giovedì 4 giugno 2026

Un’Utopia techno-industriale “auto-gestita”…

Il mito dell'autogestione, ovvero, come non uscire dal capitalismo
- di Nicolas Casaux -

   Guillaume Etiévant - esperto economico del CSE (Comité Social et Économique)  e dei sindacati, e co-direttore della rivista "Frustration" - ha appena pubblicato un libro, umilmente intitolato, "Autogestione generale – uscire dal capitalismo: un metodo", pubblicato da "Les Liens qui Libient". Niente di nuovo sotto il sole. Si tratta semplicemente dell'ennesimo contributo di un militante di questa sinistra pseudo-radicale – ancora nutrita dall'immaginario comunista – alla perpetuazione della chimera di una civiltà tecno-industriale autogestita. Etiévant, non fa altro che tirare fuori dall'armadio tutte le vecchie favole, e fantasie, della sinistra tipo PSU, confondendo l'uscita dal capitalismo con l'autogestione del sistema tecno-economico. Per dimostrare che l'autogestione della civiltà industriale è possibile, egli dedica parte del suo libro a mettere in luce quelle che sono le esperienze di autogestione. Inizia così dall'episodio italiano noto come il "Biennio Rosso". degli anni 1919 e 1920, che egli rappresenta come un momento in cui un'intera regione del paese era riuscita a "autogestirsi" (a gestire in modo democratico ed egualitario) il sistema industriale. Tuttavia, nel racconto di Amilcar Rossi (alias Angelo Tasca) -  cofondatore del giornale comunista "L'Ordine Nuovo", leader socialista locale e figura di spicco nell'ambiente operaio torinese, direttamente coinvolto nei dibattiti e le esperienze del "Biennio Rosso" - questo breve periodo non sembra rappresentare l'istituzione, nemmeno fugace, di una società industriale egualitaria e autogestita. Sotto la sua penna, le occupazioni delle fabbriche costituiscono piuttosto una situazione di crisi, guidata o supervisionata dalle organizzazioni sindacali e socialiste, dipendenti da uno staff tecnico assai spesso assente, che devono far fronte alla mancanza di materie prime e di denaro, garantite da una disciplina operaia, il cui carattere realmente democratico ed egualitario è piuttosto discutibile: «Molti operai non ne potevano più di passare tutto il loro tempo dentro le fabbriche, al punto che, verso la fine della mobilitazione, si decise di vietare loro di uscire, per paura che non facessero più ritorno. E così le “guardie rosse” di guardia alle porte, incaricate di difendere le fabbriche da eventuali attacchi, servirono anche a impedire a un gran numero dei lavoratori di disertare.» (Angelo Tasca, da "Nascita e avvento del fascismo", Prefazione di Ignazio Silone, Collana I colibrì, Venezia, Neri Pozza, 2021). Soprattutto, queste occupazioni non creano un nuovo mondo industriale. Come tutti gli altri esempi di "autogestione" che vengono menzionati da Etiévant, si tratta solo di individui che (molto) temporaneamente occupano delle fabbriche, si appropriano di macchine utensili, di reti di approvvigionamento e di infrastrutture che sono state già prodotte, e istituite. I lavoratori occupano un apparato industriale che era già stato precedentemente costituito dal capitalismo, dallo Stato e dalle tecnoscienze. Anche ammettendo che si sia davvero trattavo davvero di una questione di "autogestione" (cosa che viene ancora ampiamente dibattuta), la – assai breve – autogestione di una fabbrica, o di un complesso industriale, non ci dice assolutamente nulla sulla capacità di autoprodurre tale fabbrica o complesso. Pertanto, solo per questo motivo, è più che dubbio parlare di "autogestione". Il trotskista Bruno Paleni, autore di un libro su questi "anni rossi", nota la presenza, a Torino, di una "aristocrazia operaia", e «l'influenza esercitata da parte di una minoranza di giovani socialisti rivoluzionari». Nelle fabbriche, la disciplina era tale che «sui banchi da lavoro si può leggere inciso lo slogan: "Chi non lavora non mangia", oppure "Il lavoro nobilita".» Stiamo davvero assistendo, all'interno delle fabbriche, a una vera democrazia? Si direbbe che non sia stato proprio così. Quello che persisteva, era Il principio della delega del potere, in particolare tramite l'elezione; un mezzo politico appartenuto all'aristocrazia. Come nota Paleni, sui Consigli di Fabbrica: «Durante