo in cui Debord traccia la genealogia dei movimenti d'avanguardia del XX° secolo, analizzandone quello che è stato il loro graduale esaurimento a partire dalla la Seconda Guerra Mondiale:

«Le produzioni di quei popoli ancora soggetti al colonialismo culturale, che viene spesso causato dall'oppressione politica, sebbene siano i progressisti che, nei loro paesi, hanno un ruolo reazionario nei centri culturali avanzati. In realtà, i critici che hanno collegato tutta la loro carriera a dei riferimenti obsoleti, legati ai vecchi sistemi di creazione, seguendo il loro cuore, fingono di trovare delle novità nel cinema greco, o nel romanzo guatemalteco. In questo modo, fanno ricorso a un esoticismo che si rivela essere invece anti-esotico,dal momento che si tratta della ricomparsa di alcune vecchie forme che vengono sfruttate tardivamente in altre nazioni; ma a partire dal fatto che svolge quella che è la funzione ufficiale principale dell'esoticismo: la fuga dalle reali condizioni di vita e creazione.»

  Per poter comprendere questo passaggio, dobbiamo partire da quella che in Debord è un'idea fondamentale: le forme artistiche hanno una storia.  Esse non esistono al di fuori del tempo. Ogni forma nasce in determinate condizioni, sviluppa le sue possibilità, e poi termina, esaurendosi. Pertanto, un'opera non può essere giudicata indipendentemente dal momento storico a cui appartiene. Ed è a partire da una tale presupposizione che Debord si avvicina alla questione del "colonialismo culturale". Egli non nega che alcune produzioni artistiche provenienti da paesi dominati possano svolgere un ruolo progressista anche nel loro stesso contesto. In delle società che appaiono ancora segnate dalle vecchie forme di dominazione, l'emergere di una letteratura nazionale, di un cinema moderno o di nuove sensibilità può costituire un vero e proprio passo in avanti. Il problema sorge quando queste produzioni vengono ricevute nei principali centri culturali. Debord osserva come alcuni critici "occidentali", incapaci di affrontare le difficoltà della creazione contemporanea nelle loro società, cercano pertanto altrove ciò che essi non riescono più a trovare a casa. Così, finiscono col celebrare con entusiasmo certe opere provenienti da Grecia, America Latina o da altre periferie culturali, non perché esse possano aprire delle nuove prospettive, ma poiché riattivano quelle forme già vecchie, o ormai esaurite, nelle metropoli. La formula è particolarmente illuminante: questi critici "fingono di trovare qualcosa di nuovo". Ma ciò che a loro sembra così tanto nuovo, spesso lo è solo a causa della sua origine geografica. Storicamente, queste forme a volte appartengono a una fase dello sviluppo culturale già superata. Così facendo, in tal modo, confondono la novità geografica con la novità storica. Ciò che essi considerano futuro, pertanto,  è già spesso oramai solo il loro passato, il quale è ritornato dalla periferia. Questo nuovo esoticismo, è ciò che Debord chiama un "esoticismo anti-esotico", e che a differenza dell'esoticismo tradizionale - il quale cercava un cambiamento di scenario in dei paesaggi, o attraverso usanze lontane - si presenta così sotto degli aspetti critici e progressisti. Esso, così facendo, non celebra più l'alterità per la sua propria stranezza, ma piuttosto per la sua presunta autenticità. Le periferie diventano così il luogo immaginario dove le forme di vita, le sensibilità o le esperienze che le "società occidentali" avrebbero perso, sarebbero invece sopravvissute. Ragion per cui, il bersaglio di Debord non erano quindi principalmente gli artisti dei paesi dominati, quando piuttosto gli intellettuali "occidentali", i quali proiettavano le proprie frustrazioni storiche su queste produzioni. La cultura altrove, diventa il sostegno di un desiderio. Anziché affrontare le contraddizioni del presente, essi cercano un'immagine invertita di tutto ciò che manca loro, ai margini.

   Rileggendo oggi, questo testo, esso acquista un interesse che va ben oltre il campo estetico. Debord individua un meccanismo che poi riapparirà in seguito, in alcune forme di terzomondismo culturale,  e di anti-occidentalismo. Certo, non ancora nella forma di quella che Sadik Jalal Al-Azm chiamerebbe "orientalismo inverso", ma però nella forma più generale di un'idealizzazione della periferia. La distinzione è importante. Nell'opera di Al-Azm, l'orientalismo al contrario si riferisce alla tendenza che hanno alcuni discorsi anticoloniali, o culturalisti, ad assumere le categorie dell'orientalismo classico, invertendone il valore. Dove l'orientalismo tradizionale presentava "l'Oriente" mostrandolo come diverso dallo "Occidente", per svalutarlo, ecco che l'orientalismo al contrario trasforma questa differenza in un segno di superiorità morale o spirituale. In entrambi i casi, tuttavia, "l'Oriente" rimane concepito come se fosse un'essenza omogenea e senza tempo.

   Debord non ragiona in questi termini. La sua analisi non si concentra né sulle identità culturali né sulla loro essenzializzazione, ma soprattutto sulle temporalità storiche e sullo sviluppo diseguale delle forme culturali. Ma tuttavia, il meccanismo che egli descrive aiuta a far luce su quello che Al-Azm avrebbe poi criticato. In entrambi i casi, l'Altro è dotato di qualità che il soggetto "occidentale" considera perdute. In entrambi i casi, una particolare situazione storica tende a trasformarsi in un valore intrinseco. L'interesse del testo di Debord risiede pertanto,  non nell'aver anticipato il concetto di "orientalismo al contrario", in senso stretto. Ma per aver identificato assai presto una tentazione intellettuale più generale: quella di fare della periferia un rifugio immaginario per quelle che sono le contraddizioni del presente. Questa valorizzazione romantica dell'Altro -  o, in alcune varianti terzomondiste e anti-occidentali, del sé visto attraverso un'immagine idealizzata dell'Altro - può finire per assumere forme tra loro assai diverse, estetiche, politiche o culturali. Ma che tuttavia si basano sulla medesima operazione: cercare al di fuori di sé, o in un altro luogo storico immaginato, la soluzione simbolica a tutto ciò che non si può più risolvere nella propria situazione storica.

- di @Palim Psao -

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