martedì 16 aprile 2019

Radici

La fabbrica negativa di Auschwitz
Un frammento dal "Libro Nero del Capitalismo", del 1999
- di Robert Kurz -

Spesso si parla della singolarità di quello che è stato il crimine contro l'umanità di Auschwitz. Ciò è vero nella misura in cui esso possiede la dimensione unica di un crimine che va al di là del mero odio, della mera crudeltà e barbarie, così come va al di là di un assassinio motivato da un calcolo politico-economico. Ma questo concetto di unicità serve anche agli ideologhi democratici occidentali per mitizzare Auschwitz, come qualcosa che si trova al di fuori della storia tedesca, della democrazia, del capitalismo e della ragione illuminista. «Singolarità», significa non solo una dimensione unica dell'irrazionalismo sul terreno stesso della razionalità borghese moderna, ma significa anche l'irruzione di uno «strano» potere delle tenebre esterno e, in una certa misura, «alieno», il quale non ha niente a che vedere con l'anima pura capitalista-democratica.
Con una certa dose di astuzia, nella sua storiografia apologetica del nazionalsocialismo, Ernst Nolte ha utilizzato quest'evidente ignoranza relativa al concetto democratico di «singolarità» per collocare Auschwitz in una serie di crimini ordinari della modernizzazione, e così minimizzarlo in quanto mera atrocità «secondaria». Analogamente a quanto attiene in relazione alla dittatura nazionalsocialista della crisi, che viene esercitata in senso politico-economico generale, ragion per cui, di fronte all'Olocausto e alla sua specifica qualità, va rovesciato quello che è il punto di vista di Nolte, e, ferma restando la sua dimensione di singolarità, bisogna mettere in atto una storicizzazione negativa di Auschwitz, e non positiva. L'Olocausto diventa perciò un atto di accusa generale nei confronti della ragione illuministica, del capitalismo e della storia nazionale tedesca: in tal senso, Auschwitz non sarebbe quindi un atto «strano», bensì una conseguenza specificamente tedesca della storia stessa della modernizzazione, la quale avrebbe le sue radici in quelli che sono i fondamenti generali del pensiero borghese-liberale e democratico. In realtà, è abbastanza evidente che la naturalizzazione e la biologizzazione ideologica del sociale, da Hobbes a Smith, a Malthus ecc., fino a Darwin, rappresenta un substrato storico di Auschwitz. Allo stesso modo, all'archeologia dell'Olocausto appartiene il pensiero di Sade, il «libertino», il quale, per la prima volta, ha propagandato la separazione completa di ogni emozione umana, sia dalla sessualità che dagli «atti funzionali»; un incubo che anticipa attraverso le sue disinibite fantasie la coscienza sociale del funzionalismo della «macchina sociale» capitalista, senza la quale non sarebbe stato pensabile neanche l'apparato di Auschwitz.
Del resto, l'antisemitismo moderno in quanto tale, come ci ha mostrato Poliakov, si trova radicato nella filosofia dell'Illuminismo; e questo non è affatto un caso, ma riflette la contraddizione interna della moderna coscienza borghese, la quale esalta l'auto-riflessione razionale nella forma dell'auto-sottomissione alle leggi pseudo-naturali di quella che è una cieca fisica sociale: una situazione fondamentalmente irrazionale che, ad ogni verificarsi di uno sviluppo capitalista e dello scoppio di una crisi, verrebbe apparentemente risolta proiettandola sullo «strano essere ebreo».
Tutti i fondamentali elementi del pensiero che hanno portato ad Auschwitz, provengono da quell'ampia corrente della storia della modernizzazione e della sua ideologizzazione. E se nel corso del movimento di ascesa del capitalismo avvenuto nel XIX secolo, la sindrome antisemita si era già ampiamente diffusa in tutto il mondo occidentale, al tempo della Seconda Rivoluzione Industriale del fordismo essa era ancora più accesa. Poiché, nella stessa misura in cui la razionalizzazione dell'economia imprenditoriale, e la sua militarizzazione degli esseri umani, spingeva ad un sistema di «lavoro astratto» assoluto, in cui si accaparrava completamente tutta la società, si acutizzava ancora di più quello che era il momento negativo - senza qualità, spaventoso e contrario ad ogni qualità sensibile - della categoria del lavoro.
La naturalizzazione e la biologizzazione di questa qualità dell'assenza di qualsiasi capacità nella «razza ebraica» e la proiezione della vuota proiezione autotelica, fine a sé stessa, del capitalismo rispetto ad un «essere ebreo», ha ricevuto un nuovo ed ancora più forte impulso: dato che ora è diventata del tutto valida la corrispondenza e l'equivalenza sociale della quantità di lavoro astratto delle élite funzionali e della «manodopera» - dei dirigenti e dei diretti - corrispondentemente è anche aumentata la necessità di eliminare, in maniera proiettiva, la razionalità distruttiva ad esso associata.
