L'UNICA VIA D'USCITA
- di JEHU -
Una settimana lavorativa di 15 ore, potrebbe porre fine al capitalismo mondiale, e allora perché mai non c'è nessuno che lotta per questo? La classe operaia, ha un'unica vera speranza: porre fine alla produzione di valore e, in tal modo, porre fine anche a sé stessa in quanto classe. Questo non è uno slogan. È una deduzione logica, svolta a partire dalla critica di Marx all'economia politica. La forma pratica di questa speranza consiste in una radicale riduzione della settimana lavorativa. Non a 35 ore, e neppure a 32: a 15 ore, senza alcuna perdita di stipendio settimanale. Rappresenterebbe il momento in cui il lavoratore cede talmente così poco tempo di lavoro non retribuito al capitale, per cui l'intera relazione di valore inizia a disintegrarsi. A diventare la misura della ricchezza, sarebbe il tempo libero, e non più il tempo di lavoro.
Non è una fantasia utopica. È una possibilità reale.
Oggi, le forze produttive globali sono sufficientemente sviluppate, da consentire che 15 ore di lavoro - socialmente organizzato e distribuito in modo intelligente- potrebbero servire a soddisfare tutti i bisogni umani.
L'unica cosa che costituisce un ostacolo su questa strada, è la forma del valore; e lo Stato che la impone.
Pertanto, ecco la domanda che dovrebbe essere nella mente di ogni socialista:
Ma se la settimana di 15 ore è possibile, materialmente e logicamente, perché mai non c'è nessuna classe operaia, in nessun paese capitalista avanzato, che abbia mai fatto una richiesta seria, sostenuta e massiccia per ottenerla?Né negli anni '30. Né negli anni '60. Né dopo la crisi del 2008. Né nel periodo dell'emergenza COVID. Né negli Stati Uniti, in Germania, in Giappone, in Francia o in Gran Bretagna. Nemmeno una volta in novant'anni.
Questo silenzio non è casuale: ma rappresenta lo scandalo, centrale e sottaciuto, del marxismo rivoluzionario.
La logica è solida
Chiariamo cosa effettivamente comporterebbe una settimana lavorativa di 15 ore.
Per prima cosa, verrebbe ribaltato quel rapporto di credito che nasconde lo sfruttamento: nel capitalismo, il lavoratore anticipa la propria forza lavoro al capitalista, cioè lavora per una settimana prima di essere pagato. Tale prestito è un credito senza interessi che il lavoratore concede al capitale. Con la giornata lavorativa di 15 ore, tale anticipo si riduce a tal punto che sarà il capitalista a dipendere dalla collaborazione del lavoratore, e non il contrario.
In secondo luogo, porterebbe l’automazione fino alla sua logica conclusione. Marx ha dimostrato ne *Il capitale*, vol. 3, capitolo 9, che un capitale che non impiega manodopera viva (v=0) può continuare a realizzare profitti, ma esclusivamente sotto forma di trasferimento da altri capitali, che invece impiegano lavoratori. Un singolo paese che riducesse la settimana lavorativa a 15 ore non crollerebbe. Provocherebbe una fuga di capitali, sì, ma la fuga di capitali è una conseguenza, non un fallimento. Il capitale si sposta là dove è necessario. E ovunque esso finisca, i lavoratori avanzeranno le stesse richieste.
Terzo, questo spezzerebbe l'egemonia globale del dollaro. Gli Stati Uniti non sono solo uno Stato capitalista nazionale. Ma si tratta piuttosto del garante delle relazioni globali di valore che vengono svolte attraverso il dollaro, in quanto valuta mondiale.
Una classe operaia americana che ottenesse la settimana lavorativa di 15 ore, distruggerebbe quella che è la base interna di una tale egemonia. La crisi che ne risulterebbe, costringerebbe tutti i paesi dipendenti dalle esportazioni a ridurre la propria settimana lavorativa.
O in caso contrario, ad affrontare una disoccupazione catastrofica.
La logica è inconfutabile. La settimana lavorativa di 15 ore sarebbe la miccia che farebbe esplodere il capitalismo globale. Perché allora nessuno si sta muovendo in questa direzione?
Le scuse strutturali
Le consuete risposte marxiste non sono errate, ma sono semplicemente incomplete. Sì, certo, lo Stato è diventato il capitalista nazionale: il gestore permanente di un sistema moribondo. Reprime i salari, espande il credito e impone lunghe giornate lavorative; e schiaccerà qualsiasi movimento favorevole alla settimana lavorativa di 15 ore con tutte le armi a sua disposizione: repressione, cooptazione, divisione e guerra. Sì, certo l'aristocrazia operaia esiste. I lavoratori americani - in particolare - sono stati comprati - e non con salari alti (che sono stagnanti da cinquant'anni), ma piuttosto con dei prodotti a basso costo prodotti da una manodopera super-sfruttata all'estero, con un credito che sostituisce il reddito e con il salario psicologico della razza bianca e dell'impero. Sì, la classe operaia è frammentata, divisa per competenze, razza, genere, geografia e la costante minaccia della precarietà. Questi sono tutti ostacoli reali. Ma non sono ostacoli assoluti. La classe operaia ha superato ben di peggio. La domanda non è se gli ostacoli siano grandi. È piuttosto perché non sono stati affrontati seriamente negli ultimi novant’anni.
La variabile mancante: la sconfitta
Ecco la risposta che nessun marxismo strutturale vuole ammettere: la classe operaia non ha sollevato questa richiesta perché è stata sconfitta; non solo in scioperi e rivoluzioni, ma anche nella sua capacità di immaginare. Le sconfitte del XX° secolo sono state devastanti e crescenti.
1917 - 1923: In tutta Europa, le rivoluzioni vengono schiacciate. Il sogno dei consigli operai sta svanendo.