l'occupazione, presero il posto delle direzioni padronali e rappresentarono, agli occhi dei lavoratori, l'organo di potere nella fabbrica, il loro potere. […] In tutte le fabbriche della Fiat, erano costituiti dai consigli della fabbrica eletti dai commissari delle officine, i quali erano a loro volta eletti da tutti i lavoratori, e dovevano controllare l'intera vita della fabbrica: produzione, forniture e scambi con le altre aziende, cibo, disciplina interna, difesa. E in questi consigli di fabbrica l'influenza dei militanti più radicali del Partito Socialista era importante. Al Fiat-centro, era il comunista Giovanni Parodi alla testa del Consiglio di Fabbrica. La Borsa del Lavoro di Torino, controllata dai membri delle frazioni comuniste (seguaci di Bordiga e dell’Ordine Nuovo di Gramsci), coordina a livello cittadino il sistema di gestione operaia delle fabbriche occupate, istituendo diverse commissioni incaricate dello scambio di prodotti tra le fabbriche, dei fornitori di energia e materie prime e dei subappaltatori, oppure della difesa delle imprese occupate.» (Bruno Paleni, da "Italie 1919-1920. Les deux années rouges: Fascisme ou révolution?", Les Bons caractères, 2011).

   Il giornalista italiano Piero Gobetti - che all'epoca aveva poco più di vent'anni e seguiva da vicino le occupazioni - sostenne che si trattava di  «un grande tentativo di raggiungere, non il collettivismo, quanto piuttosto un'organizzazione del lavoro, nella quale i lavoratori, o almeno i migliori di loro, divenissero ciò che gli industriali sono oggi.» E come osserva lo storico francese Éric Vial, «non c'è da farsi illusioni, né sull'esito immediato né sulle motivazioni della maggioranza, e osserva che "gli operai obbediscono ai commissari dell'officina perché comandano con la pistola in mano"» (Piero Gobetti, Liberalismo e Rivoluzione Antifascista, a cura di Éric Vial, Éditions Rue d'Ulm/Presses de l'École normale supérieure, 2010). Lo storico italiano Giuseppe Maione sottolinea come il movimento di occupazione fosse pieno di tensioni, e persino di conflitti:, nei quali la massa dei "disorganizzati" non accettava pienamente le direttive dei nuovi organi; al contrario, ci sono segnalazioni di scontri violenti tra la base e i nuovi leader. ("I consigli operai (1919) e i consigli di gestione (1946), una valutazione critica", in Autogestion – L'Encyclopédie internationale, volume 9, Syllepse, 2020). Così, Etiévant evoca, come ci si potrebbe aspettare, la Spagna del 1936; ma la sua versione romanticizzata, come ci si potrebbe aspettare. Leggendolo, si ha come l'impressione che l'intera popolazione si stia organizzando in maniera spontaneamente e perfettamente egualitaria per poter gestire «una gran parte dell'economia spagnola.» La realtà è assai meno rosea. Ci furono leader, gerarchie e conflitti; sull'argomento possiamo fare riferimento all'opera di Freddy Gomez, e in particolare al suo libro "Folies d'Espagne – Ombres et lumières d'un anarchisme de guerre" (L'Echappée, 2025). Assai spesso, la Rivoluzione spagnola del 1936 viene invocata come una sorta di prova storica dell'idea che una società industriale possa funzionare senza Stato, senza leader e senza gerarchia. Ma non appena esaminiamo la realtà che si trova dietro l'immagine cliché, ecco che subito il quadro diventa assai più complicato. Certo, ci fu davvero una sorta di rivoluzione sociale: terre collettivizzate, officine occupate, tramvie, servizi e fabbriche poste sotto il controllo operaio, assemblee, comitati eletti, forme di uguaglianza sociale. Danny Evans, storico dell'anarchismo spagnolo e autore di "Revolution and the State: Anarchism in the Spanish Civil War 1936-1939" (2018, Routledge), osserva come i rapporti di produzione, i rapporti tra i sessi, e i costumi di un paese cattolico e gerarchico, vennero davvero sconvolti. Ma mostra anche che questa rivoluzione fu immediatamente coinvolta in un processo di ricostruzione dello Stato repubblicano; con la collaborazione di alcuni leader libertari. Michael Seidman, storico sociale americano, e autore di "Republic of Egos – A Social History of the Spanish Civil War" (University of Wisconsin Press, 2002), evidenzia comportamenti ordinari: fame, stanchezza, assenteismo, mercato nero, rifiuto del