Alla crescita qualitativa delle imposizioni, ed al nuovo grado di interiorizzazione benthamiana, ha fatto seguito, non solo in Germania, la crescita e la consolidazione della sindrome antisemita. Anche nel resto del mondo e, soprattutto in Unione Sovietica e negli Stati Uniti, e per lo più in Occidente, a causa del temporaneo fallimento nella crisi economica mondiale, la Seconda Rivoluzione Industriale ha determinato, nella coscienza sociale. l'aumento del sentimento antisemita. Sebbene il partito bolscevico - conseguentemente alla sua origine socialdemocratica - intendesse ufficialmente l'antisemitismo come una mera stupidaggine che negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione d'Ottobre era anche oggetto di punizione, già negli anni '20 nei circoli intorno a Stalin si era formata una grande corrente sottilmente antisemita, la quale aveva svolto un ruolo decisivo nelle grandi ondate di persecuzione e nei processi-spettacolo degli anni '30 contro i presunti «traditori, agenti e sabotatori», e che ha accompagnato la storia sovietica fino alla fine. Anche all'inizio degli anni '50, poco prima della morte di Stalin, era stata pianificata la deportazione degli ebrei sovietici; esisteva una brochure del Ministero dell'Interno dal titolo «Perché bisogna rimuovere gli ebrei dalle aree industriali» (Rapoport 1992, 207), ma il piano non venne mai portato a termine. Successivamente, l'antisemitismo sovietico servì ad alimentare la politica filo-araba contro Israele, che, in seguito, funzionò internamente come propaganda contro «il sionismo», e venne accompagnata dalla persecuzione nei confronti dei presunti «agenti sionisti». Tuttavia, la tendenza antisemita sovietica aveva una particolarità. Stalin è stato il più conseguente rappresentante di quella che era la dittatura dello sviluppo e della modernizzazione proto-fordista. Ed è probabilmente in un contesto simile che va vista la comparsa della sindrome antisemita, la quale aveva già una lunga tradizione sotto il zarismo. Dal momento che l'Unione Sovietica è stata meno colpita dalla crisi economica mondiale, e il movimento del capitale monetario si trovava sotto il controllo statale, la proiezione paranoica era meno diretta contro l'astrazione del capitale portatore di interessi che veniva immaginato come «ebreo», ed era più diretta invece contro la «teoria astratta» che veniva denunciata come «ebraica». Ad essere bersaglio preferito della persecuzione, non furono gli speculatori e i banchieri, bensì gli intellettuali. Questa variante che nell'antisemitismo occidentale ha giocato un ruolo fra i tanti, in Unione Sovietica è stata centrale.

Perfino Lenin aveva, più di una volta, sputato veleno contro i «lavativi e gli isterici dell'intellighenzia». È facile capire come questi attacchi erano dovuto al modo di sviluppo fordista e agli imperativi che da questo derivavano: farla finita con il divertimento, non discutere più a proposito del senso e dell'obiettivo, ma solo del dispendio di quantità di lavoro nella macchina sociale. La riflessione teorica addizionale sembra essere più un pericolo, non solo nel senso di una «chiacchiera astratta», denunciata come «sterile», ma, soprattutto, come se si trattasse di quel possibile ricordo di un futuro perduto di una società auto-organizzata dei consigli, che potesse andare al di là delle forme alienate del denaro e dello Stato. Si aggiunga a questo l'ideologizzazione della concorrenza contro l'Occidente, insieme alla scoperta di un «patriottismo sovietico» accompagnato da una crescente xenofobia; l'«intellettualismo» e la riflessione critica, a sua volta, divennero sospetti di essere tiepidezza «cosmopolita» anti-patriottica. Metà cattiva coscienza politica, metà odio furioso contro il suo possibile germogliare, la persecuzione degli intellettuali è stato un spettacolo che, nell'apparato del Partito e dello Stato, si è periodicamente ripetuto.
Tutto questo era ancora più assurdo ed ambiguo nel momento in cui la maggioranza del partito e dei suoi quadri, in una percentuale molto grande e a tutti i livelli, era essa stessa proprio di origine intellettuale. Le contraddizioni, le rotture e i divari rispetto agli eventi sociali sui quali non si poteva più riflettere in termini concettuali - e comunque non in maniera critica - si manifestarono in maniera fantasmagorica sotto forma di una reciproca denuncia degli intellettuali in quanto «intelligenti» detrattori e sabotatori della «costruzione socialista». Stalin aveva appena finito di unire la sindrome antisemita popolare alla denuncia contro il sospetto cosmopolitismo «ebraico» per scatenare il massacro dell'inerme intellighenzia del partito. L'immenso terrore promosso dalla politica dell'industrializzazione, i metodi di tortura per sottomettere il materiale umano all'astratta disciplina del tempo fordista e le ondate di persecuzione contro l'intellighenzia legittimate per mezzo dell'antisemitismo si unirono in quella che era la sanguinosa opera d'arte totale nota come «Tschistka [eliminazione, pulizia o svuotamento dell'intestino]» (Rapoport 1992, 56) nella storia del XX secolo. Proprio perché la Tschistka - con la sua enorme arbitrarietà, con le sue esecuzioni in massa, persecuzioni e grotteschi processi-spettacolo - era basata su un vocabolario orwelliano riguardante la «pianificazione felice» e la sua lotta per la sopravvivenza contro il capitalismo occidentale ed i suoi «agenti», essa poteva avvenire solo sotto forme isteriche e paranoiche, sotto un letterale disordine mentale degli accusatori e degli accusati. Quella che doveva essere «purgata» era la contraddizione interna del «lavoro astratto» socialmente imposto a passi da gigante (e la possibile obiezione teorica ad essa). La mobilitazione della sindrome antisemita/anti-intellettuale è stata assolutamente fondamentale perché ciò avvenisse. A tal fine, è illuminante il commento fatto nel penitenziario da un ex ufficiale zarista: «In fin dei conti, il sogno del nostro Zar Nicola rimane ancora vero, sebbene lui stesso era troppo debole per realizzarlo: le prigioni sono piene di ebrei e di bolscevichi» (Rapoport, 1992, 70).
Negli Stati Uniti, l'agitazione antisemita era altrettanto di massa, forse ancora di più che in Unione Sovietica. Qui, ovviamente, la speculazione e la crisi bancaria e finanziaria vennero proiettate sullo «strano essere ebreo». John Kenneth Galbraith ha scritto sull'atmosfera che si viveva dopo il «Black Friday» [del 1929]: «l'antisemitismo poteva essere percepito appena sotto la superficie» (Galbraith 1995, 86). Tuttavia, la paranoica ideologia antisemita non rimase sotto la superficie, né si limito ad una reazione irrazionale rispetto alla crisi. Molto tempo prima, Henry Ford stesso, profeta e co-creatore della Seconda Rivoluzione Industriale, si era trovato immerso fino al collo nella follia antisemita. All'inizio degli anni '20, fra i suoi scritti, era apparsa una miscellanea di testi (tradotta più volte in tedesco) dal titolo «L'internazionale Giudea»:
«Sono anni che negli Stati Uniti esiste una questione ebraica; ma rimane sotto la superficie della sfera pubblica [...] Tuttavia, la parola «giudeo», che un anno fa era stata disapprovata, ha cominciato a venire usata pubblicamente. Ora la si trova quasi quotidianamente nelle prime pagine dei giornali, ed è diventato dappertutto oggetto di discussione [...]» (Ford, 1922, 116f.).
