sabato 5 ottobre 2019

Stanchezza

«Ora posso ricordare che un tempo sono stato uno scrittore.»
- Corrispondenza di Carl Einstein -

Per la stanza, svolazzano alcune mosche. Ben presto, il freddo dell'autunno castigliano farà giustizia di loro. Sul tavolo, un libro dal quale mi costerebbe separarmi, "Carl Einstein en la Revolución española", una piccola raccolta di testi del critico tedesco, di cui fanno parte anche alcune lettere, una di esse indirizzata a Pablo Picasso. Ne copio un frammento:

«Non puoi nemmeno immaginare fino a che punto mi sento felice di aver combattuto a fianco dei tuoi compatrioti. Con ogni probabilità, si tratta del miglior ricordo della mia vita. E chi non lo ha vissuto, non può sapere fino a che punto la fedeltà ai miei compagni riesca ad emozionarmi. Quando ci incontriamo, ci sentiamo felici senza che, parlando, ci sia la necessità di aggiungere molto altro. Sono uomini autentici, pieni di dignità e di dedizione, dei magnifici soldati. L'unica cosa che mi preoccupa, è il non aver fatto tutto quello che era necessario, malgrado abbia dato tutto ciò che avevo. Credimi, sarò sempre disposto a dare la vita per il tuo paese, e non sto facendo letteratura».

È chiaro che non la stava facendo! Oggi, che non riesco più a liberarmi di questa mia strana disaffezione nei confronti della letteratura, penso a Carl Einstein ormai stanco, dopo la sconfitta nella guerra di Spagna, quello stesso Einstein che, nel tentativo di fuggire in Inghilterra, verrà arrestato e deportato in un campo di concentramento. Penso a quelle lettere che servivano a tenerlo unito al suo vecchio mondo, al mondo dei suoi vecchi amici, un territorio affettivo che avrebbe finito per restringersi sempre di più. Una volta rotti tutti i ponti, alla fine bisogna saltar giù dall'ultimo ponte.
La storia di Carl Einstein mi ha sempre colpito, lasciandomi scosso. In una sua lettera, scritta ad un amico che stava fuggendo da Barcellona il 6 gennaio del 1939, a Daniel-Henry Kahnweiler, Einstein scriveva:

«Ora posso ricordare che un tempo sono stato uno scrittore [...] Vivere senza paura è l'unico modo di esistere».

Solo appena tre mesi dopo, la guerra sarebbe finita, e Carl avrebbe attraversato il confine con la Francia. E in quel paese, che Einstein amò dalla punta delle dita a quella dei capelli, cercando di sfuggire ai nazisti, avrebbe passato l'ultimo anno della sua vita, ormai stanco di un mondo che sembrava voler soccombere senza speranza all'orrore del totalitarismo. E quella stanchezza non era una cosa di poca importanza. Credo che la medesima stanchezza, fra gli altri, la sentissero anche Zweig, Toller e Benjamin. Io riesco solo ad essere stanco di scrivere, e allo stesso tempo sono stanco di non farlo. Niente di paragonabile, nemmeno lontanamente, a quelli che sono stati quegli anni burrascosi. Arrivo a pensare anche all'ultima lettera scritta da Benjamin a Theodor Adorno, a quel suo ultimo frammento in cui parlava della mancanza di speranza per tutti loro e - come non farlo? - mi domando se ci sarà speranza per noi. Concludo con un frammento tratto da una lettera scritta da Gottfried Benn al suo amico Einstein:

«In poche parole, nutrire speranze significa: avere idee sbagliate sulla vita, su quello che la vita richiede e su ciò che essa può offrire e, soprattutto, su tutto quello che dobbiamo fare e sopportare pur non avendo speranza».

fonte: La Banda de los 4

Nessun commento: