lunedì 30 gennaio 2023

Tra aggiustamenti e resistenze…

La storia degli ebrei in Italia è antichissima: nessuna comunità in Occidente ha una presenza così costante, dalla Roma antica fino a oggi. Soprattutto, la storia degli ebrei in Italia è una storia fortemente specifica e in parte diversa rispetto a quella dei centri della diaspora europea. Distinta da una netta continuità attraverso oltre venti secoli; prima culla, all'inizio dell'era volgare, dell'ebraismo diasporico. Caratterizzata da una forte integrazione nella società cristiana, sia nel Medioevo che nei secoli successivi, nonostante le mura dei ghetti; poco toccata, nei secoli, dai fenomeni più estremi di antisemitismo; segnata da una forte partecipazione degli ebrei, nel XIX secolo, alla costruzione risorgimentale; e infine colpita durante l'occupazione nazista da arresti e deportazioni a cui partecipano attivamente i fascisti della Repubblica di Salò. E ancora, almeno fino al secondo dopoguerra, poco impegnata nel progetto sionista e anche successivamente poco coinvolta in una concreta emigrazione in Israele, anche se molto condizionata e segnata dalla presenza dello Stato ebraico. Una storia che, a essere compendiata in una sola frase, potrebbe esser definita come 'una storia italiana'.

(dal risvolto di copertina di: Anna Foa, "Gli ebrei in Italia I primi 2000 anni", Laterza, pp. 312, euro 24)

Gli ebrei che fecero l’Italia
-  Dall’antica integrazione allo scempio delle leggi razziali -
di Simonetta Fiori

«Ma ci sono ebrei in Italia?», si sentì chiedere cinquant’anni fa Tullia Zevi da un tassista newyorchese ebreo. Anna Foa sceglie quest’aneddoto come inizio di una storia che finora non era stata mai scritta. È la storia dell’ebraismo italiano nei primi duemila anni, una vicenda largamente sconosciuta che viene indagata per la prima volta proprio nei suoi tratti originali rispetto ad altre esperienze della diaspora. La mancanza di un libro del genere era stata segnalata alla casa editrice Laterza dalla Princeton University Press, che ora firma la coedizione.  La consuetudine di Foa con il tema – nella duplice veste di ebrea e storica degli ebrei – conferisce al racconto un tono narrativo quasi famigliare, come se si trattasse di un album autobiografico che viene aperto al lettore in un incalzare di domande, fino a rendere questa vicenda una storia italiana che riguarda tutti, ebrei e non ebrei. Che poi si tratti di una storia letteralmente famigliare è confermato anche dal nome più volte evocato del genitore dell’autrice, Vittorio Foa, ebreo antifascista condannato a quindici anni di carcere e padre costituente nel 1946.

È stata quella degli ebrei in Italia una storia diversa rispetto alle altre comunità? Il primo tratto specifico è nella continuità della presenza nella penisola nel corso di venti secoli, dalla Roma antica ai nostri giorni, con un radicamento costante che non si ritrova altrove. L’Italia è stata la culla della diaspora europea, e la stessa definizione di ebrei italiani precede la tradizionale distinzione tra “ashkenaziti” e “sefarditi”. Una seconda fondamentale specificità è nello stretto rapporto con il mondo circostante perché, fin dai primi secoli, dalla lingua al modo di vestire ci fu una profonda osmosi con la cultura cristiana, in una reciprocità di influenze che resiste nel Cinquecento all’istituzione dei ghetti. La convivenza tra ebrei e cristiani conosce alterne vicende, tra “aggiustamenti” e “resistenze” scrive la studiosa, ma il dato su cui insiste il racconto – e che ci porta alla terza caratteristica dell’ebraismo italiano – è il ruolo fondamentale della Chiesa cattolica: pur condannando gli ebrei a una sorta di “inferiorità teologica”, ebbe convenienza a farsi garante della loro presenza perché – soprattutto dalla fine del Medioevo – più interessata a convertirli che a eliminarli. Nella ricostruzione proposta da Foa, a definire la storia degli ebrei sono soprattutto i rapporti con il mondo italiano non ebraico, più che quelli pur molto ricchi con il resto del mondo ebraico. Ed è una storia segnata spesso da un’eccezionalità che però non è mai priva di ombre e ambiguità. Il XIV secolo fu un momento di espansione del mondo ebraico in Italia - contrariamente a quello che accadeva in Inghilterra e Francia con le grandi espulsioni - ma funestato dalla catastrofe dell’ebraismo meridionale. Anche sul piano dell’odio antiebraico, l’Italia si distinse dal resto d’Europa non certo perché le fantasie popolari fossero libere dai peggiori stereotipi – siamo già nel Quattrocento – a cui contribuì la predicazione francescana a sostegno dei Monti di Pietà contro il prestito degli ebrei, ma perché la stessa Chiesa aveva interesse a evitare processi ed episodi di violenza per non alterare l’equilibrio precario sul quale si reggeva la convivenza tra ebrei e cristiani.

Nella lunga storia di emancipazione e integrazione, uno dei momenti più alti fu la partecipazione degli ebrei al Risorgimento e alla costruzione dello Stato nazionale, che avrebbe restituito loro tutti i diritti negati. Nella scia di Momigliano, la studiosa sottolinea come la partecipazione di una minoranza al processo di formazione della coscienza nazionale abbia caratterizzato questo processo in senso liberale. E l’identificazione tra gli ideali della nazione e quelli della minoranza ebraica è destinata a durare fino al primo decennio del Novecento, fin quando l’idea di nazione non si trasforma in nazionalismo, dando origine a una separazione che è preludio di sciagura. Nei capitoli più dolorosi, l’autrice spiega perché, in uno dei paesi fino a qualche decennio prima tra i meno antisemiti d’Europa, sia stato introdotto nel 1938 l’antisemitismo di Stato, spazzando via il senso comune autoassolutorio lungamente prevalso in Italia: non ci fu alcuna richiesta da parte di Hitler a Mussolini e si trattò di leggi durissime, per alcuni aspetti anche più di quelle naziste, applicate con uno zelo sconosciuto al Paese. La storia narrata da Anna Foa è anche una galleria di personaggi femminili tra cui brilla il ritratto di Ernesta Bittanti, vedova di Cesare Battisti. Nel 1939 sfidò il divieto di pubblicare necrologi sugli ebrei imponendo al Corriere un suo ricordo dell’ingegnere Augusto Morpurgo. Per il mondo ebraico fu una mano tesa sotto la tempesta. La storia sarebbe stata diversa se più persone avessero compiuto gesti come quello di Ernesta? La domanda della studiosa arriva dritta alla coscienza, come tante altre che attraversano una storia che è necessario conoscere.

- Simonetta Fiori - Pubblicato su Robinson del 5/11/2022 -

domenica 29 gennaio 2023

«Volontà di Confrontarsi» !!??!!

La mancata occasione di Kiev?
- di Tomasz Konicz -

Per l'Ucraina, nella guerra si profila un nuovo punto di svolta: un'ulteriore escalation dalle conseguenze incalcolabili. A posteriori, la riconquista, da parte dell'esercito ucraino nel novembre 2022, della città meridionale di Kherson verrà probabilmente identificata come quel momento, irrimediabilmente perduto, durante il quale prevalevano le condizioni ottimali per avviare dei seri colloqui di pace [*1]. Dopo l'umiliante sconfitta subita, il morale delle forze d'invasione [russe] era ai minimi termini , mentre i segnali, provenienti in tal senso dal Cremlino erano al culmine, e a dicembre si era potuta vedere un'offerta ufficiale di negoziati da parte di Putin [*2]. All'epoca, Kiev rifiutò un potenziale accordo con il Cremlino. Nel frattempo, una legge ora vieta al presidente ucraino, finché Putin è in carica, di partecipare ai negoziati con Mosca.

Il trionfo di Kherson, era stato preceduto dalla riuscita offensiva lampo nell'oblast' di Kharkov [*3], dove le forze russe erano letteralmente crollate, e in pochi giorni erano stati riconquistati vasti territori dalle forze ucraine. La vittoria ucraina nell'oblast' di Kharkov aveva segnato un punto di svolta nella guerra. A questo punto, l'iniziativa strategica era passata all'Ucraina, e Kiev determinava così il corso della guerra, nel momento in cui la Russia era militarmente sulla difensiva e poteva solo reagire. Ma la riconquista di Kherson era stata laboriosa, prolungata, e l'esercito ucraino aveva dovuto pagare il prezzo di altissime perdite di uomini e materiali; ed era stato reso possibile solo in seguito al taglio delle linee di rifornimento russe realizzato con la distruzione dei ponti sul Dnieper da parte dell'artiglieria [*4].
Ora, a poco più di due mesi dalla ritirata russa da Kherson, è l'esercito ucraino a doversi ritirare, subendo pesanti perdite nell'insediamento minerario di Soledar, a nord della città di Bachmut, che è stato conteso per mesi [*5]. Le truppe mercenarie dell'oligarca del Cremlino Yevgeny Prigozhin, erano riuscite ad accerchiare le formazioni ucraine e a conquistare la cittadina. Queste truppe, dopo aver rifiutato di arrendersi, sono state completamente annientate. I canali Telegram russi sono pieni di video di centinaia di soldati ucraini uccisi a Soledar. Nella battaglia, entrambe le parti hanno perso migliaia di soldati e grandi quantità di materiale. Da tempo, la guerra è diventata una guerra di logoramento, con il Cremlino che si aspetta che «l'Ucraina esaurisca per prima le risorse», come ha dichiarato un insider al Financial Times [*6].
È la stessa logica di Verdun, che consiste nel «dissanguare» il nemico [cioè, tagliare i rifornimenti] quella che viene applicata ora in questa fase della guerra. Nel 1916, il capo di Stato Maggiore Erich von Falkenhayn volle letteralmente spogliare l'esercito francese del suo «materiale umano» - in quella battaglia di logoramento che si svolse allora intorno al luogo diventato simbolo - che doveva essere letteralmente fatto a pezzi in un processo industriale di annientamento. Ora, sul fronte di Bachmut, che da tempo è diventato un simbolo della guerra nell'Ucraina orientale, la situazione è simile. Per anni, l'Ucraina è stata in grado di costruire una solida linea di difesa statica nel Donbass - fin dalla guerra civile del 2014 - la quale ora è stata violata a Soledar. Tuttavia, una volta che una tale linea di difesa, statica e fortificata, è stata parzialmente violata, bisogna che nel medio termine venga abbandonata nel suo complesso, e deve essere costruita una nuova linea di difesa, altrimenti l'intero fronte può essere «schiacciato» da attacchi laterali. Una nuova linea di difesa è già in costruzione vicino a Kramatorsk/Slovyansk.