1933: La classe operaia tedesca, la più organizzata al mondo, non riesce a fermare Hitler.
1936–1939: La Rivoluzione Spagnola affoga nel sangue.
1945–1948: L'ordine del dopoguerra stabilizza il capitalismo, offrendo consumo anziché emancipazione.
1956: Ungheria. 1968: Cecoslovacchia. L'Unione Sovietica, uno Stato operaio ormai deformato, diventa un monito contro qualsiasi scorciatoia.
1973: Cile. L'ultima via democratica verso il socialismo viene relegata al passato.
Anni '80: Neoliberismo. I sindacati vengono smantellati, i salari ristagnano e nasce la gig economy.
Ogni sconfitta ha ridotto l'orizzonte delle possibilità. Ciò che era pensabile nel 1919 - la giornata lavorativa di sei ore, il controllo operaio, l'abolizione del lavoro salariato - è diventato impensabile nel 1999. La richiesta di una giornata lavorativa di 15 ore, oggi sembra una follia. Non perché sia economicamente impossibile, ma perché la classe lavoratrice ha interiorizzato la propria impotenza. Negli ultimi 90 anni, la porta avrebbe potuto aprirsi in qualsiasi momento. Ma la classe lavoratrice non crede più che si tratti di una porta.
Il blocco ideologico
Il più grande risultato dello Stato non è stato il Welfare sociale o la Guerra.
È la naturalizzazione della settimana lavorativa di 40 ore.
Oggi, 40 ore sembrano essere un evento naturale. Non lo sono.
Si tratta di un esito politico, per il quale il capitale ha lottato ferocemente per poterle stabilire (contro la giornata di dieci ore, la giornata di otto ore, il fine settimana), e che da allora si è bloccato.
Ogni volta che senti un lavoratore dire: «Non potrei mai lavorare meno - perderei la casa, l'assicurazione sanitaria, la mia identità» senti l'eco di novant'anni di sconfitta. Lo Stato e la capitale sono riusciti a collegare la sopravvivenza al lavoro salariato e a ltempo pieno. Credito, debiti, mutui, prestiti studenteschi, assistenza sanitaria, assistenza all'infanzia: tutto ciò dà per scontato una settimana di 40 ore. Pretendere 15 ore significa pretendere l'impensabile: la completa riorganizzazione della riproduzione sociale. La sinistra ha fatto ben poco per sfidare questa situazione. Invece, oggi lotta per riforme graduali: congedo retribuito, malattia, salario minimo da 15 dollari. Va tutto bene. Tutto è necessario. Ma nulla di tutto ciò mette in discussione la settimana lavorativa stessa. Ed ecco la crudele ironia: tali riforme graduali sono assai spesso più difficili da realizzare di quanto lo sia una riduzione radicale delle ore, perché si muovono interamente dentro la logica del capitale. Una settimana di 15 ore rompe questa logica. È un tipo di combattimento diverso. Ma non puoi vincerla se non combatti per essa.
Cosa ci vorrebbe?
Non lo so. E questa è la risposta onesta.
Non posso dirti quando, o come, la classe operaia si sveglierà dalla sua letargia di novant'anni. Non posso dirti quale crisi - collasso ecologico, automazione massiccia, una pandemia, una crisi fiscale - farà sì che le 15 ore possano sembrare non utopiche, ma necessarie.
Non posso dirti come superare frammentazione, paura, sconfitta interiorizzata.
Ma posso dirvi questo: l'unica richiesta socialista che minaccia davvero il capitalismo è che i lavoratori lavorino meno - molto meno - per lo stesso salario.
Ma non perché sia più radicale come slogan, ma poiché attacca la forma del valore alla sua radice: e fa equiparare il tempo di lavoro alla ricchezza sociale.
Qualsiasi altra richiesta - salari più alti, benefici migliori, sindacati più forti - può essere assorbita dal capitale. Farà salire i prezzi, automatizzerà, offshorerà, o la farà franca con l'inflazione.
Ma una settimana lavorativa di 15 ore senza riduzione dello stipendio non può essere assimilata. È un limite che il capitale non può superare.
È il momento in cui la classe operaia smette di essere un venditore di forza lavoro e inizia a diventare un essere umano con del tempo a disposizione.
Il rompicapo è sempre lì
Bene, eccoci qui. La logica è solida. Le condizioni materiali ci sono. La porta è lì che aspetta da novant’anni.
E la classe operaia, in tutti i paesi capitalisti avanzati, ci è passata davanti più e più volte; e non perché sia stupida, non perché sia stata corrotta, non perché sia stata ingannata, ma perché è stata distrutta.
Il compito dei comunisti non è fingere di avere una risposta a questo rompicapo. Il compito è smettere di fingere che il rompicapo non esista.
Non possiamo costringere la classe lavoratrice ad avanzare una rivendicazione che non sente. Ma possiamo smettere di proporre rivendicazioni che lasciano intatta la forma-valore.
Possiamo costruire organizzazioni che rendano conto alle comunità della classe lavoratrice, e non allo Stato. Possiamo analizzare i meccanismi - credito, debito, alloggio, sanità - che legano i lavoratori alle 40 ore.
Possiamo dare un nome alla sconfitta, invece di ignorarla. E forse, in una crisi che nessuno può prevedere, alcuni lavoratori qua e là cominceranno a porre la domanda proibita:
perché continuo a lavorare quaranta ore quando le macchine potrebbero farlo in quindici?
Se a porla, saranno in numero sufficiente, forse allora la porta si aprirà, finalmente.
E dall’altra parte non c’è il socialismo come slogan. C’è il tempo libero: l’unica ricchezza che conta.
- JEHU - Pubblicato il 15/06/206 su https://necplusultra.noblogs.org/
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