Per l'eponimo liberal-democratico dell'epoca, la ragione per cui si teme e si odia gli ebrei  è la medesima di Hitler e Stalin: il suo obiettivo è quello di liberare il sistema fordista di razionalizzazione e succhiare scientificamente e forzatamente il materiale umano dell'odio per un fine in sé astratto. Esattamente come i nazisti, Ford oppone il «capitale produttore» (vale a dire, il suo) al «capitale usurpatore» (ossia, il capitale fruttifero del sistema bancario). Tutte le manifestazioni negative e distruttive del capitalismo di crisi proto-fordista sono state addossate a questo capitale monetario «cosmopolita», e sono state identificate direttamente con gli ebrei, visti come se fossero i portatori culturali-biologici di tale capitale: «Il banchiere internazionale ebreo, che non ha patria, ma che usa tutti i paesi l'uno contro l'altro, ed il proletariato ebraico internazionale, che va di paese in paese in cerca delle condizioni economiche che più gli convengono, si trovano dietro tutti i problemi che attualmente preoccupano il mondo. La questione dell'immigrazione è una questione ebraica. Sono una questione ebraica anche le questioni che riguardano la moralità nel cinema e nel teatro. La soluzione della questione ebraica è un problema soprattutto per gli ebrei; se non saranno loro a risolverla, lo farà il mondo (!) [...] C'è un popolo che viene gravemente danneggiato da quelli che sono le riduzioni artificiali nei tassi di cambio; un altro viene danneggiato dal fatto che il denaro viene ritirato dalla circolazione economica [...] Quando arriva la tempesta, le mele cadono più del solito nei cestini dei banchieri internazionali. Guerre e difficoltà procurano loro raccolti più ricchi. Questo avviene grazie agli uffici governativi, dove dovrebbero essere custoditi i segreti dell'imposta sui redditi, delle banche federali, della politica estera  - e in tutti quei luoghi, dove il giudaismo internazionale desidera trovarsi e dove può scoprire tutto ciò che gli serve, troviamo sempre ebrei. [...] Gli agricoltori americani e le industrie che non sono all'altezza dei trucchi dei banchieri internazionali, e che rimangono senza fiata a causa della scarsità di credito, si chiedono dove siano i soldi. [...]» (Ford, 1992, 152s.). Sia che fosse nella forma del capitalismo di Stato oppure in quella del capitalismo della «libera» concorrenza: si trattava sempre e comunque di cantare il cantico dei cantici della produzione industriale di massa, la quale, nel sistema della razionalizzazione fordista, dove il capitale monetario «creatore» che è un mero «feudo» o è «agli ordini» degli Stati del lavoro, avrebbe dovuto presumibilmente essere messo immediatamente in movimento per la soddisfazione delle necessità delle masse - contro la «cospirazione giudaica mondiale», denunciata come una forma socialmente irresponsabile e vampiresca di far denaro, che va al di là del mondo delle macchine realizzato in maniera fordista con i suoi «inni al sudore». Il patriottismo sovietico, la politica autarchica nazionalsocialista e l'isolazionismo statunitense nei confronti di un mercato mondiale ridotto e sospetto, si trovano tutti sintonizzati sulla medesima lunghezza d'onda ideologica che condivide un modello di visione del mondo antisemita più o meno pronunciato. il «lavoro» come elemento pseudo-concreto che trascende le classi, ed il nazionalismo/autarchismo in quanto elemento ausiliario rispetto all'ondata antisemita mondiale sono stati mobilitati ideologicamente per preparare l'irruzione della Seconda Rivoluzione Industriale, ben oltre il capitalismo del XIX secolo.

Anche quella che è la forma organizzativa di un simile processo irrazionale ed assassino, andrebbe riconosciuta come un modello globale, sebbene in diverse intensità e forme: il «campo di lavoro» viene amplificato in «campo di concentramento». Il momento coercitivo e militarizzato dell'offensiva fordista si esprime in questi «campi» nella sua forma più aperta e brutale. Fino a che punto fosse stato internalizzato il capitalismo, diventa visibile nelle manifestazioni volontarie dei campi di lavoro. Negli anni '20, in Germania, non solo le organizzazioni della destra radicale, ma anche quelle di sinistra, i sindacati, e perfino la gioventù comunista, organizzavano tali campi di «lavoro volontario» di carattere quasi religioso, anticipando il «lavoro comunitario» dei nazisti. A partire dal 1935, nella crisi economica mondiale, sotto la pressione della disoccupazione di massa, questa forma alienata e militarizzata di organizzazione statale del «lavoro astratto» guadagnò terreno anche negli Stati Uniti: «A marzo, il Congresso approvò l'Unemployment Relief Act, in base al quale vennero creati i Civilian Conservation Corps (CCC). I giovani fra i 18 e i 25 anni vennero volontariamente raggruppati in una specie di campo di lavoro comunitario, e furono utilizzati per lavori di protezione della natura e del paesaggio. Nel 1935, in cambio di un salario di 30 dollari, in     questi campi vennero impiegati mezzo milione di giovani» (Sautter 1994, 383). Qui ad essere affermata non c'era alcuna auto-organizzazione di una coscienza più alta e libera, bensì solamente una repressiva «pubblica utilità» nell'orizzonte imprigionato del fordismo, e sotto il diktat della «bella macchina», e dei suoi guardiani e dei suoi promotori. Al di là di ogni internalizzazione volontaria, la coercizione di manifestava in maniera ancora più chiara nella dittatura modernizzatrice sovietica. In quello che in termini capitalisti era un contesto sociale ancora in gran parte instabile, la versione del capitalismo di Stato della modernizzazione fordista doveva assumere forme corrispondentemente peggiori. Subito dopo la Rivoluzione di Ottobre, Lenin non lasciava alcun dubbio a proposito della furiosa compulsione della futura società del lavoro totale: «In una stanza ci rinchiuderemo dieci ricchi, una dozzina di ladri, mezza dozzina di lavoratori che rifiutano il lavoro (insolenti come lo sono molti tipografi di Pietrogrado, soprattutto nella tipografia del partito). In un altro li manderò a pulire i cessi. In una terza stanza, riceveranno un