Ecco perché l'esercito ucraino sta cercando disperatamente di impedire, con ogni mezzo, lo sfondamento russo a Soledar; il che rende il ritiro da Bachmut una mera questione di tempo. Entrambe le parti stanno privilegiando l'uso di materiale bellico umano. Nuove unità, devono essere lanciate incessantemente nella battaglia in modo da colmare il divario del fronte, o per ampliare lo sfondamento, mentre l'altra parte le fa a pezzi usando il tracciamento assistito da droni unitamente ai colpi di artiglieria. In questa guerra, la maggior parte dei morti sono delle vittime di proiettili di artiglieria, che muoiono senza aver mai visto un nemico in un combattimento ravvicinato. Senza esagerare, si può già affermare che questa guerra farà centinaia di migliaia di vittime. I cimiteri ucraini, in rapida espansione, assomigliano attualmente a un mare di bandiere, dove devono essere scavate continuamente nuove tombe per i caduti [*7]. Entrambe le parti hanno già perso migliaia di soldati nella sola battaglia di Soledar, ma  dopo i disastri e le catastrofi degli ultimi mesi, il Cremlino è apparentemente riuscito a stabilizzare la sua macchina militare. Per quanto l'apparato militare, lento e corrotto, commetta ancora a volte gravi errori, che costano la vita a centinaia di riservisti arruolati [*8], la situazione delle forniture delle unità dell'esercito russo si è almeno alleggerita. Le carenze catastrofiche che avevano caratterizzato i primi mesi della guerra, sono state ora chiaramente alleviate da un miglioramento della logistica russa. L'idea secondo cui gli attacchi terroristici russi alle infrastrutture civili ucraine, sarebbero stati interrotti a causa di una carenza di missili, è stata smentita dall'ultima ondata di attacchi di metà gennaio, in cui sono stati colpiti decine di obiettivi [*9]. I danni più gravi alle infrastrutture ucraine vengono ora inflitti dagli attacchi invernali alle forniture energetiche, poiché le prolungate interruzioni di corrente durante i periodi di gelo distruggono i sistemi idrici e fognari a causa della rottura delle tubature. In questo processo possono verificarsi danni per miliardi di dollari. Inoltre, il Cremlino sta organizzando l'economia russa in vista di una lunga guerra, mentre gli sforzi di riorganizzazione dell'amministrazione e delle infrastrutture militari dovrebbero consentire un tasso di mobilitazione sempre più alto in termini di personale militare. Il Cremlino pensa già alla guerra in termini di anni: il numero del personale militare russo, entro il 2026 dovrebbe passare da un milione a 1,5 milioni [*10]. In un simile contesto, l'Istituto per lo studio della guerra (ISW) parla di passi organizzativi che permetteranno alla Russia di combattere una «grande guerra convenzionale» [*11]. Secondo l'ISW, nei prossimi sei mesi si prevede un'«azione strategica decisiva» da parte dell'esercito russo, in modo ribaltare le sorti della guerra.

La parziale mobilitazione russa di 300.000 riservisti è stata ormai quasi portata a termine, nonostante tutti gli attriti e le difficoltà. Ciò significa che la leadership militare russa può ora discutere circa quali possono essere le varie opzioni per un'offensiva russa. Nel frattempo, le concentrazioni di truppe russe in Bielorussia stanno costringendo l'Ucraina a dispiegare urgentemente nel nord-ovest, per proteggere il confine, delle unità dell'esercito che invece sarebbero necessarie nell'est. La Russia ha recentemente dichiarato che un «attacco ucraino» contro la Russia o la Bielorussia potrebbe portare a una risposta militare collettiva da parte di entrambi i Paesi; si tratta di un'opzione deliberatamente vaga che serve a descrivere l'entrata in guerra della Bielorussia [*12]. Altri scenari considerano probabile un attacco russo proveniente da sud, che avverrebbe a est del fiume Dnieper, verso Zaporizhzhya e Pavlograd, oppure da nord, dalla regione russa di Belogrod, in modo da pugnalare alle spalle il fronte ucraino negli oblast di Kharkov e Luhansk. La Russia ha un potenziale militare ed economico che è di gran lunga superiore a quello dell'Ucraina, e sono stati solo la megalomania, il clientelismo e la corruzione dilagante dell'oligarchia statale di Putin ad aver causato i disastri russi nel primo anno di guerra. Ma nel frattempo, gli sforzi del Cremlino volti a mobilitare queste risorse superiori, sembrano aver avuto un successo quanto meno parziale. In parole povere, nel medio termine il Cremlino vincerà la guerra, se l'Occidente non sarà disposto a compiere un ulteriore passo di escalation: quello di fornire in modo massiccio equipaggiamenti bellici pesanti come carri armati, elicotteri d'attacco e aerei da combattimento. È per questo che nell'opinione pubblica occidentale sta prendendo piede la discussione in merito a questo [*13]. Ciò costituisce un'ammissione implicita del fatto che l'equilibrio della guerra rischia di pendere a favore della Russia. L'esercito ucraino, così come quello russo, ha subito gravi perdite di uomini e risorse materiali, con poche possibilità di sostituirli. Per Kiev, dal punto di vista militare, ha senso chiedere all'Occidente carri armati tedeschi e veicoli blindati statunitensi in modo da tornare a una guerra di movimento. Se non si vuole che la marea della guerra inverta direzione, allora l'Occidente deve davvero incrementare notevolmente le forniture di armi. La consegna di carri armati britannici a Kiev, è solo una prova generale [*14] per convincere Berlino ad accettare di consegnare i Leopard. Sono stati esportati solo pochi esemplari dello Challenger 2 britannico, e per questo carro armato non esiste alcuna infrastruttura militare, mentre il Leopard 2 è stato talmente un successo di esportazione che ora molti Paesi potrebbero fornire all'Ucraina; insieme a pezzi di ricambio, munizioni e materiale di manutenzione [*15]. Le reazioni alla potenziale consegna di carri armati tedeschi, dei deputati russi della Duma che hanno fatto appello alla mobilitazione generale nel caso di una simile eventualità, hanno reso evidente dove potrebbe portare questa escalation [*16]. La cruda verità, è che non esiste alcuna "buona" uscita da questa guerra imperialista [*17].

O verrà fatto uno sporco accordo geopolitico tra l'Occidente e il Cremlino - in cui parti dell'Ucraina orientale verranno de facto incorporate nell'impero russo, mentre il resto del Paese verrà aggiunto alla sfera d'influenza occidentale - oppure la spirale dell'escalation continuerà e il conflitto si intensificherà fino a quando la guerra non andrà completamente fuori controllo. In vista dell'imminente perdita della Crimea, l'opzione nucleare diventerà più concreta. E dal momento che la Russia, in ultima analisi, ha il coltello dalla parte del manico in questa spirale di escalation convenzionale nei confronti della Nato, la perdita di controllo potrebbe perciò assumere la forma di uno scambio di colpi nucleari. Ma l'Armageddon nucleare può avvenire anche in interazione con una maggiore erosione dello Stato. Le crepe nella struttura del potere statale, sono chiaramente visibili, soprattutto nella Russia autoritaria. La guerra ha messo a nudo proprio la disgregazione e l'erosione interna dello Stato russo. Questo processo di erosione sta già attanagliando il suo nucleo militare. In generale, le strutture statali autoritarie non sono un segno di forza, ma di debolezza socio-economica, che può essere coperta solo per un certo periodo di tempo con mezzi dittatoriali e coercitivi. Il fallimento dell'esercito russo, caratterizzato dalla sua corruzione, contrasta con il successo degli attori militari post-statali: la forza mercenaria della Wagner, la quale gravita attorno al favorito del Cremlino Prigozhin, il quale ora è in aperta competizione con la leadership dell'esercito; oppure le truppe del sovrano ceceno Kadyrov. Quest'ultimo ha di fatto istituito nel Caucaso un principato post-moderno, che è solo formalmente sotto il controllo di Mosca, e questo finché Kadyrov svolge il suo servizio di vassallo militare per il Cremlino. In Russia, il formarsi di strutture di potere parallele che smentiscono l'apparenza di un monopolio statale dell'uso della forza, con il proseguire della guerra è destinata a progredire. È inoltre fondamentalmente sbagliato pensare a Putin come a un autocrate onnipotente, visto che egli svolge piuttosto un ruolo di mediazione tra i vari racket e i diversi clan dell'oligarchia statale russa [*18].

Ma con ogni probabilità, forze centrifughe simili sono all'opera anche nell'apparato statale ucraino, il quale anche prima dello scoppio della guerra era già un mero trastullo di interessi oligarchici [*19]. Uno spaccato di quelle che sono le lotte di potere a Kiev, è stato fornito dal licenziamento del consigliere presidenziale ucraino Oleksiy Arestovych, ufficialmente costretto a dimettersi a causa dei suoi commenti sul mortale attacco missilistico russo a Dnipro [*20]. Inizialmente, Arestovych aveva dichiarato che il missile russo che ha distrutto un grattacielo a Dnipro, e ucciso decine di civili, era stato abbattuto dalle difese aeree ucraine. In precedenza, in un'intervista, Arestovych aveva criticato la politica identitaria dell'Ucraina in tempo di guerra. Secondo l'intervista, la destra ucraina sta conducendo una campagna nazionalista per sopprimere l'identità russa e "post-sovietica" nell'Ucraina orientale, cosa che sta allontanando molti ucraini di lingua russa dal governo di Kiev (l'intervista è condivisa principalmente dagli account filorussi [*21]). I gruppi estremisti di destra, che stanno guadagnando sempre più influenza, e che talvolta entrano ufficialmente anche a far parte delle forze armate [*22], probabilmente finiranno per essere  il più grande fattore di instabilità ucraina nel corso futuro della guerra. Le possibilità che ha l'Ucraina di ottenere ancora dei risultati decisivi sul terreno della guerra contro la Russia sono - se non si oltrepassa la soglia di una grande guerra tra Est e Ovest - estremamente ridotte, mentre a ogni passo di escalation le cifre delle vittime di questa guerra imperialista aumenteranno sempre di più. Questo aumento delle vittime, è visibile sia in termini di vite umane che in termini di devastazione delle infrastrutture in generale delle città ucraine orientali. Queste città sono state sviluppate in quanto punti centrali di difesa dall'esercito ucraino, che qui e ora ha una particolare esperienza nella guerra urbana. Inoltre, va detto che la guerra non porta solo alla devastazione di intere regioni dell'est, ma accelera anche i processi di erosione statale e sociale. E questi processi sono spinti dalla crisi generale, la quale a sua volta interagisce con delle forze centrifughe anomiche e con le formazioni autoritarie [*23].