lavoro, diserzione, difesa della famiglia, o degli interessi locali. Lungi dall'essere una coscienza rivoluzionaria unanime, tutto ciò rivela una società guidata da bisogni materiali, scarsità, collasso monetario e dalla difficoltà di far produrre gli individui per qualcosa che non sia la propria sopravvivenza. Gestire treni, produrre armi, distribuire pane, nutrire una città, coordinare officine, organizzare un fronte; tutto ciò richiedeva competenze, arbitrati per stabilire le priorità, responsabili e sanzioni. Dietro il vocabolario dell'autogestione, riemersero quasi immediatamente le funzioni di comando: comitati di gestione, consigli economici, tecnici, ispettori della Generalitat, leader militari, ministri della CNT, pattugliamenti armati, disciplina lavorativa in nome della guerra. Il boss poteva essere scomparso, ma il coordinatore, il delegato, l'esperto, il capo colonna, il ministro e il poliziotto rivoluzionario entravano da un'altra porta. La sinistra industriale autogestita, sostiene di opporsi alla gerarchia e all'autorità, ma tuttavia le rinnova sempre entrambe, e lo fa in un modo o nell'altro «anche se significa farle solo a parole, nascondendo l'autorità sotto un falso nome ("missione", "coordinamento", "federazione", "associazione", ecc.)». In Spagna, nel 1936, «un'organizzazione anarchica partecipò a un governo, a un esercito, cercò di persuadere i lavoratori a sottomettersi agli imperativi della produttività industriale, minacciò i recalcitranti con sanzioni,» in breve, fece «dall'oggi al domani l'opposto di ciò che aveva professato per mezzo secolo», osservò François Roux nella recensione di un libro di Myrtille Gonzalbo. L'esperienza spagnola non dimostra affatto che una società industriale potesse funzionare senza gerarchie.

  Etiévant prosegue con l'episodio di "autogestione" avvenuto in Algeria sotto Ben Bella nei primi anni '60, cosa che non dimostra nulla. Anche qui si verificò effettivamente l'acquisizione di terreni e di attività commerciali lasciate vuote dopo la partenza dei coloni, ma questa ripresa fece immediatamente parte di un quadro statale, amministrativo e urbanistico. Comitati di gestione, direttori nominati, uffici, un ministero, un unico partito, gli imperativi di produzione e redditività: l'esperienza algerina non dimostra che una società moderna possa fare a meno di delega e gerarchia. Piuttosto, mostra come un'iniziativa popolare, non appena deve far funzionare un'economia nazionale, venga inevitabilmente catturata dalle mediazioni da cui dipende. Etiévant loda pertanto i meriti della "autogestione" sotto il regime dittatoriale di Tito in Jugoslavia, che lui stesso aveva presentato come "strettamente supervisionata". E nella misura in cui  riconosce la non autonomia di quest'altro episodio di "autogestione" immaginaria, allora questo dovrebbe parlare da sé solo. Ma brevemente. In un testo dedicato alla "Autogestione in Jugoslavia", nell'ottavo volume della "Enciclopedia Internazionale dell'Autogestione", lo scrittore serbo Goran Markovic osserva che: «I consigli operai non furono creati come risultato di un movimento consapevole dei lavoratori, ma piuttosto come un sottoprodotto del conflitto tra Stalin e la leadership del PC jugoslavo. È improbabile che questi consigli dei lavoratori sarebbero stati creati se questo conflitto non ci fosse mai stato.» Il punto di svolta dell'economia jugoslava ebbe inizio nel 1949-1950, con la creazione dei consigli dei lavoratori -  scrive Yvo in un altro testo dedicato all'argomento - e pubblicato nello stesso volume della "Enciclopedia Internazionale dell'Autogestione", esso «corrispondeva al desiderio di ottenere il sostegno delle masse jugoslave nel conflitto tra la leadership titoista, e lo stalinismo e il sostegno interno di quest'ultimo. Cioè, se c'era una concessione da parte dei leader, essa era per una questione vitale: mantenere il potere (e le proprie vite, perché, all'epoca, le discussioni ideologiche finivano con delle sparatorie). Ma i leader jugoslavi erano abbastanza lungimiranti da salvare i propri privilegi allo stesso tempo delle loro vite. Così, anche il fenomeno politico diventa un fenomeno di classe, l'apparato di partito mantiene la sua posizione di guida, anche nella nuova struttura. La