giovedì 11 giugno 2026

I Sogni dell’Antisionismo Redentore…

"La Palestina ci salverà tutti"
- Rappresentazioni della Palestina nell'antisemitismo contemporaneo legato a Israele -
di Tim Stosberg

Camminando lungo il Boulevard de la Villette a Parigi, vicino alla Gare du Nord e alla Gare de Paris-Est, ti potresti imbattere in un impressionante graffito: un poliziotto in tenuta antisommossa aggredito da due uomini, uno con una kefiah, l'altro con un'anguria. In passato, a simboleggiare l'identità palestinese e la lotta palestinese contro Israele, era il ramo d'ulivo; oggi, l'anguria ha preso il suo posto, circolando dalle proteste di strada europee fino ai social media. Ma c'è un altro dettaglio che attira l'attenzione. Un slogan che vi è stato inciso "LA PALESTINA CI SALVERÀ TUTTI". Questo slogan - o la sua variante leggermente modificata "La Palestina ci libererà tutti" - si è reso popolare dopo il 7 ottobre 2023, allorché molti studenti nei campus occidentali, e molti attivisti altrove, hanno scelto di non esprimere alcuna solidarietà con le vittime israeliane, bensì di portarla aii loro boia: Hamas e la Jihad Islamica. Da allora in poi, è diventato uno dei ritornelli più popolari del movimento pro-palestinese, scandito dai manifestanti che indossavano collane a forma di anguria o, come qui, solo disegnate sui muri. Però, la domanda rimane: come dovrebbe fare la Palestina a salvarci, o a liberarci tutti ; e da cosa esattamente? Dal cambiamento climatico e dal capitalismo? dalla guerra e dalle ingiustizie? O, più cupamente, dagli "ebrei"?

Falsa proiezione e de-realismo politico
    Diviene rapidamente chiaro che la "Palestina", invocata in uno slogan simile, abbia ben poco a che fare con un luogo e con la realtà del popolo palestinese. Come osserva Matthew Bolton, ci sono diverse versioni di "Palestina" che circolano nel discorso contemporaneo su Israele/Palestina - una, è la Palestina della sinistra europea e americana, che viene descritta come «una "Palestina" disegnata da un'estetica rivoluzionaria di terza mano.» [*1]. Questa versione, ci offre diverse immagini della Palestina, la cui analisi è essenziale per poter comprendere, sia il significato che la popolarità dello slogan. La ricerca critica sull'antisemitismo ci offre delle intuizioni decisive ai fini di una tale analisi. Quando Max Horkheimer e Theodor W. Adorno esaminarono le dinamiche dell'antisemitismo "völkisch" degli anni '40, lo interpretarono come un'esteriorizzazione degli impulsi propriamente antisemiti: «Nell'immagine dell'ebreo che i nazionalisti razziali propongono al mondo, essi esprimono la loro propria essenza. La loro avidità si concentra sul possesso esclusivo, sull'appropriazione, sul potere illimitato e a qualsiasi costo.» [*2]. Per Horkheimer e Adorno, l'antisemitismo si basa su una «falsa proiezione». In psicologia psicoanalitica, la "proiezione" si riferisce a un meccanismo di difesa psichica che attribuisce a un altro esterno dei sentimenti e delle idee insopportabili. Nella concezione di Horkheimer e Adorno, tuttavia, il suo carattere falso o patologico non risiede nella proiezione stessa, ma piuttosto nell'incapacità di riconoscere questi impulsi come propri. Come essi scrivono, il soggetto, incapace di rendere all'oggetto ciò che ne ha ricevuto, «non ne viene arricchito, ma impoverito. Perde riflessione in entrambe le direzioni: e non riflettendo più sull'oggetto, non riflette più su sé stesso, e quindi perde la capacità di differenziare. Invece della voce della coscienza, egli sente le voci; invece di esaminarsi interiormente per elaborare il protocollo della propria sete di potere, attribuisce agli altri i "Protocolli dei Savi di Sion!"» [*3]. In altre parole: le immagini antisemite dell''"ebreo" vengono disconnesse dalla realtà, e derealizzano così gli ebrei. Al contrario, vengono a essere radicate in una visione manichea del mondo, e sono mantenute graze a delle proiezioni individuali, la cui origine l'antisemita non conosce. Radicate culturalmente, queste immagini offrono spiegazioni apparentemente semplici per dei fenomeni e dei conflitti sociali complessi, mentre l'"ebreo" si limita a fungere da superficie di proiezione aperta e concreta per ansie, rancori e desideri personali e collettivi. Ricerche critiche sull'antisemitismo contemporaneo, hanno dimostrato che anche l'antisemitismo legato a Israele si basa su tali proiezioni. Nelle immagini dominanti di Israele oggi, le realtà del Medio Oriente, della storia di Israele e del conflitto arabo-israeliano spesso appaiono solo in forma derealizzata. Studi recenti hanno analizzato queste immagini in profondità. Ciò che manca in gran parte, tuttavia, sono gli esami del loro corrispettivo: le immagini idealizzate della Palestina all'interno dell'antisemitismo contemporaneo legato a Israele. Si può sostenere che queste immagini siano il prodotto della stessa psicodinamica descritta sopra, in quanto non riflettono semplicemente attributi opposti a quelli proiettati su Israele: sono alimentate da proiezioni distinte che svolgono funzioni individuali e sociali specifiche.