Rimane comunque da chiedersi, se anche uno sporco accordo imperialista, in cui l'Ucraina verrebbe di fatto divisa tra Occidente e Oriente, sia ancora un'opzione realistica. Putin, nel momento in cui ha messo ai voti i referendum fasulli sull'adesione di quattro regioni amministrative ucraine alla Federazione Russa, si è posto un obiettivo ufficiale minimo per il suo accaparramento imperialista di terre. Tuttavia, il Donbass, Kherson e Zaporizhzhya sono solo parzialmente sotto il controllo russo. Senza il Donbass e Kherson, il Cremlino difficilmente potrebbe vendere come una vittoria il corso disastroso della guerra; guerra che divora grandi quantità di risorse, materiali e denaro, ed è associata a perdite assai elevate. A Kiev, invece, qualsiasi tentativo di negoziazione seria con il Cremlino rischia di incontrare la resistenza dell'estrema destra, armata fino ai denti [*24]. Anche l'Occidente è diviso sulla questione: gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e i vicini orientali della Russia - soprattutto la Polonia - vogliono continuare la guerra, mentre Germania e Francia sarebbero disposte a scendere a patti con Mosca [*25].

La crisi socio-ecologica del capitale, l'intreccio tra i limiti interni ed esterni dell'accumulazione del capitale, la crisi di sovrapproduzione prolungata dalla creazione del debito, così come la crisi climatica e delle risorse, stanno sempre più alimentando nei Mostri Statali una  geopolitica e imperialista «Volontà di Confrontarsi». Le risorse, il fertile suolo di terra nera dell'Ucraina, con l'intensificarsi della crisi ecologica diventeranno sempre più importanti. Il Cremlino, a sua volta, sta anche combattendo, letteralmente, per l'esistenza del suo impero in via di erosione, sconvolto dalle tensioni sociali [*26], mentre i sovra-indebitati Stati Uniti devono contro-affermare il loro dollaro come valuta di riserva mondiale, insieme alla loro posizione egemone. Questa guerra, che sta prendendo sempre più piede, tra l'Oceania (il sistema di alleanze, di Washington, tra Oceano Atlantico e Pacifico) e l'Eurasia (Cina, e Russia), attualmente è in corso solo nell'Europa orientale, ma in futuro potrebbe emergere un secondo fronte anche nel Sud-est asiatico, a Taiwan.

- Tomasz Konicz  - Pubblicato il 23/1/2023 su ZNetwork -

NOTE:

1 https://www.tagesspiegel.de/politik/ukraine-offensive-tag-261-kiews-strategische-glanzleistung-in-cherson-8866336.html

2 https://www.voanews.com/a/putin-says-russia-ready-to-negotiate-over-ukraine-/6890944.html

3 https://www.konicz.info/2022/09/09/wendepunkt-in-der-ukraine/

4 https://www.nytimes.com/2022/09/24/world/europe/ukraine-south-kherson-russia.html

5 https://www.zdf.de/nachrichten/politik/bachmut-soledar-ukraine-krieg-russland-100.html

6 https://www.ft.com/content/d759e24b-dd48-4adc-a0ae-7e53b89e5231

7 https://www.youtube.com/watch?v=1c9dtEeb6EY

8 https://www.bbc.com/news/world-europe-64142650

9 https://www.aljazeera.com/news/liveblog/2023/1/14/russia-ukraine-live-russian-missiles-hits-infrastructure-in-kyiv

10 https://kyivindependent.com/news-feed/russian-defense-ministry-confirms-plan-to-expand-army-to-1-5-million-troops

11 https://www.understandingwar.org/backgrounder/russian-offensive-campaign-assessment-january-15-2023

12 https://www.thedailybeast.com/russia-sets-ultimatum-for-top-ally-belarus-to-formally-join-vladimir-putins-war-in-ukraine?ref=scroll

13 https://www.thedailybeast.com/why-russia-is-terrified-of-americas-patriot-missiles-delivery-to-ukraine

14 https://www.zdf.de/nachrichten/politik/challenger-grossbritannien-ukraine-krieg-russland-100.html

15 https://www.handelsblatt.com/politik/deutschland/ukraine-krieg-deutschland-bereitet-sich-auf-leopard-lieferung-fuer-ukraine-vor/28924168.html

16 https://twitter.com/WarMonitors/status/1614999689304363009

17 https://www.konicz.info/2022/06/23/was-ist-krisenimperialismus/

18 https://www.konicz.info/2022/05/25/rackets-und-rockets/

19 https://www.konicz.info/2022/06/20/zerrissen-zwischen-ost-und-west/

20 https://www.bbc.com/news/world-europe-64304310

21 https://twitter.com/e_l_g_c_a/status/1615138445051195392

22 https://twitter.com/militarylandnet/status/1526132364702887936

23 https://www.konicz.info/2022/05/24/eine-neue-krisenqualitaet/

24 https://twitter.com/militarylandnet/status/1526132364702887936

25 https://www.welt.de/politik/ausland/plus243059565/Ukraine-Krieg-Der-Riss-in-der-Nato-zeigt-sich-an-Deutschland-und-Polen.html

26 https://www.konicz.info/2022/01/18/neoimperialistisches-great-game-in-der-krise/

Patriarcato !!

« Ciò che viene dissociato e assegnato alle donne, è costituito da un insieme di attività, sentimenti, caratteri e atteggiamenti di natura diversa, tutti ugualmente essenziali per la riproduzione e per il funzionamento della società delle merci, ma che però non corrispondono alla logica dell'universo del valore, della politica, dello Stato e della scienza.

Si tratta delle attività domestiche, dell'educazione dei figli, delle attività di cura, ecc, e di tutti quei sentimenti, emozioni e atteggiamenti che sul terreno del lavoro astratto si oppongono alla razionalità della "economia d'impresa", e che rifiutano di lasciarsi includere nella categoria del lavoro: l'emotività, la sensibilità, l'assistenza e il sostegno e la cura, la debolezza intellettuale e caratteriale, per arrivare persino all'erotismo, alla sessualità, all'amore.

Tutto quello che non rientra nella funzionalità delle sfere "maschili" dell'economia d'impresa, degli affari, della politica, dello Stato e della scienza, viene così dissociato e proiettato sulle "donne" in quanto non soggetto (e non solo sulle "donne"). Ciò che è dissociato non può perciò essere compreso per mezzo degli strumenti della critica del valore, né con quelli del marxismo tradizionale oppure dell'economismo borghese.

Dal momento che rappresentano il rovescio della medaglia del lavoro astratto, avviene che le attività riproduttive e le emozioni, i sentimenti e gli atteggiamenti attribuiti alle donne non possono essere semplicemente sussunti sotto il concetto astratto di lavoro, parlando di "lavoro domestico" o di "faccende di casa"; come il femminismo ha saputo fare appropriandosi della categoria positiva del lavoro. Il rapporto di dissociazione non può nemmeno rimanere confinato ed essere identificato solamente con la sfera domestica o privata, ma si può dire che attraversa tutte le sfere della società, compresa quella maschile dell'economia, della politica e della scienza, nella quale le donne vengono penalizzate in termini di salario, di carriera, di condizioni di lavoro, ecc.

La dissociazione non può essere pensata e vista come se fosse una semplice relazione di riproduzione materiale (come si insiste da parte del femminismo materialista o del marxismo-femminismo), e ciò perché essa è anche una relazione socio-psichica che costruisce e modella dall'interno la soggettività, sia degli individui maschili che di quelli femminili; vale a dire che la dissociazione è costitutiva della dimensione socio-psichica del soggetto "uomo", così come lo è del non soggetto "donna" che viene penalizzato e messo in condizioni di inferiorità. Più in generale, la dissociazione costituisce l'ordine simbolico-culturale del capitalismo.

E tra queste tre dimensioni della dissociazione (materiale, socio-psichica e simbolico-culturale) non esiste alcun criterio di gerarchizzazione - come avveniva nel vecchio materialismo storico, il quale faceva derivare la sovrastruttura ideologico-culturale dall'infrastruttura materiale-produttiva. Le dimensioni materiale, socio-psichica e culturale-simbolica della relazione sociale esistono insieme, congiuntamente, in modo coagulato. Esse costituiscono le diverse sfaccettature di una medesima relazione sociale che dev'essere abolita. »

fonte: Palim Psao

sabato 28 gennaio 2023

Economificazione !!

La resurrezione economicista della religione
- di Robert Kurz -

Dio è morto, dice Nietsche. Nietsche è morto, risponde Dio. E infatti lo fa per bocca dei suoi nuovi profeti, che curiosamente sono tutti economisti e teorici del management.
Dall'inizio della nuova crisi capitalistica mondiale, e della svolta neoliberista ad essa associata, le comunità religiose hanno cominciato a economicizzarsi completamente, mostrando nel farlo quasi una forza diabolica. Le grandi chiese, considerano sempre più sé stesse come se fossero degli erogatori di servizi che danno un senso alla vita, vendendo consolazione ed edificazione, allo stesso modo in cui MacDonalds vende hamburger, o come Beate Ushe vende lingerie provocante. E le tenebrose sette evangeliche, che ora dagli Stati Uniti si spingono fino al terzo mondo, si sono organizzate come dei conglomerati trans-nazionali, in quella che nel resto del mondo somiglia all'organizzazione terroristica di Al Qaeda. Ovunque, le congregazioni sono diventate oggetto di razionalizzazione, quasi fossero la Volkswagen, e così i mercati della fede vengono sfruttati  allo stesso modo in cui avviene con le barrette di cioccolato o con le mine antiuomo. In un mondo in cui persino Dio può essere trasformato in una merce, il marketing è tutto, e quindi ecco che è stato fatto risorgere dalla tomba, come se fosse un cadavere ambulante. Così, dopo che la religione in questo modo è stata amorevolmente economificata, inchinandosi allo spirito del tempo, ora gli economisti stanno facendo del loro meglio per trasformare, con altrettanta delicatezza, il dominio della loro specialità in una religione.

Torna in maniera chiara alla mente, lo studio di Max Weber sul legame interno tra capitalismo e protestantesimo, pubblicato nel 1905. Solo dell'Islam si continua a dire ancora - chi lo avrebbe mai detto! -  che non ama troppo la proprietà privata e la concorrenza. Del resto, però, a essere attraente non è solo l'avarizia, ma lo è anche la fede. Come sempre avviene nell'economia politica, tutto quanto si svolge in maniera rigorosamente scientifica. Perciò, come riportato dal quotidiano "Handelsblatt", veniamo a sapere che il teorico della crescita di Harvard, Robert Barro, insieme a Rachel McCleary, ha studiato la «dimensione della religiosità» in 59 Paesi, per scoprire se ciascuno mostra delle «correlazioni significative con alcune variabili macroeconomiche, come il reddito pro capite». E guarda  un po': dappertutto e ovunque laddove la «fede nel cielo e nell'inferno» mostra di essere più intensa, ecco che lì vediamo che esiste anche una «performance dell'economia nazionale» che è ancora più fantastica. E chiunque consideri questa una satira della realtà andrà all'inferno!