nuova classe dirigente non perde nulla in questa operazione, al contrario, ottiene una certa stabilità a livello interno; e a livello esterno un nuovo prestigio e... un nuovo aiuto economico. […] Le cause dell'autogestione in Jugoslavia, determinano le possibilità per lo sviluppo stesso dell'autogestione e, soprattutto, i limiti stretti imposti a questo sviluppo determinano a loro volta anche tutte le sue ambiguità, tutte le sue contraddizioni, e un certo numero di sue debolezze. Alla fine, Yvo conclude: «non puoi identificarti con questa esperienza, né difenderla incondizionatamente; non solo le facciamo delle critiche e abbiamo delle riserve, ma non accettiamo il principio di un partito politico che debba avere il ruolo principale, preponderante, onnisciente e onnipresente.» Etiévant richiama anche dei presunti episodi di autogestione, i quali sarebbero avvenuti nella Russia sovietica nel 1917, e nella Cina maoista, in particolare durante la mitica Comune di Shanghai. Altri due esempi poco convincenti, sui quali non mi soffermerò perché presentano gli stessi punti deboli degli altri e questo testo è già troppo lungo. In entrambi i casi, "l'autogestione" è stata breve, localizzata, instabile, piena di tensioni, tutt'altro che priva di leader o gerarchie, e sempre coinvolta negli organi di potere - il partito, lo stato, l'esercito, i sindacati, i comitati rivoluzionari - che la controllavano, la inquadravano o alla fine la assorbivano. Nulla che suggerisca, nemmeno lontanamente, che il sistema tecno-industriale possa essere autogestito. Oltre a una fabulazione piuttosto rozza (che francamente non sorprende da parte di un sinistro prigioniero delle sue mitologie rivoluzionarie), Etiévant ammette di far parte di questa sinistra che continua a «dedicare una fascinazione romantica [...] a figure come Lenin o Che Guevara», e si possono notare diversi problemi fondamentali dalla prospettiva della sinistra autogestita a cui si richiama Etiévant: la sua definizione di capitalismo è eccessivamente limitata. Egli lo riduce grossomodo a una proprietà privata redditizia. Tuttavia, una definizione più coerente di capitalismo - come sottolinea la Wertkritik - non può limitarsi solo alla questione giuridica della proprietà. Il capitalismo non è semplicemente il regno del capo privato, del dividendo e dell'azionista avido. Costituisce una forma sociale in cui l'attività umana è subordinata alla produzione di valore, all'astrazione del lavoro, alla concorrenza, alla produttività, all'accumulazione, alla mediazione generalizzata da parte del denaro e del mercato. Una fabbrica "autogestita" che continua a produrre merci, a contare il tempo di lavoro, a ridurre i costi, ad aumentare la produzione, a dipendere dal credito, dai mercati, dai prezzi, dai fornitori, dalla contabilità, dalla concorrenza e dall'imperativo della sostenibilità economica, non emerge dal capitalismo. Al massimo, modifica il modo di amministrare: il capo è (formalmente) scomparso, il vincolo impersonale rimane. Il proprietario è stato abolito, ma non la forma sociale che trasforma gli esseri umani in funzioni produttive. Il discorso sull'autogestione finisce così per rimanere colonizzato dall'immaginazione capitalistica, secondo cui l'essere umano viene quasi sempre descritto come "operaio"; mentre l'obiettivo rimane l'«ampliamento dell'apparato produttivo» (Etiévant), ecc. Si parla di emancipazione, ignorando intere e cruciali sezioni di dominazione. Nel lavoro di Etiévant, questo dominio sembra essere esercitato quasi esclusivamente sul posto di lavoro, come se lo Stato, la scuola, la famiglia, l'istruzione obbligatoria, la socializzazione patriarcale, la pianificazione dell'uso del territorio, la dipendenza salariale, l'obbligo di lavorare, o persino l'amministrazione delle popolazioni, non fossero esse tante forme di vincolo. I disoccupati sono costantemente dominati proprio perché sono fuori dall'azienda: essi rimangono soggetti allo Stato, al mercato del lavoro, al controllo amministrativo, alla dipendenza monetaria e agli imperativi dell'economia. La compagnia non è l'unico luogo di dominazione, costituisce un suo esempio, uno importante, certamente, ma inserito in un intero sistema sociale che produce, disciplina e limita gli