passaporto giallo dopo che avranno espiato il carcere (!), in modo che tutti possano vederli come elementi nocivi, fino a quando non verranno recuperati. In una quarta stanza, una persona ogni dieci che si è resa colpevole di parassitismo verrà fucilata sul posto [...]» (Lenin 1961/1917, 413). L'assurda giustificazione moralistica di una simile coercizione del lavoro per mezzo della «regolare fornitura di latte per i figli delle famiglie povere» (ivi) non può nascondere il fatto che si tratta in realtà di un'installazione statale della macchina del fine in sé capitalista. Tutto questo diventa ancora più chiaro in quello che è il postulato protestante di Lenin: «Chi non lavora, non deve neanche mangiare! è questo il comandamento pratico del socialismo» (ivi, 412). Sotto questo motto, si trova quello del tema favorito di Lenin del «lavoro forzato più pesante» (ivi, 412) che può essere all'ordine del giorno. Qui, la dittatura del lavoro fordista è stata proclamata come una necessità naturale, in modo che i suoi attriti ed il suo potenziale di sofferenza umana avrebbe potuto essere ignorato e la coercizione militarizzata contro il materiale umano è stata statalizzata come se si trattasse di un fatto positivo naturale - molto simile, nel secolo precedente, alla Prima Rivoluzione Industriale. La «militarizzazione dell'economia» di Trotsky non è stata solo una misura di emergenza durante la guerra civile, ma è stato il programma di tutta un'epoca. In questo modo, la versione sovietica dello Stato lavorista del terrore del lavoro venne intensificata sotto la duplice pressione per cui gli «sbirri» del capitalismo di Stato non solo dovevano imporre la mobilitazione fordista, ma dovevano anche fare i conti con una vasta popolazione contadina pre-capitalista, la quale non era già passata attraverso precedenti fasi di addomesticamento.
Questa mancanza di simultaneità storica ha portato all'orribile sistema dei Gulag, una rete socialmente organizzata di campi di concentramento e di lavoro forzato, che ha incluso milioni di condannati. La forza lavoro umana è stata utilizzata nella maniera più crudele fino alla morte, soprattutto nei progetti delle infrastrutture della turbo-industrializzazione. Solo la costruzione della metropolitana di Mosca ha divorato decine di migliaia di lavoratori schiavi. Non si può fare a meno di sottolineare come le ideologie occidentali, retrospettivamente, hanno considerato il sistema di terrore del Gulag come la vera e propria invenzione dei campi di concentramento. Anche rispetto a questo, la dittatura nazista può quindi essere banalizzata come una mera imitazione, al fine di imputare il male storico ad un asiatico che viene così demonizzato, e che fa apparire la versione nazista del campo di concentramento  come se fosse solo un mero incidente della storia occidentale. In realtà, è avvenuto esattamente il contrario: il campo di concentramento è un'invenzione originaria dell'Occidente che la dittatura di sviluppo sovietica, per così dire, ha importato. Di fatto, come è stato mostrato dallo storico polacco Andrzej Kaminski, il campo di di concentramento è stato un prodotto del sistema coloniale occidentale alla fine del XIX secolo. È probabile che l'espressione «campo di concentramento» sia stata coniata dal generale spagnolo Valeriano Weyler y Nicolau quando, nel 1896, represse un'insurrezione a Cuba ed ordinò che «nel giro di otto improrogabili giorni, tutti i contadini che non vogliono essere trattati come insorti devono concentrarsi dentro dei campi fortificati» (Kaminski 1990, 34). Questi campi si chiamavano «campi di concentramento». Quattro anni dopo, furono gli Stati Uniti che, per combattere gli insorti dell'isola di Mindanao, dopo aver preso le Filippine alla Spagna, vi stabilirono dei campi di concentramento. Com'è noto, tali «concentration camps» vennero anche simultaneamente utilizzati dal potere coloniale britannico nel corso della guerra dei Boeri in Sudafrica, un sistema di terrore che costò la vita a decine di migliaia di civili. È significativo come questa scoperta militare del terrorismo di Stato contro i movimenti insurrezionali ed i guerriglieri possa servire, decenni dopo, come una forma con cui la «società civile» impone la Seconda Rivoluzione Industriale, attraverso un ampio spettro che va da campi di lavoro «volontari» ed arriva fino ai campi di concentramento e di sterminio. La vera storia dei campi di concentramento risale a prima del suo semplice nome. Si ripete ai più alti livelli di sviluppo e su una scala assai più ampia, la quale, nel XVIII secolo, non tormentava solo le fantasie di un Sade. Le 120 Giornate di Sodoma descrivono un tipo di campo di concentramento sessuale e di sterminio che aveva la sua controparte reale nei manicomi, nelle case di lavoro per i poveri, nei carceri minorili e nelle caserme degli schiavi coloniali dei primordi del capitalismo; ivi incluso il  sistema di vigilanza ed i tatuaggi di identificazione che il liberal-democratico Bentham ha cercato di tratteggiare in maniera così tanto affettuosa. In ultima analisi, tanto nella micro quanto nella macro-scala, il campo di concentramento rivela la natura coercitiva di tutto il capitalismo, nel quale la totalità del sistema delle fabbriche e del lavoro non è niente di più che la traduzione nella vita quotidiana del dispotismo militare. Il crescente dispotismo del fine in sé capitalista include anche la definizione di «vita indegna di essere vissuta», che viene elaborata nei discorsi razzisti e social-darwinisti fino alla prima guerra mondiale. Per il capitalismo, in linea di principio, ogni vita che non può essere frantumata e macinata dalla «valorizzazione del valore» è veramente una vita «indegna». Sia in Unione Sovietica che nei paesi occidentali, nel contesto della storia dell'imposizione della Seconda Rivoluzione Industriale, vennero messi in pratica alcuni elementi di questo programma assassino. Per esempio, molto dopo la seconda guerra mondiale, nella così tanto beneducata Svezia socialdemocratica, erano all'ordine del giorno, sia la psichiatrizzazione degli oppositori che la sterilizzazione forzata dei disabili.