Di sicuro, questo destino post-mortem non minaccia Stefan Baron, il caporedattore del settimanale "Wirtschaftswoche". «La fede porta con sé più successo?», titola puntualmente prima di Natale il suo periodico illustrato con le "Mani in preghiera" di Dürer - per poi rispondersi affermativamente subito dopo con il titolo «Politica, management, carriera e denaro». «Tutto sommato, alla fine la fede è davvero un comandamento della ragione», sottolinea il caporedattore, il quale, insieme a un filosofo non più del tutto fresco, Jürgen Habermas, vede avvicinarsi una «società post-secolare».

Rispetto alla questione della religiosità, forse gli economisti sono meno interessati al successo, e assai più all'amministrazione della crisi. Lo sbeffeggiatore della religione, Voltaire, aveva già dichiarato che la fede andava bene per i galoppini e per le donne, in quanto serviva a tener meglio sotto la sferza tale parte dell'umanità. Poiché la fede, come ci spiega Robert Barro, la maggior parte delle volte cede il posto a delle altre virtù, come la morale del lavoro e, non ultima, la pazienza. La religione, in quanto «condizione fondamentale del sostegno morale» (Stefan Baron), può persino servire ad aumentare l'accettazione della Hartz IV, così come quella di altre mostruosità sociali. In tal modo, il governo Schröder ora non avrebbe più bisogno di versare psicofarmaci nell'acqua potabile per migliorare l'umore - come sospettavano alcuni teorici della cospirazione - dal momento che basterebbe avere le chiese piene. Naturalmente, se tutto questo è un'assurdità, allora può benissimo darsi che la prima pagina della "Wirtschaftswoche" contenga involontariamente un altro messaggio sulla crisi, vale a dire il messaggio senza speranza per cui oramai solo la preghiera può aiutare il mondo capitalista.

- Robert Kurz - Pubblicato in origine su "Neues Deutschland", Berlino, 23.12.2004

fonte: EXIT!

giovedì 26 gennaio 2023

Ripartire da Zero !!

«In realtà, il capitalismo di Stato ha costituito la forma iniziale in cui si è insediato il modo di produzione capitalistico, non solo in Russia (già a partire dallo zarismo), ma anche nell'Europa occidentale e centrale; è stato il modo in cui questo modo di produzione si sovrapponeva alla società agraria del feudalesimo. A conferire una peculiarità unica alla potenza capitalistica statunitense, insieme al grado di sviluppo industriale e alla dimensione continentale del suo mercato interno, è stato il fatto che una forma iniziale simile a quella della trasformazione europea non era necessaria, per cui il capitale ha potuto svilupparsi fin dall'inizio sotto forme sistemiche avanzate, completamente liberato dalla sedimentazione storica dei modi di produzione precedenti delle culture premoderne, dal momento che i colonizzatori europei, liberati dalle strutture sociali da cui erano partiti, non solo poterono ripartire da zero con un nuovo livello di sviluppo, come quello che distrusse le società delle popolazioni indigene, rendendo così, in un certo senso, il "Nuovo Mondo" la terra vergine e l'unico campo di esperienza della modernizzazione. Non appena nel XX secolo il capitale e il grado di industrializzazione degli Stati Uniti ebbero sorpassato il livello europeo, ecco che questa specifica caratteristica storica e culturale diede un ulteriore impulso alla loro ascesa a superpotenza.»

(da: Robert Kurz, "A Guerra de Ordenamento Mundial")

La materia di cui sono fatti i sogni …

David Thomson, «il più grande critico ci­nematografico vivente» per John Banville, ha qui tentato una storia di Hollywood -- la sua -- e lo ha fatto col piglio caustico e ma­landrino che contraddistingue chi da sem­pre ama quel mondo e ciò che ha da offrire: sogni surrettiziamente innervati dalla realtà. Thomson prende spunto da un ca­polavoro, Chinatown, il mitico film di Ro­man Polanski del 1974, il che gli permette di ripartire da molto lontano, dalla cresci­ta indiscriminata, corrotta e manovrata di Los Angeles, e di puntare la sua personale macchina da presa sulle speculazioni frau­dolente intorno alla gestione dell’acqua e della viabilità, elementi che, sottotraccia, contribuirono notevolmente alla nascita e allo sviluppo di Hollywood. Ricostrui­sce poi la storia di quegli anni, dalle prime salette improvvisate ai grandi cinema, al­la creazione degli Studios, affrontando il passaggio dal muto al sonoro, dal bianco e nero al colore e alle ulteriori innovazio­ni tecniche. Ma soprattutto racconta le sto­rie, sempre curiose, spesso sordide, comun­que illuminanti, dei grandi che hanno fat­to grande il cinema: registi come Griffith, Welles o Hitchcock, divi come Greta Gar­bo o Marlene Dietrich, Humphrey Bogart o Jack Nicholson, e insieme produttori co­me Jack Warner, Louis Mayer o Samuel Goldwyn, nonché altre figure meno note ma non meno influenti. Thomson vuole darci «la formula perfetta», espressione che riprende dall’ultimo romanzo incom­piuto di Fitzgerald, ambientato nella Mec­ca del cinema: l’equazione che sola può of­frire una visione d’insieme di quel mondo, quell’arte, quel mestiere, quell’industria, quel gioco d’azzardo, in tutta la sua varie­tà, follia e grandezza.

(dal risvolto di copertina di: David Thomson, "La formula perfetta", Adelphi, pp.605, €34)

Nella fabbrica dei sogni di Hollywood comandano uomini e donne da incubo
- Imprenditori senza scrupoli, produttori incestuosi, registi pedofili, attrici vipere, agenti vampiri: la Mecca del cinema raccontata da un grande critico, fra storia e aneddoti, ritratti al vetriolo e umorismo -
di Steve Della Casa

Hollywood, la grande fabbrica dei sogni, suscita da sempre tanto amore e tanto odio: sentimenti contrastanti ma da sempre conviventi, che si sono manifestati in saggi, romanzi, opere teatrali e film. David Thomson, come tutti gli europei che si sono trasferiti nella Mecca del cinema (lui è inglese, ma si è presto trasferito in California diventando critico e docente di cinema tra i più famosi e stimati) prova esattamente questi sentimenti, e li utilizza come ossatura di un sorprendente racconto che viaggia sospeso tra grande storia e piccoli ma significativi aneddoti, ritratti al vetriolo e umorismo irriverente. Lo spunto arriva da un film che, a pensarci bene, può essere davvero letto come una grande metafora della storia di Hollywood e che non a caso è diretto da un altro grande europeo che all’epoca si era trasferito proprio lì. Stiamo parlando di Chinatown, uno dei capolavori che Roman Polanski ha realizzato nel suo (purtroppo) breve periodo americano, prima dei problemi giudiziari che lo hanno spinto su altri lidi. Chinatown, come sintetizza mirabilmente Thomson, è «una storia di acqua e di incesto»: l’investigatore privato interpretato da Jack Nicholson è (ovviamente) ingaggiato da una donna misteriosa, svolge le sue indagini e capisce che una strana perdita d’acqua è davvero importante e che uno strano legame unisce due belle donne e il padre di una di loro.

La vicenda del film è però raccontata non seguendo Polanski o Nicholson, bensì lo sceneggiatore Robert Towne, tre volte candidato agli Oscar (anche per L’ultima corvée e per Shampoo). Scopriamo così che Towne in precedenza era stato soprattutto un revisore di sceneggiature scritte da altri, a partire da Bonnie and Clyde di Arthur Penn dove era stato chiamato da Warren Beatty; che il finale tragico di Chinatown era fortemente voluto da Polanski; e che Towne aveva pensato di far ritornare l’investigatore in azione, dopo quella vicenda ambientata nel 1937, anche dieci anni dopo (e questo avvenne con il travagliatissimo Il grande inganno, sempre con Nicholson) e nel 1957 (ma questo terzo episodio non vedrà mai la luce). Il racconto di Thomson va molto oltre gli aneddoti che interessano soprattutto i cinefili. Noah Cross, il padre-padrone dal nome biblico della storia magistralmente interpretato da John Huston, è secondo Thomson ispirato a William Mulholland, l’industriale che ha fornito il nome a una delle più note strade di Hollywood immortalata da David Lynch in un bellissimo film. Mulholland era un imprenditore senza scrupoli che per primo pensò a Hollywood (anche) come luogo di possibile speculazione edilizia una volta risolto lo storico problema della mancanza d’acqua. Lo risolse, e ci fu il boom delle abitazioni di lusso. Su come fece ci sono molte opacità, e il racconto del film ne svela alcune. E, come Thomson ricorda, la popolazione cresce a dismisura. A Los Angeles nel 1890 abitavano 150.000 persone, nel 1915 già si superò il milione di residenti. Ma non solo di Chinatown si parla in La formula perfetta – luci e ombre dalla fabbrica dei sogni. Ovviamente quando si parla di Hollywood non si può non citare Francis Scott Fitzgerald e in particolare l’incompiuto Gli ultimi fuochi dove lo scrittore mette in scena soprattutto Irvin Thalberg, il produttore del primo Ben Hur, lo scopritore di von Stroheim e di Greta Garbo.

Ma non aspettatevi una voce di enciclopedia. E lo stesso per Mayer, uno dei fondatori della MGM che Thomson ricorda soprattutto per aver inventato un lucidalabbra molto speciale per le tante attrici che portava a letto. Su Frank Sinatra cita Ava Gardner, che ricordava come ci fosse una parte del corpo del cantante che pesava davvero molto. Di Chaplin ricorda l’impegno sociale dovuto a un’infanzia difficile, ma anche la passione per le minorenni e l’abilità nel giocare in borsa che gli consentì di essere l’unico divo di Hollywood a non perdere soldi durante la crisi del 1929. Racconta poi perché secondo lui La vita è meravigliosa non ha vinto l’Oscar, e spiega perché Howard Hawks (il regista di successi come Scarface, Susanna, Il fiume rosso) era così benvoluto. E confessa un grande amore per Nicole Kidman, ma per motivi insoliti: quando si è truccata per assomigliare a Virginia Woolf, infatti, non la si riconosceva più, proprio come anni prima aveva fatto Dustin Hoffman per Il piccolo grande uomo. E c’è spazio anche per gli agenti degli artisti, descritti come una genia di vampiri che ha di fatto ammazzato lo star system. Attori, attrici, registi. Splendori e miserie, slanci umanitari e sesso estremo, arte purissima e intrighi infernali. Un altro che conosceva molto bene Hollywood, lo scrittore e regista Kenneth Anger, intitolò la sua opera più famosa Hollywood Babilonia. Siamo da quelle parti, ed è probabilmente l’unico modo per raccontare la fabbrica dei sogni. Anche perché in un altro film della Hollywood classica ci si interroga proprio su questo, su quale sia la materia di cui sono fatti i sogni.