individui fin dall'infanzia. Manca il carattere intrinsecamente oppressivo, diseguale e gerarchico del sistema tecno-industriale. A partire da pochi episodi di autogestione temporanea, inconcludente e solo parzialmente democratica o egualitaria, quasi sempre coinvolgendo infrastrutture già esistenti, egli conclude che l'intero sistema tecno-industriale potrebbe essere auto-concepito, autoprodotto e autogestito dall'intera popolazione in modo veramente democratico. Ma prendere in gestione una fabbrica, una linea ferroviaria, una centrale elettrica, una rete o un'officina non è la stessa cosa che produrre le condizioni storiche, scientifiche, tecniche, energetiche, estrattive, logistiche e istituzionali che le rendono possibili. In tal modo, la sinistra autogestita omette opportunamente di discutere della produzione delle conoscenze scientifiche necessarie allo sviluppo del sistema industriale, della formazione differenziata di ingegneri, dirigenti, tecnici e operai, della divisione internazionale del lavoro, dell'estrazione delle materie prime, della manutenzione delle infrastrutture, della dipendenza dagli esperti e della separazione strutturale tra progettazione ed esecuzione. Vuole democratizzare la macchina, ma si interroga troppo poco su ciò che la macchina già richiede come società. Questa mancanza di una seria riflessione sulle esigenze delle cose, la porta a oscurare le implicazioni della scala. Ciò che può funzionare, in parte, in un'officina, una fattoria, una tipografia, una piccola cooperativa, non funziona necessariamente su altre scale. L'autogestione della gestione di una panetteria non ha nulla a che fare con il coordinamento di elettricità, telecomunicazioni, trasporto ferroviario, acciaio, chimica, ospedale moderno, I.T., produzione alimentare industriale o le reti idriche di un intero paese. Più la scala aumenta, più la decisione si sposta verso organismi di coordinamento, specialisti, sistemi di calcolo, procedure, norme e arbitrati astratti. È inevitabile, meccanico. L'autogestione locale diventa quindi dipendente dalla meta-gestione (pianificare, federazione, rete, amministrazione) e rinnova in altre forme la delegazione, l'esperienza, la separazione tra chi sa, chi calcola, chi coordina e chi esegue.

   Ma Etiévant non è d'accordo. Sostiene che l'esempio del gruppo di Mondragón «mette in discussione l'idea che la cooperazione sia incompatibile con la dimensione [implicando qui le grandi dimensioni]. Fondata nel 1956 nei Paesi Baschi spagnoli da cinque giovani attorno a una piccola cooperativa di elettrodomestici, l'attività dell'azienda si è estesa nel corso dei decenni in molti settori: industria, finanza, istruzione, ricerca... Nel 2005, il gruppo ha persino acquistato la società francese Brandt, in mo da poter così affrontare la concorrenza di multinazionali quali Whirlpool ed Electrolux. Oggi, Mondragón conta più di 70.000 dipendenti, suddivisi in cento cooperative organizzate in una federazione.» Tuttavia - come fa con quasi tutti gli esempi citati nel suo libro - Etiévant anche qui parte affermando che il gruppo Mondragón dimostra una cosa, per poi passare a riconoscere che, in realtà, è un esempio piuttosto discutibile. E così conclude il suo breve excursus su Mondragón ricordandoci che «non tutte le aziende acquistate sono state trasformate in cooperative, visto che in alcune il prezzo eccessivamente alto delle azioni limita l'accesso alla governance per i più precari, e alcune cooperative in buona salute rifiutano di aiutare quelle che si trovano in difficoltà, ecc.» E COSÌ VIA! Insomma, un caso molto convincente. A tal proposito, Philippe Durance, professore associato al Conservatoire national des arts et métiers (CNAM), espone la piena integrazione di Mondragon nell'universo capitalista nel suo articolo "La cooperativa è un modello di futuro per il capitalismo? Uno sguardo al caso di Mondragón" (2011). Lungi dal considerarsi un'alternativa al capitalismo, i leader di Mondragón affermano di far parte dello stesso mondo, quello della concorrenza, dell'innovazione, dell'espansione internazionale e dell'adattamento ai mercati. La cooperativa non abolisce la separazione capitale/lavoro, ma la redistribuisce tra dipendenti-partner e dipendenti ordinari. Durance ci