La Palestina sognata come una terra autentica
    Analizzando il panorama degli studi sul colonialismo di insediamento (SCS), che oggi svolgono un ruolo fondamentale nell'interpretazione di Israele/Palestina all'interno dell'accademia occidentale, si può identificare una prima immagine: l'immagine della Palestina vista come luogo di una comunità indigena e autentica. Secondo lo storico Lorenzo Veracini, uno dei principali rappresentanti della SCS, il paradigma del colonialismo di insediamento fornisce un quadro per valutare le rivendicazioni indigene [*4]. Veracini definisce l'indigeneità come una "relazione ontologica" con la terra, esistente da "tempi immemorabili" [*5]. Un altro rappresentante della SCS, il critico letterario Steven Salaita, aggiunge che il termine reca in sé molte connotazioni aggiuntive «relative ad accesso, appartenenza, biologia, cultura, giurisdizione e identità» [*6]. Sebbene il SCS generalmente riconosca i palestinesi solamente come indigeni di Israele/Palestina, esso cerca di ridefinire l'identità palestinese anche attraverso questa concezione di indigeneità, andando oltre le narrazioni familiari del folklorismo e del nazionalismo palestinese [*7]. La descrizione che lo storico Ilan Pappe traccia del villaggio storico di Sirin, a sud-ovest del Mar di Galilea, può essere letta come un esempio di questa tendenza accademica più ampia. Nel suo libro “La pulizia etnica della Palestina”, scrive: «In questa parte della Palestina, il terreno è difficile, e le estati sono insopportabilmente calde. Eppure, l'habitat che si è sviluppato intorno al maqam e alle sorgenti vicine [...] somigliava a quello di alcuni villaggi con un clima assai migliore, e con un flusso ininterrotto di acqua dolce. Gli animali portavano l'acqua dai pozzi, e i contadini diligentemente la usavano per trasformare la terra aspra in un piccolo Giardino dell'Eden. […] Sirin era ritenuta un ottimo esempio del sistema collettivo di condivisione delle terre, a cui gli abitanti del villaggio aderivano, risalente al periodo ottomano, e che aveva superato sia la capitalizzazione dell'agricoltura locale sia la spinta sionista verso l'appropriazione della terra.» [*8] Pappe ammira non solo i successi dei villaggi, ma anche la loro resilienza a fronte delle dure condizioni ambientali, della trasformazione capitalista e dell'espansione sionista. Secondo lui, questo stile di vita ebbe una fine improvvisa nel 1948, quando Sirin sarebbe stata distrutta dalla Haganah [*9]. Ciò che emerge da questo ritratto quasi poetico, è un'immagine della Palestina come comunità organica, radicata in un rapporto intimo con la natura e resistente alle forze esterne di disturbo. Il politologo Jamal Nabulsi porta più lontano questa visione romantica: «È chiaro che i legami dei palestinesi con la terra, come quelli di altri popoli indigeni, comprendono non solo la proprietà della terra, ma un legame molto più profondo con la terra e il suolo della Palestina. […] La sovranità indigena palestinese è nella terra e della terra. Si trova radicata in un legame incarnato con la Palestina ed è articolata nei modi palestinesi di essere, conoscere e resistere su e per questa terra.» [*10] Nabulsi, così,  generalizza il motivo del legame palestinese con la terra in un'affermazione più ampia sull'indigenità palestinese. Sebbene in seguito ammetta che le identità nazionali siano costruite socialmente, ritratta questa intuizione essenzializzando l'indigenità palestinese, attribuendole qualità epistemiche e spirituali. La giornalista australiana Caitlin Johnstone porta ancora più all'estremo questa logica del paradigma del colonialismo di insediamento. Laddove Pappe e Nabulsi, attraverso la resilienza storica o attraverso epistemologie indigene, presentano la Palestina come autentica, Johnstone si collega ai suoi propri desideri di purezza e appartenenza. In un post sul suo blog, dice di invidiare i palestinesi per «la loro cultura estremamente autentica, con le sue radici profonde e il legame antico con la terra» [*11]. Poi continua: «I palestinesi sono persone straordinariamente belle. Quanto sono teneri l'uno con l'altro. Quanto sia reale e organica la loro spiritualità. Quanto profondamente amano la loro cultura in tutte le sue espressioni uniche. Poiché i loro legami reciproci sono profondamente intimi, sia tra individui che con la loro comunità nel suo insieme.» [*12] Per Johnstone, queste caratteristiche derivano dall'indigenità dei palestinesi. Invece, ritrae gli israeliani come inautentici e liquida la loro cultura come "falsa". Secondo lei, essi possono solo invidiare i palestinesi: «E la loro invidia si trasforma in rancore. E il loro rancore si trasforma in odio. E il loro odio si trasforma in genocidio.» [*13]. Tuttavia, è sempre  la stessa Johnstone che afferma di condividere questo desiderio. In quanto "persona bianca nel mondo colonizzato", confessa che anche lei manca di qualsiasi autentico legame con la terra in cui vive: «Non abbiamo alcun legame. Nessuna profondità storica. Nessuna vera cultura. Nessun vero ancoraggio». [*14] In modo inquietante, Johnstone respinge via i propri sentimenti di colpa, alienazione e desiderio proiettandoli sulla Palestina. Allo stesso tempo, si concede l'assoluzione morale insistendo che, a differenza degli israeliani, lei almeno è consapevole della propria invidia. Nel loro insieme, questi tre esempi contribuiscono a costruire un’immagine distorta della Palestina, in cui la retorica antisemita – come l’opposizione tra comunità e società – si intreccia con stereotipi orientalisti rivisitati. Ogni autore romanticizza e idealizza la Palestina, rendendola un luogo di autenticità e resistenza. Se questa immagine della Palestina può, da un punto di vista psicosociale, essere spiegata dal meccanismo di proiezione, o addirittura da una falsa proiezione nel senso di Horkheimer e Adorno, si può osservare anche un'altra dinamica psichica. Secondo Tom Uhlig, questa dinamica può essere letta attraverso la teoria della psicologia di massa di Sigmund Freud [*15]. Nei movimenti di massa, le persone si uniscono attorno a un ideale comune dell’io – l’immagine interiore del sé che si desidera diventare. Questo ideale del sé può essere ancorato a un oggetto esterno. come un leader o un'idea. Uhlig suggerisce che, all'interno dei movimenti antisemiti, la Palestina abbia da tempo assunto questa funzione come ideale del sé – e non solo dal 7 ottobre. Si potrebbe aggiungere che questa dinamica corrisponde alla ricerca permanente della sinistra di un soggetto rivoluzionario. Ciò che un tempo era il proletariato, e poi i popoli del cosiddetto Terzo Mondo, ora sembrano essere i palestinesi.

Collegare tutte le lotte in Palestina
    Su questa base, si fonda quella che è una seconda immagine della Palestina, rappresentandola come se fosse un luogo di diverse lotte sociali e politiche. Ci sono molti esempi: lotte queer e femministe, lotte per la giustizia climatica e contro il capitalismo, persino le lotte dei nativi americani; tutte collegate alla Palestina. Alla radice di tutto ciò c'è un'idea avanzata, tra le altre, dall'icona femminista Angela Davis: le lotte locali contro l'oppressione non dovrebbero più essere viste in isolamento, ma nella loro interconnessione globale [*16]. Come esempio di questa "intersezionalità delle lotte", Davis cita sia la lotta contro il razzismo a Ferguson, Missouri, sia la lotta palestinese per l'autodeterminazione nazionale. Secondo lei, questi movimenti sono collegati perché le unità di polizia americane hanno ricevuto un addestramento fornito dalla polizia israeliana. Eppure, come osserva Karin Stögner, Davis alla fine non riesce a dimostrare in modo convincente come queste lotte siano storicamente, politicamente o religiosamente, interconnesse [*17]. Le contraddizioni sono più evidenti nella pratica: nel settembre 2025, la leadership della Global Sumud Flotilla — un convoglio multinazionale di diverse decine di navi che tenta di sfondare il blocco navale israeliano di Gaza — ha espresso il suo malcontento per la presenza di attivisti LGBTQ tra l'equipaggio della flottiglia. Secondo il quotidiano Brussel Signal, questi leader vedevano il tentativo di collegare la causa queer a quella palestinese come un attacco ai "valori sociali" palestinesi [*18]. Eppure anche tali prove empiriche sono tutt'altro che sufficienti a scuotere la sinistra americana ed europea. Come possiamo spiegare, allora, questa immagine della Palestina come luogo di varie lotte sociali e politiche? Una possibile interpretazione si basa sull'incapacità della sinistra occidentale di ottenere successi emancipatori duraturi. L'ordine mondiale neoliberista-capitalista rimane saldamente al suo posto, e né l'Australia né gli Stati Uniti sono stati decolonizzati con successo. La Palestina – e la lotta contro il sionismo e Israele – sembra offrire una prospettiva più tangibile di successo e soddisfazione. Come riassume criticamente Adam Kirsch: «Ma se ci fosse un paese dove il colonialismo di insediamento potesse essere sfidato in modi diversi dalle parole? […] Ancora meglio, e se questa società coloniale di coloni fosse stata abbastanza piccola e minacciata da sembrare una possibilità realistica piuttosto che un sogno utopico?» [*19]. Da un punto di vista psicosociale, si può presumere che un'immagine del genere della Palestina intensifichi ulteriormente le proiezioni. «La Palestina ci salverà tutti», illustra questa dinamica con una chiarezza sorprendente.