- Steve Della Casa - Pubblicato su TuttoLibri del 29/10/2022 -

mercoledì 25 gennaio 2023

Al museo …

Leggendo il lavoro di Mark Nixon sui taccuini, quaderni, appunti inediti, schizzi, prime bozze, frammenti manoscritti, ecc. di Beckett, vediamo emergere tutta una serie di dettagli: il quaderno che Beckett teneva solo per annotare e commentare i sogni che faceva (contiene un periodo di intensa frequentazione di Napoleone, e questo a causa della lettura che Beckett faceva del libro del 1829 di J. G. Lockhart, La storia di Napoleone Bonaparte; c'è una frase di Napoleone che appare nei sogni di Beckett, e che egli annota nel suo taccuino, ed è: «Entrerò nella posterità con il Codice in mano»). Ed è proprio durante il suo viaggio in Germania che in Beckett ha inizio il processo di allontanamento dalle "convenzioni" della narrazione; cosa che, a quanto pare, Beckett aveva già in mente fin dall'inizio, e questo grazie anche alla sua lettura impegnata e approfondita delle opere di James Joyce e di  Marcel Proust (su cui pubblica uno studio nel 1930).

L'11 gennaio 1937, nel quaderno numero 4, Beckett scrive la seguente formula: «Cerca + essere in futuro meno bestiale + circostanziale». Per Beckett, il diario non era affatto uno svago o un passatempo: quanto piuttosto un compito, un obbligo, qualcosa che egli imponeva a sé stesso (nello specifico caso dei sei quaderni che scrive durante il viaggio in Germania, dal settembre del 1936 al marzo 1937, bisogna anche tener conto dello sforzo necessario a far sì che essi sopravvivessero poi alla Seconda Guerra Mondiale; segno dell'importanza che Beckett stesso attribuiva a un simile esercizio).

Al di là di tutto questo, bisogna sottolineare come  e quanto Beckett fosse metodico nel registrare tutto ciò che faceva - in particolar modo i musei che visita, e in ogni città che attraversa: Amburgo, Braunschweig, Berlino, Halle, Weimar, Erfurt, Naumburg, Lipsia, Dresda, Freiberg, Bamberg, Würzburg, Norimberga, Ratisbona, Monaco.

fonte: Um túnel no fim da luz

martedì 24 gennaio 2023

Policrisi !?!!

Policrisi e depressione nel XXI secolo
- di Michael Roberts -

In questo momento, la parola d'ordine della sinistra è "Policrisi". Il termine vuole esprimere l'incontro e l'intreccio di diverse e più crisi: economica (inflazione e recessione), ambientale (climatica e pandemica) e geopolitica (guerra e conflitti internazionali). Infatti, avevo già avanzato un'idea simile all'inizio dell'anno scorso. Pertanto, non sorprende affatto che l'ultimo "Human Development Report (HDR)" delle Nazioni Unite sia così sconvolgente.  Secondo tale HDR, il mondo si trova peggio di quanto sia mai stato in qualsiasi altro momento della storia moderna, a partire da ancor prima della Prima Guerra Mondiale. L'HDR ha analizzato i trend linguistici di quelli che sono stati libri degli ultimi 125 anni; rilevando in tal modo un forte aumento delle espressioni che riflettono delle «distorsioni cognitive associate alla depressione e ad altre forme di disturbo mentale». Negli ultimi vent'anni è stata registrata un'impennata relativa al linguaggio che riflette una percezione eccessivamente negativa del mondo e del suo futuro. Infatti, i livelli di angoscia odierni sono senza precedenti, e superano quelli della Grande Depressione e di entrambe le guerre mondiali.

Appare essere rivelatore di questa situazione, anche il fatto che le opinioni negative sul mondo abbiano cominciato ad aumentare verso la fine del secolo, ancor prima della Grande Recessione.  Tale impennata coincide con la mia intuizione economica secondo la quale le principali economie mondiali sono entrate in quella che io chiamo una nuova Lunga Depressione: la terza nella storia del capitalismo moderno, dopo la depressione del 1873-95 e dopo la Grande Depressione degli anni Trenta. L'intensità delle opinioni negative circa le prospettive dell'umanità non è mai stata così alta; assai più alta di quanto lo sia stata  anche in una delle due guerre mondiali del XX secolo. Ci troviamo in una situazione di depressione economica, nella quale i redditi reali ristagnano, o addirittura diminuiscono, la povertà aumenta e le disuguaglianze si accentuano, e dove mancano gli investimenti per stimolare le forze produttive e per risolvere il disastro ambientale che sta travolgendo il mondo. E invece di una cooperazione globale da parte dei governi per risolvere questa "Policrisi", vediamo l'incrementarsi di un crescente conflitto tra le nazioni, sia economico che militare. Achim Steiner, Amministratore del "Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite", ha presentato l'HDR 2022.  Ecco come l'ha introdotto: «Viviamo in tempi incerti. La pandemia di Covid-19, giunta al suo terzo anno, continua a generare nuove varianti. La guerra in Ucraina si ripercuote in tutto il mondo, causando immense sofferenze umane, tra cui una crisi del costo della vita. I disastri climatici ed ecologici minacciano quotidianamente il mondo». Egli ha poi proseguito: «Gli elementi di incertezza si stanno accumulando, e interagiscono tra di loro per sconvolgere le nostre vite in modi senza precedenti. Le persone avevano già affrontato malattie, guerre e disastri ambientali in passato. Ma la confluenza di pressioni planetarie destabilizzanti, insieme a disuguaglianze crescenti, e alle radicali trasformazioni sociali attuate al fine di alleviare tali pressioni che si sonio accompagnate a una polarizzazione diffusa, rappresentano delle nuove, complesse e interagenti fonti di incertezza per il mondo e per tutti coloro che lo abitano». «In ogni parte del mondo, le persone ci stanno dicendo che si sentono sempre più insicure». Sei persone su sette, in tutto il mondo, affermano di sentirsi insicure riguardo a molti aspetti della loro vita, e questo anche prima della pandemia di Covid-19.  E queste sono le conseguenze politiche: «Allora, come stupirsi che, sotto la tensione della polarizzazione, dell'estremismo politico e della demagogia - il tutto sovralimentato dai social media, dall'intelligenza artificiale e da altre potenti tecnologie - molte nazioni stiano ora scricchiolando?» Steiner ha evidenziato come «in maniera sorprendente - sulla scia della pandemia di Covid-19 - per la prima volta il valore dell'Indice di Sviluppo Umano globale è diminuito per due anni di fila».

Il declino globale dell'HDI lo ha riportato al periodo appena successivo all'adozione dell'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, e dell'Accordo di Parigi! Pertanto, nessun progresso. Ogni anno ci sono alcuni Paesi, pochi, che registrano dei cali nei loro rispettivi valori dell'HDI. Ma nel 2020 o nel 2021, la percentuale dei Paesi che ha visto diminuire il proprio valore HDI, corrisponde a ben il 90%, superando così di gran lunga il numero di quelli che hanno subito un'inversione di tendenza in seguito alla crisi finanziaria globale. L'anno scorso è stata registrata una certa ripresa a livello globale, ma tuttavia parziale e disomogenea: la maggior parte dei Paesi con un HDI molto alto ha registrato dei miglioramenti, mentre la maggior parte degli altri ha subito continui cali.

A causa della pandemia di COVID, sono state perse almeno 15 milioni di «vite non necessarie», soprattutto nei Paesi a basso e a medio reddito. Ma anche negli Stati Uniti l'aspettativa di vita è scesa fino a raggiungere il livello più basso degli ultimi 26 anni.  Infatti, l'aspettativa di vita degli Stati Uniti ora si trova a essere inferiore a quella della Cina!

Per combattere il COVID, sono stati sviluppati in tempi rapidissimi dei nuovi vaccini - tra cui alcuni basati su una tecnologia rivoluzionaria - che in un anno hanno permesso di salvare circa 20 milioni di vite.  Ma i più poveri del mondo, a causa delle forti disparità di accesso ai vaccini, hanno ricevuto il minor supporto medico. «La pandemia finito per essere un doloroso promemoria che ci ricorda come le rotture relative alla fiducia e alla cooperazione - sia tra le nazioni che all'interno di esse - limitino insensatamente ciò che possiamo ottenere insieme».

Il COVID non è scomparso, ma i governi e le persone hanno deciso di convivere (e morire) con esso. Le conseguenze rimangono, e addirittura si aggravano. Ora, miliardi di persone si trovano a dover affrontare quella che, per l'ultima generazione, è la più grande crisi del costo della vita. Le persone sono già alle prese con l'insicurezza alimentare, dovuta in gran parte alle disuguaglianze, in termini di ricchezza e di potere, che determinano i diritti al cibo. Rimangono i problemi legati ai blocchi della catena di approvvigionamento globale, che contribuiscono all'aumento dell'inflazione in tutti i Paesi, a tassi che non si vedevano da decenni. Per quanto riguarda il clima, l'HDR ci ricorda come negli ultimi anni in tutto il mondo siano aumentate le temperature record, gli incendi e le tempeste. L'ultimo rapporto del "International Panel on Climate Change" è una sorta di «codice rosso per l'umanità». In sostanza, con il progredire della scienza, i modelli climatici prevedono - sempre con maggiore precisione rispetto al passato- un maggior numero di disastri. «La crisi climatica avanza, insieme ad altri cambiamenti a livello planetario provocati dall'Antropocene».  Il collasso della biodiversità è uno di questi. Più di 1 milione di specie vegetali e animali rischiano l'estinzione. «Ancor meno abbiamo idea di come vivere in un mondo senza, ad esempio, un'abbondanza di insetti. Cosa questa che non avviene da circa 500 milioni di anni, allorché sono apparse nel mondo le prime piante terrestri. Non è una coincidenza. Senza un'abbondanza di insetti impollinatori, dobbiamo affrontare l'incredibile sfida di dover coltivare cibo e altri prodotti agricoli su larga scala». La Policrisi si ripercuote sul benessere mentale dell'umanità, e lo fa attraverso eventi traumatici, malattie fisiche, ansia climatica generale e insicurezza alimentare. «Gli effetti di questi eventi, in particolare sui bambini, sono profondi e alterano lo sviluppo del cervello e del corpo, soprattutto nelle famiglie che si trovano ai livelli sociali più bassi, riducendo potenzialmente i risultati che i bambini potranno poi raggiungere nella vita».  Le disuguaglianze nello sviluppo umano si perpetuano attraverso le generazioni; «non è difficile vedere il modo in cui la confluenza di disagio mentale, disuguaglianza e insicurezza fomenti un ciclo intergenerazionale altrettanto dannoso che influenza lo sviluppo umano». Con la depressione economica e il disastro ecologico, arrivano anche l'incertezza, l'insicurezza e la polarizzazione politica. Un gran numero di persone si sente frustrato ed estraneo ai propri sistemi politici. Anche i conflitti armati sono in aumento. Per la prima volta, più di 100 milioni di persone sono state sfollate con la forza, la maggior parte delle quali all'interno del proprio Paese.