ricorda come l'acquisizione di Brandt, da parte di Fagor nel 2005, rese visibile questa divisione: i lavoratori francesi non associati, si trovarono di fronte non a un classico boss, quanto piuttosto a una moltitudine di "piccoli padroni" cooperativi, capaci di decidere democraticamente licenziamenti che non riguardavano loro. La democrazia interna si applica al circolo dei proprietari, ma non a tutti i lavoratori intrappolati nella catena produttiva. Sharryn Kasmir, l'antropologa americana autrice de "Il mito di Mondragón" (1993), aveva già criticato questa idealizzazione, mostrando che il "mito" di Mondragón tendeva a cancellare i conflitti di classe e a delegittimare i sindacati in nome di una cosiddetta comunità cooperativa. Dati recenti confermano la piena integrazione di Mondragón nell'economia globale: nel 2023, il gruppo dichiarava 92 cooperative, 70.500 dipendenti, 11,056 miliardi di euro di fatturato, 186 milioni di euro di spesa in R&S, 104 sedi estere e vendite internazionali che rappresentano il 75% del totale. In altre parole, il Gruppo Mondragón non rompe con la produzione di valore, né con la concorrenza, né con l'innovazione come imperativo, né con la globalizzazione industriale; Propone una gestione più coesa per i suoi membri. Nessuna uscita dal capitalismo, nessuna prova di nulla. E dal punto di vista ecologico, Mondragón è un disastro industriale come qualsiasi altro. Il suo fatturato proviene principalmente dalla distribuzione di massa (Eroski), seguita da vari altri settori industriali (automotive, energia, varie attrezzature industriali). Sappiamo che non esiste cieco peggiore di chi non vuole vedere. Ma comunque ignora la natura intrinsecamente dannosa ed ecologicamente distruttiva del sistema industriale. Etiévant parla di socializzare aziende e industrie che chiunque tenga davvero alla vita sulla Terra dovrebbe desiderare vedere smantellate. Una raffineria, una fabbrica, una piattaforma logistica, una miniera, una centrale elettrica, ecc., non diventano emancipatori perché sono amministrati da chi vi lavora. Il loro fastidio non risiede solo nel regime di proprietà, ma anche nella loro funzione, nell'uso dei materiali, nei rifiuti, nelle infrastrutture, nell'inserimento in un mondo di trasporti, estrazione, consumo di massa e distruzione degli ambienti naturali. Per continuare a venerare l'utopia tecno-industriale autogestita nel 2026, bisogna essere completamente ciechi di fronte agli innumerevoli danni causati da tutti – tutti, tutti – i settori. Così facendo, egli confonde il controllo dei produttori (o "controllo dei lavoratori") con la democrazia della società nel suo insieme. La sinistra autogestita troppo spesso si sposta dal posto di lavoro. Il suo obiettivo è che i lavoratori di una fabbrica, di un'officina, di un reparto, decidano cosa succede lì e come produrlo. È un po' poco. Perché chi lavora in un determinato settore dovrebbe avere più voce in capitolo rispetto a chi ne è colpito? I residenti di una fabbrica chimica, i contadini la cui terra è inquinata, gli abitanti esposti ai rifiuti, le generazioni future, altri animali, gli ambienti distrutti, non sono rappresentati solo dal collettivo di lavoro. L'autogestione delle aziende può quindi benissimo rinnovare una sorta di corporativismo produttivista: i produttori difendono il loro strumento, il loro lavoro, il loro reddito, anche quando questo strumento è disastroso dal punto di vista sociale o ecologico. Il danno non è più imposto dal capitalismo in nome del dividendo, ma dagli stessi lavoratori in nome dell'occupazione, del reddito o del "controllo dei lavoratori". Feticizzare la "partecipazione", coinvolgere i lavoratori nella gestione, non basta ad abolire la dominazione, può persino essere un modo per interiorizzarla. Non ricevono più l'ordine del capo: partecipano collettivamente alla riunione in cui decidiamo che dovranno lavorare di più, ridurre i costi, accettare sacrifici, mantenere un'attività dannosa, aumentare la produttività o salvare l'azienda dalla concorrenza. La dominazione diventa procedurale, deliberativa, quasi morale: tutti vengono convocati a gestire la propria espropriazione. Questo è il grande trucco di certe forme di co-management: trasformare l'obbedienza in adesione.