La Palestina come orizzonte di redenzione
   Questo ci porta infine a una terza immagine della Palestina: quella che la concepisce come un luogo di redenzione. Seguendo Detlev Claussen, l'antisemitismo moderno può essere inteso come una sorta di religione quotidiana — una forma degradata di religione in cui i resti di una fede un tempo vincolante si fondono con elementi di una coscienza conformista [*20]. Saul Friedländer sottolinea anche che l'antisemitismo moderno perpetua degli elementi dell'antiebraismo cristiano. Tra questi c'è l'idea che l'annientamento dell'"ebreo", concepito come inviato demoniaco del male, debba precedere l'avvento di Cristo e quindi la redenzione. Friedländer parla di un "antisemitismo redentore" [*21] : la convinzione che la salvezza dell'umanità dipenda dall'annientamento degli ebrei. Come illustra il caso dell'influente teorico decoloniale Ramón Grosfoguel, questa eredità persiste, nell'antisemitismo legato a Israele, e plasma l'immagine della Palestina: nel suo saggio del 2024 "Gaza: The Warsaw Ghetto of the 21st Century", scritto nel contesto delle operazioni militari israeliane dopo il 7 ottobre, Grosfoguel sviluppa una narrazione satura di tropi antisemiti. Parla di un "momento profondamente spirituale e messianico", nel quale l'umanità si sottomette alla "modernità capitalista occidentale, in quanto civiltà di morte", oppure compie un passo decisivo verso la redenzione [*22]. In riferimento alla Palestina, radicalizza questa visione apocalittica: «La Palestina rappresenta un momento cruciale. In Palestina, è in gioco il futuro dell’umanità, in un confronto tra le forze anti-imperialiste di liberazione che i profeti hanno sempre annunciato e le potenze imperialiste dei faraoni, degli imperatori e dei re. »[…] «La libertà della Palestina costituirà una grave sconfitta per le forze imperialiste occidentali e contribuirà alla lotta per l’affermazione della vita. La vittoria palestinese eleverà l’umanità a un livello superiore di coscienza. Facciamo giustizia in Palestina per salvare l’umanità dai “faraoni” del nostro tempo!» [*23] Ed ecco che qui, lo slogan "La Palestina ci salverà tutti" si trasforma in una fantasia proiettiva di completa redenzione: la lotta palestinese contro Israele diventa l'atto decisivo per salvare l'umanità. Nell'immagine della Palestina, che viene data da Grosfoguel, l'antisionismo si fonde con il vecchio schema dell'antisemitismo redentore; una costellazione che, seguendo Bruno Chaouat, può essere descritta come "antisionismo redentore" [*24]. Tali proiezioni vanno però a discapito degli stessi palestinesi, ai quali viene assegnato il ruolo di capri espiatori della salvezza universale. In questa visione, ai palestinesi viene in definitiva negata ogni capacità di agire politicamente, e chiunque cerchi un compromesso politico con Israele viene messo a tacere. Dal 7 ottobre, è diventato ancora più evidente che la sinistra americana ed europea non è disposta, né è capace di riflettere criticamente sul suo obiettivo; e quindi su se stessa. Anziché mettere in discussione le loro stesse immagini della Palestina, si aggrappa alla convinzione che "la Palestina ci salverà tutti." In un contesto più ampio, questo solleva la questione di sapere se la sinistra occidentale abbia essa stessa una parte sostanziale di responsabilità nell’attuale situazione di stallo in Israele/Palestina.