Rendere visibile quella che è la connessione con la logica e con la storia generale del capitalismo, includendo la variante anglosassone occidentale, costituisce uno degli aspetti della storicizzazione negativa di Auschwitz. I nazisti non provengono da un altro pianeta, essi sono carne della medesima carne della storia della modernizzazione. Le loro orribili uccisioni di massa sono radicate nella coercizione del modo di produzione capitalista, il quale domina ancora la nostra vita e che oggi viene proclamato come il grande vincitore della storia. Ma, fino a quando il capitalismo non arriverà alla fine, anche Auschwitz non potrà diventare davvero storia. L'altro lato di questa storiografia negativa, tuttavia, deve consistere nel collocare Auschwitz in continuità con la specificità della storia nazionale tedesca. Per quanto questo risultato appartenga alla modernizzazione occidentale, è altrettanto vero che è stato realizzato solo da autori tedeschi ed è stato sostenuto dalla società tedesca. Alcuni elementi isolati di Auschwitz, e della sua preparazione ideologica, appartengono alla storia generale della Seconda Rivoluzione Industriale e possono essere trovati in tutti i paese. Ma l'assassinio degli ebrei non è mai diventato un problema statale né in Unione Sovietica né negli Stati Uniti. Auschwitz, in quanto crimine singolare, è stato specificamente tedesco. Ma anche in questo senso, i nazisti non provenivano da un altro pianeta, bensì dalle profondità della storia nazionale, che a partire da questo era per sempre, ed irrimediabilmente, rovinata. Tutti i tentativi di isolare Auschwitz come corpo estraneo alla storia tedesca e a qualsiasi altra miglior tradizione (democratica, illuminista, ecc.) rimane condannata al fallimento. Da tutto questo se ne può solo far derivare una conseguenza: la rottura categoriale con la nazione in generale, la rottura con qualsiasi autocomprensione nazionale e qualsiasi lealtà nazionale. Così come l'antisemitismo in generale appartiene al nazionalismo in generale, Auschwitz in particolare appartiene alla nazione tedesca in particolare. Ma il generale ed il particolare sono sempre intrecciati; il particolare è il particolare di un generale ed il generale contiene il particolare. In tal senso, Auschwitz deve essere trattato come l'inizio della fine di tutte le nazioni. E, perciò, anche il capitalismo, che ha inventato la nazione e la cui logia alla fine ha portato ad Auschwitz, viene esso stesso messo in discussione.
Nella catastrofica storia della Seconda Rivoluzione Industriale, nel corso di due secoli, è stata sviluppata una specifica ideologia di legittimazione della formazione nazionale tedesca: creata inizialmente da Herder e Fichte, furono poi il razzismo e l'antisemitismo che sostennero la fondazione della nazione, non come un'unità politico-giuridica, ma come una comunità di cultura e di lignaggio, o del sangue. L'autocomprensione della «modernizzazione ritardataria» tedesca del XIX secolo avvenne nella concorrenza capitalista con la Gran Bretagna e con la Francia, e si legò alle idee e alle istituzioni di un paternalismo di Stato che, partendo dal «socialismo di Stato» di Adolph Wagner e arrivando alla «monarchia sociale» di Bismarck, era diventata l'«ideologia tedesca» delle «idee del 1914», con le quali il Reich Tedesco cercò di distinguersi dal liberalismo economico anglosassone e dalla «nazione politica» francese e perfino dal diritto di cittadinanza. I nazisti furono i legittimi eredi di questa autocomprensione nazionale tedesca, che essi avevano bisogno di arricchire solo con il concetto, originalmente social-liberale e socialdemocratico, di un «nazional-socialismo», per poter così arrivare ad una paranoica «democrazia del sangue» sotto la bandiera dello Stato del lavoro proto-fordista.
In questa posizione frontale dell'ideologia del sangue che si poneva contro le varianti europee-occidentale e nord-americane del capitalismo, la Seconda Rivoluzione Industriale poteva diventare la «rivoluzione tedesca» sociopolitica: l'autocomprensione tedesca in quanto «impero protestante» che non aveva ceduto allo «spirito commerciale» occidentale, venne portata fino alle sue estreme conseguenze, e finì per avere come risultato una catastrofe storica che non era stata sperimentata da migliaia di anni. Il nucleo ideologico di questa idea di una comunità di sangue di una nazione culturale, vale a dire, l'idea di un'identità o essenza che non emerge dalle funzioni capitaliste, precedenti alla modernità e ontologicamente «nazionali», suggerisce un obiettivo nazionale che è «al di sopra» del capitalismo. La «lotta per l'esistenza» delle entità «nazionali», sebbene fosse un prodotto del capitalismo, allora appariva come se fosse una realtà nella quale l'economia capitalista non rappresentava alcun obiettivo (ed ancor meno un fine-in-sé), ma presumibilmente solo un mezzo. Questa versione tedesca della modernità, di imporre un'economia capitalista alla società insieme ad un'ideologia del sangue antieconomica, viene ora compresa, in mezzo alle rotture strutturali e alla crisi di transizione al fordismo, in quelli che sono i termini di una «rivoluzione nazionale», di una «rivoluzione  conservatrice» o di una «rivoluzione di destra».