Lo Stato di Pianificazione e i "Cybersoviet"
    Nascondendo completamente la sua faccia per quanto riguarda il potere statale, Etiévant riconosce che il suo progetto per la socializzazione delle aziende «supporrebbe, a lungo termine, una presa del potere statale da parte di una sinistra radicale.» Nel lungo termine, e anche prima. Dedica una sezione del suo libro alla «necessità di uno stato di pianificazione». L'intero progetto di Etiévant e dei suoi compagni ha come condizione uno Stato forte controllato dalla tecno-sinistra autogestita. L'idea è che il "potere pubblico" (che non è mai stato pubblico, se non solo di nome) adotti un certo numero di riforme per raggiungere l'utopia tecno-industriale autogestita. Ma rassicuriamoci, lo Stato controllato dalla tecno-sinistra autogestita sarebbe diventato veramente democratico grazie ai "cybersoviet" (un concetto che Etiévant riprende da Durand e Keucheyan e che designa come "strumenti digitali partecipativi") e a vari mezzi che garantirebbero uno Stato autogestito. Ma poi neanche troppo! «Non è una questione [...] che 'tutto venga deciso da tutti'», dice Etiévant. «Ad esempio, la produzione alimentare potrebbe essere pianificata a livello delle aree abitative, le priorità industriali discusse negli enti professionali e territoriali, e le principali orientazioni energetiche decise a livello nazionale.» E tutta questa pianificazione, e tutta questa nuova architettura organizzativa, sarebbe perfettamente egualitaria e democratica. A questo punto, Harry Potter è più realistico. La funzione della sinistra tecno-comunista autogestita sembra essere quella di perpetuare, all'interno di quella che si considera un'opposizione, l'adesione ai miti fondamentali della civiltà (industriale). Etiévant ci ricorda che in ogni marxista si trova un grande difensore del progresso del capitalismo industriale. Industria, lavoro, produzione, sviluppo tecno-industriale, sono tutte cose buone. L'umanità ha bisogno di tutto questo. Tuttavia, dovremmo rendere tutto questo democratico ed egualitario. Un giorno ce la faremo con successo, compagni! Abbi fiducia e vota Mélenchon! Quando si riferisce all'aspirazione a una civiltà industriale "autogestita", l'idea di autogestione si riferisce solo a una vecchia fantasia che ha animato la sinistra – i movimenti socialisti, operai, anarchici – del mondo industriale per più di un secolo. (Una fantasia che nasce in gran parte da un'interiorizzazione, da parte dei dominati, della prospettiva del dominante.) Ma nel senso ampio di autogoverno, di autonomia, l'idea di autogestione è piuttosto lodevole. Certamente ci sono state molte, moltissime società autogestite nella storia umana. Tuttavia, generalmente si trattava di piccole società indigene, con una tecnologia molto bassa, non di grandi organizzazioni industriali. Negli esseri umani, la minima delega di potere rischia rapidamente di trasformarsi in dominazione, come illustrano innumerevoli esperienze storiche. Nelle società che riuscivano a gestirsi da sole, il potere non veniva – o pochissimo – delegato. Sono queste realtà che dovrebbero essere prese sul serio, piuttosto che quegli episodi di "autogestione" industriale, che i tecno-comunisti continueranno a falsificare, abbellire e a servirci come utopie, fino alla loro morte.

- Nicolas Casaux - 22 maggio 2026 -

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