Cosa bisogna fare? L'ONU propone il suo modello per un futuro pieno di speranze: investimenti, garanzie e innovazione - le tre I [investment, insurance and innovation]. Ma l'innovazione e le nuove tecnologie, ammette l'ONU, sono un'arma a doppio taglio. «L'intelligenza artificiale creerà, ma anche distruggerà, lavori, causando enormi disagi. La biologia sintetica apre nuove frontiere nella salute e nella medicina, sollevando al contempo questioni fondamentali su cosa significhi essere umani».  Infatti, queste nuove tecnologie cosa faranno? Aumenteranno le disuguaglianze, ridurranno le possibilità di lavoro, o le amplieranno?  Ne ho parlato in precedenti post. Poi ci sono gli investimenti.  L'HDR parla di investimenti pubblici, in particolare per l'ambiente.  Ma non dice nulla sugli interessi acquisiti che ostacolano tali investimenti. Infine, ci sono le garanzie: una maggiore protezione dei diritti umani, l'accesso ai servizi di base e ai redditi minimi, e una maggiore responsabilità democratica. Nessuna di queste garanzie di base esiste per la maggioranza dei circa 8 miliardi di persone nel mondo.

In quello che è il suo esame della condizione umana nel XXI secolo, il rapporto delle Nazioni Unite è devastante. Ma non offre alcuna spiegazione convincente del perché della "Policrisi". Achim Steiner ci dice che «nella storia dell'incertezza di oggi, l'eroe e il cattivo sono uno solo: la scelta umana». Davvero, se scegliessimo di fare le cose in modo diverso, potremmo farlo.  Allora perché l'umanità non sceglie una strada diversa?  Perché «non tutte le scelte sono uguali. Alcune - indubbiamente quelle più rilevanti per il destino della nostra specie - sono il prodotto di una spinta proveniente da un'inerzia istituzionale e culturale che dura da generazioni».  Inerzia istituzionale e culturale?  Sicuramente la ragione di tutto ciò risiede nella realtà del fatto che solo una piccola percentuale dell'umanità può scegliere; il resto di noi non ha il potere di scegliere (almeno non individualmente). È la divisione di classe del capitalismo, tra coloro che possiedono e controllano e coloro che devono lavorare per loro e obbedire, e questa la causa fondamentale di questa Policrisi, «generazioni in divenire».

Michael Roberts - Pubblicato il 5/1/2023 - sul Blog di Michael Roberts -

lunedì 23 gennaio 2023

Un «primo libro» !!

Per comprendere il linguaggio abbiamo bisogno di una mente. Ma anche la mente è misteriosa: cos’è, infatti, la mente? Mente e cervello sono la stessa cosa o due cose distinte? Come fa uno stato mentale a rappresentare oggetti ed eventi del mondo? E cos’è la coscienza? Non esistono risposte definitive a questi interrogativi, ma la filosofia del linguaggio e la filosofia della mente hanno fatto importanti progressi nel cercare di chiarire queste domande e offrire soluzioni. In questo volume sono presentate in modo introduttivo le risposte che la filosofia ha proposto, dando gli strumenti per poterle soppesare e valutare.

(dal risvolto di copertina di: "Primo libro di filosofia del linguaggio e della mente", A cura di Elisa Paganini. Einaudi, pagg. 272, € 23)

Il significato della combinazione delle parole
- di Carola Barbero -

In un film del 1959 di Vincent Sherman ispirato a un libro di Richard Powell di qualche anno prima, I segreti di Filadelfia, Tony (Paul Newman) chiede: «Allora Johnny, c’è qualche problema?» cui Johnny (Otto Kruger) prontamente ribatte «Io non ho problemi. Non sono un intellettuale».

Gli intellettuali in effetti hanno la fama di farsi problemi spesso inutili. Per non dire poi dei filosofi che della capacità d’interrogare hanno fatto una disciplina, forti dell’idea che l’unico modo per avanzare, nella conoscenza, sia continuare a porre domande – atteggiamento che spesso è stato descritto nei termini della parodia (basti ricordare Woody Allen quando si chiede «Possiamo noi realmente “conoscere” l’universo?» cui risponde «Dio mio, è già abbastanza difficile trovare la strada per uscire da Chinatown»). Al di là delle parodie, i filosofi hanno ragione: è importantissimo fare domande, perché solo così si può sperare di trovare qualche risposta. Lo si capisce leggendo questo Primo libro di filosofia del linguaggio e della mente, una bellissima «Mappa» del catalogo Einaudi a cura di Elisa Paganini. È un lavoro chiaro (addirittura avvincente, tanto è ben scritto) che tratta di due argomenti importanti, il linguaggio e la mente, dal punto di vista della filosofia analitica. Visti gli argomenti e il modo piano e accessibile in cui sono trattati (il libro è rivolto non soltanto a studiosi alle prime armi, ma anche a eventuali curiosi desiderosi di riflettere su questi temi), non ci sono dubbi che possa interessare davvero molte persone. D’altra parte siamo esseri pensanti dotati di linguaggio: usiamo stringhe di parole per descrivere fatti presenti o futuri, per condividere con altri sogni e paure, per fare promesse e ipotesi, per avanzare richieste e declinare inviti. Ragioniamo sulle parole che usiamo, siamo contenti quando ne impariamo di nuove ed elaboriamo enunciati più o meno complessi sui quali spesso ci soffermiamo.

Che differenza c’è, per esempio, tra dire: «gli italiani sono andati a votare il 25 settembre», «Italiener gehen am 25 September zur Wahl» e «Icaliani frigono il 25 Trillio»? In tutti e tre i casi saremmo d’accordo nel dire che emettiamo dei suoni. Ma saremmo anche d’accordo nel dire che in tutti e tre i casi diciamo «qualcosa»? Detto altrimenti, che cosa vuol dire che solo due di quegli enunciati hanno significato? Che cos’è il significato? E poi, se siamo d’accordo che un nome come «Sergio Mattarella» ha come significato la persona che quel nome designa, proprio quell’individuo lì e non un altro, che cosa potremmo dire del nome «Sherlock Holmes» che invece sembra riferirsi a qualcuno che non esiste? E ancora, se un enunciato è vero o falso in base a come stanno le cose («fuori piove» è vero se e solo se fuori piove, falso altrimenti), come è possibile considerare veri enunciati poetici che invece sono letteralmente falsi, come ad esempio il famoso passo di Shakespeare «Juliet is the sun»? E perché il verso di Donne «No man is an island entire of itself», che è banalmente vero, dovrebbe essere interessante? Peraltro si tratta di enunciati che, prima ancora di sapere se siano veri o falsi, riusciamo a comprendere. E li comprendiamo anche se non li abbiamo mai sentiti prima. Come è possibile? Forse perché sappiamo combinare le parole all’interno degli enunciati e da lì ricaviamo il significato. Ma se per la comprensione fosse sufficiente saper manipolare dei simboli, ne dovremmo concludere che anche i programmi informatici possano capire e pensare? E se fosse così, allora la mente e la cognizione potrebbero essere caratterizzati in termini puramente sintattico-computazionali? Ma non è indispensabile anche una dimensione semantica? Poi, chiedersi che cos’è uno stato mentale è come chiedersi che cos’è un occhio? Uno stato mentale è sempre cosciente? E poi come si configura il rapporto mente-corpo? Che differenza c’è tra mente e cervello? Perché sarebbe ragionevole ritenere che ci siano conoscenze linguistiche innate?

Le domande sono tante (e, come diceva Saramago, alcune sono poste «per rendere più esplicita l’assenza di risposta»). Ma ciò che è importante, e che autrici e autori del volume sono riusciti a fare benissimo, è provare innanzitutto a esplicitare i problemi e le questioni che richiedono di essere affrontate. Ecco ciò che rende questo volume indubbiamente un «primo libro» per avvicinarsi a tali temi. Ma è un «primo libro» anche perché per la prima volta in un volume introduttivo sono trattate insieme la filosofia del linguaggio e quella della mente, finalmente vien da dire (perché tra linguaggio e pensiero c’è ben di più di una semplice vicinanza - come hanno dimostrato le ricerche di molti filosofi e come ricorda anche Nanni Moretti-Michele Apicella in Palombella rossa quando si arrabbia con la giornalista perché «chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste»).

- Carola Barbero - Pubblicato su Domenica del 23/10/2022 -

sabato 21 gennaio 2023

Una fine triste ?!!??

La vita e l’opera di uno dei massimi filosofi di ogni tempo, al centro di un’epoca in vertiginosa trasformazione e in procinto di divenire il nostro mondo. Per Georg Wilhelm Friedrich Hegel, la filosofia è il proprio tempo appreso in concetti. Un progetto che proprio al cospetto dello spaesamento e delle polarizzazioni contemporanee non può non suscitare ammirazione. Nessun altro pensatore ebbe modo di conoscere altrettanto bene il passaggio dalla vecchia Europa alla società moderna. Che si tratti dell’Illuminismo, della Rivoluzione francese, del dominio napoleonico, delle guerre di liberazione, dell’industrializzazione o delle grandi scoperte, il mondo durante i decenni di vita di Georg Wilhelm Friedrich Hegel cambiò radicalmente e irreversibilmente. E lo fece attraverso idee che sfociarono in rivoluzioni politiche, industriali, estetiche ed educative. Non a caso, secondo Hegel la filosofia doveva elaborare il concetto del proprio tempo: non verità eterne, dunque, non il fondamento di tutto l’essere, ma il proprio tempo in concetti. Jürgen Kaube racconta la vita di Hegel, ne spiega l’opera e mostra come tutti gli sconvolgimenti epocali convergessero verso un tentativo di rivoluzione finale: quella del pensiero. Hegel lavorò a Jena, il centro intellettuale del Classicismo, trovando ispirazione in Schiller, Goethe e in molte altre eminenti personalità del suo tempo. Grande polemista, amava discutere, per esempio con i Romantici; trovava interessante e assorbiva tutto ciò che era nuovo. Kaube presta particolare attenzione anche alla vita privata del filosofo: al figlio illegittimo, morto di malaria in Indonesia, o alla sorella, che partecipò alla congiura repubblicana nel Württemberg…

(da risvolto di copertina di: "Il mondo di Hegel", di Jürgen Kaube. Einaudi, pagg. 506, € 35)

Il senso di Hegel per l'arte e le stelle del cielo
- di Armando Torno -

Hegel morì a Berlino il 14 novembre 1831. Con il filosofo più influente e seguito, se ne andava un’epoca. Durante la sua vita l’Illuminismo finì, la Rivoluzione francese e gli anni napoleonici sfumavano tra i ricordi, l’industrializzazione cambiava le vite. Le idee del maestro sarebbero diventate rivoluzioni politiche, sociali, estetiche, educative e altro che è difficile inventariare. Hegel nelle sue lezioni di Estetica intuì che l’arte nelle moderne società occidentali è destinata a riadattarsi; in sostanza, deve ripensare la sua funzione espressiva e simbolica. In termini ottimistici si potrebbero interpretare in tal modo le sue parole: «Die Kunst, ist und bleibt, nach der Seite ihrer höchsten Bestimmung für uns ein Vergangenes» («L’arte, in conformità alla sua più alta determinazione, è e rimane per noi qualcosa di passato»). Altri aggiunsero che si tratta di un certificato di morte. La medesima sorte toccherà a Dio. Comincerà Schiller nel dramma I masnadieri, seguito da decine d’altri sino a Nietzsche, e si arriverà a gridare con Zarathustra: «Dio è morto!».