Il paradosso di un «capitalismo anticapitalista», è stato quello che ha più o meno segnato la Seconda Rivoluzione Industriale anche in Unione Sovietica e negli Stati Uniti. La maggior enfasi sugli elementi dell'economia statale, che erano già emersi a partire dalla fine del XIX secolo e che ricevettero un impulso per mezzo della guerra mondiale, l'enfasi sullo pseudo-concreto capitale industriale «produttore», la standardizzazione e l'equalizzazione del lavoro e la componente di un'autarchia politica nazionalista come reazione al collasso del mercato mondiale: erano queste le caratteristiche strutturali comuni, che dappertutto avevano una colorazione «anticapitalista», seppure con intensità e con basi ideologiche distinte. La rivoluzione tecnica ed organizzativa della razionalizzazione si accompagnava ad un'idea vaga o decisa del rivoluzionamento socio-politico in direzione della «democrazia del lavoro» fordista. Questa «rivoluzione anticapitalista» sul terreno e nelle forme del capitalismo stesso, non aveva in alcun modo niente a che vedere con l'emancipazione sociale; si trattava solo di una forma di imposizione repressiva per una nuova tappa dello sviluppo della macchina sociale capitalista. Il concetto borghese di rivoluzione assunto dal socialismo, non ha mai avuto altro contenuto. Ed è per questo che la «rivoluzione» fordista del XX secolo era diventa di «destra». In Germania, tuttavia, destra non significava altro che «nazionalista» (e anche la sinistra non era affatto libera da questa che era la peggiore fra tutte le ideologie borghesi). La «rivoluzione» fordista, con le sue marce di massa ed i campi di lavoro, era dovunque statale ed autoritaria, e lo era in maniera ancora più significativa in Germania dove la stessa formazione nazionale era stata portata a termine come una «rivoluzione dall'alto» arricchita per mezzo di idee nazionaliste. Le sceneggiate naziste hollywoodiane mostravano questo carattere generale del rivoluzionamento generale in maniera più consistente: era una rivoluzione nata dallo spirito delle trincee, una rivoluzione che procedeva al passo, al passo dell'oca, senza la presenza del movimento anarchico liberatorio, ma, al contrario, nello forme del disciplinamento di massa fordista. Una rivoluzione benthamiana. E, nelle forme delle manifestazioni «nazionaliste» tedesche, dove trasformarsi inevitabilmente in un programma di omicidi di massa.
Nel suo senso di legittimazione «nazionalista», l'auto-disciplinamento e l'irreggimentazione di massa della democrazia fordista poteva apparire quasi come il culmine di un mito sovra-storico, che andava ben oltre la fragile razionalità capitalista. La pseudo-critica razionalizzata del fordismo contro il vecchio capitalismo «borghese» del denaro e dei dignitari, aveva acquisito uno speciale potere di penetrazione insieme ad una maggiore irrazionalità. La formazione di una «democrazia del sangue» limitava inevitabilmente l'uguaglianza fordista del «lavoro» ad un immaginario popolo superiore di razza germanico-«ariana», la quale avrebbe dovuto purificarsi da quella che era la «contaminazione del sangue giudeo», mentre le grandi aree dell'Est avrebbero dovuto essere conquistate per poter essere trasformare la «razza slava» in un esercito di schiavi del lavoro. Anche qui le differenze con l'Unione Sovietica sono chiare: se il gulag è stato un sistema di pura razionalizzazione funzionale in quello che era l'uso terroristico della forza lavoro, i campi di concentramento nazisti  sono stati allo stesso tempo (e perfino al di là della funzione del lavoro) un sistema di selezione «etnico»-razzista. Di per sé, questa selezione e questa «arianizzazione» non portavano all’Olocausto. Le leggi razziali di Norimberga, con l'infame obbligo per cui tutti i cittadini della democrazia del sangue tedesca «dovevano dimostrare la loro discendenza ariana» e con la proibizione dei matrimoni misti e delle relazioni sessuali fra tedeschi ed ebrei, visti come «degrado della razza», con la discriminazione e l'espropriazione degli ebrei (cosa di cui ancora oggi non pochi tedeschi traggono benefici, in quanto «eredi» delle proprietà rubate), con i piani di deportazione degli ebrei dalla Germania - tutte queste erano misure di segregazione deliranti , che erano nella logica della democrazia del sangue, ma non erano ancora assassinii.
Ma la «rivoluzione tedesca» non poteva fermarsi alla semplice «pulizia etnica». Era proprio la generale qualità fordista di questa rivoluzione che spingeva alla «purificazione» tedesca, in quanto ideologia razzista del sangue, che andava al di là della mera selezione. Gli ebrei non venivano considerati solo come «sangue estraneo», ma, allo stesso tempo, venivano visti come rappresentanti biologici di ogni negatività del capitalismo e delle sue astrazioni distruttive. Questo modello era stato stabilito da molto tempo, e sotto le condizioni della mobilitazione fordista aveva acquistato un enorme potere esplosivo, ed aveva sviluppato ora una dinamica propria: attraverso la proiezione sugli ebrei, il lato negativo del «lavoro astratto» avrebbe dovuto scomparire dal paradiso del lavoro fordista, senza dovere superare il capitalismo in quanto tale. Se in Ford e in Stalin, questa rimase come una mera proiezione fatta nell'interesse degli obiettivi funzionali del sistema, in Hitler tale proiezione divenne un fine in sé sui generis.