- Tim Stosberg - Pubblicato il 3/6/2026 su https://k-larevue.com/

NOTE:

1 - Bolton, M. (2024) «Disilludendo la Palestina. Moralismo e iperpolitica nel seguito del 7 ottobre », dans R. Freedman, D. Hirsh et O. Lanir Zafir (dir.), Responses to 7 October. Discorso antisemita. Londra–New York : Routledge, p. 44–52, ici p. 45.
2 - Horkheimer, M. e Adorno, T. W. (2002) Dialettica dell'Illuminismo: Frammenti filosofici. Stanford: Stanford University Press, pp. 137–138.
3- Ivi - pag. 156
4 - Vedi Veracini, L. (2018) "Israele-Palestina attraverso una lente di studi coloniali-coloniali", Interventi, 21(4), pp. 568–581.
5 - Ibid., p. 577.
6 - Salaita, S. (2016) Inter/nazionalismo: Decolonizzazione dei Nativi America e della Palestina. Minneapolis: University of Minnesota Press, p. 19.
7 - Vedi Kirsch, A. (2024) Sul colonialismo dei coloni: ideologia, violenza e giustizia. New York: W. W. Norton & Company, pp. 120–123.
8 - Pappe, I. (2007) La pulizia etnica della Palestina. Oxford: Oneworld Publications, pp. 105–106. Un Maqam è il luogo di sepoltura di un santo musulmano.
9 - Si veda la conclusione di Benny Morris secondo cui Sirin fu effettivamente evacuata per ordine del Comitato Arabo Superiore nell'aprile 1948. Morris, B. (2004) La nascita del problema dei rifugiati palestinesi rivisitata. Cambridge: Cambridge Univ. Press, p. 177.
10 - Nabulsi, J. (2023) 'Riconquistare la sovranità indigena palestinese', Rivista di Studi Palestinesi, 52(2), pp. 24–42, qui p. 33.
11 - Johnstone, C. (2025) 'Invidio i palestinesi', La newsletter di Caitlin, 27 marzo. Disponibile su: https://www.caitlinjohnst.one/p/i-envy-the-palestinians (consultato: 27 settembre 2025).
12 - Ibid.
13 - Ibid.
14 - Ibid.
15 - Vedi Uhlig, T.D. (2024) 'Lang lebe der Widerstand. Zur antisemitischen Psychodynamik nach dem 7. Oktober, diskus, (124), pp. 15–19.
16 - Vedi Davis, A.Y. (2016) La libertà è una lotta costante: Ferguson, la Palestina e le fondamenta di un movimento. Chicago, Illinois: Haymarket Books.
17 - Vedi Stögner, K. (2023) 'Angela Davis und Queer BDS: Was hat Palästina mit Feminismus zu tun?' Documento di lavoro CARS #016'. Disponibile su: https://kidoks.bsz-bw.de/frontdoor/deliver/index/docId/4523/file/CARS_WorkingPaper_016.pdf (consultato: 27 settembre 2025).
18 - Deconick, C. (22.09.2025) "Non tutti sulla stessa barca: la leadership della flottiglia di Gaza si rivolta contro se stessa per un'agenda 'woke'", Segnale di Bruxelles. Disponibile: https://brusselssignal.eu/2025/09/not-all-in-the-same-boat-gaza-flotilla-leadership-turns-on-itself-over-woke-agenda (consultato il 27 settembre 2025).
19 - Kirsch, 2024, p. 76.
20 - Vedi Claussen, D. (1992) "Die antisemitische Alltagsreligion. "Hinweise für eine psychoanalytisch aufgeklärte Gesellschaftskritik", in W. Bohleber e J. S. Kafka (a cura di), Antisemita. Bielefeld: Aisthesis, pp. 163–170.
21 - Friedländer, S. (1998) La Germania nazista e gli ebrei. Volume 1: Gli anni di persecuzione. New York: Harper Perennial.
22 - Grosfoguel, R. (2024) "Gaza: il ghetto di Varsavia del XXI secolo", Commissione Islamica per i Diritti Umani, 1 marzo. Disponibile: https://www.ihrc.org.uk/gaza-the-warsaw-ghetto-of-the-21st-century/ (consultato il 27 settembre 2025).
23 - Ibid.
24 - Chaouat, B. (2016) La teoria è buona per gli ebrei? Il pensiero francese e la sfida del nuovo antisemitismo. Liverpool: Liverpool University Press, p. 236.

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