Queste note vanno in margine al libro di Jürgen Kaube Il mondo di Hegel, che Einaudi ha pubblicato nella traduzione di Monica Guerra. È una vita del pensatore e, al tempo stesso, un racconto della sua opera; tuttavia è anche un resoconto degli sconvolgimenti di quegli anni e offre raffinati percorsi culturali. Uno tra i molti è nel III capitolo, dove l’autore ricostruisce le letture dei sodali di Hegel, cioè Hölderlin e Schelling. E qui è bene non aggiungere commenti, perché un confronto con l’attualità ci farebbe vergognare. Si ritrova, tra le altre, la figura di Heine. Nel testo del Salon, dedicato alla mostra di pittura al Louvre che scrisse per i tedeschi nel 1831, si chiede: «L’arte in generale e il mondo stesso sono destinati a una fine triste?». L’Estetica di Hegel uscirà nel 1835, ma lui ne aveva seguito a Berlino le lezioni dal semestre estivo del 1821 a quello invernale del 1822-’23. Anche se le loro idee non collimavano, il ricordo di quel magistero diventa incancellabile. Scriverà nelle Confessioni una trentina d’anni dopo, narrando un incontro con il filosofo: «Durante una sera stellata ce ne stavano uno accanto all’altro alla finestra e io, che ero un ragazzo ventiduenne, avevo mangiato bene e bevuto il caffè e parlavo con rapimento delle stelle chiamandole dimore dei beati. Il maestro mormorò tra sé: “Le stelle, ehm, ehm! Le stelle non sono altro che scabbia luminosa del cielo”».

Che cosa resterà allora, secondo Hegel, dell’arte o dei programmi popolari? Della trasmissione Ballando con le stelle? Della canzonetta Figli delle stelle? E del natalizio Tu scendi dalle stelle?

- Armando Torno - Pubblicato su Domenica del 23/10/2022 -

venerdì 20 gennaio 2023

«Proto-Globalizzazione» ?!!??

Percorrendo le pagine di questo sorprendente saggio, scopriamo ciò che i Greci sanno e ricevono dall'India, quello che i Cinesi conoscono di Roma, quanto l'India prende in prestito dall'arte dal pensiero greco, senza trascurare le spedizioni dirette al Nord Europa o verso l'Africa subsahariana; e Indiani dispersi sulle coste danesi, greci trascinati via dai venti a Zanzibar o a Ceylon, mentre un ambasciatore cinese esita ad avventurarsi nel Golfo Persico. A partire da testi, resti archeologici e iscrizioni, Maurice Sartre racconta i primi incontri di tre continenti, svelandoci la nascita di un mondo unico. Fin dove si spinsero i più avventurosi Fenici, Egiziani, Greci e Romani? Si avventurarono già in giro per l’Africa? Cosa sapevano alla fine dell’antichità del resto del mondo abitato? Dove arrivarono gli Indiani e i Cinesi? Queste domande sono essenziali per conoscere la portata e l’intensità dei rapporti tra le grandi civiltà. Fin dall’antichità, Europa, Africa e Asia furono in contatto. Non dobbiamo aspettare Marco Polo o le grandi scoperte del Cinquecento per vedere uomini e donne che si muovono e si scambiano merci e conoscenze a enorme distanza. Dall’Islanda al Vietnam, dalle coste dell’Africa alle steppe della Mongolia, sospinti dal vento monsonico come la barca del ricco capitano di Palmira Honainu in viaggio verso l’India o al ritmo lento delle carovane che attraversavano il bacino del Tarim, marinai, mercanti e ambasciatori viaggiarono e raccontarono di paesi lontani.

«Visitando Palmira, nell’attuale Siria, chi si aspetterebbe mai di trovare in mezzo al deserto, a piú di 200 chilometri dal Mediterraneo e a oltre 1000 dal Golfo Persico, la menzione di un armatore e l’immagine di una nave? In realtà, l’oasi svolgeva un ruolo importante nel commercio fra l’impero romano, la Mesopotamia e l’Oceano Indiano. E i Palmireni, anche se avevano costruito la loro fortuna fornendo le carovane per attraversare il deserto, a volte conducevano loro stessi i mercanti verso il Golfo Persico e l’Oceano Indiano. La nave di Honainu non è un’eccezione; almeno un’altra iscrizione menziona un secondo armatore, Beelaios figlio di Kyros».

(dal risvolto di copertina di: Maurice Sartre, "La nave di Palmira". Einaudi, pp.240, €28)

La dea della fertilità partì da Delhi per essere sepolta sotto la lava del Vesuvio
- di Giorgio Ieranò -

«Il regno di Da Qin si trova a ovest del mare. Ha più di quattrocento città fortificate. Ci sono pini e cipressi, cos' come alberi e piante di ogni tipo. La gente comune è contadina. Tutti si rasano la testa e hanno vesti ricamate». Cos' lo storico cinese Fan Ye raccontava ai suoi lettori, all'inizio del V secolo d.C., com'era fatto il grande impero che si estendeva nel remoto Occidente. Notizie vaghe, in cui realtà e immaginazione si mescolano. Ma che comunque testimoniano l'esistenza di rapporti tra due mondi in apparenza lontanissimi. Da Qin, infatti, è il nome con cui i cinesi designavano l'impero romano. Lo stesso Fan Ye racconta che i rapporti tra Cina e Roma risalivano più indietro nel tempo. Il primo contatto diretto, secondo lo storico, era un imperatore chiamato «Andun»: cioè Marco Aurelio, che allora regnava su Roma e e il cui terzo nome era «Antonino». Maurice Sartre, professore emerito dell'Università di Tours, propone nel suo libro una maniera inedita di guardare al mondo antico. Ci invita a uscire dal recinto del Mediterraneo, il piccolo stagno intorno al quale, diceva Platone, stiamo accalcati come rane. Ci guida oltre il Danubio, l'Eufrate, le isole britanniche e gli altri estremi confini dell'impero romano.  Per mostrarci greci e romani in dialogo con popoli e civiltà remote. Una rete di scambi commerciali, di incontri culturali, di esplorazioni avventurose che vanno dal Mar Rosso fino all'Islanda, all'India, a Ceylon e, appunto alla Cina. Sono vicende in massima parte note agli studiosi ma meno familiari per il lettore comune. Non tutti, per esempio, conoscono la meravigliosa civiltà greco-indiana del Gandhara, nato dopo le conquiste di Alessandro Magno a cavallo tra gli odierni Afghanistan e Pakistan. In quella zona, nel 165 a.C., un greco di origini umili, Menandro, si fece signore di un regno dove la cultura ellenistica si mescolava con quella indigena. Con il nome di Milinda, il sovrano è diventato una figura chiave del buddhismo, in quanto protagonista di un fondamentale dialogo filosofico-religioso noto con il nome di Milindapañha (Le domande del re Milinda). Gli indiani imparano anche a raffigurare il Buddha in forma umana imitando le statue di Apollo realizzate dagli scultori greci. E mentre il dio Shiva si confonde con Dioniso, nel 110 a.C., un uomo dal nome chiaramente greco, Eliodoro, originario di Taxila, nel Punjab, consacra una colonna in onore di Visnù nella valle dell'Indo. Peraltro, se vi capitasse oggi di trovarvi a Xucand, città del Tagikistan, sappiate che non siete molto lontani dal sito in cui Alessandro Magno, nel 329 a.C., fondò la più remota tra le città che porta il suo nome, un'Alessandria chiamata appunto «l'estrema» (eschate).

Sartre ci fa viaggiare sulle orme di soldati ed esploratori, o più spesso, di mercanti, che fanno capo a centri commerciali come Palmira, in Siria, terminale delle comunicazioni tra Est e Ovest.  Naturalmente queste relazioni tra mondi lontani non sono sempre facili da decifrare: le narrazioni letterarie sono talvolta fantasiose mentre le testimonianze archeologiche sono spesso isolate. A Pompei, per esempio, troverete una statuetta femminile in avorio che proviene dall'India, oggi al Museo archeologico di Napoli. L'immagine è riprodotta nel libro di Sartre. Ma chissà come quella statuetta è arrivata dalla rive dell'Indo fino alle pendici del Vesuvio per finire poi sepolta sotto la lava del vulcano.

Nelle zone di frontiera, comunque, i contatti erano fitti. Come scrive Sartre, «nessuno di questi mondi è isolato, e tutti sconfinano nei territori vicini, creando così zone che tendiamo a chiamare margini, ma che sono più simili a cerniere, aree di contatto, fortemente cosmopolite». È quella sorta di proto-globalizzazione che Seneca racconta in un coro della sua Medea: «Non ci sono più confini, niente è rimasto al posto di prima, tutto il mondo è una strada. L'indiano si disseta nell'Arasse (un fiume dell'Armenia), i persiani bevono l'acqua del Reno».

Un po' per la cautela dello studioso e un po' per esigenza di sintesi, Sartre sorvola su alcune vicende. Per esempio, avremmo voluto ci dicesse di più sul personaggio di Zhang Qian, al quale si attribuisce un ruolo di pioniere nell'aprire quella che poi verrà chiamata «Via della Seta». Alto funzionario di corte, partito dalla Cina nel 138 a.C., viaggiò per oltre tredici anni spingendosi fino alla Mesopotamia allora governata dalla dinastia greco-macedone dei Seleucidi e tornò in patria scampando per miracolo agli assalti dei briganti e alle insidie dei deserti. Zhang Qian, insomma, era una specie di Marco Polo alla rovescia. Soltanto che è vissuto quasi un millennio e mezzo prima del viaggiatore veneziano, in un mondo che era già più interconnesso di quanto immaginiamo.

- Giorgio Ieranò - Pubblicato su TuttoLibri del 15/10/2022 -

giovedì 19 gennaio 2023

Nel frattempo, in Germania ...

Nel medesimo anno in cui Ernst Jünger si reca in Brasile, il 1936, Samuel Beckett parte per la Germania: i due viaggi iniziano addirittura nello stesso periodo, settembre/ottobre (la prima annotazione di Jünger nel suo diario, poi diventato il libro "Traversata atlantica" - è del 19 ottobre 1936; quella di Beckett è del 28 settembre). Anche Beckett scrive un suo diario, un po' più lungo di quello di Jünger, visto che il suo viaggio è durato mesi, prolungandosi fino all'anno successivo. Scopo principale del viaggio di Beckett, era quello di esercitare il suo tedesco e visitare minuziosamente i musei; inoltre, di fatto ebbe anche modo di vedere da vicino, in prima persona il consolidamento del fascismo. I diari sono assai diversi tra loro: quello di Jünger venne poi, successivamente, elaborato come libro, in modo da poter così levigare le sue descrizioni fenomenologiche, e conferire a esse quello smalto che ha finito per mettere in ombra la "spontaneità" del diario; quello di Beckett è, nei suoi diversi momenti, un accumulo di note sparse, elenchi, nomi di persone che sono stati annotati, percorsi, strade, titoli di opere d'arte e di libri letti e/o acquistati, e così via. L'immagine riportata qui in alto è quella di un frammento degli appunti di Beckett, tratto dall'articolo "Beckett, German Fascism, and History: The Futility of Protest", di James McNaughton.

