mercoledì 14 gennaio 2015

Comunità immaginarie

nicholson

Religioni, nazioni, comunità, identità, comunità: sono stufo
di Yves Coleman

Marie L., la "mitomane" della linea D della RER, aveva capito tutto. Oggi, bisogna parlare la lingua comunitaria o etnica - in altre parole, razziale - per essere ascoltati. Che si sia desiderosi di attirare l'attenzione sulla propria solitudine, o sul proprio disagio, o che si sia vittima di una discriminazione vera e propria, bisogna innanzitutto suscitare compassione, giocare sul registro dei buoni sentimenti.
Da Chirac (1) all'ex-presidente del CRIF Alain Jakubowicz (2), da Le Pen a Dieudonné (3), tutti parlano la lingua dell'etnia (che non è altro che una parola politicamente corretta per dire 'razza') o della religione. Hanno in bocca solo parole che dividono gli essere umani fra di loro: "Neri", "Bianchi", "Maghrebini", "Galli", "Ebrei", "comunità ebraiche", "comunità ebraiche", "valori cristiani", ecc.. Tutte queste parole spingono ciascuno a ripiegare su un'identità immaginaria, che si suppone essere radicalmente differente e di fatto, piaccia o meno, superiore alle altre.
Ecco, il risultato della propaganda congiunta, da trent'anni a questa parte, del Front National e di SOS Racisme; delle associazioni ebraiche, cristiane e musulmane che vogliono rimettere in discussione, in maniera aperta oppure insidiosa, la laicità; delle femministe borghesi e carrieriste che hanno voluto sostituire la lotta dei sessi alla lotta di classe; di tutti gli intellettuali, giornalisti o politici cattolici o protestanti che hanno invaso lo spazio pubblico con la loro propaganda religiosa; di tutti gli adepti della "nuova spiritualità" che si pavoneggiano sui media con le loro visioni apocalittiche e con i loro pseudo concetti; ecc..
Trent'anni fa, definire qualcuno innanzi tutto per il colore della sua pelle, per il suo sesso, per la sua etnia o per la sua religione, veniva considerato come discriminatorio dai veri anti-razzisti, dalle vere femministe. Trent'anni fa, i movimenti radicali o rivoluzionari volevano cambiare il mondo, l'umanità, in nome di ideali universali: il socialismo, il comunismo, la fine dello sfruttamento e dell'oppressione dell'uomo sull'uomo, l'avvento di un mondo senza classi, né Stato, né denaro.
Oggi, prima di proclamare la propria appartenenza universale all'umanità, si deve innanzi tutto rivendicare un colore della pelle, un'etnia (traduci, una razza), un genere (traduci, un sesso), una preferenza sessuale (etero, omo, trans, bi, oppure - l'ultima e più chic, queer) o una determinata religione.
Di colpo siamo tornati parecchi secoli indietro, a prima dell'illuminismo, in pieno Medioevo oscurantista, ai tempi in cui si combattevano i Barbari, gli Infedeli, gli Unni e tutto quello che per secoli ha messo gli esseri umani gli uni contro gli altri.
A prescindere da quello che pretendono i suoi leader, la Francia è di fatto divenuta multiculturalista, comunitarista, con l'aiuto e con la complicità di pressoché tutte le forze politiche, dall'estrema destra fino all'estrema sinistra.
E' perciò "normale" che questa marea identitaria pervada non solo i fantasmi di Marie L., ma anche le rivendicazioni di tutte le comunità immaginarie: omosessuali, lesbiche, donne, immigrati, arabi, musulmani, ebrei, africani, antillesi, ecc.. La lista si può estendere all'infinito, e può anche essere frammentata all'infinito: le lesbiche antillesi, gli omosessuali musulmani, gli ebrei etero, i cattolici transessuali, i protestanti travestiti, ecc.. Tutte le micro-identità costruiscono le proprie fortezze ideologiche nel nome della "tolleranza" e del "rispetto".
E la logica di un tale processo è ben nota, dal momento che essa predomina - legalmente o meno - nella stragrande maggioranza dei paesi del mondo: ogni comunità immaginaria si difende contro gli altri sia a colpi di machete che di kalashnikov, nelle società dove lo Stato centrale non è riuscito ad imporsi con la forza su tutti i "cittadini che vivono sotto il suo controllo; sia, nei paesi cosiddetti "democratici", a colpi di lobby che impongono leggi che limitano sempre più la libertà d'espressione, la libertà di coscienza, ogni libertà, e che danno ai dirigenti delle comunità la possibilità di imporre un ordine repressivo nelle "loro" comunità, mentre si viene a creare un clima soffocante in tutta la società.
E' così che in Inghilterra viene votata una legge contro la blasfemia; che in Canada esistono dei tribunali religiosi le cui decisioni in materia di conflitti coniugali o di giustizia civile, hanno forza di legge; o che in Francia si vota, o ci si prepara a farlo, tutt'un arsenale di leggi che, col pretesto di lottare contro il razzismo, l'antisemitismo, l'omofobia, il sessismo, ecc., non fanno altro che incoraggiare l'idea che spinge a far parte di una lobby, di una comunità, di una chiesa, per difendersi.
Pazienza se facendo ricorso, sistematicamente e ciecamente, alla giustizia borghese vengono messi in galera centinai di mariti o di insegnanti accusati a torto dalle loro mogli o dai loro allievi, di pedofilia, ecc..Pazienza se si fa passare per antisemita ogni critica di Israele. Pazienza se non si può criticare l'Islam senza essere accusati di "islamofobia". Dopo tutto, no si fa la frittata senza rompere le uova, sembrano dirci i sostenitori del tutto giuridico, del tutto repressivo.
Questa dinamica egoista, repressiva, delle lobby, delle comunità fondamentalmente insensibili alle sofferenze delle altre comunità, questo arsenale giuridico invasivo ed onnipresente, lungi dall'avvicinare gli esseri umani, non fa altro che allontanare gli uomini e le donne, rinchiusi nelle loro identità immaginarie, ossessionati dalla salvaguardia dell'identità e degli interessi (traduci, la "purezza") della loro razza, della loro etnia, della loro religione, del loro "genere". Il preteso "rispetto delle differenze" non è altro che il rispetto dei muri che le etnie e le religioni, uomini e donne, hanno costruito per meglio combattersi e distruggersi.
Ciò di cui l'umanità ha bisogno non è sempre più leggi, sempre più repressione statale, ma la solidarietà, la fraternità fra gli sfruttati, fra gli oppressi, quale che sia il loro sesso, la loro religione (o la loro assenza di religione) o la loro etnia di origine.
Abbasso le comunità immaginarie! Viva l'umanità!

Yves Coleman

(1) - Con i suoi malvagi "ebrei, musulmani ... o semplicemente francesi", Chirac è sulla linea di Raymond Barre che nel 1980 aveva dichiarato, a proposito dell'attentato di Rue Copernic, "Quest'odioso attentato, che voleva colpire gli israeliti diretti alla sinagoga, ha colpito dei francesi innocenti che attraversavano la strada."

(2) - "La cosa più drammatica, è che questa giovane donna ha pensato che sarebbe stato credibile affermare che l'avevano scambiata per un'ebrea e che i suoi aggressori fossero di origine nera e maghrebina. E la cosa peggiore è che sia stata ritenuta credibile perché questo avviene tutti i giorni" (Liberation). Affermazioni del tutto ripugnanti: da un lato la razzizazione delle persone di origine africana, antillana ed araba, sotto il termine di "nero" e di "maghrebino", parole che fanno parte del vocabolario razziale, anche se sono state riprese per conto loro da una parte degli "interessati" e dei loro pretesi difensori (SOS-Racisme); dall'altra parte, l'affermazione del tutto fantasiosa secondo cui "ogni giorno" delle persone di origine africana o araba aggredirebbero con i coltelli delle giovani donne.

(3) - Se fosse stato contenuto in uno dei suoi discutibili sketch televisivi, la cosa non avrebbe senza dubbio avuto seguito. Ma Dieudonné, in uno dei suoi trip di onnipotenza alla Chirac ("E' disdicevole, ma io non mi pento di niente" aveva effettivamente dichiarato il presidente a proposito del caso della linea D della RER), ha voluto aggiungere qualcosa a più riprese, denunciando gli ebrei "negrieri riconvertiti nelle banche", precisando inoltre: "Gli ebrei, e non dico affatto tutti gli ebrei, gli ebrei hanno tratto profitto dal commercio degli schiavi". Non solo Dieudonné non sa niente della storia della schiavitù (infatti, i principali protagonisti della tratta degli schiavi in Africa erano arabo-muslmani e quelli che ne hanno ricavato profitto erano dei buoni cristiani del Sud), ma inoltre riprende a modo suo un vecchio mito diffuso dalla Nazione dell'Islam, l'organizzazione musulmana americana, nazionalista nera ed antisemita, di Louis Farakkhan.

fonte: Mondialisme.org

3 commenti:

Yves Coleman ha detto...

Grazie mille per la tua traduzione. Yves

Franco Senia ha detto...

Grazie a te per il prezioso materiale.

franco

Peppe Di Santo ha detto...

Grazie a tutti e due, all'autore per aver rimesso i miei puntini sulle mie i e al tenutario per la bella traduzione.
Segnalo, perché attinente, l'intervento di Luciana Castellina da il manifesto di Mercoledì 14 Gennaio 2015, "L'universalismo non è un pranzo di gala"
http://ilmanifesto.info/luniversalismo-non-e-un-pranzo-di-gala/