Sotto le condizioni dell'antisemitismo, come programma statale di selezione «etnica» già ampiamente organizzato, quest'impulso si poté così sviluppare in Germania finalizzato ad una vera e propria distruzione di massa. Il «valore» economico - l'astrazione feticistica del dispendio di quantità di lavoro in quanto qualità pseudo-sociale della merce - deve scomparire dal mondo attraverso la scomparsa dell'immagine dell'ebreo, le merci devono ora diventare cose utili e, tuttavia, continuare ad essere merci, però purificate dall'astrazione «ebraica» - allo stesso modo in cui deve essere purificato il «lavoro» produttore di merci in quanto processo di produzione. Il sociologo statunitense Moishe Postone è stato il primo a sintetizzare questo nucleo dell'«anticapitalismo» dei nazisti: «Una fabbrica capitalista è un luogo in cui viene prodotto il valore che, purtroppo, deve assumere la forma di produzione di beni. Ciò che è concreto viene prodotto come supporto necessario di ciò che è astratto. I campi di sterminio non sono stati una raccapricciante versione di una tale fabbrica, ma devono essere visti innanzitutto come una grottesca negazione "anticapitalista" ariana. Auschwitz è stata una fabbrica di "distruzione del valore", vale a dire, di distruzione delle personificazioni dell'astratto. Era l'organizzazione di un diabolico processo industriale che aveva l'obiettivo di "liberare" il concreto dall'astratto. In tal senso, il primo passo è stata quello della disumanizzazione, ossia, quello di strappar via la "maschera" dell'umanità e mostrare gli ebrei così come "essi realmente sono", ombre, cifre, astrazioni. Il secondo passo è stato quello di sterminare tale astrazione, trasformandola in fumo, ma è stato anche quello di cercare di estrarre gli ultimi resti di "valore d'uso" oggettivo concreto: gli abiti, l'oro, i capelli, il grasso. Auschwitz, e non la "presa del potere" nel 1933, è stata la vera "rivoluzione tedesca" - il vero pseudo-"rivoluzionamento" dell'esistente formazione sociale. Tutto questo aveva lo scopo di liberarsi dalla tirannia delle astrazioni. In questo modo, però, furono i nazisti a liberarsi della loro stessa umanità» (Postone 1988, 253s.). Questa decrittazione non si oppone ad un'analisi che collochi simultaneamente Auschwitz tanto in quelli che sono stati i calcoli liberali di utilità, quanto il programma fordista. Così come lo spaventoso utilitarismo di Bentham pretendeva di sfruttare gli escrementi ed i corpi dei condannati (perfino i loro stessi cadaveri), anche i nazisti utilizzarono i resti fisici degli ebrei assassinati per farne paralumi di pelle umana. In tal senso, Auschwitz recuperava perfino quello che era lo stesso utilitarismo anglosassone. Di certo si possono trovare anche altri calcoli di utilità in termini di «politica demografica» legati al sistema dei campi di concentramento, i quali non includono solamente gli ebrei. Ma la dimensione decisiva di Auschwitz va oltre, e quindi va anche oltre la schiavizzazione in massa dei gulag. Nei campi sovietici le persone venivano «distrutte» dal lavoro, ma, sebbene la distruzione venisse accettata, non era questo l'obiettivo immediato. Essa rimaneva sempre sotto il feticcio del calcolo utilitario, vale a dire, sotto l'implacabile turbo-industrializzazione fatta sui cadaveri.

Anche Auschwitz era una fabbrica fordista, esattamente come la «Volkswagen». La macchina della distruzione operava come un'ordinaria industria capitalista, con la partecipazione di ordinarie ditte private. Fra quest'ultime, per esempio, c'era la società J. A. Topf und Söhne (Erfurt), un'azienda che fabbricava attrezzature e tecniche di riscaldamento che forniva grandi forni per l'incenerimento umano (Pressac 1995, 181). A tal fine, l'ingegnere Fritz Sander, impiegato in quell'azienda, brevettò il modello di un enorme forno crematorio (ivi, 69). Ma Auschwitz era una fabbrica negativa. Non c'era niente che veniva prodotto lì, ma c'era qualcosa che veniva «eliminato» - vale a dire, l'incarnazione fantasmatica del processo di astrazione sociale in un sistema di produzione di merci. In questo senso, Auschwitz è stata la conseguenza più estrema del fordismo come religione del lavoro e dell'industria: la redenzione industriale della democrazia del sangue tedesca attraverso la distruzione degli ebrei: Lo slogan «il lavoro rende liberi» scritto sui cancelli di Auschwitz contiene un duplice significato: il «lavoro» rende liberi in quanto finalità esistenziale capitalista quando esso viene «liberato» dagli ebrei e, quindi, dalle astrazioni. Solamente così le famose ed incomprensibili frasi di Himmler, ripetute innumerevoli volte agli uomini delle SS, diventano nuovamente comprensibili. «La maggioranza di voi saprà che cosa significa quando si accumulano 100 cadaveri, quando ci sono per terra 500 o 1000 cadaveri. Sopportare questo, e rimanere tuttavia decorosi - a parte le debolezze umane - ci ha reso più duri. Questo è un capitolo glorioso della nostra storia che non è mai stato scritto e che non lo sarà mai» (citato da Piper 1995, IX).
Qui, nessun odio personale avrebbe potuto avere una sua qualche efficacia, non sarebbe servita neppure una qualche crudeltà personale, ma solo quella «banalità del male» (Hannah Arendt) dei tipici impiegati, ingegneri diligenti e zelanti tedeschi, che avevano dovuto sacrificare ogni loro impulso umano agli «obiettivi più elevati» di una specie di salvataggio dell'umanità. A modo loro, i nazisti realizzarono ciò che la socialdemocrazia aveva sempre sognato: una «rivoluzione ordinata» in cui tutto diventa molto diverso a patto che tutto rimanga così com'è. L'«ordinata» distruzione degli ebrei attuata dalla «rivoluzione tedesca» sembrava essere una sorta di raccolta dei rifiuti del male incarnato dal capitalismo, un duro «lavoro sanguinoso» che doveva essere adeguatamente sostenuto, per poi fare dopo una doccia e potersi godere il capitalismo purificato. Auschwitz e «Volkswagen» vengono ad essere in una relazione reciproca: un mondo di produzione di massa fordista di beni utili redento, la mobilità di massa riabilitata ed il consumo del tempo libero purificato grazie al pagamento del prezzo del sangue ebraico, in modo che grazie a questo sacrificio i «soldati del lavoro» sarebbero stati assolti per il loro auto-soggiogamento alla macchia capitalista.
