venerdì 19 aprile 2019

Mostri?

Roberto Bolaño racconta che il primo libro di Wilcock che gli capitò di leggere – «in giorni nei quali tutto faceva presagire solo tristezza» – gli «restituì l'allegria, come riescono a farlo solo i capolavori della letteratura che sono al tempo stesso capolavori dello humour nero». Da allora non smise mai di raccomandare, come si raccomanda un farmaco benefico, quello che definiva «uno dei più grandi e più strani (con tutto ciò che di rivoluzionario ha in sé questa parola) scrittori di questo secolo, che nessun buon lettore deve trascurare». Il libro dei mostri, l'ultimo di Wilcock, lo conferma: è uno dei suoi più felici e sfrenati viaggi nel fantastico, la ricognizione puntuale ed esilarante-raccapricciante di un «piccolo mondo mostruoso», dove non troveremo Sirene e Onocentauri, ma molti personaggi improbabili – e che pure ci sembra di incontrare ogni giorno, in quella quotidianità, riconoscibile come semplice maschera del caos, in cui vengono genialmente innestati il grottesco e l'assurdo, la diversità e la follia: il geometra Elio Torpo, per esempio, si è tramutato in un vulcano di fango, l'ufficiale postale Frenio Guiscardi in «un ammasso di peli, lana e bambagia, di forma genericamente sferica», il critico letterario Berlo Zenobi in una massa di vermi, il veterinario Lurio Tontino in un asteroide, e lo psicoanalista Ruzio Haub-Haub è in tutto simile a una vipera... Come Hrundi V. Bakshi (il protagonista di Hollywood Party), ha scritto Edoardo Camurri, «Wilcock si diverte a mandare a gambe all'aria tutto quanto»: sotto la caustica ferocia dei suoi attacchi crollano frasi fatte, luoghi comuni, banalità e ideologie.

(dal risvolto di copertina di: "Il libro dei mostri", di J. Rodolfo Wilcock. Adelphi)

Wilcock, il poeta che raccontava le vite “freaks”
- di Michele Mari -

Se c'è un autore leggendario, nel senso che si è quasi subito confuso con i propri personaggi, è Juan Rodolfo Wilcock, di cui oggi ricorre il centenario della nascita. Emarginato per destino e per vocazione, Wilcock, nato a Buenos Aires da madre italo-svizzero-argentina e padre inglese, a quarant'anni si trasferì in Italia rinunciando sia a una avviata carriera di ingegnere sia alla frequentazione di amici carissimi come Borges, Bioy Casares e Silvina Ocampo, senza peraltro riuscire mai a ottenere, se non beffardamente postuma, la cittadinanza italiana. Stabilitosi a Roma, dopo solo tre anni, come per una coazione allo strappo e all'isolamento, voltò le spalle alla cerchia moraviana che lo aveva adottato per inselvatichirsi in una casale vicino a Velletri, dove rimase un decennio prima di trasferirsi in un oscuro borgo fra l'Appia e la Tuscolana (qui i pochi che vi erano ammessi, come Elio Pecora o Sebastiano Vassalli, trovarono un sommo disordine, polvere, peli, insetti vari). Uomo solitario e rustico, non esente però dalla civetteria del dandy, Wilcock, oltre ad essere un grande traduttore da più lingue a più lingue, scrisse di tutto: poesie (come aveva già fatto in Argentina), drammi, romanzi, racconti, finte recensioni teatrali, articoli di giornali, avendo ben cura di suscitare scandalo e riprovazione collaborando (lui che scriveva su L'Espresso e su Il Mondo) a testate dichiaratamente di destra come Il Tempo. Un personaggio per molti versi céliniano che non poteva non essere notato e apprezzato da Pasolini, il quale gli assegnò la parte del perfido Caifa nel Vangelo secondo Matteo. Separato dal mondo come Piero di Cosimo o il Pontormo o un altro dei grandi cervelli "astratti" descritti dal Vasari, Wilcock ha popolato i propri libri di personaggi altrettanto soli e avvitati su sé stessi fino all'implosione.  Almeno tre dei suoi libri sono costruiti come gallerie di tipi strani: Lo stereoscopio dei solitari e La sinagoga degli iconoclasti, entrambi del 1972, e Il libro dei mostri, del 1978, appena ripubblicato da Adelphi in occasione del centenario. Dei tre, nella bizzarria, il più tradizionale è la Sinagoga, che incrociando le Vite immaginarie di Marcel Scwob con le Macchine inutili di Bruno Munari (con tento di biografie e tratti eruditi di matrice borgesiana) convoca una folla di mitomani, di visionari, di predicatori e di inventori folli che sembrano usciti dalla mente già barocca di Tommaso Garzoni, autore, oltre che in un Hospidale de' Pazzi incurabili, appunto di una Sinagoga degli Ignoranti (1589). Più surreali e fulminei, i ritratti dello Stereoscopio ci fanno sfilare davanti ipotesi di uomini-bestia e di uomini-cosa, forme irrisolte che corrispondono a un sentimento, una pulsione, un destino, angeli, insetti, creature perplesse: su di loro insieme al divertimento entomologico, la pietas che l'autore aveva negato agli iconoclasti, non fosse che per solidarietà fra solitari (un libro molto simile nello spirito e nel tono è Cadute fatali. 92 piccole storie violente, che il regista Peter Greenaway ricavò da un suo cortometraggio fanta-ornitologico del 1980). Il libro dei mostri, dunque. Innanzitutto chiariamo che non si tratta di mostri nel senso antico del prodigioso: scherzi di natura piuttosto, freaks, forme grottesche che sembrano disegnate da Bosch e che, ognuna a suo modo, scontano la colpa di essere al mondo. C'è chi come Severo Carnio trasuda in permanenza un'orina arancione da tutta la superficie del corpo e non può mai stare fermo («perché il male è attivo e non concede riposo»); chi, come il musicista Amelio Sligo, è interamente avvolto e nascosto da un «informe ammasso di schiuma rossiccia», o chi, pur vivendo in stato di putrefazione come Fulvia Net, suscita in tutti l'amore, ovvero quella «fiamma che richiede appunto per accendersi i gas di una carogna». Altri sono diventati illusioni ottiche, altri si vedono solo al buio, altri si affratellano a Gregor Samsa in forma di crostacei o di pupe-crisalidi. Ma poiché in tanta variazione di forme e di stati l'unico denominatore comune è l'uomo, ne scende che la mostruosità vera non è nelle apparenze, ma nell'essenza: il libro si conclude infatti con le parole «solo tra le bestie, sei stato trascurato nel disegno del mondo, unica dimenticanza mia, uomo, paradigma del mostro». Per quanto si tratti di una citazione definitiva, voglio però concludere l'articolo con Paola Udovic, la sofferenza fatta persona («la si può paragonare soltanto [...] a un groviglio di dolore senza forma, a una spugna imbevuta di atrocità. abbandonata nel deserto entro una conca di sabbia arida, da cui si diramano filamenti di angoscia, tremiti improvvisi di disperazione, urli inudibili convulsi...»): Paola è «cosmicamente sola», ma, «strano a dirsi, nella sua solitudine canta; strano a dirsi, il suo canto è dolcissimo, purissimo». Come per Saffo, come per Leopardi, e come per Wilcock.

- Michele Mari - Pubblicato su Repubblica del 17/4/2019 -

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