I sei quaderni scritti a mano, che formano i "Diari tedeschi" di Beckett sono depositati nell'archivio della Beckett International Foundation presso l'Università di Reading (il materiale nel suo insieme consta di circa 120.000 parole). Alcune delle esperienze relative a quei mesi tedeschi, vengono rielaborate per la narrativa futura, come per esempio la visita agli affreschi del Tiepolo nella Residenza di Würzburg, la quale poi comparirà poi  in "Malone muore". I diari di Beckett non sono ancora stati pubblicati, ma nel suo libro del 2011, "Samuel Beckett's German Diaries 1936-1937", Mark Nixon li ha analizzati a lungo. Utilizzando i diari come punto centrale, a partire da essi Nixon attinge a manoscritti inediti, taccuini, corrispondenza, appunti di lettura degli anni '30, per poi riflettere così sia sull'evoluzione creativa di Beckett prima del 1936 sia sulla direzione che la sua scrittura avrebbe preso dopo il suo ritorno a Dublino nell'aprile del 1937).

fonte: Um túnel no fim da luz

Scrivere sui margini…

« Ne "La liberazione di Tolstoj", Ivan Bunin racconta che quando era molto giovane e si dichiarava tolstoiano, in una delle sue visite al maestro, questi gli chiese se scriveva ancora. Rispose che non scriveva quasi mai, che tutto ciò che scriveva gli sembrava insignificante. Inoltre, non sapeva di cosa scrivere. «Come mai? Se non sapete di cosa scrivere, allora scrivete che non sapete di cosa scrivere e perché. Cercate la ragione di questa assenza di motivi e descrivetela»: un consiglio saggio che già evidenziava le risorse minimaliste di quei romanzi che sono caratterizzati proprio dall'assenza di una cornice narrativa, e che vengono messi in moto dalla crisi della postmodernità. Dal consiglio di Tolstoj, che si potrebbe riassumere come «scrivi, scrivi qualsiasi cosa», mi sono venute in mente tutte quelle volte in cui mi era venuta voglia di scrivere sul margine destro della pagina tutto ciò che mi veniva in mente. Esatto, scrivere dentro una colonna a margine del testo, come modo per riprodurre e legittimare il processo "autentico" del componimento. In una colonna, la narrativa, sotto forma di racconto, a prescindere dal fatto che sia debole o forte, e nell'altra le riflessioni, le associazioni estemporanee di idee, escluse le correzioni e gli interventi relativi al testo man mano che cresce. E perché non lo fai, mi chiese acutamente D.R. durante la seduta di terapia. Chi, che cosa ti trattiene, quale inquisitore ti impedisce di farlo? Tua madre e tuo padre sono già morti. Fai quello che vuoi, impara a darti il permesso... senza sensi di colpa, senza paura di infrazioni. Un altro buon consiglio. Di tutto ciò che voglio, farò quel che posso. È l'atto di volontà, quel che conta. L'importante è dare battaglie, ha detto il terapeuta. Perdere una battaglia non vuol dire fallire, fallire consiste nel non combattere la battaglia. »

- Victoria de Stefano - Diarios 1988-1989. La insubordinación de los márgenes - Editorial: El Estilete


fonte:  Calle del Orco. Blog de Literatura. Grandes encuentros

mercoledì 18 gennaio 2023

Come chiamarti !??!!

In un futuro non troppo lontano, il mondo è minacciato da una banda di famigerati gangster che sopprimono un presidente americano dopo l'altro. Una di loro decide di lasciare la ghenga per incamminarsi lungo il sentiero dell'amore, in compagnia del gatto parlante Enrico IV, che beve cocktail a base di vodka e latte e ama Thomas Mann, Aristotele e Kant! Per puro caso si imbatte in un insegnante di poesia che lavora in una scuola dove "se la tua poesia non funziona devi portarla dal fabbro e farla martellare fino a che non sarà ridotta in mille pezzi"... tra i due nasce una storia amore a dir poco idilliaca al punto che, in un'epoca in cui le persone non hanno un nome, decidono di battezzarsi a vicenda e diventare lei "nakajima miyuki song book", e lui "sayonara, gangsters". Ma presto i malvagi gangster tornano alla ribalta e il sogno dai contorni peace & love si trasforma in un incubo, un incubo per fortuna di cartone variopinto e marzapane, popolato da killer immortali, poeti trasformati in frigoriferi e alieni in vacanza studio sulla terra. Acclamato fin da subito per la sua carica innovativa, "Sayonara, gangsters" è un romanzo dal ritmo indiavolato, dove poesia e narrativa, manga e musica rock, jazz e cinema si fondono in un gioco intellettuale zampillante di divertimento. Esilarante, folle, colto, indescrivibile, persino autobiografico, questo libro è scritto quasi come fosse un diario infilato in una centrifuga colma di vernice psichedelica e lasciato esplodere senza freni. Liriche, citazioni "alte e basse", sgt. Pepper's e la Coca-Cola, i marziani, Joyce, Rilke, i manga e chi più ne ha più ne metta... un must assoluto, pietra miliare della letteratura giapponese contemporanea.

(dal risvolto di copertina di: Takahashi Genichiro, "Sayonara, gangsters" - a cura di Gianluca Coci - Atmosphere Libri, pp.256, €17,50

Se ami veramente qualcuno regalagli un nome che conosci solo tu
-Bande che uccidono presidenti americani, una killer innamorata di un poeta, gatti che citano Kant
di Viola di Grado

Quando il dio Ra viene avvelenato da un serpente creato da Iside, l'unico modo per salvarsi è rivelarle il suo nome segreto, ma facendolo rischia anche l'annientamento. Non è solo la mitologia egizia ad assegnare questo potere di guarigione e distruzione ai nomi: è un tema ricorrente di narrazioni, antiche e non, in tutto il mondo. Basti pensare a quando Alice di Carroll attraversa la foresta senza nomi abbracciata a un cervo, che poi scapperà da lei non appena usciranno dalla foresta: la consapevolezza del proprio nome ha in sé tutto il corredo di emozioni, traumi e difese che il nome - destino e maledizione - reca con sé.
Così, Sayonara, gangsters, romanzo cult della letteratura pop giapponese anni '80, ci getta subito in un vicino futuro in cui il nome viene assegnato soltanto da chi ci ama: così non c'è rischio di annientamento, o almeno, se anche ci fosse, è inevitabile che chi amiamo detenga il potere assoluto su di noi. Infatti sono i vezzeggiativi erotici ad avere la meglio all'anagrafe. Quando il protagonista incontra per strada una donna in bancarotta e se ne innamora, la chiamerà «Song Book» come un libro di testi di canzoni, e lei lo chiamerà «Sayonara, gangsters».

C'è molta ironia goliardica sparsa in questo romanzo sperimentale e grottesco, tradotto ottimamente da Gianluca Coci, tranne quando la morte fa il suo ingresso, ovvero quando il municipio, che tra chiaroveggenza e sensibilità cinese mette al corrente in anticipo i genitori della morte imminente dei figli, sancisce il decesso della figlia del protagonista, Cumino (o, per la madre, Verde Mignolina). Con serenità rassegnata e tra una battuta e un balzo surrealista, il padre lega un nastro rosso alla spalla della piccola e la porta a giocare con altri bambini, e infine, post mortem, la accompagna a bordo di un carrozzone nel percorso designato verso il camposanto. commentando - in barba a qualunque aderenza alla logica tradizionale - che «meglio ricorrere al carrozzone piuttosto che far camminare un povero bambino morto». Sulla stessa linea surreale, la madre di Cumino la cercherà dappertutto in casa, persino tra le pagine dei libri, come se la morte non fosse altro che una circostanza contingente, superabile nel corso della notte - Verde Mignolina è morta ieri, ma oggi sarà viva, dove sarà - e come se la sua prossima forma possa essere rintracciata astrattamente in letteratura. Viva o morta che sia, comunque, e qualunque significato assegniamo a queste categorie esistenziali o biologiche, la sua voce è cambiata: quando parla al padre, dallo scaffale in cui è risposto il suo cadaverino, la sua voce «non suonava come quella di Cumino, bensì come quella di un'anziana signora. Suonava come se parlasse soltanto a sé stessa».

«Song Book non segue mai l'ordine quando si tratta di fumetti. Le piace saltare da una vignetta all'altra, senza un ordine preciso», scrive l'autore a un certo punto, prima di introdurre due pagine di manga in cui una ragazza, per effetto di certe sigarette al tè, vede l'allucinazione di un ragazzo che le chiede di essere da lei battezzato, e questa frase descrive la struttura del romanzo: non c'è trama ma un accumulo di suggestioni, come si trattasse di un okonomiyaki narrativo, la versione letteraria della gustosa omelette giapponese che mescola una gran quantità di verdure, pesce e carne. «L'espressione del suo viso mutava attraverso cicli periodici di bellezza e bruttezza», dice il protagonista documentando i primi mesi di vita della figlia, e anche nel libro ci spostiamo tra bellezze e bruttezze, slanci poetici e giochetti semantico-erotici, suggestioni curiose e bulimici citazionismi di letteratura occidentale, rammaricandoci a un certo punto che l'ansia di dimostrare la propria conoscenza di cultura occidentale abbia tolto il posto a più autentiche esplorazioni nipponiche. Dopotutto, sono i giapponesi che dopo il decesso hanno l'usanza buddhista di assegnare un nome postumo al defunto. «Esistono 27.660 posti in città dove è assolutamente vietato avvicinarsi, mentre si stanno trasportando cadaveri», si legge a un certo punto dopo il trapasso della piccola Cumino, ed è un vero peccato che questo lampo di consapevolezza shintoista - la necessità ancestrale e ritualizzata di separare dalla vita l'impurità della morte - non venga approfondito. Ma erano ancora gli anni '80 e il Giappone era smanioso di dimostrare di essere all'altezza, e credeva di doverlo fare passando un esame ipotetico sulla cultura occidentale. «Credo che quando si bacia qualcuno convenga di gran lunga farlo con le labbra, non con l'anima», si legge a un certo punto, e a quel punto noi siamo già così frastornati (e divertiti) da questo romanzo inebriante che quasi non ricordiamo più la differenza.

 - Viola di Grado - Pubblicato su Tutto Libri del 15/10/2022 -