Una simile costruzione paranoica, che la follia generale del capitalismo aveva aggravato in maniera inaudita, doveva includere allo stesso tempo sia la volontà di distruzione che quella di autodistruzione, la quale fin dall'inizio faceva parte dell'incubo dell'ideologia «nazionalista» e della sua manifestazione fordista. «Ragnarök», la fine del mondo nella mitologia germanica tormentava questa coscienza. La conoscenza segreta della follia irreversibile delle sue proprie azioni, che deve assumere forme autodistruttive, era già apparsa nei primi fuochi ideologici della «rivoluzione tedesca» ed era divenuta proverbiale nella famigerata opera di Oswald Spengler, Il Declino dell'Occidente (prima edizione del 1918). Spengler (1880-1936), come Jünger, fu uno di quei precursori del nazismo, i quali ben presto si sentirono respinti dalla sua volgarità, ma che non abbandonarono mai quelle che erano le basi soggiacenti alla «rivoluzione tedesca». Nella sua filosofia della storia organicista, le grandi culture apparivano (simili alle nazioni o ai popoli di Herder) come se fossero «organismi» che percorrevano un processo vitale e che, alla fine dovevano irrevocabilmente morire. Per lui, la storia contemporanea è l'ultimo respiro della cultura occidentale «faustiana»-ariana, che ormai punta già ad un'estinzione immaginata come «eroica»:
« È la lotta disperata del pensiero tecnico per la sua libertà contro il pensiero del denaro [...] La grande lotta di un numero assai piccolo di uomini di razza (!) duri come l'acciaio, dotati di un tremendo intelletto, dei quali il semplice cittadino non vede né comprende niente, se se ne considera la distanza, vale a dire, dal punto di vista storico mondiale, fa sì che la mera lotta degli interessi fra l'attività imprenditoriale ed il socialismo del lavoro divengano banalmente insignificanti. Il movimento operaio è ciò che di esso ne fanno i suoi leader, e l'odio nei confronti dei proprietari del lavoro da parte della leadership industriale (lui stesso!) li ha collocati da tempo al servizo del mercato azionario (!) [...] Ma, così facendo, il denaro finisce per trovarsi alla fine di quelli che sono stati i suoi successi, e dà inizio alla sua ultima battaglia, nella quale la civiltà assume la sua forma finale: fra il denaro ed il sangue [...] Il denaro viene sottomesso e abolito da sangue (!) [...] Nella storia, si tratta della vita e unicamente della vita, della razza, del trionfo della volontà di potere, e non della vittoria delle verità [...] Così lo spettacolo di una cultura alta [...] termina nuovamente con quelle che sono le azioni primordiali del sangue eterno, identico agli eterni movimenti cosmici circolari [...]» (Spengler 1972/1918, 1192s.)
Dal momento che l'«ultima battaglia» del marxismo del lavoro addomesticato in termini capitalistici contro il «lavoro astratto» non è mai avvenuta, e che, al suo posto, la «mera lotta degli interessi» (come Spengler ha intelligentemente notato) dovrebbe essere condotta all'interno di un sistema produttore di merci che viene considerato insormontabile, ecco che il capitalismo stesso ha prodotto un mostruoso fantasma del suo pseudo-superamento. I nazisti sono stati l'immagine orribilmente distorta di un movimento sociale che non poteva più avvicinarsi all'emancipazione dal feticismo della modernità.
L'idea di una società dei consigli auto-organizzata con la partecipazione di tutti, venne sostituita, attraverso il delirio elitario di un «socialismo dirigenziale» diretto da una «razza di uomini duri come l'acciaio» contro l'uguaglianza negativa della coercizione del lavoro, dalla verità della «razza». Il fine non era il superamento del «lavoro», del denaro e dello Stato per mezzo di un'«associazione di persone libere», ma un fantasmatico superamento del denaro per messo del «sangue», sulla testa delle persone. La profonda irrazionalità di questa idea auto-realizzatrice, il «superamento del capitalismo sulle sue stesse basi» può essere pensata solo come una "fine della storia" - ma in contrasto con gli illuministi Hegel e Comte, come un superamento negativo e cupo. L'«ultima battaglia» della comunità del sangue non condurrebbe ad un'emancipazione sociale vista come inizio di una storia autocosciente, ma bensì, sotto i torrenti di sangue, come il ritorno dell'assenza di storia:
«L'entropia, il famoso tema della seconda legge della termodinamica, ora ha un posto speciale nel contesto dei simboli del declino [...] La forza, la volontà ha uno scopo, e dove c'è uno scopo, un obiettivo, c'è anche uno sguardo indagatore su una fine. La fine del mondo vista come culmine di uno sviluppo internamente necessario - e questo è il crepuscolo degli dei; ciò significa anche, pertanto, la dottrina dell'entropia come ultima versione irreligiosa del mito [...] L'uomo storico [...] è l'uomo di una cultura al culmine. Prima, dopo e fuori di quella c'è l'assenza di storia [...] E da questo ne consegue un fatto [...] assai decisivo: che l'uomo non solo si trova senza storia in quella che è la nascita di una cultura, ma è nuovamente senza storia nel momento in cui una civiltà sviluppa la sua forma completa e definitiva e, perciò, pone fine allo sviluppo vivo della cultura, esaurendo le ultime possibilità di un'esistenza significativa» (Spengler, ivi, 542ss., 613s.).
Quale sinistra ironia: se la riformulazione socio-filosofica dell'entropia fatta da Wilhelm Ostwald sottolineava ancora quella che era logica nevrotica dell'economia del tempo, l'economia imprenditoriale del fordismo, pochi anni dopo e successivamente ad una guerra mondiale, ecco che nell'opera di Spengler essa appare come una profezia di estinzione. Qui diventa visibile non solo quella che è la pulsione di morte del nazismo emergente, ma anche la pulsione di morte del sistema produttore di merci della modernità nel suo complesso. Proprio come questa ideologia ha tradito la fisica sociale deterministica e non negoziabile del capitalismo a favore di una logica del «sangue» altrettanto cieca, essa ha anche interpretato l'autocontraddizione interna del capitalismo, che corre in direzione di un limite assoluto, come se fosse un inesorabile «crepuscolo degli dei» della civiltà. Questa minaccia immanente del capitalismo persiste anche al di là di Auschwitz: l'entropia del capitale deve essere la morte dell'universo sociale; dato che non può più liberarsi di sé stesso per mezzo dei sacrifici di sangue, il «soggetto automatico» ora «vuole» che la sua propria fine sia anche la rovina dell'umanità e della vita terrena in generale.

- Robert Kurz - Frammento dal "Libro Nero del Capitalismo" - 1999 -

fonte: Blog da Consequência

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